Marina Cvetaeva, Il poeta e
altre poesie, Via del Vento, pp. 32 € 4
venerdì 25 gennaio 2013
Sul poeta la croce dell’infelicità
“Sono felice di vivere in modo esemplare e semplice:\ come il
sole, come un pendolo, come il calendario”. C’è tutto in questo esordio: la
mini antologia di Paolo Galvagni sbalza una Cvetaeva attiva, sempre ape regina,
amante di ogni segno di vita. Ciò che si direbbe – è – sprecarsi. Senza progetto,
né misura. Assorbiva come una spugna, dispensava senza riserve, e senza
accumulo: “Il poeta da lontano conduce la parola.\ La parola conduce il poeta
lontano”. A volte stanca: “Forse la vittoria migliore\ sul tempo e sulla
gravità è\ passare senza lasciare tracce,\ passare senza lasciare un’ombra”. Il
destino del poeta, anche “felice”, e di portare per conto dell’umanità il peso
(la croce) dell’infelicità.
Tarantolati
Si dice Banca d’Italia per non dire Tarantola. Nome
augusto, si capisce che i giornali ne abbiano timore. Giuseppe Tarantola è il
giudice che a Milano gestisce i processi – le corti giudicanti. Anna Maria ha
gestito la Vigilanza Banca d’Italia che ha fatto fuori Fazio e la stessa Banca
d’Italia. E ora, nella posizione di presidente della Rai, è la vestale romana
di Monti, del Partito-che-non-c’è.
Ad Anna Maria Tarantola risalgono i controlli carenti
sul Monte dei Paschi di Siena. Sia sull’acquisto “incauto” di Antonveneta e
prezzo fuori mercato. Sia sulle obbligazioni remunerate al 10 per cento. Nel
2008, a crisi bancaria già in pieno. Sia
sui derivati accesi per pagare quel 10 per cento.
Era tutto preordinato? Una trappola per la banca fuori
dal coro? Per i suoi referenti politici? Certo che no: serviva ad abbattere la
Banca d’Italia, quel poco che ne resta dopo l’offensiva del 2005.
giovedì 24 gennaio 2013
Lo scandalo è Antonveneta – il Partito-che-non-c’è
Il vero scandalo nell’affare Mps è Antonveneta. Quello
con cui erano stati eliminati Fazio e al Banca d’Italia. Le perdite sui tre
derivati, o quattro, di cui si fa la pietra dello scandalo, possono assommare
al più a mezzo miliardo, ammesso che vadano contabilizzate ora: niente che la
banca non potesse spesare. È l’acquisto di Antonveneta che ha immiserito il
patrimonio, al punto da rendere necessaria una quasi impossibile
ricapitalizzazione.
Su questo sfondo, lo scandalo succedaneo dei derivati,
l’attacco è al Pd e a Bersani, per conto del Partito-che-non-c’è, ora in campagna per Monti.
Lo scandalo è anche l’occasione per Milano di annientare l’ultimo presidio
bancario non controllato direttamente, dal “blocco ambrosiano”, milanese e
confessionale.
L’offensiva è straordinariamente coordinata, per:
1) tempestività, a un mese dalle elezioni, dopo che
Monti aveva bloccato il caso a suo tempo con un voto di fiducia;
2) modalità: pretestando non lo scandalo vero ma uno sul
quale nessuna responsabilità penale sarà accertabile, come da canovaccio ormai
canonico della giustizia; fra qualche anno;
3) finalità: la messa in mora del Pd, che addivenga a
miti consigli;
4) pervasività: lo schieramento compatto dei media,
senza una smagliatura.
Antonveneta 2 – il Risiko
Nel 2004 Abn Amro, colosso bancario olandese, voleva comprare
Antonveneta, la banca del Triveneto. Il governatore della Banca d’Italia Fazio
organizzò una controfferta. Come in tutti gli altri assestamenti bancari. Ma la
Procura di Milano, che non c’entrava nulla, lo bloccò, lo triturò col grande spasso delle intercettazioni, liquidò lui e la Banca d’Italia, e lo farà anche condannare, naturalmente nella fida Milano, in primo grado. Un massacro.
Antonveneta passò a Abn Amro. Che dopo pochi mesi, nell’estate
del 2007, fu inghiottita da Royal Bank of Scotland, Fortis e Santander. I tre
acquirenti si divisero il gruppo: Antonveneta, con la controllata Interbanca,
andarono al Santander, 6 miliardi a valore di libro. Tempo un mese, e il
Santander riuscì a vendere Antonvenerta al Monte dei Paschi per 9 miliardi: l’8 ottobre ne perfezionò l’acquisto, l’8
novembre 2007 la vendita era perfezionata - più Interbanca, ex Antonveneta, a GE Financial per 1
miliardo ulteriore.
Antonveneta 3 – la vendetta di Milano
Per affondare Fazio, e con lui anche la Banca d’Italia, tutta
Milano si mosse all’unisono, Procura, Consob e giornali. Con la spinta, per una
volta scoperta, di Bazoli.
Fazio fece nell’occasione quello che aveva sempre
fatto. È toccato a lui privatizzare e risanare le bacate banche pubbliche
italiane, le tre Bin, i banchi meridionali, e le Casse di risparmio. E lo ha
fatto, senza mai un’aporia, benché gli interessi fossero enormi. Non una
tangente, un favoritismo. Nella stessa operazione Antonveneta è stato
condannato senza nemmeno il dubbio di un comportamento turpe: solo per eccesso
di potere. Che è la verità – anche se non è una colpa di Fazio. La Banca d’Italia
si era opposta alla pretesa di Bazoli di prendersi le Generali, e Bazoli gliela
fece pagare.
Già Milano era stata disturbata dalla pretesa della
Banca d’Italia d’“intromettersi” negli acquisti e incorporazioni di banche, e
quindi la reazione fu immediata e concorde, come al solito: schiacciante, la
Procura in testa.
Antonveneta 4 – il conto alla Banca d’Italia
Milano fece della vicenda Antonveneta, la grande
occasione per annientare l’ultimo residuo d’indipendenza di fronte allo
strapotere di Bazoli e soci: la Banca d’Italia. Fu un’offensiva ben più
massiccia e cinica di quella di Andreotti il 24 marzo 1979 contro Baffi e
Sarcinelli – Andreotti non fece condannare nessuno, e Sarcinelli a settembre
gli scodinzolava dietro alla fiera del Mediterraneo a Bari. Con uno
schieramento straordinario anche allora dei media imponete, totalitario.
Procedette la Procura di Milano, sebbene non c’entrasse
nulla, nella persona dei Procuratori Eugenio
Fusco e Giulia Perrotti. Che spolverarono il vieto delitto di aggiotaggio. Per
il quale a Milano, dove i patrimoni, come diceva Cuccia, “entrano da una porta
e spariscono dall’altra”, non è mai stato condannato nessuno. E pochi sono
stati indagati, svogliatamente, malgrado le tante denunce.
Antonveneta 5 - i Grandi Fratelli
Antonveneta è passata come un pacchetto postale di
mano in cinque anni attraverso banche che non ne sapevano nulla. Dando ragione
nei fatti a Fazio: la banca non è una merceria. La banca del territorio, di uno
dei poli produttivi più importanti dell’Italia. Mentre i cosiddetti giganti
fallivano: Abn Amro, la preda, e i predatori Rbs e Fortis
Il Santander del Gran Maestro Botìn invece no. Benché
la Spagna, e il Santander per essa, navighi su una palude immobiliare. Il
Santander sempre si dice che stia per fare il botto ma sempre si salva. In
Italia Botìn e il Santander furono promossi in grande da Cuccia. Rappresentati
da Ettore Gotti Tedeschi.
Gotti Tedeschi è stato da ultimo il banchiere dello
Ior, la banca vaticana, cacciato un anno e mezzo fa da papa Ratzinger. Nella
sua casa di Piacenza successivamente sono stati trovati dai Carabinieri di Roma
– Gotti Tedeschi non è mai stato indagato a Milano, competente - 47 faldoni di
affari speciali.
Prima dello Ior, Gotti Tedeschi era stato in affari,
già allora per conto di Botìn, con Gianmaria Roveraro, il banchiere assassinato
da ignoti nel 2006, e con Giuseppe Garofano. Sia Roveraro che Garofano si
dicevano membri dell’Opus Dei. Come Botìn – anche Gotti Tedeschi? Che può non voler dire niente,
semplicemente che lavoravano d’intesa, per la comune fede. Ma non in caso di
malaffare.
Antonveneta 6 – tutta la finanza a Milano
Con Mps-Antonveneta sotto scacco Milano si prende
tutta la banca. Nell’operazione Antonveneta del 2004, Milano temeva la
costituzione di un polo bancario autonomo indipendente. Attorno a Unipol e alla
Popolare di Lodi. Cioè attorno al polo finanziario emiliano-toscano della Lega
delle Cooperative, e attorno alle Popolari. Alla chiusura della crisi Mps avrà il
controllo bancario di tutte le regioni produttive, Triveneto e Toscana
comprese.
Analoga siinta centripeta Milano sta esercitando da
tempo sulle assicurazioni. È ancora sub iudice il passaggio di Fonsai a Unipol.
E l’autonomia di Generali. Dove non basta la presenza condizionante di
Mediobanca. Il milanesissimo Greco ha preannunziato una radicale “operazione
pulizia”, con l’obiettivo non dissimulato di giungere a un assetto definitivamente
ambrosiano del gruppo triestino.
Antonveneta 7 - l’annientamento di Banca d’Italia
Grilli accusa, Passera si chiama fuori, essendosi tenuto fuori dal Partito-che-non-c’è : il bersaglio è ancora la Banca d’Italia. Ma con un senso forte di già visto, e come un falso scopo. Visco e Saccomanni, che si difendono dicendo “Mps
ci ha nascosto le carte”, sono un riflesso povero di quello che era la Banca d’Italia.
Si erano fatti candidare da Bersani a futuri ministri, e quindi devono mettere
le mani avanti. Ma nessuno più li teme, né li tiene da conto.
Avrebbero dovuto nel’occasione mettere sotto accusa la
Vigilanza di Anna Maria Tarantola, ora presidente della Rai. Ma Tarantola è,
insieme col fratello Giuseppe, il giudice attorno a cui ruota il Tribunale di
Milano, al centro del Partito-che-non-c’è, e la Banca d’Italia non osa.
Con Tarantola sarebbe dovuto venire sotto accusa anche
la gestione Draghi della Banca d’Italia. Specie nell’acquisto abnorme di
Antonveneta dal Santander. Ma la Banca d’Italia è come se non ci fosse più.
Antonveneta 8 - il Pd ostaggio delle Procure
Perché Mps abbia dato a Santander una plusvalenza di oltre
3 miliardi in tre mesi è ancora da accertare. Per giunta quando già il risiko
bancario cominciava a scricchiolare. Che si sia trattato di un errore non è
plausibile. Ma su questo, che potrebbe configurare un delitto, naturalmente non
si indaga. I fatti una certa giustizia preferisce trasformare in minacce. Per
governi dove il Pd, se ne deve essere parte, non possa agire in autonomia
politica.
Dall’attacco a Fazio allo scandalo Mps la giustizia
politica è palese, anche nei suoi veri mandanti e intendimenti. Tanto da
rasentare qui la beffa: il Pd è ostaggio e non protagonista del sistema delle
Procure di cui scioccamente si fa baluardo dopo la dissoluzione del Pci – si
parla del Pd ex Pci. Non ha mai “controllato” i capi delle Procure, i Borrelli,
né i capi del Tribunale, i Tarantola. E quelli che controlla, i Messineo, i Pipitone,
i Caselli, gli vengono serialmente azzoppati.
Antonveneta 9 - la colpa è dei fratelli Berlusconi
La tempesta è perfetta come sempre a Milano, e
prevede, dopo Fazio e la Banca d’Italia, anche la sua dose per Berlusconi.
Sempre alla maniera obliqua del partito dei giudici: con Berlusconi è imputato
il fratello Paolo, al quale eventualmente addebitare la responsabilità penale.
I due sono imputati – la condanna è attesa una
settimana dopo le elezioni – di avere ascoltato una telefonata intercettata di
Fassino, allora a capo dei Pd-Ds (“Abbiamo una banca”, la Unipol-Antonveneta).
Un’intercettazione non divulgabile, che ai due è stata portata da un personaggio
a loro sconosciuto. Subito pronto, a tempo, dovuto, ad accusarli.
L’amore da grandi
La nobile Julie, divorziata due volte, “vecchia” di
quarantaquattro anni, “anzi di quarantacinque”. Col pimento dell’aneddotica
personale della scrittrice, il lascia-e-prendi, alla stessa età, col secondo
marito, de Jouvenel. Col fiuto dell’estetista, quale provò a essere dopo il divorzio. E compreso il rapporto “incestuoso” col
figlio di lui – doppiato, nelle parti scabrose, da un coetaneo esterno alla
famiglia. Ben più sessuato, con la sua immoralità, anche se senza passaggi
pruriginosi (con la amante giovane Julie fa il punto a croce, di quella in età
le basta saperne la presenza), delle “Sfumature” che hanno tenuto banco
ultimamente.
È l’altro tema di Colette, l’amore. Di “Giulie che non si
apprezzavano, non diventavano sottili, buone, feroci, stoiche, che a causa
dell’amore, di un leale appetito dell’amore, di ciò che genera di castità
facile, di commercio carnale...” Ma dialogato
meglio di Edith Stiwell, nella sottile perfidia, e delle migliori dame britanniche. – Colette si diverte,
nel 1941, nella Parigi tedesca: l’occupazione fu anch’essa divertente? Trincerandosi acuta, lasciva, ammiccante nel
Palais-Royal. Dove lascia intendere d’essersi avventurata “per caso,
innocentemente”, come la famosa predecessora simbolo di purezza e innocenza, la
Virginia, nomen omen, di Bernardin de Saint-Pierre. Pretendendo di abitarne un cubicolo al modo di quelle donne di natura variegata ma di
professione unica di cui Restif de la Bretonne fece il censimento – ce n’erano
2.200 nel 1790, quelle che firmarono una petizione all’Assemblea Nazionale
della rivoluzione. La (buona) letteratura deve un po’ lasciare intendere.
Colette, Julie de
Carneilhan
mercoledì 23 gennaio 2013
Letture - 125
letterautore
Tasso – Non
solo Dante, anche il Tasso ha una “tradizione” tedesca. “Il Tasso”, afferma madame de Staël in “De l’Allemagne”, “è anche un poeta
tedesco”. Perché “l’impossibilità di cavarsela nelle circostanze abituali della
vita ordinaria che Goethe attribuisce al Tasso è un tratto della vita meditativa e chiusa degli
scrittori del Nord”.
letterautore@antiit.eu
Amore –
Breton rifiuta il ripudio, ne “L’amour fou”, una volta che è stato “scelto”
l’amore. Di cui dà una definizione mirabile: “L’amore reciproco, come lo vedo
io, è un dispositivo di specchi che mi rinviano, sotto i mille angoli che può
prendere per me l’ignoto, l’immagine fedele di quella che amo, sempre più
sorprendente di divinazione del mio proprio desiderio e più dorata di vita”. Ma
si è sposato tre volte.
Baudelaire – Saba
lo fa omosessuale represso (“Scorciatoie”, p. 150). Non lui personalmente, in
genere, ricordando che i decadenti
“inneggiavano volentieri agli istinti, alla divina libertà degli istinti
primitivi, ma poi si è saputo che erano, “in gran parte, passivi”.
Se non che Saba è
parte in causa, anche se non inneggia agli istinti primitivi. Per posa forse –
o forse perché lo avrebbe voluto.
Donna-oggetto – È borghese.
Storicamente e concettualmente. Proprio nel momento in cui il romanticismo
libera le passioni e le aspettative, il diritto subordina la donna. Se è moglie
o figlia. La condanna e la isola se non lo è – a meno di scelte virginali.
Nell’ultima
pubblicistica femminista, sia di destra che di sinistra, poniamo Michela Murgia
e Michela Marzano, la minorazione femminile è occidentale, anzi cristiana, e
quasi vaticana. Con più determinazione
“a destra”, in ambito cristiano: “Maria di Nazareth”, scrive Michela Murgia in
“Ave Mary”, “è la persona che ha subito il torto più grande nel dipanarsi di
questa colossale struttura di dominio. È stata strumentalmente trasformata in
icona della più passiva docilità, in muta testimonial del silenzio-assenso”.
La donna oggetto non
è occidentale, non viene dal mondo antico. È introdotta in Occidente dalle
invasioni tribali, di orde nelle quali l’unica funzione femminile era di
procreare figli maschi (Bachofen). Al tempo in cui il cristianesimo, verso il
quale le orde fatalmente confluivano, si regolava sull’antisessualità paolina e
dei monaci, i padri della chiesa, e conseguentemente sull’antifemminilità.
L’esclusione si è poi
generalizzata in Occidente col feudalesimo e il maggiorascato. In parallelo con vecchie-nuove forme di egualizzazione, seppure marginali, nelle
aristocrazie urbane, nell’intellettualità. Diventa totale (occidentale) con le
forme borghesi della società, specie nel Sei-Ottocento. Le Preziose, a metà del
Seicento a Parigi, evocano un matrimonio in cui Venere e Cupido trionfano
liberando la donna dalla mera procreazione. Ma nello stesso tempo Montaigne
così registra la realtà: “Un buon matrimonio, se ce n’è, rifiuta la
compagnia, e il condizionamento dell’amore”. E si arriva alla “prostituzione
legale” che inferociva Stendhal, i tanti contratti balzacchiani che hanno a oggetto la
donna-merce. Anticipati dallo stesso Balzac nel 1929, nella “Fisiologia del matrimonio”: “La donna è una
proprietà che si acquisisce per contratto; una proprietà mobiliare perché il
possesso è titolo; e non è a parlare propriamente che un annesso dell’uomo”.
Internet - Il blog ha reso tutti
scrittori. You Tube tutti registi. Di pezzi brevi. Che può essere un’arte
facile. O anche difficile: bisogna fare bene con poco. Comunque non andare
oltre la superficie: l’accenno, la smorfia. È per questo una forma di godimento-creazione
poco soddisfacente, di brevissima tenuta, che necessita di più. Come una droga,
leggera ma di effetto minimo e sempre più ridotto.
È il
romanzo fai da te: autore, editore, direttore, distributore, critico, e
pubblico. Meglio ancora per il film, su You Tube e altrove: produttore,
regista, distributore, e attore, in azione e non più soltanto nelle fotine
lusinghiere. Di documentari, di scenografie complete e anche di telenovelas. La
rete è un universo privato, interminato, interminabile, il solipsismo fatto
schermo-immagine.
Moltiplica
le scritture. Moltiplica, materializza, diffonde i fantasmi. E li tiene in
custodia, più accessibili di qualsiasi biblioteca, senza spostamenti, senza
attese né lasciapassare.
È un linguaggio.
Breve, genere feuilleton da una parte. O adolescenziale dall’altra. Con storie
brevi, frammentate, mai “definitive” (circoscritte, parabolari). E accensioni,
umori.
Si
dev’essere brevi in rete, e non seriosi. Si può cazzeggiare, come fa il 99
virgola nove per cento dei navigatori, o pondere giudizi profondi e massime
fulminanti come vuole twitter, il linguaggio del momento. Non si può scrivere
il fondo di giornale, il pastone, la cronaca di parte: la rete, nella sua
scarsa malleabilità grafica, ha pochi o nessuno dei trucchi del giornalismo.
Inoltre, è una parola momentanea, dà forte il senso della fragilità-temporaneità.
Non della scrittura, poiché al contrario porta tutti all’ambizione di scrivere, li rafforza. Della condizione esistenziale.
Ma richiama irresistibilmente Pessoa. L’epoca
dell’Inespressione e del Vuoto (Vacuo) di Pessoa, anteriore a Heidegger, coevo
dello spirito Excelsior del Comm. Cav. Grand’Uff. F.T.Marinetti, della sua
sensibilità da music man, lo spirito
di Fine Secolo (Ottocento) di cui non ci liberiamo, di Vuoto-Infinito, Vuoto-Dio,
Esistenza fantasma, di Labirinti, Vertigini e Doppi che non sono Altri, pretendendo
all’immortalità senza crearla, senza cioè fatica, applicazione oscura. È l’epoca dello Spirito, paracletiana?
Ma quanto terra terra, anzi no, superficiale.
Sherlock Holmes – “Storie povere”, “frasi ingegnose ma non
troppo”, “soluzioni deboli”, gli trova Borges. E prolisso, si può aggiungere,
specie nei romanzi. E tuttavia si legge sempre, con interesse.
Sogni – Colette ha insistente, dettagliata,
nella “Gatta” il “vestibolo dei sogni”.
È il dormiveglia prima del risveglio. Al centro della narrazione, è ”l’istante
incalcolabile riservato al paesaggio nero, animato da occhi convessi, da pesci
a naso greco, da lune e da bazze… L’istmo stretto tra l’incubo e il sogno
voluttuoso”.
Stupidità – Antonio Pascale
(sul “Corriere della sera” di mercoledì 16 gennaio ) la lega a stupore. Senza
più. Deriva l’equivalenza da un commento del “Financial Times”, sezione
“Management”, che usa i due termini indifferentemente (mentre non usano stupore
per stupidità gli autori del saggio di cui il giornale inglese riferisce, “A Stupidity-Based
Theory of Organizations”, di Mats Alvesson e André Spicer, pubblicato a novembre dal “Journal of Management Studies”). Ma forse è proprio così. Il Devoto lega
“stupido” a “stupire”, che dice “variante, con –s iniziale, di una radice che significa
dapprima «battere», ed è attestata, senza –s, nelle aree greca, slava,
indiana”.
letterautore@antiit.eu
D’Arrigo, prima che l’“Orca” lo fagocitasse
D’Arrigo ventenne ha scrittura e tematiche già definite. Poi
stravolte, nella lunga macerazione del “capolavoro”, qui perfino calligrafico.
Pulito, preciso, seppure con una sintassi avventurosa – compreso il flusso poi
bernhardtiano, in un paio di mezze pagine. “A Taormina con la nonna” l’ultimo
dei quattro pezzi della piccola raccolta, è da antologia. Licantropo è già nel
racconto del titolo - seppure appesantito da un comico tradizionale – “la
«mostruosa» metamorfosi animale e linguistica dell’«Horcynus Orca»”, può dire
nella postfazione, un gioiellino di suo, Siriana Sgavicchia. Incarnando
“l’ebbrezza lunare e dionisiaca del desiderio e insieme il suo lato
perturbante, destinato a precipitare nell’abisso della colpa e dell’autodistruzione”.
D’Arrigo è definitivamente più che “Horcynus Orca”, l’ambizione di
una vita che lo ha fagocitato. Parte ancora dolente di un Novecento che si
tarda a rivedere, soprattutto il secondo, benché tante censure politiche sano
cadute – forse non nell’accademia?
Stefano D’Arrigo, Il
licantropo, Via del Vento, pp. 32 € 4
martedì 22 gennaio 2013
L’Europa è fuori dell’Europa
L’idea non è di ora, è di novant’anni
fa: deve necessariamente accadere qualcosa di nuovo. E dunque diremo Husserl
contemporaneo, o l’Europa attardata? È dell’Europa che si parla, “L’idea di
Europa” del padre della fenomenologia è come uscirne fuori, dalla crisi dell’Europa.
Husserl se la cava: filosofia (critica) è rinnovamento, non c’è Europa senza
filosofia, non c’è Europa senza rinnovamento.
La raccolta è l’avvio di una ossessiva riflessione, postbellica, che si concluderà nel 1935 con la conferenza viennese
“La crisi dell’umanità europea e la filosofia” - tre anni prima della morte, da
tre anni fuori dall’università per essere di famiglia ebraica, benché patriota,
padre di tre volontari della grande guerra, uno morto, uno ferito grave, Elli infermiera al fronte. E confluirà
nel postumo “La crisi delle scienze europee”. Della fenomenologia intesa
come “filosofia della libertà” (Lévinas). Quando l’Europa Husserl vedrà fuori
dell’Europa, negli Usa, e in Africa e in Asia nelle ex colonie.
Questa
è l’Europa del 1922, dopo la “fine della civiltà”, con la Grande Guerra e la
sconfitta della Germania. La guerra che lo stesso Husserl ancora nel 1917,
dopo le battaglie-carneficine di trincea, proponeva insegnando Fichte come “il
destino grande e severo, al di là di ogni immaginazione, della nostra nazione
tedesca”. La sconfitta avrà effetti traumatici duraturi, su Husserl come su
tutta la Germania, in parte in digeriti. Due anni dopo la sconfitta Husserl vedeva
nella guerra “indicibile miseria, non solo morale e religiosa, ma anche
filosofica” – religiosa? morale? non tedesca? E contestava a Spengler il “tramonto”:
“Una fatalità, un destino che ci sovrasta? Sarebbe un destino fatale soltanto
se lo accettassimo passivamente”. Qui, sollecitato dalla rivista giapponese “Kaizo”,
mette a punto e reitera in cinque saggi il progetto di una filosofia come responsabilità. Lo stesso metodo dice
non “esercizio preambolare” ma “responsabilità di sé”. Di cui “l’idea europea”
è “manifestazione esemplare”, e solo essa.
È Nietzsche (“Al di là del bene e del
male”) rovesciato, cinquant’anni dopo e proprio nel momento peggiore dell’Europa: il continente come “penisoletta avanzata dell’Asia”, che “vorrebbe rappresentare a
tutti i costi, rispetto all’Asia, il «progresso degli uomini»”. La filosofia,
nata in Grecia, “è l’entelechìa
propria dell’umanità”. L’Europa è sprofondata, nella guerra e dopo, nella crisi
della sua stessa cultura, ma “deve
necessariamente accadere qualcosa di nuovo”. Husserl vorrebbe una scienza dell’uomo - della
conoscenza, della filosofia - analoga alla matematica per la natura. Ma contro
una visione naturalistica della politica, cioè burocratica.
Oggi, facendo ancora un altro balzo
oltre il fascismo, sarebbe pro o contro questa Ue, per molti aspetti la scomparsa
della “sua” Europa?
Husserl, L’idea di Europa
Secondi pensieri - 131
zeulig
Confessione – È la storia? “Essere
soggetto significa eo ipso avere una
storia”, insegna Husserl nell’ “Ideale di umanità di Fichte”, le lezioni del
1917, e non intende un affare di letto. “Scrivere la storia dell’Io” è “scrivere
la storia della necessaria teleologia in cui il mondo, in quanto fenomeno,
viene a progressiva creazione”.
Corpo – “L’anima , senza il corpo, gioca”. È un
verso di Addison, che lo dice derivato da Petronio, dal “Satyricon”. Addison
intende nel sogno, che nel sogno l’uomo liberamente gioca - in Petronio non si
direbbe, Petronio è tutto per la carne.
Era il tema del Festival dei Matti a
Venezia a novembre. Ma l’evento è stato annullato.
Dio
– Potrebbe stare per odio, come un refuso. Odio puro è il Dio di
compassione dell’ebraismo, il cristianesimo, l’islam, il Dio di cui si parla.
Odio reciproco, e delle sette islamiche, cristiane, ebraiche, che senza sosta
si combattono, e anzi si formano per rigenerare la lotta.
Ci
dev’essere, dice Lutero, perché l’uomo ha bisogno di qualcuno di cui fidarsi.
Ma se non c’è? “L’uomo fu creato perché ci fosse un inizio”, dice sant’Agostino
al capitolo 20 delle “Confessioni”. E se non comincia nulla? Non ci sono
teologi santi.
Su Dio non si può contare, poiché ha
abbandonato Gesù: se c’è, è una presenza assente. Ma vale
sempre la proposta di Tacito: meglio (“è più santo e reverente”) credere
all’esistenza di Dio che discettarne. E poi basta poterla raccontare, un
incipit è già tutto, come sapeva Platone: “L’inizio è anch’esso un dio che,
finché resta con noi, salva tutto”.
Il Dio
cristiano vuole fede assoluta, essendo il meno comprensibile di tutti:
l’Incarnazione, la Passione e morte, la Resurrezione sono mitologie ardue. Per
non dire della Trinità.
G.B.Shaw
ha un “God is in the making”. E c’è stata l’apocatastasi, il ritorno a Dio. Un
Dio temporale.
Sogni - I sogni
sono desideri, anche contro l’evidenza – i segni di sogni, o i sogni di segni,
è refuso irresistibile. Ora, desiderio è legato agli astri, sidera in
latino. Roba fredda, da strateghi di capacità combinatoria, Giulio Cesare,
Alessandro Magno, o i due assieme, l’astuzia e la grazia. Ma solo nella lingua
italiana, è vero. In territorio germanico è diverso: è Benedikt Franz Xaver von Baader, il maggior
esponente del romanticismo cattolico tedesco, che per primo interpreta i sogni
come “verità superiori”. Cui Johann Wilhelm Ritter, fisico-fisiologo a Jena,
scriverà: “Credo di aver fatto una scoperta importante, quella della coscienza
passiva, dell’involontario. Ciascuno di noi porta in sé il suo sonnambulo, di
cui è egli stesso il magnetizzatore”. E il medico mesmerista Karl Gustav Carus:
“La chiave per conoscere l’essenza della vita psicologica cosciente sta nella
regione dell’incosciente”.
Ma già
Jean Paul ipotizzava che i sogni racchiudono i segreti dell’anima, e sono la
sede degli istinti. Mentre E.T.A.Hoffmann vedeva nelle esperienze dell’infanzia
la materia prima dei sogni. Freud voleva essere un mago, il dottor Clitandro,
medico dell’anima di Molière, e questo lo rende simpatico, rifare la Smorfia.
Storia – Non
è democratica: il passato, la dignità (forza) del passato. Prima – subito –
vengono le relazioni di potere: il posto, la raccomandazione, la dipendenza.
Che si può dire anche così: l’obbligazione sociale, la rete.
Può
pure essere la montagna di polvere dell’altrimenti ignoto Augustine Birrell. La
sua epopea, Croce l’insegna, è più vicina alla tragedia che all’idillio. E la
fa solo chi distingue il bene dal male, come Defoe premette a Jonathan Wild. La storia di Herder, l’educa-zione divina del genere umano, che è
anche la salvezza di sant’Agostino, si rovescia in educazione umana di Dio. Una
leva archimedica, secondo lo storico Garin: una visione liberatrice attraverso
la dimostrata vanità dell’accadere e d’ogni azione mondana. La storia vera è profana, il tempo che s’affaccia sullo spazio,
che sono i corpi ed è l’infinito. L’ibrido dun-que è doppio. Come si sciolgono
le incompatibilità? Era nel progetto di Cristo introdurre una dimensione
profana nel tempo sacro, intemporale? O c’è, fin dal Genesi e, neppure
surrettizia, nella dottrina cristiana, una curvatura dell’intemporale nel senso
della storia - la memoria, l’esame? Il nostro tempo, il tempo storico, non si
concilia con l’eternità, questo è un fatto. È lo stesso mistero di Cristo, che
è nato ed è morto ma è Dio.
“Madre della verità” è però la storia già
in Don Chisciotte. Il Novecento è secolo ripetitivo, seppure lungo. Da
Baudelaire in poi volendosi una reazione alla regina Vittoria, epoca imperiale
ma defunta di busti e mutandoni – le rivoluzioni hanno fasi passatiste,
determinate al passato. Hitler e Stalin hanno spazzato via tutto ma il secolo
ancora non se n’accorge. L’Europa: non sa cosa sono gli Usa, l’Asia, l’Africa,
i veleni, i miliardi di persone, e fantascienza dice il mondo, una cosa che non
c’è e non è possibile, ed è cieca, forse per essere vecchia.
È anche una furbata. Heine dice “lo
storiografo, il profeta retrospettivo”. La storia come scienza della
ricostruzione del passato, su fondamenta profetiche.
Verità – Il cinico se ne astiene, il sofista se
ne fa sacerdote, laico (cinico). Ma è l’ordine del discorso – di ogni atto o
evento. Compreso l’atto selettivo dello sbirro o giudice, del testimone
(visione), dell’autore (suoni, sogni,
teatri).
Classico
è il più ricco, proletario chi fa molti figli, idiota il proprietario, si
spiega nelle “Notti Attiche”, in casa di Cornelio Frontone. La storia,
consistendo di parole, è a volte illusoria, ma i fatti no. L’incertezza è
parziale, si sanno pure le cose che non si sanno. L’opposto della menzogna è
sempre la verità, un po’, e la menzogna stessa - verum factum, verum fictum non è un refuso: la verità è
all’origine finzione e invenzione, e senza non ha argomenti.
Nella
teologia Lutero smarrì Dio. Ma l’impossibilità per noi di sapere le cose come
sono in se stesse non è solo della teologia, Kant lo spiega della filosofia.
zeulig@antiit.eu
La giustizia democratica punita a Catanzaro
Non è servita la presenza di Bersani in città. Non è
servito il commissariamento del Comune a poche settimane dal voto. Non è
servito il sostegno del Tar allo sconfitto Scalzo del partito Democratico.
Catanzaro ha rivotato Abramo del Pdl, con uno scarto maggiore che a maggio. Abramo
ha avuto i suoi voti di maggio, Scalzo ne ha avuti di meno. Dopo il voto di
maggio Scalzo aveva “ipotizzato” voti di scambio e situazioni “poco chiare”, e
tanto era bastato al Tar per invalidare l’elezione di Abramo. Ma gli elettori di Scalzo non gli hanno creduto, certo non tutti.
L’aneddoto è marginale (forse per questo i giornali
non ne parlano?), il fatto no: non c’è una partita politica leale, tra i
partiti in gara per le politiche tra un mese, c’è una giustizia politica. Che
in questa fase è impegnata contro Berlusconi. Da parte dei giudici di sinistra
e dei tanti Procuratori Capo di Fini. Si riaprono vecchi dossier. Se ne
inventano di nuovi. Alcuni si dimenticano – sono finite le indagini a carico
degli uomini di Casini, in Sicilia e nel Lazio, e di Fini. Alla giustizia in genere basta un reato per infliggere una condanna, qui si affastellano indagini senza mai una vera condanna, dei dossier.
La giustizia politica è in Italia “normale”. Dapprima fu
a carico della sinistra. La inventò Fanfani col caso Montesi, per smontare le ultime
posizioni dossettiane nella Dc. Andreotti ne fece strumento feroce, per una dozzina
d’anni, contro i socialisti e contro Moro – da ultimo contro Baffi e
Sarcinelli, cioè contro la Banca d’Italia (a favore di Sindona…). E tale è
rimasta, passando negli anni 1980 a sinistra con l’ex Pci, che la premia con
avanzamenti, cattedre e posti da parlamentare, dapprima contro i socialisti poi contro Berlusconi.
È una “giustizia” che non paga politicamente –
Andreotti non costituisce un precedente, era anche lui vittima dei giudici. È un
motivo di campagna elettorale offerto a Berlusconi. Le
ultime vittorie della sinistra, quelle di Prodi, di Pisapia, si sono avute
segnalatamente senza “ferri”. C’è però da chiedersi dove sarebbe la sinistra
senza i giudici, e questo è il vero problema - perché la destra è tanto forte
se la sinistra è inattaccabile.
lunedì 21 gennaio 2013
L’infanzia cubista di Marina
Un racconto “cubista”: nel “Racconto di mia madre” Cvetaeva sposta
in continuazione il punto di osservazione, dall’uno all’altro dei tre
personaggi, l’autrice e la sorella Anastasija bambine, la madre. Nel genere
memoria familiare, o interno fiammingo delle piccole cose, e insieme gotico, di
orchi e miracoli. Pasticciando Puškin, la Tatjana dell’“Oneghin”.
Segue un’altra memoria familiare, delle due sorelline col fidanzatino,
lo stesso per tutt’e due. Un personaggio preciso ma indistinto, che si suppone
inventato, un “fidanzato d’acqua”, e alla fine invece c’è, c’era. Una metafora
quasi filosofica, dell’essere-non essere.
Su Cvetaeva si riverbera la fine drammatica, il suicidio
nell’infamia politica e l’inedia. Mentre fu
persona e scrittrice di umori, vivacemente gai. Antonio Castronovo, che
cura la mini-edizione, la fa bastian contrario – toscanismo in disuso, uno dei
tanti insensati, ma significante: “Il suo principio di vita poetico diventa la
negazione”. Si direbbe anticonformista ma non lo era: Marina è scrittrice
solidamente borghese. Ma fu zarista a Mosca, tra i rivoluzionari, e
rivoluzionaria a Parigi tra gli emigrati. Senza metafore.
Marina Cvetaeva, Il
racconto di mia madre, Via del Vento, pp. 33 € 4
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (159)
Giuseppe Leuzzi
Siamo il Sud di un “Nord che non c’è”, del
titolo che si danno gli scrittori del Nord? Sarebbe una spiegazione.
Il regno meridionale è Misspellheim nella
mitologia nordica, il luogo del mispelling, la cattiva compitazione. Un
refuso.
Monti si
pente dell’Imu, delle tasse, della sudditanza alla Merkel, e all’Epifania del
redditometro decretato a Natale: di che mafia è il pentito il professore?
Nel racconto “Singolare avventura di Francesco
Maria” Vitaliano Brancati ha “il cielo azzurro dell’estremo Sud nel quale le
rondini scorrono come una veloce scrittura”.
È “calabrese” a un certo punto il sig.Trupìa,
l’affarista (ladro, corruttore, violento) di “Benessere Borghesia”, il
“Sillabario” di Parise che fu poi scartato dalla raccolta. Sembra il personaggio
di Albanese, “Cetto La Qualunque”, anche se il comico non sembra saperlo. Si
vede che lo stereotipo ha qualche fondamento..
Ma è una connotazione, tutta negativa, con un
curioso effetto di sollevo: un truffatore non è un trucido killer.
L’odio-di-sé
Camilla Cederna, “Il lato debole”, p. 63, ha il
canone della gita a Napoli: “Una settimana a Napoli e dintorni in questo
principio d’inverno che pare primavera è ancora una meraviglia”. E giù
cinquanta righe di eventi e fatti assurdi. Il cliché è: Napoli è
bellissima ma corrotta. Dai Borboni, dai lazzaroni, dai casertani. Da chi e da
che in centocinquant’anni altrove si sarebbe rimediato, ma a Napoli non perché Napoli è anche fatalista.
Nulla di eccezionale, non fosse che il canone e
Cederna piacciono alla napoletanità.
Notare i “dintorni”. A Capri o Positano è
infatti un altro mondo, non fatalista e, forse, non corrotto. Non è più Napoli?
No, è sfuggito alla napoletanità. Anche Ischia ci aveva tentato. Ma Napoli è
più vicina.
Autobio
Uno dei due paesi è di zangrei – ha questa
cattiva fama. Che abitavano in effetti, e abitano tuttora, uno dei suoi
quartieri. Pastori con le cioce, così si raffiguravano nelle foto e in qualche
quadro. Venuti dalla parte più interna della Montagna, nel largo displuvio
dell’Aspromonte verso lo Ionio, da Natile, Careri, San Luca - sui luoghi
d’origine, benché presunti, riverberando immagini di primitività. Zangreo era uno
dei nomi di Dioniso, dio dell’ebbrezza, del canto, della danza, non antipatico.
Eravamo greci senza saperlo. Finché un ventina
d’anni fa il maestro Costantino Scutellà non diede il compito ai bambini di
ascoltare dalle nonne e le zie parole di uso comune non italianizzanti e di
trascriverle – le parole cioè non di un italiano quale è in uso ora nelle
famiglie, dopo la televisione. Ne venne fuori un dialetto non italiano di oltre
duemila parole, una seconda lingua non fosse per gli ausiliari. Il maestro Scutellà lo fece repertoriare
ai bambini in ordine alfabetico, con accanto l’equivalente italiano. In forma
di piccolo dizionario, che batté a macchina, ciclostilò e rilegò, corredando
ogni termine della probabile derivazione linguistica. La maggior parte delle
parole in suo un paio di generazione fa erano greche. Anche i nomi di famiglia
più ricorrenti, Romeo, Foti, Papalia, Macrì, Tripodi, Laganà, Marino,
Surace, Calabrò, eccetera.
Non che abbia cambiato molto, il senso della storia è lento a penetrare, i suoi spiriti vitali..
Non che abbia cambiato molto, il senso della storia è lento a penetrare, i suoi spiriti vitali..
Mario ci vuole zingari, gli zingari dei greci,
dei saraceni della costa, inguattati nei monti, per qualche motivo latitanti,
in una vita più faticosa e difficile.
Si parla molto – si parlava molto, quando si
parlava – col silenzio. In famiglia e fuori. Anche tra amici nelle
interminabili passeggiate, in paese e per i campi. In casa con le madri, pazienti, senza musonerie. In casa e fuori con i
padri, distanti. Silenzi pieni di significato.
Il silenzio, nella
conversazione muta, può essere la parola più pregnante – la forma più complessa
e articolata di comunicazione. Barthes, in “Dove lei non è”, il lungo lutto in
morte della madre, ricorda un haikù di Bashô, “Restammo seduti per un lungo momento
nel più estremo silenzio”, e si consola: “Trovo d’un tratto una specie di pace,
dolce, felice, come se il mio lutto si calmasse, si sublimasse, si
riconciliasse, si approfondisse senza annullarsi – come se «io mi ritrovassi»”.
Subito prima ha detto, della madre morta: “Poche parole tra di noi, io restavo
silenzioso (frase di La Bruyère citata da Proust) ma mi ricordo del più minuto
suo gusto, dei suoi giudizi”. È una maniera muta, identificativa, di
significare (estrinsecare) gli affetti, duratura.
E poi, ancora Barthes
della madre: “Condividere i valori
del quotidiano silenzioso (gestire la cucina, la pulizia, gli abiti, l’estetica
e come il passato degli oggetti), era la mia maniera (silenziosa) di conversare
con lei”. Si può comunicare meglio (di più, più intensamente) non “dicendo” le
cose, tesoro, ti amo, etc., magari per abitudine, ma identificandosi. Trasponendosi
nell’altro, per un riconoscimento spontaneo, immediato, nelle cose, nei gesti,
nei gesti rattenuti. Questa comunicazione “naturale”, non ostensiva, non posata,
senza preoccuparsi di sembrare,
buoni, pii, santi, bravi, Barthes chiama “Santità” – il modo d’essere naturale,
non inarticolato, vissuto.
I parsi, adoratori di Zoroastro (lo Zarathustra
di Nietzsche), hanno la loro comunità più numerosa, duecentomila fedeli,
compresa la famiglia Tata, a Mumbay. Morti, si fanno consumare nelle “torri del
silenzio”, allineate in fila dentro un parco cinto da mura.
È difficile spiegare, a chi non l’ha subita, la
violenza. È tema vile, che la prolissa sociologia della mafia forse per
questo ignora. Violenza è, per i felici più, un corpo che salta sotto i colpi
di un cannoncino a ripetizione, o a pompa, o una Magnum da tre chili azionata a
due mani, o un loffio figuro che azionando nell’ombra un telecomando provoca un’esplosione
fantasmagorica – un telefilm.
L’assassinio è una soluzione: una fine. La violenza
invece è umiliazione: un processo. Tutto il suo rituale vi è convogliato, a
fomentare: l’incertezza che segue alla minaccia, la misura delle proprie deboli
forze, la solidarietà inevitabilmente inutile e anche falsa, obbligata, quella
imbelle degli amici, quella dubitosa dei Carabinieri, quella ostile dei
giudici, fino alla prudente mediazione (resa) finale.
Si spiega il successo popolare dei politicanti antimafia,
gli unici di successo da un paio di generazioni – un tempo il rappresentante
del popolo era uno che ci sapeva fare con le leggi e lo Stato (in Calabria Antoniozzi,
Vincelli, Mancini, Misasi), ora basta dichiararsi antimafia. Per una speranza
dura a morire. E si capisce che occasione sarebbe, sarebbe stata, una vera
politica antimafia, su che potenziale di mobilitazione potrebbe, avrebbe
potuto, contare. Tanto più è grave l’appropriazione faziosa (cioè: mafiosa)
dell’antimafia a fini personali e di gruppo, e perfino per vendetta. È l’ultima
umiliazione, cioè la più profonda, venendo dall’unica possibilità di riscatto:
significa l’isolamento. E non si può essere eroi per se stessi.
leuzzi@antiit.eu
domenica 20 gennaio 2013
Il mondo com'è (124)
astolfo
Abusivismo – Il blocco degli sfratti che periodicamente si rinnova per aiutare gli incapienti – ma tutti siamo incapienti di fronte al padrone di casa, sia pure l’Iacp – è riequilibrato dal flusso immigratorio clandestino. È inutile andare in commissariato a denunciare il subaffitto doppiamente abusivo - a immigrati clandestini: la polizia non è qui per proteggere la proprietà. A 400 euro al letto, al mese, la paghetta del “rumeno”, ce n’è per tutti. E il ragionamento è democratico: ci sono certamente più affittuari in bisogno, e subaffittuari, che funzionari dello Iacp e proprietari di case, per quanto piccoli e con figliolanza.
Internet – Ballard dice (“Fine millennio”, p.271, e 273 segg.) che la realtà virtuale smantella ogni barriera con l’illusione, i sogni. No, è un altro sogno, anche triviale. La realtà virtuale è giocata sulla teatralità, cioè sull’inganno, anche se non aggressivo: la seduzione, la oneupmanship, la mezogna deliberata.
Sessualità – Sala strapiena, al festival della Scienza a Roma, al Parco della musica, con file al botteghino che non trovano posto nemmeno in piedi. Tema del festival è Felicità. Questa sera , in particolare, “Sesso e felicità”. Ragazze dell’organizzazione, e ragazzi, promettono su bei cartelli: “Regalo abbracci”.
Abusivismo – Il blocco degli sfratti che periodicamente si rinnova per aiutare gli incapienti – ma tutti siamo incapienti di fronte al padrone di casa, sia pure l’Iacp – è riequilibrato dal flusso immigratorio clandestino. È inutile andare in commissariato a denunciare il subaffitto doppiamente abusivo - a immigrati clandestini: la polizia non è qui per proteggere la proprietà. A 400 euro al letto, al mese, la paghetta del “rumeno”, ce n’è per tutti. E il ragionamento è democratico: ci sono certamente più affittuari in bisogno, e subaffittuari, che funzionari dello Iacp e proprietari di case, per quanto piccoli e con figliolanza.
Nel 2007 la Cassazione ha statuito
che in caso di necessità occupare un casa popolare non è reato.
Corruzione
–
È del potere. Era ecclesiastica quando
l’Italia era governata dai preti. È stata dei ricchi, massoni e potenti
nell’Italia umbertina e fascista. È diventata democratica col boom.
L’affluency è concetto economico ma anche sociale: l’insorgenza delle masse. Di acculturazione lenta. Di avidità risorgente, inesausta. Sulla base di due paralogismi: la “giustizia sociale” (non lavorare, lavorare poco, lavorare male), il “bisogno” (raccomandazione, abusivismo – teorizzato dagli architetti democratici ancora trent’anni fa, in mostra a Castel Sant’Angelo).
L’affluency è concetto economico ma anche sociale: l’insorgenza delle masse. Di acculturazione lenta. Di avidità risorgente, inesausta. Sulla base di due paralogismi: la “giustizia sociale” (non lavorare, lavorare poco, lavorare male), il “bisogno” (raccomandazione, abusivismo – teorizzato dagli architetti democratici ancora trent’anni fa, in mostra a Castel Sant’Angelo).
Immigrati
- Il
Capitano di Koepnick è una delle storie più popolari di Germania. Il calzolaio
di Tilsit che non poteva avere il permesso di risiedere a Berlino perché non
aveva un lavoro fisso, e non poteva avere un lavoro perché non aveva il
permesso di soggiorno. Finché non si fa lui stesso legge, comprandosi una
uniforme di capitano da un rigattiere. È la legge Bossi-Fini.
Informazione
–
Due vendette private (concorrenti? donne) contro l’avvocato Carlo Malinconico,
postate sulla rete, diventano atti d’accusa del “Corriere della sera”, con
grave scorno dell’onesto avvocato. Che protesta, può farlo, ma il danno è
irreparabile. L’informazione del millennio nasce fortemente bacata.
Una
rimessa laterale negata alla Roma, la squadra di calcio, scatena saghe
interminabili, di lustri, decenni, secoli, tra i tifosi e i giornali di Roma.
Un gol valido negato alla Lazio, l’altra squadra di calcio, in una partita che
può decidere lo scudetto, non viene nemmeno menzionato. Ci sono due Rome, o due
giornalismi?
Internet – Ballard dice (“Fine millennio”, p.271, e 273 segg.) che la realtà virtuale smantella ogni barriera con l’illusione, i sogni. No, è un altro sogno, anche triviale. La realtà virtuale è giocata sulla teatralità, cioè sull’inganno, anche se non aggressivo: la seduzione, la oneupmanship, la mezogna deliberata.
Che Google, il motore di ricerca, induca
la perdita della memoria, che è esercizio? È un effetto collaterale da studiare
– un nuovo filone terapeutico.
È la piazza della democrazia, e per
questo tutto rinvia alle faq, ai forum e alle chat. Tra chi non sa e chi, si
presume, sa. Ma non del tutto. Come un maestro perverso che si prendesse gioco
dei babini, invece di insegnargli a compitare..
Idem
per i “tecnici”, che si formano “smanettando”. Smanettare è il verbo. Ma a
tutto c’è una soluzione precisa, e una sola, Che sa chi ha creato il software,
chi lo produce, chi lo vende.
Pubblicità - Murdoch e la
stampa europea in declino si ergono a difensori della libertà d’opinione contro
Google. Che invece la libertà di espressione garantisce gratuita per tutti.
Dov’è il discrimine? È una gara per la pubblicità, la libertà non c’entra.
Murdoch e De Benedetti non sono campioni della libertà di espressione.
Assaltano il mercato pubblicitario, prima inesistente, che con Google ha
improvvisamente popolato la Rete ,
con cifre a molti zero l’anno. Murdoch vuole un mercato “editorialmente responsabile”,
ma in realtà ristretto: plafonato agli editori – e magari con tranches di mercato garantite, minime
certo.
Lo
stesso che era accaduto in Italia col “mobiliere Aiazzone” di Bersluconi: la
pubblicità televisiva aperta a tutti, che rapidamente decuplicò il mercato
negli anni 1980, da 6-800 miliardi l’anno a 8-10 mila. Da qui l’altra “lotta di
libertà”, la caccia a Berlusconi.
La pubblicità fa casuale, non mirata, è inutile.
Quella di Google è dispersiva e perfino insensata. Ma ha il vantaggio di non
costare nulla: la ricchezza di questa pubblicità è tutta nell’occupazione
gratuita dell’etere, vendere spazi che sono di nessuno. È lo stesso vantaggio
della tv, moltiplicato, grazie a una piattaforma linguistica allargata (anglicizzante),
sebbene non a un pubblico generalista. Per essere redditizia deve non avere
costi: l’occupazione dello spazio procede quindi per automatismi, regolabili ma
non affinabili.
Sessualità – Sala strapiena, al festival della Scienza a Roma, al Parco della musica, con file al botteghino che non trovano posto nemmeno in piedi. Tema del festival è Felicità. Questa sera , in particolare, “Sesso e felicità”. Ragazze dell’organizzazione, e ragazzi, promettono su bei cartelli: “Regalo abbracci”.
Sarà finito
il gap tecnico-scientifico dell’Italia. Ma la sessualità è una scienza. Come la
felicità?
Sessualità portentosa del dottor Freud, con la
protesi del sigaro, attivo e passivo. Il dottor Fliess, mentore e amico, se
l’allungava col naso, maschile di forma, femminile per il fatto che gli
sanguinava.
Uomo
fascinoso, Freud, se le donne volentieri si spogliavano. Ma gli uomini, tutti
ricchioni?
In sogno
si trova sempre a cavallo. Che è, spiega il discepolo Groddeck, la donna. In
uno è la cognata. In un altro sogna di possedere, che verbo, le tre damigelle
delle tre figliole, all together, in carne, materne, vezzose. S’è
risparmiato le sorelle, che erano sei. Ma si è messo in mezzo all’amore e ai sogni,
che sono la vita di ognuno. I preti onesti promettono l’aldilà, a condizione di
rinunciare all’amore e ai sogni, e questo li rende paria, Freud invece è un
arciprete. E vuole essere un santo, taumaturgo dell’orgasmo.
Anche
scrivere è attività sessuale? La penna è maschio, femmina la carta,
l’inchiostro il seme…
È per
questo che non c’è la scrittura delle donne?
Con un
dubbio: se scrivere a macchina è andare su e giù per un corpo senza concludere,
è dunque non scrivere?
Essere
inondati dal sesso, chi l’avrebbe detto, di quanti umori è pieno il mondo. Se
pure un papa ferrigno come Pio XII s’è adeguato, mandando in cielo la Madonna - anche se la donna esiste,
dove esiste, in Occidente, perché i preti scoprirono la Madonna.
“Lei non sa, cara signora, che vecchi e giovani amano il nome Hans perché rima
con Schwanz, coda, e perché Hans è Giovanni Battista, che chiaramente raffigura
il membro maschile, col battesimo e l’esecuzione capitale?” Grottesco Groddeck,
giusto autore della celebrata teoria: “Dopo l’adolescenza gli uomini
incominciano a instupidire”.
astolfo@antiit.eu
Gli scarti migliori della scrittura
Perché un autore scarta un testo fra i tanti? Nei “Sillabari” a
maggior ragione, che Parise scrisse a cadenza, in serie, per il “Corriere della
sera”, corredati da una rubrica di posta, “Parise risponde”. I tre scartati e
qui esumati non hanno nulla di meno di quelli ripresi nelle due edizioni dei “Sillabari”.
Il primo, “Benessere-Borghesia”, escluso per un motivo probabile, per evitare il
pregiudizio antimeridionale sovrapposto nel frattempo dal leghismo al dato di
fatto (l’antieroe affarista è “meridionale” e “calabrese”), è uno dei migliori
della raccolta, se non il migliore.
Goffredo Parise, Borghesia e altre voci escluse dai Sillabari
La corruzione non desiste, insiste
L’Indice di Percezione della
Corruzione (Cpi) di Transparency International lega il pil all’onestà: un punto
di Cpi vale 4 punti di pil (più gli operatori si fidano meglio vanno gli
affari) – in Italia 60 miliardi. Sarà qui l’origine vera della crisi?Quindici anni fa
non c’erano elezioni, ma il tema “La criminalità dei colletti bianchi. L’illecito
nel mercato e nelle imprese” non era diverso:
“Ma
quanto si ruba nel mercato e nelle imprese in Italia? Il quesito è d’obbligo
dopo le ripetute denunce sulla diffusione della corruzione nel mondo degli
affari, che vengono dalla presidenza dell’Abi, dalla presidenza della Camera,
dalla Confindustria, dalla magistratura. Il riferimento non è alla criminalità
organizzata ma ai comportamenti dei cosiddetti colletti bianchi: imprenditori,
manager, proprietari, e i tanti professionisti del mercato, intermediari
finanziari, promotori, consulenti, pubblicitari. Sono i gruppi sociali che si
definiscono anche borghesia in senso proprio, quella del denaro, e classe
dirigente.
“Tentiamo
una risposta al quesito analizzando le decisioni delle autorità di controllo
del mercato, e alcuni casi di cronaca che hanno coinvolto grandi aziende, Eni,
Ferfin-Montedison e Rizzoli Corriere della sera. La magistratura, che con Mani
Pulite ha affinato gli strumenti d'intervento contro la corruzione, li ha però
limitati alla funzione pubblica, partiti, burocrazia e aziende pubbliche.
“Edwin
Sutherland, che nel dopoguerra con “Il crimine dei colletti bianchi” ha avviato
questa branca della criminologia, ha individuato una dozzina di comportamenti
illeciti: accordi monopolistici, truffe commerciali, frodi finanziarie,
contraffazione di marchi, manipolazione sociale (pubblicità ingannevole),
manipolazione dei bilanci, sfruttamento del lavoro, e varie forme di abusi di
fiducia, a danno degli azionisti, di altri manager, dell'azienda. La casistica
si è da allora moltiplicata, sopratutto a danno del fisco e delle stesse
aziende prima ancora che degli utenti, per la liberalizzazione dei movimenti di
capitale, la deregolamentazione dei mercati e il loro sviluppo. Per l’economia
di questa nota ricorreremo a una classificazione semplice: gli illeciti nel
mercato e gli illeciti nelle aziende.
“La
Consob, Commissione di vigilanza sulle società e la Borsa , in esercizio da un
ventennio, ha intensificato ultimamente l'attività repressiva, sancita dagli
statuti ma inapplicata nella prassi avviata dal suo primo presidente, Guido
Rossi. Nel 1994 ha
sporto 284 denunce, 230 nel 1995 e 217 nel 1996. La progressione è in calo
perché sono diminuite le infrazioni accertate a carico degli operatori
finanziari pullulati con la liberalizzazione (sim, promotori, agenti di
cambio): oggetto dell’80-85 per cento degli esposti, questo settore è ora
meglio regolato, anche per la selezione operata dal mercato. Sono invece in
aumento i reati societari: le denunce sono state 43 nel 1994, e 47 nel 1995.
“Le
denunce Consob vertono quasi tutte sul falso in bilancio o in comunicazioni
sociali. Questo è l'unico crimine di natura finanziaria che il codice, che
risale al 1942, persegue. Per questo reato la Consob ha denunciato Gemina, nell'agosto del
1996. Per il successivo progetto di SuperGemina, poi fatto abortire dagli
stessi proponenti, ha minacciato di denunciare Mediobanca. L'insider trading, o utilizzo a fini speculativi delle informazioni riservate
ai manager, punibile in Italia da due anni, ha avuto già una vittima illustre
in Carlo De Benedetti: a suo carico la Consob ha promosso tre procedimenti alla Procura
di Torino, per operazioni sui titoli Olivetti nel 1993 (aumento di capitale),
nel 1994 (accordo con Digital), nell'agosto-settembre 1996 (perdite record).
“L'Antitrust,
Autorità garante della concorrenza e del mercato, ha accertato un numero
rilevante, e in accelerazione, di casi di pubblicità ingannevole nei suoi
cinque anni di esercizio - 282 nel 1996, su 421 denunce. Il rapporto tra le
violazioni accertate e le denunce è sempre molto elevato, sul 70 per cento. Le
denunce, in prevalenza di consumatori e associazioni di consumo, e i casi
d'infrazione riguardano, in ordine decrescente, l’istruzione e la formazione,
le cure cosmetiche e dietetiche, le vendite per corrispondenza, i maghi, i
servizi informatici, i concorsi a premio, l’editoria (il caso più importante è
quello della rivista “Millionaire”), i viaggi.
“Altre
autorità non sono così attive. È il caso in particolare del Garante per la
televisione e l’editoria, e dell’Isvap, che controlla le assicurazioni. Ma i
due campi non sono esenti da infrazioni e illegalità, residuo in particolare
della loro recente espansione selvaggia. Il mercato dell’etere è ancora
anomico, mentre restano zone d’ombra sulla proprietà effettiva delle emittenti
tv e sul carattere surrettizio di alcune forme di pubblicità e promozione.
“Un
settore del tutto scoperto è quello ambientale, dove i controlli sono locali, e
quindi erratici, e le infrazioni sono la regola: dalla diga del Vajont (duemila
morti) a quella di Stava (250 morti), da Seveso all’Acna di Cengio e alla
Montedison di Massa, dagli scarichi alle discariche. Un filone importante, e
per le dimensioni economiche delle irregolarità e per gli effetti negativi che
induce sull’affidabilità dell'Italia in Europa,è quello delle infrazioni alla
politica agricola comunitaria, alle quote di produzione (latte, vino, agrumi),
alle integrazioni di prezzo (olio, granaglie), agli “incentivi dissuasivi”
(maggese, abbattimento bestiame).
“I
comportamenti illeciti diventano la norma negli affari di piccole dimensioni,
per la paralisi della giustizia civile. Non conviene più perseguire un recupero
crediti inferiore ai 10 milioni, o una bancarotta per meno di 100 milioni.
Buona parte delle sofferenze delle banche è costituita dai mutui casa. Un noto
avvocato romano, che ha preso un mutuo di 800 milioni, non ha pagato nemmeno la
prima rata e ha proposto alla banca una transazione di 150 milioni: a tanto ha
attualizzato i tempi e l’economia del recupero. Il capitolo maggiore è però
Nerolandia, una ragnatela fertile di innovazioni per truffare il fisco e le
contribuzioni parafiscali obbligatorie, con l'occultamento di poste di bilancio
e la creazione di disponibilità extracontabili (fondi neri).
“Nerolandia
è, insieme con la pratica inveterata delle regalie e tangenti sugli acquisti,
sperimentata da qualsiasi fornitore di beni e servizi a un’azienda, grande o
piccola, il canale principale della corruzione all'interno delle aziende. In
Gemina-Rcs la società di revisione Kpmg, indagando su 22 delle oltre 70 mila
operazioni messe in opera dalla finanziaria e dalla casa editrice tra il 1988 e
il 1995, ha
individuato “anomalie” per una settantina di miliardi, a favore di soci,
manager, consulenti e sindaci. La casa editrice del “Corriere della sera” tenta
ora di rivalersi con azioni di responsabilità con gli ex amministratori Giorgio
Fattori, Lorenzo Folio e Giovanni Cobolli Gigli, e con una richiesta di danni
per 80 miliardi all’Ifi-Fiat, per la vendita giudicata truffaldina del gruppo
Fabbri nel 1990. Fattori ha a sua volta chiamato in causa tutti gli ex
amministratori Rcs e Fabbri, da Furio Colombo a Luca di Montezemolo.
“L’azione
di responsabilità contro gli ex dirigenti sta diventando una norma nelle grandi
aziende. All’Eni un'indagine contabile interna ha valutato che 535 miliardi
sono stati sottratti negli anni Ottanta da manager e amministratori. Non si
riconosce l’esito delle azioni di rivalsa all’Eni. Alla Ferfin-Montedison l’azione
di recupero è stata invece fruttuosa: 310 miliardi sono stati restituiti in
diciotto mesi, con rapide transazioni extra-giudiziarie, da una ventina di ex
manager e amministratori”.
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