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La Germania che non passa
“Vuoto politico” e
“generale corruzione della vita pubblica” sono la conclusione. “In nessun altro
luogo questo incubo di distruzione e dolore è meno sentito e meno discusso che
nella Germania stessa” è l’inizio – “questo incubo di distruzione e orrore” è
il nazismo, la guerra, i lager, lo sterminio.
Hannah Arendt nel
dopoguerra tornò più volte n Germania, il tedesco celebrando come “lingua
materna”. Per i motivi più vari: per ricostituire il patrimonio colturale
ebraico, per ritrovare il suo vecchio amante Heidegger, sempre amato, per
tenere conferenze, per ricevere riconoscimenti e premi. Ma non senza un certo
malessere. Che in questo saggio, che pubblicò nel 1950 sulla rivista fondata
nel 1945 dall’American Jewish Committee, e diretta da Elliott Cohen, esterna
con piglio inconsuetamente radicale: “Questa generale mancanza di emozioni, o
perlomeno questa apparente insensibilità, a volte mascherata da un
sentimentalismo a buon mercato, è solo il sintomo esteriore più evidente di un
rifiuto radicato, ostinato e a tratti vizioso di affrontare e accettare ciò che
è realmente accaduto”.
L’atto d’accusa
non conclude ma apre il saggio, sotto la forma dell’abstract, la
sintesi, come è d’uso nella pubblicistica accademica. “L’indifferenza, e
l’irritazione che ne consegue quando viene messa in discussione” la
indispettiscono più che impietosirla. Trovandole, alla fine di varie
supposizioni e deduzioni, solo “una fuga
dalla realtà”. Forse non voluta, forse caratteriale, ma allora peggio. Tra
“vittimismo” e “generalizzazioni prive di senso” (“ah, ma allora i comunisti,
ma allora…”). Salva Berlino. Benché sia, di tutta la Germania, la parte che
continua a “perdere la guerra”, occupata a metà dai russi comunisti.
A volte però l’ira
cede il passo alla scienziata politica. La Germania non si è rigenerata a causa
della “denazificazione”, che deve di per
sé essere lacunosa, e consolatoria (“ricostituente” – “l’unica alternativa al
programma di denazificazione sarebbe stata la rivoluzione”. E la ricostruzione
è stata demandata alle forze economiche, le stesse di prima – “il potere
restituito agli industriali è persino svincolato dai tenui controlli che
esistevano nella Repubblica di Weimar”, prima di Hitler. Una critica analoga a
quelle in Italia sulla defascistizzazione, con l’amnistia.
Il sindacato è
debole. I partiti socialisti tedeschi “hanno una tragica storia”. Le università
sono sovraffollate – da giovani che non trovano altro sfogo. Perfino il
federalismo è sbagliato – la costituzione federale che la nuova Germania si è
data, sull’esempio del federalismo americano: “Il fallimento dei Länder
autonomi è ormai quasi un dato di fatto” – troppa indipedenza, a nessun fine.
Ma non senza, anche qui, una zampata d’autore: “Gli unici legami concreti tra
Bonn – la vecchia capitale provvisoria, n.d.r. – e i governi dei Länder sono
gli apparati di partito”.
Uno sguardo sulla
Germania realistico, non oleografico e ammirativo come è l’uso (perlomeno in
Italia). Datato ma, a leggerlo, non del tutto: non i fatti naturalmente,
soprattutto non “l’elaborazione della Colpa”, come dopo la guerra si imponeva,
ma quella sorta di psicologia nazionale che ad Arendt dava fastidio nel 1950 è
ancora viva e vegeta. Il “non sapere”, “non vedere”, mentre invece tutti
vedevano e sapevano, e denunciavano. Un saggio vecchio, ma sulla Germania che
non passa.
Hannah Arendt, The
Aftermath of Nazi Rule: Report from Germany, “Commentary”, ottobre 1950,
free online, leggibile in italiano, Le conseguenze del regime nazista: un
rapporto dalla Germania).
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