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lunedì 27 settembre 2010

Il mondo com'è - 46

astolfo

Borghesia – Si è annessa la libertà (mercato, concorrenza, innovazione) mentre è solo il ceto degli affari. Che si fanno normalmente (tendenzialmente) a danno degli altri. Solo la legge può garantire il mercato. E quindi (posto che il mercato la favorisca, ma anche senza mercato) la libertà.
In Italia manca, si dice. Lo dicono i borghesi, ma è vero: non si leggono libri, non si comprano giornali, non si discute, non si conversa, non si comunica. Ma che c’entra tutto questo con la borghesia? La borghesia, anche in Francia dove si legge molto, e in Germania, anche in Inghilterra o negli Usa, si occupa di affari. Suo compito è di farli bene, nel senso di far crescere la ricchezza. Se trovasse un affare, cioè uno stimolo, intellettuale o spirituale nella cultura in Italia e lo trascurasse, allora sarebbe colpevole. Ma lo trova? È tuttavia vero che la borghesia manca, in due modi. Numericamente, essendo un paese di microimprenditoria e di self-made men, è piena di baüscia strillanti e lagnosi e non di uomini e donne d’affari. Qualitativamente, essendo i valori privilegiati quelli dell’arricchimento, che non fanno la borghesia.
Si caratterizza la borghesia con Marx, per il gusto al comando, seppure democratico. Mentre è fatta di scettici che non si riconoscono, e quindi disfattisti, catastrofisti. Esempio: Manzoni. Tipicamente cioè si nega. Questa è la borghesia contemporanea, di quando ha usato dire “è borghese”, che vaga senza ruolo e senza potere. Il borghese classico, quello di Marx, naturalmente è l’opposto: sempre scettico, detto anche protestante, e uno che anzi fa professione di non avere fede nelle opere, ma attivissimo, poiché il risultato delle sue opere, la ricchezza, prende per grazia di Dio.
Dopo Marx s’intende d’altra parte borghese uno sfruttatore conservatore. E piccolo borghese il frustrato, golpista, fascista. Ma è una distinzione che non funziona. Non funzionano (non sono vere) neanche le qualifiche. Il borghese non è – non per definizione – un conservatore. Il proletario per dire, se esiste, lo è di più. Il piccolo borghese è sicuramente un frustrato (isolato, insicuro) ma nelle stragrande maggioranza (Pensionati, casalinghe, artigiani) è progressista, legge “Repubblica”, guarda Rai tre, vota Democratico.
La distinzione più proficua, che spiega anche perché tanto accanimento politico è stato inutile,
è fra il borghese neo aristocratico, quello del “segmento del lusso” in termini commerciali, e il piccolo borghese accumulatore sterile. Il borghese perde, spesso, ciò che ha. Ma accumula cultura: memoria, linguaggio, buongusto, tolleranza, socialità. Il piccolo borghese vive solo la dimensione quantitativa del denaro (comprare, accumulare, o anche solo arrivare a fine mese), e quindi la soffre. Vuole piantare paletti e piloni di sicurezza, ma è irretito dalla precarietà e dalla povertà relativa.
La povertà relativa è ambigua, ma il piccolo borghese non lo sa pensa sia suo dovere sfidarla. E cioè perdere. La strumentazione depressiva è feroce, da circolo vizioso. Il piccolo borghese si differenza dal borghese, è cioè insicuro, vociferante, piagnone, protestatario, asociale, perché manca di strumenti e spessore culturale, conoscitivo, cognitivo. Che non apprezza – o non può permettersi, essendo impegnato a comprare cose.

Capitalismo – Farlo protestante, anzi meglio, calvinista, come vuole la vulgata italiana, è un’ingiuria a Calvino. Per il quale la grazia è una segno d’illuminazione religiosa, non una certificazione degli affari.
È anche proiettare all’indietro una situazione eminentemente vittoriana. È solo nella cultura vittoriana – anglicana, episcopaliana – che la religione si esprime nei valori sociali: moralismo, pruderie, colli alti, mutandoni al ginocchio, e le tendine alle finestre. Alta moralità significava elevata socialità, quindi buona borghesia. Dio era allora un notabile, e che di meglio per rappresentarlo di un protestante britannico, uno che governava le onde?

Città – Se la città era il luogo della sicurezza e vita facile (il piacere, il consumo, l’esibizione, e tempi di lavoro ordinati), ora che non lo è più perché non viene abbandonata? Perché è ora il luogo del challenge, che spesso è solo durare – giusto per tenere in scacco la nevrosi e il sangue marcio, il più a lungo possibile. È in questo la stupidità del’epoca, non nel neo scientismo.

Colonie – Sono un imprinting, per quanto poco siano durate. A specchio dei coloni. Somalia, Eritrea e Libia ripetono, ingigantiti dalla copia, i difetti degli italiani, aggressivi, cinici, prepotenti, bisognosi, incapaci d’amministrarsi, con una capacità politica sempre mediocre. Erano così prima degli italiani? Sarebbe ancora più sorprendente. Ma l’Etiopia, dove gli italiani sono stati poco tempo e c’è solo un inizio di assimilazione dei loro vizi, è dimostrazione al contrario dell’imprinting coloniale.

Complotto – Alla fine, può essere solo dei giudici.
Il complotto deve avere una razionalità - donde l’indigenza delle teorie del complotto, seppure ascendibili a nomi celebri, Marx, Nietzsche, Freud. Una mafia le giustifica, ma solo in parte. Ci deve essere un capo, un patto, una struttura, un meccanismo sanzionatorio. Che la mafia possiede , ma non al punto da controllare così tanti traditori o infiltrati quanti sono i pentiti, o i nuovi mafiosi, i concorrenti a perdere. La speculazione per via di complotto, invece, è una contraddizione: la Spectre, sia pure finanziaria, può essere solo una persona, massimo due, il segreto è dirimente. E il complotto dei giudici? Questo è possibile, perché gli apparti giudiziari sono separati, quindi “segreti”, e istituzionali, cioè dotati di potere autonomo: Né hanno bisogno di cose o fatti: essendo intellettuali, marciano sulle idee e la politica, su semplici echi, indicazioni labili.

Scientismo – Ritorna imperioso e anzi è dominatore, dopo l’eclisse seguita alla biologia razzista, alle guerra tedesche e all’Olocausto. Un neo scientismo i cui inizi si possono anche datare, ai primi anni 1970 con le leggi per l’aborto. Ma non ha argomenti né orizzonti diversi dall’eugenetica del primo Novecento, che aveva coronato lo scientismo ottocentesco: la buona morte, il controllo e la selezione delle nascite.

Vino - È una droga? Molti giovani muoiono ubriachi al volante, e il codice della strada punisce più di un bicchiere. Il vino è sempre stato un inebriante. Da ultimo con Baudelaire, che polemizzava a distanza di quasi mezzo secolo con Brillat-Savarin, la “Fisiologia del gusto”, 1825, facendone il sollievo e l’ispirazione del solitario. Il vino è per Baudelaire ricordo e oblio, gioia e malinconia. È una via della trasgressione, uno dei paradisi artificiali: è una droga.
Baudelaire rimproverava a Brillat-Savarin di non aver parlato bene del vino. Il filosofo del gusto diceva il vino parte dell’alimentazione, e mangiare, mangiare bene, è un atto conviviale. Il suo effetto, a differenza degli altri cibi, è di “amplificare” leggermente il corpo, di renderlo “brillante”, ma non di più. Mangiare si fa in compagnia, si regge con la conversazione, per la quale bisogna ben essere presenti a se stessi. Ed è quindi semmai un antidroga.

astolfo@antiit.eu

Tutto è l'opposto

La bellezza è putrefazione, l'amore è violenza, eccetera. Su un gioco di parole certo irresistibile: la Venere (nudità) dei Mmedici e la Venere (nudità) dei emdici. Molto seminale: sull'asse Medici-medici quante scoperte non sono possibili? Un concentrato del'irrealtà - circolarità - della retorica post-fenomenologica, franco-heideggeriana. Una sua rappresentazione farsesca, tanto più in quanto involontaria.
Georges Didi-Hubermann, Aprire Venere. Nudità, sogno, crudeltà

domenica 26 settembre 2010

Il fascismo è fuorilegge, ma Fini presiede la Camera

Fini annuncia che si dimetterà da presidente della Camera se l’appartamento di Montecarlo risulterà di proprietà del “signor Tulliani”. Ma poi non si dimette. Accusa mezzo mondo di malaffare, compresi i parlamentari (“sono uno dei pochissimi a non avere ricevuto un avviso di garanzia”). Accusa i servizi segreti di essere deviati, facendo finta di non essere stato lui a dirlo. Ha per l’isola di Santa Lucia, che comunque ha una sua dignità e sta all’Onu, un ghigno di disprezzo, molto razzista. Insinua: “Io non ho conti all’estero, a differenza di altri”, cioè di Berlusconi. Fonda un partito contro Berlusconi, cioè contro il governo e la maggioranza di governo. E manda due luogotenenti a dire ogni giorno che Berlusconi e i suoi rubano, corrompono e manomettono le leggi, cioè il Parlamento. Trascura di dire che ha raccomandato la suocera e il cognato alla Rai per due contratti in cambio di niente, due milioni di euro in un anno e mezzo. E vuole fare il presidente della Camera, che sarebbe I, un notaio. Ora, il fascismo è proibito per legge, e allora, com’è che Fini è il presidente della Camera? E, come lui si esprime, non “molla l’osso”.
I finiani si chiamano futuristi, che finirono fascisti ma si volevano senza partito. E anche questo concorre: com’è che dei senza partito presiedono la Camera?
Un discorso debole, quello delle mancate dimissioni. Anche perché nessuno dubita che la cognata e la suocera non siano quelli, non se li è inventati Feltri. Ma con la certezza dell’impunità. Il golpe continua.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (69)

Giuseppe Leuzzi

Garibaldi brigante
A maggio Annita Garibaldi, pronipote dell’Eroe dei due mondi, nipote diretta di Ricciotti, figlia del suo quinto figlio Sante, durante la trasmissione Porta a Porta di Bruno Vespa, ha detto che il nonno Ricciotti nel 1861 ritenne necessario combattere coi briganti: “Mio nonno a Caprera si indignò talmente tanto dello sfruttamento del Meridione da parte della nuova Italia, che andò a combattere con i Briganti”. Ricciotti avrebbe combattuto nel territorio di Castagna, in provincia di Catanzaro, in cui operava un gruppo di briganti capeggiati dal garibaldino Raffaele Piccoli. Una rivolta che andò avanti fino al 1870.
Ricciotti Garibaldi, il figlio unico di Giuseppe e Anita, era nato in Uruguay nel 1847. Aveva quindi nel 1861 solo 14 anni. Ma nessuno storico se la sente di smentire Anita jr.. D’altra parte lo stesso lo stesso Giuseppe Garibaldi scriveva a donna Adelaide Cairoli nel 1868, la madre dei martiri: “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esser preso a sassate, essendo colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”.
La richiesta va rinnovata: perché Napolitano non apre per il centocinquantenario gli archivi della lotta al brigantaggio, se non sono stati distrutti?

Il costo delle radici
Andrebbe riesaminata la protervia dell’emigrato, che sempre si ritiene in credito col paese d’origine, la regione, la famiglia. Un punto è già chiaro: la bilancia dei pagamenti dei ritorni degli emigrati è un grosso salasso per le terre di emigrazione.
Il ritorno si fa per periodi sempre più ridotti, da qualche anno due o tre giorni, per Ferragosto, giusto per vedere la mamma, o il padre. Con sempre meno figli al seguito. Comunque sempre senza spendere. Non per il cibo, che viene fornito dalla famiglia. Né per altri generi voluttuari, che un emigrato non può trovare rispetto a ciò di cui può disporre fuori. Forse per la benzina, ma non necessariamente.
La famiglia di origine invece spende molto per questi ritorni. Grandi pasti. Regali per tutti, anche per chi non è venuto. E una serie di provviste che, apprezzate o meno, ma costose, appesantiranno il viaggio di ritorno: olio, vino, insaccati, formaggi, dolciumi, ricordi. Qualcuno si porta anche la carne, in sacche-freezer, pagata dai parenti.
Il saldo negativo può non essere indifferente. Si ipotizzi con ogni probabilità una spesa media per ogni ritorno di 500 euro. Per 100 mila ritorni in Calabria o in Sardegna, il saldo regionale per questa voce è negativo ogni agosto di 50 milioni – di 100 milioni se i ritorni sono 200 mila. Per la Sicilia i ritorni ipotizzabili sono il doppio, e così pure lo sbilancio.
A ciò si può aggiungere l’invio periodico di generi alimentari e di conforto, sempre a senso unico, dalle famiglie al congiunto emigrato, di vino, olio, agrumi, dolciumi, con aggravio di spese di corriere. Il saldo dei pagamenti dell’emigrazione postbellica, non di necessità, continua a essere negativo ancora per lunghi anni, un paio di generazioni. Fino a che si perde la nostalgia e l’uso del ritorno.
Se ne può anche inferire che le radici, se servono all’emigrato, alla sua igiene mentale e alla sua autostima, implicano un costo non indifferente e continuato per la terra d’origine.

L’odio-di-sé meridionale
“Il porto dove si svolgono i traffici della mafia. Il porto di Gioia Tauro, città capoluogo della mafia, dove sono state scoperte tonnellate di tritolo in un container. Il più grande porto di container del Mediterraneo”, strillava gioiosa alle 15.30 di giovedì una voce femminile annunciando le news di “Baobab”, trasmissione impegnata di Radiorai Tre, rete impegnata. La notizia è che, tra tutti i porti di transhipment (trasbordo) di container, solo a Gioia Tauro sia stato individuato e neutralizzato il carico di esplosivo. Ma per la Rai la cosa è importante solo perché può dire in qualche modo che il più grande porto container del Mediterraneo è mafioso.
Il porto canale di Gioia Tauro, ben progettato e ben gestito, peraltro da società genovesi, milanesi, tedesche, da sempre ha suscitato rancori. Anche perché, oltre a moltiplicare il transhipment attraverso uno scalo italiano, a danno di Algeciras, Barcellona e Porto Said, ha preso traffico ad alcuni scali del Nord Italia. Ma i giornali locali, la “Gazzetta del Sud”, “il Quotidiano”, “Calabria Ora”, non ne hanno opinione diversa. Non ne sanno molto, e non si curano di saperne. Di un porto che è la grande più realtà industriale della Calabria e a questo punto, dovesse la Fiat andarsene da Pomigliano e Termoli, anche del Sud. I tre giornali unicamente sono interessati a metterci la mafia. Non si può dire per storditaggine: si faranno leggere solo se il porto è della mafia.

La Scozia è un buon esempio di sottosviluppo indotto. La tradizione quale oggi la conosciamo che nobilita la Scozia, dai clan alle musiche, fu inventata di sana pianta (H.Trevor Roper in “L’invenzione della tradizione”), nella prima metà dell’Ottocento, in clima cioè di revanscismo nazionale, nella parte meno nobile della Scozia, le Highlands. Ci vuole poco, basta la convinzione. Per un paio di secoli l’Inghilterra lo aveva impedito, qualificando gli scozzesi di pastori, selvaggi, ladri di pecore. Al punto che gli stessi scozzesi lo dicevano di sé, lo poetavano perfino.

Calabria
Philippe Séclier, il fotografo francese che riedita “La lunga strada di sabbia”, ha trovato appeso nella bottega del barbiere di Cutro un fotoritratto di Pasolini “radioso”. “La lunga strada di sabbia” è il diario del viaggio di Pasolini per i duemila chilometri delle coste italiane in quattro o cinque giorni dell’estate del 1959. Il poeta vi diceva Cutro “un posto da banditi”. Ma piace sfottere, ed essere sfottuti.

L’impetuoso Campanella e il metodico Telesio considerano Aristotele “il tiranno dell’ingegno umano”, contrarissimi all’autorità sovrimposta alla scienza. I primi e a lungo i soli. A conferma della “natura inquieta e altera dei calabresi”? (G.Galati, “La poesia dialettale calabrese”).

Gioacchino da Fiore e Tommaso Campanella, i calabresi più eminenti, sono di spirito infiammato,. Molto intuitivo, poco coltivato – uncouth. O allora, Cassiodoro, estremamente remissivo.

I calabresi terragni che ora popolano il Canada e l’Australia nel Quattrocento erano a Tripoli, Tunisi, Algeri, e a Costantinopoli in una Nèa Calabria.

Catanzaro ha avuto dal 1497 un habeas corpus, caso unico in Italia, imposto a un re Ferdinando di Napoli: un cittadino non poteva essere imprigionato fino alla pubblicazione della sentenza di condanna, la città non pagava le tasse che non aveva votato. Ne dà notizia Charles Didier, “Viaggio in Calabria”, che ne fu informato nel 1830, quando girò la penisola a piedi, ed è l’unica fonte.
Didier dice che la costituzione fu imposta al re di Napoli Ferdinando. Che però, se era Ferdinando II d’Aragona (Ferrandino) era morto già l’anno prima, nel 1496. Nel 1497 il re di Napoli era Federico d’Aragona.

I calabresi trovava il patriota Paolo Mattia Doria tre secoli fa, chiedendosi perché la penisola fosse afflitta dalle dominazioni straniere, “di mezzana cosa incapaci: o sono fortissimi o vilissimi, o dottissimi o ignorantissimi”. E anche: “Sino che stanno nell’ignoranza, sono a’ vizj soggetti, ma sprigionato il lor talento, sono abilissimi”.
Si dice anche delle popolazioni di montagna. E forse questo è la Calabria, con tutto il suo mare e i suoi greci: un blocco di montagna. Non solido, anzi soggetto a terremoti e frane. Non inscalfibile quindi, e anzi malleabile. E anzi instabile, soggetto agli umori.

leuzzi@antiit.eu

sabato 25 settembre 2010

I servizi di Santoro – 2

Il giorno dopo “Annozero” si ridimensionano i ruoli di un certo Lavitola, un amico di Berlusconi, e di Vittorugo Mangiavillani, giornalista scrupoloso quanto onesto, che l’onorevole Bocchino aveva accusato delle peggiori nefandezze. Senza scuse. Anzi, si moltiplicano le maschere.
Il direttore del “Fatto”, di fronte alla testimonianza personale del ministro di Santa Lucia che la lettera è sua e la casa è di Tulliani, opina che il ministro non sia vero. È lo stesso che il giorno prima ergeva a Santa Lucia una National Printing Company, un vero e proprio Poligrafico dello Stato nell’isola montuosa e inabitabile – lui Padellaro, non il ministro. Mentre sul “Corriere della sera” Paolo Conti moltiplica l’audience e lo share di Santoro, da 4,2 a 4,9 milioni, e dal 16 a “quasi il 20 per cento”, per dire l’“Annozero” dei servizi una grande cosa. Che non ci sia un complotto?
Il “Manifesto”, che è nato con la controinformazione e ne è quindi specialista, sdegna la questione, riportandola alla politica: c’è un governo, o non più? E che fa Berlusconi, l’uomo del fare, che non sa nominare un ministro, né un presidnete della Consob, come pure sarebbe suo obbligo? E un presidente della Camera sarebbe da aggiungere che parla ogni giorno contro la maggioranza politica e contro il governo, e fonda contro di essi un partito, ma non lascia la carica super partes. Mentre su “Repubblica” e “Corriere della sera”, leader dell’opinione, cosa leggiamo? Pagine e pagine di gossip sulla casa di Montecarlo. Che non sia una forma di censura? La casa è un problema di etica, mentre ci sono dei fatti penali: i finti appalti dati dalla Rai alla suocera e al cognato, un affare da due milioni di euro. Ma di questo non si parla. Non interessano alla Procura, e nemmeno ai giornali, nemmeno per il gossip. Nemmeno a Santoro, per dire, che pure ce l’ha a morte col capo della Rai Masi, che di quegli appalti è stato tramite. Non si toccano gli appalti?
Non leggiamo invece e non vediamo nulla su Saint-Lucia, lo staterello caraibico dove le carte di Montecarlo sono seppellite. Nemmeno sul piano del gossip, di cui l’isola è ghiotta. Per essere stata francese ed essere francofona, benché di lingua inglese. Avere avuto due Nobel, un record ineguagliabile in rapporto ai cento o duecentomila suoi abitanti: l’economista sir Arthur Lewis, il primo nero a vincere il premio, e il poeta Derek Walcott, appassionato dantista. Celebrare ogni anno due grandi feste pubbliche della massoneria. Con un piede cioè nelle massonerie sia di Londra che di Parigi.

L'empio è miglior officiante

Non ha bissato il “Codice da Vinci”, e tuttavia è altrettanto pacchiano, e insieme più avventuroso. Boston, la Svizzera e Roma sono scenari più accattivanti, o meno sfruttati, di Parigi, Londra e la Scozia? Ma più per una trovata che potrebbe sollevarlo dalla tribù indistinta dei colportisti: la figura del segretario del papa più credente e puro del papa, e il suo atto finale di contrizione. Quale Dan Brow potrebbe essere e dire a un confessore della chiesa risentita per le bestemmie del “Codice”. Una trovata di scuola, è facile essere miglior prete dei preti, ma efficace.
Dan Brown, Angeli e demoni

venerdì 24 settembre 2010

Non è più l’Italia dell’Olimpiade, è Milano

Non è il tipico ricordo che il salotto di Vespa vuole mieloso, né l’emozione di ospitare l’Olimpiade, evento eccezionale: l’Italia nel 1960 era veramente diversa. I fratelli D’Inzeo erano reduci dall’epurazione per fascismo, ma nessuno gliene faceva colpa. Nino Benvenuti, il più simpatico di tutti, era neofascista dichiarato. E quel Berruti che parlava di sé in terza persona? Emozionò tutti il salto di Valeri Brumel, uno di Mosca. Gli eroi dell’Olimpiade furono due neri, Wilma Rudolph e Abebe Bikila, lei reduce dalla poliomielite, lui poverissimo, beniamini di tutti senza supponenza e senza astio – c’era Cassius Clay e vinse, ma non era ancora la farfalla che sarà, sui suoi cento chili. Nessuna forma di quel livore che ora investe anche i vicini di casa civilissimi slavi, e i latinissimi rumeni. Lo scandalo di Fiumicino era emerso, ma nulla al confronto di quello che sarà ed è Malpensa: tutto politico, su piste fantasiose (la nebbia, i terreni cedevoli), senza i miliardi di perdite in capo allo scalo milanese. E bisogna pensare che l’Olimpiade si apriva, a fine agosto, ad appena un mese e mezzo dalla strage di Reggio Emilia il 7 luglio, che chiuse una settimana di manifestazioni con una diecina di morti, uccisi dalle forze dell’ordine.
Ma proprio per questo era un’altra Italia. Gli scontri e le uccisioni di Genova e Reggio Emilia, la peggiore crisi dell’Italia repubblicana, erano pur sempre un fatto politico, che la politica governava, seppure malissimo. L’Italia continuava a essere Italia, senza scomuniche né apostasie, e senza roghi. Non odiava gli ospiti, e non si odiava ogni giorno in pazza e al Parlamento, a ogni ora del giorno inventandosi veleni e infamie, sui nemici e anche sugli amici. Basta leggere del resto un giornale del 1960 e uno di oggi. Si entra in un diverso modo di fare l’informazione. La Rai all’epoca non avrebbe potuto dire il Vaticano un riciclatore di soldi, né un ministro concussore, senza un qualche fondamento, e ancora con rispetto per l’istituzione, mentre oggi è costretta a farlo, basta una denuncia anonima, e il Vaticano dire una mafia. Ma c’entra soprattutto un diverso modo di essere dell’Italia, che oggi è milanese.
C’è un momento preciso in cui l’Italia cambia pelle, e da paese solido, malgrado la sconfitta e la ricostruzione, e poi il terrorismo, diventa la palude di oggi, e si situa attorno al 1990. Questo è già un fatto storico. C’è un prima e c’è un dopo: il dopo è la caduta del Muro, i referendum di Segni, la Lega, Mani Pulite e Berlusconi. Due fatti romani e tre molto milanesi. L’effetto maggiore della caduta del Muro è stato di privare “Roma”, cioè la politica, del carisma di cui beneficiava, fosse pure dettato dalla paura. Col Pci finiva la politica, quindi tutti i partiti. Mani Pulite sarà stata l’avventura di alcuni giudici golpisti che invece di colpire la corruzione come affermavano, che a Milano semmai hanno rinfocolato, hanno completato l’opera. Affossando la politica e lo Stato. Segni incautamente ha dato l’avallo istituzionale all’antipolitica e all’antistato. Che si sono completati con l’abbattimento del potere economico residuo dello Stato nel nome della libertà e del mercato. Cioè, esplicitamente, di Milano: dell’oligarchia del denaro di cui Milano è sede e beneficiaria.
L’odio, il sospetto, la guerra di tutti contro tutti. Tutto questo sono – lo sono stati per ormai vent’anni – la Lega e Berlusconi. Cioè Milano. Inneschi di un’antipolitica che si dilata come in un “superiore” fuoco d’artificio. Si vede al paragone tra l’Olimpiade del 1960 e la piccola olimpiade che, senza le gare, sarà l’Expo 2015. Che Milano vive come una lotta di tutti contro tutti – le turpitudini nascondendo dietro il goffo paravento della ‘ndrangheta (Boccassini, ancora uno sforzo!). Le leggi si rifanno ogni sei mesi, non ce n’è mai una giusta. Per non disturbare gli affari. I dossier si moltiplicano ormai a cadenza che non lascia respiro: non basta la giornata per leggere tutte le “carte”. Chi è in affari lo vede ogni giorno: la denuncia continua, contro ogni atto della Pubblica Amministrazione, che raramente viene dall’onest’uomo, quasi sempre dall’affarista peggiore, uno ammanicato con i tribunali. L’odio viene dalla corruzione al potere.

I servizi di Santoro

L’onorevole Bocchino difende da Santoro la discutibile famiglia dei Tulliani, e accusa questo e quello, indisturbato. L’onorevole ha una morale diversa, superiore? Dice pure che la famiglia è accusata su carte false, volute da Berlusconi. Al quale darà il voto fra cinque giorni. È doppia anche la politica? E che il tutto è stato fabbricato da servizi segreti deviati. Mentre c’è un fiorire di “carte” su tutti i fronti, con raffronti grafologici, piste informatiche, ricostruzioni dettagliate di personalità così remote come il giornalista dell’Honduras e quello di Santo Domingo, e perfino una perizia sui caratteri tipografici e la carta intestata di Santa Lucia, esperita con una National Printing Co – a Santa Lucia? Da ultimo arrivata una telefonata dello “staff” del ministro di Santa Lucia. La telefonata non va in onda, e non si sa quindi chi parla: il capo di gabinetto? la donna delle pulizie? E come mai telefona proprio a Santoro? Dice però una cosa precisa, che "il ministro parlerà fra un mese". Cioè per i morti? Anzi ne dice due: che “il territorio è pieno di agenti russi, libici e italiani”. Che consentirà di fare un’altra puntata ghiotta di “Annozero”: gli agenti di Putin e Gheddafi sguinzagliati da Berlusconi contro Fini. Su un territorio che, lo spettatore non lo sa, ma è poco più di un recapito postale, grande due volte il Garda e meno abitata - anche se ha un governo, peraltro socialista, quindi antiberlusconiano. Ma di questo probabilmente nessuno ad “Annozero” è a conoscenza, la colpa è della geografia, dell’abolizione della geografia a scuola.
Il tutto in chiave minore, si vede (la trasmissione avrà solo quattro milioni di spettatori). E forse non per la modestia del parterre- il contrappunto è del solito leghista cui Santono fornisce un certificato di vivenza. La sensazione è che questa è vera roba di veri servizi segreti. Che la rappresentazione sia quindi triplice, maschere di maschere di maschere - e mancano soggetti del calibro della regina Elisabetta, capo di Stato di Santa Lucia, e del papa, di cui i religiosissimi africani che abitano l'isola sono fedeli. Le “carte” sono dettagliate, invasive, ubuescamente “enaurmi”, ed esplodono a ripetizione per non lasciar pensare. Detto a un pubblico che ama la controinformazione, ma sa da tempo ormai, dalla “Strage di Stato”, quindi da quarant’anni, che i dossier perfetti sono dei servizi segreti, per loro fini reconditi anche se combaciano con i nostri.

giovedì 23 settembre 2010

La pena di morte di Murdoch

Teresa Lewis, che non ha ucciso il marito, ed è ritenuta seminferma di mente, viene giustiziata negli Usa. Tutti concordi, tutti i giornali, tutti i giudici, dal primo alla Corte Suprema, e tutti i politici, fino al presidente. Sakineh invece, che ha ucciso il marito, non vogliamo che sia giustiziata in Iran. Double standard, come dice Ahmadinejad, doppiezza? L’Iran, è la nostra risposta, non è gli Stati Uniti. Ed è vero. Ma, appurato cos’è l’Iran di Ahmadinejad, cosa sono gli Usa?
Il 28 agosto il "Times" di Londra ha pubblicato una fotografia di Sakineh a volto scoperto. Poi si saprà che è un falso, che il volto è di una signora iraniana in Svezia. Libertà? Verità?
La pubblicazione della fotografia a volto scoperto sarebbe costata a Sakineh 99 frustata in prigione. Vero, falso? Lo dicono il figlio e il suo avvocato. E se fosse vero?
Il "Times" di Londra è di Murdoch, che in Italia figura paladino della democrazia ma non lo è, si sa, non vuole esserlo. Appena fu comprato da Murdoch, il “venerabile Times” cominciò a inventarsi le notizie. Anche sull’Iran. Nel 1980, nella guerra Iran-Iraq, la sua inviata a Teheran, Antonia H., s’inventava ogni paio di giorni cronache da prima pagina: dal fronte (che invece era lontano migliaia di km.), dalla prigione degli ostaggi americani, eccetera. Giornalismo?
L’inviata si presentava a Teheran, e firmava sul giornale, dove ebbe molte “aperture”, come Antonia H.. In realtà serviva da copertura, avendo passaporto australiano: gli articoli sensazionali li confezionava un inglese in età suo compagno di letto – un loro amplesso una mattina svegliò tutto l’Intercontinental. L’uomo non si faceva vedere in albergo, né al caffè né al ristorante, emergendo solo la sera, al piano interrato, per inviare il pezzo via telex (dettarlo per telefono era rischioso, spesso non si aveva la linea). E non dava confidenza, salvo che all’operatore. Doppiezza?
L’Iran non dava visti a giornalisti inglesi, dicendoli asserviti ai servizi segreti. Ma al telex le corrispondenze passavano in quattro copie, una per l’albergo e due per la censura, agli Esteri e all’Informazione. E l’operatore, rapido dattilografo ma certamente non un civile, si prestava a trascrivere lui stesso gli articoli dell’anonimo inglese. Giornalismo? Servizi?
Denunce e omissioni si elidono? Si assolvono?

Ombre - 62

Scontro fra titani napoletani alla Camera, Cosentino e Bocchino. Entrambi interessano alla Procura della loro capitale – forse su denuncia reciproca. Ma Cosentino deve difendersi, Bocchino è invece l’accusatore. Di quale giustizia?

Cronisti accorrono in massa a Messina, dove un altro ostetrici hanno litigato in sala parto. Si trovano davanti un primario che invece racconta loro, con dovizia di particolari, di come un mafioso aveva decretato che sua moglie dovesse partorire col cesareo. E di come un ostetrico era stato buttato a terra e pestato a sangue da un’altra famiglia che voleva anch’essa un cesareo. Ma ai cronisti non interessa: loro sono venuti per una lite tra ginecologi.

La Procura di Roma chiede al principato di Monaco i documenti dell’acquisto e l’affitto dell’appartamento del cognato di Fini. E li vede arrivare dopo due mesi, perché il principato li ha indirizzati alla Cassazione. È sempre colpa, insomma, delle poste.

In un soprassalto di attivismo, la Procura di Roma chiede a Monaco i titolari delle società proprietarie dell’appartamento del cognato. Che si sanno essere due società dei Caraibi. Questa volta è Roma a sbagliare l’indirizzo.

E le denunce dall’interno della Rai contro gli appalti ingiustificati ai nuovi congiunti di Fini, il cognato e la suocera? Quelle sono state portate a mano dagli avvocati.

In una domenica in cui gli arbitri non fischiano i rigori, l’Inter beneficia a Palermo per ben tre volte di questa misericordia. Ma i grandi giornali milanesi, “Gazzetta”, “Corriere”, hanno spazio solo per i rigori non fischiati agli altri, la Juventus eccetera. Il “Corriere della sera” dà anche spazio al presidente del Palermo, che dice l’Inter strapotente. Ma illustra in dettaglio, con foto, e accurate didascalie, i mancati rigori degli altri, la Juventus eccetera, non quelli dell’Inter.
Se non avessimo visto la partita non sapremmo mai cosa è successo. Anche perché nessuna Dda intercetta l’Inter per sapere come si compra le partite. È insomma inutile leggere i giornali. E bisogna anche rivedere le origini del capitalismo, se non sono le bugie e omissioni, insomma il peccato.

Tom Mockridge, l’uomo di Murdoch in Italia, scrive una lettera contro i monopoli televisivi, cioè contro la Rai e Mediaset. E il “Corriere della sera” gliela pubblica tal quale. Mezza pagina. Ecco dov’era la libertà d’espressione, con Murdoch. Che ha il 100 per cento del satellite, e fattura più di Mediaset e del della Rai.

Quando la Rai e Mediaset protestano, il “Corriere della sera” immortala un guasconissimo Mockridge con Al Gore, l’uomo di tutte le cause. Che perse le elezioni contro Bush per i sarcasmi delle tv e dei giornali di Murdoch, contro di lui.

Murdoch ha in Gran Bretagna il 40 per cento del mercato dei giornali, compresi i più venduti, “Times” e “News of the World”, e il 40 per cento del mercato tv. Ma i giornali liberali britannici, “Guardian”, “Independent”, non hanno sdegno che per l’Italia, qui c’è il vero monopolio. E non siamo sicuri nemmeno che Murdoch li finanzi.

Dal sole al vento, le energie alternative risultano, anche se a malincuore per l’apparato repressivo, il focolaio della corruzione, un vero e proprio trojajio, tanti sono i soldi pubblici, italiani ed europei, a disposizione: affaristi, sviluppatori, assessori, governatori, mafiosi, P 3, e comprese le anime candide, sin ruba anche senza volerlo. L’inutile eccita sempre il malaffare.

Il Milan perde sonoramente contro una neo promossa e Berlusconi dice che è colpa dell’arbitro comunista – un tempo si diceva cornuto, ora non si può. Anche Moratti si lamenta, non del proprio arbitro ma di quello della Roma, che non ha punito severamente la squadra di Totti. Non dicono però l’essenziale: ora che la Juventus è in disgrazia, chi paga gli arbitri contro le squadre milanesi? Il Chievo? Forse, il Catania, anzi sicuramente, lì c’è la mafia.

Ma il calcio ci unisce: la battuta di Berlusconi si segnala perché il campionato ne è indenne. Il calcio è unitario, lascia fuori comunisti e berluscones, i Travaglio, i Santoro, e gli odiosi distinguo della Lega. È l’unica “istituzione” unitaria – perfino la chiesa è divisa, piena di politicanti, seminatori di odio.

Ma, poi, perché i campionati li vince solo Milano? Forse per questo il calcio è indenne agli odi.

mercoledì 22 settembre 2010

La calata dei guelfi sconquassa Unicredit

Il ritorno del guelfismo, contro l'"impero". La fine dell’equivoco che Milano coltiva della Lega buona amministratrice. L’uscita di Hvb e Bank Austria: tedeschi e austriaci non vogliono essere annegati nella gestioe unitaria. La fine della banca europea, anche i polacchi e i croati vorranno contare. Il ritiro dei libici, che nom mettono i soldi dove non sono graditi. Lo sfascio dei delicati equilibri del sistema Mediobanca (Generali, Telecom Italia, Rizzoli-Corriere della sera): al contestato fronte Libia-Ben Ammar sono legati i soci francesi che hanno assicurato stabilità nell’ultimo decennio, e tutti sono legati a Geronzi. In una ristrutturazione che deve portare alla fuoriuscita di molti dipendenti, specie su Roma. Con la possibile fine delle fortune politiche di tutto il centro-destra nel Lazio e al Nord, Unicredit è un caso Alitalia moltiplicato per dieci: l’azionariato diffuso del gruppo bancario è stimato in 500 mila persone, di cui 400 mila in Italia, a fronte dei 40 mila dell’Alitalia, che hanno appena sborsato uno dei sette miliardi di aumento di capitale nell’ultimo anno e mezzo.
Sono tutti esplosivi, e tutti negativi, gli scenari che la cacciata di Profumo apre. Non per l’uomo, che certamente è sostituibile, ma per il perché e il come, indegni di una banca. Tanto meno della prima banca in Italia, in Austria e nell’Est Europa, e della seconda in Germania. Si può anche vederla nell’altro modo, che la politica si riprende la banca, la vecchia politica dei piccoli potentati democristiani, padani, austriaci, bavaresi, ma non è una soluzione che possa stare sul mercato: il riassetto della governance interna avrebbe dovuto avere un altro iter e un’altra conclusione che l’affermazione dei “diritti” delle fondazioni. Cinque ore solo per un comunicato, peraltro breve e sgrammaticato, dalle otto all’una e mezza di notte, danno la misura dell’abisso in cui i nuovi vecchi padroni hanno precipitato la banca.
Lo scenario politico è condizionato al grado di lucidità dell'opposizione, quindi può anche rientrare. La scomparsa dei patrimoni d'altra parte non è una novità a Milano. Ma la politica comincia a pagare per questo, dalla Parmalat in poi, e l'operazione Unicredit è di una gravità assoluta. Basta immaginare i consiglieri delle fondazioni coi denti aguzzi, e gli artigli già sul malloppo: i Palenzona, Calandra Bonaura, Li Calzi, l’indagato Biasi sotto i baffi di Castelletti, per sapere cosa in realtà è successo. Con l’abbrivo della Banca d’Italia di Mario Draghi. Per lasciare la banca più grande senza management: il presidente non può gestire la banca, ci sono regolamenti che non lo consentono - anche se il “gesuita” Draghi finge d’ignorarli, e lascia scrivere il contrario (Rampl tra l’altro dovrebbe governare assistito dai vicepresidenti, cioè anche da Bengdara, il governatore della Banca di Libia...).
Lo spettacolo è unico, ma di insipienza e incapacità: cacciare l’amministratore senza averne un altro, l’amministratore della più grande e più composita banca, uno che è riuscito a pagare il dividendo anche nella crisi. E la protervia: tutti hanno brindato e brindano, anche se perderanno gli utili e intaccheranno il capitale. “Ora finalmente posso contare”, gongola da Palermo un professor Puglisi, non altrimenti noto che come presidente della Fondazione Banco di Sicilia. E da Verona il sindaco. Che non conta nulla, la Lega è sempre più un bluff. Ma si chiarisce la natura delle fondazioni, sempre e solo politiche. Facendo giustizia delle autorappresentazioni liberali e liberistiche che le fondazioni esibiscono, soprattutto fastidiose quelle di Guzzetti e dei suoi giornali milanesi. Sono un soggetto confessionale anzi, come lo ha sancito con sentenza della Corte costituzionale l’allora giudice Zagrebelsky, uno dei santoni del nuovo guelfismo.

Quelle facce un po’ così

Per un navigatore è una sorpresa, non se ne vedono più. Non così concentrate. Non al vertice della più grande banca italo-germanica: si rovescia la civiltà dell’immagine e la storia, e questa vaga cultura pop metropolitana, di superficie, urbana, levigata, indistinta, che fa il millennio. Facce un po' così, verrebbe dire, alla Paolo Conte, se fossero simpatiche. Sono le facce, una ventina, del consiglio d’amministrazione Unicredit che tanto sconquasso hanno provocato. Tutte odorano, anche se non è possibile, di culatello, baccalà, weisswürstel, cibi robusti, e dell’umidità della bassa, delle lagune, dei boschi alpini. Anche le biografie, che la fotina aziona, fanno impressione: sembra che queste persone, pure in età, non siano mai uscite dal paese, anche solo in gita, da Treviso, per dire, a Malo. Il trionfo della provincia - ecco cos'era la garnde multinazionale, un accozzaglia di paesoni.
Tra essi ce ne sono tre o quattro che hanno una personalità e uno status ben metropolitani: Manfred Bischoff, della Daimler, l’ex ministro delle Finanze tedesco e consulente del Vaticano Theo Waigel, lo stesso presidente Rampl. Ma non mutano l’impressone generale di questa che pure dovrebbe essere la prima multinazionale bancaria, col 60 per cento del capitale collocato all’estero, una cosa da fantascienza. Perfino il rappresentante, peraltro italianissimo, di Allianz riporta al bar della piazza. Un po’ è l’effetto delle fototessere, che tutto riducono alla faccia. Ma, quando Unicredit sarà dissolta, e il lutto delle perdite elaborato, bisognerà rifare la storia di chi sta facendo la storia in Italia. Si dichiari pure futurista come è ora la moda.

Soldati come il parmigiano, era cattolico

Due testi teatrali di Soldati adolescente, rappresentati in collegio, due testi “inutili”. Se non per documentare la precocità di Soldati, l’iperletterarietà di uno scrittore ritenuto svagato e occasionale, pieni come sono di echi e rimandi. E salvarlo dai suoi amici brillanti alla Garboli, essi sì svagati: “Soldati è uno scrittore dell’Ottocento, con anima di uno scrittore del Novecento”. Il Novecento si conferma “da rifare”, ma non per l'ovvia discendenza dall’Ottocento (e dal Settecento, e dal Seicento…). Se un testo altrettanto mediocre che “Il procuratore di giudea” di A. France fa invece parte della grande letteratura, pregiato da Sciascia e dagli esoteristi in Francia, benché antisemita, mentre il ragazzo Soldati deve giustificarsi. Il bello della pubblicazione è il lavoro di contestualizzazione che ne fa Giacomo Jori – questa è la vera narrazione. Dettagliato nei più remoti recessi, e suggestivo. Ma anch’esso, nell’essenziale, al di qua delle censure del secolo passato. “Occorrerà cogliere meglio la cultura religiosa donde discendono, nel loro dissimulato engagement, i titoli, i testi, del Soldati maturo, La confessione (1955), La messa dei villeggianti (1958), El paseo de Gracia (1986)”, conclude Jori. Ma intende: Soldati si giustifichi. Eppure Soldati non sarebbe, non è, un’eccezione, è uomo di fede a suo modo Manzoni, e uomo di fede a suo modo Leopardi, che pure era un mangiapreti – Soldati lo dice bene nel racconto “Natale giansenista” che Jori richiama: “Manzoni credeva di credere ma in fondo non credeva, era soprattutto superstizioso e temeva l’inferno. Leopardi, al contrario, credeva di non credere e invece credeva”. Singolare anche che, dovendo ammettere la religiosità di uno scrittore, si debba sempre connotarla di protestantesimo (anche se esercitata, nel caso, dai gesuiti…). È come per il capitalismo: Lutero è meglio del papa. Senza essere protestanti. Così, per la sudditanza ormai connaturata Sud-Nord: anche il parmigiano tra un po’ sarà inferiore al parmesan? 
Mario Soldati, La madre di Giuda, Pilato, Aragno, pp. XLIX, 111 , con ill., € 12

martedì 21 settembre 2010

Però, essere comunisti era bello

Giuseppe Leuzzi
La recensione più vera di questo libro di cose viste vittorughiane è nella foto con cui il “Corriere della sera” ne ha illustrato domenica l’anticipazione da parte di Paolo Franchi. Vi si vedono Mario Pirani, Sandro Curzi e Italo Calvino nei loro trent’anni, splendere a un qualche convegno sovietico – con le solite tre compagne multirazziali. Quella foto è una storia, e l’interpretazione della storia stessa: come si poteva essere comunisti negli anni Cinquanta, senza nuvole né tanfi di zolfo, in allegria, con fiducia, leali e onesti. Che insomma la storia non era segnata. Pirani non privilegia la storia in questa narrazione, non ne fa la critica, ma mantiene qua e là, retrospettivamente, uno sguardo inorridito: “come ha potuto succedere”. Il suo stesso titolo riecheggia la condanna di Furet, “Il passato di un’illusione”. Ma c’era un tempo anche per quello, come c’è nella sua sorridente prosa per i tanti eventi che hanno riempito la sua vita privata e professionale. La giovinezza spensierata, le peripezie della guerra, l’amore per Barbara Spinelli. E il lavoro in Nord Africa come ambasciatore di Mattei, specie per e attorno agli algerini alla fine della guerra d’indipendenza, la direzione del “Globo”, la direzione dell’“Europeo”, nella tana, questa sì sulfurea, della Rizzoli di Tassan Din, l’incontro con Scalfari e la fondazione di “Repubblica”.
Alle soglie di “Repubblica” Pirani si ferma. Mentre poteva essere il capitolo più interessante, cioè attuale: cosa doveva essere e cosa è il giornale. E con esso questo ventennio sconclusionato di pretesa Seconda Repubblica, che è un argomento su cui invece più volte ritorna con fastidio, e di cui il giornale è protagonista. È stata, ed è, scena di troppe indecenze, questa “rivoluzione all’italiana”, il riassetto politico propiziato e cavalcato da Mani Pulite. Pirani se ne dice qua e là è indignato, pur nella misura che è la sua cifra, ma si tratta di un fenomeno ormai durevole, i cui presupposti andranno rivisti.
Ha indole serena, Pirani. Sempre garbato, quale i lettori di “Repubblica” lo apprezzano. O l’equilibrio coltiva, per sua intima saggezza. E tale è la sua prosa. Che apparentemente evita la storia canonica, lasciandola sullo sfondo: lui preferisce soffermarsi sui particolari minimi, le cosiddette scene di vita vissuta. È l’esito dell’ironia, seppure lieve, dello sguardo sempre curioso, e quindi partecipe, ma distaccato. Ma ne ricava una diversa forma simpaticamente aneddotica, dando spessore a persone e cose di rilievo trascurate, le tante donne di Altiero Spinelli, la sua famiglia cioè, e il lavoro dentro l’Eni, o a particolari che potrebbero sembrare irrilevanti, una scelta professionale, la costituzione di un gruppo redazionale. Da giornalista che non ambisce ad altro titolo. E tuttavia con forte piglio narrativo.
Mario Pirani, Poteva andare peggio. Mezzo secolo di ragionevoli illusioni, Mondadori, pp. 430, € 20

Spiacevole, la scienza della letteratura

Il fine della letteratura – della poesia – è il piacere, opina Barthes già nel 1967 sul “Times” letterario (“Dalla scienza alla letteratura”, che introduce questa raccolta). Ma ha scritto centinaia, migliaia, di pagine inutili, spiacevoli. Sullo scrivere lettere. sul pieno che è il vuoto. E il vuoto che è il pieno. La diatesi. E lo shifter? Questo, è vero, è di Jakobson. Fra le diatribe ormai stucchevoli sui quattro moschettieri, Flaubert, Proust, Balzac, con un pizzico di Stendhal – più l’onnipresente Sollers. Fra testi certo memorabili (qui “La morte dell’autore”, “Il neutro”, “Brillat-Savarin”), ma per far rimpiangere il tempo perduto. La linguistica cosa lascia? I socioletti acratici. Alla fine l’aveva detto lui stesso nel 1973 in conferenza ai lunedì letterari italiani: “Non conosciamo bene né la fisica, né la dialettica, né la strategia di ciò che chiamerò la nostra logosfera”. Resta vero ciò che era vero: “La linguistica della connotazione… non è ancora costituita”.
Roland Barthes, Il brusio della lingua

lunedì 20 settembre 2010

Si parla di Profumo, ma Bazoli mira a Geronzi

“I libici non c’entrano, ce li ha contro perché non li ha”, cioè non li paga: è sprezzante il commento in Unicredit all’assurda crociata dei maggiori giornali contro Alessandro Profumo. Non nuova, periodica. Quella in corso prende a pretesto la presenza dei libici nel capitale, di cui la Banca d’Italia attende come da routine che precisino la consistenza delle quote. Chiedendo che Profumo ne fermi la crescita. Cosa che, evidentemente, non può fare.
Una crociata che finirà come le altre nel nulla, dopo un po’ di malevolenza, e di speculazioni. Le dimissioni di Profumo sono l'ultima cosa che Milano si attende, più facile è che domani Profumo chieda lui agli altri soci della banca presenti in cda che precisino le loro riserve. E tuttavia questa volta c’è di più: la crociata si proietta nell’eterno rimescolamento della finanza milanese, con Bazoli-Intesa in concorrenza con Profumo-Unicredit sulle eterne questioni di Mediobanca e Generali, e quindi di Cesare Geronzi (che peraltro dell'ingresso dei libici nel capitale di Unicredit è stato ed è il promotore).
Profumo non parla. Come i libici. La gente di denaro sa che è inutile parlare. Il vice presidente Farhat Bengdara, rappresentante di uno dei due fondi libici, dirà giovedì che non ha intenzione di crescere nel capitale. Cosa del resto che tutti già sanno. Ma che non fermerà la speculazione, o la fermerà, a prescindere. Il vero conflitto, non dissimulato, è quello scatenato da Bazoli contro Geronzi, di cui Profumo è parafulmine.
La battaglia del “Corriere della sera” di Bazoli è tanto inconsistente quanto arcigna. Mette in campo la Lega, ma nessuno in banca sa nemmeno cos’è la Lega. Né ha altri argomenti, a parte appunto gli inconsapevoli libici, e un articolo della “Sueddeutsche Zeitung”. Ma li agita ogni giorno. Non dice che la “Sueddeutsche” è socialista, quindi nemica di Hvd, la banca acquisita nel 2005 da Profumo, che era un feudo cristiano-sociale. Dà voce alle fondazioni, da sempre indecise se cacciare l'eretuco Profumo, il manager anti-inciucio, o continuare a godersene i dividendi. Senza dire che le fondazioni sono confessionali. E mette il presidente Dieter Rampl, ex Hvb, contro Profumo, mentre i due possono solo stare in piedi insieme. Gli argomenti insomma non ci sono. Ma Bazoli non ha perso nessuna battaglia per il potere, e in trent’anni ne ha scatenate molte. Su Generali Bazoli ha fatto molte mosse che poi si è rimangiate, ma sempre guadagnando un millimetro.

Il Nobel dei rifiuti viennesi

Libro sdrucito, che si tiene con spilli “scandalosi”, insomma porno, per il finale naturalmente “memorabile”, insomma alla Krafft-Ebing, che a Vienna è un po’ d’ordinanza: il quarantenne rinsecchito, dominato dalla madre, che diventa una quarantenne resta soggetto ancora da sceneggiare. Le trecento pagine sono molto costruite, e si vede, ma maldestramente o di malavoglia, la vera violenza è questa dell’autrice contro il lettore, con una prosa minore alla Bernhard, e svogliati calchi di vari passi celebri, di Kafka, di Rilke, del “Viaggio d’inverno” di Müller musicato da Schubert. “Il suo hobby preferito è tagliuzzarsi il corpo”, si precisa a metà narrazione della protagonista Erika, divaricando le gambe davanti “allo specchio da barba, a ingrandimento”, partendo “da dove il bosco della donna attende l’ascia in silenzio”.
L’autrice è premio Nobel “per il flusso melodico di voci e controvoci in romanzi e testi teatrali, che con estremo gusto linguistico rivelano l’assurdità dei cliché sociali e il loro potere”. Ma questo non ne è il capolavoro? Il sentore di autobiografia può avere aiutato, per la prurigine: come la sua Erika, Elfriede Jelinek ha insegnato musica, ha vissuto con la madre, ha avuto un padre demente. Anche la madre del romanzo, è tanto assurda che non sembra inventata. O ha aiutato la biografia, la biografia “giusta”, che sembra trabordare sull’opera: la polemica contro Haider, la militanza nel partito Comunista, e un sentore di Olocausto (un padre figlio di un ebreo battezzato, benché “di madre austriaca” dice Reitani nella postfazione – ma non bisognerebbe dire “di una madre cattolica”, o cristiana?). Fatto sta che l’opera è stata coronata con cadenza triennale a fine millennio: nel 1998 col premio Büchner, il massimo per la lingua tedesca, nel 2001 con la palma d’oro a Cannes per l’adattamento cinematografico, e nel 2004 col Nobel. Luigi Reitani, che il romanzo glorifica come un poderoso “maelstrom sociale”, vuole Erika “un rifiuto espulso… che galleggia nell’indifferenza”. Che è un’immagine, involontariamente?, acconcia.
Elfriede Jelinek, La pianista, SE Remainder, pp. 312, € 9,50

domenica 19 settembre 2010

Newman seppellito con l’amico

La pedofilia scaccia l’omofilia? Nessuno ha ricordato, neppure tra gli antipapisti che girano per Londra travestiti da papa offrendo preservativi, che il cardinale Newman che papa Ratzinger beatifica aveva un amico, Ambrose St. John, un oratoriano. Di famiglia baronale ma non bello, a giudicare dai medaglioni, col quale fu in intimità tutta la vita, a partire da Oxford, dal college Christ Church di Orxford. Abitarono a lungo insieme, e con lui il cardinale, il cui motto era “Cor ad cor loquitur”, il cuore parla al cuore, volle essere seppellito. In ricordo di Ambrose, che gli era premorto di quindici anni, il cardinale scrisse: “Ho sempre pensato che il lutto più grande fosse quello di un marito o di una moglie, ma non riesco a credere che ce ne sia uno maggiore, o un dolore più profondo, del mio”.
Nulla di scandaloso evidentemente, all’epoca l’omosessualità era punita per legge. E nulla di scandaloso per la chiesa, che ha concluso positivamente lo scrupoloso processo di beatificazione. Inciderà anche il ritratto che Benedetto XVI ne ha fatto ai giornalisti sull’aereo che lo portava a Edimburgo: “Newman è soprattutto un uomo moderno che ha vissuto tutto il problema della modernità, che ha vissuto anche l’agnosticismo, il problema dell’impossibilità di conoscere Dio, di credere. Un uomo che è stato tutta la sua vita in cammino, per lasciarsi trasformare dalla verità in una ricerca di grande sincerità e di grande disponibilità di conoscere”. E tuttavia colpisce che nulla sia stato rilevato in quella relazione di pruriginoso, dai media che vivono di gossip, nonché dagli antipapi e dagli ateisti. Più che l’elogio tappabocche del papa intellettuale, non sarà che, come per la moneta, un peccato più grave scaccia quello meno grave? Che ora che c'è sotto mano il peccato di pedofilia si dimentica quello di omofilia.
Benché, certo, il peccato sia sempre il sesso. A conferma della nota tesi di Kierkegaard che l’ossessione del sesso è stata introdotta dal cristianesimo, pretendendo di esorcizzarla. Specie nei paesi anglosassoni, è da aggiungere, a opera degli avvocati, una miniera, gli attivisti civili, gli antipapisti e gli ateisti.

Canfora e l’inutilità della filologia

Ottocento pagine sul nulla, il filologo questa volta si è superato. Anche se la suspense è quella dell’editore: perché ha stampato, diffuso, pubblicizzato tale seguito d’insensatezze. Non c’è il papiro. Ovvero c’è, ma non si cos’è. Non c’è la politica, se non l’antifascismo di maniera. Non c’è la politica accademica. Ovvero sì, ma è l’unica cosa che c’è: il baronato e il killeraggio dei concorsi a cattedra. Una miseria che non fa scandalo.
Un esercizio di bravura, non per nulla Canfora è probabilmente il miglior narratore degli ultimi venti o trenta anni (“La biblioteca scomparsa”, “La biblioteca del patriarca”, “Il comunista senza partito”, “La lista di Andocide, “Giulio Cesare”, ”La sentenza”). Ma paradossalmente, il giallo sostanzia l’inutilità della filologia, se è superficiale, opportunistica, indigente nelle sue punte migliori. Cratippo o Teopompo? Che non si sa chi sono...
Luciano Canfora, Il papiro di Dongo

Se non c’è complotto non c’è storia

"Nero petrolio”, un documentario di Rai Uno, ripropone cinquant’anni di oscuri e feroci complotti per l’oro nero. Da Matteotti a Pasolini, due delitti epocali – una buona storia ha bisogno di punti di riferimento solidi. Giacomo Matteotti aveva scoperto la vendita truffaldina dei diritti di ricerca del petrolio italiano a una Sinclair Oil americana, e per questo Mussolini ne ordinò l’assassinio. Lo spiega “con lucidità”, dice il “Corriere della sera”, lo storico Mauro Canali. Mentre un poeta, Gianni D’Elia, e una signora Ruffini, criminologa, si dicono certi che Pasolini fu ucciso per il romanzo “Petrolio”. Per “il famoso appunto 21 (Lampi sull’Eni)”, dice sempre il “Corriere”, che sarebbe scomparso – di cui un altro eminente filologo, Marcello Dell’Utri ha annunciato tempo fa il ritrovamento, ma poi non ce lo ha fatto leggere (in realtà l’appunto è travasato nel romanzo pubblicato, un poco pasoliniano uso della cronaca, nella forma di un pettegolezzo raccolto nel salotto, presumibilmente, della Astaldi). Pasolini sarebbe stato ucciso su ordine di Eugenio Cefis, successore di Mattei all’Eni.
Canali ci ha abituato alle sorprese, scavando negli archivi, dei comunisti che erano fascisti, e viceversa, e degli italiani che erano tutti spie. Scavando negli archivi dell’Ovra, che per statuto è bugiarda, come ogni polizia segreta. Ma neppure l’Ovra sarebbe riuscita a farci credere che Cefis abbia ordinato a Pelosi di assassinare Pasolini – che non scrisse la parte petrolifera di “Petrolio” perché non riuscì a scriverla, ne aveva avuto il tempo. È pure vero che la realtà di Cefis, e del fascismo, è molto più romanzesca di un assassinio. Non è complottarda, e anzi è bene in vista, questo è il punto. Ma se non c’è complotto non c’è storia, non da ora in Italia, dai tempi di Catilina.
Questo forse spiega la mancata unità, o maturazione del paese, il mancato senso della nazione così forte altrove, in Europa perfino nelle nazioni etnica mente divise, Gran Bretagna e Spagna, oltre che in Francia o nella giovane Germania: la mancanza del senso della storia. Indotta dalla povertà della storia nazionale. Tanto piena è di buchi: trascuratezze, omissioni, ipocrisie, anche contro l’evidenza. L’uso della storia è documentato da Gordon Wood in crescita esponenziale nel dopoguerra, insieme con la crescita degli studi accademici e delle cattedre. Wood l’ha calcolato per gli Usa, ma l’Italia non sarà molto indietro. Cosa manca allora? Manca un disciplinare, come per il vino, e ogni prodotto di largo consumo.

sabato 18 settembre 2010

“Sex & the City”, tutto l'eros degli arabi

La rinascita araba sta nelle donne, e questo libro spiega perché non avviene. L’autrice, bibliotecaria a Parigi, parte liberata celebrando la trasgressione, lo hammam, le confidenze tra amiche, i poeti e filosofi erotomani della tradizione. Ma finisce quasi subito sommersa dalla “generalizzata miseria sessuale araba”. Sarà una “Shéhérazade (perché alla francese?) contemporanea” come vuole l’editore, sa di “Sex & the City” e “Desperate Housewives” – sempre surrogati per il mondo arabo.
Salwa Al-Neimi, La prova del miele, Feltrinelli, pp. 103, € 10

Il mondo com'è - 45

astolfo

Capitalismo – Eugenio d’Ors in “Barroco” accomuna “luteranesimo, controriforma e francescanesimo come rivalutatori del senso, e in ciò ben opposti all’intransigenza calvinistica e giansenista”, Montale riepiloga in un articolo pubblicato sul “Mondo”. Il senso delle cose, contro l’astensione, il rifiuto, l’alterigia – il risparmio e il rigore intesi come austerità.
Lo spirito del capitalismo Max Weber trovava, nella sua opera più citata e meno letta in Italia, nel luteranesimo pietista (cui la grande “Storia della letteratura tedesca” di Mittner dà il giusto rilievo), il più vicino al cattolicesimo.

Gheddafi – Condivide con Berlusconi il bisogno di teatro, di presenza scenica. E quindi del “parlate pure di me”, anche se per dirne male: nulla lo smonta. Quando “L’Europeo” nel 1976 lo mise in copertina, su un cavallo bianco, nominandolo “il duce del Mediterraneo”, la posa mussoliniana gli piacque tanto che ne fece comprare tutte le copie che poté per distribuirle gratuitamente negli uffici.
Più di Berlusconi è però imperturbato in questa sua bulimia di scena: la maggiora esperienza del potere, oltre quarant’anni, dopo l’accademia militare in Inghilterra, l’avrà dotato della necessaria freddezza. Specie di fronte alle incapacità o alle fronde interne. Si è presa la responsabilità degli attentati di Lockerbie per non riconoscersi pasticcione o incompetente – Gheddafi è quello che negli anni 1970, e oltre, patrocinava ogni causa persa, dall’Ira ai Sahraui, senza mai contribuire un dollaro o un’arma. Ha contrato duramente, senza dirlo, i mullah all’inizio del fondamentalismo, una trentina d’anni fa: le moschee si spostavano di notte, di chiudevano e si riaprivano. Punisce, minaccia di punire, il comandante della vedetta che ha sparato contro gli italiani, ma giusto per far capire al fronte antitaliano che lui è sempre in comando – questo fronte è l’aggiornamento dell’opposizione nazionalista-fondamentalista, sorda ma instancabile.

Moralismo – Vince nelle società in declino, in Italia, Gran Bretagna, Germania, nel Giappone anche. Non in Francia per esempio, o negli Usa. Qui ha accompagnato il declino,m da Nixon a carter, ma è stato accantonato nella fase ascendente, da Reagan in poi.
Non porta benefici, favorisce la curiosità malsana e la depressione, ingigantisce il ruolo del piccolo (petty) borghese, il cui senso della giustizia è misurato dall’appropriazione. È una prevaricazione della giustizia, da società arretrate, o decadenti.

Sotto tiro mette prima le donne, quelle che si segnalano non essendo attrici, cantanti, modelle. Italia e Inghilterra, anche gli Usa per tradizione, sono spietate contro le donne in politica o in affari, belle o brutte che siano, e contro le moglie degli uomini importanti. Se hanno qualche appeal sono troie, e comunque sono avide e stupide.

Nazismo – Sarà stato una grossa fucina di metodologie per le Pr e il marketing, l’uso strumentale della falsificazione (comunicazione di massa) nel nazismo è stupefacente. Non era lo Stato dittatoriale e cupo del silenzio, tutto al contrario vi veniva detto e amplificato, comprese le cose più turpi, con l’abilità di farne germogliare l’entusiasmo.

Novecento – Sarà stato il secolo del processo, costante, indistinto, interminabile (Kafka). Per la demoralizzazione dell’Occidente (Spengler, J.P.Aron). Per la decadenza (S.Mazzarino).
E del complotto anche. Per via della guerra, costante, generale, suicida (senza limiti). Le due cose sono legate.

Va in archivio proiettato sul futuro, per il balzo nella tecnica, sanità, elettronica, avionica. Mentre è stato l’esaltazione, l’esasperazione, del passato: ideologie, ragione di Stato, guerre di religione, odio di razza, tutte cose note per la loro negatività. Il passato che non vuole passare, per il culto della storia?, rende il futuro impossibile. Il secolo si è per questo chiuso con l’età dell’Acquario, il dilagare della’astrologia e le scienze occulte, passione che è sicuro in dice di confusione mentale. Forse un modo per evitare la follia e la violenza - pulsioni dunque perduranti?
Storicamente l’occulto segna l’inizio, o la fine, di una civiltà. L’inizio di una civiltà è un salto nel buio, che porta terrori (violenze) e religioni. Ma inizio e fine sono un continuum. Se la paura si esprime con i segni della certezza, sia pure astrale, allora è la fine, per quanto lunga, di qualcosa. Per esempio dell’Europa.

Roma – Il suo pittore è Poussin, un francese.

È città molteplice. Un paese da manuale nella Piazza del Ghetto: industriosità regolata, lunghe frequentazioni, tepore, tradizioni. È la selva fuori dalla sinagoga: gabbiani, il fiume, l’isola nel fiume, alberi d’alto fusto d’ogni tipo, nuvole basse nitide e cangianti. Guardando a Nord. A Sud è il Medio Evo. Pochi passi e si è nel Rinascimento: palazzi, piazze, giardini, strade squadrate con vigore. È un’altra Roma anche pochi passi a Nord, è Trastevere. Quartiere di case a cui si aggancia la fastosa rinascenza scientista del Seicento. Che confina con la tonda e calda, misteriosa anche, metropoli vaticana, che esibisce santi e cela biblioteche e pinacoteche, sapienza e bellezza. Ma un censimento è inutile, i dati mutano spesso.

Società di massa – È la società del welfare, del benessere pubblico. Senza scuola, sanità, pensioni e casa pubbliche non è possibile la società di massa: urbanizzazioni accelerate e contingenti, produzioni di massa. Non è possibile neanche la società industriale?
Se arretra lo Stato sociale si disarticola la società di massa. E la società industriale. Altrimenti si produrrebbe un impoverimento generale e un disordine che renderebbero ugualmente perenta la società industriale, ordinata cioè e produttiva.

Totalitarismo – È la forma politica della società di massa, anche in democrazia? Totalitaria è la società, il regime è dittatoriale. Una dittatura si può sovrapporre a una società libera. Una società totalitaria (di massa) può avere istituzioni libere, che considera sovrastruttura. Sono totalitari il linguaggio (semplificazione, demagogia, persuasione occulta), l’etica (del branco), la èpolitica (ridotta all’avere, i “diritti”)

Trapianti – Generalizzati per legge in caso di morte, riportano anche l’uomo nel dominio amorfo della tecnica. Tutto il processo vitale in effetti vi tende: inseminazione artificiale, embriologia, affidamento, chirurgia dei trapianti. Tende alla riproduzione della massa umana in sé.

astolfo@antiit.eu

venerdì 17 settembre 2010

Hoffmann a Milano col birignao

Calchi di Hoffmann. Che si possono leggere come Hoffmann, saltando, non ha urgenza la scrittura, non ha urgenza il racconto. Esercizi di maniera nel 1990, in un mondo di ferro e fumo, che consuma la musica ma non sa inventarla, riadattamenti del birignao. Il “rapporto” tra il violino e il pianoforte ne “Il gigante” potrebbe essere Kleist, “La marchesa di O”, ma si vuole metafisico.
Paola Capriolo, La grande Eulalia

Letture - 40

letterautore

Allusione - È il metodo descrittivo più in uso. È uno svicolamento dalla crisi e dalla depressione, dalla caduta del Muro principalmente, poiché è l’unico accenno scultoreo tollerato. Ha anche una sua sensualità. Ma che ne direbbero Kipling e Conan Doyle? Che è ipocrita. E se insistita neppure divertente: L’ombra, l’indistinzione, portano all’assopimento.

Amicizia – Ne hanno un senso fortissimo gli anglosassoni. Per esempio Hemingway per Pound, o Pound per mezzo mondo (ma non reciprocano i cattolici Joyce e Eliot per Pound, non senza riserve). I Lawrence, T.E. e D.H., Chatwin, et al. Senza far gridare alla mafiosità, come fra i meridionali o per Sciascia – magari a opera dello stesso Sciascia. Semmai all’omosessualità latente, cioè colpevolizzata. Povera amicizia, perché tanto astio?
Si gusta, non si spende. È un banchetto intimo, inesauribile. Ma vuole palato fino.

Fantascienza - È l’iperburocrazia, la burocrazia moltiplicata per mille, la riduzione di ogni evento, tempo, passione, natura, a organizzazione. Fredda perciò, repellente. La fantascienza di successo è quella che introduce i sentimenti, cioè l’individuo: il rapporto col padre (la Forza), l’angelo custode (Schwarzenegger), l’agnizione tra fratelli, amici, innamorati: in un mondo siderale questi rapporti semplici diventano emozionanti.

Flaubert – “Alla virtù delle donne, ci credo più io di tanti campioni di moralità, perché credo all’indifferenza, alla freddezza e alla vanità di cui quei Signori non tengono conto”. È uno dei primi appunti di Flaubert adolescente. Forse scorretto – ma chissà, un secolo e mezzo di psicologia non ha dato di meglio – ma ben precoce: un critico di “Madame Bovary” non potrebbe essere più appropriato.

Letteratura – “La vita letteraria”, dice Baudelaire a proposito di Poe nei “Paradisi artificiali”, è il solo elemento in cui possono respirare certi essere declassati”.

Lettura - Si legge molto ai bambini, ne sono ingordi. Si legge, pare, ai malati – Arbasino racconta che gli amici si davano il cambio per leggere a Gadda sul letto di morte, che li guardava con gli occhi sbarrati. Si legge, per intendersi, narrazioni, non notizie o altri articoli di giornale. Ad alta voce. A opera di qualcuno per qualcun altro. Si leggeva ad alta voce, le mamme leggevano, le nonne, in famiglia la sera prima dell’elettricità. Si leggeva nei collegi salesiani a mensa a pranzo, per i primi quindici minuti. A pranzo e non alla cena, più breve. Uno leggeva su un palchetto, gli altri dovevano mangiare in silenzio.
Ho vissuto le letture familiari. E sono stato uno dei lettori ai pranzi in collegio, per anni, ma non ricordo null’altro di quelle letture. Se non, vagamente, che erano letture di avventure, certamente non di edificazione, fossero pure le vite di san Domenico Savio o di san Luigi Gonzaga (ma questa era tutta la pedagogia salesiana allora: non edificante). Erano forme di colloquio muto? O un ronron, una musica di sottofondo? Un modo per evitare, con gli schiamazzi, le turbolenze, e l’inevitabile rifiuto del cibo? La lettura si assapora silenziosa.
Anche il coinvolgimento degli altri, familiari, amici, nelle proprie letture non funziona. Si divaga, e si finisce nella disattenzione, si perde il filo. La lettura è un colloquio di se con se stessi, divagante, annoiato, svagato.

Manzoni – Secondo Pound (“Lettere da Parigi”, p.48) è a Flaubert che bisogna affiancarlo: “Dal quale confronto risulterebbe inferiore, o almeno credo, essendo il suo principale e unico difetto di essere piuttosto noioso, anche se eminentemente meritorio”. Aveva lo stesso gusto della passione giusta, e la passione fredda. Senza il cinismo, però, né la fregola.
Ma è Stendhal il suo specchio, col quale condivide l’età, storica se non anagrafica, il gusto romantico della storia, e la passione per Milano e Parigi insieme. Uno è però napoleonico, provinciale, avventuroso e sradicato, l’altro cosmopolita radicato, provincializzato perfino, per passione conservatrice, per rifiuto del mondo. “Il francese risorse dopo Stendhal”, nota lo stesso Pound (“Carte da visita”, 53), “che scriveva male”. L’italiano inaridì col perfezionista Manzoni.

Nietzsche – Non crede in Dio, ma nel diavolo sì. Nichilismo povero, erede di Hegel e Hölderlin ragazzi.

Proust – I proustiani non si lasciano toccare, rifuggono il contatto fisco. Ma amano le cose: sedie, fiori, quadri, gioielli. Non si può dire cioè che vivono di fantasia. Anche i personaggi devono essere “qualcuno”, a chiave vaga, per il diletto della ricerca. Sono solipsisti ancorati al possesso, che onorano, borghesi.

Il Novecento sarà stato Proust - con Joyce e Musil: l’alluvione incontenibile dell’io narrante, prospettiva, entità e tutto, nella quale ovviamente la storia e gli eventi, pure tragici, inverecondi, si stemperano. Non bastano cinquecento pagine per dare rilievo a Albertine, oltre alle centinaia sparse qua e là, al di fuori della psico-sociologia dell’epoca, fine secolo datatissimo, soprattutto nel modo d’essere delle passioni, dalla gelosia allo snobismo, on aggiunte di maschiettiamo dopoguerra. Alle genericità rimediandosi con le trasgressioni da campionario clinico, alla Krafft-Ebing.

Romanzo – Quello italiano è debole perché l’Italia è elusiva. Da Gianni Agnelli al parroco di paese è una gara a nascondersi, dissimulare il proprio ruolo, le ambizioni e le passioni. Il romanzo nazionale italiano, quello di Manzoni, naviga tra figure di scarto e moraleggia, perfino nelle parti liriche. Manzoni rispecchia l’Italia, o l’ha fatta?

È francese, ed è d’amore. Dopo essere stato per alcuni secoli di cavalleria, e di galanteria.
Anche altre letterature hanno ottimi romanzi, e su più generi, d’avventura, storico, poliziesco, ma li chiamano in altro modo, novel, tale, novela. Italiano e tedesco hanno ripreso la locuzione francese per recente sudditanza culturale. In inglese e in spagnolo romance ha significato limitato alla locuzione originale franco-provenzale, di romanz come genere cavalleresco e di fantasia.

Saba – Scrittore melenso – e personalità perfino poco simpatica. Tipico caso di autore che è il suo critico: Saba in realtà è Giacomo Debenedetti.

Sciascia - È manzoniano, quindi antimeridionalista: è narratore raziocinante, costruito. Come Manzoni, è il problema del potere che lo agita, non la violenza, o la bellezza, l’amore, la natura, la morte.
Sciascia non aveva la grazia. Ma neppure Manzoni, se lo si guarda dentro, ce l’ha. Manzoni in più ha una buona dose di humour. E grande cultura storica, nonché esperienza di vita e cosmopolita. Mentre Sciascia sa raccontare.
Ma perché Sciascia dovrebbe essere Manzoni? È lui che se la tira.

Stendhal – L’amore vuole estetico – la cristallizzazione: “Basta pensare a una perfezione per vederla nella persona amata”. E riservato ai gentiluomini, con rendita: ne esclude chi non ha cultura e chi non ha loisir: il selvaggio, l’affannato. Purché di sesso femminile: solo la “donna sensibile” è capace di “non provare piacere fisico se non con l’uomo amato”, l’uomo no, “perché egli non si trova a dover sacrificare il proprio pudore che per pochi momenti”. Compreso il secentesco colpo di fulmine: “La donna che ama trova troppa gioia nel sentimento che prova per riuscire a fingere”, a fingere l’indifferenza, mentre “la diffidenza rende impossibile il colpo di fulmine – la virtù maschile, cioè”.
Galanteria? Stendhal è il romanziere-uomo, per il quale l’amore, e le storie d’amore, sono l’unica storia possibile.

Teatro – È il miglior mezzo di propaganda, la rappresentazione convince meglio dell’argomentazione. Anche fuori scena: sulla strada, alla tv. Tutto il contrario della razionalizzazione weberiana. Aveva ragione Rousseau, il teatro corrompe. Rousseau che scrisse per il teatro. Anche Marx ci ha tentato.

letterautore@antiit.eu

giovedì 16 settembre 2010

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (68)

Giuseppe Leuzzi

Un solo Procuratore della Repubblica a Enna, per settemila procedimenti penali l’anno, 35 per ogni giorno di lavoro, in una zona mafiogena. Mentre a Trani, alla periferia di Bari, nove Procuratori si crogiolano aspettando d’intercettare il nome di Berlusconi al telefono.

La città distingue il Nord dal Sud, più che ogni altra morfologia. Al Nord è una capanna, copertura, al Sud è apertura. Il Sud si protegge con la piazza. Che però è poco rimedio, che incessantemente catapulta fuori – è in questa mancanza di riserbo la “nevrosi” del Sud?

Le generalizzazioni etniche sono più spesso negative, la similitudine, la napoletanità, anche se inalberate con orgoglio. Sono scarti regressivi, innestandosi in una situazione di dipendenza che non ribaltano e anzi aggravano. La differenza si connota positivamente nell’unità di intenti, o civile, o sociale, o culturale. Altrimenti è separatezza, fondamentalmente ostile.
Le generalizzazioni, rileva Gershom Scholem in “Teologia e Utopia”, sottintendono o sottolineano non la diversità ma un senso di ostilità. È vero e rilevabile di ogni stereotipia, non solo di quella (anti)semita. Un napoletano e un toscano sono diversi e l’hanno sempre saputo La napoletanità scatta quando il toscano non ne può più.

Scrivendo nel 1957 per il “Corriere della sera” le impressioni di un suo viaggio in Calabria, Bernard Berenson novantenne, ha una fresca idea: il problema del Meridione è il contadino. “Il tipico Mezzogiorno, cioè l’Italia al di sotto di una linea idealmente tirata da Salerno a Lucera, soffre più del fatto che vi manca il contadino vero e proprio che non dell’assenteismo del padrone dei fondi… Buon numero di aziende agricole darebbero migliori risultati se nel Mezzogiorno esistesse un effettivo contadinato. E con ciò intendo gente che di genere razione in generazione vive volentieri sopra al pezzo di terra al quale presta la propria opera manuale, che lo ama e lo preferisce a qualsiasi altro… In Toscana, non è raro che poderi siano coltivati dalla medesima famiglia per più di due secoli; poco di simile si riscontra nel Mezzogiorno”. Il Sud ama il possesso, non la terra – l’agricoltura.
Come creare un legame con la terra, si chiede poi Berenson. Con la riforma agraria ci vorranno tre generazioni, si risponde. Cioè oggi. Oggi effettivamente si comincia a vedere gente che ama la terra che coltiva, e sta imparando a fare l’olio e il vino che sempre ha prodotto.

“Questi boschi così temuti, in effetti non solo sono poi così tanto,e questi famosi briganti calabresi sono come i bastoni ruotanti di La Fontaine: da lontano sono qualcosa, da vicino non sono niente”. A un certo punto del suo viaggio a piedi, quattromila miglia nel 1830, per la Calabria e la Sicilia, il ventiseienne ginevrino Charles Didier colloca questa osservazione. Che è sbagliata, i briganti ci sono e c’erano, ma è vero che da vicino sono solo briganti. Il timore-che-non-è-vero-timore, però, il pregiudizio o voce pubblica, non è senza effetto: “Il terrore che ispira rende il calabrese cattivo, perché niente demoralizza di più popoli e individui del disprezzo e dell’odio pubblico”.

Pentiti
Lo sbirro e il criminale s’incontrano, si sa. Ma Juenger sa che s’incontrano in modo speciale (“Entretiens” con J.Hervier, p.133): le due figure “si ricongiungono nella figura dell’onorevole corrispondente, del confidente, come lo si chiama, che è metà poliziotto e metà criminale”

C’è sempre un superteste nel giustizialismo, ma a confermarne la natura perversa (illegale, golpista). Se il superteste è una persona onesta, che ha denunciato i delitti per tempo e non è stato creduto, è in realtà un testimone a carico dell'apparato repressivo, forze dell'ordine, giudici, giornalisti a cui si è rivolto. Se è un supertestimone dell’ultima ora è, nella migliore delle ipotesi un mitomane – ma di solito è un profittatore. Oppure è l’equivalente della lettera anonima: uno che apre e tiene vive alcune tracce, senza l'obbligo di certificare le sue affermazioni. E anzi tanto più può aggravarle in quanto è garantito dall'impunità.

Testis unus testis nullus” è – era - uno dei principi fondamentali del diritto.

Calabria
“Ricordiamo lo sperimentalismo di Francesco Leonetti” è quanto il poeta cosentino, animatore di “Officina”, corrispondente di Pasolini, si merita nella pur attenta “La letteratura calabrese” di Antonio Piromalli. Scarsa è l’autostima dei calabresi.

Giovanni Paolo Parisio (“Aulo Giano Parrasio”) insegna a Milano otto anni. Molti calabresi nel Cinquecento, e ancora nel Seicento, sono precettori nelle famiglie ducali dei Farnese e dei Gonzaga, e nelle università di Milano, Padova, Roma. E ancora nel Settecento – Casanova (recalcitrante) e Metastasio (riconoscente e perfino sentimentale) vi fecero parte della loro educazione, localmente, recandosi in Calabria.
Nessun milanese o padovano è mai venuto a insegnare in Calabria. Giusto Lombroso, che insolentiva i calabresi, e Morselli, che ci fece il servizio militare, di guardia al bidone.

Galluppi ha riaperto l’Italia alla filosofia. Introducendo in Italia Kant, seppure con lettura “faticata e parziale” (Firpo). La cattedra di filosofia a Bologna fu tenuta dal 1862 per mezzo secolo da tre calabresi: Francesco Fiorentino di Sambiase, Francesco Acri di Catanzaro, G.M. Ferrari di Soriano.

Verga giovane, con il denaro datogli dal padre per concludere gli studi, pubblicò a sue spese il romanzo "I carbonari della montagna" (1861- 1862), un romanzo storico che si ispira alle imprese della Carboneria calabrese contro il dispotismo napoleonico di Murat. Che più non si edita.

Umberto Zanotti Bianco, il miglior conoscitore dei problemi della Calabria, in particolare dell’Aspromonte, negli anni 1910-1920, è un piemontese. Che si avvicinò alla regione un po’ sull’emozione per il terremoto del 1908, e un po’ per l’archeologia, col suo amico Paolo Orsi.

Del patrimonio bizantino in Calabria trattano per la prima volta negli anni 1820 August Friedrich Pott, il pioniere della linguistica, futuro specialista del romanì, la lingua degli zingari, e Karl Witte, che sarà famoso cultore di Dante. Un secolo dopo ne tratta Gerhard Rohlfs. Tre tedeschi.
I greci di Calabria erano liquidati come “tamarri”, parola poi entrata nell’italiano corrente, e “pajechi” o “paddechi”. Due termini che il vocabolario di Rohlfs registra nel significato di “uomini rozzi, villani zotici, e stupidi” – e di cui non sa trovare l’etimo (ma il secondo non è uno spregiativo per ragazzo, pais-paidòs?)
La grecità si riscopre in questo scorcio di millennio con i fondi europei propiziati dalla Grecia per festival e restauri.

C’è una cospicua “materia d’Aspromonte”, un ciclo cavalleresco attorno alla montagna, intesa come ultimo baluardo della presenza bizantina da conquistare, nei secc. IX-XI, poi sfruttato dai normanni, e nel tardo Quattrocento-primo Cinquecento, dagli Estensi e da altre signorie quando si vollero trovare antenati illustri. Un ciclo pieno di versioni e diversioni, sull’originale di un troviero normanno, come i più noti Reali di Francia e la materia di Bretagna, o arturiana. Ma è ignoto in Calabria. Lo hanno studiato un giovane olandese per la sua tesi di dottorato nel 1937, Roelof van Waard, “Études sur l’origine et la formation de la chanson d’Aspremont”, Groninga, e il toscano Marco Boni sessant’anni fa, nella volgarizzazione di Andrea da Barberino. L’uno lo inquadra nell’itinerario del pellegrinaggio in Terra Santa, Boni nel ritorno al volgare dopo l’umanesimo dotto, nella scorrevole ottava toscana.
Carmelina Siclari, che da Reggio ne ha tentato la lettura e la contestualizzazione storica, non è potuta andare oltre un breve saggio per le edizioni Novecento, e un’edizione (autoedizione?) sconclusionata di una delle edizioni del Quattro-Cinquecento - quella, si presume, redatta per gli Estensi.

leuzzi@antiit.eu

Flaubert Bovary a diciott’anni

“Il racconto dei primi battiti del cuore”, a quindici anni, scritto a diciotto, con trasporto, dà questo risultato tra i pensieri: “Quanto alla virtù delle donne, ci credo più io di tanti campioni di moralità, perché credo all’indifferenza, alla freddezza e alla vanità di cui quei Signori non tengono conto”. Fra tante banalità – la letteratura teen-ager non decolla, scritta dai teenager – il giovane “pazzo” sapeva già Bovary. In quanto Federico, nell’“Educazione sentimentale”, sarà “l’uomo di tutte le debolezze”, sfrontato ma timido. E, aggiunge Thibaudet, “l’uomo che sogna la sua vita”.
Gustave Flaubert, Memorie di un pazzo, Ricordi, appunti, pensieri intimi

mercoledì 15 settembre 2010

Problemi di base - 37

spock

Se Dio è creazione dell’uomo, come si sa, perché pretende di averlo creato?

La prova dell’esistenza di Dio non sarà la prova dell’esistenza dell’uomo?

Lo scrittore scrive. È dunque intransitivo?

Gli studenti scrivono: non c’è cesso di studenti, della Biblioteca nazionale di Roma, della nuovissima Lettere di Catania, dell’Accademia di Brera, che non inneggi a cazzi, puttane e culi, con contorno di ispidi graffiti, malgrado i costanti lavaggi e le colate di cementite. Sono freudiani. E le studentesse?

Sono gli studenti al cesso che hanno creato Freud, o è Freud che ha plasmato gli studenti?

Il partito del Sud di Berlusconi ci è o ci fa (il canovaccio, la commedia dell’arte)?

Che fine ha fatto la famiglia di Fini? Hanno rivinto la lotteria?

Chi paga gli arbitri, adesso che la Juventus è in disgrazia, contro le squadre di Berlusconi e di Moratti? Il Chievo? O il Catania, la mafia?

Perché i campionati li vince solo Milano?

Moratti e Berlusconi vogliono dare ragione a Moggi – “i campionati li può vincere solo Milano”?

spock@antiit.eu

Il bacio a Riina e l’eredità di Berlinguer

Il 26 settembre di quindici anni fa cominciava il processo per mafia a Andreotti. Durerà una dozzina d’anni e si concluderà con un’assoluzione. Che si poteva prevedere. Ecco cosa se ne poteva scrivere a ragion veduta alla vigilia del dibattimento:

“Il processo a Andreotti capo della mafia è in realtà un processo al Pci. È grazie al Pci di Berlinguer, al suo gioco di sponda, e grazie alle innumerevoli trattative sottobanco condotte tra fine 1973 e la morte di Berlinguer nel 1984, che Andreotti, notabile romano, è diventato un grande uomo politico nazionale, onorato in Sicilia come in tutta Italia. È Andreotti che richiama Lima, non la mafia (Lima) che cattura Andreotti….
“Il Procuratore Capo Caselli, che ha avviato l’istruttoria contro Andreotti come primo atto del suo nuovo incarico nel 1993, è sostenuto da Luciano Violante, suo ex collega a Torino e oggi leader influente del Pds. È stato Caselli a indirizzare personalmente la richiesta di autorizzazione a procedere contro Andreotti alla Camera dei deputati il 27 marzo 1993. Su indizi labili: solo tre settimane più tardi il pentito Di Maggio parlerà di un bacio tra Andreotti e Riina, e due anni di istruttoria non hanno trovato prove più consistenti di questo bacio. Balduccio Di Maggio, ex autista di Riina, si era peraltro “pentito” mesi prima col colonnello dei carabinieri di Torino Delfino, senza accennare a Andreotti. Si può anche dire il processo a Andreotti una resa dei conti all’interno del Pci-Pds, tra i delfini di Berlinguer e gli uomini nuovi…
“I pubblici ministri del processo a Andreotti, che il capo della Procura, l’onesto torinese Caselli, protegge, i sostituti Sciacchitano e Lo Forte, erano accusati da Rocco Chinnici, il giudice a capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo nel quale erano impiegati, di essere i “manutengoli” di un potentato democristiano che faceva il giudice ed era, a suo giudizio, un mafioso. Lo Forte era chiacchierato per essere legato al Capo della Procura di Palermo che ha preceduto Caselli, Giammanco, lasciando pessima opinione. Ed era stato nominativamente criticato nei diari pubblicati di Antonino Caponnetto e Rocco Chinnici, che invece quella posizione hanno ricoperto con la stima di tutti. Caponnetto indica in Lo Forte uno degli ostacoli, nella Procura di Palermo, all’azione di Falcone e di Borsellino. Chinnici imputava al magistrato, con pessimi epiteti, la mancata attuazione di certe indagini (“Sciacchitano e Lo Forte della Procura”, annota Chinnici in data 30 marzo 1979, “emissari del grande vigliacco e servo della mafia Scozzari”). Si può quindi dire il processo a Andreotti anche una vendetta trasversale Dc. Chinnici, che era un buon cristiano e lui stesso democristiano, è stato fatto saltare nel 1983 con un’autobomba, subito dopo che aveva avviato indagini sui legami tra Procura e mafia di Corleone…”.
Quattro anni dopo, il 7 aprile 1999, Roberto Scarpinato chiederà 15 anni di reclusione per Andreotti. Dopo una requisitoria avviata il 19 gennaio, e svolta per una diecina di sedute alternandosi con Guido Lo Forte.

martedì 14 settembre 2010

La giustizia vittima della giudiziaria

La lettura delle cronache giudiziarie è l’aspetto più deprimente della lettura del giornale. Non le mettessero in prima pagina uno volentieri le salterebbe, meglio perfino la cronaca nera, che di solito viene dopo. In una giornata qualsiasi tocca di leggere almeno una mezza dozzina d’infamie. Il Tribunale di Milano commina l’ergastolo a un diciottenne che ha fatto da palo a un’aggressione finita in un assassinio, e ha ammesso la sua colpa, mentre gli assassini li condanna a diciott’anni, scontabili. Un direttore Rai nominato dal Tar (sì, il Tribunale amministrativo del Lazio nomina i direttore Rai) vuole cacciare il consiglio d’amministrazione. I nuotatori olimpici e mondiali occupano una piscina che la Procura di Roma non finisce da anni di sequestrare, ma ancora non ha detto perché. E poi c’è la berlusconeide. L’incredibile Capaldo insiste che le pale eoliche in Sardegna hanno generato la P 3. I giudici di Palermo fanno sapere che il figlio del mafioso Ciancimino ha dato agli stessi giudici altre carte autografe del padre contro Berlusconi (il padre, invece, come i lettori di questo sito sanno, si era fermato ad accusare Andreotti e il Pci, ma eravamo nel 1995). A Milano l’ennesimo giudice dell’ennesimo processo contro Berlusconi investe la Corte Costituzionale dell’ennesimo caso di legittimo impedimento. Non basta investirla una volta sola? O non potrebbe, uno di questi giudici, condannare infine Berlusconi, e risparmiarci l’afflizione?
Si dice che la giustizia è vittima dei giudici. Del loro misoneismo, dell’autoritarismo, della superficialità, del leguleismo, della loro incapacità di governarsi, insomma della loro incapacità. Ma è demenziale al punto che viene da dubitare dei giudici: impossibile che siano così poveri di spirito. E se invece la giustizia fosse vittima della giudiziaria, delle cronache dei giornali, insomma dei giornali? Perché sono troppe le indicazioni in questo senso. Si sa che le malattie e l’assassinio sempre “tirano”, ma si pensava, fino a qualche tempo fa, che la Rai e i grandi giornali li maneggiassero con prudenza. Vent’anni fa la Rai ci pensava due volte prima di sparare che il tal ministro è un concussore e un ladro. Non per piaggeria, per prudenza. Ora si “spara” di tutto. Anche che, forse, chissà, non si può escludere, potrebbe essere perché no, papa Ratzinger da giovane parroco amò troppo i ragazzi. O da vescovo non punì un pedofilo. O da cardinale coprì i pedofili. E comunque è colpevole di essere papa. Non sul “Grand Hotel”, che peraltro non si pubblica più schiacciato dalla concorrenza, ma su “Repubblica” – la moneta cattiva scaccia la buona? tanto più se queste cronache, invece che "tirare", scoraggiano la lettura del giornale.

Secondi pensieri - (52)

zeulig

Dio – “Dio è nei fiori”, dice Sherlock Holmes a un certo punto. E in Sherlock Holmes? Dio è nella domanda di Dio – nel “discorso” di Dio.

Libertà – È conquista e maturazione: responsabilità, senso civico.
Se concessa alla persona è inquinata dalla riconoscenza (mafia).
Se concessa in massa è merda (sottogoverno, vittimismo), quando non è violenza.

Luce – L’ozono ci protegge da morte sicura che verrebbe dalla luce. La morte arriva attraverso la luce? Simbolo della purezza e dell’ascesi, la luce ha in realtà bisogno di filtri: di ombre, chiaroscuri, intermittenze. La luce diretta è letale.

Piero della Francesca Berenson dice “impersonale”, “impassibile”, come è nella tradizione della migliore pittura, per “l’effetto luce”. È impersonale l’ultima arte, il cinema, dove le presenze sono un fatto di luce.

Materialismo – Si è presunto razionale, Marx, Freud, un po’ anche Darwin, e la scienza moderna applicata (non la fisica teorica, naturalmente). Mentre è l’opposto: una utile, ma oiccola, semplificazione.

Moderno – Il rifiuto o la revisione del moderno porta indietro, a prima della razionalizzazione (M.Weber), dell’economicismo (A.Smith), della secolarizzazione dell’Occidente (Riforma). Ma l’unità preesistente non è più possibile – era già fittizia, e ora sarebbe imitata, l’Europa è piccola cosa, seppure con la coda americana. Ci vorrebbe una nuova “unità”. Come mobilitazione delle “masse”, concetto della meccanica, consumi di massa, comunicazioni di massa, trasporti di massa, non regge più – non regge economicamente, fisicamente.

Morte – Andarci bisognerebbe come un buon mussulmano, ringraziando Allah di ogni evento o cosa la preceda. Non a fronte avanti, come ogni buon occidentale, ma a ritroso. La morte colpirà sempre alle spalle, ma si avrà davanti a sé tutto quello che si è avuto e si è stati, non il nulla. Volendo adottare una postura positiva, che è solo giusta.
La postura occidentale (cristiana) nasce da una scssone dell’originale postura ebraica. Questa è frontale perché, l’ebreo annullandosi in Dio, la vita è anche la morte, non c’è scarto ma semplice trapasso. Per il cristiano invece, la vta essendo una preparazione all’aldilà, cioè all’ignoto, che ha preso le forme d’inferno, purgatorio, paradiso, perfino limbo, la morte è terrificante perché è la porta all’incertezza del giudizio. Da qui anche le antinomie corpo-anima, carne-spirito, vita-aldilà.

Fa paura a molti in quanto è un irrompere dell’imprevedibile. Una sorpresa comunque: forse l’imputridimento (ma senza pena), forse un bell’orizzonte. È u a sorpresa perché per i molti la vita è già morta, abitudinaria, ripetitiva, senza slancio (desiderio, speranza), senza intelligenza.

Nostalgia – È insensata: se uno va via tante ragioni di restare non ne aveva. Con l’eccezione del coscritto e dell’emigrato per necessità. Ne soffriva Ulisse, nomade guerriero bien malgré lui, er di più atteso a casa da una moglie fantastica – fantastica cosmologia quel fare e disfare la tela.
È consolatoria. La memoria opuò anche incattivire: va per accumulo, sia in senso positivo che negagtivo. La nostalgia seleziona al bello, il senso di mancanza riempiendo di consolazioni.

Passioni – Quelle grandi, senza limiti legali o morali, sono realistiche, contadine, popolari, Sono animali, e desuete. Nell’urbanità evaporano: gli amori sono proustiani, stimoli immaginari e inconclusi (autoerotismo), l’incesto è patologico, l’odio materia di avvocati e procedure. La società è formale e non materiale, il singolo e la coppia sono isolati, stretti fra il condominio e il pendolarismo.
Le passioni urbane girano attorno al potere e al prepotere (dal traffico al condominio), le ruberie, la corruzione, l’intrigo, le figlie in carriera.

Purezza – Atto di purezza è la pulizia etnica. Per esempio l’Olocausto. “Inutile” economicamente, politicamente, militarmente, e anzi dannoso. Una “pura” espressione di volontà. Che è razionalmente imbecille: uno spreco immenso di organizzazione e di odio. Ogni atto puro è spreco, cioè imbecille?
Misura della purezza non è, ancora, l’utilità (razionalità pratica)?

Spinoza – È Galileo, l’ordine geometrico, filosofico.
Il suo Dio è piuttosto Socrate, che morì in pace.

Tempo – È il tempo dei tempi, i millenni, i milioni, i miliardi, di millenni: quanto ne richiede la più piccola e ordinaria trasformazione nell’universo. Una misura senza metro.
La sua scomparsa è il segno del tempo (dei tempi).

Mille miliardi di anni luce sono un tempo infinito. Che è un ossimoro: il tempo cioè non esiste. L’infinito è indistinto, come le galassie e i “vuoti” intergalattici, e non ha tempo. Il tempo è lì ma inerte, non trascorre.

Tradizione – Dà l’imprinting. Che è tanto più marcato quanto più forte è la tradizione. La Germania si celebra da mille anni ma è ancora un paese di passaggio: cerca sempre una tradizione solida, dopo essere stata latina, gotica, sassone, franca, liberale, prussiana e imperialista, permissiva, hitleriana. Gli Usa, crogiolo di razze e paese di frontiera, conservano il solido imprinting britannico e puritano.

Era scomparsa cinquant’anni fa. Ora non c’è altro, altro che la tradizione, qualsiasi cosa essa sia, dalla ricerca delle radici alla conservazione delle pietre. È consolatoria: la tradizione è “una bella cosa2, anche se più spesso è trucida.

Uniformità – Ci dev’essere in essa qualche recondito segreto, una resistenza. Un particolare impalpabile, un suono, un’energia, un’onda d’urto, un odore. Ogni cinese riconosce la sua bicicletta nella miriade di biciclette nere parcheggiate attorno allo stadio.

zeulig@antiit.eu

lunedì 13 settembre 2010

Cosa manca ai cattolici? La capacità politica

E se i cattolici italiano fossero incapaci di buona politica? In fondo è di questo che hanno preso atto il cardinale Ruini (grande politico cattolico, però, il cardinale…) e Giovanni Paolo II vent’anni fa con lo sciogliete le righe. Sì, De Gasperi, con la scelta della Nato e dell’Europa, ma De Gasperi era di Trento, e quasi un asburgico. Sì Fanfani, ma il politico del fare, l’unico del resto, è sempre stato indigesto e alieno ai cattolici, Che si crogiolavano, e ancora si crogiolano, di Moro e Andreotti, politici nefasti in ogni altra esperienza, gli archetipi del ponziopilatismo – la sbarra tra le ruote, non vedo e non sento, non c’ero, lo dico e lo nego, le verifiche, il quadro politico, il rinvio, le crisi governative di tre mesi.
De Rita e Antiseri hanno posto sul “Corriere della sera” la “questione cattolica”: un mondo attivissimo alla base ma disimpegnato dalla politica. Il che non è vero, i cattolici sono sempre attivissimi in politica, nel partito Democratico e in quello di Berlusconi incluso. M, questo è il punto, con effetti sempre nefasti, del dire e non dire, del rinvio, del ripensamento, dei rituali vuoti se non per far valere un potere d’interdizione – il potere negativo, di distruggere. Mentre è sotto gli occhi di tutti che i cattolici non sono scomparsi, sono anzi più “padroni” che mai del sociale, dal terzo settore alle banche. Lo sono diventati: la conquista del terzo settore e delle banche è degli ultimi venti anni, quelli della depoliticizzazione.
Con più verità andrebbe detto insomma che i cattolici hanno tutto in Italia, tutte le forme di potere, minimo (associazioni, fondazioni, assessorati), medio (burocrazia locale e nazionale), grande (banche, energia, grandi opere, Rai, assistenza sociale), eccetto che nella politica nazionale. Dove si segnalano, però, questo è importante, per la capacità persistente di distruggere: verifiche, crisi, rinvii, lottizzazioni, corruzioni. Antiseri ipotizza che i cattolici non abbiano più un grande partito perché i migliori tra loro non si impegnano in politica. Ma questo è forse l’unico atto di onestà “politica” dei cattolici, lasciare scoperta la propria negatività.
La chiesa ha maturato tutte le forme politiche moderne (A.Passerin d’Entrèves, Chabod, Arendt) l’auctoritas e la rappresentanza, il voto per testa e le assemblee, il merito e il premio. Ma non ha espresso, nell’epoca delle democrazie costituzionali, ceti politici di spessore. In Italia ma anche ovunque sia presente, in America Latina e negli Usa, e in Europa nella penisola iberica e nell’asse centrale, tedesco e slavo. Governicchia, più male che bene, in Austria, in Belgio è riuscita a dividere il paese, si sono divisi perfino la biblioteca di Lovanio, dalla A alla L, e dalla M alla Z., in Olanda, in Germania, dove s’identifica con metà dell’elettorato, non esprime più niente, e così in Polonia e in Slovacchia.
O forse si può dire così, reiquandrando la questione cattolica con la Germania di Adenauer, col Benelux di Paul-Henri Spaak e Jan Willem Beyen, con la Francia del Servo di Dio Schuman: dove hanno avuto un ruolo di battaglia, di contenimento del sovietismo, i cattolici sono diventati attivi e produttivi. Fino alla Grande Sovversione di Walesa e Solidarnosc. La scelta europeista, che è quella epocale del secondo Novecento in Europa, sarà stato l’ultimo – più recente – atto dell’intelligenza politica della chiesa. Ma il grande federatore sarà stato Stalin. Perché l’Europa è, sì, un progetto di superamento dell’odio tra Francia e Germania, che però è maturato sotto la minaccia sovietica – il primo piano di Jean Monnet, nel 1945 e ancora nel 1946, la cosiddetta Dottrina dell’ingranaggio, era in chiave revanscista e punitiva, col passaggio alla Francia delle miniere di carbone tedesche, a partire dalla Sarre (dopo il passaggio del carbone della Slesia alla Polonia).

L’autore è un Draculino

Il Viaggiatore come Voyeur: Canetti fa un esercizio lieve di voyeurismo, a mezzo di una lingua non capita, di visi velati, di figure informi – la forma dell’invizibile. Il Grande Viaggiatore nutre il desiderio. Accostando suoni indistinti, profili, sguardi, affascinanti ma-perché non penetrabili, i turbamenti puberali, della ragazzine e dei ragazzini, senza fermarsi. Lavora per alimentare la memoria, che è la sola traccia visibile dell’autore. Dell’uomo che non lascia altrimenti ombra. E dell’autore che è un Draculino, un piccolo Dracula – un succhiasangue.
Elias Canetti, Le voci di Marrakesh

domenica 12 settembre 2010

La democrazia Usa degli interessi rigetta Obama

L’Eletto di Internet sconfitto dal passaparola? Per Barack Obama la caduta sembra libera, nei commenti della rete: è Internet inaffidabile, un vento capriccioso? è Obama un falso leader? In realtà, Obama è un vero leader – e Internet non è una brezza o un brusio, se ha deciso un’elezione presidenziale. È troppo leader per il sistema americano, il presidente dell’America, che a torto viene ritenuto un Cesare o un Augusto, seppure soggetto al voto. Il presidente americano è, per stare al paragone romano, un console, essendo il suo operato sottoposto al voto ogni pochi mesi, e il mandato soggetto a forte continua concorrenza. Obama non sembra averne tenuto conto.
Ma, poi, Roma c’entra poco o nulla: il sistema politico americano è unico, fondandosi sui poteri intermedi. Territoriali o settoriali. Che sono gruppi di interesse, anche quelli territoriali. Il processo politico americano è mediato a tutti i livelli dai gruppi organizzati, si tratti della società della lontra, o del fondamentalismo cristiano. Oltre ai gruppi d’interesse classici della ragione critica, liberale o marxista: i monopoli, le lobbies, i sindacati, la finanza, l’immobiliare. Obama ha inteso il suo mandato come un mandato a solvere, a decidere, a governare per il meglio, senza sottostare agli interessi particolari, da capo piuttosto che da mediatore, e ora è espulso dal sistema, che ha smaltito la sorpresa elettorale. Obama, a giudizio anche dei suoi critici, non aveva scelta, dovendo gestire la peggiore crisi economica e politica (l’11 settembre) della storia degli Usa. Doveva solo smarcarsi dal condizionamento delle banche, delle assicurazioni, della spesa pubblica, dei sindacati, del Pentagono, di Israele, del fondamentalismo cristiano ereditato da Bush. Ma ora che lo ha fatto si ritrova solo.
È stato il destino in America del populismo, che molte volte ha tentato di liberare la politica dal condizionamento dei poteri intermedi, e sempre ha fallito. Con l’eccezione di Andrew Jackson, i populisti del resto mai erano riusciti a vincere le presidenziali, prima di Obama, lo spento James Weaver e il tre volte candidato brillantissimo William Jennings Bryan – tutti ammazza banchieri (Jackson anche ammazza indiani). Obama non è un populista: non di formazione, venendo dalla base del partito Democratico, né nelle scelte di governo, nette ma non demagogiche. L’opinione comune anzi tende a dirlo vittima del populismo montante, specie dei gruppi di destra. Ha tuttavia infranto il sistema politico americano della rappresentanza degli interessi, che ora tende a ricostituirsi a suo danno.

Ombre - 61

Giuseppe Scaraffia rifà sul “Sole” la storia degli impubblicabili della Prima Repubblica, Nietzsche, Jünger, Èliade, Céline, Tolkien, Zolla eccetera. Per colpa, dice, del ’68. Nietzsche? Drieu? Tolkien? Céline? Ma il ’68 non è venuto dopo, dieci anni dopo, venti anni dopo? Scaraffia, non abbia paura, ancora uno sforzo!

Tre bambini su quattro rifiutano la refezione scolastica, secondo un’indagine della Coldiretti. Ma è una cosa che si sa dal 1972, o 1974, dall’introduzione del tempo prolungato e dei consigli scolastici: chi ha avuto figli a scuola o vi ha insegnato sa che da subito, e poi sempre, il primo e unico problema dei genitori alle assemblee era la refezione. E che tre bambini su quattro buttavano, e buttano, il pasto tra i rifiuti – lo stesso pasto apprezzato dagli insegnanti. Forse in Italia il cibo è troppo importante. O forse l’inciviltà delle famiglie è grande – la democrazia è troppo recente. Ma perché tanti insegnanti fanno del tempo prolungato una battaglia di civiltà? È giusto tenere a scuola un bambino otto ore?

La scuola Pisacane di Tor Pignattara a Roma la preside Marciano voleva intitolare a Tsunesaburo Makiguchi. Dopo aver creato, suo fiore all’occhiello, due o tre sezioni di tutti bambini figli di immigrati.
Si fa di tutto per fare un dispetto alla Gelmini, che è cattolica, ministro di Berlsuconi, eccetera. Ma che pedagogia è creare un ghetto? Dove non s’impara niente se non a giocare? Una mamma italiana che ci ha provato dice sconsolata: “Mio figlio non sa fare un dettato. E su un’addizione passa una settimana”. Perché certe persone insegnano, invece di andare a tirare i pomodori alla Gelmini, che è una professione anche quella.

Makiguchi è un pedagogo giapponese. Di una nazione cioè che non emigra, e anzi molto ricca. La preside Marciano voleva intitolargli la sua scuola per esotismo terzomondista. Che è la peggiore ingiuria per un giapponese e per il Giappone.

“Senza la Calabria e mezza Campania l’Italia sarebbe la più ricca in Europa”, dice il ministro Brunetta. È vero. Ma perché? Cinquant’anni fa la Calabria non era così barbara com’è adesso. Inerte. Piena di pensioni sociali e lavoro nero. Di giovani presuntuosi e incapaci.

I giornalisti economici applaudivano l’Avvocato Agnelli ogni anno alla presentazione del bilancio. Come i giornalisti del Partito applaudivano Berlinguer, nel corso e alla fine del discorso – dividendosi per correnti poi, per D’Alema, Veltroni, eccetera: alcuni applaudivano, altro voltavano le spalle. I critici cinematografici applaudono o fischiano i film al festival di Venezia. E un po’ tutti inviano apprezzati contributi alla rivista di Piera Detassis, che dirige il festival di Roma, e contemporaneamente il servizio cinema dell’Ansa. Si capisce che il conflitto d’interessi non sia materia appassionante, la prevenzione cioè del conflitto. Ma il problema è: i critici applaudono perché sono italiani, o perché sono (ex) sovietizzanti?

Ieri la Cassazione dice che la loggia P 3 non sembra una loggia, e non è una P3. Oggi, venerdi, il giudice della P 3 diffonde una testimonianza di uno degli accusati contro Berlusconi. Uno che dice tutto e il contrario di tutto, e quindi che Berlusconi è il capo della P 3. Il “Corriere della sera” diligente sabato dedica a questa testimonianza una pagina, facendone la verità. Poi dicono che Berlusconi vince le elezioni. Criticando i giudici, come ha fatto a Mosca mentre il giudice Capaldo diffondeva i verbali.

“Se le andava cercando” dice l’onorevole Andreotti in tv dell’avvocato Ambrosoli, che
in qualità di liquidatore delle banche di Sindona fu fatto assassinare dallo stesso Sindona. Bonariamente, certo, Andreotti parla solo bonariamente, anche se nessuno di quelli a cui tira le orecchie poi gli sopravvive. Compreso Sindona, di cui pure era amico, nonché cobanchiere in Vaticano, per conto del papa luciferino Paolo VI.
Resta da sapere perché Andreotti fu lo statista del Pci di Berlinguer. Che nel 1984, proprio su Sindona e i conti vaticani, ne impedì la censura alla Camera uscendo dall’aula al momento del voto. E sì che Andreotti era ministro allora dell’odiato Craxi (sarebbe bastato uno sgambetto a Andreotti per far crollare Craxi).

Un solo Procuratore della Repubblica a Enna, per settemila procedimenti penali l’anno, 35 per ogni giorno di lavoro, in una zona mafiogena. Mentre a Trani, alla periferia di Bari, nove Procuratori si crogiolano aspettando d’intercettare il nome di Berlusconi al telefono.

D’Alema offre a Casini la presidenza del consiglio. In un centrosinistra senza Idv e senza Rifondazione. Non è uno scherzo, stanno trattando.

Fini dice Berlusconi “stalinista”.

Il processo breve prevede tre anni per il giudizio di primo grado, due per il secondo e sei mesi per il terzo. Uno che va sotto processo senza colpa due volte nella vita ci spreca insomma dodici anni. Ma questo non basta alle vestali della legalità, ai giudici cioè e a Di Pietro, Travaglio, Flores d’Arcais eccetera. Che legalità è questa?

Per la terza, o quarta, volta in un mese Cicchitto e Calderisi devono scrivere una lettera al “Corriere della sera” per spiegare i progetti di legge del Pdl, il loro partito. Non hanno diritto di presenza tra i redattori del politico del giornale?
Per la terza, o quarta, volta il direttore de Bortoli pubblica la loro lettera in evidenza, come un articolo. Nemmeno lui riesce a parlare con i redattori del politico?