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sabato 8 agosto 2026

Il giudice Falcone in libertà

La serata a Villa Taverna è per Giovanni Falcone, a fine maggio, all’aperto, grandi tavolate in giardino. L’interno non è granché. Pareti tappezzate di quadri, tutti italiani, tutti fine Ottocento, la migliore galleria forse di macchiaioli, ma monotono - è un interno borghese dei Parioli, anche con poca fantasia. Il giardino, dove sono apparecchiati i tavoli, è un vero parco invece, pieno di quinte e sorprese, si ha l’impressione di stare all’aperto, non solo ci si sta.
Da una quinta, in piena luce, appare il giudice Falcone. Che ride contento, seguito da una gentile signora, modesta. Ride a qualcosa che il giudice onorevole Vitalone sta raccontando, giovanile sotto la pelata. La luce è amplificata dalla sua consorte: la moglie del giudice-onorevole, anch’essa molto affettuosa con Falcone, è sfavillante in oro, capelli lunghi biondissimi, vestito oro, scarpe oro.
Il giudice Falcone è figura nota, per averlo incontrato di fronte all’uscita dall’ascensore al quarto piano del ministero. Il ministero della Giustizia è ipersorvegliato a motivo del terrorismo, ma passati tutti i controlli, e pigiato il quarto piano dell’ascensore, la sorpresa fu grande di trovarsi di fronte,  al corridoio del quarto piano, all’uscita dall’ascensore, il giudice, forse in una pausa dei cento passi nel corridoio del ministero. Con lo sguardo perso. Ma anche una presenza, si può dire, familiare, costante, al momento del parcheggio in centro, spostato per garantirne la protezione, rimemorandolo ogni mattina.
Il giudice Falcone appare lieta sorpresa alla fine del pranzo, di una tavolata a cui il giornalista era stato seduto con un marine dell’ambasciata taciturno, bello e molto elegante nella divisa ma assolutamente non interessato a niente. Con una signora, anche, amica dell’ambasciatrice, che viene dal Wisconsin, dove ha avviato una prospera attività di salsicce con le ciliegie. Interessante:
- L’idea non erano le salsicce ma le ciliegie. Il Wisconsin (o era il Michigan?) produce molte ciliegie - La signora aveva cominciato in piccolo, per scherzo, con gli amici, e quindi il racconto era stato lungo. Anche per mancanza, si vede, di altri argomenti, i pranzi seduti possono essere difficili.
Due giorni dopo, o erano tre?, a Torino, aprendo la radio in macchina all’uscita dalla Fiera del Libro, l’agitazione era massima, per la strage del giudice, della moglie, e della scorta alle porte di Palermo.


La benzina costa caro a Trump

Trump vittima dei petrolieri era da vedere. Uno che ha fatto tutto per loro. Permessi di ricerca e produzione à gogo, in ogni area di mare e di terra. Senza più nessuna più limitazione ambientale. Con un regalo di 50 miliardi pubblici a fondo perduto  nel bilancio 2026. E una guerra per rincarare il petrolio. E loro ringraziano vendendo la benzina il dieci, il venti, e anche il cinquanta per cento più cara. E invece succede: “Ingrati”, tuona Trump, sul suo social e su X. Perché non abbassano i prezzi della benzina, anzi – con la scusa della guerra - la vogliono sempre più cara.
Sfugge a Trump anche l’ultima “ragione” della sua guerra insensata all’Iran – la ricapitalizzazione dell’industria petrolifera con uno zoccolo del prezzo del petrolio greggio sempre più alto e robusto?  Di fattole compagnie petrolifere non determinano il prezzo alla pompa dei carburanti –per la benzina non più del 5 per cento delle pompe è gestito dalle compagnie petrolifere – quelle che producono e raffinano. Ma la benzina è in America tema sensibile.

L'Europa si suicida per legge

“Un suicidio assistito rimane pur sempre un suicidio”, Comminato da un’altra persona, più spesso per denaro. “Guy Debord scelse di suicidarsi alla vecchia maniera; Jean-Luc Godard – «il più stupido maoista svizzero di tutti», per usare un divertente slogan di ispirazione situazionista – ricorse al suicidio assistito; il prossimo genio provocatore opterà senza dubbio per l’eutanasia medicalizzata. Come si suol dire, l’asticella si abbassa sempre di più”. Un saggio di Houllebecq in cui precisa la sua posizione polemica contro l’eutanasia. In particolare contestando i concetti di “compassione” e di “rispetto” che i fautori della buona morte professano – “Sull’eutanasia e il sudicio assistito” è il sottotiolo.
Ma la polemica apre, in chiave americana, col fattuale.” Nei dieci stati americani (più il Distretto di Columbia) in cui il suicidio assistito è legale, la percentuale di persone malate che alla fine non assumono il cocktail che gli è stato somministrato è tutt'altro che trascurabile: in alcune giurisdizioni può arrivare quasi alla metà”. E pone un dilemma kantiano (uu’affermazione per via dubitativa), “un esperimento mentale (Gedankenexperiment ): supponiamo – l’idea non è poi così assurda – che io riesca, grazie a conoscenze o alla mia abilità nel navigare nel dark web, a procurarmi del pentobarbital, un veleno apparentemente indolore e letale. Supponiamo poi che un amico, per il quale la vita è diventata insopportabile, mi chieda di dargliene un po’. Come dovrei reagire? Non c'è dubbio che accontentarlo accrescerebbe la sua libertà individuale. È una giustificazione sufficiente?” Incalzato da un secondo dubbio, più insidioso: “E come reagireste se uno sconosciuto vi chiedesse la stessa cosa in cambio di denaro? E se si trattasse di una grossa somma di denaro?”
Bisogna rivalutare l’agonia, la possiiblità di “vivere” i propri utimi momenti. E bisoga reagire allo “scarso rispetto per la libertà individuale” e alla “malsana propensione al microcontrollo” – “La dignità è diventata una parola priva di significato, una barzelletta di cattivo gusto. Ho persino l’impressione che per i miei contemporanei l’idea di una legge morale sia diventata piuttosto oscura. A poco a poco, e senza che nessuno si opponesse – o sembrasse nemmeno accorgersene – il nostro diritto civile si è allontanato dalla legge morale”.
La requisitoria è severa. Ma lo scrittore non trova niente da opporre, a parte le considerazioni personali su “rispetto” e “dignità”, che il giuramento di Ippocrate: “«Non somministrerò veleno a nessuno, nemmeno se richiesto, né suggerirò mai una simile pratica». Si prova una certa nostalgia di fronte alla nobile serenità del Giuramento di Ippocrate – o, per usare un termine attuale, alla sua fondamentale decenza – che perdura fino all'ultima frase: «Ora, se manterrò questo giuramento e non lo infrangerò, possa io guadagnarmi per sempre fama tra tutti gli uomini per la mia vita e per la mia arte; ma se lo trasgredirò e lo rinnegherò, possa accadermi il contrario»”.
Michel Houellebecq, The European Way to Die, “Harper’s Magazine
” febbraio 2023, free online, leggibile anche in italiano, Il modo europeo di morire)

 

venerdì 7 agosto 2026

Letture - 619

letterautore


Arte astratta
– “L’esperienza dovrebbe averci insegnato che il codice, il regolamento di P.S., l’elenco degli abbonati al telefono, il bollettino dei protesti cambiari sono ottimi soggetti per un regista che ha delle idee” – Flaiano, “Duvivier”, mini-recensione del film “Anna Karenina”,11 giugno 1949 (ora nella raccolta “Chiuso per noia”).
L’argomentazione sarà ripresa tal quale da Sciascia – lettore (involontario?) di Flaiano. Questi però ci aggiunge Petrolini: “Petrolini, senza volerlo, sosteneva la stessa tesi quando affermava di voler mettere in musica l’orario delle ferrovie: questo è uno dei pochi «libretti» che non potrebbero influenzare con una loro prepotenza narrativa l’ispirazione di un compositore”. E conclude da Grande Critico: “La lezione dell’arte astratta è questa, e va accettata per i frutti che darà: una decantazione della visione”.
 
Candido - “Un ottimista dimostrativo, in malafede” – E. Flaiano,”Charlot”, in “Chiuso per noia”.
 
Cinema
– Al meglio è, era, “un poco d’inferno”, secondo Flaiano critico cinematografico già (dopo dieci anni di professione, 1948) un po’annoiato (v. la raccolta Adelphi “Chiuso per noia”). Funziona, funzionava, col brivido: “Il cinema era un tonico, risvegliava la fantasia e placava invece desideri, dando l’illusione di averli soddisfati. Per questi motivi il cinema americano e poi quello francese ebbero tanta fortuna. Il pubblico chiedeva da essi un poco d’inferno nel quotidiano purgatorio”. E portava ad esempio il 1936, “anno di pace”: “Nei quattrocento film di produzione francese di quell’anno erano descritti: 310 omicidi, 104 furti semplici, 165 a mano armata, 74 ricatti, 43 incendi dolosi, 114 truffe, 62 esempi di omertà, 182 di falsa testimonianza, 192 adulteri femminili e 213 maschili: un totale di 1.339 crimini e delitti, con una media di 3,4 per film”.
 
Commozione
– “Da bambini il mondo s’impara a conoscerlo non – come parrebbe – con immediato e originario contatto con le cose, ma attraverso i segni di queste: parole, vignette, racconti. Se si risale un qualunque momento di commozione estatica davanti a qualcosa del mondo, si trova che ci commoviamo perché ci siamo già commossi; e ci siamo già commossi perché un giorno qualcosa ci apparve trasfigurato, staccato dal resto, per una parola, una favola, una fantasia che vi si riferiva e lo conteneva” – Cesare Pavese, “Del moto, del simbolo e d’altro”, in “Feria d’agosto”. 
 
Guerra – La guerra al cinema è, funziona se, è opinione di Flaiano critico cinematografico (“La macchina per fare gli eroi”, un testo breve del 1947, non molti anni prima di “Tutti a casa” (1960), etc., ora in “Chiuso per noia”), demitizzante. Quindi meglio se in chiave comica: “E, poiché una delle caratteristiche delle ultime guerre è di essere state combattute da popoli interi, da masse di «borghesi », dalle quali sarebbe emerso un nuovo tipo di eroe antimitologico, un eroe spesso debole fisicamente e soprattutto meravigliato del suo stesso coraggio, per questo i film comici hanno indicato un lato nuovo della verità”.
Flaiano faceva riferimento a film di venti-trent’anni prima, di Buster Keaton, “Come vinsi la guerra” (1926), e Charlot, “Shoulder Arms” (“Charlot soldato”), 1918.
 
Infanzia – “Che l’infanzia sia poetica, è soltanto un mito dell’età matura”, C.Pavese, “Del mito, del simbolo e d’altro”, in “Feria d’agosto”: il bambino vive di rivelazioni “(le cose si scoprono, si battezzano, attraverso i ricordi che se ne hanno, poiché, rigorosamente, non esiste un «vedere le cose la prima volta»: quella che conta è sempre la seconda”)…. La poesia è altra cosa. In essa si sa d’inventare, ciò che non accade nel concepire mitico”.
 
La Fontaine – “A volte l’astuzia viene usata per evitare scomodi onori: il grande favolista La Fontaine non si lavava molto per evitare di essere invitato a Versailles” - Giuseppe Scaraffia.
 
Nuba - “I Monti Nuba sono un mito geografico e umano, invisibile reale e vivente nel cuore del Sudan. Isolati, impervi, difficili da raggiungere da dovunque ci si voia arrivare, sono una vasta oasi di pietra in mezzo al deserto. Durante secoli, luogo di rifugio per vittime fuggiasche di guerre e persecuzioni. L'incredibile varietà linguistica che caratterizza la comunità dei suoi abitanti - più di cento idiomi! - è testimone di questa variegata origine. Da sempre i Monti Nuba offrono tolleranza e pace a chi li raggiunge, al costo di una sopravvivenza conquistata a caro prezzo, in condizioni ostili, dove ogni chicco viene deposto nella terra con cure infinite! . Pietro Veronese, “Qua do la guerra civile sale anche sui monti Nuba” (“il Venerdì di Repubblica”, 7 agosto).
Un po’ più complicato che il “fascino fascista” (dei corpi, delle simmetrie) che Susan Sontag imputava 50 anni fa alla regista tedesca Leni Riefenstahl, riemersa da una lenta denazificazione con un volume fotografico giustamente ammirato, “I Nuba".
 
Postmoderno – Al cinema è grottesco, l’imitazione, Fofi stabilisce analizzando Ingmar Bergman (“Stupore e pensiero in Ingmar Bergman”, ora in “Storie di cinema”): “Il postmoderno esiste e ha cambiato tutto, ma ha anche appiattito tutto… Il tentativo di fare il «nuovo» è spesso grottesco, per esempio in certi registi nordici e scandinavi, come i ridicoli «eversori» Ruben Östlud, Lars von Trier, Thomas Vinterberg, parodie, al pari del nostro Paolo Sorrentino”.
 
Passeggiate romane – Meglio al cinema? “L’opera di Stendhal più adatta ad essere trasportata sullo schermo”, secondo Flaiano, paradossale ma non del tutto, nella critica che fa alle riduzioni dei romanzi per lo schermo – alla recensione di Duvivier, “Anna Karenina”, dicendo mediocri le trasposizioni al cinema di Tolstoj, di Flaubert, di Stendhal – è le ‘Passeggiate romane’, senza trama né dialoghi”. Sull’esempio di “Ladri di biciclette”.
 
Promessi sposi – “Nel romanzo quel che il lettore cerca è ben altro”, s’impazienta Flaiano spettatore al cinema nel 1942 dei “Promessi sposi” di Camerini, altro che “i due poveri giovani che non possono sposarsi per la libidine di un signorotto”: il lettore cerca “le osservazioni dell’Anonimo, i capitoli sulla peste o sulla «monaca», la prosa sempre ardita e semplice, insomma tutto fuorché il casuale concatenarsi dei fatti”.
Tutto il contrario di Walter Scott. Del romanzo storico allora (e ora) vigente.
 
Zavattini – Avventure picaresche di poveri cristi “descritte  senza l’abituale moralismo catto-zavattiniano”, con divertita simpatia Fofi trova in un film del 1945 che nessuno ha visto, “Roma città libera”. Anche perché basato su un soggetto di Flaiano che Fofi molto apprezza, “La notte porta consiglio”. Di cui però è sceneggiatore Zavattini: “Tra gli sceneggiatori, insieme all’ottima Suso Cecchi D’Amico…. figura anche il nome di Zavattini, ancora indeciso tra il suo recente passato di svagato umorista e la sua vocazione predicatoria”.
 
letterautore@antiit.eu

Freud, il ritorno

“Annunciare  oggi di voler intraprendere un percorso di formazione psicoanalitica equivale, in molti ambienti, ad ammettere di voler curare i propri pazienti con l'astrologia o sviscerando una capra. Dire di sottoporsi a psicoanalisi come paziente significa rivelare di affidare la propria salute mentale a uno stregone. Quindi, se vi dicessi che un rispettato neuroscienziato si è proposto di riesumare Sigmund Freud e di sostenere che sia la sua teoria della mente sia il suo metodo psicoanalitico siano il miglior approccio – anzi, l'unico – in grado di curare i disturbi emotivi, probabilmente lo considerereste un progetto donchisciottesco e il suo autore forse un candidato a una seria terapia”. Ma non è il solo, e anzi la sua lettura è quella che più si diffonde nelle neuroscienze.
“L'influenza culturale e scientifica di Freud raggiunse il suo apice circa 70 anni fa, e gran parte della storia della psichiatria da allora è consistita in una rinuncia all'uomo, ai suoi concetti e alle sue tecniche terapeutiche così radicale da assumere una connotazione di ferocia, persino di vendetta. È stato considerato sessista, misogino, prepotente, narcisista, omofobo, pervertito, tossicodipendente, opportunista, plagiario, fabulatore e impostore scientifico, oltre che un amico sleale e un protetto che si appropriava indebitamente del merito altrui. Per non parlare di un terapeuta inetto e incompetente – "un dogmatico che intimidiva i suoi pazienti e non riusciva mai a distinguere la differenza cruciale tra le loro fantasie e le proprie". (Così riassume la quarta di copertina di una raccolta di saggi anti-freudiani scritti da 18 psichiatri, filosofi, storici e altri, curata nel 1998 da Frederick Crews, critico letterario ed ex fervente freudiano trasformatosi in un virulenza eretico). 
“Se i medici legali dovessero attribuire la morte al freudismo, potrebbero specificare il 1963. In quell'anno, il filosofo della scienza Karl Popper indicò la teoria psicoanalitica come l'esempio archetipico di ciò che definiva "pseudoscientifica": peggio della semplice cattiva scienza, la psicoanalisi, essendo non verificabile, non era affatto scienza. Basata in gran parte sull'interpretazione altamente speculativa di sogni ricordati in modo imperfetto, la teoria psicoanalitica era impermeabile alla vera indagine scientifica. Pretendendo di spiegare tutto, affermò Popper, la psicoanalisi non spiegava assolutamente nulla”. Oggi non si ricrederebbe?
Scott Stossel, What if Freud was right?, “The Atlantic” 5  agosto, online, leggibile anche in italiano, E se Freud avesse avuto ragione?)

giovedì 6 agosto 2026

Cronache dell’altro mondo – cinesi (416)

Per generazioni la Cina ha guardato a Occidente per occhieggiare il futuro. Ora è sempre più l’Occidente che deve guardare a Est.
Industria dopo industria, dalle automobili elettriche alla telefonia e le telecomunicazioni, la Cina segna da tempo il passo dell’innovazione.
In un settore tecnologico cruciale, anzi probabilmente la tecnologia più cruciale, l’intelligenza artificiale, l’America ha finora dichiarato un chiaro anticipo. Ma anche questo ora sembra incerto. I modelli cinesi diventano più grandi e più intelligenti a un passo molto svelto. Nelle ultime settimane i laboratori cinesi ne hanno licenziato molti che hanno un ritardo solo di  mesi sui modelli americani più avanzati. Questo mentre i titani cinesi dell’IA spendono meno: le previsioni sono che investano solo un decimo, al massimo, in data centres, di quanto devono investire gli americani.
(The Economist”)

Se l’eutanasia è eugenismo

“Proposizione nunero 1: nessuno ha voglia di morire”.
“Proposizione numero 2: nessuno ha voglia di soffrire”.
“Proposizione numero 3, la più importante: si può eliminare la sofferenza fisica”. Da due secoli, “con la morfina, e con l’ipnosi”.
Non era una battaglia facile, quella a cui lo scrittore si è dedicato, contro la legge per l’eutanasia di cui il Parlamento francese aveva avviato la discussione e ora ha approvato, il 15 luglio. Un legge popolarissima. A cui il quotidiano era contrario e aveva perciò chiesto e ospitava l’intervento polemico di Houellebecq  come editoriale. “L’omissione di questi fatti”, continuava lo scrittore, “può spiegare da sola i sondaggi stupefacenti a favore dell’eutanasia (98 per cento di opinioni favorevoli)”.  Sondaggi che hanno spinto il Parlamento sd andare fino in fondo - ma su una legge che il primo ministro di Macron (grande sostenitore), Sébastien Lecornu, contesta al Consiglio costituzionale, e anche il presidente del Senato Gérard Larcher – con 60 deputati e 60 senatori - e il presidente della Camera, Yaël Braun-Pivet (ma quattro dei dieci componenti del Consiglio sono pubblicamente sosenitori della morte assistita e dell’eutanasia).
È sui concetti di “compassione” e di “dignità” che Houellebeq si profonde, protestando su di essi “menzogne palpabili!”. In particolare contesta Anne Bert, la sua pretesa che “l’eutanasia non rientra nell’eugenismo”, la purezza della razza – Bert, morta quattro anni prima, è autrice in Franca di racconti erotici. O che “l’eutanasia non è una soluzione di ordine economico”. Come no, obietta Houellebecq, “Jacques Attali e Alain Minc”, due economisti che fanno l’opinione in Francia, “vi insistono in più opere e pesantemente".
”Quando un paese – una società, una civiltà - arriva a legalizzare l’eutanasia, perde ai miei occhi ogni diritto al rispetto”, è la conclusione.
L’eugenismo è la dottrina del primo Novecento americano all’origine, poi elevata a legge da Hitler (e con discrezione praticata nel dopoguerra nei Paesi scandinavi), che si propone di “migliorare la razza”, eliminando le deficienze.
Michel Houellebecq, Une civilisation qui légalise l’euthanasie perd tout droit au respect, “Le Figaro” 5 aprile 2021

mercoledì 5 agosto 2026

Problemi di base furbi - 926

spock

Il furbo non rinuncia a ingannare se stesso?

 

Il potente più astuto è esposto all’inganno dell’adulazione – chi si è umiliato per ascendere ha bisogno di lodi?

 

Il furbo ha bisogna di un mondo furbo?

 

L’astuzia è un’arma, brutta e buona – di difesa? di offesa?

 

Il furbo vuole tutti furbi  - il gioco è incessante?

 

“La donna più ingenua è cento volte più astuta dell’uomo più malizioso – A.Dumas figlio?

spock@antiit.eu

Povero Chopin

La lunga agonia, due ore, di Chopin tubercolotico a Parigi. Inframezzata, poco, da Maiorca e gli  appetiti di George Sand. Di più dal colera e altri malanni.
Poca musica – poco chopiniana.
Michal Kwiecinski, Chopin, notturno a Parigi
, Sky Cinema, Now

martedì 4 agosto 2026

Anonimo writer

I vicini rifanno la facciata, lodevolmente, dopo incrostazioni, sbriciolamenti e macchie che si sono accumulati nel tempo – noi stiamo qui da cent’anni quest’anno, loro da poco meno. Per mano di una ditta coscienziosa, che ha iniziato il lavoro e non lo lascia a metà come usa, lo porta avanti anche in questi giorni di calura. E ha completato la facciata. Ieri sera ha levato l’impalcatura. Stamani lo zoccolo di travertino un writer notturno ha subito deturpato con i ghirigori, non lavabili.
C’è dunque un writer qui in zona, che esce di notte con la bomboletta, e impiastra
 tutte le superfici pulite in cui s’imbatte. Uno che dovrebbe essere conosciuto, anche se vive di notte. E non si sa. Non si riesce nemmeno di immaginarselo. Il tipo artista? Erano writer agli inizi, quarant’anni fa?, ragazzi, tutti maschi, impegnati nella protesta. Ma questo, se è stanziale, ora andrà per i sessanta-settanta. E ogni notte va in giro a fare la sua protesta. Muta, a chi si rivolge? E sempre uguale - è la stessa che si “legge” sulle mura del quartiere camminando, ad altezza d’uomo, sotto i davanzali delle finestre al pianoterra, sui muretti delle siepi, perfino su un portone – questo forse a dispetto (specifico, cioè).

Però, allora, un momento: è a dispetto che il writer si esercita, ogni notte, instancabile? Contro chi? Pensieri gravi si accumulano, cioè senza risposta.
E poi, ancora un momento, il writer dei vicini non è il solo. Un’altra scrittura troneggia sulle pareti stamani di cristallo, insomma di vetro, della farmacia, che si è data una facciata d’architetto, tramutandosi in emporio estetico. Di uno che è diverso, non scarabocchia ma circuisce punti - sporgenze, macchie, oggetti - di un disegno a capoccia, tipo serratura. O non vorrà significare una vagina? Anche la vernice sembra diversa, sempre nera ma con molto grigio.
Beh, questo si può capirlo, c’entra la psicologia, la psicoanalisi. Ma è un altro che passa la nottata a reperire lo spazio vuoto che si sia creato, ad altezza d’uomo, su fondo chiaro su cui sia possibile passare il pennarello o la bomboletta. Che non dev’essere una vita facile, benché anonima.
 

Quando la Francia ordinò la morte del malato

Il primo intervento pubblico di Houellebecq contro l’eutanasia – allora non ancora in discussione al Parlamento in Francia, oggi legge dello Stato, dal 15 luglio. Contro la ministra della Salute e della Solidarietà, Agnès Buzyn, che si era costituita in giudizio in Cassazione con la parte della famiglia di Vincent Lambert che ne chiedeva la fine. Una lettera forte che provocò molte reazioni polemiche. Ma costò la carriera politica alla ministra, benché agisse sotto le direttive del presidente Macron: il suo primo ministro Philippe le impose la candidatura perdente per il centro-destra a sindaco di Parigi, e Buzyn è tornata a praticare l’ematologia.
“Vincent Lambert non ha redatto alcuna direttiva. Circostanza aggravante, era infermiere, avrebbe dovuto sapere, meglio di chiunque altro….”. E “non era affatto in preda a sofferenze insostenibili”. In ogni caso, “una scoperta straordinaria, che apportava una soluzione elegante a un problema che si trascina dall’origine dell’umanità”, il dolore fisico, “è stata fatta nel 1804: quella della morfina. A  cui si aggiungono “le straordinarie possibilità dell’ipnosi”.
Quanto al costo per la sanità pubblica, è un falso argomento: “Una sonda per l’acqua, e un’altra per gli alimenti, non sembrano richiedere una tecnologia considerevole, e si possono anche fare a domicilio, come avviene più spesso, e richiedevano i suoi genitori”.
No, non è per la “dignità” che la ministra è andata in Tribunale, in Cassazione. È come dice lei, per “aprire una breccia” e per “far evolvere le mentalità”. Del che, conclude lo scrittore, “non c’è motivo di rallegrarsi”.
Michel Houellebecq, Vincent Lambert, mort pour l’exemple
, “Le Monde”,11 luglio 2019, online

 

lunedì 3 agosto 2026

L'immigrazione è necessaria ma non selvaggia

L’immigrazione è selvaggia in Europa, da 30 e passa anni – dai primi sbarchi organizzati dalla mafia albanese. L’immigrazione selvaggia non può essere un bene. Anzi, è spaventosa, sotto tutti gli aspetti. Troppi morti – a Ceuta, in un solo giorno, un centinaio, in tutto il Mediterraneo 32 mila negli ultimi dodici anni, cifra sicuramente sottostimata (impossibile contare i “dispersi”). È una “tratta”, non di schiavi ma costosa, organizzata da mafie – a partire dalle cifre mostruose pretese per ogni “passaggio”, 5 e 6 mila dollari, che in Africa sono un capitale. Troppi bambini allo sbando - a  Ceuta in un solo giorno poco meno di 900, che il governo spagnolo, tanto permissivo, non sa dove né come ospitarne, né se ne cura. Ogni Paese europeo di primo approdo, da quelli continentali a quelli marittimi, ha una responsabilità europea nelle sue politiche di accoglienza, perché parte di un sistema di libera circolazione continentale delle persone.
Contro questa “tratta” non ci sono altre soluzioni che una politica dell’immigrazione. Le porte aperte e la dottrina dell’accoglienza sono impraticabili, come le porte chiuse. In Italia il Pd si fa della politica delle porte aperte motivo di orgoglio. Politica che però non praticava quando era al governo, da Napolitano a Minniti, ministri dell’Interno anzi severi. In Europa la Spagna se ne è fatta una bandiera: a gennaio un’iniziativa popolare è stata sopravanzata dal governo, che ha offerto la residenza a tutti gli immigrati di ogni specie, con cinque mesi di permanenza nel Paese. Ma contro ogni altro Paese europeo, anche governato dalla sinistra come la Spagna (con l’eccezione di Macron, il presidente francese, che però è notoriamente opportunista, il tipo morettiano del “mi si nota di più se…”, ed è in libera caduta politica, già promotore di varie durezze anti-immigrati, alla frontiera con l’Italia e a Dover).
Tiene ora banco la richiesta di Meloni e Frederiksen, due donne, due coetanee, 49 anni, ma una di destra e una di sinistra, per una risposta europea, nei criteri e nelle forme, all’immigrazione selvaggia. Una richiesta che tutti in Europa condividono – eccetto Macron. Compresi l’esecutivo di Bruxelles, che pure è stato eletto dal centro-sinistra, e il Parlamento, di analoga maggioranza.
Qualcosa come 50-100 mila morti, senza nome, nel Mediterraneo in trent’anni distruggerebbero qualsiasi sinistra delle porte aperte - se vera, non di (piccoli) politicanti. Cinquemila dollari per un milione annuo di migranti fa cinque miliardi. Un bel capitale annuo. Sottratto alla povera, poverissima, Africa - con Bangladesh et al..In omaggio al “libero mercato” dell’accoglienza – dov’è la libertà in questo mercato?
Una politica europea, dunque. Che però non c’è. C’è solo per la parte poliziesco-militare, di vigilanza alle frontiere – ma Ceuta? ma Lampedusa? E per la micro-economia (micragnosa) dell’accoglienza. Niente, in confronto ai bisogni dell’Europa. Che sono tutti, con eguale più o meno intensità per i Paesi membri, di immigrati. Di una politica quindi dell’immigrazione che preveda procedure e corridoi legali per entrare in Europa. Anche di centinaia di migliaia ogni anno, e di milioni, poiché tutti i Paesi europei ne hanno bisogno. Ma questa politica non si organizza, e anzi non si discute nemmeno. L’organizzazione amministrativa: agenzie ufficiali invece di quelle mafiose, criteri socio-sanitari, visti, passaggi aerei\marittimi, “richiami” o ricongiungimenti familiari. Tutte cose che si sanno, da decenni, ma 
non si fanno. E forse solo per insipienza - la mafia della accoglienza è piccola cosa.

Fofi extralarge e i classici al cinema

Fofi al cinema è al centro del mercato editoriale – si può dire il suo lascito più importante, a un anno dalla morte. La Cineteca di Bologna completa col quarto volume (856 pagine, 26 euro) ”L’avventurosa storia del cinema italiano”. “Storia” avventurosa soprattutto per la concezione, che Fofi ideò e realizzò con Franca Faldini, la vedova di Totò: un secolo di cinema è “storicizzato” con le dichiarazioni degli stessi suoi interpreti, registi, produttori, attori, con proprie dichiarazioni se viventi, con vecchie dichiarazioni o interviste se deceduti. Un’impresa, già alla terza edizione, dopo la Feltrinelli e la Mondadori. Mentre La Nave di Teseo riedita “Cinema e bizzarrie”, altro volume corposo, di oltre 600 pagine, con le 125 schede trascritte della  trasmissione di Fofi su Rai Radio 3 “Zazà” tra il 2019 e il 2021 sul Sud (“La letteratura, la musica, lo spettacolo, il teatro, i radio documentari, il racconto e l’approfondimento sui temi della società meridionale e mediterranea. Uno spazio di ragionamento e visibilità sulla vitalità culturale del Mezzogiorno italiano”), chiacchierate per qualche motivo, anche difetto, interessanti, stimolanti. Queste redatte per l’“Internazionale” sono divagazioni su film d’autore in qualche modo riproposti - un libro, un dvd, un film restaurato dalla Cineteca di Bologna (questi soprattutto e sopra tutti pregiati): “registi, film, ricordi e racconti del grande schermo”.

Fofi procede al solito disinibito, ma di gusto sicuro. E sorprendente. Il truce “Todo modo” di Petri ”prussiano”. Kurosawa ispiratore di Sergio Leone, Peckinpah e “Brancaleone”. Il “free cinema” britannico stagione breve ma intensa. Dreyer e la sua ricerca, “Ordet” specialmente, “di un linguaggio che potesse unire cinema (racconto immagine movimento) e spirito (fino all’inesprimibile) nel modo più evidente e immediato”. Il prodigo Wajda, 50 film. Una vindicatio di Lattuada. Una apologia di Flaiano, “grande scrittore, grande critico, grande umorista, grande personaggio e anche grande sceneggiatore” a proposito di un film non visto del 1945 e riedito, “Roma città libera” – basato su un racconto di Flaiano, ”La notte porta consiglio”. Milos Forman, conoscenza occasionale di gioventù a Venezia, gentile, versatile, testimone delle speranze degli anni Sessanta. Ingmar Bergman, la cui forza è innovare la tradizione, dei cui film, uno per uno, sono rintracciate le radici – “non è solo alla storia del cinema a lui precedente che Bergman si riallaccia, ma alla cultura popolare della Svezia, alla cultura religiosa della riforma, alla più intima essenza della cultura svedese e scandinava”.
A volte esagerato. “La rivoluzione di Godard” – da capolavoro in capolavoro: “Nel cinema ci sono stati Pasolini per l’Italia, Godard per la Francia”, in quanto “«fratelli maggiori» radicali e provocatori” (ma, poi, con qualche riserva su Pasolini, invidioso). Solitamente disinibito e solidamente rétro, col gusto dello storico. Con sorprese estemporanee o illuminazioni: “Molti attori comici furono usati in quegli anni (1950, n.d.r.) in film molto seri”, Rascel, Nino Taranto, Walter Chiari, Totò, Aldo Fabrizi –“i bravi comici sono bravi sempre – è cosa nota - anche in ruoli drammatici, mentre non è quasi mai vero il contrario” (forse il solo Gassman). Con un cara memoria di Bernardo Bertolucci - malgrado, però, il molto osannato oggi 
"Novecento", riproposto sempre dalla Cineteca di Bologna ("un film che continuo a considerare falso e velleitario"). Un lungo saggio, da antologia, su Fellini. E una imprevedibile apologia finale di Sacha Guitry, autore, come pure Marcel Pagnol, altro destrorso, di "film molto belli" - un Guitry sdoganato "a sinistra", Fofi rivendicando la sintonia con Kezich, Mereghetti e Santachiara.

Goffredo Fofi, Storie di cinema, Internazionale Extra Large, pp. 92 € 7

domenica 2 agosto 2026

Ombre - 832

Non è (era?) mal pensato il disegno spagnolo di sovvenire al buco demografico con immigrati latinos già formati, con la Ley de Nietos di luglio (la cittadinanza ai nipoti degli emigrati, come fa l’Italia). Ma dopo avere regolarizzato gli immigrati illegali, e figli, con soli cinque mesi di Spagna – mezzo milione-un milione, le domande affluiscono, di arabi e africani. Una pacchia, da qui Ceuta.
Non ci sono antidoti per la denatalità e l’immigrazione selvaggia? Sì, basta una politica dell’immigrazione – l’hanno fatta gli Usa per oltre un secolo, con consolati e visti d’entrata.
L’Euroa “non esiste” anche in questo, che pure è semplice.
 
Si gareggia agli Europei di nuoto a Parigi come all’Olimpiade due anni fa, nella Senna. Anche se un nuotatore su tre nel 2024  è finito in ospedale. Soprattutto i fondisti, che vanno avanti e indietro per ore. I nuotatori hanno protestato e protestano, con le loro associazioni e con gli organizzatori. E niente, il nuoto fa audience tv solo nella Senna, e perisca chi capita. Ma si vuole uno sport.
 
Beatrice Venezi lamenta, in conversazione alla Versiliana, la prevalenza dell’odio femminile nei social mobilitati contro la sua nomina alla Fenice: “La solidarietà femminile funziona al contrario, come pettegolezzo”. Non è una novità. Ma niente è cambiato.
 
Crédit Agricole che dice, papale papale, Bpm-Mps “non s’ha da fare”, in lombardo, in meneghino, che capisca anche la Lega, è pura commedia dell’arte. Solo la Lega, un leghista che si è eletto perfino ministro del Tesoro, Giorgetti, non lo capisce, forse. Aveva detto no a Bpm-Unicredit, perché Unicredit “non è italiana”, sic (ma lui non sa l’inglese), e ha dato il Banco ai francesi dichiarati. Tutta stupidità?
 
Perché l’instancabile Lo Voi, Procurarore romano, non indaga al Tesoro, su eccesso di potere e mancate esercizio del dovere di sorveglianza, su Mps e Bpm? Perché sa già che scoperchierebbe una pentola che non vuole scoperchiare.
E niente anche a Milano: il Procuratore Viola, iperattivo, sul caso dorme? Della banca più lombarda e più milanese, dopo la ex Cariplo, regalata ai francesi. E chi bada ora al “territorio”?
 
“Riconoscimento facciale, monito Ue”, “Intelligenza Artificiale, monito Ue, “accise sui carburanti, monito Ue” (monito Ue, sulle accise?). Non c’è battito di cigli in Italia che non susciti, per i giornali, un monito Ue. Indigenza professionale senz’altro, è un modo di dire  – non c’è l’analogo in altri giornali, di altri Paesi, che pure hanno con Bruxelles contenziosi molto seri, la Francia, la Spagna, perfino la Germania. Non inoffensiva: è l’origine – e a ben guardare la sola causa – del sovranismo indistinto anti-Ue, dell’Unione percepita come una burocrazia antitaliana.
 
È simpatico il presidente del consiglio spagnolo Sanchez, e poi è anche l’ultimo socialista in Europa. Ma manca sempre le occasioni. L’alluvione a Valencia due anni fa. Ora gli incendi, sempre attorno a Valencia, e a Madrid – se ne sta in vacanza. Mentre, per di più, la paura cresce che il socialismo spagnolo finisca come quello peruano di Alan Garcia, tra illeciti e condanne – tutta persecuzione giudiziaria non può essere.
 
La Russa che ogni paio di giorni candida Meloni al Quirinale ci è o ci fa? È elementare che le candidature a distanza si fanno per trombarle. Soprattutto quelle “con tutti i titoli”. Per non dire che Meloni non ha l’età, e forse nemmeno la voglia – con la necessaria perizia giuridica. Portare un moderato al Quirinale, lo capiscono tutti, si fa non pompandolo – è una contraddizione.
 
Si concelebra Piera Detassis con il “Corriere della sera”, che le dedica una pagina: “Io, la prima donna alla guida dei David. Così li ho rinnovati”. Nel senso di rilanciati – i David di Donatello, una delle organizzazioni premiali del cinema italiano, con i Nastri d’argento. Nel senso che li ha assegnati all’ex Pci, indefettibilmente, titoli e protagonisti, maschi e femmine. Per otto anni – non un premio non “in linea”. Tanta ortodossia sembra sciocca, ma è la verità del cinema.
 
Prima i campanili ora i campanacci – delle vacche in montagna. Disturbano, e sicuramente i residenti vinceranno le cause. Campanili e campanacci sono serviti per comprare casa con lo sconto, data la “servitù”. Ora bisogna rivalutare i cespiti. È così che cambiano le civiltà, per niente.
 
È curioso nel reprint “Corriere della sera” della vittoria al Mondiale di calcio romano nel 1934, il tono per nulla enfatico delle varie prose celebrative, e delle titolazioni. Anche Mussolini appare, non spesso, negli occhielli e i catenacci delle varie cerimonie, come “Mussolini” e non il “Duce”. Gli “anni del consenso”, il fanatismo di massa, è proprio datato, 1936-1939, della bugia dell’impero.
 
“È stato ritrovato senza vita nella sua casa a Washington Daniele Compatangelo, corrispondente de La 7 a Washington  e presidente dell’associazione giornalisti esteri nella capitale americana”. È il giornalista a cui Trump aveva confidato: “Meloni mi ha chiesto un selfie, mi ha fatto pena”.
L’audio dell’intervista non c’è. Ma Meloni non ha fatto causa a La 7: ha paura di Cairo?

Meno Cina per gli Usa, più Resto del Mondo

La cura Trump ha funzionato ma non molto. Gli sbilanci nelle partite correnti (beni e servizi ) con la Cina sono cresciuti nel 2025. Quelli del Resto del mondo, quello degli Stati Unirti invece si è ridotto – ma si è accresciuto col Resto del Mndo.
“Nel 2025, i saldi delle partite correnti globali sono ulteriormente aumentati, principalmente grazie alla Cina, dove il surplus delle partite correnti ha registrato il maggiore ampliamento degli ultimi venticinque anni. Tale aumento è stato in parte compensato da una contrazione negli Stati Uniti e nell'area euro.
“Il surplus delle partite correnti della Cina è aumentato di circa 300 miliardi di dollari lo scorso anno, il maggiore incremento in termini assoluti almeno dal 2000, raggiungendo circa lo 0,6% del PIL mondiale. Mentre il deficit delle partite correnti degli Stati Uniti si è ridotto di 69 miliardi di dollari, il suo saldo è rimasto di gran lunga il più elevato al mondo, pari a circa lo 0,9% del PIL globale, superando i surplus combinati di Cina e area euro”.
In sé, gli sbilanci nelle partite correnti non sono un male, né un bene. Né i dazi: “Storicamente, le barriere commerciali in vigore in passato non hanno avuto un impatto chiaro sui saldi aggregati delle partite correnti”. Inoltre, “la valutazione dell'impatto delle misure recenti è complicata da altri fattori, tra cui il boom dell'intelligenza artificiale”. Tuttavia qualcosa già si vede chiaro, della nuova politica commerciale americana: “È evidente che le barriere commerciali hanno portato a una marcata riconfigurazione dei modelli commerciali, con un forte calo delle importazioni statunitensi dalla Cina accompagnato da un aumento delle importazioni statunitensi dal resto del mondo”.
Con grafici e tabelle storiche.
IMF, Global current account imbalances widened further in 2025, External Sector Report, free online, leggibile anche in italiano)

sabato 1 agosto 2026

Franco Baresi e mister Nessuno

Franco Baresi era un bell’atleta, più simpatico perché di una sola squadra, di cui era uomo-squadra, vecchio calcio. Ma l’immagine ricorre di un’amichevole pre-campionato a Ferragosto 1983 (con la Carrarese?), in cui esordiva Luther Blissett, centravanti giamaicano, che apriva praterie col movimento davanti per le “discese” che Baresi amava fare. Era il Baresi dell’elogio di Gianni Brera che wikipedia ha esumato: “Esce dopo un anticipo atteggiandosi a mosse di virile bellezza gladiatoria. Stacca bene, comanda meglio in regia: avanza in una sequenza di falcate non meno piacenti che energiche”. Ma Blissett non ne ricevette mai il pallone, non una sola volta.
Era un’amichevole, le situazioni si ripetevano, e la cosa s’imponeva come non per caso: a Blissett niente palloni. Perché era nero? Perché aveva l’ingaggio più alto di tutti?
Luther Blissett veniva dal Watford di Elton John, con cento gol in 250 partite. Se ne andrà a fine  stagione con 5 gol in 30 partite.
Dieci anni dopo il collettivo bolognese di scrittura che poi si battezzerà “Wu Ming”, poteva esordire come “Luther Blissett”, come dire Nessuno, col romanzo storico “Q” - di un protagonista senza nome.

Le avventure di Ulisse, onestuomo

L’“Odissea” un libro di avventure, ottime per un film, come non pensarci. Nolan l’ha fatto, e ne ha ricavato il film d’avventure per eccellenza, pieno di entusiami e delusioni, trascuratezze e intuizioni, devozioni e tradimenti, violenze, delicatezze, tutto quello che capita, basta saperlo raccontare. Attorno a un onestuomo, debole come tutti, ed esposto alle collere divine, ma intemerato - tutto il contrario del furbo opportunista. 
Un film all male, con figure femminili sfocate, compresa la stessa Penelope, la moglie in eterna attesa, che pure ha molte scene (ma è Anne Hathaway, un viso innocente che non si vede come e a che scopo calato nella melma mediterranea). E un finale alla Bud Spencer - per un film di tante pretese un po’ deludente, ma in finale ci voleva bene l’eliminazione dei porci Proci (e poi, forse, la ricetta Bud Spencer non è così di serie b).
Il tonificante non è però la bellicosità – tipica dei film all male. Ma il suo contrario. La grande invenzione di Nolan è un Ulisse pacifista invece che furbo, che anzi della sua furbizia si vergogna, del cavallo di Troia. Che, commenta amaro, “dopo dieci anni d’assedio aprì la città una notte a ogni rabbia”.
 Ulisse non è un eroe: è dubbioso. Già alla partenza, quando deve armare il suo piccolo esercito per la guerra di Agamennone. E poi dopo, nella navigazione: dà ordini sbagliati, perde i compagni per manovre azzardate, è stanco, anche di se stesso, a lungo si droga (Calipso), al punto da dimenticare chi è e cosa vuole. Ma si prende tutta l’attenzione, nella lunga serie di avventure, per le qualità mimetiche magnetiche, apparentemente immobili e invece parlanti, di Matt Damon, l’architrave della narrazione - anche se la promozione privilegia il giovane Tom Holland, Telemaco, stella emergente (perlomeno nel cachet).

Un pacifista col supporto perfino di Menelao. Che si è tenuta l’infida Elena al ritorno a Sparta, ma ride del fratello maggiore e bellicoso Agamennone, che lo ha costretto a dieci anni di guerra: “Gli dei  lo hanno sistemato”, spiega a Telemaco che lo ha raggiunto per avere notizie del padre, “la cognata Clitennestra”, sorella di Elena e moglie di Agamennone, “lo ha ucciso, con l’amante Egisto, e il figlio Oreste ha dovuto a sua volta uccidere la madre con l’amante".
Le avventure, e il senso di colpa, girano attorno al “precetto di Zeus” eletto a fondamento della civiltà: l’accettazione dell’altro, ospite o viandante, come uno di famiglia. Che non è un classico: gli dei sono sempre scontenti, e quindi cattivi, nella mitologia, e nell’“Odissea” vera e propria. Ma funziona. In mezzo però, anche qui, alle ire degli dei: Ulisse incorre prima in quella di Zeus, e poi, con la maledizione di Polifemo, in quella di Poseidone - donde i tanti naufragi e la morte dei compagni. Un eroe in chiaroscuro, come tutti quelli per cui Nolan è famoso, la trilogia di Batman, Oppenheimer.
A dieci giorni dall’uscita, “l’Odissea di Nolan”, si è potuto vederlo, rifugio climatizzato nella rovente notte romana, in un cinema da 600 posti, in non più di dieci-dodici spettatori. Un capolavoro sicuramente è stata la commercializzazione del film. La creazione dell’attesa e del bisogno con varie anticipazioni, di personaggi, vicende, ruoli, luoghi, location. E la promessa di tecniche di lavorazione visionarie, l’IMAX, i 70 mm., un solo cinema a Roma (o in tutta Italia) attrezzato per sfruttarle (sul cui sito campeggiava da subito l’avviso “posti sold out”), due o tre esercenti autorizzati a proporsi come i soli, a Roma o a Napoli, o a Roma e Napoli, con lo schermo per il 70 mm., mentre il mercato si inondava con migliaia di copie - solo a Roma non meno di quattordici sale lo hanno programmato, in 70mm, doppiato e in originale. “Vederlo tutti subito”, la ricetta già sperimentata con “Barbie” qualche anno fa, sempre per riempire l’estate rovente. Viviamo d’illusioni, si sa. Con Nolan è anche facile: non è il regista dei migliori incassi? Ma, poi, più veloce di lui, e più ricca, è andata la Marvel, con un ennesimo Spider-man. Forse non abbiamo bisogno nemmeno di illusioni.

Christopher Nolan, Odissea

venerdì 31 luglio 2026

Porte aperte in Spagna

Non è l’Italia che si esclude dall’acordo Schengen, l’Italia chiede l’esclusione della Spagna dall’accordo. Una richiesta probabilmente improponibile, per i tanti svantaggi che creerebbe agli spagnoli, e ai rapporti con la Spagna, ma non senza fondamento.
Il presidente del consiglio spagnolo Sanchez è simpatico, se non altro perché è l’ultimo socialista rimasto in Europa, e come tale ce la mette tutta per perdere le elezioni, e poi perché governa solo – senza maggioranza in Parlamento, e con collaboratori e familiari in gattabuia. Mentre Meloni, che lo accusa di avere aperto le frontiere, della Spagna e quindi dell’Europa, a chi vuole entrarci è bene quella che sostiene in Spagna la destra di Voz. Ma sull’immigrazione selvaggia, con l’arrembaggio ieri di 50 o 100 mila africani a Ceuta, ha solo torto – un arrembaggio preparato evidentemente non in ore o giorni.
La Spagna ha nazionalizzato in sette mesi quest’anno un milione e 200 mila circa stranieri irregolari. Con un decreto molto vantato a inizio anno il governo ha regolarizzato gli stranieri che si trovavano irregolari in Spagna al 31 dicembre da almeno cinque mesi. Una regolarizzazione che dà diritto al lavoro e all’assistenza sanitaria, e conduce alla cittadinanza. A luglio lo stesso governo, sempre per decreto (il governo Sanchez non ha la maggioranza in Parlamento), ha riconosciuto il diritto di cittadinanza agli eredi dei vecchi emigrati con una Ley de Nietos. Si è allineato alla pratica dei paesi a forte emigrazione, p.es. l’Italia, che riconoscono la cittadinanza anche alla terza e quarta generazione dopo l’emigrazione, ma ha dato alla legge un colore politico, volendosi un riconoscimento agli emigrati politici (in precedenza Madrid aveva varato una legge “dei sefarditi”, per la cittadinanza agli eredi degli ebrei espulsi nel 1492…).

Sesso freddo

La vicenda Casati-Stampa, 1970, del marchese che godeva agli amplessi della moglie con giovani gaudenti e alla fine uccise tutti e si uccise. La vicenda va raccontata prima perché il film non è, non si vuole, un thriller – non ha buoni e cattivi, giusti e ingiusti, si limita a guardare.

Andrea De Sica, nipote (figlio di Manuel, il compisitore), ha voluto dare alla vicenda un paludamento napoletano, di grossolanità, magarie, cibarie, bevute, eccetera, non sappiamo se per scrupolo filologico (la coppia Casati professava a Zannone, l’isolotto delle Pontine), o per accentuare il lato manicomiale.
Non ci si appassiona – la narrazione non lo vuole, è fredda. Si segue, curiosamente, per vedere come andrà a finire, anche se si sa già la fine. Con Timi e Jamisne Trinca eroici nel farsi freddi: inempatici, incapaci di stabilire un contatto umano, anche solo un eye contact, come vorrebbe il titolo, un briciolo di umanità.
Andrea De Sica,
Gli occhi degli altri, Sky Cinema, Now

giovedì 30 luglio 2026

Secondi pensieri - 588

zeulig


Comicità
– C’è una “comicità anglosassone”, che deriva dal circo, mentre “quella dei nostri comici deriva dal teatro di varietà” – da qui “la loro perenne fortuna!”, Flaiano riflette  recensendo i fratelli Marx, “I cowboys del deserto” (“La lezione del clown”, ora nella raccolta “Chiuso per noia”): “Il circo apprende ai clowns una comicità universale, che si basa sul ritmo, sull’invenzione, su un’assoluta interpretazione della realtà nel piano del sogno, ed è quindi fumistica; il teatro di varietà si basa sulla macchietta, sull’imitazione dialettale, sull’improvvisazione; cioè sulla mancanza di ritmo, e cade spesso nel compiacimento della volgarità”.
E ancora: “Il clown non ha bersagli reali da colpire; il nostro comico non potrebbe invece vivere senza parodiare i suoi personaggi preferiti, lo straniero, la donna, l’omosessuale. Il suo successo si basa dunque più sulla cattiva educazione collettiva, che fa del pubblico un giudice plebeo, che sulla nostra capacità di afferrare il senso invisibile dell’universo, quelle fratture che l’ingegno comico vede o immagina per consolarci di una costruzione apparentemente compartita e incrollabile”.
È stato, ora non più, continua(va nel 1951) Flaiano: “Il destino del clown sembra già segnato. I suoi circhi vanno in rovina. I suoi film, perlomeno da noi, proiettati in pieno agosto, in sale deserte”.
Successivamente lo stesso Flaiano, nel 1967. abbozzando un ritratto di Totò (“Sì, lo so, ma sa…”, ora in “Chiuso per noia"), lo avvicina all’umorismo anglosassone: “Si può fare l’ipotesi che egli nella commedia italiana rappresentasse la zona metafisica, non i caratteri ma l’imponderabile, il grottesco, l’inverosimile, i piccoli personaggi e fatti diversi di cui è ricca la nostra cronaca, e che sorprendono sempre per quella loro aria inventata eppure plausibile, “il morto che si rifà vivo dopo vent’anni”, lo jettatore che “vuole una patente per esercitare meglio la sua funzione”, o “il «morto» professionista utilizzato per sviare le indagini dei doganieri”.
La patente allo jettatore lo unisce – unisce Totò – a Pirandello, anche lui curioso in tema di umorismo o comicità.

 
Memoria – È culturale, storica. Scienziati austriaci esperti di neurologia ci sono arrivati seguendo “lo sviluppo dell’ippocampo, la regione del cervello coinvolta nella memoria, nel cervello dei topi, dalla nascita all’età adulta”. Ma era l’esito delle analisi linguistiche, di Chomsky p.es.
 dell’innatismo, o grammatica universale.

 
Intelligenza Artificiale – “Le intelligenze artificiali più potenti non sono state programmate, ma addestrate. Funzionano, ma nessuno – nemmeno chi le costruisce – sa con esattezza cosa accada al loro interno” – Gilberto Corbellini sul “Sole 24 Ore Domenica” 26 luglio. Qual è la differenza? Dello strumento programmato si sa il funzionamento, di quello addestrato c’è un margine d’incertezza, su come reagirà all’interlocuzione.
Non sa dialogare? L’IA non è una macchina, razionalista. Ma nemmeno la ragione lo è, di fatto.  Qual è il problema? Che la macchina faccia concorrenza all’uomo? Forse, ma solo per la pubblicità – per creare e vendere spazi.

Storia – “La vera conoscenza della storia è un procedimento di immedesimazione emotiva. La sua origine è l’ignavia del cuore, l’acedia” – W.Benjamin, ultimo appunto.
 
Verità - Demostene era spia del re di Persia. Il severo difensore della patria ateniese era al soldo del nemico. Alessandro Magno lo scoprì quando aprì gli archivi persiani. Non per questo Demostene era stato meno patriota per Atene contro Filippo, il padre di Alessandro. Ma sono più greci i macedoni, che combattono i persiani, o l’ateniese Demostene che ai persiani invece si allea, contro Sparta e i macedoni? Ermia, nobile amico di Aristotele, cui diede in moglie la Pizia, sua amante e forse sorella, doppiogiochista, messo in croce ebbe queste ultime parole: “Dite agli amici e compagni che non ho commesso nulla che non convenisse alla filosofia e alla dignità”. Per Ermia crocefisso Aristotele scrisse una bella poesia.
 
“Dio è un ente solo per i peccatori”, spiega Meister Eckhart, per la convenienza del devoto, che “segue Dio come un cane segue la donna che porta le salsicce”. Mentre il destino è individuale e non si sfugge, si è soli al mondo. Dov’è smarrito l’occhio d’aquila, che afferra d’un colpo gli anfratti della storia? Gli uomini sono rinviati in gregge a Teseo, si può leggere così il deserto dei sentimenti, che un mattino abbandonò Arianna, bella, nobile, gravida. Per sopravvivere - le vestali della Luna, Arianna lo era, sposavano i giovani e li uccidevano, re inclusi.
La pernice, Geremia spiegò criticando le danze lascive sul labirinto, cova figli che non ha generato. La società si rifugia nei consumi, la famiglia nell’Edipo e più non sopravvivono, e con esse il sacro. Di cui tuttavia persiste il bisogno.
 
Ognuno ha un oracolo personale. Lo sostiene Senofonte in difesa di Socrate, ed è filosofia: non tutto è prevedibile, segnato, logico.

zeulig@antiit.eu