Vent’anni fa, giorno per giorno:
“Dunque Di Pietro è stato da giovane in Germania ma non si sa per che fare. Dicono che facesse l’operaio, ma dove, in che azienda, non si sa. E sì che ci sono cronisti che vivono di queste cose, e di viaggi in Germania a spese del giornale. Soprattutto tacciono i suoi agiografi. Che sono quasi tutti giornalisti loffi, di cui si sospetta che siano prezzolati – cosa normalmente vera.
“È un po’ affettato, anche, questo Giustiziere Teutonico: fa il figlio del popolo, ingenuo, un po’ fuori posto (un po’ analfabeta, un po’ ignorante, un po’ malvestito, un po’ provinciale, eccetera), e compagnone. Mentre è palese che ha un pelo sullo stomaco alto così, furbo e brusco (violento). Rozzo con giudizio, direbbe Manzoni: una maschera da pr, anzi da Madison Avenue, sofisticata. Rappresenta qualcuno? Trova carte dappertutto: qualcuno gliele prepara?
“Magari Di Pietro è stato in Germania per turismo. Ma non ha una biografia. L’uomo più, e più instantaneamente, biografato non ha un passato. Cioè ne ha uno costruito. Come si fa per le spie. È stato emigrante? Sì e no. Era – è – missino? Sì, e no. Anche del suo passato in Polizia non si sa nulla, a parte che “si faceva” le poliziotte. Di lui ora solo si sa che a Milano “se la fa” col console americano. Uno che si occupa di politica invece che di affari. Si e no? Ce lo fanno sapere per metterci in sospetto? Come fanno le spie”.
venerdì 31 agosto 2012
giovedì 30 agosto 2012
Letture - 108
letterautore
Dante – È navigante. “Era già l'ora che volge il disio \ai navicanti e 'ntenerisce il core”. O: “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io \fossimo presi per incantamento, \e messi in un vasel ch’ad ogni vento \per mare andasse al voler vostro e mio”. O “lo gran mar de l’essere”. E la sua chiusa Firenze apostrofa: “Che per mare e per terra batti l'ali”.
È favoloso romanziere (narratore). Anche nelle opere saggistiche, sul volgare, sulla monarchia.
È conservatore? Marco Santagata ripropone (“Dante, il romanzo della sua vita”) l’improponibile quesito. Distinguendo acutamente, tra il Dante avanguardista (lingua, pittura, architettura) e il Dante retrogrado (società, politica). Qui reazionario più che conservatore: spregiatore della finanza, l’industria, il commercio, e delle insorgenze democratiche, a favore degli statuti feudali, e dei due “soli”, il papa e l’imperatore ognuno nel suo recinto.
È una schizofrenia che Pound, il dantista, ha riproposto nel primo Novecento. Ma in realtà non lo è: l’innovatore massimo Dante non è un lodatore del buon tempo antico quanto della pace e della giustizia. Nel concetto, poi perento, ma allora e ancora per qualche secolo sentito e diffuso, e rivoluzionario, dell’unità. Dell’unità imperiale e della cristianità, che costituivano un tutt’uno. Frances Yates lo attesta, ma anche la lettura di Dante – un po’ come Pound, che finì fascista per volersi jeffersoniano, americano rivoluzionario cioè.
Discorso – Petros Markaris ha scritto i due ultimi romanzi “Prestiti scaduti” e “L’esattore”, sulle cause della crisi del suo paese: le banche, l’evasione fiscale, la corruzione. Facendo morire banchieri e evasori (per “condono tombale”), mentre vitupera la Germania. Ma questa con rispetto. E assumendo contro la Grecia tutte le ingiurie della “Bild” e dei tedeschi ai greci – ai greci più che alla Grecia. “In Grecia chi lavora rimane al palo”, in Grecia si ruba, in Grecia la politica è corrotta, in Grecia la burocrazia è corrotta. Solo in Grecia.
Il discorso, la “narrazione” degli storici, fa la realtà. Fra la verità delle cose, perfino della natura, minerali inclusi, o dell’anagrafe, o del Dna. È l’opinione pubblica. Il “discorso” più spesso consacra i luoghi comuni – nozione trascurata che andrebbe ripresa, essendo oggi ben più viva e pervasiva che centocinquant’anni fa al tempo di Flaubert. Un’opinione che è quindi un falso al quadrato: la nostra “realtà” è doppiamente falsa.
Giallo – Si fa con materiali di scarto: alcol, velocità, avidità, invidia, stupidità. Con scene da serie B: la scazzottata o sparatoria, la fuga con inseguimento, il pedinamento, l’agguato, la macelleria. Con forme logiche basiche e non concludenti: l’induzione, la deduzione (Sherlock Holmes si salva con la sorpresa, l’inatteso).
Hitchcock li fa diversi, ma sono thriller, non sono gialli.
È la sorpresa. La vuole ogni poche pagine. È il segreto dei giallisti seriali, Camilleri, Simenon, A. Christie: riciclare inflessibili i cliché (manie, complicità, convenevoli, caratteri), e spiazzarli con la sorpresa.
Leggere – È ricerca, e scoperta. È grata quando la scoperta scatta, l’interesse è in qualche modo esaudito. Il lettore non riscrive l’autore o l’opera, li incontra. Per una serie di contorni imprevedibili – ogni lettura dello stesso testo è diversa, per situazioni proprie del singolo lettore, per l’aria del tempo.
È crearsi dei desideri.
Viaggiare, dice Norman Douglas che ha sempre viaggiato, consente di leggere poco, e meglio. I libri importanti. Che si leggono magari per caso. Senza correre dietro alle novità. Ma neppure questo è vero, si legge quello che capita, ed è il peggio di tutto, inevitabilmente, si legge qualsiasi cosa, rapidamente, e si dimentica. Sarà anche per questo che i viaggiatori propalano cazzate, Genovesi, per quanto vi si applichi nelle “Lettere accademiche”, non sa farne il campionario. E si finisce per rimpiangere di essere partiti: viaggiare è inesauribile, e inutile. È stanchezza? Anche il viaggiatore sentimentale diventa stanco della sua curiosità – per primo il pastore Sterne, che viaggiò unicamente per motivi di salute.
Leggere, operazione attiva e non passiva quale il viaggiare, si può solo da fermi.
Traduzione – Pone il problema della “lettura”. Doppiamente. Come immedesimazione in un autore – un’estensione dell’arte della conversazione. O del principio del dialogo, il fondamento della socialità, la casa della personalità. E come esercizio delle “strutture sintattiche”: le parole non si combinano in modo statistico, della meccanica statistica, ma per una matematica più complessa, che individui relazioni tra le parole (sintassi) e ponga le diverse sintassi delle lingue “naturali” in una relazione significativa (ordinata).
Ha forse per questo natura inafferrabile, sotto l’apparente funzionalità, sfuggente. La matrice delle sintassi è sconosciuta. Il linguista Andrea Moro la compara (“Parlo, dunque sono”, p. 69) a “un «effetto ottico» negativo”, un lampo, un miraggio.
Viaggiare - Il Medio Evo non vedeva di buon occhio ebrei erranti e studenti vagabondi. Ma era per questo il Medio Evo, che un apprendistato vagante poi imponeva agli artigiani, la classe produttrice. E forse neanche la morte è quiete, la resurrezione dei corpi è il mistero più affascinante. Il viaggio di Ulisse inizia dopo la discesa all’inferno. Verso una patria che è un’isola sassosa. Omero a ragione, dice l’asino di Apuleio, quando volle descrivere un uomo d’impareggiabile saggezza, immaginò che egli l’avesse acquisita visitando molte città e conoscendo vari popoli. Lo dice Dante in realtà – leggendo Apuleio? Ma poi tutti scappano da Troia, vincitori e vinti, dopo dieci anni di guerra avevano bisogno di cambiare.
Si viaggia anche nell’immobilità, o nell’isolamento, Robinson Crusoe è un viaggiatore per due terzi del romanzo. È anzi impensabile quante cose vedono quelli che non si muovono. “Alle mie solitudini vado, dalle mie solitudini vengo”, direbbe Lope de Vega. Rischiando però di segnare il passo, mentre il vero viaggiatore si sposta. “Perché affannarsi nei viaggi?”, si chiede Michaux, che viene dal Belgio, il plat pays, “posso arrangiarmelo da me, il loro paese”, ma lui è uno che ha sempre viaggiato, in tutti i modi.
I benefici del viaggio sono quelli di un’esperienza inutile, si sa. Il viaggiatore, avendo visto più cose, torna estraneo. E più spesso non è atteso, anche se non ha lasciato cattiva memoria, tutto come in Omero. Ma viaggiare è utile, “fa lavorare l’immaginazione”, Céline decolla così - “fuggiasco logico e autentico” a detta di Alvaro, al cui parere “i viaggi prolungano la vita”. Per Gide “la percezione comincia dove cambia la sensazione, da qui la necessità del viaggio”. Gide lo diceva tra i ragazzi di Biskrà, ma è vero di ogni sensazione. Anche perché viaggiare è una forma dell’invenzione, dai tempi di Omero è inventare, le stesse cose viste o vissute. Sia pure nella specie del “sapere amaro”, le assonanze di cui Baudelaire si compiaceva, di suoni e di significati. Perfino travel, che in francese, castigliano, catalano, portoghese, e in numerosi dolenti dialetti italiani significa travaglio, per gli inglesi diventa dilettarsi vagabondando, strascico dell’impero. Primavera sacra era nell’uso pelasgico la migrazione dei giovani alla ventura, sotto la guida di un animale sacro, che il contatto aveva mantenuto più diretto con la natura, un picchio verde, un orso, un lupo - il mito greco è molto poco greco: non si possono a-mare le mitologie, che sono classificazioni, di dei e santi che si ricordano per una sola azione, la passione unica che è ripetizione, spaventosa.
Viaggiamo soprattutto quelli del sangue del gruppo B, zingaresco. Ma non sempre bisogna partire, se non simbolicamente. Basta l’animo. “Qui e in nessun luogo è l’America”, direbbe il Lotario del “Meister”. Il viaggio è la predisposizione al viaggio, il cuore sgombro. Altrimenti si può finire come Ulisse, che dormendo si lasciò sfuggire la sua Itaca, che cercava. O come Magellano, che attraversò il Pacifico, pieno di isole, e non ne vide nessuna. Lo spostamento, la lontananza di migliaia di chilometri, non c’è in quell’esperto mentore di luoghi diversi e viaggi che è Walter Benjamin, non è d’obbligo: lo spostamento è solo ragionare di sé a se stessi - se non che la memoria ha in breve colmato la sua sor-presa, tra Proust e Benjamin, la narrazione della memoria, fino all’orlo, intenibile, mai genere fu così subito battuto e svuotato.
letterautore@antiit.eu
Dante – È navigante. “Era già l'ora che volge il disio \ai navicanti e 'ntenerisce il core”. O: “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io \fossimo presi per incantamento, \e messi in un vasel ch’ad ogni vento \per mare andasse al voler vostro e mio”. O “lo gran mar de l’essere”. E la sua chiusa Firenze apostrofa: “Che per mare e per terra batti l'ali”.
È favoloso romanziere (narratore). Anche nelle opere saggistiche, sul volgare, sulla monarchia.
È conservatore? Marco Santagata ripropone (“Dante, il romanzo della sua vita”) l’improponibile quesito. Distinguendo acutamente, tra il Dante avanguardista (lingua, pittura, architettura) e il Dante retrogrado (società, politica). Qui reazionario più che conservatore: spregiatore della finanza, l’industria, il commercio, e delle insorgenze democratiche, a favore degli statuti feudali, e dei due “soli”, il papa e l’imperatore ognuno nel suo recinto.
È una schizofrenia che Pound, il dantista, ha riproposto nel primo Novecento. Ma in realtà non lo è: l’innovatore massimo Dante non è un lodatore del buon tempo antico quanto della pace e della giustizia. Nel concetto, poi perento, ma allora e ancora per qualche secolo sentito e diffuso, e rivoluzionario, dell’unità. Dell’unità imperiale e della cristianità, che costituivano un tutt’uno. Frances Yates lo attesta, ma anche la lettura di Dante – un po’ come Pound, che finì fascista per volersi jeffersoniano, americano rivoluzionario cioè.
Discorso – Petros Markaris ha scritto i due ultimi romanzi “Prestiti scaduti” e “L’esattore”, sulle cause della crisi del suo paese: le banche, l’evasione fiscale, la corruzione. Facendo morire banchieri e evasori (per “condono tombale”), mentre vitupera la Germania. Ma questa con rispetto. E assumendo contro la Grecia tutte le ingiurie della “Bild” e dei tedeschi ai greci – ai greci più che alla Grecia. “In Grecia chi lavora rimane al palo”, in Grecia si ruba, in Grecia la politica è corrotta, in Grecia la burocrazia è corrotta. Solo in Grecia.
Il discorso, la “narrazione” degli storici, fa la realtà. Fra la verità delle cose, perfino della natura, minerali inclusi, o dell’anagrafe, o del Dna. È l’opinione pubblica. Il “discorso” più spesso consacra i luoghi comuni – nozione trascurata che andrebbe ripresa, essendo oggi ben più viva e pervasiva che centocinquant’anni fa al tempo di Flaubert. Un’opinione che è quindi un falso al quadrato: la nostra “realtà” è doppiamente falsa.
Giallo – Si fa con materiali di scarto: alcol, velocità, avidità, invidia, stupidità. Con scene da serie B: la scazzottata o sparatoria, la fuga con inseguimento, il pedinamento, l’agguato, la macelleria. Con forme logiche basiche e non concludenti: l’induzione, la deduzione (Sherlock Holmes si salva con la sorpresa, l’inatteso).
Hitchcock li fa diversi, ma sono thriller, non sono gialli.
È la sorpresa. La vuole ogni poche pagine. È il segreto dei giallisti seriali, Camilleri, Simenon, A. Christie: riciclare inflessibili i cliché (manie, complicità, convenevoli, caratteri), e spiazzarli con la sorpresa.
Leggere – È ricerca, e scoperta. È grata quando la scoperta scatta, l’interesse è in qualche modo esaudito. Il lettore non riscrive l’autore o l’opera, li incontra. Per una serie di contorni imprevedibili – ogni lettura dello stesso testo è diversa, per situazioni proprie del singolo lettore, per l’aria del tempo.
È crearsi dei desideri.
Viaggiare, dice Norman Douglas che ha sempre viaggiato, consente di leggere poco, e meglio. I libri importanti. Che si leggono magari per caso. Senza correre dietro alle novità. Ma neppure questo è vero, si legge quello che capita, ed è il peggio di tutto, inevitabilmente, si legge qualsiasi cosa, rapidamente, e si dimentica. Sarà anche per questo che i viaggiatori propalano cazzate, Genovesi, per quanto vi si applichi nelle “Lettere accademiche”, non sa farne il campionario. E si finisce per rimpiangere di essere partiti: viaggiare è inesauribile, e inutile. È stanchezza? Anche il viaggiatore sentimentale diventa stanco della sua curiosità – per primo il pastore Sterne, che viaggiò unicamente per motivi di salute.
Leggere, operazione attiva e non passiva quale il viaggiare, si può solo da fermi.
Traduzione – Pone il problema della “lettura”. Doppiamente. Come immedesimazione in un autore – un’estensione dell’arte della conversazione. O del principio del dialogo, il fondamento della socialità, la casa della personalità. E come esercizio delle “strutture sintattiche”: le parole non si combinano in modo statistico, della meccanica statistica, ma per una matematica più complessa, che individui relazioni tra le parole (sintassi) e ponga le diverse sintassi delle lingue “naturali” in una relazione significativa (ordinata).
Ha forse per questo natura inafferrabile, sotto l’apparente funzionalità, sfuggente. La matrice delle sintassi è sconosciuta. Il linguista Andrea Moro la compara (“Parlo, dunque sono”, p. 69) a “un «effetto ottico» negativo”, un lampo, un miraggio.
Viaggiare - Il Medio Evo non vedeva di buon occhio ebrei erranti e studenti vagabondi. Ma era per questo il Medio Evo, che un apprendistato vagante poi imponeva agli artigiani, la classe produttrice. E forse neanche la morte è quiete, la resurrezione dei corpi è il mistero più affascinante. Il viaggio di Ulisse inizia dopo la discesa all’inferno. Verso una patria che è un’isola sassosa. Omero a ragione, dice l’asino di Apuleio, quando volle descrivere un uomo d’impareggiabile saggezza, immaginò che egli l’avesse acquisita visitando molte città e conoscendo vari popoli. Lo dice Dante in realtà – leggendo Apuleio? Ma poi tutti scappano da Troia, vincitori e vinti, dopo dieci anni di guerra avevano bisogno di cambiare.
Si viaggia anche nell’immobilità, o nell’isolamento, Robinson Crusoe è un viaggiatore per due terzi del romanzo. È anzi impensabile quante cose vedono quelli che non si muovono. “Alle mie solitudini vado, dalle mie solitudini vengo”, direbbe Lope de Vega. Rischiando però di segnare il passo, mentre il vero viaggiatore si sposta. “Perché affannarsi nei viaggi?”, si chiede Michaux, che viene dal Belgio, il plat pays, “posso arrangiarmelo da me, il loro paese”, ma lui è uno che ha sempre viaggiato, in tutti i modi.
I benefici del viaggio sono quelli di un’esperienza inutile, si sa. Il viaggiatore, avendo visto più cose, torna estraneo. E più spesso non è atteso, anche se non ha lasciato cattiva memoria, tutto come in Omero. Ma viaggiare è utile, “fa lavorare l’immaginazione”, Céline decolla così - “fuggiasco logico e autentico” a detta di Alvaro, al cui parere “i viaggi prolungano la vita”. Per Gide “la percezione comincia dove cambia la sensazione, da qui la necessità del viaggio”. Gide lo diceva tra i ragazzi di Biskrà, ma è vero di ogni sensazione. Anche perché viaggiare è una forma dell’invenzione, dai tempi di Omero è inventare, le stesse cose viste o vissute. Sia pure nella specie del “sapere amaro”, le assonanze di cui Baudelaire si compiaceva, di suoni e di significati. Perfino travel, che in francese, castigliano, catalano, portoghese, e in numerosi dolenti dialetti italiani significa travaglio, per gli inglesi diventa dilettarsi vagabondando, strascico dell’impero. Primavera sacra era nell’uso pelasgico la migrazione dei giovani alla ventura, sotto la guida di un animale sacro, che il contatto aveva mantenuto più diretto con la natura, un picchio verde, un orso, un lupo - il mito greco è molto poco greco: non si possono a-mare le mitologie, che sono classificazioni, di dei e santi che si ricordano per una sola azione, la passione unica che è ripetizione, spaventosa.
Viaggiamo soprattutto quelli del sangue del gruppo B, zingaresco. Ma non sempre bisogna partire, se non simbolicamente. Basta l’animo. “Qui e in nessun luogo è l’America”, direbbe il Lotario del “Meister”. Il viaggio è la predisposizione al viaggio, il cuore sgombro. Altrimenti si può finire come Ulisse, che dormendo si lasciò sfuggire la sua Itaca, che cercava. O come Magellano, che attraversò il Pacifico, pieno di isole, e non ne vide nessuna. Lo spostamento, la lontananza di migliaia di chilometri, non c’è in quell’esperto mentore di luoghi diversi e viaggi che è Walter Benjamin, non è d’obbligo: lo spostamento è solo ragionare di sé a se stessi - se non che la memoria ha in breve colmato la sua sor-presa, tra Proust e Benjamin, la narrazione della memoria, fino all’orlo, intenibile, mai genere fu così subito battuto e svuotato.
letterautore@antiit.eu
Aridatece gli untori
Angela Merkel scopre Monti, dopo nove mesi che lo pratica, e gli dà la sufficienza. La crisi è passata, non c’è da preoccuparsi. L’Italia comunque è eccezionale: ce l’ha fatta e ce la farà. Tutto vero: Monti è da sufficienza, il rischio per l’euro è scongiurato, l’Italia non può fallire. Ma il tutto è riscoperto per caso, in occasione di un viaggio all’estero di Monti, non ha nulla a che vedere con la realtà, che resta grave e minacciosa, e solo indica che Monti è il candidato delle banche, di De Benedetti e Caltagirone, e dei loro giornali, al dopo-Monti.
Si prendano i titoli del “Messaggero”. “Merkel promuove Monti: con le riforme spread in calo”. Mentre paghiamo le “riforme” da otto mesi e lo spread è sempre altissimo. “Berlino e gli altri partner si fidano e sperano in un bis nel 2013”. Un bis di nuove tasse e recessione? begli amici. E finalmente la verità: “Il premier guadagna tempo e frena il nervosismo dei partiti”. Mentre un po’ di dramma è ancora necessario: che lo spread sui titoli tedeschi sia a 45 punti, come otto anni fa, o a 450 non è indifferente, e anzi implica che il debito pubblico non si possa in nessun modo ridurre, dovendosi pagare interessi alti - molto più alti che in Germania.
Inoltre, fermo restando che l’Italia senza la Germania non va in nessun posto, se non al fallimento, bisognerebbe ribadire che la crisi giova alla Germania. Che infatti la alimenta. Non tutti i giorni, una volta ogni settimana, o ogni due: quando i mercati, stanchi di speculare, si convincono della stabilità, la Germania li rimette in allarme. Intervegono allora a turno, per alimentare i fuochi, l'Ifo di Monaco, la Bundesbank, e la Democrazia Cristiana bavarese, il terzo pilastro del governo - il primo e inconetstato di una regione che si èarricchita col Lombardo-Veneto, ma si diverte soprattutto a criticare l'Italia.
Non potrebbe Milano, che ne ha esperienza, recuperare gli untori? Non della crisi, che non ne ha bisogno, ma della non-gestione della crisi, che ne è ormai la vera causa: gente che scriva sui muri che rischiamo il fallimento per l’insipienza dei pochi?
Si prendano i titoli del “Messaggero”. “Merkel promuove Monti: con le riforme spread in calo”. Mentre paghiamo le “riforme” da otto mesi e lo spread è sempre altissimo. “Berlino e gli altri partner si fidano e sperano in un bis nel 2013”. Un bis di nuove tasse e recessione? begli amici. E finalmente la verità: “Il premier guadagna tempo e frena il nervosismo dei partiti”. Mentre un po’ di dramma è ancora necessario: che lo spread sui titoli tedeschi sia a 45 punti, come otto anni fa, o a 450 non è indifferente, e anzi implica che il debito pubblico non si possa in nessun modo ridurre, dovendosi pagare interessi alti - molto più alti che in Germania.
Inoltre, fermo restando che l’Italia senza la Germania non va in nessun posto, se non al fallimento, bisognerebbe ribadire che la crisi giova alla Germania. Che infatti la alimenta. Non tutti i giorni, una volta ogni settimana, o ogni due: quando i mercati, stanchi di speculare, si convincono della stabilità, la Germania li rimette in allarme. Intervegono allora a turno, per alimentare i fuochi, l'Ifo di Monaco, la Bundesbank, e la Democrazia Cristiana bavarese, il terzo pilastro del governo - il primo e inconetstato di una regione che si èarricchita col Lombardo-Veneto, ma si diverte soprattutto a criticare l'Italia.
Non potrebbe Milano, che ne ha esperienza, recuperare gli untori? Non della crisi, che non ne ha bisogno, ma della non-gestione della crisi, che ne è ormai la vera causa: gente che scriva sui muri che rischiamo il fallimento per l’insipienza dei pochi?
mercoledì 29 agosto 2012
Ombre - 144
Lo “Spiegel” consacra in copertina il presidente della Bundesbank Weidmann, speranza della nazione. Che pontifica al solito contro la Bce. Nel gioco di sponda che il sito segnalava tempestivamente (“Spiegel-Bundesbank, i compari”). Non c’è dubbio che la Germania, tutta la Germania, compresi i progressisti, è impegnata a trarre il maggior profitto della crisi, a carico di chi capita, Italia, Spagna, Grecia.
Il presidente della Bundesbank Weidmann si commuove al pensiero della pubblicità degli atti della Fed, la banca centrale Usa, mentre la Bce, la banca centrale europea, si vincola alla segretezza. Ma trascura di dire che è stata la Bundsbank a imporre la segretezza degli atti della Bce.
Malafede? Certo. Ma Weidmann non è tanto bravo quanto fedele – è lì perché ce lo ha messo Angela Merkel.
“Zeman? Dice quello che tutti pensano, ma pochi hanno il coraggio di denunciare”. Il romanista Petrucci si dà coraggio, sperando nella presidenza della sua squadra del cuore ora che dovrà lasciare il Coni. Ma non dice di più, si affida pure lui a Zeman.
Petrucci, a cui la Juventus fa ricorso come giudice di ultima istanza.
L’archivio del “Sole 24 Ore” ha anche il supplemento culturale “Domenica”. Ma se cercate un testo preciso non c’è. Per esempio Piero Boitani su Dante il 12 agosto, o il “Leopardi tarantolato” di Carlo Ossola il 19. O nella stessa data il brillante “Parisi, la fisica di Proust” di Stefano Brusadelli. È un nuovo marketing?
Da qualche tempo il Gr 3, squadrone democratico, schiera di rincalzo Rocco Buttiglione. Difficile ricordare chi è, o capire che vuole, ma il nome fa tenerezza. Anche se gioca per far riposare Casini, che copre in tutti i ruoli ma non ha sostituti.
Si discute di Vallanzasca, se è giusto che gli impediscano di lavorare, ora che ha scontato la pena, là dove ha ucciso due persone. Ma lui, redento e tutto, si è posto l’opportunità di ripresentarsi così, come nulla fosse? È il tempo dei reprobi, anche non pentiti.
Buffon spiega al “Corriere della sera” che la “notizia” della sua incriminazione a Parma alla vigilia del Mondiale per scommesse illecite di milioni era in realtà del 2010. E che era una voce (gossip) e non un’indagine. Presto dimenticata. Perché è stata rimessa in giro? È stata la Guardia di Finanza, come tutti i giornali hanno scritto e la Finanza non ha smentito? C’è una Spectre che regola le false notizie?
“Non esistono giudici-tifosi, la funzione va sopra la passione sportiva”: Giancarlo Abete giustifica così la giustizia del calcio. Dimostrando che non sa cos’è la giustizia, e forse nemmeno cos’è il calcio. Che pure lui amministra, seppure per conto.
I ricchi milanesi non solo hanno la residenza facile, grazie al patrimonio, in Svizzera e a Monaco, ma la usano per scorazzare gratis in centro con le loro supercari, senza pagare il ticket, né le multe. Un buco di 4 milioni l’anno, contabilizza il Comune. È grande il senso civico nella capitale morale d’Italia.
Ricordate Teresa Principato? Bella donna, ma anche giudice – stratega involontario delle campagne politiche di Berlusconi, che vittimizza alla vigilia del voto. Ora la dottoressa, viceprocuratore Capo a Palermo, dice che il superlatitante Messina Denaro “è sicuramente protetto da qualcuno a buon livello”. Quanto “buono” non dice. Ma se sia lo Stato, dice: “Non lo so, è possibile”. Lo Stato che a Palermo è la dottoressa Principato?
Dopo mesi di polemiche contro Napolitano, con intercettazioni pubblicate o minacciate e firme a sostegno, Ingroia ha una pagina del “Corriere della sera” per lamentarsi: “Non usateci contro Napolitano”. Come se la guerra al presidente della Repubblica la facessero altri.
Ma il neo agnello non perde il vizio. E al fidato Bianconi, che non se ne accorge, lancia un chiaro: “Credo che nella battaglia politica sia tutto, o quasi tutto, legittimo”.
“Antonio Conte, meno sfortunato di altri tesserati finiti nella rete della giustizia sportiva (solo dieci mesi di stop)”… La firma di Vincenzo Cerami su questo incipit (“Il Messaggero del 24 agosto) è una pugnalata. Che uno scrittore, romanziere, sceneggiatore, possa scrivere cose senza senso. Uno che si vuole anche vicino a Pasolini, di cui è parente acquisito.
“Sono anni che denuncio lo scandalo degli incendi”, esordisce il professor Sartori nel suo ultimo articolo in prima sul “Corriere della sera”. Si sentirà solo?
Il presidente della Bundesbank Weidmann si commuove al pensiero della pubblicità degli atti della Fed, la banca centrale Usa, mentre la Bce, la banca centrale europea, si vincola alla segretezza. Ma trascura di dire che è stata la Bundsbank a imporre la segretezza degli atti della Bce.
Malafede? Certo. Ma Weidmann non è tanto bravo quanto fedele – è lì perché ce lo ha messo Angela Merkel.
“Zeman? Dice quello che tutti pensano, ma pochi hanno il coraggio di denunciare”. Il romanista Petrucci si dà coraggio, sperando nella presidenza della sua squadra del cuore ora che dovrà lasciare il Coni. Ma non dice di più, si affida pure lui a Zeman.
Petrucci, a cui la Juventus fa ricorso come giudice di ultima istanza.
L’archivio del “Sole 24 Ore” ha anche il supplemento culturale “Domenica”. Ma se cercate un testo preciso non c’è. Per esempio Piero Boitani su Dante il 12 agosto, o il “Leopardi tarantolato” di Carlo Ossola il 19. O nella stessa data il brillante “Parisi, la fisica di Proust” di Stefano Brusadelli. È un nuovo marketing?
Da qualche tempo il Gr 3, squadrone democratico, schiera di rincalzo Rocco Buttiglione. Difficile ricordare chi è, o capire che vuole, ma il nome fa tenerezza. Anche se gioca per far riposare Casini, che copre in tutti i ruoli ma non ha sostituti.
Si discute di Vallanzasca, se è giusto che gli impediscano di lavorare, ora che ha scontato la pena, là dove ha ucciso due persone. Ma lui, redento e tutto, si è posto l’opportunità di ripresentarsi così, come nulla fosse? È il tempo dei reprobi, anche non pentiti.
Buffon spiega al “Corriere della sera” che la “notizia” della sua incriminazione a Parma alla vigilia del Mondiale per scommesse illecite di milioni era in realtà del 2010. E che era una voce (gossip) e non un’indagine. Presto dimenticata. Perché è stata rimessa in giro? È stata la Guardia di Finanza, come tutti i giornali hanno scritto e la Finanza non ha smentito? C’è una Spectre che regola le false notizie?
“Non esistono giudici-tifosi, la funzione va sopra la passione sportiva”: Giancarlo Abete giustifica così la giustizia del calcio. Dimostrando che non sa cos’è la giustizia, e forse nemmeno cos’è il calcio. Che pure lui amministra, seppure per conto.
I ricchi milanesi non solo hanno la residenza facile, grazie al patrimonio, in Svizzera e a Monaco, ma la usano per scorazzare gratis in centro con le loro supercari, senza pagare il ticket, né le multe. Un buco di 4 milioni l’anno, contabilizza il Comune. È grande il senso civico nella capitale morale d’Italia.
Ricordate Teresa Principato? Bella donna, ma anche giudice – stratega involontario delle campagne politiche di Berlusconi, che vittimizza alla vigilia del voto. Ora la dottoressa, viceprocuratore Capo a Palermo, dice che il superlatitante Messina Denaro “è sicuramente protetto da qualcuno a buon livello”. Quanto “buono” non dice. Ma se sia lo Stato, dice: “Non lo so, è possibile”. Lo Stato che a Palermo è la dottoressa Principato?
Dopo mesi di polemiche contro Napolitano, con intercettazioni pubblicate o minacciate e firme a sostegno, Ingroia ha una pagina del “Corriere della sera” per lamentarsi: “Non usateci contro Napolitano”. Come se la guerra al presidente della Repubblica la facessero altri.
Ma il neo agnello non perde il vizio. E al fidato Bianconi, che non se ne accorge, lancia un chiaro: “Credo che nella battaglia politica sia tutto, o quasi tutto, legittimo”.
“Antonio Conte, meno sfortunato di altri tesserati finiti nella rete della giustizia sportiva (solo dieci mesi di stop)”… La firma di Vincenzo Cerami su questo incipit (“Il Messaggero del 24 agosto) è una pugnalata. Che uno scrittore, romanziere, sceneggiatore, possa scrivere cose senza senso. Uno che si vuole anche vicino a Pasolini, di cui è parente acquisito.
“Sono anni che denuncio lo scandalo degli incendi”, esordisce il professor Sartori nel suo ultimo articolo in prima sul “Corriere della sera”. Si sentirà solo?
La regina ha tre seni in Calabria
Dopo vent’anni mantiene un interesse immutato questa “guida alla Calabria magica e leggendaria”. Aneddoti, storie, credenze. Di un mondo forse immutabile, e sempre diverso.
Giulio Palange, La regina dai tre seni, Rubbettino, pp. 158 € 15
Giulio Palange, La regina dai tre seni, Rubbettino, pp. 158 € 15
martedì 28 agosto 2012
Il giallo-poster della campagna anti-evasione
Markaris raddoppia: prima i banchieri, ora gli evasori fiscali. C’è un giustiziere per la crisi della Grecia, della quale il giallista è lo storico preciso. Anche di presa, si legge di volata. Malgrado il solito risvolto che rovina la sorpresa, riducendola al dilemma: arrestare l’assassino o riconoscerne la funzione sociale? Che rischia di farne un poster politicamente corretto – non mancano gli indignados. Ma Markaris è più abile del suo editor. Lo fa anzi perfino scorretto. Vecchio comunista, da ragione a Karamanlìs, capo della destra. E alla sua polizia fa fare la fronda al governo, invece di proteggerlo – “lo Stato greco è l’unica mafia al mondo che è riuscita a fare bancarotta” sarà uno dei motti celebri. C’è anche qui la saggezza dei commissari e delle cuoche di Atene espressa in latino.
Petros Markaris, L’esattore, Bompiani, pp. 341 € 18,50
Petros Markaris, L’esattore, Bompiani, pp. 341 € 18,50
Secondi pensieri - 113
zeulig
Creazione – Ha il suo maggior supporto nella linguistica, seppure non in antitesi con l’evoluzione. Nei due requisiti, di carattere appunto creazionistico, di due filosofi che progettualmente ne sarebbero lontani, Bertrand Russell e Chomsky. Nella “Introduzione alla filosofia matematica” del 1918, e nelle “strutture sintattiche” di Chomsky, del 1956. Il creazionismo non vi fa rcorso perché è un’ideologia, forte spesso della fede religiosa, e quasi una politica (aborto, diritti gay). Per gestire la sintassi (la complessità), dice Chomsky, “gli esseri umani sono progettati in modo speciale”. Mentre Russell lascia insoluto il problema del “l’insieme degli insiemi che non contengono se stessi” (mondo), non sa dove collocarlo, su che poggiarlo.
Indizi – Non portano in nessun luogo, nella storia e in altri saperi. Se non per l’effetto curiosità.
Modernità – È cristiana. Lo è anche nelle forme ch si reputano al cristianesimo antitetiche: l’illuminismo, il laicismo, il materialismo. Se per modernità s’intende la giustizia (equità) e la libertà. Anche di pensiero. Non ce n’è altra, al di fuori del cristianesimo cioè.
Mondo - La mente è un sistema statico di concetti – relativamente: siamo sicuri che non sono mutati nei millenni della storia - mentre il mondo, che pure è immutabile, presenta grumi dinamici di problemi. Vi s’incontrano nane bianche, giganti rosse, e c’è chi sta sulle tracce di una media blu. Mentre le comete viaggiano allegre, agitando la coda. Pirandello, una volta che vide le stelle, se ne diede modesta ragione: “Ci saranno per la nostra notte, per farsi contemplare”. Le stelle fisse servono a gratificare gli astronomi, in quanto fenomeno di lontananza: sono illusorie. Reali sono quelle del medio evo mistico, cristiano e islamico, della fucina alessandrina. Un Dio ci manca che stia nei cieli. Nell’infinito dove ogni punto è un centro. Metafisico, su cui nessun dato fisico può influire, di massa o tempo.
Il mondo è recente: il Barocco è del presidente Des Brosses, 1739, e di Rousseau, 1752, il Rinascimento di Burckhardt e Michelet, l’Umanesimo di Voigt, 1859. O recente e antico, ma uguale. In quanto metafisico, ogni essere dell’universo è un centro. Su cui le stelle fisse sono ininfluenti e le bestie feroci. Provare a chiedere a una formica.
Cos’è una vita nel mondo? Un soffio. E la materia resta ignota. La massa mancante calcolata dai cosmologi fa pensare a un universo più grande di quanto si sa, forse cento volte più grande, come la Carina meridionale. Ma sono grandezze stolide. La luce è un guizzo. Le stelle cadono, si polverizzano, svaniscono. E dove vanno? Al piano di sotto. Che forse è a un milione d’anni luce, o a un miliardo, un tempo e un luogo infinitamente remoti. Nulla si crea né si distrugge, la natura è la grande uggia, se non c’è qualcuno che si dà da fare. È fesso lo stato del mondo, e degli uomini quando gemmeranno, sangue di nessuna madre. Sarà triste senza padri, non essere generati, non c’è continuità né illusione, finisce il ricordo. Ma sarà semplice: ognuno è un cubo, asimmetrico, e lì è la sua libertà - essere-per-la-morte, Heidegger l’avrà detto.
Storia - Storicità, Geschichtlichkeit, è Geschicklichkeit: essere inviati, assumersi il proprio destino, la storia umana è l’Essere che si rivela. La possibilità di accesso alla storia si fonda sulla possibilità che un presente sappia sempre essere-per-l’avvenire. Martin Heidegger è il Picasso della filosofia, il Pelé, il mago Houdini.
C’è un altro concetto della storia, e dell’essere nella storia, ed è quello filosofico, di Schopenhauer prima e ora di Heidegger: “Può anche succedere che storia e tradizione vengano livellate in un magazzino uniforme di informazioni, per l’inevitabile pianificazione di cui un’umanità pilotata ha bisogno”. Pilotata, dunque. “Noi oggi, in modo del tutto particolare, viviamo della, nella e con la storia”. Che non è il passato. O meglio, il passato non è ciò che passa, ma ciò che ancora resta da prima. Il passato come vera storia è ripetibile nel come. E il modo di questo ritorno è segnatamente la coscienza morale. Solo il come è suscettibile d’essere ripetuto. E non è che un inizio.
La storia nascosta da ciò che viene detto non costituisce causalità, tutto è volontà.
L’esigenza della libera assunzione della techne, della messa in opera dell’essere attraverso il sapere, spiega Heidegger, è così che c’è la Storia. È una categoria primitiva, secondo la quale il pensiero si sarebbe trasformato nel rammemorare, e quindi nel compiacersi – la memoria è il Super-Io, direbbe Freud. Ma ci siamo lasciati alle spalle l’arroganza dell’Assoluto. L’essenza dell’essere, Wesen, non esprime una realtà ideale, ma è anzitutto verbo, verbum, fatum, detto, e quindi storia. La storicità è l’essenza estrema dell’essere. Che si rivela mentre si nasconde, o viceversa Questa sospensione, questa epoché, fa sì che l’essere sia epocale, cioè si riveli per epoche. L’essere è autorivelazione nella parola. È epoché, unità articolata di rivelazione e occultamento. L’epoca è deiettiva, muove da un massimo di rivelazione con un minimo di occultamento a un massimo di occultamento e un minimo di rivelazione. Ed eccoci: l’indigenza prepara la rivoluzione, il rovesciamento in una rinnovata rivelazione. Senza fiato. Bene, come vuole Giordano Bruno, ”i filosofi sono poeti e pittori, i poeti filosofi e pittori, i pittori filosofi e poeti”.
Un altro filosofo tedesco, due volte tale per essere ebreo, pare obiettare l’assurdità di un passato che è presente: “L’idea che l’intero passato possa essere raccolto nel sapere assoluto di un presente assoluto è assurda”, afferma Husserl d’acchito. Ma non chiude, schiude orizzonti infiniti: la vita è storia, “mondo finito, relativo soggettivo, con orizzonti infiniti aperti”. La storia del mondo quale infinita idea è l’idea del mondo proiettata all’infinito. Il mondo in revisione continua a mezzo delle infinite rappresentazioni che se ne fanno. Un passato indefinito oltre che infinito, attraverso le revisioni. Che non bisogna temere, troppi sono i danni del terrore della storia, al coperto dell’eterno ritorno e altri miti.
Tempo - L’irreversibilità del tempo, cioè il divenire, Einstein diceva di non crederci, pur lamentando di non saperlo dimostrare. Ma nessuno ci crede: oggi non è ieri, se non per pochi legamenti, persistenze esili e forse inutili.
Il tempo è lento: siamo com’eravamo, quel che è stato è. È il numen historiae di Plinio, il divino della storia. Si toccano nell’era della velocità i limiti dell’homo faber, logico, creatore. La via della scoperta va all’indietro, il tempo è reale in quanto memoria e attesa. Cos’è il tempo dell’uomo, quand’anche volasse tra le stelle? Un passo. Il primo di miliardi, di un numero di passi incalcolabile. Irrilevante.
L’uomo è nato da poco, si sa. E fa scemenze. “Quale scimmia arrabbiata gioca tali\insulse buffonate sotto il cielo\da far piangere gli angeli”, e Shakespeare. In una galassia ci sono stelle a miliardi, e le galassie sono cento o centomila, ma sono una minima parte della materia, sempre che l’universo sia piatto. La quantità non è qualità, ma non sempre. Lo spiega Orienzio nel repertorio di Gourmont: “La nostra fine non ammette fine, la morte, che ci fa morire, muore perennemente. Per l’eterno moto l’uomo vivrà in perpetuo”.
Si può dire pure al contrario, che il tempo è un macigno. O statico lo spazio, che approssima l’essere. Per avvicinare una stella attraverso la colonizzazione delle comete, la via più facile degli astrofisici, ci vogliono quattrocento anni.
Di Orienzio l’editore è Delrio, il gesuita che inventò le streghe. E non gli evita di dire, sempre nelle Comminatorie: “La gloria della carne è l’erba in fiore”. C’è chi non lo sa. Miliardi di anni inutili, e di stelle decrepite, senza mai aver vissuto. Dio per esempio non lo sa, che non è di questo mondo - se non dorme, pure lui. Ma l’uomo, che di quegli ammassi è parente, si agita ribelle. Un giorno chissà, come il tempo degli spaghetti al dente, anche il tempo dell’orologio sarà scandito diversamente, e i cento anni dell’uomo confermati più lunghi dei miliardi di anni luce del sonno stellare.
zeulig@antiit.eu
Creazione – Ha il suo maggior supporto nella linguistica, seppure non in antitesi con l’evoluzione. Nei due requisiti, di carattere appunto creazionistico, di due filosofi che progettualmente ne sarebbero lontani, Bertrand Russell e Chomsky. Nella “Introduzione alla filosofia matematica” del 1918, e nelle “strutture sintattiche” di Chomsky, del 1956. Il creazionismo non vi fa rcorso perché è un’ideologia, forte spesso della fede religiosa, e quasi una politica (aborto, diritti gay). Per gestire la sintassi (la complessità), dice Chomsky, “gli esseri umani sono progettati in modo speciale”. Mentre Russell lascia insoluto il problema del “l’insieme degli insiemi che non contengono se stessi” (mondo), non sa dove collocarlo, su che poggiarlo.
Indizi – Non portano in nessun luogo, nella storia e in altri saperi. Se non per l’effetto curiosità.
Modernità – È cristiana. Lo è anche nelle forme ch si reputano al cristianesimo antitetiche: l’illuminismo, il laicismo, il materialismo. Se per modernità s’intende la giustizia (equità) e la libertà. Anche di pensiero. Non ce n’è altra, al di fuori del cristianesimo cioè.
Mondo - La mente è un sistema statico di concetti – relativamente: siamo sicuri che non sono mutati nei millenni della storia - mentre il mondo, che pure è immutabile, presenta grumi dinamici di problemi. Vi s’incontrano nane bianche, giganti rosse, e c’è chi sta sulle tracce di una media blu. Mentre le comete viaggiano allegre, agitando la coda. Pirandello, una volta che vide le stelle, se ne diede modesta ragione: “Ci saranno per la nostra notte, per farsi contemplare”. Le stelle fisse servono a gratificare gli astronomi, in quanto fenomeno di lontananza: sono illusorie. Reali sono quelle del medio evo mistico, cristiano e islamico, della fucina alessandrina. Un Dio ci manca che stia nei cieli. Nell’infinito dove ogni punto è un centro. Metafisico, su cui nessun dato fisico può influire, di massa o tempo.
Il mondo è recente: il Barocco è del presidente Des Brosses, 1739, e di Rousseau, 1752, il Rinascimento di Burckhardt e Michelet, l’Umanesimo di Voigt, 1859. O recente e antico, ma uguale. In quanto metafisico, ogni essere dell’universo è un centro. Su cui le stelle fisse sono ininfluenti e le bestie feroci. Provare a chiedere a una formica.
Cos’è una vita nel mondo? Un soffio. E la materia resta ignota. La massa mancante calcolata dai cosmologi fa pensare a un universo più grande di quanto si sa, forse cento volte più grande, come la Carina meridionale. Ma sono grandezze stolide. La luce è un guizzo. Le stelle cadono, si polverizzano, svaniscono. E dove vanno? Al piano di sotto. Che forse è a un milione d’anni luce, o a un miliardo, un tempo e un luogo infinitamente remoti. Nulla si crea né si distrugge, la natura è la grande uggia, se non c’è qualcuno che si dà da fare. È fesso lo stato del mondo, e degli uomini quando gemmeranno, sangue di nessuna madre. Sarà triste senza padri, non essere generati, non c’è continuità né illusione, finisce il ricordo. Ma sarà semplice: ognuno è un cubo, asimmetrico, e lì è la sua libertà - essere-per-la-morte, Heidegger l’avrà detto.
Storia - Storicità, Geschichtlichkeit, è Geschicklichkeit: essere inviati, assumersi il proprio destino, la storia umana è l’Essere che si rivela. La possibilità di accesso alla storia si fonda sulla possibilità che un presente sappia sempre essere-per-l’avvenire. Martin Heidegger è il Picasso della filosofia, il Pelé, il mago Houdini.
C’è un altro concetto della storia, e dell’essere nella storia, ed è quello filosofico, di Schopenhauer prima e ora di Heidegger: “Può anche succedere che storia e tradizione vengano livellate in un magazzino uniforme di informazioni, per l’inevitabile pianificazione di cui un’umanità pilotata ha bisogno”. Pilotata, dunque. “Noi oggi, in modo del tutto particolare, viviamo della, nella e con la storia”. Che non è il passato. O meglio, il passato non è ciò che passa, ma ciò che ancora resta da prima. Il passato come vera storia è ripetibile nel come. E il modo di questo ritorno è segnatamente la coscienza morale. Solo il come è suscettibile d’essere ripetuto. E non è che un inizio.
La storia nascosta da ciò che viene detto non costituisce causalità, tutto è volontà.
L’esigenza della libera assunzione della techne, della messa in opera dell’essere attraverso il sapere, spiega Heidegger, è così che c’è la Storia. È una categoria primitiva, secondo la quale il pensiero si sarebbe trasformato nel rammemorare, e quindi nel compiacersi – la memoria è il Super-Io, direbbe Freud. Ma ci siamo lasciati alle spalle l’arroganza dell’Assoluto. L’essenza dell’essere, Wesen, non esprime una realtà ideale, ma è anzitutto verbo, verbum, fatum, detto, e quindi storia. La storicità è l’essenza estrema dell’essere. Che si rivela mentre si nasconde, o viceversa Questa sospensione, questa epoché, fa sì che l’essere sia epocale, cioè si riveli per epoche. L’essere è autorivelazione nella parola. È epoché, unità articolata di rivelazione e occultamento. L’epoca è deiettiva, muove da un massimo di rivelazione con un minimo di occultamento a un massimo di occultamento e un minimo di rivelazione. Ed eccoci: l’indigenza prepara la rivoluzione, il rovesciamento in una rinnovata rivelazione. Senza fiato. Bene, come vuole Giordano Bruno, ”i filosofi sono poeti e pittori, i poeti filosofi e pittori, i pittori filosofi e poeti”.
Un altro filosofo tedesco, due volte tale per essere ebreo, pare obiettare l’assurdità di un passato che è presente: “L’idea che l’intero passato possa essere raccolto nel sapere assoluto di un presente assoluto è assurda”, afferma Husserl d’acchito. Ma non chiude, schiude orizzonti infiniti: la vita è storia, “mondo finito, relativo soggettivo, con orizzonti infiniti aperti”. La storia del mondo quale infinita idea è l’idea del mondo proiettata all’infinito. Il mondo in revisione continua a mezzo delle infinite rappresentazioni che se ne fanno. Un passato indefinito oltre che infinito, attraverso le revisioni. Che non bisogna temere, troppi sono i danni del terrore della storia, al coperto dell’eterno ritorno e altri miti.
Tempo - L’irreversibilità del tempo, cioè il divenire, Einstein diceva di non crederci, pur lamentando di non saperlo dimostrare. Ma nessuno ci crede: oggi non è ieri, se non per pochi legamenti, persistenze esili e forse inutili.
Il tempo è lento: siamo com’eravamo, quel che è stato è. È il numen historiae di Plinio, il divino della storia. Si toccano nell’era della velocità i limiti dell’homo faber, logico, creatore. La via della scoperta va all’indietro, il tempo è reale in quanto memoria e attesa. Cos’è il tempo dell’uomo, quand’anche volasse tra le stelle? Un passo. Il primo di miliardi, di un numero di passi incalcolabile. Irrilevante.
L’uomo è nato da poco, si sa. E fa scemenze. “Quale scimmia arrabbiata gioca tali\insulse buffonate sotto il cielo\da far piangere gli angeli”, e Shakespeare. In una galassia ci sono stelle a miliardi, e le galassie sono cento o centomila, ma sono una minima parte della materia, sempre che l’universo sia piatto. La quantità non è qualità, ma non sempre. Lo spiega Orienzio nel repertorio di Gourmont: “La nostra fine non ammette fine, la morte, che ci fa morire, muore perennemente. Per l’eterno moto l’uomo vivrà in perpetuo”.
Si può dire pure al contrario, che il tempo è un macigno. O statico lo spazio, che approssima l’essere. Per avvicinare una stella attraverso la colonizzazione delle comete, la via più facile degli astrofisici, ci vogliono quattrocento anni.
Di Orienzio l’editore è Delrio, il gesuita che inventò le streghe. E non gli evita di dire, sempre nelle Comminatorie: “La gloria della carne è l’erba in fiore”. C’è chi non lo sa. Miliardi di anni inutili, e di stelle decrepite, senza mai aver vissuto. Dio per esempio non lo sa, che non è di questo mondo - se non dorme, pure lui. Ma l’uomo, che di quegli ammassi è parente, si agita ribelle. Un giorno chissà, come il tempo degli spaghetti al dente, anche il tempo dell’orologio sarà scandito diversamente, e i cento anni dell’uomo confermati più lunghi dei miliardi di anni luce del sonno stellare.
zeulig@antiit.eu
lunedì 27 agosto 2012
Il mondo com'è - 108
astolfo
Decolonizzazione - Marx, al contrario di Kipling, non voleva lasciare agli indiani i loro dei. E forse sapeva perché: la sterilità della democrazia nell’ex Terzo Mondo ha dell’incredibile. Non c’è paese in Africa, in Asia, in mezza America Latina, dove non si fanno per la democrazia guerre crudeli, tribali, mafiose. Una volta si diceva che c’era dietro la Cia. Poi gli usa si sono rivelati buoni, che il Terzo mondo hanno voluto integrato alla loro macchina possente - il conservatore è realista (e il realista, è sempre conservatore?).
Ma perché costringersi a elogiare l’imperialismo? Sarà stato l’ultimo regalo avvelenato del Terzo mondo ai terzomondisti: la decolonizzazione non è indolore, l’imperialismo insegnava le buone maniere.
Ebraismo – Dunque, siamo tutti anusim, ebrei “costretti” a frequentare le chiese. Di cui peraltro siamo molto devoti. Non tutti gli italiani, la Calabria per “almeno il 40 per cento” e la Sicilia. Anche se costretti senza persecuzioni, per il quieto vivere.
Lo afferma Barbara Aiello, rabbina americana riformata che da qualche anno opera anche nel paese d’origine del padre, Serrastretta. Dopo essere stata rabbina a Milano. Tra le perplessità delle istituzioni ebraiche italiane e americane, ma nel solco di un revivalismo ebraico che sconfina nel trionfalismo dei primati.
A Serrastretta Barbara Aiello ha creato un Italian Jewish Cultural Center of Calabria, e ha aperto la prima sinagoga attiva in oltre cinquecento anni. Con un certo seguito. Anche se con una biografia a tratti forzata. Il padre Antonio, che suonava la tromba nella banda degli emigrati di Florida, è “liberatore di Buchenwald” e membro attivo dei partigiani.
Il problema è delle genealogie – “sì, ma prima?” (che secondo la paleontologia vaticana, la più accreditata, ci porterebbe sull’altopiano del Kenya, a una Eva africana). E del proselitismo. Con l’ebraismo, che in principio lo nega, che se ne appropria a ritroso, attraverso faticose derivazioni.
Imperialismo - Il mito della frontiera non è innocente. Come in tutte le guerre umanitarie, civili, eccetera, ma nel West senza veli. Anche se si propina ai bambini in un disegno spregiudicato, l’imperialismo moderno parte da Madison Avenue con Hollywood, è industria della comunicazione.
Gli americani hanno galoppato a Occidente, razziando, occupando, uccidendo, proprio come usavano le tribù gotiche e mongole, ma ne hanno fatto memoria collettiva, riducendo la Bibbia che portavano in mano e ogni altra intelligenza all’uso virgiliano. Un’orda primitiva di nuovo conio. Con l’uso ridicolo del darwinismo fino a ieri fuorilegge: sopravvive chi è più bravo con la pistola. Fino a un altro più bravo.
Il West in campo internazionale è stato il Vietnam. C’è chi dice la guerra voluta per la droga, per imporre la droga al Vietnam. Oppure per ricavarla dal Laos e imporla ai giovani americani, non si è mai capito bene, anche la sinistra si diverte. O per insegnare alla vecchia e vile Europa come si combatte il comunismo. Si dà anche la colpa ai Kennedy, di aver montato una Camelot asiatica, l’operazione Dente del Drago, per assediare la Cina e il comunismo dal Sud - non perché erano cattolici?
Ma è finita con una sconfitta senza precedenti. Senza più presidente, senza dollaro, le casse vuote, la disoccupazione più che raddoppiata negli anni di guerra, negli Usa e ovunque in Europa, l’inflazione quintuplicata. Un caso anch’esso senza precedenti: la disoccupazione con lo sperpero del tesoro e col carovita. Falsa è la teoria che la guerra produce ricchezza, piacerebbe allo imperialismo - gli inglesi hanno avuto la tessera annonaria ancora dieci anni dopo la guerra, mentre l’Italia e la Germania, semidistrutte, si spanciavano. E la violenza bellica contagia la politica e gli animi a casa.
Islam – Viene unito nel Medio Oriente dalla tenaglia turco-saudita attorno al sunnismo.
Restano fuori il Pakistan e l’Iran. E l’Afghanistan. È un’unità che si prospetta col patrocinio Usa. Ma unisce un mondo che ha un unico valore politico, il nazionalismo. Cioè il revanscismo, fatalmente indirizzato contro il vecchio-nuovo colonizzatore, l’Occidente.
Il rifiuto dei diritti civili e di uguaglianza nasce e si sostanzia del rifiuto dell’Occidente. Senza, i diritti della donna e di libertà sarebbero di adozione più agevole, l’islam come religione non ha nulla in contrario.
Israele – Non è mai successo, dal 1946, che il mondo islamico che lo circonda fosse unito. E ora che sta per avvenire, con la tenaglia turco-saudita e l’appoggio americano, attorno al sunnismo-salafismo, non ne sembra allarmato. L’unica ostilità proietta contro l’Iran. Col quale invece aveva, e ha in qualche modo mantenuto, relazioni non ostili. Mentre ora aderisce al piano antisciismo. Solo per la bomba atomica? Che l’Iran comunque non potrà usare?
Se c’è stata una vera minaccia all’esistenza di Israele, è in questo blocco islamico unito. Un islam forte, fortissimo, seppure “americano”, invece di un islam diviso. Tanto più sapendo che il moderatismo o americanità sono di facciata, l’islam è nazionalista, e perciò, a questo fine, onorabilmente dissimulatore.
Manomorta – Si potrebbe riscrivere la storia dell’Italia unita con più utilità non sottovalutandola. Tutti i vizi vizi nazionali, concussione, patronaggio, evasione fiscale, che si imputano ai preti, l’Italia cumula a partire dall’appropriazione dei beni dei preti, inclusi i santi in chiesa e le Madonne. Lo disse Pasquale Villari già nel 1862, e poi Salvemini, ma senza effetto. Il Risorgimento voleva solo la manomorta, repubblicani e monarchici uniti nelle logge, e non ha lasciato altra cultura se non dell’avidità, l’irreligiosità è corollario. La manomorta rovinò l’Italia sul nascere, con l’estensione al Centro-Sud delle leggi eversive: la svendita dei collegi e dei conventi, meglio ancora l’enfiteusi perpetua gratuita, generalizzò la corruzione.
La lista della manomorta fa buona parte del patrimonio nazionale: il passaggio tal quale dei feudi dagli antichi ai nuovi feudatari, grossisti, speculatori, gabelloti, giurisperiti, con la distruzione dei Monti frumentari, il vecchio Credito fondiario, la vendita al ribasso dei beni ecclesiastici, in aste deserte al prezzo minimo, la spoliazione delle chiese, l’esproprio dei conventi, il saccheggio delle casse e le case dei governi destituiti, e a Roma perfino delle biblioteche, al Collegio Romano, a Sant’Andrea della Valle, al museo Archeologico, e del museo Kircher, luogo di meraviglie, l’usurpazione dei beni comunali e dei diritti comuni, di pascolo, caccia e pesca, e di coltivo, la dislocazione delle Opere pie, l’affrancamento dai canoni enfiteutici. Un’aggiunta da fare è l’ultimo definitivo sacco, esteso a tutta l’Italia, di naiadi, erme, putti, torsi, anfore, colonne, antesignani dei nani nei giardini e nei salotti.
La borghesia italiana è figlia dei notabili, legulei, cerusici, apoticari, figli a loro volta degli insaziabili fittavoli e gabelloti che la spoliazione hanno trasferito dai baroni e la chiesa allo Stato intangibile. C’è la borghesia di Marx, occupata a far fruttare il capitale, e quella francese, che l’Italia scimmiotta, politicante. L’Italia è l’unico paese dove la borghesia è antindustriale, con lo sfoggio di etica caratteristico dei corrotti: l’industria la borghesia italiana disprezza perché s’è abituata a guadagnare senza pagare, coi beni della chiesa.
astolfo@antiit.eu
Decolonizzazione - Marx, al contrario di Kipling, non voleva lasciare agli indiani i loro dei. E forse sapeva perché: la sterilità della democrazia nell’ex Terzo Mondo ha dell’incredibile. Non c’è paese in Africa, in Asia, in mezza America Latina, dove non si fanno per la democrazia guerre crudeli, tribali, mafiose. Una volta si diceva che c’era dietro la Cia. Poi gli usa si sono rivelati buoni, che il Terzo mondo hanno voluto integrato alla loro macchina possente - il conservatore è realista (e il realista, è sempre conservatore?).
Ma perché costringersi a elogiare l’imperialismo? Sarà stato l’ultimo regalo avvelenato del Terzo mondo ai terzomondisti: la decolonizzazione non è indolore, l’imperialismo insegnava le buone maniere.
Ebraismo – Dunque, siamo tutti anusim, ebrei “costretti” a frequentare le chiese. Di cui peraltro siamo molto devoti. Non tutti gli italiani, la Calabria per “almeno il 40 per cento” e la Sicilia. Anche se costretti senza persecuzioni, per il quieto vivere.
Lo afferma Barbara Aiello, rabbina americana riformata che da qualche anno opera anche nel paese d’origine del padre, Serrastretta. Dopo essere stata rabbina a Milano. Tra le perplessità delle istituzioni ebraiche italiane e americane, ma nel solco di un revivalismo ebraico che sconfina nel trionfalismo dei primati.
A Serrastretta Barbara Aiello ha creato un Italian Jewish Cultural Center of Calabria, e ha aperto la prima sinagoga attiva in oltre cinquecento anni. Con un certo seguito. Anche se con una biografia a tratti forzata. Il padre Antonio, che suonava la tromba nella banda degli emigrati di Florida, è “liberatore di Buchenwald” e membro attivo dei partigiani.
Il problema è delle genealogie – “sì, ma prima?” (che secondo la paleontologia vaticana, la più accreditata, ci porterebbe sull’altopiano del Kenya, a una Eva africana). E del proselitismo. Con l’ebraismo, che in principio lo nega, che se ne appropria a ritroso, attraverso faticose derivazioni.
Imperialismo - Il mito della frontiera non è innocente. Come in tutte le guerre umanitarie, civili, eccetera, ma nel West senza veli. Anche se si propina ai bambini in un disegno spregiudicato, l’imperialismo moderno parte da Madison Avenue con Hollywood, è industria della comunicazione.
Gli americani hanno galoppato a Occidente, razziando, occupando, uccidendo, proprio come usavano le tribù gotiche e mongole, ma ne hanno fatto memoria collettiva, riducendo la Bibbia che portavano in mano e ogni altra intelligenza all’uso virgiliano. Un’orda primitiva di nuovo conio. Con l’uso ridicolo del darwinismo fino a ieri fuorilegge: sopravvive chi è più bravo con la pistola. Fino a un altro più bravo.
Il West in campo internazionale è stato il Vietnam. C’è chi dice la guerra voluta per la droga, per imporre la droga al Vietnam. Oppure per ricavarla dal Laos e imporla ai giovani americani, non si è mai capito bene, anche la sinistra si diverte. O per insegnare alla vecchia e vile Europa come si combatte il comunismo. Si dà anche la colpa ai Kennedy, di aver montato una Camelot asiatica, l’operazione Dente del Drago, per assediare la Cina e il comunismo dal Sud - non perché erano cattolici?
Ma è finita con una sconfitta senza precedenti. Senza più presidente, senza dollaro, le casse vuote, la disoccupazione più che raddoppiata negli anni di guerra, negli Usa e ovunque in Europa, l’inflazione quintuplicata. Un caso anch’esso senza precedenti: la disoccupazione con lo sperpero del tesoro e col carovita. Falsa è la teoria che la guerra produce ricchezza, piacerebbe allo imperialismo - gli inglesi hanno avuto la tessera annonaria ancora dieci anni dopo la guerra, mentre l’Italia e la Germania, semidistrutte, si spanciavano. E la violenza bellica contagia la politica e gli animi a casa.
Islam – Viene unito nel Medio Oriente dalla tenaglia turco-saudita attorno al sunnismo.
Restano fuori il Pakistan e l’Iran. E l’Afghanistan. È un’unità che si prospetta col patrocinio Usa. Ma unisce un mondo che ha un unico valore politico, il nazionalismo. Cioè il revanscismo, fatalmente indirizzato contro il vecchio-nuovo colonizzatore, l’Occidente.
Il rifiuto dei diritti civili e di uguaglianza nasce e si sostanzia del rifiuto dell’Occidente. Senza, i diritti della donna e di libertà sarebbero di adozione più agevole, l’islam come religione non ha nulla in contrario.
Israele – Non è mai successo, dal 1946, che il mondo islamico che lo circonda fosse unito. E ora che sta per avvenire, con la tenaglia turco-saudita e l’appoggio americano, attorno al sunnismo-salafismo, non ne sembra allarmato. L’unica ostilità proietta contro l’Iran. Col quale invece aveva, e ha in qualche modo mantenuto, relazioni non ostili. Mentre ora aderisce al piano antisciismo. Solo per la bomba atomica? Che l’Iran comunque non potrà usare?
Se c’è stata una vera minaccia all’esistenza di Israele, è in questo blocco islamico unito. Un islam forte, fortissimo, seppure “americano”, invece di un islam diviso. Tanto più sapendo che il moderatismo o americanità sono di facciata, l’islam è nazionalista, e perciò, a questo fine, onorabilmente dissimulatore.
Manomorta – Si potrebbe riscrivere la storia dell’Italia unita con più utilità non sottovalutandola. Tutti i vizi vizi nazionali, concussione, patronaggio, evasione fiscale, che si imputano ai preti, l’Italia cumula a partire dall’appropriazione dei beni dei preti, inclusi i santi in chiesa e le Madonne. Lo disse Pasquale Villari già nel 1862, e poi Salvemini, ma senza effetto. Il Risorgimento voleva solo la manomorta, repubblicani e monarchici uniti nelle logge, e non ha lasciato altra cultura se non dell’avidità, l’irreligiosità è corollario. La manomorta rovinò l’Italia sul nascere, con l’estensione al Centro-Sud delle leggi eversive: la svendita dei collegi e dei conventi, meglio ancora l’enfiteusi perpetua gratuita, generalizzò la corruzione.
La lista della manomorta fa buona parte del patrimonio nazionale: il passaggio tal quale dei feudi dagli antichi ai nuovi feudatari, grossisti, speculatori, gabelloti, giurisperiti, con la distruzione dei Monti frumentari, il vecchio Credito fondiario, la vendita al ribasso dei beni ecclesiastici, in aste deserte al prezzo minimo, la spoliazione delle chiese, l’esproprio dei conventi, il saccheggio delle casse e le case dei governi destituiti, e a Roma perfino delle biblioteche, al Collegio Romano, a Sant’Andrea della Valle, al museo Archeologico, e del museo Kircher, luogo di meraviglie, l’usurpazione dei beni comunali e dei diritti comuni, di pascolo, caccia e pesca, e di coltivo, la dislocazione delle Opere pie, l’affrancamento dai canoni enfiteutici. Un’aggiunta da fare è l’ultimo definitivo sacco, esteso a tutta l’Italia, di naiadi, erme, putti, torsi, anfore, colonne, antesignani dei nani nei giardini e nei salotti.
La borghesia italiana è figlia dei notabili, legulei, cerusici, apoticari, figli a loro volta degli insaziabili fittavoli e gabelloti che la spoliazione hanno trasferito dai baroni e la chiesa allo Stato intangibile. C’è la borghesia di Marx, occupata a far fruttare il capitale, e quella francese, che l’Italia scimmiotta, politicante. L’Italia è l’unico paese dove la borghesia è antindustriale, con lo sfoggio di etica caratteristico dei corrotti: l’industria la borghesia italiana disprezza perché s’è abituata a guadagnare senza pagare, coi beni della chiesa.
astolfo@antiit.eu
Come si sterilizzò l’opinione
La crisi dei giornali (dell’opinione pubblica) è vecchia di almeno vent’anni, se se ne scriveva:
“I giornali sono entrati in un ciclo di opposte follie, eccessivamente leggeri e eccessivamente impegnati, un mix di cui non si afferra il senso.
“Si può pensare che le paginate, giorno dopo giorno, stabilmente dedicate ai fatti di sesso di Woody Allen e dei reali inglesi, così come le deprecazioni dei partiti, della mafia, dell’inquinamento, dell’economia sollecitino l’interesse dei lettori. Ma non è così perché i lettori diminuiscono.
“In particolare restano freddi, dopo anni di battage e di Procura milanese, gli attacchi alla politica, sotto le forme del privatismo e dell’antipolitica – il privatismo come ricetta contro la corruzione? La politica risponde arroccandosi. Senza cioè utilizzare le armi che pure ha già a disposizione e che sarebbero micidiali: il costo elevato e la poca efficienza della medicina privata, della scuola privata, dei servizi idrici, energetici e postali privati. È probabile che giornali (i direttori) rappresentino solo l’ideologia della proprietà. Era inevitabile, una volta che i giornali sono tornati nell’alveo di interessi più grandi, e così è.
“Ma lo scollamento è visibile anche in televisione, dove gran parte dell’informazione è ancora pubblica. E allora? Sono i partiti all’origine di questo impasse, alcuni partiti contro altri? La Rai, è anche da dire, è da tempo un saprofita, va dove la portano i giornali – “la Repubblca” o il “Corriere della sera”. Un opportunismo da vecchia puttana”.
“I giornali sono entrati in un ciclo di opposte follie, eccessivamente leggeri e eccessivamente impegnati, un mix di cui non si afferra il senso.
“Si può pensare che le paginate, giorno dopo giorno, stabilmente dedicate ai fatti di sesso di Woody Allen e dei reali inglesi, così come le deprecazioni dei partiti, della mafia, dell’inquinamento, dell’economia sollecitino l’interesse dei lettori. Ma non è così perché i lettori diminuiscono.
“In particolare restano freddi, dopo anni di battage e di Procura milanese, gli attacchi alla politica, sotto le forme del privatismo e dell’antipolitica – il privatismo come ricetta contro la corruzione? La politica risponde arroccandosi. Senza cioè utilizzare le armi che pure ha già a disposizione e che sarebbero micidiali: il costo elevato e la poca efficienza della medicina privata, della scuola privata, dei servizi idrici, energetici e postali privati. È probabile che giornali (i direttori) rappresentino solo l’ideologia della proprietà. Era inevitabile, una volta che i giornali sono tornati nell’alveo di interessi più grandi, e così è.
“Ma lo scollamento è visibile anche in televisione, dove gran parte dell’informazione è ancora pubblica. E allora? Sono i partiti all’origine di questo impasse, alcuni partiti contro altri? La Rai, è anche da dire, è da tempo un saprofita, va dove la portano i giornali – “la Repubblca” o il “Corriere della sera”. Un opportunismo da vecchia puttana”.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (141)
Giuseppe Leuzzi
Ci si saluta al Sud come nel resto del mondo. Con un cenno, un suono, un’occhiata, riserbando baci e abbracci a lunghe lontananze. Ma avviene che i settentrionali trovandosi al Sud, poiché si sa che al Sud la gente si bacia e abbraccia sempre, dispensino baci e abbracci a ogni incontro. Anche tre volte in un giorno, se avviene d’incontrare la stessa persona la mattina, il pomeriggio e la sera. È un grosse corvée per i meridionali – che, in effetti, sono indolenti.
Le infrastrutture sono tema noioso, come fossero un tema abusato. Ma i dati sulla qualità del servizio elettrico dicono che in Calabria ogni utente subisce ogni anno in media 7,2 cadute improvvise della corrente, contro le 1,9 del cliente lombardo. Senza contare gli sbalzi di tensione, che tanti motorini domestici, dalla caldaia del riscaldamento all’autoclave, mandano fuori uso.
Calabria
Ha una letteratura prevalentemente dell’esilio – dell’emigrazione. Che è allo stesso tempo esiliata – dimenticata. Domenico Nunnari ne fa la constatazione in un saggio in tre puntate sulla “Gazzetta del Sud” ad agosto. La lista è lunga, a cominciare da Alvaro, che pure fu uno dei maggiori scrittori “europei” del Novecento: Misasi, Perri, Seminara, Repaci, La Cava, Altomonte, Asprea, Strati. Gli unici due scrittori con diritto di cittadinanza sono Carmine Abate e Mimmo Gangemi. Per ora.
Ci si saluta al Sud come nel resto del mondo. Con un cenno, un suono, un’occhiata, riserbando baci e abbracci a lunghe lontananze. Ma avviene che i settentrionali trovandosi al Sud, poiché si sa che al Sud la gente si bacia e abbraccia sempre, dispensino baci e abbracci a ogni incontro. Anche tre volte in un giorno, se avviene d’incontrare la stessa persona la mattina, il pomeriggio e la sera. È un grosse corvée per i meridionali – che, in effetti, sono indolenti.
Grande
dibattito a Milano sulla Grande Brera. Su come cioè tirare le infinite bellezze
raccolte a Brera dai rifiuti e dall’abbandono. Da quasi quarant’anni. Ora se ne
riparla per un progetto di privatizzazione: gestione privata con la regia
pubblica. Cioè con i soldi pubblici: 23 milioni stanziati dal Cipe. Che non
sono molti ma in questa secca lo sono. Come guadagnare cioè con i soldi
pubblici.
Che
c’entra Milano con il Sud? C’entra.
La storia economica dell’unificazione è
semplice, come la semplifica Andreina De Clementi (“Di qua e di là
dell’Oceano”) e vera. L’unità aveva trovato il Sud a livelli di produttività
nella media nazionale. Dopo trent’anni i rendimenti del Sud erano crollati.
Effetto della cattiva amministrazione (del cambiamento da una non buona a una
cattiva), della gestione impolitica, e del fisco. Quindi dell’emigrazione (l’effetto fu lo stesso, fino al secondo
dopoguerra, su Veneto e Liguria).
Le infrastrutture sono tema noioso, come fossero un tema abusato. Ma i dati sulla qualità del servizio elettrico dicono che in Calabria ogni utente subisce ogni anno in media 7,2 cadute improvvise della corrente, contro le 1,9 del cliente lombardo. Senza contare gli sbalzi di tensione, che tanti motorini domestici, dalla caldaia del riscaldamento all’autoclave, mandano fuori uso.
S’incontrano nelle feste di devozione popolare
masse di persone, donne ma anche uomini, che non si vedono altrove, in piazza,
per le strade, al mercato, alla posta. Lavoratori poveri, si deve arguire, che
non hanno tempo per bighellonare e non ha la pensione né altro da spendere.
Anche in chiesa non si fa vedere.
Calabria
“Non c’è
male”, “Così e non peggio”, “Non possiamo lamentarci”. Si chieda a un calabrese
come sta, e il più delle volte la risposta è uno scongiuro: “Non c’è malaccio”, “Si tira avanti”.
Dunque i calabresi sono ebrei e non lo sanno –
per “almeno il 40 per cento”. Lo attesta Barbara Aiello, rabbina americana. La
rabbina non ha buona fama presso le istituzioni ebraiche, in America e in
Italia, ma non c’è problema a crederle. Sono anusim, dice, cioè “costretti” a frequentare la chiesa. Che lascia
intatto il principio dell’evangelizzazione, dacché non ci sono state
persecuzioni.
Barbara
Aiello è un personaggio nel paese d’origine di suo padre, Serrastretta in
provincia di Catanzaro. La Calabria è terra fertile per ogni proposta di fede,
avventista, valdese, Geova, oltre che devota ai santi e alle Madonne. Anche gli
accrediti del padre di Barbara sono molto calabresi: emigrò (nel dopoguerra) da
Serrastretta, dove aveva “operato con i Partigiani durante la Seconda Guerra
Mondiale”, diventando “un liberatore del campo di concentramento di
Buchenwald”. Un foto lo mostra suonatore di tromba (il “flicornino”) nella
banda degli emigrati italiani a Pittsburgh, The Italian Sons & Daughters of
America.
Non
abbiamo fatto in tempo a scoprirci greci che siamo dunque ebrei. Barbara Aiello
ne trova le radici nell’onomastica: Palaia, Dito, Versace, Taverna, Frisina,
Leuzzi, etc., tutti i cognomi ricorrenti in Calabria, e in quelli geografici,
Lombardo etc. (un Domenico Petito dice il suo cognome tra i più diffusi in
Israele, “ci sono Petito in tutte le maggiori città di Israele” - non nelle
campagne?)
Ma trova
a Lamezia un Lorenzo de’ Medici Gatti,
“discendenza certificata dalla nobile casata toscana per parte di padre
e da ebrei polacchi per parte di madre”, secondo “Il Sole 24 Ore” del 22
agosto, “nel curriculum un’apparizione a un reality tv”, che allo stesso
giornale promette: “Il mio gruppo (?) ha in cantiere investimenti da 16 milioni
per realizzare un residence di lusso a Nocera Terinese. Costruiremo anche una
sinagoga da 200 mila euro, destinata alla clientela russa e americana. La
rabbina celebrerà matrimoni in riva al mare”.
La terra
più selvaggia ha una storia di ospitalità. Per i monaci scappati dall’Oriente –
per l’iconoclastia, l’esicasmo, il Filioque, l’islam. Per gli ebrei, di Spagna
e d’Oriente. Per gli zingari. Anche i confinati politici non ebbero a
lamentarsi sotto il fascismo, e i gli internati nel campo di concentramento di
Ferramonti, in maggioranza ebrei.
Ha una letteratura prevalentemente dell’esilio – dell’emigrazione. Che è allo stesso tempo esiliata – dimenticata. Domenico Nunnari ne fa la constatazione in un saggio in tre puntate sulla “Gazzetta del Sud” ad agosto. La lista è lunga, a cominciare da Alvaro, che pure fu uno dei maggiori scrittori “europei” del Novecento: Misasi, Perri, Seminara, Repaci, La Cava, Altomonte, Asprea, Strati. Gli unici due scrittori con diritto di cittadinanza sono Carmine Abate e Mimmo Gangemi. Per ora.
L’emigrazione
è vissuta da questi scrittori, specie da Abate e Gangemi, come una sconfitta e
una diminuzione. Mentre è per antonomasia coraggiosa e perfino avventurosa –
uno che parte da Carfizzi è come uno che parte da Montebelluna, non è uno che
lascia il peggio per il meglio, non necessariamente, ma uno che vuole essere
libero anzitutto, per un suo progetto, anche se non precisato.
Abate,
che dell’emigrazione ha perfino fatto un’aggiornata sociologia, insieme con la
studiosa tedesca Meike Behrmann, allieva di Norbert Elias, ne “I Germanesi”,
sembra non riconciliarsi con la figura del padre. Che “preferiva” vivere,
magari solo, nel Nord Europa tutto l’anno, salvo Natale o Ferragosto, perché
voleva una vera casa al paese, un campo degno di questo nome, e gli studi per i
figli. Che erano il suo modo di vivere e di essere e non una privazione. Una
visione in cui non c’entra il barone, su cui si attarda il figlio intelligente
e colto, il latifondo, il suolo arido del marchesato, e i semi di zucca per
chewing-gum - si
fosse fatta l’edilizia popolare negli anni 1920, dopo il terremoto, magari di
casette unifamiliari come usava dopo i terremoti, la Calabria non si sarebbe
spopolata, nel marchesato, dove c’era il barone, e negli altri quattro quinti
di territorio dove la proprietà era sminuzzata.
Il
discorso del “Sud”
“Pakistani come calabresi”, spiega un ambulante
all’ombrellone accanto su una spiaggia calabrese, “no milanesi, milanesi no”. E
intende il rapporto uomo-donna. Lo dice a una donna che è madre di molti figli,
con i quali però ha urlato e si è divertita tutto il pomeriggio, incurante dei
vicini, inviando ogni tanto perentoria un larva di marito a procurare i gelati
e le patatine al bar, e ora per una mezz’ora abbondante tiene l’ambulante in
piedi sotto il sole rovente a risponderle in un faticoso italiano, senza
comprargli nulla.
Il “discorso su” (narrazione) fa testo come un imprinting, un “sentito dire” definitivo
e ineccepibile, anche se non si posseggono gli strumenti del dire e del
capre.
Mentana ha messo in campo il 26 luglio su La 7
tre big, Ferrara, Mieli e Lerner, quattro con l’economista Alesina, sulla crisi
dell’euro, ma pare abbia fatto il minimo di share,
il 4 per cento. L’argomento del “dibbattito” era che la Merkel giustamente non
deve pagare i forestali calabresi.
Il “discorso su”, la narrazione degli storici,
può fare boomerang oltre certi limiti.
leuzzi@antiit.eu
L’occupazione militare di Reggio Calabria
Il 18 luglio 1970 è il quinto giorno, annota il fotoracconto di Fabio Cuzzola, “Fuori dalle barricate”, della rivolta per “Reggio Capitale”. Con barricate al centro della città e blocchi all’autostrada e ai traghetti per la Sicilia. Quel giorno si svolgono i funerali della prima vittima dei disordini, Bruno Labate. Alla presenza di alcuni giornalisti stranieri, ma senza la Rai e senza i giornali italiani.
YouTube ci ha abituato a immagini ben più drammatiche, e tuttavia le immagini della rivolta per Reggio Capitale, riedite due anni fa per i quarant’anni dell’evento, hanno una loro cupa durezza, con gli M113 in città. In una città italiana. Quando i bambini, sul finire della rivolta, si mascheravano per carnevale.
Il sindaco di Reggio nei diciotto mesi della rivolta, Pietro Battaglia (che si farà poi tredici mesi di carcere, sulle opportune denunce di un delinquente “pentito”, prima di essere assolto), un democristiano molto ragionativo, ricorda nell’ultima intervista qui riportata prima di morire, nel 2005, solo scene da occupazione militare. “Ricordo nitidamente le bastonate, le manganellate subite dai giovani di Reggio, e poi, ancora peggio, i ragazzi chiusi nella prefettura, tartassati da botte, e anche da fatti molto ignobili – come per esempio la pipì in bocca”. A opera della Celere, “soprattutto il reparto che veniva da Padova”. E le svastiche sui muri delle scuole dove la Celere era acquartierata: “Svastiche tedesche, simboli di morte, quindi l’odio! Non si trattava più di contenere una rivolta, qui venivano con la mentalità proprio di padroni, di colonizzatori”.
In una rivolta di destra, spiegava “Time”, la rivista americana, le tecniche erano di sinistra, quelle dell’autunno caldo appena concluso: barricate, e scontri con la polizia. Ma gli M113, possiamo aggiungere per esperienza personale, dovevano realizzare qualche anno prima il Piano Solo contro il centro-sinistra, un mezzo molto mobile per l’occupazione delle città. Contro il partito Socialista fu poi “curvata” la stessa rivolta di Reggio. Che invece, dice Battaglia, fu occasionata dal suo proprio partito, la Democrazia Cristiana, divisa e confusa, incapace di elaborare un progetto regionale che riequilibrasse i pesi e i vantaggi nel territorio.
Un’appendice è doverosa per il recensore. Reggio si pose ai margini della Regione Calabria appena creata – in quel 1970 si votavano per la prima volta i Consigli Regionali – è lì è rimasta: indolente, isolata, parassitaria. Incapace di investire sulle miniere naturalistiche, archeologiche e amministrative di cui è dotata. Isolata dal suo territorio, che ignora pervicace. Senza una sola iniziativa di rilievo, poiché solo il “posto” conta.
La protesta si concluse col “Pacchetto Calabria” del governo: capitale a Catanzaro, università a Cosenza, quinto centro siderurgico a Gioia Tauro. Progetto poi sostituito, per i vincoli europei alla produzione di acciaio, con una megacentrale a carbone pulito dell’Enel. Che il Procuratore Capo di Palmi, Cordova, di destra dichiarata, avverserà con ogni mezzo – ventuno imputazioni contro il presidente dell’Enel Viezzoli, poi prosciolto. Del progetto Gioia Tauro resta il porto, fieramente avversato dal “Corriere della sera” ma utilmente trasformato nel più grande e efficiente interporto container del Mediterraneo.
La prima carica brutale della polizia, che fece degenerare le manifestazioni fino ad allora molto pacifiche, fu decretata il 14 luglio 1970 da un commissario di polizia che si chiamava Lombardo, ed era di Giojosa Jonica.
Fabio Cuzzola, Fuori dalle barricate, Città del Sole, pp. 119 ill. + dvd € 12
YouTube ci ha abituato a immagini ben più drammatiche, e tuttavia le immagini della rivolta per Reggio Capitale, riedite due anni fa per i quarant’anni dell’evento, hanno una loro cupa durezza, con gli M113 in città. In una città italiana. Quando i bambini, sul finire della rivolta, si mascheravano per carnevale.
Il sindaco di Reggio nei diciotto mesi della rivolta, Pietro Battaglia (che si farà poi tredici mesi di carcere, sulle opportune denunce di un delinquente “pentito”, prima di essere assolto), un democristiano molto ragionativo, ricorda nell’ultima intervista qui riportata prima di morire, nel 2005, solo scene da occupazione militare. “Ricordo nitidamente le bastonate, le manganellate subite dai giovani di Reggio, e poi, ancora peggio, i ragazzi chiusi nella prefettura, tartassati da botte, e anche da fatti molto ignobili – come per esempio la pipì in bocca”. A opera della Celere, “soprattutto il reparto che veniva da Padova”. E le svastiche sui muri delle scuole dove la Celere era acquartierata: “Svastiche tedesche, simboli di morte, quindi l’odio! Non si trattava più di contenere una rivolta, qui venivano con la mentalità proprio di padroni, di colonizzatori”.
In una rivolta di destra, spiegava “Time”, la rivista americana, le tecniche erano di sinistra, quelle dell’autunno caldo appena concluso: barricate, e scontri con la polizia. Ma gli M113, possiamo aggiungere per esperienza personale, dovevano realizzare qualche anno prima il Piano Solo contro il centro-sinistra, un mezzo molto mobile per l’occupazione delle città. Contro il partito Socialista fu poi “curvata” la stessa rivolta di Reggio. Che invece, dice Battaglia, fu occasionata dal suo proprio partito, la Democrazia Cristiana, divisa e confusa, incapace di elaborare un progetto regionale che riequilibrasse i pesi e i vantaggi nel territorio.
Un’appendice è doverosa per il recensore. Reggio si pose ai margini della Regione Calabria appena creata – in quel 1970 si votavano per la prima volta i Consigli Regionali – è lì è rimasta: indolente, isolata, parassitaria. Incapace di investire sulle miniere naturalistiche, archeologiche e amministrative di cui è dotata. Isolata dal suo territorio, che ignora pervicace. Senza una sola iniziativa di rilievo, poiché solo il “posto” conta.
La protesta si concluse col “Pacchetto Calabria” del governo: capitale a Catanzaro, università a Cosenza, quinto centro siderurgico a Gioia Tauro. Progetto poi sostituito, per i vincoli europei alla produzione di acciaio, con una megacentrale a carbone pulito dell’Enel. Che il Procuratore Capo di Palmi, Cordova, di destra dichiarata, avverserà con ogni mezzo – ventuno imputazioni contro il presidente dell’Enel Viezzoli, poi prosciolto. Del progetto Gioia Tauro resta il porto, fieramente avversato dal “Corriere della sera” ma utilmente trasformato nel più grande e efficiente interporto container del Mediterraneo.
La prima carica brutale della polizia, che fece degenerare le manifestazioni fino ad allora molto pacifiche, fu decretata il 14 luglio 1970 da un commissario di polizia che si chiamava Lombardo, ed era di Giojosa Jonica.
Fabio Cuzzola, Fuori dalle barricate, Città del Sole, pp. 119 ill. + dvd € 12
domenica 26 agosto 2012
Moro, Andreotti, i socialisti e la storia rimossa
Sul centro-sinistra, il grande rimosso della storia italiana (basta leggere Ginsborg), nulla è cambiato rispetto a vent’anni fa, quando i giudici ne affossavano il pilastro, il partito Socialista:
“Il centro-sinistra sarà stato l’esperienza innovativa più concreta nella storia della Repubblica e dell’Italia: diritto di famiglia, salute, lavoro, moneta e potere d’acquisto, ambiente e urbanistica, relazioni internazionali. Nelle future storie non bisognerà partire dal Risorgimento tradito ma dal centro-sinistra tradito.
“In estrema sintesi. Mentre la crescita impetuosa dell’economia avviata nel fascismo (banca, acciaio, infrastrutture, motorizzazione, ricerca), si riprende e consolida quindici anni dopo la guerra, la guerra perduta e quella civile, la democrazia ci impiega quaranta a consolidarsi, dopo i maldestri tentativi del giolittiano suffragio universale del 1913 e del 1919. Il governo, da sempre confinato nella Repubblica in anguste maggioranze di centro-destra, torna dopo quarant’anni al 1919, allargandosi ai sindacati e ai partiti popolari di sinistra. Indisponibile il Pci di Togliatti, partito d’ordine (di governo) ma subordinato a Mosca, l’apertura si fa con i ribellisti (autonomisti) socialisti. Finalmente l’Italia si dota, in un quinquennio o poco più, di leggi adeguate per il divorzio, l’aborto, la parità femminile, la protezione dell’ambiente (acque, paesaggio, coste), la sanità, il lavoro. Un “produttività” politica che avrà una ripresa, breve, ametà degli anni Ottanta, con la protezione del potere d’acquisto (referendum sulla scala mobile), e il riconoscimento internazionale, in Europa e nella guerra fredda (euromissili).
“Tutti i mali italiani derivano dal blocco del centro-sinistra sotto i colpi della strategia della tensione – piazza Fontana è anche un apologo, oltre che l’avvio forzoso della reazione. I terribili anni Settanta, le stragi, il terrorismo, la lottizzazione, e il democraticismo (parlamentarismo ostruzionistico), con l’abbandono di ogni progetto, e la rottura della capacità politica di rappresentare e mediare, a opera del Pci di Berlinguer, e dell’accoppiata Moro-Andreotti.
“Aldo Moro è l’artefice del fallimento. Non si può dirlo, poiché del fallimento è la vittima. Ma ne è stato artefice dichiarato, alla sua maniera involuta – l’attenzione al Pci e il disprezzo del Pci erano il suo modo d’essere integralista. Fin dall’inizio, quando si era proposto come il male minore nei confronti dell’animatore del centro-sinistra, Fanfani. Rubando con determinazione – Moro era inflessibile, durissimo – il ruolo del realizzatore del progetto allo stesso Fanfani. Contraddittorio quanto bastava per non sembrarlo Si impegna contro Segni nel 1964, ma copre De Lorenzo e anzi se lo tiene in caldo per il colpo decisivo quattro anni dopo: la denuncia del Piano Solo nel 1968, tutto lascia presumere sotto la regia di Andreotti, voleva significare l’impossibilità del centro-sinistra – l’amarezza delle “seconde” lettere di Moro dal carcere brigatista nasce da qui, dall’aver avallato i traffici del suo ministro della Difesa del centro-sinistra, Andreotti, nemico dichiarato del centro-sinistra stesso”.
“Il centro-sinistra sarà stato l’esperienza innovativa più concreta nella storia della Repubblica e dell’Italia: diritto di famiglia, salute, lavoro, moneta e potere d’acquisto, ambiente e urbanistica, relazioni internazionali. Nelle future storie non bisognerà partire dal Risorgimento tradito ma dal centro-sinistra tradito.
“In estrema sintesi. Mentre la crescita impetuosa dell’economia avviata nel fascismo (banca, acciaio, infrastrutture, motorizzazione, ricerca), si riprende e consolida quindici anni dopo la guerra, la guerra perduta e quella civile, la democrazia ci impiega quaranta a consolidarsi, dopo i maldestri tentativi del giolittiano suffragio universale del 1913 e del 1919. Il governo, da sempre confinato nella Repubblica in anguste maggioranze di centro-destra, torna dopo quarant’anni al 1919, allargandosi ai sindacati e ai partiti popolari di sinistra. Indisponibile il Pci di Togliatti, partito d’ordine (di governo) ma subordinato a Mosca, l’apertura si fa con i ribellisti (autonomisti) socialisti. Finalmente l’Italia si dota, in un quinquennio o poco più, di leggi adeguate per il divorzio, l’aborto, la parità femminile, la protezione dell’ambiente (acque, paesaggio, coste), la sanità, il lavoro. Un “produttività” politica che avrà una ripresa, breve, ametà degli anni Ottanta, con la protezione del potere d’acquisto (referendum sulla scala mobile), e il riconoscimento internazionale, in Europa e nella guerra fredda (euromissili).
“Tutti i mali italiani derivano dal blocco del centro-sinistra sotto i colpi della strategia della tensione – piazza Fontana è anche un apologo, oltre che l’avvio forzoso della reazione. I terribili anni Settanta, le stragi, il terrorismo, la lottizzazione, e il democraticismo (parlamentarismo ostruzionistico), con l’abbandono di ogni progetto, e la rottura della capacità politica di rappresentare e mediare, a opera del Pci di Berlinguer, e dell’accoppiata Moro-Andreotti.
“Aldo Moro è l’artefice del fallimento. Non si può dirlo, poiché del fallimento è la vittima. Ma ne è stato artefice dichiarato, alla sua maniera involuta – l’attenzione al Pci e il disprezzo del Pci erano il suo modo d’essere integralista. Fin dall’inizio, quando si era proposto come il male minore nei confronti dell’animatore del centro-sinistra, Fanfani. Rubando con determinazione – Moro era inflessibile, durissimo – il ruolo del realizzatore del progetto allo stesso Fanfani. Contraddittorio quanto bastava per non sembrarlo Si impegna contro Segni nel 1964, ma copre De Lorenzo e anzi se lo tiene in caldo per il colpo decisivo quattro anni dopo: la denuncia del Piano Solo nel 1968, tutto lascia presumere sotto la regia di Andreotti, voleva significare l’impossibilità del centro-sinistra – l’amarezza delle “seconde” lettere di Moro dal carcere brigatista nasce da qui, dall’aver avallato i traffici del suo ministro della Difesa del centro-sinistra, Andreotti, nemico dichiarato del centro-sinistra stesso”.
Problemi di base - 113
spock
Se l’arte è finita perché tanti la criticano, e la vendono?
E perché, se Dio è morto, preti e predicatori si moltiplicano?
Se Dio è invisibile, perché ha creato il mondo visibile?
Che mondo è quello che vediamo, sarà vero?
E dove poggiano tutte queste galassie, cento o centomila, piene di miliardi di stelle?
Questo è un buco vero: un Dio ci manca che stia nei cieli.
Se Monti ha la bacchetta magica, non sarà lui il Dio nascosto?
Usciremo dalla recessione tutti professori?
Perché i giornali si accaniscono a opporre Ingroia, povera stella, a Napolitano?
spock@antiit.eu
Se l’arte è finita perché tanti la criticano, e la vendono?
E perché, se Dio è morto, preti e predicatori si moltiplicano?
Se Dio è invisibile, perché ha creato il mondo visibile?
Che mondo è quello che vediamo, sarà vero?
E dove poggiano tutte queste galassie, cento o centomila, piene di miliardi di stelle?
Questo è un buco vero: un Dio ci manca che stia nei cieli.
Se Monti ha la bacchetta magica, non sarà lui il Dio nascosto?
Usciremo dalla recessione tutti professori?
Perché i giornali si accaniscono a opporre Ingroia, povera stella, a Napolitano?
spock@antiit.eu
L’America dei rifiuti, alcolizzati
Poco apprezzato, se non in Francia. Dove altri quattro o cinque film sono stati tratti dai suoi racconti, dopo il successo di Truffaut, “Tirate sul pianista”, con Aznavour e Marie Dubois. Ma dove lo hanno fatto alcolizzato, isolato, povero, anzi barbone, Mentre era soprattutto uno scrittore, sceneggiatore di successo a Hollywood, quasi astemio, parsimonioso, questo sì, incapace di spendere, mammone, incapace di una vita affettiva, fino ai cinquant’anni, quando morì, e pio.
Si può dire Goodis uno eccentrico, molto. L’American Dream ha svelato prima dei beat. Dal di fuori e non dal di dentro - come vita vissuta, di barbone, drogato, alcolizzato, o preteso tale. Nei suoi aspetti più visibili: la pulizia, il salutismo, il lavoro, la famiglia. Ha eccettuato solo la politica, e il sesso – non lo sa fare, non essendo interessato. In controluce sui bassifondi, quartieri senza luce, ingombri di rifiuti. In una New York dickensiana dove la violenza è illimitata. Una sfida anche al genere, duro-azione, irriso pesantemente: le scazzottate sono squartamenti, gli inseguimenti si fanno a piedi, tra ratti e rifiuti.
Questo Omnibus Gialli curato da Lia Volpatti nel 1989 è un doppio atto di coraggio: consacrare un autore quasi sconosciuto, e pubblicare gli allora inediti “Sparate sul pianista” (“Down There or Shoot the Piano Player”, del 1956, qui “Non sparate sul pianista”), e “Strada senza ritorno” del 1954, oltre a “Il buio nel cervello” (“Nightfall”) del 1947 e “C’è del marcio in Vernon Street” (“The Moon in the Gutter”) del 1953. Alcuni dei testi sono stati recentemente ripubblicati da Fanucci con altri titoli: “Nightfall” è “Il vuoto nella mente”, “Down There” è “Sparate sul pianista”.
Lia Volpatti gli rende giustizia anche come genere, per una confusione tuttora non diradata, tra hardboiled e noir, duro e nero. “Violenza e azione” sono connotazioni dell’hardboiled ma non necessariamente del nero, “perché dove c’è il nero c’è spesso più che altro rassegnazione, disperazione, autodistruzione, non voglia di lottare bensì di cedere, di lasciarsi andare”. Goodis si diceva personalmente “in attesa che il mondo ritrovi la sua anima”. Che nell’attesa rappresenta quale è, pieno di anime smarrite.
David Goodis, Profondo nero
Si può dire Goodis uno eccentrico, molto. L’American Dream ha svelato prima dei beat. Dal di fuori e non dal di dentro - come vita vissuta, di barbone, drogato, alcolizzato, o preteso tale. Nei suoi aspetti più visibili: la pulizia, il salutismo, il lavoro, la famiglia. Ha eccettuato solo la politica, e il sesso – non lo sa fare, non essendo interessato. In controluce sui bassifondi, quartieri senza luce, ingombri di rifiuti. In una New York dickensiana dove la violenza è illimitata. Una sfida anche al genere, duro-azione, irriso pesantemente: le scazzottate sono squartamenti, gli inseguimenti si fanno a piedi, tra ratti e rifiuti.
Questo Omnibus Gialli curato da Lia Volpatti nel 1989 è un doppio atto di coraggio: consacrare un autore quasi sconosciuto, e pubblicare gli allora inediti “Sparate sul pianista” (“Down There or Shoot the Piano Player”, del 1956, qui “Non sparate sul pianista”), e “Strada senza ritorno” del 1954, oltre a “Il buio nel cervello” (“Nightfall”) del 1947 e “C’è del marcio in Vernon Street” (“The Moon in the Gutter”) del 1953. Alcuni dei testi sono stati recentemente ripubblicati da Fanucci con altri titoli: “Nightfall” è “Il vuoto nella mente”, “Down There” è “Sparate sul pianista”.
Lia Volpatti gli rende giustizia anche come genere, per una confusione tuttora non diradata, tra hardboiled e noir, duro e nero. “Violenza e azione” sono connotazioni dell’hardboiled ma non necessariamente del nero, “perché dove c’è il nero c’è spesso più che altro rassegnazione, disperazione, autodistruzione, non voglia di lottare bensì di cedere, di lasciarsi andare”. Goodis si diceva personalmente “in attesa che il mondo ritrovi la sua anima”. Che nell’attesa rappresenta quale è, pieno di anime smarrite.
David Goodis, Profondo nero
sabato 25 agosto 2012
Il giallo dell’Italia
Milano “in realtà è né più né meno che una versione italiana di Birmingham”. In Italia, nello Stato e nelle aziende, all’ufficio acquisti è “solo questione di chi paga, le ditte tedesche o quelle britanniche”, di chi paga per poter vendere. Scritto nel 1938, ma il mondo non muore. L’Asse è “uno degli esempi di politica di potenza più efficaci che si siano mai visti”: è “una catena per Mussolini, in cambio di nulla”. E ci siamo dimenticati che “dovettero abbandonare la nuova Enciclopedia italiana perché non c’erano filofascisti abbastanza i intelligenti per portarla a termine”. Quanta storia in un thriller.
Eric Ambler, Motivo d’allarme
Eric Ambler, Motivo d’allarme
Bugie e window dressing
Il governo non ha preso nessuna misura per l’economia, solo cosmesi o window dressing. Forse non ne può prendere. Ma la Rai, il,”Corriere della sera”, “la Repubblica”, “Il Messaggero”, “La Stampa” ne parlano da settimane trionfalmente per quattro-otto pagine ogni giorno. E ora che le non misure sono delineate si affannano a spiegare nei dettagli di che cosa non consistono. La digitalizzazione? La vendita dei beni artistici? La sanità privata? Il concorso per 12 mila insegnanti delle scuole medie? In aggiunta ai duecento, o trecentomila, vincitori di concorso in attesa di cattedra?
Vittorio Grilli dice che nel 2013 non ci sarà ripresa. I giornali gli fanno dire che la recessione finirà nel 2013. Che non è sbagliato, ma non è quello che il ministro intendeva. Passera, il ministro dello Sviluppo, non dice nulla pur amando parlare: non ha niente da dire. Elsa Fornero scopre il cuneo fiscale (il lavoro tassato troppo). Una cosa di cui si discute esattamente da quarant’anni, dal governicchio di centro-destra di Andreotti nel 1972. Ma i giornali di cui sopra ne parlano come di una grossa novità. Solo Giannelli, il vignettista del “Corriere della sera”, osa ironizzare sul ministro del Lavoro che scopre il cuneo fiscale. Forse non legge il suo giornale. Che nella pagina successiva recupera con un video lusinghiero di Elsa, in versione quasi glamour, molto pubblicitario.
Fornero scopre le troppe tasse sul lavoro quando almeno la metà del mercato è flessibilizzato. Da vent’anni. Con contributi sociali irrisori o nulli. Quello dei venti-trentenni.
Vittorio Grilli dice che nel 2013 non ci sarà ripresa. I giornali gli fanno dire che la recessione finirà nel 2013. Che non è sbagliato, ma non è quello che il ministro intendeva. Passera, il ministro dello Sviluppo, non dice nulla pur amando parlare: non ha niente da dire. Elsa Fornero scopre il cuneo fiscale (il lavoro tassato troppo). Una cosa di cui si discute esattamente da quarant’anni, dal governicchio di centro-destra di Andreotti nel 1972. Ma i giornali di cui sopra ne parlano come di una grossa novità. Solo Giannelli, il vignettista del “Corriere della sera”, osa ironizzare sul ministro del Lavoro che scopre il cuneo fiscale. Forse non legge il suo giornale. Che nella pagina successiva recupera con un video lusinghiero di Elsa, in versione quasi glamour, molto pubblicitario.
Fornero scopre le troppe tasse sul lavoro quando almeno la metà del mercato è flessibilizzato. Da vent’anni. Con contributi sociali irrisori o nulli. Quello dei venti-trentenni.
venerdì 24 agosto 2012
Il golpe strisciante del 1992
Il golpe strisciante del 1992 fu anche manifesto, a cavallo del Ferragosto se ne poteva scrivere:
“Craxi redige l’ennesimo compitino in favore dell’unità delle sinistre, i comunisti rispondono ghignando, ghignano ora anche i repubblicani, e il raiume Dc può ridicolizzarlo. È vero che con i comunisti i socialisti hanno poco da lavorare in comune, ma allora perché rifare il compitino?
"Questo mentre i giudici di Milano non perseguono reati ma slombano il pentapartito. E per esso il suo pilastro, il Psi. In accordo e con le carte di Andreotti - il solo virtuoso, lui e i suoi, in questa Dc corrotta. E in collegamento col console americano a Milano, che non si cura degli affari ma della politica giudiziaria.
“All’altro capo del filo Craxi sta arroccato, nemmeno seduto accanto, ma disteso a tappetino, dietro «questa» Dc. Come se l’oppio l’avesse intossicato, inerte. Con la Dc peggiore del dopoguerra. Con Andreotti e Cossiga intenti a mandarlo alla forca. Non figurativamente. Sotto la protezione di Scalfaro, il più ricattabile di tutti. Con giudici di non camuffato neofascismo, Di Pietro, Cordova. Possibile che non avverta l’aria di fine regime? Che abbia sottovalutato gli Usa, i quali non perdonano? È un gioco al massacro, non più il solito ricatto, rovesciabile.
“Dei socialisti viene controllato tutto, dai telefoni alla corrispondenza, e di tutti quelli che hanno da fare con i socialisti. Agghiacciante la telefonata dell’impiegata di De Michelis che hanno pubblicato sull’“Espresso”: per arrivare a questo documento di prova contro De Michelis che non prova nulla cos’altro hanno spiato e manipolato? E l’ineffabile Cordova che produce un fax di Martelli per una raccomandazione – a favore di una tizia che si era già sistemata da alcuni mesi. Col Pci che inneggia al missino Cordova.
“Ma non dei socialisti si tratta, alla fine verranno in qualche modo prosciolti. Si tratta di dare la caccia a Craxi. Come da tempo facevano De Mita con Scalfari (cioè De Benedetti). Per un solo motivo: perché vuole un governo che governi. Ha mostrato che si può fare. E lo vorrebbe nella legge elettorale. Tanto poco per un golpe? Per questa Dc non c’è proporzione che tenga tra fini e mezzi, non c’è misura per il cinismo. Un governo che governi non è compatibile con gli interessi e le camarille”.
“Craxi redige l’ennesimo compitino in favore dell’unità delle sinistre, i comunisti rispondono ghignando, ghignano ora anche i repubblicani, e il raiume Dc può ridicolizzarlo. È vero che con i comunisti i socialisti hanno poco da lavorare in comune, ma allora perché rifare il compitino?
"Questo mentre i giudici di Milano non perseguono reati ma slombano il pentapartito. E per esso il suo pilastro, il Psi. In accordo e con le carte di Andreotti - il solo virtuoso, lui e i suoi, in questa Dc corrotta. E in collegamento col console americano a Milano, che non si cura degli affari ma della politica giudiziaria.
“All’altro capo del filo Craxi sta arroccato, nemmeno seduto accanto, ma disteso a tappetino, dietro «questa» Dc. Come se l’oppio l’avesse intossicato, inerte. Con la Dc peggiore del dopoguerra. Con Andreotti e Cossiga intenti a mandarlo alla forca. Non figurativamente. Sotto la protezione di Scalfaro, il più ricattabile di tutti. Con giudici di non camuffato neofascismo, Di Pietro, Cordova. Possibile che non avverta l’aria di fine regime? Che abbia sottovalutato gli Usa, i quali non perdonano? È un gioco al massacro, non più il solito ricatto, rovesciabile.
“Dei socialisti viene controllato tutto, dai telefoni alla corrispondenza, e di tutti quelli che hanno da fare con i socialisti. Agghiacciante la telefonata dell’impiegata di De Michelis che hanno pubblicato sull’“Espresso”: per arrivare a questo documento di prova contro De Michelis che non prova nulla cos’altro hanno spiato e manipolato? E l’ineffabile Cordova che produce un fax di Martelli per una raccomandazione – a favore di una tizia che si era già sistemata da alcuni mesi. Col Pci che inneggia al missino Cordova.
“Ma non dei socialisti si tratta, alla fine verranno in qualche modo prosciolti. Si tratta di dare la caccia a Craxi. Come da tempo facevano De Mita con Scalfari (cioè De Benedetti). Per un solo motivo: perché vuole un governo che governi. Ha mostrato che si può fare. E lo vorrebbe nella legge elettorale. Tanto poco per un golpe? Per questa Dc non c’è proporzione che tenga tra fini e mezzi, non c’è misura per il cinismo. Un governo che governi non è compatibile con gli interessi e le camarille”.
Il giallo della larva Superman
Una notte lunga una vita. Tra i miserabili. Che si è impazienti di portare alla fine. I suoi perdenti Goodis porta qui all’estremo – con l’eccezione di un tenente investigativo, Pertnoy, dall’occhio clinico. Tutti sempre immersi nell’alcol. In quartieri senza luce. Dove topi si aggirano grandi come gatti. Tra odi razziali e violenze senza limiti - progetti di violenze. A partire da quelle, specialmente brutali, della polizia. Attraverso cui, in una notte bestiale, la larva Whitey rivive la felicità, l’amore, la sofferenza, il nichilismo brillante anche dei poveri, e riesce ad approdare al giorno dopo.
David Goodis, Strada senza ritorno
David Goodis, Strada senza ritorno
giovedì 23 agosto 2012
Letture - 107
letterautore
Confessione – Il genere nasce con Rousseau. “Il primo che in maniera organica indagò l’intimità, e in certo senso la teorizzò fu Jean-Jacques Rousseau”, Hannah Arendt, “Vita Activa”. Al punto da meritarsi a lungo, “unico fra i grandi autori”, di essere “citato con il solo nome”.
Doppio - Jean Paul si sarebbe divertito un mucchio con Facebook, il mondo dei doppi, oggi avatar, partenogenetico a piacimento, senza danno per nessuno – non che si veda. Si può dirne lo scrittore, con due secoli di anticipo. Jean Paul non era ossessionato dal “doppio”, che non lo inquietava come invece Poe o Paul Auster. Era una delle pieghe “umoristiche” attraverso le quali penetrava nella vita (“c’è un umorismo che si accompagna al pathos”, De Quincey diceva di Jean Pauk). Specie le parole “doppie”, le parole composte, che lo divertivano per la capacità anagrammatica e combinatoria.
“Gattopardo” – Ma è il romanzo della fede, religiosa. Con disdegno delle cose terrene: uno sguardo dall'aldilà gettato in vita. Una professione di fede non bellicosa (trionfante), e tuttavia sempre dotata di superiore serenità.
“Il Gattopardo” comincia col rosario e finisce col santo vescovo a disagio tra le reliquie false. Nel mezzo non un solo accenno derisorio di Tomasi, che pure ne spende tanti, sui preti o la fede, ancorché in forme superstiziose. Anche la mania delle stelle (dei cugini Piccolo) Tomasi riconduce a ortodossia religiosa. Padre Pirrone, il prete che accompagna la narrazione, è persona degna in ogni circostanza.
Il “Gattopardo”, affogato nel “cambi tutto perché non cambi nulla”, è romanzo poliedrico, e questo della fede è un aspetto fra i principali – quanto lontana, la sua umanità, da quella legnosa di Sciascia, pure pensosa di buoni propositi. È il solo caso, si può dire, di romanzo religioso del Novecento. Per le pratiche di devozione, sempre misurate e rispettate, e per il senso cristiano della vita.
Stupidità – Nell’“Elogio della stupidità” Jean Paul inscena la stupidità stessa che, parlandosi da sola, tesse l’elogio della stupidità: il colmo.
Jean Paul la trova, quasi un contemporaneo, tra i teologi (oggi diremmo i moralisti), i filosofi, i poeti, gli scrittori, e i medici naturalmente, i cortigiani, i bellimbusti, e molte belle donne. L’“Elogio” di Jean Paul è uno specchio del moderno modo di essere di quelli che si chiameranno gli intellettuali, anteriore ma anche successivo a quelli di Baudelare e di Flaubert, dei tic nei quali si risolve spesso il nostro pensiero profondo. È un catalogo più che un libello: la critica va all’ipocrisia, la superficialità, lo snobismo, il carrierismo, l’arroganza, la sciatteria.
È tema arduo. Non si tratta infatti di far ridere con aneddoti piccanti o buffi su quello che non vorremmo essere (Bertoldo, Giufà, Andreuccio, Calandrino), ma di far emergere quello che siamo e non vorremmo essere. La stupidità è tuttavia molto frequentata in letteratura, i repertori ne traboccano. Ultimamente con Savinio, e con Umberto Eco, come tema generale e non per aforsimi. Nonché dallo storico Carlo Maria Cipolla, in “Allegro, ma non troppo” e altri scritti. Con sufficienza. Contestati, ma debolmente, da Fruttero e Lucentini, che ci hanno scritto sopra quasi un migliaio di pagine – ora riedite negli Oscar.
Moltissimi, nell’antichità sentenziosa e dopo, bollarono risata e stupidità insieme: Menandro, Isocrate e Catullo. I più la stupidità da sola: il “Siracide”, 21, 20, il “Libro dei Consigli” della “Bibbia” greca (poi chiamato anche “Ecclesiastico”), l’“Ecclesiaste” naturalmente, “Infinito è il numero degli stupidi” (ma l’“Ecclesiaste” di san Girolamo, l’originale e la versione dei Settanta direbbero altro: “Ciò che manca non si può contare”), Cicerone, non poteva mancare, il “Canzoniere eddico”, i proverbi popolari, e perfino Oscar Wilde: “Non c’è altro peccato che la stupidità”. Ma Wilde amava le battute: il suo “Marito ideale” professa infatti “una grande ammirazione per la stupidità”. Ci vuole poco del resto, basta arrabbiarsi. Come il giovane Baudelaire e il borghese insofferente Flaubert.
Sul fronte opposto Orazio. Nel quarto carme trova che “è piacevole, al momento opportuno, essere stupidi”. Il placido Cassiodoro consiglia: “La stupidità al momento opportuno è la più grande saggezza”. Alexander Pope, “Essay on Criticism”, pure ci spera: “Se la stupidità ci ha messi in questo casino, perché non ce ne tira fuori?” E papa Woytiła: “La stupidità è anch’essa un dono di Dio, ma non bisogna farne cattivo uso”.
A Pope si deve anche: “Il colto è contento di esplorare la natura; lo scemo è contento di non saperne di più”. Ma ne ha molte altre in canna, avendo celebrato la dea Dullness, che è molto Stupidità, nei vari libri della “Dunciad”, lo Scemenzario.
La stupidità è specialmente fruttuosa per coloro che l’humour rode. In particolare, da Rabelais a Longanesi, per il dato quantitativo. Bisogna ricordarsi, diceva Rabelais, che “al mondo ci sono molti più coglioni che uomini”. E che, aggiunge Longanesi, “due stupidi sono due stupidi, diecimila stupidi sono una forza storica”. La storia della democrazia, si può aggiungere, lo dimostra.
Si può anche individuare un’arte della stupidità. Nel senso di Cassiodoro oppure in senso inverso. Il Dottor Johnson notava di un tale che era troppo stupido per essere vero, “dev’essergli costato molta fatica, un tale eccesso di stupidità non esiste in natura”. E il superbamente intelligente von Hofmannstahl afferma: “La stupidità più pericolosa è un’acuta intelligenza”.
letterautore@antiit.eu
Confessione – Il genere nasce con Rousseau. “Il primo che in maniera organica indagò l’intimità, e in certo senso la teorizzò fu Jean-Jacques Rousseau”, Hannah Arendt, “Vita Activa”. Al punto da meritarsi a lungo, “unico fra i grandi autori”, di essere “citato con il solo nome”.
Doppio - Jean Paul si sarebbe divertito un mucchio con Facebook, il mondo dei doppi, oggi avatar, partenogenetico a piacimento, senza danno per nessuno – non che si veda. Si può dirne lo scrittore, con due secoli di anticipo. Jean Paul non era ossessionato dal “doppio”, che non lo inquietava come invece Poe o Paul Auster. Era una delle pieghe “umoristiche” attraverso le quali penetrava nella vita (“c’è un umorismo che si accompagna al pathos”, De Quincey diceva di Jean Pauk). Specie le parole “doppie”, le parole composte, che lo divertivano per la capacità anagrammatica e combinatoria.
“Gattopardo” – Ma è il romanzo della fede, religiosa. Con disdegno delle cose terrene: uno sguardo dall'aldilà gettato in vita. Una professione di fede non bellicosa (trionfante), e tuttavia sempre dotata di superiore serenità.
“Il Gattopardo” comincia col rosario e finisce col santo vescovo a disagio tra le reliquie false. Nel mezzo non un solo accenno derisorio di Tomasi, che pure ne spende tanti, sui preti o la fede, ancorché in forme superstiziose. Anche la mania delle stelle (dei cugini Piccolo) Tomasi riconduce a ortodossia religiosa. Padre Pirrone, il prete che accompagna la narrazione, è persona degna in ogni circostanza.
Il “Gattopardo”, affogato nel “cambi tutto perché non cambi nulla”, è romanzo poliedrico, e questo della fede è un aspetto fra i principali – quanto lontana, la sua umanità, da quella legnosa di Sciascia, pure pensosa di buoni propositi. È il solo caso, si può dire, di romanzo religioso del Novecento. Per le pratiche di devozione, sempre misurate e rispettate, e per il senso cristiano della vita.
Stupidità – Nell’“Elogio della stupidità” Jean Paul inscena la stupidità stessa che, parlandosi da sola, tesse l’elogio della stupidità: il colmo.
Jean Paul la trova, quasi un contemporaneo, tra i teologi (oggi diremmo i moralisti), i filosofi, i poeti, gli scrittori, e i medici naturalmente, i cortigiani, i bellimbusti, e molte belle donne. L’“Elogio” di Jean Paul è uno specchio del moderno modo di essere di quelli che si chiameranno gli intellettuali, anteriore ma anche successivo a quelli di Baudelare e di Flaubert, dei tic nei quali si risolve spesso il nostro pensiero profondo. È un catalogo più che un libello: la critica va all’ipocrisia, la superficialità, lo snobismo, il carrierismo, l’arroganza, la sciatteria.
È tema arduo. Non si tratta infatti di far ridere con aneddoti piccanti o buffi su quello che non vorremmo essere (Bertoldo, Giufà, Andreuccio, Calandrino), ma di far emergere quello che siamo e non vorremmo essere. La stupidità è tuttavia molto frequentata in letteratura, i repertori ne traboccano. Ultimamente con Savinio, e con Umberto Eco, come tema generale e non per aforsimi. Nonché dallo storico Carlo Maria Cipolla, in “Allegro, ma non troppo” e altri scritti. Con sufficienza. Contestati, ma debolmente, da Fruttero e Lucentini, che ci hanno scritto sopra quasi un migliaio di pagine – ora riedite negli Oscar.
Moltissimi, nell’antichità sentenziosa e dopo, bollarono risata e stupidità insieme: Menandro, Isocrate e Catullo. I più la stupidità da sola: il “Siracide”, 21, 20, il “Libro dei Consigli” della “Bibbia” greca (poi chiamato anche “Ecclesiastico”), l’“Ecclesiaste” naturalmente, “Infinito è il numero degli stupidi” (ma l’“Ecclesiaste” di san Girolamo, l’originale e la versione dei Settanta direbbero altro: “Ciò che manca non si può contare”), Cicerone, non poteva mancare, il “Canzoniere eddico”, i proverbi popolari, e perfino Oscar Wilde: “Non c’è altro peccato che la stupidità”. Ma Wilde amava le battute: il suo “Marito ideale” professa infatti “una grande ammirazione per la stupidità”. Ci vuole poco del resto, basta arrabbiarsi. Come il giovane Baudelaire e il borghese insofferente Flaubert.
Sul fronte opposto Orazio. Nel quarto carme trova che “è piacevole, al momento opportuno, essere stupidi”. Il placido Cassiodoro consiglia: “La stupidità al momento opportuno è la più grande saggezza”. Alexander Pope, “Essay on Criticism”, pure ci spera: “Se la stupidità ci ha messi in questo casino, perché non ce ne tira fuori?” E papa Woytiła: “La stupidità è anch’essa un dono di Dio, ma non bisogna farne cattivo uso”.
A Pope si deve anche: “Il colto è contento di esplorare la natura; lo scemo è contento di non saperne di più”. Ma ne ha molte altre in canna, avendo celebrato la dea Dullness, che è molto Stupidità, nei vari libri della “Dunciad”, lo Scemenzario.
La stupidità è specialmente fruttuosa per coloro che l’humour rode. In particolare, da Rabelais a Longanesi, per il dato quantitativo. Bisogna ricordarsi, diceva Rabelais, che “al mondo ci sono molti più coglioni che uomini”. E che, aggiunge Longanesi, “due stupidi sono due stupidi, diecimila stupidi sono una forza storica”. La storia della democrazia, si può aggiungere, lo dimostra.
Si può anche individuare un’arte della stupidità. Nel senso di Cassiodoro oppure in senso inverso. Il Dottor Johnson notava di un tale che era troppo stupido per essere vero, “dev’essergli costato molta fatica, un tale eccesso di stupidità non esiste in natura”. E il superbamente intelligente von Hofmannstahl afferma: “La stupidità più pericolosa è un’acuta intelligenza”.
letterautore@antiit.eu
Calcio-boomerang degli avvocati-giudici
Molto sdegno nei giornali per le condanne in appello del tribunale del calcio - perfino i fiancheggiatori “Messaggero” e “Corriere dello Sport” non possono non meravigliarsene, fiancheggiatori di Abete & Petrucci: per le assoluzioni più che per le condanne, e per il modo come le condanne sono state decise e presentate. Ma il peggio non è stato detto.
Che lo sport è amministrato dal sottobosco politico. Che i tribunali sportivi sono di avvocati. Compreso il famigerato Piero Sandulli, che fa il professore a Teramo, ma di più fa l’avvocato e l’assessore di complemento, di Rutelli et al., e soprattutto è “nipote di”. Uno che non sta nella pelle per andare sui giornali per aver condannato la Juventus – “il potere”: gli avvocaticchi si vogliono eroi della resistenza. Che tutti questi “giudici” si sono coalizzati per scalzare il Procuratore Palazzi, per liberarne l’ambitissima poltrona. Che Camilli e il Grosseto sono stati salvati per obbedienza massonica. Che il Siena viene salvato perché i Mezzaroma sono della cricca romana. Che a Conte, togli e metti, danno sempre dieci mesi per fargli saltare tutta la Champions League. E soprattutto che Milan-Inter, il sistema di influenze che regge la Figc tramite il nulla che si chiama Abete, è infuriato.
Il sistema è infuriato contro “i cretini”, come vengono benevolmente chiamati Abete & Co.: 1) gli avvocati-giudici hanno creato un monumento alla Juventus, Conte o non Conte, 2) Artico e Sandulli hanno aperto un’autostrada a un ricorso costituzionale contro le loro sentenze goliardiche, in spregio a ogni garanzia giurisdizionale, 3) il padronaggio assoluto andrà ora compartito, nella dissoluzione del sistema romano Petrucci-Abete: 4) andrà già compartita la nomina dei successori di Palazzi e Abete.
Che lo sport è amministrato dal sottobosco politico. Che i tribunali sportivi sono di avvocati. Compreso il famigerato Piero Sandulli, che fa il professore a Teramo, ma di più fa l’avvocato e l’assessore di complemento, di Rutelli et al., e soprattutto è “nipote di”. Uno che non sta nella pelle per andare sui giornali per aver condannato la Juventus – “il potere”: gli avvocaticchi si vogliono eroi della resistenza. Che tutti questi “giudici” si sono coalizzati per scalzare il Procuratore Palazzi, per liberarne l’ambitissima poltrona. Che Camilli e il Grosseto sono stati salvati per obbedienza massonica. Che il Siena viene salvato perché i Mezzaroma sono della cricca romana. Che a Conte, togli e metti, danno sempre dieci mesi per fargli saltare tutta la Champions League. E soprattutto che Milan-Inter, il sistema di influenze che regge la Figc tramite il nulla che si chiama Abete, è infuriato.
Il sistema è infuriato contro “i cretini”, come vengono benevolmente chiamati Abete & Co.: 1) gli avvocati-giudici hanno creato un monumento alla Juventus, Conte o non Conte, 2) Artico e Sandulli hanno aperto un’autostrada a un ricorso costituzionale contro le loro sentenze goliardiche, in spregio a ogni garanzia giurisdizionale, 3) il padronaggio assoluto andrà ora compartito, nella dissoluzione del sistema romano Petrucci-Abete: 4) andrà già compartita la nomina dei successori di Palazzi e Abete.
Le autonomie locali per i ras locali
Si conferma la deviazione delle autonomie locali in favore degli interessi personali (delle carriere?) di sindaci e assessori. La Cgia di Mestre documenta un aumento del 114 per cento delle tasse locali nei quindi anni della devolution: Ici-Imu, addizionali, bolli, concessioni. In parallelo – la Cgia non lo documenta, ma è nei fatti – con un indebitamento mostruoso, e il ricorso ai derivati per camuffarlo.
È una catastrofe anche per il plebiscitarismo: gli eletti dal popolo, sindaci, governatori, presidenti di provincia, sono lì per sperperare e non per amministrare. Nel non detto, ma a tutti noto che ne fanno le spese ogni giorno, c’è in fatti anche il deterioramento dei servizi.
Più tasse, più debito e meno servizi: è il vero buco nero dell’Italia – lo spread (la mancanza di fiducia) ne è la conseguenza. In una democrazia più tasse, più debito e meno servizi non dovrebbero coesistere, l’elettore le censura. Ma gli eletti si comportano, senza sanzooni, da ras: la catastrofe della devolution e dell’elezione diretta degli amministratori è anche un indice che la consapevolezza democratica è limitata e forse inesistente.
È una catastrofe anche per il plebiscitarismo: gli eletti dal popolo, sindaci, governatori, presidenti di provincia, sono lì per sperperare e non per amministrare. Nel non detto, ma a tutti noto che ne fanno le spese ogni giorno, c’è in fatti anche il deterioramento dei servizi.
Più tasse, più debito e meno servizi: è il vero buco nero dell’Italia – lo spread (la mancanza di fiducia) ne è la conseguenza. In una democrazia più tasse, più debito e meno servizi non dovrebbero coesistere, l’elettore le censura. Ma gli eletti si comportano, senza sanzooni, da ras: la catastrofe della devolution e dell’elezione diretta degli amministratori è anche un indice che la consapevolezza democratica è limitata e forse inesistente.
Bin Laden era scritto trent’anni fa
Scritto nel 1981, prefigura lo sceicco della penisola arabica specialista in attentati di grande impatto. O Ambler era dotato di spirito profetico, o era un ottimo analista politico.
Quello che (ancora) non abbiamo sperimentato è il “ritorno della Germania”. Lo sceicco opera da una miniera abbandonata nelle Alpi austriache – l’Obersalzberg “nido d’aquila” di Hitler. Con reduci da Dien Bien Phu: nella sconfitta che segnò l’inizio della fine del colonialismo e dell’Europa, la Legione Straniera era imbottita di tedeschi.
Eric Ambler, Tempo scaduto
Quello che (ancora) non abbiamo sperimentato è il “ritorno della Germania”. Lo sceicco opera da una miniera abbandonata nelle Alpi austriache – l’Obersalzberg “nido d’aquila” di Hitler. Con reduci da Dien Bien Phu: nella sconfitta che segnò l’inizio della fine del colonialismo e dell’Europa, la Legione Straniera era imbottita di tedeschi.
Eric Ambler, Tempo scaduto
mercoledì 22 agosto 2012
Ombre - 143
“Dibbattito” (non) surreale nei giornali post comunisti su Togliatti. Sull’attualità di Togliatti. Con Vendola? Con Vendola no. Con Cavour. E con De Gasperi. Della realtà che supera l’immaginazione.
Dibattito anche a Milano, sulla Grande Brera. Su come tirare le infinite bellezze raccolte a Brera fuori dai rifiuti e dall’abbandono. Da quasi quarant’anni. Ora se ne riparla per un progetto di privatizzazione: gestione privata con la regia pubblica. Cioè con i soldi pubblici: 23 milioni stanziati dal Cipe. Che non sono molti ma in questa secca lo sono. Come guadagnare cioè con i soldi pubblici.
Profumo cacciato da Unicredit, Unicredit perde due terzi del suo valore all’aumento di capitale. Si dice per la crisi delle banche. Profumo recuperato da Monte dei Paschi, Mps guadagna il 50 per cento in una settimana. La crisi delle banche è finita? Ma non per Unicredit, sempre un terzo del suo valore di libro.
Chi era a destra passa a sinistra, e viceversa, è il solito gioco dei quattro cantoni, che racchiude l’Italia politica. Ma questa volta a praticarlo sono i magistrati, in lizza tra di loro. I ministri della Giustizia.
Violante, già pontefice del “populismo giudiziario”, ne fa ora una colpa a Teresi e Ingroia a Palermo. Mentre il suo protetto Caselli litiga con Vigna su chi è più politicizzato.
I giudici non danno un bello spettacolo. Ma non da ora – ancora non si sono eguagliati i vecchi tempi in cui Teresi e Cordova, giudici a Palmi, si accusavano vicendevolmente su “Repubblica” di mafia. Ora sembrano annaspare.
Milano spende il doppio per intercettazioni rispetto a Palermo, che pure, come si sa, intercetta molto. Servono a spiare le dodici – o sono ventidue? – ville di Berlusconi?
O la mafia è scomparsa a Palermo e ritorna a Milano, vecchia città di “bravi”?
“Dopo la Juventus volevo dimettermi”. Ma non l’ha fatto. L’allenatore del Napoli Mazzarri, famoso per le tattiche anti-Juventus, dare calcioni e buttarsi per terra, allunga la lista. Degli allenatori che, non riuscendo a vincere nulla, neanche l’anno scorso con quattro fuoriclasse, si attaccano alla Juventus. Zeman da sempre, che a Roma ha distrutto due squadroni, di entrambi i colori. Mancini quando non vinceva con una squadra dei migliori del mondo. Il problema è: ma i tifosi, sono fessi?
I due onorevoli antimafia che vanno in visita da Cinà e Provenzano per farli pentire, ma in realtà per fargli accusare Berlusconi, è ipotesi di Cicchitto. Dunque improbabile, essendo Cicchitto berlusconiano. Ma non può che essere vera – convertire Provenzano? a che?
Questo Cinà, accusatore di dell'Utri, non era già pentito?
Le intercettazioni di Taranto sono usate dai giornali per ridicolizzare la giudice Todisco e la Procura, che gliele forniscono. Ma la giudice non lo sa. La Procura invece è in vacanza. Dopo aver chiuso, a doppia mandata è il caso di dire, lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa.
Sono in effetti intercettazioni ridicole, quelle di Taranto. Di un Archinà che per mestiere, relazioni pubbliche, deve sempre apparire, vantarsi, signoreggiare.
Camilleri, che salta su tutti i cavalli, non poteva mancare la trattativa Stato-mafia, anzi Stato-Mafia. Come sempre corrivo. Arrivando a dire: “È molto verosimile che chi vent’anni fa trattò con Cosa nostra sia ancora al potere”. A novant’anni, se vent’anni fa doveva averne almeno settanta (non ci sono ministri e capi del governo più giovani)?
I giallisti non hanno testa per la realtà.
La “Goletta verde” (Legambiente), che dà le pagelle al mare, santifica la Toscana e mette in maglia nera la Calabria. Avendo fatto il mare in tre località della Toscana e in quattro della Calabria, l’inverso invece è successo di registrare: mari inquinati in Toscana e puliti in Calabria. È un errore di stampa? La “Goletta verde” è una nave politica? Gratis?
Dibattito anche a Milano, sulla Grande Brera. Su come tirare le infinite bellezze raccolte a Brera fuori dai rifiuti e dall’abbandono. Da quasi quarant’anni. Ora se ne riparla per un progetto di privatizzazione: gestione privata con la regia pubblica. Cioè con i soldi pubblici: 23 milioni stanziati dal Cipe. Che non sono molti ma in questa secca lo sono. Come guadagnare cioè con i soldi pubblici.
Profumo cacciato da Unicredit, Unicredit perde due terzi del suo valore all’aumento di capitale. Si dice per la crisi delle banche. Profumo recuperato da Monte dei Paschi, Mps guadagna il 50 per cento in una settimana. La crisi delle banche è finita? Ma non per Unicredit, sempre un terzo del suo valore di libro.
Chi era a destra passa a sinistra, e viceversa, è il solito gioco dei quattro cantoni, che racchiude l’Italia politica. Ma questa volta a praticarlo sono i magistrati, in lizza tra di loro. I ministri della Giustizia.
Violante, già pontefice del “populismo giudiziario”, ne fa ora una colpa a Teresi e Ingroia a Palermo. Mentre il suo protetto Caselli litiga con Vigna su chi è più politicizzato.
I giudici non danno un bello spettacolo. Ma non da ora – ancora non si sono eguagliati i vecchi tempi in cui Teresi e Cordova, giudici a Palmi, si accusavano vicendevolmente su “Repubblica” di mafia. Ora sembrano annaspare.
Milano spende il doppio per intercettazioni rispetto a Palermo, che pure, come si sa, intercetta molto. Servono a spiare le dodici – o sono ventidue? – ville di Berlusconi?
O la mafia è scomparsa a Palermo e ritorna a Milano, vecchia città di “bravi”?
“Dopo la Juventus volevo dimettermi”. Ma non l’ha fatto. L’allenatore del Napoli Mazzarri, famoso per le tattiche anti-Juventus, dare calcioni e buttarsi per terra, allunga la lista. Degli allenatori che, non riuscendo a vincere nulla, neanche l’anno scorso con quattro fuoriclasse, si attaccano alla Juventus. Zeman da sempre, che a Roma ha distrutto due squadroni, di entrambi i colori. Mancini quando non vinceva con una squadra dei migliori del mondo. Il problema è: ma i tifosi, sono fessi?
I due onorevoli antimafia che vanno in visita da Cinà e Provenzano per farli pentire, ma in realtà per fargli accusare Berlusconi, è ipotesi di Cicchitto. Dunque improbabile, essendo Cicchitto berlusconiano. Ma non può che essere vera – convertire Provenzano? a che?
Questo Cinà, accusatore di dell'Utri, non era già pentito?
Le intercettazioni di Taranto sono usate dai giornali per ridicolizzare la giudice Todisco e la Procura, che gliele forniscono. Ma la giudice non lo sa. La Procura invece è in vacanza. Dopo aver chiuso, a doppia mandata è il caso di dire, lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa.
Sono in effetti intercettazioni ridicole, quelle di Taranto. Di un Archinà che per mestiere, relazioni pubbliche, deve sempre apparire, vantarsi, signoreggiare.
Camilleri, che salta su tutti i cavalli, non poteva mancare la trattativa Stato-mafia, anzi Stato-Mafia. Come sempre corrivo. Arrivando a dire: “È molto verosimile che chi vent’anni fa trattò con Cosa nostra sia ancora al potere”. A novant’anni, se vent’anni fa doveva averne almeno settanta (non ci sono ministri e capi del governo più giovani)?
I giallisti non hanno testa per la realtà.
La “Goletta verde” (Legambiente), che dà le pagelle al mare, santifica la Toscana e mette in maglia nera la Calabria. Avendo fatto il mare in tre località della Toscana e in quattro della Calabria, l’inverso invece è successo di registrare: mari inquinati in Toscana e puliti in Calabria. È un errore di stampa? La “Goletta verde” è una nave politica? Gratis?
Il giallo di maniera
Nella prima pagina si coinvolgono Parigi, gli Usa, Amburgo, l’Inghilterra e l’Italia, il pubblico che conta. Il resto non conta, benché Wenders ne abbia tratto un film: come un trentenne semplice, leucemico agli ultimi mesi di vita, si fa assassino a pagamento, per lasciare qualcosa alla famiglia - Imbriani? sarebbe stato più succinto. Tutto prevedibile, tanto più in questa edizione, in cui la quarta di copertina lo spiega.
Patricia Highsmith, L’amico americano, Bompiani-Corriere della sera, pp. 242 € 6,90
Patricia Highsmith, L’amico americano, Bompiani-Corriere della sera, pp. 242 € 6,90
martedì 21 agosto 2012
Spiegel-Bundesbank, i compari
“Der Spiegel” annunzia che la Bce metterà un tetto allo spread – come se se ne potesse mettere uno. La Bundesbank smentisce la Bce. Non lo “Spiegel”. La Bce non fiata, perché non si polemizza tra banche centrali. La banca centrale tedesca invece può polemizzare. Su una palla sollevata da un “grande giornale” amico. Un trucco da compari. Mandando i mercati in tilt, e aggravando lo spread per Italia, Spagna eccetera.
Non è un errore, né un eccesso casuale: quello tedesco è un gioco al massacro costante e mirato. Violento. Cinico. Scoperto: che la Germania conduca il gioco al massacro diventa fattore inappellabile per il mercato. Oggi con meno fortuna, ma in grado di produrre sempre guai alla “concorrenza”, a costo zero. Non a opera di un gruppo o una minoranza isolata: è la Germania che aggredisce l’Italia.
I commentatori corretti distinguono tra la cancelliera e il presidente della Bundesbank, suo pupillo. Che in un gioco della parti alternerebbero concessioni e rigidità per tenere buona l’opinione pubblica. Ma il gioco non è a somma zero per l’Italia. E in Germania il presidente della Bundesbank è sempre un politico che fa politica. Il presidente in carica, Weidmann, è uno che inizia la carriera all’ombra della cancelliera (i suoi predecessori erano politici a fine carriera).
Non è un errore, né un eccesso casuale: quello tedesco è un gioco al massacro costante e mirato. Violento. Cinico. Scoperto: che la Germania conduca il gioco al massacro diventa fattore inappellabile per il mercato. Oggi con meno fortuna, ma in grado di produrre sempre guai alla “concorrenza”, a costo zero. Non a opera di un gruppo o una minoranza isolata: è la Germania che aggredisce l’Italia.
I commentatori corretti distinguono tra la cancelliera e il presidente della Bundesbank, suo pupillo. Che in un gioco della parti alternerebbero concessioni e rigidità per tenere buona l’opinione pubblica. Ma il gioco non è a somma zero per l’Italia. E in Germania il presidente della Bundesbank è sempre un politico che fa politica. Il presidente in carica, Weidmann, è uno che inizia la carriera all’ombra della cancelliera (i suoi predecessori erano politici a fine carriera).
La coca del confidente
Dieci anni fa – anche allora c’era un Nuovo Centro - si scoprì la cocaina a Roma, nell’anticamera del viceministro Micciché:
“È la “Gazzetta del Sud” che dà più spazio alla vicenda coca al Tesoro, in prima pagina e dentro, il giornale di Messina per la Calabria. Con stupore dei calabresi, che non sanno chi è Micciché. Ma la “Gazzetta” è democristiana di ferro, zoccolo duro del pervicace Nuovo Centro.
“La “Gazzetta” spiega anche – cioè lo fa capire nel suo linguaggio criptico – che il “collaboratore” non è Martello, il collaboratore del viceministro, ma lo stesso pusher Antinori – il “collaboratore” dei Carabinieri.
“Niente scandalo – gli scandali finiscono dopo due anni, dimenticati. Ma le “spiegazioni” sono sempre arrivate “a babbo morto”, a vicenda sepolta e dimenticata. Ora invece arrivano dopo due settimane: si vuole chiudere il caso. Micciché deve avere “patteggiato”, seppure informalmente (candidature sicure? appalti?). E questo è il meno. La domanda è: l’impudenza dei vecchi arnesi della politica, vecchi Dc, e dei Carabinieri, è senza limiti?”
“È la “Gazzetta del Sud” che dà più spazio alla vicenda coca al Tesoro, in prima pagina e dentro, il giornale di Messina per la Calabria. Con stupore dei calabresi, che non sanno chi è Micciché. Ma la “Gazzetta” è democristiana di ferro, zoccolo duro del pervicace Nuovo Centro.
“La “Gazzetta” spiega anche – cioè lo fa capire nel suo linguaggio criptico – che il “collaboratore” non è Martello, il collaboratore del viceministro, ma lo stesso pusher Antinori – il “collaboratore” dei Carabinieri.
“Niente scandalo – gli scandali finiscono dopo due anni, dimenticati. Ma le “spiegazioni” sono sempre arrivate “a babbo morto”, a vicenda sepolta e dimenticata. Ora invece arrivano dopo due settimane: si vuole chiudere il caso. Micciché deve avere “patteggiato”, seppure informalmente (candidature sicure? appalti?). E questo è il meno. La domanda è: l’impudenza dei vecchi arnesi della politica, vecchi Dc, e dei Carabinieri, è senza limiti?”
ll giallo dei poveri
Un giallo della povertà. Della derelizione. Senza soluzione naturalmente. Famiglie, amori, passioni vi naufragano nell’alcol. Un tema ostico tenuto assieme col melodramma. Povero (senza mai musica). E appassionante.
David Goodis, C’è del marcio in Vernon Street
David Goodis, C’è del marcio in Vernon Street
lunedì 20 agosto 2012
Secondi pensieri - 112
zeulig
Facebook – È l’epitome del vero-falso: cosa è falso, e come, per quanto sfuggente.
Suona falso di nome e di fatto, questo libro delle facce. Un palcoscenico per esibizioni sfrontate con velleità da circolo chiuso. La snobberia di massa: una serie d “gruppi” aperti-chiusi, che ne menano vanto, e anzi si esibiscono.
Doppiamente falso, in quanto il circolo è esclusivo per essere pubblico - pubblicitario. Senza contare che, come appare dalle vicissitudini di Facebook nel mercato, le biografie e le reti (amicizie) sarebbero per lo più false, quindi un social network falso al terzo grado. Sempre più Facebook-Fakebook, il mercato dei falsi.
È - sarà stato – il mondo degli avatar, come nei contemporanei film di successo. Un mondo dei “doppi”, alla Jean Paul. Soggettivi e non imposti, come un’ubriacatura.
Ironia – Pazienza e ironia Lenin voleva virtù del rivoluzionario. La rivoluzione si vuole dunque fredda.
Niente regge all’ironia, per prima l’ironia.
Anche per la nostalgia di ritrovarsi personalmente dietro la corazza dell’ironia.
L’ironia dissecca, è vero. Sottolineata è censoria, o ridicola.
L’ironia non è innocua - anche se, insegna Kant, noioso è solo lo stupido. Montesquieu, condannando la tratta degli schiavi con l’ironia, al libro XV, capitolo 5, dello “Spirito delle leggi”, la prolungò di un secolo. Verso il 1770 i bianchi discussero in Giamaica di lasciare liberi i mulatti, se di padre inglese. Uno che era contrario lesse Montesquieu e gli altri si convinsero: si convinsero che la schiavitù era necessaria.
Religione – Nolte, lo studioso del fascismo, non lo dice ma lo intende, se si legge correttamente il suo faticoso tedesco: senza religiosità nulla societas. È quanto diceva Quinet, e a suo modo Robespierre. E prima ancora “Belle” Van Zuylen, sposata in Svizzera de Charrière, beccando Diderot. All’interlocutore ateo, che si stupisce “come una donna con un po’ d’istruzione e d’esperienza di mondo osi ancora parlare dei dieci comandamenti”, arguendo che “senza la religione la morale non verrebbe meno”, la rossa olandese, lo spirito più libero del Settecento, risponde: “Per verificarlo ci vorrebbero tre o quattro generazioni e un intero popolo di atei. Diderot, se è un gentiluomo, lo deve forse a una religione che, in buona fede, lui ha sostenuto fosse falsa”. Si capisce la deriva chiesastica del comunismo bolscevico.
La libertà moderna è all’origine religiosa. Il pluralismo, recente categoria politica di Schmitt, è opera del cristianesimo: chiesa e stato, papa e imperatore, sinodo e dieta, nobiltà e arti. È cristiana la nozione di società universale o città di Dio. La chiesa si porta a esempio di organismo autoritario chiuso. Ma non è possibile, mai regime autoritario è durato tanto. Quindi, o la chiesa ha l’occhio benevolo di Dio, oppure è un ente democratico. Che è più vero. Perfino D’Annunzio l’ha intuito, in epoca positivista, e detto conciso: “Il dogma dell’Ottantanove, che al popolo appartenga la sovranità degli Stati, era già insegnato, accettato, praticato, nelle comunità cristiane. Era anzi specialmente propugnato dai gesuiti”.
La politica come mezzo a un fine più alto è del cristianesimo romano, che l’ha realizzata con qualche intoppo, ma ne ha creato gli statuti, che oggi si chiamano democrazia. A lungo il messaggio cristiano fu antipolitico, il perdono e l’amore del prossimo figurando estranei alla società. Ma a partire da sant’Agostino e per dieci secoli almeno l’unico luogo di cittadinanza in Europa fu la chiesa. È creazione della chiesa la sovranità popolare, e lo è lo Stato, sia esso un bene o un male. Con una distinzione fra pubblico e privato che ha prodotto danni gravi, ma minori di quelli prodotti dal suo rovesciamento: le necessità della vita essendo la sfera privata e la religione quella pubblica. La campagna rinnovava la classe sacerdotale o dirigente, fino ai gradi alti, la nobiltà feudale riservandosi l’esercito e la ministerialità. La Riforma non scaturì da uno spirito più moderno, ma era in buona parte una reazione del fondamentalismo cristiano, contro l’unità di natura e grazia, o unità del mondo.
Storia – Si ripete. Non noiosa ma nota, è una lenta decadenza. O veloce, agitata. Ma continua, dopo il tempo iniziale che ne fu il compimento. È la storia della caduta: il tentativo di tornare alle origini saltando le frustrazioni, opera principalmente degli stessi uomini che la storia fanno. Nietzsche, che è storico della storia, cambia spesso idea, nelle “Inattuali” e non solo. Muore con Dio pure il passato, se è un mondo rispetto al quale l’uomo non può nulla. Aveva esordito con “la storia appartiene all’uomo attivo”. In tre modi: “In quanto è attivo e ha aspirazioni, in quanto preserva e venera, in quanto soffre e ha bisogno di liberazione”. Ma presto, e anzi al contempo, pensa e dice altro. Critica la storia esemplare: “Il rischio della storia monumentale è di essere asservita a grandi impulsi”. E critica la storia: “La storia, in quanto sia al servizio della vita, è al servizio di una forza non storica. Con un pizzico in eccesso di storia la vita si frantuma e degenera, e alla fine la storia stessa si perde”.
Cos’è la storia allora, e la filosofia? Per Nietzsche è genealogia, cioè sperma e sangue, quindi acqua. Per l’uomo è l’anagrafe, che può dire bugie, per esempio se certifica l’“ariano”. Oppure, dice, è biografia – come la sua, che non porta a nessun posto? Nietzsche anche nelle escursioni correva, e finiva per ansimare. Il suo interprete Derrida spiega che le origini sono da intendersi nel “dopo”, anzi nel “postumo”: si è quello che si diventa. Acqua, cioè. Insomma, dipende dallo stadio postumo. “Il genealogista ha bisogno della storia per esorcizzare la chimera delle origini, come il buon filosofo ha bisogno del medico per esorcizzare l’ombra dell’anima”, dirà Foucault. E non c’è ritorno, non si può riportare il tempo indietro, neanche di un attimo, la storia è attaccaticcia.
Camus invece vuole “i pensieri imperniati sulla storia quelli che più disprezzano il tempo, i suoi effetti, i suoi edifici, le sue civiltà: la loro storia è ciò che distrugge”. Ermetico ma sensato, oggi molto. Se non che senza coordinate, il Nord e il Sud, un passato e un futuro, è il vuoto. Il presente, non diacronico, non sincronico, è il vuoto. Il giornalismo, che narra il presente, si eserciterà sul vuoto, se il presente è un rinvio. Il tempo prevarrà sulla storia, non può non essere, ma a volte bisogna darsi una mossa. “La storia deve essa stessa risolvere il problema della storia”, Nietzsche detta alla fine.
E dunque? Il culto dionisiaco per cui Nietzsche è famoso era popolare all’epoca nel ceto medio, negozianti, bancari, statali. Era domestico, pacificante. È che la storia evapora, e con essa le persone: “Tutto ciò che è vivo ha bisogno di avere intorno una misteriosa sfera vaporosa. Co-me un astro ha bisogno dell’atmosfera, senza la quale s’irrigidisce e inaridisce. Ma oggi si odia l’atmosfera, perché si onora la storia più della vita”. Sbiadisce. “Il senso storico rende passivi e retrospettivi i suoi servi; e il malato di febbre storica diventa attivo quasi solo per smemoratezza momentanea”. E si diverte. “Fare storia è divenuto un impulso al lusso e al consumo”, uno svago per inetti e oziosi, come i quadri al museo.
zeulig@antiit.eu
Facebook – È l’epitome del vero-falso: cosa è falso, e come, per quanto sfuggente.
Suona falso di nome e di fatto, questo libro delle facce. Un palcoscenico per esibizioni sfrontate con velleità da circolo chiuso. La snobberia di massa: una serie d “gruppi” aperti-chiusi, che ne menano vanto, e anzi si esibiscono.
Doppiamente falso, in quanto il circolo è esclusivo per essere pubblico - pubblicitario. Senza contare che, come appare dalle vicissitudini di Facebook nel mercato, le biografie e le reti (amicizie) sarebbero per lo più false, quindi un social network falso al terzo grado. Sempre più Facebook-Fakebook, il mercato dei falsi.
È - sarà stato – il mondo degli avatar, come nei contemporanei film di successo. Un mondo dei “doppi”, alla Jean Paul. Soggettivi e non imposti, come un’ubriacatura.
Ironia – Pazienza e ironia Lenin voleva virtù del rivoluzionario. La rivoluzione si vuole dunque fredda.
Niente regge all’ironia, per prima l’ironia.
Anche per la nostalgia di ritrovarsi personalmente dietro la corazza dell’ironia.
L’ironia dissecca, è vero. Sottolineata è censoria, o ridicola.
L’ironia non è innocua - anche se, insegna Kant, noioso è solo lo stupido. Montesquieu, condannando la tratta degli schiavi con l’ironia, al libro XV, capitolo 5, dello “Spirito delle leggi”, la prolungò di un secolo. Verso il 1770 i bianchi discussero in Giamaica di lasciare liberi i mulatti, se di padre inglese. Uno che era contrario lesse Montesquieu e gli altri si convinsero: si convinsero che la schiavitù era necessaria.
Religione – Nolte, lo studioso del fascismo, non lo dice ma lo intende, se si legge correttamente il suo faticoso tedesco: senza religiosità nulla societas. È quanto diceva Quinet, e a suo modo Robespierre. E prima ancora “Belle” Van Zuylen, sposata in Svizzera de Charrière, beccando Diderot. All’interlocutore ateo, che si stupisce “come una donna con un po’ d’istruzione e d’esperienza di mondo osi ancora parlare dei dieci comandamenti”, arguendo che “senza la religione la morale non verrebbe meno”, la rossa olandese, lo spirito più libero del Settecento, risponde: “Per verificarlo ci vorrebbero tre o quattro generazioni e un intero popolo di atei. Diderot, se è un gentiluomo, lo deve forse a una religione che, in buona fede, lui ha sostenuto fosse falsa”. Si capisce la deriva chiesastica del comunismo bolscevico.
La libertà moderna è all’origine religiosa. Il pluralismo, recente categoria politica di Schmitt, è opera del cristianesimo: chiesa e stato, papa e imperatore, sinodo e dieta, nobiltà e arti. È cristiana la nozione di società universale o città di Dio. La chiesa si porta a esempio di organismo autoritario chiuso. Ma non è possibile, mai regime autoritario è durato tanto. Quindi, o la chiesa ha l’occhio benevolo di Dio, oppure è un ente democratico. Che è più vero. Perfino D’Annunzio l’ha intuito, in epoca positivista, e detto conciso: “Il dogma dell’Ottantanove, che al popolo appartenga la sovranità degli Stati, era già insegnato, accettato, praticato, nelle comunità cristiane. Era anzi specialmente propugnato dai gesuiti”.
La politica come mezzo a un fine più alto è del cristianesimo romano, che l’ha realizzata con qualche intoppo, ma ne ha creato gli statuti, che oggi si chiamano democrazia. A lungo il messaggio cristiano fu antipolitico, il perdono e l’amore del prossimo figurando estranei alla società. Ma a partire da sant’Agostino e per dieci secoli almeno l’unico luogo di cittadinanza in Europa fu la chiesa. È creazione della chiesa la sovranità popolare, e lo è lo Stato, sia esso un bene o un male. Con una distinzione fra pubblico e privato che ha prodotto danni gravi, ma minori di quelli prodotti dal suo rovesciamento: le necessità della vita essendo la sfera privata e la religione quella pubblica. La campagna rinnovava la classe sacerdotale o dirigente, fino ai gradi alti, la nobiltà feudale riservandosi l’esercito e la ministerialità. La Riforma non scaturì da uno spirito più moderno, ma era in buona parte una reazione del fondamentalismo cristiano, contro l’unità di natura e grazia, o unità del mondo.
Storia – Si ripete. Non noiosa ma nota, è una lenta decadenza. O veloce, agitata. Ma continua, dopo il tempo iniziale che ne fu il compimento. È la storia della caduta: il tentativo di tornare alle origini saltando le frustrazioni, opera principalmente degli stessi uomini che la storia fanno. Nietzsche, che è storico della storia, cambia spesso idea, nelle “Inattuali” e non solo. Muore con Dio pure il passato, se è un mondo rispetto al quale l’uomo non può nulla. Aveva esordito con “la storia appartiene all’uomo attivo”. In tre modi: “In quanto è attivo e ha aspirazioni, in quanto preserva e venera, in quanto soffre e ha bisogno di liberazione”. Ma presto, e anzi al contempo, pensa e dice altro. Critica la storia esemplare: “Il rischio della storia monumentale è di essere asservita a grandi impulsi”. E critica la storia: “La storia, in quanto sia al servizio della vita, è al servizio di una forza non storica. Con un pizzico in eccesso di storia la vita si frantuma e degenera, e alla fine la storia stessa si perde”.
Cos’è la storia allora, e la filosofia? Per Nietzsche è genealogia, cioè sperma e sangue, quindi acqua. Per l’uomo è l’anagrafe, che può dire bugie, per esempio se certifica l’“ariano”. Oppure, dice, è biografia – come la sua, che non porta a nessun posto? Nietzsche anche nelle escursioni correva, e finiva per ansimare. Il suo interprete Derrida spiega che le origini sono da intendersi nel “dopo”, anzi nel “postumo”: si è quello che si diventa. Acqua, cioè. Insomma, dipende dallo stadio postumo. “Il genealogista ha bisogno della storia per esorcizzare la chimera delle origini, come il buon filosofo ha bisogno del medico per esorcizzare l’ombra dell’anima”, dirà Foucault. E non c’è ritorno, non si può riportare il tempo indietro, neanche di un attimo, la storia è attaccaticcia.
Camus invece vuole “i pensieri imperniati sulla storia quelli che più disprezzano il tempo, i suoi effetti, i suoi edifici, le sue civiltà: la loro storia è ciò che distrugge”. Ermetico ma sensato, oggi molto. Se non che senza coordinate, il Nord e il Sud, un passato e un futuro, è il vuoto. Il presente, non diacronico, non sincronico, è il vuoto. Il giornalismo, che narra il presente, si eserciterà sul vuoto, se il presente è un rinvio. Il tempo prevarrà sulla storia, non può non essere, ma a volte bisogna darsi una mossa. “La storia deve essa stessa risolvere il problema della storia”, Nietzsche detta alla fine.
E dunque? Il culto dionisiaco per cui Nietzsche è famoso era popolare all’epoca nel ceto medio, negozianti, bancari, statali. Era domestico, pacificante. È che la storia evapora, e con essa le persone: “Tutto ciò che è vivo ha bisogno di avere intorno una misteriosa sfera vaporosa. Co-me un astro ha bisogno dell’atmosfera, senza la quale s’irrigidisce e inaridisce. Ma oggi si odia l’atmosfera, perché si onora la storia più della vita”. Sbiadisce. “Il senso storico rende passivi e retrospettivi i suoi servi; e il malato di febbre storica diventa attivo quasi solo per smemoratezza momentanea”. E si diverte. “Fare storia è divenuto un impulso al lusso e al consumo”, uno svago per inetti e oziosi, come i quadri al museo.
zeulig@antiit.eu
Le rivoluzioni dei servizi segreti
Anche in Siria, come già in Tunisia, in Egitto e in Libia, escono dall’ombra i servizi segreti “occidentali”, più spesso inglesi e francesi. E sono un segnale preciso: i servizi escono dall’ombra quando, a meno di un cambiamento di regime, gli Usa stanno per ordinare un’altra guerra umanitaria o di liberazione. Al servizio delle piazze, che in genere esibiscono belle giovani dotte e giovani pensosi. Una gioventù che ci fa fremere, per la democrazia e la libertà, al coperto della quale inevitabilmente avanzano forze oscure. Non dichiarate cioè. Anche se fanno guerre di mesi e, ora in Siria, di anni. Ma che poi si rivelano sunnite: forze dell’islamismo cosiddetto moderato, o filo-occidentale, cioè integrato al mercato mondiale
Lo schema è noto, ed è stato anche studiato: si ripete uguale dal 1978, dalle piazze di Teheran. Dietro la cui bella gioventù marciavano i khomeinisti. La sola differenza è che in Iran l’“Occidente” tifava sciita, mentre poi ha puntato sui sunniti – la tenaglia turco-saudita. Per gli affari, per che altro? Per gli affari sostenendo guerre.
Lo schema è noto, ed è stato anche studiato: si ripete uguale dal 1978, dalle piazze di Teheran. Dietro la cui bella gioventù marciavano i khomeinisti. La sola differenza è che in Iran l’“Occidente” tifava sciita, mentre poi ha puntato sui sunniti – la tenaglia turco-saudita. Per gli affari, per che altro? Per gli affari sostenendo guerre.
La spy story sorge con l’epitaffio
È il 1938, ci sono negli usa due partiti, il Repubblicano e il Democratico, ma sono tutt’e due di destra. Solamente, i repubblicani sono più a destra dei Democratici. Ma la vicenda si svolge nella Costa Azzurra, tra spie italiane (un certo Maletti, già allora – nomen omen?) e francesi. Prima di Le Carré, una delle prime e migliori spy story.
Eric Ambler, Epitaffio per una spia
Zagrebelsky vs. Scalfari
Era inimmaginabile per un personaggetto del genere confrontarsi con Scalfari e sfidare Napolitano, raccogliendogli firme contro. È la sfida del giorno, e lui sicuramente si diverte. Lui Gustavo Zagrebelsky. Che si accredita liberale, e continuatore di Bobbio. Mentre è un democristiano. Che si illustrò alla Corte Costituzionale per avere consacrato, con due sentenze non una sola, la natura democristiana delle fondazioni ex bancarie, il polmone del sottogoverno. È solo per questo che Zagrebelsky promuove appelli a favore delle intercettazioni: per far fuori, con Napolitano, quel che resta del Pci nel Pd.
È un “dibbattito” lezioso, quello del Professore con l’Eminente Giornalista – entrambi ultimamente tournés filosofi. Ma porta a illudersi i vecchi democristiani, che non hanno cessato di fare danni. I mestatori della politica sono portati a illudersi dal “Corriere della sera” e da “Repubblica” - e questo è il lato triste della vicenda: che l’opinione laica, cioè critica, sia asservita ai resti Dc, cioè all’intrigo. Mentre i loro voti residui, quelli per i quali stanno ancora a galla, sono ex Pci. Ma Zagrebelsky questo lo sa. Da vero democristiano non vuole vincere, vuole poter nuocere. Bobbio? Scalfari?
È un “dibbattito” lezioso, quello del Professore con l’Eminente Giornalista – entrambi ultimamente tournés filosofi. Ma porta a illudersi i vecchi democristiani, che non hanno cessato di fare danni. I mestatori della politica sono portati a illudersi dal “Corriere della sera” e da “Repubblica” - e questo è il lato triste della vicenda: che l’opinione laica, cioè critica, sia asservita ai resti Dc, cioè all’intrigo. Mentre i loro voti residui, quelli per i quali stanno ancora a galla, sono ex Pci. Ma Zagrebelsky questo lo sa. Da vero democristiano non vuole vincere, vuole poter nuocere. Bobbio? Scalfari?
domenica 19 agosto 2012
Pizza a Taranto, il progetto della Confindustria
“Faremo di Taranto una smart city”. Alessandro Laterza, l’editore, vice-presidente di Confindustria, delegato per il Mezzogiorno, mezzo tarantino, ha un progetto per “dopo l’acciaio”: fare “leva su tutte le risorse che Taranto è in grado di dispiegare, dalle sue intelligenze agli innumerevoli presidi culturali – il Museo archeologico è uno dei più ricchi e apprezzati del mondo -, dal porto all’università”. Una università a Taranto, dunque, invece della più grande acciaieria d’Europa, e il Museo. La memoria corre ba Bagnoli, che doveva diventare, da acciaieria, un fulcro tecnologico-ecologico-museale che avrebbe fatto dei Campi Flegrei un paradiso terrestre.
Era un quarto di secolo fa, e Bagnoli è un cumulo di macerie. Mentre i Campi Flegrei, che erano un paradiso, sono diventati un’appendice della Napoli degradata e violenta. Ma non per caso. L’apprezzato economista Mariano D’Antonio si era ribellato subito a questo “progetto” (al punto da trasferirsi a Roma per “non vedere lo scempio”): “La deindustrializzazione è una peste. La pizza non sostituisce un bacino industriale da quaranta-cinquantamila occupati. Fare il cameriere non è un progetto di sviluppo”.
Era un quarto di secolo fa, e Bagnoli è un cumulo di macerie. Mentre i Campi Flegrei, che erano un paradiso, sono diventati un’appendice della Napoli degradata e violenta. Ma non per caso. L’apprezzato economista Mariano D’Antonio si era ribellato subito a questo “progetto” (al punto da trasferirsi a Roma per “non vedere lo scempio”): “La deindustrializzazione è una peste. La pizza non sostituisce un bacino industriale da quaranta-cinquantamila occupati. Fare il cameriere non è un progetto di sviluppo”.
Il complotto di Ingroia l’aveva scritto Ambler
“Il processo Deltchev” di Eric Ambler, 1951, è già tutto il complotto Ciancimino del 1992-93. Quarant’anni prima dunque del “papello” Stato-mafia – sessanta prima del gudice Ingroia, esecutore testamentario.
C’è anche prefigurato Berlusconi, con “grosse somme di denaro depositate all’estero” – manca Dell’Utri. E la ricetta: “Le imputazioni sono tante che di qualcosa dev’essere colpevole”. In un paese balcanico che sembra l’Italia, “dove i delitti politici sono all’ordine del giorno”. Col Governo Provvisorio. E i golpe anti-golpe che la Fratellanza si organizza. Resta solo da scoprire, in Italia, la Fratellanza che genera il Governo Provvisorio.
Ambler, inglese, aveva un’ottima conoscenza dell’Italia. Certo, non poteva prevedere il futuro. Ma lo Stato mafioso in effetti sa molto di letteratura.
C’è anche prefigurato Berlusconi, con “grosse somme di denaro depositate all’estero” – manca Dell’Utri. E la ricetta: “Le imputazioni sono tante che di qualcosa dev’essere colpevole”. In un paese balcanico che sembra l’Italia, “dove i delitti politici sono all’ordine del giorno”. Col Governo Provvisorio. E i golpe anti-golpe che la Fratellanza si organizza. Resta solo da scoprire, in Italia, la Fratellanza che genera il Governo Provvisorio.
Ambler, inglese, aveva un’ottima conoscenza dell’Italia. Certo, non poteva prevedere il futuro. Ma lo Stato mafioso in effetti sa molto di letteratura.
De Gasperi neo guelfo?
Rincuorandosi nel trionfo ferragostano di Rimini, il progetto neo guelfo, per una nuova Democrazia Cristiana, si appella a De Gasperi. All’uomo che rifuggiva la “sua” Democrazia Cristiana. È un’incongruenza ma con un senso: ciò che si vuole costituire è una forza che “domini” la politica (destra, sinistra, laici, non allineati), come De Gasperi riuscì a dominare la Dc e gli altri partiti dei suoi governi.
La rottura del bipolarismo è data per scontata. Napolitano forse non lo sa, che vuole subito un’altra legge elettorale, che non può che essere l’abbandono del bipolarismo. Il ritorno al proporzionale è il grimaldello. Camuffato da “soluzione tedesca” o “spagnola” – una coloratura opportunistica, Germania e Spagna hanno regimi parlamentari funzionanti, ma sono altri mondi. L’esito dovrebbe essere la centralità democristiana. Coi due forni, se necessario, e la lottizzazione. Per l’obliterazione della funzione di governo, a favore dei capipartito, le correnti, e i gruppi temporanei d’interesse locale.
La rottura del bipolarismo è data per scontata. Napolitano forse non lo sa, che vuole subito un’altra legge elettorale, che non può che essere l’abbandono del bipolarismo. Il ritorno al proporzionale è il grimaldello. Camuffato da “soluzione tedesca” o “spagnola” – una coloratura opportunistica, Germania e Spagna hanno regimi parlamentari funzionanti, ma sono altri mondi. L’esito dovrebbe essere la centralità democristiana. Coi due forni, se necessario, e la lottizzazione. Per l’obliterazione della funzione di governo, a favore dei capipartito, le correnti, e i gruppi temporanei d’interesse locale.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (140)
Giuseppe Leuzzi
Pippo Inzaghi, che si professa milanista e milanese, preferì fare la riserva nel Parma piuttosto che andare in prestito al Napoli titolare. Rischiando la carriera – era agli inizi. Robby Baggio, giubilato dall’Inter, ha rifiutato più soldi dalla Reggina per meno soldi dal Brescia. Eroi del nordismo? No, entrambi hanno avuto molti tifosi al Sud, probabilmente più che al Nord: La Juventus e la Nazionale, sulle quali l’immagine dei due calciatori si è costruita, sono fenomeni prevalentemente meridionali.
Il Nord è razzista, il Sud è, malgrado tutto, non violento.
“Parchi” di pale eoliche e “campi” di fotovoltaico popolano il paesaggio del Sud. Imprese privatissime, che paghiamo noi, gli altri. Anche l’elettricità, ammesso che questi impianti ne producano, gliela paghiamo noi, comprandogliela a carissimo prezzo. Ervono allo sviluppo del Sud, alla protezione dell’ambiente, all’anidride carbonica, eccetera. Ma gli affaristi vengono dal Nord. Anche dalla Germania.
Ogni paio d’anni parte da Locri una delegazione per Berlino, dove tenta inascoltata di lasciare una richiesta di restituzione della Persefone. Una statua gigante, di grande interesse anche per la simbologia, la mitologia, la linguistica, che è l’attrazione del Pergamon, il museo antiquario della capitale tedesca.
La Persefone fu tagliata a pezzi e trafugata a Locri nel 1911 da trafficanti tedeschi. Che poi la vendettero allo Stato Prussiano a caro prezzo. Legalmente, si dice, allora si potevano “esportare” i beni culturali, seppure non a pezzi e di nascosto. Ma in contanti: il Pergamon non ha alcuna pezza giustificativa dell’acquisto.
Il nuovo meridionalismo
La ricerca storica torna alle radici, dopo aver latitato per un cinquantennio nella sociologia politica, quando non nelle grosse deformazioni dell’opportunità polemica. Non molto ma c’è un inizio. Il centocinquantenario ne è stato l’occasione, non essendosi disperso in celebrazioni (la penuria di mezzi può essere benefica), e cadendo in pieno lombardismo, astioso, ringhioso. Oggi anche la storiografia italiana “rifà” l’unità, anche se con minore lucidità di quella angloamericana, la analizza, la interpreta e, soprattutto, la legge per come è avvenuta, non per come è stata confezionata – che sembra inverosimile, ma l’unità è stata ed è confezionata. Dopo centocinquant’anni, cioè, di patriottismo incondizionato.
C’è un nuovo meridionalismo. Ed è quello, infine, della riflessione. Della ricerca, anche. Più che della polemica e delle sovvenzioni, che sempre sono miserabili, non possono che esserlo. Un meridionalismo malgré soi, le sudditanze politiche e l’ignavia accademica sono forti, e tuttavia inevitabile. La storia dello sviluppo mostra che il progresso è nell’uguaglianza. Per decenni, per quasi un secolo, le teorie dello sviluppo economico e sociale hanno pencolato su soluzioni tutte sterili: gli aiuti, l’assistenza tecnica, la formazione, i capitali, l’investimento primario (acciaio, energia, chimica) tutti peraltro nell’ottica, seppure inconscia, del balzo in avanti o della scociatoia. Mentre bastava poco per liberare i quattro-cinque miliardi di esseri umani dell’Asia, dell’America Latina, del Medio Oriente e ora anche dell’Africa, come poi si è fatto un quarto di secolo fa con la globalizzazione: consentire loro di lavorare. Far apparire, anche, il lavoro desiderabile, l’applicazione.
“Sud”
La “creazione del Sud” si può dire esempio massimo della “prevalenza del discorso” o della “narrazione”. A un certo punto siamo stati espulsi dalla storia. A conclusione dell’illuminismo che ci aveva visti – Napoli e la Sicilia – protagonisti. Poveri, sporchi e cattivi, arretrati, sanfedisti, assolutisti, irrecuperabili. Non solo il Sud ma tutta l’Italia. Che nella sua grande parte, non solo la Toscana e Milano ma anche Napoli e la Sicilia, era “più avanti” della Baviera o del Galles. È la stessa epoca in cui si afferma la scuola storica di Gottinga, creata dalla monarchia anglo-tedesca per inventare e affermare gli “ariani”, o la supremazia del Nord. Una “narrazione” tanto assurda (inventata, pretestuosa, incoerente) quanto possente, che ha dominato la storiografia e la storia fino all’Olocausto, e ancora serpeggia sotto la crosta. Con ali marcianti nella Francia dei Lumi e nella Grande Vienna dell’empiriocriticismo.
È una coincidenza? È una causa? Sarebbe dare ragione ai praticanti della storia come complotto. Che “non esiste”. Ma complotti nella storia se ne fanno. La compattezza con cui gli indirizzi della scuola di Gottinga, del tutto arbitrari, si sono affermati è imperversano, oggi nel senso comune se non più nella scienza storica, è solo stupefacente.
L’odio-di-sé
Un assessore regionale siciliano alla Cultura, assessore pro tempore, per un paio di mesi, ipotizza di coprire con un tetto i teatri antichi. Contro le intemperie, eccetera. La solita proposta di un assessore che vuole uscire sui giornali. I suoi avversari politici ne fanno un caso. Allertano il,”Corriere della sera”, spiegano all’inevitabile Stella tutte le debolezze dell’assessore, politiche e non, e ottengono una pagina contro questa Sicilia pazza. L’ennesima, sprezzante.
Mafia e antimafia
Si dice l’omertà, l’acquiescenza, l’istinto, tutto ciò che demoralizza il Sud. Non si dice perché i Carabinieri non arrestano i mafiosi, o i giudici. Ingroia, Teresi, e l’ignaro Messineo (capo della Procura!), che in anni non hanno arrestato un mafioso, uno solo. A Palermo. Mentre ci danno lezioni di storia, di morale, di politica, di diritto, e di antimafia. Non c’è più la Mafia a Palermo, o c’è solo lo Stato? Mafioso. E i giudici allegri arringatori del popolo di che Stato sono?
La mafia non si persegue se non su disegno politico. Mentre è offesa quotidiana. Di giovani perlopiù. Violenti, paurosamente stupidi, grassatori anche. Quello che vi chiede duecento euro in prestito perché ha dimenticato il portafogli a casa, se vuole aprire con voi un’ostilità di cui voi ancora non sapete. I carabinieri, che sanno, tutto, perché non li arrestano subito invece che a distanza di anni, dopo miriadi di violenze, in quelle operazioni dai nomi fastosi che servono solo alle legioni di avvocati famelici in agguato? Si intercetta tutto ma non il delinquente che chiede il pizzo al commerciante, all’imprenditore, al funzionario. Che spara, incendia, mette bombe.
Ostica partita Ingroia-Ostellino sul “Corriere della sera” giovedì 9 agosto. A colpi di ragione di Stato, che l’uno oppone all’altra, senza che si capisca nulla. La contesa giunge all’acme quando Ingroia rimprovera Ostellino, l’ultimo liberale allo zoo, di ignorare “secoli di elaborazione del pensiero liberale da Locke a Tocqueville”. Un “raggiramento” sublime, proprio palermitano, anzi ingroiano. Da sovvertitore della sovversione – in altra circostanza si direbbe da mestatore.
leuzzi@antiit.eu
Pippo Inzaghi, che si professa milanista e milanese, preferì fare la riserva nel Parma piuttosto che andare in prestito al Napoli titolare. Rischiando la carriera – era agli inizi. Robby Baggio, giubilato dall’Inter, ha rifiutato più soldi dalla Reggina per meno soldi dal Brescia. Eroi del nordismo? No, entrambi hanno avuto molti tifosi al Sud, probabilmente più che al Nord: La Juventus e la Nazionale, sulle quali l’immagine dei due calciatori si è costruita, sono fenomeni prevalentemente meridionali.
Il Nord è razzista, il Sud è, malgrado tutto, non violento.
“Parchi” di pale eoliche e “campi” di fotovoltaico popolano il paesaggio del Sud. Imprese privatissime, che paghiamo noi, gli altri. Anche l’elettricità, ammesso che questi impianti ne producano, gliela paghiamo noi, comprandogliela a carissimo prezzo. Ervono allo sviluppo del Sud, alla protezione dell’ambiente, all’anidride carbonica, eccetera. Ma gli affaristi vengono dal Nord. Anche dalla Germania.
Ogni paio d’anni parte da Locri una delegazione per Berlino, dove tenta inascoltata di lasciare una richiesta di restituzione della Persefone. Una statua gigante, di grande interesse anche per la simbologia, la mitologia, la linguistica, che è l’attrazione del Pergamon, il museo antiquario della capitale tedesca.
La Persefone fu tagliata a pezzi e trafugata a Locri nel 1911 da trafficanti tedeschi. Che poi la vendettero allo Stato Prussiano a caro prezzo. Legalmente, si dice, allora si potevano “esportare” i beni culturali, seppure non a pezzi e di nascosto. Ma in contanti: il Pergamon non ha alcuna pezza giustificativa dell’acquisto.
Il nuovo meridionalismo
La ricerca storica torna alle radici, dopo aver latitato per un cinquantennio nella sociologia politica, quando non nelle grosse deformazioni dell’opportunità polemica. Non molto ma c’è un inizio. Il centocinquantenario ne è stato l’occasione, non essendosi disperso in celebrazioni (la penuria di mezzi può essere benefica), e cadendo in pieno lombardismo, astioso, ringhioso. Oggi anche la storiografia italiana “rifà” l’unità, anche se con minore lucidità di quella angloamericana, la analizza, la interpreta e, soprattutto, la legge per come è avvenuta, non per come è stata confezionata – che sembra inverosimile, ma l’unità è stata ed è confezionata. Dopo centocinquant’anni, cioè, di patriottismo incondizionato.
C’è un nuovo meridionalismo. Ed è quello, infine, della riflessione. Della ricerca, anche. Più che della polemica e delle sovvenzioni, che sempre sono miserabili, non possono che esserlo. Un meridionalismo malgré soi, le sudditanze politiche e l’ignavia accademica sono forti, e tuttavia inevitabile. La storia dello sviluppo mostra che il progresso è nell’uguaglianza. Per decenni, per quasi un secolo, le teorie dello sviluppo economico e sociale hanno pencolato su soluzioni tutte sterili: gli aiuti, l’assistenza tecnica, la formazione, i capitali, l’investimento primario (acciaio, energia, chimica) tutti peraltro nell’ottica, seppure inconscia, del balzo in avanti o della scociatoia. Mentre bastava poco per liberare i quattro-cinque miliardi di esseri umani dell’Asia, dell’America Latina, del Medio Oriente e ora anche dell’Africa, come poi si è fatto un quarto di secolo fa con la globalizzazione: consentire loro di lavorare. Far apparire, anche, il lavoro desiderabile, l’applicazione.
“Sud”
La “creazione del Sud” si può dire esempio massimo della “prevalenza del discorso” o della “narrazione”. A un certo punto siamo stati espulsi dalla storia. A conclusione dell’illuminismo che ci aveva visti – Napoli e la Sicilia – protagonisti. Poveri, sporchi e cattivi, arretrati, sanfedisti, assolutisti, irrecuperabili. Non solo il Sud ma tutta l’Italia. Che nella sua grande parte, non solo la Toscana e Milano ma anche Napoli e la Sicilia, era “più avanti” della Baviera o del Galles. È la stessa epoca in cui si afferma la scuola storica di Gottinga, creata dalla monarchia anglo-tedesca per inventare e affermare gli “ariani”, o la supremazia del Nord. Una “narrazione” tanto assurda (inventata, pretestuosa, incoerente) quanto possente, che ha dominato la storiografia e la storia fino all’Olocausto, e ancora serpeggia sotto la crosta. Con ali marcianti nella Francia dei Lumi e nella Grande Vienna dell’empiriocriticismo.
È una coincidenza? È una causa? Sarebbe dare ragione ai praticanti della storia come complotto. Che “non esiste”. Ma complotti nella storia se ne fanno. La compattezza con cui gli indirizzi della scuola di Gottinga, del tutto arbitrari, si sono affermati è imperversano, oggi nel senso comune se non più nella scienza storica, è solo stupefacente.
L’odio-di-sé
Un assessore regionale siciliano alla Cultura, assessore pro tempore, per un paio di mesi, ipotizza di coprire con un tetto i teatri antichi. Contro le intemperie, eccetera. La solita proposta di un assessore che vuole uscire sui giornali. I suoi avversari politici ne fanno un caso. Allertano il,”Corriere della sera”, spiegano all’inevitabile Stella tutte le debolezze dell’assessore, politiche e non, e ottengono una pagina contro questa Sicilia pazza. L’ennesima, sprezzante.
Mafia e antimafia
Si dice l’omertà, l’acquiescenza, l’istinto, tutto ciò che demoralizza il Sud. Non si dice perché i Carabinieri non arrestano i mafiosi, o i giudici. Ingroia, Teresi, e l’ignaro Messineo (capo della Procura!), che in anni non hanno arrestato un mafioso, uno solo. A Palermo. Mentre ci danno lezioni di storia, di morale, di politica, di diritto, e di antimafia. Non c’è più la Mafia a Palermo, o c’è solo lo Stato? Mafioso. E i giudici allegri arringatori del popolo di che Stato sono?
La mafia non si persegue se non su disegno politico. Mentre è offesa quotidiana. Di giovani perlopiù. Violenti, paurosamente stupidi, grassatori anche. Quello che vi chiede duecento euro in prestito perché ha dimenticato il portafogli a casa, se vuole aprire con voi un’ostilità di cui voi ancora non sapete. I carabinieri, che sanno, tutto, perché non li arrestano subito invece che a distanza di anni, dopo miriadi di violenze, in quelle operazioni dai nomi fastosi che servono solo alle legioni di avvocati famelici in agguato? Si intercetta tutto ma non il delinquente che chiede il pizzo al commerciante, all’imprenditore, al funzionario. Che spara, incendia, mette bombe.
Ostica partita Ingroia-Ostellino sul “Corriere della sera” giovedì 9 agosto. A colpi di ragione di Stato, che l’uno oppone all’altra, senza che si capisca nulla. La contesa giunge all’acme quando Ingroia rimprovera Ostellino, l’ultimo liberale allo zoo, di ignorare “secoli di elaborazione del pensiero liberale da Locke a Tocqueville”. Un “raggiramento” sublime, proprio palermitano, anzi ingroiano. Da sovvertitore della sovversione – in altra circostanza si direbbe da mestatore.
leuzzi@antiit.eu
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