Giuseppe Leuzzi
La mafia è l’antimafia
Suggestio falsi, suppressio veri: tornato in auge in estate per la pretesa di Hillary Clinton di essere stata in Bosnia dieci anni fa, dove invece non era stata, il brocardo è purtroppo di uso commerciale e anglosassone, di un altro mondo cioè, manca dai regesti italiani. Tacere un fatto, o suggerirne uno falso invalida un contratto in Gran Bretagna e negli Usa. Anche se suggerire il falso per sopprimere il vero si applica soprattutto alla realtà italiana, morale prima ancora che commerciale, all’opinione pubblica come viene esercitata. E all’uso dei pentiti, i criminali che diventano paladini della giustizia.
Hillary Clinton è stata perdonata perché può darsi che non sappia dov’è la Bosnia. Non c’è ignoranza invece per i pentiti e i loro giudici.
Fiat iustitia et pereat mundus!, il fondamentalismo della giustizia originò con gli Asburgo, per interessi dinastici dunque, che Lutero si appropriò con frequenza. Bisognerà aspettare Hegel per ristabilire la verità: Fiat iustitia ne pereat mundus, si faccia giustizia affinché il mondo non perisca. Ma Hegel è di ardua lettura.
Il corteo palermitano a Torino in onore di Spatuzza è una coppa del mondo data vinta alla mafia, alla mafia mafiosa degli Spatuzza e dei Graviano, i killer e i boss. Un mago del marketing mafioso non avrebbe saputo inventare di meglio. E tutto gratis, a spese dello Stato, cioè degli onesti. La Corte d’Assise d’Appello, completa di giuria, che viaggia da Palermo a Torino per ascoltare il gran pentito Spatuzza, alla presenza di duecento giornalisti, che c’entra con la mafia? Che c’entra con il Sud? È una guerra tra De Benedetti e Berlusconi, tra Bazoli e Berlusconi, cui i giudici siciliani si prestano proni per loro particolari ragioni, e anzi in contrasto con i loro doveri istituzionali. Una scaramuccia in realtà, lupo non mangia lupo: non ci libereremo di Berlusconi, il padrone dei nostri voti, né di De Benedetti o Bazoli, i padroni della nostra opinione e dei nostri soldi.
Spatuzza è un killer brutto quanto spietato, l’emblema anche fisico della stupidità assassina. Lo proteggono venti agenti addetti alla sua protezione personale, venticinque agenti in vario modo incaricati del trasporto, e settanta tra poliziotti e carabinieri addetti alla sorveglianza…
Uno che denunciasse un sopruso di mafia, un danneggiamento, un’estorsione, Libero Grassi per esempio, non avrebbe, non ha mai avuto, neanche un millesimo di questa sollecitudine. Bisogna arguirne che lo Stato è mafioso? No.
Il pentito Spatuzza è un caso abnorme. Uno che da tempo studia teologia in carcere, ma si ricorda dopo quindici anni. E dopo che da ben sette anni i suoi (ex?) capi mafiosi gli chiedono di ricordare. Capi in isolamento, che però lo possono incontrare nel supercarcere di Tolmezzo, per distesi dialoghi – Spatuzza è uno che è lento a capire.
Ma più del colloquio boss-killer a Tolmezzo, è mafiosissimo il colloquio tra Procuratore e boss, il giudice Alessandro Crini e uno dei fratelli Graviano, Filippo, a proposito del convitato di pietra Berlusconi, qui riportato nella redazione del “Corriere della sera” del 29 novembre: http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_29/pm-domande-spatuzza-berlusconi-bianconi_c286a9a4-dcbf-11de-8223-00144f02aabc.shtml
Procuratore: «Con lei si parla bene, un italiano consapevole, queste cose le capisce al volo... Noi pensiamo che Spatuzza abbia capito bene, e pensiamo che lei si sia difeso molto bene, con un’interpretazione molto saggia, che però secondo noi non è quella giusta».
Graviano risponde che lui non dice bugie; semmai non dice. E ribadisce di «non avere cognizione, né diretta né indiretta, di questi impegni, accordi, o come si possono chiamare; ma quella risposta articolata che vi ho dato è per aprirvi un sentiero, diciamo... ».
Pier Luigi Vigna è il giudice fiorentino che è stato a capo della Procura nazionale antimafia. Al “Corriere della sera” del 29 novembre ricorda di avere incontrato un paio di volte Spatuzza, “nel 1999 o nel 2000”. Lo ricorda “intenso”, e “assai tormentato”. Un killer di mafia. Sotto l’ìncubo del 41 bis. E uno dice: chi ci protegge? Non dai mafiosi.
Spatuzza in carcere diventa teologo. Un killer volpino (qui lo dico, qui lo nego) nella foto dell’arresto. Il suo boss Graviano diventa economista. Tutti con buoni voti. Bene assistiti dai tutor. È il carcere una buona università, o viceversa?
La storia dei pentiti è tutta disonorevole. Il pentito negli Usa si deve pentire “tutto insieme”: deve dire tutto quello che sa, dopo essersi preparato, a tutti gli inquirenti che possano essere interessati alle sue confessioni, magistrati o poliziotti. Non all’orecchio di questo o quell’inquirente, magari suo sodale. Non a rate. Il nemico, seppure retribuito, in America è sempre un criminale. Roba da sbirri, che sempre hanno avuto da fare con confidenti e mezzani. Solo nella giustizia italiana diventano martiri, per sbugiardare la giustizia.
Buscetta, a parlarci, era un evidente bugiardo. E tuttavia scrittori molto apprezzati e molto pieni della propria onestà, Biagi, Bocca, i sicilianisti, ne hanno fatto un monumento: di correttezza, onestà, coraggio. Un criminale che ha vissuto magnificamente metà della sua vita, protetto come un capo di Stato e con lauti rimborsi spese dello Stato. Era pronto anche a chiamare in causa Andreotti, dopo avere negato questo favore a Falcone, quando i nuovi procuratori ebbero bisogno della sua collaborazione.
Ci impogono la mafia, e le fanno un monumento - non c'erano eroi di mafia vent'anni fa, prima dell'avvento di Milano.
Pagare un vitalizio ai pentiti, che pena! È come pensionare la mafia.
L’antimafia è l’invenzione della mafia. Per essere ha bisogno di una mafia. Anzi, più cresce la mafia più essa si rafforza. In sé è solo naturale: è la naturale onestà degli uomini. Come politica è l’“invenzione” della mafia.
Il pentitismo è l’ultimo regalo alla mafia: l’ordine imposto nella forma inquisitoriale. Confidenti ce ne sono sempre stati, ma senza status giuridico privilegiato. Il pentitismo è il veleno inoculato nell’antimafia – un artificio di polizia all’origine (Dalla Chiesa), con le cautele note imposte dall’esperienza, che ne è diventato la legge e l’anima. Senza più le cautele è solo una suppressio veri attraverso la suggestio falsi.
Ci sono anche fatti precisi. Come le stragi contro i giudici Falcone e Borsellino da addebitare allo Stato anti-Stato. Cioè a Berlusconi. Con la memoria incerta di un pentito falso, Spatuzza. E quella, anch’essa incerta ma più scopertamente ricattatrice, di un non pentito, Ciancimino figlio.
Qui c’è un delitto minore e uno maggiore. Il minore è che un giudice faccia carriera con l’antiberlusconismo. La politica è un’ottima cosa, anche per i giudici, ma nel tempo libero. Mentre ci sono giudici a Palermo, città gonfia di mafia (di droga, appalti, pizzo e mazzette), che aspettano di colpirla quando avranno dimostrato che Berlusconi ne è il capo.
Il delitto maggiore è che addebitare allo Stato, sia pure sotto le spoglie di Berlusconi, senza alcuna prova né indizio, gli assassinii di Falcone, Borsellino, la moglie di Falcone e tanti agenti, è l’assoluzione massima di Brusca, Cancemi, Riina e le altre belve. Ne è la glorificazione: la mafia, e non la giustizia, che dimostra in tribunale che la vera mafia è l’antimafia, cioè l’apparato repressivo dello Stato, agli ordini di alcuni imprenditori.
La Sicilia preesisteva a Berlusconi, queste “traggedie” non sono nuove, né purtroppo anomale. Ma tanta applicazione è solo spaventosa.
Che la mafia sia stata creata dall’antimafia è affermazione all’apparenza ridicola oltre che brutale. Ma è vera. Dopo l’antimafia radicale le popolazioni del Sud sono meno difese. Non c’è più rappresentanza politica d’opposizione. Non c’è nemmeno il sindacato. I professionisti, avvocati e magistrati compresi, hanno precisa la nozione che la loro frontiera è arretrata. I carabinieri si limitato a controllare il territorio, cioè a fare le multe, oggi ai ragazzi in motoretta senza casco come ieri agli impiegati pubblici che andavano al caffè. Non ci sono più controlli sugli appalti e gli affari. Un velo di opacità consapevole si è steso su tutti i rapporti. Prima la società era combattiva.
Lo Stato c’è, quando vuole. Protegge benissimo i pentiti, per esempio. Non è mai riuscito a proteggere un qualsiasi cittadino che denunci la mafia. Cioè non si è impegnato. Il grande pentito Buscetta andava per esempio al ristorante in centro a Roma, e in crociera, per incontrare i giornalisti. Uno che è taglieggiato dalla mafia è invece finito, lui e i suoi familiari: vite da incubo.
Dalla criminalità ci si può difendere. Soccombere è una di cinque possibilità: ci sono i carabinieri, si può farla franca, si può fare un compromesso, e si può anche battere il nemico con le sue armi. La criminalizzazione invece toglie il respiro. Ogni individuo, anche povero, che sia vittima della mafia sarà sempre sospettato e accusato di correità, dal favoreggiamento all’associazione esterna e al traffico d’influenze. E l’amministratore pubblico, che per un appalto da cinquecento euro, un gabinetto di una scuola, dovrà garantire la certificazione anti-mafia estesa a tutti i lavoratori dell’azienda appaltatrice: basta che un qualsiasi manovale abbia avuto condanne, o abbia carichi pendenti, per subire l’infamante accusa, o un muratore che non ha vinto la gara e faccia ricorso in giustizia.
La mafia è in buona misura l’antimafia soprattutto in quanto questa ne magnifica la consistenza, gli interessi, il potere. Chi vive in area di mafia lo sa bene: i brutti, sporchi e cattivi sono divenuti con l’antimafia politici, banchieri, filantropi, divi del cinema. Questo era impensabile trent’anni fa. È come se l’antimafia generasse una tossina, certo contro ogni intenzione, che distrugge ogni difesa: inietta sfiducia erodendo ogni residua energia, accentua il lato patogeno delle società colpite dalla mafia, la passività e l’attesa del miracolo esterno, le disorganizza e disloca. Ne accentua cioè la sudditanza: perché, questo è il punto, l’antimafia è un coagente esterno. È un altro programma inteso a tenere il Sud a distanza, un aggiornamento della ricetta unionista che volta a volta si è chiamata brigantaggio, coscrizione, dazi doganali, Cassa del Mezzogiorno.
Lo specchio è la riduzione della politica a mafia nelle aree che ne sono colpite. Prima ancora di diventare la polpetta avvelenata dell’Italia, l’antipolitica lo è stata, per generazioni, al Sud. L’antimafia toglie in realtà ai non mafiosi, che sono il novantanove virgola qualcosa per cento delle aree a presenza mafiosa, la legittimazione a reagire se non nel suo ambito, cioè come portatori di voti o piccoli apparati di partito. Non è un’azione liberatrice ma di monopolio del potere. Anche nei confronti della mafia, che sappia chi comanda.
Gli stessi dossier dei carabinieri, con diagrammi, genealogie, ramificazioni e perfino patti internazionali (i cartelli), expertise, collusioni, interne e esterne, al municipio, al governo, all’università, all’ospedale, in chiesa perfino e all’asilo, ne fanno un fenomeno imbattibile – moderno, organizzato, flessibile, pervasivo - invece di stroncarlo prendendo i mafiosi.
Si scrive che la ‘ndrangheta, la mafia calabrese, controlla il mercato della droga in Europa e in Sud America, e non pare possibile. Come quando lo diceva della camorra lo scrittore Saviano in “Gomorra”, tre anni fa - o sono due? Gli arresti a raffica dei capi di questi “superstati” confermano l’irrealtà, perché è gente da poco, se si toglie la crudeltà. I trascorsi sono inquietanti, in quanto a sopravvalutazione delle mafie.
Passata la prima sorpresa, la terribile strage di Duisburg era rientrata presto, prima ancora degli arresti, in una strana normalità. Una “normalità” che voleva l’attentato monitorato dalle forze dell’ordine (forse dai carabinieri). Non proprio “quello”, ma sempre un attentato per il quale si cercavano armi a tiro rapido. In una triangolazione tra la Germania, Roma e la Germania. Tra una serie di persone di cui si sono detti i nomi e le colpe, e che stranamente sono rimaste a piede libero.
Questo può essere un caso di millantato credito. Non sarebbe la prima volta che la forza di polizia esclusa da una certa indagine faccia dire in giro che sapeva tutto. O può essere stato un caso d’informazione drogata: quando non si ha nulla da dire e non si sa che fare, ci si può giovare del credito accumulato presso i giornalisti. Ma la sensazione è fastidiosa di un già visto e vissuto. Della giustizia e della repressione vissute come una partita, un calcio tu, uno io. Non come un obbligo giuridico e morale, di bloccare o reprimere ogni manifestazione delittuosa. Ma di una partita tra apparato repressivo e mafie confidenti, confidenti di polizia. Che talvolta eccedono, come è successo a Duisburg, e allora devono pagare: fare qualche nome, dare qualche traccia, lasciare qualche morto.
È la sensazione netta della famosa Anonima Sequestri dell’Aspromonte. Per vent’anni si è saputo di un’Anonima imprendibile, capace di colpire e eludere le migliori forze dell’Italia, manageriali, economiche, repressive. Che poi si è rivelata misera cosa, di quasi balordi, tutti a vario titolo confidenti. Lo stesso nella Nuova Camorra terribile di Alfieri e Galasso, di cui tutto invece si sapeva, e che si sono pentiti all’arresto. Oggi, vent’anni più tardi, sappiamo che i capi-mafiosi M. di Castellace, gli stessi che hanno organizzato l’esproprio dei (piccoli) proprietari, erano confidenti dei carabinieri.
Non è una partita truccata, non può esserlo, nessun dirigente dello Stato sottoscriverebbe il patto col diavolo, perché “conosce la legge”. Ma ci sono troppe azioni non riconducibili a responsabilità, addebitabili con precisione, la cosiddetta zona grigia, dove troppe impunità circolano. In molti paesini della Sicilia, della Calabria, del casertano, si ha l’impressione fisica dell’impunità dei cosiddetti mafiosi. Balordi o guappi, prevaricatori, violenti a volte, minacciosi sempre, e invisi a tutti, ma non ai carabinieri. Se non alla sommatoria di troppi anni e troppe violenze. Allora interviene l’arresto e la condanna, ma dopo pentimento. Erano persone utili? Per quale repressione, se non per la giustizia?
leuzzi@antiit.eu
lunedì 7 dicembre 2009
domenica 6 dicembre 2009
La sterile "linea lombarda" del "Verri"
“Questi lunghissimi\infelicissimi versi” lo sono per più di un aspetto, anche se la raccolta in edizione economica attesta una domanda ancora viva. Si comincia a leggere, una poesia discorsiva, dalla “Brevi lettere” in poi: “Sto abbandonando Roma”, “Seguendo le anse del fiume Meno”, l’ultimo decennio di una scrittura quarantennale. La dottrina dell’avanguardia ha fatto molte vittime, la "linea lombarda" di Luciano Anceschi, specie tra i discepoli del “Verri”, la rivista di Anceschi, ridotto alla sterilità sotto forma d'invenzione. Un modernismo che ha prodotto solo macerie, l'antipoesia e l'antiromanzo, le avanguardie dei gruppi, dal 47 al 63, venti anni di letteratura a bassa intensità di genio e di razionalità. dunque di storia letteraria. Leo Paolazzi merita più rispetto di Balestrini, che ancora venticinquenne già aveva dato segni di febbrile attività, creativa e editoriale – sarà dirigente di alcune delle maggiori case editrici, creatore di “Alfabeta” e “La Gola”. E si trasforma in “Antonio Porta” in omaggio a Milano, la città del “Verri”, su suggerimento dello stesso Anceschi. Ma non più di tanto.
Si apra “Zero”, una plaquette del 1963-64 , che è forse l’esempio più stimato di avanguardia. Ma allora per l’informalità dell’inutilità: perché sprecare fogli di carta? Per quale fungo? Per quale deriva, “senza concezione, senza misura, senza forma,\senza metro, senza progetto”? Senza neppure la vecchia scrittura automatica. Gli oggetti sono inerti. Tanto più sotto l’occhio del poeta. Un corpus che la curatrice non riesce a rianimare, né le poetiche di Porta, né la copiosa letteratura in appendice. “L’albero di cocco è stato scrollato a fondo”, rimarca crudele Maria Corti. Le strutture sono dissociate, il ritmo confuso, il “disagio della civiltà” inerte. Non si può nemmeno dire una poesia di poetica, di progetto: le poetiche sono deboli. E curiosamente Porta ne è cosciente nelle sue note qui in appendice (“Poesia e poetica”, “Il grado zero della poesia”): non c’è una poetica, non riconoscibile – una poetica dev’essere didascalica.
La poesia d’avanguardia si vuole di ricerca. Critica, è essa stessa più spesso una poetica. Poesia in cui il poeta non si fa facendo ma secondo un progetto. Secondo una teorica che si sviene svolgendo di solito di corsa, in superficie, oggi sbrogliando e riannodando la matassa appena composta ieri. Tanto dottrinale (totalitaria) cioè quanto caduca. Di poeti che dicono quello che stanno scrivendo. Cosa resta di Porta poeta d’avanguardia? La passione è in lui costante, ogni componimento è accuratamente datato, ma la scrittura è di passioni posticce, il fascismo, la madre, l’amante, il freudismo d’accatto, e il consumismo. In sterili dibattiti tra storia e utopia, e utopia e ideologia, di cui nulla rimane. Se non, oggi, come bagaglio dei “compagni di strada”, anche nolenti: le ideologie residue date in pasto da una sordida dottrina del potere, depotenziate della loro verità, quando non apertamente propaganda, uno stallatico. Di cui Porta ha ancora una volta l’intuizione: “ma adesso perché scatta tutto in sovratono,\perché l’orrore, e lo stesso orrore è orribile”. Una piccola sordida pornografia, censoria, di cui i migliori sono vittime, ma niente di più.
La prima metà del volume è una summa delle avanguardie di cui nulla rimane, a parte qualche elenco, in “Metropolis” e altrove, neppure tanto nuovi, Rabelais se ne dilettava, o i “modelli di linguaggio”, che hanno un che di onomatopeico, o qualche filastrocca genere cabaret, alla Gaber\Jannacci. Nemmeno gli interlocutori le animano, “Scardanelli”, Arbasino, Dossena, Tadini. L’esito è sempre una narrativa oscura, oscuramente detta anche civile, che riproduce il vizio dell’ermetismo, ma senza più giustificazione formale, una sorta di salvacondotto “politico”, di rifugio dell’autocensura. La sperimentazione è un passepartout, in uso libero ai poeti come ai portieri, senza “tecnica”, applicazione, ingegneria.
La lettura cambia dalle “Brevi lettere”, e quindi per una buona metà del volume. La poesia vi si fa discorsiva e anzi alluvionale, tutto al contrario della avanguardia ermetica. Questo è un altro “Porta”, confinato al suo ultimo decennio. Talvolta vivace, ma con sorprese minime, più spesso è incontinente - su Melusina,la Nigeria, lo socpo fuori di sé... Fuori dalle avanguardie c'è solo il lombardo birignao?
Antonio Porta, Tutte le poesie, Garzanti, pp.662, € 20
Si apra “Zero”, una plaquette del 1963-64 , che è forse l’esempio più stimato di avanguardia. Ma allora per l’informalità dell’inutilità: perché sprecare fogli di carta? Per quale fungo? Per quale deriva, “senza concezione, senza misura, senza forma,\senza metro, senza progetto”? Senza neppure la vecchia scrittura automatica. Gli oggetti sono inerti. Tanto più sotto l’occhio del poeta. Un corpus che la curatrice non riesce a rianimare, né le poetiche di Porta, né la copiosa letteratura in appendice. “L’albero di cocco è stato scrollato a fondo”, rimarca crudele Maria Corti. Le strutture sono dissociate, il ritmo confuso, il “disagio della civiltà” inerte. Non si può nemmeno dire una poesia di poetica, di progetto: le poetiche sono deboli. E curiosamente Porta ne è cosciente nelle sue note qui in appendice (“Poesia e poetica”, “Il grado zero della poesia”): non c’è una poetica, non riconoscibile – una poetica dev’essere didascalica.
La poesia d’avanguardia si vuole di ricerca. Critica, è essa stessa più spesso una poetica. Poesia in cui il poeta non si fa facendo ma secondo un progetto. Secondo una teorica che si sviene svolgendo di solito di corsa, in superficie, oggi sbrogliando e riannodando la matassa appena composta ieri. Tanto dottrinale (totalitaria) cioè quanto caduca. Di poeti che dicono quello che stanno scrivendo. Cosa resta di Porta poeta d’avanguardia? La passione è in lui costante, ogni componimento è accuratamente datato, ma la scrittura è di passioni posticce, il fascismo, la madre, l’amante, il freudismo d’accatto, e il consumismo. In sterili dibattiti tra storia e utopia, e utopia e ideologia, di cui nulla rimane. Se non, oggi, come bagaglio dei “compagni di strada”, anche nolenti: le ideologie residue date in pasto da una sordida dottrina del potere, depotenziate della loro verità, quando non apertamente propaganda, uno stallatico. Di cui Porta ha ancora una volta l’intuizione: “ma adesso perché scatta tutto in sovratono,\perché l’orrore, e lo stesso orrore è orribile”. Una piccola sordida pornografia, censoria, di cui i migliori sono vittime, ma niente di più.
La prima metà del volume è una summa delle avanguardie di cui nulla rimane, a parte qualche elenco, in “Metropolis” e altrove, neppure tanto nuovi, Rabelais se ne dilettava, o i “modelli di linguaggio”, che hanno un che di onomatopeico, o qualche filastrocca genere cabaret, alla Gaber\Jannacci. Nemmeno gli interlocutori le animano, “Scardanelli”, Arbasino, Dossena, Tadini. L’esito è sempre una narrativa oscura, oscuramente detta anche civile, che riproduce il vizio dell’ermetismo, ma senza più giustificazione formale, una sorta di salvacondotto “politico”, di rifugio dell’autocensura. La sperimentazione è un passepartout, in uso libero ai poeti come ai portieri, senza “tecnica”, applicazione, ingegneria.
La lettura cambia dalle “Brevi lettere”, e quindi per una buona metà del volume. La poesia vi si fa discorsiva e anzi alluvionale, tutto al contrario della avanguardia ermetica. Questo è un altro “Porta”, confinato al suo ultimo decennio. Talvolta vivace, ma con sorprese minime, più spesso è incontinente - su Melusina,la Nigeria, lo socpo fuori di sé... Fuori dalle avanguardie c'è solo il lombardo birignao?
Antonio Porta, Tutte le poesie, Garzanti, pp.662, € 20
Berlusconi debole indebolisce Bersani
Il passo è ancora prematuro. Ma Bersani, o comunque il Pd, dovrà prendere atto del potenziale distruttivo illimitato della (ex) Dc: hanno ucciso Fanfani e Moro, si sono uccisi nel 1992-94, figurarsi se arretrano di fronte a un Bersani. Non ci sono solo Bindi e Franceschini, contro Bersani lavorano anche i vescovi di partito, operosi a disinnescare ogni novità in fatto di diritti delle coppie di fatto e di bioetica. Con la parola d’ordine, neanche mascherata, di “tornare al centro”. Da intendersi: tornare a Casini, senza neppure dover passare da Rutelli.
Le riforme passano attraverso la non Dc. Attraverso le varie sinistre, cioè, e quel che c’è di socialista, liberale, radicale nel partito di Berlusconi. Escludendo da questo partito gli ex Dc, e Fini e i suoi colonnelli, la generazione politica più incredibilmente improduttiva nella storia del Parlamento repubblicano. Una o due riforme basterebbero, quella parlamentare e quella della giustizia. Ma il punto è: si possono fare con questa maggioranza e in questo Parlamento, di cui Bersani ha assoluto bisogno per tutt’e tre anni e mezzo restanti? La debolezza di Berlusconi è paradossalmente la debolezza maggiore di Bersani.
Le riforme passano attraverso la non Dc. Attraverso le varie sinistre, cioè, e quel che c’è di socialista, liberale, radicale nel partito di Berlusconi. Escludendo da questo partito gli ex Dc, e Fini e i suoi colonnelli, la generazione politica più incredibilmente improduttiva nella storia del Parlamento repubblicano. Una o due riforme basterebbero, quella parlamentare e quella della giustizia. Ma il punto è: si possono fare con questa maggioranza e in questo Parlamento, di cui Bersani ha assoluto bisogno per tutt’e tre anni e mezzo restanti? La debolezza di Berlusconi è paradossalmente la debolezza maggiore di Bersani.
La mafia delle mafie
Un anticlimax, la deposizione di Spatuzza? L’Italia colpevolista, e con essa i giudici, spaventati? No, ci vuole ben altro, dice bene la nota “Spatuzza spaventa”. Ma lascia intendere che qualcosa è cambiato, e invece nulla cambia, l’Italia è sempre dei pentiti: Spatuzza è uno che parla come i suoi giudici, svirgolato, allusivo, distruttivo in ogni fibra, e il linguaggio è spia sempre veritiera. La sua esibizione in processo è parte dello squallido braccio di ferro tra Berlusconi e i giudici sulla cosiddetta riforma della giustizia, ma non intacca la sostanza della cosa.
La controprova è oggi, nell’arresto a Milano e Palermo di grandi ricercati che prosperavano ai bordi dell’indimenticato stalliere di Arcore, seppure morto ormai da dieci anni. Figurativamente, beninteso, è inutile stare a fare di Berlusconi un affiliato alla mafia, che stupidaggine. I mafiosi sono sempre stallieri, siano pure proprietari di bar, ristoranti e condomini, magari in forma di cooperativa. Gli affari veri, quelli non si curano dei mafiosi, seppure killer pluriomicidi incalliti. Per la mafia basta un agente della squadra mobile in borghese, in giro per la città nello shopping dell’Avvento.
La sostanza della cosa resta che questi giudici e questo berlusconismo si tengono insieme: è tutta qui la mafia politica, la mafia delle mafie che dal 1992 non per caso, dopo gli assassini di Falcone e di Borsellino, ci ingombra l’orizzonte.La Corte d’Assise d’Appello, completa di giuria, che viaggia da Palermo a Torino per ascoltare il gran pentito Spatuzza alla presenza di duecento giornalisti non c’entra con la mafia. È una guerra tra De Benedetti e Berlusconi, tra Bazoli e Berlusconi, cui i giudici siciliani si prestano proni per loro particolari ragione, e anzi in contrasto con i loro doveri istituzionali. Una scaramuccia in realtà, lupo non mangia lupo: non ci libereremo di Berlusconi, il padrone dei nostri voti, né di De Benedetti o Bazoli, i padroni della nostra opinione e dei nostri soldi.
È il sistema “Milano”, un certo governo della cosa pubblica, opinione e affari, che distrae l’attenzione su aspetti marginali, quali la mafia a Milano, per lasciare liberi gli interessi veri o sostanziali. La domanda da farsi sarebbe: è arrivato il momento per i giudici di scaricare Berlusconi, o per Berlusconi di liberarci di questi giudici? E la risposta è no, ognuno lo vede. “La fine dell’egemonia” titolava ieri Dario Di Vico sul “Corriere della sera”. Ma “Milano” non molla: in cambio di che? Di Casini? Di Fini?
La controprova è oggi, nell’arresto a Milano e Palermo di grandi ricercati che prosperavano ai bordi dell’indimenticato stalliere di Arcore, seppure morto ormai da dieci anni. Figurativamente, beninteso, è inutile stare a fare di Berlusconi un affiliato alla mafia, che stupidaggine. I mafiosi sono sempre stallieri, siano pure proprietari di bar, ristoranti e condomini, magari in forma di cooperativa. Gli affari veri, quelli non si curano dei mafiosi, seppure killer pluriomicidi incalliti. Per la mafia basta un agente della squadra mobile in borghese, in giro per la città nello shopping dell’Avvento.
La sostanza della cosa resta che questi giudici e questo berlusconismo si tengono insieme: è tutta qui la mafia politica, la mafia delle mafie che dal 1992 non per caso, dopo gli assassini di Falcone e di Borsellino, ci ingombra l’orizzonte.La Corte d’Assise d’Appello, completa di giuria, che viaggia da Palermo a Torino per ascoltare il gran pentito Spatuzza alla presenza di duecento giornalisti non c’entra con la mafia. È una guerra tra De Benedetti e Berlusconi, tra Bazoli e Berlusconi, cui i giudici siciliani si prestano proni per loro particolari ragione, e anzi in contrasto con i loro doveri istituzionali. Una scaramuccia in realtà, lupo non mangia lupo: non ci libereremo di Berlusconi, il padrone dei nostri voti, né di De Benedetti o Bazoli, i padroni della nostra opinione e dei nostri soldi.
È il sistema “Milano”, un certo governo della cosa pubblica, opinione e affari, che distrae l’attenzione su aspetti marginali, quali la mafia a Milano, per lasciare liberi gli interessi veri o sostanziali. La domanda da farsi sarebbe: è arrivato il momento per i giudici di scaricare Berlusconi, o per Berlusconi di liberarci di questi giudici? E la risposta è no, ognuno lo vede. “La fine dell’egemonia” titolava ieri Dario Di Vico sul “Corriere della sera”. Ma “Milano” non molla: in cambio di che? Di Casini? Di Fini?
Fini e il partito del nulla
Sono stati fascisti, poi liberali, ora sono buoni cattolici un po’ sociali, e sono stati e sono ministri, vice presidente del consiglio, e ora presidenti della Camera, e non sono nulla. Non è un indovinello, è il partito di Fini. Portato al governo da Berlusconi nel 1994 per esigenze di legge elettorale, e lì attaccato inutilmente(ora si scopre democristiano e non sa che l’area è abbondantemente presidiata da migliori di lui, democristiani da generazioni). Invano si cercano in questi quindici anni di vita politica dopo lo sdoganamento una traccia di Fini e dei suoi colonnelli, una legge, una personalità, un indirizzo. Qualcosa che dica: sono un partito utile, se non necessario.
C’è la legge Bossi Fini. Che però Fini dice che non è quello che si dice, una legge che rende difficile l’immigrazione clandestina, o comunque indesiderata. Ed è peraltro, in tutta evidenza, inefficace. C’è una legge Fini sul consumo delle droghe, inutilmente coercitiva, che la maggioranza berlusconiana si vide imporre dall’allora leader di An, che non ha fermato il mercato delle droghe e ha introdotto tante inutili sofferenze, anche alle forse dell’ordine e agli operatori sociali. E ci fu il capolavoro dello stesso delfino di Almirante contro Tremonti, quando bloccò la vendita degli immobili pubblici di servizio a Roma per non dispiacere ai sottufficiali dell'aeronauticalea (è vero!).
Ora Fini si propone come garante dei pentiti di mafia alla Spatuzza, e questo sarebbe giù un fatto. Un uomo d’ordine che propone un partito o un patto della legge e l’ordine. Di destra pura e dura. Contro ogni tentazione viziosa della politica. A partire dalla incredibili collusioni che Berlusconi si è visto imporre per aver dato lavoro a un mafioso. Per non aver reagito quando il mafioso stalliere è stato denunciato. Ma sicuramente dirà che no, lui non ha nessun piano di legge e ordine.
C’è la legge Bossi Fini. Che però Fini dice che non è quello che si dice, una legge che rende difficile l’immigrazione clandestina, o comunque indesiderata. Ed è peraltro, in tutta evidenza, inefficace. C’è una legge Fini sul consumo delle droghe, inutilmente coercitiva, che la maggioranza berlusconiana si vide imporre dall’allora leader di An, che non ha fermato il mercato delle droghe e ha introdotto tante inutili sofferenze, anche alle forse dell’ordine e agli operatori sociali. E ci fu il capolavoro dello stesso delfino di Almirante contro Tremonti, quando bloccò la vendita degli immobili pubblici di servizio a Roma per non dispiacere ai sottufficiali dell'aeronauticalea (è vero!).
Ora Fini si propone come garante dei pentiti di mafia alla Spatuzza, e questo sarebbe giù un fatto. Un uomo d’ordine che propone un partito o un patto della legge e l’ordine. Di destra pura e dura. Contro ogni tentazione viziosa della politica. A partire dalla incredibili collusioni che Berlusconi si è visto imporre per aver dato lavoro a un mafioso. Per non aver reagito quando il mafioso stalliere è stato denunciato. Ma sicuramente dirà che no, lui non ha nessun piano di legge e ordine.
sabato 5 dicembre 2009
Il poeta che amava la poesia
“Qualunque parola tu dica –\rendi grazie\alla perdizione”. Non è grato il destino dei salvati. È questo il buio non tanto oscuro della poesia di Celan. Primo Levi lo accusava di oscurità e nichilismo, ma Celan non si cela, è solo un poeta critico: se è ossessionato dalla morte, lo è anche dalla lingua, che lo ispira e lo diverte, la lingua tedesca, fantasioso, acrobatico, inventivo.
Fatta la tara dell'acuta sensibilità, non aveva molto peraltro da stare allegro. Il più grande poeta innovativo della lingua tedesca nel Novecento sarà stato uno che le avanguardie tedesche hanno rifiutato, perfino con disprezzo. Giuseppe Bevilacqua ricorda che Celan, invitato da Ingeborg Bachmann al Gruppo 47, fu isolato e costretto ad andarsene, da gente del calibro di Grass e Uwe Johnson. Cioè, Bevilacqua non lo ricorda, ma il fatto è noto: avvenne proprio in quel 1952 in cui, dice il germanista, “il poeta tenta di costituirsi una «seconda soglia»”, di vita e di opera, salvando la memoria e la lingua materna. E approda alla sua cifra, “un modello di linguaggio”, specifica Bevilacqua, “allo stesso tempo cifrato ed esplicito; cifrato per sottrarlo alla declamazione frettolosa che «indora» la parola e quindi la sterilizza”. Il caso esemplare è l’“oscuro” Char, contro la sgargiante retorica di Eluard – che sono anche due casi di chi la Resistenza l’ha combattuta e di chi la canta.
Celan è un poeta critico. Uno che evita di pubblicare, o è in grado di rivedere, riesaminare, il già pubblicato (ritira presto la sua prima pubblicazione, a Vienna, straniero, già di ventisette anni). A più di un titolo innovativo del Novecento tedesco, più di Benn, seppure rifiutato dalle avanguardie. In una lingua, di una lingua, che lo rifiutava, anche maldestramente. Ma musicale. Di una musicalità ricercata. Anche risonante, cantabile. Con aggettivazioni omeriche, felicemente, naturalmente: zeitroten, spätrot, rosso serale, messerumfunkelte, di lame sfavillante, sonnendurchschwommene, del mare attraversato dal sole. E sostantivazioni: Nachtgewiegte, ciò che la nota culla, Tagenthobene, sottratto al giorno, la Zwiegestalt, l’ambigua figura. In “Assisi”, a contatto col santo, si vuole anche fortemente ritmico e rimato. Ugualmente ritmici e assonanti i due componimenti precedenti e più noti, “Innestato nell’occhio” e “Chi ci contò le ore”.
È una poesia che si dovrebbe leggere con le note, le note esplicative. Che in traduzione non ci sono, ma sarebbero poi una: il lutto. La seconda metà dei suoi cinquant’Anni Celan l’ha trascorsa nel lutto. Sempre interrogandosi e mai liberandosene, fino a soggiacervi, alla resa col salto finale nella Senna. Sovrastato dalla solitudine del Fremdling, l’eterno estraneo, dalla sabbia, il buio, il freddo. Ma con un’oscura fede nella poesia. Inetto all’amore: “Questo sfarfallìo, questo volteggiare intorno,\io lo sento – e non lo vedo!” O: “In due nuotano i morti”. Ma non all’amore della poesia, costante. Molto ben accudito, sempre perfezionato.
La poesia dopo Auschwitz naturalmente c’é. È quella del dolore, del disinganno per l’uomo di fede. Dell’io sommerso, dalla sabbia, dal ghiaccio. Delle ripartenze (di onda in onda, le due porte, la doppia chiave). In questa sua seconda raccolta, naturalizzato ma straniero a Parigi, dove poeta in tedesco, Celan vede l’amore e la bellezza, ma sempre su fondo malinconico, la sabbia, il buio e il freddo sono ricorrenti. La sera della parola, la dice, la notte della parola. La memoria di un mondo rubato. E una morte che non muore, occupa anzi la memoria. Quel misto di memoria intransitabile, fredda nella sua terminologia, ghiacciata. Ma sempre musicale, e quindi comunque allegra, vivente – studiata in quanto sofferta.
Paul Celan, Di soglia in soglia
Fatta la tara dell'acuta sensibilità, non aveva molto peraltro da stare allegro. Il più grande poeta innovativo della lingua tedesca nel Novecento sarà stato uno che le avanguardie tedesche hanno rifiutato, perfino con disprezzo. Giuseppe Bevilacqua ricorda che Celan, invitato da Ingeborg Bachmann al Gruppo 47, fu isolato e costretto ad andarsene, da gente del calibro di Grass e Uwe Johnson. Cioè, Bevilacqua non lo ricorda, ma il fatto è noto: avvenne proprio in quel 1952 in cui, dice il germanista, “il poeta tenta di costituirsi una «seconda soglia»”, di vita e di opera, salvando la memoria e la lingua materna. E approda alla sua cifra, “un modello di linguaggio”, specifica Bevilacqua, “allo stesso tempo cifrato ed esplicito; cifrato per sottrarlo alla declamazione frettolosa che «indora» la parola e quindi la sterilizza”. Il caso esemplare è l’“oscuro” Char, contro la sgargiante retorica di Eluard – che sono anche due casi di chi la Resistenza l’ha combattuta e di chi la canta.
Celan è un poeta critico. Uno che evita di pubblicare, o è in grado di rivedere, riesaminare, il già pubblicato (ritira presto la sua prima pubblicazione, a Vienna, straniero, già di ventisette anni). A più di un titolo innovativo del Novecento tedesco, più di Benn, seppure rifiutato dalle avanguardie. In una lingua, di una lingua, che lo rifiutava, anche maldestramente. Ma musicale. Di una musicalità ricercata. Anche risonante, cantabile. Con aggettivazioni omeriche, felicemente, naturalmente: zeitroten, spätrot, rosso serale, messerumfunkelte, di lame sfavillante, sonnendurchschwommene, del mare attraversato dal sole. E sostantivazioni: Nachtgewiegte, ciò che la nota culla, Tagenthobene, sottratto al giorno, la Zwiegestalt, l’ambigua figura. In “Assisi”, a contatto col santo, si vuole anche fortemente ritmico e rimato. Ugualmente ritmici e assonanti i due componimenti precedenti e più noti, “Innestato nell’occhio” e “Chi ci contò le ore”.
È una poesia che si dovrebbe leggere con le note, le note esplicative. Che in traduzione non ci sono, ma sarebbero poi una: il lutto. La seconda metà dei suoi cinquant’Anni Celan l’ha trascorsa nel lutto. Sempre interrogandosi e mai liberandosene, fino a soggiacervi, alla resa col salto finale nella Senna. Sovrastato dalla solitudine del Fremdling, l’eterno estraneo, dalla sabbia, il buio, il freddo. Ma con un’oscura fede nella poesia. Inetto all’amore: “Questo sfarfallìo, questo volteggiare intorno,\io lo sento – e non lo vedo!” O: “In due nuotano i morti”. Ma non all’amore della poesia, costante. Molto ben accudito, sempre perfezionato.
La poesia dopo Auschwitz naturalmente c’é. È quella del dolore, del disinganno per l’uomo di fede. Dell’io sommerso, dalla sabbia, dal ghiaccio. Delle ripartenze (di onda in onda, le due porte, la doppia chiave). In questa sua seconda raccolta, naturalizzato ma straniero a Parigi, dove poeta in tedesco, Celan vede l’amore e la bellezza, ma sempre su fondo malinconico, la sabbia, il buio e il freddo sono ricorrenti. La sera della parola, la dice, la notte della parola. La memoria di un mondo rubato. E una morte che non muore, occupa anzi la memoria. Quel misto di memoria intransitabile, fredda nella sua terminologia, ghiacciata. Ma sempre musicale, e quindi comunque allegra, vivente – studiata in quanto sofferta.
Paul Celan, Di soglia in soglia
Spatuzza spaventa
Un record. Un mafioso pentito di cui non sono state verificate le affermazioni è teste a carico in tribunale. Dopo una promozione pubblicitaria di sei mesi. Con un apparato scenico costosissimo. Un pentito che parla per conto della mafia, come sfrontato avverte. La quale è, insiste, “per me madre natura, come fosse un padre”. Contro un – fino a questo punto – incensurato. Ma un record negativo, e infatti tutti scappano, compreso Di Pietro.
Che un simile mostro, personale e giuridico, sia stato creato ed esibito al mondo in pompa dai giudici italiani ha spaventato più d'uno. Ha creato un anticlimax, un effetto contario a quello ricercato. Che non ci libererà dalla giustizia che da vent’anni jugula l’Italia, ci vuole ben altro. Ma ha aperto più di una crepa. Tra gli stessi promotori: tra i magistrati fiorentini ai quali Spatuzza ha promesso la verità della strage dei Georgofili più di uno ha storto la bocca.
Politivamente, l’attesa annunciazione di Spatuzza, preparata amorosamente dalla pie beghine che gli insegnano la teologia, è finita nello sconcerto generale. Solo Bottiglione è d’accordo col neo pentito, e questo ne dice tutto lo squallore. Non solo Di Pietro, anche “La Stampa” del buon Calabresi, che non è figlio dell’odio, tituba. Uno che ha ucciso un centinaio di persone, donne e bambini compresi, che disquisisce sulla parola “anomalia”, è un’anomalia. Una corte che non fosse stata siciliana l’avrebbe buttato fuori dal suo processo.
Spatuzza in tribunale ieri rimarrà comunque come un documento storico incontrovertibile. Della mafia. Dell’antimafia. Degli sprechi – il pentito svirgolava sotto un orologio fermo alle 16 e sette, nell’aula bunker di massima sicurezza. Della politica italiana negli anni, purtroppo, di Napolitano. Dell’oppressione in cui la mafia e questa antimafia tengono il Sud. A opera di giudici e sbirri meridionali, ma con leggi dello Stato.
Che un simile mostro, personale e giuridico, sia stato creato ed esibito al mondo in pompa dai giudici italiani ha spaventato più d'uno. Ha creato un anticlimax, un effetto contario a quello ricercato. Che non ci libererà dalla giustizia che da vent’anni jugula l’Italia, ci vuole ben altro. Ma ha aperto più di una crepa. Tra gli stessi promotori: tra i magistrati fiorentini ai quali Spatuzza ha promesso la verità della strage dei Georgofili più di uno ha storto la bocca.
Politivamente, l’attesa annunciazione di Spatuzza, preparata amorosamente dalla pie beghine che gli insegnano la teologia, è finita nello sconcerto generale. Solo Bottiglione è d’accordo col neo pentito, e questo ne dice tutto lo squallore. Non solo Di Pietro, anche “La Stampa” del buon Calabresi, che non è figlio dell’odio, tituba. Uno che ha ucciso un centinaio di persone, donne e bambini compresi, che disquisisce sulla parola “anomalia”, è un’anomalia. Una corte che non fosse stata siciliana l’avrebbe buttato fuori dal suo processo.
Spatuzza in tribunale ieri rimarrà comunque come un documento storico incontrovertibile. Della mafia. Dell’antimafia. Degli sprechi – il pentito svirgolava sotto un orologio fermo alle 16 e sette, nell’aula bunker di massima sicurezza. Della politica italiana negli anni, purtroppo, di Napolitano. Dell’oppressione in cui la mafia e questa antimafia tengono il Sud. A opera di giudici e sbirri meridionali, ma con leggi dello Stato.
La Dc già in campo contro Bersani
Se pensava in una ripartenza, ha avuto subito il no di mezza squadra, prima ancora di scendere in campo. Bindi e Franceschini alla manifestazione di Di Pietro, il suo presidente e il presidente del suo gruppo parlamentare, i giovani vecchi routier democristiani del partito Democratico, sono molte cose, ma non sono una sfida a Berlusconi. In termini di sfida, sono contro Bersani. È una conferma come un’altra che il cammino del partito Democratico dovrà essere lungo, come lo stesso Bersani prospetta, ma è una conferma anche che le due anime del Pd non si conciliano.
Bindi e Franceschini sono anche due clericali. Quindi due che con Berlusconi ce l’hanno per via della ragazze. E sono due a cui piace andare in tv, questo è noto, per una comparsata ucciderebbero la madre. Ma capitalizzano politicamente sfidando Bersani, o almeno così pensano. Il segretario ha molti mezzi per neutralizzarli. Per primo la composizione delle liste alle amministrative: dovrà scalzarli localmente. Anche Bindi e Franceschini però ne hanno contro di lui. Per primo far fallire ogni tentativo di qualificare il Pd in Parlamento attraverso le riforme: non ci saranno riforme, possano i giudici arrestare anche tutti i Dc, ex naturalmente. E se ciò non fosse la frana è pronta di "non possumus", credenti coscienziosi con la fede in Casini. Anche senza passare per Rutelli.
Bindi e Franceschini sono anche due clericali. Quindi due che con Berlusconi ce l’hanno per via della ragazze. E sono due a cui piace andare in tv, questo è noto, per una comparsata ucciderebbero la madre. Ma capitalizzano politicamente sfidando Bersani, o almeno così pensano. Il segretario ha molti mezzi per neutralizzarli. Per primo la composizione delle liste alle amministrative: dovrà scalzarli localmente. Anche Bindi e Franceschini però ne hanno contro di lui. Per primo far fallire ogni tentativo di qualificare il Pd in Parlamento attraverso le riforme: non ci saranno riforme, possano i giudici arrestare anche tutti i Dc, ex naturalmente. E se ciò non fosse la frana è pronta di "non possumus", credenti coscienziosi con la fede in Casini. Anche senza passare per Rutelli.
giovedì 3 dicembre 2009
La videocracy è della Rai
È molto mediocre “Videocracy”, il film che “L’Espresso” offra ai lettori: nulla che non si sapesse, “Annozero” è molto meglio, una sola puntata di “Annozero”. Però fa pensare: perché il film non è interessante? Per la sessuofobia un po’ luterana. E perché ripete un copione sfruttato. La novità – la verità – sarebbe stata di fare proprio “Annozero”. Non è difficile.
Si provi a immaginare un “Annozero” con Berlusconi e i berlusconiani veri in studio. Non le maschere angeliche Belpietro e Ghedini, longobardi dagli occhi cerulei. E che si comportano come da copione: accusano ogni altro delle peggiori nefandezze, ghignano sarcastici, esibiscono carte, lasciano intendere, invocano carceri e ghigliottine, l’occhio scuro minaccioso nell’illuminazione infernale, con i lazzi e gli applausi del pubblico, a regia. Dopodichè, dopo tre ore, se ne vanno a laute cene, pieni degli indici d’ascolto, che non sposteranno i voti ma tanti soldi sì.
Non è difficile, e anzi sarebbe normale che così fosse. Che ciò non avvenga è un altro copione, magari già sperimentato e noi non lo sappiamo: magari Berlusconi “sa” che “Annozero” senza di lui gli rende di più. In voti magari, non in soldi, di cui non ha bisogno. La trasmissione di Santoro, col suo sfondo infernale, ha il fascino sinistro di una sedduta del CC del PCUS, come si immaginava il CC del PCUS, gli stessi colori, gli stessi discorsi incolori, gli stessi occhi traditori, che scrutavano amici fraterni e belle menti, per concludere tutti all'attesa fucilazione - non si spiegano altrimenti gli occhi sbarrati e i ghigni compiaciuti degli spettatori in sala, ancorché comparse pagate. E viceversa: Santoro “sa” che con Berlusconi convitato di pietra il suspense resta sempre teso, un nuovo record di ascolti è nell’aria, e la stagione è salva.
Anche questo sarebbe normale, lo è, e non c’è da scandalizzarsi. Se non che avviene alla Rai, che malgrado tutto resta un’emittente pubblica, con qualche finalità quindi di salvaguardia dell’interesse pubblico. E che ce ne frega a noi degli interessi di Berlusconi e di quelli di Santoro (e di Fazio, Annunziata, Floris, Gabbanelli)? Tutto il veleno dell’antipolitica è in questa videocracy, della Rai, non nelle cosce delle veline.
Erik Giannini, Videocracy
Si provi a immaginare un “Annozero” con Berlusconi e i berlusconiani veri in studio. Non le maschere angeliche Belpietro e Ghedini, longobardi dagli occhi cerulei. E che si comportano come da copione: accusano ogni altro delle peggiori nefandezze, ghignano sarcastici, esibiscono carte, lasciano intendere, invocano carceri e ghigliottine, l’occhio scuro minaccioso nell’illuminazione infernale, con i lazzi e gli applausi del pubblico, a regia. Dopodichè, dopo tre ore, se ne vanno a laute cene, pieni degli indici d’ascolto, che non sposteranno i voti ma tanti soldi sì.
Non è difficile, e anzi sarebbe normale che così fosse. Che ciò non avvenga è un altro copione, magari già sperimentato e noi non lo sappiamo: magari Berlusconi “sa” che “Annozero” senza di lui gli rende di più. In voti magari, non in soldi, di cui non ha bisogno. La trasmissione di Santoro, col suo sfondo infernale, ha il fascino sinistro di una sedduta del CC del PCUS, come si immaginava il CC del PCUS, gli stessi colori, gli stessi discorsi incolori, gli stessi occhi traditori, che scrutavano amici fraterni e belle menti, per concludere tutti all'attesa fucilazione - non si spiegano altrimenti gli occhi sbarrati e i ghigni compiaciuti degli spettatori in sala, ancorché comparse pagate. E viceversa: Santoro “sa” che con Berlusconi convitato di pietra il suspense resta sempre teso, un nuovo record di ascolti è nell’aria, e la stagione è salva.
Anche questo sarebbe normale, lo è, e non c’è da scandalizzarsi. Se non che avviene alla Rai, che malgrado tutto resta un’emittente pubblica, con qualche finalità quindi di salvaguardia dell’interesse pubblico. E che ce ne frega a noi degli interessi di Berlusconi e di quelli di Santoro (e di Fazio, Annunziata, Floris, Gabbanelli)? Tutto il veleno dell’antipolitica è in questa videocracy, della Rai, non nelle cosce delle veline.
Erik Giannini, Videocracy
Violante Placido dopo la Loren
Sceneggiatura obbligata e scontata. Con la cura di una buona serie tv. Ma un vero personaggio vi si condensa: Violante Placido è il primo personaggio femminile del cinema italiano dai tempi della “Ciociara” e Sofia Loren. Pensato e realizzato attorno a una pornostar – a una che non lo faceva per soldi. “Merito” del cinema? Delle donne italiane? Ma non è pensabile che sino buone solo a quello. Delle attrici allora?
Interpretazione non memorabile ovviamente, il genere è subalterno. Ma sì per lo spessore e la qualità. Peccato che non possa concorrere a nessun Oscar: Violante batterebbe Marylin d’“A qualcuno piace caldo”.
Sky Tv Cinema, Moana, miniserie
Interpretazione non memorabile ovviamente, il genere è subalterno. Ma sì per lo spessore e la qualità. Peccato che non possa concorrere a nessun Oscar: Violante batterebbe Marylin d’“A qualcuno piace caldo”.
Sky Tv Cinema, Moana, miniserie
Ombre - 36
“Figlio mio, lascia questo Paese”, ha intimato Pier Luigi Celli da “Repubblica” a Mattia, ventenne neolaureato. Fuggi, gli consiglia, i tronisti e l’Alitalia. Non se stesso - insomma, i sessantenni. O i treni pendolari, che vanno peggio di Alitalia.
Ma, poi, Enrico Cisnetto concorda con lui. Enrico che Valentina ha destinato alla nascita a un destino cosmopolita a Berlino. Buon pro!
È compassionevole Milano come suole con i due terroristi estradati da Guantanamo. Giudici garantisti li hanno attesi in aeroporto, e poi li hanno interrogati prima di carcerarli. Per tre ore, dice il giornale: tre ore l’uno, o tre ore per tutt’e due? Ma non importa: i due non capivano che il carcere non è per loro automatico, che dei giudici li aspettassero per interrogarli, alla presenza di veri avvocati della difesa.
I giudici milanesi sono sempre comprensivi, con i terroristi.
Ma i due magari erano storditi da una giornata di volo.
Sotto processo, di nuovo, Cuffaro, Formigoni, Moratti, Berlusconi, insieme con Podestà e Elvira Savino, sei incriminazioni tutte in un giorno. Questa destra è proprio assatanata dal malaffare. E impenitente: ruba e si annette la mafia alla vigilia di elezioni.
Fini parla a Trifuoggi come a un familiare. Trifuoggi è il Procuratore capo di Pescara che abbatté il Pd in Abruzzo. Ma naturalmente i due non si frequentano, sono lì per le istituzioni che rappresentano.
Marina Berlusconi continua a querelarsi contro “Repubblica”. Perché, pensa di vincere le cause?
Per protestare a Pechino contro il G 2, il duopolio Usa-Cina sul mondo, l’Unione europea manda
il ministro lussemburghese Juncker. Si vede che ha perso il gusto della metafora – l’intelligenza. L’Unione si fa un dovere della democrazia, per cui qualsiasi scarrafone è legittimamente bello a mamma sua, ma questo non implica la rinuncia al senso del ridicolo.
Cloney-Canalis: era stato scritto (http://www.antiit.com/2009/11/ombre-34.html) e si verifica. I due non si tengono più la mano, nemmeno per i fotografi. Clooney si spende per un caffé, seppure della Nestlè, perché non per un paio di foto con una bella donna? La donna-caffè.
Dopo averne rischiato la rielezione a Bari (lo salvò il giudice Scelsi, fatto tornare a razzo dalle ferie per lanciare la D’Addario), lo candida alla presidenza della Puglia. Contro Vendola, che era riuscito a conquistare la Regione cinque anni fa malgrado il suo boicottaggio. Si spiega che D’Alema resti a Gallipoli una grande speranza della politica sempre perdente.
A Emiliano, è di lui che si parla, il sindaco-giudice della Procura di Bari, D’Alema aveva però rifatto la città in questi cinque anni. Sarà forte nei lavori pubblici.
Il trans di Marrazzo è in Italia da dieci anni, è sposato a Velletri, gestisce via Gradoli, con mazzette pesanti e percosse, ricatta mezzo modo. Tutto questo si sa grazie al lavoro dei giornalisti. Gli inquirenti, l’antimafia di Roma e il Ros dei carabinieri, che ci lavorano da sei mesi, lo proteggono come un pentito.
Di Pietro ironizza su Napolitano, che affida “a questo Parlamento, con troppi conflitti d’interesse con la giustizia”, il compito di riformare la giustizia. Lui però si esclude, né lui né De Magistris né altri dei suoi eletti: i giudici non hanno conflitti d’interesse.
Il presidente della Repubblica si vorrebbe rivolgere ai giudici, ma ne parla invece ai giornali. Per pudore? Per dare più risalto a ciò che dice? O ha paura anche lui dei giudici?
Marrazzo chiede perdono al papa. E lo fa sapere ai giornali. Sarà la sua una vicenda da velina?
Ma, poi, Enrico Cisnetto concorda con lui. Enrico che Valentina ha destinato alla nascita a un destino cosmopolita a Berlino. Buon pro!
È compassionevole Milano come suole con i due terroristi estradati da Guantanamo. Giudici garantisti li hanno attesi in aeroporto, e poi li hanno interrogati prima di carcerarli. Per tre ore, dice il giornale: tre ore l’uno, o tre ore per tutt’e due? Ma non importa: i due non capivano che il carcere non è per loro automatico, che dei giudici li aspettassero per interrogarli, alla presenza di veri avvocati della difesa.
I giudici milanesi sono sempre comprensivi, con i terroristi.
Ma i due magari erano storditi da una giornata di volo.
Sotto processo, di nuovo, Cuffaro, Formigoni, Moratti, Berlusconi, insieme con Podestà e Elvira Savino, sei incriminazioni tutte in un giorno. Questa destra è proprio assatanata dal malaffare. E impenitente: ruba e si annette la mafia alla vigilia di elezioni.
Fini parla a Trifuoggi come a un familiare. Trifuoggi è il Procuratore capo di Pescara che abbatté il Pd in Abruzzo. Ma naturalmente i due non si frequentano, sono lì per le istituzioni che rappresentano.
Marina Berlusconi continua a querelarsi contro “Repubblica”. Perché, pensa di vincere le cause?
Per protestare a Pechino contro il G 2, il duopolio Usa-Cina sul mondo, l’Unione europea manda
il ministro lussemburghese Juncker. Si vede che ha perso il gusto della metafora – l’intelligenza. L’Unione si fa un dovere della democrazia, per cui qualsiasi scarrafone è legittimamente bello a mamma sua, ma questo non implica la rinuncia al senso del ridicolo.
Cloney-Canalis: era stato scritto (http://www.antiit.com/2009/11/ombre-34.html) e si verifica. I due non si tengono più la mano, nemmeno per i fotografi. Clooney si spende per un caffé, seppure della Nestlè, perché non per un paio di foto con una bella donna? La donna-caffè.
Dopo averne rischiato la rielezione a Bari (lo salvò il giudice Scelsi, fatto tornare a razzo dalle ferie per lanciare la D’Addario), lo candida alla presidenza della Puglia. Contro Vendola, che era riuscito a conquistare la Regione cinque anni fa malgrado il suo boicottaggio. Si spiega che D’Alema resti a Gallipoli una grande speranza della politica sempre perdente.
A Emiliano, è di lui che si parla, il sindaco-giudice della Procura di Bari, D’Alema aveva però rifatto la città in questi cinque anni. Sarà forte nei lavori pubblici.
Il trans di Marrazzo è in Italia da dieci anni, è sposato a Velletri, gestisce via Gradoli, con mazzette pesanti e percosse, ricatta mezzo modo. Tutto questo si sa grazie al lavoro dei giornalisti. Gli inquirenti, l’antimafia di Roma e il Ros dei carabinieri, che ci lavorano da sei mesi, lo proteggono come un pentito.
Di Pietro ironizza su Napolitano, che affida “a questo Parlamento, con troppi conflitti d’interesse con la giustizia”, il compito di riformare la giustizia. Lui però si esclude, né lui né De Magistris né altri dei suoi eletti: i giudici non hanno conflitti d’interesse.
Il presidente della Repubblica si vorrebbe rivolgere ai giudici, ma ne parla invece ai giornali. Per pudore? Per dare più risalto a ciò che dice? O ha paura anche lui dei giudici?
Marrazzo chiede perdono al papa. E lo fa sapere ai giornali. Sarà la sua una vicenda da velina?
mercoledì 2 dicembre 2009
Il razzismo degli altri
Tutto voluttuosamente raccontato, il razzismo, nel ridicolo oltre che nella truculenza. C’è l’Olocausto ovviamente, e l’apartheid, e molto altro: la puzza di aglio, la propaganda di guerra del 1914-18, perfino Siena e Firenze in guerra, i cori negli stadi, i partiti xenofobi di questi anni. Non c’è il leghismo contro il Sud. Di cui Stella è firma autorevole di successo sul “Corriere della sera” (anche oggi, per chi volesse documentarsi:"Se la Befana arriva alla Regione Sicilia" http://archiviostorico.corriere.it/2009/dicembre/02/Befana_arriva_alla_Regione_Sicilia_co_9_091202071.shtml). Nella prossima edizione magari ci metterà un compendio delle sue odiose corrispondenze sul Sud, di cui è stato a lungo l’onorato specialista del giornale milanese.
Gian Antonio Stella, Negri, froci, giudei & co. L’eterna guerra contro l’altro, Rizzoli, pp.331, € 19,50
Gian Antonio Stella, Negri, froci, giudei & co. L’eterna guerra contro l’altro, Rizzoli, pp.331, € 19,50
Milano perdona Tobagi
Gli anni di piombo? Tutti pietas. Il modello fortunato di Mario Calabresi in Mondadori ricalca Einaudi con Benedetta Tobagi. E la città è salva, Milano sempre si assolve. “Benedetta ha letto e studiato tutti gli atti processuali, con rabbia, amarezza e tanta voglia di capire un periodo complesso come gli anni Settanta”, così il libro si presenta. Ma non è storia: non di quello che Tobagi era, e rappresentava a Milano e al “Corriere della sera”. Non è un saggio politico - il linguaggio è questo: “A quel tempo la politica era una cosa terribilmente seria, le etichette e le logiche di appartenenza prevalevano spesso sulla sostanza delle persone” (dove “spesso” sta per i gruppi che non si possono nominare). Non è un libro di nera, come vanno di moda. Non è nemmeno una vera cronaca giudiziaria, di cui ci sarebbe gran bisogno: l’assassinio di Tobagi e la sua copertura sono una delle non minori vergogne di Milano. Non è un libro di memorie, Benedetta aveva tre anni quanto il padre fu ucciso, di appena trentatrè. Da un giovane bene di Milano.
C’è Caterina Rosenzweig, la pasionaria che viveva con l’assassino Barbone, sparita dall’inchiesta dello zelante procuratore Spataro – lo stesso che per molto meno, la cattura di un imam a Milano, ha incriminato i capi dei servizi segreti italiani e mezza Cia. E c’è Craxi, sebbene non sia simpatico a Benedetta – anche se suo padre gli era molto legato, “troppo” secondo i giornalisti che spadroneggiavano al “Corriere della sera” e in Rizzoli. Ma il “Corriere” non c’è. E non si vede come. Ha ricordato Chiaberge sul “Sole 24 Ore” del 15 novembre di quando nel 1978, sbarcato alla Rizzoli, dovette smentire di essere “amico” di Tobagi di fronte a un membro del Comitato di reazione che lo interpellava con la stella rossa sul berretto alla Lenin. Di quando, un anno dopo, richiesto al telefono da Tobagi mentre era in riunione in redazione, si rifiutò. E di quanto, un anno dopo, seppe dell’assassinio di Tobagi, a opera di “enfants gatés della buona borghesia milanese”.
La storia è bruttissima. Tutta politicizzata, in senso improprio e anzi violento – di “ordinaria” giustizia politica già a quei tempi. Il capitano dei carabinieri che ricevette l’informativa sui nomi e le circostanze dell’assassinio di Tobagi e la cestinò – la relegò agli atti – sarà otto anni dopo il colonnello col quale si confesserà Marino, l’accusatore di Sofri. Avviando infine in chiaro la orrida stagione, di cui ancora Milano si vanta, della giustizia politica.
Uno è tentato di dire che Tobagi non avrebbe approvato: lui era uno che parlava chiaro anche nella mafia del terrorismo, densissima a Milano. Il che è solo vero. Ma non è la cosa più importante di queste pubblicazioni. La cosa più importante, anzi tragica, è che, oggi come allora, di quel terrificante clima di odio e intimidazione si può scrivere solo in punta di penna e facendosene una colpa. Segno che a Milano e nell’editoria il “gruppo di comando”, se non di fuoco, è lo stesso.
Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre, Einaudi, pp.302, € 19
C’è Caterina Rosenzweig, la pasionaria che viveva con l’assassino Barbone, sparita dall’inchiesta dello zelante procuratore Spataro – lo stesso che per molto meno, la cattura di un imam a Milano, ha incriminato i capi dei servizi segreti italiani e mezza Cia. E c’è Craxi, sebbene non sia simpatico a Benedetta – anche se suo padre gli era molto legato, “troppo” secondo i giornalisti che spadroneggiavano al “Corriere della sera” e in Rizzoli. Ma il “Corriere” non c’è. E non si vede come. Ha ricordato Chiaberge sul “Sole 24 Ore” del 15 novembre di quando nel 1978, sbarcato alla Rizzoli, dovette smentire di essere “amico” di Tobagi di fronte a un membro del Comitato di reazione che lo interpellava con la stella rossa sul berretto alla Lenin. Di quando, un anno dopo, richiesto al telefono da Tobagi mentre era in riunione in redazione, si rifiutò. E di quanto, un anno dopo, seppe dell’assassinio di Tobagi, a opera di “enfants gatés della buona borghesia milanese”.
La storia è bruttissima. Tutta politicizzata, in senso improprio e anzi violento – di “ordinaria” giustizia politica già a quei tempi. Il capitano dei carabinieri che ricevette l’informativa sui nomi e le circostanze dell’assassinio di Tobagi e la cestinò – la relegò agli atti – sarà otto anni dopo il colonnello col quale si confesserà Marino, l’accusatore di Sofri. Avviando infine in chiaro la orrida stagione, di cui ancora Milano si vanta, della giustizia politica.
Uno è tentato di dire che Tobagi non avrebbe approvato: lui era uno che parlava chiaro anche nella mafia del terrorismo, densissima a Milano. Il che è solo vero. Ma non è la cosa più importante di queste pubblicazioni. La cosa più importante, anzi tragica, è che, oggi come allora, di quel terrificante clima di odio e intimidazione si può scrivere solo in punta di penna e facendosene una colpa. Segno che a Milano e nell’editoria il “gruppo di comando”, se non di fuoco, è lo stesso.
Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre, Einaudi, pp.302, € 19
Il filo si perde verso Costantinopoli
A Kardamyli Leigh Fermor ha da tempo completato la memoria del suo memorabile viaggio a piedi da Londra a Costantinopoli negli anni 1934-37, iniziata con “Tempo di regali” nel 1977 e di cui questa seconda parte è uscita nel 1986, ma non trova il filo. È possibile. Qui il suo talento di far rivivere il nulla, luoghi scomparsi, parole, usi in disuso, appare disappetente. Raggiunge sempre le vette del narrare breve note ai suoi lettori, anche in un capoverso, o in una frase. La storia del Filioque, che tuttora alimenta inimicizia acerrima tra il Vaticano e Costantinopoli, è magistrale in mezza pagina. Ma più che altro si parla di baroni, conti e duchesse con lo stampo, o zingari e pastori, poco sbalza: Leigh Fermor gira l’Austria, l’Ungheria, la Transilvania come i trovatori la Provenza e l’Aquitania, da un castello all’altro. Ci sono anche disattenzioni. Errori (Mattia Corvino alla liberazione di Otranto dai turchi, o le guerre di successione al trono di Polonia). Ripetizioni e imprecisioni nel calderone della Transilvania, tra le tante orde che fino ai turchi presero possesso a ondate dell’Europa latina.
Ritorna tre volte la storie dei mongoli che nel Duecento avevano conquistato il mondo, dalla Cina all’Ucraina e all’Ungheria. In un anno, o poco più. Ma all’improvviso, essendo morto nel Karakorum Ogoda, il successore di Gengis Khan, i capitribù voltarono i cavalli per correre alla successione. Dopodichè si scordarono di tornare. E questo è forse augurale, se al posto dei mongoli si mettono i cinesi invasori dell’Unione europea.
Era di Leigh Fermor originariamente, di un suo personaggio, il conte Jëno Teleki, l’idea di far derivare gli ebrei ashkenaziti dai Khazari, la fantomatica tredicesima tribù convertitasi dal paganesimo all’ebraismo. Confidata a Koestler a pranzo in una taverna di Atene, è divenuta un anno dopo “La Tredicesima tribù” dello stesso Koestler.
Patrick Leigh Fermor, Between the Woods and the Water, Nyrb, pp. 294, $ 15,95
Ritorna tre volte la storie dei mongoli che nel Duecento avevano conquistato il mondo, dalla Cina all’Ucraina e all’Ungheria. In un anno, o poco più. Ma all’improvviso, essendo morto nel Karakorum Ogoda, il successore di Gengis Khan, i capitribù voltarono i cavalli per correre alla successione. Dopodichè si scordarono di tornare. E questo è forse augurale, se al posto dei mongoli si mettono i cinesi invasori dell’Unione europea.
Era di Leigh Fermor originariamente, di un suo personaggio, il conte Jëno Teleki, l’idea di far derivare gli ebrei ashkenaziti dai Khazari, la fantomatica tredicesima tribù convertitasi dal paganesimo all’ebraismo. Confidata a Koestler a pranzo in una taverna di Atene, è divenuta un anno dopo “La Tredicesima tribù” dello stesso Koestler.
Patrick Leigh Fermor, Between the Woods and the Water, Nyrb, pp. 294, $ 15,95
lunedì 30 novembre 2009
Problemi di base - 21
Spock
Che figura ci fa Cosa Nostra, se Berlusconi è il capo della mafia?
Il killer Spatuzza in carcere diventa teologo. Il suo boss Graviano diventa economista. Tutti con buoni voti. Bene assistiti dai tutor. È il carcere una buona università, o l’università funziona bene solo in carcere?
Perché Dio non tollera gli scherzi?
È vero che il centralismo democratico è nato in suo nome?
Dio si dice che l’abbia inventato sant’Agostino: non si bastava?
Sappiamo chi per primo ha ucciso, ma non chi per primo disse all’altro “ti amo”: dove comincia la storia?
Perché il presidente della Repubblica per le celebrazioni dell’unità non fa aprire finalmente gli archivi della Difesa sulla lotta al brigantaggio?
E perché parla ai giornalisti se intende parlare ai giudici?
spock@antiit.eu
Che figura ci fa Cosa Nostra, se Berlusconi è il capo della mafia?
Il killer Spatuzza in carcere diventa teologo. Il suo boss Graviano diventa economista. Tutti con buoni voti. Bene assistiti dai tutor. È il carcere una buona università, o l’università funziona bene solo in carcere?
Perché Dio non tollera gli scherzi?
È vero che il centralismo democratico è nato in suo nome?
Dio si dice che l’abbia inventato sant’Agostino: non si bastava?
Sappiamo chi per primo ha ucciso, ma non chi per primo disse all’altro “ti amo”: dove comincia la storia?
Perché il presidente della Repubblica per le celebrazioni dell’unità non fa aprire finalmente gli archivi della Difesa sulla lotta al brigantaggio?
E perché parla ai giornalisti se intende parlare ai giudici?
spock@antiit.eu
La forza dell'antisemitismo
Un racconto dell’antisemitismo nella Germania profonda, prussiana. In questo racconto a torto trascurato, pubblicato nel 1859, l’anno della morte, il germanofilo De Quincey anticipa di quasi un secolo le “ragioni” e le rovine dell’antisemitismo in Germania: di crudeltà, d’insensibilità, d’insensatezza. Fino alla rappresaglia. Sotto gli occhi che non vedono o non capiscono del tedesco eponimo, colto, cosmopolita, parte eletta della città e ad essa forestiero. Il De Quincey inquieto vi agita da maestro “le forze della paura”. Soprattutto della passione comune, meschina e entusiasmante.
Thomas De Quincey, Il vendicatore, Passigli, pp. 84,€ 8
Thomas De Quincey, Il vendicatore, Passigli, pp. 84,€ 8
L'altra lingua dei libri in Calabria
Un linguaggio diverso emerge, timidamente, come già in “Italian Sud-Est” e poi in “Baarìa”, sotto la cappa ambrosiana (giustizialista, leghista, berlusconiana, morattiana) che l’Italia omologa al preteso genere international dell’amorfismo. Col recupero occasionale del voi, tanto più socievole del lei, il rito del caffè, la conversazione come esplorazione (l’ignoranza temperata dalla curiosità), il tempo lento. E soprattutto con l’ironia che da sempre, da Swift, s’inocula nel rifiutato. Anche, purtroppo, con la filosofia, che in provincia è il primo passo verso la misantropia – di cui Reggio Calabria ha esempi illustri, dalla “Chanson d'Aspremont” a Diego Vitrioli. Questo “Odore dei libri” vuol essere molte cose, ma alla fine è un “libro della città”, di una città del Sud, al volgere del millennio.
È il libro di un libraio. Non sui libri, sulla libreria. Attraverso i libri certo, e i clienti affezionati. Materia della narrazione sono i personaggi dei libri, le trame, di più quelle “segrete”, la piccola vita di una libreria. Una “letteraturizzazione della vita”, che l’ironia però alleggerisce e anima, con le illustrazioni “infantili” di Alice Caccamo, e situa dentro le cose. Fulminante l’apertura, il sogno del cane Pallino di Bulgakov, “Cuore di cane”, con le “Uova fatali” della rivoluzione, da cui escono mostri. Una o due riletture sono prolisse. “La metamorfosi” è una, che pure rivede con Kafka i fatti reali della vita, quelli che accadono comunque, la malattia, la separazione. Ma più spesso i libri rivivono con brio, con gusto, gli “Antenati” di Calvino, il Mattia Pascal ovviamente, l’Ivan Il’ic tolstojano, il Dostoevskij delle “Notti Bianche”. Dove emerge incognito il personaggio più sorprendente, tanto è dimenticato: Schiller, lo scrittore delle tragedie - “Schiller aveva rovinato la gioventù dell’epoca preparandola all’anarchia”. O col passeggiatore Robert Walser, ma per entrare nel mondo e non per prepararsi a uscirne, per la buona ragione, s’impenna il narratore, che “mio padre mi ha lasciato in eredità dei pensieri” - una chiusa che Flaiano o Campanile avrebbero invidiato.
Un apologo. Divertito, sotto le allucinazioni di superficie. Divertente. È un classico. Canetti immagina Kien, il suo bibliomane, ascoltare i libri parlare fra loro di notte. Roversi pure, in una recente intervista, il poeta-librario bolognese oggi quasi novantenne: “E cosa vuole che facciano i libri di notte? Immagini la biblioteca dell'Archiginnasio, in inverno, gelo e neve fuori, buio dentro, i libri disposti in ordine bizzarro, per altezza e dimensione, magari si trovano fianco a fianco due volumi incompatibili, si parlano, litigano, si sfidano a duello... Poi, la mattina, quando torna il bibliotecario, tutto è di nuovo in ordine”. Caccamo li distare parlandoci.
Il libraio apre la mattina inchinandosi ai libri, grandi maestri. Li odora. E ci parla, sdoppiandosi in varie persone: il Sognatore, il Maestro scultore, lo psichiatra Savio Gentile. Con il quale, nella malattia, muta l’animo – il narratore dice l’anima. Si costruisce in breve multiplo, con la stessa acribia filologica di Pessoa – il suo più proprio alter ego, anche nell’esistenza minima, quotidiana, ma uno scrittore col quale invece paradossalmente non dialoga. Uscendo indenne dalla sua stessa figura camaleontesca, che s’immagina tormentosa per un negoziante che l’occhio del cliente vuole confuso col negozio, ed è rischiosa per il lettore del suo libro. Forse perché dotato di forte, incontenibile, capacità aforistica – benché pericolosa: “In una società iniqua un innocente non ha speranza”, è “uno scandalo, un pericolo e un crimine”.
Sregolato, “L’odore dei libri” è del genere disusato della satyra, che raggruppa e trapassa i generi, narrazione dell’esistente più che di una storia. È un libro anche risarcitorio, si sente, un “libro degli amici” familiare. Caccamo è il libraio di Culture, la libreria di Reggio Calabria, dove “la gente non entra in libreria”. Dietro la villa Genoese Zerbi, che ospita le mostre della città, cui migliaia di persone si affollano. Ma più che dalla disattenzione minacciato dall’acedia, provinciale, meridionale, sottile, invadente, che finisce nel rifiuto della città e del mondo, tanto forte quanto lo è – lo è stato – il disegno adolescenziale - solitario – di conquistare il mondo, tutto, subito. E tuttavia il libro è sempre vivo. La storia visionaria scorre naturale, più Savinio che Kafka, nel senso della lievità e dell’apparente inconguità dell’approccio: la storia che si propone ai limiti dell’assurdo e invece si scioglie nel verosimile e perfino nell’ordinario. È lo scarto che origina qui l’umorismo.
Caccamo, “libraio di Reggio Calabria”, ha pubblicato in autoedizione il libro più promettente e, con poco editing, forse più riuscito del 2008.
Vincenzo Caccamo, L’odore dei libri, Libreria Culture, pp.145, € 18
È il libro di un libraio. Non sui libri, sulla libreria. Attraverso i libri certo, e i clienti affezionati. Materia della narrazione sono i personaggi dei libri, le trame, di più quelle “segrete”, la piccola vita di una libreria. Una “letteraturizzazione della vita”, che l’ironia però alleggerisce e anima, con le illustrazioni “infantili” di Alice Caccamo, e situa dentro le cose. Fulminante l’apertura, il sogno del cane Pallino di Bulgakov, “Cuore di cane”, con le “Uova fatali” della rivoluzione, da cui escono mostri. Una o due riletture sono prolisse. “La metamorfosi” è una, che pure rivede con Kafka i fatti reali della vita, quelli che accadono comunque, la malattia, la separazione. Ma più spesso i libri rivivono con brio, con gusto, gli “Antenati” di Calvino, il Mattia Pascal ovviamente, l’Ivan Il’ic tolstojano, il Dostoevskij delle “Notti Bianche”. Dove emerge incognito il personaggio più sorprendente, tanto è dimenticato: Schiller, lo scrittore delle tragedie - “Schiller aveva rovinato la gioventù dell’epoca preparandola all’anarchia”. O col passeggiatore Robert Walser, ma per entrare nel mondo e non per prepararsi a uscirne, per la buona ragione, s’impenna il narratore, che “mio padre mi ha lasciato in eredità dei pensieri” - una chiusa che Flaiano o Campanile avrebbero invidiato.
Un apologo. Divertito, sotto le allucinazioni di superficie. Divertente. È un classico. Canetti immagina Kien, il suo bibliomane, ascoltare i libri parlare fra loro di notte. Roversi pure, in una recente intervista, il poeta-librario bolognese oggi quasi novantenne: “E cosa vuole che facciano i libri di notte? Immagini la biblioteca dell'Archiginnasio, in inverno, gelo e neve fuori, buio dentro, i libri disposti in ordine bizzarro, per altezza e dimensione, magari si trovano fianco a fianco due volumi incompatibili, si parlano, litigano, si sfidano a duello... Poi, la mattina, quando torna il bibliotecario, tutto è di nuovo in ordine”. Caccamo li distare parlandoci.
Sregolato, “L’odore dei libri” è del genere disusato della satyra, che raggruppa e trapassa i generi, narrazione dell’esistente più che di una storia. È un libro anche risarcitorio, si sente, un “libro degli amici” familiare. Caccamo è il libraio di Culture, la libreria di Reggio Calabria, dove “la gente non entra in libreria”. Dietro la villa Genoese Zerbi, che ospita le mostre della città, cui migliaia di persone si affollano. Ma più che dalla disattenzione minacciato dall’acedia, provinciale, meridionale, sottile, invadente, che finisce nel rifiuto della città e del mondo, tanto forte quanto lo è – lo è stato – il disegno adolescenziale - solitario – di conquistare il mondo, tutto, subito. E tuttavia il libro è sempre vivo. La storia visionaria scorre naturale, più Savinio che Kafka, nel senso della lievità e dell’apparente inconguità dell’approccio: la storia che si propone ai limiti dell’assurdo e invece si scioglie nel verosimile e perfino nell’ordinario. È lo scarto che origina qui l’umorismo.
Caccamo, “libraio di Reggio Calabria”, ha pubblicato in autoedizione il libro più promettente e, con poco editing, forse più riuscito del 2008.
Vincenzo Caccamo, L’odore dei libri, Libreria Culture, pp.145, € 18
sabato 28 novembre 2009
Spatuzza santo subito
Tardi ma Gaspare Spatuzza si è pentito in piena regola. Dal confessore oltre che dal magistrato. Con la dovuta crisi mistica. E una preparazione in teologia che gli ha consentito di superare ben sei esami universitari in materia in un anno. Un miracolo. Se c’è ancora bisogno di un miracolo per riconoscere la santità, per Spatuzza è fatta. È vero che dovrebbe prima morire. Ma la chiesa è come si sa in aggiornamento, e poi il miracolo è veramente di tutto rispetto, la teologia è roba indigesta, frati e suore l’hanno accudito amorevolmente. Tutto è possibile. C’è solo da aspettare una settimana, quando Spatuzza avrà operato il miracolo maggiore, far cadere il governo, novello Sansone. A Torino, dove la Corte d’Assise d’Appello di Palermo eccezionalmente e in pompa si trasferirà, in devoto pellegrinaggio al nuovo taumaturgo.
In fatto di miracoli il santo Spatuzza è peraltro prolifico. Si ricorda come e quando, dopo quindici anni, o Giuseppe o Filippo Graviano gli dissero che Berlusconi e Dell’Utri erano nella loro manica. Non proprio Berlusconi e Dell’Utri, ma qualcosa (“quello di Canale 5”, “un paesano”) che consente ai giudici di risalire ai due. E di stendere lunghi verbali, per riempire i giornali altrimenti vuoti.
Un altro miracolo ancora è che né Giuseppe né Filippo Graviano ce l’hanno con lui. Spatuzza, il pentito principe della cosca Graviano, è infatti riuscito a evitare di aggravare la loro posizione giudiziale. Da uomo pio, quindi obbediente, dice quello che i procuratori vogliono sentirsi dire, la giustizia è sacra.
L’unico problema è che, tra Spatuzza, Di Carlo (quello della cocaina), e altri pentiti eccellenti, tutti attendibili per i giudici e tutti pensionati di Stato, Berlusconi e Dell’Utri il padreterno li mandi per risarcimento in paradiso. Che sono due mafiosi veri, non di quelli caricatura di cui si vanta la Sicilia, sulle piazze e nelle Procure. Questa sarebbe una beffa, e Dio non tollera gli scherzi.
In fatto di miracoli il santo Spatuzza è peraltro prolifico. Si ricorda come e quando, dopo quindici anni, o Giuseppe o Filippo Graviano gli dissero che Berlusconi e Dell’Utri erano nella loro manica. Non proprio Berlusconi e Dell’Utri, ma qualcosa (“quello di Canale 5”, “un paesano”) che consente ai giudici di risalire ai due. E di stendere lunghi verbali, per riempire i giornali altrimenti vuoti.
Un altro miracolo ancora è che né Giuseppe né Filippo Graviano ce l’hanno con lui. Spatuzza, il pentito principe della cosca Graviano, è infatti riuscito a evitare di aggravare la loro posizione giudiziale. Da uomo pio, quindi obbediente, dice quello che i procuratori vogliono sentirsi dire, la giustizia è sacra.
L’unico problema è che, tra Spatuzza, Di Carlo (quello della cocaina), e altri pentiti eccellenti, tutti attendibili per i giudici e tutti pensionati di Stato, Berlusconi e Dell’Utri il padreterno li mandi per risarcimento in paradiso. Che sono due mafiosi veri, non di quelli caricatura di cui si vanta la Sicilia, sulle piazze e nelle Procure. Questa sarebbe una beffa, e Dio non tollera gli scherzi.
Napolitano solo contro il partito dei giudici
Si dovrebbe dire che Napolitano ha preso partito contro il “partito” dei giudici, ma non è così: la verità è che il presidente della Repubblica si sente solo contro il partito dei giudici. Senza sostegni validi, cioè, e anche, va detto, senza argomenti. Perché il capo dello Stato non ha bisogno di sostegni quando deve affrontare i giudici, è lui che incarna l’autonomia e l’indipendenza dei giudici. Ma questo si può solo recriminare. Il fatto è che Napolitano, avendo abdicato come Ciampi i poteri di controllo sull’operato dei giudici, si deve appellare a noi, agli elettori, uomini della strada, i nessuno della politica, che tuttavia impersoniamo il common sense: liberatemi voi, è come se avesse detto.
A ventiquattro ore dal suo drammatico appello, “senza precedenti”, “irrituale”, “fuori programma”, questo è il solo significato dell’appello che Napolitano ha dettato al Quirinale ai cronisti appositamente convocati, di mattino, con le redazioni ancora sobrie, dall’esordio drammatico: “Sento il bisogno di dire qualcosa in questo particolare momento”. Il significato è quello che Vincino ha disegnato oggi per il “Corriere della sera”: un appello a Berlusconi perché governi. Più chiaro del resto il presidente della Repubblica non poteva essere: “Nulla può abbattere un governo che abbia la maggioranza in Parlamento”. Nulla.
Napolitano ha vissuto drammaticamente, anche da presidente della Camera dei deputati, gli scioglimenti arbitrari del Parlamento perpetrati da Scalfaro nel 1994 e nel 1996. Drammaticamente, cioè da uomo laico e onesto. E non vuole ripetere l’esperienza: non vuole restare prigioniero degli avventurieri della politica, procuratori della Repubblica, editori, monsignori, che vent’anni fa si divertirono a disintegrare la politica e le istituzioni – compresa inevitabilmente la stessa presidenza della Repubblica, ricattata o altrimenti collusa. Napolitano ha già dovuto provvedere a uno scioglimento anticipato delle Camere, per obiettiva mancanza di una maggioranza in Parlamento, e sa quanto ciò costi alla necessaria Auctoritas dei pubblici poteri.
Napolitano è anche un uomo di principi, e non cede agli umori. Specie nella fattispecie. Svillaneggiato da Berlusconi quale ispiratore della Corte costituzionale contro il lodo Alfano, ha scelto di attenersi alle cose. E le cose sono che ha un Parlamento eletto appena diciotto mesi fa, con una maggioranza solida, e che non si possono fare colpi di stato giudiziari. Basandosi su un pentito (uno solo, un mafioso che fa il teologo, dopo quindici anni…). Berlusconi d’altra parte sarà pure in paranoia, specie dopo la macelleria processuale dei suoi averi e della famiglia scelta dalla pia donna di sua moglie, ma in queste cose ci azzecca. Lui sapeva già sei mesi fa che si preparava il pentito Spatuzza, a Palermo e a Firenze. Non poteva prevedere il rigetto senza appello del lodo Alfano della Corte costituzionale, dopo quello condizionato di cinque anni fa. Né che il Csm discutesse di acquisire i verbali delle riunioni del suo partito…
A ventiquattro ore dal suo drammatico appello, “senza precedenti”, “irrituale”, “fuori programma”, questo è il solo significato dell’appello che Napolitano ha dettato al Quirinale ai cronisti appositamente convocati, di mattino, con le redazioni ancora sobrie, dall’esordio drammatico: “Sento il bisogno di dire qualcosa in questo particolare momento”. Il significato è quello che Vincino ha disegnato oggi per il “Corriere della sera”: un appello a Berlusconi perché governi. Più chiaro del resto il presidente della Repubblica non poteva essere: “Nulla può abbattere un governo che abbia la maggioranza in Parlamento”. Nulla.
Napolitano ha vissuto drammaticamente, anche da presidente della Camera dei deputati, gli scioglimenti arbitrari del Parlamento perpetrati da Scalfaro nel 1994 e nel 1996. Drammaticamente, cioè da uomo laico e onesto. E non vuole ripetere l’esperienza: non vuole restare prigioniero degli avventurieri della politica, procuratori della Repubblica, editori, monsignori, che vent’anni fa si divertirono a disintegrare la politica e le istituzioni – compresa inevitabilmente la stessa presidenza della Repubblica, ricattata o altrimenti collusa. Napolitano ha già dovuto provvedere a uno scioglimento anticipato delle Camere, per obiettiva mancanza di una maggioranza in Parlamento, e sa quanto ciò costi alla necessaria Auctoritas dei pubblici poteri.
Napolitano è anche un uomo di principi, e non cede agli umori. Specie nella fattispecie. Svillaneggiato da Berlusconi quale ispiratore della Corte costituzionale contro il lodo Alfano, ha scelto di attenersi alle cose. E le cose sono che ha un Parlamento eletto appena diciotto mesi fa, con una maggioranza solida, e che non si possono fare colpi di stato giudiziari. Basandosi su un pentito (uno solo, un mafioso che fa il teologo, dopo quindici anni…). Berlusconi d’altra parte sarà pure in paranoia, specie dopo la macelleria processuale dei suoi averi e della famiglia scelta dalla pia donna di sua moglie, ma in queste cose ci azzecca. Lui sapeva già sei mesi fa che si preparava il pentito Spatuzza, a Palermo e a Firenze. Non poteva prevedere il rigetto senza appello del lodo Alfano della Corte costituzionale, dopo quello condizionato di cinque anni fa. Né che il Csm discutesse di acquisire i verbali delle riunioni del suo partito…
giovedì 26 novembre 2009
Bersani e il Pd di Berlinguer, 1975-2008
Ha cercato il low profile, Bersani, nella nuova squadra dirigente del Pd, e una partenza lenta, che se non altro mantiene vivo l’auspicio. L’auspicio è che Bersani si lasci dietro in questo 2009, seppure dopo una strascicata elezione, gli oltre trent’anni di compromesso storico, che hanno portato sotto il trenta per cento una sinistra che è sempre stata in Italia maggioritaria. Ma ci sono già segnali negativi.
Il primo è sempre l’ipotesi di base del mancato decollo del partito Democratico. L’ipotesi è che esso non “morda” perché è la riedizione del compromesso storico. Limitato e minoritario, e shrinking, ma sempre esclusivo: una dottrina del potere. A partire dal centralismo democratico di quello che pure sembrava il meno berlingueriano dei continuatori, Veltroni. Durissimo peraltro e perfino fazioso nella gestione del collateralismo, Rai, giornali, giustizia, Cgil.
Le analisi dei flussi alle passate elezioni concordano, e tra essi spicca l’Istituto Cattaneo già di Arturo Parisi: che il Pd ha ricompattato nel momento elettorale il voto ex Pci, ma non ha catturato le classi di voto nuove e ha perduto buon parte dei voti ex democristiani. L’insuccesso del Pd viene confrontato peraltro col successo di un fronte che non brilla per iniziativa e compattezza. Nel quale la Lega, reduce dalla caduta verticale di consensi nel 2001, quando fu salvata in Parlamento dall’apparentamento con Forza Italia e An, fa figura di gigante politico, come antiglobal e antimmigrati. Ma sempre amorfo nella forza di maggioranza, l’ex F.I., e inerte nell’ex An, partito di signorini che non hanno idee né più radicamento, avendo abbandonato la componente mussoliniana per un liberalismo dubbio, o l’andreottismo.
Altri segnali negativi vengono per Bersani dai flussi regionali di voto alle primarie, in percentuale di partecipanti rispetto ai votanti delle politiche 2008. Nelle sei regioni del Nord ha partecipato meno del 5 per cento. Un risultato pareggiato dalle regioni meridionali già “bianche”, e quindi berlusconiane, Sicilia, Abruzzi e la stessa Puglia, dove per più segnali Vendola è stato un miracolo. Il Pd quindi non incide ancora nelle aree che fondano il centro-destra.
Segnali negativi – negativi per Bersani – vengono però anche dalla regioni “democratiche”. Al centro la partecipazione è stata elevata nelle regioni ex Pci, Toscana (9,6), Umbria (10,9), Emilia Romagna (11,6). Ma è stata mediocre nelle regioni miste, bianco-rosse, attorno al 7 per cento: Liguria, Marche, Lazio, Campania, Molise: significa che gli ex compagni non amano gli ex amici, e i due gruppi stanno a guardare. Ed è stata elevata nelle regioni a prevalenza ex Dc, Calabria (9,1), Basilicata (13,3), e Sardegna (7,7). Bersani avrà problemi a compattare unitariamente il partito, e a mobilitarlo.
È una veduta malinconica che il neo segretario del Pd presenta, indipendentemente dalla sua faccia bonaria. È l’unica vera figura politica nel teatrino impiantato da Mani Pulite. Tra Berlusconi che ogni giorno s’inventa, seppure con i canoni noti della commedia dell’arte, la sua speculare opposizione, la nota macchietta molisana, Casini che raccoglie i voti di Cuffaro, Rutelli ex bello guaglione, gli orfani ormai invecchiati di Berlinguer, e alcune dolenti donne di chiesa sopravvissute all’aggiornamento delle sacrestie. Più che a una rifondazione del Pd dovrebbe mettere mano a una rifondazione della politica, e questo certo è pretendere troppo. Essere nato, nato alla politica, nel triste monopolio milanese della politica post-1992 (leghista, berlusconiano, morattiano), è un destino che richiederebbe una rivoluzione.
Il primo è sempre l’ipotesi di base del mancato decollo del partito Democratico. L’ipotesi è che esso non “morda” perché è la riedizione del compromesso storico. Limitato e minoritario, e shrinking, ma sempre esclusivo: una dottrina del potere. A partire dal centralismo democratico di quello che pure sembrava il meno berlingueriano dei continuatori, Veltroni. Durissimo peraltro e perfino fazioso nella gestione del collateralismo, Rai, giornali, giustizia, Cgil.
Le analisi dei flussi alle passate elezioni concordano, e tra essi spicca l’Istituto Cattaneo già di Arturo Parisi: che il Pd ha ricompattato nel momento elettorale il voto ex Pci, ma non ha catturato le classi di voto nuove e ha perduto buon parte dei voti ex democristiani. L’insuccesso del Pd viene confrontato peraltro col successo di un fronte che non brilla per iniziativa e compattezza. Nel quale la Lega, reduce dalla caduta verticale di consensi nel 2001, quando fu salvata in Parlamento dall’apparentamento con Forza Italia e An, fa figura di gigante politico, come antiglobal e antimmigrati. Ma sempre amorfo nella forza di maggioranza, l’ex F.I., e inerte nell’ex An, partito di signorini che non hanno idee né più radicamento, avendo abbandonato la componente mussoliniana per un liberalismo dubbio, o l’andreottismo.
Altri segnali negativi vengono per Bersani dai flussi regionali di voto alle primarie, in percentuale di partecipanti rispetto ai votanti delle politiche 2008. Nelle sei regioni del Nord ha partecipato meno del 5 per cento. Un risultato pareggiato dalle regioni meridionali già “bianche”, e quindi berlusconiane, Sicilia, Abruzzi e la stessa Puglia, dove per più segnali Vendola è stato un miracolo. Il Pd quindi non incide ancora nelle aree che fondano il centro-destra.
Segnali negativi – negativi per Bersani – vengono però anche dalla regioni “democratiche”. Al centro la partecipazione è stata elevata nelle regioni ex Pci, Toscana (9,6), Umbria (10,9), Emilia Romagna (11,6). Ma è stata mediocre nelle regioni miste, bianco-rosse, attorno al 7 per cento: Liguria, Marche, Lazio, Campania, Molise: significa che gli ex compagni non amano gli ex amici, e i due gruppi stanno a guardare. Ed è stata elevata nelle regioni a prevalenza ex Dc, Calabria (9,1), Basilicata (13,3), e Sardegna (7,7). Bersani avrà problemi a compattare unitariamente il partito, e a mobilitarlo.
È una veduta malinconica che il neo segretario del Pd presenta, indipendentemente dalla sua faccia bonaria. È l’unica vera figura politica nel teatrino impiantato da Mani Pulite. Tra Berlusconi che ogni giorno s’inventa, seppure con i canoni noti della commedia dell’arte, la sua speculare opposizione, la nota macchietta molisana, Casini che raccoglie i voti di Cuffaro, Rutelli ex bello guaglione, gli orfani ormai invecchiati di Berlinguer, e alcune dolenti donne di chiesa sopravvissute all’aggiornamento delle sacrestie. Più che a una rifondazione del Pd dovrebbe mettere mano a una rifondazione della politica, e questo certo è pretendere troppo. Essere nato, nato alla politica, nel triste monopolio milanese della politica post-1992 (leghista, berlusconiano, morattiano), è un destino che richiederebbe una rivoluzione.
Ombre - 35
Ultima spiaggia, Danzica, ultima chiamata per la democrazia, per la sostituzione di Paolo Ruffini a Rai Tre con Antonio Di Bella. Ruffini? Un martire, anche se non si sa di chi – Berlusconi non c’entra. Lo stesso che quindici anni fa, chiamato dal povero Enzo Siciliano alla direzione dei giornali radio, fu contestato con più asprezza di ogni altro: molti giornalisti Rai fecero valere in infuocate assemblee che, “a pari livello”, c’erano già in azienda “molte professionalità”. Molte dicerie vennero diffuse sull’allora vicedirettore del “Messaggero”, anche da Concita De Gregorio e “Repubblica”, che ora chiamano alla resistenza per Ruffini. Tra esse una sua speciale perizia tricologica, per avere fatto il parrucchiere. Che è falso: Ruffini è laureato in legge.
Dei sessanta minuti di Sky Tg “1 ora” alle ventuno, i primi venti sono dedicati alle incriminazioni di esponenti berlusconiani per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Grazie a pentiti dell’ultima ora, ma non si dice. Contro uno di loro Schifani si querela, ma neanche questo si dice. Dov’è la mafia? Essere accusati in televisione di mafia è terribile.
Sky oscura il calcio Rai per i suoi abbonati: possono vedere i telegiornali e gli sceneggiati Rai, ma se vogliono sapere delle partite debbono pagare il canone supplementare Sky. Una vendetta contro la Rai, forse. Ma anche una meschina torchiatura dei propri abbonati, che già pagano 500 euro l’anno di abbonamento. È la concorrenza del democratico Murdoch.
Unicredit emette una sfilza di decreti ingiuntivi contro i Sensi, e contro l’As Roma, la squadra di calcio di loro proprietà. Il giudice li rigetta, ma non importa, i Sensi devono a Unicredit poco meno di 400 milioni, e Profumo è in dovere di tutelarsi. Tutto normale, fin qui. Ma la questione è agitata, giornalmente e con toni “da curva”, dal “Messaggero” di Francesco Gaetano Caltagirone, dall’edizione romana del quotidiano milanese “Corriere della sera”, e dalla milanesissima “Gazzetta dello Sport”. Rinfocolando uno scandalo che tiene piazza a Roma da un triennio: che i Sensi debbano cedere la Roma “a gratis”. Libertà di critica?
Unicredit, Profumo, il “Corriere della sera”, la “Gazzetta dello Sport”: è Milano contro Roma, perfino la Rometta dà fastidio. Caltagirone è un progetto immobiliare alternativo a quello dei Sensi per lo stadio societario.
Non contenta di avere avvelenato un paese, Rignano Flaminio, e marchiato a vita una generazione d’innocenti, la Procura di Tivoli ha cacciato di casa quattrocento famiglie di Riano per abusivismo. Anche se le case sono costruite secondo le regole, entro un piano regolatore, e acquistate con tutti gli adempimenti di legge.
Sarà per questo che Berlusconi è popolare: dove non c’è la mafia, ci sono i giudici, mentre la società non sopporta l’eversione senza fine, e senza pena.
Non tutti gli acquirenti delle case contestate sono stati sfrattati, alcuni.
Finisce con la baronessa Ashton alla Difesa dell’Europa, e la cosa si commenta da sola. Ma il fallimento della candidatura, tra le altre, di D’Alema, era presagito da un concerto non si sa se più stupido o ignorante. Sarà silurato da Schulz, scrivevano gli antiberlusconiani - il socialista tedesco che Berlusconi qualificò di kapò. Squalificando i socialisti, e lo stesso Schulz. “La Stampa” è andata oltre: il direttore Calabresi ha ipotizzato che siccome l’Italia, Berlusconi, l’Eni sono filorussi, Obama avrebbe mobilitato contro il candidato italiano il “partito americano” in Europa. Triplice ignoranza: dei rapporti italo-russi, di Obama, dell’Unione europea (le decisioni europee prese a Varsavia? a Praga?). O era una provocazione? Sulla “Stampa”? O “La Stampa” non è più della Fiat e imita “Il Manifesto”?
È invecchiato il giudice di Milano Fabio De Pasquale che protesta in aula contro i rinvii di Berlusconi al processo Mills. Ma è lo stesso, dopo quasi vent’anni, che anticipò le sue vcacanze, due mesi, per non ascoltare Gabriele Cagliari, da lui arrestato, che poi si suicidò.
Si compra di tutto, alle aste dei beni di Michael Jackson, compresi i calzini e i fazzoletti da naso. Feticismo? Mercato della memoria? È diverso dal vecchio mercato del legno e dei chiodi della Passione, e delle altre reliquie? È la stessa cosa, ma induce a peggiori considerazioni per le reliquie.
Dei sessanta minuti di Sky Tg “1 ora” alle ventuno, i primi venti sono dedicati alle incriminazioni di esponenti berlusconiani per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Grazie a pentiti dell’ultima ora, ma non si dice. Contro uno di loro Schifani si querela, ma neanche questo si dice. Dov’è la mafia? Essere accusati in televisione di mafia è terribile.
Sky oscura il calcio Rai per i suoi abbonati: possono vedere i telegiornali e gli sceneggiati Rai, ma se vogliono sapere delle partite debbono pagare il canone supplementare Sky. Una vendetta contro la Rai, forse. Ma anche una meschina torchiatura dei propri abbonati, che già pagano 500 euro l’anno di abbonamento. È la concorrenza del democratico Murdoch.
Unicredit emette una sfilza di decreti ingiuntivi contro i Sensi, e contro l’As Roma, la squadra di calcio di loro proprietà. Il giudice li rigetta, ma non importa, i Sensi devono a Unicredit poco meno di 400 milioni, e Profumo è in dovere di tutelarsi. Tutto normale, fin qui. Ma la questione è agitata, giornalmente e con toni “da curva”, dal “Messaggero” di Francesco Gaetano Caltagirone, dall’edizione romana del quotidiano milanese “Corriere della sera”, e dalla milanesissima “Gazzetta dello Sport”. Rinfocolando uno scandalo che tiene piazza a Roma da un triennio: che i Sensi debbano cedere la Roma “a gratis”. Libertà di critica?
Unicredit, Profumo, il “Corriere della sera”, la “Gazzetta dello Sport”: è Milano contro Roma, perfino la Rometta dà fastidio. Caltagirone è un progetto immobiliare alternativo a quello dei Sensi per lo stadio societario.
Non contenta di avere avvelenato un paese, Rignano Flaminio, e marchiato a vita una generazione d’innocenti, la Procura di Tivoli ha cacciato di casa quattrocento famiglie di Riano per abusivismo. Anche se le case sono costruite secondo le regole, entro un piano regolatore, e acquistate con tutti gli adempimenti di legge.
Sarà per questo che Berlusconi è popolare: dove non c’è la mafia, ci sono i giudici, mentre la società non sopporta l’eversione senza fine, e senza pena.
Non tutti gli acquirenti delle case contestate sono stati sfrattati, alcuni.
Finisce con la baronessa Ashton alla Difesa dell’Europa, e la cosa si commenta da sola. Ma il fallimento della candidatura, tra le altre, di D’Alema, era presagito da un concerto non si sa se più stupido o ignorante. Sarà silurato da Schulz, scrivevano gli antiberlusconiani - il socialista tedesco che Berlusconi qualificò di kapò. Squalificando i socialisti, e lo stesso Schulz. “La Stampa” è andata oltre: il direttore Calabresi ha ipotizzato che siccome l’Italia, Berlusconi, l’Eni sono filorussi, Obama avrebbe mobilitato contro il candidato italiano il “partito americano” in Europa. Triplice ignoranza: dei rapporti italo-russi, di Obama, dell’Unione europea (le decisioni europee prese a Varsavia? a Praga?). O era una provocazione? Sulla “Stampa”? O “La Stampa” non è più della Fiat e imita “Il Manifesto”?
È invecchiato il giudice di Milano Fabio De Pasquale che protesta in aula contro i rinvii di Berlusconi al processo Mills. Ma è lo stesso, dopo quasi vent’anni, che anticipò le sue vcacanze, due mesi, per non ascoltare Gabriele Cagliari, da lui arrestato, che poi si suicidò.
Si compra di tutto, alle aste dei beni di Michael Jackson, compresi i calzini e i fazzoletti da naso. Feticismo? Mercato della memoria? È diverso dal vecchio mercato del legno e dei chiodi della Passione, e delle altre reliquie? È la stessa cosa, ma induce a peggiori considerazioni per le reliquie.
Morire per i sindaci?
Si stringono le redini in tutta Europa alla fiscalità locale. Nella riforma liberale delle tasse in Germania, l’alleggerimento si fa a spese degli enti locali, di cui ormai è verità comune, a destra e a sinistra, che spendono troppo – tassano troppo. Si ricorda perfino, senza superficialità e non per ridere, che anche l’allegra finanza locale degli anni Trenta (Adenauer, sindaco di Colonia, si costruiva il circuito del Nürbrurgring) favorì Hitler. In Francia Sarkozy ha impegnato il governo, e la possibile rielezione fra due anni, nell’abolizione dell’Irap locale, la taxe professionnelle. È andato per questo in minoranza al Senato, e per uscirne dovrà probabilmente accollare allo Stato il mancato gettito dell’imposta – che copre la metà delle entrate locali. Se l’abolizione della taxe professionnelle non ridurrà la spesa, abolirà tuttavia un’ingiustizia fiscale e, soprattutto, ridarà poteri di controllo allo Stato sulle uscite locali. Per il 2011 Parigi trasferirà ai Comuni il mancato gettito della tassa abolita a piè di lista, poi vorrà vedere i conti.
Ovunque il decentramento ha avuto sbocchi lassisti, con sprechi evidenti di risorse. Non è solo una questione di richiami storici, come può essere il caso in Germania. In parte gli sprechi sono attribuiti alle politiche d’immagine e alla cura del voto, com’è normale e scontato per cariche elettive. Ma in parte più sostanziosa sono dovuti a incapacità di amministrare, quando non a avidità e malaffare: rifiuti, acqua, trasporti, opere pubbliche. Il ritorno a una politica dei trasferimenti dovrebbe avere un effetto dissuasivo sul piano psicologico, e introdurre anche forme di controllo meno formali di quelle praticate dalla corte dei Conti.
La stretta è palese, seppure non dichiarata, anche in Italia. Anche se la Lega obbliga a un federalismo fiscale e amministrativo che in parte la annulla. È cominciata con la sanità, la maggiore voce di spesa. È continuata con l’abolizione dell’Ici prima casa, la maggiore fonte di entrata. E, seppure con cautela, continuerà con la riduzione dell’Irap. In entrambi i casi l’Italia ha delineato il modello che Sarkozy si appresta a adottare: meglio i trasferimenti governativi che la libera tassazione locale. Il federalismo della Lega accresce i costi, introducendo nuovi centri decisionali – per di più elettivi, quindi portati ai compromessi e ai rinvii. Poiché la tendenza è alla stretta, mentre il federalismo leghista amplia le spese e i poteri d’imposizione, se non le entrate, sarà probabilmente questo il collo di bottiglia del governo Berlusconi.
Ovunque il decentramento ha avuto sbocchi lassisti, con sprechi evidenti di risorse. Non è solo una questione di richiami storici, come può essere il caso in Germania. In parte gli sprechi sono attribuiti alle politiche d’immagine e alla cura del voto, com’è normale e scontato per cariche elettive. Ma in parte più sostanziosa sono dovuti a incapacità di amministrare, quando non a avidità e malaffare: rifiuti, acqua, trasporti, opere pubbliche. Il ritorno a una politica dei trasferimenti dovrebbe avere un effetto dissuasivo sul piano psicologico, e introdurre anche forme di controllo meno formali di quelle praticate dalla corte dei Conti.
La stretta è palese, seppure non dichiarata, anche in Italia. Anche se la Lega obbliga a un federalismo fiscale e amministrativo che in parte la annulla. È cominciata con la sanità, la maggiore voce di spesa. È continuata con l’abolizione dell’Ici prima casa, la maggiore fonte di entrata. E, seppure con cautela, continuerà con la riduzione dell’Irap. In entrambi i casi l’Italia ha delineato il modello che Sarkozy si appresta a adottare: meglio i trasferimenti governativi che la libera tassazione locale. Il federalismo della Lega accresce i costi, introducendo nuovi centri decisionali – per di più elettivi, quindi portati ai compromessi e ai rinvii. Poiché la tendenza è alla stretta, mentre il federalismo leghista amplia le spese e i poteri d’imposizione, se non le entrate, sarà probabilmente questo il collo di bottiglia del governo Berlusconi.
Gli Elkann si assolvono con la Juventus
Gli amministratore della Juventus sono stati assolti perché il fatto non sussiste dall’accusa di avere truccato i bilanci. Ma la proprietà insisteva per patteggiare, assumendosi gli oneri di un’ammenda. Follia? Incapacità degli avvocati? Può darsi, tutti sanno come vanno le cose in tribunale, gli orientamenti dei giudici non sono arcani, un avvocato anche di media capacità lo sa. Ma non è la prima volta che la proprietà della Juventus scantona a scapito della società e della squadra, la famiglia Agnelli cioè nella nuova versione Elkann. È negli annali la richiesta del loro avvocato, al processo sportivo, di retrocedere e penalizzare la squadra. Non è un caso, quindi, e non è inavvertenza.
Ben altra capacità di difesa manifestano peraltro gli Agnelli-Elkann sui fronti che li vedono personalmente sotto tiro. I fondi neri di cui sospetta Margherita Agnelli. Il riacquisto della Fiat contro le regole di Borsa. Anche i dossier aperti col governo per i trasferimenti pubblici al gruppo. Le disavventure di Lapo. Le fidanzate e le cognate. Si direbbe che usano la Juventus come un cache-sex, una mostra d’ingenuità e insieme di debolezza. Per una petizione di benevolenza: siamo ricchi e potenti ma non siamo cattivi, anzi un po’ coglioni.
Ben altra capacità di difesa manifestano peraltro gli Agnelli-Elkann sui fronti che li vedono personalmente sotto tiro. I fondi neri di cui sospetta Margherita Agnelli. Il riacquisto della Fiat contro le regole di Borsa. Anche i dossier aperti col governo per i trasferimenti pubblici al gruppo. Le disavventure di Lapo. Le fidanzate e le cognate. Si direbbe che usano la Juventus come un cache-sex, una mostra d’ingenuità e insieme di debolezza. Per una petizione di benevolenza: siamo ricchi e potenti ma non siamo cattivi, anzi un po’ coglioni.
lunedì 23 novembre 2009
Il mondo com'è - 27
astolfo
Bestemmia - È La migliore preghiera, se la via privilegiata al paradiso è il martirio. Bartolomeo, Lorenzo, Sebastiano, Agnese, Lucia, le agonie dei martiri sono lente, con sofferenze sempre acute. Nel Vecchio testamento il sacrificio non richiedeva sofferenza: una pugnalata e via, una bastonata, un colpo di netto. I Vangeli inaugurano il martirio con l’agonia di Gesù, anche anch’egli bestemmia.
Cooperazione - La benevolenza conta più del rispetto? Con i forti sì. Con i deboli irrita. Con i deboli che vogliono rafforzarsi. L’africano che gli italiani trattano a tarallucci e vino gradisce di più – ne beneficia – l’altezzosità francese e la freddezza germanica, al punto da considerare migliore la loro cooperazione per lo sviluppo. Il debole vuol essere dominato.
Giovanna d’Arco – Bruciare una signora come eretica e strega, e poi santificarla: si introduce nel dogma una dose intollerabile di anarchia. Il cristianesimo (cattolicesimo) è più dogmatico o anarchico? Una chiesa monocratica (perfettamente monocratica: non c’è nemmeno l’incubo della discendenza, a una scelta democratica pilotata dalla politica subentra lo Spirito Santo) per un’ecclesia ugualitaria? Ugualitaria e libertaria, come gli è venuto in mente.
Grecia – La Grecia antica ha una cultura “realista”. Oscar Wilde, “De Profundis”, 126: “La nostra arte è come la luna, scherza con le ombre, mentre l’arte greca è come ilsole e trattacon le cose direttamente”. Wilde dà alcuni esempi di questo atteggiamento, per ultimo le ghirlande di cui si adornavano l’artista e l’atleta, “i due esemplari tipici che la Grecia ci ha dato”: erano “ghirlande di lauro amaro e di petrosella, che non sarebbero stati altrimenti di nessuna utilità per l’uomo”. Ecco perché Omero ha difficoltà a dire i colori, compreso quello del mare: forse perché era cieco, ma anche perché i greci non discettavano sulla luce, cioè sulle ombre, bensì sull’uso di ogni cosa. Il resto è mitologia.
Lavoro – L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, dice la Costituzione, e uno penserebbe che i cavalieri del Lavoro, nominati dal capo dello Stato, massimo tutore della Costituzione, ogni anno nel giorno della festa della Repubblica, siano dei lavoratori. E invece no, sono dei pensionati. Ma non di quelli a basso reddito, anche qui bisogna distinguere. Sono quelli che non hanno più bisogni, e quindi non più stimoli al lavoro, perché hanno avuto fortuna nella vita, o hanno ereditato, e ora si godono in riposo i benefici.
Militarismo – Ripugna perché è egualitario? Il mondo militare, così strettamente gerarchico, è egualitario: è fatto di organizzazione e non di iniziativa, impone il gruppo, lavora per e in fronte alla morte, massima egualizzatrice. L’eroe guerriero è fermo a Napoleone, poi è venuto il milite ignoto.
Occidente – È la paura dell’Oriente. Una barriera, eretta per prima dai romani, fino a Costantino, al cristianesimo di Costantino. Al di qua è l’Occidente, cioè l’ordine e l’accumulazione.
L’Occidente ha tentato episodicamente di attaccare l’Oriente, frammentariamente: Alessandro, Crociate, Napoleone, regina Vittoria. L’Oriente ha tentato più volte di prendersi anche il piccolo Occidente: le invasioni sono sempre da Est a Ovest, in massa, schiaccianti. Ma ora l’Occidente potrebbe avere trovato l’arma assoluta: la civiltà dei consumi, il benessere individuale.
L’Oriente è una costruzione dell’Occidente. L’Occidente pure.
Sarebbe interessante una storia. Ma soprattutto sapere perché l’Occidente ha bisogno di queste categorie. L’Occidente c’era nella divisione dai barbari, ma non è la stessa cosa. Si afferma nelle guerre turche? Nelle Crociate? Nelle invasioni barbariche? Sono tutte occasioni che darebbero rispettabilità al termine. O si afferma con lo schiavismo e l’imperialismo?
È un privilegio: libertà, lavoro (libertà dal bisogno), cultura, sviluppo (tecnica). È stato costruito, e si costruisce, con fatica, con scetticismo, con crisi anche terribili. Ma ora l’accumulo è tale da farne un privilegio: ne beneficia anche chi non ci crede, o rema contro. Il “complesso” dell’Occidente è il risentimento contro il privilegio più che contro il suo “imperialismo”. O l’imperialismo è nei fatti, nel privilegio, anche se esso non si esercita attivamente, con le armi o il denaro? In questo caso si assolverebbe.
Sessantotto – Le sue celebrazioni – del Sessantotto come del Settantasette, dei sessantenni – sono amarcord, piene di buoni sentimenti: l’amicizia, gli amori, il calore, l’entusiasmo, la spontaneità, la spensieratezza dei vent’anni. Molto leografiche: come genere, sono harmony, sentimentale. I vent’anni di Paul Nizan? Le violenze, private e pubbliche? L’arroganza perdurante?
Togliatti – Più che un ideologo è stato un pedagogo: del disinteresse personale, dell’onestà, dell’ordine. Con Berlinguer invece, che professava di voler abbattere l’ideologia, il settarismo ha prevalso e perdura.
Turismo – Incattivisce. Oggi potremmo sopportarci anche senza privacy alla seggetta comune del bagno pubblico romano, ma non alla Rocca di San Marino o al Mont Saint Michel. È uno spreco: tanti soldi e fatica per un divertimento impossibile, tanto interesse forzato per la noia.
astolfo@antiit.eu
Bestemmia - È La migliore preghiera, se la via privilegiata al paradiso è il martirio. Bartolomeo, Lorenzo, Sebastiano, Agnese, Lucia, le agonie dei martiri sono lente, con sofferenze sempre acute. Nel Vecchio testamento il sacrificio non richiedeva sofferenza: una pugnalata e via, una bastonata, un colpo di netto. I Vangeli inaugurano il martirio con l’agonia di Gesù, anche anch’egli bestemmia.
Cooperazione - La benevolenza conta più del rispetto? Con i forti sì. Con i deboli irrita. Con i deboli che vogliono rafforzarsi. L’africano che gli italiani trattano a tarallucci e vino gradisce di più – ne beneficia – l’altezzosità francese e la freddezza germanica, al punto da considerare migliore la loro cooperazione per lo sviluppo. Il debole vuol essere dominato.
Giovanna d’Arco – Bruciare una signora come eretica e strega, e poi santificarla: si introduce nel dogma una dose intollerabile di anarchia. Il cristianesimo (cattolicesimo) è più dogmatico o anarchico? Una chiesa monocratica (perfettamente monocratica: non c’è nemmeno l’incubo della discendenza, a una scelta democratica pilotata dalla politica subentra lo Spirito Santo) per un’ecclesia ugualitaria? Ugualitaria e libertaria, come gli è venuto in mente.
Grecia – La Grecia antica ha una cultura “realista”. Oscar Wilde, “De Profundis”, 126: “La nostra arte è come la luna, scherza con le ombre, mentre l’arte greca è come ilsole e trattacon le cose direttamente”. Wilde dà alcuni esempi di questo atteggiamento, per ultimo le ghirlande di cui si adornavano l’artista e l’atleta, “i due esemplari tipici che la Grecia ci ha dato”: erano “ghirlande di lauro amaro e di petrosella, che non sarebbero stati altrimenti di nessuna utilità per l’uomo”. Ecco perché Omero ha difficoltà a dire i colori, compreso quello del mare: forse perché era cieco, ma anche perché i greci non discettavano sulla luce, cioè sulle ombre, bensì sull’uso di ogni cosa. Il resto è mitologia.
Lavoro – L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, dice la Costituzione, e uno penserebbe che i cavalieri del Lavoro, nominati dal capo dello Stato, massimo tutore della Costituzione, ogni anno nel giorno della festa della Repubblica, siano dei lavoratori. E invece no, sono dei pensionati. Ma non di quelli a basso reddito, anche qui bisogna distinguere. Sono quelli che non hanno più bisogni, e quindi non più stimoli al lavoro, perché hanno avuto fortuna nella vita, o hanno ereditato, e ora si godono in riposo i benefici.
Militarismo – Ripugna perché è egualitario? Il mondo militare, così strettamente gerarchico, è egualitario: è fatto di organizzazione e non di iniziativa, impone il gruppo, lavora per e in fronte alla morte, massima egualizzatrice. L’eroe guerriero è fermo a Napoleone, poi è venuto il milite ignoto.
Occidente – È la paura dell’Oriente. Una barriera, eretta per prima dai romani, fino a Costantino, al cristianesimo di Costantino. Al di qua è l’Occidente, cioè l’ordine e l’accumulazione.
L’Occidente ha tentato episodicamente di attaccare l’Oriente, frammentariamente: Alessandro, Crociate, Napoleone, regina Vittoria. L’Oriente ha tentato più volte di prendersi anche il piccolo Occidente: le invasioni sono sempre da Est a Ovest, in massa, schiaccianti. Ma ora l’Occidente potrebbe avere trovato l’arma assoluta: la civiltà dei consumi, il benessere individuale.
L’Oriente è una costruzione dell’Occidente. L’Occidente pure.
Sarebbe interessante una storia. Ma soprattutto sapere perché l’Occidente ha bisogno di queste categorie. L’Occidente c’era nella divisione dai barbari, ma non è la stessa cosa. Si afferma nelle guerre turche? Nelle Crociate? Nelle invasioni barbariche? Sono tutte occasioni che darebbero rispettabilità al termine. O si afferma con lo schiavismo e l’imperialismo?
È un privilegio: libertà, lavoro (libertà dal bisogno), cultura, sviluppo (tecnica). È stato costruito, e si costruisce, con fatica, con scetticismo, con crisi anche terribili. Ma ora l’accumulo è tale da farne un privilegio: ne beneficia anche chi non ci crede, o rema contro. Il “complesso” dell’Occidente è il risentimento contro il privilegio più che contro il suo “imperialismo”. O l’imperialismo è nei fatti, nel privilegio, anche se esso non si esercita attivamente, con le armi o il denaro? In questo caso si assolverebbe.
Sessantotto – Le sue celebrazioni – del Sessantotto come del Settantasette, dei sessantenni – sono amarcord, piene di buoni sentimenti: l’amicizia, gli amori, il calore, l’entusiasmo, la spontaneità, la spensieratezza dei vent’anni. Molto leografiche: come genere, sono harmony, sentimentale. I vent’anni di Paul Nizan? Le violenze, private e pubbliche? L’arroganza perdurante?
Togliatti – Più che un ideologo è stato un pedagogo: del disinteresse personale, dell’onestà, dell’ordine. Con Berlinguer invece, che professava di voler abbattere l’ideologia, il settarismo ha prevalso e perdura.
Turismo – Incattivisce. Oggi potremmo sopportarci anche senza privacy alla seggetta comune del bagno pubblico romano, ma non alla Rocca di San Marino o al Mont Saint Michel. È uno spreco: tanti soldi e fatica per un divertimento impossibile, tanto interesse forzato per la noia.
astolfo@antiit.eu
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (48)
Giuseppe Leuzzi
Napoli
Napoli, il Merditerraneo di Mozart. Avrebbe potuto essere una capitale della cultura, chissà della musica, ancora adesso in Cina e Giappone si commuovono alle romanze napoletane, ma le piace farla in pubblico. Di sotto e di sopra, guaisce e lacrima come piscia.
Nel 1820, dice Stendhal nella “Vita di Rossini”, per procurare una vera gioia agli abitanti di Napoli, non è tanto la costituzione di Spagna che si dovrebbe dargli quanto togliergli d’attorno la signorina Colbrand. Non è snobismo: la futura signora Rossini, ormai in perdita di voce ma stabilmente primadonna al San Carlo, era un vero tormento per i napoletani.
Che forse sono superficiali, ma non sono mutati.
Sicilia
Nel racconto “Filologia” (ne “Il mare colore del vino”), Sciascia fa dire al mafioso intelligente - curiosa personificazione un mafioso, seppure colto, per l’autore. “Questa è una terra… in cui nella stessa faccia… un occhio odia l’altro occhio”.
Non è sbagliato. Ma giusto se gli Sciascia sono coinvolti, i siciliani spregiatori della Sicilia. Non odiatori forse, ma capaci per una battuta di dire puttana la propria madre. La lezione del”Gattopardo” è esemplare a questo proposito: non è un principe decaduto e un memorialista disincantato, incapace, cinico, nulla di parodistico nella sua filosofia della storia, è la verità incontestata, che si narra come tale e anzi si celebra ed è celebrata. È Epimenide cretese che si diverte a sostenere come tutti i cretesi sono bugiardi.
Nel primo anno di applicazione della legge Cossiga sui pentiti e sul fermo di polizia (il decreto legge 15 dicembre 1979, convertito in legge il 6 febbraio 1980), ci fu un solo fermo a Palermo, contro 115 a Brescia – Palermo era città di 650 mila abitanti, Brescia di 190 mila.
“Muto e silenzioso\il cuor mio si rinvigorì”, è il motto del paese di Sciascia, Racalmuto. È virtù romana ma potrebbe essere il motto della mafia. Nel 1979, quando Sciascia si candidò alla Camera, a Racalmuto raccolte 636 voti, su oltre seimila votanti.
Si sono fatte nell’antichità numerose rivolte di schiavi in Sicilia. Ma perché l’isola era piena di schiavi.
È il sicilianissimo Empedocle a spiegare che il falso è straordinariamente congiunto al vero.
Nella “Guerra del Peloponneso” Alcibiade spiega agli ateniesi perché la Sicilia non è “una grande potenza”: non ha “il culto della patria”, è un miscuglio di varie razze, è facile per loro cambiare cittadinanza. Oggi si direbbe: non ha identità. Ma non senza conseguenze, dice sempre Tucidide-Alcibiade: “Ognuno si preoccupa di procurarsi a spese dell’erario, o con la facondia, o con la politica, ciò che ritiene sufficiente per poter, in caso d’insuccesso, garantirsi comunque un futuro. Né c’è da pensare che questa accozzaglia si metta insieme sotto un capo, con unità di intenti. Ben presto si allineeranno con noi”, con i vincitori.
E tuttavia la Sicilia, più di Sparta, fiaccò Atene. Tucidide è ateniese perfido e può aver esagerato, ma non inventato: la spedizione contro la Sicilia, scrive, “rimase famosa non meno per la meravigliosa baldanza dei suoi componenti e lo splendido spettacolo offerto, che per la superiorità d’armamento su nemici che si accingevano ad attaccare”.
Quella fu l’ultima vittoria dei siciliani, 2.400 anni fa dunque. Anche con argomenti speciali: Segesta si propose di confondere gli osservatori ateniesi sfoggiando grandi ricchezze, e ci riuscì. Banchetti a ripetizione dove le stoviglie si moltiplicano girando, e lo sterminato tesoro di Afrodite Ericina, di poco valore ma molto luccicante.
Che la Sicilia sia sottosviluppata è stupefacente. Ha probabilmente la più alta concentrazione al mondo di beni culturali, la più diversificata, la meglio intrattenuta. È stata regno e vice-regno, e ha una “classe dirigente” – che negli anni 1950-60 era anche probabilmente la più cosmopolita d’Italia, anzi la sola. Ha avuto un’agricoltura europea, di grano, agrumi e vini, ben prima delle riforme di Cavour in Piemonte, e ce l’ha tuttora, con l’aggiunta degli ortaggi e delle primizie, nella zona – Vittoria-Comiso - forse più desertica d’Italia. È vero che la parte pubblica è dolente e in regresso: sanità, scuola, giustizia. È questo il punto debole dell’Italia, specialmente nel Sud - in Sicilia è attenuato localmente, per i beni culturali, superprotetti e superaccuditi, e la sanità. Il ritardo è dovuto proprio a quella parte pubblica che, in teoria, nella Repubblica, ha fatto del Sud il suo punto di riferimento politico.
Il discredito della Sicilia è applicazione costante dei siciliani, anche dei sicilianisti. Si parla di abusivismo edilizio? Il siciliano non porterà mai ad esempio Genova ma Agrigento. Di abusivismo che deturpa le coste? Il siciliano non porterà mai ad esempio Santa Margherita Ligure ma Cefalù, che è invece un gioiello. Di abusivismo contro i beni culturali? Di nuovo Agrigento, la cui zona archeologica è la meglio preservata al mondo, e non Aquileia. Di autostrade che deturpano l’ambiente? Di nuovo i due o tre viadotti delle due o tre, brevi, autostrade siciliane. Magari solo per voglia di protagonismo.
leuzzi@antiit.eu
Napoli
Napoli, il Merditerraneo di Mozart. Avrebbe potuto essere una capitale della cultura, chissà della musica, ancora adesso in Cina e Giappone si commuovono alle romanze napoletane, ma le piace farla in pubblico. Di sotto e di sopra, guaisce e lacrima come piscia.
Nel 1820, dice Stendhal nella “Vita di Rossini”, per procurare una vera gioia agli abitanti di Napoli, non è tanto la costituzione di Spagna che si dovrebbe dargli quanto togliergli d’attorno la signorina Colbrand. Non è snobismo: la futura signora Rossini, ormai in perdita di voce ma stabilmente primadonna al San Carlo, era un vero tormento per i napoletani.
Che forse sono superficiali, ma non sono mutati.
Sicilia
Nel racconto “Filologia” (ne “Il mare colore del vino”), Sciascia fa dire al mafioso intelligente - curiosa personificazione un mafioso, seppure colto, per l’autore. “Questa è una terra… in cui nella stessa faccia… un occhio odia l’altro occhio”.
Non è sbagliato. Ma giusto se gli Sciascia sono coinvolti, i siciliani spregiatori della Sicilia. Non odiatori forse, ma capaci per una battuta di dire puttana la propria madre. La lezione del”Gattopardo” è esemplare a questo proposito: non è un principe decaduto e un memorialista disincantato, incapace, cinico, nulla di parodistico nella sua filosofia della storia, è la verità incontestata, che si narra come tale e anzi si celebra ed è celebrata. È Epimenide cretese che si diverte a sostenere come tutti i cretesi sono bugiardi.
Nel primo anno di applicazione della legge Cossiga sui pentiti e sul fermo di polizia (il decreto legge 15 dicembre 1979, convertito in legge il 6 febbraio 1980), ci fu un solo fermo a Palermo, contro 115 a Brescia – Palermo era città di 650 mila abitanti, Brescia di 190 mila.
“Muto e silenzioso\il cuor mio si rinvigorì”, è il motto del paese di Sciascia, Racalmuto. È virtù romana ma potrebbe essere il motto della mafia. Nel 1979, quando Sciascia si candidò alla Camera, a Racalmuto raccolte 636 voti, su oltre seimila votanti.
Si sono fatte nell’antichità numerose rivolte di schiavi in Sicilia. Ma perché l’isola era piena di schiavi.
È il sicilianissimo Empedocle a spiegare che il falso è straordinariamente congiunto al vero.
Nella “Guerra del Peloponneso” Alcibiade spiega agli ateniesi perché la Sicilia non è “una grande potenza”: non ha “il culto della patria”, è un miscuglio di varie razze, è facile per loro cambiare cittadinanza. Oggi si direbbe: non ha identità. Ma non senza conseguenze, dice sempre Tucidide-Alcibiade: “Ognuno si preoccupa di procurarsi a spese dell’erario, o con la facondia, o con la politica, ciò che ritiene sufficiente per poter, in caso d’insuccesso, garantirsi comunque un futuro. Né c’è da pensare che questa accozzaglia si metta insieme sotto un capo, con unità di intenti. Ben presto si allineeranno con noi”, con i vincitori.
E tuttavia la Sicilia, più di Sparta, fiaccò Atene. Tucidide è ateniese perfido e può aver esagerato, ma non inventato: la spedizione contro la Sicilia, scrive, “rimase famosa non meno per la meravigliosa baldanza dei suoi componenti e lo splendido spettacolo offerto, che per la superiorità d’armamento su nemici che si accingevano ad attaccare”.
Quella fu l’ultima vittoria dei siciliani, 2.400 anni fa dunque. Anche con argomenti speciali: Segesta si propose di confondere gli osservatori ateniesi sfoggiando grandi ricchezze, e ci riuscì. Banchetti a ripetizione dove le stoviglie si moltiplicano girando, e lo sterminato tesoro di Afrodite Ericina, di poco valore ma molto luccicante.
Che la Sicilia sia sottosviluppata è stupefacente. Ha probabilmente la più alta concentrazione al mondo di beni culturali, la più diversificata, la meglio intrattenuta. È stata regno e vice-regno, e ha una “classe dirigente” – che negli anni 1950-60 era anche probabilmente la più cosmopolita d’Italia, anzi la sola. Ha avuto un’agricoltura europea, di grano, agrumi e vini, ben prima delle riforme di Cavour in Piemonte, e ce l’ha tuttora, con l’aggiunta degli ortaggi e delle primizie, nella zona – Vittoria-Comiso - forse più desertica d’Italia. È vero che la parte pubblica è dolente e in regresso: sanità, scuola, giustizia. È questo il punto debole dell’Italia, specialmente nel Sud - in Sicilia è attenuato localmente, per i beni culturali, superprotetti e superaccuditi, e la sanità. Il ritardo è dovuto proprio a quella parte pubblica che, in teoria, nella Repubblica, ha fatto del Sud il suo punto di riferimento politico.
Il discredito della Sicilia è applicazione costante dei siciliani, anche dei sicilianisti. Si parla di abusivismo edilizio? Il siciliano non porterà mai ad esempio Genova ma Agrigento. Di abusivismo che deturpa le coste? Il siciliano non porterà mai ad esempio Santa Margherita Ligure ma Cefalù, che è invece un gioiello. Di abusivismo contro i beni culturali? Di nuovo Agrigento, la cui zona archeologica è la meglio preservata al mondo, e non Aquileia. Di autostrade che deturpano l’ambiente? Di nuovo i due o tre viadotti delle due o tre, brevi, autostrade siciliane. Magari solo per voglia di protagonismo.
leuzzi@antiit.eu
domenica 22 novembre 2009
Berlusconi 3 - manzoniano
Finge che niente stia succedendo, Silvio Berlusconi, ma un po’ come don Abbondio si tirava fuori dagli eventi: non vede, non sente, parla di altro, continua il suo tran-tran di statista controvoglia come se nulla fosse. La moglie Medea? La figlia cocalide? Fini Bruto? Gianburrasca Tremonti? Un terzo capitoletto andrebbe aggiunto al personaggio Berlusconi (per chi volesse documentarsi, i precedenti nel sito sono a http://www.antiit.com/2009/05/berlusconi-2-non-ce-altro.html e http://www.antiit.com/2007/11/il-mondo-com-2.html), quello del lombardo emerito manzoniano. Che fa del bene, a Montanelli, Santoro, Guzzanti, Fiorello, Mentana, Carelli, e mal gliene incoglie (per quanto, voleva fare del bene anche a Moana...). Senza uscire dalla Commedia dell’arte, i cui personaggi e canoni sono sempre vincenti in questa scena politica plebiscitaria.
Berlusconi è più manzoniano per gli Azzeccagarbugli, per la verità, che per il parroco. Non ci sono nel catalogo ormai spesso della berlusconeide, ma quella degli avvocati è la storia forse più significativa a questo punto del personaggio, oltre che avvincente. L’avvocato Dotti, con le sorelle “Omega”, Cesare Previti, Pecorella, Ghedini. Che si sono fatti una fortuna con Berlusconi, con le sue innumerevoli carte – mai azienda è stata tanto avvocatesca come la sua, ancora prima della persecuzione ambrosiana. Poi ne sono stati premiati con la toga senatoriale, qualche presidenza, qualche ministero. E alla fine gli possono fare la fronda, nei talk show e sui giornali dei suoi nemici. Solo Previti è finito male, ma era di Reggio Calabria – la manzoneide è ovviamente milanese.
Ma poi non c’è niente nella sua storia recente, dopo la “discesa in campo”, che non rientri nel copione dei “Promessi sposi”. Berlusconi è un po’ pollo tramaglinesco, un po’ don Rodrigo, un cattivo inetto. Sempre tra i preti, senza costrutto. E vittima dei bravi, di cui la sua Milano torna ad abbondare, maschi e femmine come vuole il diritto repubblicano, seppure “napoletani”: guardie di Finanza, procuratori della Repubblica, giornalisti, cronisti giudiziari, e gli abominevoli pentiti – specialisti della suppressio veri come suggestio falsi.
La D’Addario ci voleva, chi l'ha inventata è andato sul sicuro. L'arricchito milanese Berlusconi che si fa principe a Roma, con tanto di palazzo, deve sottostare a tutte le miserie del ruolo, la cupidigia delle cameriere, la perfidia del cuoco, lo spionaggio del portiere, e alle vanterie di tutte le cortigiane d’Italia, alle gelosie della moglie, incapace di vivere la politica, all'immaturità dei figli – senza magari essersi divertito. C’era tutto ciò per i principi Savoia, e per i figli e i generi del Duce, e ci sono per lui. In questo, è vero, l’Italia è rimasta indietro, ai fasti del ventennio. Berlusconi, we si fa fare sondaggi ogni giorno, doveva sapere che in Italia trombare è peccato. Lo rimproverano pure a Cossiga, con ignota interpreta irlandese (e Cossiga lo rimprovera a Moro, di cui dice che nella cattività scrivesse lettere appassionate a una formosa cantante pop). Ma questo, il gossip, non è l’Italia: è merda. Che ogni paese produce – l’Italia ne produce giusto per sessanta milioni di residenti.
Altrimenti non si esce dall'ordinario, che è cupo. Chi legge “la Repubblica” sa che vive in un paese in cui al governo sono dei criminali, sostenuti dalla mafia e dai razzisti, che in Italia sono la maggioranza, stupratori delle minorenni, conculcatori della rinomata libertà della Rai, intercettatori e assassini dei giudici e i giornalisti non ossequenti. È un sapere sprecato. Ma non senza effetto: è il modello sovietico sovrimposto – inconsciamente? peggio – al paese, che l’ideologia impegnava a odiare. Si vede che l’ideologia non è morta: Berlusconi è l’evidenza di un Muro che non è caduto, o se sì non è stato spazzato via, non in Italia, è una cartina di tornasole della malafede. Peggio ancora chi legge Asor Rosa e dice che vive nel fascismo. Che è un modo di dire pasoliniano, vetusto quindi se non preistorico. Per di più da proscritti a Capalbio, se non nella cinta senese, coi maiali carissimi. C'è bisogno insomma di un aggiornamento. Non senza un appello alla vigilanza antifascista, che sempre ci vuole.
Il topos è vecchio di almeno trent’anni (Pasolini), se non di cinquanta (Malaparte). Era fascista Craxi. Era fascista la Dc. A partire da de Gasperi, nel 1947, nel 1952. Prima cioè che lo diventasse conquistando con Berlinguer tutto il potere. Una sorta di “normalità” fascista ricorrente, che ha bisogno di una parentesi. Usa dire che il fascismo fu popolare (De Felice), fu l’espressione dei ceti medi, della piccola borghesia (Salvatorelli, Gramsci, e i tantissimi altri, per esempio Asor Rosa ultimamente). Sono connotazioni che sono anche un critica della democrazia di massa. Sì.
Nella democrazia di massa, a suffragio universale, a partecipazione diretta, è inevitabile che i partiti e le politiche vincenti siano di massa, o comunque maggioritari, e per ciò stesso rispecchino anche larghe fette di ceti popolari Ma, eticamente, una colpa si può loro addebitare solo se si identificano con gli atti perversi di un regime, non se ne sono traditi, o ne sono divenuti ostaggio. Politicamente, è insensato scindere, come usa nei film e romanzi su Pinochet o l’apartheid, la massa piccolo borghese dalla grande borghesia di censo, cultura, nascita. La prima facinorosa la seconda tollerante e illuminata. È certo vero che ci sono più torturatori fra i piccoli che fra i grandi borghesi, ma è un fatto statistico. Mentre non c’è regime che si sia affermato contro le classi dirigenti. Anche il khomeinismo: l’ayatollah fu l’uomo della grande borghesia, intellettuale, finanziaria, militare perfino, laica. Ugualmente è proporzionata secondo statistica la disillusione. Con una differenza: quella dei ricchi e colti è più visibile, sa farsi meglio valere.
C’è un curioso ergersi di spirito aristocratico nella critica al fascismo (nazismo, peronismo, razzismo, khomeinismo e integralismo, bonapartismo arabo e sudamericano) come fenomeno popolare. Curioso perché scinde la colpa e in sostanza assolve i ricchi e i potenti, anche se dichiara il contrario. È questa un’operazione di destra, anche se non rozza come il fascismo, con le armi della critica democratica. Diverso sarebbe criticare i meccanismi della democrazia popolare: la formazione-manipolazione dell’opinione pubblica, il ruolo inattendibile (strumentale) dei media, i limiti del voto. De Felice non è criticabile perché fa opera di storico: dice che il fascismo fu popolare quando lo fu, e i motivi per cui lo fu – e che fu anche impopolare. Diverso è il giudizio a carattere politico – della sociologia politica da Salvatorelli a Asor Rosa – che attacca la democrazia popolare senza criterio: senza rispondenza ai mutevoli fatti storici, e senza un quadro generale delle cause e degli esiti.
Chiusa la parentesi, resta vero che bisogna sempre essere vigili contro il fascismo. Anche di chi ha distrutto la sua università per creare un posto a sua moglie. E di chi, sia esso un giudice o un grande giornale, squalifica proditoriamente l'avversario anche se senza l'olio di ricino, con dossier prefabbricati, con servizi deviati, con le intercettazioni e gli Zappadu (chi è Zappadu?), e con le accuse facili e il tintinnar di manette. Questo lo facevano i gerarchi. Mentre questo non si può dire di Berlusconi. Che sarà, come oggi appare, un pallone gonfiato. Uno per cui il culto di se stesso non è più azione politica, ma un Ersatz della propria incapacità come politico: come uono di governo (lo hanno messo sotto personaggi del calibro di Bossi, Fini, Casini, Follini, ora di nuovo Fini), promotore di buone leggi, addomesticatore del Parlamento riottoso, promotore di energie (in due elezioni presidenziali e in innumerevoli elezioni a sindaco che avrebbe potuto vincere a man bassa, a Napoli, Roma, Firenze, Torino, Venezia, le città emiliane, le stesse città toscane, non ha saputo esprimere candidati validi, talvolta ha vinto per caso). Ma non è arrivato con squadracce di arditi, di cui la sinistra ancora si para nelle piazze, di questo non gli si può fare colpa, o con tintinnare di manette: è arrivato da signore liberale, con corteo di miti intellettuali, molto pacifici, Urbani, Marzano, Colletti, Vertone, Ferrara, Pera. Fu così che arrivò al 1994, un atto di sediziosa liberazione, se non si vuole usare la parola rivoluzione, che avrebbe dovuto spazzare via cinquant'anni di vecchia politica.
Una ragione ragionevole alla separatezza, se non all’odio, in realtà c’è, ma sottile. Se un alto livello di considerazione fosse consentito, Berlusconi potrebbe ritenersi un esempio del “populismo autoritario” codificato da Stuart Hall, studioso britannico delle culture, contro Margaret Thatcher. Con tutte le differenze, caratteriali, di storia personale, di asset e tradizione politica, di tradizione e struttura decisionale nazionale, di strumentazione dell’opinione pubblica, di ideologia – il thatcherismo è la liberalizzazione spinta, il berlusconismo i consumi. Che fanno Berlusconi più umano, e anzi banale, rispetto al primo ministro britannico, che in pochi anni ha rovesciato quattro secoli di sedimentazioni storiche. Berlusconi si può dire (suo malgrado?) il capo e il terminale del circuito casa >> musica pop, fiction, spot tv >> casa, con la scuola inerte sullo sfondo. Che esaurisce la vita sociale, ma è il motore, eh sì, della cultura di massa.
Il “popolare” è la “cultura di massa”. Non ce n’è altro: la campagna? la magia? la taranta? i dannati della terra? Retorica, neppure più bene intenzionata. E le masse (della cultura, della comunicazione) sono sempre quell’agglomerato amorfo e contraddittorio che le forze egemoni informano. Questo è scuola di Francoforte, invecchiata quanto si voglia e altezzosa, ma è la verità. Tutto è già del resto nelle “Mitologie” di Barthes, che sono vecchie di quasi sessant’anni. O nella “Società dello spettacolo”, dieci anni dopo. Gramsci, che nella subalternità prefigurava, o forse solo auspicava, forme di resistenza alle culture (interessi) dominanti, non avrebbe difficoltà a riconoscerlo. Come chiunque viva nel mondo nel suo tempo. E del resto l’antiberlusconismo questo è: un adattamento volgare della stessa scuola, gli occhi chiusi davanti di fronte alla realtà. Creandosi un paese deluso, o confuso, o narcotizzato, o farfallone, o corrotto. Una professione di aristocraticismo che avrebbe fatto inorridire Horkheimer e Adorno, plebeo ritenendo anche il “che fare?”, un po’ d’impegno politico. Mentre volgare è questo inarcare le ciglia, da vecchia zia offesa. Il paese restando la sola cosa solida di questo interminabile post-sovietismo-cum-Dc, arguto, rapido, agile, anche se non lo facciamo parlare, giusto il piagnisteo, o linguaggio Rai, e quindi si concentra sul voto. Quanta vitalità non deve avere il paese per sopravvivere in tanta dolente ipocrisia?
Ancora prima, volendo essere troppo seri, unificava la città. Che si fa risalire, in questo senso, alla città di Haussmann, uniformemente borghese, e cioè secondo impero francese. Ma la storia è nata prima della Francia, e della città già Quintiliano lamenta che la scelta delle parole, la loro pronuncia, e i linguaggi fossero quelli derivati a cascata dai maggiorenti e le persone colte, “tutto il contrario della rusticità”, che ancora si portava a segno di autenticità – non detta, Quintiliano non si avventurava come Heidegger in parole vuote di senso e di senno come l’autenticità. Al tempo di Marx, senza scuole, senza giornali e senza altri mezzi di comunicazione di massa, c’era una certa spontaneità popolare, comunque non borghese, o piccolo borghese. Ora “il linguaggio «popolare» non è altro che il linguaggio borghese imbastardito, generalizzato volgarizzato, imbalsamato in una specie di «senso comune»”, come scriveva Barthes quarant’anni fa, “un purgatorio”, che sarebbe “rivoluzionario” evitare. Ora comunque, la semiologa Kristeva l’ha accertato, “la comunicazione è una merce”, fatta apposta insomma per Berlusconi, il Grande Venditore.
Di questa cultura di massa Berlusconi è il sintomo e non la causa. Non ha creato un linguaggio, lo ha sfruttato. Non ha creato il circo mediatico, ci si è inserito. Non ha creato il teatrino politico, ci si è inserito al meglio. È il segno (questa gli piacerebbe…) non la malattia. Ha saputo sfruttare la sovversione perché meglio degli altri ha letto il senso dell’antipolitica, della rivolta contro i partiti. Con la “discesa in campo”, “forza Italia”, il “partito della libertà”, a tratti perfino dell’“amore”- sa anche che il messaggio dev’essere semplice. Da sempre ci se ne attende la fine, prima con la Boccassini, la paladina di De Benedetti nell’affare Sme, poi con Bossi, col cancro, con l’incapacità di governo, con la moglie, con Fini. Ha resistito perché ha interpretato meglio degli avversari il senso delle cose: il successo di Berlusconi, che se anche finirà fra tre anni avrà improntato venti anni di storia, non è quello del tiranno, o del moghul dei media. È lo specchio dell’opposizione, una lettura della realtà molto più efficace di quella dei suoi supponenti nemici. Qui si può innescare il discorso del paese confuso, o narcotizzato, ma dopo aver capito la propria pochezza, si nobiliti pure con Proust o le zie, e il naso arricciato per lo sdegno. "La doxa, l'opinione pubblica, costitutiva delle nostre società democratiche, potentemente aiutata dale comunicazioni di massa, non è definita dai suoi limiti, dalla sua energia di esclusione, dalla sua censura"? Questo sapeva Barthes già quarant'anni fa - ma è meglio non esagerare.
La cultura non è divisa, è unita. Non c’è una cultura borghese e una cultura popolare, opposta o diversa. Il linguaggio è peraltro mediamente comune, abbastanza equalizzato tra il movimento ascensionale della scolarizzazione e quello restrittivo della comunicazione di massa, la programmazione per vasti strati, con l’appiattimento e la semplificazione dei significati. Nella televisione di Bernabei, cinquant’anni fa, la metà delle parole non erano capite da tre quarti degli ascoltatori, oggi tre quarti delle parole sono “capite”, anche male, da tre quarti degli spettatori, quindi da borghesi e non insieme. Sempre il linguaggio popolare si modella su quello borghese, con rari innesti in senso inverso – anche nel “Simplicissimus” e nella lingua furbesca. La cultura di massa, se vogliamo, li unifica su basi eguali, il linguaggio non è più classista nella civiltà dei consumi – l’Inghilterra è simbolicamente crollata per prima, la roccaforte del classismo linguistico, col no bras e i Beatles (ma il grande mulino democratico sono gli Usa). Ma è anche fatale che in questa democrazia vincano i Berlusconi, sempre vince il voto l’interprete del senso comune.
Il terzo capitolo che ora si apre promette qualche novità: quello della monaca di Monza, nelle vesti della moglie. Una storia non altrettanto cruenta, ma non meno efferata: potrebbe essere la fine di tutto ciò che Berlusconi ha costruito. Del lodo Mondadori, e non esclusa Mediaset e tutta la Fininvest. L’aria da pugile suonato che Berlusconi ha avuto per qualche settimana non dipendeva da Fini né tanto meno da Tremonti, ma dalla decisione della moglie di sfidarlo in tribunale. Pensava di cavarsela con le ville, compresa quella svizzera della “mammetta”, e con i miliardi, mentre sua moglie vuole distruggerlo, lui e anche suoi figli, i figli di lei, niente di meno. L’azienda è tutto Berlusconi, la voglia dissolutrice della moglie di Berlusconi ne ha trovato il vero punto debole, dopo aver vagato con le veline.
Ma non si può dire, l'uomo è sempre stato fortunato - sarà la Provvidenza? E anche, a un secondo vedere, in questa storia di guaglione: le signorine del Sud hanno scacciato gli altri ben più solidi fantasmi, quelli del conflitto d’interessi, dal calcio alla giustizia.
La ragione semplice del successo di Berlusconi, che non è naturalmente il fascismo, categoria screditatissima, anche tra i fascisti, è sempre valida. È la fiducia che vuole trasmettere, e malgrado i suoi tanti difetti evidentemente ci riesce. O, più che la fiducia in Berlusconi stesso, la ripulsa del grigio vittimismo di questa sinistra, cattocomunista – che, certo, non è cattolica e non è comunista, è solo un coagulo di potere, di quelli che si sono eretti a società “civile”. La ripulsa della nozione stessa di "crisi", anche qaundo la crisi c'è, perché questa sinistra che non sa altro che godere minacciando crisi ha stufato: il paese vuole essere governato. Quest’uomo che fa ridere il mondo intero si può allora immaginarlo in negativo. Come riflesso di una situazione evidentemente ancora più ridicola. Se non del comico, come a lui piace, del santo, dell'eccesso. Non è un mistero, il suo perdurante successo è l'effetto di un'opposizione che più demente non si può.
Berlusconi si è messo lì, ed è stato messo lì, dai politici in rotta e dal partito dei padroni, per contrastare il cattocomunismo. Ma poi non ha avuto bisogno di fare nulla, giusto capitalizzare sulla serie infinita di regali della sinistra, di cui è perfino difficile assommare le stupidaggini. Che ora lavora con personaggi screditatissimi e infidi, Spatuzza, Ciancimino, per farlo passare per mafioso. E fa una battaglia di libertà sulle intercettazioni. A favore. Lo scandalo delle intercettazioni, la criminalità comune di giudici, polizie giudiziarie e croniste, difeso come lotta di libertà è solo delirante – un referendum contro le intercettazioni passerebbe col novanta per cento, se non il cento per cento, dei voti. I giudici manolesta e le polizie giudiziarie ricattano queste sinistre? Ma l’elenco delle scemenze è interminabile.
In questo senso, con questi eccezionalissimi favori, è anche l'uomo della provvidenza manzoniana. Tra collaboratori inetti, specie i ministri, che gli accozzagliano leggi wsempre sbagliate. E alleati politici tanto presuntuosi quanto vuoti di idee e di principi, quali Bossi e Fini. Uno che ogni giorno tiene a bada Bossi e Fini fa certamente una buona azione politica. Di politica gretta. Ma questa è la politica che ci ha imposto e ci impone il giustizialismo da venti anni, l'allegro golpismo dei gidici.
Ma poi è pure vero che Berlusconi non si saprebbe immaginarlo altrimenti. Con dei talk show non pregiudizialmente sfavorevoli, se non favorevoli, analoghi ai cinque-sei ostili della Rai, tutti fatti con lo stampo, stile sovietico, che giornalmente lo deridono. O come il "Corriere della sera", "la Repubblica", "la Stampa", "Il Sole 24 Ore", "Il Messaggero", i cosiddeti “giornali d’opinione”. Non si saprebbe immaginarlo altro che come il Nemico. Una figura che in astratto non è pagante.Ma al confronto con questa sinistra evidentemente sì. Perché una delle ragioni, se non la più importante, è che il paese vuole liberarsi di questa sinistra. E quando non vota Berlusconi o Bossi vota Di Pietro, Grillo, chiunque. Si fa troppo facile ironia sul cattocomunismo, che sarebbe inesistente – ma non per chi lo ha sperimentato personalmente, a “Repubblica”, alla Rizzoli Corriere, e non per chi opera tra i dipendenti pubblici, nella sanità, nella scuola, all’università, alla Rai, nei giornali, faziosissimo, durissimo.
Se si vuole, si può anche dire come si dice, che Berlusconi non ha inventato nulla: s’è solo appropriato delle turpitudini del golpe milanese sulla politica. Si prenda il capitolo Rai. Berlusconi è tristemente famoso per l’editto bulgaro, a carico di tre oppositori suoi della Rai che sono tutti noi, benché conformisti, Fazio, Santoro e Travaglio. Ma aveva dato asilo a Santoro al tempo dell’editto dei professori di Prodi di cui non si parla, molto di stagione, il bocconiano Demattè, Zaccaria e altrettali – alla Rai è difficile inventare qualcosa, ogni turpitudine è già stata sperimentata. I professori di Prodi avevano bulgarizzato anche Vespa, altra liquidazione omessa dalle cronache ma considerevole nella storia. Con l’ausilio dell’ottimo capo del Personale Pierluigi Celli, che per questo diventerà poi direttore generale – dove si segnalerà subito per l’estromissione dalla Rai di Giovanni Minoli, altro indigesto a Prodi, o a D’Alema, suo dichiarato patron politico, patron di Celli. Anche le stelline, più meno virtuose, in scoperto flirt coi vertici Rai non sono una novità di Berlusconi ma dei prodi professori. Uno di essi, il valorosissimo professor Zaccaria, di cui ancora Firenze fatica a capire il peso culturale o politico (l’uomo pensò di potersi candidare a presidente del consiglio... ), lasciò addirittura per esse la moglie e i figli benché buon cattolico. L’unica differenza con Saccà (e Berlusconi) è che Zaccaria le stelline se le faceva per davvero – peccato non averlo intercettato.
L’ambizione unica di Berlusconi è di essere accettato, e uno scandalo in più non è dirimente. Ha preso il centro-destra, qualificandosi per liberale, perché era la posizione libera, dopo il dissolvimento dei socialisti e della Dc moderata a opera dei catto-comunisti, ma non per riformare l’Italia. Era nel craxismo perché il Psi di Craxi, a sua volta tenuto a distanza dall’establishment bancario e confindustriale, promuoveva gli outsider. Ma la sua ambizione è entrare nell’establishment. Ostenta Bmw e Audi dal culo largo dopo lo sfortunato approccio all’Avvocato della Fiat (“ne tengo il ritratto sul comodino”), finito con Ruggiero ministro degli Esteri e il dialogo con i black block culminato nel G8di Genova, snobbato e anzi irriso dai nipoti dell’Avvocato, anche se entrambi non sembrano del tutto commendevoli.
Berlusconi è più manzoniano per gli Azzeccagarbugli, per la verità, che per il parroco. Non ci sono nel catalogo ormai spesso della berlusconeide, ma quella degli avvocati è la storia forse più significativa a questo punto del personaggio, oltre che avvincente. L’avvocato Dotti, con le sorelle “Omega”, Cesare Previti, Pecorella, Ghedini. Che si sono fatti una fortuna con Berlusconi, con le sue innumerevoli carte – mai azienda è stata tanto avvocatesca come la sua, ancora prima della persecuzione ambrosiana. Poi ne sono stati premiati con la toga senatoriale, qualche presidenza, qualche ministero. E alla fine gli possono fare la fronda, nei talk show e sui giornali dei suoi nemici. Solo Previti è finito male, ma era di Reggio Calabria – la manzoneide è ovviamente milanese.
Ma poi non c’è niente nella sua storia recente, dopo la “discesa in campo”, che non rientri nel copione dei “Promessi sposi”. Berlusconi è un po’ pollo tramaglinesco, un po’ don Rodrigo, un cattivo inetto. Sempre tra i preti, senza costrutto. E vittima dei bravi, di cui la sua Milano torna ad abbondare, maschi e femmine come vuole il diritto repubblicano, seppure “napoletani”: guardie di Finanza, procuratori della Repubblica, giornalisti, cronisti giudiziari, e gli abominevoli pentiti – specialisti della suppressio veri come suggestio falsi.
La D’Addario ci voleva, chi l'ha inventata è andato sul sicuro. L'arricchito milanese Berlusconi che si fa principe a Roma, con tanto di palazzo, deve sottostare a tutte le miserie del ruolo, la cupidigia delle cameriere, la perfidia del cuoco, lo spionaggio del portiere, e alle vanterie di tutte le cortigiane d’Italia, alle gelosie della moglie, incapace di vivere la politica, all'immaturità dei figli – senza magari essersi divertito. C’era tutto ciò per i principi Savoia, e per i figli e i generi del Duce, e ci sono per lui. In questo, è vero, l’Italia è rimasta indietro, ai fasti del ventennio. Berlusconi, we si fa fare sondaggi ogni giorno, doveva sapere che in Italia trombare è peccato. Lo rimproverano pure a Cossiga, con ignota interpreta irlandese (e Cossiga lo rimprovera a Moro, di cui dice che nella cattività scrivesse lettere appassionate a una formosa cantante pop). Ma questo, il gossip, non è l’Italia: è merda. Che ogni paese produce – l’Italia ne produce giusto per sessanta milioni di residenti.
Altrimenti non si esce dall'ordinario, che è cupo. Chi legge “la Repubblica” sa che vive in un paese in cui al governo sono dei criminali, sostenuti dalla mafia e dai razzisti, che in Italia sono la maggioranza, stupratori delle minorenni, conculcatori della rinomata libertà della Rai, intercettatori e assassini dei giudici e i giornalisti non ossequenti. È un sapere sprecato. Ma non senza effetto: è il modello sovietico sovrimposto – inconsciamente? peggio – al paese, che l’ideologia impegnava a odiare. Si vede che l’ideologia non è morta: Berlusconi è l’evidenza di un Muro che non è caduto, o se sì non è stato spazzato via, non in Italia, è una cartina di tornasole della malafede. Peggio ancora chi legge Asor Rosa e dice che vive nel fascismo. Che è un modo di dire pasoliniano, vetusto quindi se non preistorico. Per di più da proscritti a Capalbio, se non nella cinta senese, coi maiali carissimi. C'è bisogno insomma di un aggiornamento. Non senza un appello alla vigilanza antifascista, che sempre ci vuole.
Il topos è vecchio di almeno trent’anni (Pasolini), se non di cinquanta (Malaparte). Era fascista Craxi. Era fascista la Dc. A partire da de Gasperi, nel 1947, nel 1952. Prima cioè che lo diventasse conquistando con Berlinguer tutto il potere. Una sorta di “normalità” fascista ricorrente, che ha bisogno di una parentesi. Usa dire che il fascismo fu popolare (De Felice), fu l’espressione dei ceti medi, della piccola borghesia (Salvatorelli, Gramsci, e i tantissimi altri, per esempio Asor Rosa ultimamente). Sono connotazioni che sono anche un critica della democrazia di massa. Sì.
Nella democrazia di massa, a suffragio universale, a partecipazione diretta, è inevitabile che i partiti e le politiche vincenti siano di massa, o comunque maggioritari, e per ciò stesso rispecchino anche larghe fette di ceti popolari Ma, eticamente, una colpa si può loro addebitare solo se si identificano con gli atti perversi di un regime, non se ne sono traditi, o ne sono divenuti ostaggio. Politicamente, è insensato scindere, come usa nei film e romanzi su Pinochet o l’apartheid, la massa piccolo borghese dalla grande borghesia di censo, cultura, nascita. La prima facinorosa la seconda tollerante e illuminata. È certo vero che ci sono più torturatori fra i piccoli che fra i grandi borghesi, ma è un fatto statistico. Mentre non c’è regime che si sia affermato contro le classi dirigenti. Anche il khomeinismo: l’ayatollah fu l’uomo della grande borghesia, intellettuale, finanziaria, militare perfino, laica. Ugualmente è proporzionata secondo statistica la disillusione. Con una differenza: quella dei ricchi e colti è più visibile, sa farsi meglio valere.
C’è un curioso ergersi di spirito aristocratico nella critica al fascismo (nazismo, peronismo, razzismo, khomeinismo e integralismo, bonapartismo arabo e sudamericano) come fenomeno popolare. Curioso perché scinde la colpa e in sostanza assolve i ricchi e i potenti, anche se dichiara il contrario. È questa un’operazione di destra, anche se non rozza come il fascismo, con le armi della critica democratica. Diverso sarebbe criticare i meccanismi della democrazia popolare: la formazione-manipolazione dell’opinione pubblica, il ruolo inattendibile (strumentale) dei media, i limiti del voto. De Felice non è criticabile perché fa opera di storico: dice che il fascismo fu popolare quando lo fu, e i motivi per cui lo fu – e che fu anche impopolare. Diverso è il giudizio a carattere politico – della sociologia politica da Salvatorelli a Asor Rosa – che attacca la democrazia popolare senza criterio: senza rispondenza ai mutevoli fatti storici, e senza un quadro generale delle cause e degli esiti.
Chiusa la parentesi, resta vero che bisogna sempre essere vigili contro il fascismo. Anche di chi ha distrutto la sua università per creare un posto a sua moglie. E di chi, sia esso un giudice o un grande giornale, squalifica proditoriamente l'avversario anche se senza l'olio di ricino, con dossier prefabbricati, con servizi deviati, con le intercettazioni e gli Zappadu (chi è Zappadu?), e con le accuse facili e il tintinnar di manette. Questo lo facevano i gerarchi. Mentre questo non si può dire di Berlusconi. Che sarà, come oggi appare, un pallone gonfiato. Uno per cui il culto di se stesso non è più azione politica, ma un Ersatz della propria incapacità come politico: come uono di governo (lo hanno messo sotto personaggi del calibro di Bossi, Fini, Casini, Follini, ora di nuovo Fini), promotore di buone leggi, addomesticatore del Parlamento riottoso, promotore di energie (in due elezioni presidenziali e in innumerevoli elezioni a sindaco che avrebbe potuto vincere a man bassa, a Napoli, Roma, Firenze, Torino, Venezia, le città emiliane, le stesse città toscane, non ha saputo esprimere candidati validi, talvolta ha vinto per caso). Ma non è arrivato con squadracce di arditi, di cui la sinistra ancora si para nelle piazze, di questo non gli si può fare colpa, o con tintinnare di manette: è arrivato da signore liberale, con corteo di miti intellettuali, molto pacifici, Urbani, Marzano, Colletti, Vertone, Ferrara, Pera. Fu così che arrivò al 1994, un atto di sediziosa liberazione, se non si vuole usare la parola rivoluzione, che avrebbe dovuto spazzare via cinquant'anni di vecchia politica.
Una ragione ragionevole alla separatezza, se non all’odio, in realtà c’è, ma sottile. Se un alto livello di considerazione fosse consentito, Berlusconi potrebbe ritenersi un esempio del “populismo autoritario” codificato da Stuart Hall, studioso britannico delle culture, contro Margaret Thatcher. Con tutte le differenze, caratteriali, di storia personale, di asset e tradizione politica, di tradizione e struttura decisionale nazionale, di strumentazione dell’opinione pubblica, di ideologia – il thatcherismo è la liberalizzazione spinta, il berlusconismo i consumi. Che fanno Berlusconi più umano, e anzi banale, rispetto al primo ministro britannico, che in pochi anni ha rovesciato quattro secoli di sedimentazioni storiche. Berlusconi si può dire (suo malgrado?) il capo e il terminale del circuito casa >> musica pop, fiction, spot tv >> casa, con la scuola inerte sullo sfondo. Che esaurisce la vita sociale, ma è il motore, eh sì, della cultura di massa.
Il “popolare” è la “cultura di massa”. Non ce n’è altro: la campagna? la magia? la taranta? i dannati della terra? Retorica, neppure più bene intenzionata. E le masse (della cultura, della comunicazione) sono sempre quell’agglomerato amorfo e contraddittorio che le forze egemoni informano. Questo è scuola di Francoforte, invecchiata quanto si voglia e altezzosa, ma è la verità. Tutto è già del resto nelle “Mitologie” di Barthes, che sono vecchie di quasi sessant’anni. O nella “Società dello spettacolo”, dieci anni dopo. Gramsci, che nella subalternità prefigurava, o forse solo auspicava, forme di resistenza alle culture (interessi) dominanti, non avrebbe difficoltà a riconoscerlo. Come chiunque viva nel mondo nel suo tempo. E del resto l’antiberlusconismo questo è: un adattamento volgare della stessa scuola, gli occhi chiusi davanti di fronte alla realtà. Creandosi un paese deluso, o confuso, o narcotizzato, o farfallone, o corrotto. Una professione di aristocraticismo che avrebbe fatto inorridire Horkheimer e Adorno, plebeo ritenendo anche il “che fare?”, un po’ d’impegno politico. Mentre volgare è questo inarcare le ciglia, da vecchia zia offesa. Il paese restando la sola cosa solida di questo interminabile post-sovietismo-cum-Dc, arguto, rapido, agile, anche se non lo facciamo parlare, giusto il piagnisteo, o linguaggio Rai, e quindi si concentra sul voto. Quanta vitalità non deve avere il paese per sopravvivere in tanta dolente ipocrisia?
Ancora prima, volendo essere troppo seri, unificava la città. Che si fa risalire, in questo senso, alla città di Haussmann, uniformemente borghese, e cioè secondo impero francese. Ma la storia è nata prima della Francia, e della città già Quintiliano lamenta che la scelta delle parole, la loro pronuncia, e i linguaggi fossero quelli derivati a cascata dai maggiorenti e le persone colte, “tutto il contrario della rusticità”, che ancora si portava a segno di autenticità – non detta, Quintiliano non si avventurava come Heidegger in parole vuote di senso e di senno come l’autenticità. Al tempo di Marx, senza scuole, senza giornali e senza altri mezzi di comunicazione di massa, c’era una certa spontaneità popolare, comunque non borghese, o piccolo borghese. Ora “il linguaggio «popolare» non è altro che il linguaggio borghese imbastardito, generalizzato volgarizzato, imbalsamato in una specie di «senso comune»”, come scriveva Barthes quarant’anni fa, “un purgatorio”, che sarebbe “rivoluzionario” evitare. Ora comunque, la semiologa Kristeva l’ha accertato, “la comunicazione è una merce”, fatta apposta insomma per Berlusconi, il Grande Venditore.
Di questa cultura di massa Berlusconi è il sintomo e non la causa. Non ha creato un linguaggio, lo ha sfruttato. Non ha creato il circo mediatico, ci si è inserito. Non ha creato il teatrino politico, ci si è inserito al meglio. È il segno (questa gli piacerebbe…) non la malattia. Ha saputo sfruttare la sovversione perché meglio degli altri ha letto il senso dell’antipolitica, della rivolta contro i partiti. Con la “discesa in campo”, “forza Italia”, il “partito della libertà”, a tratti perfino dell’“amore”- sa anche che il messaggio dev’essere semplice. Da sempre ci se ne attende la fine, prima con la Boccassini, la paladina di De Benedetti nell’affare Sme, poi con Bossi, col cancro, con l’incapacità di governo, con la moglie, con Fini. Ha resistito perché ha interpretato meglio degli avversari il senso delle cose: il successo di Berlusconi, che se anche finirà fra tre anni avrà improntato venti anni di storia, non è quello del tiranno, o del moghul dei media. È lo specchio dell’opposizione, una lettura della realtà molto più efficace di quella dei suoi supponenti nemici. Qui si può innescare il discorso del paese confuso, o narcotizzato, ma dopo aver capito la propria pochezza, si nobiliti pure con Proust o le zie, e il naso arricciato per lo sdegno. "La doxa, l'opinione pubblica, costitutiva delle nostre società democratiche, potentemente aiutata dale comunicazioni di massa, non è definita dai suoi limiti, dalla sua energia di esclusione, dalla sua censura"? Questo sapeva Barthes già quarant'anni fa - ma è meglio non esagerare.
La cultura non è divisa, è unita. Non c’è una cultura borghese e una cultura popolare, opposta o diversa. Il linguaggio è peraltro mediamente comune, abbastanza equalizzato tra il movimento ascensionale della scolarizzazione e quello restrittivo della comunicazione di massa, la programmazione per vasti strati, con l’appiattimento e la semplificazione dei significati. Nella televisione di Bernabei, cinquant’anni fa, la metà delle parole non erano capite da tre quarti degli ascoltatori, oggi tre quarti delle parole sono “capite”, anche male, da tre quarti degli spettatori, quindi da borghesi e non insieme. Sempre il linguaggio popolare si modella su quello borghese, con rari innesti in senso inverso – anche nel “Simplicissimus” e nella lingua furbesca. La cultura di massa, se vogliamo, li unifica su basi eguali, il linguaggio non è più classista nella civiltà dei consumi – l’Inghilterra è simbolicamente crollata per prima, la roccaforte del classismo linguistico, col no bras e i Beatles (ma il grande mulino democratico sono gli Usa). Ma è anche fatale che in questa democrazia vincano i Berlusconi, sempre vince il voto l’interprete del senso comune.
Il terzo capitolo che ora si apre promette qualche novità: quello della monaca di Monza, nelle vesti della moglie. Una storia non altrettanto cruenta, ma non meno efferata: potrebbe essere la fine di tutto ciò che Berlusconi ha costruito. Del lodo Mondadori, e non esclusa Mediaset e tutta la Fininvest. L’aria da pugile suonato che Berlusconi ha avuto per qualche settimana non dipendeva da Fini né tanto meno da Tremonti, ma dalla decisione della moglie di sfidarlo in tribunale. Pensava di cavarsela con le ville, compresa quella svizzera della “mammetta”, e con i miliardi, mentre sua moglie vuole distruggerlo, lui e anche suoi figli, i figli di lei, niente di meno. L’azienda è tutto Berlusconi, la voglia dissolutrice della moglie di Berlusconi ne ha trovato il vero punto debole, dopo aver vagato con le veline.
Ma non si può dire, l'uomo è sempre stato fortunato - sarà la Provvidenza? E anche, a un secondo vedere, in questa storia di guaglione: le signorine del Sud hanno scacciato gli altri ben più solidi fantasmi, quelli del conflitto d’interessi, dal calcio alla giustizia.
La ragione semplice del successo di Berlusconi, che non è naturalmente il fascismo, categoria screditatissima, anche tra i fascisti, è sempre valida. È la fiducia che vuole trasmettere, e malgrado i suoi tanti difetti evidentemente ci riesce. O, più che la fiducia in Berlusconi stesso, la ripulsa del grigio vittimismo di questa sinistra, cattocomunista – che, certo, non è cattolica e non è comunista, è solo un coagulo di potere, di quelli che si sono eretti a società “civile”. La ripulsa della nozione stessa di "crisi", anche qaundo la crisi c'è, perché questa sinistra che non sa altro che godere minacciando crisi ha stufato: il paese vuole essere governato. Quest’uomo che fa ridere il mondo intero si può allora immaginarlo in negativo. Come riflesso di una situazione evidentemente ancora più ridicola. Se non del comico, come a lui piace, del santo, dell'eccesso. Non è un mistero, il suo perdurante successo è l'effetto di un'opposizione che più demente non si può.
Berlusconi si è messo lì, ed è stato messo lì, dai politici in rotta e dal partito dei padroni, per contrastare il cattocomunismo. Ma poi non ha avuto bisogno di fare nulla, giusto capitalizzare sulla serie infinita di regali della sinistra, di cui è perfino difficile assommare le stupidaggini. Che ora lavora con personaggi screditatissimi e infidi, Spatuzza, Ciancimino, per farlo passare per mafioso. E fa una battaglia di libertà sulle intercettazioni. A favore. Lo scandalo delle intercettazioni, la criminalità comune di giudici, polizie giudiziarie e croniste, difeso come lotta di libertà è solo delirante – un referendum contro le intercettazioni passerebbe col novanta per cento, se non il cento per cento, dei voti. I giudici manolesta e le polizie giudiziarie ricattano queste sinistre? Ma l’elenco delle scemenze è interminabile.
In questo senso, con questi eccezionalissimi favori, è anche l'uomo della provvidenza manzoniana. Tra collaboratori inetti, specie i ministri, che gli accozzagliano leggi wsempre sbagliate. E alleati politici tanto presuntuosi quanto vuoti di idee e di principi, quali Bossi e Fini. Uno che ogni giorno tiene a bada Bossi e Fini fa certamente una buona azione politica. Di politica gretta. Ma questa è la politica che ci ha imposto e ci impone il giustizialismo da venti anni, l'allegro golpismo dei gidici.
Ma poi è pure vero che Berlusconi non si saprebbe immaginarlo altrimenti. Con dei talk show non pregiudizialmente sfavorevoli, se non favorevoli, analoghi ai cinque-sei ostili della Rai, tutti fatti con lo stampo, stile sovietico, che giornalmente lo deridono. O come il "Corriere della sera", "la Repubblica", "la Stampa", "Il Sole 24 Ore", "Il Messaggero", i cosiddeti “giornali d’opinione”. Non si saprebbe immaginarlo altro che come il Nemico. Una figura che in astratto non è pagante.Ma al confronto con questa sinistra evidentemente sì. Perché una delle ragioni, se non la più importante, è che il paese vuole liberarsi di questa sinistra. E quando non vota Berlusconi o Bossi vota Di Pietro, Grillo, chiunque. Si fa troppo facile ironia sul cattocomunismo, che sarebbe inesistente – ma non per chi lo ha sperimentato personalmente, a “Repubblica”, alla Rizzoli Corriere, e non per chi opera tra i dipendenti pubblici, nella sanità, nella scuola, all’università, alla Rai, nei giornali, faziosissimo, durissimo.
Se si vuole, si può anche dire come si dice, che Berlusconi non ha inventato nulla: s’è solo appropriato delle turpitudini del golpe milanese sulla politica. Si prenda il capitolo Rai. Berlusconi è tristemente famoso per l’editto bulgaro, a carico di tre oppositori suoi della Rai che sono tutti noi, benché conformisti, Fazio, Santoro e Travaglio. Ma aveva dato asilo a Santoro al tempo dell’editto dei professori di Prodi di cui non si parla, molto di stagione, il bocconiano Demattè, Zaccaria e altrettali – alla Rai è difficile inventare qualcosa, ogni turpitudine è già stata sperimentata. I professori di Prodi avevano bulgarizzato anche Vespa, altra liquidazione omessa dalle cronache ma considerevole nella storia. Con l’ausilio dell’ottimo capo del Personale Pierluigi Celli, che per questo diventerà poi direttore generale – dove si segnalerà subito per l’estromissione dalla Rai di Giovanni Minoli, altro indigesto a Prodi, o a D’Alema, suo dichiarato patron politico, patron di Celli. Anche le stelline, più meno virtuose, in scoperto flirt coi vertici Rai non sono una novità di Berlusconi ma dei prodi professori. Uno di essi, il valorosissimo professor Zaccaria, di cui ancora Firenze fatica a capire il peso culturale o politico (l’uomo pensò di potersi candidare a presidente del consiglio... ), lasciò addirittura per esse la moglie e i figli benché buon cattolico. L’unica differenza con Saccà (e Berlusconi) è che Zaccaria le stelline se le faceva per davvero – peccato non averlo intercettato.
L’ambizione unica di Berlusconi è di essere accettato, e uno scandalo in più non è dirimente. Ha preso il centro-destra, qualificandosi per liberale, perché era la posizione libera, dopo il dissolvimento dei socialisti e della Dc moderata a opera dei catto-comunisti, ma non per riformare l’Italia. Era nel craxismo perché il Psi di Craxi, a sua volta tenuto a distanza dall’establishment bancario e confindustriale, promuoveva gli outsider. Ma la sua ambizione è entrare nell’establishment. Ostenta Bmw e Audi dal culo largo dopo lo sfortunato approccio all’Avvocato della Fiat (“ne tengo il ritratto sul comodino”), finito con Ruggiero ministro degli Esteri e il dialogo con i black block culminato nel G8di Genova, snobbato e anzi irriso dai nipoti dell’Avvocato, anche se entrambi non sembrano del tutto commendevoli.
Decisione a tre, Roma cerca contromosse
Decisione in comitato ristretto per la combinata al vertice della Ue. Sul nome di van Rompuy un po’ di coordinamento c’è stato, anche la Farnesina ne aveva sentito parlare. Sul nome della Ashton invece il suggerimento di Brown è stato comunicato unicamente a Sarkozy e Angela Merkel, che hanno risposto: “Fai tu”. Pur di non avere un presidente che governa, quale sarebbe stato Tony Blair, il presidente francese e la cancelliera tedesca hanno delegato la scelta del ministro degli Esteri e della difesa a Brown. E fra i tre la scelta è stata concordata, gli altri ventiquattro membri dell’Ue, compresa la presidenza di turno svedese, si sono trovati il nome pronto senza discussione.
La Farnesina dissimula, come tutti gli altri membri dell’Unione, ma c’è sconcerto più che sarcasmo per la scelta di Brown. Cioè per la delega che il premier britannico ha avuto da Parigi e Berlino. Berlusconi ha finto di benedire la scelta, ma è uscito dal vertice frastornato e anche furibondo. E una reazione si prepara, anche se non si sa ancora come e dove. Da un certo punto di vista, del funzionamento dell’Unione, non c’è fretta: non cambia nulla, l’Ue va avanti come prima. Ma per altri aspetti Roma ha bisogno di sapere, e anche di contare. Se il modello Rompuy-Ashton dovesse passare incontestato, l’Italia si troverebbe tagliata fuori da molti scacchieri nei quali ha, fra i paesi dell’Ue, un interesse prevalente o di primo piano: in Libano, in Afghanistan, in Iran, nell’Iraq dopo il ritiro americano, e nelle intese con la Russia e la Turchia per il gas.
La Farnesina dissimula, come tutti gli altri membri dell’Unione, ma c’è sconcerto più che sarcasmo per la scelta di Brown. Cioè per la delega che il premier britannico ha avuto da Parigi e Berlino. Berlusconi ha finto di benedire la scelta, ma è uscito dal vertice frastornato e anche furibondo. E una reazione si prepara, anche se non si sa ancora come e dove. Da un certo punto di vista, del funzionamento dell’Unione, non c’è fretta: non cambia nulla, l’Ue va avanti come prima. Ma per altri aspetti Roma ha bisogno di sapere, e anche di contare. Se il modello Rompuy-Ashton dovesse passare incontestato, l’Italia si troverebbe tagliata fuori da molti scacchieri nei quali ha, fra i paesi dell’Ue, un interesse prevalente o di primo piano: in Libano, in Afghanistan, in Iran, nell’Iraq dopo il ritiro americano, e nelle intese con la Russia e la Turchia per il gas.
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