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sabato 29 agosto 2009

La crisi è finita, per i banchieri

Profitti come prima, a Intesa a Unicredit comprese, e laute provvigioni: è tutta qui la ripresa dell’economia di cui i banchieri, compreso Mario Draghi, il governatore della Banca d’Italia, si compiacciono. A che prezzo, e a che livelli di attività, Passera & co. non sono tenuti a dirlo, e non lo dicono. Ma la situazione non è cambiata da fine giugno, valgono sempre purtroppo le considerazioni allora svolta (http://www.antiit.com/2009/06/segni-di-ripresa-di-che.html).
La crisi è solo passata dal risparmio e le banche alle finanze pubbliche, ed è quindi più grave. Tanto più che gli stessi soggetti "salvati" avranno interesse a speculare sui debiti degli Stati: la finanza resta e resterà il motore del sistema e la speculazione ne è parte costitutiva, l'azzardo è il suo giudizio di Dio. Ci vorranno anni prima di tornare ai livelli ante crisi, ripresa è una parola vuota.
Il debito pubblico è cresciuto in alcuni paesi industriali per rifinanziare le banche. In tutti crescerà per gare gli interessi sul debito, interessi cresciuti con la crisi. Per l'Italia, per esempio, che ogni anno deve finanziare sui 500 miliardi di debito, le nuove emissioni vengono a costare sui 7-8 miliardi in più, qest'anno e anche l'anno prossimo. In alcuni è cresciuto troppo: Usa, Gran Bretagna, Germania. La ripresa, di conseguenza, quando verrà, sarà lenta e difficile proprio per l’eccessivo peso del debito in rapporto al pil. Nei maggiori paesi industriali, Usa, Giappone, Germania, la disoccupazione è ai record storici, e non ci sono segnali di un suo rapido riassorbimento. La produzione ristagna in quasi tutti i paesi occidentali, presa nel circolo vizioso del calo della domanda, pubblica a privata.
La liquidità straordinaria, iniettata dai governi e dalle banche centrali, è stata indirizzata, non c'è chi non lo veda, verso impieghi a loro volta liquidi, verso i vari listini finanziari cioè. Le banche hanno avuto buon gioco a giocare sui listini ai minimi dal dopoguerra - Unicredit è cresciuta in poche settimane di sette volte. Mentre irrigidivano le condizioni del credito alle attività produttive. Gli indici dell'inflazione in calo sono una conferma quasi notarile della sterilizzazione della liquidità: una catastrofe.
E ora sotto tiro il debito pubblico
È finita del resto, forse, la paura per i mutui non garantiti, se è vero che le banche sopravvissute sono tornate in bonis, ma non è finita la crisi. Le stesse banche che alimentano l’euforia dello scampato pericolo lo dicono anche, attraverso i loro araldi, il “Financial Times” e l’“Economist” nella City e il “Wall Street Journal”: adesso bisogna fare pulizia dei Pigs, i paesi troppo indebitati (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna – in realtà la I sta per l’Italia: cane non mangia cane, l’Irlanda non è sotto tiro). Con lo stesso meccanismo usato per i mutui non garantiti: gonfiarli, guadagnandoci, e guadagnarci sgonfiandoli. Le stesse banche che hanno favorito e finanziato l’indebitamento dei Pigs, tutti paesi europei, ora puntano a indebolire i loro protetti, per indebolire l’euro. Il premio per l’abbattimento dell’euro sarebbe enorme, tanto quanto per i paesi europei lo sconquasso che subiranno.
Le agenzie di rating confermano il progetto, ponendo sotto revisione, cioè rivedendo al ribasso, il rating del debito dei paesi europei più indebitati. Ogni economista sa che il debito non è mai troppo e non è mai troppo poco. La consistenza e la qualità si valutano in rapporto alla capacità di ogni economia di pagarne i costi. Ma questa capacità è oggetto di valutazione soggettiva, e su questa breccia irrompono le agenzie di rating, tutte legate ai maggiori investitori internazionali, peprsone singole e fondi. È così che il debito giapponese al 200 per cento del pil può essere ritenuto sostenibile, o quello americano al 150 per cento del pil, mentre quello italiano, attorno al 115 per cento del pil, può, se interessa a qualcuno dei soci delle agenzie, essere declassato e “venduto” – avvenne così nella crisi della lira nel 1992.
Quanto l’attacco all’euro partirà ancora non è deciso. Ma sarà più presto che tardi, forse questione di settimane. Il munizionamento è pronto. Dopo l’intenso fuoco di sbarramento operato da oltre un anno da “Ft”, “Economist” e “Wsj”. Non senza ragioni, naturalmente: ogni buona speculazione s'innesta su pilastri solidi. E il pilastro ora sembra essere la stessa impudenza dei banchieri centrali. Che più di tutti sanno dove la liquidità è stata indirizzata.
Pazienza per Bernanke, il capo dela Federal Riserve era in attesa della riconferma. Ma Draghi va oltre il tollerabile. Il governatore si giustifica col dovere di non creare sfiducia, che però non ha sentito quando alimentava il panico, suonando ogni mese la campana dell’indebitamento, e sibillando il crollo dei consumi e della produzione. Sente questo dovere ora che le banche, per prima la sua Goldman Sachs, tornano ai profitti e ai benefit di prima.
Bisogna dubitare della ripresa per questo stesso fatto: la sicurezza di impunità che dilaga nei banchieri. I profitti delle banche si fanno sui margini: interessi e commissioni. Che con la scusa della crisi sono state ovunque raddoppiate. Col benestare delle varie autorità di controllo, i Draghi. Non si rileva in nessun posto una ripresa degli impieghi, che al contrario languono. Né sarà marginale o indifferente l'attacco all'euro preannunciato.

Secondi pensieri (31)

zeulig

Curiosità - È stupida (non è profonda), ma tiene compagnia. È socievole.
Aiuta, bisogna sempre cominciare qualcosa di nuovo.

Democrazia – Forse è una dottrina senza fondamento. È un raffinamento dello spirito – proprio così, alla Crébillon fils, come la galanteria, per quanto oggi sembri inverosimile, lo era a quei tempi. Si prenda il democraticismo (egualitarismo) intellettuale. È snob, superficiale, comodo, ipocrita, pudicamente perverso, perfino opportunista, libertino incoerente. Anche nella passione. È visionoe, forse turpe. Allora, la democrazia non dev’essere intellettuale? Non teorizzata ma praticata? Deve venire dai fatti, dalle viscere? Non è mai successo: la gente si accomoda al peggio, ci sguazza. L’uguaglianza è solo una dottrina, non innocente.
L’uguaglianza presuppone l’individualismo. Non come dottrina, come prassi consolidata, robusta. Non come causa, come fattore coesivo. Può aversi in una società libera, realizzata, matura, la sola che possa cominciare a pensare ai beni collettivi. L’ugualitarismo sovietico è stato un guscio vuoto e lascia tante macerie perché inculcava l’odio dell’individuo, il peccato.

Dialettica - È l’indeterminato delle filosofie orientali. È cabbala: dal due l’uno etico. È anche l’atto della riproduzione.

Divenire – Tutto scorre da dove a dove, da nessun inizio a nessuna fine, dal nulla al nulla, significa anche: qui siamo e qui restiamo. Segnali d’aria, nella macchina del vento – banderuole?
L’essere certo è divenire, ma non per questo è (più) consistente. Non è neppure tanto logico. Bisogna anche intendersi sul nulla, se nulla viene dal nulla, come dice Lucrezio, e nulla vi finisce, come dice la chimica. Che è ben detto, ma insensato: tutta la letteratura sul nulla è aria.

Dio – Forse vuol essere normale, sarà per questo assente. Ha tentato con la creazione, non gli è venuta bene, e se ne sta tranquillo, per i fatti suoi.

Nietzsche l’ha detto chiaro nel”Crepuscolo degli dei”: “Non ci sbarazziamo di Dio perché crediamo ancora nella grammatica”. Il Dio che è morto è quello della logica.

È “quella cosa che si chiama Dio” di san Tommaso.

Elementi – Le quattro sostanze della fisica antica, e della musica, ci sono. Hanno statuto di forze della natura nella fisica contemporanea: gravità, elettromagnetismo, forza nucleare forte, forza nucleare debole.

Entelechia - È la qualità della cosa nel senso del limite, il destino avverso – altrimenti la cosa è espansiva, innovativa. Uno è quello che è in negativo, altrimenti si trasforma. Chi è nervoso non fa differenza fra un mal di testa e un cancro, un pettegolezzo e una citazione in tribunale, uno scherzo e colpo di cannone. Chi ha paura di tutto non distingue un topo da un’atomica. Chi ama piangere piangerà tutte le gioie della sua vita. Chi è pacifico non lo scuoterà la guerra.
Ognuno nasce col destino – il carattere. Con i limiti dell’imprinting, la storia, i linguaggi, la fisiologia. Ma la razionalità, il cambiamento in corsa, è eccezionale, è vero.

Erotismo - È un linguaggio naturale, il linguaggio del silenzio quanto nessun altro. La parola vi entra per il suono, non per il significato: “Ti amo” è un concetto banale. La pulsione è un gergo naturale, non storico.

Esilio – È la condizione normale: movimento, migrazione, sradicamento. La stabilità è valore massimo perché è qualcosa che si perduto, da cui i riflessi condizionati tuttavia fuggono,, per qualcos’altro ce forse è un miraggio ma è più appetibile perché è promesso di diverso. Contro venti e tempeste, una migrazione ininterrotta si affolla implacabile per i sentieri del mondo. È una migrazione volontaria. Metà dell’Italia del Nord vent’anni fa era nata in un altro luogo.
Si fugge tuttavia dal “mismanagement and grief” di Brodskij, dal peggio al meglio. Gli emigranti come gli esiliati. Non si va dal meglio al peggio, da Roma al mar Nero.

Filosofia – Procede per verbi infiniti, perfino sostantivizzati, specie la filosofia tedesca. Quindi per indeterminativi. Quando li complica in phrasal verbs va per fantasmi.
È poesia, legnosa, inelegante? Plutarco da tempo lo dice: “Principio della filosofia èla ricerca, e principio della ricerca sono lo stupore e il dubbio”.

Libertà – La zingarella che abbindola la vecchietta, il borsaiolo egiziano dalla faccia impassibilmente tosta, lo scippatore inespressivo, uno penserebbe ai destini perduti. Ma non c’è sfruttamento, né reale bisogno, mentre c’è l’uso, se non il piacere dell’abiezione, nell’abilità dell’azione. Come per alcuni c’è il piacere della violenza. La felicità, che fonda il progresso, e presuppone la giustizia, che a sua volta presuppone i “valori” (il bello e il buono), è esito psicologico, mentre la violenza è istintuale, e il fanatismo (pregiudizio) tribale. La libertà è una scelta – un problema di libertà. “Puttana libertà” la dice Berni nelle “Rime”.
La libertà si definisce solo socialmente, con la libertà degli altri. La legge che entra nei diritti soggettivi, come modernamente usa (suicidio, o eutanasia, droga, terrorismo intellettuale) ha questo limite.

Lingua – Che parentela ha con il sesso? La sperimentazione linguistica si eccita con i turbamenti erotici: Joyce, Proust, Céline, Breton. O compensa il sesso: Sylvia Plath, Virginia Woolf.

Normalità – È connessa al numero, anzi è solo statistica. Normali sono anche le devianze, cioè la contraddizione, nel senso della Varka di Cechov (“Voglia di dormire”), la bambinaia che strangola il bambino nella culla per poter dormire: ingordigia, masochismo, violenza. L’equilibrio e la forza di conservazione, sempre necessari alla propagazione della specie? Sono forse dei processi chimici – ora disponibili in farmacia su ricetta della Asl.

Politica – Prolunga la gioventù, la fase della vita dai molti progetti e dalle poche o nulle responsabilità, e per questo è ambita e popolare. Altre attività, meno selettive e faticose e di maggior successo, economico e anche sociale, l’avvocatura, la medicina, l’ingegneria, implicano comunque delle responsabilità anche gli inizi. La politica è come l’imprenditoria: pur assorbendo tutto il tempo e l’attenzione, è accrescitiva e non responsabile, o poco in rapporto all’illimitatezza del progetto.
C’è un’età della vita, connotata dal fare più che dagli anni, in cui si progetta: ci si proietta liberamente, e con relativa irresponsabilità, nell’immaginario, la fantasia, la creatività. E un’età, che può anche cominciare presto, in cui la responsabilità prevale, e quindi l’ananke: la regolarità, la continuità, la prudenza.

Razionalità - È un processo, non un fatto: da ciò che è percepito in modo chiuso (ostile, distruttivo) a ciò che è percepito in modo chiaro (nelle conclusioni o anche soltanto nell’analisi). È un modo. Heidegger, “Oltre il limite”, 11, ne parla come di un metro, una misura.
Statisticamente è la follia – un’anomalia l’anormalità.
C’è solo in Occidente, ma l’Occidente è piccolo, e nella sua storia la razionalità ha uno spazio ridotto, in paragone con l’esoterismo, il masochismo, la numerologia, l’alchimia, lo sciamanesimo, l’astrologia, la religione, eccetera.
La crisi della ragione è la crisi della politica. Della razionalità ridotta a tecnica servile, nella dottrina (Diamat), il potere (burocrazia, totalitarismo), desiderio (propaganda e consenso).

Realtà – Una sensibile lastra fotografica “vede” più dell’occhio umano, un rilevatore di ultrasuoni “sente” di più.

Tempo – La stazionarietà è impossibile, impensabile anche. Perché l’essere è il divenire, certo. Ma si sa che è una misura, di che?

Utopia – È la certezza, non il sogno, di una cosa.

zeulig@antiit.eu

giovedì 27 agosto 2009

Il letto di Putin rianima "Repubblica"

La tiratura di “Repubblica” il 26 agosto 2008, un martedì, era di 793 mila copie, quella del 26 agosto 2009, un mercoledì, è stata di 630 mila. Un tracollo. Ma anche un segno di ripresa, seppure modesto: “Repubblica” ritorna sopra le 500 mila copie vendute, dopo essere stata sotto, l’anno era cominciato molto male. Ad agosto 2008 “Repubblica” diffondeva, cioè vendeva, 580 mila copie in media ogni giorno, ad agosto 2009 un primo calcolo dà 518 mila. A giugno era peggio: un primo calcolo delle vendite dà 466 mila copie giornaliere, contro le 524 mila di un anno prima.
Oltre che di “Repubblica” si è anche arrestata tra luglio e agosto l’emorragia di vendite del “Corriere della sera”, benché meno grave. I due maggiori giornali tornano a crescere. Che erano quelli più colpiti dalla crisi di copie e pubblicità. Sono anche i giornali che con maggiore virulenza si sono buttati sulle disavventure matrimoniali e di letto di Berlusconi. E' una coincidenza, e forse una spiegazione.
Provvisoriamente è anzi questa l’unica spiegazione possibile del rebounding, della modesta ripresa: i giornali che fanno l’opinione pubblica in Italia hanno invertito il ciclo negativo in contemporanea con – se non a causa di - la campagna di letto contro Berlusconi. Prima con la "minorenne" Noemi, su dritta di Veronica Berlusconi e delle sue agguerrite pr. Poi con la stagionata D’Addario, su autodenuncia della stessa, documentata, specie sull’uso del “lettone di Putin”.
Il calo di vendite dei maggiori quotidiani è andato avanti per un paio d’anni. Coincidenti peraltro col governo di centro sinistra, per il quale i due giornali sono schierati. Il calo era diventato una frana a partire da marzo 2008, in coincidenza con la crisi politica del centro-sinistra. Per la disaffezione presumibile dei lettori ex democristiani, che non si sono sentiti tutelati dall’euforia pro Veltroni, e nell’incredibile affare Mastella.
Nel 2005 il “Corriere della sera” vendeva 682 mila copie quotidiane, “Repubblica” 630 mila.
Nel 2006 il “Corriere” era ancora a 680 mila, e “Repubblica” a 627 mila. Nel 2007 il calo è stato sensibile ma gestibile: per il “Corriere” a 661 mila copie, per “Repubblica” a 622 mila. Nel 2008 il crollo: il “Corriere” si ferma a 621 mila copie, “Repubblica” a 556 mila.
Il 2009 è cominciato peggio. Il primo quadrimestre ha registrato un ulteriore fortissimo calo per entrambi i quotidiani. Il “Corriere” è sceso da 647 mila copie vendute in media al giorno nel primo quadrimestre 2008 a 574 mila. “Repubblica” ha fatto peggio, da 610 mila a 508 mila. Ad aprile il quotidiano romano è sceso per la prima volta dopo diciotto anni sotto le 500 mila copie, 492 mila.
Sui mesi successivi non ci sono dati, neppure degli editori. Ma ragionando sulle tirature dichiarate, con una resa storica del 19 per cento della tiratura per il “Corriere” e del 21 per “Repubblica”, giugno è stato il mese peggiore per entrambi i quotidiani: “Repubblica” ha venduto 466 mila copie, il “Corriere” 524 mila. Era il mese del crollo elettorale del partito Democratico, che i due giornali sostengono. Ma anche i mesi precedenti non erano andati meglio: per il trimestre aprile-giugno 2009 si calcola una diffusione di appena 483 mila copie giornaliere per il quotidiano romano, contro le 549 mila di un anno prima, e di 531 mila per il quotidiano milanese, contro le 610 mila del secondo trimestre 2008.
Agosto segna, sempre ragionando sui dati della tiratura, una inversione di tendenza e forse di ciclo: 518 mila copie per il quotidiano romano, contro le 508 mila del primo quadrimestre, e le 466 mila di giugno. Mentre per il giornale milanese le vendite si aggirano sulle 586 mila copie giornaliere, non molte di più delle 574 mila del primo quadrimestre, ma con una decisa ripresa rispetto alle 526 mila di giugno. Già a luglio le vendite per il “Corriere” erano risalite a 572 mila copie.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (41)

Giuseppe Leuzzi

L’odio-di-sé-meridionale
Siamo sudditi. Primitivi, materiale per antropologi. Non abbiamo essere, né quindi diritto di parlare, se non come pentiti. Ma i nostri antropologi non sono Bateson, Malinowski, Mead, Leiris, Lévi-Strauss, Meillassoux, neppure Griaule con tutte le sue architetture. Sono Biagi, Bocca, Leoluca Orlando, e qualche gesuita ignorante.
Non ci sono gesuiti ignoranti, ma in Sicilia sì.

“Il sole nella questione meridionale” è trattatello di Antonio Altomonte sul “Caffè”, 1972, n. 2. Sulle condizioni climatiche che, come voleva Madame de Staël, influenzano i prodotti dello spirito, tra i quali la letteratura. “Di conseguenza”, diceva Madame, “non più una letteratura italiana, una francese, una russa, una inglese, eccetera, ma due grandi tipi di letteratura: una settentrionale e una meridionale”.
Altomonte ritrova l’argomento nel “Gattopardo”, in cui il principe del titolo spiega a Chevalley, l’uomo di Casa Savoia: “Sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste”.
Nel mezzo ci sono i viaggiatori stranieri tra Sette e Ottocento, per i quali tutto al Sud era classico e bello, anche i briganti: “Fu il tempo della gente del Sud amante del bello, cordiale, aperta d’animo, dalla fantasia accesa, come i colori del sole che lustrava abitati e arenili”, ricorda Altomonte. Poi venne l’unità, “e subito qualcosa cambia anche nel carattere degli abitanti delle regioni meridionali, che vengono descritti piccoli di statura, dal tratto arabo, nonché pigri, bugiardi, privi d’iniziativa”.
Ora, i meridionali stessi si ritengono tali. Magari dicono il contrario, ma lo pensano, specie la notte.

Paradiso e diavoli ricorrono già in una descrizione dell’Italia in versi di John Harvey, 1728, che Voltaire traduce nelle “Lettere inglesi”, pp. 125-129. Un poeta di cui si ricorda un’opera epica in sei volumi, “The Bruciad”, finita nel 1729 e pubblicata quarant’anni dopo, sugli eroismi di un Bruce di Caledonia, quando ancora Walter Scott non aveva creato il mito della Scozia, in difesa dei suoi diritti conculcati, “che gli Stuart, i Douglas, i Graemes e i Wallace” emulavano.

Ognuno è causa del suo male. Per buona parte del Sud, la Sicilia e la Calabria, prevale la cancellazione del sé. Complicata in Sicilia dalla storia – è il paese europeo con più storia – nonché dall’abbondanza delle testimonianze. Che non si possono celare, e dall’essere stata bene o male regno e vice-regno. La Calabria, latinizzata via Sicilia, segue la Sicilia in tutto, non solo nel linguaggio. Ma non avendo quel patrimonio, non ha altro che l’odio di sé. Non c’è mare in Calabria, non c’è montagna, non c’è olio, non ci sono arance, non c’è storia, non ci sono monumenti. Solo povera gente, sporcizia, prepotenza, corruzione.

Alvaro e l’odio-di-sé meridionale – 2
La Calabria c’è spesso nei primi articoli di Alvaro, corrispondente da Parigi del “Mondo” nel 1922, ma rifiutata. È un reperto.
In uno degli articoli Alvaro ha la “desolata sera meridionale sotto la cui stretta le città diventano più anguste e le lontananze in sormontabili”. Alvaro manzoneggia. La serata meridionale può essere più breve, più luminosa, più gemütlich. Rispetto alla serata settentrionale, ovvio. D’estate, poiché il racconto di Alvaro è estivo. È rischioso umanizzare il paesaggio e il firmamento, si fa ideologia. Alvaro ha anche, nello stesso elzeviro, “Usi e costumi”, una paginetta uscita sul “Mondo” l’11 gennaio 1925, una “storia meridionale di tranquille sopportazioni e di violente risoluzioni”. Quanto tranquille? Ne è sicuro?
Sempre sul “Mondo”, il 7 settembre 1923, c’è il testo più misterioso di Alvaro sul “ritorno”, che egli intitola “Ricordo della Calabria”. Denso di cose non dette: recriminazioni? dispetto? nostalgia? E di che? A volte siamo privati di un’origine, delle radici, non per colpa. Al paragrafo “Una civiltà che scompare” esordisce: “Il carattere primitivo e naturale, che era l’unico stile della Calabria, va scomparendo, senza trasformazioni”. Condannando la Calabria alla mancanza di storia. Non degli eventi, quelli non mancano mai, ma della memoria. La damnatio memoriae si praticava in antico quando moriva un tiranno: è la Calabria tirannica per Alvaro? Un’origine infetta.
Nello stesso articolo c’è un primo “ritorno in treno”, che si ritroverà in tanti racconti e negli articoli del postumo “Un treno nel Sud”. Il calabrese, si sa, deve viaggiare molto in treno su e giù per lo stivale. Questo è una celebrazione gioiosa di San Luca, un’eccezione.
San Luca è ovunque in Alvaro, perfino nella tragedia “Medea”. Ma avulso, un reperto perennemente senza contesto, i cui significati sono servili: abbandono, trascuratezza, violenza, asocialità.
Alvaro vi tornava raramente, e solo per un giorno, per salutare la mamma. Si dice che non voleva rischiare d’incontrare gli Stranges, da lui perfidamente dipinti in “Gente in Aspromonte”. Non per sentirsene minacciato, ma per un’oscura colpa.
Anche del padre, che ricorre in molti racconti, l’immagine è tra sbiadita e critica. Anche dove è più felice, nei campi fuori del paese. Che pure l’ha voluto “Alvaro”, fortissimamente: colto, scrittore, emigrato.

Pentiti
La spia s’inebria della violenza senza limiti (l’indiscrezione malevola, e le trappole, le calunnie, gli incidenti, perfino l’assassinio, l’attentato nelle forme più diverse) nel nome delle istituzioni, e dei valori più sacri, la libertà, la democrazia,. La patria (la nazione, l’indipendenza). È un piacere totale, e totalmente irresponsabile, alla portata di chiunque, sia esso abietto o imbecille. Senza regole anche: lo sbirro deve invece sottostare alle leggi.
Si estende nella figura del pentito: la delazione fa parte dell’arsenale spionistico.

8 gennaio 1996. Molti pentiti, venticinque, garantiscono che la mafia in Calabria è Gaicomo Mancini. Il giudice Verzera ci crede, col procuratore Pennini. Sono “giovani”, persone cioè che non hanno mai fatto nulla nella vita, e anche del genere fascisti di sinistra, che va di moda su “Repubblica” e per la carriera. Su “Repubblica” dove Scalfari ha conoscenza diretta e approfondita di Mancini.
Alcuni mafiosi, non altrettanto numerosi, hanno confidato a Caselli che la mafia è Andreotti. Caseli ci crede. Ma non è un cretino.

15 ottobre 1997. La famiglia Brusca al completo, tre figli e un padre, quattro animali con le zanne, che vuole dare Andreotti in pasto a Riina (in alternativa: vuole subentrare a Balduccio di Maggio nella posizione di Primo Pentito della Procura di Palermo), è uno sketch sublime. Che lascia perà imperturbabile il Procuratore vicario Lo Forte. Ma anche il suo capo Caselli. E i giornalisti, tanti, tutti, che fanno capo al Circolo della Giustizia palermitano. Si può anche pensare che il senso del ridicolo è scomparso in Italia. Ma ricordando che i mafiosi ne sono caratteristicamente sprovvisti.
Dieci anni fa Andreotti: la mafia nobilitata da Caselli
Sono dieci anni il 23 ottobre che Andreotti è stato assolto a Palermo dopo il lungo processo per mafia, avviato dal Procuratore Caselli. Un processo che ad altro non servì se non alla nobilitazione della mafia, per i best-seller di Biagi e Bocca. Nonché degli editori Rizzoli e Mondadori, si capisce che i loro giornali tengano Caselli in gran conto, il nobilitatore. Mettere Riina accanto a Andreotti è stato riconoscere alla mafia lustro intellettuale, potenza, capacità politica, capacità di governo. Nelle stesse questioni di giustizia, attraverso i pentiti, che sono in genere i killer, i mafiosi più ignoranti e feroci.
Quello che non era riuscito ai mafiosi in cento e più anni, e a cui essi sono anzi inetti, costruirsi una leggenda e un ruolo sociale, è stato il regalo di alcuni Procuratori della Repubblica. Preterintenzionale?

Un baraccone di processo, su e giù per l’Italia, frotte di avvocati, questurini, magistrati, cancellieri, giornalisti e pentiti in carovana. Davanti a un Tribunale che ascoltava visibilmente assente. E come avrebbe potuto occuparsene, di un processo con 120 mila fogli di accusa, cinque o seicento testi citati dall’accusa, e nessuna prova?

“Lei conferma”, chiese il sostituto Lo Forte a Di Maggio al momento clou del dibattimento, “l’incontro e il bacio tra Andreotti e Riina?”. “Sì”, fu la risposta. L’unica “prova”, dopo due anni di dibattimento, a carico di Andreotti. Sulla parola di un pentito cafone e pasticcione – che purtroppo era anche un confidente, probabilmente dei carabinieri.

leuzzi@antiit.eu

mercoledì 26 agosto 2009

Vent'anni fa si dislocava l'Italia

“Il mondo com’è” registrava vent’anni fa, il 26 agosto 1989, la fine degli Stati nazionali:
“Decentramento e autonomie, comunitarismo negli Usa, sussidiarietà a Bruxelles, si va verso il disfacimento dello Stato unitario, costruito con molti lutti nel corso di più secoli, in Francia, in Spagna, in Inghilterra, in Russia, e sanzionato dalla Rivoluzione francese e da Napoleone. Sul presupposto che il valore politico supremo fosse l’unità – ex impero. I valori sono ora i diritti locali, i privilegi, le esclusioni.
È una deriva pericolosa, dice Maxime Rodinson intervistato per il giornale: “Ci si rinchiude in se stessi, come il racconto di quell’autore polacco che anticipava “La peste” di Camus: subentra la misantropia e l’egoismo”. È un tema di destra: Action Française, Daudet, movimenti nazionalistici regionali, fronti patriottici, il nazionalismo delle piccole patrie. Però, con quali argomenti! No alla leva. Dopo un secolo e mezzo, anzi due, possiamo liberarci dell’incubo della guerra necessaria, o guerra come condizione permanente, per tornare a Clausewitz. Fiscalità modulata, perché no (v. Scandinavia)? Scuola aperta, perché no? Purché lo Stato garantisca un livello minimo – sussidiarietà – a tutti.
Si dice la devoluzione necessaria anche per poter costruire l’Europa unita, e probabilmente è così. Il caso britannico della common law. Il comunitarismo sociale in America, fortissimo, e il decentramento della polizia, della magistratura, della politica, della politica industriale. I vecchi statuti locali mai abbandonati in Svizzera e in Germania: si comprende l’antimilitarismo e il pacifismo in questi paesi, che hanno radici molto più antiche della Schuldfrage –mentre lo Stato nazionale ha deciso che non poteva essere se non imperialista”.

La Dc governava a sangue freddo

Della storia che non si scrive: “Il mondo com’è” registrava venticinque anni fa, il 26 agosto 1984, il decisionismo democristiano.
“A differenza degli altri partiti, la Dc prende le decisioni in cold blood. Perché ha il potere e il senso del potere – una scacchiera enorme – e forse una visione. Sia pure il mantenimento del potere, cioè la capacità di catturare il consenso.
Gli altri partiti, che gestiscono solo chiacchiere, vi si perdono: ci credono. La Dc, che gestisce eventi drammatici, e alcuni anzi li provoca – il terrorismo, le stragi, le logge, i dossier, i processi artefatti, le feroci calunnie intestine – lo fa con freddezza. Natta si riterrà certamente superiore a Andreotti, ma dovendo immaginare un colloquio tra i due non c’è confronto: Andreotti sa a che cosa serve parlare con Natta, Natta no.
L’unico politico che la Dc mostra di temere è Craxi. Ma non farà mostra?”

martedì 25 agosto 2009

L'imputtanamento dell'opinione

La riedizione della biografia della moglie di Berlusconi, “venduta” agevolmente come anticipazione dalla Rizzoli Corriere della sera e dall’autrice Latella, confidente e addetto stampa della Berlusconi, al gruppo Murdoch in Inghilterra (“Times” e “Observer”), concorrente e nemico di Berlusconi marito, è ripresa così rafforzata (“l’ha detto il «Times»”) da “Repubblica”, “Spiegel”, “Huffington Post” e altri media. Si gonfia a questo modo una bomba che dovrebbe portare all’incapacitazione politica di Berlusconi marito. Nelle more di un divorzio e della divisione dell’asse ereditario tra i figli.
Il divorzio e le “parti” tra i figli sono un fatto privato, e della peggiore specie – roba cioè di consiglieri, consigliori, matrimonialisti, patrimonialisti. Che tuttavia fanno l’opinione pubblica. Si parte cioè dagli interessi della moglie di Berlusconi e dall’abilità della sua addetta stampa, e si arriva a una crisi politica. Peggio: si rafforzano gli interessi stessi della moglie, nonché quelli di Murdoch, che attraverso Sky distribuisce in Italia molte mance, “creando” una crisi politica.
È un modo singolare di formazione dell’opinione pubblica, e quindi di governo della politica, ma non isolato, e anzi caratteristico. Si arriva all’opinione attraverso mediazioni: dei soggetti coinvolti, i “dichiaranti”, e di fonti anonime, attraverso indiscrezioni, segreti, calunnie. Di soggetti cioè che non sono pubblici e, in teoria, non avrebbero parte all’opinione pubblica. Ma che nello stato attuale dell’informazione sono la parte sempre vincente. Nel presupposto che la parte denunciante rappresenti il dovere cosiddetto civico. Anche se torbida, e perfino quando è immorale.
Nel caso in questione, al centro dello scandalo privato-politico è una prostituta. Dichiarante questa non segreta né anonima, e anzi esibita. A differenza del Watergate, lo scandalo che è all’origine dello stato attuale dell’informazione, dove la “gola profonda” fu segreta, benché di vita proba. Ma i due scandali non sono diversi, la natura essendo la stessa, l’imputtanamento dell’opinione pubblica. D’Addario, a differenza dell’informatore del Watergate, non ha bisogno dell’anonimato perché la natura – la regola - della sua azione è quella stessa della sua professione.
Una natura – una regola - che spiega l’irrilevanza dell’opinione pubblica negli ultimi trentacinque anni, dopo il Watergate. Negli Stati, i pochi dove vanta una tradizione, in Europa e nel Nord America, e negli affari internazionali – qui soprattutto. Per il privilegio accordato al complotto nella storia. Che per sua natura si svilisce, il vero complotto è la dottrina del complotto. Si riduce cioè al pettegolezzo. Nel quale i rifiuti della storia sguazzano: le ragazze sceme, spregiudicate, prostituite, i procuratori dei processi estivi, i giornali di Murdoch che un tempo si sarebbero detti “gialli” o “scandalistici”, e perciò ininfluenti, gli interessi di potenti editori che governano la politica – il potere - gestendo impuniti lo scandalo.

Letture - 12

letterautore

Baudelaire - Il dandismo come forma attraente (presentabile) di misantropia. Per lui e per gli interlocutori: parenti, editori, direttori, amici, scrittori, artisti.

Céline – L’impuro del puro. La malvagità del buono, l’autore del roman communiste della Francia – così il “Viaggio” per il comitato di lettura Gallimard nel 1932.
Come i buoni sentimenti (l’odio della guerra, dei prepotenti, dei parolai, dei profittatori, dei furbi, delle consorterie , massoniche, ebraiche, degli ipocriti – i comunisti) possono degenerare in mostruosità. Non basta il buon motivo: le passioni vogliono essere temperate.
Che rapporto c’è fra il principio – la buona ragione – e la realtà, la storia? Perché ottimi fini possono degenerare in pessimi effetti? Per errore. Ma cosa porta all’errore? L’immaturità, o impreparazione: per superficialità, studi scarsi, aggressività. Ma si può essere impreparati, oltre che per difetto, per volerlo essere, perché si è scelta una via di non compromesso: intransigenza, radicalismo. Non c’è bene dunque se non nel compromesso, mediocre, senza eroi, impuro, non accettabile? E funzionale – a misura cioè della storia.

È la disperazione coerente. La coerenza non è il silenzio (lo è in uno dei personaggi del “Viaggio”, ma fa ridere), è la disperazione stessa, la distruzione. Céline, che vive la vita tragicamente, va fino ad autodistruggersi.
Porta anche alla disperazione: troppo conseguente moralmente, troppo abile scrittore.

È lo scrittore tragico del Novecento. Ha scritto un “Inferno”, l’infamia dell’universale. Si applica ai temi del genere epico (guerra, tradimento, amore, crudeltà), cioè alla morte, e la concelebra in tutte le sue forme, comprese quelle contemporanee dell’autodistruzione: l’abisso proprio e della Framcia, gli odi e gli scheletri nell’armadio del dopoguerra.
Ha la scrittura del secolo: interrogativa, ansiosa, violenta e trattenuta allo stesso tempo, indagatrice e assertiva – minacciosa. Ne narra, anche, le vicende: la prima guerra, i tradimenti intellettuali tra le due guerre, la seconda guerra, il collaborazionismo, le imposture del dopoguerra. Ha la sua buona parte di storia familiare, adolescenziale e atroce, della mamma in mancanza della zia, ma storicizzata e perfino sociologizzata, il muro intesse e ricama solido.

L’antisemitismo (Rodinson, Cattaneo, Yergin…) è parte della reazione romantica contro il capitalismo e la modernizzazione. In Céline no, è duro e refrattario: è parte dell’odio piccolo borghese, che Céline stesso ripetutamente narra, per ogni forma di potere, sia pure di facciata (carriera, modi di vita). Che è il substrato della società francese, al fondo di ogni sua crisi politica, e a metà degli anni Trenta si esprimeva nell’insultante “meglio Hitler che Léon Blum".
Céline è razzista. Ma non disprezza l’ebreo. Il suo disprezzo va all’“inferiore”, allo schiavo, all’africano incivile. L’ebreo lo odia. Se ricco, e per il senso di esclusione che genera.

L’odio dei massoni come quello degli ebrei. E l’odio della sinistra politica, del radicalsocialismo, come conseguenza dei due. Si resta sempre nel mal di pancia piccolo borghese, il complesso di esclusione. Seppure non senza fondamento: la massoneria nella Terza Repubblica è stata invasiva, e tipicamente elitistica (sono la Terza Repubblica e la scimmia italica che giustificano gli studi di Mosca, Pareto, Sorel). Ma c’è una causa specifica.
La leadership è più (ri)sentita se si basa su premesse intellettuali, di conoscenza, di fede, di etica. L’intelligenza è il bene che si presume più democratico. Non lo è, basandosi sull’istruzione, la tradizione, la tribù, ma ci gratifica con l’illusione di esserlo. Atteggiata in forme snobistiche perde il sapore ludico, e se si occupa di politica e fatti sociali, si manifesta come irritante irresponsabilità (Thomas Mann si irrita molto di più per molto meno con la famiglia ebraica della moglie in “Sangue velsungo”). Atteggiata in forma di circolo ristretto, è la negazione di se stessa.
È un don Chisciotte reale, quindi tragico. Un millenarista (catastrofista) da fine secolo – una categoria che viene posticipata, il secolo si conclude in genere con gli auguri. In “Morte a credito” l’ironia sulla tecnica che non decolla è la constatazione, amara, non compiaciuta, della “fine” del secolo.

La lingua asintattica vuole riprodurre ritmi esistenziali. Nel senso della vita vissuta, e della filosofia esistenziale.

Sembra il perfetto fascista, compreso il dispensario dei poveri. Del fascismo anche come rivalsa: Céline disprezza Laval e Pétain, odia i tedeschi (come li odia lui nessun “resistente” nella Parigi dell’Occupazione), ma è indispettito dei privilegi cui la democrazia fa da nido. Ne è invece l’opposto, il radicale antipolitico, comunque alieno dalla violenza. Ogni sfiato di Céline è classista. Anti privilegio: ricchezza, influenza, cordate. Tema tipico è il confronto, ogni paio di pagine, tra dame inguantate e impellicciate, o splendidamente nude, e “vecchie” mamme curve sull’uncinetto o prostitute, tra un mondo dorato e uno senz’aria. Contro il proustismo e il gidismo = contro il culo dilagante = contro l’establishment.
Ma tutto è establishment, tutto ciò che ha successo. Compresa la sinistra politica. Detto da tanto a sinistra da risultare di destra. Una sensibilità su questo punto talmente acuta da portare all’autoesclusione – Céline è “nato” con un premio Goncourt. Non è misantropia. O è la misantropia dei filantropi.

Erasmo – Non ha ancora un’edizione critica. Per essere rimasto cattolico.

Ermeneutica – Di Marx o della Bibbia o delle pandette, o dello stesso Heidegger, è ancillare e sterile. Serve a rafforzare il principio di autorità, dell’interprete contro il lettore cioè, e non rende neppure servizio a chi onora: costringe testi e autori alla ripetitività e all’insignificanza, li frantuma. È come dice Metodio di Olimpo nel “Simposio”: come i fuchi gira attorno alle foglie delle piante, invece che come l’ape intorno ai fiori e ai frutti.
È intollerabile. Bastano le diverse traduzioni della Bibbia, in ebraico, in greco, in latino, in italiano. E ora Marx, Obama, Andreotti…

Giustizia - È una delle passioni elementari, come la libertà, l’amore, l’odio. Difficile da enucleare e definire, se non intuitivamente, essendo nota a tutti nelle sue più riposte pieghe - la realtà che non è semplificabile in canoni, né normativi né conoscitivi. È stata già in antico materia di tragedia. E spiega il successo del giallo, genera popolare della stessa materia, la popolarizzazione degli stessi plot tragici. Per la sua diffusa latitanza.

Iconografia – Nell’arte “classica”, fino al Settecento, è meno ingenua di quanto sembri. Molto meno. È con l’arte contemporanea che il soggetto si banalizza - come tutto?

Libro - Diverso a ogni lettura, diverso dalle intenzioni dell’autore, è muto. Non argomenta in realtà, neanche il pamphlet, e non entra in contraddizione. È flessibile e muto.
È per questo dominio del lettore – il quale magari ci vorrebbe un messaggio netto, ma ormai è abituato a fantasizzare, anche se secondo certi canoni. In misura maggiore che ogni altra forma di comunicazione. In ragione della massa: il numero delle parole, la forma libro, cioè chiusa, la grafica, del testo e delle copertine (la vecchia Bur è un’altra lettura ce la nuova, anche se incornicia lo stesso testo).

letterautore@antiit.eu

giovedì 20 agosto 2009

Il giornale totalitario

Stamani mi sono alzato alle sei, quando mi sono svegliato. Avendo deciso da qualche tempo che è inutile tentare di riaddormentarsi, si finisce per poltrire tra pensieri cupi, che alzandosi invece si dissolvono. Ma alle otto ero nero. E senza che fosse successo nulla nelle due ore. Oh sì, alle sette apre il giornalaio, e alle otto avevo finito di leggere il giornale. Anzi, di rileggerlo. Con sgomento, come ora che sono le undici, e ho potuto conversare col barbiere, il macellaio, il vinaio, il fruttivendolo, di niente di speciale e anzi delle consuete trite banalità, ripetute, ripetitive, me ne rendo conto, che comunque però vedono la televisione, e non si censurano. Il giornale promette in grande la lista svizzera dei conti segreti. Con commento. Ma si tratta dei conti americani. Quelli milanesi sono dentro, in uno dei tanti articoli della cronaca cittadina, non fra i più importanti, anche se si calcolano in 40 miliardi (quaranta miliardi?). Milano merita la prima e una pagina perché progetta una divisa per i tassisti, naturalmente firmata. Una pagina dice la Sicilia milionaria col Superenalotto, perché s’intasca l’imposta erariale, una piccola parte. Un’altra dice Buccinasco feudo della ‘ndrangheta. Il che non può essere vero, e comunque, per un meridionale, tanta insistenza è odiosa. Una pagina è sulla potentissima figlia di Berlusconi. Una, come tutti i giorni, su cosa pensa e dice Mourinho – che per fortuna ha trovato in Lippi uno capace di mandarlo a fare in culo. Questo nel giornale più diffuso e stimato d’Italia.
Non c’è il gelato che non si scioglie. Nobilitato dall’Unione europea per essere un Ogm, e quindi un prodotto moderno, nonché della Unilever (Algida), che tutto può a Bruxelles. Il gelato che non si scioglie? Non ci sono le censure di Fernanda Pivano all’innamorato Pavese. Non c’è l’Ici al sette per mille in due terzi dei comuni italiani sulle seconde case – gli assessori sono voraci.
C’è un mondo di fuori che è putrido. Che dovrebbe essere il nostro mondo, la città, la società, la cultura, l’Italia che ci tiene in vita malgrado le eterne frasi fatte di sempre col barbiere e il macellaio. Ed è invece pregna di furbizia, faziosità, cretinismo, fino a scoppiarne.
Ho cambiato il giornale, lasciando quello nel quale sono cresciuto, la coscienza laica della nazione. Perché appunto si specializzava in cazzate, purché urticanti, un pugno nello stomaco, un calcio nei coglioni, eccetera. Ho preso questo, che tutto sommato è il giornale dei vescovi, a partire da quel bacchettone di Bazoli. Insomma, non c'è rimedio. Non alzarsi alle sei? Non leggere il giornale? Ma c’è un totalitarismo dell’informazione (dell’opinione pubblica, poveretta) contro cui è dovere civico opporre resistenza.
Poiché non è possibile fare i partigiani alla macchia, proviamo con gli appelli. Presidente Napolitano, lei che ha a cuore la libertà di stampa e del pensiero, spenda una parola buona col Lor Signori. Che ci facciano un giornale. Se non eccellente, che almeno non ci prenda in giro. Siamo nella società totalitaria dell’ipocrisia e l’idiozia, e lei ne è il Presidente. Si ribelli.

Il mondo com'è - 21

astolfo

Anticapitalismo – Quello di sinistra è ormai solo di destra – antimarxista: estetico, aristocratico, apocalittico, superomista. Identico anche il non detto: il disprezzo della libertà.

Capitalismo - È caduto con la crisi l’ultimo appiglio dello spirito protestante del capitalismo – che in Italia si attribuisce a Max Weber. Si sapeva che il capitalismo è stato cattolico, e ebraico, prima e dopo la Riforma. Dove l’indagine di Weber poteva verificarsi è nel fatto che il capitalismo moderno, che è la democrazia liberale, si realizza correttamente, e forse al meglio di se stesso, là dove c’è un pluralismo sociale reale, cioè un concorso d’interessi. Questo avveniva nelle società protestanti: Usa, Regno Unito, Scandinavia. In Francia e in Italia, e nella stessa Germania, a metà cattolica, a metà pietista, il capitale non è libero – regolato cioè da leggi uguali per tutti – ma è sanzionato dal potere politico: è il governo e non la legge che decide se una azienda va protetta oppure no, e perfino se va fatta fallire oppure no. Ora questa differenza, se mai c’è stata, non c’è più.

Lavoro - È aristocrazia. Solo con l’applicazione si realizza il bello-e-buono. Anche attraverso la pause, certo – il tempo è fatto di pause. Se non si costruisce non si è.
Il borghese fallisce quando accumula per non più lavorare – per non accumulare: i figli disappetenti e tutti coloro che vivono di rendita. I borghesi di Zola possono essere così sordidi solo perché vivono di rendita, o quelli di Gadda, ancorché elemosinata. Compresi i figli che s’immaginano la rivoluzione, sempre per disappetenza, mangiandosi svogliati le consonanti.

Medio Evo - È il minimo comune denominatore europeo, il punto in cui i barbari, slavi, tedeschi, britanni, vichinghi, si sono messi alla pari con i civili. Tra il prima imperiale e il dopo rinascimentale – durato fino a tutto l’Ottocento, la rivolta dei barbari è il Novecento.
È il Medio Evo del bruto feudatario e del fabbro. Non di altri mestieri che, per esempio il muratore, avrebbero perpetuato l’antica divisione tra barbari e civili. Per non parlare dei mestieri riflessivi, come il ciabattino – per il quale bisogna portare le scarpe.

Novecento – È, in Europa, i barbari al potere. Fino a tutto l’Ottocento i barbari, slavi, tedeschi, vichinghi, integrati in qualche modo nella civiltà nei lunghi secoli del Medio Evo, hanno cercato d’imparare anche il Rinascimento, con qualche difficoltà. Il corso è durato quattro secoli, fino a fine Ottocento, quando hanno pensato di avere imparato abbastanza.

Occidente – Lo distingue la condizione della donna, e dei diritti umani in genere, così si dice. No, lo distingue l’amore, la metafisica dell’amore. Che non c’è nelle altre culture, in africa o nell’islam, tra gli Aztechi o i Maya, in Cina, in Giappone, in India - c’è arrivato nel Settecento, con la Monaca portoghese, è di diritto comune dagli anni 1930, col cinema.

Pedagogia – È la scienza umana in più grande richiesta, proprio mentre, o perché, la sua istituzione specifica, la scuola, perde identità e si demoralizza. Le masse di turisti che pendono dalle labbra di ciceroni improvvisati, le masse che bevono reverenzialmente la tv (“l’ha detto la tv”), le masse acculturate delle visite guidate, per le quali i musei si sono riorganizzati in funzione didascalica e semplificata.
La crisi della scuola ne è una causa, più che un effetto: non c’è nessun orgoglio nell’aver fatto una buona scuola (un tempo si vantava anche una semplice licenza elementare: “Ho fatto un’ottima quinta”), mentre c’è di qualsiasi viaggio o gita fuori porta. Mancando di criteri di giudizio, naturalmente ci si accontenta di assicurazioni: “il più antico”, “il più grande”, “il più ricco” eccetera. La rassicurazione è la chiave di questo bisogno di pedagogia. Non è una domanda di cultura – d’intelligenza critica – ma di sicurezza. Così è vissuta la storia, come un altro evento dell’attualità. I cui elementi di lettura devono essere semplificati: rassicuranti e inadeguati. L’Occidente si è messo al passo della civilisation americana, in non molto tempo, trenta, forse quaranta, anni. Di masse inacculturate, che tuttavia ritengono proprie la cultura greca e quella romana, e l’opera omnia di Bach, e se ne appropriano attraverso il criterio pseudo-agonistico del “più”. Sono così contenti, e oltre non vanno. È la “vecchia” civiltà di massa, di cui si temeva l’avvento e che ci ha già seppelliti.

Psicanalisi – Fa della liberazione una prigione a vita: l’analizzato-ando non ascolta più, e forse non sente, imbozzolato nel suo sé liberato-ando. Nell’informe, irrealizzato e irrealizzabile concetto del sé, e del sé “realizzato”. Parola che non ha nemmeno un senso. Eh sì, l’analista agisce proprio come il quaresimalista sulle beghine – solo al rovescio, prospettando la salvezza attraverso l’affermazione invece che attraverso la rinuncia.

Nata per curare l’isteria, avrà indotto la depressione. Altra malattia incerta, ma sicuramente di massa e indotta, che comunque si cura solo chimicamente. L’analisi, che non sa curarla, non l’avrà idotta, anche nei non pazienti? La induce indirettamente, per il tipo di liberazione che prospetta.

Sarà stato detto che è una forma di preghiera, sebbene al dio sconosciuto. Non è infatti una confessione, è un’iterazione liturgica. Come il pep talk, è ripetitiva e ossessiva. E a carattere sadomaso invece che autocompassionevole. Cioè, l’autocompassione è volersi puniti. Anche per il peso che vi ha il sesso – o non sarà l’antisesso?

Pubblicità - È autoreferente, giustamente creatrice di miti. Si è indotti a credere alla propaganda, per quanto sfrontata, non per la sua superiore razionalità (subconscio, sublimine, eccetera, troppo sub) ma per la sua modalità ripetitiva. E alla fine non ci sono limiti: si compra, e si apprezza, l’inesistente, si crede a tutto, anche non credendo, si elimina l’avverso-ario.

Rivoluzione – È tornare allo stesso posto, e dunque? In greco, attesta Savinio, è kìnema, cinema.
Socialismo – Non è stata una buona idea legarlo all’economia. L’economia ha un peso e un’estensione enorme nel benessere. Ma non da ora, da qualche millennio, diciamo all’inizio dell’era romana. Da ora, diciamo da un paio di secoli, domina il mondo (sicurezza, stabilità, equilibrio, voglia di vivere, socievolezza), l’uomo, la personalità. E questo è male. È una mutilazione del potenziale mano. E una strada senza sbocco, anche se non intravede un’altra, per un periodo presumibilmente ancora lungo. Se il socialismo non è che economico, è impossibile. Gioca al gioco della ricchezza, che in questo suo essere economica, di commerci, profitti, proprietà, sembra debole, e invece fa il suo gioco, per quanto limitato e frustrante.

astolfo@antiit.eu

mercoledì 19 agosto 2009

Ombre - 25

General Motors si tiene Opel. Ora che il gruppo è fuori dall’amministrazione controllata, e il mercato europeo mostra segni di ripresa, la vendita farsa che questo sito spiegava il 28 maggio non ha più ragione di continuare. Se non per le settimane che servono ad Angela Merkel a vincere le elezioni, avendo salvato il secondo manifattore nazionale di auto, e a metterci dentro ancora qualche miliardo.
L’esito è anche giusto: che sarebbe Gm senza il mercato europeo? E irrilevante. Non fosse per il provincialismo che sempre alligna a Torino. Marchionne per la verità s’è defilato, deve avere capito di che si trattava già a maggio, alla cosidetta asta, con inverosimili concorrenti russi e canadesi - per il secondo o terzo maggiore gruppo automobilistico europeo. Ma Montezemolo e i suoi non ci risparmiano ogni giorno la loro disponibilità a comprare Opel.
Questo pone anche il quesito se Marchionne a Torino non sia uccello raro. Un’eccezione, e forse un caso.

Si dicono le peggiori porcate dell’Avvocato Agnelli, a opera dei legali della figlia e della figlia - unica, più o meno, prediletta. Nessuno che dica che la figlia è quella che è. O almeno che testimoni che l’Avvocato, che tanti ha beneficato, non era un ladro e un evasore fiscale. Montezemolo, Galateri, un ex manager qualsiasi della Fiat o di Ifil, un ex direttore del “Corriere”? Il nipote John Elkann, a cui ha lasciato tutto?

Calano tutti i consumi, aumentano le spese per il telefonino. L’italiano dunque è un ansioso, che digita in continuazione per sapere chi lo ha o non lo ha chiamato. E un chiacchierone, del genere diarroico: uno che spende per dire l sue minute occorrenze.

Non si gioca più da tempo al totocalcio, dove ci sono sempre molti vincitori. E sempre meno alle Lotterie, che anch’esse hanno vincitori sicuri. Si gioca al Gratta e Vinci e al Superenalotto, dove qualcuno di tanto in tanto vince, ora addirittura una cifra stratosferica. Cioè si gioca per giocare, non più per bisogno.

Fuochi d’artificio in Borsa su M&C. Cioè sul nulla. Non fosse la sigla una creazione di Carlo De Benedetti, di cui è l’ultimo (?) marchingegno finanziario. Come già la Cartiera d’Ascoli, Cdb WebTech, e altre scatole vuote. Quale sarà il segreto per cui quest’uomo poi fa la morale alla politica e all’economia dell’Italia? Osannato dagli stessi - su tutti Scalfari, ma s’immaginano dietro di lui tanti convinti investitori - cui ha preso tutto.

Don Gelmini festeggia Ferragosto nell’Aspromonte, terra come si sa di banditi e latitanti. Ma non si nasconde, anzi convoca i giornalisti per dire: “Hanno cercato di farmi del male perché spno vicino a Berlusconi”. E magari è vero. Il prete è accusato di pedofilia, ma da gente un po’ adulta, e come è normale nel suo ambiente un po’ bugiarda.

Su uno stock di 280 mila libri in inglese a prezzi dimezzati, una libreria online ha 70 mila titoli di biografie e autobiografie. Il genere dunque più venduto, dopo il religioso: i padri pellegrini amano confessarsi.

La Corte di Cassazione stabilisce che un marito islamico non ha diritto di picchiare la moglie perché “la fede islamica, ove pure non sancisca la aprità dei sessi nel rapporto coniugale, tuttavia non autorizza i maltrattamenti da parte del marito”. La Corte di Cassazione italiana, non quella di Timbuctù. Non perché la legge italiana non autorizza i maltrattamenti, ma per l’autorità della “fede islamica”.
Un giudice di Cassazione è pagato come un deputato, ma non è amovibile.

A Reggio Calabria il congresso del partito Democratico si prepara tra il segretario del partito Strangio e il Democratico Riformista (franceschiniano?) Naccari con accuse reciproche di arricchimento illecito. Naccari accusa Strangio di circolare in Jaguar, che è vero, Strangio accusa Naccari di girare per la città in “Suv superaccessoriato” Bmw X5, che è vero.

Le scuderie inglesi dicono no alla Ferrari per schierare Schumacher al posto di Massa, dopo il terribile incidente di quest’ultimo. È questo lo spirito sportivo inglese, la perfidia. Non è una novità, e forse per questo i perfidi giornali italiani omettono di segnalarla.
Come al solito, le scuderie inglesi dicono che la colpa è della Ferrari, che non avrebbe consentito a una di loro di schierare un terzo pilota. Trascurando di dire che non c’era stato nessun incidente ai piloti titolari.

Per il “Corriere della sera” Maria Teresa Meli, giornalista in bicicletta, intervista seduta Emiliano. Il sindaco di Bari, magistrato, che ha vinto la conferma con l’aiuto determinante del procuratore Scelsi, suo collega, dice che i magistrati della Dda (lo stesso Scelsi, n.d.r.) non sono competenti in materia di sanità. Sì, evidentemente, in materia di buoncostume, che gli ha valso infine la riconferma.

Per la verità, il “Corriere” premette che Emiliano è stato “rieletto alla grande per la seconda volta (per farla breve, uno dei pochi del centrosinistra che alle ultime elezioni ha vinto)”. Mentre invece è stato costretto al ballottaggio, e lo ha vinto solo in grazia della D’Addario, che Scelsi aveva in serbo.

Lo stesso Emiliano, beneficiato da D’Alema, che gli ha rifatto la città in cinque anni, anche se ciò malgrado lui stava per perdere la conferma alle elezioni, si lamenta che ci sono troppi dalemiani in giro per la Puglia. Si può dire tutto, anche al maggior giornale italiano, coscienza della nazione. Del resto, lo stesso (ex) patrono di Emiliano pare si compiaccia di far sapere che lui va in barca con il comandante della Finanza Poletti, che è anche il numero due dei servizi segreti. Come a dire: stateve accuorti!

Super Campanile d'America

Questo Bradbury è un Super Campanile, uno che si crede – creduto. E viaggia a Parigi con l’autista - seppure continuando a situare i Medici a Venezia. Ricordato da tutti i fidanzati, boy friend e amanti delle figlie, che con lui mantengono i rapporti, uomo oltre che autore felice. L’appendice a “Tangerine”, intitolata “Metafore, la colazione dei campioni”, ne è la prova. Fuor di metafora.
È vero che la letteratura è i suoi critici. Compresi gli editori e gli apparati industriali. "One more for the Road" che dà il titolo originale alla raccolta di "Tangerine", è anche un racconto ermeneutico, se il genere esiste o è da creare, quindi unico, "il primo e più lungo romanzo interstatale". Prima e più di "Sulla strada" naturalmente.
Ray Bradbury, Tangerine
Ray Bradbury, Paese d’ottobre

domenica 16 agosto 2009

L'assonante Scialoja allitterato

Il titolo “Versi del senso perso” è di Scialoja e sembra tradire lo spirito delle sue poesie. Ma ne sottolinea invece il senso recondito, perso come vago e nuovo - sono i giochi di parole a cui forse pensava Wittgenstein quando voleva rifondare il linguaggio. Il libro è del 1989, e raccoglie i sei libri di poesia pubblicati da Scialoja dal 1971, a quasi sessant’anni, al 1985, con le poesie scritte dal 1961 al 1980: sono titoli, poesie e, nelle edizioni originali, illustrazioni: “Amato topino caro”, “Una vespa, che spavento!”, “La stanza la stizza l’astuzia”, “Ghiro ghiro tonto”, “La mela di Amleto”, “Tre lievi levrieri”. Scialoja si diverte con le assonanze insistite, le allitterazioni, una girandola di anagrammi, l’assortimento del rimario, che è incongruo e non lo è, e calchi di versi noti, letteralmente vi sprofonda. Generando, seppure solitario, il nonsense e il limerick italiano, come Calvino al solito dice giusto già per la prima raccolta. Un limerick libero, non nella metrica – che oggi non si rispetta peraltro neppure in inglese, le regole ritmiche e quantitative - ma sì nello spirito: gli stessi temi, gli stessi riferimenti (geografici, zoologici, storici), lo stesso senso musicale, nella svagatezza. Ne è esemplare il più celebre, anche se rispetta le regole del genere: “Il sogno segreto\ dei corvi d’Orvieto\ è mettere a morte\ i corvi di Orte”.
Ma è una forma che resta in italiano infantile, una forma di dialogo con i bambini e di rappresentazione liberamente fantastica del mondo. Come per l’autore classico per bambini del dopoguerra, Gianni Rodari. I versi più tardi, nella raccolta “La mela di Amleto”, sono allucinati.
Toti Scialoja, Versi del senso perso, Einaudi, pp. 285, € 14,50

Il Sud è com'era

Trentasei comuni della Piana di Gioia Tauro visitati in un mese e mezzo, due. Sei mesi dopo il terremoto del 1908. Con la rilevazione di una ventina di indici diversi, istruzione, sanità, fisco, amministrazione pubblica. A opera di un vicentino, Malvezzi, e di un piemontese, Zanotti-Bianco. Un lavoro non preciso, s’immagina, benché dettagliato. E tuttavia la ristampa dopo un secolo – le “Note” sono uscite nel 1910 - sembra di un libro attuale.
L’incuria è forte. La religiosità pure, con grande sperpero di denaro per le feste religiose. Il latifondo, ce occupa gli storici calabresi, vi è sconosciuto: “La proprietà vi è fazionata oltre ogni credere”. I luoghi sono feraci, di olio, di vino, di ortaggi, ricchi di350 frantoi: “La Piana di Gioia, che si estende dalla marina fin dentro l’Aspromonte, è uno dei più incantevoli paesi d’Italia”. Lo Stato non c’è – c’è ma è come se non ci fosse. E il ceto politico: “Ricordo”, scrive Zanotti-Bianco, “con che senso di meraviglia un deputato raccoglieva da noi informazioni sui paesi più abbandonati del suo collegio”.
Bene, non è cambiato nulla. Cioè male. Dei 33 comuni di cui i due studiosi hanno indagato i bilanci, l’80 per cento delle entrate era dato dalla sovrimposta sui terreni e i fabbricati, uguale per tutti, a prescindere dal reddito complessivo dei soggetti, e dai dazi al consumo, l’Iva di oggi, in aggiunta alla patrimoniale e ai dazi del governo. Il contributo del governo non arrivava al 5 per cento del bilancio dei comuni. Imposta e sovrimposta sui terreni erano quelle di quarant’anni prima, quando il vino valeva il doppio, e i vigneti non erano stati colpiti dalla filossera, e l’olio tre volte il prezzo corrente.
I sussidi dello Stato sono indirizzati alla scuola. Ma sono una miseria: i Comuni spendono per la scuola un quinto delle entrate, lo Stato contribuisce per appena un sesto della spesa. “Interamente privo di sussidi governativi è il settore sanitario”. Niente anche ai lavori pubblici. Edifici scolastici compresi. Neppure dopo il terremoto.
Il divisionismo
Opera d’insolita intelligenza anche fuori della statistica, là dove affronta la futura storia delle mentalità, con la “personalità dei paesi” di Rodenbach: ogni paese “ha, si può dire, uno «stato d’animo» che lento s’insinua, che non sentito s’inocula in ci lo vive e lo soffre”. Uno Squillace “studioso della questione meridionale”esperto del Meridione si segnala con questa citazione da antologia: “La ragione prima della lentissima evoluzione della Calabria va ricercata in certe passate condizioni di fatto che hanno formato quello spirito di individualismo che pirta non al separatismo, a cui nessuno pensa, ma al divisionismo; cioè alla mania di appartarsi ognuno per sé, contento di un ideale ristretto qual’è quello della propria famiglia o del proprio villaggio, e che porta, per immediata e necessaria conseguenza, il concetto esagerato della propria individualità. La solidarietà sociale è in Calabria un’idea inconcepibile, e la cooperazione delle forze un fatto finora quasi impossibile. Questo divisionismo, alla sua volta, non è che l’effetto dello stato di profonda ignoranza che rappresenta non solo un ostacolo passivo ma una forza attiva che agisce contro il progresso”. E quanto attiva…
La storia certo può cambiare. Gerace, che i pochi anni di deputazione di Vittorio Sgarbi hanno mutato in città di arte e storia, è ricordata da Malvezzi e Zanotti-Bianco per “le grotte trogloditiche”. Fra un secolo ci sarà magari uno Sgarbi per tutto l’Aspromonte occidentale, che pure è tanto ricco.
Giovanni Malvezzi, Umberto Zanotti-Bianco, L’Aspromonte occidentale, Nuove Edizioni Barbaro, pp. 180, € 12

venerdì 14 agosto 2009

Secondi pensieri (30)

zeulig

Amore - È giovane. Non è più vecchio di Ero e Leandro. L’amore-passione poi è giovanissimo.

È occidentale – non c’è nelle altre culture, non prima del cinema, anni 1930. Ma è follia e non raziocinio. Addolcisce tutto, anche il matrimonio. E tuttavia è tema principe, sempre in Occidente, dove è nato ed è confinato, sotto la specie delle disgrazie dell’amore. Ogni amore è portatore di disgrazie senza fine: maledizioni, minacce, figli perduti o nascosti, ricatti, tradimenti, castrazioni, depressioni, assassinii. Non è legato al piacere, com’è nei presupposti. O allora a quel particolare piacere che è sofferenza: è l’amore masochista?

Creazione - È propria dell’uomo: la natura evolve, l'uomo crea, anche interrompendo e rovesciando dei flussi naturali.
C'è un creazionismo, antinaturale.

Deserto – Uno vi è sempre al centro.

Dio - Un dittatore. Se pure Cristo, il suo figliolo, ha dovuto mandarlo più volte a quel paese. La bestemmia è certo peccato grave, si capisce che Cristo abbia dovuto pagarlo con la croce, ma non ha più colpa chi incita e quasi obbliga alla bestemmia?

Libertà - È solo a Dio che possiamo farne capo – il Grande Inquisitore si sbaglia: non all’orgoglio (diavolo), non a un errore. Talmente è vasta e aperta, come orizzonte, e delicata nei suoi bilanciamenti, mobile, vivida.
È il miracolo, nella legge dell’universo che vuole l’implosione e il declino, nell’entropia universale: ecco perché non si giustifica e non si spiega. La libertà non viene dalla ragione, è energia.

Metafisica – Si occupa della morte. Riflette sull’essere perché è ossessionata dal non essere, per queto è triste.

Mito – Ne abbiamo bisogno, noi contemporanei, non per alleviare l’esistentema per riempirlo. Il nostro esistente p un Ersatz, e come tale ha bisogno continuamente d’inverarsi, attraverso le moderne litografie, cioè la pubblicità e la propaganda.
È anche semplice, essendo autoreferente, crescendo a valanga: basta mettere in gira la prima “voce”.

Natura - È totalitaria, tale che nessuna difesa è possibile – ci si può difendere da Dio, dalla natura no.

Nulla - È, come lo zero, concettualizzabile e inesistente. È, come lo zero, servile.

Onni – Non vuole dire niente, i concetti totalitari sono contradittori: se manca il limite manca il senso, si svuota il concetto della sua misura, l’infinito della storia, l’eternità del tempo, l’onnipotenza della libertà, e la libertà delle necessità, l’onniscienza dell’ignoranza, il destino della mancanza.
Concettualmente il paradosso è evidente. E ontologicamente? Nella realtà sociale non si danno fenomeni totalitari – se non quelli, insufficienti, della scienza politica. E in quella fisica? Nel moto (perpetuo), la forza, la materia, qual è il peso dell’opposto?

Realtà - È enigmatica, non essendo semplificabile per canoni, né normativi e neppure conoscitivi. L’irriducibilità all’astrazione – e alla classificazione – si può dire suo segno di riconoscimento, e sua qualità o assenza.
Non è umana. Non è cioè né ragionativa né poetica. Il mondo è confuso e violento, e subdolo. Compresa la natura degli uomini, gli istinti cioè e i percorsi mentali, che incontrollati derivano al male.

Religione – Rientra nell’estetica, è forma superiore (astratta) di arte. La “più” sublime, certo.

Silenzio – Separa, ma può essere una forma di attenzione. Si a scolta con attenzione. E anche le cose tacciono quando sono presenti.

Solitudine - È uno stato ricercato e non naturale: l’uomo nella natura non è mai stato isolato. Per forza di cose biologicamente, ma anche socialmente: si va in gregge.Può essere una ricerca acquisitiva, una scelta di volontà. Oppure diminutiva, un lasciarsi andare.

zeulig@antiit.eu

La Rai ha torto, e non vi diciamo perché

I tre giornali nazionali attaccano la Rai, in servizi di contorno, commenti, e interrogativi retorici, perché ha deciso di lasciare la piattaforma Sky per una sua propria, sia pure con Mediaset. Senza timore di schierare in questa crociata pro Sky perfino il presidente della Repubblica – che peraltro si lascia schierare. Ma soprattutto senza aver mai spiegato che c’è da tempo questo progetto. Che il mercato della tv a pagamento è molto cresciuto. Che il digitale terrestre allarga molto l’offerta d’informazione, segmentata per settori specifici d’interesse, e quindi il mercato pubblicitario ai vari settori legato. E che la Rai, come certo Mediaset, non vuole, e non dovrebbe, lasciare questi mercati a Sky.
È una battaglia di idee? Si può pensare la campagna anti Rai parte della campagna politica contro Berlusconi, padrone di Mediaset. Ma anche Murdoch, padrone di Sky, non è affarista di poco pelo. Sky è in una situazione di monopolio, alla quale è solo giusto, e anzi meritevole, creare un’alternativa, specie di prezzo, dov’è l’idea dei suoi paladini? È disonestà professionale, di giornalisti e commentatori tv cui Sky furbamente ha assicurato convenienti vetrine? Forse. Ma è soprattutto l’inutilità del giornalismo, ai fini dell’opinione pubblica. Come già per i famosi referendum contro le tv private. Il giornalismo è purtroppo parte attiva, e non vittima, del vuoto politico nel quale i suoi padroni tengono l’Italia.

mercoledì 12 agosto 2009

L'estate della guerra al Sud

È attacco concentrico al Sud, sul salario, la sanità, la scuola, la lingua. Senza alcuna provocazione da parte del Sud. Neppure sul gelato per dire, che al Sud indubbiamente sanno fare meglio. O sul mare, che al Sud è veramente trasparente. Da parte degli stessi giornali che polemizzano sulle scarse o mancate celebrazioni dell’unità. È un’aggressione, costante, sfrontata. In particolare del “Corriere della sera”, col suo nuovo lombardissimo gruppo dirigente, e l’intollerabile Stella. Anche Alfano, l’unico ministro meridionale in questo governo, non sta bene, e anzi, essendo siciliano, è più o meno mafioso. Mentre il Cavalier Vaselina molto milanesamente promette Enti e Miliardi di carta, quei due minuti del suo lungo anno che ritiene di dedicare al Sud.
Sono due settimane ormai, ma non si stancano di produrre indici, Invalsi, Pisa, Pirls (non è uno scherzo), per dimostrare che al Nord i ragazzi sono più intelligenti, dotti e bravi scrittori dei ragazzi del Sud. Non hanno avuto requie dacché il Sud ha avuto più promossi che il Nord. Senza mai spiegare che gli indici sono creazioni di menti malate, che ai loro presunti automatismi hanno ottenuto di legare i finanziamenti alla scuola. Le gabbie salariali ci sono già, da venti e trenta anni, ma per questi nuovi crociati della purezza settentrionale naturalmente non bastano. Gli insegnanti meridionali, come gli infermieri, da un ventennio graziano il Nord, perché lo stipendio non basta a pagarsi una camera d’affitto – eh sì, Milano costa più di Palermo. Ma ciò non basta agli ipocritoni, vogliono l’esame di dialetto per escluderli del tutto. La sanità pubblica costa a Milano il doppio che in Calabria, pro capite, ma piano sanitario è in deficit per colpa della Calabria – dove oltretutto gli aventi diritto sono pochi.
Non è la vittoria del leghismo, la Lega ha già stravinto da quindici anni, col suo 25,5 per cento del voto nel 1996 in Lombardia (il 21,6 nel 2008), e il 29,3 nel Veneto (27,1 nel 2008). È il nuovo oltranzismo confessionale, alla Bazoli, che governa Milano ora anche al “Corriere della sera”. Che si nega, contrariamente a Bossi, perché i preti sono sempre ipocriti, ma colpisce basso. L’onesto Galli della Loggia, che sul “Corriere” si chiede spesso come celebrare l’unità d’Italia, avrebbe ben da lavorare, se solo riflettesse alle troppe furbate del Risorgimento, che Milano ha solo il torto di evidenziare dopo l’ipocrisia piemontese. Lo stesso l’inqualificabile ceto politico meridionale, Bassolino, Lombardo, che non sa che bisogna fare invece che annunciare, o peggio minacciare, la prima cosa che impara un politico.

Nasce greca l'Italia nel Trecento

Ristampa del libro seminale di buona parte degli studi sul Rinascimento di Giovanni Gentile, specie di quelli su Petrarca e Platone. Benemerita, benché mancante di ogni riferimento all’autore, uno scrittore di storia locale dalla solidissima erudizione. Il testo, uscito a stampa nel 1888, è come se fosse attuale, per lo stato delle ricerche, non più avanzate. Mandalari rintraccia l’opera cospicua di Barlaam, monaco calabrese del Trecento, basiliano, morto vescovo di Gerace nel 1348, nelle maggiori biblioteche europee. E ne proietta la figura sulla cultura italiana che si formava nel Trecento, la filosofia con Petrarca, la lingua con Boccaccio, e l’arte. Nel presupposto – la cui promettente fecondità è ancora da esplorare – che le radici siano greche, classiche e bizantine, più che latine.
Giannantonio Mandalari, Fra Barlamo calabrese – maestro del Petrarca, Nuove Edizioni Barbaro, pp. 128, € 8

lunedì 10 agosto 2009

Problemi di base - 16

spock

Perché il presidente Napolitano non ci dice chi ha messo le bombe, dal 1969?

Sono le bombe che hanno portato al terrorismo? O che altro? Chi?

Che fa Dio in cielo, tutto il giorno?

L’eternità è contro la creazione, si sa. Ma che eternità è se tutti muoiono? Non sarà anche Dio un pentito?

Che fine ha fatto Zappadu? Ha finito le fotografie?

È vero che la Finanza ha fatto un accertamento alle Bahamas a Zappadu, o sono le isole Cayman, come a Agostino Rossi?

E chi è Zappadu?

Perché il presidente Napolitano vuole vedere la Rai su Sky?

Il bus 56 mi è antipatico perché è antipatico? O è antipatico perché mi è antipatico?

spock@antiit.eu

Il mondo com'è - 20

astolfo

Anversa – La “nouvelle Carthage” di Georges Eekhoud, per industria e capitali. I cui quartieri si chiamano la Fabrique, la Bourse. “Anseatici fastosi” dice Eckhoud, “che si recavano alla Cattedrale o alla Borsa preceduti da suonatori di piffero e di violino”. L’orgoglio della borghesia portato all’ostentazione.
Non protestante.

Autocritica – La facevano i comunisti. Ma era d’obbligo per gli antichi egizi quando avevano ammazzato, per esempio una pulce o un serpente. Gli egizi avevano una coscienza ecologica.

Biedermeier - In Italia viene imposto dopo l’unità, in controtendenza e fuori epoca. Fa da Ersatz alla vera e propria borghesia, quella intraprendente e liberale, che i Savoia temevano.

Indizio - È il sintomo. E ne ha l’ambiguità. Nei tribunali come nei romanzi gialli, e ora nella storia. L’opinione ricevuta ne fa elemento di colpevolezza in sé, per un rilievo o una causalità che esso conterrebbe e invece gli viene attribuito. Per convenienza dallo storico, per pigrizia e animosità dall’investigatore e dal giudice. Lo stesso indizio può avere significati diversi, invece, e perfino opposti.
I gialli sono più onesti: l’investigatore vi opera come il medico di un tempo, il quale, senza l’ausilio degli accertamenti diagnostici, suppliva con l’occhio clinico: sceglieva un indizio-sintomo e su quello organizzava la terapia, l’analogo del giudizio ma temporaneo e in attesa di riprova.
Il suo valore di prova viene a posteriori: è la colpevolezza che fonda l’indizio, e non viceversa.

Protesta – Ha una bizzarro attrazione, neanche inconscia, al conformismo. Si può pensare ai centri sociali, ai writers, al popolo di Seattle, o è Porto Alegre, come a un desiderio intenso di menare le mani. Cioè, più correttamente, di essere confrontati dalla polizia, non dagli assessori, dai condòmini, dai banchieri, ma da lavoratori incazzati neri sotto la bardatura anti-sommossa, con i quali darsele, per poter fare qualche giorno in ospedale e qualche giorno in prigione. Questo è logico, e anche accettabile, nella logica generazionale e in quella dell’avventura. Ma poi i centri sociali vogliono diventare birreria o pizzeria, senza pagare l’affitto dei locali al Comune, i writers vogliono spazi, altrettanto gratuiti, per i loro murales a stingere, e qualche premio alternativo, i no global sono i nuovi Verdi, che coltivano con la minaccia della violenza un posto in Parlamento.

Totalitarismo – È il dominio delle coscienze. È evidente nel caso del comunismo come del fascismo: i cittadini – il popolo, la gente, la massa – ci credono, ne sono convinti, ne sono rassicurati e anzi esilarati. Ne sono soggetti attivi. Risponde alla psicologia semplificatrice. Che può essere quella del terrorista come del piccolo borghese. Ma il fatto è psicologico: non c’è un fatto politico caratteristicamente totalitario. La Repubblica, che si fonda e opera su una costituzione democratica, nei principi e nelle articolazioni, è senza dubbio totalitaria: nella struttura di potere (non c’è ricambio, malgrado le elezioni), nel controllo politico (le centinaia di assassinii politici impuniti, di sindacalisti, braccianti, operai, morti eccellenti, in piazza e in carcere, e per terrorismo o stragi), nel controllo sociale (concussione e corruzione).
Ha sì una strumentazione illimitata, di controlli e violenze, ma se la può permettere in quanto s’è impadronito delle coscienze. O altrimenti è tirannia, la moderna dittatura. Tanto più complicato e irresistibile della dittatura poliziesca è quello culturale o sociale, delle dittature comprese, che è “democratico”, e cioè perfettamente totalitario, senza resistenze o opposizioni, e anzi convinto.
Il funzionamento, cioè il controllo, della democrazia era il tormento dei ricchi-e-potenti della Trilaterale, a cavaliere del 1970.

È la follia del progresso portata a conseguenza. Progresso come dominio degli istinti e della natura, del gioco delle azioni e reazioni, della dialettica. Poiché è fallito se ne dà immagine caricaturale, di un dominio violento in ogni sua articolazione. Mentre è fallito in un paio di casi, per la loro violenza, è vero, ma è qui tra noi in forme nemmeno tanto subdole. È il perfezionamento della teoria politica come disposizione o ordine. È un’utopia matematica, che fosse geometricamente definita in ogni punto.
Totalitaria è tuttavia la natura, tale che nessuna difesa è da essa possibile – ci si può difendere da Dio, dalla natura no. E dunque è la follia del progresso una seconda natura, natura naturans?

È fenomeno del Novecento. Perché è legato alla comunicazione di massa, e alla pubblicità o propaganda.

Si alimenta nella ristretta circolazione delle idee. Che sembra in contrasto con la diffusione abnorme della comunicazione. Ma non si trasmettono idee. Non c’è dubbio che il fondamento del totalitarismo è nel blocco dell’opinione pubblica.

Uguaglianza – È la giustizia: va contro la giustizia ciò che non è uguale.
Ma non c’è senza uniformità - è quindi ingiustizia?

Può solo essere aritmetica, economica. E d’altra parte c’è un’istintiva ripugnanza a considerare la libertà come libertà di commercio, economica. Anche perché in questo quadro pochi hanno posto: se la libertà – e il potere – va col commercio,m ne dispongono i commercianti. E dunque l’uguaglianza non va con la libertà? O va con la libertà dei pochi.

Unico - Il figlio unico eredita troppo.

astolfo@antiit.eu