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giovedì 6 marzo 2025

La scoperta dell’Africa, nma

 “C’è un’Africa lontana da golpe e guerre, corruzione, neo colonialismi?”, s’interroga retoricamente il “Corriere della sera”. C’è poco da dubitare: “Un continente di 54 paesi dove l’età media è 19 anni”, con “miliardari in crescita e conflitti feroci”. Ed è il nostro futuro, il giornale sottintende anche minaccioso, “un miliardo e 400 milioni sono in cammino per trovare il benessere che meritano”.
Non si dice dove, ma il sottinteso è chiaro. “Nei prossimi 25 anni la popolazione raddoppierà, fino a 2,5 miliardi: un quarto dell’umanità (nel 1950 era l’8 per cento) sarà africana”. E non sanno che fare: “I milionari aumentano come in nessun’altra parte del mondo: entro il 2027”, domani, “saranno 768 mila. Ma 600 milioni”, la metà della popolazione, “non hanno l’energia elettrica”.
“Hai fatto la scoperta dell’Africa, la quale era stata scoperta prima di Gesù Cristo”, era un intercalare alle medie dell’insegnante di storia e geografia per ogni ovvietà che lo contrariasse. Ma “non è mai troppo tardi” è anche un mantra fortunato.

Acrobazie tra Roma e Venezia

Al settimo appuntamento della serie, e con un budget ora inarrivabile di 300 milioni, Ethan Hunt-Tom Cruise, la serie inventata venticinque anni da Brian De Palma, ha soppiantato James Bond-Sean Connery. Anche nelle location. Sempre Nevi (Norvegia, Austria) e deserti (Emirati) e le città d’arte di contorno, per far sentire a casa. Qui Roma, per un inseguimenti in auto e moto fra le strade acciottolate del cenro, con un po’ di Castel Sant’Angelo e di Fori Romani “metafisici” – senza traffico né turisti. E Venezia, senza l’acqua, e notturna – gotica. Due ore e mezza di svago, l’adrenalina è poca, e poi i nostri arrivano sempre.
Più golosa l’economia della produzione. Un progetto da 291 milioni di dollari che, benché funestato dal covid durante la lavorazione, si è fermato a 219 di spesa effettiva, con un incasso due volte e mezza la spesa, 571 milioni a fine 2023 (173 in America, 398 all’estero), che però ha rischiato di finire in perdita (molta parte del fatturato va alla distribuzione, etc.) – la produzione è stata salvata dalle controassicurazioni.
Christopher McQuarrie, Mission Impossible – Dead Reckoning, Canale 5, Infinity

mercoledì 5 marzo 2025

Le ragioni del folle Trump

L’obiettivo di politica estera di Trump, quello centrale, mondiale, si precisa: rompere “l’asse del male”, per dirla con Reagan, anni 1980, Russia-Cina-Iran. Agendo sulla Russia, che Washington individua come il soggetto sui cui è possibile esercitare il massimo leverage.
Una Russia non più legata alla Cina ne riduce il potenziale concorrenziale in termini militari. Per mantenere il canale preferenziale con Washington, inoltre, non si dubita che Mosca agirà da calmiere sui rincari, politici e anche militari, che Teheran minaccia: l’arma nucleare, l’instabilità nel Medio Oriente arabo, tra Hezbollah e Houthi.
Vittima di questo riavvicinamento, considerato strategico, l’Ucraina , con la “pace trumpiana”. Ma non del tutto. A farne le spese dovrebbe essere il cosiddetto integralismo ucraino, antirusso. Che è il fattore politico su cui Zelensky è arrivato alla politica, facendone una forza – ora però, a giudizio di Washington, molto indebolita.

Ucraina a corto di uomini più che di armi

La fine della guerra – se non la pace, forse impossibile – si manifesta necessaria anche per Zelensky. Tornato in patria e pressato dai comandi militari, gli stessi da lui nominati, di fiducia.
Non c’è unità negli stati maggiori ucraini e non c’è molta disponibilità nella popolazione, non c’è più. A Kiev si parla apertamente, anche se per escluderla, dell’ipotesi di un cambiamento politico al vertice. Non radicale, con una coalizione che non escluderebbe Zelensky, ma indubbiamente sostanziale: per dare più peso all’Ucraina (e meno rigore?) nel negoziato per la fine della guerra, dato per scontato.
Il punto di rottura sarebbe l’impossibile arruolamento: va fatto con i carabinieri – l’equivalente ucraino dei carabinieri – e con risultati insufficienti. Non da ora, da qualche tempo. Il blocco trumpiano degli armamenti, ammesso che vada a effetto, sarebbe a breve ineffettuale, gli arsenali sarebbero stracolmi.  

Ma che guerra abbiamo visto

Si apre il giornale con paura. Anche in questi giorni in cui il problema non è tanto la guerra, ma se e come vi si porrà fine. Niente, sono sempre storie di torture inflitte ai prigionieri ucraini in Russia (mostrati invece ben pasciuti e rasati nelle foto della liberazione…), di missili russi su scuole e ospedali in Ucraina, e di 20 mila bambini ucraini rapiti dai russi (ventimila?). Storie lunghe, una pagina, anche due, che si ripetono, riraccontate, spesso dallo stesso giornalista. Ma cosa vedono, questi inviati? Cosa sentono? Messaggi veicolati da agenzie di promozione, uno al giorno – le solite “false notizie” di guerra.
Le notizie non mancano, in lingua se ne trovano, nei giornali e le tv straniere. In Ucraina, evidentemente,  la censura di guerra è molto liberale. I media italiani  invece, specialmente i grandi giornali e i telegiornali, Sky soprattutto, e Rai, Fininvest, non vanno oltre le “false notizie” di guerra. Le redigono in pool? Mentre noi non siamo vittime da rincuorare o fan da ricaricare, siamo spettatori di una guerra vicina. Di aggressione, sporca, cattiva, eccetera, ma pur sempre un evento che succede, secondo modalità che sono quelle reali e non quelle delle storie pronte fornite da agenzie pubblicitarie.

La scoperta dell’America, di Trump

Un saggio in sessanta pagine, molto gornalistico, anche cronachistico, di lettura agevole e piacevole, che vale un trattato socio-politico. Per l’indigenza degli studi in Italia, e di un giornalismo neghittoso? Quello che sia, ma le cose che non sappiamo evidentemente sono molte, se questa brochure è una sorpresa. Anche, o più, per la corposità del soggetto. A  partire dai dazi, la questione che ci toglie il fiat, sembra.
Una trattazione preceduta peraltro da una excusatio: “Gli stessi americani sono a maggioranza scontenti, pessimisti, sfiduciati” – “i due terzi pensano che l’America sia su una cattiva strada, il 70 per cento pensa che la situazione economica sia negativa, la reputazione delle istituzioni è calata ai minimi storici, solo il 20 per cento degli americani ha fiducia nel proprio governo”. E i problemi non mancano, per primo “il debito totale - sommando, com’è giusto fare, quello pubblico a quelli privati - ”, che è al 255 per cento del pil. E hanno votato Trump, come a dire peggio non può andare, vediamo se questo cambia qualcosa. Senonché “il debito della Cina è al 300 per cento del pil. E la Cina non ha una moneta che tutti vogliono”. Il dollaro è sempre sovrano, è il 60 per cento delle riserve valutarie mondiali, ed è usato in nove compravendite su dieci, e in sette su dieci operazioni finanziarie. Cinquant’anni fa “l’America era il più grande importatore mondiale di energia…. Oggi ha conquistato l’autosufficienza energetica, ha sorpassato Russia e Arabia Saudita nella produzione di petrolio e gas, e al tempo stesso” ha ridotto le emissioni carboniche pro capite “a livelli equivalenti a 110 anni fa”.
E l’economia americana è la più solida e la più equilibrata socialmente, malgrado la sfiducia dei sondaggi. Sono giusto gli europei a cullarsi nello stereotipo dell’America dei riccastri, “il Far West del capitalismo selvaggio, il paese delle disuguaglianze estreme. Ma è negazionismo allo stato puro”. Negli Stati Uniti i redditi più bassi aumentano da trent’anni “in misura superiore alla media” – i redditi del 20 per cento più povero sono aumentati del 74 per cento, contro una media complessiva del 55 per cento. E più sono aumentati negli ultimi sei anni. Del resto, l’America è il polo di attrazione maggiore delle migrazioni spontanee “(europei inclusi)”.  
Gli Stati Uniti hanno il 26 per cento del pil mondiale, “la stessa posizione che occupavano agli inizi degli anni Novanta”, quando erano la sola superpotenza. “Nel 2008 le economie degli Stati Uniti e dell’eurozona si equivalevano, oggi quella americana vale il 40 per cento in più” - effetto dell’Europa al traino della Germania di Merkel, va aggiunto, del “troppo poco troppo tardi”, ma questo è un altro argomento, Rampini si limita alla constatazione.
E dunque, perché l’America scontenta si è affidata a Trump? Perché è fatta così. Lo aveva già fatto, con Reagan, “cowboy rozzo e ignorante”, nel 1980, e le è andata bene – dopo il Watergate, la sconfitta in Vietnam, l’invasione di macchine giapponesi e tedesche: Reagan che ribalta tutto, sindacati e statalismo, contro scioperi di mesi, altra presidenza, va aggiunuo, che debutta con una selva di ordini esecutivi, e Obama dirà “uno dei più grandi presidenti della storia” – all’insegna, anche allora, del “Make America Great Again”.
Terrificanti, benché fattuali, le due pagine centrali sui democratici che “hanno fatto di tutto per resuscitare il Vecchio Donald”. La Silicon Valley una oligarchia? nazifascista? Musk e Bezos fino al ciclo elettorale precedente avevano sostenuto i democratici, senza scandalo. Soros “ha versato in finanziamenti alla campagna del partito democratico il quadruplo dei fondi che Musk ha dato a Trump. Altri miliardari (Bill Gates, Michael Bloomberg) hanno continuato a sostenere la sinistra. Kamala Harris ha incassato e ha speso molti più soldi di Trump nel 2024”.   
C’è, non detta ma ben rappresentata, la verità che l’America non è l’Europa, sofisticata, accigliata, maestra di scuola. Quando le cose non funzionano l’americano cambia, radicalmente. Questa rivolta Rampini spiega in entrata plasticamente, con un’immagine: quella di un ex presidente, Trump, “soggetto al rito della foto segnaletica”. Una umiliazione? Un abuso, che i Democratici non capiscono (“un criminale alla Casa Bianca?” fu lo slogan di Kamala Harris in campagna elettorale), di cui Trump ha fatto un’arma: esibendola sui social per due anni e sette mesi, in campagna elettorale con un link per la raccolta fondi, sopra lo slogan “Mai arrendersi”. Un mondo da Far West? Un mondo stanco di falsi processi, di “un’impunità permissiva” teorizzata e applicata da troppi giudici, i furti nei negozi “tollerati e depenalizzati” – dalla stessa Harris, procuratrice federale a San Francisco, p.es. – specie per “delinquenti appartenenti a minoranze etniche «protette»”. Così come le intemperanze del Black Lives Matter, gli assalti di gruppi radicali di sinistra a “sedi governative, commissariati di polizia” – su cui si conformeranno i trumpiani dell’assalto al Congresso: “Tutte cose che hanno contribuito a spostare a destra anche fasce consistenti di black e latinos: perché proprio nei loro quartieri l’insicurezza è più elevata”.
Tutte cose, si può aggiungere, che l’ora vice-presidente Vance raccontava e spiegava nel suo bestseller “Hillbilly Elegy” dieci anni prima. E per i bianchi – che “sono pur sempre il 60 per cento della popolazione” - l’insopportabile aggravio della cancel culture e della critical race theory: non ci sono farabutti nella storia che bianchi.
Che cosa attendersi?  Sul riequilibrio politico e militare tra Stati Uniti ed Europa già molto si sa.  Sui dazi invece no: “Il livello medio attuale dei dazi Usa è del 2 per cento”. Sarà vero? Certo è facile per gli europei vendere automobili in Usa, impossibile per gli americani venderne in Europa – a meno di non fabbricarle in Europa. E così per molti altri prodotti, compresi quelli agricoli. Di certo la minaccia dei dazi funziona. Per ora sempre rinviata, ha visto Messico e Canada impegnarsi positivamente a ridurre le distanze.  

Sui dazi Rampini fornisce un insight che avrebbe dovuto figurare da tempo nell’informazione: come già Milton Friedman per gli anni di Reagan, c’è ora in America un titolato teorico dei dazi, Stephen Miran, che Trump ha messo a capo dei Consiglieri Economici della presidenza. Non altrettanto titolato che Friedman, che era già premio Nobel, ma accademico e agguerrito sì: i mercati concorrenziali ipotizzati dal liberismo non esistono, il sistema produttivo che condiziona I mercati internazionali, quello cinese, è dirigista e statalista, quindi i dazi sono necessari, contro il dumping. Gli Stati Uniti sono d’altra parte il più grande mercato d’importazione. Effetto dei dazi bassi o inesistenti. Potrebbero mettere a frutto questo fatto, sempre secondo Miran, farne una posizione di forza – un monopsonio, monopolio al consumo – per imporre dazi anche elevati: i venditori si affretteranno ad assorbirli nei prezzi che praticano, non potendo rinunciare a vendere negli Usa. Ipotetico, ma possibile - quello che è certo, si può aggiungere, è che i dazi sono stati causa ed effetto della Brexit. Una disamina forte, fattuale. Tra situazioni reali, locali: eventi, festival perfino? E un viaggio a Miami.

Federico Rampini, Quello che dovete sapere sull’America di Trump, “Corriere della sera”, pp. 60, gratuito col giornale

martedì 4 marzo 2025

Secondi pensieri - 555

zeulig


Anima – Non c’è, non può essere trovata-provata. Ma ognuno senza eccezioni si comporta (pensa, agisce) come se ci fosse, per avventure, anche solo della mente, fantasie, desideri, renitenze, resistenze.
 
Destino – È una cosa a Roma e un’altra in Grecia. Qui era “moira”, come a dire una parte, una porzione. Di un insieme più vasto - il mondo, l’umanità? Una quota societaria - familiare, di stirpe, di comunità, di varia umanità?. A Roma è fato: “fatum”, detto. Come una sentenza già pronunciata. Ma in sintonia con la Bibbia – “in principio era il Verbo”.
 
Eugenetica – Ritorna con la “buona morte”(ora in Veneto) – ma non era mai scomparsa. Praticata alla nascita con le compatibilità preliminari di coppia più o meno diffusamente in Scandinavia. E alla morte indirettamente, p. es., in Olanda e Germania, dove non si praticano cure impegnative, soprattutto non chirurgiche, su malati gravi dopo i 75 anni. In Germania da almeno tre decenni non si operano di tumore gli ultrassettantacinquenni, per economizzare. Sulla traccia aperta ormai un secolo fa da due personalità molto liberali – oggi si direbbero di sinistra: Alfred Hoche e Karl Binding, un medico e un giurista, pubblicavano nel 1920 un “Via libera all’annientamento della vita priva di valore vitale”. Un volumetto che è quasi una guida, spirituale e materiale alla “buona morte”.
 
Il nome è benevolo, la disciplina di filantropi, Charles Davenport, e poi Margaret Sanger, quasi una santa della sessualità senza conseguenze. Davenport spiegava: “Il programma generale dell’eugenetica è chiaro: serve per migliorare la razza inducendo i giovani a compiere una più responsabile selezione nelle scelte matrimoniali; innamorarsi intelligentemente. Include anche il controllo dello Stato sulla propagazione di persone mentalmente incapaci”. Nonché sul fine vita, che non sia dispendioso. Se la bontà è la morte.
 
Morte – Acquieta i vivi. Nel compianto e nel rifiuto, anche aspro – per elaborazione del lutto ardua o polemica. Un altro soggetto si erge, come i viventi lo vogliono, o lo vivono.
 
Natura naturata – Mossa (generata) da un principio estetico più che economico è la conclusione di E. Jünger nel suo felice soggiorno in Sardegna nel 1954 (“Presso la torre saracena”): “Che dietro la natura naturata si celi un principio artistico piuttosto che un principio meccanico-economico, questo sfuggirà sempre a chi a chi sa concepire la Creazione non nella simultaneità del grande progetto e del reale che lo incarna ma soltanto nella successione dei fenomeni, nella loro dissezione. Ma già lo sperpero lo attesta, lo splendore principesco. La Bellezza la vince, e di gran lunga, sulla funzionalità”. O il rapporto non è di casualità? Il brutto, l’avido, il distruttore costeggia il creativo, magnanimo, il costruttivo - il caso la finalità.
 
Potere – Quello della rete sembra quello di Hobbes, là dove lo magnifica come il mastice della socialità (senza un potere che incuta soggezione l’uomo non trova piacere – voluptas - nella compagnia, anzi ne ha dispiacere – molestia). Potere hobbesiano come alterità, il diverso, il fuori di noi. Mentre il pieno della vita, si direbbe, ognuno dovrebbe dire, è dove non c’è un potere, anche se solo regolatore. 
Storia “Dovremmo domandarci talvolta come la successione si metamorfizza in simultaneità. La storia diventa stratificazioni, di strati sovrapposti (storia di storie), la successione temporale si muta in immagine nello spazio. I piani di città e di comunità rurali addizionano epoche che, ora, si rivelano istantanee, sotto le specie di costellazioni, di disegni nella tappezzeria”.
Come la storia si fa immutabile, un già detto, un già fatto. Mutando.
L’evoluzione - la storia - è lenta. Con accelerazioni – catastrofali.
È piena di oggi. E di scarti, che se non si vedono però zavorrano.


Tempo – “L’affermazione secondo cui il nostro tempo”, ancora E. J
ünger in viaggio in Sardegna nel 1954, “non è in grado di generare artisti è oggi un luogo comune. Ciò significa capovolgere le gerarchie. L’artista non aspetta il tempo. È questo, al contrario, che attende con ansia il cenno dell’artista: nel momento in cui l’opera gli riesce, ha liberato il tempo”.


Utopia – Più che per il senso comune è dignificante etimologicamente: senza posto, più che luogo che non esiste della definizione del vocabolario. Nessun posto.  Non di interesse, se non nel nulla, nel vuoto e/o nell’inutilità. Essere senza un “posto” non è non essere. È non significare, non dialogare, essere ma non esistere. interferire, influire.
 
Vita – Sarà la vita un sogno, ma un sogno ben reale: sono le sue banalità – occorrenze, intuizioni – la vita ne è sempre piena, di sensi e di significati.
La vita è un miracolo, inspiegabile. Non come si produce, è un processo chimico-fisiologico (così anche la morte), ma così e perché.

zeulig@antiit.eu


Dio in musica

In dialogo con Massimo Cacciari, Muti analizza il senso, la tradizione, e l’immaginazione che evocano delle ultime parole di Cristo in croce. Partendo dalla musica di Haydn, “Sette ultime parole del nostro Redentore in croce” - un tema tradizionale della poesia e la riflessione tedesche, di Jean Paul più intensamente e di altri – nella redazione in forma di oratorio, per soli, coro e orchestra. In una con la Crocefissione come tema di riflessione in immagine, da Masaccio a Kiefer.
Il dialogo s’instaura nel quadro del progetto di Cacciari “Icone. Pensare per immagini”. Qui allargato alla musica – tonalità, timbro, dissonanze, armoniche, “pizzicato”, etc. Esercitato sulla pietà, umana e religiosa: come “si vede”, come “si sente”. Cacciari ha individuato l’oratorio di Haydn come tema e il maestro Muti come interlocutore dopo avere ascoltato l’esecuzione al Ravenna Festival del 200 con i Wiener Philarmoniker, nella basilica di Sant’Apollinare in Classe.
Una guida all’ascolto di Haydn, ma molto anche di più. Della religiosità, della pittura (immagine, immaginazione), dei moti emotivi dell’animo (accordi musicali). “Di Dio non vi può essere altra immagine”, conclude Cacciati, “se non quella che immagina la sua stessa irrappresentabilità”. L’opposto dell’iconoclastia: “L’iconoclasta crede di onorare il suo Dio negandogli la rappresentazione. La musica l’onora ponendosi al suo ascolto”.
Riccardo Muti, Le sette parole di Cristo, Il Mulino, pp.133, ill. € 12

lunedì 3 marzo 2025

Due o tre cose da sapere sull’Ucraina

C’è molta animosità nei media, contro Trump e, se non bastasse al tifo, l’unica forma di comunicazione rimasta, contro gli Stati Uniti in generale – potenza a volta a volta o troppo forte e spregiudicata oppure debole e inetta. Come se dovessimo liberarcene e anzi fargli un po’ la guerra. In astio a Trump sicuramente, ma anche all’America. Mentre l’appiglio è quanto meno fallace: la guerra in Ucraina non si può vincere, ed è ora opinione comune, in America e in Europa, che non bisognava provocarla, con l’Ucraina nella Nato – come Washington sapeva, ma anche i governi europei.
Trump e Vance non hanno insolentito Zelensky in quanto capo dell’Ucraina, ma come quello che si frappone al negoziato con la Russia, comunque. Da qui l’accusa pubblica di ingratitudine. Zelensky si è scusato pubblicamente del suo atteggiamento, ed è alla ricerca, dice, di un nuovo contatto per rimediare. Dopo aver visto passi inequivocabili per sostituirlo?
Macron e Starmer sono stati a Washington cone premesse diverse: Macron per apparire, come è suo solito, dopo aver proclamato un insostenibile “faremo da noi”. Starmer per coordinare l’inevitabile coinvolgimento europeo nella sicurezza, diplomatico si spera, ma forse anche militare, con gli Stati Uniti – da qui il suo dialogo a due con Meloni.

 

Letture - 571

letterautore


Allen Ginsberg – “Sono andata a una lettura eco-femminista”, a Boulder, Colorado, scrive Lucia Berlin nel “Diario del Naropa Institute,1990”, un frammento incluso in “Una nuova vita”: “Credevo c’entrasse qualcosa con il riciclo degli assorbenti. Magari. Mi hanno presentato Allen Ginsberg per qualcosa come la decima volta. L’ho conosciuto nel 1959 nel suo appartamento del Lower East Side. Poi sono stata due ore con lui, tenendoci per mano in metropolitana mentre andavamo alla prima lettura di Ed a New York nel 1960. Abbiamo passato del tempo insieme anche ad Albuquerque, San Francisco e Bolinas. Quel bastardo non ha mai letto niente di mio e non ricorda di avermi mai incontrata”.
Poi, però, alla pagina seguente, dopo la lettura-conferenza, si ricrede: “Allen Ginsberg irradia una forza pacata, è un uomo pacatamente forte, gentile e caloroso. È stata la sorpresa più grande, con quella sua dolce autorevolezza. Un santo?”.
A. Ginsberg soffriva - come tutti i poeti? o\e come i santi? - di miopia cognitiva, cieco fuori del suo perimetro?
 
Camilleri – “Praticava il culto dell’amicizia ed era prodigo di attenzione”, è il ricordo di Bruno Gambarotta, a lungo colonna della Rai, tv e radio: “Un affabulatore meraviglioso. I suoi racconti orali erano ipnotici.”. E aggiunge: “Da ragazzo sognava di diventare ammiraglio. Più Conrad che Montalbano”.
 
Hispanidad – Trump ha espunto dal sito della Casa Bianca la versione in spagnolo. Il re di Spagna Felipe non ha protestato - si è detto “sorpreso”, ma insieme confidando che la rimozione  sia “temporanea”. La Spagna ha da tempo riscoperto, con la nuova monarchia, i nessi e il valore della hispanidad. Ma già negli anni 1960, dopo il lungo isolamento dalle invasioni napoleoniche e  fino all’albagia franchista, un secolo e mezzo di storia, si interrogava sulle sue “due anime”: l’oceanica e la continentale. Col rientro nel consesso civile dopo la morte di Franco, in mezzo secolo o meno, ha rimesso in marcia rapidamente le due “anime”, protagonista in Europa, riferimento di molta America Latina – con i cui capi, compreso il dittatore Chavez, il padre di re Felipe, Juan Carlos, restauratore della monarchia, regalmente si dava del tu.
 
Malaparte – La “New York Review of Books” ne pubblica e pubblicizza anche la biografia, di Maurizio Serra. Ha già in catalogo “La pelle”, “Kaputt”, “Il ballo del Cremlino” e “Diario di uno straniero a Parigi”.
 
Oscar – Ieri, girono dei premi Oscar, il “New Yorker” con accurate critiche ha bocciato uno per uno tutti i film “nominati”, arrivati alla scelta finale, specie quelli poi vincitori, “Anora” e “Io sono ancora qui”. Tutti, eccetto “I ragazzi della Nickel” e “The Substance”, che non hanno vinto niente.
 
Pasolini –Bruno Gambarotta, autore Rai a lungo a Roma, ricorda con Antonio Gnoli su “Robinson” di essere stato una volta a casa sua, alla casa dell’Eur, quindi dopo il 1963, per accompagnare Adriano Aprà, il critico cinematografico. E di averne un solo ricordo, delle scarpe. “Ho una vaghissima memoria dei complicati discorsi che imbastì sul tema dello strutturalismo, moda culturale appena arrivata in Italia, mentre mi si stagliano vivi nella memoria i suoi mocassini in pelle di leopardo.” Anche per il prezzo: “Ne avevo visti un giorno prima un paio uguali esposti in via Condotti, costavano 220 mila lire. Il mio stipendio di allora”.
 
Roma – “Questa città non vi aspetta e non vi teme: non vi accoglie e non scaccia; non vi combatte e non sdegna di accettare la battaglia. La sua forza, la sua potenza, la sua attitudine è in una virtù quasi divina: l’indifferenza”, Matilde Serao, “La conquisa di Roma”, romanzo, 1885.
 
Roma repubblicana – “The New Yorker”, “The Atantic” e altri  media culturali negli Stati Uniti apprezzano anche “Gladiatore 2” come un omaggio alle virtù repubblicane di Roma – che l’imperatore Marco Aurelio in morte avrebbe provato a instaurare. Un film di cassetta, per il grande pubblico. L’America è sempre fedele al mito di Roma, della Roma imperiale e repubblicana - semplice, onesta, virile. Una fedeltà radicata a suo tempo nei Senati, organi saldamente ancorati in tutti gli Stati e statuti, come assemblea degli “ottimati”, per l’interesse superiore comune, e nei campidogli disseminati in tutte le città capitali di Stato.
 
Torino - Si distingue per la “sprezzatura”, la capacità di trattare “di cose profonde o complesse con naturalezza e familiarità”, spiega l’astigiano Bruno Gambarotta (“Robinson” 23 febbraio), “nascondendo l’arte e la fatica di ciò che fanno. Penso a Roberto Longhi, che era di Alba, a Gianfranco Contini che veniva da Domodossola, a Umberto Eco cresciuto ad Alessandria. E ai torinesi: Carlo Dionisotti, Giacomo Debenedetti, Norberto Bobbio, Luigi Firpo, Massimo Mila”. E Pavese naturalmente, torinese d’adozione, e Guido Ceronetti”. O il suo compaesano, coetaneo e amico Paolo Conte, naturalmente. E Fenoglio, che era di Alba?
 
Venezia – “Se adesso noi del W20 e delle numerose associazioni femminili”, argomenta Fabiana Giacomotti, francesista e veneziana, sul “Foglio” domenica, “ ci vantiamo nei congressi internazionali che le italiane potessero stipulare contratti societari a metà del Trecento e avviare attività in proprio come le vedove Uliana e Caterina che avviarono un laboratorio di profumi o Marietta Barovier che, è cosa nota, inventò la perla rosetta e guidava una fornace, lo facciamo sapendo di mentire. Non erano italiane, erano veneziane”. Come lo erano Eisabetta Caminer (1751-1796), “filosofa e prima editrice conosciuta, cognata di Gioseffa Cornoldi che avrebbe fondato la prima rivista femminile italiana, «La donna galante ed erudita»; un secolo prima la Laguna aveva tenuto a battesimo la prima laureata al mondo, Elena Cornaro Piscopia”, teologa (ma questo primato si contesta, n.d.r .: Bettisia Gzzadini si sarebbe laureata in diritto canonico a Bologna nel 126, Costanza Calenda in medicina a Napoli nel 1422, Isabella Losa in teologia a Cordova nel Cinquecento, e Juliana Morrell sempre in teologia nel 1608 ad Avignone). Venezia che “un secolo e mezzo prima aveva dato alle stampe e fatto circolare il dialogo «Il merito delle donne» di Modesta Pozzo de’ Zorzi, nom de plume Moderata Fonte, fra i primi manifesti femministi dopo la «Cité des dames» di Christine de Pizan, poetessa e storica tardo trecentesca, che comunque era nata a Venezia anche lei”. E “c’erano leggi a tutela del patrimonio e della potestà.  Malgrado la società veneziana fosse di stampo maschile e venisse governata esclusivamente da uomini, fino alla caduta della Serenissima la libertà e le possibilità di cui godeva il genere femminile non ebbero eguali in nessun altro luogo d’Europa e del mondo: le donne godevano di diritti sui figli e sui propri beni personali (ai maschi di famiglia era vietato persino star loro d’attorno mentre redigevano il testamento o siglavano contratti), avevano libertà nella vita sociale e nella gestione di attività economiche e nell’arte”. 
 
22 – L’invasione dell’Ucraina fu vaticinata “l’anno prima da Zhirinovsky, il deputato russo”, spiega Elena Kostioukovitch a Francesco Battistini su “7”: “Disse, alle 4 del mattino del 22 febbraio 2022 vedrete qualcosa…”. Non avrebbe dovuto dire: alle 2 di febbraio 2002, tutto in 2? “Il numero 22 fu un numero caro a Hitler”, spiega la scrittrice-traduttrice russo-ucraina, “una data esoterica, propizia per iniziare le guerre”. Infatti, attaccò l’Urss un 22, di giugno, 1942. Ma un altro 22, sempre di giugno, due anni dopo, gli fu fatale: iniziava l’attacco Bangration dell’Armata Rossa, che lo sconfiggerà.  

letterautore@antiit.eu

Imma sempre tacco 12, ma col piede sbagliato

Curiosa questa serie, la quarta, quindi stagionata: è imbarazzante. È partita col piede sbagliato, la passioncella tra l’attempata Imma e il giovane maresciallo finita a letto? Fino a Imma che superati gli -anta si esibisce in deshabillé e scosciata ci sta, è un classico. Ma l’intimità in camera d’albergo col giovane maresciallo no.
Aggiornata e tutto, al gender fluid e alla terapia di gruppo, e con un nuovo ruolo per la cancelliera Barbara Ronchi, virtuosa della comicità fredda. Ma la crisi ormonale pre-climaterio della Sostituto Procuratore, sempre lei, mento proteso, tacco dodici e mises stravaganti, non funziona. Imbarazza anzi le solite scene di lavoro, in ufficio, in macchina, in esterni, dai morti e i sospettati.
È l’età dei diritti, e della sessualità libera, ma la mésalliance stona sempre. In questo caso deve essere stata matura, probabilmente, per gli sceneggiatori, dopo tre stagioni di occhieggiamenti. Ma tra (piccolo)borghesi, cioè abitudinari, stona – diverso il caso di Lady Chatterley e il guardacaccia.
Francesco Amato, Imma Tataranni – Sostituto Procuratore, Rai 1

domenica 2 marzo 2025

Problemi di base bellicosi octies - 840

spock


Sul serio vogliamo fare la guerra alla Russia?
 
Per avere l’Ucraina nella Nato?
 
Ma se la Nato non esiste più – con Trump e senza Trump?
 
Dobbiamo fare nostre tutte le guerre che gli slavi si fanno?
 
Chiameremo l’ulivo russo ulivo di Boemia?
 
E Dostoevskij?


spock@antiit.eu


Il Pollino fu anche femminista, nell’Ottocento

Sacerdote, insegnante (“Prof.” precede la firma), studioso emerito di storia locale (il curatore Giuseppe Maradei lo presenta come “celebre soprattutto per le sue «Memorie storiche della città di Castrovillari»), scrittore, patriota come tutti ardente – “Racconti Patrii” è il sottotitolo – Pepe racconta in chiave naturalistica, comune al tardo Ottocento. Racconti semplici, di “vita vissuta”. “Marietta”, gnomico, sulla virtù della pudicizia, e i rischi della mésalliance. “Sacrificio di una moglie”, che si vuole “storico”, è fantasmatico. “La benedizione “ satirico: fra tutti i parrocchiani l’unico senza cuore è il  parroco. Il più lungo, “La moglie dell’americano”, un brogliaccio di romanzo, sulle lusinghe e le miserie dell’emigrazione “in America”, qui Buenos Aires, per chi resta, per le mogli, trascurate o abbandonate, da un marito che si è sposato per partire, coi (pochi) soldi della dote della moglie.
Prose pacate. D’epoca – la ragazza bionda è “una delle figlie dei Nibelungi”. Ma piene anche di similitudini audaci - la bellezza che si manifesta “in un iride simile ad ala di corvo, come lino in fiore”. Femminista, sottotraccia, e di programma: i racconti sono del punto di vista femminile – ne “La moglie dell’americano” di discute vivamente l’opportunità di prendere marito.
Correda la riproposta il saggio, in poesia e in prosa, “San Nicola dei Bulgari” del Pepe storico locale, sulla chiesa di questo nome e sui Bulgari che si dispersero sul Pollino, chiamati dai primi Longobardi contro i bizantini.
Ua riproposta modesta. Ma parte di quella rivalutazione del Pollino, continua, costante, convinta,  del massiccio calabrese più aspro e anche, nella memoria dei viaggiatori, non “pittoresco”. Che si opera da alcuni decenni, con l’istituzione del parco naturale. Una sorta di “creazione”, si direbbe, dal nulla, di un ambiente e di una storia, attenta, in tutti gli interstizi, invogliante.  
Cristoforo Pepe,
Alle falde del Pollino, Il Coscile, pp. 152 € 5

sabato 1 marzo 2025

Zelenky in uscita da eroe, Kiev verso l’unità nazionale

Non c’è Hitler e non c’è Monaco – la sconfitta senza combattere - nei media americani, benché generalmente ostili a Trump, dopo i rimproveri mossi ieri da Vance e Trump a Zelensky in diretta tv. Lo scontro viene presentato come un dietro le quinte delle discussioni politiche che solitamente si dicono “franche”. Esito del rifiuto di Zelensky di interinare un negoziato di pace condotto per l’Ucraina dagli Stati Uniti. Se non della decisone già maturata di una sua Grande Uscita, nel gergo teatrale, come l’eroe della resistenza anti-russa. Già prima della lite in tv a Kiev si parlava di un governo di unità nazionale. Senza un nuovo governo, dopo la lite in tv, è impossibile concludere anche solo un cessate-il-fuoco, il primo passo di un negoziato di pace.
Delle “terre rare” che gli Stati Uniti avrebbero dovuto pretendere in pegno dall’Ucraina per l’aiuto militare che forniscono non si sarebbe parlato. Anche perché non si sa se ce ne siano. E forse era solo un escamotage per mantenere in qualche modo l’Ucraina nella sfera d’interesse americana – un “gancio” inventato lì per lì da Trump.
Resta da spiegare il perché del rimprovero pubblico. Sarebbe il secondo e definitivo mosso di Trump a Zelensky, che non gode della fiducia del nuovo presidente, essendo stato legato a Biden. Nella protezione del figlio Hunter, per le tangenti prese in Ucraina. E nella campagna elettorale della vice di Biden, Kamala Harris, ancora a fine settembre.
 

I costi della giustizia

“L’Altravoce”, il giornale di Alessandro Barbano, fa i conti della Giustizia: “L’Italia si posiziona in Europa in una fascia intermedia, con una spesa pro capite di 112 euro, superiore a Francia (104 euro) e a Spagna (98)”. Che hanno una giustizia più rapida ed efficiente. “Tra le principali voci di costo onorari (difensori di ufficio, moltiplicati dai troppi immigrati sotto processo, n.d.r.) e intercettazioni”- per il diletto dei cronisti giudiziari.
I casi di “riparazione per ingiusta detenzione” si moltiplicano – è l’“equa riparazione” per la detenzione ingiustamente subita prima dello svolgimento del processo e, quindi, prima della sentenza. Si va da 150 mila a mezzo milione di euro per caso. Le domande contro il carcere facile nel 2024 sono state 1.293, e in tre casi su quattro sono state accettate.
Di più pesa il risarcimento del danno derivato dalla lentezza dei processi, in vase alla legge Pinto, del 2001. L’arretrato di questi risarcimenti, in carico al ministero della Giustizia, ammonta a 300 milioni, dovuti in relazione a 62 mila casi avallati in Corte d’Appello – un arretrato sui cui “si pagano interessi” (Nordio).
Nel 2023 il. tempo medio per una sentenza civile è stato di circa 2.655 giorni, oltre sette anni, Il numero di cause civili pendenti è il più alto in Europa, 3,2 milioni. Vari tentativi di accelerazione, da ultimo la riforma Cartabia, non incidono. È giustizia?

Lo strapotere dei giudici

Grandi titoli, molte pagine, e foto a colori per l’anno giudiziario, la celebrazione, dei giudici. Reiterati ieri per i mesti scioperi in alcune piazze d’Italia. Niente per l’anno giudiziario dei penalisti. Sebbene abbiano molto da dire, e di molto peso. Lamentano infatti, non da ora, da trent’anni almeno, che l’adozione del processo accusatorio è stata monca: le accuse sanno tutto, le difese nulla, solo che lo che emerge mano a mano nel dibattimento. Di che ridicolizzare i flash-mob e le altre protesta dei giudici.
N
el processo accusatorio, di tipo anglosassone, tutte le parti in casa sanno tutto e possono condurre indagini. Nel processo accusatorio “all’italiana”, solo l’accusa gestisce le carte. È l’evidenza che fare il procuratore e fare il giudice non è la stessa cosa, non dovrebbe. La Procura della Repubblica non è il giudice istruttore, che avanza equanime, è un Carabiniere leguleio. Un generale, con alle sue dipendenze le polizie, che non possono muovere un dito senza la sua autorizzazione, e sotto il suo impulso. Con la guarentige del giudice – può fare quello che gli pare.

venerdì 28 febbraio 2025

L'America si è stancata di fare guerre

 L’“Economist” oggi, quindi con qualche giorno di anticipo sulla sceneggiata odierna a Washington fra Trump e Zelensky, condanna il presidente americano come l’affossatore della potenza americana: l’editoriale sostiene che Trump “renderà il mondo più pericoloso, e l’America più debole e più povera”. Tutto il contrario cioè del suo proposito, fra dazi e spese militari europee. Questa non è l’immagine invece che ne danno i media americani. Che Trump ha tutti critici, ma in certo senso ammutoliti: come se temessero che Trump abbia ragione. Che gli Stati Uniti non possono pagare, in uomini e armamenti, per tutti. Con qualche affidamento, perfino, sulla decisa volontà anti-bellica che Trump manifesta così platealmente - come se l’America si fosse stancata di fare guerre.
La critica americana sui cinquanta giorni di Trump non è sula politica estera – dazi e e paci imposte. È sull’accentramento dei poteri. I media americani più di tutto discutono dove e se le iniziative a scapito dell’autonomia di enti da sempre sganciati dall’esecutivo, dal potere politico (il presidente ha il potere di nomina ma non di indirizzo), come la Federal Reserve, la Securities and Exchange Commission, la Consumer Product Safety Commission. Non vengono in dubbio le prerogative in materia di difesa, di sicurezza nazionale, da comandante in capo.

Se solo il fisco funzionasse

“Uccisa dal marito, chieste le tasse sul risarcimento mai avuto”. Un errore? Sì, comune: all’Agenzia delle Entrate funziona solo il software.
“Cartelle a 22 milioni di italiani”, a 22,8 milioni per l’esattezza, quasi 23, calcola la Cgia di Mestre. Come a dire il fallimento dell’equità fiscale: l’Agenzia delle Entrate non è in grado di
far pagare le tasse. Se non a prezzo di 23 milioni di contenziosi, che non costano ai presunti evasori – il costo è del ricorso, al resto ci pensa la giustizia.
E queste cartelle, non saranno per pochi spiccioli – errori, ritardi, trascuratezze? No, il valore delle cartelle non riscosse, il cosiddetto “magazzino fiscale”, tracima a 1.274 miliardi di euro, tre quinti di un anno di pil. Come se l’Italia avesse lavorato un anno fino a Ferragosto per nulla.
Anche: col non riscosso si poteva dimezzare – quasi – il debito, la grande palla al piede dell’Italia fra tutti i paesi più ricchi. Liberare la finanza pubblica, dare un indirizzo produttivo alla spesa, moltiplicare le risorse.
E pensare che il problema è solo di gestione dell’Agenzia delle Entrate. Che è solo un occhiuto cervello elettronico, bravo e incapace: sa tutto ma non sa riscuotere.

 

La liberazione del piacere femminile

“Mi sono presi tutti i piaceri”, Modesta lo dichiara prima di cominciare. Piccola capraia indocile violentata dal padre dà fuoco alla casa, e il maresciallo la confida, povera orfanella, alle suore. Sarà la beniamina della bella e nobile badessa, e sua erede in caso di morte. La badessa muore, spinta da Modesta?, e le porte della magione principesca le si aprono. Questo nei primi due episodi, tra autoerotismi e toccamenti saffici. Molto di più si dovrebbe vedere nei prossimi quattro della serie.

Una storia difficile, scritta e riscritta da Goliarda Sapienza negli anni 1960-1970, per una dozzina d’anni, pubblicata postuma trent’anni dopo, in edizione ridotta e alla macchia, da Stampa Alternativa, che non aveva distribuzione. Ritornata in Italia dopo ancora una quindicina d’anni, dopo la traduzione e il successo in tedesco e in francese. Il femminismo sboccato della favola, in un convento di suore, ne ha a lungo pregiudicato la diffusione – tra i rifiuti c’è pure quello della Feltrinelli.
Una satira, in forma di rivendicazione. Una Modesta piromane, avvelenatrice, castratrice, ingrata, vendicatrice, libidinosa, calcolatrice sempre. Per un’innocenza perduta presto, sotto genitori violenti? Assenza del senso di colpa, determinazione a prendersi tutto, per golosità ma anche per filosofia. Incarnazione del primo femminismo, molto “maschilista”.
Una sorta di manifesto, come usava negli anni in cui Sapienza concepì la storia – usavano “manifesti” di castrazione maschile, etc.
Una prima regia singolarmente riuscita, nei tempi, nei tagli, nelle caratterizzazioni. I registi seguono il romanzo, sembrerebbe con una punta di perfidia, quasi sadica. In realtà  la sceneggiatura sa padroneggiare il romanzo, che è violento - alla prima pagina Modesta si tocca, alla seconda beneficia di un cunnilingus del suo amico Tuzzu, alla terza viene circuita e  squarciata, sic, dal presunto padre (ma gode che la madre senta e sappia). Cattivissima con la buona badessa, che la salva dal carcere, da 
subito - Sapienza l'ha voluta bambinaccia da subito. Tecla Insolia, che pure sembra giovanissima, regge il tutto da superstar: per ogni scena, per quanto avventata, trova una espressione giusta, convincente

Valeria Golino-Nicolangelo Gelormini, L’arte della gioia, Sky Cinema

giovedì 27 febbraio 2025

Cronache dell’altro mondo – militari (332)

La Difesa è la montagna che Trump vuole in qualche maniera ridurre.
La spesa militare americana è superiore alla somma dei nove paesi più armati, dopo gli stessi Stati Uniti. In ordine di grandezza della spesa: Cina, Russia, India, Arabia Saudita, Regno Unito, Germania, Francia, Corea del Sud, Giappone. Pari a quella degli undici\dodicesimi, mettendo nel conto Ucraina (dato 2022) e Italia.
La spesa militare annua è pari, coincidenza, al disavanzo commerciale, nel 2024 di 926 miliardi di dollari - poco meno di un terzo con la Cina.

Cronache dell’altro mondo – ucraine (331)

Se Zelensky è un dittatore, l’America dibatte la penultima uscita di Trump, alla vigilia dell’incontro, “forse”.
Già in autunno la gente a Kyiv si manifestava stanca dell’approccio “uccidici lentamente” di Biden alla guerra. Trump invece ha scelto di rovesciare il tavolo.
Le abilità spionistiche di Roman Chervinsky sono state unfattore decisivo nella difesa nazionale ucraina.  Perché dunque è agli arresti domiciliari a Kyiv?
Chervinsky sarebbe la mente e l’organizzatore del sabotaggio delle condotte del gas russo-tedesche Nord Stream il 26 settembre nel 2022. Lui nega. Ma è agli arresti e non si sa perché.
Non è il primo dei militari di alto grado “silurato” da Zelensky - secondo la vecchia terminologia sovietica.

(“The New Yorker”)

E adesso povero Elkann 6 – alla svendita

Si riprende un po’ – diminuisce meno – il mercato dell’auto a gennaio: - 2,1 per cento rispetto a gennaio 2024. Ma alcuni marchi aumentano le vendite, Renault e Volkswagen. Peggio va Stellantis, molto peggio, più di tutti, meno 16 per cento. Senza una gestione da alcuni mesi. Mentre comincia lo smantellamento di Mirafiori, un secolo di storia dell’automobile.
Un crollo confermato dai conti del gruppo. Ricavi in calo dell’11 per cento, utili del 70. Elkann salva naturalmente il dividendo: lo dimezza, ma se lo paga. E in più fa alcuni miliardi per la Famiglia vendendosi una quota della supervalutata Ferrari.
Comincia lo spolpamento anche di Ferrari? Il tutto lo stesso giorno in cui la sua Juventus perde ogni residuo di dignità, e di trofei, contro una squadretta – una (quasi) di serie B, che era andata allo scontro rassegnata a perdere, tutta di riserve, ragazzi di vent’anni.

La chiesa alla ricerca di sé

Nell’età dei mass-media non solo il cerimoniale e la comunicazione, anche la funzione papale si è trasformata. Il papa non si limita a gestire la curia – non ne è pigioniero – ma ha immediato personale contatto con tutte le realtà, religiose e non. A partire da Giovanni XXIII, che nel 1958 ha convenuto il mondo a Roma per il Concilio Vaticano II. Il successore, Paolo VI, è stato a Bombay, Gerusalemme, New York, Bogotà. Giovanni Paolo II in tutto il mondo.
Elie, professore alla Georgetown University a Washington, comincia con un aneddoto. Il 13 dicembre 1931 il “New York Times” riportava da Roma che il papa Pio XI aveva cancellato l’udienza accordata a Gandhi, “il leader nazionalista indiano”, perché temeva di essere criticato “se riceveva il visitatore nel suo solito sciatto abbigliamento”. Lo scorso dicembre, continua Elie, lo stesso giornale pubblicava un estratto dell’autobiografia del papa Francesco intitolato “C’è fede nello humour” sulle barzellette raccontate dai e sui preti, per dire che che non ci sono soltanto “preti tristi, amareggiati”.
È cambiata anche la lingua. Sono cambiati i riti, e la liturgia. Sono cambiate tutte le funzioni religiose per I fedeli, battesimi, comunioni, matrimoni. Ma la chiesa, questo il succo della riflessione, non ha ancofra trovato un modo di essere. Conoscibile, adottabile, comune ai fedeli. Va per tentativi. Che è un paradosso: un’istituzione magisteriale che si cerca.
Paul Elie, The Pope’s Role has changed in our time. But has the Church?, “The New Yorker”

mercoledì 26 febbraio 2025

Ombre - 763

Fantastico a Istanbul. Mourinho, ora allenatore del Fenerbahce, a fine stracittadina col Galatasaray – una sorta di Roma-Lazio, o Milan-Inter – dichiara: “Voglio ringraziare l’arbitro. Dopo un clamoroso tuffo al primo minuto sulla loro panchina stavano già saltando come scimmie e se ci fosse stato un arbitro turco il mio giocatore sarebbe stato subito ammonito”. Un putiferio: Mourinho razzista, al patibolo. Bisogna dire : “Saltavano come galline”, o anche le galline sono verboten? Anche in Turchia, patria  come si sa dei diritti umani e civili?
Per inciso, il Galatasaray è sotto accusa per controllare federazione e arbitri – per il derby era stato chiamato un arbitro sloveno.  
 
Difesa, debito, si fa in Italia come se Merz, il nuovo cancelliere, facesse una rivoluzione, anzi l’avesse già fatta. Lui va veloce, sembra, perché è un avvocato d’affari e non un politico, ma il voto di domenica va in senso contrario: non grandi spese militari, più spese sull’economia. In più dovrà trattare con gli Stati Uniti di Trump l’ombrello difensivo americano – la continuazione dell’impegno, che a 35 anni dal crollo dell’Urss gli Stati Uniti non vogliono più pagare.

Niente dietrologie naturalmente, ma il fatto è che gli Usa si prendono le miniere ucraine, la Ue la ricostruzione e il mantenimento di ciò che resterà di Ucraina, nuovo membro della Unione a furor di popolo. E non per euforia da ubriachezza. Quella va tutta ai Grandi Piani per la Difesa, centinaia e migliaia di miliardi - anche se non si sa come.


Fra gli elettori più giovani in Germania, 18-24 anni, il primo partito è Die Linke, 24 per cento delle preferenze, il secondo l’Afd, 21 per cento. L’estrema destra è arrivata prima fino ai 69nni, con percentuali a scendere: 23 per cento tra i 25 e i 34 anni, tre punti in più, 26 per cento, tra 35 e i 44, poi il 21 per cento tra i 45 e i 59, e il 19 tra i 60 a i 69. Solo tra gli over 70 scende al 10 per cento.
 
Si sono recuperati 33,4 miliardi di evasione fiscale nel 2024. In un anno in cui il fisco ha incassato “regolarmente” 587 miliardi, cifra record, ben 43 in più rispetto al 223 – 160 in più rispetto alle tasse percepite nel 2019, l’anno prima del covid. Si paga molto, e si può anche far pagare chi non vuole, l’evasione non è invincibile – solo è conveniente, quando le tasse sono alte, vale il rischio.
 
A qualche settimana dal rimprovero solenne del vice-presidente americano Vance, libertario integralista, ancorché di destra, alll’Europa, rea di delitti contro la libertà, non una voce dall’Europa in risposta. Anche solo di contestazione, di critica. Piove sul bagnato.
 
Bassa crescita delle economie, soprattutto in Europa, e borse stellari, soprattutto in Europa. Soprattuto in Italia, per il “risiko” bancario, di banche che comprano banche, tre m&a multimiliardari in pochi giorni. Ma per farne che? Il gioco delle rivalutazioni, e dei superdividendi grazie alle supervalutazioni, non ha sostanza e non può durare. Qualche allarma? Qualche critica?
 
“Putin negozia con gli Usa ma il pacchetto di controllo delle sanzioni è in mani europee”, titolo (involontariamente) satirico del “Sole 24 Ore”. Perché ancora non si è capito, benché evidente, dopo tre anni, il disaccoppiamento tra Stati Uniti e  Europa nella guerra. Con gli Usa che forniscono gli armamenti comunque destinati alla sostituzione (adesso li hanno finiti), e l’Europa che si automutila con sanzioni boomerang – e continua a decretarne anche se Trump ha deciso la pace.
Nello stesso articolo il giornale spiega che le sanzioni europee hanno fatto solo bau-bau a Putin.
 
“Industria in calo da 23 mesi, ora cambiare rotta”, il presidente di Confindustria Orsini. Senza mai dire che, oltre al rallentamento indotto dalla Germania, il maggior partner industriale, l’Italia paga la malagestione di Fiat nel gruppo Stellantis – dalla filiera automobilistica dipende ancora l’ossatura degli indici industriali. La lamentela è giusto un avviso al governo, che sganci qualche “provvidenza”.
 
L’Europa continua a rispondere a Trump accusandolo di fascismo, per il saluto romano di Elon Musk, poi smentito, e di Steve Bannon, poi smentito. Non sa fare un altro passo dopo il 1945 – antifascista è pure l’estrema destra francese, ed è tutto dire.
Curiosamente, non c’è eco di questa bagarre nei media americani, pure furiosamente anti Trump, Musk, Bannon.
 
L’America era, un secolo fa, il paese meglio “organizzato” per il socialismo: una classe operaia forte e compatta, e una concentrazione forsennata della ricchezza. È diventata avamposto dell’anti-socialismo. Era anche disponibile al fascismo, al governo e in privato - Ford in testa, e Lindbergh, il trasvolatore  eroico. Ma poi l’ha distrutto con una guerra costosissima guerra.
 
Al vice-ministro Delmastro, che ai giudici che lo hanno condannato (alle giudici) imputa pregiudiziali politiche,  “Il Fatto Quotidiano” obietta che anche il Pubbico Ministero che lo voleva invece assolto è di sinistra. Semplice, no – la politica dei cronisti giudiziari è molto semplice? Ma non sanno che cos’è la giustizia politica.
 
Capita di assistere su Sky, pagando, a partite disastrose, l’una dopo l’altra, di un club molto titolato, anche per la proprietà, Angelli-Elkann. Trattato però con deferenza dai giornalisti e le testate sportive.  Anzi con apprezzamenti per l’allenatore Motta e il direttore sortivo Giuntoli. Hanno il miele?
Questo Giuntoli è uno che compra a caro prezzo e svende per niente, specie i vecchi stagionati e i campioni giovani. Con grosse provvigioni ai mediatori.
 
La Procura di Roma manda a processo il Napoli - del direttore sportivo Giuntoli, ora alla Juventus – per truffa sulle plusvalenze, sui calciatori Manolas e Osimhen. La giustizia sportiva non ci aveva fatto caso –l’avvocato Chinè un solo occhio ha, contro la Juventus  (che lui pensa sia ancora di Agnelli), per giustificare lo stipendio. Ma è una cosa seria?   
 
(Non) si condanna Sinner per una sostanza dopante contenuta in una pomata da 10 euro. Fermandolo per “soli tre mesi”, pur dichiarandolo innocente. Dopo un ano, o poco meno, di pettegolezzi, indiscrezioni, sospetti, odi. In Europa – il pettegolezzo made in Italy ha “conquistato” l’Europa  (l’America è stranamente fuori in questa stagione dalla fiera tennistica).
 
“Berlusconi vuole morire dem” era un post su questo sito il 24 luglio 2014. Inevitabile il richiamo  alla lettura delle riflessioni che la figlia Marina confida alla “Stampa” – non potendo\volendo sbarcare direttamente su “la Repubblica”, la voce del Pd?
Ci sta anche un matrimonio fra dinastie – in fondo anche Elkann è per metà nuovo arrivato. Politico naturalmente. E questo è tutto, altra politica non c’è.
Oh sì? Dopo Marina Berlusconi, che fa il piedino al Pd, l’ex fidanzata napoletana del babbo, che bastona Santanché. Ma, poi, nell’ordine delle cose, di una certa politica - come restare sempre in vetrina.

Giallo tv

La vedette “della Grande Fabbrica della Merda, la Grande Tivù Commerciale”, Flora de Pisis, viene rapita. Da due anime pure, devote alla memoria di Robert Desnos, poeta  surrealista, con supporto di Guy Debord. Che come riscatto chiedono un’ora a reti unificate della stessa Grande Fabbrica, senza trucchi editoriali (finta tv dal vero) e senza pubblicità. Gli investigatori, che dovrebbero salvare la rapita, la odiano - loro sono tra i belli-e-buoni della repubblica, devoti di Bob Dylan: "Entrambi hanno coltivato per anni uno schietto, cristallino, acuminato odio per Flora de Pisis e per ciò che rappresenta. Il cinismo, la falsità, il calcolo".
Una striscia del “Male” – nel mirino la tv di Maria De Filippi - allungata per  300 pagine. Anzi no, di “Cuore”, inserto satirico di partito. Sembra, 30 o 40 anni dopo, la dialettica veltroniana dei referendum contro “l’interruzione di un’emozione”. Nel 2021, dopo il covid? Dopo gli innumerevoli salti mortali di Veltroni? Però, un omaggio a Desnos, non se lo sarebbe mai immaginato, tanto è surreale.

Alessandro Robecchi, Flora, Sellerio, pp. 286 € 15

martedì 25 febbraio 2025

Occidente al decoupling

Col voto all’Onu sull’Ucraina si è sancito giuridicamente un fatto: la divisione dell’Occidente. Col Trump 1, con Biden, e ora co Trump 2: gli Stati Uniti fanno per sé, l’Europa si arrangi.
Si produce, sul piano politico e militare oltre che economico, una sorta di decoupling  dell’Occidente, come si dice dell’interruzione da tempo in atto delle “catene di valore” con la Cina. Un decoupling economico, ma anche militare e diplomatico.
Gli Stati Uniti rivivono la frenesia degli anni 1980, di Reagan, quando sembrava (loro) che  il Giappone rubasse la supremazia tecnologica e industriale, quindi economica. Seguirono sbarramenti di tutti i tipi – finché il Giappone non entrò in una stagnazione economica (la minaccia ora sulla Cina) di ben trent’anni.  Ora l’obiettivo è la Cina, ma con una mobilitazione allargata agli europei. Che sembra in controtendenza al decoupling occidentale.  Ma la mobilitazione si accompagna alla minaccia: dall’Europa si pretendono conti economici in parità, tra dare e avere.
Non è la sola frattura: la difesa ne comporta forse di maggiori. Per quanto concerne il finanziamento e l’armamento. E l’impegno militare (forse e mezzi) effettivo. Gli europei continuano a pensare la Nato un’alleanza americana, come era al tempo della guerra fredda. Che però è remota. L’ottica oggi è che gli Europei pensino alla loro propria difesa, sia pure in ambito Nato. L’Europa non ci è preparata e non vede come – una “forza di dissuasione” europea in Ucraina sembra ridicola in America (cerimoniale) e lo è. Ma gli Stati Uniti hanno fretta.

Il silenzio dell’Ucraina

Spicca il silenzio dell’Ucraina, della popolazione, delle città, mentre si moltiplicano per i tre anni della guerra incontri e polemiche fuori del paese, in Europa, in America, all’Onu. Il presidente Zelensky non sarà al 4 per cento della popolarità come dice Trump, che lo vuole anche dittatore e attore mediocre, ma non c’è entusiasmo, non c’è mai stato, per questa guerra, solo rassegnazione.Tre anni che hanno visto centinaia di giornalisti in Ucraina, ogni giorno indaffarati in lunghi articoli sulle operazioni di guerra cui non assistevano, e sulla diplomazia attorno alla guerra, abominazioni, sanzioni, ma niente o poco (solo quache inviato americano) interessati alla popolazione.
Il silenzio degli ucraini è assordante – l’ossimoro è inevitabile. Parla Zelensky e nessun altro –giusto qualche letterato, che ha scoperto infine l’ucraino invece del russo (ucraino che si differenzia dal russo per la pronuncia). Tacciono gli altri politici, parla solo Zelensky, capocomico e prim’attore anche in guerra. Ogni giorno e più volte al giorno ma solo lui. E questo rende il silenzio generale tanto più cupo. Capi militari e ministri sono stati allontanati, ma senza una ragione. Molte le rimozioni per corruzione, di cui poi non si sa l’esito o la fondatezza.
La guerra del resto è scoppiata per un motivo non tanto popolare: eliminare l’elemento russo dall’Ucraina. Se il revanscismo nazionale contro l’impero russo è comprensibile, arriva però dopo due secoli e mezzo, quasi tre. Quando è praticamente impossibile sradicare l’elemento russo. Comunque inaccettabile, al di fuori di una mentalità tribale – che non è degli ucraini, non dei pochi che parlano. Si vede in Palestina, dove Israele, per quanto potente, ha difficoltà ancora dopo ottant’anni a sradicare i vecchi abitanti.
Nei paesi baltici lo sradicamento dell’elemento russo, lingua e persone, è stato accettato poiché si trattava di numeri non grandi. Mentre in Ucraina si tratta – si tratterebbe – di milioni di persone. Quanti non si sa, perché le statistiche demografiche dell’Ucraina ballano: si va dai 43 milioni delle statistiche ufficiali anteguerra ai 32 milioni dell’Istituto demografico dell’Accademia delle Scienze. Si sa comunque che i russi sono sui dieci milioni, cifra che nessuno discute. In un quadro, anche questo non discusso, di incredibile crollo demografico dopo il crollo dell'Urss, dai 52 milioni accertati del 1993.
Ma poi, soprattutto, quanti ucraini vogliono i missili atomici Nato contro la Russia?

E adesso, povera Germania

Parte con l’acceleratore il cancelliere in petto Merz, com’è giusto avendo vinto le elezioni. Che però non ha vinto come si aspettava, al 32, anche al 34 per cento, solo al 28 e mezzo - il secondo peggior risultato in tre quarti di secolo. E non ha altro governo possibile se non con i socialdemocratici, in crisi, di voti e di idee. Non solo: per allentare il vincolo costituzionale all’indebitamento è costretto a premere sul Bundestag uscente, ancora in carica per quattro settimane, dove avrebbe la maggioranza necessaria alla modifica della costituzione, mentre nel nuovo non ce l’avrà. Questo è già un limite alla spesa pubblica necessaria per il rilancio dell’economia, e per la difesa. Sono due anni che la Germania è in recessione, e non può durare - licenziano tutti, Volkswagen, Bosch, Continental, ognuno decine di migliaia di dipendenti.
Sarà Merz costretto a una nuova forma di indebitamento europeo, analogo a quello post-covid, NextGenerationEU e Pnrr? È contro il suo impegno elettorale. E sarebbe ridicolo, per rilanciare l’economia in Germania, vestale della parsimonia finanziaria (della sudditanza europea in materia di capitali, in verità, ma questo non si può dire – Draghi l’ha fatto e nessuno se lo fila).
E poi c’è la guerra: il voto giovanile è stato contro, di destra e di sinistra. Anzi, il voto fino ai 44 anni, comprese le classi di età 25-34 e 35-44. In queste fasce a destra prevalentemente, uno su tre.A Berlino due voti su quattro, anziani compresi, è contro da sinistra. Il voto complessivo contro la guerra (Afd, Linke, Sahra Wagenknecht) è al 35 per cento.
Con la guerra va la difesa, nodo ancorta più intricato. L’America da telmpo vuole rivedere gli assetti Nato. Non si arriverà al punto che la Germania rinunci all’ombrello nucleare americano, il pilastro della Repubblica Federale – né che Trump glielo tolga. Ma che la Germania si assuma gli oneri finanziari della protezione americana questo sì, è scommessa facile con Trump. Un altro capo di spesa.

Ruby a Palermo nel Settecento, con i preti pedofili

Si ripubblica “La rivoluzione della luna” in una bella riedizione come omaggio a Camilleri per i cento anni della nascita, e come un omaggio camilleriano al potere femminile in chiave femminista, del buon potere, per quanto casuale – la nuova presentazione è di Chiara Valerio. Camilleri soleva da ultimo raccontare (sceneggiare) l’attualità. Qui mescola il “caso Ruby” e la pedofilia tra i preti con un caso fortuito, una magistratura femminile nella Palermo del 1677, “un governatore donna”, per quanto per poco tempo.
Questa la recensione alla prima pubblicazione, nel 2013:
“Le olgettine a Palermo, in veste di orfanelle, con Ruby. C’è pure Lele Mora. E un Emilio Fede che decide di vendicarsi collaborando. Meno convincente la Procuratrice, Eleonora di Mora, che è bella oltre che cattiva.
“
Donna Eleonora è storia, fece la giustizia a Palermo per quattro settimane nel 1677 dopo la morte del viceré suo marito, fino all’arrivo del nuovo viceré spagnolo. Nella seconda parte Ruby cede i posto alla pedofilia. A opera dell’arcivescovo. Un’altra vicenda politicamente corretta. Ma, senza riferimenti d’obbligo a persone o fatti conosciuti, questa si legge (quasi) come Dostoevskij a quindici anni, piena di ricatti e assassinii. Per il resto Camilleri si diverte. Per  trecento ripetitive pagine. E in dialetto, che qui “non ci azzecca”. Anche Palermo, è tutta bordello.
La recensione si chiudeva con questa nota: 
“Si divertono pure i suoi lettori; in vendita venerdì 8, per la festa delle donne, il prolisso racconto boccaccesco domenica era già solitario in testa alle classifiche-Questo è interessante”.

Andrea Camilleri, La rivoluzione della luna, Sellerio, pp. 296 € 16

lunedì 24 febbraio 2025

La Germania è stufa

Per la prima volta nella storia della Repubblica Federale, quasi ottant’anni, la Germania ha votato per le estreme, di destra e di sinistra. A destra l’Afd ha raddoppiato in tre anni i voti, dal 10,4 al 20,7. A sinistra Linke-Sahra Wagenknecht li ha triplicati: dal 4,9 a13,6.

Uno su due degli elettori giovani avrebbe votato per le estreme. È entrato in politica con un piede nella contestazione dell’esistente.

L’esistente, la Cdu\Csu, la democrazia cristiana tedesca, è passata dal 24.1 al 28,6 per cento. Ma i sondaggi prima del voto la davano al 30,6. E nella campagna elettorale si accreditava di un 32 per  cento, perfino di un 34.

Dei quasi dieci punti persi dai socialdemocratici e dei tre dei Verdi si può presumere che abbiano beneficiato Linke e Sahra Wagenknecht. Ma sicuramente c’è stato un travaso elettorale – dieci punti sono tanti, sei milioni di elettori, i giovani neo-votanti non bastano – dal Centro verso Afd.

Il voto si dice un trionfo per il neo cancelliere Merz. In realtà non lo è. E pone un problema alla Cdu\Csu, diventata semplice gestore attendista nei lunghi anni di Angela Merkel. Gli impongono, da sinistra e da destra, un diverso atteggiamento nei confronti della Russia. Con una politica decisa di riaprovvigionamento energetico a buon mercato, anche a scapito della transizione verde e dell’ostilità contro la Russia. La crisi economica in Germania vuole dire disoccupazione, e non è tollerabile – la recessione dura ormai da due anni.

Le questione recessione-energia si complica col problematico rapporto con l’America di Trump. La Germania Federale ha delegato all’America la difesa di ultima istanza, l’ombrello nucleare – in pratica la difesa. E qualcosa del vecchio assetto cambierà, anche se non si sa che.

Germania-Italia: Politica-“Novella 2000”

L’affluenza alle urne in Germania all’84 per cento, praticamente tutti quelli in gradio di andarci, è la vittoria della politica. Critica, estremizzante, spiazzante, tutto quello che si vuole, ma politica. Particolarmente spiazzante nei confronti dell’Italia, dove vanno a votare in pochi, perché il voto non conta. Perché i partiti non ci sono più, se non per le recite in tv: il governo dice, l’opposizione “attacca”, e le facce di gesso, immobili, che recitano senza respirare le tre frasi che i venti secondi consentono di vomitare. E quando si permettono di esserci, proporre una legge, provare ad approvarla, trovano sempre un giudice che li blocca, col contributo volenteroso dei cronisti giudiziari. La politica riducendo a scandalismo.
Sono trent’anni che il blocco mediatico-giudiziario ha cancellato la politica, strapotente e strafottente. Sempre vituperato ma sempre ben protetto. Soprattutto in alto loco, al riparo del Csm. E ora qui siamo, con una mano davanti e una di dietro, senza Funzione Pubblica e senza governo. Poi si dice Italia-Germania – mai state così diverse benché sempre vicine.

Trasfigurazione del sordido – se la scrittura fa miracoli

Di vite Lucia Berlin ne ebbe molte, anche più di una nello stesso anno, per i problemi fisici che la assediarono, sotto lo sguardo da rubacuori, complici le lenti a contatto, che ne illustra le copertine, e peggio ancora per l’alcolismo, e l’incostanza sentimentale-sessuale. Questa raccolta di racconti brevi e minimi, inediti o dispersi, con qualche lacerto di romanzo abbandonato, curata dal figlio Jeff, si segnala per le trenta pagine di cruda cronologia che il curatore, a vent’anni dalla morte della madre, ha creduto utile far conoscere. Abusata metodicamente dal padre e dal nonno paterno, una madre inerte, alcolizzata, violentata a 14 anni da un amico del padre in Cile, cresciuta con la scoliosi e col busto, sposa poco più che adolescente per andare via di casa, e presto divorziata, sposa, fidanzata o compagna di molti uomini, a letto anche con un diciottenne vicino di casa, babysitter dei propri figli, fidanzata di un altro diciottenne, “il miglior amico di Mark”, il suo primogenito, madre di quattro figli, i primi due col primo marito da studenti, quattro maschi, che accudisce e anche educa, stuprata anche dagli spacciatori che rifornivano il marito di cui ha conservato il cognome (Buddy Berlin, un ricco concessionario di automobili, con tenuta al mare, in Messico, ma eroinomane), girovaga da Albuquerque a Berkeley e Boulder, e fino a New York, tra un ricovero per disintossicazione e un lavoretto (per lo più in ambito medicale, il più lungo in una clinica per aborti), cambiando abitazione, quando non città, ogni pochi mesi. Con (poche) pause d’insegnamento, di letteratura, lettura e\o scrittura, in licei, in università – fino all’ultimo incarico all’università del Colorado a Boulder, gli unici anni, cinque o sei, tranquilli della sua esistenza, poco prima della morte.
Non è la solita biografia americana, dell’artista “maledetto”. Una vita si direbbe impossibile, tragica, pestifera. Vissuta invece gioiosamente, quasi, nelle scritture. Lucia Berlin è il miracolo della scrittura, in senso proprio, taumaturgico. Non c’è realtà spicciola, anche sordida, comunque minima, inutile, che non vivifichi. Perfino i turni, e le liti veterane-novizie, tra le telefoniste del grande ospedale – nel racconto più lungo, “Il centralino”. Racconti, si direbbe, di poveracci, per lo più donne, e di anziani in bisogno. “Mamma e papà” riesce a rendere teneri gli ultimi mesi o anni dei genitori del primo marito.
La raccolta insomma è come le alter, spassosa. Lucia Berlin in grande spolvero nei suoi diari\appunti di quotidianeità. Le telefoniste d’albergo, oltre quelle d’ospedale. Gli incontri “letterari”. Racconti di vita vissuta. Con consigli anche pratici – “con il cetriolo vengono delle bevande buonissime”.
“Incendio” è il racconto della sorella malata di tumore al seno, a Città del Messico, moglie di un ministro del Pri, che Lucia corre ad accudire. “Una nuova vita” è il racconto centrale, “alla maniera di Cechov”, molto su di sé, sposa e madre incapace. Un pezzo satirico devastante, una sola pagina, sul femminismo, “Il brunch”. La satira sempre di celebrità che non ricordano mai di averla conosciuta e perfino frequentata. Allen Ginsberg, Richard Brautigan. In ricordo di quest’ultimo un racconto boccaccesco di come s’infatuò di una gran dama messicana che Lucia chaperonava per San Francisco su raccomandazione del cognato ministro, del potentissimo Pri, la quale è una escort – per l’uso dei governanti Pri, spiega, di viaggiare sempre accompagnati da una aereo di escort (il Pri è il partito Rivoluzionario Istituzionale che sempre governa il Messico dopo Pancho Vila, da un secolo). “Il mio blocco dello scrittore” è uno schizzo autobiografico, di come arrivò alla scrittura del racconto “Sombra”, sulle corride messicane.
A proposito della lunga e dettagliata – impietosa – nota biografica: “Manuale per donna delle pulizie” in origine s’intitolava “Suicide note”, ed era stato avviato nel 1975, subito dopo la morte del suo giovanissimo amante-fidanzato Terry. Un brano tralasciato qui ripreso, “Suicidio”, è di diciotto anni dopo: dopo mesi turbolenti, tra le proteste dei figli e un arresto e un processo di entrambi per ubriachezza molesta e aggressione a pubblico ufficiale, con conseguente perdita di ogni lavoro e credibilità di Lucia a Berkeley, Terry le ha lasciato una lettera d’addio sulla porta di casa, e si è impiccato.
Con i quaderni di viaggio, tardi. A Parigi soprattutto, a Boulder in Colorado, e i ricordi del Messico, dove andava spesso con i figli dall’ex marito Buddy Berlin, quello di cui aveva conservato il nome, a Yelapa e Cancùn. Già in età: a Parigi spesso “si perde”, anche quando non ha bevuto – al Louvre, di cui molto scrive, non vede la “Gioconda”. Ma vi si sente bisognosa di affetto, grata a “un bell’uomo” che all’Odéon l’ha guardata e sorriso (“grazie, ne avevo bisogno”), e si lusinga di subire  avances lesbiche. Trova su una
 bancarella “Belli e  dannati” che non ha letto, di F.S .Fitzgerald, che dice “un brutto libro, imbarazzante”.

Per quanto raccogliticcia, da amatori, anche questa raccolta è godibile. Di grande abilità nel racconto dell’indistinto, o del noto, o del superfluo. Ne “La vita di Elsa” un vecchio marinaio spagnolo in casa di riposo, che collabora con “un progetto artistico sovvenzionato dallo Stato” raccontando la sua vita, “ottant’anni, ancora atletico e muscoloso”, rappresenta in poche righe l’emigrazione per disperazione: “L’unica storia d’amore che le raccontò fu una relazione di tre giorni con una puttana saltata giù da un sampàn a Singapore. Mr. Ramirez era da solo a bordo, tutti gli altri erano in licenza. La ragazza era salita in coperta arrampicandosi a una cima, e si rifiutava di andarsene. Voleva che la sposasse, e la portasse negli Stati Uniti, non capiva che non era americano. Non era una nave americana… Avevano cucinato…. ballato….dormito su un materasso in coperta, sotto le stelle. Alla fine, piangendo, la ragazza era ridiscesa  sul sampàn a filo dell’acqua. Lì sopra c’era tutta la sua famiglia, visibilmente delusa”.
Una pagina sulla chirurgia estetica, “La bellezza lascia il tempo che trova”, toglie il respiro. Più spesso è l’indistinto quotidiano la materia del racconto. Il vicino di casa vecchio nei suoi movimenti, le sue abitudini. La coppia giovanissima che non ha tempo per parlarsi. E progetti di romanzo: un rifacimento di “Tess dei d’Uberville”, un’autobiografia intitolata “Suicide”.
A Parigi ricorda l’anniversario della morte della madre – da sempre alcolizzata, come poi lei: “Seduta al Lussemburgo pensando a mia madre e me. Per caso le ho parlato, ubriaca, il giorno in cui si è uccisa e il giorno in cui sono finita in riabilitazione? Cosa ci siamo dette?”. Oppressa dalle immagini di chi, Oscar Wilde, ha “la consapevolezza di avere provocato la morte di persone che gli stavano a cuore”. O, “pietosa” invece, del “letto singolo di Proust, con la piccola lanterna, e al piano di sotto il salottino dove sua madre parlava con i visitatori di sera. Che omissione, un solo bacio della buonanotte, l’avrebbe desiderato, bramato, per il resto della vita”.
Una traduzione sfizioaa di Manuela Faimali. Qualche nota non avrebbe guastato.
Lucia Berlin, Una nuova vita, Bollati Boringhieri, pp. 254 € 17

domenica 23 febbraio 2025

La Fortezza Europa si sbriciola

Ci si chiede cosa ha ottenuto Putin da tre anni di guerra in Ucraina. “Otterrà il Donbass, che poteva avere senza guerra”, ci si dice. Per consolarsi. Perché, se l’Ucraina ci ha rimesso in vite umane e in distruzioni, l’Europa ci ha perso tutto, quasi tutto: la  Russia, la credibilità, il futuro.
“La rivoluzione trumpiana e l’Europa rimpicciolita” si titola oggi sul “Sole 24 Ore” Sergio Fabbrini,lo specialista di Scienza Politica, non un  estremista, non di destra: “La rivoluzione nazionalista trumpiana ha rimpicciolito i singoli Paesi europei, anche se i loro leader faticano a capirlo. Per loro non esiste il mondo esterno, ma solamente il loro ombelico”. È vero e non lo è – Trump è, con tutta la sua irruenza, caratteriale o da vecchio immobiliarista, il bambino della favole, che dice al re che il re è nudo. La Fortezza Europa non esiste più perché non esisteva. E il modo come ha affrontato la questione Ucraina ne è la  riprova, se ce ne fosse bisogno. Poteva risolvere tutto senza spargimento di sangue. Gli accordi di Minsk 2, dell’11 febbraio 2015, tra Ucraina e Russia, erano stati patrocinati dal presidente francese Hollande, e da Angela Merkel, l’Ucraina li ha disapplicati, Merkel, “troppo poco troppo tardi”, se ne è dimenticata.
Il senso della guerra è questo. L’aborrito Putin, di cui a giorni alterni veniamo tenuti informati da apposite agenzie di creazione di notizie di impensabili atrocità, mezzo Hitler e Stalin, voleva soltanto “assicurare il futuro della Russia”. Dalle aggressioni. Dalle “rivoluzioni colorate” ampiamente sussidiate, e dai missili nucleari eretti a ogni suo confine, nel Baltico, in Ucraina, in Georgia, in ogni dove. Sarà un boia, ma è difficile dargli torto.
L’Ucraina ha pagato la guerra in vite e distruzioni ma ha combattuto, la sconfitta è l’Europa. Non ha capito la partita di vecchie Grandi Potenze che si giocava sulla sua testa. E si è addossata l’onere di una guerra che non combatteva, e quindi non poteva decidere. Con interventi a dispetto, da suocera offesa. Sedici ondate di sanzioni che l’hanno condotta all’inflazione e al ristagno economico, unica grande area nel mondo.
La cronaca di questi giorni è perfino alla Ridolini: vertici ad horas, nessuna decisione mai, e “minaccia” di mandare truppe – per fare una sfilata alla pace di Trump, dietro la banda?

Illustratissimo Gadda

Una chicca, per gaddiani e non solo. Un libro semplice nell’idea, Gadda attraverso le sue pubblicazioni, primi articoli, primi libri, lettere, soggetti, amicizie, refrattarietà…Bruno Sabelli, neo libraio antiquario di Bologna, esordisce nell’editoria con questo bellissimo volume di immagini. E  con i ghiribizzi del suo amico ingegnere-letterato Marco Bortolotti. Una serie inarrivabile di riproduzioni, di copertine, foto, autografi, fin dall’adolescenza dell’Ingegnere-Scrittore, e della memoria. Disegni, scarabocchi, edizioni le più variate, critiche, stroncature –anche molto pesanti, o autorevoli – per ogi angolo della vita, e dell’attività, di Gadda. Con piste letterarie dichiarate o scoperte, da detective.
Un tributo senza precedenti all’Ingegnere.
Mario Bortolotti- BrunoSabelli, Gadda in transito, Pendragon-Libri del Borgo, pp. 220, ill. €20