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La famiglia non si dissolve
Due sorelle, una
attrice giovane e di successo a teatro, e una moglie e madre di un ragazzo, molto
attaccato alla zia, molto affiatate tra di loro, al funerale per la morte della
madre rivedono il padre, un regista famoso, che se ne era andato quando erano bambine.
Molte schermaglie seguiranno: le sorelle, volti “mediterranei”, sono robuste anche
psicologicamente. Come lo è del resto il padre - “se siete così brave, c’entrerò anche io”,
ma detto senza cinismo.
Trier, danese-norvegese,
è cittadino dell’antico Regno di Danimarca e non svedese, ma è una sorta di
reincarnazione di Ingmar Bergman. Nei progetti e negli esiti. Un po’ più freddo,
quasi meccanico prima, ora con la “problematica scandinava” al giusto bollore. Di
amori che vanno e vengono senza eccessi, né nella passione né nella separazione.
Di famiglie che si amano e poi si dissolvono, nel non detto. Della disperazione
che non si manifesta se non nel suicidio. Senza entusiasmi e senza sconforti
in realtà. Non gridati comunque, sottintesi. Qui allusi con l’ipersensibilità
della sorella attrice a teatro, che ogni sera affronta la scena con le vertigini,
salvo ogni notte il trionfo. Un mondo di sentimenti sospesi.
Il padre regista
ritorna perché, dopo un lungo periodo di inattività, ha un nuovo progetto. Di
cui vuole che sia la figlia attrice la protagonista. Al rifiuto della figlia
prova con una star americana. Che ce la mette tutta, nella fase dello “sviluppo”,
nella figurazione a tavolino scorrendo la sceneggiatura, ma poi getta la
spugna. Per un motivo semplice: la prima scena sarà il suicidio della madre – che
è stato nella realtà della madre del regista, della nonna. Di cui le figlie non
sapevano nulla. E questo poco alla volta le riavvicina al padre, alla vecchia
casa di famiglia che il padre ha voluto riaprire, al suo mondo, e al suo film.
Il passato non passa, e specialmente quello familiare. Un racconto
consolante – bergmaniano ma non troppo. Mai comunque frigido, di testa –
autobiografico, un mea culpa (Trier lo è stato in passato, narratore “di
testa”)? Aiutato da due attrici sempre della misura giusta – espressione,
gestualità, dizione: la quarantenne Renate Reinsve, la Liv Ulmann di Trier, e
Inge Ibsdotter Lilleaas (il padre è lo sperimentatissimo – sembra che reciti
come vive – Stellan Skarsgård). Molto premiato, anche a Hollywood.
Joachim Trier, Sentimental
value, Sky Cinema, Now
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