Cerca nel blog

giovedì 30 ottobre 2008

Processo alla storia-processo

Lo storico giudice di Carlo Ginzburg come uno sbirro? Ci sono due storie al tornante del millennio, la storia come spettacolo in tribunale e la storia dell’inquirente, quello per il quale ogni evento è comunque delittuoso, dovendo essere oggetto d’indagine sul modello poliziesco. La seconda non può essere vera e non è consolante, se non come un qualsiasi giallo. Mentre la prima si dissolve nel gossip, lo spamming invadente dell‘età elettronica, di parole e immagini, nel dissolvimento di ogni principio di verità e responsabilità. In tutto somigliante alla storia negata del nazista di Primo Levi, che risponde con un “hier ist kein warum”, non c’è un perché.
Se lo storico è giudice
C’è un uso distorto della storia, di cui la concomitante uscita dell’“Appello di Blois”, sottoscritto da quasi mille storici di 43 paesi, dà un senso definito. È la storia fissata dalle leggi, “che non si può disconoscere”, e di conseguenza non si può più nemmeno indagare. Sono leggi politicamente di sinistra, secondo il vecchio gergo: le tante fatte in Europa che fissano l’Olocausto, contro il negazionismo, e quelle francesi che fissano la tratta e il genocidio degli armeni. A protezione cioè delle vittime. Ma che finiscono per intralciare la ricerca storica, e quindi la storia. L’associazione Liberté pour l’histoire, che ha lanciato l’appello, è stata creata tre anni da Pierre Nora, socialista, proprio per combattere questa limitazione. Ma c’è di più, di più insidioso.
I saggi qui riuniti vogliono fare giustizia della “tribunalizzazione” della storia in altro senso. Dell’“uso” della storia per fare giustizia, spiega Melloni, del paradigma indiziario, e della concomitante mentalità del complotto. Anche al livello più alto del paradigma, la narrazione della storia, in cui Ginzburg eccelle. Della storia che non si fa, del passato che non passa. Anche citando l’ambiguo Ricoeur: “La storia vuole fare della memoria una sua provincia”, una violazione del tempo che si fa violenta quando la storia è storia del tempo che viviamo.
Ma i due termini della questione alla fine confluiscono, nella commistione tra storico e giudice - sia esso o no legislaore - implicita nel paradigma. Della storia come arringa avvocatesca, sia pure di pubblico ministero, in teoria impegnato alla verità dei fatti. Con la quale si finisce per favorire, dice Melloni con Giovanni Miccoli, lo storico de I dilemmi e i silenzi di Pio XII, “l’idea che quei fatti si collocano al di fuori della portata e della misura degli uomini comuni”. E in parallelo fare giustizia della riduzione della storia del Novecento e dell’ebraismo alla Shoah, con il corollario della Colpa imprescrittibile. Con la conseguenza paradossale che quella “storia che non passa” diventa anche una storia che non è avvenuta, non per gli epigoni e i contemporanei. Se non nelle forme dominanti del gossip, per essere cioè opera di folli, di forze demoniache, del male assoluto, di oscuri complotti.
La categoria dell’“uso pubblico della storia” risale al 1986, coniata da Jürgen Habermas nel quadro della Historikerstreit, la disputa degli storici, contro Ernst Nolte che il nazismo per ultimo disse una reazione al bolscevismo. Ma non si dà un momento della storia in cui non se ne sia fatto un uso politico. Alberto Melloni, storico del cristianesimo, si assume in questo libro a quattro mani, che lui stesso ha impiantato, il ruolo del guastatore. Esordisce con “la storia universale è il giudizio universale”, di Schiller, che Hegel imporrà come criterio principe di filosofia della storia. Cui oppone la “prosaica” verità di “un cantautore” - Francesco De Gregori: “La storia dà torto e dà ragione”, e “la storia siamo noi”. Ma ha da dire una cosa seria, e i testi di Marquard a supporto, sebbene anch’essi brillanti, sono fortemente argomentati. “Per la storia della tribunalizzazionme della storia” di Melloni, e i due “esoneri” di Marquard che confluiscono nel libro, “Motivi di teodicea nella filosofia dell‘epoca moderna“ e “L‘uomo nella filosofia del XVIII secolo“, sono tre densi saggi inattuali. Per la radicale diversa prospettiva che introducono nella storia e nella storiografia.
Il filosofo stuntman
Diversa rispetto a quelle del tornante del millennio. Che comunque sono insoddisfacenti per i loro stessi teorici e fautori.Una ricerca come Pasque di sangue, costruita col paradigma indiziario di Ginzburg, incontra la più convinta condanna dello stesso Ginzburg: ci vogliono - ci sono - interdizioni. Niente è da dire del giacobinismo spammato nelle cronache, e più a opera e beneficio degli avidi, i filibustieri, i furbi, i maestri della corruzione, gli (ex) compagni di strada. Dei padroni insomma della audience. Su una umanità di gusci, che sono tanto protetti e ricchi quanto sono apprensivi e avidi, di libri vuoti, di cartaveline.
L’argomento è sensibile. La storia da farsi essendo quella del fascismo, della Shoah, del comunismo - a cui bisognerà aggiungere l’uso della Bomba, i bombardamenti programmati di vittime civili, e forse lo stesso concetto di guerra totale. Insomma, tutto il Novecento e la contemporaneità. Ma è una storia che non si fa perché è una storia che non passa, questo l’argomento comune ai due autori. “Vige la legge”, Marquard, p.76, “della crescente pervasività dei residui”: più migliora il resto, “tanto più virulento diventa… il negativo che resta“.
È l’effetto della postmodernità - dell’età dell’acquario?. Una riedizione della ciclica depressione goduriosa dell’Occidente. Sopra la quale lo storico Melloni e il filosofo Marquard cavalcano in allegria per esserne esenti. Per essere credenti nell’epoca della incroyance? Marquard vede il filosofo “stuntman dell’esperto”, la controfigiura di chi ne sa nelle situazioni pericolose.
"Si giustifichi"
La tribunalizzazoone della storia è la trasformazione della domanda di Leibniz, “perché esiste qualcosa invece di niente?”, in “con che diritto esiste qualcosa invece di niente?”Con la conseguente inimputabilità, attraverso le nuove filosofie, o un bisogno di esonero: il bene che viene dal male. “Si giustifichi” è la legge dell’uomo moderno. È il principio della Riforma, che per questo ha bandito le opere. Marquard ricorda a questo proposito Heine, che con la solita chiarezza nel 1835 riportò il giacobinismo al teutonismo: “Come in Francia qualunque diritto, così in Germania qualunque pensiero deve giustificarsi”. Il Robespierre tedesco, notava Heine, era stato Kant.
La tribunalizzazione è accentuata dalla “onnipotenza della modernità”, che espunge l’impotenza e il dolore. Fino alla triviale e al banale, che ci perseguita da Norimberga. Per l’immagine che fa aggio su qualsiasi verità, e la comunicazione ridotta a chiacchiera, dei blog, le chat, i forum, i reality e i talk show. Lieve ma invadente e sostiutiva: occupa gli spazi, espunge la riflessione e la comprensione - dopo tanta rete, reality e talk show, la leggerezza cara a Savinio e Calvino va riconsiderata. Le immagini, nota Melloni, sono macigni: giudice insindacabile al tribunale della storia è oggi la televisione. Non il documento in archivio, ma l’immagine a casa.
Contro lo spamming invadente, “lo storico migliore” di Melloni “non è quello che ingenuamente arretra nell’afasia, nella polverizzazione microscopica, in qualche forma di par condicio della memoria, ma quello che riesce a disilludere chi chiede sentenza, a far emergere il valore del dettaglio, la parzialità della fonte, chi sa rendere preziose le aporie, sa valorizzare le contraddizioni e, al contrario del tribunale, sa che solo il giudice apre un dossier come se , dopo anni o dopo secoli, esso fosse rimasto identico e perciò « vero» ”.
Se Norimberga è un’assoluzione
La laicizzazione della storia porta dalla seconda metà dell’Ottocento all’“uso pubblico della storia”, nel senso di una magistratura. Norimberga ha avuto un precedente nel tentativo del presidente Wilson di giudicare il kaiser dopo il 1918. Dopo il 1945 la storia si fa in tribunale. Melloni cita Norimberga, Tokyo, Gerusalemme, Francoforte. Ma il più paradigmatico è Palermo, dove a Giorgio Galli, in qualità di storico, l’accusa commissiona la prova principe a carico di Andreotti processato per mafia, una ricerca storica. Che l’assoluzione boccerà, chiudendo il circolo della tribunalizzazione viziosa. L’idea di Norimberga, lanciata nel 1940 da Roosevelt, all’inizio della guerra, e sancita a Londra, a guerra che appare perduta ma prima della Soluzione Finale, il 13 gennaio 1942., è un processo simbolico, a carico di dodici militari e dodici civili. Di una sola parte in guerra. Non ci sono fascisti, ustascia, ucraini, ungheresi tra gli incolpati. Con effetti in superficie indifferenti e al profondo molto negativi.
Il primo e più profondo è la Colpa che non passa. Come uscire dalla Colpa, la condanna sterile, Melloni si fa dire da Christian Meier, lo storico di Da Atene a Auschwitz e L'arte politica della tragedia greca, suo riferimento in più punti, dal cui insegnamento deduce: “Nessun dubbio sul fatto che il comprendere, il comprendere che « dice tutto» di Bloch, inizi dopo la condanna e serva a rendere il passato sopportabile (in contrapposizione al passato rimosso dal mito e dall’oblio)”. E: “Solo ciò che può essere «sopportato» può anche essere «conosciuto storicamente» da chi viene dopo un passato, anche dopo il più recente dei passati”.
Effetti anche paradossali può far rilevare Melloni in conseguenza della tribunalizzazione. L’assassinio di Mussolini ha evitato un processo. L’Italia è così l’unico paese sconfitto a non avere processato il suo passato. Non l'hanno fatto gli americani, non c’è una Norimberga contro il fascismo, non l’ha fatto l’Italia. Se non per alcuni nazisti, sottufficiali o subalterni. I casi truci la Repubblica li chiuse in un armadio al ministero della Difesa, con le porte contro il muro. Amnistia, amnesia. L’amnistia la voleva Umberto di Savoia all’atto dell’ascesa al trono. Anche sulla guerra civile, c’è stato Pavone e poi niente: la “ricerca” è stata lasciata ai giornalisti, per vendere qualche copia. Non è stato fatto il processo ai crimini comunisti in Europa, pure efferati. E Mengaldo titola “La vendetta è il racconto” le testimonianze e riflessioni sulla Shoah, la storia più traumatica.
La teodicea laica
Ma un effetto su tutti Marqiard e Melloni a sorpresa fanno emergere da questa contemporaneità tribunalizia e vacua: il suo apparentamento alla dismessa teodicea, di quando la storia era la rivelazione di Dio. Critici e anzi sarcastici, benché credenti, in quanto è da due scoli e mezzo, dal 1750, una labile teodicea laica. Che, se aiuta e fomenta il progresso tecnico, si adopera a escludere il male, a metterlo da parte, mediante la storia tribunalizia. Mediante il risarcimento (del male), il criterio base della “Teodicea” di Leibniz: del male gnoseologico (la curiosità trasformata da dissipazione in virtù), estetico (l’emozione, la metafora, il mito, l’esotico, il selvaggio, il fanciullesco, il femminile), morale (il peccato originale pegno di libertà, l’asocialità come creatività, Nietzsche: la ribellione è creatività), fisico (la fatica, il lavoro, la stessa penuria in Malthus), metafisico (mutamento). Mentre il bene tradizionale viene trasformato in male.
Marquard ha due pagine magistrali sul bisogno di Dio, spiegato da Leibniz nella Teodicea”, le cui insufficienze saranno addebitate nel secondo Settecento da Kant all’uomo e da Fichte alla storia, dopo che Rousseau aveva rilevato il distacco della cultura dalla natura, e il terremoto di Lisbona nel 1755 gli aveva dato ragione. Mentre nel 1764 debuttava la letteratura horror, e nel 1965 la filosofia della storia. Il progresso è Dio, dicevano Hegel e Tocqueville. Non può esserlo, obiettava Ranke, altrimenti chi è nato prima è discriminato. Ma si restava sempre in quell’ambito. Marquard ritrova nella contemporaneità tutti i motivi della teodice prima del disincanto, che la “Teodices” di Leibniz sistematizza: il risarcimento, la compensazione, l’esonero. Singolare recupero. Non immotivato. La “tribunalizzazione della storia” vedendo (Melloni, p.47) “non solo come figura che sostituisce e secolarizza la teodicea, ma come un concreto appello del diritto penale e perfino costituzionale alla storia, affinché essa legittimi l’adesione e l’identità politica, in quel vuoto dello ius publicum europaeum presentito da Carl Schmitt”. Una nuova forma di teodicea, laica, per riempire il vuoto della secolarizzazione.
La tribunalizzazione è il tentativo della storia secolarizzata di darsi una morale. Una debolezza, che Melloni condanna d’acchito: “Sicché, alla fine, dopo aver certo esonerato l’uomo con la stessa fragile eleganza con cui la teodicea esonerava Dio, non ci si ritrova fra le mani una tesi filosofica, ma un legame pericolosamente solido fra giudizio storico e giudizio penale”.
Marquard, Melloni, La storia che giudica, la storia che assolve, Laterza, pp.162, € 16

Il referendum contro il grembiulino

Gelmini non aveva fatto in tempo a evocarlo, nelle interviste agostane, che il grembiulino faceva mostra di sé in tutte le vetrine d’Italia, in infinite fogge, in molteplici colori, in misure per tutti, anche per le maestre grasse. Se ne potrebbe inferire un complotto, l’ennesimo, fra la Gelmini, i grembiulai e i negozianti, contro la società civile. Con corredo di mamme comprate, quelle del grembiulino. Se non del famoso Gelli… Oppure un colpo di genio, un ultimo - l‘ultimo? - di questa Italia depressa e decaduta, specie degli efficientissimi artigiani napoletani che “Gomorra“ dice camorra, che in pochi giorni sono stati in grado non solo di fabbricare milioni di grembiulini, ma anche di farli trovare in tutta Italia. Quando un pacco raccomandato espresso con le Poste ci impiega almeno dieci giorni solo per andare da Roma a Ostia. Senza contare quindi la confezione, e la lunga attesa per la spedizione.
Ora, per questo il referendum di Veltroni contro il grembiulino appare ai più malinconico. Perché censura, col suggello della società civile e delle mamme, quelle contro il grembiulino, questo - ultimo? - sprazzo di creatività italiana e napoletana. Di cui insomma dobbiamo vergognarci. Se non, quasi quasi, andare a votare contro. Cioè per il grembiulino. E a questo punto anche per il voto in condotta, che tanto dispiace alle mamme trepide.
Certo, we can. Ma che ne direbbe Obama? Non avrebbe fatto meglio Veltroni a mandarci al referendum contro i tagli alla scuola? O i tagli all‘università? O anche solo contro i tagli alla ricerca? Qui tra l‘altro era anche semplice: bastava dire “votate no all‘emendamento Brunetta“. O lui è contro il grembiule, e il voto in condotta, e a favore dell’emendamento?
P.S.- Il referendum non è consentito sule leggi di bilancio. Ma sulla sopravvivenza dell‘università sì.

lunedì 27 ottobre 2008

Tagliata la fisica bianca e la ricerca nucleare

È argomento di molta ironia tra i fisici italiani, pure in questi giorni che li vedono al centro della protesta contro l’abolizione della ricerca scientifica. E uno che avrebbe fatto infuriare Berlusconi, per l’evidente ricaduta beffarda. L’istituto di ricerca che per primo cadrà sotto la scure del governo è quello nucleare, l’Infn, Istituto nazionale di fisica nucleare.
L’ironia, e la beffa, sta nel fatto che il governo si è impegnato, con la stessa determinazione che usa contro la ricerca, a rilanciare il nucleare in Italia. Facile argomentare che “Berlusconi pensa di fare il nucleare coi battilamiera”. Ma con un codicillo ancora più insidioso: tagliando l’Infn il governo taglia la vena aorta della fisica “bianca”, la creatura prediletta di Zichichi e altri fisici dello stesso colore. Che peraltro hanno sempre avuto, e vorrebbero mantenerla col ministro delle Attività Produttive, il bianchissimo Scajola, una leadership incontestata in tutti i campi del settore energia.
Nel passato governo Berlusconi Letizia Moratti tagliò la fisica “rossa”, l’Infm, l’Istituto nazionale di fisica della materia, accorpandolo al Cnr, dove rientrava sotto il controllo bianco. Nessuno protestò, in nessuna piazza, e anzi Zichichi e i suoi amici scesero in campo con dichiarazioni pubbliche a favore del governo. Ora la beffa. Che molti giurano non sarà fatta passare liscia a Berlusconi.

"Economist" e "Financial Times" a guardia dei ladri

Si risollevano le sorti politiche di Brown in Inghilterra perché è intervenuto prima e più rapidamente di ogni altro a salvare le grandi banche. Col pauso delle vestali del mercato, “Economist” e “Financial Times”. Senza un cenno di autocritica dei due giornali. Che sono stati fatti (e forse lo sono ancora) dalle banche d’affari, e dai compari di queste banche, gli istituti di rating. Dai grandi ladri cioè all’origine degli ammanchi senza precedenti che hanno svuotato il mercato. E porteranno a una reazione a catena di fallimenti, non esclusi gli stessi santoni del mercato e della dirittura morale, “Economist” e “Financial Times”.
Per un quindicennio i due grandi giornali si sono fatti con le indiscrezioni pilotate delle banche d’affari. Per questo o quell’affare, oppure contro questo o contro quello. Affari come ora si sa banditeschi, di cui i due giornali sono stati i complici – e possono essere le vittime. Ma non c’è in essi alcuna autocritica.
Che il senso morale britannico sia jingoista, si sapeva: Londra è la migliore. Ma che il nocciolo della corruzione sia ancora protetto significa che la crisi, per quanto grave, lascia inalterato l’assetto degli affari. Si rubava, cioè, e si continua a rubare.

La ricerca fa litigare Gelmini e Brunetta

La Gelmini contro Brunetta. Maroni contro Gelmini e Brunetta. Ci sono stati errori nella riforma della scuola e dell’università, “sovraesposizioni”: all’interno del governo si cominciano a fare i conti. Maroni, pur condividendo sia il decreto Gelmini che l’emendamento Brunetta, non ci sta ad “alzare il livello dello scontro”, come usava dire: le forze dell’ordine hanno consegne ferree di evitare qualsiasi forma di violenza. “Niente martiri”, avrebbe detto il titolare dell’Interno. Che esclude comunque l’impiego della forza pubblica per assicurare la continuità della didattica contro eventuali occupazioni, anche se prolungate.
Ma il problema non è tanto l’impiego della forza pubblica, che non sarebbe in agenda, quanto il carattere punitivo e eccessivo di cui sono stati caricati gli interventi sulla scuola e l’università. Gelmini tenta da qualche giorno, al Senato e nelle interviste, di recuperare la dimensione politica dei suoi decreti. E si lamenta in privato degli atteggiamenti ultimativi che invece Brunetta esibirebbe. Solo per tenere fede, afferma, alla sua immagine di mangiasprechi. Mentre Brunetta dal canto suo ritiene di essere stato intrappolato, col famoso emendamento tagliaricerca, dall’establishment ministeriale. Un emendamento che egli avrebbe proposto senza valutarne appunto l’impatto sulla ricerca scientifica.

La nuova Alitalia sarà Lufthansa

Il Nord col traffico d’affari a Lufthansa, e Roma col traffico turistico alla nuova Alitalia? È l’ultimo esito dell’interminabile crisi del vettore italiano, di cui finalmente emerge la ratio.
Alitalia ha ridotto i voli da Malpensa da 1.250 a 150 la settimana, Lufthansa ha creato una Lufthansa Italia per collegare Malpensa con tutte le città europee, facendone il suo terzo hub, insieme con Francoforte e Monaco. E non c’è nessun dubbio che il programma Lufthansa partirà prima e meglio di quello della nuova Alitalia, che come tutto in Italia traccheggia tra le mille tagliole burocratiche e sindacali. Quando la nuova Alitalia sarà pronta al decollo, non prima di sei mesi, la Malpensa di Lufthansa potrebbe già essere in volo.
Non è detto. Malpensa è soprattutto una promessa andata a male, un potenziale depotenziato. Una storia ormai trentennale della follia che oggi si direbbe leghista. Se su Alitalia incombe la follia sindacale, Malpensa è stata vittima di guerre a non finire tra i tanti Comuni che in qualche modo allo scalo sono interessati. Che hanno bloccato, ritardato, rincarato, tutto ciò che hanno potuto, la terza pista, il tubo del gas, il kerosene, l’autostrada, la ferrovia.
La Lega, però, che ormai domina nelle due province, Milano e Varese, potrebbe essere risolutiva. La Lufthansa a Malpensa è un altro tassello del Nord tedesco, come lo voleva Bossi. Il Lombardo-Veneto, che ha già costituito con la Baviera e la Svevia il quadrato più ricco d’Europa, e quindi del mondo, si libera con Lufthansa finalmente delle forche caudine di Roma.

venerdì 24 ottobre 2008

La fine malinconica della piazza

Manifestano gli studenti a piazza Navona, davanti al Senato, ieri giovedì. Oggi la Rai veltroniana dice che erano settemila, i grandi giornali veltroniani trentamila. Chi c’era ne ha contati alcune centinaia. Per buona metà mamme con bambini - di famiglie impegnate, certo. E la piazza era soprattutto triste, quasi sorpresa di tanta mancanza di gioia e fantasia. Nella piazza come nei tg non si sentono altre proteste che quelle manierate dei piccoli funzionari di partito – più spesso è una ragazza assorta, che pensa mentre parla: dirà una lezione imparata?
Ieri in Italia sono state occupate venti facoltà, dice ancora la Rai. La Rai è veltronianamente trionfale, ma venti facoltà sono così tante, su un migliaio?
È più utile alla sinistra dire la verità oppure montarla? C’è da preparare la manifestazione di sabato, e quindi la mobilitazione serve. Ma serve sputtanarsi coi giovani? Il rinnovamento dei quadri di partito è ottima cosa, il ringiovanimento della politica, ma a che pro costruirsi dei cloni, seppure giovani e tutti belli, che ripetono inerti il linguaggio spento di un centralismo democratico che puzza da lontano? Che solo pensano al posto e alla piccola carriera funzionariale che si stanno meritando?
Si può ritenere la grande informazione schierata con Veltroni. E questo sarebbe un segno di forza politica. Ma si può anche pensarla impegnata in proprio a cercarsi un pubblico, che ultimamente la diserta sempre più. Montando ad arte questo o quell’avvenimento. Prima il carovita e la grande povertà in Italia, poi il fallimento delle banche, ora la protesta delle mamme coi bambini. Uno spera sempre che vendano una copia in più, ma l’impressione è che si agitino nel vuoto, da pazzi innocui nel manicomio – aperto, come si deve.

Frattini non ha più sponde

Trova difficoltà il ministero degli Esteri a seguire la Francia nella sue ultime evoluzioni in Europa. Il tentativo di prolungare la presidenza francese oltre il semestre. E ora il fondo sovrano, che rompe ogni regola di mercato. C’è sorpresa e anche preoccupazione alla Farnesina, per la mancanza di alternative.
Berlusconi aveva puntato con Frattini a una politica di stretto fiancheggiamento della presidenza Sarkozy. Per sintonia personale e politica. Ma soprattutto per mancanza di alternative. Il governo tedesco non parla con nessuno. Zapatero ha scartato, coprendo le sue difficoltà con l’antitalianismo. E Gordon Brown sembra intenzionato a rilanciare il laburismo, come carta vincente elettoralmente con la crisi: per ora è una porta chiusa.
La linea della Farnesina è sempre filo-francese. È stata rilanciata e praticamente definita la partecipazione di Air France in Alitalia. Va avanti il progetto del nucleare con tecnologia francese. Ma con preoccupazione. E soprattutto con la ricerca convulsa di salvare quello che resta della Ue dopo la duplice offensiva di Sarkozy.
Si rispolvereranno le famose troike, per patrocinare il governo euroscettico della Repubblica Ceca, prossima presidente di ritorno, col governo uscente, cioè con la Francia, e con quello che subentrerà a luglio. Ma sul piano della concorrenza Frattini non ha vie d’uscita: deve incassare il rituale inutile no di Bruxelles al rifinanziamento di Alitalia, e non ha modo di bloccare l’intervento di Parigi a protezione dei suoi campioni nazionali.

L'euro come il tarì di Pirandello

Il presidente francese Sarkozy abbatte i simulacri europei. Il fondo sovrano negato all’Europa, su proposta dell’Italia, creandoselo da solo. E alla Repubblica Ceca, o altro paesucolo dell’Est che dovrebbe succedergli nella guida dell’Ue, spiegando irritato che è meglio che non ci provi e che lasci fare a lui.
Il simulacro politico è in effetti debole in Europa, la pari dignità tra i ventisette, l’unanimità, eccetera. Si sa che l’edificio europeo è una piramide, i referendum contro l’unione politica lo hanno sancito criticamente, Sarkozy non fa che riaffermarlo in positivo: chi si accontenta, chi ci ha comunque interesse, ci segua. E questa è tutta la democrazia e l’edificio costituzionale europeo.
Il simulacro economico era invece sostanziale, e la sua rottura avrà grosse implicazioni. Si rifletterà sulla gestione della concorrenza, centrale al cosiddetto mercato europeo, e sullo stesso euro. Che, già ansimante sulle politiche fiscali e di bilancio, ora non governerà più il credito e la concorrenza. Sarà un denominatore di valore, come il tarì arabo nella Sicilia di Pirandello.
Il risparmio pubblico francese verrà incanalato in un fondo che aiuterà la francesità delle grandi aziende, contro tentativi di raid. Con un ventaglio d’interventi già calcolato in 175 miliardi. È una cifra enorme. E una cosa che va contro le regole della Wto e della Ue. Ma non c’è dubbio che la Francia la realizzerà, magari con il beneplacito della stessa Bruxelles. La concorrenza europea si limiterà squallidamente a sanzionare il piccolo aiuto italiano alla sopravvivenza dell’Alitalia.
L’Europa resterà nuda dopo la crisi, questo si sapeva. Ma la presidenza Sarkozy, con l’attivismo degli ultimi giorni, è come se avesse deciso di picconarla dalle fondamenta. E nessuno tenta di impedirglielo, anzi nessuno se ne preoccupa.

La Cina, l'islam e la maestrina europea

Sembra una commedia degli equivoci. L’Europa si presenta in grande pompa a Pechino per trattare lo sviluppo del commercio internazionale - dopo trent’anni di globalizzazione - e l’uscita dalla crisi. Nell’occasione inaugura una scuola sino-europea del diritto. E nelle stesse ore il Parlamento europeo insignisce del premio Sakharov il dissidente Hu Jia, in carcere nella stessa Pechino. Non una settimana prima, non una settimana dopo, con l’intento anzi dichiarato di marcare il vertice euro-asiatico.
È il tipico gesto europeo da maestrina. Di chi insegna al mondo le virtù. Ai paesi islamici per così tanto tempo, ora alla Cina, domani magari all’India. Tralasciando la sua pochezza, la sua incapacità, e anche la sua scarsa qualificazione al ruolo, con i tanti cadaveri ancora disseppelliti in casa. Ma è un gesto sinistro in un continente in così rapida perdita di velocità in tutti i campi di confronto, l’etica politica compresa.
L’Europa non riesce a capire che la Cina è una superpotenza, che l’Asia è il centro del mondo. E anzi perpetua, seppure nella veste accattivante dei diritti di libertà, la sua vecchia battaglia di civiltà. Incapace di comprendere l’islam, pur essendosi riempita di mussulmani, e riottosa ad accettare quello che la superpotenza americana sa da vent’anni, da un po’ prima di Tien An Men, che la ricchezza si produce in Asia.

giovedì 23 ottobre 2008

L'ebraismo impossibile e le ragioni di Toaff

Toaff ricorda che nel 1971 alla Bar-Illan, la sua università, “di Shoah si parlava poco”. C’era un insegnamento facoltativo, affidato a un medico scampato al lager, una sorta di testimonianza. Dieci anni dopo se ne fece materia d’insegnamento per la sola facoltà di storia, malgrado forti riserve di molti professori. Vent’anni dopo l’insegnamento era obbligatorio per tutti gli iscritti - si allargava e s’imponeva la “tribunalizzazione della storia”. L’esito è che oggi l’ebraismo è Israele, altrove è folklore. La diaspora si è “inventato un altro ebraismo, con l’aureola della santità incorporata all’origine”. Con i compari dell’anti-antisemitismo: “Un ebraismo senza macchia, ma con molta paura. Anzi, ossessionato dalla paura, e alla continua ricerca di difensori a buon mercato o di apologeti ignoranti”. Solo in Israele la storia dell’ebraismo è libera, è storica.
Questo è vero, l’Olocausto si celebra oggi più che mai. Non dunque per una minaccia al popolo ebraico, ma in difesa di Israele. Si direbbe dunque che l’Olocausto protegge Israele, uno Stato con le sue politiche. Mentre Israele sa guardare oltre – dentro, sotto: è un paese che non ha paura, è libero e non opportunista.
La riduzione della storia ebraica all’antisemitismo e alla Shoah non è in discussione fuori di Israele, se non marginalmente. In Italia, oltre alla traduzione di Finkelstein, "L’industria dell’Olocausto", si ricordano le perplessità di Galli della Loggia, “Se la Shoah oscura l’antifascismo”, e ora le tesi di Marquard e Melloni sulla “tribunalizzazione” della storia, la storia che giudica, la storia che assolve. In Israele invece la politica laica, impersonata ultimamente in Abraham Burg, l’ex presidente della Knesset, figlio del ministro dell’Interno al tempo dell’invasione del Libano, e le università guardano a questa identificazione con aperta insofferenza.
La Shoah entra nel linguaggio comune con la miniserie tv della Nbc nel 1978. Non dunque per una minaccia al popolo ebraico. La tarda reviviscenza si può dire semmai che giochi in difesa di Israele. Che sia intesa a proteggere Israele, uno Stato con le sue politiche. E invece è un fatto della diaspora: dei luoghi dove le comunità ebraiche sono impiantate, in Europa, nel Nord America, della vigilanza in questi paesi contro l’antisemitismo, della storia dell’antisemitismo. Israele sa guardare oltre – dentro, sotto: è un paese che non ha paura, è libero e non opportunista.
Il libello di Toaff è a tratti un’invettiva, col sigillo del sarcasmo, ben livornese – nelle tradizioni della famiglia. E per questo forse rimasto esso stesso virtuale, a due mesi dall’uscita: è un libro di cui non bisogna parlare, se non per censurarlo. La vicenda clamorosa di "Pasque di sangue" ancora sanguina, se si può dire. C’è stata troppa agitazione, è una lite in famiglia. Ma Toaff è uno storico e bisogna occuparsene. È quello che vogliono del resto i suoi critici, che lo rimproverano appunto di aver scritto un libro di storia. E poi, non c’è libro sull’ebraismo incontestato, se non celebrativo o martirologico. Ma la contestazione contro Toaff va oltre, anche nel caso di questo libretto giustificativo. “Orchestrato” lo definisce Moked, il portale dell’ebraismo italiano. Sul “Riformista” Luca Mastrantonio bolla Toaff come “autonegativista”, che non vuole dire nulla, e denuncia “un’industria editoriale dell’antimemoria”. Per una autodifesa? Giulio Busi, che sul “Sole” parte imputando a Toaff il furto del titolo “Ebraismo virtuale” a Ruth Ellen Gruber, conclude: “Bei tempi quelli in cui Toaff scriveva libri importanti sulla storia degli ebrei italiani, e si accontentava di dieci appassionati lettori”. Gli umori insomma sono suscettibili, tra l’autore e i suoi critici. Ma il libro è anche appassionato - è ben vero che Toaff è raro storico ebreo di storia ebraica - contro il vezzo “di fare dell’ebraismo una mitologica selva oscura di fossili o piangenti”. Per liberare la storia ebraica – gli ebrei – dall’ipocrisia (“Renato” era spesso il convertito).
È una riserva di metodologia, necessaria all’autore, per essere stato accusato di errori di metodo, e al lettore nella produzione univoca sulla colpa e l’olocausto. Specie sul significato del pentitismo, sotto costrizione e per un beneficio. Sottile l’applicazione del “paradigma indiziario” di Carlo Ginzburg, il più aspro critico di Toaff, allo stesso “paradigma indiziario”. Quando alcune confessioni, la tortura e le spiate considera buone perché rientrano nel paradigma, e altre cattive solo perché fuori tema - "indizio" che, è bene ricordarlo, Barthes definisce uno dei componenti di ogni storia, lo scarto, nella vecchia "Introduzione all'analisi strutturale dei racconti", del 1966 (tradotta in AA.VV., "L'analisi del racconto", 1969), l'altro essendo la "funzione", o rapporto simpatetico tra i segmenti lineari del racconto.
Toaff pone un problema semplice: se è giusto riscrivere la storia ebraica alla luce dell’Olocausto. Storico non postmoderno, uno che molto caso fa alle fonti, Toaff pensa di no. E non si può dargli torto. Tra i dati di fatto c’è che gli ebrei sono stati nei secoli i nemici dei cristiani – il nemico interno, si direbbe, tanto più indisioso. E di fronte al sospetto e all’odio non si tiravano indietro. Soprattutto era virulento l’odio in ambiente tedesco, e quindi tra gli ebrei ashkenaziti. C’è un effetto di specchio nelle società composite, anche nemiche, gli uni fanno quello che fanno gli altri. L’uso del sangue, a fini farmaceutici e magici, era così comune a cristiani e ebrei, in ambiente germanico, malgrado le interdizioni bibliche. Di questo uso Toaff reitera le prove documentali utilizzate in “Pasque di sangue”, la cui interdizione ha originato questo “Ebraismo virtuale”.
Se la storia ebraica è nell’Olocausto, l’Olocausto non c’è più, anche in questo Toaff ha ragione. “Rifiuto l’idea che tutto, da una vignetta a un saggio, possa tradursi in antisemitismo, si possa trasformare in nuova “Notte dei cristalli”, aveva detto a Titti Marrone sul “Mattino” del 20 maggio, per la riedizione di “Pasque di sangue”. La difesa dall’antisemitismo ha preso il vezzo di rigirare i morti, e buttarli in faccia al mondo. Per la colpa che è di tutti, meno che di noi. La storia ebraica è demandata agli storici dell’antisemitismo, denuncia Toaff, “in genere non ebrei, o ebrei il cui bagaglio culturale è essenzialmente non ebraico”. Anche perché non conoscono l’ebraico, lingua che è oggi marginale ma è quella delle nutritissime fonti. Tra gli storici ebrei la norma è quella del neuropsichiatra-rabbino Gabriel Levi: “Nell’ebreo biblico e postbiblico la storia si chiama generazioni e l’albero genealogico di tutti gli ebrei si declina al futuro”. Commenta Toaff: “Non cercano quindi la storicità del passato, ma la sua eterna immutabile contemporaneità”.
Nella diaspora c’è anche un neo italiano. Tema incidentale della polemica è infatti la riduzione alla Shoah dello stesso multiforme ebraismo italiano. Di quello romano soprattutto. Che fino a ieri si faceva forte della distinta romanità, nell’eloquio, la poesia, la cucina, il culto. Ora questo radicato ebraismo ha rigurgiti d’intolleranza, verso i suoi esponenti forse maggiori: Alessandro Piperno è tollerato, Ariel Toaff interdetto. Mentre vota compatto Alemanno. E dunque? Di nuovo, bisogna aggiungere, c’è pure il patriottismo israeliano. Che non c’era vent’anni fa, anche quindici. Ma insorge giustamente contro kamikaze, hezbollah, qaedisti e Ahmadinejad. Ma Toaff insegna in Israele, dove le ricerche confluite in “Pasque di sangue” sono state oggetto di seminari all’università. È l’immagine di Israele che si riflette nella Shoah, non lo Stato ebraico.
La Colpa nasce dalla non accettazione della storia – nei tedeschi, negli ebrei. È una verità indigeribile, ma non per questo meno vera.
Ariel Toaff, Ebraismo virtuale, Rizzoli, pp.141, € 12

Cinquecento esuberi all'Espresso - e Murdoch?

Saranno trecento gli esuberi a fine anno, forse cinquecento, al gruppo L’Espresso-la Repubblica. Due-tre volte i 150 esuberi che il comunicato ufficiale ipotizza. Il consiglio d’ieri sulla trimestrale ha preventivato un peggioramento sostanziale nel quarto trimestre, soprattutto della pubblicità, per effetto della crisi. Ma ha preso atto che la crisi è solo in parte congiunturale. Sia la pubblicità che la diffusione, a parere dello stesso editore del gruppo, Carlo De Benedetti, rifletteranno negativamente la ridefinizione in corso dei ruoli della carta stampata. In attesa che nuove formule o indirizzi consentano il rilancio, l’equilibrio del conti va raggiunto tagliando i costi. Su un totale di 3.410 dipendenti, già ridotti di una cinquantina negli ultimi sei mesi, occupati, gli esuberi previsti sono, secondo De Benedetti, un sacrificio trascurabile e sopportabile. Se fossero risolutivi: il futuro dei giornali preoccupa seriamente l’editore.
Scontata è peraltro l’opinione a “Repubblica” che De Benedetti abbia da tempo scientemente sacrificato il giornale al “Corriere della sera”. Abbia interrotto la corsa scalfariana alla leadership in edicola, accontentandosi della nicchia, in cambio della riconoscenza della Rizzoli Corriere della sera, che ne pubblica le riflessioni, e della Milano che conta.
De Benedetti ha preso anche la gestione del gruppo, in parte per sottolineare la difficoltà del momento e assumersi l’onere dei tagli, e in parte per separare le attività editoriali dal resto del gruppo di famiglia. Il progetto si sta facendo strada di un’integrazione dei giornali con altri soggetti dei media, legati alla televisione e al suo forte mercato pubblicitario. Il passo fatto con All Music, il canale tv, e Radio DeeJay, non consente l’integrazione necessaria, e da solo è un costo. Col passato governo Berlusconi, quando pareva che la Rai sarebbe stata privatizzata, De Benedetti era il candidato numero uno a Rai 1. Ora la scelta resta tra Telecom e Sky – Mediaset è fuori gara per ragioni di anti-monopolio. E cioè, considerata la condizione residuale delle attività mediatiche di Telecom, solo di Rupert Murdoch, un editore che ha sempre voglia d’imbarcarsi nei giornali.

Ombre - 7

Palermo assolve Calogero Mannino ripetutamente, dopo averlo perseguito per un quindicennio per mafia. “Tanti pentiti e nessuna prova”, dice lo stesso Mannino. È così: i pentiti nell’intreccio mafia-politica hanno sempre fallito. Con Andreotti e con Mancini prima, e ora si aspetta Dell’Utri.
Efficaci e a volte risolutivi contro altri mafiosi, i pentiti di mafia sono inefficaci contro i politici. Pur essendo a ogni processo sempre numerosi, venti-trenta. L’altra singolarità è che, pur essendo tanti, i pentiti conoscono nei casi dei politici sempre una o due cose, le stesse, tutti quanti. Come di un sentito dire.

Antonio Gnoli vuol fare dire a Cabibbo, “Repubblica” di giovedì 23, che la scienza è incompatibile con la fede. Antonio ha gli strumenti per sapere che la cosa è compatibile – malgrado questo o quel papa, e magari la chiesa tutta. Ma il lettore di “Repubblica” evidentemente no. Gnoli deve perfino piegarsi a fare dell’eutanasia una scienza, un progresso.

Giovedì sono morte una diecina di persone nel cagliaritano per un temporale, e le Borse sono crollate. Ma “Repubblica” spara dieci pagine sulla protesta degli studenti, con la polizia a scuola eccetera, e tutti i giornali radio e i telegiornali, per tutta la giornata, compreso il Tg 4, non trovano altro argomento.
“Repubblica” si conferma la regina del giornalismo, anzi l’imperatrice: non c’è altro giornalismo che il suo. Non solo gli argomenti, anche gli orientamenti (il “taglio”) “Repubblica” impone – gli orientamenti discendono dall’ottica come gli eventi sono presentati, dal “taglio”. Anche ai giornali di orientamento avverso.

Veltroni divorzia da Di Pietro. Titolo su tre colonne in pagina interna, pari – le pagine pari si vedono meno. Casini accusa Berlusconi. Due colonne, ma in prima pagina, di spalla.
C’è il regime in Italia? In un certo senso sì, se una delle forme del regime è la propaganda: c’è nei giornali della sinistra, che appartengono ai maggiori capitalisti del paese, concorrenti di Berlusconi, nei confronti dei simpatizzanti di sinistra, ai quali fanno credere l’incredibile.

Il presidente Napolitano venerdì 17 si spende per la riforma della scuola. E per la moratoria sull’ambiente, beninteso solo fino al superamento della crisi economica. Insomma, cauziona il governo.
Il Tg 3 apre sull’ambiente, affermando che Napolitano rimprovera il governo. E fa seguire una lunga pappardella da Bruxelles, con dichiarazioni di questo e di quello, che “condannano” l’Italia: per l’ambiente, per la scuola, e anche per le classi differenziate d’italiano, che gli immigrati invece tanto apprezzano. È masochismo? È incapacità? È follia.
Venerdì 17 le scuole hanno manifestato a Roma contro il governo. Gli insegnanti del liceo romano Mariani si sono esibiti in corteo con una stella gialla sul petto. Per “vantare” irridenti una minaccia di sterminio.
Scarsa sensibilità? Questa è proprio stupidità. Ma sono i professori del miglior liceo romano.

Andrea Tarquini, nella corrispondenza per “Repubblica” sul caso di Kundera, se è stato o no una spia comunista, rievoca martedì 14 “gli anni tragici ed eroici della nascita del regime a Praga”. Un regime che nasce eroicamente? Forse Tarquini intendeva dire l’eroismo degli oppositori del regime? No, dice che il partito Comunista aveva le sue buone ragioni, dopo la vittoria nelle “libere elezioni”. Elezioni libere con un regime, che aveva fatto un colpo di Stato?
Andrea è persona colta, difficile che si sia imbrogliato nella fretta di scrivere la corrispondenza, le cose note emergono d’istinto. È però, è stato, un socialista, proviene dall’“Avanti!”, e a “Repubblica” per farsi perdonare questa tara molti atti di contrizione sono necessari.

Romano Prodi non trova di meglio, domenica 12, che recarsi in visita da Ahmadinejad a Teheran. Siccome dirige una task force dell’Onu per l’Africa, avrà pensato che Teheran è sulla strada per il continente nero? Succede, la geografia è dopo Berlinguer materia suppletiva. O non ha voluto coraggiosamente negarsi ogni possibilità di tornare in politica, sia pure al Quirinale? Sarebbe in linea con la famosa scelta di sabbatico a tempo indefinito, nonostante l’Onu. Quello all’Onu è infatti un incarico che gi è piovuto addosso per caso, lui non l’ha brigato, anzi nemmeno si è candidato.

Venerdì 10 le scuole manifestano contro il governo. A Roma davanti al ministero occupano la strada alcune centinaia di studenti. Occupano la carreggiata del tram n. 8, lasciando libera quella delle automobili, e degli autobus. Gli interventi, scanditi per circa un’ora e mezza, fino alle 11,30, sono “professionali”, da praticanti politici.
Le cronache diranno che i partecipanti a Roma erano quarantamila, “per gli organizzatori”. Un giornale non ha il dovere di esercitare un minimo, facile, semplice, controllo? Oppure l’ha esercitato, ma si allinea – c’è ancora la “linea”.

La figlia dell’operaio e sindacalista Guido Rossa, comunista, è sola, anche se non rancorosa, a criticare la grazia di Sarkozy alla terrorista non pentita Petrella che ha assassinato suo padre, nelle due pagine che il “Corriere della sera” dedica all’evento. La storia è della Petrella giovane, in fotoritratti accattivanti, e delle sorelle italo-francesi Bruni Tedeschi, l’attrice che la Petrella impersonò in un film torinese sulle Br, e la cantante che ha sposato il presidente francese, che hanno passato l’estate a consolare la terrorista, e il suo dossier hanno fatto riconsiderare a Sarkozy, il capofila della destra francese.
Dov’è la destra e dov’è la sinistra? Può darsi che la Petrella sia ammalata, e la storia finisce qui. Del resto, le Bruni Tedeschi hanno confortato la Petrella con la grazia – la mancata estradizione equivale alla grazia – e col rosario.

martedì 21 ottobre 2008

Veltroni in piazza contro i suoi

Per Veltroni è una sfida, ma non a Berlusconi: vuole contare i suoi, dimostrare che è sempre il leader del Pd. È questo il significato della manifestazione romana, che viene confermata malgrado i tanti mal di pancia. La manifestazione raccoglierà certamente i milioni, la Rai e i giornali padronali sono mobilitati, e la scuolla offre un comodo approdo a una manfestazione che non lo aveva. Veltroni ha peraltro con sé, oltre ai media, gli ex stati maggiori diessini, da lui rinnovati, e in questa componente del Pd il concetto di manifestazione è sempre legato alla folla “oceanica”. Ma gli resta difficile impressionate tutti gli altri.
La mobilitazione a sinistra è fiacca. E all’interno del Pd tutte le varie fronde, di D’Alema, Marini, Parisi e Sircana (Prodi), stanno lavorando contro. Cioè non stanno lavorando affatto. Solo i dalemiani si mobilitano, ma con l’intento di essere sempre presenti, per potere eventualmente raccogliere le spoglie. I cattolici sono tiepidi: nessuna organizzazione di base si è mobilitata, e gli stessi leader sono perplessi sul patrocinio da continuare a dare a Veltroni. I grandi giornali fiancheggiatori sono tiepidi.
La manifestazione apre nei fatti il congresso del Pd. Per il quale Veltroni vuole una partenza a razzo. È un decisionista, non un uomo di compromessi, e non intende negoziare con le correnti e i capi corrente. Ma il rischio boomerang è elevato - anche per la mobilitazione oceanica in corso. Non da parte di D'Alema, che non ha commosso gli ex diessini con i sarcasmi del Berlusconi "faccio di tolla" e di Brunetta "energumeno tascabile". Ma per gli ex popolari questo Pd è, specie in Lombardia, in Emilia e nella Toscana, un'esperienza già fallita.

Non c'è guerra giusta contro il terrorismo

L’ex direttrice, fino al 1996, dei servizi segreti inglesi dice “sproporzionata” in una intervista al Guardian il 18 ottobre la risposta americana e occidentale al terrorismo islamico. E afferma che i servizi segreti occidentali erano contrari alla guerra in Iraq e alla reazione seguita agli attentati. Singolare posizione, e anzi sciocca, se non fosse che fa sempre piacere uscire in pensione dall’anonimato, e devi criticare l’America se vuoi uscire sul Guardian – che la pensionata immortala in fotografia come Eva nel paradiso terreste. Ma l’intervista riflette una posizione per l’appunto condivisa, non dal solo Guardian, e una posizione che si vuole di saggezza. Anche se non tiene conto di alcuni assunti ormai scontati per tutti. Inoltre, impegna a definire il terrorismo e, di nuovo, la guerra giusta.
I servizi al governo
In un giornale che non fosse il Guardian e in un paese che non fosse la Gran Bretagna, con un solido impianto democratico, l’impudenza di Stella Rimington sarebbe pure golpista. In una con i servizi russi, che hanno preso stabilmente la guida del paese, e col Mossad, che ora ci prova con la Livni, anche i servizi segreti inglesi cercano di piazzarsi stabilmente sul terreno della politica.
Contro la riservatezza d’obbligo, e invece di cercare informazioni e prevenire il terrorismo, e semmai chiedere scusa e mettersi a tacere, Stella Rimington e la sua successora Eliza Manningham-Buller, che la regina ha nobilitato, in pensione dall’anno scorso, si occupano di criticare il governo. Fustigatrici della “retorica della guerra al terrorismo”. Senza dire come il terrorismo, che loro non hanno combattuto, va fronteggiato.
Il giudizio politico della Rimington è testimoniato d’acchito dalla sua posizione sull’11 settembre: “Un incidente terroristico come un altro”. E il terrorismo a Londra? È stato causato dalla guerra in Iraq: se si guarda “a ciò che gli arrestati o i video dei suicidi dicono sulle loro motivazioni”. Roba da non credere. Ma il fatto è da segnalare perché l’invasione di campo sicuramente farà tendenza.
Il terrorismo
L’evidenza, nel caso del terrorismo islamico, come di quello arabo-palestinese, e di quello brigatista, ha alcuni punti fermi:
1) Il terrorismo è un nemico ninja, sconosciuto e segreto. Fa anzi della segretezza la sua arma principale.
2) Il terrorismo è ultimamente sconosciuto soprattutto ai servizi segreti, di cui pure è l’interfaccia, più che il nemico. A New York, a Londra, a Madrid la colpa delle stragi è dei servizi segreti - in Italia e in Germania invece i servizi (forse) sono stati più attivi o capaci. Si può anche dire – finalmente riconoscere – che i servizi dicono e fanno l’ovvio: quello che l’opinione pubblica dice, la politica diffusa. Esemplare il caso della Cia: aperta e quasi rivoluzionaria alla fondazione, contro il fascismo e il comunismo, poi violentemente di destra, e infine, messa per questo sotto accusa al Congresso, irenica, sempre più “di sinistra”.
3) Il terrorismo islamico opera ovunque, non solo in Europa e negli Usa: Sudan, Kenya, Egitto, perfino la mite Tunisia, l’Arabia Saudita (ma non gli Emirati, che pure non hanno polizia: gli emiri pagano?), il Pakistan, l’Indonesia.
4) Il terrorismo è un nemico interno. Quello islamico lo è anche in Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna, per le comunità islamiche che vi sono ampie, dai due milioni in su.
5) Il terrorismo è per definizione estremista e impolitico. Non negozia, a nessuna condizione. Fu il caso anche del sequestro di Aldo Moro, la cosiddetta trattativa fu in realtà una non trattativa.
6) Il terrorismo non vuole una cosa, vuol’essere noi. Nella prospettiva rivoluzionaria, di rovesciare un ordinamento o un assetto che ritiene nemico.
7) Il terrorismo a carattere bellico, con capacità di distruzione cioè analogo alla guerra, sia delle persone che delle strutture, e dell’ambiente, ribalta i diritti umani. Si propone esso stesso come strumento dei diritti umani. E non può essere contrastato se non con mezzi limitati, al riparo dei diritti umani.
La guerra giusta
Ma per questo stesso motivo la risposta al terrorismo non può che essere massiccia. Gli Stati non possono combattere il terrorismo con le armi del terrorismo, segretezza e violenza indiscriminata, sarebbe illegale e non è etico. La reazione britannica al terrorismo irlandese – era probabilmente l’epoca di Stella Rimington a capo dell’MI 5 – è stata quasi sempre illegale, anche se nessun tribunale se n’è mai occupato.
La guerra limitata del resto non esiste, commisurata all’effetto che si vuole raggiungere senza le “vittime innocenti” - tutte le vittime di una guerra sono innocenti. La guerra è un’azione cieca, con l’obiettivo di mettere in campo sempre un po’ più di violenza del nemico, e la guerra migliore è quella che mette in campo il potenziale massimo.
Non c’è guerra che non si pretenda giusta. Ma bisogna intendersi sulle cose. Ultimamente la fanno le tribù, in Africa, in Medio Oriente e nei Balcani. E gli Usa nel nome dei diritti umani. La facevano le repubbliche, i principati, gli imperi, le classi sociali, le idee, per un interesse. Carl Schmitt nel “Nomos della terra”, rifacendosi a Erasmo, e ai posteriori Bodin e Alberico Gentile, che a loro volta facevano tesoro delle guerre di religione, la riduce a una sorta di “guerra lecita”. Insomma, regolata dal diritto internazionale, quanto al riconoscimento dei belligeranti, o alla “aequalitas tra justi hostes”. Niente a che vedere con la sistemazione di san Tommaso, della guerra che è giusta quando è sostenuta da un’autorità che è riconosciuta ed è combattuta per una giusta causa e con una giusta intenzione. L’ultima guerra giusta in Europa, prima di quella alla Serbia nel 1998, era stata la Dottrina Breznev.
Bobbio ha avuto problemi, pur difendendo la guerra alla Serbia, a caratterizzare la guerra giusta. I conservatori in Germania, Carl Schmitt, Ernst Jünger, pur bellicisti, escludevano la categoria. La guerra della Società delle Nazioni non è più guerra, c’è un “daltonismo umanitario”, rilevava già nel 1932 Jünger nell’“Arbeiter”. Sotto l’ombrello internazionale è possibile fare guerre giuste, a buon diritto, e derubricarle a penetrazione pacifica, azione di polizia, e ora difesa dei diritti umani. Ma già negli anni Trenta i Diritti Umani campeggiavano nella retorica: i manifesti di Mussolini lo proclamavano Ambasciatore di Pace e Difensore dei Diritti Umani.
In Serbia i bombardamenti hanno ucciso alcune migliaia di civili, per liberare la Serbia dal suo presidente Milosevic, poi dichiarato criminale di guerra, e per liberare i kossovari che non volevano essere liberati (meglio la Serbia che l’Albania), e non l’avevano richiesto, con l’eccezione di un fronte di liberazione creato da un mafioso.
Il diritto di (non) intervento è stato rimodulato nell’“unificazione” del mondo conseguente alla caduta del comunismo, sulla base dei diritti umani, che sono ora il fondamento etico di ogni politica. Il papa Giovanni Paolo II, che ha abbattuto il comunismo, ha teorizzato l’“ingerenza umanitaria” come “diritto d’intervento” ai diplomatici il 16 gennaio 1993. Ma non c’è criterio per far passare i diritti umani come criterio di giustizia. Oggi Roma direbbe che Cartagine è da distruggere perché immola i bambini, e questa sarebbe la sola novità.
I mezzi giusti
Ogni guerra pone, in diritto oltre che di fatto, il problema dei mezzi. L'interesse impone il principio economico, del minimo costo per il massimo effetto. Il diritto pone quello dei “mezzi giusti”, proporzionati cioè allo scontro. È un aspetto del più generale concetto di guerra giusta, che propriamente indaga le cause della guerra, e quindi i fini.
In questi termini, di cause e fini, la guerra giusta – assente dalla guerra dell’Europa e degli Usa alla Serbia nel 1999 – è stata animatamente discussa nel 1990-91, nel conflitto del Golfo. Concetto cristiano e non romano, abbozzato da sant'Agostino e poi approfondito filosoficamente da una lunga tradizione, da San Tommaso a Grozio, a Kant e a Bobbio, è fondamentalmente quella sostenuta per una giusta causa con giusta intenzione. Ma la causa è fortemente variata nei secoli. Fino alle concezioni belliciste del romanticismo, quello tedesco sopratutto: la guerra fatto estetico universale (Novalis), sviluppo morale dell'umanità (Fichte), materializzazione dello Spirito del mondo nei diversi spiriti dei popoli che si avvicendano (Hegel). ricetta per popoli infiacchiti (Nietzsche). Per arrivare alla guerra preventiva per fini umanitari, quali sono quelle degli Stati Uniti e dei “volenterosi” in Irak, e quella della Nato in Afghanistan, per conto dell’Onu. Entrambe azionate dalla lotta al terrorismo che la funzionaria britannica critica.
L’Onu e la Nato proclamano oggi il diritto d'intervento contro quello che era un cardine del diritto, il non intervento negli affari interni di uno Stato. Fra i due ambiti giuridici opposti della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, che protegge gli individui contro gli Stati oppressori, e della Carta dell'Onu che invece previene e proibisce la guerra, comprese evidentemente le guerre preventive - documenti entrambi dello spirito del tempo.
Sull’ammissibilità della guerra umanitaria i pareri sono fortemente divisi. “Gli argomenti addotti per legittimare l’uso umanitario della forza sono poco convincenti e pericolosi”, fu la posizione in America, quando Clinton volle la guerra alla Serbia, di un ex decano di diritto internazionale della Columbia University, Louis Henkin. Mentre Jack Goldsmith, sempre in America, della Chicago Law School, pur concordando che i critici dell'intervento umanitario “dispongono certo di forti argomenti giuridici”, ritenne che “esiste un'eccezione sul piano consuetudinario e pratico”. Certamente nel caso del terrorismo, quando ha santuari degli Stati.
In questa incertezza assume rilievo il tema intermedio dei mezzi, anche per gli effetti devastanti che i nuovi armamenti possono avere. Il tribunale di Norimberga e quello dell'Aja hanno istituzionalizzato il problema dei mezzi. Per adeguati s'intende coerenti e diretti con l’obiettivo della guerra. Chi volesse fare guerra alla Macedonia, per ipotesi, invadendo l'Albania o la Bulgaria, uscirebbe evidentemente dal diritto. Gli Stati Uniti sono stati molto criticati su questo aspetto per aver combattuto il comunismo sovietico intervenendo direttamente in Guatemala, Grenada e Nicaragua, e indirettamente in Brasile e Cile. Il concetto di proporzionato o conguo è più semplice: non si può usare l'atomica per conquistare un fortino abbandonato.
Adeguatezza e congruità dei mezzi rimandano ai fini più che alle cause della guerra - alle intenzioni buone. Fine della guerra è ovviamente la vittoria. Ma sul concetto di vittoria gli Stati Uniti, che a lungo si erano tenuti volutamente fuori degli affari internazionali, in base al precetto di addio di George Washington nel 1796 (“la regola aurea dei nostri rapporti con le nazioni straniere sia di avere con loro i minimi rapporti politici”), hanno introdotto nella storia e nel diritto un concetto nuovo. Fortemente differenziato da quello tradizionale, a cui i governi e l’opinione europea si attengono, che è quello della cancellazione dell'offesa. Gli Stati Uniti hanno introdotto la “resa incondizionata”, o totale.
Fu il presidente Roosevelt a incardinare negli affari internazionali questa categoria. Alla conferenza di Casablanca, nel gennaio 1943, impose la “resa incondizionata” quale unica via d'uscita dalla guerra con la Germania e il Giappone, a un Churchill recalcitrante, per il quale la sconfitta tedesca era nei fatti e la guerra si poteva chiudere più rapidamente con meno danni. Compreso, tra questi, l’arrivo di Stalin a Berlino. L’annuncio di Rooesevelt a Casablanca offrirà materia alla storia revisionista: se non sarebbe stato possibile altrimenti evitare il sacrificio di altri 4-5 milioni di uomini, tra lager e fronte, la distruzione della Germania (con l'arrivo di Stalin a Berlino), i 13 milioni di tedeschi profughi dall'Est, le bombe di Hiroshima e Nagasaki. Ma la vittoria fino all’annientamento dell’avversario è, sotto la leadership americana, principio dominante. Il Nemico è la Forza del male. E ogni discorso sui mezzi adeguati e proporzionati diventa superfluo.
C’è dunque – c’era - fra Europa e Stati Uniti una diversa percezione del diritto. Fraintesa per un difetto di ottica: l'Europa continua a guardare gli Stati Uniti come a una sua proiezione, mentre gli Usa guardano all’Europa come a uno dei quattro o cinque scacchieri mondiali nei quali impegnano la loro leadership, a oriente e a occidente della dorsale americana. Si può anche dire degli Usa quello che Junius (Luigi Einaudi), nel tentativo di spiegarsi “il mistero dell'intervento americano in Europa”, diceva sul “Corriere della sera” della Germania nel 1918: “È una terribile creatrice di guerre, l’idea della libertà illimitata”. Tuttavia, se il discorso delle cause giuste - e dei fini - rimane vago, quello dei mezzi è sostanziale e univoco.
È il caso della guerra al terrorismo, che presenta cause legittime. È guerra di reazione, difensiva. Ma in questo quadro anche preventiva e cieca, essendo il nemico segreto, sfuggente, invisibile – agli stessi servizi segreti. Il problema che si può porre è: sono i bombardamenti espedienti e congrui alla guerra al terrorismo – lo furono nell’ultima guerra dell’Europa in Europa, contro i cittadini di Belgrado per liberarli da Milosevic? Specie quelli americani, che per regolamento, per il principio della minima perdita di mezzi impone di sganciare le bombe da cinquemila metri di altezza. L’aviazione peraltro non ha mai vinto una guerra – può solo prepararla, o completarla con l’annientamento.
La guerra e la pace sono - dovrebbero essere - decisioni diplomatice, prese cioè nella pancia più fredda della pubblica amministrazione, e seguire regole precise, scacchistiche. Solo in queste senso la guerra può essere giusta, se ha uno scopo definito e accettabile, e ad esso indirizza impegni congrui, non necessariamente distruttivi.
I diritti umanitari si vogliono sostituire a quelli naturali. Alla teodicea, si sarebbe detto un tempo, che il terrorismo islamico tenta di restaurare. Il diritto alla liberazione dei popoli come i diritti individuali, all’aborto, l’eutanasia, la procreazione artificiale, la clonazione, l’adozione libera. A quelli naturali mancano le tre virtù virtù teologali: la carità o compassione, la speranza, la fede. La volontà di alleviare le sofferenze di tutti, o di migliorare il mondo. Non si possono opporre ai diritti umanitari, né questi da considerare da meno dei diritti naturali – la medicina c’è anche in natura. È però vero che i diritti umani tendono all’annullamento (suicidio): a infrangere cioè la loro stessa natura vincolistica, di paletti e miglioramenti da introdurre nella natura bruta. Compresa quella che si ammanta di religione.

lunedì 20 ottobre 2008

Voglia di razzismo

Come sempre ci vuole la Lega per dire l’ovvio – l’ovvio ha fatto la fortuna politica di Bossi. Che i ragazzi figli d’immigrati per integrarsi devono sapere l’italiano. Che quindi faranno meglio con un supplemento speciale d’italiano, scritto e parlato, per un semestre o un anno.
Della Lega bisogna diffidare, poiché l’istinto razzista è sempre forte nei suoi elettori. Ma il buon uso dell’italiano è ciò che gli immigrati più apprezzano per il futuro dei loro figli. Succede infatti ora che i ragazzi fino ai quindici anni vanno comunque avanti a scuola. Ma il figlio degli immigrati raramente è alla pari degli altri. E quando non succede, nella stragrande maggioranza dei casi, matura una condizione e un complesso d’inferiorità che gli precludono le migliori carriere. Il fatto è noto: abbiamo immigrati di terza generazione, ma le posizioni di eccellenza da essi raggiunte sono poche, e solo nella politica.
Il razzismo in Italia c’è. Ma è limitato. A poche persone della Lombardia e del Veneto. E alle anziane benestanti di città. È passivo. I casi di aggressione finora censiti sono di teppismo. E ovunque è un disvalore: vigila la chiesa, vigila lo Stato con leggi dure, vigilano malgrado tutto le forze dell’ordine, e gli stessi razzisti si negano. C’è però distinta, da una ventina d’anni, specie nei media che più si oppongono al razzismo, una voglia di razzismo.
È successo con Azouz, che ci mette tanto di suo. Per la scuola araba di Milano, che invece voleva essere chiusa per potersi rinnovare nelle strutture. Per i rom, con profluvi di dichiarazioni da Bruxelles e fino a Madrid – dove invece gli indesiderabili il governo socialista li espelle senza processo, ogni giorno un aereo pieno. Per il giovane cinese a Roma.
Si enfatizzano le intolleranze, si reagisce in forme spropositate dove un profumo di razzismo c’è, si creano dei casi, si sollecitano e si propagandano condanne all’Italia dalle fonti più disparate. Con lezioni di buona condotta, dai funzionari di Bruxelles al sociologo americano di provincia, e perfino dalla Cina. Senza alcun interesse peraltro, neppure politico o comunque di parte: giusto perché non si concepisce il giornalismo senza scandalo.

Perché i giudici milanesi temono la Procura

Berlusconi viene assolto dai giudici stranieri cui la Procura di Milano fa ricorso, in Spagna ora, dopo l’Inghilterra e la Germania. In Italia i giudici lo condannano prima del processo. Non c’è solo la giudice del processo Mills (il più ridicolo di tutti, nella corruzione che imperversa a Milano), la ex giovane sessantottina, tutti i giudici di Berlusconi ci hanno tenuto a dichiararsi colpevolisti in privato e in pubblico. Perché?
Si dice per impegno politico. Ma alcuni giudici di Berlusconi sono a Milano notoriamente di destra. In più di un'occasione giudici emeriti hanno proposto in conversazione di riprendersi il borrelliano "resistere, resistere, resistere!", che come si sa era "la linea del Piave", l'appello di Vittorio Emanuele Orlando dopo Caporetto. E anche l’ex Pci da tempo prende le distanze dalla giustizia politica, con Violante e con lo stesso Veltroni.
Si dice per reazione preventiva ai progetti ormai quindicennali di Berlusconi di rifare le istituzioni giudiziarie. Nel senso di limare i poteri che l’ordine giudiziario, unificato nelle Procure, esercita illimitatamente – la magistratura giudicante unita a quella inquirente ne assume l’irresponsabilità. Ma condannare Berlusconi sui giornali non può che rafforzarne la voglia punitiva.
Si dice per solidarietà di casta. Questo può essere. La Procura tra l’altro assicura periodicamente una delle cariche più ambite con cui terminare la carriera. Manlio Minale è stato a lungo giudice. Anche Borrelli lo era stato. Ma non c’è un buon feeling al palazzo di Giustizia milanese verso la Procura. Per tre motivi. Per un fatto di leghismo, forse irriflesso: in tutti i piani si sente criticare la “Procura dei napoletani” (anche se ne sono esponenti eminenti pure i siciliani Spataro, De Pasquale, mentre il Procuratore Capo Minale, tripolino di nascita, è di ascendenza calabrese). Per una questione di rappresentanza. Questa risalente al lontano 1995, quando Borrelli pretese tutto un piano per poter ricevere i giornalisti al riparo della curiosità degli avvocati. Con susseguenti litigi sulle dimensioni degli uffici, con o senza il bagno privato, e sulle dimensioni degli stessi spazi igienici. Ma soprattutto per una questione di risorse. Che la Procura spende munifica, in consulenze, rogatorie, viaggi, personale esecutivo, e atti di diecine di migliaia di pagine.
Bisognerà trovare un altro motivo per cui i giudici a Milano restano, malgrado tutto, così rispettosi della Procura.
P.S. Minale meriterebbe un’apposita trattazione. È il giudice che impiantò la condanna contro Sofri: a più riprese corresse e ammonì i testimoni, per sancire la verità della Procura di Milano. Essendo già stato designato alla carica di vice capo della stessa Procura, quindi a futuro collega e superiore degli accusatori al processo. La sua nomina a capo della Procura nel 2003 ebbe il plauso dei Ds e di An, i partiti degli accusatori, di Sofri e poi di Mani Pulite. Il candidato con più titoli si era ritirato per favorirne la nomina.
Anche il procuratore del processo Mills, Fabio De Pasquale, s’è illustrato. Nel 1993 interrogò infine Gabriele Cagliari, il presidente dell’Eni, dopo averlo tenuto in carcere per quattro mesi e mezzo. Si dichiarò sconfitto e promise a Cagliari la scarcerazione. “Lei me l’ha messa in culo, la devo liberare”, gli disse secondo testimoni attendibili, e il linguaggio corrisponde, il giudice si vuole sanguigno. Ma dopo una settimana se ne andò in vacanza per due mesi, durante i quali Cagliari decise che era meglio suicidarsi che aspettarlo. Ci fu un’ispezione, e gli ispettori ne sanzionarono, oltre che il linguaggio “non consono”, la mancanza di “prudenza, misura e serietà”. Ma Milano lo rispetta più che mai.

venerdì 17 ottobre 2008

Sarà un'altra Europa

D’improvviso, senza un progetto, per contrastare in qualche modo il crollo finanziario, l’Europa ha deciso una politica senza limite di salvataggi. A discrezione dei governi nazionali. Gran Bretagna, Germania e Belgio vi hanno già fatto ampio ricorso, l'Olanda vi si prepara. La Francia non sembra averne bisogno, né la Spagna. L’Italia non ne ha bisogno per le banche, ma la voglia d’intervento è forte, è comune a tutti i partiti, e trova in Berlusconi la massima disponibilità, anzi una sorta di auspicio. È quindi probabile che si faranno degli interventi a favore delle maggiori aziende, dopo Alitalia: la Fiat è la prima nella lista, con tutto il settore meccanico, della componentistica e delle macchine utensili, Telecom, con la rinazionalizzazione a buon prezzo della rete (il vecchio progetto di Prodi), la siderurgia.
La crisi non è finita, e potrà avere ancora sviluppi imprevedibili. “Se dieci banche sono bacate (e lo sono), mille lo saranno, tanti sono gli intrecci interbancari - e salvare tutte le banche del mondo si può solo negli incubi”, scriveva questo sito il 31 gennaio. I viluppi dei mutui americani insoluti e dei derivati accomunano tutte le economie, con l’eccezione di quelle asiatiche, e potrebbero anche contagiare la cosiddetta economia reale. Provocare cioè la recessione che finora è stata evitata, se non la depressione. L’esito finale potrebbe quindi essere distruttivo. Ma, stando le cose come stanno, l’Europa sarà radicalmente diversa.
Le differenze con un mese fa, una settimana fa, saranno enormi. La prima è paradossale. I vecchi gruppi pubblici privatizzati non hanno bisogno dello Stato, sanno stare sul mercato da soli, ad eccezione ovviamente di Alitalia: Eni, Saipem, Rete Gas, Enel, le banche, Finmeccanica, perfino Terna, e StMicroelectronis, più tutte le attività inglobate nei gruppi privati, sono solidi patrimonialmente e redditualmente (fa eccezione Telecom, che però è stata una finta privatizzazione, a beneficio di tre gruppi - finora - di speculatori). L’esito finale sarà uno stravolgimento del mercato. C’è un massiccio trasferimento di capitali dal pubblico al privato, con nuovo debito e probabilmente nuove tasse. Tornerà la stagione dello Stato imprenditore, con le note diseconomie: il controllo politico, le inefficienze, la corruzione nelle tante sue forme. Malgrado i buoni propositi (partecipazione a tempo, senza rappresentanza in consiglio, senza diritti di voto in assemblea), i governi non si libereranno presto delle banche e delle imprese che avranno salvato. Se anche lo volessero, non potrebbero: tutti i criteri di gestione, e la filosofia della gestione, dovranno uniformarsi alla presenza dello Stato, i manager e le imprese dovranno rispondere anzitutto ai governi. L’esito sbilanciato dell’intervento, con alcuni Stati europei grandi padroni e altri no, accentuerà gli squilibri già forti a Bruxelles, dove alcuni contano e altri no. L’unilateralismo del governo tedesco è una novità solo nel senso che si è tolta la maschera.
L’Italia, se dovesse superare la crisi senza interventi pubblici, malgrado l’auspicio di Berlusconi, acquisterà all’apparenza un vantaggio relativo. I suoi gruppi economici continueranno ad agire liberamente sul mercato, con più flessibilità e redditività. Non ci saranno trasferimenti dal pubblico al privato, non crescerà il debito. Ma l’Italia resta pur sempre soggetta alle regole europee, che non saranno più fatte per il mercato. In un quadro globale regolato dalla Wto, chi è più competitivo più lavora. Ma un’Italia ipoteticamente virtuosa si troverebbe sempre a dover partecipare al mercato globale attraverso la gabbia europea. E nel nuovo quadro che si andrà a formare lavorare sulle proprie risorse potrebbe essere un handicap, di fronte ai rinnovati “campioni nazionali". Il mercato europeo conta comunque per il sessanta per cento delle attività italiane all’estero, e non c’è concorrenza possibile con i gruppi sussidiati nazionalmente.

"Lui" è già nella storia, ha abolito la ricerca

L’ambizione è dunque eguagliare “quello”: Berlusconi ha contato che durerà almeno diciannove anni, mentre “quello” arrivò a quasi ventuno. Dovrà quindi rivincere le prossime elezioni. Oppure andare al Quirinale. Mission impossible in entrambi i casi, ardue. Ma Berlusconi un posto ce l’ha già nella storia rispetto a “quello”, come colui che ha cacciato la ricerca scientifica fuori dal paese. “Quello” megalomane voleva fare grande l’Italia, Berlusconi, tutto casa e famiglia, anzi il pater familias buon economo secondo il modello del genovese Leon Battista Alberti, chiude le porte.
D’accordo con le pie Moratti e Gelmini, Berlusconi ha per quasi un decennio messo la ricerca scientifica in ghiacciaia, e ora la sradica. Senza dichiararlo ma con costanza. Senza concorsi e con la drastica riduzione degli accademici a un quinto, entro quattro anni, quanto durerà il governo, l’offensiva sarà conclusa. Sempre meno candidati si presentano al dottorato, e già ci sono buchi, nella ricerca che si riesce a fare con i fondi europei o dei grandi consorzi scientifici: il posto non interessa. Dopo il 2013, anche nell’ipotesi di un cambio di governo, non ci potrà essere un rilancio della ricerca. Gli studiosi non si formano all’impronta, e far ritornare gli emigrati costerà molto caro.
Il taglio di Gelmini alla ricerca non è un problema di cassa. Berlusconi trova ingenti finanziamenti pubblici ogni volta che l’urgenza gli si propone: per gli amici imprenditori, banchieri o industriali, per le guerre, per il ponte sullo Stretto, e naturalmente pe la carta sociale. È un fatto ideologico e di mentalità, il modello ciellino o milanese di ridurre la cosa pubblica all’elemosina: non c’è una volontà generale, ma “ognuno e il suo Dio”, un’accoppiata vincente, più di ogni altra. Un liberismo estremista che ha già provocato mal di pancia non celati nella componente socialista ed ex missina del governo.
“Lui” stesso sa che non dura
Il ricorso è facile alle famose “tre i”, alle quali sarebbe mancata una quarta, l’idiozia. Ma la ricerca scientifica si vuole seria, ripugna allo scarico dell’ironia. E la questione della ricerca è solo apparentemente settoriale. L’Italia ha ancora uno dei più alti numeri di laureati in rapporto alla popolazione, contrariamente a quello che dicono le statistiche internazionali. Ed è opinione condivisa, anche nello schieramento di Berlusconi, che l’Italia regge nella forte concorrenza internazionale grazie alle doti intellettuali. Grazie alla ricerca a monte, all’ingegneria, al fiuto del mercato. Che danno il tono complessivo della società e l’economia. Tutto questo finisce rapidamente con i disegni del governo.
Berlusconi caratteristicamente depreca la depressione che ha colpito l’Italia. La diffidenza, il crollo dei consumi, l’abbandono degli investimenti. Di cui però è la causa, non surrettizia. È la ricerca che guida un paese verso la qualità nella società e nell’economia. Tagliare la ricerca, la grande innovazione di Berlusconi, significa destinare rapidamente il lavoro verso il nulla: attività dequalificate e disimpegnate, senza produttività né altro valore aggiunto, e senza futuro. Cioè destinare l’Italia all’impoverimento.
Il destino dell’Italia, come degli altri paesi europei, in un mondo più giusto, cioè globalizzato, è lo studio, la qualità, la ricerca, insomma guidare la corsa degli altri, essere un gradino più in alto, un passo più avanti. L’Italia di Berlusconi sarà invece un paese di lavoratori a façon, su ordinazione o per conto, finché avrà una abilità manuale superiore a quella dei sarti cinesi e i conciatori marocchini. Non fra molto, fra una generazione o due, diciamo fra vent’anni. Un paese che vedrà ancora più volentieri le sue televisioni, incrementandogli l’inesausto tesoro pubblicitario. Ma lui stesso sa già che non durerà, investe infatti in Spagna e Germania.

I disoccupati organizzati anti-Gelmini

Si susseguono al ministero dell’Istruzione a Trastevere a Roma i cortei e i sit-in di studenti dei licei contro la scuola targata Gelmini. Non sono molti, qualche centinaio. Ma si fanno notare. Bloccano infatti il tram n. 8, che nella striminzita rete urbana dei trasporti fa da metropolitana di superficie per il quarto di Sud-Ovest della città, e quindi bloccano, nelle due-tre ore prima dello sciogliete le fila per il pranzo, alcune migliaia di persone nei loro trasferimenti da e per la città.
Ma non c’è aria di manifestazione, libera, irridente, innovativa. Gli hurrah sono su chiamata, come ai talk-show in tv. I messaggi al megafono sono sempre gli stessi, il linguaggio è ripetitivo, anche le voci dei leader sono stanche, da compito obbligato o fatica assegnata. È il modello del Sessantotto, vecchio quindi di quarant’anni, trasposto a uso di piccoli funzionari di Partito. Anche i concetti vogliono essere “di opposizione e di governo”, il modello ex-Pci trasposto nel partito Democratico, gli interventi della nuova sinistra limitandosi sono ogni mattina a non più di un paio, e anch’essi stanchi. Senza idee per la scuola, senza per la politica o per il proprio destino, che poi è la stessa cosa.
Somaticamente è il modello napoletano dei disoccupati organizzati. Trastevere è un viale, ma davanti al ministero dell’Istruzione si crea una cavea che ricorda la parte superiore di piazza Municipio a Napoli, quella che per decenni fu occupata dai disoccupati organizzati. Con i loro slogan ripetitivi. La loro piccola organizzazione ininfluente, anche se capace di ricatto. Destino a cui i ragazzi anti-Gelmini personalmente vanno incontro, se è vero ciò che dicono al megafono. Ma, sembra, senza preoccuparsi.

I socialisti di Berlusconi non sanno che fare

Non è scattato l’orgoglio socialista a Milano venerdì 10 alla presentazione di “Rifare l’Italia”, una riedizione del discorso che Turati tenne alla Camera nel 1920 contro i massimalisti, il futuro partito Comunista. Tutti d’accordo quando Cicchitto ha affermato che “la sinistra è finita quando il Pci-Pds ha lavorato con alcune Procure, e alcuni potentati finanziari coi loro giornali, per distruggere il partito Socialista”. Poiché questa, malgrado tutto, comincia a essere la storia. D’accordo anche sull’antisocialismo viscerale di Veltroni, che lo stesso Cicchitto ha denunciato. Ma perplessi sul loro futuro nel partito di Berlusconi. Che privilegia ormai senza equilibrio la visione ciellina della società, o privatistica, nella sanità e nell’istruzione, università compresa. Il tutto in un’ottica confessionale.
Molti non sono andati a Milano, gli esponenti di primo piano dell’ex Psi nel governo: Tremonti, Sacconi, Brunetta, Bonaiuti. Ma più per evitare l’inevitabile trionfalismo di simili manifestazioni. Insomma, per il mal di pancia. La componente socialista del partito della Libertà, che ritiene di avere dato un grosso contributo di idee e di voti ai successi di Berlusconi, si pente del suo eccesso di fedeltà al Capo. “Per una volta abbiamo dato senza prendere nulla”, si scherza nel loro ambiente, ma con amarezza. Anche dal punto di vista personale: sanno che se la politica del governo Berlusconi è un’altra, in tema di federalismo scuola, sanità, diritto del lavoro, la loro stessa posizione entro breve tempo sarà superflua.

martedì 14 ottobre 2008

Perché gli italiani non hanno moglie

I Bush, lui e lei, hanno fatto un giorno di festa per Berlusconi alla Casa Bianca, che invece vi si aggirava solo. Tra ghirlande, festoni, sfilate in costume, bande militari, bandierine tricolori, sul prato e al balcone, dappertutto Berlusconi è inquadrato solo tra George W. e Laura. Lei peraltro sempre sorridente e simpatica con l’ospite, la padrona di casa è sempre fresca con l’ospite che ha invitato. Facendo tanto più risaltare la stranezza dell’invitato italiano, tutto casa e famiglia ma senza moglie.
Non è il primo caso, i politici italiani di solito non hanno moglie. Il più famoso è quello di Pertini. Craxi, un altro che amava gli impegni all’estero, e tutti i presidenti del consiglio democristiani non ebbero moglie. È una forma di modestia, si dice, l’uomo politico non deve esibire la famiglia. Il presidente Leone pagò per questo, per avere una moglie bella e elegante al suo fianco, con pettegolezzi e infamie. C’è insomma da tenere conto dell’astio molto italiano, specie delle donne, contro le mogli dei potenti.
Ma l’astio ci dev’essere anche in America, visto quello che è successo a Hillary Clinton, che se fosse stata Hillary Come si chiama lei sarebbe probabilmente diventata presidente degli Stati Uniti. No, la differenza è che in Italia la donna emancipata, la moglie di Berlusconi, la moglie di Pertini, che conosce le lingue e la politica, non deve partecipare della gioie e le fortune del marito, anzi non crede alla politica, alla politica di lui, vede la fatica dei viaggi, non ha curiosità. Il presidente Ciampi ha lasciato tanta buona traccia di sé, come ora sta facendo Napolitano, per aver avuto accanto a sé la moglie. Una persona che, per il garbo e con intelligenza, conferma le qualità dell'uomo in titolo. Ma non fanno scuola, il femminismo italico si vuole com’è sempre stato, un mondo separato.

Cai alla prova esborsi - arriva Gheddafi?

In ritirata non ci sono solo Sposito, Aponte, Marcegaglia e altri minori: anche i Benetton, che come Sposito, Aponte e Marcegaglia hanno partecipato alla cordata per debito con palazzo Chigi, sono pronti a farsi da parte. Il termine non è immediato: c’è prima da definire la partecipazione del socio estero, Air France o Lufthansa, che diluirà le quote. Ma avvicinandosi il momento degli impegni reali il consorzio muterà volto.
La ricapitalizzazione non potrà tardare. Ed è per tutti i partecipanti un investimento a lungo termine. Il trasporto aereo resta in una congiuntura difficile: se il carburante ritorna a prezzi compatibili, la crisi economica riduce il traffico. Il decollo della nuova Alitalia resta quindi arduo. Anche Intesa, che ha creato la cordata e sulla quale i partecipanti fidavano per ritardare il più possibile gli esborsi, si defila. Non è più stagione di banche e di stratagemmi finanziari.
Di sicuro, si può dire oggi, c’è solo Colaninno. Una determinazione che, espressa a tutti i referenti politici, fa sospettare al sindacato che, se necessario, Colaninno rimetterà sul mercato la stessa Piaggio. Colaninno ci crede, ritiene in certo modo l’Alitalia cosa sua, e sicuramente farà fronte agli impegni, con o senza Piaggio. Degli altri, di tutti gli altri, invece non si sa.
Ma la crisi il presidente di Cai la vede dall’altro lato: c’è molta liquidità in giro, che ha solo voglia di impieghi redditizi. Ed è fiducioso di riuscire nel salvataggio anche senza un ruolo attivo di Intesa, con le banche giapponesi che stanno rilevando le americane in crisi, o con i fondi sovrani del Medio Oriente. Più di un approccio sarebbe in corso con Tripoli - Alitalia non sarà redditizia, ma Gheddafi ama i simboli.
L'approccio è politico e ministeriale: i banchieri di Gheddafi non hanno mai effettuato raid, ma solo acquisti concordati con una qualche ricaduta politica, a lungo termine, senza incidere nella gestione. Specie in Italia, Tripoli prende partecipazioni là dove può accumulare anche un capitale politico. Eni viene in cima alle priorità della Libia, ma altre occasioni, in banca e altrove, sono monitorate. La trattativa però non si presenta semplice. Anche perché la Libia è stata appena snobbata da Telecom. Dopo che un intervento era stato sollecitato.

Letture

letterautore

Arbasino – Vittorini è andato all’opera la prima volta a ventiquattro anni, e ne scopri le doti a quaranta, scrivendosi la prefazione a “Garofano rosso”. Arbasino all’opera ci è cresciuto, e non riesce ad adattarsi alla realtà. La conosce, l’ha studiata, la pratica, ma non la ama – ha studiato il diritto internazionale e l’ha insegnato, ha fatto il giornalista, ha viaggiato e viaggia, ma ancora oggi ha sugli eventi e le cose uno sguardo meravigliato. Che se aiuta la percezione e l’analisi – Arbasino è pur sempre il miglior social scientist che eserciti in Italia – gliene impedisce la rappresentazione, oggi si dice l’affabulazione.
Ogni evento è per lui una sorpresa. In questo rapporto inverso col reale – quotidiano, epocale – è la sua personalissima cifra, l’instancabile invenzione verbale. E la ridondanza: la meraviglia inesausta. Nel presepe farebbe l’Incantato.

Dante - “Grandissimo reazionario se mai ve ne furono” a dire di Eco. Oggi vede impegnati in severa concorrenza due campioni della sinistra, Sermonti e Benigni. È reazionaria questa sinistra? Anche perché Dante è diventato con Benigni merce da prime time, si “vende” come Sanremo. Dove è peraltro stato, sempre con Benigni, col massimo successo, di pubblico e di spot pubbicità.
Benigni ha semplicemente dato voce a Dante. C’è una riscoperta di Dante in questo senso, l’ha aperta Jacqueline Risset vent’anni fa rendendo in francese il ritmo della “Commedia” e l’invenzione verbale ravvivando oggi come era viva allora. L’invenzione di Benigni è leggere Dante come un poeta, libero dalle ragnatele dell’esegesi. Che non è molto di più della “Licenza liceale”, il racconto di Campanile in “Manuale di conversazione”: “Tu sapevi che le anime dei beati non stanno nei vari cieli, ma stanno vicini a Dio?” Con la risposta: “Sì, scendono con una corda”, che semina il panico tra i maturandi in attesa. E la ripresa: “L’invettiva di san Pietro è nel ventottesimo canto?”.
L’esegesi ha torti e meriti. Ma il suo esito è di oscurare il soggetto. Anzi, di dare i testi per ben morti. Sui testi sacri magari è più dolce della teologia, non si vuole torturatrice, ma sempre è secca: l’interpretazione è creativa, ma per l’interprete.

Gadda – Gli riesce il miracolo di elevarsi sopra il birignao milanese, di Dossi e gli altri innumerevoli del secondo Ottocento, e di Anceschi, Manganelli, Cederna, anche Arbasino purtroppo. Su di essi Gadda si è elevato con sofferto disprezzo.

È finto misantropo, atteggiato. In realtà socialissimo, il letterato italiano con più vaste e variegate frequentazioni: innumerevoli le foto che lo immortalano coi personaggi più diversi, Contini o Calamandrei, e le mogli, andava perfino ai premi letterari, amava la conversazione, invitava e si faceva invitare ai pasti. È stato nei luoghi più diversi, numerosi gli epistolari, infinite le testimonianze – mancano solo una Céleste Albaret e i colleghi ingegneri - è da dubitare che ne avesse, in Vaticano come in Sud America? Il letterato più a suo agio tra i letterati, che per quarant'anni ha frequentato con costanza e quasi esclusivamente, promuovendo le recensioni, partecipando ai premi, e alle beghe dei premi.

Landolfi – Si ricorda in una rara apparizione in tv figura a punto interrogativo, in atto d’irridere lacanotteri e altri invertebrati della psiche, la pelle stretta alle ossa robuste, il passo ferrigno celato nelle taglie di crescenza. Gli abiti contribuiscono, se grandi, al travaglio dello spirito. Col baffetto a v nel mezzo, il baffo errollflynn. Faceva l“avventuriere” in paletot. Irsuto, ricercato, cioè egoista.
Un cavatore, esploratore, della parola. Uno che la ricerca, più che in miniera allo sprofondo o alla caccia grossa, la studia, l’assapora, la trasforma in aria fine d’altopiano. Un posatore. Uno che, avendo in uggia la vita che si è scelta le dà un tocco di romanticheria. Con sapienti fotoritratto, che richiedono pose di minuti ripetute. E passioni inesistenti, qual è quella del gioco, l’antropologia impersonata della dépense, della necessità del superfluo, come Puškin sul quale si modellava, piacere e fantasia, non costruttiva, non necessariamente, e irridere per difendersi. Un dissimulatore, sebbene attraverso sosia trasparenti, e sofferente pure nelle sue maschere.
Si dice del gioco che è pulsione indomabile. Qualcuno l'apparenta al sesso. E, forse involontariamente (per confondere il sesso con l’amore, che in effetti è nostra inestricabile costrizione mentale), ci azzecca: il sesso brucia, quando c’è, ma può non esserci. L’uomo è stato lavoratore di precisione, instancabile, poiché ha lasciato scritte alcune migliaia di pagine limatissime. Faticatore anche, avendo tradotto migliaia di pagine da lingue ostiche. Ma non si rivela, se non indirettamente alla lettura, possedendone le chiavi. Romantico, appassionato, sdolcinato perfino, sulle vecchie pietre, sul tempo perduto, lo ricorda il blagueur Montale, che soffriva della stessa ironica misantropia. Il suo più sincero estimatore ne onorò la morte con la celebre citazione di Blok, tradotto peraltro da Poggioli: “Perché al mondo che mai c’è di meglio\ Del perder gli amici migliori?”.
Fu sedicesimo premio Gabriele D'Annunzio, dopo averne con furia frantumato le radici. È dunque un uomo che è una figura, tutto e solo contorno. Non c’è carne, sotto quella silhouette, ma un vuoto che si trascina articolato. L’andatura di tre quarti lungo i muri, per timore degli spazi, e di ogni altro. Non dissimulano, queste persone. O meglio sì, ma non mistificano: fanno tutt’uno con la dissimulazione, venendo a soffrire, scrittori, la parola scritta. L’avventura è questa. L’ideale inseguendo della Morte, il poeta che di sé dice: “Nacque,\ Fu sempre solo\ Tra tanta gente.\ In molte parole\ Tacque.\ Indi,\ S’accomiatò dal sole”. Che è il modo forse migliore di godersela. Suo ideale era la Muta. Forse una donna, se non la stessa moglie, ma muta diceva, “silenzio”, la musica di Mozart, e il silenzio “armonia di tutte le armonie”. Il vuoto esiste, checché ne pensino i fisici e i politici, il nulla. Si vive ogni giorno con tutti i doveri del decoro, e magari si scrive, che di tutte le occupazioni richiede la volontà più determinata e costante, ma nulla accade. Strana figura, il nulla che accade, ma così è.

Manzoni – Il romanzo è puro Seicento, una costruzione parodistica. Non intenzionale ma al quadrato, considerato l’uso dell’italiano artificioso del pulpito. Il Seicento è nella scelta stessa della parodia, non enunciata, non scelta cioè, programmata, quasi forma naturale. Nel birignao, lingua di testa. Nella costruzione di testa dei personaggi, nessuno dei quali ha materia, neppure accidentale.

Pirandello – Innova da tradizionalista, col gusto forte perfino del folklore (lumìe, tarì, orci, bigonci…)

Scrive delle cose che sa. Ha visto, intravisto, avvertito, ascoltato, fatto, vissuto magari nell’immaginazione ma come fatto, vissuto personale. Uno di grande esperienza, è qui il fascino della sua narrazione, la novità. Non l’invenzione, tanto meno l’astrusità, neppure a suo discarico o a fondo filosofico, ma suoi personali e precisi modi di essere o momenti.
È questo che ne fa la differenza con la letteratura d’invenzione di cui pure il Novecento italiano è prolifico, anche di qualità letteraria, con Pasolini e con Calvino, in quello insistente, retorica, politica, in questo divagante, simulatrice, artificiosa. In Pirandello c’è una realtà: la durezza è il suo indicatore.

Proust – È lo scrittore eponimo della lettura obbligata, come Manzoni a scuola. Vi si deve perciò leggere l’illeggibile, oggetto di infinite esegesi.

È sintatticamente aggrovigliato per mimare i grovigli della memoria oppure rammemora per essersi perduto nella sintassi?
È meraviglioso scrittore di scritture, era la sua specialità.

Il signor P. è stato sempre solo, tutti gli altri erano avevano un titolo.

Se ne ricorda la madeleine nell’infuso perché è l’unico suo scarto. Anche nella trasgressione è di maniera, la Vinteuil, Charlus, Odette non sanno di nulla. Una ragazza innamorata? Una zia memorabile?

Provincialismo – È l’uso di temi locali in una lingua alta, durevole. O di temi cosmopoliti, di chi ha visto il mondo nella sua rande varietà, in una lingua vernacola? È la grande differenza fra il Nord, Toscana compresa, e il Sud: la durevolezza di Verga, Pirandello, Alvaro, Eduardo, lo stesso Tomasi. Non c’è nulla di più provinciale di Montanelli, anche nel giornalismo in comparazione con le corrispondenze di Alvaro.

lunedì 13 ottobre 2008

Problemi di base - 5

Blog come palindromo di glob(alizzazione)?

Perché Dio ha creato la zanzara è problema antico – è il primo fondamento del darwinismo. Ma perché la riproduce instancabile?

Perché il Nobel per l’economia lo danno sempre agli americani (l’economia è la scienza che combina i disastri, è la risposta esatta)?

Perché gli animali non sono mai brutti, quelli non incrociati dall’uomo, e gli esseri umani spesso lo sono?

Perché, se Omero era cieco, la sua scrittura è piena di colori?

Perché gli arbitri si chiamano signori?

È vero che la scuola non funziona perchè ci sono i precari. Ma perché ci sono i precari a scuola?

E per chi è prioritaria la posta prioritaria?

Ci sono tanti avvocati in Calabria nelle zone di mafia, a Palmi e Locri, perché ci sono tanti mafiosi, o i mafiosi ci sono perché ci sono tanti avvocati?

Il romanzo del "Garofano" è l'appendice

È un romanzo liceale, in America rientrerebbe nel genere college. Ci sono i baci rubati, i soprannomi, lo strappo sintattico e verbale, lo psicologismo del tema in classe, il diario. Non felice, però.
Ghiotta resta invece, benché faticosa, l’avvertenza-prefazione di Vittorini alla prima edizione nel 1948 del “romanzo”, scritto “con «non piacere»”, così virgoletta, riprodotta in questo Oscar del 1970. Sul perché si scrive (e si riscrive), e come si legge. Contro, allora, “i conformisti del realismo romanzesco”. Piena di ottime citazioni. “La verità non rischia niente a passare per un periodo di abbiezione”. Il realismo psicologico, “questo era un linguaggio che sembrava obbligatorio imparare per scriver romanzi. Costituiva una tradizione di un secolo” (ma non cita Manzoni, per non dispiacere a Milano?). “Il melodramma ha la possibilità”, Vittorini è infine andato all’opera a venticinque anni, “negata al romanzo, di esprimere nel suo complesso qualche grande sentimento generale”. Oltre che dal conformismo realistico, siamo oberati dal romanzo filosofico o saggistico, “con recensioni di personaggi invece di personaggi, recensioni di sentimenti invece di sentimenti, e recensioni di realtà, recensioni di vita…”. Delizioso il calco d’esordio, inavvertito, di Kierkegaard e la sua teoria delle prefazioni.
Questo è un racconto nel racconto. Vittorini, che non ama le prefazioni, “non ho mai creduto nelle prefazioni, mai, nel tempo delle mie letture, ne ho lette”, ne scrive dunque una. A malincuore, anche perché “un libro vecchio di tredici anni è una «cosa», non più parola”. Ma ne scrive una in XXI paragrafi e una trentina abbondante di pagine. Per scoprire che le prefazioni sono libri: “Quanti libri, del resto, non sono che prefazioni dalla prima parola all’ultima? Quante ne abbiamo pur letto come se fossero opere, e in cui, come se fossero dimore, abbiamo lasciato abitare a lungo la nostra mente, non sono invece altro che una soglia?”.
Vittorini è anche un siciliano onesto. Questo non c’è negli apparati critici che lo concernono, ma è la sua caratteristica. Nell’avvertenza-prefazione al “Garofano” anche più che altrove. Ormai grande editore quando pubblica il “romanzo” nel dopoguerra, dice che avrebbe potuto continuare a pubblicarlo su “Solaria”, la rivista fiorentina, “la dirigevano i miei amici Alberto Carocci e Giansiro Ferrata, e il numero uscito nel febbraio del 1933 portò la prima puntata”. Ma dopo la prima puntata gli capitò di andare a Milano. Una scoperta “straordinaria, dopo cinque o sei anni durante i quali mi pareva di non aver avuto che da bambino rapporti spontanei con le cose materne”, e il “romanzo” fu completato a malincuore, anche per le noie della censura. Afferma che c’è nel libro “un diffuso elemento di impostura” (ma riducendola alla pretesa di aver fatto il liceo, mentre si era solo avvicinato alle scuole tecniche, e a confondersi con la borghesia, lui di famiglia povera di operai, contadini e piccolissimi impiegati…). E vuole riconoscere che il comunismo dei ragazzi fascisti nei primi anni 1930 “ricorreva di continuo nella stampa dei G.U.F. e persino in qualche settimanale di Federazione” - specie lo spartachismo (anche i feroci nazionalisti dei Freikorp tedeschi nei primi anni 1920 ne avevano nostalgia).
Qualcuno nell’apparato critico ha rimproverato a Vittorini la scena con la prostituta Zobeide, e Vittorini concorda: “Il lettore… molto troverà, leggendo, che gli sembrerà falso: ad esempio, i rapporti tra il ragazzo protagonista e la donna di malaffare (ma non esattamente prostituta) della casa di malaffare”. Ma è il solo rapporto vivo del “romanzo” - anche se la “casa di malaffare” è propriamente un bordello, a minutaggio, la “donna di malaffare non esattamente prostituta” una puttana, del giro delle quindicine.
Elio Vittorini, Il garofano rosso

Quando la Versilia non aveva il mare

Si discute di fare meglio l’olio dell’infinito uliveto che da Massarosa va alla Spezia, di individuare e debellare le cause specifiche della “mal’aria” lungo il mare, di migliorare gli accessi e gli sbocchi della tante cave, non solo di marmo, di assestare i terreni in pendio, del miglior uso della manomorta e dei tesori della chiesa. Non senza interesse per il lettore di oggi, anzi con taglio sempre contemporaneo. Effetto forse della letteratura economica, quando si lega alla storia e ai caratteri, della natura e delle popolazioni.Nel 1845, anno della pubblicazione di questa ristampa, la Versilia era solo un pontile malfermo per i carichi di marmo. Non c’era l’industria del mare. E il Forte, che ora vende il metro quadrato al prezzo più alto in Italia, era il forte, uno dei tanti disseminati dai granduchi lungo la costa. Ancora in questo dopoguerra, peraltro, vaste zone della Versilia si segnalavano per la povertà – mentre Manduria in provincia di Taranto guidava la classifica dei posti dove si viveva meglio, per la "naturale" abbondanza di ulivi, anche se trascurata. Ma la Versilia già allora si curava.
La cura dell’ulivo è perfino commovente, una coltura che tanto è ricca potenzialmente quanto è abbandonata in Italia al traffico dei marchi e all’insensata politica agricola europea. Il “tenue lavoro storico-patrio” del Barbacciani-Fedeli, “socio di rispettabili accademie italiane”, documenta un paio di dozzine di tipologie di olivi, quercetano o minutaio, stringaio, grossinaio, moraiolo, frantoiano o morcaio, mortellino o allorino, pallottolaio, cornetto, peppolaio, laurino, colombino o razzarolo, cucco, grendinone, bastardo, selvatico, tiburtino… Ricca è anche la “gioponica olearia”: la luce tra le ceppaie, e tra i grandi e piccoli rami, la potatura dall’alto, eccetera. E la tecnica di lavorazione: lo “spolpa olive” del signor Stancovich, il “torchio oleario domestico portatile” dello stesso, il procedimento Bonard, parroco di Vandarques in Francia, “per ricavare dall’ulive una maggiore quantità di olio… (mediante) una semplicissima aspersione dell’ulive nell’aceto”… Era come avere il mare oggi, l’industria che ha reso superflua la fatica e moltiplica il reddito.Ranieri Barbacciani-Fedeli, Saggio storico dell’antica e moderna Versilia, Libreria Giannelli, Forte dei Marmi, pp.321 + XC, € 10

domenica 12 ottobre 2008

La globalizzazione evita il '29

Il crack finanziario c’è stato, anche più grave, reiterato, che nel 1929, ma la vita non s’è fermata. Il crack non è lo stesso perché non c’è e non ci sarà la depressione – l’anticipazione della depressione (Federal Reserve, Fmi, Bce) serve a evitarla. Malgrado tutto.
Malgrado cioè lo sgonfiamento del pil di uno e forse due punti negli Usa, e anche in Gran Bretagna, col prosciugamento dei derivati, crediti virtuali. Malgrado il veleno interbancario, che circola nei viluppi tra le banche di tutto il mondo. Malgrado il passaggio di tanto debito privato a debito pubblico, in Usa, Gran Bretagna e Germania. Malgrado il crollo della liquidità al consumo, per l’inesigibilità degli investimenti, in titoli e in fondi, d’investimento, perequativi, pensionistici, polizze vita. Non vendere è la posizione giusta per non perdere. Ma sterilizza la liquidità. È come aver messo i soldi sotto il materasso. Questa finta stabilità inoltre aiuta le banche a non sradicare le pratiche innominabili. Malgrado infine la perdita del centro. Da troppo tempo la predizione della fine dell’America, che peraltro sarebbe anche la fine dell’Europa, si susseguono senza esito, sapendo più che altro di scongiuro, se non di masochismo. Ma le banche centrali e i fondi sovrani asiatici acquisteranno più peso nella finanza e gli affari mondiali. Il futuro sarà sempre più transpacifico, con una ulteriore spinta dopo quella che, trent’anni fa, portò il Giappone al proscenio – prima del quasi fallimento del Sol Levante.
Non ci sarà però il 1929 perché i fondamentali dell’economia sono ancora saldi: si consuma e si produce, la capacità di spesa globale è più o meno intonsa, in questa fase della crisi. Che lo sgonfiamento della speculazione anzi rafforza, in questo provvidenziale, nel ritorno del petrolio e le materie prime ai valori di mercato. Ma appunto – e ci sarà da pensarci – l’economia rimane salda grazie alla globalizzazione. Fosse rimasta transatlantica sarebbe già ferma.

L'esercito scuote la burocrazia

Si arrestano i camorristi a centinaia con l’arrivo della Folgore, tra Castelvolturno e Casaldiprincipe. Non erano dunque tanto “latitanti”. È che la sfida dell’esercito ha scosso le intette polizie, locali nazionali. C’è questo fattore burocratico nelle politiche della repressione, nella loro inettitudine come nei loro successi.
È un aspetto non analizzato, e imprevedibile, dell’uso dell’esercito contro la delinquenza. È come chiamare gli arbitri stranieri, minacciare di chiamarli, che non sono migliori ma sono una sfida alle cattive abitudini (parzialità, sufficienza). L’esercito non ha nessuno degli strumenti che hanno i CC e la Polizia: informazioni, logistica, conoscenza delle leggi e le procedure. E tuttavia ogni volta che il governo ne ha deciso l’impiego in questi ultimi quindici anni a fini dissuasivi e repressivi, in Aspromonte contro i rapimenti, in Sicilia dopo gli eccidi di mafia, e ora nel casertano, i risultati sono stati immediati e perfino radicali – sui rapimenti, e sulla potenza militare della mafia.
Razionalizzando, con la trita logica della pubblicistica che si vuole impegnata, l’impegno dell’esercito conferma alle forse della repressione la volontà dello Stato di perseguire quella specifica forma di delinquenza. Ma lo Stato è le forze della repressione. No, in ballo è la burocrazia, la sfida portata sul terreno della burocrazia, l’unico linguaggio parlato dalle forze dell’ordine, che le muove. Allo stesso modo che nelle mafie – questi fenomeni sono speculari. Che si mostrano, emergono, si denunciano, attaccano, quando sono sfidate da altre mafie.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (24)

Giuseppe Leuzzi

Tutte parlate del Nord alla radio e nelle televisioni per spiegare il crack. Tutti in qualche modo più o meno artefici del crack stesso, banchieri, assicuratori, accademici consulenti. Che naturalmente censurano con asprezza.
I pentiti sono criminali anche nella confessione. Selettivi, vendicativi. Per tali sono del resto utilizzati dagli inquirenti. Sono cioè criminogeni.
Impersonano a loro modo la legge individuale che il filosofo Simmel pone a fondamento della morale, della vita reale cioè, in contrapposto alla legge ideale di Kant che si contrappone alla vita. A loro modo, cioè al contrario. Il dover essere di Simmel non è un dovere morale, bensì un modo di vita, “in cui possono rientrare i contenuti più diversi: speranze e stimoli, esperienze eudemonistiche ed estetiche, ideali religiosi, capricci, brame immorali”. Ecco come si aprono le voragini.

Si pubblicano in volume, e se ne fa la critica, i pizzini di Provenzano, le “pensate” e gli ordini del capo della mafia siciliana. È una furbata non soltanto editoriale. Si magnifica infatti l’aspetto meno magnificabile della mafia, l’inarticolazione verbale, per analfabetismo o incapacità di argomentare Il mafioso ha un cervello molto semplificato: la rozzezza, di cervello e sentimenti, è il suo tratto distintivo. Ora se ne fa la semiotica, come di linguaggio superiore, e perfino la letteratura.

Alda Merini, “Ipotenusa d’amore”, “Per Giovanni Falcone”
“…la mafia accusa\ i suoi morti.\\ La mafia li commemora\ con ciclopici funerali:\ così è stato per te, Giovanni,\ trasportato a braccia da quelli\ che ti avevano ucciso”.

Dumas spiega nel racconto “Murat” che il suo protagonista viene fatto decapitare da re Ferdinando perché “giustiziato in un posto remoto”: qualsiasi avventuriero avrebbero potuto altrimenti un giorno proclamarsi Murat. Pizzo, Monteleone (Vibo Valentia) e Santa Tropea erano per Napoli fuori dal mondo. Il re Borbone terrà la testa di Murat in un armadio segreto nella sua camera da letto, nella formalina.

I mafiosi non discutono. Con i giudici sì, e con l’avvocato, perché sono tragediatori, con i carabinieri di più, perché li temono, ma non fra di loro. Si fiutano, e si regolano di conseguenza, ma non negoziano. Se non nella letteratura, specie quella siciliana dopo “Il Padrino”.
Per questo le cronache dei vertici, delle conferenze, degli aeropaghi e le cupole, dove si discute e si vota suonano ridicole oltre che stonate.
In America discutono perché il paese è grande, le leggi sono diverse tra gli stati, le mafie sono da sempre di varia nazionalità e numerose nello stesso territorio. Le mafie di New York sono all’estero a Miami, e viceversa.

Moratti è salito per la prima volta sul Duomo di Milano perché ce l’ha portato Zanetti, per la sua festa all’Inter. Altri milanesi famosi non hanno mai visto Brera, o il Cenacolo. Io sul Duomo, a Brera, al Cenacolo ci sono andato a dieci anni, o undici, al primo viaggio estivo con la scuola. Mentre a Reggio, a un’ora di macchina, sono andato per la prima volta a diciott’anni, giusto per la patente. È questa la forza, o la debolezza, del provincialismo, che sappiamo tutto degli altri, quelli importanti, più degli altri, a nessun fine - una vita vicaria, saprofitica.

“Striscia la notizia” , la trasmissione tv più vista, ha due buoni corrispondenti in Puglia, Fabio e Mingo. La Puglia diventa così a sere alterne un concentrato della beceraggine nazionale, frode, speculazione, corruzione, nepotismo, sfruttamento, inefficienza, sporcizia nella tv che ha più otto o dieci milioni di spettatori.

Il provincialismo è l’uso di temi locali in una lingua alta, durevole. O di temi cosmopoliti, di chi ha frequentato il mondo, nella sua grande varietà, in una lingua vernacola? È la grande differenza fra il Nord, Toscana compresa, e il Sud: la durevolezza di Verga, Pirandello, Alvaro, Eduardo, lo stesso Tomasi. Non c’è nulla di più provinciale di Montanelli, anche nel giornalismo in comparazione con le corrispondenze di Alvaro.

Aspromonte
La donna guerriera, dolce e forte, riappare nelle chansons de geste del Sud, specie quelle dell’Aspromonte, nel Quattrocento. All’insegna della religiosità, è vero..

Nella “Canzone d’Aspromonte” del Quattrocento, riedita da Carmelina Sicari, l’eroe locale si confronta con Namo di Baviera, l’uomo della forza e della generosità, il tedesco di Carlo Magno. Nell’Ottocento è subentrato Garibaldi, che non ne ha la statura. Non tutti i percorsi sono prestabiliti, e la geografia è spesso solo un nome.

La realtà è qui sempre immaginata, non soltanto dai calabresi. Narra Antonio Delfino, lo scrittore dell’Aspromonte mancato con rimpianto di molti un mese fa, nell’ormai classico “La nave della ‘ndrangheta”, lo sbarco degli Alleati sul continente europeo il 3 settembre 1943. Lo sbarco si fece tra le fiumare di Gallico e Annunziata, alla periferia di Reggio Calabria: dal ventre di centinaia di mezzi anfibi Ducks la testa di ponte fu stabilita da due divisioni di quella che sarà la famosissima Ottava armata, la prima, di fanti canadesi, per il controllo dell’Aspromonte e della fascia jonica, e la quinta, di fanti britannici, per il controllo della piana di Gioia Tauro: “Un maglio, si disse, per schiacciare una noce: l’Aspromonte fu conquistato al suono delle cornamuse”. Vi si esercitavano a Gambarie i canadesi, “in attesa delle battaglie”, che poi “conquistarono Delianuova, in bicicletta”.

Per la trasformazione dell’onorata società in mafia c’è una data di nascita, narra Delfino, l’agosto 1955. Un tentativo di estorsione da parte di balordi nei presi di Gambarie coinvolse la moglie dell’onorevole Antonio Capua, che si trovava a passare in macchina dal luogo del concordato pagamento. Non ci furono feriti, ma il ministro dell’Interno Ferdinando Tambroni rimosse il prefetto di Reggio e mandò nella città, come questore con pieni poteri civili, Carmelo Marzano. Il superquestore esordì arrestando il capo riconosciuto dell’onorata società, Antonio Macrì, e rispolverando il confino di polizia, vecchia pratica del fascismo per i casi in cui non ci sono elementi per portare un sospettato in tribunale. Arrestò Macrì il 2 settembre, data simbolica, poiché è il giorno della Madonna della Montagna o di Polsi, che l’onorata società vuole sua padrona, e malgrado i buoni uffici del Vaticano lo mandò al confino a Ustica per cinque anni. Il Vaticano se ne interessò perché il Macrì aveva risolto il caso di alcuni preti che, avendo il vescovo di Locri Perantoni scoperto la loro corruzione nella gestione della Pontificia Opera di Assistenza, progettavano di uccidente il vescovo stesso. Soggiornando il Macrì a Ustica già si aprivano le fiumare calabresi allo sbarco delle sigarette di contrabbando, primo passo della ‘ndrangheta imprenditrice al soldo di Cosa Nostra, o mafia.

L'Europa inetta - fatto grave

Ci voleva poco per chiudere la crisi e rilanciare la finanza e il credito, se non l’intera economia mondiale: bastava che l’Europa si mettesse d’accordo, e d’accordo decidesse quello che ciascun paese nel suo piccolo e micragnoso mercato interno aveva disposto, sempre con la gioia maligna di vedere qualcun altro in condizioni peggiori, il vecchio mercantilismo. Dov’era la Bce, ci si chiederà appena fuori dal crack, dove l’ambizioso esecutivo di Bruxelles, che si picca a ogni puntura di zanzara di fare l’agenda politica italiana, dove il vertice europeo?
La Merkel ha rifiutato dieci giorni fa di fare quello che l’Europa fa finalmente oggi, di lanciare un impegno comune a stabilizzare le banche. Forse perché l’aveva proposto Berlusconi, o per chissà quale altro pregiudizio. Ha resistito, la Merkel, anche alle pressioni britanniche. E dopo che Gordon Brown ha agito unilateralmente, e il mercato ha risposto con successo, ecco che tutti insieme, Merkel compresa, vanno in gregge a Parigi a prendere analogo impegno. Forse troppo tardi. Dopo comunque aver bruciato qualche migliaio di miliardi, e rischiato il panico, che è la vera sostanza dei crack, s’impadronisse dei mercati.
Brown ha fatto da solo, dopo aver sollecitato Sarkozy per conto dell’Ue, e direttamente la Merkel. Giganteggiando, lui che era in piena crisi di credibilità, tra tutti i giganti europei. Può darsi che sia una questione di nanaggine politica. Berlusconi è perfino simpatico, sembra un giapponese perduto in Birmania, quando si agita tra i suoi tanti “amici” europei, per rimestare le chiacchiere. Ma l’assenza dell’Europa non è una curiosità o un pettegolezzo, è un fatto politico fondamentale. Anche quando domani la crisi delle banche e delle Borse si sarà finalmente esaurita.
Non comunque in Europa: il futuro per le banche europee sarà di nuovo difficile. L'entrata dei goveni nelk capitale delle banche, seppure senza diritto di voto, ristabilirà, né più né meno, l'influenza politica sulle banche stesse che hanno rimpicciolito e marginalizzato l'Europa negli ultimi trent'anni, l'Italia più di tutti. La ricetta di Brown risponde alla logica laburista, in un paese dove peraltro il potere non soffoca la società. In Italia, Germania e Francia sarà molto diverso, e molto peggio.