mercoledì 31 gennaio 2024
Una spia anti-sistema
Carabiniere-spia conclamato fin
dall’inizio della ferma, a 21 anni. Famoso e cbiacchierato per un incontro in
autostrada con Matteo Renzi, immortalato in una foto da una professoressa.
Prepensionato – a causa di questo incontro - a soli 61 anni (ma con 40 di
contributi, il presidente del consiglio Draghi ha fatto il calcolo giusto). In
realtà al centro di varie e vere avventure da servizi segrati, non la
conversazione all’aperto, fotografata dalla professoressa.
martedì 30 gennaio 2024
L’Europa riarma
Nel 2022 la spesa militare mondiale è cresciuta del 3,7 pe r cento, a 2.240 miliardi di dollari. Quella europea del 13 per cento, a 346 miliardi di dollari - più 29,4 per cento rispetto al 2014. L’1,65 per cento del pil europeo a 27. Quasi quattro volte le spese della Russia nello stesso anno, con la guerra in Ucraina in corso.
L’Europa si sta riarmando e non
lo sa. Anche la Commissione di Bruxelles destina agli armamenti il 2 per cento
del suo bilancio, benché i trattati a lungo abbiano espressamente escluso le
spese militari dal bilancio comunitario. La spinta viene soprattutto dalla
Germania. Che, come dice il ministro della Difesa Boris Pistorius, vuole diventare
“la spina dorsale della deterrenza europea”.
A lungo la difesa è stata in
Germania un tema politico di poco o nessun richiamo, ora non più – Pistoruius è
anche il politico di governo più popolare. È alla radice della Zeitenwende, il “cambiamento epocale”
annunciato due anni dal cancelliere Scholz, e vede la Germania ammodernare e
ingrandire i suoi arsenali a ritmo elevato.Con un fondo speciale per l’acquisto
di armi da 100 miliardi di euro, e un impegno di spesa per la difesa sul 2 per
cento anuo del pil.
Un riordino del personale è in
atto, in collegamento con la Francia, la Gran Bretagna, l’Olanda, la Romania, la
Repubblica Ceca, i paesi baltici – una quindicina di paesi in tutto. Nel quadro
di un programma ESSI, European Sky Shield Initiative. In collegamento con
questi paesi è partito anche un riordino del personale. Che prevede la
formazione in un quinquemio di tre grandi divisioni intereuropee. Nell’ottica di
una “spina dorsale” europea.
Mussolini capomafia
Un momento di storia drammatico (il titolo echeggia il fatto che le storie registrano come “lunga notte del fascismo”), dell’Italia sconfitta a metà 1943, delle liti fra gerarchi e dell’isolamento di Mussolini, e una grande produzione, con esterni d’epoca e interni ricchi e accurati, su una sceneggiatura quasi vacua. Mussolini ridotto a capomafia, sia in politica che a letto, la figlia Edda a ludopata, il genero Ciano cialtrone oltre ogni limite, Alessio Boni-Dino Grandi a una sola espressione, Dollmann, colonnello onorario di Hitler, che civetta con Edda, ma non era gay?, il re piemontese con accento emiliano, e così via, non reggono l’impegno di una visione prolungata, oltre un paio d’ore la prima puntata. Battuta dal vecchio “Grande Fratello”. Campiotti, che alterna regie robuste di temi impalbabili a agiografie modeste di personaggi robusti, si vede che aveva in uggia i suoi – numerosi, frettolosi – comprimari: recitano tutti di corsa, come a “buona” al primo ciak. Nonché l’intricata vicenda, il re, il,principe ereditario, Maria José sua moglie, il papa, mons. Montini, Churchill, la famiglia Petacci, l’Ovra (che l’Italia repubblicana ha assolto, la polizia politica…).
Ma
è anche inutile raccontare il fascismo, per l’ennesima volta, con i parametri
dell’antifascismo.
Giacomo Campiotti, La lunga notte. Rai 1
lunedì 29 gennaio 2024
A Occidente ci sono solo gli Stati Uniti
Si continua a dire “Occidente”, per
ogni iniziativa che riguardi la Russia, la Cina, l’Iran, l’islam, l’Africa ma
s’intende gli Stati Uniti: il Millennio è caratterizzato da un distacco deciso
degli Stati Uniti dall’Europa, anche solo dalla cerimoniosità di facciata, che
ha fatto velo finora alla inerzia o superficialità europea. Obama era gentile e
riceveva tutti, ma palesemene annoiato ai vertici a sette. Con Biden non ci
sono praticamente contatti di Washington con Berlino e Parigi, le capitali che
si presumono leader dell’Europa. Non sull’Ucraina, non sulle sanzioni alla Russia,
non sull’energia, non sulla transizione verde, e naturalmente non sui rapporti
con la Cina e con il resto del mondo. Con Trump i contatti c’erano, ma “tempestosi”:
il presidente–affarista non tollerava l’inconsistenza ammantata di sussiego
dell’Europa.
È l’Europa che è scomparsa dalla scena internazionale? Sono gli Stati Uniti
che tengono l’Europa divisa, vuota, ai margini? L’Europa pagherà caro la presidenza
Biden, che pure è considerata gentile, e quasi ritrosa: Biden l’ha fatta
sparire, senza grandi magie. Praticamente, senza le chiacchiere di Trump, senza
nemmeno farci caso. In Ucraina. In Israele. Ora nel mar Rosso.
L’aborrito Trump fece al confronto
moltissimo per stabilizzare Israele, con
Gerusalemme capitale e gli “accordi di Abramo”. E mosse decisive fece col solo
ausilio di un genero, giovane, uomo d’affari, non.politico: per stabilizzare Israele
non ci vuole – non ci voleva prima della guerra – molto.
Non c’è intelligence senza politica
Si moltiplicano i sevizi di intelligence, come se fossero la
politica spianata, un rotolo aperto, scorrevole. Specie degli affari
internazionali, che invece sono tra i più complessi, e anche tortuosi, da
gestire.
L’11 settembre, la guerra
all’Ucraina e il 7 ottobre, i tre eventi che hanno marchiato questo primo quarto
di secolo, sono sconfitte, nette, enormi, soprattutto dello spionaggio. È quasi impensabile l’attacco arabo su suolo
americano, impossibile nella più pccola repubblica delle banane. In un’America
che ha una ventina di servizi di intelligence
politica e militare in giro per il mondo. Israele tra i tanti punti di
forza di cui si fa vanto celebra in primo piano quelli di spionaggio. Che ha
fatto lavorare molto dopo l’11 settembre, e contro obiettivi singoli qua e là
per il Medio Oriente, nonché nella stessa Gaza controllata dal nemico Hamas, e
tra gli stessi esponenti di Hamas. Dunque le spie ce le ha. Ma poi?
Londra mosca cocchiera
Il motore della guerra alla
Russia è a Londra. È a Londra che si sono fabbricati e si fabbricano i dossier
contro la Russia. E tutte le “notizie”
che giornalmente ci gravano sulla Russia.
All’apparenza, Londra fa questo
gioco poco seriamente, come lo fa con le cronache regali di cui ci subissa – lo
fa per gioco. Nella sovversione dell’Ucraina quindici anni fa, patrocinando l’estrema
destra come forza liberatrice di piazza. Nell’avversione al Nord Stream 2, il
grande gasdotto Russia-Germania, che non ha finanziato – e due anni fa avrebbe
sabotato. Col dossier Russiagate. Col boicottaggio degli accordi di Minsk – da
cui era esclusa – che dieci anni fa risolvevano il contenzioso Russia-Ucraina.
Con l’“armiamoci e partite” nel 2021 dei gruppi nazionalisti ucraini.
Soprattutto con la “narrazione” della guerra in Ucraina, di Putin-Hitler,
dell’attacco russo uguale all’aggressione neazista nel 1939. Con lo scopo,
evidente, di rendere impossibile ogni composizione del conflitto.
Apparentemente, Londra lo fa “per
sport”. Come i suoi nobili e notabili che al tempo della guerra fredda
parteggiavano e spiavano per Mosca, da Graham Greene in giù. Ma la guerra non
si fa per sport. È la City che muove il “banco”? Giochi imponenti di denaro sono
possibili anche con le paci. C’è qualcosa di misterioso, se il capo delle forze
armate invita i cittadini inglesi a prepararsi alla guerra con la Russia, e non
viene nemmeno deriso.
Cronache dell’altro mondo – giustiziarie bis (252)
Fani Willis, Procuratrice
distrettuale della contea di Fulton in Georgia (Usa), cinquantenne, divorziata,
ha da alcuni anni una relazione con Nathan Wade, coetaneo, un avvocato delle
assicurazioni (danni alla persona) da lei nominato Procuratore speciale nell’indagine
aperta contro Trump con l’ipotesi di complicità nella ”sovversione criminale”
del 6 gennaio 2021 al Campidoglio di Washington. L’ha indicata come amante del
marito la moglie di Wade, nella causa di divorzio in corso: avendo pagato lei
viaggi, alberghi, ristoranti con l’ex marito, sostiene l’ex moglie, la Procuratrice
distrettuale dovrebbe essere in grado di fornire chiarimenti sulla gestione da
parte di Wade dei suoi proventi.
Il giudice della causa di
divorzio ha respinto la richiesta dell’ex moglie di Wade: Willis non testimonierà.
L’avvocato di uno dei coimputati
di Trump ha parallelamente aperto una procedura di ricusazione della Procuratrice Willis, per la relazione “impropria” che
aveva con Wade. E per la mancanza di titoli e di esperienza di Wade su un reato
di felony su cui gira l’indagine di
Willis, un caso criminale.
Indietro tutta nel mercato
La crisi del 2008 ha segnato
l’inizio della fine della globalizzazione. Del sogno-disegno della ricchezza in
crescita esponenziale libera - seppure con qualche ammaccatura, a scapito delle
economie o dei ceti più deboli. “La globalizzazione era un programma politico
di apertura completa dei mercati internazionali. Il concetto includeva la crisi
dell’impero russo, le prime riforme cinesi, il «miracolo dell’East Asia»
proclamato dalla Banca Mondiale, la ritirata ingloriosa del keynesismo di
fronte all’incalzare della deregulation, la
fine dell’interventismo degli Stati, la fiorente espansione dei traffici
internazionali, che sembravano attestare il trionfo dell’ordine liberale nel
mondo”. Un “triofafalismo liberista”, con qualche eccesso, “fino all’idea
temeraria di «fine della storia»”.
È durata poco: “Dalle crisi
del 2008 e seguenti è emersa l’assolutizzazione opposta, quella della
deglobalizzazione”. Si pensò pure a “una ritirata generale dei capitali mobili”
– immaginarsi una liquidazione dei titoli americani detenuti in Cina, un
migliaio abbondante di miliardi di dollari… La xenophobia è sopravvenuta, il
rifiuto della globalizzazione, le istanze
sovraniste, esemplificate dall’America First di Trump e dall’Ira di Biden,
l’Industrial Reconstruction Act, programmi o promesse di “riportare o trattenere
in patria posti di lavoro, capitali, tecnologie e redditi” – e materie prime. Senza dire dell’esplosione del debito
pubblico ovunque nel mondo, dell’interventismo degli Stati, dapprima per
salvare le banche poi per il covid e altre emergenze, che il mercato non sa
affrontare.
Al netto della rituale
retorica marxista-leninista, adatttta ai tempi, un’analisi perfino più dettagliata
oltre che aggiornata, nel confronto delle cifre, dei mercati mondiali di quella
celebre dieci anni fa di Piketty, “Il capitale del XXImo secolo”. Nei fatti, fra
i tanti dati analizzati, due inequivocabili. Il rapporto della “componente
estera” (esportazioni e importazioni) sul pil è in crescita nel mondo e nella
Ue, ma ristagna in Cina e negli Stati Uniti. Nel mondo è cresciuto dal 14,7 del
2000 al 18,9 nel 2008 e al 20,3 nel 2022. Nella Ue (e con l’esclusione del
commercio intra-Ue) è cresciuto dall’11,8 del 2000 e 2008 al 16,3 nel ’22. In Cina
è calato nel 2022 – dopo un balzo al 31,1 nel 2008: il rapporto è scemato dal
20,6 del 2000 al 20,0. Negli Usa rimane stabile, ma poco incisivo, attorno
all’8 per cento - 7,6, 8,7 e 8,1 nei tre anni di riferimento.
Segno decisamente regressivo per
gli investimenti esteri diretti, in rapporto al pil. Nel Mondo, nella Ue, in
Cina e negli Usa è in calo rispetto al 2007. Con una caratteristica che cozza
contro la globalizzazione quale si idealizza: gli investimenti esteri diretti (le
“multinazionali”) restano marginali – nella Ue sono stati elevati perché il dato
tiene conto degli investimenti intra-Ue, per esempio dal Lussemburgo negli
altri paesi.
Investimenti esteri diretti - valori percentuali, afflussi netti\pil, dollari correnti
2000 2007 2022
Mondo 4,6 5,3 1,9
Ue (27) 8,7 10,0 2,5
Cina 3, 6 4,4 1,0
Usa 3,4 2,4 1,4
Nicola Capelluto, Crisi del debito e crisi dell’ordine,
Lotta Comunista, pp. 868, ill. € 30
domenica 28 gennaio 2024
Ombre - 704
L’Italia
invita a Roma i paesi africani per tentare il rilancio di una politica europea
verso l’Africa. Per lo sviluppo dell’Africa, in chiave emigrazione, fonti di energia,
materie prime, ma non solo. Non una riga sul “Corriere della sera”, su “la Repubblica”.
Informazione? Provincialismo, ignoranza?
“Pnrr,
versati quasi 102 miliardi”, un record. Ma il “Corriere della sera” ha paura,
anche di questo: “Il rischio è finanziare la spesa”. Perché, che cos’altro deve
finanziare il Pnrr, se non la spesa per investimenti?
No,
il rischio ci vuole sempre. Prima i soldi Pnrr non sarebbero arrivati, tre
mesi, o quattro, di giaculatorie, quotidiane: la terza tranche in bilico, la quarta tranche….
Ora sono troppi. Se non è zuppa, è pan bagnato, il giornalismo è tutto qui?
I
media devono controllare il potere, si dice. Sì, dicendo tutto e il contrario di
tutto?
Un
generale Sanders comandante delle forze armate britanniche, che invita i
britannici a prepararsi a un attacco russo sembra una di quelle storielle
inglesi, di reali, fidanzamenti, corna, divorzi, insomma intrighi, che
appassionano le tv di mezzo mondo. E invece è vera: il generale esiste, e lo ha
detto: “I cittadini britannici siano pronti a una guerra con la Russia”.
Ma
l’Inghilterra non aveva perso l’India, è ancora in guerra con la Russia per
l’impero?
Francesco
Merlo si dice sommerso dalla lettere di consenso col lettore Tosini, “che giudica
«l’80 per cento degli italiani reazionari, retrogradi, gente che guarda al passato
e non al futuro, razzisti, misogini, omofobi, patriarcali, bigotti, attaccati alla
sottana del prete o di mammà e puttanieri»”. E commenta: “Temo che ci sia un
pizzico di furore anti italiano, un po’ di Tosini, in tutti gli italiani”. O
non nei lettori di “la Repubblica”?
“Tosini”
può darsi che sia un “provocatore”, come si diceva una volta: ha l’aria di uno
scherzosone, tanto è accumulativo - magari napoletano, col “mammà”. Ma i “molti
lettori” che “stanno scrivendo” a Merlo no.
Chi
ha introdotto l’autonomia differenziata tra le regioni? “Il centrosinistra, con la riforma del
Titolo V approvata al Senato l’8 marzo 2001 e poi confermata con il referendum
del 7 ottobre (legge costituzionale 3/2001)” - “Il Sole 24 Ore”
La
livida ambiziosa commissaria europea Vestager fa di tutto per bocciare il salvataggio
di Alitalia\Ati. Con richieste palesemente inaccettabili: non solo con Lufthansa,
Ita non potrà fondersi con nessun altro vettore, secondo i criteri fissati da
Vestager – sulle rotte intercontinentali
e sull’utilizzo di Linate. È la
stessa che otto anni fa impedì il salvataggio, senza alcun danno per la
concorrenza, delle banche regionali centro-italiane – per questo condannata dalla
Corte Europea, ma sempre al suo posto.
Il
Tas di Losanna, Tribunale Arbitrale dello Sport, annulla le sanzioni dell’Uefa
al Manchester City, il club di calcio anglo-arabo reo di 115 violazioni dei regolamenti
federali, della stessa Federazione europea del calcio. E a ragione, nessun
sceicco è mai stato condannato in Svizera, nemmeno, anzi, mai perseguito. Honni soit qui mal y pense? Gli sceicchi sanno difendersi.
Eshkol
Nevo espone perplesso gli orrori del 7 ottobre, come raccontati dai
sopravissuti, negli stessi luoghi dell’attacco. Di assassinii insensati. Di “una
donna (che) accompagnava palestinesi malati agli ospedali in Israele”. Di “una
94nne (che) ha invitato gli uomini di Hamas, in arabo, a entrare e bere un
caffè. Quella donna, chissà perché, non l’hanno uccisa”. Lo scrittore è
sorpreso dall’odio, che è insensato?
Sabino
Cassese, “grande vecchio”, cioè di grande saggezza, su piazza da sessant’anni e più,
intervistato da Tommaso Labate sul “Corriere della sera”, decreta De Mita miglior
statista – dopo Ciampi. De Mita? Tribalismo? Cassese , reputato di “area socialista”,
è di Atripalda, De Mita di Nusco, una decina di km, in linea d’aria, venti minuti
in macchina.
Cronache dell’altro mondo – giustiziarie (250)
Una giuria di New York ha condannato
l’ex presidente Donald Trump a pagare 83,3 milioni di dollari di risarcimento
per aver diffamato la giornalista E. Jean
Carroll, negando nel 2019, quando era presidente, una aggressione sessuale di
trent’anni prima.
Carroll aveva chiesto 24 milioni
di danni.
Ua giuria è chiamata in America a
decidere anche nel processo civile. Decide a maggioranza, e senza l’obbligo di accertare la verità “oltre
ogni ragionevole dubbio” – solo “una probabilità superiore al 50 per cento” –
decide come in un voto presidenziale, dove si vince col 50-51 per cento.
Nel processo per stupro, nel
2019, Carroll aveva affermato che era avvenuto nel camerino per le prove di un
grande magazzino, quando lei aveva 56 anni. L’accusa a Trump seguiva la
pubblicazione del libro per cui è famosa, “A cosa servono gli uomini? Una
modesta proposta”.
Il padre di S.Holmes impara la suspense
Uno
dei primi racconti, il quarto pubblicato, 1881. Ma già qui, a ventun’anni, il
futuro padre di Sherlock Holmes si descrive “come i soggetto più sensibile ai
fenomeni soprannaturali”, quale sarà in età avanzata. E ne approfitta per dare
altre pennellate di sé. “I volti sono una mia specialità” – più di Lumbroso, suo contemporaneo? Di un “tipico amore per la
solitudine”. E un codardo, “dal punto di vista fisico” – ma “lo sono anche dal
punto di vista etico”.
Una
traversata in mare di quindici giorni da New York a Londra minaccia di trasformarsi
in tragedia, nell’immaginazione del narratore, per una “scatolina bianca” che
due figuri maneggiano. Figuri naturalmente loschi. Un Flannigan, nome irlandese,
che “sa di fenianismo” – l’Ira del tardo Ottocento, l’organizzazione
nazionalistica irlandese. E un Muller, quindi uno che “non rimandava che ai concetti
di socialismo e omicidio” – il socialismo era “assassino” e veniva dalla Germania.
Un
racconto di suspense: i particolari
allarmanti si susseguono l’uno sopra l’altro, nell’arco di poche ore.
In
originale con traduzione.
Arthur
Conan Doyle, La scatolina quadrata,
Leone, pp. 79 € 8
sabato 27 gennaio 2024
Il mondo com'è (470)
astolfo
Alcmeone di Crotone – Un magno greco tanto evanescente quanto ingombrante. Di lui si sa poco – che “era giovane quando Pitagora era vecchio”, secondo Aristotele, e nulla più. Ma che avrebbe inventato la fisica - la disciplina - con un trattato “perì phiseos”, avrebbe per primo praticato l’anatomia, e avrebbe ricondotto i fenomeni mentali, e il coordinamento delle sensazioni, al cervello. Ma in un quadro di incertezza, poiché di lui si sanno poche cose, frammentarie. Si sa però che Aristotele, che lo cita, voleva invece tutte le funzioni vitali, comprese quelle mentali, ricondotte al cuore, come l’organo che è l’ultimo a morire.
Berberi – Una nuova minoranza si affaccia sul Mediterraneo, non secessionista ma
abbastanza forte da ridefinire gli assetti costituzionali e la politica interna
dei due paesi maggiori del Maghreb, l’Algeria e il Marocco – e in prospettiva
la Libia: i berberi. Il re del Marocco Maometto VI ha decretato festa nazionale
il capodanno berbero il 14 gennaio, e il berbero lingua nazionale, alla pari
dell’arabo. Una decisa presa di posizione con un occhio malevolo, forse,
all’Algeria, la nemica di troppe questioni - dove le rivendicazioni della
minoranza berbera sono terreno di attriti. Ma è un fatto che il Marocco è da
qualche tempo ufficiosamente bilingue. I berberi sono stimati essere il 40 per
cento della popolazione marocchina. In Algeria, invece, le rivendicazioni berbere, che sono sempre state forti, già in epoca coloniale e nella stessa guerra di liberazione, in antitesi alla parte araba della popolazione, sono contrastate dal governo centrale, per il rischio secessionista, essendo concentrate e prevalenti soprattutto nel Nord-Est.
L’etnonimo “berbero” è oggi risentito negativo, in quanto
derivazione da “barbaro”. E così pure Maghreb, che in arabo è “Occidente”, una
regione marginale. I termini di riferimento sono ora amazigh, plurale imazighen,i
liberi, per berbero-i, e Tamazgha per Maghreb. Per Tamazgha, termine
coniato cinquant’anni fa da un’Accademia Berbera a Parigi, intendendosi
una vastissima area africana, comprendente, oltre il Maghreb della vecchia
geografia (Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Sahara Occidentale, Mauritania),
anche Egitto, Niger, Mali, Burkina Faso, Senegal e Canarie. Un’area che si
vuole corrispondere alla Libia di Erodoto, e alla Barberia, Stati barbareschi,
Costa berbera della geografia medievale e moderna, fino a tutto l’Ottocento. Il
nome è stato coniato in riferimento ai Mazici, popolazione “libica” di Erodoto,
Ecateo, Virgilio, Lucano (“Mazaci”). Pseudo-Ippolito.
Insieme a un riequilibro politico nel Nord Africa occidentale, i berberi hanno
avviato anche una revisione storica. Sempre più, in particolare, prende piede
l’ipotesi che l’invasione cosiddetta araba dell’Italia meridionale (emirati in
Sicilia, Calabria e Puglia) e in Spagna sia stata opera di popolazioni
islamiche ma prevalentemente berbere – la storia della Sicilia “araba” è ferma
a Michele Amari, metà Ottocento, ma qualche aggiornamento emerge.
È storia del resto che
gli Almoravidi, che regnarono sul Marocco e la Spagna musulmana a cavaliere del
1100 erano una dinastia berbera, proveniente dal Sahara. Sconfitti
in Andalusia, gli Almoravidi superstiti si stabilirono nelle Baleari, dove si
sono perpetuati col nome di Banu Ghaniya (banu, bani =
figli di, denomina le tribù). Altri berberi, col nome di Guanche –
derivato da Ghaniya? – furono incontrati da Niccoloso da Recco, il primo navigatore
oceanico, o uno dei primi, nel 1340 alle Canarie, dove si era spinto, con
equipaggio genovese, fiorentino e spagnolo, per conto del re del Portogallo
Alfonso IV - al ritorno, dopo cinque mesi, Boccaccio lo incontrò a Firenze, e ne
celebrò l’avventura col trattatello “De Canaria et insulis
reliquis ultra Hispaniam in Oceano noviter repertis”.
Col
nome di Murabit, come erano chiamati dagli arabi, i berberi almoravidi si
perpetuano, molto diffusi, tra Calabria e Sicilia a cavaliere dello Stretto di
Messina, e in Spagna, Tunisia, Marocco, Mauritania.
Che la componente
berbera fosse forte tra gli islamici di Sicilia lo proverebbero le attitudini
agricole, con le colture irrigue, dalle verdure agli agrumeti, e il
riassestamento e il riutilizzo delle condutture dell’idraulica romana.
L’invasione propriamente araba della Sicilia si tende ora a confinare a Mazara
del Vallo, all’estremità occidentale dell’isola, mentre l’area meridionale,
dell’agrigentino, da Castelvetrano a Gela, si ritiene abitata da berberi. Si
dice ora la conquista islamica, non più araba, della Sicilia. Rimarcando che
essa fu iniziata partendo da Tunisi, a Mazara. E che fu un’occupazione lenta,
non d’assalto, un’immigrazione più che una conquista. Portata a compimento dopo
un secolo e mezzo di tentativi, nel 965, a Rometta. E sarebbero stati berberi,
indisciplinati, gli “arabi” di Sicilia che Federico II confinò a Lucera, in
Capitanata, sopra il Tavoliere delle Puglie.
“Saraceni”, il termine invalso per oltre un millennio per dire delle scorrerie e piraterie “arabe” (dei mussulmani), è termine riferibile piuttosto ai berberi. Il termine è in arabo spregiativo, derivato da saraq, rubare. Attività che si riscontra anche nei Tuareg del Sahara, cui i berberi si ricollegano, che sono predoni. In letteratura del significato e le origini di “saraceno” si danno molte letture. Saraka era una città del Sinai, secondo Tolomeo, abitata da una popolazione araba che prendeva appunto il nome di sarakenoi – lezione pi ripresa da Stefano di Bisanzio. Un’altra derivazione, passando per il latino, è dall’aramaico sarqn, che sarebbe “abitante del deserto” – che sarebbe la stessa di Tolomeo. Oppure dall’arabo sharq, oriente - e quindi “gli orientali”. Viene collegato a questa lezione il termine greco-bizantino Σαρακηνός (sarakēnós), derivato appunto dall’arabo, sharq e sharqqiyyun, oriente e orientale. Fantasiosa è ritenuta l’etimologia di Isidoro di Siviglia, poi ripresa da san Giovanni Damasceno: “«I Saraceni sono stati così chiamati o perché si proclamano discendenti di Sara, ovvero perché, come dicono i gentili, sono originari della Siria”.
L’identificazione
dei saraceni con i berberi, prevalentemente, è rafforzata dal perimetro della
loro attività: il Mediterraneo occidentale. Con basi nei porti del Maghreb, e
attività sulle coste tirreniche, dalla Sicilia alla Liguria, la Costa Azzurra,
il golfo del Leon, le Baleari. A Taranto, Bari e in alcune località calabresi
ebbero basi fisse anche per periodi lunghi, mezzo secolo. A volte inoltrandosi,
in Calabria, Liguria, Costa Azzurra, in
zone interne, collinari e montane, sempre raggiungibili lestamente dal mare – la
pratica che più dispone per l’identificazione dei saraceni con i berberi. S
opra Cannes, nella Costa Azzzura, fu berbera la località La Garde-Freinet, un
tempo Le Fraissinet, frassineto, in arabo farakhshanīṭ - Frascineto è una località, oggi
italo-albanese, ai piedi del massiccio del Pollino in Calabria.
(continua)
Darmanin – Gérald Darmanin, il ministro dell’Interno francese, riconfermato anche nella nuova compagne guidata dal giovanissimo premier Attal, che ha provocato almeno due incidenti con l’Italia con le sue critiche alla “superficialità” italiana in materia di blocco dell’immigrazione clandestina e di rimpatri, sarebbe di origine italiana. La biografia ufficiale lo vuole “di famiglia
di lavoratori, con radici algerine e maltesi”. Il padre, Gérard, gestiva un bistrò, la madre, Annie Uakid, lavorava
come colf. Più in là, la biografia si spinge solo dal lato materno: il nonno,
Mussa Uakind, era stato sottufficiale dell’esercito francese, decorato al
valore, un resistente delle Forze Francesi dell’Interno nella Francia occupata,
e un harki, un algerino lealista,
nella guerra di Liberazione dell’Algeria,1954-1962 - contro l’indipendenza
dell’Algeria).
Non registrato nella biografia ufficiale, il nonno
paterno era Rocco Darmanin, minatore. Nato a Béja, in Tunisia, poi migrato a
Denain (Nord – Alta Francia), in prossimità del Belgio, dove lavorò come minatore.
Rocco era figlio di Salvatore Costanzo Darmanin, e di Carmela Grazia Maria Caruana.
Immigrati in Tunisia, lui da Malta (un nome residuo dei tanti veneti
dell’isola), ma via Sicilia, lei dalla Sicilia. “Le Nouvel Observateur”, nel
primo ritratto del politico in ascesa, nel 2014, li fa entrambi maltesi - su
indicazione del futuro ministro?. Salvatore Costanzo e Carmela ebbero due
figli, Salvatore e poi Rocco.
Mondovì
– Si chiamava Mondovì il villaggio-città in Algeria, ora Dréan, sulla
costa orientale dell’Algeria, dove Camus è nato. Si chiamava Mondovì quando
Camus è nato, nel 1913, e l’Algeria era colonia francese. Una cittadina ora di
40 mila abitanti. Che produce ancora vino, con agrumi e tabacco.
astolfo@antiit.eu
La guerra in Ucraina come una guerra by proxy alla Russia
“La
storia di una Russia malvagia, irrazionale, intrinsecamente espansionista e con
un leader paranoico al comando, contrapposta alle virtù di Stati Uniti ed
Europa, è una costruzione strana e confusa della memoria, incoerente con tutta
una serie di eventi perfettamente consequenziali degli ultimi trent’anni;
eventi la cui importanza e il cui significato dovrebbero essere immediatamente evidenti a tutti. In
effetti, la stessa narrazione occidentale predominante può essere vista come
una forma di paranoia”. Questo forse è vero ma è inverosimile. Si spiega invece
con una “costruzione” abile dell opinione, giorno dopo giorno. Coerente con
un’altra conclusione del pamphlet, in
apertura: “La sconfitta e l’indebolimento della Russia è esattamente ciò che nuova politica statunitense mira a raggiungere”.
L’elenco
è impressionante delle “preparazioni” militari Nato, di fatto anglo-americane,
contro la Russia negli ultimi trent’anni. E delle promesse e impegni americani,
in nome e per conto della Nato, di un’estensione dell’alleanza, nominalmente
difensiva, nel cuore della Russia – come una Cuba gigantesca piantata di
missili contro gli Usa. L’elenco delle preparazioni-provocazioni: “Se gli
Stati Uniti non avessero esteso la Nato fino ai confini con la Russia; se non
avessero schierato sistemi di lancio di missili con capacità nucleare in
Romania e non li avessero messi in cantiere in Polonia e forse anche in altri paesi; se non avessero
contribuito al rovesciamento del governo ucraino democraticamente eletto nel
2014 (finanziando e sostenendo con la propaganda l’estrema destra ucraina,
n.d.r.); se non si fossero ritirati dal trattato ABM e dal trattato sui missili
nucleari a gittata intermedia, e non avessero poi ignorato i tentativi russi
di negoziare una moratoria bilaterale su tali dispiegamenti; se non avessero condotto
esercitazioni a fuoco vivo in Estonia per addestrarsi a colpire obiettivi
all’interno della Russia; se non avessero organizzato una vasta esercitazione
militare di trentadue nazioni vicino al territorio russo; se non avessero raccordato
l’esercito americano con quello ucraino, se…, se…. Se gli Stati Uniti e i loro
alleati della Nato non avessero fatto
tutte queste cose, la guerra in Ucraina probabilmente non sarebbe scoppiata.
Penso sia un’affermazione ragionevole”.
Abelow
non ha grandi credenziali. È solo un pubblicista, con studi di Storia e, si deduce,
di Medicina, attivista anti-nucleare. Ma dà informazioni riscontrabili, e usa
inquadramenti inoppugnabili. Si limita peraltro a dire le cose che si sanno ma non sono state
dette in questi due anni di guerra, ed è tanto. Anche a leggerlo come un articolo
di giornale, si capisce quanta roba ci manca, non è detta, nemmeno lasciata
intendere. Il che significa che c’è una rete molecolare – pervasiva,
insistente, accorta - di disinformazione, di “creazione” dell’informazione.
L’Ucraina
è irrilevante per gli Stati Uniti, è un altro argomento del pamphlet: per la sicurezza degli Stati Uniti,
per l’empatia degli americani – non ne sanno nulla, e non hanno imparato
nulla, la “narrazione americana della Russia” è semplicistica: è una potenza ostile agli ordini di un dittatore. L’Ucraina è solo una pedina in uno
scacchiere. Uno dei cimiteri dell’ultimo imperialismo Usa, si può aggiungere, degli ultimi trenta anni, già
sfiancato da troppe “guerre giuste” o “guerre di liberazione” dopo il Vietnam,
in Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. Senza contare, nota il pamphlet, che Zelensky è “uomo molto legato alla famiglia Biden”.
Eletto con una vasta percentuale di voto popolare, 70 per cento, e anche con
molte risorse. Ma la guerra in Ucraina, va ancora aggiunto, è per un altro
aspetto vincente in ottica americana – il titolo dice “Occidente” ma intende
gli Stati Uniti: si distrugge l’Europa, ogni residuo velleitario di Europa unita e potente dopo il crollo del sovietismo. Si dice by proxy nel gergo diplomatico-militare per dire per procura, e se così è quella americana è piuttosto una guerra-capolavoro: una guerra contro la temuta Fortezza Europa fatta combattere alla stessa Europa. Un filo razionale insensato? La razionalità è solo conseguente alle premesse.
Benjamin
Abelow, Come l’Occidente ha provocato la
guerra in Ucraina, Fazi, pp. 81 € 10
venerdì 26 gennaio 2024
Ecobusiness
L’amministrazione Biden ferma il programma di costruzioni di
impianti di liquefazione del gas in seguito alle proteste delle comunità locali
del Golfo del Messico. Che è diventato, per la creazione di numerosi impianti
di liquefazione, destinati al mercato europeo, altamente inquinanti, una “sacrifice
zone”, un’area condannata all’inquinamento. Gli Stati Uniti sono diventati
grandi esportatori di gas liquefatto verso l’Europa, dopo l’interruzione delle
forniture di gas naturale dalla Russia.
Il governo Meloni vara, alla presenza del governatore della
Puglia Emiliano, già candidato alla segreteria del Partito Democratico, come per
una decisione di grande importanza, quattro parchi di solare agrivoltaico, impianti
di pannelli solari su vaste estensioni agricole. Sotto i quali non si potrà
coltivare niente, solo pomodori – non altri vegetali, né patate o grano.
Una nuova promozione pubblica, con sussidi fino a 12 mila euro
per vettura, si annuncia. Mentre l’auto elettrica, pur silenziosa e di guida
semplificata, risulta a chi ne faccia esperienza in taxi, di scarsa o nessuna
abitabilità, sia per i sedili anteriori, quindi per chi guida, e peggio per i passeggeri
– difficile farci entrare un piede 44.
Volponi da urlo
Un Volponi diverso - com’era
da scrittore, prima dell’impegno assiderante. Prima di Bossi, il romanzo
dell’Italia frammentata di Cattaneo e Pisacane.
Si ripubblica a cinquant’anni
dalla prima edizione, in vista del centenario della nascita, l’unico libro fra
i suoi tanti non ristampato – forse perché scorretto. Con prefazione di Paolo Di Stefano.
Una
delle prime “Riletture” di questo sito lo consigliava nel 2008, “Un Volponi da
urlo”:
“Ben prima di Bossi e Grillo, un libro cattivissimo. Grottesco
dalla prima pagina, col Professor Subissoni, anarchico di Spagna, Giocondo
Giocondini, Dc in pectore, un Sempronio Semproni subito dimenticato, e un Oddo
Oddi, sa esserlo per trecento pagine, exploit inconsueto nel
genere. In un teatro urbinate di nebbia, neve e bicchierini, dopo le bombe di
piazza Fontana. Con la misura della dismisura, con immagini feroci di Carlo Bo,
Calvino, Natalia Ginzburg. Intimidatorio anche, al punto di prendersi il premio
Viareggio, benché fosse l’anno del più corposo “Corporale”. Volponi gaddeggia,
kafkeggia, insomma si diverte e, non prendendosi sul serio, diverte ancora”.
Paolo Volponi, Il sipario ducale, Einaudi,
pp. XVIII-326 € 21
giovedì 25 gennaio 2024
Guerre des dupes tra Meloni e “la Repubblica”
È guerra aperta, tra Meloni e “la Repubblica”, che però
sembra una guerre des dupes. Meloni
dice che la Fiat è stata venduta alla Francia (in realtà all’Olanda, dove paga
le tasse), e che ha delocalizzato la produzione. Incontestabile, come sanno i
dipendenti ex Fiat, in costante diminuzione. E gli azionisti di Fiat-Stellantis,
che pagano due ritenute d’acconto sul dividendo, all’Italia e all’Olanda –
mentre la famiglia Agnelli-Elkann paga solo quella, ridotta, dell’Olanda. Ma
questo lo sa anche il governo da quando, l’altro ieri, ha provato a invitare
altre case automobilistiche ad aprire fabbriche in Italia, senza averne risposte.
“La Repubblica” difende la proprietà, Agnelli-Elkann, e
accusa Meloni di incitare il suo governo ad attaccare proditoriamente il gruppo
ex torinese, allegando la rassegna stampa incitatoria di palazzo Chigi. Se non
che, poi, si finisce per chiedersi perché Agnelli-Elkann ha comprato il gruppo “la
Repubblica”, salvo svenderne tutta la flottiglia – nella famosa metafora di Scalfari,
di cui “la Repubblica” era la corazzata: dall’“Espresso” al “Tirreno” e le
tante altre testate storiche locali. E la corazzata fa sopravvivere, con tagli e
prepensionamenti.
Guerre des dupes si traduce come guerra dei folli, ma è qualcosa di più, tra sciocco e
presuntuoso. Nella controversia tra un giornale e un potere, qui il massimo
potere politico, l’obbligo è di prendere le parti del giornale. Ma la prima carità
non comincia da se stessi? Perché è anche possibile quello che l’ex ministro Calenda va
dicendo a proposito dei “salvataggi” dei giornali, non seguiti da piani seri di
rilancio: “Il valore dei giornali è talmente sceso che
diventa un affare acquistarli per farli divenire una voce delle Relazioni
Istituzionali di un’azienda. Si pagano meno di costose campagne di marketing”.
E danno vantaggi fiscali.
Meno ore, meno giorni di lavoro
È sciopero duro, insolitamente, in Germania tra ferrovieri e
Deutsche Bahn, le ferrovie, sulla riduzione dell’orario di lavoro. Che poprio
la Germania ha avviato. In Volkswahen e altri grandi imprese.
La riduzione delle ore lavoro settimanali è una tendenza
ormai avviata. Insieme con la riduzione della settimana lavorativa da cinque a
quattro giorni. Avviata in America e Inghilterra per far fronte alla
disaffezione dal lavoro successiva al covid. Poi sempre più adottata in quanto
migliorerebbe la produttività.
Leonardo, l’ex Finmeccanica, ne ha avviato la sperimentazione,
con l’introduzione di settimane lavorative di quattro giorni alternate a quelle
di cinque. Exor-Luxottica l’ha invece già adottata. E anche, sempre in Italia,
la Lamborghini, ormai da un quarto di secolo “tedesca”, di Audi-Volkswagen.
Il colore della libertà, grigio
Se la libertà è pulire i cessi, firmati ma per questo più tristi, in albe immutabilmente livide,
di una Tokyo murata. In superotto. Con molte canzoni americane anni 1970-1980,
ma sottovoce. Per due ore, con poche intermissioni – lavarsi nudi al bagno
pubblico, di solito.
Un monumento ai nastri: che non ci sia un exploit in agguato della
musica su nastro, dopo l’improbabile 33 giri? Una cosa fa impressione: muri sgombri a Tokyo degli sgorbi dei writers - la pulizia come disegno totale.
Wim Wenders, Perfect days
mercoledì 24 gennaio 2024
Problemi di base - 788
spock
Il niente esiste, ogni giorno?
C’è più stupidità che intelligenza?
Ma non è dovere dell’intelligenza vincere la stupidità?
.
“Esistono esistenze complete nonostante i desideri
insoddisfatti”, D. Bonhoeffer?
Perché i bambini si divertono e divertono, e poi non più?
“Il ricordo è prossimo al rimorso”, Victor Hugo?
spock@antiit.eu
Alla ricerca di un neofascismo, in immagine e non
Una ricerca puntigliosa del
materiale pubblicitario figurativo, manifesti soprattutto, locandine, tessere, cartoline, film-video
propagandistici, e ora siti web, del neofascismo italiano nelle sue tre
incarnazioni, Msi, Alleanza Nazionale, Fratelli d’Italia. Con la dovuta
precisazione che An e Fdi non si richiamano come il Msi al fascismo, ma niente
di più. E questo forse è il perché tanta applicazione lascia insoddisfatti, il limite
di questa strabiliante documentazione: Cheles, specialista iconografico, di visual studies, si adagia per la lettura
sulla polemica politica. Per cui è come se avesse fatto il lavoro per niente – i
fascisti sono fascisti, lo sapevamo.
Cheles si muove su uno spettro
amplissimo. Cita Propp e Walter Veltroni, Ernst Bloch e Jean-Marie Le Pen, il
creatore nel 1972 in Francia del suo fronte nazionalista con i “messaggi” di Almirante
e del Msi, il linguista Maurizio Dardano e Umberto Eco, tra i tanti. Ma
subito, al secondo §, sulle donne “sante e\o ribelli”, si fa aprire dalla
silloge delle citazioni, di Almirante, Ernst Bloch e Eco, una pista d’indagine
nuova e fruttuosa, di cui poi non tiene conto. Almirante elogia il femminismo
come “femminilità”. E. Bloch ammonisce che “quando due uomini fanno la stessa cosa, non fanno la stessa cosa” – la ripetizione
va riletta. Eco dà il tratto più illuminante: “Poiché ogni tecnica connota
un’ideologia, se tracciate in spray anche il fascio littorio, esso non mancherà
di avere un’aria vagamente underground e un profumo di marijuana”. Che vale
anche nell’altro senso: che c’è sotto la pennellata - il disegno, i colori, la
vignetta?
La traccia che Cheles s’impone
è quella del neofascismo, del fascismo in agguato. Non nostalgico, attivo. Anche
se non ha le squadracce, siede in Parlamento, e si attiene alle leggi. E detta
così, non c’è più storia: è tutta una rincorsa a vedere, dietro ogni “saluti
da…”, e “elettore, vai a votare”, Mussolini o chi per lui – c’è anche la favola
di qualcuno che voleva Mussolini santo…..Mentre una certa grafica,
messaggistica, coloristica, visto l’incredibile repertorio di immagini recuperate,
visive e verbali (la bibliografia prende venti pagine), avrebbe meritato un
appoccio meno scontato. La novità è che c’è una destra in Italia, da almeno
trent’anni (prima era nella Dc), e che non è fascista – non ne ha bisogno, le basta
il voto. Non ha manganelli e non minaccia. Non è nemmeno populista - non tanto
quanto la cosiddetta sinistra del “reddito di cittadinanza”, del “superbonus”,
delle “lenzuolate” liberistiche a favore dei monopoli (assicurazioni, grande
distribuzione, industriali delocalizzatori, grandi capitali). È una forma di
conservatorismo.
L’appiattimento politico sminuisce
il lavoro di documentazione, 230 reperti a colori. L’analisi dei messaggi
iconografici della destra postneofascista era più sviluppata quarant’anni fa, nella
prima anamnesi curata dall’editore milanese Mazzotta. Che l’iconografia
ambientava nel tempo, gli anni 1920-1930, tra Bauhaus e Novecento, in una rete
anche non fascista o antifascista. È la nostalgia di un modo d’essere e di rappresentarsi,
più che del fascismo - della forza, dell’oppressione? Per non dire dell’ultimo
Cazzullo, del “siano tutti antichi romani”. Come i repubblicanissimi americani
del resto, pieni di Campidogli – nei quali credono. Monumentalità e romanità
non sono “fasciste”.
Da studioso della comunicazione
visiva, è curioso che l’autore non ambienti la grafica neofascista negli anni
della nostalgia, nel modo di rappresentarsi allora. Specie sull’impianto futurista,
poi evoluto in Italia in Novecento. Con ampie e diversificate ambientazioni,
“rivoluzionarie” anche di sinistra, in Germania, in Russia. Con i tratti
espressivi – i bastoni, i colori piatti, i tagli geometrici. Nei monumenti e
nei dettagli.
Un’attrattiva, per dire, perdurante
dove meno ci se l’aspetterebbe: in Inghilterra. Peter Greenway, regista
progressista, ha sentito il bisogno di un film su Boullée, l’architetto settecentesco
delle cupole e dei pantheon, della monumentalità, “Il ventre dell’architetto”,
1987 - e lo ha fatto a Roma, non facendosi mancare niente della “nostalgia”, neanche la corruzione di
uso. La serie immortale, apparentemente, dei “Poirot” della britannica
Itv, fine Novecento, è tutta Novecento,
che è anche difficile incontrare in Inghilterra - a partire dalla sigla:
esterni, interni, costumi, arredamenti, fin nei dettagli, pavimenti, infissi,
mobili, soprammobili, utensili.
Il tema è stato dibattuto
da Susan Sontag nel 1975, per il revival di Leni Riefenstahl (nel saggio “Fascino fascista”,
ora in “Sotto il segno di Saturno”), che contestava, in maniera non risolutiva.
Il film di Riefenstahl, “Il trionfo della volontà”, 1935, sul congresso di
Norimberga del partito Nazista è di propaganda, spiega lungamente Sontag. E non
ce n’era bisogno: è un film commissionato dal partito Nazista, dal governo
nazista, da Hitler. Ma poi non si spiega – non sa spiegarsi, a parte il biasimo
– perché lo apprezzassero nel 1975 nella democraticissima San Francisco, una
volta levata la censura (quello su Norimberga come il successivo della stessa
regista sull’Olimpiade di Berlino). Le immagini sono multisenso. E la nostalgia ha molti versi - tagli: Eco, p.es., in una delle sue tante interviste ricorda che inevitabilmente si commuoveva imbattendosi in una pubblicazione fascista degli anni Trenta, perché erano la sua infanzia.
Luciano Cheles, Iconografia della destra, Viella, pp.
26 € 29
martedì 23 gennaio 2024
Letture - 542
letterautore
Aciman-“Olivia”
-
Il 13 marzo 2021 la recensione su questo sito di Aciman, “Chiamami col tuo
nome”, si chiudeva con la notazione: “Curiosamente, il racconto sa di déja vu. Solo al femminile invece che al maschile. E a parti
rovesciate, di una adolescente che brama un contatto, anche solo visivo, con la
direttrice della scuola, che ne domina ogni impulso. Un racconto pubblicato una
cinquantina d’anni fa nel genere erotico (ma tradotto da Fruttero?), “Olivia”,
by “Olivia”, di autore cioè ignoto, ma femminile”. Sabato sul “Robinson” di
“la Repubblica” Aciman racconta che l’idea del suo racconto gli è venuta leggendo
“Olivia” – una lettura da sempre ricercata ma mai trovata, non in libreria né in
biblioteca, se non per caso, l’ultimo giorno vissuto a Parigi prima di partire
per l’America. E domenica l’“Alias” del “Manifesto” reca un articolo di Luca
Scarlini sul vero autore di “Olivia”, a margine della ripubblicazione del
romanzo, per Astoria Edizioni, sempre nella traduzione di Fruttero di
cinquant’anni fa: Dorothy Strachey.
Dorothy, si può aggiungere, era una della
numerosa figliolanza – dieci tra fratelli e sorelle – del luogotenente generale
Sir Richard Strachey. Tra essi Lytton, il narratore dei vittoriani e di “Ermintrude
e Esmeralda”, lei stesa parte dell’intellettualità femminista di Bloomsbury,
prima di farsi provenzale col marito Simon Bussy, il pittore, più giovane di
lei di cinque anni, restando nel mondo delle lettere quale traduttrice di Gide
in inglese, morta nel 1960. “Olivia”, informa la recensione, era uscito anonimo
nel 1949 con la Hogarth Press. Prima che con Bussy, “Olivia”-Dorothy aveva avuto
una storia con la futura Lady Ottoline Morrell, più giovane di lei di una decina
d’anni – poi famosa come animatrice di Bloomsbury, e per le sue storie d’amore – da manuale quella con Bertrand Russell, si scambiarono “oltre” 3.500 lettere.
Amicizia
–
“ Non dal greve suolo della terra\ ma da piacere libero\ e dalla libera
esigenza dello spirito\ che non abbisogna di giuramenti né di legge\ è donato
l’amico all’amico\....... Il fiore più prezioso, rarissimo -\sgorgato in un’ora
felice\ dalla libertà dello spirito giocoso\ audace, confidente -\ è l’amico
all’amico” - “L’amico”, di Dietrich
Bonhoeffer (trad. Alberto Melloni)
Bravo
– Ricorre
all’inizio di “Madame Bovary”, nello stesso senso dei “Promessi sposi”: Bovary
padre, il padre di Charles, ha “l’aspetto di un bravo”. Quello manzoniano è un
francesismo? Il Petit Robert registra “brave” ne 1549. Come derivato da
“braver”, che registra già nel 1515, dicendolo “derivazione dall’italiano”. Nel
senso di “provocare”, “sfidare”, anche le leggi
Dante – “Al noioso Tolkien preferisco Dante”, Gennaro Sasso, dantista. Tolkien?
Gadda – Fu fascista? Sì, e a lungo, secondo i suoi studiosi britannici, dell’“Edinburgh
Journal of Gadda Studies”. Valga per tutti Peter Heinsworth, “Gadda fascista”:
“Nei primi anni Cinquanta dichiarò di aver capito cosa ci fosse
dietro Mussolini dal tempo dell’omicidio Matteotti (Cattaneo 1973a: 63). Più
tardi, nell’intervista generalmente menzognera e bizzarramente nevrotica del
1968 a Dacia Maraini, rivendicò di aver avuto la prima idea della sua
principale opera antifascista, Eros e Priapo, nel 1928, e di averla scritta negli anni Trenta, sebbene
sia oggi certo che il libro è stato iniziato alla fine del 1944. In realtà, Gadda era membro del partito fascista dai
primi anni Venti. A partire dal 1939 – anno
in cui iniziò davvero la sua carriera giornalistica –
scrisse articoli in appoggio alla politica e alle istituzioni del regime,
soprattutto nei campi della scienza e dell’economia. Sono articoli seri, alcuni
piuttosto tecnici, altri più divulgativi. Alcuni possono certo essere stati
scritti con una certa rabbia e soprattutto per motivi economici, ma nessuno può essere liquidato facilmente come
un esempio di giornalismo opportunistico. Gli
ultimi due furono scritti davvero tardi. L’Istituto di Studi Romani,
un pezzo celebrativo ma meditato sulla perpetuazione della tradizione romana
grazie alle attività dell’istituto citato nel titolo, apparve su Primato il
15 agosto 1942. All’insegna dell’alta cultura, che comparve il 1
febbraio 1943, sempre su Primato, plaude alla rinascita
dell’Istituto dell’alta cultura di Milano sotto gli auspici di Bottai, e agli
eventi centrali da esso promossi: in particolare e (date le circostanze)
significativamente, concerti di musica tedesca, ungherese e italiana.
Neppure possiamo tracciare una netta distinzione fra giornalismo
fascista da una parte, e dall’altro opera letteraria non-fascista, se non
antifascista. Sebbene manchino dichiarati intenti di propaganda, i primi
romanzi – Racconto italiano di ignoto del Novecento del
1924-25, La meccanica e Dejanira Classis o Novella
seconda del 1928-29 – mostrano tutti apprezzamento per l’audacia e la
decisione del fascismo in opposizione all’opportunismo dei socialisti e
al bathos liberale. Il racconto che dà il titolo alla Madonna
dei Filosofi (1931), si svolge nel 1922 ed è quasi un’allegoria
dell’Italia del primo dopoguerra. Le sofferenze di Maria non possono essere
risolte né dalle falsità di un cosmopolitismo alla moda (rappresentato
dall’amica francese, mademoiselle Delanay) né dalla stupidità borghese (Pertusella,
che la sua famiglia spera lei sposi). La sua improbabile unione con il
tormentato Baronfo rappresenta per quest’ultimo una sorta di guarigione e un
ritorno alle sane tradizioni del passato, dopo i sacrifici della prima guerra
mondiale e la disperazione che ad essa era seguita.
Implicazioni analogiche, se non allegoriche, sono anche
nella Meditazione milanese. Il suo principale
interesse sono i problemi generali della conoscenza, brillantemente messi in
luce da Roscioni (1969); ma c’è una dimensione sociale e politica che si rivela
soprattutto nell’elaborato e sorprendente paragone che Gadda traccia per
illuminare le tesi strettamente filosofiche e che talvolta diventano argomenti
di trattazione a pieno titolo. In questi passaggi emerge una visione
ottimistica di cosa potrebbe essere una buona società, e in particolare una
buona società italiana: dinamica, avanzata, educata scientificamente e
rispettosa della conoscenza, in grado di armonizzare le proprie contraddizioni
e la ricca diversità di cultura e tradizioni, non ostacolata da regole
restrittive, libera di far valere la propria volontà; una società che dà la
priorità all’azione su riflessioni e autolegittimazioni paralizzanti. Sebbene
non si parli dell’ideologia fascista in quanto tale, la consonanza è chiara.
La Meditazione sarebbe rimasta inedita sino
al 1974. Le meraviglie d'Italia, nella versione del 1939 (quella del 1964 è un po’
diversa), cercano un’esplicita e specifica
realizzazione di queste idee nell’Italia fascista, con un aperto entusiasmo, ad
esempio, per la politica autarchica (Il carbone dell’Arsa), per i
progressi tecnologici del paese (Apologo del Gran Sasso d'Italia), per la «giovinezza
nuova d’Italia» (La funivia della neve), per la robusta vitalità delle
tradizioni locali (Delle mondine in risaia). Il tono può essere
ironico e scherzoso, possono comparire momenti di pessimismo metafisico, ma a
prevalere è un misurato ottimismo. L’ultimo pezzo (Sull’Alpe di marmo),
sulle cave di Carrara, termina con un omaggio al «coraggio» e alla «fatica dell’uomo»:
la vera ricchezza della «gente apuana», cioè l’abilità ereditata dagli avi, è
considerata, insieme alla nuova tecnologia e disciplina, come una risorsa per
il dinamismo della nuova Italia: “La qualità delle
maestranze carraresi, come un’eredità morale dei padri: la nuova tecnica; la
nuova volontà e la nuova disciplina del lavoro:
ecco i mezzi per il perfezionamento dell’impresa latòmica, che dalla Bianca
Luni ha impegnato, traverso i millenni e fino all’Italia recuperata questa
gente apuana”.
C’è però un’opera degli anni fascisti cui è stata spesso
riconosciuta una carica antifascista: La cognizione del dolore,
che apparve per la prima volta su Letteratura fra il 1938 e
il 1941. Nella già citata intervista del 1968 a Dacia Maraini, Gadda stesso
suggerì che i guardiani notturni che hanno una larga parte nel romanzo
simboleggiassero i fascisti, almeno in una certa misura, e l’equazione è stata
posta anche da alcuni critici. Ma è una
lettura difficile da giustificare. Nel romanzo è chiaro che il Nistitúo
de vigilancia para la Noche è emblematico della corruzione amministrativa. Con Mahagones/Palumbo il bersaglio di Gadda è
il reduce che pretende di essere un eroe e una vittima di guerra e che, non
essendo riuscito a ottenere una pensione, si cerca una nicchia nella polizia di
stato, sfruttandola per i suoi scopi di estorsione. È una polemica
convenzionale, in completo accordo con la politica di riforma della burocrazia
che il fascismo proclamava pubblicamente e che si conquistò un grande appoggio
popolare. Lo stesso vale per la satira antiborghese che compare nella Cognizione e
nell’Adalgisa: si trattava di un altro tema convenzionale negli
scrittori fascisti ortodossi, e continuò a essere ripetuto lungo il Ventennio,
per quanto lontano potesse essere diventato – o possa essere sempre stato –
dalla realtà”.
Il fascismo di Gadda era certo anticonformista – da
“anarchico d’ordine”, © del suo amico e mallevadore Gianfranco Contini.
Latino – Victor Cousin giovane professore di filosofia viaggia in Germania nel
1817. Non conoscendo il tedesco, spiega Armando Torno sul “Domenica” del “Sole
24 Ore”, ha letto Kant “nella traduzione latina degli scritti critici, di Friedrich
Gottlob Borne, realizzata tra il 1796 e il 1799”, gli anni del primo Napoleone,
“uscita in quattro volumi a Lipsia”. La Germania sarà stata la migliore erede
(custode) della latinità.
Manzoni – Uomo e scrittore (il romanzo, gli inni, i saggi) scuramente religioso,
buon cattolico, era avversato dalla chiesa, e fu vituperato in morte. “La
civiltà cattolica” si distinse per passarne sotto silenzio la morte, che fu un
evento epocale, a Milano e in Italia - del tipo “Manzoni santo subito” - e poi,
il mese dopo, lo attaccò sminuendolo, con una stroncatura, “Alessandro Manzoni
e Giuseppe Puccianti” – un preside pisano,
allora quarantenne, poeta, prima carducciano poi manzoniano..
Ancora nel 1941, Benedetto Croce rilevava come, a
distanza di tanti anni dopo la morte, i cattolici “intransigenti” fossero sempre
prevenuti contro Manzoni, per la penna di Giovanni Papini - in una nota sullo
scrittore fiorentino, “Il Manzoni nel cuore dei clericali”, “La Critica”, vol
1, 1941, pp. 386-387. E ne spiegava così il motivo: “Alessandro Manzoni, ricco
dei più velenosi succhi dell’illuminismo francese, non vede nel Cattolicesimo
se non un umanitarismo sociale con dei riti da godere più che da approfondire;
aspetta che sian morti tutti i giansenisti italiani per disdire le
sue prime tentazioni di schifiltoso rigorista, e nemmeno le disdice;
rappresenta un Vescovo talmente grande che è difficile trovarlo nella vita e
nella storia, fuorché nei Santi, mentre il suo santo non è; rappresenta un
frate, dissimile troppo dai suoi pari e superiori; una suora omicida,
lussuriosa e manutengola; rappresenta un parroco tanto vile che san
Giovanni Bosco non glielo perdonerà mai; non dice una parola, nella sua
lunga vita, a difesa del Pontificato romano nell'Ottocento, sfidando condanne
autentiche della Santa Sede, a cui obbedivano, pur soffrendo, Vescovi,
sacerdoti, laici; e nonostante tutto questo, tutti i cattolici lo considerano
lo scrittore cattolico per eccellenza e qualcuno addirittura lo proporrebbe
volentieri per santo”.
Fu corrispondente di mezza Francia, tra gli altri anche dello
storico Augustin Thierry, del filosofo Victor Cousin.
Meloni-Thatcher – Un improbabile consigliere di buone maniere di Margaret Thatcher, Lord Chrles
Powell, oggi ottantaduenne, scovato da Luigi Ippolito su “La Lettura”, spiega
che Giorgia Meloni da tempo studia da Thatcher: “Quando ha incontrato il
premier Rishi Sunak l’anno scorso, hanno approntato per lei lo studio della
Thatcher a Downing Street”. Questo non è vero, ma, nelle parole
dell’intervistatore, da tempo Meloni è una fan
della Lady di ferro: “Almeno cinque anni fa, Giorgia Meloni già studiava da
leader: e la «scuola» che frequentava era quella di Margaret Thatcher”. Sulla
quale avrebbe chiesto informazioni a Lord Powell. Ma Thatcher parlava – voleva,
curava – un inglese molto upper class,
stretto, accentuato, al contrario di Meloni, che invece accentua il romanesco, peggiorativo - nasale,
slabbrato, quale non si sente nemmeno più a Roma-Trastevere o Garbatella (la sorella, per esempio, Arianna, non esagera come lei).
Uno dei “problemi” di Quora è: “Come acquisì Margaret
Thatcher l’accento upper class benché
fosse di ambiente working class”, proletario?
Prese per questo lezioni di dizione.
Melon parla castigliano da castigliana, inglese corretto (non
da italo-americana), e francese passabile (buona comunque l’intonazione), solo
in italiano accentua il popolaresco.
Odio
–
“Mai”, Natalia Aspesi confidava l’altra settimana a un corrispondente sul
settimanale “Il Venerdì di Repubblica”, “neppure quando guardavo la televisione
tipo Rai, mi sono fermata più di un minuto sui canali Mediaset”. Lo confidava
in neretto - sotto un grande cuore di Mojmir Ježek.
La stessa settimana il settimanale concorrente, “La
Lettura”, dedicava cinque lunghe pagine all’odio. Con una corposa bibliografia,
e una lunga intervista allo studioso dell’odio, Frédéric Chevalier – che titolava
“Un sentimento semplice più facile dell’amore”.
letterautore@antiit.eu
