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venerdì 9 gennaio 2015

La caccia al musulmano è al cristiano

Ma la caccia è all’islam fondamentalista e terrorista o non al cristiano? Poiché il terrorismo è organizzato, finanziato e armato dagli stessi che dicono di combatterlo, l’interrogativo si pone. L’errore, o la stupidità politica, sono sempre possibili. Ma non più quando riemergono costanti. Ormai da quasi quarant’anni, dall’insorgenza khomeinista. In una con l’insorgenza della Trilateral, l’organizzazione dei buoni e saggi segreti dell’Occidente.
Non c’è stata la fine della storia che la Trilateral profetizzava, e non c’è lo scontro di civiltà. Non nel senso di una guerra di trincea, di un fronte islamico e un fronte cristiano che si fronteggiano – anche perché non c’è un fronte cristiano. Ma sì sul piano della civiltà vera e propria, nella concezione dei diritti di libertà, e del senso religioso. Contro una cultura. Fatta di diritti civili e sociali. Che l’islam contesta tutti in vario modo. Specie il lavoro protetto, sindacalizzato, e l’opinione libera Né c’è dialogo possibile: dove è stato tentato, nella Turchia di Ataturk, nella Tunisia di Burghiba, nell’Egitto di Nasser, nel Marocco di Hassan II, nell’Algeria post-rivoluzione, è stato sommerso e disintegrato da insorgenze integraliste imbattibili, a volte anche feroci.
Ma, poi, l’islam è anche in trincea. Seppure su una trincea frastagliata e mobile. Contro i cristiani e contro i mussulmani non integralisti. Fuori dell’Europa e anche dentro, come si vede.
Questi sono fatti accertati, non da ora. Quello che non si dice è che il lavoro protetto e l’opinione libera sono anche all’origine della Trilateral nel 1974, sono la sua bestia nera. Che l’Europa è sommersa, letteralmente,  dall’immigrazione. Pur essendo in crisi economica da sette anni. Almeno mezzo milione di persone solo nel 2014 – di cui quasi la metà attraverso l’Italia. Da un’immigrazione al 99 per cento islamica. E che la “cristianità” – i valori civili e sociali, non la religione – è combattuta dalle potenze cristianissime dell’Europa, oltre che dagli Usa che come si sa sono la reincarnazione del Cristo. Le stesse potenze che poi lamentano l’invadenza e la non affidabilità dell’islam, ma pretendendo di difenderlo, come in effetti fanno.
L’islam è fortemente protetto dall’Occidente - e non l’islam dei migliori, anzi uno affarista – in Medio oriente e in Nord Africa. Mentre si aizza l’islam cattivo contro il cristiano. In Medio Oriente, Nord Africa e Europa.
Lo si aizza direttamente, con azioni militari. E indirettamente, con l’alluvione immigratoria e con la depressione psichica: l’islam dei diritti, ancorché medievali e regressivi, contro un’Europa che ancora si pensa malata di etnocentrismo. E quando non si professa malata la si addita a perversa, reazionaria - etnocentrica… Da parte degli stesi regimi cristianissimi dell’Europa.
Non sarebbe la prima volta che la cristianità si allea con l’islam contro i cristiani – Venezia, la Francia lo fecero spesso, anche la Spagna. Ma questa volta con accortezza. 

Quando l’islam scese in Nigeria

I discorsi, brevi, sono finiti, e gli arredi subito svaniti. Per curiosità più che avidità, il desiderio di una bandiera, d’un pezzo della tela rossa che fasciava il palco, appena contenuto dall’urgenza di abbrancarsi a un elicottero per ripartire. I soldati prevalgono nella corsa sui dignitari e le madame, con la prestanza fisica e il calcio dei mitra. Hanno aspettato che gli stranieri passassero, facendo ala col sussurrio montante “dollars, dollars, bakhshish, bakhshish”, e si sono scatenati: spingendo, volteggiando, hanno occupato i due elicotteroni che avevano portato le autorità di Lagos e non ne scendono, ammassati l’uno sull’altro, le portiere aperte. I notabili locali, ancora imparruccati, si riempiono le tasche di sandwiches.
I soldati s’incontrano già in aeroporto, all’arrivo a Lagos. A differenza dei vecchi dello Zaire, in Nigeria sono reclute, emergono a schiera e chiedono il bakhshish con voce distinta, solo lo sguardo è ugualmente atono. Si va da una sigaretta, i timidi, a un biglietto in dollari, cifrato: c’è chi ne vuole cinque, e chi venti. Una teoria vuole che ognuno dice il numero che conosce. La Nigeria è sempre il Paese del futuro, gli Usa neri. La stampa è libera, il mercato aperto, pagando, la gente vota, i generali ruotano. “Nigeria First” voleva Nnamdi “Zik” Azikiwe, la prima scoperta alla biblioteca del Commonwealth. Ma la patria per ora viene dopo.
Ci si mette in salvo dalle paludi del Niger, al di sotto delle quali il petrolio s’è formato leggero, quasi benzina. Dopo l’inaugurazione solenne del terminale d’imbarco del petrolio, tra Port Harcourt e Bonny. Che hanno storia decorosa, nel delta impaludato dello schiavismo. Port Harcourt è il nome che John Lander, inglese, diede nel 1830 al terminale, allo sbocco del Niger, del commercio degli olii di palma, in concorrenza con lo scalo dei monopolisti, Bonny. Gli altri terminali tra le mangrovie e le acque nere hanno nomi altrimenti evocativi: Forcados è il campo della Shell, Escravos quello americano, le paludi puzzano anche nei ricordi.
Il Grande Progetto è localmente rilanciare il Biafra, ossia la Nigeria cristiana, con un’offensiva civile dopo la guerra, poiché è in Biafra che si trova il petrolio della Nigeria. Ma è rimasto non detto, i mussulmani hanno già occupato i capisaldi. Sono scesi dal Nord non con le armi ma con i soldi dello stesso petrolio, più veloci, e munifici:
- L’islam è mondano, e i poveri amano i ricchi - spiega il vescovo anglicano al Presidente, gli occhi lampeggiando celestiali sull’incarnato delle guance, che lo zuccotto e la mantellina accendono:- La maestà vuole i suoi simboli. Dicono che l’islam si espande sulle gambe dei credenti, consolante sarebbe la fede semplice. Ma la religione deve segnalarsi, la povertà respinge. - Il Presidente borbotta, l’inglese avendo precario, e sta di tre quarti, per invitare i collaboratori a interloquire con le nasalità dell’anglicano. Non si sa che dire a un vescovo, a uno bianco in Africa, anzi roseo. Ma è vero che l’islam è religione politica, fa le leggi e cura la rappresentanza: l’islam scende con marmi, sete, campi di polo, cavalli, frustini, e il saldo presidio maschile, coi soldi sauditi del petrolio.
Il colonialismo lo sapeva, che fu soprattutto espansivo in campo gentilizio. Per la superfetazione della storia in forma di tradizione, e la fabbrica dei nobili. Ci sono esempi nell’esercito, la scuola, lo sport, per l’epica della caccia e la guerra, e nel terziario. Il trafficante ci tiene, e lo ufficiale, il funzionario, il giudice, l’agricoltore - il medico e l’ingegnere no, che si applicano, né il negoziante, che è greco, asiatico, ebreo, ed è concreto, il commercio è genere faticativo, ingrato. Lo scoprirono con gioia gli stessi socialisti quarantottardi o comunardi, deportati in Algeria o al Capo: divenuti agricoltori si atteggiarono a gentiluomini di campagna. Tutti nobili gli africani dopo le colonie, è il lascito più durevole: pochi stimano la libertà, l’autostima dei lavoratori. L’invenzione della tradizione vi fu fertile, degli anziani contro i giovani, gli uomini contro le donne, una tribù contro l’altra, e c’è un pedigree pure per gli ascari.
Gli inglesi, cui venne naturale identificare tribù e aristocrazia, nelle colonie non hanno portato i loro sport popolari, non il rugby, dove gli africani sarebbero imprendibili, né il calcio, che giocherebbero con eleganza, o la boxe, hanno invece sancito e diffuso il cricket, il golf e il polo. La loro indirect rule non era truffaldina, non del tutto, ma una proiezione dello spirito eletto, di apertura se non di utopia, non c’è forse scrittore inglese dopo Shakespeare, da Aphra Benn in poi, che non sia stato coloniale – mentre non ci sono colonie nel grande romanzo francese, con l’eccezione di Ourika della riluttante Claire de Duras, l’amica di Chateaubriand. L’emiro di Kano e Kaduna manda al Sud cavalli arabi e crea club chiusi, su prati di erba smeraldina, tra i pantani e la polvere. Ci sono così due Afriche, nel rapporto con l’Europa. La colonizzazione è stata la stessa, ma il risentimento è diverso: gli africani condividono, col linguaggio, l’umanità degli europei, ma quando l’islam arriva subentra la riserva mentale. La stessa del Nord Africa e il Medio Oriente, una rivalsa che osteggia l’amicizia. È sempre la crociata per l’unico Dio. Oppure gli arabi, come i tedeschi, sono risentiti per non avere ancora vinto la guerra.
(da Astolfo, “La morte è giovane”, romanzo in via di pubblicazione).

L’isolamento europeo

Non c’è solo la crisi economica a isolare l’Europa nel concerto mondiale. Dove si teme che la deflazione possa essere contagiosa, e un cordone sanitario si è apprestato, di misure monetarie e facilitazioni agli investimenti di enormi dimensioni, dagli Usa alla Cina e al Giappone.
Perché dell’Ucraina non è stata investita l’Onu? Perché all’Onu c’era e c’è una maggioranza vasta contro le manovre occidentali in quello sventurato paese. Cha la Ue ha portato allo smembramento, senza mai alzare un dito per difenderlo – e del resto non saprebbe. Col “golpe” di febbraio, non dichiarato ma sotto gli occhi di tutti. Dopo quelli contro la Serbia per il Kossovo, in Libia e in Siria.
L’Europa è non da ora infetta dal terrorismo. Che non ha voluto arginare e sradicare. Né in casa né fuori, ai sui confini, in Palestina, in Nord Africa, in Medio Oriente. Il terrorismo anzi ha di fatto favorito, finanziandone e armandone le imprese in Libia e Siria – nel Kossovo fa capo a un capomafia.  
Vittima da due generazioni di una crisi demografica, vi ha posto rimedio aprendosi a un’immigrazione senza limiti. Un’ondata senza precedenti nella storia, per vastità e sregolatezza. Si dice un assalto organizzato, di grandi masse, in realtà è un’apertura cinica a una forza lavoro di tipo schiavista. Per il beneficio degli affaristi, senza nessuna cura degli squilibri sociali e culturali che si introducono. 

Tre per una lingua

È il primo dei quaderni illustrati del pittore per i bambini, anche cresciuti, regalato nel 1969 alle due nipotine, e forse il più gustoso – anche per l’edizione, semplicemente sontuosa. Filastrocche, indovinelli, calembours, rimette, assonanze, allitterazioni si inseguono dinamitardo la lingua, fino a costruirne l’essenza, il gioco. Tanto vero e imprevedibile. Un caleidoscopio di sensi, suoni, figure, degli stessi suoni in qualche modo, e degli stessi sensi, l’artista si diverte e diverte. Con effetto pedagogico forte, è una lettura che incide: è un’altra analisi logica, e anche grammaticale..
Toti Scialoja, Tre per un topo, Quodlibet, pp. 112 ill. € 18

Letture - 199

letterautore

Acqua – L’acqua è in ogni pagina di “Addio alle armi”, il romanzone della guerra italiana prima e dopo Caporetto. Della pioggia, dei fiumi, delle pozze, dei laghi – del mare meno, anche quando siamo al mare. Ma è tema ben hemingwayano: piove con lui anche sotto il Kilimangiaro. È la mamma che è mancata? Facile tema.
L’acqua ricorre in Hemingway come la latinità, e l’africanità da lui sempre predilette, tra Italia, Spagna, Cuba, Florida e la caccia grossa – raccontata in realtà più che praticata: al campo Hemingway passava le giornate per lo più in vestaglia. Nelle aree della civiltà materna

Amore Un “sentimento religioso”, lo vuole perentorio  il conte Greffi di “Addio alle armi”, un nonagenario che viene dai “tempi di Metternich”, grande giocatore di biliardo e grande saggio. Uno che Hemingway non contraddice.

Complotto - È mancata finora la storia del complotto, nelle stragi di Parigi. Mentre c’è tutta. E naturalmente è letteraria.
L’uscita del romanzo antislamico di Houellebecq era per il 7 gennaio. E il 7 gennaio i fratelli Kouachi, due sbandati, attaccano. Con millimetrica accortezza: una redazione protetta dai codici di accesso, nell’ora in cui i suoi redattori di maggior nome sono convenuti. Uscendo da una macchina che ingombra la strada, con le portiere aperte, alla quale ritornano senza fretta per dileguarsi.
Oppure viceversa: c’era fretta di fare uscire Houellebecq il 7 perché quel giorno era in calendario l’attacco islamico. Il titolo del romanzo non c’era ancora un mese prima. Il testo non è stato disponibile in redazione prima di metà dicembre. È stato mandato in tipografia il 17 o 18, per una lavorazione – bozze, correzione, stampa, rilegatura, distribuzione – affannosa, stanti anche le tante feste. Contemporaneamente, in tre settimane,  un’operazione di traduzioni collettive-presentazione-pubblicizzazione senza precedenti è stata montata, con paginate in tutti i giornali europei.

Il 7 gennaio usciva anche Eco, col nuovo romanzo sul Mussolini trapassato ad altra vita ma non morto. Perché il male non muore mai? No, per un complotto.

Confessione – Nella forma della publicatio sui di Tertulliano è sempre stata una documentazione-esibizione pubblica di sé. Ma ora è di sego opposto. Era penitenziale: si vestiva un saio, di juta o altro tessuto povero, altrimenti nudi, il capo cosparso di cenere e anche il corpo, si digiunava, ci si esponeva in pubblico come peccatori nelle funzioni religiose, si supplicava, si piangeva, si facevano pellegrinaggi e gesti devozionali. Ora è trionfante. Magari per le stesse colpe, ma rovesciandone il senso: non si chiede perdono per la colpa, la si esibisce felici come un titolo di onore e una liberazione.
Oggi la confessione è esibizionista, è parte dell’esibizione di sé che è la cifra della contemporaneità. .Come nelle vecchie confessioni penitenziali pubbliche ogni remora o piega subdola esplorando e portando alla luce, anche inventando, perché no, seppure non più a fini edificanti: oggi si confessa a maggior spolvero e gloria. “Nihil abjectum a me alienum puto” si potrebbe dire la divisa della contemporaneità.

Giornali – Singolare dibattito oggi sul “Venerdì” tra Scalfari e Umberto Eco sul nuovo romanzo dello scrittore, “Numero zero”. Un dibattito in cui non si dice nulla. Anche nell’intervista ieri di Eco con Paolo Di Stefano sul “Corriere della sera” Eco è singolarmente muto. Forse perché sovrastato dal terrorismo a Parigi – quando si spara l’intellettuale si rotola ancora nella botte. Ma anche in questo dibattito pre-strage non si dice nulla.
Il romanzo tratta del giornalismo, lo insolentisce. Ma le sei pagine sono fitte di zero. I giornali si comprano sempre meno? Si leggono ancora meno? Si credono ancora di meno? Antonio Gnoli, uno che sa far parlare anche i filosofi, li pressa in tutti i modi, ma non ne spreme niente: il miglior giornalista e il miglior studioso di giornalismo e comunicazione non sanno che dire, a parte farsi i reciproci complimenti. Anzi nemmeno questo: Scalfari, come sempre scalpitante generoso, loda sempre Eco, Eco incassa e basta – un Eco pieno di sé?

Grande guerra – Il romanzo italiano della Grande Guerra che in questi anni si celebra è americano, quello di Hemingway. Non c’è il romanzo italiano di quell’evento che fu, ed è, determinante per la storia dell’Italia. Del Nord e del Sud. Del contadino e del borghese. Dell’Italia in Europa. Del Sud nell’Italia. Dello Stato e dell’anarchismo. Che invece ci sono, tutti (perfino, seppure di striscio, il Sud: “Vedi Napoli e poi muori è una buona idea”, etc.), in “Addio alle armi”.
C’è Malaparte, “La rivolta dei santi maledetti”, ma viene dopo, ed è un pamphlet antibellicista, di uno peraltro che era stato volontario a 17 o 16 anni – e procede per escandescenze, non è ancora il narratore sovrumano che sarà della seconda guerra, non tiene conto nemmeno delle efferatezze singole, documentate, della guerra stessa, come la rivolta e la decimazione della Brigata Catanzaro. Corrado Tumiati, medico arruolato, tentò un approccio, che però limitò ad alcuni racconti di “Zaino di sanità”, incisivi ma brevi, e di orizzonte circoscritto, sul singolo, sul lavoro spesso tragico in corsia, sul rapporto semplice con gli attendenti.
Il romanzo italiano della Grande Guerra è “Addio alle armi”. Vissuta e raccontata da un estraneo, per quanto volontario (per pochissimi mesi verso la fine), ma con partecipazione, e con intelligenza profonda. Una sorta di “Živago” alla rilettura, di forte emozione. Specie alla rilettura in originale, non affetto dal giovanilismo della traduttrice Pivano: solenne nella semplicità, mai sbracato, sempre conscio della gravità degli eventi. Con gli stessi ingredienti, curiosamente, che il romanzone russo della guerra, e più il film, illustrerà: le bombe, le ferite, le mutilazioni, il fango, la neve, la pioggia, i treni, le distanze, le separazioni, i ritrovamenti, le nascite, la morte. Con lo stesso spirito elevato, non limitato ai facili assiomi contro la guerra. Il romanzo della morte incombente, soverchiante, sull’amicizia, l’amore, ogni voglia di vita.

Non c’è nemmeno il film della Grande Guerra. Che pure si sarebbe prestata, con “Addio alle armi”. O con i tanti, troppi, giovani volontari patrioti: entusiasti, combattenti. Non gli “animali degradati dalla ragione”, cui Malaparte ridurrà i combattenti della seconda guerra in “Kaputt”, ma giovani di fede. Olmi, “Torneranno i prati”, lo sa ma ne limita l’impeto alla sconfitta, a un senso claustrofobico, remissivo, di sconfitta. “Tutti a casa” le fa torto in molti modi.

Puškin – Non è mai stato in Italia, ma era italiano di adozione. Il Puškin italianista si merita oltre trecento pagine del puškiniano Alexey Bukalov, che è il capo dell’ufficio di corrispondenza romano, Italia e Santa Sede, dell’agenzia russa Itar-Tass, nel volumone “Bereg dalnij. Iz zarubezhnoj Pushkiniany”, “La riva lontana. Gli studi esteri su Puškin” (in realtà sugli interessi esteri di Puškin). Bukalov approfondisce la “sensibilità universale”, cosmopolita, del poeta in riguardo all’Italia all’Africa. All’Africa perché il suo bisnonno era africano. Quanto all’Italia, era l’Europa di Puškin, forse più che la Francia.
Ha studiato l’italiano. Lo conosceva abbastanza per tradurre Dante e Petrarca. Bukalov ha repertoriato 94 “inclusioni” di testi italiani nelle opere di Puškin, che dice “sempre molto circostanziate e precise”. A suo parere, Puškin ha tratto dalla letteratura e le arti italiane molti motivi di poesia.

Riscritture – Consuete in musica, da parte degli autori stessi, o anche di altri, contemporanei o successivi, in uso nel cinema americano per i film di successo europei o asiatici, sono ora in auge alla tv: si fanno remake  di film di successo in serial tv. Film con storie per qualche verso morbose, “Hannibal”, “Fargo”. Per un pubblico del genere giallo-horror, o/suspense, e non generalista. Ma il secondo più grande pubblico dopo quello generalista.
In letteratura le riscritture si penserebbero marginali, essendoci il reato di plagio. Ma se ne fanno di più nel quadro del postmodernismo, del calco, l’imitazione, la copia d’autore. La letteratura anzi è a naso più seriale dei cinema.

letterautore@antiit.eu

giovedì 8 gennaio 2015

Terrorismo e libertà

La Francia ha una tradizione di accoglienza. Con rigurgiti xenofobi anche aspri – lo sciovinismo è fenomeno francese. Ma l’accoglienza è stata anch’essa fuori misura. Altrettanto grande che la capacità di assimilazione.
La Francia è il paese che ha probabilmente naturalizzato nella storia più stranieri di ogni altro in Europa: polacchi, italiani, iberici, slavi, africani, indocinesi, e da tre generazioni soprattutto arabi, del Maghreb e altrove. Più forse della Gran Bretagna, che pure ha avuto, in ragione del Commonwealth, per alcuni decenni le porte aperte, al subcontinente indiano e agli africani, del’Africa e dei Caraibi.
La Francia ha anche una tradizione nel diritto d’asilo. Esportò ugonotti in massa, perseguitati per la fede, a creare la Berlino e la Francoforte del Settecento. Poi, dalle “liberazioni” napoleoniche e successivamente, è divenuta rifugio per patrioti di ogni bordo, liberali, radicali, socialisti, dell’Europa, dell’America Latina, dell’Asia. Ma, con la presidenza Mitterrand, a partire quindi dal 1981, con un distinto, e selettivo, spirito sovversivo.
Una sfida sovversiva dovuta più alla “furbizia” del personaggio, che lui chiamava “fiorentinismo” o “machiavellismo”, non spregiativo, che alla difesa della libertà. L’asilo politico accordò ai terroristi italiani condannati, rifiutando l’estradizione, ma non a quelli tedeschi, che respinse o consegnò a Bonn. Ai fuoriusciti iraniani contro lo scià filoamericano, ma non a quelli algerini contro Boumedien filofrancese. Inoltre, attorno ai fuoriusciti organizzò la protezione dei servizi segreti. La ereditò dal suo predecessore Giscard d’Estaing, che l’aveva inaugurata con Khomeini, protetto e rilanciato. E la rafforzò.
Una protezione che dura tuttora, si è visto con Battisti. Che i presidenti Sarkozy e Hollande hanno esteso al terrorismo aranbo mussulmano, in Libia rispettivamente e in Siria. Ma che, con altrettanta evidenza, nel caso dell’islam non assicura reciprocità: troppi terroristi, noti, sono sfuggiti di mano nella stessa Francia.

Terrorismo e libertà – 2

Un’azione militare organizzata, da tempo e in dettaglio, comprese le coperture dopo l’azione. Con obiettivi precisi: gli artisti di grande fama, Wolinski, Cabu, Charb, Tignous. Per un’azione cioè che resti negli annali. Ma non da colpisci e fuggi - da 11 settembre. Piuttosto invece nello stile della “potenza geometrica”, cioè da terroristi radicati. Che vogliono esemplari le loro azioni per fare appello alle masse - la geometrica potenza Piperno in realtà articolava così, dicembre 1978, su “Pre-Print”, numero zero di “Metropoli”, la rivista che seguiva il sequestro di Moro con la strage di via Fani: “Coniugare insieme la terribile bellezza di quel 12 marzo del ‘77 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani” (la bellezza del 12 marzo 1977, che è centrale nel lungo saggio di Piperno, era un corteo di massa armato).
Non una novità, ma un’azione militare organizzata in ambiente che si dichiara ostile e da tempo è in allarme è un’altra cosa. È come l’attentato alla metropolitana di Londra, anch’esso in ambiente dichiaratamente ostile, contro un certo islam, e al massimo dell’allarme. È un terrorismo antilibertà che si nutre della libertà.
Si dice che questo terrorismo non è militare. Lo si dice a fini di propaganda interna, per limitare gli allarmi. In realtà lo: è addestrato, è finanziato e armato, va preciso sugli obiettivi, è endemico e diffuso, ha cioè dei collegamenti. Non si schiera, non ha falangi né artiglierie, ma questa arte miluitare è invecchiata da mezzo secolo e oltre, dalla presa egiziana di Suez.

L’integrazione sostenibile

Il terrorismo islamico è endemico nei due paesi europei che hanno accolto la maggiore comunità islamica e l’hanno integrata in tutti i diritti, la Gran Bretagna e la Francia. In patria e fuori: sono alcune migliaia gli inglesi e i francesi mussulmani volontari nell’Isis. In Francia è anche diffuso, in città e in provincia, al Nord e al Sud, e sicuramente è sotteso da una rete.
La Gran Bretagna da tempo si era posta la domanda sui limiti dell’integrazione fra cultura diverse. La Francia ha resistito, addebitando il dubbio all’estremismo nazionalista, ma è sempre più confrontata alla realtà britannica: di una comunità che rifiuta l’integrazione nel mentre che ne beneficia e la pretende.
L’integrazione non è più un bene primario: è anzi contestata e sfidata. Si vuole tra i diritti fondamentali affermare la propria diversità in altro regime etnico, sociale e costituzionale. Come uno statuto di extraterritorialità. Per di più, nel caso islamico, per un fattore non dirimente negli Stati moderni, il credo religioso. Una sfida letale. Tanto più in quanto l’integrazione vuole un impianto solido, altrimenti è dissoluzione.
Quando era bene primario, fino a tutto il Novecento, l’integrazione si basava su uno zoccolo forte, con aperture e sviluppi “sostenibili”, come è d’uso dire. Con la libertà religiosa ma con la comunanza dei diritti per tutti, civili e sociali, maschi e femmine, per lavoratori autoctoni e immigrati. Ora non più, ma non c’è altro modello che quello. Altrimenti l’integrazione degenera nel disordine, nel caos. È sfida costante e non rimarginabile. Recepita, anche questo è inevitabile, come una sorta di guerra civile, di sterminio, che estranei condurrebbero in casa propria.

Un inviato speciale speciale

Ancora questa mattina, a 85 anni, il più pronto, preciso e acuto su “la Repubblica” fra i cronisti della strage di Parigi - parigino peraltro di sentimenti, come molti parmigiani. Da qualche giorno Valli si era concesso questo libro: un vezzo forse senile, pubblicare un libro, a cui aveva sempre resistito, unico giornalista italiano. Ma niente più di una raccolta di articoli per i giornali nei quali ha lavorato, dal “Giorno” a “la Repubblica”. Cinquant’anni, quasi sessanta, di viaggi, da Agrigento e Genco Russo, il vecchio mafioso che si nega,  ai cinque continenti. Con molto terzo Mondo, come usava un tempo, la periferia delle grandi potenze.
Una traccia più che una celebrazione, benché corposa. Valli è tutto nei particolari, visti o uditi. Poca politica e poca diplomazia, molti particolari, e qualche, rara, impressione. Non arabesca, non inquadra, non ideologizza - “Un km. di corone (1.500) aprono il corteo” funebre di Togliatti è il suo reportage tipo. Contestualizza (“taglia”) anche poco, e questo, purtroppo, non aiuta, ma sempre in omaggio all’onestà: Valli è un bel decano degli inviati speciali, di pronto intervento sui teatri più diversi, professione in via d’estinzione. Più che una memoria dei fatti un manuale di buon giornalismo.
Bernardo Valli, La verità del momento, Mondadori, pp. XIV-1035 € 35

Una legge ad personas

Perché il codicillo salva-Silvio non può essere cassato e basta? Perché non era disegnato per Berlusconi – la frode per cui è condananto sarà lo 0,0 qualcosa per cento della sua ricchezza, non il 3, e comunque nessuno può fare nulla per il Berlusconi condannato - ma per altri illustri ricconi: banchieri, imprenditori e manager, anche pubblici, di cui il partito Democratico non può disinteressarsi. I quali saranno salvati distinguendo tra “dichiarazione infedele” e “frode”.
La distinzione è una sottigliezza del ministero del Tesoro – una “dichiarazione infedele” in fatto di fatture false è difficilmente concepibile, ma al Tesoro ci sono grandi capacità dialettiche. La misura salva-amici era invece stata illustrata e richiesta direttamente a Renzi, in qualità di capo del partito Democratico, da altri illustri esponenti del partito.  
La distinzione peraltro non si farà subito. Fino al 20 febbraio – alla vigilia della scadenza del decreto, se non approvato dalle Camere - gli affaristi amici non avranno bisogno di dimostrare la non frode. Dopodiché resteranno, se resteranno, solo le code del business da sistemare, poca roba, al di sotto del 3 per cento del reddito. Una legge ad personas.
La frode è il reato per cui Milano ha condannato Berlusconi. Cui comunque la legge non si può applicare perché è già condannato, e da tempo.
Perché tanto rumore allora? Per nascondere i veri beneficiari. Che a giudicare dalla strafottenza di Renzi sono più con la fronda democrat, di D’Alema, Visco, Bersani etc., che con lui. La scadenza ritardata al 20 febbraio, a dopo l’elezione per il Quirinale, serve a Renzi per catturare la fronda interna più che Berlusconi

mercoledì 7 gennaio 2015

Ombre - 250

C’è - è evidente per i tanti attentati - una solida rete islamica in Francia, terrorista. Di islamici francesi a tutti gli effetti. La coincidenza dell’attacco di oggi con l’uscita del libro “islamico” dello scrittore Houellebecq è, come tutte, non fortuita: attentati islamici se ne fanno e se ne faranno ogni giorno, questo è solo più sanguinoso (riuscito). Non è questione di donne, è pur sempre uno scontro di civiltà.

Fu la Francia a proteggere e lanciare internazionalmente il fondamentalismo islamico, offrendo un palcoscenico internazionale all’ayatollah Khomeini nel 1978. In un paesino, Neauphle-le-Chateau, che si voleva remoto e invece, vicino a Parigi, fu drizzato come un palcoscenico e un’emittente “dedicati”, con alloggi per i visitatori, interpreti, ripetitori tv.  

Impazza l’arte dei funerali dei cantanti. Si penserebbe un segno di affetto, anche di riconoscenza. Ma tra liti di mogli, e di fratelli. Per i diritti?
La pratica fu inaugurata dai giudici. Senza i diritti, ma anche loro con fratelli litigiosi.

L’affluenza è però in disuso. Per Pino Daniele, onest’uomo, siamo scesi dai 200 mila del primo giorno a 100 mila, poi a 50, oggi alle migliaia.

Quando muore un cantante, o altro personaggio illustre dello show business, i giudici aprono un’inchiesta. Che non concludono mai.

Sollievo, plauso, inno a Bruxelles che dichiara “irrevocabile” l’appartenenza all’euro. Una dichiarazione che non vuole dire nulla, chiunque può uscirne quando vuole, ma serve a far pagare all’Italia interessi più alti sul suo debito - venti punti base sullunghia. Stupidità? Ce ne vorrebbe troppa.

Il codicillo salva-Silvio introdotto all’insaputa di Berlusconi è da non credere. Cioè, per una volta Berlusconi è da credere - la frode per cui è condannato è lo 0,1-0,2 per cento della sua ricchezza, reato ben più veniale del 3 per cento di abbuono introdotto da Renzi. Ma lo ha veramente introdotto Renzi? Certo, non per soggiogarsi Berlusconi nell’elezione del presidente. Oppure è stato insinuato dai suoi oppositori nel partito? E chi lo ha segnalato, pochi secondi dopo il varo del decreto: Renzi o gli oppositori?

Sartre seppe con un mese d’anticipo di avere avuto il Nobel per la letteratura. Ma aspettò fino alla vigilia della cerimonia per proclamare il gran rifiuto. Il suo esistenzialismo era pubblicitario: da Juliette Gréco all’Accademia Svedese.

Le redazioni sportive della Rai vogliono la moviola in campo. Sapendola uno strumento traditore per natura: è fatta d’illuminazione, taglio dell’immagine, presa dell’immagine,  nanomontaggi di nanosecondi, furfanterie che un regista non eccelso può maneggiare. Per il loro divertimento personale? Per seminare zizzania: infuriare i tifosi, provocare violenze.

Renzi nazionalizza Taranto, il giorno di Natale. Nel silenzio. Di ammirazione?
Non c’è solo Taranto: Electrolux, Meridiana, Terni, Termini Imerese, Porto Marghera, sono decine i casi di licenziamenti rientrati o sospesi per iniziativa della ministra Guidi. Silenzio: il governo deve cadere.

Il padre, lo sci, il codicillo: questa grande voglia di abbattere Renzi, non da parte dei suoi avversari, come è da interpretare? C’è una Spectre?

È vero che il Pd (e la Cgil)  pullulano di omuncoli. Ma perché i grandi giornali e le tv ce li spupazzano? Siamo oberati da interviste coni gente da niente: decidono di tutto, dalle staminali al papa. Si occupano spesso di lavoro, pur non avendo mai lavorato.

Il papa parla lunfardo, spiega Maria Antonietta Calabrò basandosi sui suoi esegeti argentini. Dunque è un papa borgesiano, adoratore delle periferie, purché di Buenos Aires, più che francescano, o gesuita. E maneggia il coltello?

Dei 170 mila immigrati sbarcati quest’anno almeno 23 mila sono minori. Per metà senza genitori. Anche loro hanno pagato cinquemila dollari per la traversata? Ma anche solo mille, sono poco credibili. Non c’è un mercato? 

La donna crudele piace alle donne

Un altro film antifemminista. Di donne in vario modo castratrici. Non più il genere “vaso di Pandora”, o della seduzione, ma il la crudeltà perversa. Non se ne salva una, giornaliste, ladre, mogli, e non ci sono limiti alle loro cattiverie.
Una “Guerra dei Rose” tutta al femminile – lui è il buon cagnone Ben Afflek. Lei, Rosamnd Pike, letteralmente se lo divora. Un filone che evidentemente piace. Piace alle donne, che vanno al cinema, e ne hanno fatto un successo, in attesa dei premi a fine mese.  
David Fincher, L’amore bugiardo (The gone girl)

Recessione - 30

Tutto quello che dovremmo sapere e non si dice:
Tre milioni e mezzo di disoccupati ufficiali a novembre è il record storico negativo per l’Italia. Tanto più in quanto il tasso di occupazione si sta avvicinando a una persona su due (l’Istat lo calcola al 55,5 per cento), dal due su tre.
Il tasso di occupazione misura il rapporto tra gli occupati e la popolazione in età lavorativa, 15-65 anni: molti italiani, soprattutto donne, non cercano più lavoro.

La Bce discute e “fissa” la deflazione allo 0,1 per cento. Mentre è un fato che è sostanziosa, anche per effetto del crollo dei prezzi dell’energia. E non è una novità dell’ultimo trimestre.

Dal 2008 “in Italia è come se fosse sparito il 40 per cento del mercato”, dice l’ad di Ikea, in Italia, Lars Petersson, a Dario Di Vico. Il 40 per cento del suo settore, i mobili, ma anche di tutte le spese in consumi.

L’economia doveva crescere dello 0,8 per cento nel 2014, poi dello 0,3. E invece è stata a crescita negativa, forse solo dello 0,3.

Seicentomila posti di lavoro sono stati tagliati negli ultimi tre anni.

Sade ammansito in Italia

Di tutte le opere del Grand Tour la meno immaginifica - il lungo saggio di Carlo Pasi, su Sade e l’Italia, a partire dal radicamento cui Sade ambiva della sua famiglia nella Laura del Petrarca, sono la parte migliore del viaggio. E tuttavia utile come repertorio, su Firenze, Roma e Napoli, e i dintorni di Roma e Napoli: palazzi, gallerie, monumenti, in elenchi minuziosi, precisi, e freddi.
Il viaggio durò alcuni mesi tra il 1775 e il 1776, quando già la fama del giovane marchese era sulfurea, e anzi per sfuggire alle possibili conseguenze dell’ultimo scandalo, la condanna attesa a Lione per abusi su cinque ragazze minorenni nel suo castello di La Coste. Nel 1772 era già stato in Italia, per sfuggire alla condanna a morte del tribunale di Aix per avvelenamento e sodomia, ma standosene tra Torino e la Savoia, e senza la pretesa di doverne scrivere
I costumi sessuali vi hanno poche righe. Naturalmente di carattere sadiano, seppure al coperto dello sdegno. La pedofilia di cui a Napoli si faceva mercato, femminile (“bambinette di quattro o cinque anni”) e maschile, e a Firenze. Dove la metà delle donne per bene fa meretricio – “Si afferma che la metà delle donne di qualità della città si prostituivano a casa loro”.
Questa è l’edizione completa, approntata nel 1996, con alcuni capitoli inediti sui dintorni di Napoli e di Roma. Una guida turistica, intesa come elenco di opere. Con le illustrazioni (disegni, sanguigne, gouaches) del compagno di viaggio del marchese, il pittore Jean-Baptiste Tiercé, da lui appositamente ingaggiato.
Donatien Alphonse François, marchese de Sade, Viaggio in Italia, Bollati Boringhieri outlet, pp. LXXVI + 422 . ill. € 30,98

martedì 6 gennaio 2015

Ecco Draghi, si compra il debito greco

Ed ecco finalmente, dopo tanto tuonare, il quantitative easing si fa: la Bce si comprerà il debito greco. Non è molto, quello detenuto fuori dalla Grecia dovrebbe essere sui 150-160 miliardi. E risanerà definitivamente le banche tedesche, che ne detengono 80 miliardi. Poi negozierà con Atene tassi ragionevoli, e anche il fiero Tsipras potrà recedere dall’intenzione di non pagare il debito.
L’effetto di questo quantitative easing sarà nullo sull’economia dell’Europa dell’euro – la Grecia vi ha parte minima. Mentre renderà più difficile l’uscita dalla recessione per economie più consistenti, Italia e Francia. L’effetto espansivo di questo quantitative easing a scoppio ritardato è minimo. E si accompagna a professioni di austerità rinnovate, a Bruxelles e Francoforte, quali si succedono: nessuna flessibilità, ancora tagli e tasse, solo tagli e tasse.
La partita per l’uscita dall’austerità è sempre agli inizi. Renzi non ha ottenuto nulla in dieci mesi ormai di governo. 

L’Europa salvata dal Mediterraneo

L’Europa salvata dalla Grecia e dalla Spagna è solo un’ipotesi. Ma è più di wishful thinking, di un auspicio avventato.
Uscire dall’austerità è la ricetta per l’Europa. La sola - il consenso è unanime. La sola possibilità di sopravvivenza per l’Europa, per una buona metà di essa. A cui Angela Merkel e i suoi gregari, dalla Spagna, finora, ai Baltici, si oppongono, per il (piccolo, temporaneo) beneficio concorrenziale che ne derivano in confronto al resto del continente.
Tutto questo si potrebbe ribaltare quest’anno con le elezioni in Grecia e Spagna. Syriza da sola non basta. Ma se Tsipras riesce a barcamenarsi fino a fine anno, con la Spagna di Podemos allora darebbe una spallata definitiva alla jugulazione del blocco germanico. Grecia e Spagna insieme non fanno una grande forza, ma Iglesias sottrarrebbe la Spagna al fronte dell’austerità. A cui altre defezioni potrebbero seguire. Ma, soprattutto, il fronte dell’austerità si dissolverebbe di fronte al fatto compiuto di una ripresa del lavoro, dell’occupazione, del reddito, anche se in economie tutto sommato marginali dell’Unione.
Prima di Podemos, il fronte anti austerità potrebbe rafforzarsi, ma allora in modo consistente, con l’Italia. Se Renzi riuscirà a portare al Quirinale un presidente di sostanza. Uno che dia fiducia ai mercati senza essere succube di Angela Merkel.
La mina mediterranea in questo caso, con un Quirinale non più popolato da quisling, farebbe valanga. Un ri-schieramento italiano smuoverebbe le acque della Grande Coalizione coi socialisti su cui si basa il terzo Merkel.   

Il mondo com'è (201)

astolfo

Artiglieria – Non c’è gloria in aviazione, l’arma vincente delle guerre da un secolo, la più distruttiva. Come non ce n’è stata nell’arma a distanza che la precedette, la più distruttiva, l’artiglieria. Forse Napoleone, ma fu una artigliere per modo di dire: alla scuola si classificò 42mo su 58, e in piazza non sparò una cannonata – solo inquadrò l’artiglieria nella fanteria.
Non c’è comunque gloria in artiglieria. L’unica battaglia che si ricordi vinta dai cannoni prima dei semoventi fu Caporetto. Dove l’artiglieria austriaca distrusse al buio in due ore e mezza, dalle 2 alle 4,30, l’artiglieria italiana, e in un’ora, fra le 6,30 e le 7,30, le prime linee. Ma più per l’insipienza dei comandi italiani, che si offrirono a immobile bersaglio.
L’artigliere che più ha fatto carriera, Choderlos de Laclos, governatore delle colonie francesi a Est del Capo di Buona Speranza con la Rivoluzione, e con Napoleone generale d’artiglieria nell’armata del Reno, nell’armata d’Italia, a Santo Domingo e nello Stato di Napoli, non ha mai tirato un colpo. A Mozambano comandava la riserva, a Santo Domingo non c’è mai stato, e sbarcò a Taranto per morirvi, di malaria e diarrea.

Funerale - È un’arte. Da qualche tempo passata in disuso, ma viva fino almeno a trent’anni fa, ai funerali di Berlinguer, e tuttora in auge in una certa sinistra, per esempio con la camera ardente laica in Campidoglio, nella sala monumentale della Protomoteca (fino a trecento persone) o in quella più raccolta del Carroccio (cento). Era un’arte gesuitica, secondo il Gioberti polemista del “Gesuita moderno”. Poi diventata togliattiana, a partire dal funerale di Malaparte nel 1957. Il trionfo fu il funerale di Togliatti sette anni dopo: “Un km. di corone (1.500) in corteo”, segnalava Bernardo Valli sul “Giorno”. Replicato per Pasolini, senza più tante corone, ma in Campo dei Fiori, con molti massicci oratori. E per Berlinguer.

Gladstone – In “Misteri” Hamsun lo fa confidente e protettore dell’irlandese James Carey, un pentito antifeniano che poi aiuterà a fuggire in Africa. È vero. Il 6 maggio 1882 un commando di indipendentisti irlandesi, capitanato da Carey, assassinò lord Cavendish, Alto Rappresentante (Chief Secretary) per l’Irlanda, e il suo vice Thomas Henry Burke, un irlandese, cattolico. Senza problemi, li uccise mentre passeggiavano nel parco Phoenix. Carey, un consigliere municipale di Dublino, arrestato come sospetto, denunciò i cinque membri della sua cellula, che un anno dopo furono impiccati. Per sé negoziò col governo Gladstone una nuova identità e una nuova opportunità in Sud Africa. Ma nel viaggio, dopo una bevuta, manifestò la sua identità, e un altro irlandese, Patrick O’ Donnell, che veniva dagli Stati Uniti e viaggiava sulla stessa nave, lo uccise a pistolettate. Anche O’Donnell, tradotto a Londra,sarà impiccato, a metà dicembre 1883.
Tutto si svolgeva rapidamente. Il liberale Gladstone era ferocemente contro ogni forma di indipendenza dell’Irlanda.

Guerre mondiali – L’Italia le affrontò neutrale. Con l’Italia neutrale, da una parte o dall’altra, il blocco germanico le avrebbe vinte entrambe – la seconda si sarebbe giocata forse a ruoli aggressori\aggrediti invertiti.
Si celebra la Grande Guerra – e quest’anno anche la seconda, alla Liberazione – tacendo il fatto principale, per l’Italia e per l’esito delle stesse guerre. L’Italia fu in entrambi i casi per un anno, e avrebbe potuto-voluto restarlo, neutrale. Sia pure, come si vuole, per calcolo e incapacità. Fu però per scelta, in entrambi i casi. Malgrado alleanze che si vogliono cogenti all’entrata in guerra e invece erano giuridicamente, oltre che nell’ottica italiana difensive, e non aggressive. Senza l’Italia, in entrambi i casi, il blocco germanico era all’offensiva, e nel secondo conflitto già vittorioso.
Nella seconda guerra, la partecipazione italiana aprì i primi fronti di debolezza nello schieramento germanico, nel Mediterraneo e in Nord Africa – in parallelo con l’avventura nelle steppe sovietiche.  

Sospetto – È il segno e il veicolo della dissociazione sociale. Per esempio con la cosiddetta questione morale della società “civile”, con i buoni e i cattivi, col “noi e loro”. Si controllano (dissolvono) le società, insegnava la dinsiformacija sovietica, seminando il sospetto tra i cittadini. La reciproca fiducia tra i cittadini, philia, è secondo Aristotele il fondamento più saldo della buona politica.

Tambroni - Sono passati sotto silenzio l’anno scorso i cinquant’anni dalla morte di Fernando Tambroni, il nono presidente del consiglio italiano, a partire dal 26 marzo 1960. Uno di fondatori della Dc nel 1943, che al VII congresso della Dc pochi mesi prima si era espresso a favore di un governo di centro-sinistra con il Psi. Nominato dal presidente Gronchi per “stanare” il loro stesso partito, la Dc, divisa tra Segni e Moro, destra e sinistra, Tambroni tentò il monocolore Dc. L’Italia aveva bisogno di un governo perché ospitava l’Olimpiade di Roma. Si espose ai voti dei neofascisti, fu abbandonato dai ministri della sinistra Dc, dovette dimettersi, ma dopo un’esplorazione fallimentare di Fanfani si vide rigettate da Gronchi le dimissioni e completò l’iter parlamentare con la fiducia. Tambroni si era segnalato anche per essere stato un ministro dell’Interno energico, soprattutto contro la malavita organizzata. La decisone del Msi di tenere il congresso a Genova fu l’esca per una serie di manifestazioni di protesta, che Tambroni fece contrastare energicamente dalle forse dell’ordine. Il 7 luglio a Reggio Emilia ci frono cinque morti tra i manifestanti. Il congresso del Msi non si tenne. Il Msi non votò il bilancio, e dodici giorni dopo Tambroni si dimise, lasciando il posto a Fanfani.
Nelle ricostruzioni storiche il governo Tambroni viene solitamente assolto da progetti o tentazioni autoritarie. Considerando anche che il presidente Gronchi che l’aveva voluto e sostenuto era capofila della Dc di sinistra. Ma la politica visse quei giorni come se il tentativo di golpe ci fosse. Moro aveva già predisposto l’esilio in Svizzera, tramite il fidato segretario Sereno Freato. Togliatti invece aspettava a Mosca.

Il governo Tambroni durò in tutto tre mesi e mezzo, scomputando i giorni dell’esplorazione Fanfani. Sufficienti a Valentino Bompiani a pubblicare “Il senso dello Stato”, quattrocento pagine di discorsi di Tambroni.

Terrorista – È il puro e duro di Nietzsche. Non si dice ma lo è – senza averlo letto, non necessariamente: vengono dallo stesso rifiuto di sé, e quindi del mondo. Anche del terrorismo più domestico, italiano, che si dovrebbe meglio conoscere: lo si è detto dannunziano, mentre D’Annunzio è persona immaginifica e, suo malgrado forse, rispettabile: non ha fato mai del male a nessuno. No, è l’aura Nietzsche, il rifiuto sotto forma di buona coscienza di sé, la vecchia presunzione.

atolfo@antiit.eu

Riecco il Grande Fratello, amato

Si suole dire di questo Orwell che il futuro lo ha smentito. Ma non lo ha invece confermato? Tanto più che la sua non è una profezia, ma una psicologia. Cambiando di segno il Grande Fratello, è anzi ancora più grande, onnipresente se non devastante. E soprattutto è convincete, come vuole essere nel “1984”: amato, creduto – l’ultima frase del romanzo è “Amava il Grande Fratello”. Che oggi ha solo difensori.
Questa riedizione giubilare, per i trent’anni simbolici dal 1984, è la vecchia traduzione Oscar ricopertinata. Non una grande emozione. Ma sì realizzando che in questi trenta anni, compresi i venticinque dalla caduta del Muro, niente è stato detto o fatto contro, nessuna palinodia. Il Grande Fratello si è dissolto, ma nessuno chiede scusa o dice “mi sono sbagliato”. Tutti più o meno ancorati ancora alle sue maiuscole verità:
LA GUERRA È LA PACE
LA LIBERTÁ È LA SCHIAVITÚ
L’IGNORANZA È FORZA. Chi obietta?
“1984” è ancora una satira antisovietica, ma nell’intimo colpisce, con curiosa preveggenza, il mondo post 1984, cioè l’oggi: Oceania siamo noi – Oceania del resto raggruppava già allora le Americhe, Londra con il Commonwealth, e l’appendice africana. Governati infine dallo Stato globale, invisibile ma totalitario, benché si camuffi col mercato. Che da tempo ha sostituito la pubblica opinione all'olio di ricino, e sempre si fa votare. “1984” è il romanzo dello Stato globale, e lo Stato globale siamo noi, oggi, i trionfatori del “1984” storico. Si esce dalla rilettura ossessionati, come da un incubo reale: della vita, inclusi gli aspetti più personali, dagli affetti all’avidità, ridotti quali sono oggi, alla sola dimensione pubblica, cioè politica, cioè di polizia – l’opinione in balia dell’affarismo, dallo shopping all’eterologa. Riletto, il “romanzo” non è tanto una lettura del comunismo sovietico, quanto di un mondo di strutture e sovrastrutture, e di ideologie. Né più né meno di quello odierno, bancario, avido, inflessibile, totalitario.
Orwell va riletto quale Hobbes contemporaneo, filosofo compassionevole della politica, nella guerra civile continentale del Novecento: “Ogni giorno distruggiamo parole”, spiega Syme, il linguista di regime, “dozzine di parole, centinaia di parole. Tagliamo il linguaggio all’osso”, per restringere il campo del pensiero: “Alla fine, attraverso il pensiero, renderemo letteralmente impossibile il crimine, perché non ci saranno parole per esprimerlo”.
La distopia di Orwell è attuale, altroché. Lo è stata per un verso in mezza Europa fino al 1989, e lo è da allora, blanda ma inesauribile, in tutta Europa: mai tanta censura all’intelligenza.
George Orwell, 1984, Oscar, ril., pp. 336 € 12

lunedì 5 gennaio 2015

Problemi di base - 210

spock

Ma dove li trova il sindaco Marino, assessori e vigili urbani?

E Marino?

Dice: sono le primarie. Degli incapienti?

Dice: però è onesto. Però?

È meglio uno magro (disappetente) o uno grasso (mangione), che ne direbbe Shakespeare?

E l’onestà, è assottigliarsi?

Roma a Pignatone, che bollito ne verrà?

spock@antiit.eu

Fisco, appalti abusi (64)

Boom del pellet. Il governo aspetta cinque-sei anni, che il costo altissimo del gas spinga molti a passare al pellet, con bruciatore, termostati e tutto, cinque anni dopo aver investito sul gas, con caldaie e tutto, e poi porta l’Iva sul pellet dal 10 al 22 per cento. Quando si dice la crisi dei consumi.io dei consumi.

“Senza regole gli antibiotici non funzionano”: è una campagna pubblicitaria vistosa (costosa) dell’Aifa, l’agenzia del farmaco. Perché gli antibiotici si vendono, allora, liberamente?

In prossimità delle feste Banca Intesa riduce la provvista di liquido alle filiali. Il correntista deve correre a destra e a manca se per caso vuole fare una spesa straordinaria, o ha troppi nipoti da regalare.

I Comuni aumentano l’acqua a pochi mesi dal referendum con cui se ne sono ripresi il monopolio. Con lo slogan “l’acqua è un bene pubblico”. Che però, ora dicono, va inteso così: l’acqua non è vendibile, il servizio sì, la fornitura. Fanno quindi pagare l’acquedotto, anche se insufficiente, e la depurazione, anche se inesistente. Usano l’acqua per aumentare le entrate. Dopo aver fatto credere il falso al referendum.

La biglietteria del Parco della Musica a Roma è aperta fino alle 23. Ma alle 20,30, dopo un viaggio di un’ora,  non si può prenotare per la Befana due giorni dopo.  Un addetto allo smistamento della coda  lo impedisce: “Venga domani. Stasera non è possibile: ci sono due casse e tre concerti da coprire”. Non c’è nessuna coda, ma il sindacalista è fermo - l’addetto allo smistamento fa il sindacalista.
Il Parco della Musica paga lo straordianrio notturno a due cassiere e un sindacalista per non fare i biglietti?
Il sindacato vigila al Parco della Musica per non lavorare?

Il concerto “La ChiaraStella” di Ambrogio Sparagna, “I canti di Natale”, non si può nemmeno comprare online. È il concerto che si voleva prenotare. L’addetto alla coda aveva rinviato alla biglietteria online, pur di non vendere i biglietti per la Befana. Forse Sparagna non ha pagato il pizzo?

Si rifà il catasto per aumentare gli estimi ai fini fiscali, “adattandoli ai valori di mercato”. Ma metà degli immobili non hanno nessun mercato: fuori delle città non c’è mercato. E un terzo almeno non ha nessun valore, giusto il ricordo familiare – seppure oneroso di Irpef, Imu, Tari e ora anche Tasi. Il fisco è cieco? Non necessariamente, altrove è acuto.

Può il fisco essere brigantesco? A D., il paese d’origine, un sacchetto di spazzatura costa 5 euro di Tari.

La Repubblica fu uccisa anche con le Br

“Questo non è un libro sul passato, è un libro sul presente”. È per questo che Sergio Berlinguer, “Ambasciatore, Consigliere Diplomatico di tre Presidenti del Consiglio dei Ministri (Cossiga, Forlani e Spadolini) e Segretario Generale del Quirinale, nel settennato più difficile e controverso della storia repubblicana, quello di Francesco Cossiga”, non ha trovato un editore, a differenza del primo cronista di nera. Il suo libro non è on editabile, giusto in una collana regionale, “Storia della Sardegna”, di un editore locale, a distribuzione circoscritta. Come se fosse uno scambio tra corregionali, Berlinguer e Cossiga - cugini peraltro, non tra di loro, ma del marchese Enrico. Perché?
Perché Sergio Berlinguer non ha un segreto da divulgare. Cioè sì, il segreto ce l’ha, ma non è palatabile: è “una riflessione seria e pacata sul fenomeno delle Br”. Andando a ritroso da Moro, dal perché Moro fu dichiarato da Enrico Berlinguer “morto per noi”, anche se fosse uscito vivo dalla prigionia, e lo fece dire a Cossiga, allora ministro dell’Interno. Che lo confiderà per iscritto a Spadolini, sperando che lo storico intraprendesse una ricerca con gli strumenti giusti, o delegasse alla ricerca uno storico verace. Ma Spadolini era, a tratti, “fanciullesco”, come tutti sanno e il consigliere attesta. La “riflessione” dovrebbe farsi sulle Br, il Pci e Mosca.
Anche su altri passaggi. Per esempio la non votazione di Spadolini per il Quirinale, dopo che Forlani e Andreotti s erano bruciati in una dozzina di votazioni: era l’uomo più indicato ma si passò direttamente a Scalfaro. O gli umori variabili di Cossiga al Quirinale. Ma il principale sono le Br:
Che dirne? La presidenza di Cossiga con Sergio Berlinguer segretario generale, che seguiva a Leone, costretto da Enrico Berlinguer artatamente alle dimissioni, viene ora rivalutata come una delle più corrette, dal punto di vista costituzionale, dopo Einaudi, nella storia della Repubblica. Forse persino troppo prudente, malgrado le “esternazioni” del “picconatore” e la sua ciclotimia. Cossiga, il suo consigliere attesta anche questo, visse la presidenza col morso alla bocca.
Sergio Berlinguer, Ho visto uccidere la prima Repubblica, Carlo Delfino Editore, pp. 352, ill., € 20

domenica 4 gennaio 2015

Secondi pensieri - 201

zeulig

Credulità - La credulità non è la stessa cosa che l’incredulità, ma non sempre. Vuole un limite anche l’incredulità: l’avversario è sofisticato ma non incerto. Come diceva Talleyrand comparando Richelieu e Metternich: “Il cardinale ingannava sempre ma non mentiva mai, Metternich mente sempre ma non inganna mai” – c’è una differenza? Basta leggere la realtà, come di dovere.

Croce – Più marxista di Togliatti, lotta di classe inclusa – così lo vuole Noventa, ma non è una battuta. Per formazione, per i primi interessi di giovane e di studioso, e per il modo di filosofare. L’idealismo napoletano, italiano, è pieno di studio, e critica interna, di Marx. Dello Hegel di Marx. È questo che ha generato la sterilità della filosofia in Italia per molti decenni e fino al “pensiero debole” – peraltro molto debole, a parte i buoni sentimenti. Non la predominanza crociana nel senso del potere, ma l’irretimento. In una logica, e anche in una storiografia, escatologica, rigenerativa, risolutiva.

Dissociazione –  È nozione tra le più indefinite della psicopatologia. Forse perché etichetta malattie diverse, per causa e natura se non per manifestazione. Un secolo e mezzo fa lo scienziato Guido Morselli già intuiva questa ambiguità di fondo. Né se ne sostiene più l’apparentamento alla schizofrenia del dottor Bleuler, la vecchia dementia praecox: non vi può essere sdoppiamento della personalità se non v’è più una personalità.
Si sono così elaborate la nozione anglofona di splitting e quella francofona di dédoublement, in opposizione alla Spaltung di area mitteleuropea e germanica. Questa essendo propriamente la frammentazione dell’Io in direzione della schizofrenia, quelle la segregazione di spicchi o grumi della personalità, labile, mobile  A opera della stessa personalità, per una deformazione che può avere, oppure no, derive compulsive, psicotiche. Può rientrare fra i disturbi della personalità, l’inverso dell’istrionismo, ed è più spesso l’effetto di una patologia sociale o storica. Cioè?

Filosofia tedesca - Si può leggere Wittgenstein, per esempio le “Ricerche filosofiche” , e non trovare mai un riferimento tedesco – eccetto Frege. Si dice che Wittgenstein venisse da Schopenhauer, ma è l’esatto opposto.
Si può leggere Anscombe, seicento pagine di Anscombe, e non imbattersi in un tedesco. Un paio di righe al più per Kant, ma niente Hegel, Schopenhauer, l’onnipresente Nietzsche. L’analitica è tosta, ma è filosofia, e non si incontrano i poderosi filosofi della storia, gli ordinatori, i sistemisti. Con le argute  sorprese dei “rovesciamenti”: l’amore è morte, il desiderio è dolore, la vitalità inganno e allucinazione – e Sofia Loren è Tina Pica?

Internet  – Rinvia all’attimo, al particolare, al dettaglio, magari con rapidità e in profondità, ma separando dall’unità. Non al particolare che introduce al tutto, all’unità, all’evento, o lo illustra.
Svuota anzi l’evento, o lo focalizzandolo su aspetti marginali. Oppure, se centrali, unici e non significativi dell’insieme. Anche in immagine: dà il colpo vincente nella partita, l’inquadratura specialmente pittorica del film, la battuta vincente della commedia, del dialogo politico, del libro, distogliendo dal gioco di squadra, dallo studio registico, dal linguaggio che può fare la felicità dell’insieme.
L’innovazione di twitter è stata di metterne in rilievo la natura intima, la frammentazione delle esperienze. La rete disarticola e non assembla. Non contestualizza, non inquadra, e anzi disperde.
Il regista Davide Farrario su “La Lettura” ne segna il limite nei riguardi del cinema. Dell’evento che Hollywood correttamente etichetta “larger than life”. Le sue immagini, più spesso semplicemente “rubate”, casuali, anche se perseguite accanitamente, siamo tutti fotofonofili, “liberano la testa” ma al contrario di come Fassbinder pensava il cinema: la slegano, la indeboliscono.

La disarticolazione non è solo dell’immagine costruita, è di ogni espressione – organizzazione, tecnica, procedura. La velocità e la compresenza dell’elettronica slegano più che unire. Uniscono in superficie, slegando il senso, diaggregandolo, frantumandolo. Non decostruendo, non implicano un’azione di elevata ingegneria logica, ma al contrario, designificando.
È qui il disagio del mondo collegato – l’incertezza, l’ansia. Nello svuotamento di senso. Che è un alleggerimento, se si vuole, nel senso dell’uguaglianza. Ma di un’uguaglianza che è deprivazione e non arricchimento. Neanche, al fondo, per coloro che “libera”, che porta al concerto. Succede come nell’alfabetizzazione:  l’autodidatta impara, ma male.

Psicologia - Giorello la lega agli astri, nell’elzeviro di fine anno sul “Corriere della sera”. Non propriamente, ma all’astronomia, con la quale l’astrologia è nata – “Galilelo, Cartesio e Newton non disdegnavano gli oroscopi”, che anzi compilavano, anche se solo per un obolo. “Il gioco degli oroscopi rivela più di un aspetto della nostra psicologia”, dice bene Giorello, “cioè del nodo di passioni che la razionalità talvolta controlla, ma non abolisce”.  Lo stesso gioco “rappresenta una traccia di una nostalgia del cielo che qualunque rigida concezione del sapere non può cancellare”.
Il “nodo di passioni” Freud lo srotola o lo agglomera?

Sospetto – Il sospetto, strumento di verità, si trasforma in un’ontologia conchiusa, la psicosi del complotto. Per cui un Hitler, per fare un esempio, fenomeno dichiarato e manifesto, viene avvolto di segreto, e ogni evento della vita quotidiana diventa assimilabile a Hitler. La vita, che si manifesta essendo, diventa un non luogo e un non ente.

Lascia interdetti che il sospetto sia ritenuto la verità – la porta della verità - ma è la forza d’Ignazio di Loyola, che pure è santo, del suo disegno totalizzante, la sua leva per rovesciare la realtà. S’immagini la potenza di mobilitazione degli esercizi spirituali su un contadino solitario, un coatto, un ladro abituale: assumeranno la convinzione dell’invincibilità, impareranno il latino.
È vero che ogni gesto, sia pure minimo o casuale, uno sbadiglio, non è indenne dal sospetto, un sospiro, uno sguardo, anche annoiato. Poi c’è Epimenide. O il bugiardo di Hegel: “Se uno confessa di mentire, dice la verità o una bugia?”.

Il sospetto deve andare contro “ciò che ogni periodo dice di sé e immagina di essere”, dice Marx, partendo da Hegel e Descartes: “De omnibus dubitandum est”. Tutte persone che non dubitano, Descartes, Hegel e lo stesso Marx. Mentre, spiega Kierkegaard, il dubbio stesso è soggetto a dubbio. Per la verità delle cose invece che per la verità del discorso, che è sempre zoppa.
La verità del discorso darà più piacere – le zoppe provano e danno più piacere, secondo Montaigne – ma è inutile: non c’è dubbio che “la violenza è la levatrice di ogni vecchia società”, e la violenza in effetti non è ideologica, è di tutte le ideologie. Il sospetto sarà dunque violenza per i suoi paladini.

zeulig@antiit.eu

Il golpe continua, al Quirinale

Friedman ripropone il suo best-seller con un nuovo capitolo e un ricordo. Il capitolo è sulla fine del governo Letta e sull’amarognola luna di miele del governo Renzi nei primi mesi di vita. Nulla che non si sappia, ma concentrare in poche pagine i “gattopardismi” del partito Democratico - le mine che il partito vincente si mette – è un promemoria utile, volendo capire.
Il libro si ripropone in realtà in vista del ricambio al Quirinale. Friedman insiste sulla scoperta che fece la fortuna della prima edizione del suo libro, che Napolitano preparava il governo Passera-Monti sei mesi prima della crisi dello “spread”. E la corrobora con la reazione infuriata dei collaboratori del presidente. Fino a cancellare – è la materia del medaglione – il patrocinio presidenziale al Premio America della Fondazione Italia Usa, perché premiava, tra i tanti, Friedman. Lo fa in una prosa stucchevole autoincensatoria, ma un fatto è un fatto: si va a eleggere un presidente della Repubblica di cui non si conosco i poteri, ultimamente perfino golpisti. Altro che protezione della Costituzione.
Alan Friedman, Ammazziamo il Gattopardo. La storia continua, Rizzoli, pp. 338 € 13