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lunedì 18 maggio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (633)

Giuseppe Leuzzi


Racconta N. T., che molti anni fa è passato per lavoro da Pavia a Bergamo, dove non ha vita sociale. Anche le figlie, che vi hanno fatto medie e liceo, non hanno maturato nessun rapporto e hanno proseguito gli studi fuori, dove sono rimaste. Ma anche fuori, nella provincia, che N.T. frequenta per lavoro, la diffidenza ha trovato e trova massima tra paese e paese. Sono uniti solo nel leghismo?
 
“Una cosa buona c’è”, N.T. ha un soprassalto, “che non ci sono le zanzare”. Intende dire a Bergamo. Che, certo, fanno grande la differenza con Pavia, Stradella e finitimi - zanzare e il deumidificatore in casa, che ogni poche ore condensa litri di acqua.
Ancora più grande la differenza, Pavia e Bergamo, per uno che si considera “romano”, anche se a Roma non ci ha mai vissuto.
 
Quando il mafioso era brutto, sporco e cattivo
C’era una volta il mafioso brutto, sporco e cattivo – c’era fino a qualche decennio fa, quando Enzo Biagi e la Milano editrice non ne hanno fatto un personaggio, e come un eroe, “drammatico”, “shakespeariano”, etc.. Silvio D’Amico, che di Shakespeare e di drammi se ne intendeva, carcerato a Roma per nessun motivo nell’ottobre 1943, e a Regina Coeli ricoverato per qualche giorno all’infermeria, ci trova solo squallore: “Il figuro ripugnante è quello del numero 13”, racconta nel memoir “Regina Coeli”, “che per giunta si finge pazzo (avendone del resto eccellenti motivi). È un siciliano”, ancora giovane, “fra i trenta e i trentacinque”, con un  passato impressionante di crudeltà. Il “mafiuso di repertorio, “della fu compagnia di Giovanni Grasso senior: smilzo, ambiguo, sinistro e – malgrado gli manchino quasi tutti i denti della gengiva superiore -…. con una punta di triviale civetteria: sul gilé da forzato ostenta un pullover di maglia grigia che s’è fatto da sé (egli lavora a maglia come una donna); mette volentieri in mostra le braccia tatuate; va in giro dimenandosi come un bardassone, e all’occorrenza saluta strisciante, parlandosi nel naso: «baciamo le mani a Vossìa». Fra tutte le condanne avute in contumacia, e altre condonategli non si sa come, vanta un totale di centoquarantasett’anni di galera; più due condanne alla fucilazione, ché tra i suoi delitti principali (i minori non si contano) figurano quattro omicidi. Una volta ha ammazzato un’impiegata di banca per depredarla; e siccome un ragazzo era stato testimone del fatto, ha ammazzato anche il ragazzo, poi per non lasciarne riconoscere il cadavere l’ha legato alla ruota d’un carro pesante e l’ha spiaccicato rotolandolo per una discesa. Un’altra volta, per rubare una grossa somma in una cassa rurale cattolica, ha sgozzato un prete; quindi ha trucidato il maresciallo dei carabinieri venuto ad arrestarlo”. In prigione, “di lui tutti hanno ribrezzo, e se ne scostano, ma non troppo apertamente, ché ne hanno soprattutto paura. E le prime a temerlo sono le guardie: le quali gli mandano buona anche la finta pazzia con la quale finora ha schivato la morte, e gli lasciano fare il comodo suo come a nessun altro. Se gli Angloamericani non arrivano presto, finiremo col vederlo a piede libero, in camicia nera” - i comuni contavano sulla liberazione da parte dei fascisti e dei tedeschi, entrati dopo Cassibile in possesso della città.
 
Poveri e brutti, ma con grazia
“Non credo nella vitalità dell’arte americana, neppure del teatro, che manca di grazia”, Malaparte riflette nel tardo 1948 nel “”Giornale di uno straniero a Parigi”, p. 152 - anche se “La pelle” qualche mese prima, il suo maggior libro di racconti, aveva dedicato “alla memoria del colonnello Cumming, dell’università di Virginia, e di tutti i bravi, i buoni, gli onesti soldati americani, miei compagni d’arme dal 1943 al 1945, morti inutilmente per la libertà dell’Europa”. Con un rovesciamento pre-trumpiano: “La grazia è una cosa europea. La patria della grazia è l’Europa”. E “come il buon vino, che non sopporta il mare, la grazia non può emigrare negli Stati Uniti. Un giorno l’Europa, quando avrà perso la sua forza politica, militare, industriale, sarà il regno della grazia, come la Grecia di Pericle verso la fine della guerra del Peloponneso”. E così via, “il Partenone è l’opera di una Grecia già al suo declino”, e in Francia non si apprezza la grazia, “la vera forza della nostra civiltà”.
Per concludere: “Meglio della bellezza, la grazia sopravvive nei costumi. Ci sono, nell’Italia meridionale, popoli un tempo famosi per la loro bellezza, divenuti brutti, piccoli, mal fatti: hanno perso la bellezza, sopravvive in loro la grazia. È la nostra vera bellezza”.
La grazia, il garbo – potrebbe anche essere vero.
 
Quando Milano andò al governo – da Adua a Porta Ticinese
Con Adua, 1 marzo 1896, finiva il ventennio della Sinistra Storica al governo, da Depretis, 1876, a Crispi. Entrambi falliti sulla politica coloniale – l’espansione coloniale fu in Italia (come in Francia) opera delle sinistre. Quando, il 3 marzo, si ebbe notizia della sanguinosa sconfitta degli italiani di Barattieri ad Abba Garima, nella piana di Adua, Milano divenne l’epicentro delle manifestazioni di protesta, con larga partecipazione della cittadinanza.
Il re, dovendo esautorare il governo Crispi, cui risaliva la responsabilità politica del disastro, si affidò a un vecchio generale piemontese, Cesare Ricotti, critico della politica militare di casa Savoia, che denunciava come costosa e inefficiente, ma senatore conservatore e collare dell’Annunziata, nonché già ministro della Guerra, nei governi Lanza e Minghetti, 1870-1875, e Depretis ,1854-1887, declinò l’offerta. E indicò, come presidente del consiglio e ministro dell’Interno, il siciliano Antonio Starabba marchese di Rudinì, già prefetto (di Napoli), ministro e capo del governo.7 Un altro inviso a casa Savoia, ma per essere della Destra storica l’uomo del momento, dovendosi sostituire rapidamente Crispi.
Il 10 marzo il nuovo governo era formato. Concesse per prima cosa l’amnistia ai condannati per “reati militari”, cioè politici - soprattutto sindacalisti e altri manifestanti, dal precedente governo Crispi specialmente perseguiti in Sicilia e in Lunigiana, dove erano stati più attivi (la Sinistra incarcerava i lavoratori, la Destra li liberava…). Ma non prima di essersi dato un’impronta “milanese”, e cioè economicistica, e come “aziendalista” – manageriale, si sarebbe detto poi. Con Giuseppe Colombo al Tesoro, il fondatore della Edison, che aveva costruito, accanto al Duomo, la prima centrale elettrica dell’Europa continentale (portando subito dopo l’elettricità anche alla Scala), già ministro delle Finanze (delle tasse) nella prima parentesi di Rudinì all’era crispina, 1891-1892. E con Giulio Prinetti ai Lavori Pubblici.  
Il ritorno della Destra storica al governo sembrò promettente: buona gestione e niente avventure – nonché in Africa, anche con la Triplice, a fronte della militanza crispina filo-tedesca e austro-ungarica. “La Perseveranza” e il “Corriere della sera” plaudivano. I buoni cattolici lombardi si attendevano la chiusura della “questione romana”, la libertà di fare politica attiva. Insomma, un governo dalla “sana gestione”.
A luglio l’idillio era finito, ma non del tutto - Milano è volubile, ma up to a point. Colombo lasciò il governo, per prendere la presidenza della Edison, e poi anche il rettorato del Politecnico. Ma il suo posto fu preso dal veneziano Luzzatti, esperto della materia e bene accetto - con Prinetti sempre ai Lavori pubblici. Se non che Luzzatti fece della Destra il motore delle riforme: avviò la legislazione sociale, col progetto di concessione in enfiteusi delle terre incolte ai contadini poveri, creò l’antenata della Cassa depositi e prestiti, la Cassa di credito comunale e provinciale, per finanziare le bonifiche dei terreni, e introdusse l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro. A questo punto il governo “milanese” del siciliano di Rudinì si può dire finito. Ma il peggio doveva venire.
Quando il governo autorizzò l’aumento del prezzo del grano, e quindi del pane, ci furono proteste di piazza. Milano in particolare reagì negativamente. I ceti popolari e anche la borghesia. Per gli impegni finanziari assunti dallo Stato, giudicati gravosi. Di Rudinì – il re - ordinò severità, compreso l’uso dell’esercito, contro le manifestazioni. Come dopo Adua, Milano si era distinta per le proteste. Da un maggio all’altro, a due anni di distanza. E il comandante della piazza, il generale Bava Beccaris, eseguì alla lettera le indicazioni del generale Pelloux, il ministro della Guerra: fece sparare sui manifestanti, anche con i cannoni, uccidendone un centinaio, fra il 6 e il 9 maggio 1898 – particolarmente efferata la strage di Porta Ticinese.
Pelloux e Bava Beccaris saranno insigniti di commende e medaglie dal re. Milano, che non aveva amato mai i Savoia, se ne dimenticò per sempre – non manifesterà per l’assassinio del re, ma è come se. Solo trasferirà il rifiuto dal re al palazzo, al Quirinale, cioè a Roma.
 
Cronache della differenza: Calabria
Ha l’unica cattedra al mondo di mafia, di Pedagogia dell’antimafia, all’Università di Calabria, al corso ex Magistero, di Scienza dell’Educazione, per insegnanti. Ce l’ha da quindici anni, quindi avrà formato un migliaio, se non duemila, insegnanti. Ma senza intaccare lo strapotere, dicono i servizi segreti, della ‘ndrangheta, la mafia locale. Qualcosa non funziona.
 
“Ha chiuso a Bova il Don Bosco”, lamenta col “Corriere della sera” Bart Lazzaro da Brancaleone,  “l’ultimo cinema ancora aperto nei cento chilometri tra Reggio Calabria e Locri. Una terra già segnata da spopolamento e carenza di servizi essenziali”. Ora, Bova non è che servisse i 100 km – sta a 900-1.000 m. di altezza, a una dozzina di km da Bova Marina – per una strada a perpendicolo. E che il cinema si chiamasse “Don Bosco” suggerisce che restasse aperto per miracolo – Bova non conta più nemmeno 500 abitanti. E che lo hanno aperto i salesiani. La Calabria, anche i 100 km tra Reggio e Locri che in altre mani farebbero una Riviera trumpiana, come terra di missione.
 
Rocco Commisso, di Gioiosa Ionica, in America, Aldo Spinelli, di Palmi, a Genova, due che vanno via giovani, s’inventano il futuro, si arricchiscono, e arricchiscono chi capita, Commisso la Fiorentina, Spinelli il Genoa e poi il Livorno. Senza tornaconto, giusto per il gusto di fare. Voglia e capacità di fare, e un approccio irridente alla vita. Molto topico. “Ho aiutato sempre chi lo meritava”, può dire Spinelli.
 
Carlo Vulpio va in Calabria, dove per i medici cubani che presidiano i Pronto Soccorso ospedalieri Trump avrebbe chiesto l’allontanamento. Li incontra una dottoressa Suarez, “che ha lavorato in Venezuela, Amazzonia, Kuwait”, contenta e scandalizzata. “L’Italia per me era un sogno, e qui mi trovo benissimo. Ma non capisco come mai a Cuba, paese povero, del terzo mondo, negli ospedali abbiamo tutto, anche la neurochirurgia, mentre qui, mi dispiace dirlo, abbiamo trovato arretratezza e disorganizzazione”.
 
Vulpio non dice dove la dottoressa Cobas Suarez lavora in Calabria, ma il suo reportage riguarda gli ospedali della provincia di Reggio Calabria, una volta la più ricca e intraprendente della Calabria: Locri, Polistena, Gioia Tauro, Melito Porto Salvo. Si potrebbe fare della Calabra uno studio significativo sullo sviluppo (Cosenza, Vibo Valentia, Crotone, Catanzaro), e sul sottosviluppo (Reggio Calabria).
 
È una regione di feste religiose, ma soprattutto della Madonna. Ha pochi santi, e molte Madonne, a vario titolo, anche due, e tre, per paese.
Gli spazi più densi di pietà mariana risultano la Vallis Salinarum, o valle degli ulivi, l’attuale piana di Gioia Tauro, e il Mercurion, la valle che unisce Calabria e Lucania sullo Jonio.
 
Si dice Roma una città calabrese, tanti vi sono immigrati, specie nelle professioni e i commerci, nel dopoguerra. Ma la Cassa di Risparmio di Calabria aveva a Roma un solo sportello. Ce l’aveva a Prati, quartiere di cospicue sostanze, ma in zona residenziale non commerciale, una sorta di “sede di rappresentanza” – il primo taglio di Intesa quando “salvò” la Cassa. I valtellinesi erano immigrati poveri a Roma negli anni 1930, panettieri, pizzicagnoli, piccolo commercio. Ma la Popolare di Sondrio, la loro banca, si scopre ora, alla fusione con Bper, avere, solo a Roma, 32 filiali.
Si dice la povertà, ma è l’ingegno che conta – intelligenza, un minimo, iniziativa, e costanza.
 
leuzzi@antiit.eu

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