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mercoledì 17 giugno 2015

Stupidario greco-germanico

Se Schaüble caccia la Grecia dall’euro, come lo chiameremo poi, bavarese?
E l’Europa? Belvedere?

Ma non doveva la Germania essere la nuova Grecia? Come diceva Goethe, che un po’ se ne era stufato – e non aveva letto Heidegger - “Faust”, II, 7742-3: “È una vecchia storia, dallo Harz all’Ellade tutti cugini”.

La Grecia diventerà poi tedesca grazie a un sacco di gente di spirito, Hölderlin, Hegel, Winckelmann, e poi Nietzsche e Freud, e Heidegger.  Ma nessuno c’era andato. Neppure Winckelmann, che il bello greco divisò: preferì farsi infrociare a Trieste. Heidegger solo da ultimo, in modeste vacanze tutto incluso, nelle quali cercare l’“elemento greco originario”. Karl Otfried Müller, che nel 1824 creò i dori, ci andò per morire, troppo tardi. Nietzsche ne fu attratto, ma non gli sfuggì che l’esametro greco è diverso dal tedesco, e soffriva il mal di mare.
E tutto l’indogermanesimo ariano? L’università di Gottinga ci ha lavorato due secoli per metterlo a punto.
Esito primario di Gottinga è la bufala dei dori, che nel 1800 a.C. crearono la civiltà greca, o occidentale, cioè la civiltà, per essere “ariani”, parenti dei germani. Come questi infatti amavano i cori.
In effetti, non c’è un prima e un dopo: è la stessa intelligenza.

E tutti quei re e principi forniti alla Grecia per l’indipendenza? Merkel punisce la Grecia, si può dire senza sbagliare, per aver cacciato coi colonnelli il suo ultimo re, Costantino, re tedesco. Ma anche, anche questo senza dubbio, come innesco alla recessione del Sud Europa, da cui tanti benefici la Germania ha tratto.

Il 18 ottobre 2010, sul lungomare di Deauville, Angela Merkel impose a Sarkozy, quindi alla Ue, il principio che “gli Stati possono fallire” - la Grecia (ma non solo). Era la ricetta Ackermann, l’allora capo della Deutsche Bank: non ristrutturare il debito (allungare le scadenze, tagliare gli interessi) ma farlo pagare con l’austerità, anche cruenta. A questo fine limitando gli aiuti Ue.
Il capo della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, francese, reagì furioso: “Non vi rendete conto di cosa provocate”. Ma il suo capo, lo statista emerito Sarkozy, lo mise a tacere.
Ackermann fu poi allontanato dagli azionisti Deutsche Bank per indegnità. E la Deutsche Bank è ora minacciata d’insolvenza per i troppi trucchi. Che lezione trarne?

Il 27 novembre 2010 l’Ue salvò l’Irlanda dalla bancarotta, con un prestito gratuito di 85 miliardi, di cui 35 per le banche e 50 per alleviare il debito. Un anno prima la Grecia, che chiedeva 30 miliardi contro la speculazione sul debito, non li aveva ottenuti, la Germania s’era opposta.
L’Ue tentò in vari modi di sostenere la Grecia contro la speculazione, ma sempre la Germania s’oppose. Eccetto che per 15 miliardi, troppo poco, troppo tardi. Molto sempre criticando i greci, imputati d’indolenza meridionale e mediterranea, nonché del vizio di sbafare a spese del contribuente tedesco. I greci, che lavorano tutto l’inverno ad abbellire le case per le vacanze dei tedeschi, a cui locarle a prezzo modico. I greci si dimezzarono i salari e le pensioni ma non bastò: per la Germania mangiavano sempre troppo.


La Germania greca risale a Federico il Grande, che la inventò per la Prussia, prima di Hölderlin. La filosofia era già greco-tedesca, ma irrealizzabile. Divenne di uso comune con Waterloo, il Griechentum, veicolo dell’idealismo tedesco, argine alla democrazia della Rivoluzione. Dove andrà ora la Germania, senza Grecia? Farà la rivoluzione?

La sensualità della colpa

Nicola Crocetti riunisce, in originale e in traduzione, le edizioni di Kavafis che negli anni è andato collazionando per la sua casa editrice. Un poeta “alessandrino” di Alessandria d’Egitto, immerso nel mito e nella memoria. Si dice la storia, ma è la memoria, vaga, immemore al tempo, alle persone e alla natura, che i fiori vuole finti - “Datemi fiori finti”. Anche quando la storia evoca, non sa che farsene. Un greco senza patria. Tra fine Ottocento e primo Novecento, costeggiando in città Marinetti e Ungaretti, ma parnassiano, si direbbe in gergo europeo.
È la stessa antologia, più curata, pubblicata tre anni fa dal “Corriere della sera”. “La memoria e la passione” era il titolo di quella raccolta, e questo Kavafis è. La storia è Itaca, l’insofferenza del ritorno. E nostalgia, allora come oggi. È l’amore, anonimo per lo più, e di sesso, benché di occasioni sfumate o passate. Dell’amore che non si dice(va), vissuto come colpa, la foja insaziata imputandosi a peccato:  “Giura”, il poeta irride al suo sé, e poi, “quando giunge la notte col suo potere\ del corpo che desidera e reclama, fa ritorno,\ smarrito, a quel predestinato suo piacere”.
La sensualità è come la città, di confluenze ormai remote: la “pelle come di gelsomino fatta”, la promessa di uno sguardo rubato, il rimpianto di un incontro evitato, e di tutto il “ricordo appena” degli occhi - “Erano azzurri, credo…,\ Ah sì, azzurri, uno zaffiro azzurro”.
Curiosamente amato da Montale, che ne tradusse (dall’inglese?) “Aspettando i barbari”, forse per l’assunto più che per la poesia. Del poeta sperduto-stordito nella storia: la poesia è l’attesa di una palingenesi che naturalmente non arriverà nemmeno con i barbari, il languore di un’eterna fine.
Costantino Kavafis, Le poesie, Einaudi, pp. 320 € 14

L’unione delle chiese – 4

“Barlaam, monaco dell’ordine dei basiliani, greci passati all’osservanza latina, nato e cresciuto a Seminara, feudo angioino nell’ex Thema di Calabria, piccolo, esile, maestro di Leonzio Pilato che insegnerà il greco a Petrarca e Boccaccio, tentò dal 1329 al 1341 di salvare Costantinopoli in alleanza coi latini. La stessa Grecia d’Italia era ancora divisa. Un “Opusculum contra Francos”, redatto in latino nel tredicesimo secolo, prova la persistenza della vera fede: “I calabresi sono ortodossi da sempre”. Mentre Antonio de Ferraris, detto il Galateo, da Galatina in terra d’Otranto, che fu di rito greco prima di ospitare il famoso castello delle messe gotiche, difendeva la donazione di Costantino al papa, architrave della latinità. Si sperava insomma nel superamento dello scisma, Unus Deus, una Fides. Anche se Dio aveva disposto altrimenti. Del resto, i greci di Turchia, pochi per la verità, non si chiamano tuttora romei, e non elleni, come i greci della Grecia – oltre che pòlitis e polìtissa, i cittadini per eccellenza, della città per eccellenza, che fu Costantinopoli.?
“Nel 1329 Barlaam si recò in “terra romana”, cioè a Costantinopoli, chiamato da Giovanni Cantacuzeno, megas domestikos di Andronico III Paleologo, il giovane imperatore che nel 1328 aveva costretto Andronico II ad abdicare, per conto degli unitaristi. Delineò un compromesso per disinnescare la questione del Filioque, ma fu contestato e sconfitto da Gregorio Palamas. Non sostenuto dal papa, Benedetto XII: ambasciatore di Andronico a Avignone, Barlaam non ne ottenne nulla. Non c’è dubbio in questo caso che il papa era dei franchi. Quando Andronico III morì, nel 1342, Barlaam tornò a Avignone, dove il papa Clemente VI lo pensionò vescovo di Gerace. Andrà e verrà da Avignone a Gerace, via Napoli, allora nobilissima per l’impulso di Roberto d’Angiò, “il Re da sermone di Dante”, che l’aveva adornata della maggiore biblioteca in Europa, fino alla morte nel 1348, di 58 anni.
Contro il fondamentalismo ortodosso, Barlaam pretendeva autonomia per il sapere “esterno”, esterno alla fede, sulla base dei Vangeli e di san Paolo. Ma agli esicasti rimproverava di voler mantenere l’intelletto nel corpo. Fu facile a Palamas obiettare che il corpo non è l’opposto dell’anima, e anzi deve avere “una natura conforme a essa”. E che, Dio essendosi incarnato, i doni dello Spirito Santo passano per il corpo, le mani, gli occhi, la lingua.
“Al Concilio Tridentino Barlaam fu creduto due, uno d’Oriente e uno d’Occidente, uno sconosciuto. Per lo storico della chiesa Viller era un secolo fa un israelita, che adorava contemporaneamente sia Geova che Baal.
“Entrambi i monaci, Barlaam e Palamas, temevano i “turci”. Ma mentre Barlaam consigliava di legare la futura Turchia al resto d’Europa, Gregorio volle salvarsi da solo con la vera fede. Per questo attuò un vero colpo di Stato, con l’aiuto di “Anna”, Giovanna, di Savoia, l’imperatrice vedova di Andronico III e madre del successore Giovanni V Paleologo, che impegnò con Venezia i gioielli personali e della corona per finanziare la sua spregiudicata politica. Contro Giovanni V, che aveva nove anni, Palamas arruolò Cantacuzeno, il primo ministro. Cantacuzeno si dichiarò coimperatore, Giovanni VI, e si garantì l’appoggio dell’imperatrice sposandone la figlia Irene. La coppia ispirerà una poesia a Kavafis, “Vetro colorato”, di notevole intelligenza storica: “Avevano soltanto poche pietre preziose,\ e così ne portarono di false. Un cumulo\ di pezzetti di vetro, rossi, verdi, celesti”. I Cantacuzeno tenteranno di unificare le due cariche imperiali nel proprio figlio Matteo, ma coi gioielli di vetro erano destinati a uscire dalla storia. Non prima però di avere assicurato il successo a Gregorio Palamas, la Trinità riducendo ad appendice della numerologia – la quale porta al diavolo, e non per colpa di Gödel, della matematica.
“La tendenza latina era forte a Oriente, includendo il patriarca Kalekas, i cui epigoni hanno ripiegato in Sicilia a fare ottime ceramiche, e l’imperatore Andronico III, che pure era stato cresciuto da Palamas padre. Ma Gregorio Palamas aveva avuto sul monte Athos la visione di san Giovanni, il discepolo prediletto, figlio del tuono, nella luce increata del Monte Tabor, la stessa che gli apostoli videro nella Trasfigurazione, che gli ingiungeva: “Illuminami le tenebre!”, e non desistette. Gregorio non temeva la debolezza dell’impero: “La povertà”, scrisse, “genera l’assenza di timori”, la quale genera vigilanza, che “elimina le percezioni costituite”. Aprendo “la via della virtù”, che assicura “la gioia e il servizio felice dell’anima”. Non male pure la teologia: increata e divina è per i latini solo l’essenza di Dio, mentre Palamas volle divine e increate pure le manifestazioni dell’essenza di Dio. Senza le manifestazioni del resto l’essenza sarebbe priva dell’essere – Heidegger ci deve ancora arrivare. La verità inoltre si differenzia per lui dalla falsità solo per pochi tratti. E ancora, essi sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende da ciò che si vuole.
“Gregorio bloccò il sinodo del giugno 1341, convocato dagli unitaristi sul letto di morte di Andronico. Dopo due mesi, con un suo sinodo di poche ore, completò il golpe e aprì la capitale al Cantacuzeno. Lui pagherà per questo con la prigione e l’esilio, la città con la guerra civile. Il 2 febbraio 1347 il partito antilatino vinse, col patrocinio di nuovo di Anna di Savoia. E poi perse: la corona resterà a Giovanni V Paleologo, Cantacuzeno si farà monaco. Ma già i turchi s’aggiravano in periferia. Gregorio sopravvisse aggregandosi a Stefano Dušan, il re degli illiri, ex alleato del Cantacuzeno, che ne pagherà il riscatto quando il futuro santo sarà ostaggio dei turchi – gli illiri, oggi serbi, l’unica popolazione allora combattiva dell’impero, erano detti triballi, con tre palle.
“Quando gli unionisti chiedono un nuovo sinodo, nel 1351, Palamas è ancora isolato, ma riesce lo stesso a bloccarli. Sarà santo pochi anni dopo la morte nel 1359, di 63 anni: ha guarito mani anchilosate e incontinenze corporali, ha provato che il buon autore del colpo di Stato deve difendere la libertà, e ha trovato una “e” che divide, che solitamente unisce. Soprattutto a Istanbul, che è stata bizantina e romana, e ora è orientale ma vuole diventare occidentale. La vera fede è inconciliabile: “Va’ e scavezza il papa”, incitava due secoli prima lo svevo palermitano Federico II in pungenti esametri greci il cartofilace Giorgio di Gallipoli, archivista del locale vescovo, greco.
“Barlaam aveva ragione, converrebbe il conquistatore Mehmet II, che i suoi turchi disse i teucri di Omero, i vendicatori dei perdenti di Troia che poi fondarono Roma, e l’Occidente. Ma alcune cose non si dicono. Nulla più è armeno, per dire. Per esempio il caffè, che per essere diventato turco è innominabile in Grecia. Ma, poi, né in Grecia né in Turchia piace, lo fanno per i turisti, nescafè ribollito”.
(fine)

martedì 16 giugno 2015

Le sanzioni arricchiscono i mediatori

L’America (ma non c’è più la Cia?) denuncia troppi traffici con la Russia per il petrolio. Mettendoci di mezzo qualche broker vagamente americano, ma sottintendendo che il traffico è opera di mediatori europei. È possibile, anzi è probabile: l’effetto delle sanzioni è di favorire la mediazione.
L’esperienza personale dice che precedenti sanzioni, contro Cuba e contro l’Iran, hanno solo favorito il caroprezzi e gli importatori-esportatori. Poco a Cuba, una miseria, l’isola è un mercato piccolo e non aveva niente da vendere, se non lo zucchero di canna, in un mercato in sovrapproduzione. Ma anche su quello gli importatori europei e sudamericani hanno realizzato “creste” cospicue, sotto il manto della solidarietà. Con l’Iran era diverso. Si comprava petrolio greggio, si vendevano prodotti petroliferi raffinati, tutta roba ad alto valore aggiunto. Mentre nel commercio al dettaglio le sanzioni hanno arricchito i famosi bazarì, i commercianti del bazar che lo scià disprezzava. Le sanzioni li hanno irrobustiti a fulcro della borghesia nazionale, pilastri sociali e politici del khomeinismo - provveditori primari delle decime del venerdì direttamente nella case e le casse degli ayatollah, a uso dei poveri e della lotta politica.

Il partito dei demoralizzatori

Non è raro vedere un partito di refrattari o incapaci, che rema contro il suo governo, per non sa che cosa. Giusto per rompere, per antipatia, per principio - per principio? Specie quando questo governo governa bene e ha qualche successo. Senza, comunque, riserve o critiche di qualche spessore, a questo o quell’aspetto dell’azione di governo. Era anzi la prassi della Dc, e il Pd di Renzi se ne può dire la fotocopia – con le correnti, i cavali di razza e tutto, già detto e ridetto.
Senonché: il partito è la fotocopia del modo di essere della Dc, ma il suo rank-and-file non è di parrocchia e di campanile, è l’ex Pci. E questo è il punto, nuovo e stranamente affascinante, mostruosamente: era il Pci una Dc travestita? si comportano gli ex-Pci come i vecchi Dc per camuffarsi, hanno paura? invidiano i vecchi Dc, che furono (sono) al potere tanti anni, e vogliono imitarli? Ne va di mezzo la diversità di Berlinguer, l’ultimo santo.

Problemi di base - 233 bis

spock

Morire per Crocetta?

Crocetta croce?

Ma peggio è in Toscana, pupilla del polifemo Renzi: moriremo per Manzione?

I Manzione sono due, fratello e sorella: per quale dei due?

Perché le primarie sono buone, leali e democratiche? Perché le fa il Pd?

Gabrielli dovrebbe commissariare Marino, ma poi vince Grillo. E allora?

Tutti condannato la guerra contro Saddam, nessuno quella, più pretestuosa, contro Gheddafi: le guerre democratiche sono buone?

Chi è di destra chi di sinistra, nella mafia e in guerra?

E in politica?

spock@antiit.eu

Le testate di Hollande

Perde ogni elezione. Si è presentato da Nazarbayef in Kazakistan con berretto di lontra, come Totò a Milano. Bombarda in solitario l’Is nel Nord Irak con la portaerei ancorata a Bassora. È sempre indaffarato tra amanti vecchie e nuove – dove trova il tempo? Ha un primo ministro indaffarato a vedersi le partite del Barcellona in giro per l’Europa. E voleva invadere la Siria – la Siria?... Ora non vuole i siriani a Ventimiglia, in attesa di ricongiungersi coi familiari in Francia.
È un uomo di ferro ed è il presidente della Francia. Non si può dire che Hollande, il personaggio della favola, benché inseguito dal ridicolo, non sia testardo. Ma a volte fa come Zidane, dà testate, Quando si sente sconfitto è uno abituato a vincere senza sprecarsi, in virtù delle sue donne troppo. Senonché, non può essere Zidane trasportato in politica:quanti gol ha fatto e ha fatto fare Hollande?

Ma che Europa d’Egitto

La chiamarono così, in greco, come per dire Bellavista, un Belvedere, gli asiatici che già allora, un migliaio di anni prima di Cristo?, si accatastavano sul mare Mediterraneo. E gli africani che accorrevano dall’Africa, via Egitto e Creta, la Lampedusa dellepoca..
Alfano che scende a Bruxelles in vestito di sartoria e affronta a muso duro l’Europa è, si sa, una sceneggiata e uno scherzo. Ma il ministro dell’Interno non è il solo, tutto ormai in Italia è Europa: l’Europa fa, l’Europa dice, l’Europa stabilisce, l’Europa minaccia, l’Europa concede.
Si ipostatizza una “Europa” che non c’è. L’Europa è stata l’intesa politica sessanta-settantanni fa tra Germania, Francia e Italia nel mezzo della guerra freda. È stata poi quella comunitaria, del libero scambio. E poi? Avrebbe dovuto essere quella dell’euro dieci anni fa, della moneta unica. Ma intanto la Germania cambiava pelle e politica: non aveva più bisogno dell’Europa e volentieri si è rimodellata sulla nuova-vechia, vecchissima, idea dell’unione come egemonia, delle zone d’influenza, delle vocazioni ristrette, produttive, politiche. Per cui l’euro ha fatto più danni, per l’Italia incalcolabili, che benefici - con benefici della stessa ampiezza  per la Germania e gli accoliti. Per il resto è un’Europa non asettica, come si presume, illuminata, dirigista: la sua burocrazia non è super partes ma obbedisce al blocco dominante, che si tratti del salvataggio delle banche, o della tracciabilità dei fichi secchi (sì, l’importatore è tedesco e quindi deve poterli importare liberamente dalla Turchia, perché dovrebbe dichiararli).
Il tutto senza colpa della Germania, che ha occupato una terra nullius. L’Italia in particolare, dove più che altrove l’Europa di Alfano è sui giornali, se non sulle bocche, se ne serve come di un paravento per la sua superficialità, quando non è incapacità In effetti “l’Europa ha detto”, “l’Europa ha fatto”, “l’Europa ha deciso”, leggendo i giornali anche in altre lingue, è solo fraseologia italiana. All’italiano della strada non sembra, ma ai giornalisti sì, specie se ex comunisti, vecchi avversatori dell’Europa. E dunque è così, anche se non è vero. Il cittadino francese, o tedesco, non si dice la stessa cosa. Nemmeno l’inglese, che pure non sopporta l’Europa, e quindi è portato ad addebitarle il peggio.

Letture - 218

letterautore

Agiografia – È in auge a Milano e dintorni, nella tradizione ambrosiana?, ora che arrivano sconosciuti asiatici subito classificati califfi e miliardari. Il Mr Bee di Berlusconi ne è il prototipo, che pure meglio avrebbe risposto all’eulogia del self-made man. Ma lo si vuole di ogni virtù, il “Corriere della sera” non lesina nessuno degli ingredienti dell’agiografia: i nobili lombi, la vocazione precoce, e se non lo Spirito Santo dollari in quantità, incalcolabili. “La Repubblica” è guardinga – De Benedetti sa di che si tratta – e definise Mr B, come viene chiamato in Thailandia, “fantomatico”, Ma, poi, anche su “Repubblica” Mr B è di ogni virtù: “Dai pedaggi autostradali alle card per il trasporto pubblico, dal settore immobiliare all’organizzazione di eventi sportivi, il broker thailandese mostra di non disdegnare nulla quando si tratta di far soldi: è per questo che investitori di tutto il mondo si affidano a lui e alla sua rete di conoscenze”. Non nobili ma ricchi i genitori, anche se sono emigrati dalla Cina in Australia in cerca di fortuna. L’agiografia vuole il santo precoce, e Mr B, come lo chiamano in Thailandia, lo è: faceva affari già al liceo. Etc., senza ironia. Anche quando eccede nel name-dropping, in cui gli affaristi devono eccellere. Con Enzo Currò di “Repubblica” Mr B spende parecchi nomi –“Del Milan ho parlato con Rotschild, e il contatto con Berlusconi si è creato”.
Come tutti i santi, anche Mr B. è naturalmente un filantropo: “Mr.Bee è molto impegnato”, sempre da “Repubblica”, “nelle attività benefiche: il broker thailandese riveste il ruolo di Ambasciatore Globale per la Fondazione Nourafchan, fondata da Rafael Nourafchan, il cui presidente onorario è lo sceicco Nahayan Mubarak Al Nahayan. La fondazione si propone di promuovere “la salute, la felicità, l’istruzione, la gentilezza e la virtù”, “senza distinzioni di colore, razza, religione e genere”. – questo forse è un comunicato stampa, che il giornale ex di Scalfari ripropone tal quale, per economia di attenzione, ma di un santino alla fine troppo agiografico. Chi saranno Narafchan e Al Narayan?

Mr B. ricalca Erick Thohir, l’altro “magnate” asiatico di Milano, questo dell’Inter. Che ha investito nell’Inter per trarne un alto rendimento, l’8-9 per cento l’anno. Thohir fa da intemerdiario bancario per il club, con un spread netto del 6 per cento. Ma l’Inter, gli interisti e Milano pendono dai suoi silenzi – Thohir a differenza del ciarliero Mr B, è taciturno.

Amore - È stato a lungo tema principe del canto popolare. Come prolungamento di una tradizione. Ma anche come sostrato sociale (pubblico): tema di riconoscimento fra letterati, e collante collettivo (anonimo) senza controindicazioni o rivalse. Poi, nell’ultimo secolo, è svanito. Altri veleni lo hanno soppiantato: la patria, la classe, gli affari, la corruzione.

Autore – Decretato morto , annegato nell’indistinto linguistico – la letteratura è parole – si reincarna a fini commerciali: è autore chi vende. Un  marketing riuscito, come di un divo del cinema o di una velina.

Dante – Un professore d’italiano a Savigliano, Valter Giordano, era molto apprezzato al liceo in quanto conoscitore e lettore entusiasta- entusiasmante di Dante. Poi è finito male, denunciato da due allieve per abusi sessuali. Ora rivela il suo segreto. Ha passato dieci anni in seminario, dai 10 ai 20, e la disciplina era durissima: “Dovevamo stare in silenzio, se parlavi la punizione era imparare un canto di Dante a memoria. Se sbagliavi qualcosa i canti diventavano due”. Bella pedagogia, ma Dante avrebbe approvato? Si capisce anche che non è stato difficile incastrarlo.

Italiano – “La cultura classica del buon lettore italiano non ha paragoni in nessun altro paese”, attesta il filologo spagnolo Francisco Rico – le cui bibliografie includono sempre molti testi francesi, tedeschi, inglesi.

Immagine – È il segno espressivo del Millennio, in letteratura come in politica, e perfino in affari. Non la merce, non la qualità, non l’opera o l’autore, ma la presentazione: comunicazione e packaging.

Intellettuale -  “La critica dell’elitismo e il disprezzo degli intellettuali sono tipici di una società che tende a divenire reazionaria”: Umberto Eco, “Le Point”, 7 maggio 2015. Eco ama i paradossi, e non teme il paradosso dell’elitista – analogo al paradosso del mentitore (“tutti i cretesi sono bugiardi, dice Epimenide cretese”)?
Ma è vero che l’intellettuale è in petto un rentier: vuole una sua (modesta) rendita di posizione. Anche Marx lo fu, prototipo e numero uno degli intellettuali – Marx lo fu in senso proprio, dei soldi: tutto, anche prestiti mai restituiti, meglio che lavorare.

Latinoamericani – Il “realismo magico” fu una solida impresa commerciale, sulle ali del successo di “Cent’anni di solitudine” nel 1967. Il critico spagnolo Xavi Ayen, “Aquellos años del boom”, ne rintraccia la fortuna nell’opera congiunta, a Barcellona, dell’editore Carlos Barral e dell’agente letteraria Carmen Balcells. L’uno, gran letterato, attraverso i premi che organizzava o controllava, all’interno e all’esterno della Spagna. Lei per l’enorme fiuto commerciale e di relazioni pubbliche, per prima con gli stessi autori, dei quali diventò la vestale. Capace anche di superare i notevoli handicap politici dei suoi autori, troppo di sinistra, troppo di destra, incostanti. Fino ai Nobel, negati invece ai latini non di scuderia.
Prima i sudamericani non erano sconosciuti, in Francia e in Italia soprattutto, argomenta Ayen: Borges, Carpentier, Asturias, Rulfo, etc, erano tradotti e apprezzati. Ma il boom fu un’altra cosa, Ayen limita la sua ricerca del “boom” latino a quattro autori: Garcìa Marquez, Vargas Llosa, Cortàzar e Fuentes. Ma l’onda si estese al Brasile, al Messico, alla stessa argentina di Borges.

Pasolini – Voleva ridere e far ridere, gli amici lo ricordano di spirito lieve. Mentre l’immagine che suscita è quella delusa e polemica degli articoli “corsari”. Ma non era di buon carattere. Non parlava con nessuno nel quartiere di Monteverde Vecchio dove ha abitato a Roma, ai due indirizzi, , il barbiere, il giornalaio, il barista, il garagista. E, purtroppo, non aveva amici, se non letterati. I presentava anche malinconico, e chiuso. Effetto delle persecuzioni di cui fu vittima? Ma era anche  un privilegiato. Gli ultimi tempi anche gli intimi dicono che vagava solo.
I primi ricordi personali sono misti. Girava l’Italia con Moravia per noiose diatribe su lingua e dialetto, false, visibilmente false per lui stesso. E stanche sottoposizioni alle domande dei pubblici di periferia, del circuito Aci: le musiche nei suoi film? “solo Bach”. Ma anche per un adattamento  del “Miles Gloriosus “ di Plauto che sganasciò dal ridere in anteprima il pubblico della Pergola a Firenze, e alla fine la stessa Compagnia dei Quattro che lo rappresentava, sfiniti a ridere anche loro.

Spie – Molti scrittori viaggiatori inglesi si sono vantati, o sono sospettati, di avere lavorato per i servizi segreti del loro paese. Il più propagandato è Graham Greene in Sierra Leone (e in Centro America?). Ma numerosi altri sono stati sospettati, specie i tanti che viaggiavano tra Afghanistan, Tibet, paesi di frontiera himalayani. Compreso Bruce Chatwin quando decise di dedicarsi ai monasteri ortodossi del Vicino Oriente, per conto del “Sunday Times”, luogo privilegiato delle informazioni “speciali” (la “strategia della tensione” è la più famosa, ma in una serie).
Robert Byron conclude il semi-inconcludente “L’Europa vista dal parabrezza” con un capitoletto sull’occupazione italiana del Dodecaneso che non può essere che da servizio segreto. Il capitolo comincia con una lode del fascismo, “l’organizzazione politica più vitale della nostra generazione”, del tutto incongrua con lo stile, di vita e di scrittura, di Byron:  “In materia di benessere sociale, istruzione e prosperità industriale , dal 1922 a oggi (1925, n.d.r.) l’Italia ha fatto progressi  che non trovano paragoni in nessun altro paese del mondo”. Per poi introdurre di colpo l’imperialismo italiano, di “innata volgarità”. E produrre una dettagliata cronistoria, militare e diplomatica, dell’occupazione del Dodecaneso in cui, senza fare torto giuridicamente agli italiani, dice però che sono spietati, profittatori e distruttori. Anche per avere estromesso l’influenza benefica inglese. Per la disattenzione di Lord Curzon Tentando anzi di estendere l’ingerenza a Corfù, che per ritorsione era stata appena bombardata e occupata dall’Italia dopo la strage della missione italiana incaricata di tracciare i confini tra Grecia e Albania.
Ciò potrebbe spiegare la rapidissima pubblicazione del voluminoso libretto, in pochi giorni, anche se come opera d’esordio non è granché. Byron aveva venti anni nel 1925, era stato espulso da Oxford, e vagava per Londra senza un’occupazione alternativa e senza progetti. Anche l’impianto del libro combacia: il viaggio è particolarmente caloroso nella tappa italiana, che è anche la più dettagliata e lunga, per dire che Byron non è prevenuto.  

Vajasseide – L’epiteto “vajassa!”, serva,  della Carfagna alla Mussolini che cinque anni fa ruppe l’armonia di genere e di partito tra le due vedettes, aveva un precedente letterario, che riemerge con la riproposta al cinema (“Il racconto dei racconti” di Garrone) di Basile e il suo “Cunto de li cunti”. Giulio Cesare Cortese, il letterato napoletano della prima metà del Seicento, più famoso perché Basile ne commemorò la morte nel 1627, mentre lui vivrà ancora una quindicina d’anni, era celebrato autore di una “Vajasseide” in lingua napoletana – così come poi sarà il “Cunto de li cunti”. Un poema eroicomico in ottave in cinque canti, di cui sono protagoniste le serve di casa, “vajasse”.

letterautore@antiit.eu

Céline a noi

Céline torna nel pantheon di destra. Dove si voleva, ed è sempre stato, ma non più da anarchico individualista, né da conservatore: da fascista – anche se avrebbe obiettato. Per questo anzi celebrato, goduto. I cinquant’anni della morte dello scrittore non hanno prodotto altro.
Un centinaio di celiniani, molti italiani, rievocano l’emozione della prima “frasetta” di Céline, il primo incontro con la sua “musichetta”. Rigorosamente di destra, l’antisemitismo non fa velo. Convitati da un celiniano che fa il funzionario di polizia, e da tempo si adopera per la pubblicazione dei libelli antisemititi..
Non per celiniani, non aggiunge nulla, malgrado la presentazione di Henri Godard. Ma per un Fascist Pride, se esistesse, sì.
Eméric Cian-Grangé, Céline’s Big Band: d’un lecteur l’autre, Pierre-Guillaume de Roux Éditions, pp. 400 pages, € 25



L’unione delle chiese - 3

“A Firenze nacque l’Occidente. Nel momento suo migliore, dell’umanesimo al governo. Ma nacque infetto: l’altra metà dell’impero lasciava all’islam e ai turchi sotto la parvenza dell’unione, e la stessa chiesa divideva: “Il concilio di Firenze rese inevitabile la Riforma”, esordirà Joseph Gill, gesuita, lo storico dell’assise. La riforma attesa “del capo e delle membra”, che sancisse la superiorità del concilio sul papa, fu elusa dall’unione con le chiese d’Oriente. Un secolo abbondante dovette passare per un nuovo concilio. E quando ciò avvenne la riforma era già ribellione antiromana.
“Il concilio di Firenze si era aperto a Basilea il 23 luglio 1431, quattro mesi dopo la morte del papa Martino V che l’aveva convocato. Era il primo dopo la provvisoria composizione dello scisma d’Occidente a Costanza a fine 1414, dove a un inedito concilio indetto dall’imperatore Sigismondo del Lussemburgo s’erano dimessi i tre papi regnanti, il romano Gregorio XII, l’avignonese Benedetto VIII e il papa del concilio di Pisa Giovanni XXIII, in favore di Martino V, Ottone Colonna, ma si aprì la strada alla divisione definitiva con la condanna di Jan Hus - il sant’uomo che morirà sul rogo ossessionato dai “corni del petto” delle donne. Poggio Bracciolini, segretario di Giovanni XXIII, rimasto disoccupato, ne approfittò per gite a cavallo nei dintorni, dove trovò, sotto la polvere dei conventi, numerosi testi antichi, tra essi Lucrezio, De rerum natura.
“A Costanza l’assemblea era stata pletorica, centomila presenze furono contate, tutte maschili, se si eccettuano mille prostitute, una ogni cento convenuti. Sarà la scena della Juive, il grand opéra di Halévy che mette in scena un buon cardinale e un perfido ebreo. C’erano 33 cardinali, 500 vescovi, 40 duchi, 32 principi, cinquemila preti, mille diplomatici, duemila universitari. Hus, rettore a Praga, s’era appellato al concilio contro i suoi vescovi con un progetto di riforma e per questo aveva avuto un salvacondotto imperiale. Ma il cardinale D’Ailly, rettore della Sorbona, lo fece arrestare e bruciare davanti ai centomila. La salma di Wyclif, ispiratore di Hus, fu esumata e anch’essa bruciata. Una crociata antihussita fu affidata al cardinale umanista Cesarini, e poi al Cusano, suo protetto.
“A Basilea i conciliari erano pochi: una cinquantina tra cardinali, vescovi e preti, e una dozzina di abati. Ma molti professori vi convennero, che ebbero la facoltà di votare, oltre che disquisire. Riferivano ai loro principi, che, litigiosi su tutto, si accordarono per ridurre i poteri del papa e prendersene i beni. Nelle venticinque sessioni tenute dal 23 luglio 1431 al 7 maggio 1437 si dibatté pure “di chi nella messa non canta tutto il Credo”, e di “chi dà in pegno il culto divino”. Eugenio IV, successore di Martino V, che aveva recepito il ricorso di Giovanna d’Arco, condannata come strega per avere promosso la liberazione dagli inglesi, decretando l’obbligo per ogni nazione di stare nei suoi confini, fu disobbedito pure in questo - del resto Giovanna era già stata bruciata il 30 maggio. Carlo VII di Francia appoggiò il concilio, col pensiero alla Prammatica Sanzione di Bourges, che priverà il papa delle rendite in Francia. Per Filippo Maria Visconti il concilio era filotedesco. Gli aragonesi accusarono il pa-pa di favorire a Napoli gli angioini. Cusano, il giovane tedesco pupillo del legato papale Cesarini, contro il papa scrisse La concordia cattolica.
“Eugenio IV, Gabriele Condulmer, reagì decretando il concilio chiuso il 18 dicembre 1431 e riconvocandolo dopo diciotto mesi a Bolo-gna. Salvo riconoscerlo legittimo di nuovo nel 1433. Riuscì infine a convocarlo a Firenze, dopo una pausa a Ferrara, subentrata a Bologna. Condulmer, veneziano, era stato vescovo di Siena a diciassett’anni e cardinale a diciotto per volere dello zio Gregorio XII, ma era già agostiniano e aveva donato ai poveri i suoi ventimila ducati. Da Firenze tentò invano di rabbonire i conciliaristi, facendo recitare il 4 settembre 1438 le due tesi, contro e pro Basilea, da Giovanni Torquemada e dal Cesarini. (il cardinale Torquemada, zio dell’inquisitore, n.d.C.). I concili, che sono il test più antico della democrazia di massa, anteriore alla dieta polacca, anzi di poco successivo al Cristo, e assemblano persone colte, di comuni intenti, scelte dai poteri esistenti, senza una guida superiore diventano incontinenti: la democrazia è sempre un inizio e si rinnova, nessuna lezione è definitiva, ma non c’è buon’assemblea d’intellettuali se non è governata.
“I contestatori erano ancora a Basilea quando a Firenze si proclamò l’unione, e benché ridotti al cardinale di Arles e a trentadue elettori, quasi tutti laici, condannarono il papa in otto punti, la città dei Medici dichiarando “Sodoma, Gomorra e Babilonia”. L’orgoglio è il primo dei vizi, che è sempre intellettuale. Deposero anche Eugenio IV, e al suo posto elessero Amedeo VIII duca di Savoia. Vedovo e con quattro figli viventi, Amedeo VIII si disse felice, Felice V, e come sede scelse Losanna – la Svizzera non era ancora neutrale e riservata ma la città gli era fa-miliare. Come segretario i conciliaristi gli diedero l’umanista Enea Silvio Piccolomini, che sarà poi papa romano, Pio II, e ne riaffermerà i poteri.
“Firenze fu per un quindicennio la nuova sede del papato. I Colonna, eredi di Martino V, avevano scatenato contro Eugenio IV l’inva-dente Filippo Maria Visconti, il duca di Milano. Il papa si comprò i servizi di Francesco Sforza, che vent’anni dopo succederà ai Visconti per averne sposato l’erede Bianca Maria, e riuscì a mettersi in salvo a Firenze. Tornerà a Roma nel 1445, in tempo per morirvi, grazie a tre influenti intellettuali, Cusano, Piccolomini e Lorenzo Valla, lo stesso che aveva scoperto falsa la donazione di Costantino che fonda il potere temporale dei papi, riconducendola al primo complotto franco, al tempo e a opera di Pipino. Piccolomini aveva presto lasciato Felice V, che del resto fu felice di ricomporre nel 1449 lo scisma accettando un onorifico cardinalato di Santa Sabina da papa Niccolò V, Tommaso Parentucelli -  quello che, avendo perduto il Mediterraneo ai turchi, si sarebbe rivalso sull’Africa.
(continua)

lunedì 15 giugno 2015

Problemi di base - 233

spock

La Bundesbank parla ogni giorno, ammonisce, minaccia, la Banca d’Italia no: è più elegante?

Perché Dio parlerebbe?

E in che lingua?

Ha perso Renzi o ha perso Casson?

Ma che perde Casson, dopo Argo 16 (1973)?

Internet libera le pulsioni o le oblitera?

Quanta amicizia, intelligenza, entusiasmo non si negano a nessuno su internet: senza effetti collaterali?

Corteggiamento, innamoramento, pulsioni, tutto spento o tutto acceso?

spock@antiit.eu

L’intellettuale si chiama fuori

Il penultimo Enzensberger metteva in berlina Bruxelles. Quest’ultimo, un anno dopo , si chiama fuori: 250 pensierini per la buona notte. A opera di un insignificante signor Zeta, che pontifica ai giardinetti. Di Dio, la coerenza, la morte, la solitudine, quello che capita.
Lo scrittore c’è sempre, arguto - “solo le persone noiose si annoiano”. E il polemista, tagliente anche. Ma di che, poi? Hegel dadaista, Ernesto Guevara de la Serna, “meglio noto col soprannome di «Che», famoso in tutto il mondo, «l’essere umano più completo del nostro tempo»” di Sartre… L’intellettuale è stanco, “tanto più piacevole è prendersi una pausa dal presente”, meglio che starci nel mezzo – il trend sì, la contemporaneità sì, però.
Hans Magnus Enzensberger, Considerazioni del signor Zeta, Einaudi, pp. 157 € 15

L’unione delle chiese – 2

“L’ultimo tentativo di unione abortì un secolo dopo per la disperazione di Giovanni VIII Paleologo alla morte dell’amatissima moglie Maria Comnena. Unionista convinto contro i turchi, l’imperatore, quello della “Fla-gellazione” di Urbino e del profilo universale delle medaglie del Quattrocento, era andato a cercare alleati in Germania, e a Firenze al concilio che sancì l’unione a metà 1439, trovando la moglie morta al ritorno. Maria Comnena, figlia dell’imperatore Alessio IV di Trebisonda, era di saggezza e bellezza grandi, testimoniano gli storici Ducas e Sfranze. Prima di lei Giovanni VIII aveva sposato Anna, una bambina figlia di Basilio I di Mosca, morta di peste subito dopo le nozze, e Sofia, figlia di Teodoro II del Monferrato, donna di grande bruttezza che visse confinata a palazzo, da cui fuggì dopo cinque anni per rinchiudersi in convento.
“Fu un ritorno nello sconforto. Per due anni Giovanni si escluse dagli affari di Stato, consentendo al partito costantinopolitano di boicottare l’unione sottoscritta a Firenze. Sotto la regia dell’imperatrice madre Elena Dragaš. Col sostegno degli stessi teologi che in Italia avevano argomentato l’unità della verità. Tutti gli orientali firmarono a Firenze l’unione: il 6 luglio 1439 i greci, gli armeni il 22 novembre, i copti il 4 febbraio 1442, i siriaci il 30 novembre 1444, il 7 agosto 1445 i caldei e i maroniti di Cipro. Molti greci però, tornati a Costantinopoli, si dissero forzati. Alcuni per sfuggire ai sospetti di corruzione, altri suscitandoli con la rapida abiura. Giorgio Gemisto Pletone, che a Firenze aveva perorato l’unità delle fedi sulla base della ragione, scrisse un trattato contro il Filioque. Si stracciò le vesti Marco Eugenico, metropolita di Efeso. Ebbe dubbi pure Bessarione, prima che da Roma gli giungesse la porpora cardinalizia. Greci e russi si avviarono alla divisione definitiva. Nel 1484 il sinodo di Costantinopoli ripudiò l’atto di unione, sotto la protezione benevola dei turchi. Nel 1736 il patriarca Cirillo V invaliderà il battesimo latino.
“L’unione era stata la sola politica di Giovanni VIII Paleologo, “ultimo re romeo” (penultimo, premorì di cinque anni alla caduta di Costantinopoli – n.d.C), che sapeva di non potersi fidare dei turchi. Due volte Giovanni VIII venne in Italia a cercare aiuto. Gli ultimi viaggi di una serie avviata dal nonno Giovanni V, che fu imperatore tre volte in cinquant’anni, dal 1341 al 1391 – usurpato la prima volta da Cantacuzeno, il coimperatore delle collane di vetro. Un pellegrinaggio di tre anni, dal Natale del 1399, aveva fruttato a suo padre Manuele II solo un suggerimento, solo a Venezia: allearsi coi turchi per dividerli. Al ritorno Manuele adottò in mancanza di meglio una politica d’unione matrimoniale: il figlio Teodoro sposò a Cleope Malatesta, nipote di papa Martino V, e Giovanni a Sofia del Monferrato. Nel 1423 Giovanni VIII era stato una prima volta in Italia, a Venezia, Milano, Mantova e Pavia, e in Ungheria, senza esito. I turchi lo incalzavano, mentre i fratelli, Teodoro, Demetrio, Costantino Dragazes, perfino l’invalido Andronico si legittimavano difensori della vera fede, col sostegno ora genovese ora veneziano, e degli stessi turchi.
“Poi le cose sembrarono mettersi bene. Giovanni sposò Maria Comnena. Teodoro e Costantino liberarono il Peloponneso, sconfiggendo a Patrasso la flotta dei Tocco, duchi di Acaia. La politica matrimoniale s’arricchì delle nozze di Costantino con Maddalena, figlia di Carlo Tocco. Il concilio dell’unione, di Basilea e Ferrara, si avviava a un accordo a Firenze. Giovanni VIII, che confidava nell’autorità del papa e nel comune interesse con i principi del sacro romano impero, la delegazione greca aveva voluto imponente e lussuosa, impegnando i tesori del Pantocrator. L’invito del papa era stato recato a Costantinopoli da Niccolò Cusano. Con l’imperatore erano partiti il 25 novembre 1437 per Venezia, adorni d’abiti e pietre preziose, il patriarca Giuseppe II, il fratello minore Demetrio, i vescovi di Efeso e Nicea, Eugenico e Bessarione, il filosofo Gemisto Pletone, il giudice universale Martino Scolario, poi raggiunti dal metropolita russo di Kiev, Isidoro. La delegazione s’era imbarcata il 22,  tre giorni prima, per assuefarsi a bordo al rollìo. Il viaggio si fece parte per mare e parte a terra, mentre le navi circumnavigavano il Peloponneso.
“Quando Giovanni VIII uscì dalla depressione, fu a un passo dal rovesciare il declino della Nuova Roma. Per l’unione erano con lui le famiglie nobili e gli arconti della capitale. Lo stesso mesazon  Luca Notara, l’uomo cui era delegato il governo, che diceva di preferire il turbante turco alla mitra latina, si era convinto che Roma fosse il male minore. Al patriarca unionista Giuseppe II succedette un altro unionista, Metrofane, battendo il candidato di Marco Eugenico, Ghennadio l’Athonita. I turchi, chiamati da Marco Eugenico e Demetrio a difesa della vera fede, furono respinti. Ladislao di Polonia, l’ungherese Giovanni Hunyadi e il despota di Serbia Giorgio Brankovic raccolsero l’appello alla crociata di Eugenio IV e sconfissero i turchi ripetutamente. I re di Serbia e di Polonia trovarono opportuna a questo punto la pace. Ma il papa e Giovanni VIII vollero la guerra, e Varna arrivò, con l’intervento decisivo delle navi genovesi, e poi Kossovo, due sconfitte che porteranno i turchi quasi a Trieste.
“Costantinopoli finirà unitaria. L’ultimo patriarca prima della caduta sarà filolatino, Isidoro di Kiev. Il suo predecessore Gregorio Melisseno, detto “Mammas”, era riparato in Italia, avendo chiari gli eventi, con una reliquia della vera croce, un’altra. A Isidoro sarà dato come successore, in partibus, Bessarione. Ma quando Giovanni VIII morì, il 31 ottobre 1448, non un pope si trovò disposto a officiare il rito funebre. L’imperatrice madre vietò che nella liturgia il nome del morto seguisse quello degli altri sovrani – si partiva da Costantino il Grande, il quale aveva ucciso la moglie e il figlio. Di Elena Dragaš, che per un cinquantennio aveva governato i mariti e i figli, farà l’elogio funebre Gemisto Pletone chiamandola Penelope, che non vuole dire nulla, ma da monaco attribuendole un cervello “superiore a quello che di solito ci aspettiamo dalle donne”.

domenica 14 giugno 2015

Ombre - 271

Sugli immigrati, “se il Consiglio Europeo sceglierà la solidarietà, bene”, dice Renzi a Maria Teresa Meli: “Se non lo farà”, minaccia, “abbiamo pronto il piano B”. Quale? Chiudere Ventimiglia al profugo Hollande?

La Procura di Trani, a venti km. da Bari, che per non farsi chiudere si è illustrata con la maxi-inchiesta sulle agenzie di rating, e tenta naturalmente d’infilarsi in quelle contro Berlusconi, s’è inventato un senatore dell’Ncd che dice alle suore della Divina Provvidenza in assemblea: “Da oggi in poi comando io, se no vi p…. (?) in bocca”. Balbettante cioè, oltre che corrotto.

Ora che questo senatore, per essere arrestato, deve essere giudicato prima dal Senato, il suo amico  di partito Maurizio Lupi, che l’ha appena scapolata in una intercettazione analogamente allegra, dice: “In coscienza, voterei per l’arresto”.  La coscienza è buona cosa, è assolvente.

“Siamo al fango. Evidentemente è in atto un tentativo di infangare questa amministrazione. Ma si tratta di falsità”. Chi l’ha detto? Non Berlusconi né Buzzi, ma Rocco Sabella, giudice, ex segretario del sindacato dei giudici, assessore a Roma. Ma: il fango è dei giornalisti o degli inquirenti?

“La Grecia riceve prestiti. Nessuno le regala soldi” - “voglio essere chiaro”, ha premesso Tsipras in una lunga intervista con Andrea Nicastro: “Secondo il Parlamento tedesco, la Germania ha guadagnato 360 milioni dai prestiti che ci ha concesso”. È per questo che la crisi greca si trascina?

“Se la Grecia fallisce”, dice ancora Tsipars, “i mercati andranno subito a cercare il prossimo”, la prossima vittima da spolpare – il mercato è la speculazione, cioè il mercato stesso, la cui virtù è di essere insaziabile.
Questo è vero: il prossimo l’avevano già cercato, l’Italia. E ci hanno pure guadagnato, più che con la Grecia.

Franceschini non trova pochi euro per l’Opificio fiorentino delle Pietre Dure, o per le bollette delle biblioteche pubbliche, ma trova ben venti milioni per “fare” del Colosseo un’arena, con i centurioni e tutto. Il governo Renzi sarà ricordato per aver dato il Colosseo in pasto ai turisti?

Ci casca pure Felice Cavallaro: “La gioia di Beletu, un panino al porto di Palermo, dopo aver attraversato il Sahara senza cibo”.
La linea della palma è scesa così in basso?

Ma questo Is esisterà realmente?  Come fa un esercito di mercenari in luogo ostile, per quanto volontari,  senza aerei né contraerea, e senza carri armati, Bombardati dalle aviazioni euro-americane, a occupare mezza Siria e mezzo Iraq? Coi pick-up? Quanti pick-up hanno, mille? In ventimila, dunque, venti per camioncino, su una superficie più grande dell’Italia, e odiati dalla popolazione?

Finalmente, c’è un’ondata d’immigrazione senza precedenti nel Mediterraneo. La scoperta l’hanno fatta gli inglesi imbattendosi in una barcone, in mare piatto, mentre oziavano alla fonda a Malta. Il ministro inglese della Difesa ha detto anzi che la questione è seria. Certo, al modo inglese.
Ora: gli inglesi, va bene, ma l’Europa, che gli inglesi non sopportano?

Maroni cavalca gli immigrati e minaccia: guai ai sindaci che ne accolgono uno. È tassativo e inderogabile. Ha fatto il ministro del’Interno ma è il Prefetto che avrebbe voluto fare, della deprecata Italia unita.

E che dire degli immigrati lavoratori, da tempo, magari anche cittadini italiani, conteggiati come profughi? A Milano si può raccontare di tutto - da milanesi, è ovvio.

“Fatemi fare un campo nomadi e vi compro tre case”: Buzzi al solito va giù dritto nelle questioni del malaffare romano. Ma è il malaffare del terzo settore, di cui questo sito da tempo dice che è infetto. Maneggia soldi pubblici, e la corruzione vi è costante.

Non sono danneggiate solo le macchine degli juventini a Fiumicino, di quelli che sono andati a Berlino. Si danneggiano anche le macchine degli juventini in città. E dura ancora lunedì, un giorno e mezzo dopo, al mercato, al bar e tra gli scaricatori, al gioia dei romanisti per la sconfitta della Juventus in Champions League. La c risi, che c risi?

La sconfitta della Juventus è il campionato vinto dai romanisti, sinceramente lieti. Di Luis Enrique, l’allenatore romanista in fuga dalla Roma, dicono: “È uno dei nostri”.
Prendono anche per buona la dedica che il basco ha fatto della Champions League ai tifosi romanisti. Tanto svegli non sono.

“Un Barcellona galattico”, titola il “Corriere della sera”. Come se la partita non l’avessero vista metà degli italiani. Dev’esserci una “sindrome Corriere della sera”: quello che il giornale dice, o non dice, è, o non è. Al tempo di Mike Bongiorno e Lascia o raddoppia fu perfino teorizzato: se il “Corriere della sera” non ne parla, nessuno ne saprà niente.

L’arbitro turco Čakir non fa scene. Subito ammonisce i due juventini di centro campo.  Non vede le simulazioni a catena dei catalani. Non fischia anzi mai contro il Barcellona – solo qualche volta, nell’area di Buffon. Sembra di vedere Collina, l’arbitro incorrotto, coi capelli. Che dall’alto dell’Uefa, e della Fifa, lo ha fatto crescere.

Platini sembra due Blatter, per mole e gli sbracciamenti in lode del vincitore alla premiazione di Champions League. Platini è furbo – lui dice “paraculo”: sa che  il sostegno politico dell’Italia nella successione di Blatter si compra per niente, con qualche complimento. E gli altri, per  esempio i catalani? .

Strana sensazione, di gladiatori nell’arena, seppure senza sangue, di commedia dell’arte aggiornata al Duemila, a Juventus-Bacellona per la finale di Champions League. Di calcio, ma addomesticato. Come un esibizione di Harlem Globetrotters, di vecchie glorie senza artigli. Giusto per la tv, per i soldi .
Un piccolo mercato sono anche le immagini rubate degli spettatori, i soli che hanno pagato.

“Noi minacciosi? Ci sono missili e navi americane che in 17 minuti possono raggiungere Mosca”, Il “Corriere della sera” dà grande spazio a Putin, due pagine di intervista. Più una prima pagina promettente: “Non sono un aggressore, patto con l’Europa”. Ma in prima sulle navi americane il “Corriere” ci mette dei “sommergibili”, non i missili.

“Metà dei geni dell’uomo sono gli stesi del lievito: effetto di antenati comuni”. Che scoperta. Tutto è ora scoperta.

L’Italia propone a Bruxelles la tracciabilità delle produzione, la Germania si oppone. Come finirà?
In realtà la partita è già finita, è in corso da molti anni, e la Germania (con Olanda, Belgio, Baltici, Finlandia, etc.) ci vende di tutto come se fosse tedesco.

Non processeranno Blattter perché ne hanno paura, è scommessa certa. Platini per primo ne ha paura. Non per nulla l’unico segreto uscito sono i cinque milioni che Blatter ha dato all’Irlanda per far passare la Francia al Mondiale. Chi si somiglia si piglia. 

Quanti disastri, Obama

Il fallimento dei due negoziati per il libero scambio, con l’Europa e con l’Asia, bocciati dalla Camera, sarà l’ultimo dei disastri della presidenza Obama? Il presidente più popolare lascerà probabilmente il più alto numero di disastri. Un po’ come Kennedy (Vietnam, Cuba, mafia), l’altro presidente più osannato dai media, che però è durato solo tre anni.
Disastri interni ed esterni L’inopinata ripresa degli scontri razziali nelle città americane razziali è uno. L’Obamacare, il sistema sanitario aperto che stenta a decollare dopo cinque anni, un altro.
Obama ha riportato l’Europa alla guerra fredda con la Russia. Non ha più un interlocutore in Israele. Ha rovesciato i regimi militari arabi per favorire i mussulmani. Tra i mussulmani ha armato e finanziato, in Libia, in Siria e in Iraq, i più estremisti (“in funzione anti-Al Qaeda”….).
La nuova guerra fredda è paradigmatica. Obama ha voluto il golpe anti-Yanukovich. Dopodiché ha montato basi anti-missilistiche in Polonia e in Romania (“contro l’Iran….”), annullando di fatto il fondamentale trattato Abm del maggio 1972, che finora la disinnescato la minaccia atomica. Dopodiché, quando Putin ha visto il bluff prendendosi la Crimea, ha imposto le sanzioni – all’Europa. E ora vuole basi americane “avanzate”, cioè in Europa, Baltici e Romania.

Stupidario greco

Grecia dentro, Grecia fuori? Oggi è dentro - oppure no.
Perché si stringe, c’è il vertice europeo fra dieci giorni. Ma il ritmo è un giorno dentro e due fuori, per un po’ di speculazione sui questi cialtroni europei. .

Ogni eurocrate ha una banca d’affari con la quale si confida, almeno una. Ha cioè un\a amico\a affarista. È evidente – molti giornalisti ne fanno esperienza quotidiana – la collusione dell’euroburocrazia con le banche d’affari, cioè con la speculazione, sulla tragicommedia greca.

Ma più di tutti impone lo stop-and-go Angela Merkel, la supercancelliera. Sarà questo l’asse Berlino-Londra – Londra come capitale degli “affari”.

In Germania Merkel è criticata, talvolta, per lo stop-and-go, per il troppo poco troppo tardi, e altre non memorabili prove di statemanship (bisognerà dire stateladyship?) Parlano invece molto i giornali(sti) italiani, estasiati da tanta statemanship. Beh, Merkel in mano a Fidia no, ma a Crepax potrebbe venire non male, con stivali, tacchi a spillo, e frustino, in pelle nera.

L’economista Giavazzi volentieri vedrebbe la Grecia fuori della Ue. Ma ha un dubbio: “La vera domanda è quanto ci interessa mantenere in Europa non tanto il museo della nostra civiltà, quanto soprattutto la delicata cerniera  geopolitica fra Europa e paesi islamici, in primis  la Turchia”.
Dio ne liberi? Ci interessa è la parola giusta - è l’Europa. Ma la Grecia ponte alla Turchia?

Mentre la Ue tartassa gli ortodossi (la Grecia, la Russia, la Serbia) riducendoli in povertà, il papa li molcisce, proponendo loro l’unione sul giorno della Pasqua. Ma questo è un punto troppo serio per uno stupidario. 

L’unione delle chiese

Il papa propone agli ortodossi l’unione delle chiese con l’unificazione della data della Pasqua. Non basta, una “e” le divide profondamente, si veda dal racconto, qui di seguito, che ne fa Astolfo, nel romanzo in via di pubblicazione “La morte è giovane”. È la “e” del Filioque: se cioè lo Spirito Santo discenda dal Padre e dal Figlio, come recita il “Credo” latino, oppure no (la controversia sulla e era stata preceduta da quella sul da tra Tertulliano e Marcione - Tertulliano aspro rimproverava a Marcione, e la contesa fu lunga: “Voi dite che Cristo è nato a mezzo di e non da una Vergine, e ancora, “in una matrice e non da una matrice”), l’ortodossia è dura in materia teologica.

L’eresia latina sta nelle due derivazioni dello Spirito, dal Padre e dal Figlio: nel Credo lo Spirito “procede dal Padre e dal Figlio (Filioque)”. Per l’ortodossia o vera fede, invece, Unigenito è sia il Figlio che lo Spirito:
- Il Padre sarebbe altrimenti il nonno dello Spirito – pappù, ha osato beffardo il fraticello Serafino, non incomprensibile. È l’igumeno spia sovietica, o bulgara, come Patrizia insinua tra le effusioni? Improbabile, inutile: l’odio verso l’Occidente è di suo antico e feroce. Per una e.
“Tutto è del padre, argomentò il Concilio unionista di Firenze nel 1439, “lo stesso Padre lo ha donato al suo unico Figlio generandolo, a eccezione del suo essere Padre: anche il procedere dello Spirito Santo dal Figlio”. Il “Credo” orientale invece lo nega. È che lo Spirito è recente: entra nel “Credo” al Concilio ecumenico del 381 a Costantinopoli, ma senza il Filioque. Questo lo introdusse nel 447 il papa san Leone Magno. Senza dolo, sulla base d’una tradizione alessandrina e latina, e prima che Roma conoscesse e facesse suo, nel Concilio di Calcedonia nel 451, il “Credo” niceno-costantinopolitano del 381. La formula è entrata nella liturgia latina lentamente, tre secoli dopo il “Credo” di Leone Magno, nei quattro secoli successivi. Fino a che il papa “ritornante” - fu tre volte sul trono - Benedetto IX nel 1054 non scomunicò il patriarca Michele Cerulario. Ma tre secoli d’iconoclastia avevano già diviso l’Oriente dall’Occidente, mentre i maomettani dilagavano su entrambi i teatri, dalla Persia a Cadice. L’Oriente ha poi ripreso a venerare le icone con ardore ma l’unità non si ricompose.
L’ultimo tentativo di riunificazione fu pure una festa laica, di ragione e tradizione, il trionfo dell’umanesimo. A Firenze e Ferrara convennero dall’Oriente in settecento, eruditi e santi, in testa l’imperatore e il patriarca, recando in dono dialoghi di Platone che si credevano perduti. Con l’ultraottantenne Giorgio Gemisto, che nella cristianità voleva introdotti un po’ di dei - che poteva scandalizzare chi non avesse letto Dante, la “Monarchia” e la “Commedia”, sul concorso di pagani, poeti e storici alla salvezza. Accolti dalle migliori intelligenze, molti tra essi aretini, fondatori di biblioteche, e da Niccolò Cusano, il cardinale tedesco dell’“Elogio dell’Idiota” e del Dio nascosto, “che tanto più si rivela quanto più resta inaccessibile”. Leon Battista Alberti finalmente vi arrivò, arrivò a Firenze al seguito di Eugenio IV, e la dotò delle sue architetture oltre che del certame dei letterati – felice infine di tornare nella città che riteneva la sua, pur non avendola mai abitata, perché era quella del babbo che da bastardo fantasmizzava. Bessarione e Marco Eugenico, metropoliti di Nicea e di Efeso, furono gli “oratori principali” dei greci al Concilio. Nell’“Oratio dogmatica de unione” alla non convinta delegazione greca il 13 e 14 aprile 1439, Bessarione spiegò l’unità della verità. Giorgio Gemisto, detto Pletone, fu un secondo Platone, che egli presentò come riferimento per l’unità filosofica delle fedi. Arezzo ne erediterà il neoplatonismo, insieme con la Romagna. Il papa Eugenio IV generosamente decretò il 6 luglio 1439 la fine dello scisma, con la Bolla di Unione “Laetentur coeli”.
“La traduzione e diffusione in greco della Bolla d’Unione il papa affidò a Traversari, preferito all’altro grecista del concilio, Pietro Vitali, calabrese di Pentidattilo, perché “filogreco”. Ma Ambrogio Traversari di Portico di Romagna, generale dei camaldolesi, coetaneo e compagno di vocazione del Beato Angelico e di Lorenzo Monaco, riformatore, uscì spossato dal concilio, dove aveva svolto le mansioni di traduttore simultaneo grecolatino, e morì immaturamente nello stesso 1439. Poi Costantinopoli ci ripensò. Eugenio IV allora schierò una squadra di umanisti. Nominò il nipote Francesco Condulmer cardinale, protonotario della Ca-mera Apostolica, ministro delle finanze cioè, e ambasciatore sul Bosforo. Con Giovanni Tortelli, viaggiatore in Grecia e a Oriente, che diverrà cubiculario segreto del papa Niccolò V, autore del “De Ortographia”, il manuale latino che Roma scrive correttamente Rhoma. Carlo Marsuppini, futuro cancelliere della Signoria fiorentina, traduttore dell’“Iliade” e della “Batracomiomachia”. E Giovanni Cesarini, legato in Germania. Ma i latini si persero i documenti che sancivano l’unione, e i greci la respinsero”.
(continua)

La povertà delle Regioni, di spirito

Si sospettava, si teorizzava, si sapeva, che l’ordinamento regionale avrebbe accresciuto gli squilibri regionali stessi, i virtuosi facendo più virtuosi, comunque  più ricchi, i meno favoriti più sfavoriti. Ma il bilancio non è così equilibrato: è molto peggiore. Soprattutto dopo la devolution leghista del 2001. Dacché la sanità, l’energia e altri importanti settori sono stati devoluti alle Regioni.
Non ci sono praticamente amministrazioni regionali virtuose. Quella che si pretende più virtuosa, la Toscana, ha avuto il governatore uscente riconfermato plebiscitariamente malgrado un buco provocato e avallato alla Asl di Massa di ben 400 milioni – rifiutando peraltro, nella sua ipervirtuosa sanità, le cure più costose agli ultraottantenni, al coperto della polemica contro l’accanimento terapeutico.
Buccini, cronista di razza e non non d’assalto, fa una galleria delle insufficienze con gli stessi protagonisti, Bassolino, Formigoni, Galan, Vendola, Crocetta, Marrazzo, Scopelliti, Cota, Marrazzo, tutti o quasi tutti finiti in tribunale. Per dire, tirando le somme, che il decentramento ha annegato e non selezionato  una classe politica, una classe dirigente. Non ha bisogno di dare un giudizio: il linguaggio dei suoi interlocutori parla per se stesso – riportando la politica alle parole e ai fatti, senza il magnetismo dell’immagine tv, specie nei curatissimi palcoscenici dei talk-show, se ne vede immediato lo stato miserando.
Goffredo Buccini, Governatori. Così le Regioni hanno devastato l’Italia, Marsilio, pp.332 € 18

sabato 13 giugno 2015

L’Europa sospesa

Dieci anni fa Germania e Francia sospesero Maastricht, per poter spendere fuori bilancio. Ora sospendono Schengen, perché non vogliono i profughi – non gli immigrati abusivi, i rifugiati politici. Questa è l’Europa.
Gli stessi che cinque anni fa hanno stritolato l’Italia, ridendo. Mentre perpetuano la crisi con l’incredibile gestione del caso greco: un giorno la Grecia sarà salvata, due giorni no, per far guadagnare affaristi e speculatori.
A otto anni dalla grande crisi delle banche, l’Europa è la sola area economica ancora in crisi.
L’Europa è sospesa, dunque. Meglio: appesa. Alla Germania. La quale, avendo jugulato il resto dell’Europa a Maastricht, alle sue esclusive condizioni, con una banca centrale europea che è solo una denominazione diversa della banca centrale tedesca, sola prospera.  
Non è l’Europa? Sì, l’Europa è questa. Ma non un’Europa federale, come dicono i ttattai, e nememno confederale.