Ora
che è in lettura per tutti si vede che “La Scala” non ha nulla a che vedere con
la “Divina Commedia”: Dante non ha copiato né plagiato, tanta filologia per
nulla. L’avrà magari letto, più probabilmente ne ha sentito parlare, del
viaggio ultraterreno all’inferno con ascesa al paradiso, non una grande novità
– né un’esclusiva. E con ciò?
Libro della Scala di Maometto, Bur,
pp. LXXIX + 365 € 13lunedì 12 agosto 2013
Dante sta bene all’inferno senza filologia
È
l’originale latino, con la traduzione, del testo voluto nel secondo Duecento da
Alfonso X di Castiglia, “il Savio”, di una redazione del racconto tradizionale
mussulmano del miraj, l’ascesa del Profeta a Dio. Col saggio di Maria
Corti, uno degli ultimi della filologa che per tanti aspetti si può dire una
dantista (“la ragazza che s’innamorò di Dante” titolava il necrologio Cesare
Segre: hanno molto Dante le sue due ultime raccolte di saggi), la quale voleva
riportare la “Divina Commedia”, e Ulisse, con le colonne d’Ercole, e a ben
leggere la Scolastica, insomma mezzo Occidente, alla tradizione islamica - lei direbbe alla comunanza di vite mediterranea, che ora si è persa, ma è l’islam che la affascina, il suo Mediterraneo cominciava e finiva a Otranto.
Il debito è della seconda Repubblica
È il prezzo della corruzione diffusa. È il
prezzo della cosiddetta seconda Repubblica, l’antipolitica che ha “liberato” la
corruzione abolendo i partiti. Al coperto di una scienza politica indigente,
che non ha ancora capito che la funzione dei partiti non è il potere ma la
selezione e il controllo del personale politico - il controllo reciproco fra
gli aderenti, che è il più efficace. Sotto le insegne, beffarda, della giustizia
o della questione morale, che in Italia sono gli incubatori veri della
corruzione: impunita, e anzi protetta.
Il fatto è che il debito pubblico era nel 1991 di
840 miliardi di euro. Dopo aver modernizzato l’Italia, superato gli shock
petroliferi con l’inflazione al 20 per cento del 1973-74 e del 1979-1980, e
combattuto una guerra civile, contro il terrorismo e la mafia di Riina. La “seconda
Repubblica” ha acceso nuovo debito per 1.200 miliardi. Pur avendo venduto
(privatizzato, liberalizzato) beni pubblici per 160 miliardi. Non incoraggiando
e anzi scoraggiando l’economia, che da vent’anni ristana ed è comparativamente
in contrazione: senza investimenti (produttività) e senza più reddito. Avendo
dilapidato la propensione al risparmio, che era la più alta al mondo. Pur
avendo beneficiato per un decennio dei bassi tassi d’interesse euro.
Non si saprebbe fare la somma delle infezioni
della “seconda Repubblica”. La giustizia infetta. La funzione pubblica
punitiva. La formazione (scuola, università) inutile. E, al meglio, i salvatori
alla Monti, che curano il debito con le tasse
Fisco, appalti, abusi – 34
Wind ha lanciato la pennetta internet a 9 euro
al mese per 50 ore di connessione, due ore al giorno, più che sufficiente.
Ora vuole 3 euro al giorno, per una connessione
di 24 ore ma anche di 24 secondi: da 9 a 90.
Nel solo 2012, calcola l’Autorità per
l’energia, gli utenti del mercato libero hanno pagato il kWh più caro di un
12,5 per cento rispetto a quelli del mercato di “maggior tutela”. Una beffa,
detto dall’Autorità che consente gli abusi con una composizione tariffaria
astrusa. Tacendo dell’Enel che da cinque anni butta fuori dalla “maggior
tutela”, con ogni artificio, ogni utenza non conveniente – non “molto”
conveniente.
Ogni bolletta consta di cinque-sei pagine.
Illeggibili in ogni voce: consumi (a conguaglio, stimati, calcolati, mai
letti), tariffe (sia per il gas che per la luce e per i cellulari la tariffa si
scompone in una diecina di voci incomprensibili), scadenze, modalità di
pagamento. Per rispettare, è l’obiezione, i regolamenti delle Autorità di settore.
Costosissimi organismi che i contribuenti mantengono per fare gli interessi
delle compagnie?
Si moltiplicano ogni giorno per il telefono e
per l’elettricità le offerte concorrenti dei gestori. Diecine di milioni di
contatti. Che nessuno prende più in considerazione. Ma non costano nulla,
giusto pochi centesimi per i (rari) contratti strappati. Sfruttando il tempo e
le aspettative di casalinghe a tempo perso, e delle donne albanesi, rumene,
ceche, colte, linguiste. Si depreca giustamente la schiavitù, nella quale però
il padrone aveva degli obblighi verso gli schiavi, e questo sfruttamento senza
obblighi? Questo mercato è peggio di un mercato degli schiavi.
Due contratti con Eni Energia, per il gas e per
l’elettricità, hanno richiesto diciotto mesi di comunicazioni varie, e ancora
non sono stati avviati – uno sì, così sembra, l’altro no. Lettere, e-mail,
raccomandate, telefonate registrate. Un contratto scritto richiedeva un tempo pochi
minuti. La liberalizzazione si fa all’insegna dell’inefficienza. Che gli utenti
devono pagare.
Quanto è costato – costa – l’outsoucing? Un popolo di schiavi da vent’anni
nei call center, per paghe irrisorie,
che li tengono fuori del mercato e del consumo. A un costo comunque oneroso, a
fronte dei servizi (non) resi? Un mercato dell’aria fritta?
Il primo
treno della linea B della metro di Roma si ferma una mattina sul ponte San
Paolo sul Tevere perché i cavi di rame
sono stati rubati nella notte. Fa già caldo, i passeggeri sono costretti a
scendere e avviarsi a piedi lungo il binario. Il furto non è opera di ignoti,
ci sono depositi visibili di rame rubato, presso incettatori conosciuti, con
acquirenti rispettabili. Ma i furti in tutta Italia sono quotidiani ormai da un
paio di decenni, col rincaro del rame per via delle guerre umanitarie. È così
che tutti i discendenti di rame sono stati razziati e molte condotte
elettriche.
Rubare
il rame non è un delitto? Rientra nei protocolli per la protezione dei rom?
domenica 11 agosto 2013
Il business infame dell’immigrazione
Muoiono
gli africani e gli asiatici “come mosche” sulle coste di Sicilia e di Calabria.
Ma senza fatalità, per un business. Che dire infame è dire poco, il business
dei deportati.
I
migranti, come ipocritamente vengono definiti con furbo neologismo, sono tutta
gente che deve vendere a poco il poco che ha, e spesso indebitarsi, per venire
in Europa. Per venire a morire – si sopravvive per caso. S’indebita talvolta
con gli stessi corrieri. Che sono malfattori ma non sono soli. Hanno complici
in Italia nel malaffare. Non si spiega altrimenti come dai porti di Turchia e
di Siria si arrivi sempre a Crotone – non è facile, specie ai barchini o le carrette del mare. E
hanno complici, anche se non volenti, le organizzazioni cosiddette umanitarie
che si moltiplicano per l’“accoglienza” – accoglienza è parola chiave.
Cosiddette
perché non hanno nulla di volontario, se non l’impegno non retribuito dei
molti: sono associazioni e organizzazioni nate per “gestire” i fondi europei
per l’accoglienza. Mettendo a frutto vecchi casolari e alberghi fatiscenti, e
fornendo ranci acidi, a fronte del contributo europeo per l’“accoglienza”.
Il
“dramma” dell’immigrazione è un business. Che dà il segno dell’imbarbarimento
dell’Europa. E dell’ipocrisia dei vescovi, della chiesa, che il business copre
con le buone parole. Una vera “accoglienza” comincerebbe a casa dei deportandi,
con l’informazione, con la regolazione dei flussi, con le campagne annuali di
visti legali, con trasporti non esosi.
Berlusconi martire ottimista - 11
Presa
sul serio, la sentenza del giudice Esposito è grave: espone il Parlamento allo
svuotamento totale, anche formale. Finora ha vivacchiato facendo finta di
legiferare, al
riparo del “porcellum”, la legge elettorale che consente finte maggioranze. Alle prossime elezioni sarà un sinedrio di teste vuote: i governi,
la politica e le decisioni si faranno fuori, dove Berlusconi avrà ancora il
diritto di risiedere, seppure ai lavori socialmente utili – lavori, utili: che disprezzo,
anche del linguaggio. Anche se, in realtà, non cambia nulla: la sentenza telefonata,
una carnevalata anche nei contorni, del solito napoletano sicofante ambrosiano, conferma
che Milano ci governava e ci governa a piacere (anche attraverso Berlusconi).
Ma,
se questa è la vera dimensione della storia, una comica, a essa conviene anche acconciarsi.
Non si può pretendere una revolución,
non contro Milano. Non avremmo neanche i soggetti per chiamarla, oltre che gli
strumenti. Il nostro miglior capataz,
Asor Rosa, un vegliardo voluttuosamente incontinente, scrittore di apologhi
fiabeschi dopo essere stato teorico del materialismo letterario, o della lotta
di classe in letteratura, uno che si è goduto tutto, compreso spaccare la
facoltà di Lettere dell’università La Sapienza per creare una cattedra alla sua compagna, voleva Berlusconi peggio di Mussolini a Ferragosto del 2008. Salvo poi prospettare un golpe invece della revolución, chiamando nominativamente
carabinieri e polizia alla sedizione, aprile del 2011 - non era nemmeno il
primo aprile.
Abbiamo
combattenti della libertà attenti a camuffare il business, per piccolo che sia.
Della stessa stoffa di Berlusconi, insomma. Che ora si pone nelle vesti di
martire. Della casa, dell’impresa, della giustizia, e naturalmente della libertà.
Un monumento gli hanno eretto questi giudici alla Esposito, che lui si
incaricherà di sfruttare in ogni piega. Chi non è vittima dell’ingiustizia? Nemmeno
Asor Rosa difende Esposito - non si dice, ma si sa, che volentieri il giudice si è conformato allo ukase milanese, per riparare il torto che i berlusconiani hanno inflitto a suo fratello Vitaliano, ex Procuratore Generale della Cassazione, cassandogli la prebenda di 200 mila euro, annui, quale Garante della protezione ambientale a Taranto..
Serio e reale
Dobbiamo
però prendere Berlusconi sul serio. Non solo perché è reale: uno che lo mandano
in prigione non può essere di plastica. Non solo perché è il primo politico
condannato della Repubblica perché
“non poteva non sapere” - dopo
Craxi: due milanesi, per caso? Non solo perché ha rappresentato e rappresenta
mezza Italia: noi non facciamo compromessi, questa Italia la cancelliamo, come
Hitler, anzi come Stalin, sporchi reazionari e socialfascisti. Ma perché ha
fiducia, in se stesso e negli altri. Si circonda di gente inetta ma gli vuole
bene, e sempre li remunera: gli porta voti e potere.
I
nostri migliori storici non sono riusciti a scalfirlo – Asor Rosa viene in coda
a una lista lunghissima di grandi, comunque lunghe, e inefficaci riflessioni,
di Cordero, Ginsborg, Gotor, etc. Che non ne capiscono la vera natura, per
questo non lo appendono per i piedi come vorrebbero. La vera natura del berlusconismo, si capisce ora
nella disgrazia, è la fiducia: la voglia di fare con la pretesa di saperlo
fare. Anche, nel caso dei suoi governi, con l’imperizia. Questo si vede con un
accorgimento semplice, facendo un passo indietro dal proscenio.
Si dice Berlusconi un monopolista della televisione. Mentre
la tv è la Rai: è la Rai che fa il linguaggio.
Berlusconi è improponibile in tv. Non solo non “buca” lo
schermo, non fa presa, ma respinge, sempre inamidato, ingessato, straparlante,
monotono. Semmai è un maestro della “vecchia” politica: il comizio, le folle,
il governo dei suoi. Quindi nemmeno un innovatore, ulteriore debolezza n
aggiunta all’impresentabilità. In un senso, però, è vero che è il magnate della
tv: nel senso che sfida il linguaggio Rai, del pauperismo, la lamentela, la
furbizia (- eh sì, anche la furbizia) del bisogno. Berlusconi è ottimista.
La povera Italia è ricca
Si
spiega solo così il miracolo che mezza Italia lo abbia votato. L’attrazione per
il povero-e-debole, seppure del tipo apotropaico (scongiuro), il lamento, la
Rai per intenderci, tengono l’Italia a freno. Triste, lagnosa. Berlusconi è il
contrario. Non è una differenza da poco. Si può dire anzi che è per questo che lo
puniscono: la fiducia e l’ottimismo significano la libertà, e il Raiume non li
tollera, il pretume. Berlusconi viene infatti condannato come Craxi, l’altro
politico che aveva tentato di dire ricchi i ricchi, e dagli stessi ambienti
confessionali, della curia ambrosiana così profondamente infetta.
L’esito
pratico dell’ottimismo sarà alla fine non diverso né migliore di quello del
pessimismo, ma non bisogna disperare, è già un buon passo. Intanto ripaga
Berlusconi, quindi inefficace non è. Ma è anche – sarebbe, dovrebbe essere – un
atto di onestà: riconoscersi ricchi è infine non più camuffarsi (evadere il
fisco, professarsi solidali incassando pensioni da centomila euro pagate dalla
collettività, e fare l’elemosina, raramente), stare nel proprio ruolo. Una borghesia
che si accetta e non si nega, e non pretende sconti. Non si camuffa più, come è
quella milanese che pretende di governarci, che è ladrona e si pretende onesta,
è furba e si pretende ingenua, è malvagia e si pretende buona. Bensì si
riconosce e dice per quello che è, come avviene in Europa, Spagna compresa, e
negli Usa, e si prende infine le sue responsabilità di società ricca.
Noi
che siamo antiborghesi invece ci lasciamo fregare dai borghesi che si negano.
Berlusconi stesso ne è un esempio, involontario?, in famiglia: con una moglie
vendicativa, che si fa scrivere le lettere di denuncia da un giornalista
nemico, e con la quale ha cresciuto figli senza senno, bellamente torvi. Il “fare”
porta a trascurare, ha questo handicap. Ma di lui si deve dirlo: non ha dato il
Milan all’erede incapace che lo pretendeva, come altri magnati milanesi
antiborghesi
Il
riconoscimento di se stessi non è niente di rivoluzionario, ma può essere la
chiave di un successo. Che l’Italia è uno dei paesi più complessi e meglio
organizzati al mondo, anche se peggio governati da qualche tempo, più ricchi
anche. Che ha un dovere di amministrarsi e non di disperdere il patrimonio dei
secoli e millenni. Senza nascondersi dietro al democrazia: la democrazia vuole
impegno, per sé e per gli altri.
La pelle nuova del poeta impegnato a cantare
“Pueti senza mpegnu, vi salutu”. Pasolini,
entusiasta, dice Buttitta “un buon poeta”. Contini, freddo, se ne senti
trasportato come con Jacopone “nel magma del suo incendio”. L’antologia critica
del poeta, morto quasi centenario nel 1997, è molto nutrita e entusiasta. Salvo
le riserve: l’impegno politico prevalente, la cantabilità, la facilità di
metrica e di rima del cantastorie, qual era stato e si professava. Da narratore
in piazza, seppure non di cavalieri e amori ma di questioni sociali. Per
Pasolini Buttitta era l’immagine del poeta, anche fisica, nella figura, la
dizione, la gesticolazione – che forse lui non apprezzava.
Questa riproposta fa invece intravedere un poeta
diverso. Siciliano certamente come vogliono i suoi curatori, è nato e vissuto
in Sicilia, si esprime in dialetto. Ma non più di tanto, che altro vuol dire
“siciliano”? Buttitta non ha temi folkloristici né tradizionalisti, o
gingoisti. “La peddi nova” è la sua prima raccolta dopo l’incontro col Partito:
con Pasolini, Répaci, Zavattini, Vittorini, Guttuso, Quasimodo. Ma è anche la
sua “Vita nova”. Qui abbandona le stanze e la cantabilità, per una serie di
immagini ancora feconde, seppure rincorrendo apologeticamente i temi politici e
sociali del momento. Altre amicizie ne tenevano desta la lingua e la fantasia, con
Mario Soldati, Cocchiara, Carlo Levi, Debenedetti - e col solito Bassani cui si deve il meglio del secondo Novecento, che la raccolta pubblicò cinquant'anni fa da Feltrinelli. Senza perdere il gusto degli
“Straffetti e canzuni”, molti dei quali riesuma. Compreso l’inno a “Sariddu lu
Bassanu”, fascista e italiano, al ritmo di Gano di Maganza – o di Magonza. In
effetti Ignazio Buttitta era uno spirito forte, molto teatrale, ma non strafatto
né superficiale, spontaneista ma capace di lavorare l’espressione. Il libro,
senza l’ombra sua grande, ne fa fede.
Ignazio Buttitta, La peddi nova, Sellerio,
pp. 216 € 14
sabato 10 agosto 2013
La politica in mano ai giudici
Dare la caccia ai mafiosi
oppure ai politici? Le modiche alla norma sul voto di scambio, di cui non c’era
bisogno, hanno senz’altro il secondo obiettivo: completare la subordinazione
della politica ai giudici. Non per nulla grande patrocinatore ne è Agostino
Cordova, il giudice istruttore di Reggio, poi Procuratore Capo a Palmi e a
Napoli, che non risulta aver messo dentro molti mafiosi, ma centinaia di politici
sì – salvo non condannarne nessuno.
La mafia è scoperta nelle
sue azioni, non si nasconde. Non lo diventa per avere in casa santini
elettorali. E ancora: per averli dei candidati che il Procuratore dice, se li
ha di altri non interessa. Quando non se li procura per farli trovare ai
Carabinieri alla visita annunciata – nelle inchieste di Cordova è successo
anche questo.
Già licenziata alla Camera,
passerà al Senato alla ripresa la modica dell’art. 416 ter del codice penale,
di cui si dice che introduce una modifica inutile – due in realtà: mentre riduce
la pena, “bilaterale”, da 7-12 a 4-10 anni, allarga lo scambio, dalla elargizione
di denaro (il voto comprato) alle “altre
utilità” (favori, assunzioni, licenze, appalti....). Ma ciò fa in
riferimento al terzo comma dell’art. 416 bis, che è quello dell’“associazione
mafiosa”. Un reato oggi accettato acriticamente (al momento della sua definizione
suscitò trent’anni fa molte perplessità) solo in Italia. I reati associativi
sono una prerogativa della “costituzione materiale” italiana, per poter
condannare chi si vuole, ad arbitrio. Può essere associazione mafiosa tutto: è
attività
Non c’è da scandalizzarsi,
se i parlamentari sono pronti per essere definiti associazione mafiosa. Ma non
c’è da illudersi: ci hanno tolto la politica. Dopo la caccia ai mafiosi – se ne
arresta qualcuno in Calabria, gli scarti, mentre da anni non se ne trovano più
in Sicilia e a Napoli. Per il 416 bis è associazione mafiosa, nella sintesi di
Cordova, “quella volta ad acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o
comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di
autorizzazioni, di appalti e servizi pubblici, o di procurare voti a sé o ad
altri in occasione delle consultazioni elettorale”. Mai confidarsi con gli amici…
Tenere i politici per le palle
Qui si apre un fronte sconfinato
alla corruzione. Sotto le pretese di lotta alla corruzione. Altra sarebbe una
lotta vera alla corruzione – per voto di scambio s’intende la corruzione
elettorale (s’intendeva prima dell’imbastardimento mafioso: tutto è mafia…).
Bobbio parte dal presupposto che ce ne sarà sempre in democrazia, dove cioè si
sceglie col voto. Il grande scettico, studioso di Hobbes, non lo dice apertamente ma in più di uno scritto
assimila la democrazia a “un grande e libero mercato in cui la merce principale
è il voto”. In questa forma lo ribadì presentando nel 1983 la riedizione degli
scritti di Gaetano Mosca, al punto in cui lo studioso delle élites critica
il malcostume del voto di scambio, della compravendita del voto. Ma non c’è
esempio di democrazia esente dalla corruzione. Cesare, spiega Luciano Canfora
nella sua biografia, s’indebitò tanto, per farsi eleggere, che in caso di
sconfitta sarebbe andato in bancarotta - Brecht ci ha scritto sopra un romanzo
storico, “Gli affari del signor Giulio Cesare”. Ma senza scandalo, era la
prassi a Roma già al tempo d’oro della repubblica. Sallustio, Tito Livio,
Plutarco non si ricordano quando il voto di scambio è cominciato.
Quali i rimedi? Vari accorgimenti nei sistemi
elettorali. E varie leggi che formalizzano il “voto di scambio”, la compravendita
del voto, per perimetrarne l’estensione e comunque renderla nota. Negli Usa il
finanziamento delle campagne elettorali è detraibile dalle tasse. È quindi
doppiamente pubblico. È una forma d’investimento in lobbying, col crisma della
legalità. Solo in Italia si pensa ai giudici: tengono i politici per le palle,
per dirla alla Cordova?
Geniali, litigiosi, Weil
“Oh, che sciagura d’essere senza coglioni!” Così, con
l’italiano della Vecchia Donna di Voltaire al cap. 11 del “Candido”, il relitto
André commisera la figlia Sylvie, senza il cui sostegno non può fare un passo.
Ma non diverte molto questa “famiglia Weil”: André e Simone sì, sembra che si
divertissero, per molti indizi e qualche foto, Sylvie no. Il suo André è un
egotista, sfrenato. Simone una fredda antisemita. Forse contro la volontà di
Sylvie, figlia di André e nipote di Simone, ma questo è quello che si legge: il
ritratto familiare (in traduzione presso Lantana) è desolante. Fino alle liti, con processi in tribunale, tra
André e i genitori sull’edizione postuma di Simone. Notizia che Sylvie contiene
in un paio di pagine, ma non può tacere di dire che dopo la morte di Simone
André ne contestò l’eredità letteraria ai genitori, anche in tribunale,
impedendo loro di vedere la “loro” nipote-sosia Sylvie – una vicenda che porterà
presto alla morte “Biri”, il padre, l’amato nonno.
Due rognosi?
Il ritratto familiare è desolante soprattutto di Simone. Imbranata, forse ebete, perfino opportunista, un po’ folle. Viziata dai genitori, che coprivano ogni suo capriccio. Come ospitare in casa un ladro, che poi li deruberà. Una che voleva il fucile in Spagna senza avere mai sparato. E voleva farsi paracadutare in Francia in guerra, così per gioco, come andare sulle giostre. Senza nemmeno sapere che fare poi in Francia, ammesso che non si fosse spezzate le gambe. Al meglio fuori dalla realtà: “Simone non pensava alle persone quali erano”. Non ebbe mai un pensiero per gli ebrei perseguitati – questo non è vero. Se fa qualcosa di buono, è per una mentalità ereditata. Simone Weil vista dispettosamente come (non) ebrea, è un’idea. Ma senza convincere.
Il ritratto familiare è desolante soprattutto di Simone. Imbranata, forse ebete, perfino opportunista, un po’ folle. Viziata dai genitori, che coprivano ogni suo capriccio. Come ospitare in casa un ladro, che poi li deruberà. Una che voleva il fucile in Spagna senza avere mai sparato. E voleva farsi paracadutare in Francia in guerra, così per gioco, come andare sulle giostre. Senza nemmeno sapere che fare poi in Francia, ammesso che non si fosse spezzate le gambe. Al meglio fuori dalla realtà: “Simone non pensava alle persone quali erano”. Non ebbe mai un pensiero per gli ebrei perseguitati – questo non è vero. Se fa qualcosa di buono, è per una mentalità ereditata. Simone Weil vista dispettosamente come (non) ebrea, è un’idea. Ma senza convincere.
Se e come salvare Simone dall’apostasia è, in
positivo, alla fine, lo scopo di Sylvie, che sta imparando l’ebraico e fa studi di ebraismo. Il padre le
confida, prima di morire: “Fai quello che mia sorella avrebbe finito per fare,
perché era onesta, nell’insieme”. Nell’insieme è stata dunque disonesta,
essendo morta prima del tempo?
La reliquia della santa
Qualche motivo di dispetto Sylvie lo ha. Essendo
cresciuta, a ogni istante della sua vita, in famiglia, a scuola, in società,
negli amori, all’ombra della zia, cui pure somiglia. Si può dire anzi che sia
nata in sostituzione. L’ultima lettera di Simone ai genitori lo diceva, come si
conviene a una santa: “Avrete ora un’altra fonte di riconforto”, riferendosi
alla nipotina di pochi mesi, e alla sua prossima morte, alla sua voglia di
morire. Non è stato semplice: si può essere eredi di una dinastia di attori,
musicisti, pittori, dentisti, avvocati, mobilieri, ma di una santa? La reliquia
di una santa, si dice mesta Sylvie. Ne ha fatto una storia anche commovente in
qualche punto, nella generale aridità: i tanti in cui le tocca essere la nipote
sosia di una santa filosofa. Nonché figlia di un genio, matematico e quindi
astratto, che non saprà mai in cinquant’anni dov’è la zuccheriera, nemmeno
l’acetoliera.
Padre e zia Sylvie evoca come due fantasmi
potentissimi a ogni piega della sua propria vita, ingombranti. A partire dai
suoceri e i cognati, che non la vogliono assolutamente imparentata con Simone
Weil, rinnegata, battezzata, antisemita e quant’altro. O dai suoi vent’anni
anni a Parigi, quando scriveva il greco “come Demostene”, a giudizio degli
ellenisti della Sorbona, ma la sua propria ambizione di ellenista fu troncata
dal professore molto bene intenzionato che per proporre una tesi le chiese:
“Allora, sarà Platone come sua zia, o Diofante come papà?” Così, con piglio
narrativo – Sylvie è di suo letterata e narratrice.
Dov’è la zuccheriera?
Simone stessa fu costantemente preoccupata, seppure
per un periodo breve, pochi mesi, del futuro destino della nipote, al fratello
e ai genitori raccomandandone il battesimo, per allargare le chance di un buon matrimonio – i
filosofi sono così nella vita pratica, sull’esempio di Platone? Dalla numerosa
corrispondenza in materia Sylvie arguisce che la zia era infine a favore del
battesimo cattolico, che non sarebbe stato considerato d’impedimento a un
innamorato protestante.
Sotto il titolo “apprendistato” si pubblicano i
ricordi, in realtà, di vita e passione scientifica di un matematico innovativo
e insigne, non ultimo per essere stato il fratello maggiore di Simone Weil,
nonché specialista di latino, greco e sanscrito. Da lui riordinati in tarda età,
nel 1991, facendo largo spazio agli anni avventurosi, quelli della guerra. Che
lo vide in Finlandia accusato di essere un spia di Mosca al momento della
tentata invasione sovietica, nel 1939. Obiettore alla leva in Francia nel
settembre 1939, fu arrestato a Helsinki come spia russa e condannato alla
fucilazione. Poi trasferito, sempre in prigione, in Svezia, Danimarca,
Inghilterra, e in Francia a Le Havre, fine gennaio 1940. Processato e
condannato per renitenza a giugno, evitò la condanna portandosi volontario per
il fronte. Smobilitato dopo poche settimane alla disfatta, finirà in un campo
di transito in Gran Bretagna, in attesa di emigrare negli Usa. Indesiderato in
Francia anche dopo la guerra, in quanto obiettore-renitente, lavorò un paio di
anni in Brasile, e poi negli Usa, a Princeton. Ma i “Ricordi” si chiudono con
la Bomba di Hiroshima, 1945, la sconfitta della scienza.
Di prima della guerra André ricorda il Gruppo
Bourbaki, “pseudonimo collettivo”, annota
Sylvie in “Chez les Weil”, e nome del matematico immaginario Nicolas
Bourbaki, gran professore in Poldavia, paese anch’esso immaginario”, per innovare linguaggio e temi
della ricerca,da lui fondato a trent’anni con altri matematici. Un uomo mai
deludente: “Negli ultimi decenni della sua vita, aveva deciso che invece di
deprimersi, come alcuni suoi vecchi colleghi, tentando di fare matematica con
un cervello meno agile, si sarebbe riciclato – si esprimeva così”. E si rivoltò
storico della matematica.
Due vite, tre, nella disgrazia esemplari per forza e
capacità. Weil sono i Levi d’Alsazia anagrammati al tempo di Napoleone, dell’abolizione
delle interdizioni israelitiche come invito all’assimilazione. In un ambito
culturale, conviene ricordare anche per inquadrare le due figure di André e
Simone, non conflittuale. Al Gran Sinedrio che Napoleone volle a Parigi nel 1807,
nella chiesa sconsacrata di san Giovanni, il primo dopo la caduta di Gerusalemme
nel 70, i convenuti, 71 rabbini e intellettuali ebrei, votarono il primo giorno
un ringraziamento alla chiesa di Roma per avere sempre protetto le comunità nei
luoghi da essa amministrati, in Francia in Avignone e nel Contado Venassino.
André Weil, Ricordi di apprendistato,
Castelvecchi, p. 223 €
Sylvie Weil, Chez les Weil, André et Simone, Libretto, pp. 210 € 9
venerdì 9 agosto 2013
Il mondo com'è (144)
astolfo
Destra-Sinistra
-
Pasolini aveva la categoria dei “fascisti rossi”. La coniò, ingeneroso e anche
sbagliato, per il movimento del Sessantotto. Ne fece architrave della sua
antropologia: che l’Italia repubblicana si era mutata in peggio. Che il fascismo
non aveva inciso nella natura del popolo, soprattutto nelle campagne – checché
questa natura volesse dire, e anche il popolo. Ma la modernità sì. E l’ha fatto
da vero fascismo, totalitario, imponendo modelli non contestabili. Così
Pasolini stesso sintetizzava questa sua antropologia in un’intervista alla Rai:
“Nessun centralismo fascista è
riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il
fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava
lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie,
operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la
repressione si limitata a ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al
contrario, l’adesione Ai modelli imposti dal centro è in condizionata. I
modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta”. Fascista dunque la modernità, un
sinistra-destra totale.
Habermas parlò di “fascismo di
sinistra” come di una categoria politica, Pasolini di “fascisti rossi” come di
persone confuse e vittime della loro modernità. Tuttavia, nei gruppuscoli c’era
molto di nazi-maoismo. Anche se in connubi diversificati: tra evoliani, superomisti,
socialisti di Salò (A.Pennacchi) da una parte, e albanesi, castristi,
stalinisti dall’altra. Si fecero convegni, qualche manifestazione anche,
soprattutto agli inizi, alla Sapienza di Roma (prima che Almirante non entrasse
all’università con gli squadristi per far venire allo scoperto i suoi, allora
mescolati con i marxisti-leninisti, per non farsi sopravanzare dalle nuove
avanguardie), e reciproche delazioni. Di queste sono intessuti, non provate e
forse immaginarie, molti dei processi inconcludenti sul terrorismo “oscuro”, da
piazza Fontana alla stazione di Bologna.
Internet – È come la
finanza, crea e distrugge, senza limiti, senza censori, né guardi, né giudici.
Pieno com’è di bucanieri, che si offrono suadenti (gratis) per poterti
invadere. Dopodiché ti rendono la vita impossibile – impossibile scacciarli. È
la piattaforma e l’emblema di questa epoca di mercati liberi cioè coercitivi.
Islam - Lo
schema Noi e Loro non funziona. Il Loro è composito - il Noi pure, e anche
molto. Le tesi di un best-seller alla Fallaci possono fare la verità, in un’epoca
frastornata dalla “comunicazione di massa in massa”, dall’immediatezza, ma non
sono la verità. Per la quale bisogna stare a pensare per un momento.
“La crisi dell’islam” di Bernard Lewis è stata pubblicata ne 2003, nel
dopo 11 Settembre, ma viene da lontano, dall’avvento di Khomeini, e resta
incontestata. Sentirsi minacciati dall’islam è segno al più della pusillanimità
dell’Europa, che avendo goduto di un periodo di pace senza precedenti ha
dimenticato i veri conflitti. Il terrorismo è gangsterismo, nell’islam attuale,
anche se beneficia, ha beneficiato fino a ieri, del sostegno di alcuni governi.
Ha una storia sempre intrecciata con l’Europa, nel Mediterraneo, nei
Balcani e in Austria-Ungheria, fino a Vienna e a Poitiers: l’Europa dovrebbe
rifare la sua storia, come sta rifacendo quella greca, riportandola all’Egeo e
al Medio Oriente. Va rifatta per il Medio Evo, specie quella delle Crociate,
per l’umanesimo, e per i secoli successivi. Una storia, quella euro-araba,
antagonista per molti secoli, legata ultimamente, fino agli anni 1960, da una
sorta di identificazione. Né va taciuto che Israele ha rappresentato la prima
rottura in questo quadro, dopo la guerra lampo del 1967 e l’occupazione della
Cisgiordania.
Il terrorismo è stato formato, e in alcuni casi armato, dagli Usa e
dall’Occidente in funzione anticomunista, antisovietica e anticinese..
Negli snodi che la violenza che si appella all’islam ha coltivato c’è
un ripensamento, per un raggiunto senso del limite nei rapporti internazionali,
e perché il terrorismo inevitabilmente si rivolta contro i controllori
(apprendisti stregoni). C’è una pausa, se non un ripensamento. Siria, Iran e
Pakistan, che con diverse motivazioni e modalità hanno fornito mezzi, coperture
e rifugio al terrorismo islamico in Libano, Israele, Palestina, Usa, Europa, e
un po’ ovunque nel mondo islamico, riconsiderano in vario modo l’opzione.
Sassone – L’unità sassone è tendenza costante in
Inghilterra. Non solo dinastica, della dinastia inglese proveniente dalla Bassa
Sassonia – i Sassonia-Coburgo che nella prima guerra mondale si ribattezzarono
Windsor. Se ne pregiarono molto i letterati del primo Ottocento, da De Quincey
a Carlyle. L’unità di ceppo si vuole linguistica, e quindi incontestabile. Ma,
più spesso che non, si applica anche a fatti politici. I due paesi furono in
guerra nel 1914 con grande meraviglia del kaiser. Era stato inglese il teorico
di maggior successo in Germania dell’“arianesimo”, Houston Stewart Chamberlain,
che i germani avvinse al primato, e ne ebbe in sposa Eva Wagner quarantenne,
non potendo per la faccia del mondo impalmare Cosima, la madre settantenne sua
emula in “arianesimo”, Cosima Francesca Gaetana di Bellagio, dov’era nata a
Natale, vedova del Genio.
La
“coesistenza concertata” tra l’Inghilterra vittoriana imperiale e la Germania
di Bismarck, spiega Kissinger nel suo ultimo libro, “Cina”, fu alla base
dell’equilibrio europeo nel mezzo secolo Excelsior e della pace perpetua, tra la
guerra franco-tedesca provocata da bismarck col falso telegramma di Ems nel 1870
e il 1914. Ad agosto del 1914, ricorda l’ex segretario di Stato, i due paesi
erano in guerra, a luglio ancora negoziavano un prestito inglese alla
Deutsche Bank per finanziare la ferrovia Berlino-Baghdad, progettata per
cortocircuitare il dominio britannico del mare, almeno in Medio Oriente.
Si può
aggiungere che nel 1939, ancora qualche giorno prima della dichiarazione di
guerra, la Bank of Egland favoriva la Bundesbank di Hitler nel collocamento
delle riserve di oro sottratte alla banca centrale della Cecoslovacchia invasa.
Almeno quattro vendite favorite dalla mediazione britannica sono state censite.
astolfo@antiit.eu
La Germania in cerca di romanzo, e di teatro
Il romanzo
in Germania gemma nella seconda metà del Settecento, in ambito pietista. Di un
luteranesimo cioè vicino al quietismo cattolico di Jeanne Guyon – come poi sarà
dello”spirito del capitalismo” di Max Weber. Nasce di proposito, per mettere la
Germania al passo con le altre letterature. In una col tentativo di creare
anche un teatro tedesco, fin’allora inesistente. Autore Wieland, il primo
traduttore tedesco di Shakespeare, con la “Storia di Agatone”, 1766-7, che
Lessing dichiarò “il primo e solo romanzo per una testa pensante di gusto
classico”. La duplice funzione fu assunta poi da Goethe, che suppliva al
pietismo con la formazione classica e il gusto umanistico, insieme col sodale
Schiller. Ne farà materia del suo secondo romanzo, dopo il “Werther”, anzi di
un ciclo di romanzi.
Goethe
avvia il ciclo seguendo la formazione di un giovane spirito appassionato di
teatro, Wilhelm Meister. Seguendone cioè gli anni di formazione, l’adolescenza
e la prima giovinezza. Non ancora il romanzo di grande respiro, che è sempre
quello di una vita, di più vite, ma già caratterizzato. Il che in ambiente
luterano e calvinista – il cattolicesimo conta poco nella letteratura tedesca –
era pur sempre un’innovazione: l’introduzione del destino individuale nel
destino. Il primo libro del ciclo era anche la perorazione di un “teatro
nazionale”: Goethe lo intitolò “La vocazione teatrale di Wilhelm Meister” per
analogia col titolo di una poesia, “La vocazione teatrale di Hans Sachs”, che
aveva consacrato nel 1776 al grande poeta popolare tedesco del Cinquecento. Un
“romanzo comico” nel senso di Scarron, un romanzo sul teatro.
Si spiega: coetaneo del romanzo è in
Germania il teatro. Goethe, prima che poeta è stato e si voleva commediografo e
drammaturgo – il “Werther”, benché subito famoso, era stato un caso. Il romanzo
del teatro non è lettura esilarante, e anzi piuttosto noiosa, che solo
l’identificazione con l’autore salva: Wilhelm è, in piccolo, un alter ego di
Goethe, l’accompagna per tutta la vita attiva. Dapprima con la “Vocazione
teatrale”, negli anni 1770-1780, che sono anche quelli degli appelli per un
Teatro nazionale tedesco, dopo la scoperta di Shakespeare. Quindi, dopo un
ventennio, con questo “Apprendistato”, 1795-1796, a seguito del viaggio di
Goethe in Italia, della Rivoluzione francese, e del rapporto con Schiller, che
gli cambiò molte delle carte. Wilhelm è giovane, ama il teatro, e vuole fare l’attore e
il regista. La famiglia l’accontenta, Wilhelm può disporre di un teatro di
burattini, e con esso si addentra nella “via della perfezione”, direbbe un
buddista, sposando la verità e la finzione. Nel terzo volume, siamo già agli
anni 1821-1829, gli “Anni di viaggio”, tradotto solitamente “Anni di
pellegrinaggio”, Wilhelm è adulto, è medico, professione a mezzo della quale
coniuga meglio realtà e finzione, ha un figlio, e lo porta a imparare il mondo
nel paese di Mignon – “Conosci la terra dove il limone….”, la ballata di Mignon
che impreziosisce la “Vocazione teatrale”. Questo terzo libro è una serie di considerazioni senza più nemmeno la cornice
romanzesca, se non per lo svolgimento delle argomentazioni in Italia.
Un romanzo “storico” lungo, da 1.500
pagine. Ma nel senso della storia della letteratura. La “Vocazione teatrale” ne
era imbevuta. “Gli anni di apprendistato”, dopo l’esperienza pratica - di vita,
di sensi e di spirito - in Italia sono un po’ più scettici. Succede a molti,
dirà lo stesso Goethe ultrasettantenne negli “Annali”, d’imbarcarsi in
avventure a loro estranee, per le quali non sono dotati, e tanto più per questo
– è l’incapacità che crea l’errore. Succede anche di persistere “in una stessa
direzione” sbagliata. Ma può anche succedere come a Saul figlio di Qish della
Bibbia (nel “Libro di Samuele”), Goethe fa dire all’ultima battuta da Frederick
a Wilhelm, “che era partito per cercare le asine di suo padre e trovò un
regno”.
Il Teatro
Nazionale si afferma nel secondo Settecento. È l’idea di Lessing a Amburgo, il
cui Senato di ricchi mercanti volentieri glielo pagò. Durò solo un anno, il
1767. Nel 1776 ne creò uno Giuseppe II a Vienna. L’idea prenderà realmente
piede nel 1779 a Mannheim: il teatro a cui collaborerà Schiller. Berlino si
doterà di un Teatro con grandi ambizioni nel 1786, che poi affiderà al
prolifico drammaturgo Iffland, proveniente da Mannheim. Nel 1791 toccherà
infine a Goethe, già drammaturgo affermato, che ne aveva da tempo l’ambizione,
di crearne uno a Weimar, su richiesta del duca, stancandosene presto.
Wolfgang
Goethe, Gli anni d’apprendistato di
Wilhelm Meister, Oscar, pp. XXXII-680 € 12
giovedì 8 agosto 2013
Non è la crisi, è la fine
Non
è come vent’anni fa, quando Fazio, allora governatore della Banca d’Italia,
contò 1,7 milioni di posti di lavoro tagliati in diciotto mesi tra il 1993 e il
1994. È molto peggio, anche se i posti tagliati sono forse meno. E forse
proprio per questo: la recessione è forte e pericolosa, ben più che nel
1992-1993, ma la reazione non c’è.
Allora,
e per un lungo periodo, nessuno mancò al lavoro. Oggi negli uffici non c’è
nessuno: l’assenteismo è tornato al 40 per cento nella Pubblica
Amministrazione, statale e locale. E quando c’è qualcuno non lavora e non sa,
sta lì per rinviare a altro ufficio, procrastinare, scovare un nuovo comma, far
scattare l’orario di chiusura. I mezzi pubblici a Roma non arrivano mai, la
metà degli autisti ogni giorno è in malattia.
Allora,
all’improvviso e per un lungo periodo, ognuno seppe quello che doveva fare.
Oggi alle poste, in banca, nei ministeri e perfino nei negozi, di
abbigliamento, di scarpe, di automobili, il più delle volte è come sbattere in
un muro, tra incapacità e malavoglia. Comprare una macchina Fiat è praticamente
impossibile: del modello offerto a sconto non c’è più disponibilità, del
modello nuovo nessuno sa nulla, quando si trova qualcuno per rispondere, le
condizioni di vendita sarebbero da mercato saturo - attese, pagamenti,
sovrapprezzi (l’ultimo concessionario sentito pretendeva che il prezzo di
listino non comprendesse la verniciatura…).
Manca
la cognizione della durezza della crisi. Sui giornali delle banche, che ci
assediano con le berlusconate, e le antiberlusconate. Mancano i giovani:
vogliono un lavoro, alcuni, non tutti, ma non lo cercano né lo preparano, né si
adattano. Ottocento euro, mille, per un mestiere che non si conosce? In Spagna,
in Grecia, in Irlanda, in Portogallo, dove la crisi morde sull’osso, sarebbero un terno, è come in Italia vent’anni fa, la
volontà supplisce ogni certezza. In Italia no, l’affluenza ha indotto
l’inerzia: il lavoro non c’è, c’è
troppo sfruttamento, non conviene, si vive meglio senza, la playstation, il
telefonino, la pizza e il motorino sono assicurati, con la benzina.
Il poeta si riscatta con l’invettiva
“L’ultimo cavaliere del cielo\ giudicato dalla
magistratura italiana,\ dichiara di non avere illusioni”. Sarebbe stato Delfini
berlusconiano? Non avrebbe potuto, fu candidato socialista nel 1953 contro la
“legge truffa” nelle liste di Unità Popolare. E solo si commuove per i moti di
Genova, e i morti di Reggio, nel 1960. E poi era del 1907, avrebbe avuto 106
anni. Ma era arrabbiato, sotto la bonomia che esibiva. “Un mucchio di sospiri\
senza firma\ una rete di gioie\ senza piaceri\ valanghe di malinconia” lo
seppelliscono in una delle prime poesia recuperate, di quando aveva 24 anni,
intitolata “Non c’è niente da fare”. Coi giudici era prevenuto per motivi suoi,
anche nella maturità le invettive sono feroci: “È morto il Procuratore del Re”,
o “Sei disgraziato, giudice Grattini”.
Si ripubblica raddoppiata, con le poesie di
prima e quelle successive, la prima e ultima raccolta che Delfini aveva
approntato nel 1961 e gli varrà il
premio Viareggio postumo nel 1963 - un premio, oltre che alla memoria, di sostituzione, non potendosi dare a Piovene, come la giuria voleva, perché il finanziatore Olivetti (Arrigo, non Adriano) disse di no: questa vicenda lo avrebbe fatto infine felice, il ritardo e la sotituzione. Le ultime sono di un’amarezza sconfinata, si
direbbero poesie dell’invettiva e dell’odio. Tali da trasformare il dandy oblomoviano, dalla tante idee non
scritte, in un epigono, a distanza, di Cecco Angiolieri, un filone senza
fortuna nella poesia italiana. “Me ne frego” è terrificante, una delle prime
composizioni, che Delfini propone a “ballatella”. Precetto ribadito subito dopo
da “Pierino”. Da giovanotto senz’arte con l’alfaromeo - lui si voleva flâneur baudelairiano, ma Baudelaire lavorava moltissimo.
Marcello Fois, uno dei prefatori, ipotizza
“un imprinting lunatico” padano, comune a Zavattini e Guareschi, “nonostante la
placida, ostinata e porosa orizzontalità della pianura”. E evoca la “rapidità
vertiginosa”, che Natalia Ginzburg, editrice del Delfini narratore, vi aveva
riscontrato. Ma allora in una con l’accidia. L’indolenza, il rinvio – “sento
che potrei tacere benissimo”. Lui è contro il padanismo, al Signore chiede:
“Vorrei tu mi armassi la mano\ per incendiare il piano padano”.
Irene Babboni, che cura questa edizione, mette
curiosamente in rilievo la mancanza nel “poeta” di una cifra stilistica, volta
a volta “manierista, lirica, romantica, crepuscolare, sghemba, sgrammaticata, scombinata,
bettoliera, offensiva, innamorata”. Il nonsense
si può aggiungere, in un paio di componimenti: Delfini riusa tutto, ogni
lettura quasi copia e incolla. Abile anche nel collage vero e proprio: figurativo, dei ritagli, e verbale, di
titoli, slogan pubblicitari, versi rubati. Ma questa dell’ira è bene una cifra,
contrariamente alla favola del Delfini modenese
spensierato e anzi frivolo. Specialista dell’autoedizione, fino alla tarda scoperta
da parte di Bertolucci – un quasi compaesano – Parma-Modena - anche se poi
eletto a nemico sulla novella questione della secchia rapita, la Certosa di Parma
stendhaliana che Delfini voleva a Modena. L’unico suo sbocco per molti anni fu
“Il Caffè”, la rivista di Giambatista Vicari, un altro quasi compaesano, oggi
dimenticata, ma benemerita per chi amava leggere qualcosa di reale-irreale, e
di non omologato, inventivo, che negli anni 1950-1960 latitava, sotto la cappa
del neo realismo. A lui la primizia del “voto nel cesso”, che l’opportunista Montanelli
trasformerà nell’apologia del voto alla Dc: “Votate, votate, votate\ votate nel
vaso\ ma con la mano lo scudo crociato\ segnate per caso”. È sul “Caffè” che
Bassani lo ha scovato poeta, divertito e divertente. Ma isolato. Benché di natura
socievole, e sempre nel posto giusto, a Firenze prima della guerra, a Roma e
Viareggio dopo. Non apprezzato.
Nelle
“Poesie della fine del mondo” l’annientamento viene dal rifiuto. Di una donna,
da parte di lei. Giorgio Bassani – che editor, dopo Bertolucci, dopo Ginzburg,
che tempi! – vi premise un distico di Noventa, “Saver de no’ esser gnente\ Xè
scominziar a amar”. Ma è sbagliato. La “fine del mondo” non è della storia,
della Bomba allora incombente, della natura. Niente di esistenziale in Delfini,
cioè di metafisico, solo una donna che l’abbandona. Le poesie della raccolta,
scandisce nella premessa, “sono state scritte dopo il 15 febbraio 1959, giorno
dell’agnizione, del rifiuto da parte della “cialtrona Luisa B.”. Alla quale
sono “dedicati” anche molti componimento esclusi dalla raccolta di Bassani.
Potenza
dell’amore? Delfini è di meno, e in certo senso di più, tanto è immotivatamente
alieno, odiatore sotto la bonomia e lo scherzo. Maledice già prima della fine
del mondo. I mirandolani (-esi), di cui poi si vorrà paladino, i radicali, i
liberali, la donna in genere (o era già Luisa B. nel mirino?), i comunisti e i
democristi, i social-democratici – “Monarchico anafilattico,\ allergico
repubblicano,\ idiosincratico socialdemocratico.\ Rimasto son solo”. E i
giudici.
Antonio Delfini, Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo, Einaudi, pp.
XXIX+227 € 15,50
mercoledì 7 agosto 2013
Problemi di base - 149
spock
Questo Calderoli non sarà poi uno zingaro?
Dei calderari.
È
la Lega austriacante? L’ultimo Lombardo-Veneto si voleva austriaco: lì sono
tutti bianchi, pallidi.
È
l’Austria che si è annessa l’Italia, via il Lombardo-Veneto che ci domina?
Ora, dice Napolitano, urge la riforma della giustizia. Ora dopo la condanna di Berlusconi, e prima no?
Dice Esposito: ho fatto l’intervista perché il giornalista ci teneva. E la sentenza?
Dice Esposito: ho fatto l’intervista perché il giornalista ci teneva. E la sentenza?
E
se il giudice Esposito non avesse detto quello che ha detto nemmeno nella
sentenza contro Berlusconi?
Nell’ultimo
Montalbano, il dottor Pasquano si fa portare a Ferragosto una guantiera di
cannoli, e se li pappa dopo l’altro. Montalbano ne ha mai mangiato uno?
Dobbiamo
proprio crederle tutte?
Pignatone
alla Procura, Marino al Campidoglio, Alfano a Palazzo Chigi: è Roma o è la
Sicilia?
È
Crocetta la croce della Sicilia?
spock@antiit.eu
Il giallo è nella psicologia
Non un
giallo: la fine è a sorpresa, ma non c’è da prevederla. È un esercizio da
levare il respiro dell’intrigo psicologico di cui la scrittrice canadese è
maestra. Tutto rapido, e quasi in presa diretta, nel dialogato costante che la
caratterizza. Cominciando da una telefonata inattesa: “Ho una palla di
cristallo. Ti vedo, limpido e chiaro”. È tutto reale, è tutto immaginato? Ma
poi le cose avvengono.
Il
titolo originario è “Beast in view”, Millar non nasconde niente. Anche lo
sdoppiamento, non è un artificio, e non è una novità, ma funziona. Solo resta da sapere: l’incidente sanguinoso di cui la protagonista è vittima (o la vittima protagonista) è avvenuto o da venire?
Margaret Millar, Quando chiama uno sconosciuto, Polillo, pp. 200 € 14,40
Margaret Millar, Quando chiama uno sconosciuto, Polillo, pp. 200 € 14,40
martedì 6 agosto 2013
La sentenza telefonata
Il giudice Esposito della Cassazione, che ha condannato Berlusconi, non si può dire che sia stato vittima di un’intervista rubata, avendo parlato col “suo” “Mattino” per due pagine, e cioè per almeno un’ora: ha detto ciò che ha voluto. Deve smentire per evidente impulso esterno di aver basato la condanna sul “non poteva non sapere”. Di qualcuno che lo ha rimproverato: “Che scemenza hai detto”?
C’è una Spectre in questa giustizia - militare, civile? Sì, c’è, si sapeva, Esposito è solo una piccola conferma. E non solo nella giustizia, dove comanda le sentenze, non c’è altra parola: contro alcuni sì, anche senza prove, contro altri no, anche con le prove. Il braccio specializzato è Milano. Ma tanto più influente è stata sulla sezione feriale della Cassazione, che in un ambiente di volponi è cinque giudici poveretti, cui tocca sorbettarsi le sentenze che agli altri non interessano, una diecina al giorno, nei due mesi che gli altri stanno beati in vacanza.
Ma di che natura la Spectre è, che obblighi comporta, a che livello si responsabilità fa capo, questo non è chiaro. L’intervento sul giudice Esposito dice che la Spectre è autorevole, e tassativa. Tanto più in quanto teorizza un ridicolo dovere di riservatezza sulle sentenze. Che invece devono essere pubbliche, e con linguaggio non pagliettistico ma comprensibile, spiegabili, spiegate. Tanto più, ancora, in quanto lo teorizza solo in questo caso, temendo un backfiring, mentre invece è maestra e padrona di indiscrezioni e colpi proibiti, per i buoni uffici dei famigerati cronisti giudiziari.
Il passo falso con la sentenza e l’intervista di Esposito è evidente per una “finezza”. Anzi due. Esposito non è, non è più, il tipo da esporsi in un’intervista: l’ha fatta non per illustrarsi ma per bilanciare in qualche modo l’offensiva propagandistica che Berlusconi ha montato sulla condanna. L’ha fatta su richiesta, cioè. La finezza è che il “non poteva non sapere” è architrave della giustizia a Milano. Ma è un mostro giuridico, e dopo tante condanne in suo nome si vuole ora soprassedere, almeno nella fattispecie, l’Europa potrebbe obiettare.
C’è una Spectre in questa giustizia - militare, civile? Sì, c’è, si sapeva, Esposito è solo una piccola conferma. E non solo nella giustizia, dove comanda le sentenze, non c’è altra parola: contro alcuni sì, anche senza prove, contro altri no, anche con le prove. Il braccio specializzato è Milano. Ma tanto più influente è stata sulla sezione feriale della Cassazione, che in un ambiente di volponi è cinque giudici poveretti, cui tocca sorbettarsi le sentenze che agli altri non interessano, una diecina al giorno, nei due mesi che gli altri stanno beati in vacanza.
Ma di che natura la Spectre è, che obblighi comporta, a che livello si responsabilità fa capo, questo non è chiaro. L’intervento sul giudice Esposito dice che la Spectre è autorevole, e tassativa. Tanto più in quanto teorizza un ridicolo dovere di riservatezza sulle sentenze. Che invece devono essere pubbliche, e con linguaggio non pagliettistico ma comprensibile, spiegabili, spiegate. Tanto più, ancora, in quanto lo teorizza solo in questo caso, temendo un backfiring, mentre invece è maestra e padrona di indiscrezioni e colpi proibiti, per i buoni uffici dei famigerati cronisti giudiziari.
Il passo falso con la sentenza e l’intervista di Esposito è evidente per una “finezza”. Anzi due. Esposito non è, non è più, il tipo da esporsi in un’intervista: l’ha fatta non per illustrarsi ma per bilanciare in qualche modo l’offensiva propagandistica che Berlusconi ha montato sulla condanna. L’ha fatta su richiesta, cioè. La finezza è che il “non poteva non sapere” è architrave della giustizia a Milano. Ma è un mostro giuridico, e dopo tante condanne in suo nome si vuole ora soprassedere, almeno nella fattispecie, l’Europa potrebbe obiettare.
La
finezza più importante è però la terza che non si può dire: l’avere assegnato
alla sezione feriale il processo Berlusconi al posto del suo giudice naturale,
la seconda o la terza sezione della Cassazione. Per un motivo che non si può
dire ma si sa: che queste sezioni in altri procedimenti non avevano avallato il
non può non sapere. Dirottare un procedimento su una sezione prestabilita è un
fatto gravissimo. Ma non per i napolitani che ci governano. Putipù.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (178)
Giuseppe Leuzzi
Sette volumi grandi, il rifacimento di tutta la storia greca, diecimila pagine, Salvatore Settis ha ordinato e coordinato dieci anni fa la ciclopica opera “I Greci” di Einaudi, senza la Magna Grecia. C’è la Siria, l’India, la Macedonia di Filippo, il Mar Nero, con gli Iberi, i Celti, gli Arabi e gli Sciiti, ma non c’è la Calabria, o Napoli, e nemmeno la Sicilia. Giusto due cartine, stinte, nell’“Atlante” di oltre mille pagine. Una dimenticanza non trascurabile, e un errore grossolano d’impostazione. Ma l’odio-di-sé smuove le montagne – è un terremoto, le cancella
Schiavo, Schiava, Schiavi, Schiavone, Lo Schiavo, siamo anche slavi.
In Germania il Sud sta a Nord. Saranno commissariate e forse chiuse, abolite, quattro o cinque regioni del Nord che non sanno contenere la spesa: Berlino, Amburgo, Brema, Nord Reno-Westfalia e Sarre.
Berlino ha anche il record dei disoccupati, il doppio che in Italia, il 20 per cento, una percentuale quasi spagnola.
L’autostrada della fine del mondo
Uno della Lega che si facesse la Salerno-Reggio Calabria arriverebbe col fiele agli occhi, senza più fegato. Una sessantina di km. a tre corsie larghe, da Salerno a Sicignano, più la corsia di emergenza. A due corsie (quasi tutte) larghe, con corsia di emergenza, il resto: 443 km. di autostrada gratis, con ottimo manto stradale. Nel potentino ci sono delle curve, me ne è piena anche la Milano-Serravalle, 135 km, una gimkana intasata del 1935, o la Firenze-Bologna, 114 km., da provare per sapere cos’è l’inferno, o la Firenze-Mare, che si pagano pure. Mentre le altre autostrade dell’Anas al Nord, anche se siglate pudicamente del tipo E invece che A, per esempio le trafficate Grosseto-Rosignano, da e per Roma e Genova, 112 km, e Terni-Ravenna, 250 km, da e per Roma con la Romagna e il Veneto, hanno il fondo stradale pieno di buche, da sempre.
La Sa-Rc è criticata come fonte di corruzione e mafia, e come opera tecnicamente (sociologicamente, strutturalmente, progettualmente) sbagliata e pericolosa. Questo secondo motivo essendosi rivelato boomerang, poiché è probabilmente la strada coi viadotti più alti di tutta Europa, tutti a tenuta, eccetto uno, questa seconda critica susside. Ma è seconda nell’abominio solo, o alla pari, col porto di Gioia Tauro. Con più continuità, dato che devono percorrerla i siciliani, che sono molti e sempre si lamentano.
A differenza del porto l’autostrada è però anche oggetto di studi sociologici, storici, e tesi di laurea dell’università della Calabria, che editori nazionali pubblicano. Un campo di esercitazione intellettuale, dunque. La cosa è curiosa perché, oltre che far imbufalire il leghista che vi si avventurasse per la comodità, gratuita, la Salerno-Reggio non si è mai segnalata per il malaffare, non più di altre opere pubbliche. Anzi molto meno della Grande Opera Inutile di Malpensa, del Mose a Venezia, della stessa Expo milanese. Né alla costruzione, negli anni 1960, su impulso di Fanfani e di Mancini, né nell’ammodernamento in corso dal 1999 – in questi 14 anni sono stati denuncati una quarantina di mafiosi, balordi compresi, niente. È odio-di-sé costante, inesausto? È sudditanza, ai modelli culturali del Nord (articoli di giornale)?
Volendo, si potrebbe portare la Salerno-Reggio Calabria a modello. Appaltata nel 1964, due anni dopo era realizzata fino a Lagonegro, 170 km. – distanze oggi da sogno, negli appalti post Tangentopoli. Ancora due anni ed era arrivata a Cosenza, con gran numero di viadotti altissimi e gallerie lunghe.
Un anno, e arrivava a Gioia Tauro: in sette anni, dal 1962 al 1969, erano stati costruiti 390 km. d’autostrada. I restanti 50 km presero tre anni, per due terzi su alti viadotti o in galleria.
La Variante di valico, tra Firenze e Bologna, una novantina di km., è in lavorazione da quindici anni, quasi venti. E nessuno ne sa nulla.
Prigionieri del santo
Rocco, il bagnino, è avventista. Poiché san Rocco è il patrono del luogo, il giorno della festa tutti gli fanno gli auguri – e sono molti, la festa cade il giorno dopo Ferragosto. Lui lascia cadere con una smorfia, o si limita a dire: “Non è il mio santo”. Ma si vede che soffre a essere prigioniero di una categoria. Che comunque gli va stretta, essere acattolico come essere cattolico.
Ci sono categorizzazioni larghe, lasche, generiche: etichette che non pesano e anzi aiutano. Semplificano la vita, la comunicazione. Esssere italiano, o europeo, essere giovane, o anziano. Non sono connotanti, o semmai debolmente. Altre invece imprigionano. Essere protestanti in terra cattolica. O cristiano in terra islamica. Esteriorizzano, confinano. Ora, nuovamente, essere ebreo si suppone, anche in Israele oltre che fuori, nell’ormai millenaria dispersione. Ciò avviene quando la connotazione si vuole radicale, totale, una bolla che isola, seppure in un empireo, per privilegiare. Figurarsi quando è peggiorativa o cattiva. Meridionale, per esempio, è un rifiuto, una condanna.
Farsene una corazza sarebbe un primo passo verso lo sviluppo.
Calabria
“L’orgoglioso Crati, gonfio della acque dei disciolti ghiacciai dello Stige” ha Anatole France, “La rivolta degli angeli”, 170. C’era da aspettarselo, che venivamo direttamente dall’inferno. O quello è il fiume Crati dell’Achea?Il nostro si è perduto a Sibari, con tutta la Sibari classica.
Secondo Euripide, le sue acque fanno i capelli ramati, che oggi sarebbero un capitale. Secondo Plinio il Vecchio fa invece le pecore bianche. Anche questa è un a qualità da non disprezzare.
Si sentono citazioni di libri nelle conversazioni, anche modeste. La cosa è tanto più curiosa per essere la nostra la regione dove meno si comprano libri. Eccezioni? Si compra quel (poco) che si legge? O è la scuola, le (poche) trace che dà sono indelebili?
Il Comune ha rifatto due anni fa l’illuminazione del viale con fanali primi Novecento: fanno una luce più calda, che si ritiene possa aiutare l’umore n paese nei lunghissimi inverni, disabitati.. Ora tutti i fanali hanno i vetri rotti: i tre che danno sulla strada, resta intatto quello esterno, verso la scarpata. I sassi si possono vedere da un punto d’osservazione elevato dentro le lanterne.
Si rompevano i fanali nelle rivoluzioni. Già a Parigi nel 1789, e poi in tutta Europa a ogni rivoluzione.
Ora le famiglie ritengono giusto che il Comune sostituisca i vetri rotti, per il decoro.
“Corriere della Calabria”, il settimanale lombardo-calabrese di Paolo Pollichieni, è cinquanta pagine di delitti, di oggi, di ieri, e di avant’ieri, locali. Ci si rilassa alla fine, con Nina Moric, vestita, che apprezza un sarto calabrese di Milano, e Carmen Russo.
Siamo figli di madri vedove. Nel 280 a.C. la guarnigione romana di Reggio, costituita da Mamertini, mercenari italici della Campania, pensò di rendersi la città, scontando l’indebolimento di Roma sconfitta quell’anno da Pirro alla battaglia di Eraclea. Uccisero perciò gli uomini, impossessandosi dei beni e delle donne. Gli era andata bene a Messina otto anni prima, quando avevano fatto la stessa manovra alla morte di Agatocle tiranno di Siracusa, per conto del quale presidiavano la città dello Stretto.
Con Roma gli andò male: sconfitto Pirro nel 275, la città pensò di riprendersi, con gli altri ribelli italiani, anche Reggio. Nel 270 il console Gneo Cornelio Blasione se ne impossessò dopo un breve assedio, e deportò gl uomini – quelli che erano sopravvissuti dei quattromila mamertini originari.
leuzzi@antiit.eu
Sette volumi grandi, il rifacimento di tutta la storia greca, diecimila pagine, Salvatore Settis ha ordinato e coordinato dieci anni fa la ciclopica opera “I Greci” di Einaudi, senza la Magna Grecia. C’è la Siria, l’India, la Macedonia di Filippo, il Mar Nero, con gli Iberi, i Celti, gli Arabi e gli Sciiti, ma non c’è la Calabria, o Napoli, e nemmeno la Sicilia. Giusto due cartine, stinte, nell’“Atlante” di oltre mille pagine. Una dimenticanza non trascurabile, e un errore grossolano d’impostazione. Ma l’odio-di-sé smuove le montagne – è un terremoto, le cancella
Schiavo, Schiava, Schiavi, Schiavone, Lo Schiavo, siamo anche slavi.
In Germania il Sud sta a Nord. Saranno commissariate e forse chiuse, abolite, quattro o cinque regioni del Nord che non sanno contenere la spesa: Berlino, Amburgo, Brema, Nord Reno-Westfalia e Sarre.
Berlino ha anche il record dei disoccupati, il doppio che in Italia, il 20 per cento, una percentuale quasi spagnola.
L’autostrada della fine del mondo
Uno della Lega che si facesse la Salerno-Reggio Calabria arriverebbe col fiele agli occhi, senza più fegato. Una sessantina di km. a tre corsie larghe, da Salerno a Sicignano, più la corsia di emergenza. A due corsie (quasi tutte) larghe, con corsia di emergenza, il resto: 443 km. di autostrada gratis, con ottimo manto stradale. Nel potentino ci sono delle curve, me ne è piena anche la Milano-Serravalle, 135 km, una gimkana intasata del 1935, o la Firenze-Bologna, 114 km., da provare per sapere cos’è l’inferno, o la Firenze-Mare, che si pagano pure. Mentre le altre autostrade dell’Anas al Nord, anche se siglate pudicamente del tipo E invece che A, per esempio le trafficate Grosseto-Rosignano, da e per Roma e Genova, 112 km, e Terni-Ravenna, 250 km, da e per Roma con la Romagna e il Veneto, hanno il fondo stradale pieno di buche, da sempre.
La Sa-Rc è criticata come fonte di corruzione e mafia, e come opera tecnicamente (sociologicamente, strutturalmente, progettualmente) sbagliata e pericolosa. Questo secondo motivo essendosi rivelato boomerang, poiché è probabilmente la strada coi viadotti più alti di tutta Europa, tutti a tenuta, eccetto uno, questa seconda critica susside. Ma è seconda nell’abominio solo, o alla pari, col porto di Gioia Tauro. Con più continuità, dato che devono percorrerla i siciliani, che sono molti e sempre si lamentano.
A differenza del porto l’autostrada è però anche oggetto di studi sociologici, storici, e tesi di laurea dell’università della Calabria, che editori nazionali pubblicano. Un campo di esercitazione intellettuale, dunque. La cosa è curiosa perché, oltre che far imbufalire il leghista che vi si avventurasse per la comodità, gratuita, la Salerno-Reggio non si è mai segnalata per il malaffare, non più di altre opere pubbliche. Anzi molto meno della Grande Opera Inutile di Malpensa, del Mose a Venezia, della stessa Expo milanese. Né alla costruzione, negli anni 1960, su impulso di Fanfani e di Mancini, né nell’ammodernamento in corso dal 1999 – in questi 14 anni sono stati denuncati una quarantina di mafiosi, balordi compresi, niente. È odio-di-sé costante, inesausto? È sudditanza, ai modelli culturali del Nord (articoli di giornale)?
Volendo, si potrebbe portare la Salerno-Reggio Calabria a modello. Appaltata nel 1964, due anni dopo era realizzata fino a Lagonegro, 170 km. – distanze oggi da sogno, negli appalti post Tangentopoli. Ancora due anni ed era arrivata a Cosenza, con gran numero di viadotti altissimi e gallerie lunghe.
Un anno, e arrivava a Gioia Tauro: in sette anni, dal 1962 al 1969, erano stati costruiti 390 km. d’autostrada. I restanti 50 km presero tre anni, per due terzi su alti viadotti o in galleria.
La Variante di valico, tra Firenze e Bologna, una novantina di km., è in lavorazione da quindici anni, quasi venti. E nessuno ne sa nulla.
Prigionieri del santo
Rocco, il bagnino, è avventista. Poiché san Rocco è il patrono del luogo, il giorno della festa tutti gli fanno gli auguri – e sono molti, la festa cade il giorno dopo Ferragosto. Lui lascia cadere con una smorfia, o si limita a dire: “Non è il mio santo”. Ma si vede che soffre a essere prigioniero di una categoria. Che comunque gli va stretta, essere acattolico come essere cattolico.
Ci sono categorizzazioni larghe, lasche, generiche: etichette che non pesano e anzi aiutano. Semplificano la vita, la comunicazione. Esssere italiano, o europeo, essere giovane, o anziano. Non sono connotanti, o semmai debolmente. Altre invece imprigionano. Essere protestanti in terra cattolica. O cristiano in terra islamica. Esteriorizzano, confinano. Ora, nuovamente, essere ebreo si suppone, anche in Israele oltre che fuori, nell’ormai millenaria dispersione. Ciò avviene quando la connotazione si vuole radicale, totale, una bolla che isola, seppure in un empireo, per privilegiare. Figurarsi quando è peggiorativa o cattiva. Meridionale, per esempio, è un rifiuto, una condanna.
Farsene una corazza sarebbe un primo passo verso lo sviluppo.
Calabria
“L’orgoglioso Crati, gonfio della acque dei disciolti ghiacciai dello Stige” ha Anatole France, “La rivolta degli angeli”, 170. C’era da aspettarselo, che venivamo direttamente dall’inferno. O quello è il fiume Crati dell’Achea?Il nostro si è perduto a Sibari, con tutta la Sibari classica.
Secondo Euripide, le sue acque fanno i capelli ramati, che oggi sarebbero un capitale. Secondo Plinio il Vecchio fa invece le pecore bianche. Anche questa è un a qualità da non disprezzare.
Si sentono citazioni di libri nelle conversazioni, anche modeste. La cosa è tanto più curiosa per essere la nostra la regione dove meno si comprano libri. Eccezioni? Si compra quel (poco) che si legge? O è la scuola, le (poche) trace che dà sono indelebili?
Il Comune ha rifatto due anni fa l’illuminazione del viale con fanali primi Novecento: fanno una luce più calda, che si ritiene possa aiutare l’umore n paese nei lunghissimi inverni, disabitati.. Ora tutti i fanali hanno i vetri rotti: i tre che danno sulla strada, resta intatto quello esterno, verso la scarpata. I sassi si possono vedere da un punto d’osservazione elevato dentro le lanterne.
Ora le famiglie ritengono giusto che il Comune sostituisca i vetri rotti, per il decoro.
L’Italia sa che il Museo archeologico di Reggio
è in via di rifacimento da sei anni, con i Bronzi adagiati in una sala di
Palazzo Campanella, sede della provincia, o della Regione, visibili per le
piante dei piedi, che il rifacimento è in ritardo, per la solita questione
italiana degli appalti, il cui costo si moltiplica in corso d’opera, e che la
riapertura, prevista per il 2013, ritarderà di due anni. A Reggio invece si
discute se ampliare il Museo, e come, e dove: ognuno ha la sua idea, e i lavori
devono ancora cominciare.
Siamo figli di madri vedove. Nel 280 a.C. la guarnigione romana di Reggio, costituita da Mamertini, mercenari italici della Campania, pensò di rendersi la città, scontando l’indebolimento di Roma sconfitta quell’anno da Pirro alla battaglia di Eraclea. Uccisero perciò gli uomini, impossessandosi dei beni e delle donne. Gli era andata bene a Messina otto anni prima, quando avevano fatto la stessa manovra alla morte di Agatocle tiranno di Siracusa, per conto del quale presidiavano la città dello Stretto.
Con Roma gli andò male: sconfitto Pirro nel 275, la città pensò di riprendersi, con gli altri ribelli italiani, anche Reggio. Nel 270 il console Gneo Cornelio Blasione se ne impossessò dopo un breve assedio, e deportò gl uomini – quelli che erano sopravvissuti dei quattromila mamertini originari.
leuzzi@antiit.eu
Nacque a Capri il partito-chiesa - in salsa tedesca
Si fece scuola di rivoluzione a Capri un secolo fa, una Scuola della tecnica rivoluzionaria per la preparazione scientifica dei propagandisti del socialismo russo. Detta anche della “costruzione di Dio”, secondo una formula di Gor’kij. La fondò Gor’kij con altri futuri rivoluzionari, Bogdanov e Lunačharskij, cognati, e Vladimir Bazarov, figlio del medico di Tolstòj. Sul presupposto che la lotta di classe si poteva popolarizzare solo andando incontro ai sentimenti del popolo, meglio stratificati dalla religione. Nacque a Capri, può scrivere Sangiuliano, “quella tendenza che avrebbe fatto diventare il comunismo, soprattutto con Stalin e con l’italiano Togliatti, una sorta di religione, un’altra Chiesa”.
Gor’kij tentò di coinvolgervi Lenin. Il quale fu contento che altri vi si impegnassero, dei concorrenti in meno, ma se ne tenne lontano. A Capri pescò, remò, giocò a scacchi, fu intrattenuto da Scialiapin e altri cantanti meno famosi, intrattenne la bella amante Inessa, fu a teatro a Napoli e all’opera al San Carlo. E ci ritornò, tornò sull’isola. Anche dopo che la Scuola fu inaugurata, il 5 agosto 1909, per una trentina di operai e studenti, alloggiati confortevolmente, ed ebbe successo. Malgrado le lettere di protesta indirizzate a Gor’kij e agli studenti. Anche dopo che ebbe espulso Bogdanov. Vi trascorse sei mesi nel 1908, e ci ritornò per dodici giorni il 18 giugno 1910. Sconosciuto ai più, anche alla polizia che sorvegliava i fuoriusciti russi. Forse perché garantito da Gor’kij, che lo ospitò nella magnificente Villa Blaesus, la sua residenza. Gor’kij, malgrado le note simpatie rivoluzionarie, era stato ricevuto a Napoli e poi a Capri nel 1906 con grandi celebrazioni, dai socialisti e anche dalle autorità. ed era nell’isola ospite ricco e onorato. O forse, ipotizza Sangiuliano, per contatti coi tedeschi che “abitavano” l’isola letteralmente, i grandi industriali, i politici, i militari – il secondo soggiorno è in effetti troppo breve per le abitudini del tempo, sembra un viaggio d’affari.
Di Lenin a Capri si sa. Ne ha scritto Gor’kij in “Lenin”. Quarant’anni fa Bruno Caruso, “Lenin a Capri,. Intellettuali, marxismo, religione”. Vent’anni fa Vittorio Strada, “L’altra rivoluzione. Gor’kij, Lunačarskij, Bogdanov. La «Scuola di Capri» e la «Costruzione di Dio»”. Sangiuliano ne fa un racconto snello. Sottolineando il coté alto borghese, da ogni punto di vista, della colonia russa a Capri. E una serie di indizi che pongono a Capri la continuazione dei contatti di Lenin con lo Stato maggiore dell’esercito tedesco. Sponsorizzati da “Parvus”, Israel Lazarevic Helphand. Altro personaggio a suo modo straordinario - su questo sito è in sintesi a http://www.antiit.com/2012/03/il-mondo-come-87.html. Contatti che non sfuggivano ai servizi inglesi, a Capri e altrove in Europa, le cui note informative Sangiuliano riproduce, in esteso e in fotoriproduzione.
Nel secondo soggiorno a Capri Lenin aveva al seguito “Soso”, un taciturno georgiano che poi sarà Stalin. Che non apprezzò i russi del’isola, ancorché rivoluzionari. Se ne ricorderà nel 1936, quando decise le purghe su larga scala.
Gor’kij fu a Capri dal 1906 al 1913, scrittore pingue di diritti d’autore – benché Parvus, che doveva amministrarglieli in amicizia, se li fosse in parte intascati (o li avesse girati al Partito). Nel 1924 avrebbe voluto tornarci: sconsigliato dalla prefettura, si stabilì a Sorrento, dove restò fino al 1933. Il ritorno di Gor’kij in Russia, lasciata Sorrento nel 1933, per esservi celebrato da Stalin, e poi probabilmente assassinato, è un altro capitolo che merita di essere raccontato – su questo sito è qui
http://www.antiit.com/2012/04/il-mondo-come-89.html
e qui
http://www.antiit.com/2012/04/il-mondo-come-91.html
Gennaro Sangiuliano, Scacco allo zar. 1908-1910: Lenin a Capri, Mondadori, pp. 154 € 18,50
Gor’kij tentò di coinvolgervi Lenin. Il quale fu contento che altri vi si impegnassero, dei concorrenti in meno, ma se ne tenne lontano. A Capri pescò, remò, giocò a scacchi, fu intrattenuto da Scialiapin e altri cantanti meno famosi, intrattenne la bella amante Inessa, fu a teatro a Napoli e all’opera al San Carlo. E ci ritornò, tornò sull’isola. Anche dopo che la Scuola fu inaugurata, il 5 agosto 1909, per una trentina di operai e studenti, alloggiati confortevolmente, ed ebbe successo. Malgrado le lettere di protesta indirizzate a Gor’kij e agli studenti. Anche dopo che ebbe espulso Bogdanov. Vi trascorse sei mesi nel 1908, e ci ritornò per dodici giorni il 18 giugno 1910. Sconosciuto ai più, anche alla polizia che sorvegliava i fuoriusciti russi. Forse perché garantito da Gor’kij, che lo ospitò nella magnificente Villa Blaesus, la sua residenza. Gor’kij, malgrado le note simpatie rivoluzionarie, era stato ricevuto a Napoli e poi a Capri nel 1906 con grandi celebrazioni, dai socialisti e anche dalle autorità. ed era nell’isola ospite ricco e onorato. O forse, ipotizza Sangiuliano, per contatti coi tedeschi che “abitavano” l’isola letteralmente, i grandi industriali, i politici, i militari – il secondo soggiorno è in effetti troppo breve per le abitudini del tempo, sembra un viaggio d’affari.
Di Lenin a Capri si sa. Ne ha scritto Gor’kij in “Lenin”. Quarant’anni fa Bruno Caruso, “Lenin a Capri,. Intellettuali, marxismo, religione”. Vent’anni fa Vittorio Strada, “L’altra rivoluzione. Gor’kij, Lunačarskij, Bogdanov. La «Scuola di Capri» e la «Costruzione di Dio»”. Sangiuliano ne fa un racconto snello. Sottolineando il coté alto borghese, da ogni punto di vista, della colonia russa a Capri. E una serie di indizi che pongono a Capri la continuazione dei contatti di Lenin con lo Stato maggiore dell’esercito tedesco. Sponsorizzati da “Parvus”, Israel Lazarevic Helphand. Altro personaggio a suo modo straordinario - su questo sito è in sintesi a http://www.antiit.com/2012/03/il-mondo-come-87.html. Contatti che non sfuggivano ai servizi inglesi, a Capri e altrove in Europa, le cui note informative Sangiuliano riproduce, in esteso e in fotoriproduzione.
Nel secondo soggiorno a Capri Lenin aveva al seguito “Soso”, un taciturno georgiano che poi sarà Stalin. Che non apprezzò i russi del’isola, ancorché rivoluzionari. Se ne ricorderà nel 1936, quando decise le purghe su larga scala.
Gor’kij fu a Capri dal 1906 al 1913, scrittore pingue di diritti d’autore – benché Parvus, che doveva amministrarglieli in amicizia, se li fosse in parte intascati (o li avesse girati al Partito). Nel 1924 avrebbe voluto tornarci: sconsigliato dalla prefettura, si stabilì a Sorrento, dove restò fino al 1933. Il ritorno di Gor’kij in Russia, lasciata Sorrento nel 1933, per esservi celebrato da Stalin, e poi probabilmente assassinato, è un altro capitolo che merita di essere raccontato – su questo sito è qui
http://www.antiit.com/2012/04/il-mondo-come-89.html
e qui
http://www.antiit.com/2012/04/il-mondo-come-91.html
Gennaro Sangiuliano, Scacco allo zar. 1908-1910: Lenin a Capri, Mondadori, pp. 154 € 18,50
lunedì 5 agosto 2013
L'Imu cambia l'Italia
Addio seconde case, che per una buona metà sono le vecchie case di origine, di famiglia, di paese, addio vecchi paesi: l’Imu trasforma il paesaggio italiano. Mantenere la casa di famiglia, tenerla agibile, per aprirla una o due settimane l’anno, costa. Ora costa di più, e inutilmente. In molti Comuni il fenomeno è già avvertito, l’attesa è che si generalizzi: i tre italiani su quattro che sono emigrati, di prima o seconda generazione, abbandonano la casa paterna. Dispossessandosi il più delle volte, col rifiuto dell’eredità e in altre forme, poiché delle case vecchie nei paesi non c’è mercato: lasciando gli immobili al deperimento.
Si perderà con la casa anche il senso delle origini? È inevitabile. Avverrebbe, potrebbe avvenire, lo stesso ugualmente, anche mantenendo la proprietà della casa dei nonni o dei bisnonni, di perdere il senso delle origini. Ma con l’urgenza di liberarsi della casa il processo si affretta, in un tempo non lungo. Sarà presto un’Italia sradicata, metropolitana o comunque senza radici. Che sono state finora la sua forza, anche nella modernità. Crescere in un luogo proprio, con la piazza e la fontana, magari con le najadi. Far valere la tradizione. Un’Italia finalmente sradicata, tutta casa e Imu: il pensiero dei tecnocrati è sempre corto, da apprendisti stregoni.
Se l'amore è un tormento, non banale
L’editore prosegue la pubblicazione dei racconti dell’autrice di “Suite francese”, per lo più inediti in Italia, con un programma che si annuncia esaustivo. Ma “Giorno d’estate”, il titolo della raccolta, è già uscito da poco in traduzione da Elliot, nella raccolta “Un amore in pericolo”. Ripropone il tema, nodale nella scrittrice, della figlia non amata dalla madre. Insieme con quello dello strano destino della coppia, che crea infelicità – o dell’amore, che pure non costerebbe nulla, solo un po’ meno capricci. La bambina apre il racconto felice, sicura che i genitori e la natura tutta siano solo occupati a festeggiare il suo compleanno. Mentre il padre pensa che “certe unioni sembrano risvegliare nell’anima un dolore sordo, come il basto ferisce il fianco delle bestie appaiate”. E discute sottovoce con la madre l’opportunità di lasciarsi, contrario a “questa specie di felicità calma e uggiosa che chiamano l’amore felice”. “Domenica” ripropone l’infelicità dell’amore nel giorno della festa. L’attesa gioiosa della figlia all’appuntamento mancato. Il ricordo delle attese felici della madre, che il marito lascia per correre dall’amante: una donna che “non ama l’amore”, non più.
Anche “Legami di sangue” è stato tradotto di recente, sempre da Elliot – è un racconto lungo che troverà un’architettura più solida nel romanzo “Il calore del sangue”, uno dei meglio riusciti. Ed è il terzo tema dominante della narrativa di Irène Némirosky, dei misfatti della consanguineità, dei legami familiari, anche se senza colpe specifiche.
Laure Adler dice Irène Némirovsky “la scrittrice della solitudine caparbia”. Una solitudine che oggi si potrebbe leggere come “un richiamo e un’elevazione di se stessa”. Ma si dovrebbe dire il contrario: non la solitudine, subita o esibita, ma l’insofferenza a essa, così “irragionevole” di fronte all’amore e all’amicizia. Anche nella coppia. Per un ricorso naturale agli altri, spontaneo, in lei caratteristico nel ritorno costante alla felicità dei vent’anni, in quanto schiudersi alla vita, pieni di umori e di energie. Che non è banale come sembra: è come uno scalatore che non trovasse appigli solidi sotto i piedi ma s’intestardisse nella scalata.
È questo il proprio di Irène Némirovsky, dell’opera come della vita: l’insofferenza al rifiuto dell’amore, al suo travisamento, alla dispersione. Il suo tema. Più discussa, a motivo dello scandalo, per i temi di contorno, il rifiuto reciproco con la madre e il rifiuto dell’ebraismo, ha il suo filo conduttore nelle pene dell’amore. Nei tanti modi in cui l’uomo si rifiuta a questo che è il più bello dei suoi doni esclusivi, più del pianto o del riso, e per nulla oneroso. Visto con l’occhio del bambino, che resta ingenuo anche nella contemporaneità sospettosa, e dell’adolescente in fiore.
Sul rapporto suo proprio con la madre, la scrittrice aveva ampia materia. Sull’ebraicità come condizione esistenziale non era sola, e forse non lo è neanche oggi, che l’argomento è più sensibile. Il rifiuto non è della cosa, ma dell’identificazione-costrizione. Di una condizione a cui si viene costretti, quasi come un’imputazione di colpa. Ci sono connotazioni che non costringono, larghe, lasche, che si possono apprezzare o rifiutare senza danno, e altre che invece – solitamente politiche, religiose o razziali – sono una specie di prigione, di per sé, anche senza cattive intenzioni, e tali si manifestano quando sono rifiutate.
Irène Némirovsky, Giorno d’estate, Passigli, pp. 154 € 14,50
Anche “Legami di sangue” è stato tradotto di recente, sempre da Elliot – è un racconto lungo che troverà un’architettura più solida nel romanzo “Il calore del sangue”, uno dei meglio riusciti. Ed è il terzo tema dominante della narrativa di Irène Némirosky, dei misfatti della consanguineità, dei legami familiari, anche se senza colpe specifiche.
Laure Adler dice Irène Némirovsky “la scrittrice della solitudine caparbia”. Una solitudine che oggi si potrebbe leggere come “un richiamo e un’elevazione di se stessa”. Ma si dovrebbe dire il contrario: non la solitudine, subita o esibita, ma l’insofferenza a essa, così “irragionevole” di fronte all’amore e all’amicizia. Anche nella coppia. Per un ricorso naturale agli altri, spontaneo, in lei caratteristico nel ritorno costante alla felicità dei vent’anni, in quanto schiudersi alla vita, pieni di umori e di energie. Che non è banale come sembra: è come uno scalatore che non trovasse appigli solidi sotto i piedi ma s’intestardisse nella scalata.
È questo il proprio di Irène Némirovsky, dell’opera come della vita: l’insofferenza al rifiuto dell’amore, al suo travisamento, alla dispersione. Il suo tema. Più discussa, a motivo dello scandalo, per i temi di contorno, il rifiuto reciproco con la madre e il rifiuto dell’ebraismo, ha il suo filo conduttore nelle pene dell’amore. Nei tanti modi in cui l’uomo si rifiuta a questo che è il più bello dei suoi doni esclusivi, più del pianto o del riso, e per nulla oneroso. Visto con l’occhio del bambino, che resta ingenuo anche nella contemporaneità sospettosa, e dell’adolescente in fiore.
Sul rapporto suo proprio con la madre, la scrittrice aveva ampia materia. Sull’ebraicità come condizione esistenziale non era sola, e forse non lo è neanche oggi, che l’argomento è più sensibile. Il rifiuto non è della cosa, ma dell’identificazione-costrizione. Di una condizione a cui si viene costretti, quasi come un’imputazione di colpa. Ci sono connotazioni che non costringono, larghe, lasche, che si possono apprezzare o rifiutare senza danno, e altre che invece – solitamente politiche, religiose o razziali – sono una specie di prigione, di per sé, anche senza cattive intenzioni, e tali si manifestano quando sono rifiutate.
Irène Némirovsky, Giorno d’estate, Passigli, pp. 154 € 14,50
domenica 4 agosto 2013
Il Lord Protettore
La
Costituzione antifascista
Ci
fascistizza, poveri cristi,
Dai
soavi potenti schiavizzati
Costituzionalmente
starnazzanti
Del
Lungo Parlamento Rodotà
Autoeletto
Protettore ci minaccia
Col
fascismo riaprendo la caccia
Antifascista
che Pasolini sdegnato
Denunciò
il 16 luglio del 1974,
Cinquant’anni
presto di terrore.
Ombre - 185
Napolitano
s’impegna per la riforma della Costituzione, Rodotà definisce la riforma “una
follia politica”, e anzi “un colpo di mano estivo”, bloccato “per merito di 5
Stelle e Sel”. Dunque, eravamo veramente alla guerra civile? Per mano del
Quirinale poi.
Poi dice
che Berlusconi vince le elezioni. Con questi oppositori non c’è che da mandarlo
ar gabbio.
“Pronto
a tutto” si dice il segretario del Pd Epifani, ex segretario della Cgil. “Anche
a non accettare provocazioni”. È rimasto indietro?
L’agenzia
di stampa dei vescovi, informa “Repubblica” sollecita, mobilita i credenti
contro Berlusconi: bisogna “attrezzarsi a battere Berlusconi”. In questo caso
non c’è ingerenza, “W il vescovo”. Sapore d’infanzia.
Dunque
la colpa del fallimento del Monte dei Paschi è dei berlusconiani, Gianni Letta
e Verdini, e degli ex comunisti del Pd, D’Alema e Veltroni. È la verità di
Gabriello Mancini, di cui si tace che è il democristiano del Pd nella lottizzazione
Mps. Ed è la verità della Procura senese.
Lo
scandalo configurava – configura – la nuova politica, con i nuovi-vecchi Dc
all’assalto. Si basa anche su un esposto anonimo, da manuale.
Berlusconi
è una decisione presa prima. È evidente: urgenza, sezione feriale (solo i poveri
cristi lavorano col caldo nei tribunali), giudici annoiati, per quattro arringhe di tre ore l’una, che nessuno
ascolta, sentenza scritta dall’accusa, pronta e provata per l’ora del tg.
Facciamo
finta di niente perché il condannato è Berlusconi. Ma la condanna è mirata a
sciogliere il Parlamento, per evitare i referendum sulla giustizia.
C’erano
una quindicina di persone lunedì – tredici per l’esattezza – davanti al palazzo
della Cassazione a piazza Cavour, nessuna di loro con aria innocente, a
inalberare cartelli per la condanna di Berlusconi. Per non molti minuti –
faceva molto caldo. Il tempo della foto, giusto per consentire a “Repubblica”
“Corriere della sera” e “Messaggero” di immortalarla. Sotto il titolo: “Il
popolo viola”.
Una
parola nobile, il popolo. Berlusconi la usa meglio – la propaganda bisogna
saperla fare.
“Un’aura
di leggenda con mille ospiti in abito da sera. Gruppi elettrogeni per
illuminare i boschi e le colline. Fontane luminose danzanti secondo musiche di
Haendel. Padiglioni e discoteche per anziani e per giovani. Cubiste rigonfie
sotto bolle giganti”. Una festa di
Berlusconi? No, manca Zappadu. È una “cara memoria” di Arbasino, sul “Corriere
della sera”, del debutto di una signorina che non nomina, in Maremma, a margine
del festival di Spoleto, una cinquantina d’anni fa.
La
Procura di Palermo smentita da Riina, un mafioso. Presa in castagna come
imbrogliona – Riina che si confida con le guardie carcerarie…. Sullo
Stato-mafia, in cui la Procura accusa lo Stato e non la mafia. Sembra di
sognare.
L’avvocato
Flick, un gentiluomo, smentisce Di Pietro che volteggia sul cadavere di Raul
Gardini. L’avvocato, poi ministro della Giustizia con Prodi, non apprezzava i
giudici di Mani Pulite, ci aveva fatto sopra il calembour: “Mani Pulite, tasche piene” – degli avvocati. Ma neanche
lui, come Prodi e tutto il “Centro”, ha osato opporsi. Dire per esempio la
verità.
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Sinistra sinistra
Chi vuole male alla Germania?
Germanista
di cuore oltre che di studi, Bolaffi si spende in difesa della Germania. E
della “nuova Europa” che sarebbe nata dopo la caduta del Muro nel 1989. Non più
quella “di sangue e di ferro”, dice alla tedesca, che sarebbe stata creata
nella guerra fredda, con la Germania divisa. Anche se, bisogna aggiungere, col
contributo decisivo della Germania, allora nella versione mite di Bonn, renana,
del vino e non della birra.
Bolaffi non
dice qual è la nuova Europa, ma ci arriva con un lungo excursus sulla storia
della Germania che dovrebbe esserne il preludio. Comunque utile, anzi
necessario, perché il germanista ha
ragione, della Germania soprattutto non sappiamo nulla.
Sarebbe
proprio il caso di addentrarci sulla Germania qual è oggi, non al tempo di
Goethe e dei limoni. O della Toskana Fraktion, succeduta a quella romagnola.
Nemmeno quella di Arminio naturalmente, del ferro e fuoco. La Germania che vola
sullo spread, accoppiata al deutscher Michel lagnoso, cui tutti
mettono le mani in tasca.
Angelo
Bolaffi, Cuore tedesco. Il modello
Germania, l’Italia e la crisi europea, Donzelli, pp.V-265 € 18
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