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venerdì 14 agosto 2009

Secondi pensieri (30)

zeulig

Amore - È giovane. Non è più vecchio di Ero e Leandro. L’amore-passione poi è giovanissimo.

È occidentale – non c’è nelle altre culture, non prima del cinema, anni 1930. Ma è follia e non raziocinio. Addolcisce tutto, anche il matrimonio. E tuttavia è tema principe, sempre in Occidente, dove è nato ed è confinato, sotto la specie delle disgrazie dell’amore. Ogni amore è portatore di disgrazie senza fine: maledizioni, minacce, figli perduti o nascosti, ricatti, tradimenti, castrazioni, depressioni, assassinii. Non è legato al piacere, com’è nei presupposti. O allora a quel particolare piacere che è sofferenza: è l’amore masochista?

Creazione - È propria dell’uomo: la natura evolve, l'uomo crea, anche interrompendo e rovesciando dei flussi naturali.
C'è un creazionismo, antinaturale.

Deserto – Uno vi è sempre al centro.

Dio - Un dittatore. Se pure Cristo, il suo figliolo, ha dovuto mandarlo più volte a quel paese. La bestemmia è certo peccato grave, si capisce che Cristo abbia dovuto pagarlo con la croce, ma non ha più colpa chi incita e quasi obbliga alla bestemmia?

Libertà - È solo a Dio che possiamo farne capo – il Grande Inquisitore si sbaglia: non all’orgoglio (diavolo), non a un errore. Talmente è vasta e aperta, come orizzonte, e delicata nei suoi bilanciamenti, mobile, vivida.
È il miracolo, nella legge dell’universo che vuole l’implosione e il declino, nell’entropia universale: ecco perché non si giustifica e non si spiega. La libertà non viene dalla ragione, è energia.

Metafisica – Si occupa della morte. Riflette sull’essere perché è ossessionata dal non essere, per queto è triste.

Mito – Ne abbiamo bisogno, noi contemporanei, non per alleviare l’esistentema per riempirlo. Il nostro esistente p un Ersatz, e come tale ha bisogno continuamente d’inverarsi, attraverso le moderne litografie, cioè la pubblicità e la propaganda.
È anche semplice, essendo autoreferente, crescendo a valanga: basta mettere in gira la prima “voce”.

Natura - È totalitaria, tale che nessuna difesa è possibile – ci si può difendere da Dio, dalla natura no.

Nulla - È, come lo zero, concettualizzabile e inesistente. È, come lo zero, servile.

Onni – Non vuole dire niente, i concetti totalitari sono contradittori: se manca il limite manca il senso, si svuota il concetto della sua misura, l’infinito della storia, l’eternità del tempo, l’onnipotenza della libertà, e la libertà delle necessità, l’onniscienza dell’ignoranza, il destino della mancanza.
Concettualmente il paradosso è evidente. E ontologicamente? Nella realtà sociale non si danno fenomeni totalitari – se non quelli, insufficienti, della scienza politica. E in quella fisica? Nel moto (perpetuo), la forza, la materia, qual è il peso dell’opposto?

Realtà - È enigmatica, non essendo semplificabile per canoni, né normativi e neppure conoscitivi. L’irriducibilità all’astrazione – e alla classificazione – si può dire suo segno di riconoscimento, e sua qualità o assenza.
Non è umana. Non è cioè né ragionativa né poetica. Il mondo è confuso e violento, e subdolo. Compresa la natura degli uomini, gli istinti cioè e i percorsi mentali, che incontrollati derivano al male.

Religione – Rientra nell’estetica, è forma superiore (astratta) di arte. La “più” sublime, certo.

Silenzio – Separa, ma può essere una forma di attenzione. Si a scolta con attenzione. E anche le cose tacciono quando sono presenti.

Solitudine - È uno stato ricercato e non naturale: l’uomo nella natura non è mai stato isolato. Per forza di cose biologicamente, ma anche socialmente: si va in gregge.Può essere una ricerca acquisitiva, una scelta di volontà. Oppure diminutiva, un lasciarsi andare.

zeulig@antiit.eu

La Rai ha torto, e non vi diciamo perché

I tre giornali nazionali attaccano la Rai, in servizi di contorno, commenti, e interrogativi retorici, perché ha deciso di lasciare la piattaforma Sky per una sua propria, sia pure con Mediaset. Senza timore di schierare in questa crociata pro Sky perfino il presidente della Repubblica – che peraltro si lascia schierare. Ma soprattutto senza aver mai spiegato che c’è da tempo questo progetto. Che il mercato della tv a pagamento è molto cresciuto. Che il digitale terrestre allarga molto l’offerta d’informazione, segmentata per settori specifici d’interesse, e quindi il mercato pubblicitario ai vari settori legato. E che la Rai, come certo Mediaset, non vuole, e non dovrebbe, lasciare questi mercati a Sky.
È una battaglia di idee? Si può pensare la campagna anti Rai parte della campagna politica contro Berlusconi, padrone di Mediaset. Ma anche Murdoch, padrone di Sky, non è affarista di poco pelo. Sky è in una situazione di monopolio, alla quale è solo giusto, e anzi meritevole, creare un’alternativa, specie di prezzo, dov’è l’idea dei suoi paladini? È disonestà professionale, di giornalisti e commentatori tv cui Sky furbamente ha assicurato convenienti vetrine? Forse. Ma è soprattutto l’inutilità del giornalismo, ai fini dell’opinione pubblica. Come già per i famosi referendum contro le tv private. Il giornalismo è purtroppo parte attiva, e non vittima, del vuoto politico nel quale i suoi padroni tengono l’Italia.

mercoledì 12 agosto 2009

L'estate della guerra al Sud

È attacco concentrico al Sud, sul salario, la sanità, la scuola, la lingua. Senza alcuna provocazione da parte del Sud. Neppure sul gelato per dire, che al Sud indubbiamente sanno fare meglio. O sul mare, che al Sud è veramente trasparente. Da parte degli stessi giornali che polemizzano sulle scarse o mancate celebrazioni dell’unità. È un’aggressione, costante, sfrontata. In particolare del “Corriere della sera”, col suo nuovo lombardissimo gruppo dirigente, e l’intollerabile Stella. Anche Alfano, l’unico ministro meridionale in questo governo, non sta bene, e anzi, essendo siciliano, è più o meno mafioso. Mentre il Cavalier Vaselina molto milanesamente promette Enti e Miliardi di carta, quei due minuti del suo lungo anno che ritiene di dedicare al Sud.
Sono due settimane ormai, ma non si stancano di produrre indici, Invalsi, Pisa, Pirls (non è uno scherzo), per dimostrare che al Nord i ragazzi sono più intelligenti, dotti e bravi scrittori dei ragazzi del Sud. Non hanno avuto requie dacché il Sud ha avuto più promossi che il Nord. Senza mai spiegare che gli indici sono creazioni di menti malate, che ai loro presunti automatismi hanno ottenuto di legare i finanziamenti alla scuola. Le gabbie salariali ci sono già, da venti e trenta anni, ma per questi nuovi crociati della purezza settentrionale naturalmente non bastano. Gli insegnanti meridionali, come gli infermieri, da un ventennio graziano il Nord, perché lo stipendio non basta a pagarsi una camera d’affitto – eh sì, Milano costa più di Palermo. Ma ciò non basta agli ipocritoni, vogliono l’esame di dialetto per escluderli del tutto. La sanità pubblica costa a Milano il doppio che in Calabria, pro capite, ma piano sanitario è in deficit per colpa della Calabria – dove oltretutto gli aventi diritto sono pochi.
Non è la vittoria del leghismo, la Lega ha già stravinto da quindici anni, col suo 25,5 per cento del voto nel 1996 in Lombardia (il 21,6 nel 2008), e il 29,3 nel Veneto (27,1 nel 2008). È il nuovo oltranzismo confessionale, alla Bazoli, che governa Milano ora anche al “Corriere della sera”. Che si nega, contrariamente a Bossi, perché i preti sono sempre ipocriti, ma colpisce basso. L’onesto Galli della Loggia, che sul “Corriere” si chiede spesso come celebrare l’unità d’Italia, avrebbe ben da lavorare, se solo riflettesse alle troppe furbate del Risorgimento, che Milano ha solo il torto di evidenziare dopo l’ipocrisia piemontese. Lo stesso l’inqualificabile ceto politico meridionale, Bassolino, Lombardo, che non sa che bisogna fare invece che annunciare, o peggio minacciare, la prima cosa che impara un politico.

Nasce greca l'Italia nel Trecento

Ristampa del libro seminale di buona parte degli studi sul Rinascimento di Giovanni Gentile, specie di quelli su Petrarca e Platone. Benemerita, benché mancante di ogni riferimento all’autore, uno scrittore di storia locale dalla solidissima erudizione. Il testo, uscito a stampa nel 1888, è come se fosse attuale, per lo stato delle ricerche, non più avanzate. Mandalari rintraccia l’opera cospicua di Barlaam, monaco calabrese del Trecento, basiliano, morto vescovo di Gerace nel 1348, nelle maggiori biblioteche europee. E ne proietta la figura sulla cultura italiana che si formava nel Trecento, la filosofia con Petrarca, la lingua con Boccaccio, e l’arte. Nel presupposto – la cui promettente fecondità è ancora da esplorare – che le radici siano greche, classiche e bizantine, più che latine.
Giannantonio Mandalari, Fra Barlamo calabrese – maestro del Petrarca, Nuove Edizioni Barbaro, pp. 128, € 8

lunedì 10 agosto 2009

Problemi di base - 16

spock

Perché il presidente Napolitano non ci dice chi ha messo le bombe, dal 1969?

Sono le bombe che hanno portato al terrorismo? O che altro? Chi?

Che fa Dio in cielo, tutto il giorno?

L’eternità è contro la creazione, si sa. Ma che eternità è se tutti muoiono? Non sarà anche Dio un pentito?

Che fine ha fatto Zappadu? Ha finito le fotografie?

È vero che la Finanza ha fatto un accertamento alle Bahamas a Zappadu, o sono le isole Cayman, come a Agostino Rossi?

E chi è Zappadu?

Perché il presidente Napolitano vuole vedere la Rai su Sky?

Il bus 56 mi è antipatico perché è antipatico? O è antipatico perché mi è antipatico?

spock@antiit.eu

Il mondo com'è - 20

astolfo

Anversa – La “nouvelle Carthage” di Georges Eekhoud, per industria e capitali. I cui quartieri si chiamano la Fabrique, la Bourse. “Anseatici fastosi” dice Eckhoud, “che si recavano alla Cattedrale o alla Borsa preceduti da suonatori di piffero e di violino”. L’orgoglio della borghesia portato all’ostentazione.
Non protestante.

Autocritica – La facevano i comunisti. Ma era d’obbligo per gli antichi egizi quando avevano ammazzato, per esempio una pulce o un serpente. Gli egizi avevano una coscienza ecologica.

Biedermeier - In Italia viene imposto dopo l’unità, in controtendenza e fuori epoca. Fa da Ersatz alla vera e propria borghesia, quella intraprendente e liberale, che i Savoia temevano.

Indizio - È il sintomo. E ne ha l’ambiguità. Nei tribunali come nei romanzi gialli, e ora nella storia. L’opinione ricevuta ne fa elemento di colpevolezza in sé, per un rilievo o una causalità che esso conterrebbe e invece gli viene attribuito. Per convenienza dallo storico, per pigrizia e animosità dall’investigatore e dal giudice. Lo stesso indizio può avere significati diversi, invece, e perfino opposti.
I gialli sono più onesti: l’investigatore vi opera come il medico di un tempo, il quale, senza l’ausilio degli accertamenti diagnostici, suppliva con l’occhio clinico: sceglieva un indizio-sintomo e su quello organizzava la terapia, l’analogo del giudizio ma temporaneo e in attesa di riprova.
Il suo valore di prova viene a posteriori: è la colpevolezza che fonda l’indizio, e non viceversa.

Protesta – Ha una bizzarro attrazione, neanche inconscia, al conformismo. Si può pensare ai centri sociali, ai writers, al popolo di Seattle, o è Porto Alegre, come a un desiderio intenso di menare le mani. Cioè, più correttamente, di essere confrontati dalla polizia, non dagli assessori, dai condòmini, dai banchieri, ma da lavoratori incazzati neri sotto la bardatura anti-sommossa, con i quali darsele, per poter fare qualche giorno in ospedale e qualche giorno in prigione. Questo è logico, e anche accettabile, nella logica generazionale e in quella dell’avventura. Ma poi i centri sociali vogliono diventare birreria o pizzeria, senza pagare l’affitto dei locali al Comune, i writers vogliono spazi, altrettanto gratuiti, per i loro murales a stingere, e qualche premio alternativo, i no global sono i nuovi Verdi, che coltivano con la minaccia della violenza un posto in Parlamento.

Totalitarismo – È il dominio delle coscienze. È evidente nel caso del comunismo come del fascismo: i cittadini – il popolo, la gente, la massa – ci credono, ne sono convinti, ne sono rassicurati e anzi esilarati. Ne sono soggetti attivi. Risponde alla psicologia semplificatrice. Che può essere quella del terrorista come del piccolo borghese. Ma il fatto è psicologico: non c’è un fatto politico caratteristicamente totalitario. La Repubblica, che si fonda e opera su una costituzione democratica, nei principi e nelle articolazioni, è senza dubbio totalitaria: nella struttura di potere (non c’è ricambio, malgrado le elezioni), nel controllo politico (le centinaia di assassinii politici impuniti, di sindacalisti, braccianti, operai, morti eccellenti, in piazza e in carcere, e per terrorismo o stragi), nel controllo sociale (concussione e corruzione).
Ha sì una strumentazione illimitata, di controlli e violenze, ma se la può permettere in quanto s’è impadronito delle coscienze. O altrimenti è tirannia, la moderna dittatura. Tanto più complicato e irresistibile della dittatura poliziesca è quello culturale o sociale, delle dittature comprese, che è “democratico”, e cioè perfettamente totalitario, senza resistenze o opposizioni, e anzi convinto.
Il funzionamento, cioè il controllo, della democrazia era il tormento dei ricchi-e-potenti della Trilaterale, a cavaliere del 1970.

È la follia del progresso portata a conseguenza. Progresso come dominio degli istinti e della natura, del gioco delle azioni e reazioni, della dialettica. Poiché è fallito se ne dà immagine caricaturale, di un dominio violento in ogni sua articolazione. Mentre è fallito in un paio di casi, per la loro violenza, è vero, ma è qui tra noi in forme nemmeno tanto subdole. È il perfezionamento della teoria politica come disposizione o ordine. È un’utopia matematica, che fosse geometricamente definita in ogni punto.
Totalitaria è tuttavia la natura, tale che nessuna difesa è da essa possibile – ci si può difendere da Dio, dalla natura no. E dunque è la follia del progresso una seconda natura, natura naturans?

È fenomeno del Novecento. Perché è legato alla comunicazione di massa, e alla pubblicità o propaganda.

Si alimenta nella ristretta circolazione delle idee. Che sembra in contrasto con la diffusione abnorme della comunicazione. Ma non si trasmettono idee. Non c’è dubbio che il fondamento del totalitarismo è nel blocco dell’opinione pubblica.

Uguaglianza – È la giustizia: va contro la giustizia ciò che non è uguale.
Ma non c’è senza uniformità - è quindi ingiustizia?

Può solo essere aritmetica, economica. E d’altra parte c’è un’istintiva ripugnanza a considerare la libertà come libertà di commercio, economica. Anche perché in questo quadro pochi hanno posto: se la libertà – e il potere – va col commercio,m ne dispongono i commercianti. E dunque l’uguaglianza non va con la libertà? O va con la libertà dei pochi.

Unico - Il figlio unico eredita troppo.

astolfo@antiit.eu

venerdì 7 agosto 2009

Jacko, il Mozart della disco

Riascoltare “Thriller”, il suo album di maggior successo, dopo venticinque anni, impressiona per la voce da ragazzo imberbe, se non bianca, di uno che ne aveva venticinque già compiuti. E ogni altro aspetto della sua vita scandalosa riallinea in coerenza con questa immagine – è solo strano che non la si sottolinei: la ricerca inesausta dell’infanzia che non ha avuto, la nostalgia, la sofferenza. Nevrotica, perché Jacko è stato insieme un fanciullo attardato e l’adulto che ricerca, rivuole indietro, l’infanzia. La ricerca conducendo per di più in modo sbagliato, con se stesso padre protettivo e amico, per essere già una star, invece che in un’altra figura esterna, materna se non paterna. Con questa sola piccola differenza, e con quella dell’età, durata forse troppo, Michael Jackson è in tutto la copia di Mozart, all’epoca dello show business naturalmente.
Lo scandalo in cui si è avventurato, quando non gli è stato cucito addosso a scopi commerciali, è tutto qui, nella ricerca dell’innocenza. In forme parossistiche, con le bambole, il colore, il famoso sbiancamento, la paternità accanitamente ricercata, di figli anche non suoi. Che è il dramma, seppure da loro vissuto in maniera più composta, dei suoi fratelli e sorelle, con i quali bambino compose i Jackson Five. Tutti sensibili ma gestiti da un padre avido come attrazioni, guitti da circo. Una discendenza che purtroppo ha continuato a perseguitare Michael in vita, e ora anche in morte. Una sensibilità che solo il barbaro diritto americano degli avvocati a percentuale ha potuto trasformare in pedofilia, un attacco fra i tanti ai diritti, al suo patrimonio.
La vita, e la morte, di Michael Jackson consente anche di risolvere il giallo della morte di Mozart, se non del genio. Si lega il genio con lil sacrifio dell’infanzia alla insensibilità dei padri? Sherlock Holmes inclinerebbe personalmente per il sì, ma alla fine non saprebbe rispondere. È invece evidente che non si può vivere molto né bene con un tale peso nel cuore, essere cresciuti senza affetti. E che Mozart tutto sommato è morto all’età giusta – ci ha evitato i pannoloni e il laccio emostatico: tanto dolore si sopporta evidentemente male fino ai cinquant’anni.

Quando il noir inglese si faceva a Milano

Ci fu un momento dopo la guerra in cui Milano, il “mortorio mosciano” della poetessa Giulia Niccolai, fu teatro di piccanti storie gialle, noir e di spionaggio, con Scerbanenco, e con gli inglesi Ambler e Hadley Chase, che già all’epoca conoscevano e leggevano Scerbanenco. Questa è particolarmente realista del sottobosco urbano, e del borghesismo dei laghi. Con un generale pazzo americano che da solo vale la lettura.
James Hadley Chase, Inutile prudenza

Sovietismo anti-Urss

Curioso libro sovietico su Mosca post-sovietica. Scritto e pubblicato nel 1990, Vásquez Montalbán lo volle successivamente inalterato quale “testimonianza di un’epoca”. Ma non è un libro su Mosca nel 1990, benché incluso nella Feltrinelli Traveler, non è giornalismo di viaggio né d’autore. È un viaggio, non brillante, nella memoria, e nella nostalgia: una guida molto sovietica della rivoluzione mancata, nella scultura, l’architettura, la rivoluzione, la repressione – sarà stata l’ultima volta che l’Enciclopedia sovietica ha rifatto la storia? Libro cimiteriale, pieno di statue, di liquidati, scomparsi, morti seppelliti, e di monumenti, soprattutto di Lenin. Col fascino di Dzerzisnki, che ritorna ovunque nel libro, il creatore della polizia politica, spietata e corrotta fin dal 1917.
Manuel Vásquez Montalbán, La Mosca della rivoluzione

mercoledì 5 agosto 2009

A Sud del Sud - a Sud di nessun Nord (40)

Giuseppe Leuzzi 

Si può vedere tutto in termini di Nord-Sud: la voce, la pronuncia, la presentabilità, il salario, il costo dell’insalata. Non c’è più Sud per esempio in tv, nei tg, fra i presentatori, gli attori, gli showmen, e chi c’è si camuffa, Fiorello per esempio. Bossi e Milano hanno introdotto questa chiave di lettura. Ora Milano si dice pentita, dice insomma di rifiutarla. Afferma di non avere votato Bossi. Ma l’effetto l’ha già ottenuto: il Sud è chiuso in se stesso, oppure si camuffa.

Muoiono, in una città del Nord, un anziano medico di nome Trifirò, e un giovanissimo pugile di nome Morabito. Entrambi, per ragioni diverse, molto stimati. Ma né i giornali, né i celebranti, né i sindaci che li commemorano alle esequie ne ricordano le origini. Se fossero stati protagonisti di una lite, o peggio di un furto, sicuramente l'avremmo saputo per prima cosa.

Se Riina accusa lo Stato
Riina accusa lo Stato di avere assassinato Borsellino. La politica italiana e i giornali si scatenano. Scalfaro, presidente della Repubblica all’epoca, dopo essere stato ministro dell'Interno, dice e non dice, cioè dice: “Non si può mai escludere che ci possano essere state persone, se non lo Stato, che abbiano tradito. Come non si può escludere che anche n criminale dica a volte la verità". Come no.
Scalfaro non è una novità, è sempre il monaco che dice di essere, del forse che sì forse che no. Ma i terribili familiari di Borsellino, il fratello e la sorella che sulla morte del giudice hanno montato una carriera politica, a sinistra, e la vedova, che presumibilmente è rimasta a destra con il marito, alimentano anch’esse i dubbi. E dunque un mafioso, un nano politica come Riina, illetterato e semianalfabeta, tiene in pugno avvocati, giudici, carabinieri, politici e giornalisti, e questo, ha ragione lui, è lo Stato italiano.
Di questa Italia, in effetti, non si può dire che tiene il Sud in soggezione, è al Sud quello che è ovunque. Ma, poi, è solo un aiutino ai giudici di Palermo, che vogliono condannare il generale Mori, che Riina ha catturato, e non sanno come. Un cosa avvocatesca. Certo, se poi tutto il rumore - Borsellino, Riina, Ciancimino padre, Ciancimino figlio - riesce a portare a Berlusconi... Anche solo per ipotesi. Dov'è la mafia? 

Milano
Barbara Berlusconi si organizza un’intervista, genere del tutto voluttuario, per mandare un avvertimento al suo papà: non barare con le palanche. Lo fa in linguaggio milanese, “divisione equa” tra i figli, “voglio bene al mio papà”, eccetera, ma l’avvertimento non è genere mafioso? Milano ci vuole rubare anche questa letteratura minore?

Bisognerebbe abbattere Milano. Sono vent'anni che non ci dà pace. Ci ha imposto Craxi e poi l'ha dichiarato ladro e contumace. Gli ha anche impedito di curarsi. Ci ha imposto Bossi, sono ormai venti anni, e lo deride. Ci ha privati della politica, lasciandoci i fascisti, ex, e i comunisti, ex, Ochetto, D’Alema e Veltroni, gli infausti Berlinguer boys - con la solita banda di napoletani, è vero: Borrelli, D’Ambrosio, Boccassini, quello dei calzini rivoltati, Di Pietro.

Ci ha imposto Berlusconi, ormai sono quindici anni, e ce lo impone, ma pretendendo di distruggerlo con la moglie cattiva, le amiche della moglie, le figlie, e le puttane di Bari. Per lui fa bombardare dall’estero l’Italia, ogni giorno una bordata. 

Ma che vuole Milano? Si è presi i soldi di tutti gli italiani e li ha fatto sparire, è un paio d'anni che non vediamo un centesimo. Si è presi gli scudetti della Juventus, con l’incredibile Guido Rossi, la coscienza vera della città. Che peccato abbiamo commesso per ritrovarcela sul groppone?

Stati generali con Mubarak convocati da Berlusconi a Milano per farne “la capitale del Mediterraneo”. Ci rubano anche il Mediterraneo, pure tanto vituperato. 

“Corriere della sera”, 22 luglio 2009: “Il caso Milano. Per tornare a dirigere alla Scala, Abbado ha chiesto la piantumazione di novantamila alberi”. Che sarà questa piantumazione? E di novantamila per una ragione specifica, seppure occulta? Non ottanta? O cento? E tutti a Milano? Gli alberi vogliono luce, ancorché piccoli. A un minimo di cento metri quadri l'uno, la richiesta del maestro fa novecento ettari. Non vorrà Milano piantumare il resto d'Italia?

O il numero è solo un multiplo alla Beuys? Cui si deve l'idea. “Il Foglio”, giornale allora milanese, ne rilevava “la morte” il 5 giugno 1996: “Una città che dovrebbe essere governata dal suo Politecnico, dalla sua Scala, dalla sua Banca Commerciale, dalle sue imprese, ed è invece dominata dal mostro grigio e marmoreo di Piacentini, un palazzo di Giustizia che nella sua stessa forma ricorda l'idea di uno stato oppressivo incapace di dare, insieme al rigore, aria, felicità, una prospettiva e il piacere di vivere a una libera città”. Ma le imprese di Milano sono gaglioffe - mancano i “suoi giornali” nell'epicedio. 

Milano non è morta, come si fa a dirlo? Purtroppo. Milano è la capitale della finanza, della moda, del giornalismo, dell’editoria, dell’arte, ma non ha prodotto mai nulla, un autore, un artista, un grande giornalista, un grande sarto: vende il già venduto. È la capitale della pubblicità, questo sì.

Berlusconi di Milano, il 18 luglio: “È una città sporca. Le altre città europee sono più pulite”. Questo si scriveva nel 1993, in “Fuori l'Italia dal Sud”, p. 246: le friggitorie puzzolenti spalancate su piazza del Duomo, l’adiacente piazza dei Mercanti”nascosta sotto dieci centimetri di carte, plastiche, lattine e altri rifiuti”, da anni mai spazzata, benché sia la piazza delle banche, che anno i muri scrostati e gli infissi sporchi di decenni, il centralissimo palazzo dei Giureconsulti abbandonato ai topi, con le imposte inchiodate dei bombardamenti, del 1944.

"Ah, morta Milano, mortorio mosciano", poetava la bella spiritosa Giulia Niccolai - che poi si è fatta monaca, seppure buddista.

Sandra Lonardo non ha colpa dei distacchi e i comandi alla regione Campania. Centinaia. Come del resto nelle altre Regioni e in tutti gli uffici pubblici. Ma il “Corriere della sera” la addita a colpevole. Non lo dice, lo insinua. Illustrando l’articolo con la sua foto, a la necessaria didascalia, Sandra Lonardo, presidente del consiglio regionale campano. È fotografata con Mastella, di cui è la moglie. E Mastella di che è colpevole? Qui la risposta ci sarebbe. Ma non importa.

Nel 1996 la rivista letteraria britannica "Granta" ha dedicato il n. 46 al “Crime”. Con molti ghirigori sul tema, con firme illustri, da James Ellroy a Paul Auster e Italo Calvino. Calvino chiude il volume con due paginette intitolate “La pecora nera”, che cominciano così: “C’era una volta un paese in cui tutti erano ladri”. A fronte del contributo di Calvino è impaginata la foto di un personaggio che, con sguardo ironico, tiene le mani da celebrante a fine messa. Il noto gesto che significa: “Io non c'entro”. 

La foto non ha didascalia. ma per gli italiani il personaggio è noto come Giulio Andreotti. È una bella forma di allusione, dire non dicendo. Di cui Andreotti e la mafia sono maestri. I redattori di “Granta” e Calvino hanno imparato da Andreotti e dalla mafia? O non è il contrario, che la realtà impara dalla finzione? Calvino che nel 1975, quando vinceva Berlinguer e il Pci, se ne andò a Parigi. 

L’idea del Sud 
In “Roumeli”, famoso libro di viaggi di cinquant’anni fa nella Grecia di Centro, con alcune digressioni, una, la più brillante, l’autore, lo scrittore inglese Patrick Leigh Fermor, fa sulle due anime del greco contemporaneao, il romios e l’elleno, con un lunga tavola di caratteristiche psicologiche appaiate per i due tipi. Molte caratteristiche dei romioi (leggi ròmii) sono calabresi, se non tutte: realismo, individualismo, ambizione privata, leguleismo, istinto, improvvisazione, empirismo, provincialismo, retorica classica, sfiducia nella legge, saputismo, incostanza, sensibilità eccessiva, collera improvvisa e violenta... Leigh Fermor ne elenca 64, e tutte potrebbero essere molto meridionali. La vera categoria potrebbe essere ionica, come opposta all’attica, o egea. La filologica digressione è insomma una caricatura, purtroppo non voluta. Le generalizzazioni delle psicologie nazionali sono povera psicologia e povera scrittura, per quanto pettegola. Su una caratteristica ròmia Leigh Fermor si dilunga, la stenachoria, l’acedia latina, la malinconia immotivata: “Del tutto inatteso, questo sovraccarico di energia e estroversione si inietta della più delicata sensibilità, talvolta di suscettibilità, in cui uno scherzo o uno sgarbo, anche immaginario, può rendere il mondo nero e precipitare la sua vittima nella malinconia e il languore, quasi fino al mutismo. È compito degli amici diagnosticare l’angoscia ed esorcizzarla; non sempre un compito facile. Questo demone incombente, somigliante alla tribulatio et angustia dei Salmi, i greci chiamano stenachoria”. Ma per fortuna, dice Leigh Fermor, che “il loro senso della commedia è anch'esso pronunciato”, cosa, aggiunge, “tanto più notevole in Grecia se pensiamo ai suoi vicini”, iracondi e tristanzuoli, tra i quali mette il Sud d’Italia Che invece si esprime al meglio con l’ironia e lo scherzo. Tutto quello di cui altri viaggiatori britannici si sono dilettati, per esempio in Calabria Craufurd Tait Ramage, Edward Lear, Norman Douglas - anche se è vero che l'“abito” meridionale, che si confeziona a Napoli e Palermo, si vuole tragico, e che Ramage e Douglas erano scozzesi e non inglesi. In un breve ripensamento alla sua scrittura da giramondo, Leigh Fermor rileva "una morosa dilettazione a ricordare, quando tutto è finito, squallore e tribolazione". E fa questo esempio: "Il mantello calabrese di Gissing si poggia momentaneamente sulla spalla". Ma Gissing si ricorda unicamente per il suo pellegrinaggio sulle rive dello Jonio. C'è un distinto anglocentrismo tra gli scrittori inglesi di viaggi, che più spesso sono tristi, non come Craufurd Tait Ramage, Edward Lear e Norman Douglas, che invece in Calabria si divertirono. Ma il Sud resta peculiare. Ne “I suoni del mondo greco”, che è il capitolo finale di “Roumeli”, una fantasia d’autore, Leigh Fermor sintetizza il vasto mondo che fu - ed è - greco: “La Sicilia e la Magna Grecia sono note impercettibili di musica sotterranea. L’Aspromonte è il suono del psi rovesciato (una lettera dell’alfabeto greco che ha forma di tridente, n.d.r.), il simbolo di Poseidone che si perde nella marea montante della Calabria. La Puglia e il Salento sono le parole bizantine che si restringono nella parlata otrantina. Stilo una covata di chirielesion nell’ala...". “Sei greco?” si diceva in Grecia fino a prima della Grande guerra “romios eisai?, sei romano. Erano peraltro rumi, romani, i greci per il mondo islamico, la Persia e gli arabi. Romios era per i greci greco ortodosso, elleno era pagano o, Dio ne libri, ateo. Nel greco parlato, nelle canzoni, nei proverbi, nella poesia popolare. Sono ancora chiamati rum dagli storici i possedimenti bizantini in Asia Minore. Mentre gli attuali Balcani erano chiamati Romania in Europa occidentale fino al tempo delle Crociate, e Rumelia dai turchi. Ora romios suona un po' levantino. La parola turca per gli antichi greci è yunana - ionici - e la Grecia Yunnanistan.

Delfino, la forma dell’ironia 
“La mafia non ha pensionati” è di Antonio Delfino, “Il Giornale”, 20 marzo 1995. Grande scrittore, misconosciuto, ma non minore dei tanti scrittori riconosciuti di cui la sua Bovalino è ricca. Delfino è lo scrittore che dà forma all’ironia. Non per l’impianto, sempre rispettoso del reale, ma per il guizzo, lo scarto. In parte esopico, bonario, in parte sferzante, molto calabrese. Per l’urgenza stessa dell’evento, che Delfino non banalizza mai. E anzi nell’economia stessa dell’aneddoto, talvolta abbreviato in un gesto, una smorfia, una pausa. L’aneddoto è sempre reale, e imprevedibile, traslucidato dalla verità, sotto la forma dell’ironia. Che è nel Dna dell’uomo del Sud più di qualsiasi realismo magico. L’ironia è subdola in letteratura, chiunque abbia letto “Gulliver”, anche solo in riduzione per ragazzi, sa che può riuscire noiosa, e quindi incoerentemente presuntuosa. Delfino le dà forma coerente nel racconto breve, anche micro, l’aneddoto appunto. Forma letteraria autoctona, ovunque in Calabria, in tutti i ceti e le balze, e più torno torno all’Aspromonte, l’apologo breve, anzi istantaneo, la battuta aspra e compassionata. Un’eccezione, purtroppo. Nel Novecento la Calabria in letteratura è un modo dei vinti, con l’eccezione del brio di Delfino e di alcuni reportages di Alvaro - cui però si deve lo stigma perdente, per l’esito di “Gente in Aspromonte”, durevole anche in epoca di disincanto, malgrado l’evidente barocchismo, insomma l’artificiosità. In “Partita rimandata. Diario Calabrese”, amorosamente raccolto e curato da Valerio Cappelli, il solito Savinio, che tutto prende a pretesto, usa un viaggio elettorale di tre giorni al seguito di Roberto Tremelloni nell’aprile 1948 per le sue godibili divagazioni. Spesso anche centrate. La grecità impoverita e trascurata. L’ignoranza della storia locale tra i locali, e la supponenza. L’aborto del Risorgimento nel Garibaldi senza testa di piazza Garibaldi a Reggio, e nella toponomastica: il Risorgimento ha istupidito l'Italia. Reggio è “città senza età né statura” - nel 1948, e oggi? I calabresi sono greci spuri, non avendo leventia, la “valentia”. I briganti erano i kleftes greci patrioti, i partigiani... Il suo vero Sud Savinio l'aveva del resto scritto a inizio d’anno, sul “Corriere della sera”, in un articolo intitolato “La luce viene dal Sud”: la modernità è settentrionale, l'antichità è - non era, è - invece meridionale. Un “mondo aperto, mondo sconfinato” opposto al “mondo conchiuso”. Che non è - non sarebbe - peggiore: “Significa non vivere più nell’ossessione dello sconfinato”. Anche il cattolicesimo si fa per questo apprezzare rispetto al protestantesimo, per “l’orrore della solitudine e il profondo bisogno di un mondo conchiuso”, euclideo. 

leuzzi@antiit.eu

Scandalo Sky

Fa impressione vedere i tre maggiori giornali italiani in campagna per la tv Sky di Murdoch. Alla quale vorrebbero che la Rai desse i suoi canali a poco prezzo, 50 milioni l’anno. Non è informazione, le fortune di Sky non interessano ai lettori. Semmai è informazione tardiva e distorta, come i lettori di questo sito sanno: si sta creando una piattaforma della tv a pagamento alternativa al monopolio Sky, e occuparsene con ritardo, senza neppure nominare questa piattaforma alternativa, e solo dal punto di vista Sky, è cattivo giornalismo. È dubbio che sia una campagna politica, se non perdente: in due referendum la maggioranza si è confermata per una televisione commerciale libera. Sono accordi editoriali? Fra chi e chi? E a che fine? Del gruppo L’Espresso si capisce, poiché si è detto che Murdoch potrebbe subentrare come editore, se De Benedetti, come sembra, venderà. Ma gli altri? Vogliono bene alla concorrenza?
Più impressionante ancora è che questi giornali schierino con Sky Napolitano, e che il presidente della Repubblica si lasci schierare. Che un presidente della Repubblica si occupi di un contratto Rai, questo non l’aveva fatto nemmeno Scalfaro. Come fa Napolitano a criticare la Rai per una decisione che, invece di 350 milioni in sette anni, può fargliene incassare tremilacinquecento? Di sola pubblicità. Essendo Napolitano sempre stato equilibrato e accorto, la domanda s’impone: sarà la libertà d’informazione e della stessa Rai più garantita dal monopolio Sky? Ma, per quanto uno ci rifletta, la risposta è sempre negativa. E dunque? Certo, le occasioni e il tempo non mancano mai, per il peggio.

La cosca di Macherio

In puro stile milanese Barbara, la figlia prediletta, fa un’intervista, genere del tutto voluttuario, per piantare tre croci sull’amato papi Berlusconi: la vita privata è politica, sono scioccata dai rapporti con le “minorenni”, stia attento a fare bene le parti tra i figli. La madre dopo la figlia, non passa mese che la croce di Berlusconi, se si potesse dire, non abbia un nuovo tormento.
Si capisce che, in tale famiglia, papi si facesse coccolare dalle “minorenni” in giro per l’Italia. E perfino dalla ciabattona d’Addario - una che da lui voleva il permesso per farsi una villetta, che romanticismo, prima di ricattarlo. Si capisce anche che Berlusconi non sia antipatico: deve avere sofferto molto in quella famiglia di attrici e figlie di attrici. Ma queste sono cose sue - anche se una è sua moglie, con la quale bene o male ha fatto tre figli, e una è sua figlia, cresciuta da lui.
Il punto è che questo stile milanese è quello della mafia: un avvertimento. Anche perché dice una cosa per dirne un’altra, e magari il suo contrario, per chi possiede il codice. E per l’incontinenza. La figlia lo minaccia tra le righe di fare le parti giuste tra i figli come se Berlusconi fosse al testamento, mentre è uno in pieno possesso di tutte le sue aziende, della cui proprietà e gestione può fare legalmente tutto cià che gli pare. Questo è tipico anche della mafia, appellarsi alla legge contro la legge. E non è tutto: in un periodo breve le interviste e le lettere di Macherio non lasceranno nulla di Berlusconi, né la figura politica né l’impero economico, diciamo fra cinque anni, massimo dieci, ma la famiglia di Macherio non se ne cura. Come in tutte le famiglie di mafia, che non arrivano mai a una seconda generazione.
Questa non è tragedia greca, Medea non c’entra. Qui non c’è una lei che si vendica del tradimento di lui, ma un lui che tenta di reagire all’abbandono. Mentre la figlia è da alcuni anni che vuole, fortissimamente vuole, la Mondadori. Non per altro, per diritto ereditario, essendosi la stessa, in tutti i suoi anni ormai numerosi, segnalata per niente, se non un paio di figli. Vuole la Mondadori per sistemarci i suoi giornalisti, e per questo è molto riverita, per la sua saggezza, nonché con foto lusinghiere. O,se si vuole restare alla grecità, prendere atto che le Medee sono più d’una. In Apollodoro (“Biblioteca”, I, IX, 267) Medea è una stupida pazza, che consiglia alle figlie di Pelia, re di Tessaglia, di tagliare a pezzi il padre e cuocerlo al fuoco. Per ringiovanirlo. Se non siamo in presenza di una semplice Clitennestra, che aspetta il suo eroico amrito Agamennone al ritorno dalla dura battaglia col coltello affilato.
È così, è una vera e propria cosca, quella di Macherio, piena di denti aguzzi e di stupidità. Come è della mafia, l’organismo sociale più stupido che sia stato inventato. Anche se, certo, nulla Milano deve, anche in questo, a Napoli o alla Sicilia: la “donna lombarda” della ballata topica già ne aveva i tratti, piena di violenza e nient’altro.

lunedì 3 agosto 2009

Perché Napolitano non toglie il segreto?

Quattordici stragi nei primi trentasette anni della Repubblica, e tutte impunite, è certo che c’è un segreto attorno a esse. Forse più d’uno, ma sempre c’è un Conduttore di esse al punto morto investigativo. In cui si condanna magari uno, anzi normalmente due, uno di destra e uno di sinistra, la beffarda strafottenza fu inaugurata con Piazza Fontana, con gli opposti estremismi coniati dai servizi segreti britannici. O magari con la P 2. Ma senza crederci, e soprattutto facendo capire al pubblico che non c’è da crederci.
Fanno bene dunque i parenti delle vittime a protestare a ogni ricorrenza. A Bologna però si sono ridotti a un branco di nostalgici, un tempo si diceva di faziosi, i quali ne fanno un’occasione per ricordare il piccolo mondo antico, dell’epoca del Muro, mentre invece avrebbero spalancata la strada maestra per ottenere, se non la verità, almeno il perché la verità non si può dire. Potrebbero chiedere al presidente Napolitano, che è un democratico, e personalmente sempre molto chiaro, di far aprire i cassetti a tutti gli apparati che lui stesso presiede. Dopo tanti anni, anche la ragion di Stato, ammesso che lo Stato ne abbia una, sarebbe salva. Al presidente della Repubblica fa capo in Italia tutto l’apparato repressivo, le forze armate con i carabinieri, i magistrati giudicanti e inquirenti, e indirettamente anche gli apparati di sicurezza.
Non si fa perché Bologna è una responsabilità della “sinistra”, come si è sempre mormorato e ora la destra sostiene? Dell’ordigno esploso per caso per imperizia durante un trasporto, o fatto esplodere dai servizi israeliani. È l’ipotesi meglio accreditata, ma non è più fondata delle altre. E non esclude che i corrieri fossero di estrema destra, l’ostilità a Israele era molto forte anche in questo schieramento, in una con l’antisemitismo. E d’altra parte, l’unica “prova” vera della matrice politica delle stragi è che esse siano finite tra Bologna e i Georgofili, con Gobaciov cioè, la caduta del Muro, e la fine del Pci.

La Lega delle sanatorie

Si potrebbe dire abbaia ma non morde, ma non è così: la Lega, impedendo una politica dell’immigrazione, fomenta il campo più rischioso di disordine, e anche di delinquenza. Bossi è nato politicamente, e cresce, fomentando la xenofobia, sia pure nell’aspetto di un italianofono del Sud. Salvo poi avallare, se non promuovere, le più cospicue e incontrollate sanatorie degli immigrati clandestini che abbiano uno straccio di lavoro.
Bossi personalmente ha reso impossibile, nella legge che porta il suo nome con quello del galantuomo Fini, la regolazione dell’immigrazione, negli accessi, e fra i clandestini che hanno comunque un lavoro. Ci vuole da un anno a un anno e mezzo per avere un permesso di lavoro, che dura un anno… Si può dire che era così già sessant’anni fa, agli albori della Repubblica che non sapeva staccarsi dal fascismo, specie a Milano: James Hadley Chase ci scrisse nel 1952 un romanzo giallo che ancora si vende, “Inutile prudenza”. Si può dire l’efficientismo lombardo all’opera. Ma non è materia di scherzo. L’opportunismo di Bossi alimenta l’insicurezza, il mercato clandestino (degli ingressi, delle pratiche di un anno mezzo, delle sanatorie), e la non qualificazione dell’immigrazione – chi fa un anno e mezzo di pratiche per un permesso di lavoro che dura un anno?
Una università di Milano ha dovuto rinviare a casa uno studioso indiano a cui teneva perché dopo un anno non gli aveva ottenuto un permesso di lavoro. Una sorta di girio dell'oca, seppure in età postpuberale, e non si può escludere che Bossi alla fine non sia un mattacchione. Milano dà la colpa a Roma, e anche questo fa parte del gioco, perché no. Ma, poi, questo è tutto, Milano continua a votare Bossi, anzi, con più lena.

domenica 2 agosto 2009

Ombre - 24

Per poter raccontare l’indagine sulla giunta regionale Puglia e i partiti di sinistra nello scandalo Sanità, il “Corriere della sera” ha dovuto mandare a Bari un’altra giornalista, Virginia Piccolillo. La titolare della giudiziaria, Fiorenza Sarzanini, confidente della d’Addario, solo si occupa di quest’ultima. Così si fanno i giornali, tra piccoli feudi.
Ma Sarzanini, pur nascondendole nella quotidiana storia D’Addario a palazzo Grazioli, sa molte più cose dello scandalo Sanità. Le dice en passant ma le dice - il cronista giudiziario è come lo sbirro, non si contiene. E questo significa che c’è la “manina”. Che le indiscrezioni da intercettazione provengono da fonti diverse dai due procuratori, Digeronimo da destra, Scelsi da sinistra, che manovrano le due inchieste a Bari. C’è da augurarsi che sia una manina a pagamento.

L’estero ti guarda. Il “Financial Times” pubblica l’opinione di un Geoff Andrews che dice l’Italia in declino, corrotta in (quasi) tutto il Parlamento, rigurgitante di mafia, e governata dalle puttane. Questo è quello che ne riferiscono l’Ansa, e molti giornali italiani. Senza spiegare che l’opinione non è un commento del giornale. E che lo scrivente, presentato come assistente alla Open University, la Cepu britannica, e autore di un libro “Not a normal country: Italy after Berlusconi”, espone gli argomenti di Di Pietro.

“La tecnologia rischia di far perdere tempo”, detto da Bill Gates il 27 luglio 2009 è una conferma che le scoperte sono rare. Gates ha scoperto anche che “i social network sono insidiosi, vanno usati con attenzione”. Si era messo su Facebook e aveva “diecimila richieste di amicizia”.
E Facebook, cos'è? Era un'edizione grafica dell’amico di penna dei tredicenni – mentre scriviamo sarà ben stato sorpassato da altra novità (ricordate Second Life?).

Il “Corriere della sera” dedica una pagina al malessere di Sarkozy. Decorata da cinque foto in cui, sarà un caso, il presidente francese pratica lo sport con sofferenza. Fa sempre la cosa giusta, la bicicletta, il jogging, con le guardie, con l'atletica moglie, col ministro degli Esteri verde Kouchner. E sempre a New York, dove la fitness è obbligata. Ma sempre con una smorfia. Forse per le piante degli sneaker mostruosamente rialzate.
Altrove si direbbero foto di regime. Come le nuotate di Putin, del presidente Mao, e di Mussolini che le inventò. Ma Sarkozy è al di sopra di ogni sospetto: la sinistra italiana, per non sapere cosa essere, vuole tutto, anche la destra, purché "europea".

L'università di Pisa, appena "eletta" fra gli atenei virtuosi, mette a bando 264 insegnamenti, di cui 204 gratuiti. I professori insegneranno, cioè, gratis. È una cosa pensata dalla Gelmini, e si capisce. Ma “Il Tirreno”, il giornale locale di sinistra, pretende che lo sfruttamento degli insegnanti sia un segno di eccellenza. È proprio impossibile essere democratici?

La Serracchiani, il nuovo che avanza, vuole la “linea” (“chi è fuori dalla linea s'attacchi”) e il “centralismo democratico”. Franceschini, suo compagno di oratorio, vuole gli immobili del (ex) Pci.

L'Istat dice, come ogni anno, che chi ha i soldi non paga la tasse. E come ogni anno i rappresentanti delle categorie che non pagano le tasse si difendono. Ma non dicono la verità: "Guadagno troppo, non posso permettermi di pagare le tasse".

Si arrestano a Roma personaggi titolari di caffè e altri esercizi di lusso noti per essere legati alla 'ndrangheta. Noti da tempo a tutti i negozianti vicini, a tutti i calabresi che vi si sono avventurati, e da un paio d'anni anche alla commissione antimafia. Ciò malgrado, la Guardia di finanza procede all'arresto delle persone e al sequestro dei beni su indizi presuntivi: titolari senza pedigree, investimenti senza capitali, troppi giri notarili, eccetera. Non uno straccio d’intercettazione in tutti questi anni, o un’indagine bancaria, benché il malaffare fosse notorio. Corruzione? No, i giudici e la Guardia di finanza dispongono le intercettazioni solo per fregare Berlusconi.

Par condicio in Francia, annunciano i giornali: "Verranno razionati i minuti tv di Sarkozy. Tranne quando parla come capo dello Stato".

Stati generali con Mubarak convocati da Berlsconi a Milano per farne "la capitale del Mediterraneo".
Come, non dovevamo aggrapparci alle Alpi?

A proposito dell'Inter, scrive sul “Corriere della sera” Mario Sconcerti, “negli ultimi tre anni Moratti ha ricapitalizzato per quasi 500 milioni, una cifra pazzesca”. Lo è, la follia è la sola spiegazione. Una follia molto milanese, però, di cui nessuno chiede conto, né a Moratti né all’Inter. Nemmeno Sconcerti, che pure sa molto ed è persona onesta. Il giudice che se ne occupa a Milano fa uno sbadiglio ogni due anni, per il rinvio – l’insabbiamento ha tempi lunghi.

venerdì 31 luglio 2009

L'igiene dell'autore

Mantiene la vivezza del debutto fulminante, nel 1992 a ventitrè anni, questa storia di cartilagini e di avatar, che inaugura la galleria dei nichilisti freddi à la Nothomb, ventriloqui, rigurgitanti. Dell’“estetica del vomito” contro “la letteratura degli stati d’animo, detti sentimenti”. La cartilagine è “l’articolazione che permette di andare in avanti, ma anche indietro, aprendo l’accesso all’eternità”. E la scrittura è “una gigantesca cartilagine verbale” - una metaforissima, dopo il vituperio di prammatica della metafora, con i simboli e la dialettica. Ipotizzandone la nullità, prima ancora di uscire, nell’“epoca della malafede”, in un mondo di “lettori non lettori”, a partire dall’“Iliade” e dall’“Odissea”, e di “uomini-rana” che attraversano un libro “senza prendere una goccia d’acqua” – quindici anni fa, oggi si direbbe “persone-rana”. Quanto agli avatar, essi ritornano in epoca non sospetta, Internet era solo una ipotesi.
Amèlie, nome eletto come la protagonista Léopoldine, e persona che s’indovina generosa, perché il genio è generoso, fa distinto Settecento. Che potrebbe essere la cifra del Millennio. Pur evocando Céline, non ne ha la corporeità. Anche quando fa rivivere, come qui, il sogno dell’infanzia. Senza l’incontinenza, ecco, che giustamente rimprovera a madame de Lafayette. Sul principio che “amare è difettivo”: si coniuga solo al singolare, anche nelle forme plurali, “se due persone dicono di amarsi, l’una delle due deve sparire per ristabilire il singolare”. La coniugazine è l’esistenza, la coniugazione del verbo: “Se la coniugazione non esistesse, non avremmo neanche coscienza di essere individui distinti”. Non viceversa. E l’assassinio è “rapido e pulito” perché “il classicismo non commette mai peccati di gusto”.
E tuttavia il libro, il racconto, s’interrompe a metà. Quando il ruolo di eversore, tenuto dal protagonista scrittore, grasso, pieno, passa alla sua contestatrice, svelta, dissolvente. C’è la novità, paradossalmente, dove c’è il ruolo: lo scrittore può solo essere architetto, con tutto il suo dichiarato nichilismo, se è un indagato o un correo non è niente, non rende.
Amélie Nothomb, Igiene dell’assassino

Mani Pulite e batoste nell'antica Roma

Anche i Romani prendevano batoste, ma all’epoca la cosa non si pubblicizzava, i nemici degli sconfitti più spesso trovavano utile non avvantaggiarsi. Per il resto quell’anno 186 a.C., in cui il grosso dell’esercito romano fu ridotto male dai Liguri-Apuani nella gola appenninica detta Saltus Marcius, dal nome del console sconfitto Quinto Marcio Filippo, sembra oggi, la storia è immutabile. Il tranello riuscì in un anno funestato dai presagi, che consigliarono ai consoli di trascurare la "pacificazione" dell'Iberia per curare la politica interna: a Roma e dintorni cadevano pietre dal cielo e fuoco che si attaccava alle vesti, un ermafrodito di manifestò in Umbria, evento molto infausto, e una prostituta, Ispala Fescennia, si prestò a una comoda quasi guerra civile contro gli Emili-Scipioni, famiglia prominente colta e innovatrice.
Invece della guerra, Roma fece lo scandalo dei Baccanali: come per Ispala, dichiarata “pentita”, furono istituiti premi in denaro per altri pentiti denuncianti, che consentirono migliaia di arresti, metà dei quali assortiti da pena di morte, a meno di pentimento seguito da delazione, la quale comportava la remissione della pena e, a sua volta, premi in denaro, insomma Mani Pulite, Marcio era Borrelli, Roma sembrava Milano. Una vicenda famosa, che Tito Livio, a differenza dell’imboscata al Saltus Marcius, narra per esteso, al libro XXXIX, capp. 8-19. I Romani perdettero nella gola tra i sette e i novemila uomini. Il Marcio-Borrelli disperse successivamente l’esercito: la cosa si faceva dopo una vittoria, in territorio “pacificato”, il console lo fece per non consentire la conta dei morti.
Esemplare libro di storia locale, con una documentazione formidabile, e un uso anche accorto delle fonti. E tuttavia la storia locale non si libera dai noti limiti del genere. Tutti legati allo autodidattismo, con tanto entusiasmo e poca disciplina, al rovescio della storia ufficiale, disappetente. Con l’assurdo, quindi, ripetuto parallelo tra i Liguri e Apuani e i Dakota, i Cheyenne, eccetera, con tanto di Cavallo Pazzo e Toro Seduto. Non la sola caduta.
Lorenzo Marcuccetti, Saltus Marcius. La sconfitta di Roma contro la nazione Ligure-Apuana, petrartedizioni, pp.309, €25

La scuola di dialetto è tutta invidia

Con apprensione il “Corriere della sera” ha lanciato la questione dialetto, dedicando l’apertura mercoledì alla richiesta della Lega di formare insegnanti di dialetto. Sono a rischio l’unità, il Risorgimento, l’innovazione tecnologica, le tre i del cavaliere milanese, oggi quattro con l’idiozia, il solito argomentare stanco degli ultimi venti anni. È il pendolo: un giorno il “Corriere” ci impone la Lega, e il giorno dopo la denigra, per lasciarci nell’incertezza.
E' pure vero che la Lega ama sparale sempre grosse, è un modo di sentirsi vivi che piace, non solo al Nord-Est suo feudo. Ma non dispiacerebbe a nessuno che Milano si manifestasse per una volta quella che è, incapace d’imparare l’inglese, e forte dove si sente protetta. Se non fosse che è l’ennesima manifestazione d’invidia: Milano, l’eletta della nazione, invidia il detestato Sud, dove si parla dialetto con gusto, per non riuscire ad imparare nemmeno l’italiano, cosa che anche un bambino sa fare.
Questa non si sapeva, ma non è una novità. Già da tempo Milano invidia a Napoli il dialetto che vuole la traduzione in sovrimpressione, delle canzoni e dei film. Che è cioè un’altra lingua, e ben efficace. A Roma il romanesco. Ogni estate da molti anni la Lega propone di eliminare dalla rai gli speaker e i presentatori che parlano romano, e di ridurre i finanziamenti al cinema, dove di solito si parla romano. E alla Sicilia il dialetto con cui fa letteratura da storia se non da manuale, da Cielo d’Alcamo a Verga e Ignazio Buttitta, che la sua poesia più famosa dedica proprio alla difesa della parlata dialettale. Nonché ad Andrea Camilleri – eh sì: lo scrittore e il personaggio più letti di tutta la storia libraria scrivono e parlano e pensano in dialetto. Non solo la cucina, quindi, il sole e la strafottenza, il vero portamento elegante, ma anche la sicumera con cui si chiudono a riccio Milano invidia ai terroni.
La soluzione della questione meridionale
Questo è un fatto. Ma non negativo, dal punto di vista risorgimentale, e anzi potrebbe entrare nei programmi, ancora vuoti, del Comitato di studiosi del centocinquantenario: la proposta potrebbe finalmente risolvere la questione meridionale. Proprio nel momento in cui la questione meridionale insorge con prepotenza, con sicuri gladiatori tipo Micciché, benché ingrassato, Lombardo, nomen omen, e Bassolino, anzi pure con Loiero. Una piccola trasformazione che potrebbe infine dopo due secoli, o sono millenni, disinnescare il divario Nord-Sud. Se Milano pensasse in dialetto, si ristabilirebbero condizioni di parità con Napoli e la Sicilia.
È noto che la dilettazione a pensare e scrivere localmente va di pari passo con due fenomeni che oggi più non si citano per la vergogna ma che hanno avuto fino a ieri cultori illustri, la napoletanità e la sicilitudine. Quella centrata sull’anema e core, questa sulla metafisica, due falsi, se non erano prese per il culo del protervo Nord. Di cui non si può dire che siano all’origine del divario Nord-Sud, ma sicuramente ne sono espressione. Con la connessa difficoltà a pensare un’altra latina, sia pure l’italiano facile facile, per la comune ascendenza latina. Il sardo, che non è latino, non ha difficoltà a imparare l’italiano, così che l’isola pietrosa è meglio amministrata e ben più ricca della ferace Campania, della Sicilia che la storia più antica dell’Europa e dell’Ocidente, e della Calabria che ha il suo stesso chilometraggio marino. Ma questo non importa. Ora, se si creasse un lombardismo, con gli zoccoli, gli olmi, le sciure palanche e i cumenda, il divario, chissà, si ridurrebbe.

mercoledì 29 luglio 2009

Il mondo com'è - 19

astolfo

Antifascismo - Cesare Pavese, sollecitato a partecipare alla scuola ebraica doo le leggi razziali, non rispose. Pavese e Bobbio non gradivano essere considerati antifascisti.

Austria - È bizzarro che il mito dell'Austria Felix rinasca, senza essere una moda culturale, e si allarghi. Anche a Milano e Trieste, come crogiolo d'intelligenza e modernità, tra Otto e Novecento, senza ricordane su questo versante le ambiguità.
L'Austria è la prima reponsabile dell'orribile Ottocento, più della regina Vittoria e di Napoleone III: delle censure e le polizie politiche, delle continue ripetute rivolte obbligate per ottenere diritti minimi, e del terrorismo. Soprattutto in Italia, nei suoi domini e negli stati da essa controllati, il papato e il napoletano, i ducati padani, e perfino la Toscana. L'Austria è la responsabile primaria dell'imbastardimento della politica italiana - della politica contemporanea e del Risorgimento, dopo la morte precoce di Cavour.
La stessa fioritura musicale che si ascrive a merito dell'Austria avviene, tutto sommato, malgrado Vienna. Haydn, Mozart, Beethoven operano a Vienna solo grazie a protettori ungheresi, tedeschi, russi, italiani, misconosciuti dal pubblico e maltrattati dalla corte.

Barbarie - Non esiste - disse il barbaro.

Comunicazione - È trapassata ad aggressione: ognuno lancia se stesso contro l'altro, millantando, commiserando, esponendo, ma sempre e solo se stesso, le proprie disgrazie e i propi successi, le fobie, le malattie, le grandezzate, le pene d'amore e familiari, le ansie per la fine del mondo, e l'astio sempre contro gli altri. È una forma di misantropia, aggressiva: tutto degli altri è irrefrenabilmente soggetto a critica o lamento, la passione politica o l'abbigliamento, il portamento, le relazioni, l'attività, lo stile di vita, e anche il tifo calcistico.
La più invasiva è quella dei media. Un colloquio si può sempre rifiutare, o una conversazione in treno, anche con la prenotazione obbligatoria, i media no La pubblca esposizione per molti anni è stata una condanna e una pena, la gogna, ora è un privilegio e un vantaggio: esponendosi, ci s'impone. Discrezione e pudore non sono virtù, e anzi non sono, se non per snobismo.

Cristo - Storicamente, è l'interruzione del rapporto, filosofico, poetico, con la natura. Nel linguaggio, nella logica, nei riti ha senz'altro mediato l'Oriente per l'Occidente pagano, greco-romano. Ma come figura storica ha interrotto la naturalità dell'esperienza umana.

Democrazia - C'è ipoteticamente, in natura, dove i singoli all'interno della specie sono identici e fungibili, e le stesse specie lo sono, morfologicamente e come "valore". Nella società è un derivato, un voler essere.

Duemila - L'uomo del Duemila non c'è. Bush, Gore, Obama sono manichini. Sono di cera i divi del cinema, anche le dive, e dello sport.
La donna c'è ancora, ma è confusa.

Heidegger - Se il filosofo fu nazista è questione oziosa, poiché lo fu - e malgrado tutto non ci ha tenuito a rinnegarlo. Non oltranzista. Fu antisemita ma, come tutti, vergognandosi della Soluzione Finale. Fu un nazista sconfitto. non c'è dubbio, neppure minimo. Ritenne il nazismo la politica della sua filosofia. Lo argomentò a lungo. A lungo tentò d'imporla a Hitler.
Il "Discorso del Rettorato" va riportato a quella che era - la proiezione sociale - la filosofia di Heidegger all'epoca, in Germania e in mezza Europa, all'università e tra i giovani studiosi, a quello che era, figurava essere, Heidegger, filosofo appassionato e antiaccademico, innovativo e quindi aperto, impegnato e quindi onesto. Cosa che la "volpe" non era. Ma è da quell'immagine che si misura, in negativo, l'effetto e il peso del suo schieramento con Hitler. Il "Discorso" è tanto piatto quanto inequivocabile. Il filosofo è, Heidegger-Platone, politicamente ingenuo, come ogni militante della politica, cioè dilettante e entusiasta. Il tipo che si ama e si apprezza se ci si riconosce.

Heidegger ha riaperto la filosofia, il libro della filosofia. Dopo i divincolamenti di Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche, e le rassegnate riedizione di kantismo, platonismo, scolasticismo, hegelismo, marxismo perfino. Riapre tutto il campo cambiando il modo di filosofare: aprire tracciati invece di delimitarli. Il modo d'interrogarsi e il tipo di risposte da cercare. Tutta una nuova maniera d'essere, per la filosofia, e una nuova strumentazione, la terminologia - le categorie. Ma vi introdoce il sentimentalismo, della terra e la tribù, della tradizione, dei sentimenti stessi. E forse ha già lasciato solo macerie, malgrado la monumentalità dell'Ausgabe.

Illuminismo - È un chiarimento di varia specie. C'è quello della ragione, come s'intende in italiano, e quello della magia e del mistero, come s'intende in francese. Ma c'è un'ambivalenza anche nel nostro illuminismo, non basta, non serve, dimenticare Cagliostro: Illuminati dalla magia furono in Italia prima che altrove, in Scozia, Baviera, praga, eccetera.

Ineguaglianza - È come la libertà, è uno spreco, ma non ce lo possono togliere.

Obama - Nella "nascita" improvvisa, nel portamento, sempre uniforme, mai appassionato mai stanco, nella medietà, e anche nel fisico, sembra l'Impersonificatore del Nuovo Impero Americano, la creatura di una segreta regia di androidi. È da lungo tempo ormai, da una ventina d'anni, che gli Usa governano il mondo con la fredda distanza dell'impero delle "Guerre stellari" alla Lucas. Sempre impegnati in una qualche guerra, anche in due e tre guerre insieme, con eserciti dei cui effettivi non si curano, anch'essi robotizzati, nell'inverosimile affardellamento delle foto di guerra, remoti gestori di un impero che non considerano e non conoscono, e solo identificano per le coordinate geografiche. Al comando di un clone che si è chamato Clinton, e poi Bush, e ora sembra proprio Obama.
Una politica altera e remota, freddamente bellicosa. Dalla guerra del Golfo, ma già da prima, dalle guerre stellari di Reagan. E la guerra ha portato negli omonim film alla Lucas, tirandola fuori dal diritto internazionale e dalle umane sofferenze. Vi si muore, e anche in grandi numeri, ma si intendono le guerre come delle lezioni, da dare a questo e a quello, sulla base di un titolo non dichiarato ma ovvio. Già nel 1969 Ballard immaginava il suo paese desertizzato in una vaga resistenza contro gli Stati Uniti, che lo occupavano senza una ragione detta, e il suo paese era la Gran Bretagna. Obama, il Grande Capo più umano di questo Impero, ha perfino la sagoma del perfetto androide, che parla come l'aquila dello stemma, guardando da destra e da sinistra (in realtà legge i messaggi prefabbricati dalla Forza Oscura....), figlio di un africano uscito dal bush e ivi scomparso, di una fattrice bianca di cui altro non si sa, educato nelle lontane Hawai da vecchi saggi, in figura di nonni...
C'è un unilateralismo non dichiarato ma indiscusso, piano, nei fatti, della politica americana. Se non dalle guerre stellari di Reagan, da Tienanmen e dalla caduta del Muro, dal fatidco 1989 che ha segnato il crollo dell'impero del Male, e Obama venuto dal nulla ne è interprete da copione. C'è l'indifferenza a Tienanmen, in pieno regime dei diritti umanitari, e anzi "l'asse con la Cina". Sostanzioso, giacchè metà America può fare la spesa solo con i prodotti cinesi a basso prezzo, ma anch'esso parte della politica dei riflessi muscolari, senza alterazioni sanguigne e senza cuore. L'ignoranza dell geografia, e l'indifferenza, non è una novità in America, grande paese continentale, che basta cioè a se stesso. Ma perduto è ora il senso del diritto, che bisogna dire vigoroso finché serviva all'America per scuotere il Vecchio Mondo. Apparentemente, è questo un esito della politica dei diritti umani, che ha soppiantato il diritto di non intervento. In realtà, non c'è una guerra umanitaria, c'è un non dichiarato diritto d'intervento, per ogni fine, anche non "buono", e a nessun effetto, se non, il più spesso, peggiorativo per gli stessi diritti umani. Partendo proprio dalle bombe intelligenti, che hanno sostituito il combattente, anche se muore solo questo, e magari sprigiona radiazioni mortali, di cui non vale nemmeno parlare.

Sessantotto - È stato l'estrema torsione del progetto laico, di tutto crearsi e assoggettare: la libertà, il desiderio, l'amore, la rivoluzione.
Illuminista? Non è un movimento intellettuale - senza contare che dopo l'illuminismo ci sono stati, ben popolari, Schopenhauer, Kierkegaard, Niezsche. È cultura materiale, e di massa. È il capitalismo, la cui essenza è l'attivismo, l'aspettativa della crescita. Dalla scuola al femminismo, dalle istituzioni alla coppia, e al rifiuto della guerra, dappertutto la tensione è all'innovazione, anche radicale, utopica. Non c'è un obiettivo e una meta, un modello, un'ideologia sistemica, ma la tensione, e quindi la certezza, di creare se stessi. Per questo è stato detto generazionale mentre non lo è, è un movimento di massa.
Culturalmente si sostiene col neo scientismo (Freud, Debord, Basaglia, Laing, i "Grundrisse") e con i buoni propositi (di nuovo i "Grundrisse"). La sua utopia è quella immediata, realistica, del capitalismo, o dell'efficientismo - la fantasia al potere si vuole produttiva e non eversiva. Per questo è anche semplificatore.
Il Sessantotto come punta o freccia del capitalismo - dell'ottimismo della volontà, nel suo movimento ascensionale: non è una trovata, è un fatto.

Rivoluzione - È borghese - di quando c'era quindi la borghesia, una con un progetto. È infatti ordinata in un progetto: regolata, progressista, secondo una logica cioè costruttivista, di accumulazione.
Ma è vittima dell'Ottantanove. Che ha gettato la maschera on Bonaparte. Per tornarte a Luigi XVIII, monarca mezzo costituzionale. Si dice: la rivoluzione si stanca. No, si svena. Dopo l'Ottantanove è la norma, la dissipazione - l'Ottantanove è l'"invenzione" più riuscita dell'ordine costituito.

astolfo@antiit.eu

I sette dolori di don Giovanni

Contiene, oltre ai noti "Amour Dure", "Un cassettone matrimoniale", "Una voce incantata", tre racconti non tradotti: "Prince Alberic and the Snake Lady", "The legend of Madame Krasinska" e il testo che dà il titolo al libro. Forte, la rielaborazione più originale del Don Giovanni: in un patto con la Bellezza (la Vergine delle sette spade), don Giovanni impegna, e quindi perde, l’inestinguibile lussuria. "Prince Alberic", con una locazione per una volta indefinita, sembra riferirsi a Massa, per una serie di indizi: il palazzo ducale è rosso, contiene una grottesca, ha tappezzerie francesi, con paesaggi tra montagna e mare, come il ducato, e un castello diruto delle Acque Frizzanti, vicino alla città di Luna, da cui la dinastia prende il nome, con terrazze coperte da pergole e viti tutt'attorno.Si riferisce ad Alberico I Cibo Malaspina, che, pur non vivendo la vita e gli amori del titolo, ha costruito e gestito il suo ducato, a metà Seicento, gli anni del racconto, con criteri dichiaratamente esoterici - l'esoterismo "normale", che è dell'esistenza, la chiave del fascino della scrittrice.
Vernon Lee, The Virgin of the Seven Daggers, Penguin, pp.230, £ 7,99

La guerra fallita d'Irène

Pubblicato postumo nel 1948, è il romanzo che ha cancellato dalle lettere la scrittrice. Fino alla riscoperta nel 2004 con "Suite francese". Singolare prima prova del romanzo della guerra francese, ordinato e piatto, che Iréne Némirovsky rifarà negli stessi mesi con tanta più forza in "...", e in "Suite francese". L'identificazione con la Francia "profonda" soffriva in questo brogliaccio dello choc inizale della politica antisemita nella Francia occupata?
Irène Némirovsky, Les Feux de l'automne, Livre de Poche, pp.281, € 7,15

martedì 28 luglio 2009

Le origini della guerra sono stupide

Libro sempre sorprendente. Anche se per motivi diversi dalla vulgata degli anni Sessanta, che tutto attribuiva alla follia o alla malvagità di Hitler. E' che non si studiano più le cause delle guerre. Non si studiano nemmeno le guerre, anche se se ne fanno tante (l'Italia ne sta facendo due o tre). Le "origini" della prima guerra mondiale sono di una stupidità terrificante. Ora che l'Europa non dettapiù legge e non fa l'opinione, la cosa è incontestabile. La seconda è stata addirittura preparata, con costanza, con furbizia, con arte.
A.J.P.Taylor, Le cause della seconda guerra mondiale

Secondi pensieri (29)

zeulig

Donna - È il desiderio dell'uomo. Per questo può atteggiarsi. Sarebbe altrimenti un ammasso di carne, come ogni altro meno concupito.
La cosa non è senza profondità – benché al di là del povero Freud, e del potere del maschio: per il maschio stesso, per la donna naturalmente, e per il genere umano. Giacché il giorno in cui non ci fosse più desiderio, giorno oggi configurabile, l'umanità si fermerebbe. In tre mosse. Dapprima si riduce la fertilità e la procreazione: uomini e donne, singolarmente, separatamente, acquisiscono figli da centri specializzati, con tasso di riproduzione che per essere artificiale e tendente allo zero è una festa solo per la regolazione delle nascite. Quindi, nel quadro della freudiana autorealizzazione, la stessa filiazione, benché limitata e artificiale, perde ogni richiamo e anzi è ostile. Infine, si arriverà a una riproduzione forzata per il mercato o benessere: per il lavoro, la crescita economica, e la pensione. Già oggi la merce umana è molto apprezzata nei mercati clandestini, e non per la prostituzione o il traffico di organi ma proprio in quanto produttiva di reddito attraverso il lavoro (cinesi e asiatici in genere).
Ma allora sarà una nuova storia. La fine propriamente della storia, anche – l'attesa fine della storia, eccola qua.

Il femminismo non ha liberato, ha cancellato. La donna non ha migliorato la condizone reale-legale, professionale, se non di quel tanto che era nello spirito dei tempi, mentre ha perduto le connotazioni ideali-reali. Le ha perduta volontariamente, e questo è il peggiore arretramento, semplificatore, vendicativo...
La differenza sostanziale introdotta dal femminismo è una diversa percezione del rapporto uomo-donna.tra l'uomo e la donna. L'uomo vede la donna come un oggetto, sessuale, estetico, affettivo, riproduttivo. La donna vede l'uomo impersonalmente, in una sorta di metafisica, un incontro di destini, tanto più arduo quanto più distinto. Le donne stavano in un empireo. Questo ne faceva la preziosità (differenza). E fa catastrofica la discesa.

L'eterno femminino è la procreazione. Questo fatto materiale, di dolore e sangue, è la creazione. La fecondità è di natura superiore.

Essere - Prende le forme dell'ente, dell'eterno, o del nulla, tutte egualmente impossibili, nei fatti e nella logica, perché riflette la morte, la paura della morte - l'essere-per-la-morte. In sé sarebbe un'indagine sulle forme della voita, sul suo coagularsi, cristallizzarsi, dissolversi - non in laboratorio, naturalmente.
Ciò non confligge con la religione, la poesia, la legge, e ogni altra maniera di conoscere e d'essere dettata dalla passione. Non sraduica la passione - la paura, la collera: la riorienta. La passione ha assunto - per un movimento iniziale inconsulto? - un certo indirizzo, su cui la storia si è depositata per accumulo, proponendosi quindi come verità. Naturalmente insoddisfacente. Non è facile sottrarsi alla piramide. ma uscire dalla paura è un primo passo in sé gratificante.

Estremismo - Si acompagna all'indifferenza, etica, estetica, erotica. E' fisiologicamente uno stato inerte, un automatismo. La passione si accompagna alla riflessione: è amore di libertà, in politica e nella vita di relazione.
Estremismo >< Progressismo (libertà)
X
Passione >< Indifferenza (estremismo, sesso)

Eternita - È nel presente.
Nel presente è l'immortalità. Compresa la storia, se vuol'essere immortale. Compreso il futuro, se mai esiste(rà).

Etimologia - Non porta un nessun luogo, se non ad altre etimologie. Come le genealogie, è autoreferente.

Figli - Sono la trasposizione dell'inconsistenza dell'essere nella realtà dell'essere. Non una proiezione, non un rapporto di possesso, ma una realtà, distinta e insieme unita. La certificazione di un'esistenza pluralista - di un'esistenza.

Filosofia - Si può dire la vita una meteora di cui la filosofia non trova le coordinate. È dunque gestualità, un mimo senza soggetto.
Non è una forma di conoscenza. Senza residui si è rintanata nel nominalismo, fra etimologie e genealogie, in un'espoca che annovera guerre mondiali, e totali, olocausti, bombe atomiche, guerre endemiche. Con l' "esistenzialisno" di Heidegger rifiuta del resto il mondo, le tecniche, il governo, e la stessa storia. Ma è il detto che conta, o il dire? E a che fine ricostituire il detto?
Sotto sotto, sempre la filosofia ha rifiutato il mondo. Per una forma surrettizia del dire. Con la mancanza sempre di coraggio, di presenza, di responsabilità (o di libertinismo), e la propensione a dissimulare. Da qui la filosofia che insegna ai greci cosa hanno voluito dire. Ermeneutica come imboscamento.

Storia - Col senno di poi non si fanno errori. Ma neanche la storia esisterebbe.

Se ne è scritta più sul rock-and-roll, da Elvis in poi, che sulla rivoluzione francese. E dunque è inesauribile.

Tempo - Ritorna con la storia. In questo modo l'eternità si realizza, nel tempo.

Verità - Anche quella dei filosofi in definitiva è letteratura. Tra approssimazioni, insufficienze, oscurità, errori, da Platone a sant'Agostino e a San Tommaso, a Kant, Adam Smith, Kierkegaard, Nietzsche e, una volta padroni della chiave, Heidegger, la verità si rivela la qualità della scrittura.
È buona dea, generosa, una sola cosa rifiutando ai suoi adoratori, la certezza.
Si allarga sempre, più si precisa e più si scava, necessitando nuove ricerche. Il desiderio di verità è in realtà un desiderio di ricerca ("l'evoluzione della scienza dissolve sempre più il mito nell'ignoto" è uno dei "Frammenti postumi" di Nietzsche). E in questo si ricompatta: la verità non deprime proprio per essere imprendible.È l'avventura, la deduzion e da ciò che è di ciò che non è.
Vita - Scorre in fretta, ma più che altro è sprecata, tra ozi, rinvii, e depressioni.
Nasce dall'inanimato. Deserta è la natura, la vita vi si forma per reazioni minime. L'uomo rappresenta un salto radicale e un principio opposto alla catena della natura. Non c'è qui di salto diabolico nell'evoluzione dell'agire umano, per la transgenerazione, la clonazione eccetera: ci sono percorsi ciechi e anche distruttivi (razzismo, bomba, totalitarismo), ma è tutto l'agire umano (l'essenza dell'agire umano) che è anti-natura. Se c'è evoluzione, è di due specie.

zeulig@antiit.eu

lunedì 27 luglio 2009

Londra contro l'Italia per Blair

E' la candidatura berlusconiana di Blair alla presidenza della commissione europea all'origine del grido di guerra britannico contro Berlusconi stesso e contro l'Italia. E' questa la convinzione maturata dalla Farnesina, dopo il monitoraggio determinato dalla virulenza e la durata della campagna britannica antitaliana - dal gossip alle banche, alla moralità pubblica, e alla legittimità della presenza dell'Italia negli affari internazionali. Il fenomeno era stato in un primo momento sottovalutato, attribuito alla tecnica dello scandalo scaccia crisi, e la Gran Bretagna ne aveva e ne ha di acute, dalla caduta dei redditi a quella ormai palese della moralità pubblica, per i rimborsi non dovuti, oltre che alla peste suina dopo la mucca pazza. In questa chiave si è pensato che un intervento di Frattini alla Bbc bastasse ad appianare l'onda. Ma la persistenza e l'acutezza dell'antitalianismo ha convinto il nostro ministero degli Esteri che l'animosità ha ragione più stabili.
Si è pensato in un primo momento che la polemica nascesse da un riflesso interno, dal passaggio probabile del paese dopo dodici anni di laburismo ai conservatori: che si attaccasse il governo italiano per indebolire i tories. Ma la violentissima discesa in campo del "Daily Telegraph", giornale conservatore, che fa tabula rasa di Berlusconi e di tutta l'Italia, accomunati in Al Capone, il gangster per eccellenza, ha fatto capire che la campagna è più insidiosa: interna, ma in altro senso, per toccare un nervo più scoperto che non l'alternarsi dei governi. La candidatura di Blair alla presidenza dell'Unione europea sembra in questa chiave la causa vera dell'ira. Blair è considerato un traditore da molti in Gran Bretagna per essersi fatto cattolico. E un opportunista: sono in molti a dire che la conversione è finalizzata alla candidatura europea. Molti più inglesi del resto non vogliono Blair a Bruxelles perché non vogliono l'Europa: la Farnesina è certa di questo. Non si tratta solo di una generica diffidenza verso un esecutivo extranazionale e burocratico - per il quale invece i britannici si sono mostrati fra i più portati rispetto alle altre nazionalità europee. E' un ritorno di fiamma isolazionista, dell'isola che troppo a lungo si è sentita al di fuori, e al di sopra, dell'Europa. Soprattutto nella sua parte inglese, londinese.

Berlusconi salvato dalle donne?

Se Berlusconi fosse il tipo che l'opposizione dice che sia, un imbroglione, in questa storia si sarebbe divertito un sacco, e ci avrebbe divertiti. Invece si diverte solo la D'Addario, che fa il mestiere, e le donne del mestiere che si fanno moraliste e ricattatrici impunite sono antipatiche. Berlusconi è solo un piccolo borghese lombardo, che tiene al suo decoro, e quindi è indifendibile. E tuttavia...
Berlusconi ha contro gli uomini. Faticano a credere all'ingenuità di un Berlusconi femminista e giovanilista, abbandonato dalla moglie proterva, circuito dagli Scapagnini e gli elisir di vita eterna, che scambia per una donzella una puttana di provincia, che pretende di averlo stretto. Un tasso di coglioneria che fa inorridire chi aveva puntato su di lui ruspante, scaltro, vincente. E tuttavia anche loro lo compatiscono: poveretto, con quella moglie e i suoi preti crudeli – preti e puttane non piacciono, come le mogli giustiziere, in Italia, non solo alle donne.
Le donne invece gli danno ragione, e non solo per antipatia verso la donna: se si è ridotto a scopare la D'Addario, puttana quarantenne e ricattarice, e anzi a corteggiarla, con poesiole, telefonatine e tombe false, dev'essere ridotto proprio male. Le donne in genere non amano le altre donne, sicuramente non la medea di Macherio, con le sue amiche del martedì pomeriggio ricche e sciocche. E poi, ha ragione Toni Negri, i perseguitati sono spesso simpatici, i persecutori sempre antipatici.
E tuttavia, quindi, potremmo non liberarcene, le donne sono più degli uomini. E poi, a un certo punto, bisognerà pure fare scudo contro la perfida Albione, che mai non smette le sue insidiose crociate, antieuropee, anticattoliche, antitaliane. Da sempre invidiando all'Italia il Mediterraneo, la lingua, il diritto, e le storie. A Londra dobbiamo i casini che ingombrano l'area, la Palestina, Cipro, la Jugoslavia, e bisognerà pure un giorno difendersi. Ci hanno tentato con la Grecia, e non cessano di tentarci con l'Italia, dopo aver sottomesso, questione di obbedienze, il Portogallo e la Spagna.

giovedì 23 luglio 2009

Santa Patrizia d'Italia

Sarà l'Italia di Patrizia. Pensavamo che fosse di Noemi, che se non altro è una ragazza, e invece è di una puttana. I giornali della moralità pubblica, il gruppo L'Espresso, il "Corriere della sera" e "La Stampa", i loro corifei Sarzanini, Ruotolo, D'Avanzo, la incoronano ogni giorno amorevolmnente e non ce ne libereremo: lo sdegno dell'opinione qualificata non dura un mese, e questo ormai si avvia ai due. La chiamano affettusoamente per nome, come un'eroina. Evitando in tutti i modi di dirne la professione, anche a costo di optare per l'irto escort. Ma non c'è dubbio che è lei, che è lo specchio dei suoi osannatori. Anche i preti, don Sciortino e gli altri, ne fanno una santa. E quindi avremo un giorno del calendario anche per santa Patrizia d'Addario, il giorno dopo il primo turno delle amministrative di giugno sarebbe il più indicato, che corona anche l'attività antimafia dello special pool di magistrati di Bari - anche la mafia ha bisogno di santi.
Nello stesso Parlamento peraltro, bisogna convenirne, è Patrizia tutti noi. Riferisce Dino Martirano sul "Corriere della sera" mercoledì che il Senato ha tenuto un "acceso" dibattito sulla natura dei rapporti tra Berlusconi e Patrizia. Se c'è stata penetrazione oppure no, e di quale organo: le intercettazioni dicono "lui ti prende", ma in che modo? - si ricorderà che Clinton, santino di Zanda Loy, Finocchiaro e altri senatori illustri, si salvò giurando di non essere entrato tutto nella bocca di Monica. E di come mai Berlusconi non abbia "corrisposto la mercede" - la moralità è ottocentesca. "In questo clima", conclude Martirano, "l'Aula si è tristemente svuotata quando si è passati a discutere dell'incidente ferroviario di Viareggio, tanto che il vicepresidente Chiti ha dovuto sospendere la seduta".
Il problema, ma è l'unico, è questo: se Belusconi, questo milanese che Milano al solito, come diceva Malaparte, "ci butta addosso con tutta la sua merda", non abbia rinnovato anche il linguaggio. Se la puttana è santa: questa è una novità assoluta. A meno che non sia il contagio della Maddalena del "Codice da Vinci", per quanto esecrato: i preti non si fanno mancare nulla. Questo non cambia: il famoso "Codice" è Berlusconi più che Dan Brown, il blockbluster che ha arricchito Mondadori. Ma a questo punto, destra e sinistra uniti nella lotta, la nuova patrona d'Italia si può proclamare: santa Patrizia.

Letture - 11

letterautore

Arbasino - Dà vertigine da claustrofobia. Anche nei viaggi. Per il citazionismo? Perché ripropone le nove Troia, una archeologia affollata e mai decisiva: di ogni spettacolo o mostra rivangando le esperienze di quaranta anni prima, ma forse sono già cinquanta, e le cose - chi disse che, e cantanti, scene, costumi, orchestre, maestri, divine - che (non) ha accumulato nella sua vita. È come se fosse alla ricerca di un suo essere, che naturalmente deve avere rifiutato.
Forse per questo ha sempre avuto amicizie sbagliate – o è lo snobismo che fatalmente accende più snobismo? Non piaceva al gruppo dirigente di “Repubblica”, giornale nel quale invece si riconosce, e che i primi tempi frequentava assiduo: chi guardava in basso, chi tossicchiava, chi quando usciva faceva il gesto dell’improsare. E tuttavia non era rifiutato perché gay – il gruppo dirigente del giornale era Pci, o comunque del compromesso.

Commedia all'italiana - Mima gli eventi quotidiani. Per questo in fastidisce: non "libera". Non tracca un altro eprcorso, non alla conclusione e nemmeno in the making.

Confessione - Si dice di Goethe che le sue opere sono frammenti di una inesausta con fessione . Di che? La sua confessione è la sua opera: non si sa se l'opera confessa la vita, oppure la vita confessa l'opera, la pulisce-lima-...

Dante - La "Commedia" come intrattenmento, anche se senza musica. Dante voleva "cantare", con la metrica di cui era maestro, con il ritmo, i suoi casi, i person aggi, le dottrine. Altrimenti avrebbe scritto l'ennesimo trattato.

Goethe - Ottimo narratore, in versi e in prosa, anche scientifica o di moralità, si blocca su Faust. Al quale, avendogli dato per amico il diavolo, nientemeno, fa poi utulizzare questo enorme potenziale per adescare un a segretaria, inesperta - forse, le segretarie sono subdole.
Di questa melensaggine pretende di fare tragedia - o: la melensaggine sta nel volerne fare "tragedia". Per i greci la tragedia viene con la bellezza. La collocavano n luoghi scelti per l'indicibile bellezza, tra cielo e mare, all'ora fresca del tramonto. Non ne abbianmo una necessariamente lugubre e declamatoria.
Goethe, se non vi si fosse incaponito, avrebbe sicuramen te saputo spiegarci il perché.

Narrazione - È un fatto privato: un teatro personale. È fantasmizzare, per se stessi.
È una rammemorazione. Anche l'invenzione: è richiamo di ciò che si sarebbe - e non si sarebbe - voluto.
È interpretazione: l'ermeneutica della-le realtà.

Non può che essere veritiera: tout se tient. Se è bugiarda crolla.
Certo pone il problema di cosa sia la verità e cosa la menzogna. La narrazione non può essere bugiarda Può essere reticente, deviante, truffaldina, ma in sé è sempre veritiera, questi sono modi di essere della verità. Poiché la verità è la realtà. Bugiardo è il tentativo di travisare i fatti, sempre deliberato, consciamente o nell'inconcscio. Questo è evidente nella narrazione giornalistica, benché camuffata sotto l'opinione pubblica, grande ambiguità.,

Robinson - Impara attraverso la tecnica: conosco facendo. Mentre si sa che si conosce imparando - l'orgoglio intellettuale è tutto qui.
L'uomo della natura di Rousseau invece nasce imparato. Ma Robinson non fa male a nessuno, a differenza della pedagogia del pazzo Rousseau.

Romanticismo - La sua natura è l'anti-natura. È per questo ritornante, una volta rotta - dal Cristo - la natuiralità della esperienza umana.

Il romantico è un introverso, che riempie il mondo del suo "troppo pieno". Il verbo è quello di Rousseau: "Il mondo delle chimere è il solo degno di essere abitato". Si dice di lui che ama la natura, e invece ne ama il mito - la natura è piuttosto realusta, piena d vermi anche e di polvere.

Salieri - Un nemico che tutti vorrebbero. Che tti dice. "Tu, Mozart, sei Dio, senza saperlo".

Scrittura - Si scriveva per dire. O per non dire. Che, comunque, è una maniera di dire.

È mimo povero - standardizzato, legato dalla grtammatica e dalla sintassi. Rispetto all'abbondanza della narrazione, alla libertà del gesto e del suono, la mobilità, la polisemia - suon o e gesto conservano la com plessità dei primi linguaggi.

Sherlock Holmes - È l'Arcangelo Gabriele. È l'indizio che crea il crimine nel giallo sherlockiano. Si dice il detective un semiologo, un "induttologo", il quale da un mare e una montagna d'indizi scevera la contraddizione e quindi il crimine. Invece no. Sherlock Holmes sa già la verità. Il suo indizo è il sintomo, di cui condivide l'ambiguità - riflesso dell'esperineza di Cona Doyle medico, il medico di un tempo, che operava con l'occhio clinico, e non lo specialista. Sherlock Holmes partecipa dell'esplicitazione del sintomo-indizio, e decide la terapia-giustizia.

Stendhal - È russoviano in ritardo. Ha la stessa gioia della scoperta, e la furberia degli adolescenti eterni. Cristallin peraltrop quan do si esprimono, scrittori sempreverdi.

Stupidità - Una sua forma è lo studio della stupidità.
Jean Paul, giustamente, ne fa l'elogio, come ogni comico: il comico vi è irresistibilmente attratto, l'autore e l'attore, proprio colui che, esercitando il distacco - l'ironia, la beffa -, vi è più allergico, se non altro per paura, e dunque, la comicità ha da spartire qualcosa con la stupidità? È una barriera che si eregge, contro la demenza, e contro l'ovvio.

letterautore@antiit.eu

martedì 21 luglio 2009

Ma che Repubblica è questa?

Il giorno in cui Napolitano lamenta l'uso improprio delle intercettazioni, il giudice di Bari Scelsi fa avere all'"Espresso", contro ogni obbligo di riservatezza, le intercettazioni della D'Addario in casa di Berlusconi. Scelsi è D'Alema. E D'Alema è Napolitano. E allora? E' un jeu de dupes, di furbetti del quartierino?
Per il resto è tutto poco serio, e anzi inverosimile, se non succedesse. C'è la crisi, l'Italia è in paio di guerre, ma una puttana tiene banco, mette in crisi la destra, la sinistra, e il presidente della Repubblica. Si pubblicano verbali sigillati, con tanto di firme sulla busta dei presenti alla verbalizzazione, il gudice Scelsi e gli ufficiali della Guarda di Finanza. Senza che nessuno dei firmatari osi dire: non sono stato io. E' una Repubblica di ricattati? Di ricattabili? Di ricattatori? E può un giudice essere un ricattatore?
Da quello che si legge sul sito dell'"Espresso" non c'è nemmeno nulla di eccezionale (lubrico, puttanesco) nelle trascrizioni. L'eccitazione viene solo dallo schiaffo a Napolitano, dalla violleazione esibita, impunita, del codice penale esistente, art. 615 bis. Da parte di un giudice. Suo compagno di partito. Il giorno dopo Napolitano lo passa con "gli chef del G 8", una presa in giro del G 8 appena concluso. E' il muoia sansone con tutti i filistei di un partito che non ha smesso il tanto peggio tanto meglio?
Non era sembrato vero all'ex Pci di Ochetto di saltare in groppa ai golpisti di Mani Pulite e cancellare la politica dall'Italia. L'ex Pci di Napolitano e D'Alema sancirà la fine di quello che resta della Repubblica?

Problemi di base - 15

spock

Se il cavallo non si chiamasse cavallo, sarebbe un'altra cosa?

Perché la tolleranza si perde con la tolleranza?

Profumo di donna è un titolo, di che cosa?

Cosa c’è dove non c’è il Grande Fratello? E l’Isola dei famosi?

Che differenza c’è fra il comunismo italiano e il dolorismo della chiesa? A parte il collo torto.

Arcore contro Gallipoli, chi è meglio?

Perché la felicità non esiste, né la libertà o il paradiso, che pure si desiderano? Mentre esiste la paura, che si teme.

Perché a Montecarlo non ci sono delitti conto il patrimonio? E in Svizzera?

spock@antiit.eu

lunedì 20 luglio 2009

Il Sud contro "l'ossessione dello sconfinato"

Il solito Savinio, che tutto prende a pretesto. Nelle corrispondenze di un breve viaggio elettorale al seguito di Roberto Tremelloni nell'aprile 1948, spalmate stancamente lungo tutto l'anno. E tuttavia pieno di cose. La grecità impoverita. Il ricordo del padre ingegnere in Tessaglia. L'ignoranza della storia locale tra i locali, e la supponenza, La falsità del Risorgimento nel Garibaldi senza testa di piazza Garibaldi a Reggio, e nella toponomastica: il Risorgimento ha istupidito l'Italia. Reggio è "città senza età né statura". Nel 1948. E oggi? I calabresi greci? Non hanno leventia, la "valentìa". I briganti erano i kleftes greci patrioti, i partigiani...
Il suo vero Sud Savinio l'aveva del resto scritto a inizio d'anno, sul "Corriere della sera", come ricorda Valerio Cappelli, che ha collazionato il volumetto e ne scrive le parti più interessanti, "La luce viene dal Sud": la modenità è settentrionale, l'antichità è - non era, è - invece meridionale. Un "mondo aperto, mondo sconfinato" opposto al "mondo conchiuso". Che non è - non sarebbe - peggio: "Significa non vivere più nell'ossessione dello sconfinato". Anche il cattolicesimo si fa per questo apprezzare rispetto al protestantesimo, per "l'orrore della solitudine e il profondo bisogno di un mondo conchiuso", euclideo.
Alberto Savinio, Partita rimandata. Diario calabrese, Rubbettno, pp. 90, € 7,90

Esotismo inglese in Grecia

Libro di viaggi nella Grecia del Nord (il titolo allude a una Grecia di mezzo, prospiciente il golfo di Corinto), con alcune digressioni. Una, la più brillante, Patrick Leigh Fermor fa sulle due anime del greco contemporaneo, il romios e l'elleno, con un lunga tavola di caratteristiche psicologiche appaiate per le due entità. Molte caratteristiche dei romioi sono calabresi, se non tutte: realismo, individualismo, ambizione privata, leguleismo, istinto, improvvisazione, empirismo, provincialismo, retorica classica, sfiducia nella legge, saputismo, incostanza, sensibilità eccessiva, collera improvvisa e violenta... Leigh Fermor ne elenaca 64, e tutte potrebbero essere molto meridionali. la vera categoria potrebbe essere ionica, come opposta all'attica, o egea.
La filologica digressione è insomma una caricatura, purtroppo non voluta: con 64 caratteristiche, non ce n'è una. Le generalizzazioni delle psicologie nazionali sono povera psicologia e povera scrittura, per quanto pettegola. Su una caratteristica romia Leigh Fermor si dilunga, la stenachoria, l'acedia latina, la malinconia immotivata: "Del tutto inatteso, questo sovraccarico di energia e estroversione si inietta della più delicata sensibilità, talvolta di suscettibilità, in cui uno scherzo o uno sgarbo, anche immaginario, può rendere il mondo nero e precipitare la sua vittima nella malinconia e il languore, quasi fino al mutismo. E' compito degli amici diagnosticare l'angoscia ed esorcizzarla; non sempre un compito facile. Questo demone incombente, somigliante alla tribulatio et angustia dei Salmi, i greci chiamano stenachoria". Ma per fortuna, dice Leigh Fermor, che "il loro senso della commedia è anch'esso pronunciato", cosa, aggiunge, "tanto più notevole in Grecia se pensiamo ai suoi vicini", tra i quali mette il Sud d'Italia Che invece si esprime al meglio con l'ironia e lo scherzo. Tutto quello di cui altri viaggiatori britannici si sono dilettati, per esempio in Calabria Craufurd Tait Ramage, Edward Lear, Norman Douglas - anche se è vero che l'"abito" meridionale, che si confeziona a Napoli e Palermo, si vuole tragico ( e che Ramage e Douglas erano scozzesi e non inglesi).
In un breve ripensamento sulla sua scrittura da giramondo, Leigh Fermor rileva "una morosa dilettazione a ricordare, quando tutto è finito, squallore e tribolazione". E fa questo esempio: "Il mantello calabrese di Gissing si poggia momentaneamente sulla spalla". Gissing che si ricorda solo per il suo pellegrinaggio sulle rive dello Jonio. C'è un distinto anglocentrismo tra gli scrittori inglesi di viaggi, che per questo sono tristi, non come Craufurd Tait Ramage, Edward Lear e Norman Douglas, che invece in Calabria si divertirono. Tra essi Leigh Fermor, e compresi i migliori, freya Stark, Robert Byron, Bruce Chatwin. Scrittori che nel secondo Novecento hanno saputo rinnovare il culto dell'esotico - dell'estraneo. Dell'esotico che si sapeva già essere falso: è quindi un'abilità che, se gratifica il lettore, non gli insegna nulla, che non sia una fantasia di verità, e alla fine solo la conferma di una superiorità. Quando Chatwin si applica a una realtà britannica, seppure di un Galles remoto e di un fatto "strano", la simbiosi gemellare, il risultato, "Sulla collina nera", non è gradevole.
Leigh Fermor è grecofilo, al punto che non se ne immagina altra vita che in Grecia. E tuttavia i greci sono per lui "essi". Non "si dice" ma "i greci dicono". Non questo posto si chiama" ma "i greci chiamano questo posto". Non che ci sia un altro nome, inglese, turco, chissà, per lo stesso posto, no. Semplicemente, quello non è posto di Leigh fermor. Come di un qualsiai funzionario di colonia.
Notevole in questo libro, oltre alla riconosciuta capacità di Leigh Fermor narrare la filologia, che ne fa il successo, l'assenza di Venezia, se non per quattro righe e mezza. Non ci fu Venezia nelle isole Ionie, né a Parga, Preveza o a Lepanto, oltre che a Creta e nel Peloponneso, c'è solo Bisanzio, e i turchi. E questo è sleale, oltre che impoverire il racconto: gli inglesi sono arrivati tardi nelle isole ioniche, altrove non ci sono nemmeno arrivati, e ci hanno lasciato poco, niente eccetto il cricket a Corfù. E Lord Byron, certo - che però vi morì di polmonite (se non era malaria), mentre andava a caccia. Sapendo della mancanza, però, il grecofilo riesce a gustare poco o niente di questo "Roumeli", e più che altro la buona volontà. I Sarakatzani non decollano, benché siano soggetto succulento. Di Creta non ne parliamo: la seconda patria dello scrittore: sembra un articolo di giornale, o un dépliant. Freya Stark in copertina ne loda le riconosciute abilità: "C'è qui tutto di nuovo: brillantezza, la profusione compiaciuta, l'esuberanza della cultura e dell'informaizone..." Che vuol essere malignamente diminutivo, e finisce per essere vero, perché Leigh Fermor manca, per inaspettate chiusure, la felicità della narrazione di "Mani" o di "Tempo di doni". Non ci sono italiani nemmeno nel Giardino degli eroi di Missolunghi, gli eroi dell'indipendenza ellenica, che invece ci sono.
Patrick Leigh Fermor, Roumeli. Travels in Northern Greece, New York Review of Books Classics, pp.260, Us $ 14,95