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martedì 19 maggio 2026

Le "sinistre" città senz'anima

Il cinema Pasquino, che a Roma è stato a lungo l’unico a proiettare i film in lingua originale, negli anni 1960, ha riaperto qualche mese fa, dopo vent’anni di abbandono, come art center, “spazio culturale che integra cinema, musica, arti visive, tecnologia e gastronomia”. Questo a marzo. A  maggio il Pd romano, capitanato da Matteo Orfini e Paolo Ciani, denuncia l’art center al “Procuratore della Repubblica Lo Voi, e a tutte le istituzioni competenti”, secondo il solerte altoparlante del “Corriere della sera-Roma” e di “la Repubblica-Roma”: “il questore Roberto Massucci, carabinieri, sindaco Gualtieri, e Mic compreso”, il ministero della Cultura - proprio così, come il Catarella della Vigata di Camilleri. Perché la ristorazione è fatta da “Pasquale «Lino» Frongia, pittore e amico di Vittorio Sgarbi”.
Lo stesso partito e gli stessi giornali che oggi denunciano la città senz’anima – e senza cibo, andrebbe aggiunto, se non dai 50 euro a coperto, giusto la gastronomia che questi  influenti media de sinistra”  propagandano: “Turismo, affare da 15 miliardi. Ma c’è il rischio di soffocare la città”. Che invece è già soffocata, tutto il suo enorme centro storico, e tutti i trasporti e i consumi, cari e senza qualità. Una Venezia in grande, senz’anima e senz’aria, e carissima. Ma non sono gli stessi che hanno fatto di Roma un mercatino che oggi compiangono la città? Senza autocritica, naturalmente. Perché un altro “affare” si prospetta, si può starne certi – questi non hanno altra anima.
Roma ha evitato con cura la nuova urbanizzazione, commerciale, di piccolo diffuso affarismo, finché c’è stata dialettica politica in Campidoglio. L’introduzione delle aree pedonali – “mercatini” all’aperto – fu controllata e circoscritta. Fino a che non vennero le “giunte Bettini” e del “campo largo”. Che hanno ridotto la città a una mangiatoia, senz’anima. In centro e fuori. Solo il business conta. Ma del piccolo interesse nudo e crudo, senza un briciolo d’intelligenza – e di moralità, ma questo non si può dire.
A Roma, del resto, come in tutta Italia, Firenze, Napoli, Palermo, e ovunque: i vecchi Pci al potere   ne hanno distrutto l’anima. Vengono in mente le “lenzuolate” dell’allora ministro Bersani – ora testimonial in ogni spiffero tv della Grande Anima di sinistra – che veicolavano l’urbanistica dei non-luoghi, la “grande distribuzione” (leggi il ricco business dei centri commerciali, delle campagne urbanizzate), e la fine del commercio di vicinato, con l’invalidazione delle licenze (il piccolo “capitale” dell’avviamento), dalle salumerie alle edicole, come inutile, caro (al confronto dei supermarket?....) e dannoso, e non un continuo, quotidiano, scambio di bisogni. Gli stessi che ora lamentano che le città non hanno un’anima. Chi gliel’ha rubata?
O è un nuovo business che si vuole lanciare, di cui ancora non sappiamo? Perché: come si è potuto arrivare a chiudere il vicinato, per quale sociologia, quale dottrina economica? Solo rendite, ricche.

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