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Le "sinistre" città senz'anima
Il cinema Pasquino, che a Roma è stato a lungo l’unico a proiettare
i film in lingua originale, negli anni 1960, ha riaperto qualche mese fa, dopo
vent’anni di abbandono, come art center, “spazio culturale che integra
cinema, musica, arti visive, tecnologia e gastronomia”. Questo a marzo. A maggio il Pd romano, capitanato da Matteo
Orfini e Paolo Ciani, denuncia l’art center al “Procuratore della Repubblica Lo Voi, e a tutte le istituzioni
competenti”, secondo il solerte altoparlante del “Corriere della sera-Roma” e di
“la Repubblica-Roma”: “il questore Roberto Massucci, carabinieri, sindaco Gualtieri,
e Mic compreso”, il ministero della Cultura - proprio così, come il Catarella della Vigata di Camilleri. Perché la ristorazione è fatta da
“Pasquale «Lino» Frongia, pittore e amico di Vittorio Sgarbi”.
Lo stesso partito e gli stessi giornali che oggi denunciano la città
senz’anima – e senza cibo, andrebbe aggiunto, se non dai 50 euro a coperto, giusto
la gastronomia che questi influenti media de sinistra” propagandano: “Turismo, affare da 15 miliardi. Ma c’è il rischio
di soffocare la città”. Che invece è già soffocata, tutto il suo enorme centro storico,
e tutti i trasporti e i consumi, cari e senza qualità. Una Venezia in grande,
senz’anima e senz’aria, e carissima. Ma non sono gli stessi che hanno fatto di
Roma un mercatino che oggi compiangono la città? Senza autocritica, naturalmente.
Perché un altro “affare” si prospetta, si può starne certi – questi non hanno
altra anima.
Roma ha evitato con cura la nuova urbanizzazione, commerciale, di
piccolo diffuso affarismo, finché c’è stata dialettica politica in Campidoglio.
L’introduzione delle aree pedonali – “mercatini” all’aperto – fu controllata e
circoscritta. Fino a che non vennero le “giunte Bettini” e del “campo largo”.
Che hanno ridotto la città a una mangiatoia, senz’anima. In centro e fuori.
Solo il business conta. Ma del piccolo interesse nudo e crudo, senza un
briciolo d’intelligenza – e di moralità, ma questo non si può dire.
A Roma, del resto, come in tutta Italia, Firenze, Napoli, Palermo, e ovunque:
i vecchi Pci al potere ne hanno distrutto l’anima. Vengono in mente le “lenzuolate” dell’allora ministro
Bersani – ora testimonial in ogni spiffero tv della Grande Anima di sinistra
– che veicolavano l’urbanistica dei non-luoghi, la “grande distribuzione”
(leggi il ricco business dei centri commerciali, delle campagne urbanizzate),
e la fine del commercio di vicinato, con l’invalidazione delle licenze (il
piccolo “capitale” dell’avviamento), dalle salumerie alle edicole, come inutile,
caro (al confronto dei supermarket?....) e dannoso, e non un continuo,
quotidiano, scambio di bisogni. Gli stessi che ora lamentano che le città non hanno
un’anima. Chi gliel’ha rubata?
O è un nuovo business che si vuole lanciare, di cui ancora non sappiamo? Perché: come si è potuto arrivare a chiudere il vicinato, per quale sociologia, quale dottrina economica? Solo rendite, ricche.
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