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Proust incapace di amore
Un titolo
antifrastico? Una raccolta per dire che Proust non sapeva di amore, o non se ne
curava, o ne trattava profuso, in tutte le sue forme, ma sempre sotto
l’aspetto della gelosia? A partire dalla “scena del bacio negato”, da bambino,
il bacio della madre?
La “scena del bacio
negato” è l’apertura della stessa postfazione del libro - della “proustiana”
emerita Daria Galateria – che si può sintetizzare come lo stesso “Robinson”,
che ha avuto l’idea della rassegna e la pubblica, la sintetizza: “La gelosia
necessaria. Nelle oltre quattromila pagine l’autore francese ha indagato il sentimento
avvilente e oscuro che ci riguarda tutti”. Compreso lui, va aggiunto, a scorrere
le mille e più pagine sull’enigmatica inesistente Albertine. O le tante su
Swann, fin dall’inizio - Swann, o della compassione (il solido borghese che il sempiterno
“ragazzo” Marcel ambiva a essere un giorno).
Benché legato alla
mamma, e con tante vice mamme, Marcel è incapace di amore, anche
d’immaginarselo. Nel romanzo Albertine non parla – e non per mancanza di spazio,
anzi. Di gelosia e disprezzo sì, ma non di amore. Lui, Marcel, ama e sa far
parlare le donne ma da amiche e di blasoni, pettegole, vanesie, carrieriste, donne
di mondo – e così pure gli uomini.
È un limite omosessuale, come si vede dagli outing, l’amore ristretto al
sesso? Sembra eresia supporlo, ma era già così in Gide, in “Le Ramier”, il suo
massimo in fatto d’innamoramento – come sarà ultimamente in White.
Diceva bene
Beckett nel suo “Proust”, che scriveva nel 1930, a 24 anni, mentre studiava
filosofia all’École Normale Supérieure, da italianista che sapeva tutto da
Dante fino a De Sanctis e D’Annunzio, dava una lettura maestra di Giotto e
Giorgione (il “Concerto” e la “Tempesta”), e traduceva in inglese Montale e
Comisso. Il saggio forse più interessante, certo il più solido, ancora dopo
ottant’anni. Che individuava il tema memoria - la “Ricerca” è “un monumento
alla gloria della memoria involontaria”, la memoria involontaria ne è il
leitmotiv. Ma in una celebrazione ambigua, giocata di fatto sull’ironia. O già nel
1926 Giacomo Debenedetti, il primo “lettore” italiano di Proust (il primo professionale,
dopo l’estimatore Corrado Alvaro, che stava a Parigi), e individuava proprio nella
gelosia l’amore di Proust.
È una sorta di animismo che Proust pratica, spiegava Beckett, di totemizzazione
(Beckett lo dice un féticheur): “La sorgente, l’origine di questo «atto
sacro», gli ingredienti della comunione sono forniti dal mondo tangibile e
grazie a un lampo di percezione immediata e fortuita. Il procedimento attiene
quasi a un animismo intellettualizzato”. Dopodiché ritiene di poter fare “la
lista dei feticci”, gli oggetti che scatenano la memoria: la madeleine naturalmente,
le campane di Martinville, gli odori dei gabinetti agli Champs-Elysées, i tre
alberi di Balbec, il cespuglio di biancospino presso Balbec, mentre si abbassa
per sbottonare gli stivaletti, il pavé nel cortile dei
Guermantes, il rumore di un cucchiaio contro il piatto, mentre si asciuga la
bocca con una salvietta, il rumore di una tubazione d’acqua, “François le
Champi” di George Sand. Una lista che, senza le rime, e le magnificenze, richiama
Gozzano.
Il tutto regolato dalle “intermittenze del cuore”, di cui in “Sodoma e
Gomorra”, anch’esse molto crepuscolari. Col gusto cabalistico di scartare in
continuazione, cioè a folle. Nel deserto dei sentimenti. E questo è il tratto
distintivo: non c’è l’amore in Proust. Anzi ne è escluso: “L’amore più
esclusivo per una persona è sempre l’amore di un’altra cosa” (“All’ombra delle
fanciulle in fiore”, II). Oppure (“La prigioniera”, II). “Non si ama che ciò
che non si possiede tutto intero”. Che, cabalisticamente e non, non succede mai
– che vuol dire “possedere tutto intiero”? E dunque siamo condannati
all’amore…E ancora (“Albertine scomparsa”): “Si desidera essere compresi perché
si desidera essere amati, e si desidera essere amati perché si ama. La
comprensione degli altri è indifferente, e il loro amore importuno”.
Peggio ancora per l’amicizia. Che origina in Proust, secondo Beckett, nella
vigliaccheria: “L’amicizia non è soltanto priva di virtù come la conversazione,
essa è per di più funesta” (“All’ombra delle fanciulle in fiore”, II). Nei
“Guermantes” l’amicizia è situata tra la fatica e la noia.
Si può dire di
Proust quello che dirà Sartre trent’anni dopo, “L’essere e il nulla”: “Sono
condannato a vivere sempre al di là della mia esistenza, al di là dei moventi e
dei motivi del mio atto”. Che però era già Bergson, che di Proust si può
pensare papà – se leggeva filosofia (e poi sarà dello straniero di Camus, ma questo non importa).
La storia di
Albertine, ricalcata per intero sulla storia da Marcel vissuta con lo chauffeur
Alfred Agostinelli (non memorabile peraltro, se non per il pettegolezzo), e con i tanti altri ventenni che, come Agostinelli, prendeva a segretari, stipendiati, in casa, è
esempio atroce di mascheratura, così prolungato. Sono questi amori finti tra
finti personaggi che caricano la “Recherche” di artificio, di uno snobismo
incontinente. La frase più lunga delle sue lunghe frasi è, “Sodoma e Gomorra”,
Pléiade, III, 17-19, la classificazione degli invertiti. È anche il suo punto
più drammatico.
Artificioso in secondo grado naturalmente, se la letteratura è artificio.
Paolo Di Paolo (a
cura di), Un amore di Proust, “Robinson”, pp.176 € 9,90
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