giovedì 27 luglio 2023
Orwell restaurato – o i dolori del volontario in Spagna
Il Gran Libro della Guerra di Spagna è il racconto di una delusione. Tolte le due pagine iniziali, giustamente famose, dell’incontro col miliziano italiano all’arruolamento, che lo emoziona con la sua semplicità, e un paio di accenni al calore e alla generosità degli spagnoli, miliziani e non, è un lungo repertorio di mancanze, incapacità, superficialità, e di logorrosimo politico, oltre che di violenza, tra le forze combattenti, che da subito, dal primo giorno di “caserma”, lo accasciano. Un pamphlet politico, per le forze rivoluzionarie in Spagna, anarchici e socialisti, e contro i comunisti bolscevichi. Scritto a caldo, nello stesso 1937, subito dopo il congedo per una ferita al collo che gli aveva semiparalizzato la lingua e un braccio - “un libro urgente, scritto in fretta”, pubblicato sei mesi dopo l’evento. Non violento, anzi argomentato, perfino eccessivamente, malgrado la rapidità della scrittura. Ma in nuce il cattivo umore che animerà “La fattoria degli animali”.
mercoledì 26 luglio 2023
Cronache dell’altro mondo - barbine (240)
“«Barbie» è brillante, bello, e
divertente da morire” (“The New Yorker”).
Hollywood oscilla tra entusiasmi
e depressioni, “questa estate non ha fatto eccezione. Qualche blockbuster come
“The Flash” e “Indiana Jones” non sono andati bene, ed è stato subito dramma.
Ma l’ultimo week-end ha portato a un “colossale rovescio, grazie a
«Barbenheimer», il testa a testa in uscita di «Barbie» e di «Oppenheimer». Due film diametralmente differenti che hanno innescato il quarto più opulento
week-end di uscita della storia. La stagione è salva, la strategia di puntare «Barbie» contro «Oppenheimer» sembrava rischiosa,
per la disparità tra il tutto rosa “Barbie” e un epos biografico di tre ore,
per minori accompagnati …”. (“The
Atlantic”).
“Per gli ultimi 64 anni, Barbie è
stata al centro di innumerevoli dibattiti su chi sono le donne, e chi
dovrebbero essere, che aspetto hanno e cosa vogliono… Per gran parte del tempo
non ha una parola da dire, e tuttavia parla per una massa critica…” . “The New
York Times”.
“A grandi linee, il film offre un
sottile, rivisto riff del mito greco
di Pigmalione, che ha ispirato miliardi di storie sugli uomini e le donne che
essi inventano” (“The New York Times”). Ma aggiornato: “In «Barbie», al contrario,
è l’immaginazione di ragazze e donne che operano con la bambola e le danno
qualcosa come una vera vita”.
“«Barbie» è arrivata al cinema
solo oggi, ma siamo già tutte ragazze Barbie in un mondo Barbie. Per più di un
anno ormai, abiti rosa hanno dominato le passerelle a Parigi, e i #barbiecore hanno
infiltrato i nostri social media – e i nostri armadi. La promozione di «Barbie»
ha ispirato molteplici collaborazioni con ogni sorta di marchio, dalla casa di couture parigina Balmain al tappeto
lavabile Ruggble, suggerendo che il film diretto da Greta Gerwig riguarda se un
blockbuster si può fare con credibilità artistica, e più quanto una campagna di
marketing può essere lunga e convincente” (“The Washington Post”).
“Se vi piace Barbie, questo film
è per voi. Se odiate Barbie, questo film è per voi” (trailer originale).
Calvino è il suo proprio personaggio
“La
trilogia era a miei occhi il quadro perfetto di una certa borghesia
intellettuale italiana in via di sparizione, riflessa da un immaginario libero
e versatile, benché perfettamente padroneggiato”. Era il 1962 o 1963, Antonella
Santacroce aveva mandato un suo saggio, “una ventina di pagine”, sulla “trilogia”
di Calvino e sulla sua raccolta di fiabe allo stesso scrittore come curiosità. Un testo, ricorda trent’anni dopo, che “si voleva uno «specchio» rigoroso
(anche nel suo stile) dell’universo fantastico calviniano di cui mi sforzavo di
non tradire il «mondo poetico»”. Calvino non lo lesse, non subito, oberato dalla
corrispondenza, era ancora dirigente Einaudi, ma a un certo punto lo lesse e ne
ebbe graditissima sorpresa. Poi si perse il saggio, di cui Santacroce non aveva
fatto copia.
Calvino
l’aveva mandato, d’accordo con Santacroce, a “Il Caffè”, la rivista di G.B.Vicari,
che preparava un numero monografico sullo scrittore. Il saggio era andato in tipografia
ma non in stampa, e lì si è perduto. Tutto
quello che ne sappiamo è quanto Santacroce rielabora successivamente, e soprattutto
la lettera con Calvino il 7 ottobre 1963 rispondeva al suo invio.. Molto articolata, che merita
rileggere per intero.
Calvino
apprezza: “Dite cose che i critici in generale non comprendono o non dicono…. Per esempio, che
il solo eroe per me è l’uomo che si costruisce”. Poi, “il fatto che io non mi permetto certe familiarità con
i miei personaggi: giustissimo e questa osservazione è anch’essa inedita”. Più
di tutto Calvino apprezza “l’osservazione che la pagina scritta è sempre una pagina scritta e l’attenzione che
lei porta nel «Cavaliere» alla problematica sulla scrittura, sul rapporto della
pagina alla materia narrata (nessun critico si è mai soffermato su questo, che
era l’aspetto più moderno, contemporaneo della problematica del nouveau roman, e devo dire che ne sono rimasto un po’ deluso)”. Apprezza
anche che Santacroce abbia capito la trasformazione finale di Bradamante in
Suor Teodora.
Santacroce
si diceva delusa dai suoi ultimi racconti, “contemporanei e autobiografici”, e
a Calvino piace anche questo: “Dico simpatico (il rifiuto) forse perché in questo
momento provo il desiderio e la nostalgia del «fantastico» e ricomincio a
staccarmi dall’altra strada” – “ma sono oscillazioni quasi periodiche”,
concludeva.
Antonella
Santacroce, Le premier Calvino et son infaticable
poursuite de l’existence, “Chimères”, 1994\2 (n. 21), pp. 135-138, free
online
martedì 25 luglio 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (532)
Giuseppe Leuzzi
Arriva una nave
con 200 migranti in Toscana, tra Carrara e Livorno, ed è la fine del mondo:
lamentazioni e critiche di giornali e telegiornali, ong, partiti, presidente
della Regione, assessori di ogni bordo, regionali, comunali, da settimane, per
settimane. Duecento per una volta, non duecento al giorno – figurarsi mille.
“La cosa che aleggia su ogni
segreto è la delazione. Presto o tardi qualcuno arriva al punto in cui vuole
svelare quello che sa” – Don Delillo, “Libra”, p. 206. “Libra” è il romanzo
dell’assassinio di Kennedy, molto documentato, quasi un docu-romanzo, un
romanzo-verità. Ma della morte di Kennedy si sanno tante cose, tantissime,
eccetto la verità. La delazione è nemica della verità?
“Tra il 1900 e il 1915 emigrarono
soprattutto gli italiani del Nord”, fa notare il fumettista franco-belga Baru,
di padre e nonni italiani, emigrati dalle Marche, predentando su “La Lettura”
la sua trilogia “Bella ciao” (tradotta come “A caro prezzo”), sulla vita dgli
emigrati italiani, tra rifiuto e integrazione: “Dopo la Grande Guerra è stato
il turno di quelli del Centro. Infine, dopo
il 1945, è stato il turno di quelli del Sud”. È vero, anche se non del tutto –
molti dal Sud erano emifrati tra Otto e Novecento anch’essi verso l’America. Ma
è vera la conclusione: “Come se ci fosse un eccesso di italiani in fuga veso
nord”.
Profazio e la scomparsa del Sud
Otello Profazio era più che
uno stornellatore e un intrattenitore. Era uno scrittore, arguto quanto semplice
(“naturale”), e un osservatore acuto, quasi un antropologo d’intuito. I suoi detti,
pensieri, riflessioni, lazzi, riempiono volumi, forse altrettanto numerosi che
la sua discografia – peraltro da tempo fuori commercio.
L’epicedio semplificato in
morte, “Morto il menestrello calabrese”, “Addio a Profazio, il cantastorie calabrese”,
non tanto semplifica e riduce la sua figura e il suo lavoro, quanto documenta
un interesse residuale, giusto di cortesia, verso il folklore e verso il Sud. Profazio al
Folkstudio è roba di sessant’anni fa. Profazio e il Folkstudio, con Eugenio Bennato, e la Nuova Compagnia di Canto
popolare (Carlo D’Angiò, Peppe Barra, perfino Roberto De Simone), Maria Carta,
Rosa Ballistreri, Gabriella Ferri, Matteo Salvatore.
Il Sud va col popolare. Col
folklore – ma Profazio, Bennato o De Simone non vanno col folklore, sono finti esumatori,
sono creatori. Muore Profazio come è morto, musicalmente, teatralmente, spettacolarmente
il Sud - basta fare un raffronto con la persistenza in America di Nashville o
Memphis, per non dire della musica celtica in Irlanda (che però è riuscita in pochi
anni a passare di millenni subordinazione e impoverimento, e dalla guerra civile, a un incredibile boom, tecnologico, finanziario).
Il leghismo non è venuto per nulla, che tutto appiattisce sull’indistinto.
Del buon uso dei posti spiacevoli
“C’è una certa nudità tané
nel Sud, nude soleggiate pianure, colorate come un leone, e colline rivestite
solo dell’aria blu trasparente”. In contrasto con “la nudità del Nord: la terra sembrava sapere che
era nuda, ed era vergognosa e fredda”. Stevenson, viaggiatore compulsivo, di persona
e nella scrittura, fa questa sintesi nel saggio “On the Enjoyment of Unpleasant
Places”, sul (buon) uso dei posti spiacevoli. Ci sono dunque posti piacevoli e
posti spiacevoli. .
Di fatto, però, poi riflette,
non è la natura differente: ci sono fiori, prati, boschi anche al Nord.
Differente è il colore, il senso della cosa – la sensazione che se ne alimenta: bellezza vs. sopravvivenza.
Oppure no:
riflettendoci ancora, l’esito è diverso. “Quando ci ripenso”, continua Stevenso7n
come a distanza di tempo dalla prima impressione, “mi vergono sempre più della
mia ingratitudine”. Si richiama un verso, o detto: “E dalla forza venne la
dolcezza”. E su questo conclude: “Lì, nello spoglio ventoso Nord ho ricevuto,
forse, la mia più forte sensazione di pace. Ho visto il mare grande calmo, e la
terra, in quel piccolo posto, era tutta viva e amichevole - è che, dovunque uno
si trovi, troverà qualcosa che gli piaccia
e lo pacifica”. Se è in pace.
I bagni di mare meglio al Nord
Nel G 20 Spiagge, la rete
nazionale delle destinazioni balneari con almeno un milione di presenze turistiche
l’anno, che riunisce 27 o 28 Comuni, solo sei sono al Sud: Arzachena, Alghero, Forio,
Ischia, Sorrento, Taormina.
Guardando la classifica
degli esercizi attivi e dei posti letto totali, questa presenza è ancora più
angusta. Tra i primi 15 classificati compaiono Sorrento e Alghero, ma a distanza
siderale dalle dalle spiagge venete (con Venezia Giulia) e romagnole. Sorrento ha
17 mila posti letto, Alghero 15, le sole due entries nella classifica, molti meno di San Michele al Tagliamento-Bibione
e Caorle, che guidano la classifica degli esercizi ricettivi, ma anche di Grado
e Cattolica, che la chiudono.
Quanto alla ricchezza prodotta
(valore aggiunto) dal turismo balneare tra i primi dieci Comuni figurano al
Sud solo Palermo (810 milioni nel 2020) e Sorrento (679). Rimini capeggia la
graduatoria, con un miliardo e mezzo – per ogni presenza muove più spesa.
Si potrebbe dedurne che fare
la vacanza al Sud è ancora una vacanza, Ma è una consolazione?
Milano
Nella recensione-stroncatura
dell’ennesimo libro di “napolitudine”, “Napoli stanca”, il napoletano Fofi fa
un inedito parallelo di Milano con Napoli, per “una comune massiccia «gentrificazione»”.
Dalle stalle alle stelle?
È “l’antica città del
biscottino” per un Nievo disilluso e polemico d’inizio 1860 – “Una scrittura
di maschere pel Cornovolone”, in “L’Uomo di Pietra” del 7 febbraio 1860 (cit.
in I. Nievo, “Storia filosofica dei secoli futuri” p. 15) - “tramutata in un
focolare di rivoluzionari ed eretici”. La delusione dopo Villafranca ancora
pesava: ai “rivoluzionarii” in realtà Milano tendeva “un biscottino ammuffito”.
Ippolito Nievo visse poco ma ci vedeva giusto.
Dopo Villafranca e
Zurigo, Nievo era deluso dall’acquiescenza di Milano agli accordi con gli
austriaci. Ma la città accusava di “biscottinismo” su un periodico milanese, “L’Uomo
di Pietra”.
Il “biscottinese” ambrosiano
ricorreva già nelle “Confessioni” di Nievo. Mediato da un sonetto scurrile
di Porta, “I putann ai dam del bescotin”, alle dame di carità. Come a dire dei
sentimenti tiepidi, giusto per l’apparenza.
“Un festival di multe;
diecimila per 20 concerti”, annuncia l’assessore cittadino alla Sicurezza. Tutte
“per sosta irregolare”. La città celebrava un mese di grandi concerti pop, “320
mila persone per sette concerti”. In gloria, delle casse.
Da ultimo protagonista assiduo
della “Milanesiana”, il festival estivo cittadino, U. Eco ne fece “un villaggio
padano” nella parodia di saggio “Industria e repressione sessuale in una
società padana” (poi in “Diario minimo”), fatto scrivere nel1919 al “Dr. C. Dobu
di Dobu, interplanetario o intergalattico”. Con quel “terribile nemico del Risorgimento
(che) fu Silvio Pellico”, autore di “una operetta” in cui spegne ogni empito
patriottico.
In compenso, il sabaudo
ex sardo Eco rivaluta le Cinque
Giornate, a fronte degli “Stati sardi, apparentemente disattenti ai problemi dell’unificazione nazionale” – “l’esercito piemontese intervenne proprio a
Milano nel corso di un’insurrezione, ma riuscì a tal punto a confondere le cose
che fece fallire la rivolta e abbandonò
la città e i rivoltosi nelle mani degli austriaci”.
Al Dr. Dobu di Dobu Eco attribuisce
un’antropologia non effimera della città, che trovava valida ancora negli anni
1950. L’ipotesi “che la comunità di Milano sia rimasta estranea ai grandi rivolgimenti
che impegnavano la penisola italiana, e questo in virtù di una natura eminentemente
coloniale e passiva dei suoi abitanti, negati a ogni acculturazione e condannati
a una frenetica mobilità sociale - non rara, peraltro, in molte comunità
primitive”. Tra le “cerimonie allo stadio” e il culto della “barca”.
Ma non c’è solo l’antropologia
elementare del Dr. Dobu, Eco sa anche di una Maylandanalyse heideggeriana di un Karl Opomat, “uno studioso delle
isole dell’Ammiragliato” convertitosi alla fenomenologia heideggeriana.
Che Eco applica in lunga digressione al
“paradosso di Porta Ludovica”.
Gli scrittori l’hanno
abbandonata nel Novecento, Dossi, Gadda, Arbasino, lo stesso Testori al seguito
di Visconti. Ma è la città, è l’unica città, che si è data una mappa dei luoghi
dove i letterati, di Milano e non, hanno vissuto, sia pure transitoriamente – ricostruita con molti dettagli da Gianni Santucci e proposta
su “La Lettura” dell’11 giugno.
La città raggiunge ora l’aeroporto
cittadino con la metro. Grande festa. Senza
ricordare che ci sono voluti quindici anni per realizzare la linea – non tutta,
non è ancora finita. Per lunghi tratti di superficie, e non impedita o rallentata
da reperti archeologici. Il fare implica il dimenticare, selettivo, non stare
lì a frustrarsi.
Larussa dopo Craxi: a Milano
gli immigrati, specie se si proclamano milanisti e milanesi, danno il
rigurgito. Li rispetta se re di denari, Cuccia, Ligresti, Virgillito – finché fanno
guadagnare. Non ci sono seconde generazioni di immigrati di successo a Milano.
leuzzi@antiit.eu
Ma come è produttivo l’ozio
“La
capacità di oziare implica un appetito cattolico e un senso forte di identità personale”.
Si parte così, di volata – non indifferetismo ma operosità. “Il cosiddetto
ozio, che non consiste nel non fare nulla, ma nel fare molte cose non riconosciute
nei formulari dogmatici dellc classi dirigenti, ha lo stesso diritto all’accettazione
della stessa operosità”. L’ozio c’è sempre stato, come Diogene a fronte di
Alessandro Magno, c’è, e fa bene, alla salute e agli affari, “ma non si può
dire”.
Un
testo breve, col titolo appropriato. In originale più in sintonia col
personaggio Stevenson, “An Apology for Idlers”. Che è più, nel tono del titolo
e nel testo, una giustificazione del bighellonaggio, del dandysmo, dei flâneur –alla Baudelaire, alla Benjamin,
non propriamente oziosi. La traccia che riprenderà Bertrand Russell nel trattatello
omonimo, dell’ozio come un modo di impiego del tempo. Diverso, e anzi opposto,
da chi perde tempo.
Con
l‘originale a fronte.
Robert
Louis Stevenson, L’elogio dell’ozio,
La Vita
Felice, pp. 58 € 6,80
lunedì 24 luglio 2023
Non c’è stata a Roma una conferenza sull’immigrazione
C’è posto per tutto, sulle prime pagine
oggi del “Corriere della sera”, della “Repubblica” e della “Stampa”, ma non per
la conferenza a Roma sull’immigrazione. Odio
contro il governo, che l’ha organizzata? L’odio vorrebbe che se ne desse conto,
criticandola. Input francese via fratellanze? È possibile, ma chi lo sa. Supponenza?
Nella storia del giornalismo si racconta di un dirigente del “Corriere della
sera”, Mottola, segretario di redazione anni Cinquanta-Sessanta, che chiedendosi
il giornale come trattare il Fenomeno Bongiorno (“Lascia o raddoppia”),
stabilì: “Se non ne parliamo noi, non esiste”. Quindi anche questo è possibile.
Più probabile, però, è l’incapacità di vedere la realtà dell’immigrazione, a
parte le solite giaculatorie papali. Se e come ce n’è bisogno. Chi e come la organizza
– la sfrutta. Come andrebbe organizzata – che sarebbe anche facile: gli Stati
Uniti, l’Australia e il Canada l’hanno organizzata e regolata per un secolo
abbondante, per flussi anche enormi.
Più probabile è l’incultura. Dei
giornali, dei grandi giornali, come un deserto. Nessuno conosce l’Africa.
Nessuno conosce il Maghreb, e nemmeno la Libia, che pure sono a un’ora di aereo.
Mai un’inchiesta su come e dove nasce l’immigrazione, in Nigeria, nel Niger – hanno
indagato i giornali americani, sul business del “viaggio a Roma”, gli italiani
non ci pensano neppure. Tutti a riempirsi la bocca di deficit demografico,
necessità di manodopera, donne incinte, poppanti abbandonati, minori non accompagnati,
mai nessuno che si andato a vedere come e perché. Più probabile è l’ignoranza.
Non c’è solo l’immigrazione. Per una
qualche esperienza, l’opinione pubblica italiana è la meno e la peggio informata,
rispetto a Spagna, Germania, Inghilterra, Francia – bastano pochi giorni di
vacanza per notare la differenza. È anche il Paese dove i giornali hanno perso
più copie, e continuano a perderle.
Secondi pensieri - 519
zeulig
Ateismo – La mania di Dio secondo Sartre, in una riflessione sul cristianesimo
abitudinario della sua famiglia, mezza cattolica e mezza luterana, nell’atmosfera anticlericale e massonica (teista)
della Francia nella sua infanzia. Così in “Le parole”, 67: l’ateismo è
un’ossessione, a fronte della placida fede del credente. L’ateo è “un maniaco
di Dio che vedeva dappertutto la Sua assenza e che non poteva aprire la bocca
senza pronunciare il Suo nome, in breve uno che aveva convinzioni religiose. Il
credente non ne aveva: da duemila anni le certezze cristiane avevano avuto il
tempo di fare le loro prove, appartenevano a tutti, si chiedeva loro di
brillare negli occhi di un prete, nella penombra di una chiesa e di rischiarare
le anime, ma nessuno aveva bisogno di riprenderle in proprio, riesaminarle; era
il patromonio comune”.
Comico – È il fuori misura – irregolare, inconseguente, anche solo sorprendente
(non pensato-pensabile), specie in rapporto alla norma (l’usato, saputo,
scontato). Fa parte del sorprendente. Che può essere una visione sorprendente,
un animale (allo zoo), un oggetto (anche solo un cappello da donna, un taglio d
capelli, un capo d’abbigliamento estroso), un gesto incongruo.
Confini - “Le frontiere esistono eccome”, è frase famosa di Tor Heyerdahl,
viaggiatore intrepido, “nei miei viaggi ne ho incontrate molte e stanno tutte
nella mente degli uomini”. Che è anche vero, cioè non vuol dire che le
frontiere non ci siano fuori della mente degli uomini. Perché sono un dato di fatto,
come lo è la diversità (che oggi è un valore, mentre la frontiera è un
disvalore: ma dipende). Il “tribalismo” è attivo perfino amministrativamente, a
una semplice constatazione, il viaggio in macchina, anche in autostrada, di più
sulle statali e le provinciali. Dove il mondo cambia, l’eloquio, il linguaggio,
i modi, il paesaggio. Tra Marche e Toscana, Mercatello, per dire, e
Sansepolcro, tra Toscana e Lazio, specie tra Grosseto e Viterbo, ma anche
scendendo lungo la Cassia o la val d’Orcia, e nel Lazio la parte da Gaeta e Formia
fino alla Campania, in defettibilmente campana invece (“napoletana”) benché
“vada a Roma”, da un secolo e mezzo ormai. Si aggiornano, si modificano,
mutano, un po’ naturalmente si confondono, ma come ogni organismo vivente. La
nozione di confine è nell’individualità – ogni corpo sta a sé: stabile e labile.
Una prima difesa.
Destra-sinistra - È
un diverso senso della critica della storia – della Verità? Sartre, “ossessionato dalla politica di cui fu sempre cattivo maestro (già
“ultracomunista” – Merleau-Ponty - si apprestava a rifiutare il Nobel per la letteratura
come insegna capitalista e ad accreditarsi padre nobile del ’68), si vede
bambino in “Le parole”, p.67, 1964, “pronto ad ammettere - se soltanto fossi
stato in età di comprenderle – tutte le massime di destra che un vecchio uomo
di sinistra (il nonno materno-padre, nd.r.) mi insegnava con le sue condotte: che
la Verità e la Favola sono una stessa cosa, che bisogna vivere la passione per
sentirla, che l’uomo è un essere di cerimonia. Ero stato convinto che noi
eravamo creati per recitare”.
Guerra – “Una violenza senza rimorso”, Voltaire (“Nos crime et nos sottises”, cap.
primo di “Dieu et les hommes”).
“Perché si è in guerra da sempre, e perché si commette
questo crimine senza rimorso?”
.
Leggere – Celebrando Alcaraz, il nuovo campìone del tennis, il tennispatito Cazzullo
ricorda che non molto tempo fa si sentiva in obbligo di chiarire che non aveva
mai letto un libro. “Come Messi, d’altronde”, commenta il giornalista. E come
Maradona, perché no, Nordhal, John Charles, Jeppson, lo stesso filosofo
Liedholm? Ma “leggere” non è leggere un libro, non solo: è riflettere, capire,
interloquire, acquisire strumenti, di attenzione, efficacia, abilità. La
funzione lettura s’intende acquisitiva, accumulativa, di arricchimento,
qualitativo. La lettura del libro al contrario può essere dissipatrice, di
tempo e attenzione, distratta, o di autore modesto, diminutivo.
Metamorfosi – È la forma dell’evoluzione. E sarebbe denominazione preferibile -
evoluzione è termine controvertibile, implicando un passaggio dal meno al più,
analogo al progresso. Anche perché gli ingredienti, se non la forma e la
funzione, sono gli stessi del passaggio precedente. Implica inoltre la
sorpresa, la scoperta cioè e l’innovazione, due funzioni sempre sottintese nel
cambiamento.
Si vive del resto, e si pensa, per connessioni. È il tratto,
filosofico e grafico, teorizzato da Luigi Serafini, ma, si direbbe, di ogni
artista, pittore, scultore, architetto, anche poeta, e naturalmente,
soprattutto, narratore: combinatore di elementi, in termini matematici, un
“trasformatore” di elementi dati - noti, conosciuti, usati.
Profezia – È pedagogica – Ernst Jünger, “La forbice”, 34: “Non si può cambiare nulla
di ciò che è accaduto, al contrario si può mutare il futuro. Il compito del
profeta dunque non è soltanto mantico, ma è allo stesso tempo pedagogico” – “l’oracolo
rimane ambiguo”.
Scrivere – “Scrivere per se stessi”, è questo che vuole dire scrivere per tutti,
decide Sartre dopo lunga ponderazione in “Le parole”, l’autobiografia infantile.
Rafforzandosi nella convinzione con la singolare nota, unica in tutto il libro:
“Siate compiacenti con voi stessi, gli altri compiacenti vi ameranno; fate a
pezzi il vostro vicino, gli altri vicini rideranno; ma se voi colpite la vostra
anima, tutti glialtri grideranno”. Con la ripresa, nel testo, continuando a
rifletterci, che “scrivere” è impossibile, o supererogatorio – scrivere nel senso di
creare: “A parte alcuni vegliardi che intingono la penna nell’acqua di Colonia
e di mini-dandies che scrivono come macellai, i capaci a tutto non esistono. È
l’effetto della natura del Verbo: si parla nella propria lingua, si scrive in
una lingua straniera. Ne conclusi che siamo tutti simili nel nostro mestiere:
tutti ai lavori forzati, tutti tatuati”. Concludendo poi con Chateaubriand, epitome
in Francia dello “scrittore”, del cultore della scrittura: “So benissimo che
non sono che una macchina per fare libri”. Ma “fare libri” non è un lavoro
(occupazione, professione, mestiere) come un altro? Forse più pulito, e comodo
– e stimato. Anche se a rischio scoliosi,
e\o cervicale.
Storia - Non si dà senza la creazione, un inizio. Altrimenti è un non-evento, un
tran-tran.
L’inizio (creazione) implica anche il progesso.
Stupidità - È svanita, dal vocabolario e dall’anamnesi. Sostituita ti clinicamente da
una terminologia varia e complessa, per vari disturbi, della conoscenza
(apprendimento) e della condotta. A fini terapeutici. Mntre è un modo di essere
– superficiale, vacuo, bastiancontrario anche, d’impuntatura. Per lo più “economicamente”
in perdita, per gli altri e per sé.
SuperIo – È una costruzione à rebours, a
ritroso, a rovescio. Tutta la psicoanalisi lo è, a fini terapeutici – e
probabilmente tutta la psicologia. Non una scienza ma un’arte. Anche se curiosa:
è una costruzione della verità (virtù?), con la pretesa della verità, più o
meno assoluta – assoluta, cioè anche irriferita alla cosa in sé, per
dichiararsi (riconoscersi) catartica. È uno strumento terapeutico.
zeulig@antiit.eu
Mente avventurosa di novantenne
I
popoli e le civiltà perdurano. Come ci
sono terreni instabili geologicamente, “in maniera simile si comportano, da un
punto di vista geomantico, quelle regioni in cui il mito non si è ancora
raffreddato…. Se ci recassimo a perlustrare questi luoghi con un apparecchio
simile a un contatore Geiger, potremmo rilevare potenti eruzioni. I terreni
migliori sono quelli in cui dominarono popoli che, come i Celti, gli Etruschi e
gli Aztechi, sono certamente scomparsi da un punto di vista politico, e
tuttavia continuano ad abitare quelle terre. E poi ancora l’Asia minore, prima
di Alessandro, e addrittura prima di Erodoto. Alicarnasso, il Libano con il
sangue di Adone, l’antica Persia” – non l’Italia, non Roma.
Novello
Antonio nella Tebaide, alle prese con lo spirito del tempo, il vecchissimo
Jünger s’invola giovanile, disinvolto, per una serie di riflessioni occasionali,
in forma di aforismi, poi via via concatenate, e dunque anche logiche
(filosofiche), nel mondo come è – come appare e come quindi sarà. Con lo stesso
passo sicuro con cui, quasi un secolo prima, aveva individuato il tempo del
“lavoratore”, dell’applicazione pratica, tecnica. Il futuro naturalmente è in
immagine, ma il vecchio-giovane saggio ne ha le chiavi, sa come leggere
l’immaginazione.
“Da
tempo ormai abiamo superato 1984 di Orwell”.
“I successi economici e politici accelerano l’appiattimento, mentre il giro
degli affari ne trae benefici”. “Ciascuna nazione ha il proprlo Eracle. Nessuo
lo ha mai visto, tutti ne hanno sentito parlare”. “Lo stato d’animo diffuso nel
mondo, come non potrebbe essere altrimenti a fine secolo, appare contraddittorio
ed inestricabile: ora prometeico…. ora catastrofico”. Il repertorio è molto
vario.
La
“forbice” è quella di Atropo, che taglia\non taglia i fili della vita. Che ha un
suo corso anche sotterraneo, e prosegue “oltre”. Un cammino non immaginario, fondato
sui miti e documentato, aumentato, dall’imaginazione – che sa andare oltre l’apparenza.
Con
una postfazione di Quirino Principe, che
situa l’opera nella vita (l’opera è per lo più del 1987, quando Jünger aveva 92
anni) e nella riflessione, inesausta. Principe richiama gli ansloghi viaggi “fantastici”
di Borges e di Chesterston (“Orthodoxy”), ma in Jünger è diverso, il vagare
apparente è scientifico, seppure di frontiera, di spazi estremi o poco
frequentati. Qui specialmente intraprendente: lancia la palla lontano, come una
fantasia tra il bizzarro e il confuso, e poi, dipanando il filo senza tagli di
forbice, traccia un cammino sicuro, condivisibile. E senza pesantezze – quanto
remoto dal suo amico Heidegger.
Ernst
Jünger, La forbice, Guanda, pp. 203
€ 18
domenica 23 luglio 2023
Ombre - 677
C’è
la calura, ci sono i tifoni, ci sono gli incendi, c’è la guerra naturalmente, e
c’è il marito di Giorgia Meloni, Giambruno. In quinta pagina sul “Corriere della
sera”. Che avrà fatto Giambruno, giornalista, conduttore di un programma tv: un
adulterio, un tentato femminicidio? Niente, non sente molto caldo – negli studi
tv hanno l’aria condizionata. Forse sarà un negazionista?
Si
apre a Roma una Conferenza internazionale su sviluppo e immigrazione, che il
governo è riuscito a lanciare in pochi mesi con numeroso concorso di Paesi
europei, arabi e africani. Da doppiare a novembre con una Conferenza Europa-Africa. Un’iniziativa
diplomatica cui l’Italia non è più abituata da decenni. L’unica possibilità di
risolvere il caos immigrazione. La ripresa, dopo quarant’anni, di quella
politica mediterranea che la Germania e la Francia hanno a lungo boicottato. E niente, non più di una notizia sui media. A
che serve? Come ci si arriva? Dove può portare? Boh!
È
solo uno schieramento anti-governativo, o non interessa? “Il Sole 24 Ore” ne ha capito l’importanza.
Giunio
Luzzatto rompe la catena dell’odio che infiamma i lettori di “la Repubblica”.
Ci se ne accorge all’improvviso, di questa catena, leggendo la missiva dello
studioso, per una volta non forcaiola:
il “Posta e risposta” di Francesco Merlo sul quotidiano è di odio. Non c’è interlocutore
che dica o proponga qualcosa di non odioso – chi odia inevitabilmente finisce
odioso.
Luzzatto
non fa altro che “dare atto (al governo, n.d.r.) che ha compiuto, nei confronti
dell’Egitto, una scelta giusta e non facile”, a proposto di Zaki. Una rivoluzione
nel quotidiano ex di Scalfari?
“la
Repubblica” passa alla cronaca – il caldo, gli scioperi, gli incendi, la
polemica politica relegando alle pagine interne, in breve. Abbandona la prima
pagina manifesto, di lotta ai governi normalmente – l’ultimo anno è stato duro,
inventarsi una caduta del governo ogni giorno, e ancora quattro anni sono a
venire. Un lavoro improbo. E i lettori, sempre meno, evidentemente si sono
stancati. Ma, si vede, in rodaggio, con difficoltà.
Patrick
Zaki, dall’alto della notorietà acquisita col non fare niente, rifiuta il volo
di Stato. Si può pensare che, tra tanta inattività, coltivi un posto in
Parlamento, tra i Pd o i 5 Stelle – Bologna, la vecchia “città-modello” del
Pci, lo aspetta in festa, per immortalarlo in qualche cosa. Dell’Italia sa
anche poco, benché addottorato da Bologna con la lode, nemmeno la lingua. Ma
non è solo ultimamente a prendere le distanze dallo Stato, anche i familiari di
Berlusconi: lo Stato italiano, cion tutte le celebrazioni che se ne fanno, della
Costituzione eccetera, non è appetito.
Lezione
di alta politica di Riccardo Illy, che
non apprezza Elly Schlein (“trovo surreale che l’abbiano eletta i passanti”), a Lorenzetto sul
“Corriere della sera”: “Credo che (Schlein) sia una jattura per il Pd, per il centrosinistra
e pure per Giorgia Meloni, che ancora non lo sa”. Per un motivo semplice: “Al
leader della maggioranza serve un’opposizione forte, non debole e frammentata,
altrimenti si rafforzano i rivali interni”.
“Il Bengodi dei procuratori” di calcio: “Dai
trasferimenti milionari a raffica fino all’arrivo dei club arabi”. Si scopre
infine il.calcio quale è da vent’anni – almeno venti, dalla seconda presidenza Cragnotti
alla Lazio: le formazioni le fanno i procuratori. Con i direttori sportivi.
“Nel
2022 le commissioni per le mediazioni sono schizzate a 79 milioni in Italia e a
181 milioni in Premier”. Senza le “creste” per i direttori sportivi? I procuratori
sono tutti cittadini di paradisi fiscali.
Il
calciomercato questa estate è dominato dall’Arabia Saudita e dalle squadre
europee di proprietà araba, Psg, Ma ùnchester City, etc. Che non contano i
milioni. Mentre l’Uefa continua la guerra contro il progetto di Superlega
europea come troppo elitistico e danaroso – “il calcio è sport popolare”, e
altri populismi d’accatto, comuni a Boris Johnson come a Ceferin, tutti
gentiluomini. Difficile non pensare che tra l’Uefa (e anche la Fifa, con i suoi
Mondiali farlocchi) e i potentati del Golfo non corrano soldi.
Il
presidente tunisino Saied è alto1,93, Meloni 1,63, von der Leyen 1,61. Per questo
non riuscivano a combinare? Quando Meloni e von der Leyen si sono portate
dietro Mark Rutte, 1,93, l’accordo si è fatto. La diplomazia delle altezze.
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Sottoscrizione per Barbie (Mattel) al cinema
Barbie
ha pensieri di morte, di piedi piatti, di cellulite. Insieme con Ken decidono
che un bagno nel mondo reale può far bene. Se non che Ken, del mondo reale,
scopre e adotta il patriarcato. Di ritono a Barbieland è la disperazione,
Barbie si isola, sempre più, anche se comincia a fare amiche. Quando ha deciso
che tutto è finito e non c’è più speranza, la sua “mamma”, la creatrice di Barbie
(e di Mattel), Ruth Handler, tedesca, vecchia ormai, dopo sessant’anni di
Barbie, due mastectomie e un metro e mezzo di altezza, le spiega che la vita ha
un altro senso, e Barbie scopre la ginecologa. Con rimando inquietante alla Germania di Hitler, quando Ruth era bambina, di dolicocefale bionde.
Una
figurazione pop, alla Andy Warhol, di personaggi stagliati senza chiaroscuri, pastello
invece che a olio. Con movenze da cartone animato. Con un tentativo di commedia
musicale, presto abbandonato. E visi poco espressivi, se non per la figurazione
iniziale – a Ken nemmeno Ryan Gosling riesce a dare anima. Per una non-storia
di due ore - un lungo spot pubblicitario anche per altri marchi (la Barbie diventata donna esibisce le birkenstock).
In
America è un delirio, incassi record. Anche di critica – ““Barbie” è brillante,
bello, e divertente da morire” lo decreta l’altezzoso “New Yorker”. Allo
spettatore l’ardua sentenza. Quello che si vede è una promozione gigante di
Mattel, il gruppo dei giocattoli che con Barbie ha fatto fortuna, una sorta di universale
crowdfunding. Dopo un investimento di 145 milioni di dollari per la produzione (e non si vede perché, ne bastavano e avanzavano 14,5), e 100 per la promozione, durata un anno - un anno. Sapessero in America cosa barbina significa a Firenze.
Greta
Gerwig, Barbie
sabato 22 luglio 2023
Le guerre della Francia all’Italia
Si tiene
a Roma una conferenza sul Mediterarneo, a cui partecipano tutti. Eccetto la
Francia. Per nessun motivo specifico. E il pensiero va alla storia. Che vede
l’Italia legata alla Francia in tutto quello che fa i suoi punti deboli, la
cultura burocratico-giuridica (poco si è diversificato, forse solol
l’Antitrust, costruito sull’esempio della Germania Federale), e la Costituzione
modellata per la aprteb politica (palamento e governo) sulla Quarta Repubblica.
E sempre trattata ostilmente dalla Francia.
L’unico torto dell’Italia alla Francia
è la guerra di Mussolini nel1940 – risolta peraltro con l’occupazione benevola
di parte del Sud, molto libera rispetto a Vichy, per esempio nella protezione
degli ebrei. A fronte di ua storia millenaria di invasioni e soprusi. A partire da Carlo Magno, dai Normanni, dagli Angioini
– quelli dei Vespri Siciliani. Con l’invasione di Carlo VIII, con cui la
sifilide dilagò e cominciarono le ruberie di oggetti d’arte e altri tesori, e
le successive “guerre italiane”, di Luigi
XII e altri. Ruberie che Napoleone portò a vertici vertiginosi.
Anche nel Risorgimento si deve
alla Francia la fine della Repubblica Romana e la protezione dello Stato della
Chiesa - sarebbe stata un’altra Italia con Roma subito dentro. L’armistizio di
Villafranca, un voltafaccia di Napoleone III l’11-12 luglio 1859, dopo le vittorie di Palestro e Solferino, a fine maggio e a fine giugno, e il susseguente
trattato di pace di Zurigo del 10 novembre, lasciavano all’Austria il Veneto e le città
lombarde di Mantva e Peschiera, capisaldi del “Quadrilaero”, e Modena, Parma,
Toscana e le Romagne (con Bologna e Ferrara) ai vecchi sovrani – nela prospettiva
di un’Italia confederata presieduta dal papa.
L’unità si farà un anno dopo con
i Mille, cioè con l’Inghilterra. Un’unità seguita da varie guerre economiche da
parte francese, e dalla spinta forzosa verso gli Imperi centrali. Da ultimo, per
farla breve, la guerra pretestuosa voluta dalla Francia contro la Libia nel 2011,
per aprire una ferita nel fianco meridionale dell’Italia: non si dice, ma quella
guerra non aveva e non ha avuto altro effetto. Per non dire della politica sprezzante delle acquisizioni: la Francia può comprare tutto in Italia, banche, assicurazioni, telefoni, moda, cantieri, anche la Fiat, senza pagarla, a scambio azioni, nessuna acquisizione italiana è andata a buon fine - ha fatto eccezione Luxottica con Essilor, ma facendosi francese.
L’Italia di Zaki
Patrick Zaki rifiuta il volo di Stato.
Potrebbe dire per non profittare dell’Italia. Fa invece dire, o lascia dire, per
non dover ringraziare il governo.
Va bene anche così, fa quello che
vuole. Ma si può ora anche dire che il suo è stato ed è un modo di stare a fronte
del Paese di accoglienza che si fa solo con l’Italia. Ha creato un problema fra
l’Italia e l’Egitto (che peraltro ne hanno di veramente gravi, l’assassinio di Regeni)
con una fake news sulla persecuzione dei Copti. Si dice: la libertà di espressione. Ma non si può giocare su una convivenza religiosa, pacifica.
Si tralasci pure questo, l’oggetto
del suo processo. Ma Zaki è uno che dopo avere impegnato diplomazia e interessi
dell’Italia per un suo (non) problema, ora non vuole essere riconoscente. Questo
succede solo con un Paese come l’Italia: poteva anche scusarsi e ringraziare,
non il governo, l’Italia. Lui no, sa poco o nulla dell’Italia e non intende
imparare, nemmeno la lingua.
L’Italia del resto lo ha
proclamato cittadino, con voto parlamentare. E lo ha addottorato, non sappiamo per
quali studi, a pieni voti - in che lingua, massonica? Una ventina di città lo vogliono cittadino onorario. Lo avremo presto parlamentare - in inglese?
L’emigrazione è un’avventura – dei forti
È
il terzo volume della serie che che Hervé “Baru” Barulea, figlio di immigrati,
maestro riconosciuto del fumetto di scuola franco-belga, dedica agli immigrati
italiani in Francia. Una storia “eterna” in Francia da un secolo a questa parte,
e sempre violenta, oggi con gli africani come un secolo fa con gli italiani.
Un
fumetto “storico”, che Baru ha costruito su una documentazione solida, di
eventi e personaggi. In chiave naturalmente di protesta e di riscatto – la
serie, di tre volumi, nell’originale reca il titolo “Bella ciao”.
I
personaggi sono “veri”. In situazioni “vere” – la siderurgia e le miniere belgo-lorenesi.
Con il loro carico di oppressione e di morte, e di un prolungato isolamento. Nel caso dei suoi
nonni, attesta Baru, fu un’insistita richiesta di tornare alle origini nelle Marche,
per esservi sepolti. Desiderio che non fu possibile esaudire, neanche questo.
Una
storia però non rivendicazionista o asfittica: ci sono le tragedie e c’è la
nostalgia, ma c’è anche l’orgoglio dell’integrazione, della patria acquisita,
in guerra e oltre. E ci sono ricette, banchetti, feste, canzoni, familiari e di
ogni occasione, tra parenti vicini e lontani. Baru, del esto, per quanto legato
ai noni paterni e all’Italia, non sa l’italiano:
il padre, figlio di emigrati dalle Marche, aveva sposato una bretone, e la
saldatura si è presto fatta.
Il
curioso, nota Baru in un’intervista che accompagna la pubblicazione, è che “il prezzo pagato dagli immigrati
italiani per mimetizzarsi nella società francese è la negazione della violenza che è stata
loro inflitta”. Nell’immigrazione, come negli altri paradigmi della storia dei popoli, tante ferite si
producono, che poi si ricuciono – e l’emigrazione è un ferita dei forti
(determinati, caparbi, avventurosi).
Baru,
A caro prezzo, Oblomov, p. 136, ll.
€ 22
venerdì 21 luglio 2023
Problemi di base amorosi ter - 758
spock
“L’amore è la prima parola di Dio, il
primo pensiero che veleggiò per la sua mente”, K. Hamsun, “Victoria”?
“Quando Dio disse: «Sia fatta la luce!»,
l'amore fu”, id.?
“L’amore fu l’origine del mondo e il suo
dominatore”, id.?
“Ma tutte le sue strade sono piene di
fiori e di sangue, di fiori e di sangue”, id.?
“Invecchiare non significa solo
rimuovere: è anche rinnovare”, id.?
spock@antiit.eu
Voltaire giornalista
Una
proposta di testi leggeri di Voltaire. Nel presupposto, come diceva Valéry, che
molto lo aveva in confidenza, che dopo i sessant’anni ancora dice qualcosa.
Dopo i sessant’anni suoi, di Voltaire. Che prima invece era stato autore di un’abbondante
produzione di tragedie in cinque atti, in versi, e di storie prolisse.
I
titoli dei “pezzulli” sono invoglianti: “Dell’orribile pericolo della lettura”,
“Siate conformisti”, “Donne, siate sottoposte ai vostri mariti”, “Fino a che punto
bisogna ingannare il popolo”, “Dialogo del cappone e della pollastra, “Le tribolazioni
dei poveri letterati(gens de lettres)”.
Con le ennesime caricature dei grandi nemici, Legrand de Pompignan, e Jean
Fréron (“Le pauvre Diable”) - “vermicello del culo di Desfontaines”, altro critico
avverso a Voltaire.
Oggi
forse impubblicabile, troppo “scorretto”. Il precetto delle donne andrebbe a segno: è di san Paolo e non di Maometto. Quello del titolo è invece
di un populista patriottardo, quale se ne trovavano a destra e a sinistra in
Francia dieci anni fa, quando la raccolta è stata pubblicata: un’invettiva contro
Maometto e l’islam, che vogliono l’ignoranza. Ma ce n’è anche per i secoli bui,
l’undicesimo, impegnato in un “disputa degli stercoristi”, di un’Europa incolta e ignorante, che per
curarsi doveva andare dai mussulmani. Contro i gesuiti, naturalmente, qui
impegnati a imporre l’“amore puro”. Contro gli stupidi e la stupidità. E contro
la guerra: contro la guerra sempre, dal primo all’ultimo scritto, tanto è
insensata – “più se ne ammazzano, e più se ne presentano”. La guerra è anche
ridicola: “È ridicolo credere che Romolo abbia celebrato dei giochi in un
miserabile villaggio fra tre montagne pelate, e abbia invitato a questi giochi
trecento ragazze del vicinato per rapirle”, “Carlo Magno fece la guerra trent’anni
ai poveri Sassoni per un tributo di 500 vacche”.
Ma
non si ride con Voltaire. Anche sorridere, si fa poco: la sua sferza è
insistita, prolissa, ripetitiva. Risentita più che ironica. Al meglio, quando non
c’è motivo personale, è Gramellini nel suo diaio delle bêtise – uno strano effetto: Voltaire giornalista?
Voltaire,
De l’horrible danger de la lecture,
Flammarion, p. 183 € 6
giovedì 20 luglio 2023
Letture - 526
letterautore
Sibilla Aleramo – Lo pseudonimo è anagramma di
“amorale” nella presentazione che Silvio Raffo alla riedizione delle poesie di
Aleramo, da lui curate vent’anni fa. La biografia, pur ampia, di René de Ceccaty
si era limitata a delinearne il carattere impetuoso, da virago. Partendo naturalmente
d all’episodio che ne segnò la vita, il rapporto (subito? consentaneo?) a 15
anni con un dipendente del padre, col quale un anno si sarebbe sposata, pur non
essendone rimasta incinta.
Cinema
- Decretandolo
arte del Novecento, “non più parte delle nostre vite”, Cazzullo fa sul
“Corriere della sera” questa lista memorabile del secolo del cinema: “Io direi:
Stanley Kubrik, Peter Weir, Ridley Scott, John Madden, Christopher Nolan”. Pur
premettendo: “Ognuno ha la sua classifica”. Ma non si è perso il meglio?
Fantascienza-gialli
– Vladimir Nabokov, che non amava i due generi,
ne sintetizza così le debolezze (in un
racconto fantascientifico, “Lance”…. – il suo unico): “La stessa specie di tristemente
pedestre scrittura, con tonnellate di dialoghi e quintali di calcolato humour”.
Una scrittura di clichés: “I clichés, si capisce, sono mascherati;
essenzialmente sono gli stessi attraverso tutta la materia di lettura a buon
mercato, che attraversa l’universo o il tinello”.
Incipit
–
Sono l’unico, si può dire, riferimento letterario delle residue critiche novellistiche
nei media. Esito probabilmente dei passaggi al giornalismo dei redsttori editoriali.
D’Orrico, joker della narrativa per i periodici del “Corriere dela sera” ne fa
la celebrazione sull’ultima “Lettura” bocciando i cinque finalisti del premio
Strega, con due 3, due 4, e un “quasi sei” – a Maria Grazia Calandrone, “”Dove
non mi ha portata”: “Di mia madre, ho soltanto due foto in bianco e nero” (“quella
virgola strangola la frase”). All’opposto, quali incipit magistrali, “anni luce
lontani”, D’Orrico propone Ammanniti, premio Strega 2007 (“Come Dio comanda”):
“- Svegliati, svegliati, cazzo!”. E Volponi, Strega 1965 (“La macchina
mondiale”): “Il mio pensiero e la mia memoria, le lacerazioni che si producono
all’interno, nel tracciato della mia macchina e nell’accensione dei diversi
commutatori, mi tengono anche vicino alle cose e ai fatti che camminano intorno
a me”, e cosi via per altre quattro righe. “Questi sì che sono incipit che
stregano”, commenta D’Orrico. Ma non si capisce se scherza.
Impazienza
–
“Per impazienza Orfeo perse E uridice”, J. P. Sartre, “Le parole”, 189. Ma non
solo Orfeo: “Per impazienza”, continua il filosofo, “mi sono perso spesso. Sviato
dall’inattività, mi capitava di ritornare alla mia follia quando avrei dovuto
ignorarla, metterla da parte e fissare l’attenzione sulle cose esterne”. Sartre
si riferisce a periodi in cui la noia lo dominava, lo scarso o nessun
interesse.
Italiano
–
Ritorna in musica, in ambiti e aree quanto di più lontano dall’Italia, storia e
cultura - mentre i musicisti italiani prendono
nomi quanto di più remoto dall’italiano, dalla declinazione e dal senso. Sul
solco degli Abba, il gruppo svedese, il cui maggior successo è “Mamma mia”, da
un paio d’anni cresce “Amapiano”, la house
music, o musica dance, sudafricana
– la “danza del futuro”. Che si fa strada da un paio d’anni, lieve e sensibile
come il nome: un mix tra l’house
sudafricana e il rhytm and blues
– “il battito del cuore dei giovani”.
Paul
Nizan –
È mefistofelico, per il suo grande amico Sartre. Infine a scuola, passati i
dieci anni, alla media del liceo Heny IV di Parigi come esterno, Sartre, figlio
e nipote fino ad allora solitario,
scopre la vita in comune dei ragazzi, con grandi spassi e grandi
amicizie. In particolare con il bello e buono e bravo della classe, di nome
Bénard. Che però, come nei migliori romanzi con i quali Sartre aveva convissuto,
“alla fine dell’inverno morì”. Il cordoglio non fu di facciata. Fino al giorno
in cui in classe, durante la lezione di latino, “la porta si aprì, Bénard
entrò, scortato dal bidello, salutò Durry, il professore, e si sedette. Riconoscemmo
tutti i suoi occhiali di ferro, la sciarpa, il naso un po’ adunco, l’aria di
pulcino freddoloso”. Il professore chiede al nuovo venuto di presentarsi.
“Bénard rispose che era semi-convittore, figlio di ingegnere, e che si chiamava
Paul-Yves Nizan”. Sartre non demorde, e alla prima ricreazione ci fa amicizia. Senonché
“un dettaglio minimo fece presentire che
non avevo da fare con Bénard ma con col suo simulacro satanico: Nizan era
strabico” - ma non lo era anche Sartre?
I due diventeranno veramente amici, spiega
subito Sartre, molti anni dopo, all’Ècole Normale, “dopo una lunga
separazione”, ma anticipa i problemi di questa amicizia, in una lunga pagina: “Era
troppo tardi per tenerne conto”, del diavolo nello sguardo, “avevo amato in
questo viso l’incarnazione del Bene, finii per amarlo per se stesso. Ero preso
in trappola, la mia propensione per la virtù mi aveva condotto ad amare il Diavolo”.
Un diavolo particolare: “A dire la verità, lo pseudo Bénard non era molto
cattivo: viveva, ecco; aveva tutta le qualità del suo sosia, ma appannate. In
lui, il riserbo di Bénard virava alla dissimulazione: sconvolto da emozioni
violente e passive,non gridava ma l’abbiamo visto sbiancare di colera,
balbettare.; quello che prendevamo per dolcezza non era che paralisi momentanea;
non era la verità che si esprimeva dalla sua bocca ma una specie di oggettività
cinica e leggera che ci metteva a disagio, perché non ne avevamo l’abitudine e,
benché adorasse beninteso i genitori, era l’unico a parlarne con ironia”.
Pasolini
–
Rimandato in quinta, benché fosse alunno diligente e bravo (“lodevole” in tutte
le materie). Perché in casa parlavano in dialetto? Si spiega anche la prima poesia
in friulano.
Paternità
–
Nel memoir “Le parole” Sartre, inizialmente
sicuro che il padre assente, all’interno della sua “famiglia” allargata che era
materna, essendo morto subito dopo averlo generato, fosse la causa del suo Superìo
di fanciullo solitario e isolato – uno che ha vissuto di libri, alla maniera di
don Chisciotte. Poi ci ripensa, è la sua mancanza che lo isola: “Un padre mi avrebbe
liberato di alcune ostinazioni durevoli: facendo dei suoi umori miei principi,
della sua ignoranza il mio sapere, dei suoi rancori il mio orgoglio, delle sue
manie la mia legge, mi avrebbe abitato; questo rispettabile locatario mi
avrebbe dato del rispetto per me stesso”.
Roma
–
Ogni quartiere è un altro, ogni pochi anni: la geografia urbana muta
costantemente, rapidamente – a differenza dei paesi, che invece perpetuano i
caratteri. I Parioli fascisti sono da una generazione ormai saldamente Pd.
Trastevere dei ladroni ancora trent’anni fa è un quartiere ora intellettuale e
quasi culturale – non fosse che di notte diventa una mangiatoia. San Lorenzo, a
lungo ribollente di ogni “alternativa”, di teatro off, di musica pop e di
sballo, strapieno di giovani (studenti fuori sede), è ora smorto, sembra vuoto –
orfano e muto. Il Pigneto, modesta
immigrazione calabrese, di artigiani, è da trent’anni il quartiere off-off, il più in. Garbatella, tranquillo quartiere (“mussoliniano”) di piccola borghesia,
scoperto dai “Cesaroni” in tv, cresce esponenzialmente, nell’immobiliare e nella
gastronomia - già da anni, ben prima di Meloni.
letterautore@antiit.eu
Troisi ricomincia da sé
Due
ore di cinema documentario ma vispe come un film a soggetto. Grazie alle scene
dei film di Troisi che lo animano, e alle testimonianze. Specie quella, poco o
nient’affatto abituale, di Anna Pavignano, la scrittrice torinese che fu per un
tempo la compagna di Troisi, e la coautrice dei suoi fim migliori, “Ricomincio
da tre” (1981), “Scusate il ritardo” (1983), “Le vie del Signore sono finite”
(1987), “Pensavo fosse amore… invece era un calesse” (1991), “Il Postino”
(1994). Che dà ragione dei personaggi femminili fuori cliché dei film di Troisi. E poi c’è Troisi, la sua faccia e le sue
battute.
Per
questo aspetto, del Troisi-che-non-vuole “fare il napoletano”, particolarmente
rinfrescante in questo momennto di napoletanitudine
invadente, tra scudetto, il ministro Sangiuliano, e il ritono dei turisti. Di
Troisi che a Firenze vuole essere in vacanza, “partenopeo e… parte fiorentino”.
Curiosamente, Troisi riesce ancora a bilanciare Martone, anche lui in vena di
napoletanitudine – con l’insistito incongruo assunto che nel Golfo nacque in
quegli anni una nouvelle vague
cinematografica italiana, e da Napoli si espanse nel vasto mondo.
Non
è la sola incongruenza. Martone, che pure è uomo di teatro, sa cioè che
l’improvvisazione non paga, insiste sulla semplicità e naturalezza della
comicità di Troisi. Come se fosse un attore di strada fortunato. Mentre ogni
mimica, ogni pausa, ogni parola della “semplicità” e “naturalezza” è opera
d’arte, va coltivata, costruita, provagta, azzardata.
Funziona
invece l’altra idea di Martone: legare la filmografia di Troisi, benché
limitata, all’opera di di Truffaut. Come
un lungo racconto, a episodi, di se stesso e del mondo verso se stesso. Che è
comunque ipotesi vera, e àncora Troisi saldamente, fuori dal cabaret, dalle
battute, nella comicità classica. La
vera Napoli si penserebbe questa, troppo scafata per non essere misurata.
Mario
Martone, Laggiù qualcuno mi ama, Sky Cinema Due, Sky Documentaries, Now
mercoledì 19 luglio 2023
Problemi di base amorosi bis - 757
spock
“L’amore può rovinare un uomo,
risollevarlo, e marchiarlo a fuoco di nuovo”, K. Hamsun, “Victoria”?
“Può amare oggi me, domani te, e un altro
la notte dopo, tanto è incostante”, id.?
“Ma può anche resistere come un sigillo
indistruttibile e fiammeggiare inestinguibile fino all’ora della morte, tanto è
eterno”, id.?
“Quindi, com’è l’amore?”, id.?
“Ahimè, l’amore rende il cuore dell’uomo
una fungaia, un giardino lussureggiante e insolente, dove crescono impudenti funghi
misteriosi”, id.?
“No, non è neppure questo, è tutt’altro,
nulla al mondo gli somiglia”, id.?
spock@antiit.eu
Diavoli, o angeli
Il racconto di un sogno. Di una visita o smarrimento
nella cattedrale di Autun, “la nostra cattedrale”. O più facilmente la lettura
in sogno di un “testo-guida” alla cattedrale e al suo celeberrimo portate, “la
ricca opera dell’abate Denis Grivot, Maestro di Cappella della Cattedrale di Autun”
- da cui i riferimenti alla “nostra
cattedrale”. Di una poetessa, narratrice e critica letteraria italiana attiva
in Francia, collaboratrice di “Critique”, la rivista di Bataille poi diretta da
Jean Piel, dei “Temps Modernes” di Sartre e De Beauvoir, e infine di Deleuze e
Guattari, della loro rivista “Chimères” (“rivista delle schizoanalisi”). Un
racconto scrtto in italiano, unico libro mai pubblicato dalla scrittrice – a
opera di Jacqueline Risset, la poetessa traduttrice della “Divina Commedia” in francese, francesista allora,
vent’anni fa, influente alla Sapienza.
Una forma di scrittura in automatico, quale si è
tentata in Francia per mezzo secolo, dai surrealisti a Sollers e Guattari. Per associazioni
di immagini. Per immagini insorgenti, accostate anche se non correlate - non necessariamente in sogno: accostate anche a occhi aperti, in forma di sogno. Di cui
è paradigma, fra le tante immagini-storie insorgenti, la morte casuale di
Caino, personaggio pure tanto conseguente, dopo essere stato dimenticato dalla
Bibbia. Caino muore vecchissimo “di centinaia e centinaia di anni”, quando un
giovane Tubalcaino, figlio di “uno dei suoi innumerevoli discendenti di nome
Lameche”, che, “vecchio e cieco continuava ad andare a caccia”, indirizza
l’arco del padre verso qualcosa che si muove tra le foglie fitte, e la freccia
trapassa il collo di Caino.
La visione-racconto di un sacro molto profano. Nell’“opera-guida”
e nel portale di Gislebertus – 29
blocchi di pietra calcarea, scolpiti indipendentemente, prima di essere
giustapposti. Forse i diavoli sono il male, come vuole l’“opera-guida”. O forse
no, come dicono le fiabe, quelle di Esopo, tradotte da Fedro, “due schiavi”,
che Agostino vorrà materia cristiana. O forse è un “intatto, disperato,
fatale dismemorarsi davanti ai prati in fiore
e agli ori del Paradiso del Beato Angelico”,
nel pur “gelido convento di San Marco a Firenze”. Un altro mondo, anch’esso
cristiano.
Antonella Santacroce, Diavoli e dannati, Sellerio, pp.77 €
martedì 18 luglio 2023
A Sud del Sud -. il Sud visto da sotto (531)
Giuseppe Leuzzi
La scoperta del Sud
Emanuele Farneti, già “Vogue
Italia”, direttore di “d”, il femminile di “Repubblica”, può dedicare l’ultimo
numero al Sud. Partendo da una lunga serie di constatazioni. Lo scudetto del
Napoli, il traffico aeroportuale che “cresce a doppia cifra”, “i neologismi (Salentoshire, Notoshire), e il lungo
boom immobiliare. Le sfilate di moda. Le popstar internazionali che cantano
canzoni di idoli locali. Ci son i set
in cui si girano i prossimoì blockbuster.
Le startup. Le basi spaziali. I matrimoni dei vip. Le masserie che aspettano il
G7. Gli innumrevoli nuovi luoghi dove dormire, mangiare, ballare”. Insomma, non
è detto.
In più ci sono i festival,
gli eventi letterari, i teatri, greci e di strada, i buen retiro di stelle e vip, anche simpatici. Quindi, anzi, non si
vede perché il Sud sia sempre sud. Nomi e eventi si moltiplicano, Dior, Gucci, Dolce
& Gabbana, Madonna, Mick Jagger. E i luoghi sono indubbiamente del Sud, anche
se qualche manager e imprenditore viene da Milano.
Resta da dire che la “scoperta del Sud” è opera,
episodica, di giornali inglesi, e americani. Il “Guardian”, il “Wall Street
Journal”, il “New York Times”. Che hanno bisogno di diversificare le mete
turistiche – i lettori vogliono novità. Uno ha consigliato un anno la cucina calabrese
(sic!), un altro la Sicilia, un altro il Cilento. Il Salento lo hanno scoperto
gli inglesi, come residenza alternativa alla costosa (burocratica, censoria)
Toscana. La Sicilia i produttori di “White Lotus”, la serie che ci ha portato
Mick Jagger e tutti quanti – un’idea di Barbara Salabé
quando gestiva Hbo-Warner Bros Europa.
E
che la scoperta non è nuova, veramente. La scoperta del Sud era uno dei pezzi
forti del “Grand Tour”, dei viaggi inglesi, tedeschi
e francesi avventurosi, nel Sette-Ottocento. Di avventure per lo più
immaginarie. Più spesso delle signore, giovani o in età, per la penna delle quali
il Sud diventava luogo obbligato di azzardo, con i briganti e senza – “ci
volevano rapire i briganti, però…”. Forse il problema del Sud è proprio la scoperta,
essere stato scoperto - essersi lasciato scoprire. Nel Sei-Settecento, anche
nel primo Ottocento, a Napoli e Palermo
si facevano incontri e si tenevano conversazioni come a Parigi o a Vienna –
Berlino ancora “non c’era”, Londra aspettava Dickens, pagandosi qualche musico
tedesco bisognoso. Le scoperte si fanno a danno degli indigeni, li cancellano.
Restanza
e abbandonologia
Restanza (Vito Teti) e
abbandonologia (Carmen Pellegrino), il “Sud floreale” di “d” non manca di agudezas, anzi ne abbonda.
L’abbandonologia è una
scoperta. Doppia: si scopre che esiste da tempo, è scienza canonica. E già un
mestiere, “abbandologo”, registrato dalla Treccani tra i neologismi. Conio di Carmen
Pellegrino, sia la parola che il mestiere. Di cui Treccani dà questo ritratto, tra i riferimenti del termine: “Giovane, molto bella, vive a Napoli. Scrive i suoi
post su facebook, sono drammatici oppure evocativi. Racconta di luoghi mai
visti, galleggiano nella sua stranissima percezione del mondo…”.
Teti, antropologo, con ottime
ragioni. Che ha esposto nel lungo saggio dal titolo “La restanza”, qui censito.
Sullo speciale “d” le sintetizza così, in polemica con i piani di
ripopolamento, di Badolato, o Riace: “Vendere le case dei borghi a un euro
significa non capire che, per la gente che le abitava, erano axis mundi, luogo degli affetti
familiari e del succedersi delle generazioni, rifugio e sicurezza… Anche a voler
sovolare sul concetto di casa-mondo, la casa a un euro è un espediente che
nasconde il desiderio di cancellare il paese come comunità e di fondare un
non-luogo senza relazioni… Restare è una scelta, e deve avere delle forti
motivazioni sociali e antropologiche”.
E se le motivazioni non ci
sono? Non molte? O la demografia, soprattutto, fa difetto? Restare così, in astratto,
senza abitanti, senza vicini di casa, qualcuno con cui scambiare qualche parola?
Fare la guardia al bidone? Anche solo a voler salvare la memoria – che di per
sé non è sensato: per chi, per che? Incrostare la memoria non ha senso, se non
c’è chi memorizzi compartecipando, combinando. Anche col silenzio, il
“traudire” di Praz, la “stanza accanto” di Vernon Lee.
Le case dei borghi a un
euro in Abruzzo o in Sabina hanno salvato molti paesi. Nel senso che permettono
loro di sopravvivere, con poche differenza peraltro – il “carattere” rimane, e
i servizi, dalla spazzatura alla rìstorazione e alla sanità e socialità. Li
hanno ripopolati, quindi hanno riattivato strade, servizi, ambulatori, perfino
ospedali. Il territorio è
rifiorito, più verde, meglio servito, più contento di se stesso. I luoghi si
rigenerano, sennò che storia sarebbe
Ma la mafia non si spia
“Le
intercettazioni con i trojan sono poche e indirizzate contro le mafie”, titola “Il
Sole 24 Ore”. Dando i numeri sugli ascolti forniti dal governo. Che, attesta il
giornale, “sono solo il 3 per cento del totale”, del totale degli ascolti, delle intercettazioni.
Anche se “il confronto con gli altri paesi
attesta la centralità dello strumento investigativo”. Trojan è il virus
informatico che opera come il cavallo di Troia, senza che la persona spiata se
ne possa accorgere.
“Se
il totale delle intercettazioni nel 2021 totalizza 94.886 «bersagli (il che non
equivale ad altrettanti indagati, visto il più che probabile possesso di più di
un’utenza da parte della medesima persona), quelle effettuate col virus
informatico sono 2.896”.
Le
intercettazioni, con trojan o senza, sono poche, sono molte? Sono molte. In Gran Bretagna
sono nell’ordine delle migliaia, e la diffusione di materiale intercettato non
autorizzata è punita con un anno di carcere e una multa illimitata. In Francia
le intercettazioni sono disposte da un giudice e non dal pm. In Germania
l’intercettazione è ammessa per “sospetto di reati gravi” all’esterno
dell’abittazione\ufficio, all’interno per reati “gravissimi” – può essere presa
dalla Procura ma un giudice deve confermarla entro tre giorni. Negli Stati
Uniti si fanno duemila intercettazioni l’anno, poco più. Ma soprattutto è
curiosa in Italia la distribuzione dei trojan, quelli del 2021, come
documentata dal “Sole”.
Il “numero dei bersagli per distretto”
nel 2021 è stato di 40 a Palermo, e di 220 a Brescia. Numeri come uno se li
aspetta, riferendosi alle mafie, sono quelli di Napoli, che capeggia
incontestata anche questa classifica, con ben 563 “bersagli” nel 2021. Seguita
da Reggio Calabria con 264, e da Catania con 209. Ma Reggio Calabria va di pari passo con Roma, 263 “bersagli”, che ha una popolazione di oltre dieci volte quella
del distretto giudiziario reggino. Mentre Catanzaro, dove la Dda, la procura
antimafia, è diretta del terribile Gratteri, con migliaia di carcerazioni l’anno,
è la meno “bersagliata”, 12 trojan in tutto – veramente all’ultimo posto viene
Trento, con zero “bersagli”, ma Catanzaro è subito sopra. Cosenza dev’essere
immune dalle mafie, non figura nella distribuzione dei “bersagli”. Come la pur
disastrata, nelle cronache, Foggia. Torino invece e Bologna sono tra le città
più pericolose, con 139 e 134 trojan.
Il Brancati cancellato
Si parla di Brancati solo
nelle lettere al direttore. Lorenzo Catania, che evidenzia il contrasto tra la
professione di fascismo dello scrittore, in udienza nel 1931 da Mussolini, e i romanzi
che in quegli anni veniva pubblicando e lo avevano reso celebre, “per ridicolizzare
il mito della virilità propugnato con enfasi dal regime e la stupidità del suo
attivismo”, trova spazio solo nelle lettere al direttore, un po’ compresso
(tagliato), del “Corriere della sera”.
Lorenzo Catania vorrebbe anche
correggere una svista nelle crono-biografie redatte per le “opere complete”,
Bompiani dapprima e poi Mondadori, che danno Brancati in visita da Croce nel
1947, con Sandro De Feo, “per
«riparazione» della visita effettuata nel 1931 a Mussolini”. Mentre Croce, nei
“Taccuini di guerra” riediti vent’anni fa annota semplicemente, 29 novembre 1945:
“Visita del De Feo e di V. Brancati e conversazione”.
Di più Brancati non merita.
Puglia
“Bruciare ulivi e idee
scientifiche”, Paolo Bricco può intitolare sul “Sole 24 Ore Domenica” lo
sterminio degli ulivi secolari in Puglia
a causa del virus xylella. Per lo più nel civilissimo Salento. Per ignoranza –
basandosi sulla ricerca di Daniele Rielli, “Il fuoco in visibile. Storia umana
di un disastro naturale”: 21 milioni di ulivi sacrificati secondo il Cnr, 22
milioni secondo la Coldiretti.
A causa di sciocche “narrazioni”
complottiste e negazioniste. Non si crederebbe, poiché per moltissimi è stato
un danno grave e gravissimo, ma è quello che è avvenuto. Del tipo: è l’Europa
che vulole tagliarli, “probabilmente per sostituirli con ulivi transgenici della
multinazionale Monsanto”. Per cui non si è fatto quello che si doveva fare, o
altrimenti in ritardo.
Convinti che “esperti contadini”,
direbbe Bricco, “erano in grado di curare gli ulivi secolari con metodi naturali
e antichi e ciononostante l’Europa voleva tagliarli” (Monsanto) erano i
magistrati. Bricco e “Il Sole” non osano colpevolizzarli, ma registrano che “il
pattern degli interrogatori” degli esperti
non cambia mai, è costruito attorno all’ipotesi che la xylella è endemica, e
quindi non c’è da preoccuparsi. Scrive Rielli: “I magistrati ricordano che lo
Stato li paga per fare le domande, ma leggendo la trascrizione mi chiedo quanto
stiano poi anche ad ascoltare le risposte”. Bell’affare.
Gli stessi giudici che
volevano la chiusura del siderurgico di Taranto ora sono in pensiero che non
arrivino all’impianto i soldi previsti dal Pnrr. Che l’impianto debba chiudere.
Gli stessi giudici, non sono cambiati. In
questo senso sì, la Puglia può ambire a essere Milano.
Mostre e festival a Vieste. La
cucina a Rodi. Monte Sant’Angelo e la Foresta Umbra, primissima riserva naturale.
Rilanciare il mare del Gargano, che era stato scoperto dall’Eni sessanta o
settant’anni fa - sulla traccia Aga Khan-Porto Cervo. Fare molto terzo settore, delle anime pie, coi soldi del Comune,
della Provicia. Creare una o due “buone notizie”, al mese se non a settimana.
Aprire il palazzo o museo Arbore. Si agita Foggia, l’ex Tavoliere d’Italia, per
non annegare quale “grande Rosarno”, sfruttatrice degli immigrati e mafiosa.
Con molte speranze appese al film che vi ha girato Omar Sy, l’attore francese,
“Pins and Needles”, con 500 comparse locali, dei Fossi d’Arcadia, sui monti
Dauni. Cosa (non) bisogna fare per sopravvivere. E sempre la Federazione
Calcio trova un motivo per non ammettere il Foggia in serie B, in corsa per la
A, che pure ha avuto un passato
illustre, del miglior Zeman.
Presiede la Federazione
Calcio, in questi anni di purgatorio del Calcio Foggia 1920, Gabriele Gravina,
che è pugliese. Ma è di Castellaneta, Taranto. Che è dire un altro mondo da
Foggia. Il tribalismo esiste per escludere, oltre che per includere.
Sempre parlando di Foggia in
cerca di rispettabilità, si dà per scontato che la Puglia è la capitale del
caporalato. Mentre non lo è – non più che altre regioni, anche la Liguria e il
Veneto o il piacentino, fiori, pesche e pomodori. È però certamente il luogo
dove il caporalato viene denunciato.
Il Salento, viceversa, ha
fatto un balzo al vertice, economico e di stima, ricercato. Malcom Pagani, che
pure non deve avere molti anni, se lo ricorda polveroso e remoto, “un avamposto
estremo, una Gibiltera italiana, un confine quasi metafisico”. Fino a Bari ok,
poi la “lunga Marcia”: “A Bari si scendeva e iniziava un altro viaggio. Una
volta a Lecce, poi, le Ferrovie dello Stato, oggi come allora, cedevano lo
scettro alle Ferrovie Sud Est”, che arrivavano quando potevano – immortalate vent’anni
fa nel film di culto ”Italian Sud-Est”. La storia si fa.
“L’immagine internazionale
della regione è profondamente cambiata”, può sintetizzare i suoi reportage la rivista “d”: “A partire dai
nomi con cui è conosciuta: Pugliawood, Murgia Valley, Silicon d’Itria, Grottangeles”. Con commento: “Nell’eterno
derby tra il barese e il leccese, da tempo ha vinto un terzo incomodo,
l’inglese”. Casa di Helen Mirren, Francis Ford Coppola, Dépardieu, Meryl
Streep, Malkovich, forse Clooney. Le sfilate “storiche”, scenografiche, di Dior,
Gucci, Dolce & Gabbana. E le faraonate dell’“Apulian
Wedding”, per miliardari.
David Ferrie, uno degli
strambi personaggi che complottarono l’assassinio Kennedy nel 1963, porta il
killer designato, Lee Oswald, nel docuromanzo “Libra” di Don Delillo, a casa
sua. Dove, tra “centinaia e centinaia di libri di medicina, di diritto, enciclopedie,
pile di reperti autoptici, libri sul cancro, libri di patologia legale e sulle armi da fuoco”, si trova “appeso
alla parete un documento in cornice, un dottorato in psicologia della Phoenix
University – Bari, Italia”.
leuzzi@antiit.eu
Cipputi, o la saggezza dell’impiccato
“Animo
Cipputi “ era la prima raccolta di Altan, nel 1977: “Il compromesso storico in
116 vignette”. Questo volume, il catalogo della mosta organizzata a Bologna dallo
stesso Altan
con la Fondazione Mast, presenta “un racconto
di 50 anni di lavoro in Italia”, con 227 opere, di cui 201 vignette originali e
26 stampe digitali. Di spirito ovvio e insieme “profondo”, durevole: vero.
Le vignette di Altan sono semplici, si sa. Uguali a
se stesse. E sorprendenti, ognuna innovativa – sorprendenti nell’ovvietà. Cipputi
già deluso o in età, bocca rientrata mento sporgente, occhiali, uomo
d’esperienza. E la sua spalla Bersazzi egualmente renfrogné, bocca a luna calante, bazza, e in età, ma censorio, e col
naso a proboscide, da pinocchio saggio. Ma ognuna innovativa, sorprendente per
senso comune. Corredata di vignetta anch’essa semplice, ma fulminante.
Semplice: “Più la Fiat va bene, più ci paga!”, “E più ci paga, più va male”.
Delusa. “Guarda che un sacco di bella gente non va a votare!” “Beati loro”.
Scherzosa: “Dice che per una vita non abbiamo capito niente”, “Siamo stati troppo
spensierati, Bersazzi”.
Altan è come un direttore di giornale che ogni
mattina facesse la ramanzina ai suoi giornalisti
sui fatti del giorno, come se avessero mancato l’essenziale, andando semplice e
diretto al nocciolo delle questioni. Ma senza spirito punitivo o correttivo,
piuttosto rassegnato. La realtà infatti è spiacevole – è fatta per deludere.
Questa rassegna di cinquant’anni sono anche di un fallimento,
politico, sociale, culturale. Di chi pure sa la verità delle cose, ma non conta.
La saggezza, si direbbe, dell’impiccato.
Cosimo Torlo, (a cura di), Animo, Cipputi, LiberArte, p. 148, ill. € 20
lunedì 17 luglio 2023
Che lingua parla Meloni
È curioso che la presidente del
consiglio parli inglese e spagnolo senza accento, da anglo-americana e da
castigliana, e il francese con errori minimi ma sempre di buona pronuncia, il
che da solo le ha dato spessore in pochi mesi nella scena internazionale, e
quando parla agli italiani accentui le nasalità della Garbatella, che la
diminuiscono.
Sarà uan strategia comunicativa –
avrà anche Meloni una sua politica dell’immagine, come Elly Schlein con i
colori grigio topo? È possibile che non riesca
a parlare italiano senza le nasalità? Che suonano male anche a Roma.
Si dice romanesco, infatti, ma il
romanesco ha molte declinazioni. Caterina Guzzanti, che ora Pilar Fogliati riprende,
ne aveva rubricate una ventina, e a sentirle, alla radio, in effetti erano
diverse - da qui lo spasso.
A Roma ci sono almeno
quattro dialetti: a Trastevere e San Lorenzo, al Flaminio-Parioli, a San
Basilio-Tiburtino Terzo, e a Testaccio-Garbatella. Più uno bastardo nelle aree
a forte concentrazione d’immigrati abruzzesi o calabresi. Il romanesco è
diverso, è di un umorismo garbato. Un non romano può rendersene conto con gli
scrittori che hanno adoperato il romanesco, Gadda e Pasolini. Quello di borgata
di Pasolini, fricchettone, accentuato, bozzettistico, è già inespressivo, da
tempo. Regge il romanesco di Gadda, che è quello mediato dalla tv, del
Flaminio-Parioli adattato a San Giovanni (Merulana), tra professionisti,
compresi gli impiegati di concetto e le loro mogli.
Quello nasale di Testaccio-Garbatella
(era quello del Mattatoio, che però è da mo’ che non ci sta più) sarà pure
simpatico a qualcuno, ma è poco affidabile, quasi una mascherata. Volendo
“andare verso il popolo” (era un racconto di Moravia, finiva male) tanto meglio
il trasteverino, è anche quello dei poeti.
Sotto analisi
Il
linguaggio dello studio del terapista filtra nella conversazione quotidana. Stranamente
ogni nuovo libro o show tv riguarda ferite psicologiche dei personaggi. Bizzarri
trattamenti e regimi di auto-miglioramento rifioriscono con le stagioni. E
niente, sempre titoli di angoscie e solitudini, spcialmente tra gli adoleecenti.
Forse la nostra fissazione con la psicoanalisi è un sintomo oltre che un cura.
Un
numero speciale, digitale, su questi e altri temi, composto da vari articoli e
saggi già pubblicati sull’uso e il ruolo della psicoanalisi. Con spunti anche
critici, o divertenti. “Il genitore di un adolescente è un collettore di
rifiuti emotivi” è un altro tema. “Crescendo nella casa di Freud” è il racconto
del figlio di due psicoterapeuti, che anche a casa si comportavano come a
studio. “Il Mdma ridenominato” è l’ecstasy – a lungo proposta come supporto nelle
terapie di Post-Traumatic Stress Disorder. Gli incerti del transfert (“Are you my mother?”),
“Che fare col panico climatico”, le socio-dinamiche del cruciverba
alleggeriscono la raccolta.
Al
fondo “La professione impossibile”, sulla difficoltà della psicoterapia. Con la
persistenza di Freud, “smascherato più e più volte” ma non eliminabile.
The Therapy
Issue,
“The New Yorker” 16 luglio, digital edition, free online
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