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giovedì 19 aprile 2018

Letture - 342

letterautore

Femminista – G.K.Chesterston vede chiaramente già nel 1910 (“Cosa c’è di sbagliato nel mondo”) essere “chi disprezza le principali caratteristiche femminili”.

Giallo – Tutto all’improvviso è giallo, dalla Bibbia in poi. E l’Odissea, perché no? O l’Iliade, con la suspense dei duelli, i trucchi, i rapimenti di persona. Fruttero proclama “giallo” anche “I miserabili”, “Da una notte all’altra”, p. 93.

Greco – Nell’ironica difesa della public chool inglese  che considera all’origine dell’immoralità pubblica allora a Londra, e dell’ineffettualità della politica (è il tema centrale di “Cosa c’è di sbagliato nel mondo”, 1910) – Chesterston critica chi critica l’uso del greco nelle stesse scuole – “fa impazzire che, quando si attacca un’istituzione che realmente richiede una riforma, la si attacchi per i motivi sbagliati”: “Così molti oppositori delle public schools, immaginndosi molto democratici, si stremano in un attacco senza senso allo studio del greco”. Si può capire, aggiunge, “che il greco possa essere considerato inutile”, ma non antidemocratico: “Non capisco come possa essere considerato antidemocratico”. Non capsico, cioè, che i democratici in particolare si oppongano “all’insegnamento dell’alfabeto greco, che fu l’alfabeto della libertà”. In particolare, “perché i Radicali disprezzano il greco? In quella lingua è scritla la prima e, sa il cielo, la più eroica storia del partito Radicale. Perché il greco dovrebbe disgustare un democratico, quando la stessa parola democratico è greca?”.                                                                                               

Jünger – “Privo della retorica bellicosa”, nota Fruttero, ed è vero, è la sua specificità. Nel libro-rivelazione, “Nelle tempeste d’acciaio”, e dopo.

Kipling – “L’idealismo coloniale di Rhodes e Kipling” Chesterston menziona in “Cosa c’è di sbagliato nel mondo”) non sfavorevolmente. Non apprezzando l’imperialismo: “I coloni” dice “soprattutto cockneys (i londinesi poveri, n.d.r.) che hanno perduto la loro ultima musica delle cose reali”. Ma per Kipling è diverso: “Rudyard Kipling, uomo geniale benché decadente, ha lanciato su di loro un glamour immaginario, che sta già appassendo. Ma Kipling è, in un senso preciso e piuttosto sorprendente, l’eccezione che prova la regola. Perché ha immaginazione. Di una specie orientale e crudele, ma ce l’ha. E non perché è cresciuto in un paese nuovo, ma recisamente perché è cresciuto nel più vecchio paese sula terra. È radicato in un passato. Un passato asiatico. Non avrebbe mai potuto scrivere “Kabul River” se fosse nato a Melbourne”.

Licenziamenti – Riportano l’uomo alla condizione di schiavo. È una delle “scoperte” di G.K.Chesterston in “Cosa c’è di sbagliato nel mondo”: “Un pagano parlava di un padrone di dieci schiavi come un moderno parla di un uomo d’affari che licenzia dieci dipendenti: «È orribile, ma in che altro modo si può regolare la società?»”.

Olla podrida – Il Treccani registra la voce spagnola come :un “vivanda tipica, consistente in una minestra composta di carni varie, salsicce, lardo, legumi e spezie”, e cita Galilei, come di pietanza spagnola italianizzata: “Questo mi pare il medesimo che se altri chiamasse il pane corpo misto e corpo semplice l’ogliopotrida”. Un secondo significato registra come “mescolanza di cose eterogenee”. E cita Montale: “Gli acculturati i poeti i pazzi Le macchine gli affari le opinioni Quale nauseabonda olla podrida!”. Più tipica – ma non più ricorrente – ricorre in questo senso figurato. Ma va registrata (P. Englisch, “L’eros nella letteratura”, 273) anche una “Ollapotrida des durchgetribenen Fuchsmundi” di J.A. Stranitsky, “opera iena di spiritosaggini fecali e  sessuali”, pubblicata nel 1711. Stranitzky è stato un attore da commedia del’arte e burattinaio, nonché autore di teatro austriaco.

Parroco - È, secondo il Rocci, “chi è collocato presso il carro”: il paraninfo, il pronubo che accompagna gli sposi nel carro nuziale.

Populismo – “Che cosa c’è di così sbagliato nel distribuire terre gratuitamente ai poveri?”, domanda Rufo, il giovane di studio di Cicerone, nel romanzo di Robert Harris, “Conspirata”, 2009, il secondo della trilogia su Cicerone che prefigura in poche righe un quadro preciso del populismo, nella forma cui allora indulgeva Cesare per fondare la sua dittatura, “il quale, come tanti giovani, aveva simpatie populiste”: “Almeno, Cesare si preoccupa per loro”. “Si preoccupa per loro?”, obietta Cicerone, “Cesare non si preoccupa per nessuno, tranne che per se stesso! Credi davvero che Crasso, l’uomo più ricco di Roma, si preoccupi dei poveri? Vogliono distribuire la terra pubblica, e in ogni caso senza oneri a loro carico, per crearsi un esercito di sostenitori”. Quanto ai poveri questuanti, può obiettare Cicerone, “quello che vogliono è il cibo, non le fattorie”.

Sofri – Le Carrè l’aveva previsto, “La spia perfetta”, 514 – o no, Orwell prima di lui: ““Non hai letto Orwell? Non sai che questa è gente capace di riscrivere il tempo che ha fatto ieri?” “Lo so”, disse Pym”.

Unione Sovietica – È una parentesi vuota nella creatività russa. Le celebrazioni del centenario della rivoluzione d’Ottobre hanno inciampato in questo vuoto.  Settant’anni di niente in tutte le arti, e in poesia e in prosa. Ha raccolto una fervida tradizione innovativa e rivoluzionaria, e l’ha tacitata, quando non suicidata. I tanti insorgenti ha tacitato o proscritto, Mandel’stam, Achmatova, e poi Brodkij, Solgenitsin, lo stesso Pasternak. Malevič è arrestato, i suoi abbozzi e appunti distrutti. Šostakovich rinnegherà. Ejženstjn fu più boicottato che prodotto.  i compromessi col regime. c. In musica Šostakovic. Solo la critica fu rispettata, fino a Bachtin, soprattutto la corrente formalista:  Šklovskij, Propp, Jakobson, Osip Brik, Tynjanov, Ejchenbaum – perché non era letta?

Verga – Braudel, “Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II”, ha un Ibn Verga, scrittore spagnolo del ‘500, polemista contro gli ebrei. Wikipedia registra due Ibn Verga: Judah, del ‘400, e Solomon, del primo Cinquecento, entrambi ebrei, il primo apprezzato come giurista e cabalista, il secondo marrano, in un primo tempo, poi rifugiato in Turchia, che scrissero entrambi delle persecuzioni contro gli ebrei.

letterautore@antiit.eu

Il fascismo dell’amore

Un macigno della preistoria, anche se ci sono ancora principi che si fanno le cameriere, riedito dalla Biblioteca di via Senato qualche anno fa forse come classico dell’umorismo malgrado la cura editoriale (non un errore di stampa nelle lunghissime citazioni in latino, tedesco, francese). Più pesante di Schopenhauer, malgrado il poco peso specifico: “La donna è preda”, “l’antifemminismo del femminismo”, etc.
O è Rensi, benché perseguitato politico, il filosofo che manca del fascismo, più e meglio di Gentile? Autore di “Filosofia dell’autorità”, “Il demiurgo”, “Teoria e pratica della reazione politica”, ha filosofato prima di questo “breve saggio sulle disarmonie naturali”.
Giuseppe Rensi, Critica dell’amore, Biblioteca di via del Senato, remainders, pp. 161 € 4,90

mercoledì 18 aprile 2018

Il mondo com'è (340)

astolfo

Centro -  È scomparso in Italia, il centro politico, o il centro è in Italia ubiquo? Al centro degli interessi, personali, familiari? O per l’amico?
Fino al 1992 i flussi elettorali non variavano in Italia che di un 5 per cento, fra due milioni e due milioni e mezzo di elettori Che spostavano  governo, fra centro-sinistra e centro-destra, ma sempre ancorati al centro. Dal 1994 in poi il voto mobile si è ingrossato di tre e quattro volte, contando anche quello che si astiene.  La verità è che il centro politico non era – non è – “organizzato”: censito, seguito, mobilitato.  È un sentiment, ch ora è o inespresso (astensione) o agitato (balzi elettorali), in Sicilia anche da un mese all’altro, tra le Regionali 2017 e le politiche 2018).

Africa cinese – La Cina è il maggiore investitore in Africa. In infrastrutture. E in industrie. Ha partecipazioni nelle maggiori riserve minerarie. Il litio, con cui si fabbricano le batterie della futura mobilità elettrica, è in Africa di proprietà cinese al 90 per cento.
Si dice la presenza cinse in Africa decennale. A partire dai primi investimenti finanziari e industriali. Ma la Cina si era presentata in Africa negli anni 1970 ovunque, dalla Tanzania allo Zaire. In teoria a sostegno delle guerre per la liberazione dell’Africa. Di fatto n funzione antisovietica, in Africa come in Asia, e anche in Europa - con successo in Albania. Più che in armi e “volontari”, peraltro, la presenza cinese in Africa già allora si dispiegava in campo economico, con molta manodopera, qualificata e a basso costo, per le  infrastrutture – strade, ponti, dighe.

Grande Balzo – S’intende quello cinese, il Grande-Balzo-in-Avanti, decretato da Mao sessant’anni fa, nel gennaio 21958,  che ha provocato la più mortale carestia della storia: fra 30 e 60 milioni di cinesi morirono di fame in tre anni, più dieci milioni di profughi verso la Manciuria, su una popolazione cinese allora di 650 milioni. Otto milioni nello Henan, otto nell’ Anhui, sette e mezzo nello Shandong, nove milione nel Sechuan.
Mao voleva raggiungere in un colpo il benessere occidentale, con un colossale sforzo autarchico – erano gli anni in cui la Cina era isolata, anche nel sistema sovietico. Le campagne, deprivate di risorse (sementi, concimi, utensili), condannarono a morte la popolazione agricola, e quella urbana in conseguenza, poco rifornita di prodotti di prima necessità.
Sul fallimento del Grande Balzo s’innestò la Rivoluzione Culturale, con le Guardie Rosse e quella che sarà poi condannata come Band a dei Quattro, e i campi di concentramento (laogai) per 40 milioni almeno di cinesi. Il Grande Balzo è tema ancora tabù in Cina. Non nei libri di storia, né in dibattiti pubblici.
La nuova politica era stata preceduta dalla cosiddetta “campagna dei cento fiori” all’interno del partito (“che cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero gareggino” era lo slogan di Mao), per mantenere elevato il ritmo di sviluppo intrapreso dall’economia con il primo piano quinquennale. Altri sviluppi Mao non ne vedeva. Un prestito americano, negoziato da Ciu Enlai nel 1956, all’ultimo era stato bloccato da Washington – l’America, disse Mao, non è disposta a dare “un pasto gratis” alla Cina. E l’Urss, con cui c’erano comunque frizioni, era impelagata nelle rivolte europee.  Due anni dopo fu lanciato il trasferimento del risorse dall’agricoltura all’industria.
Né c’era solo il fronte interno. A cavaliere del 1960 Mao volle accelerare anche l’accreditamento estero della sua Cina. Contenziosi erano aperti con gli Usa su Taiwan, con l’India sul Tibet, occupato dieci anni prima, col l’Unione Sovietica nella regione autonoma del Sinkiang, a maggioranza uigura.

Impero  L’organismo politico forse più duraturo. – e probabilmente si può anche argomentare se non sia stato il primo, sulla base della patria potestà. Dell’unità tribale-sociale gerarchica estesa successivamente all’esterno: la conquista come suo ampliamento. La storia è storia di imperi: in Cina, in India, in Egitto, nella Mesopotamia, in Persia. E poi a Roma, e nel Sacro Roman o Impero, per quanto volatile. In Spagna, in Inghilterra, in Russia. – la Germania ci ha provato due volte e ha fallito l’occasione.
L’impero americano non è dichiarato, ma si vuole mondiale: gli Stati Uniti sono di ogni tipo di conflitto, in ogni luogo.

Italia – L’impasse politica si può vedere anche in questo modo. Che un italiano su due è un ex fascista o un ex comunista.  E dell’altra metà, molti sono loro figli. Che, anche se contrari, hanno mediato un certo modo di intendere la politica: messianici, faziosi. Il fascino ch legava entrambi  i fronti è obsoleto, dopo il crollo, o spento, e forse non c’è nemmeno nostalgia, ma l’abitudine mentale sì, al votare “contro”, al tanto peggio tanto meglio, alla Repubblica mai veramente riconosciuta.
La democrazia viene con le generazioni. Viene col voto, ma dopo alcune generazioni.

 Fuori dai palazzi e salotti sempre più prudenziali e fossili, si possono ascoltare posizioni popolari molto risolute. A Genova, in una lotta armata corpo a corpo, un colpo può scappare a chiunque, e le vittime saranno sempre a caso. Ad Arezzo, c' era l' autostrada, in mezzo. E passeggiando nei quartieri di destra: se le squadracce tifose avessero attaccato le sedi della polizia e del 113, il Duce avrebbe fatto intervenire l'esercito, e qualche morto e qualcuno in carcere sarebbero stati sufficienti. Ma a sinistra: basta con i buoni sentimenti vocali e strumentali e mediaticamente corretti, per i problemi grossi e veri bisogna pagare di persona e di tasca propria. E andare non alle feste ma nelle baracche, portando soldi in contanti, offrendo ospitalità concreta. E non solo anime belle con parole politicamente buone. Idee ormai confuse, forse?” – è Alberto Arbasino (ridotto su “la Repubblica” alla rubrica delle lettere), 17 novembre 2007

Sesso - Il sesso è denaro, si dice, hanno le stesse radici di possesso: chi ha l’uno non cerca l’altro. Sarà dunque il sesso un Ersatz per i poveri, surrogherà il denaro? Marx non ne sarebbe contento, ma è qui il segreto del matrimonio, del suo perdurare, l’amore in quanto sesso, del rapporto di coppia privilegiato sul lavoro e gli affari. Che sempre sono domestici e sono vincolati. E perfino sullo studio e la lettura, che devono restare svago a pena del delirio, sempre in agguato sui piaceri solitari. Più della procreazione, che in un certo senso è obbligata, e può fare a meno del rapporto.
La legge è stata a lungo contraria al sesso, la legge della monogamia: di ceto, di clan o di tribù, di razza matrilineare per gli ebrei. La mésalliance è stata ed è il divieto maggiore, più dell’incesto. Ma il sesso è sempre stato più forte dei divieti: è necessario confessare una relazione carnale per ottenere una dispensa tra parenti, o dall’interdizione tribale, sociale, religiosa.
Il  sesso c’era insomma, era più forte della legge, e ora soccombe al legalismo igienista dell’America: se si fa è per purgarsi.

astolfo@antiit.eu

Dalla monarchia alla Democrazia Cristiana

Il “Corriere della sera” inaugura la riedizione della “Storia d’Italia” di Montanelli e Cervi in 22 volumi (più una “Storia dei greci” e una “Storia di Roma”) con il sedicesimo, sui due anni cruciali dal referendum istituzionale, 2 giugno 1946, alle prime elezioni politiche con la Costituzione repubblicana, il 18 aprile 1948. La riedizione esce anche per i settant’anni del 18 aprile, che aprì l’epoca della Democrazia Cristiana, e il direttore del “Corriere” Fontana opportuno ripropone lo sgomento di Nenni dopo la sconfitta elettorale, inattesa, tanto più per la grande vittoria “bianca”: “Come mai ci è sfuggito il senso di paura al quale dobbiamo la sconfitta? Siamo dunque così staccati dal paese da non saperne più controllare i sentimenti e le opinioni?”.
È un po’ una storia alla Don Camillo - Montanelli era ancora di destra, ma sapeva dosare i pesi. Mentre quei due anni furono durissimi: lo scoppio della guerra fredda, l’evizione dal governo dei socialcomunisti, con la rottura del patto di liberazione nazionale, l’entrata massiccia del Vaticano nella vita politica. È però una storia sempre leggibile. Specie negi interstizi. Un”Poscritto” riabilita Salò in anticipo – “L’Italia della Repubblica” è del 1985: “Nel Nord occupato dai Tedeschi la strafe, il castigo, annunziato da Hitler dopo l’8 settembre, era stato attutito dalla Repubblica di Salò (questo è un merito che non le si può contestare)”. E Guareschi, l’autore di Don Camillo, si cita subito dopo a proposito per l’epoca, al rovescio del futuro persona
Contestata all’uscita, come opera di divulgazione, e di parte, di destra, oggi l’opera dei due giornalisti fa figura di opera storica.
Indro Montanelli-Mario Cervi, L’Italia della Repubblica, Corriere della sera, pp. 259, omaggio

martedì 17 aprile 2018

L’America è un altro mondo – addendum

Aggiornamenti s’impongono al post di sei mesi fa,

Il “New Yorker”, che ogni giorno posta sul sito due o tre aricoli contro Trump, paragona il papa Francesco a Trump.
L’ex capo della Polizia federale Comey va in tv per dire il presidente eletto un “capomafia”. Complimentato dai media. È sempre western, nel 2018,  New York.
Hanno una dozzina di polizie.
Hanno la pena di morte, come la Cina, come l’Iran, o l’Arabia Saudita.
Si dicono puritani ma per fare bordello.
Denunciano intrusioni nella loro vota privata da parte dei social media che loro stessi hanno creato e alimentano.
È un popolo di avvocati(cchi) – i paglietta si sono trasferiti a New York.
E di franchi tiratori.
Ai presidenti di preferenza, e a ogni persona che si distingua. A opera delle polizie di Stato e delle polizie private.
Ma si ammazzano tra di loro liberamente, anche a opera delle polizie. La libertà di uccidere è uno dei fondamenti costituzionali, è il morto che si deve giustificare.
370 milioni di armi da fuoco, dalla pistola al mitra, sono in circolazione, per una popolazione di 320 milioni di persone. Due terzi delle armi sono in dotazione al 20 per cento della popolazione: settanta milioni di americani girano con 240 milioni di armi, tre-quattro ognuno.
Gli americani, 4,4 per cento della popolazione mondiale, rappresentano il 42,2 per cento dei civili armati nel mondo.
E da ottant’anni sono sempre in guerra, in tutti i continenti e subcontinenti. Anche nei deserti, e contro piccole isole indifese, piccolissime. Ma solo sanno fare la guerra aerea, poco onorevole (la potenza dei soldi), solo rovine.
I media non sparano, ma sono sempre a caccia di cinghiali da abbattere, piacciono molto.

Feltrinelli lo uccise Andreola


Il 14 marzo 1972  l’editore Giangiacomo Feltrinelli, da tempoalla amcchia come guerrigliero, saltò in aria su un traliccio a Segrate che tentava di sabotare, per lo scopio anticipato dell’ordigno, o per imperizia, per errato maneggio desso steso. Naturalmente non manarono le tesi di un’esecuzuone dellì’editore, da parte dei servizi segreti italiani, o di terroristi di destra. Ma con giudizio: i suoi comapgni non si sentivano di escldudere l’incidente.
Ceccato ora argomenta una duplice accoppiata: Feltrinelli fu fatto saltare dai servizi, tramite un estremista fascista, Berardino Andreola, che si era infiltrato nella sua cellula professandosi maoista. Che è un po’ troppo, anche a ritenere Feltrinelli un cretino, politico s’intende.
Ceccato è un po’ specialista di questo Andreola. Che però è persona da poco. Questo è il secondo o teerzo libro che scrive su di lui, facendolo protagonista di vicende oscure. E certo è affascinante che ci sia gente che compra libri su Andreola. Ma con pena.
Non si sono ancora spenti i “retroscena” sul delitto Moro che riemerge Feltrinelli. In ricostruzioni dettagliate, con perizie, documenti, qualche notizia anche, per ricostruzione naturalmente appassionanti. Come pure no. Ceccato è anche specialista di “casi”, Piazza Fontana e Mattei prima di Feltrinelli. Molro frequentati prima di lui, ma evidentemente non stancano mai. Sono scritture  circostanziate, che si leggono in effetti come un Poirot – “vediamo se Poirot alla fine lega i fili”. Ma applicati alla storia e alla politica danno un po’ fastidio: tutto è verosimile, nulla è vero. Il contarrio dell’assunto di questo tipo di libri.
Egidio Ceccato, Giangiacomo Feltrinelli. Un omicidio politico, Cstelvecchi, pp. 276 € 17,50

lunedì 16 aprile 2018

Problemi di base governativi - 413

spock

Un governo Grillo-Berlusconi, perché no?

Il comico e l’immobiliarista, quale migliore Italia?

Non la migliore, ma la più vera, Italia-Italia?

Che c’entrano Salvini e Di Maio, che novità sono?

Ma Di Maio è vero o è di gesso – magari di biscuit?

E cosa ha detto oggi?

E Di Battista?

Si vota per fare un governo oppure per il non governo?

spock@antiit.eu

Il mondo non è sbagliato

“Quello che è sbagliato è che noi ci chiediamo cosa è giusto” è la risposta alla domanda del titolo. Ma è giusta?
Chesterston non rinuncia al paradosso. Sempre arguto. Ma riflessivo: questa meditazione in cinquanta capitoli, su tre o quattro temi della contemporaneità, che mise a punto nel 1910, svolge più con pena che con humour. Non a torto, leggendolo a un secolo e più di distanza: pagine dense, ostiche perfino, ma non perente, anche quando sono controvertibili.
Le stesse agudezas e i paradossi sono per lo più pratici, “scientifici”. Soprattutto la critica del sistema educativo: ironica, sotto forma di apologia della public school inglese, le grandi scuole private dell’aristocrazia, e spietata. Quel modello improntato alla “falsità” ha impregnato “snobisticamente” l’insegnamento pubblico, dei lavoratori: “I poveri si trovano imposte mere copie pedanti dei pregiudizi dei remoti ricchi”.
Ma senza rinunciare, sotto le forme caratteristiche del paradosso e del ribaltamento, alle solite “beatitudini”, le verità all’improvviso. “Il compromesso un tempo significava che mezza pagnotta è meglio di niente. Tra gli statisti moderni invece significa che mezza pagnotta è meglio di una intera”, il principio della corruzione. La famiglia è “la prima istituzione anarchica”, “più vecchia della legge e fuori dello Stato”. “Non c’è nella storia una Rivoluzione che non sia una Restaurazione”. E c’è già l’angelo della storia celebrato di Walter Benjamin: “L’uomo è un mostro deforme, con i piedi voltati in avanti e la testa indietro”. Si licenziano i lavoratori come si tenevano gli schiavi. “All’evidenza, la vita pubblica diventa ogni giorno più privata”. “La moda letteraria insorta nella vita moderna si dedica a romanzare gli affari, a grandi semidei dell’avidità e alla favola della finanza”.  “L’essenza di un esercito è l’idea di ineguaglianza ufficiale, fondata sull’eguaglianza inofficiale. Il Colonnello non è obbedito perché è il migliore, ma perché è il Colonnello”.
E ci sono già la ragione e il contesto dell’impasse oggi tra Occidente (gli Usa e l’Europa) e islam. “Non è affatto vero che un credo unisce gli uomini. Anzi, la differenza di credo li unisce - fintanto che c’è una differenza chiara. Un confine unisce”. E fa il caso proprio dell’islam e il cristianesimo, che oggi si odiano perché hanno perduto la loro propria identità: “Molti mussulman magnanimi e crociati cavallereschi devono essere stati molto più vicini gli uni agli altri, perché erano entrambi dogmatici, di quanto possano esserlo due agnostici senza casa”. Mentre la modernità “vorrebbe risolvere questi credi in tendenze”, i trinitari (i cristiani) voltando all’indifferenza, seppure benevola, “e il mussulmano in un monista, una caduta intellettuale spaventevole” – “il cristiano un politeista e il mussulano un panegoista, entrambi folli, e molto più incapaci di capirsi di prima”.
Una sottigliezza, che però prevede anche il punto di arrivo un secolo dopo, spiegandosi già allora i risentimenti in Europa e negli Usa verso l’islam col fatto che sono terre cristiane che hanno rinunciato al loro Dio uno e trino - anche ufficialmente, si potrebbe aggiungere, nelle costituzioni o nei progetti di costituzione. Analogamente avviene nella politica: “L’indistinzione politica divide gli uomini, non li unisce. Gli uomini andranno sull’orlo dell’abisso col tempo limpido, ma si allontaneranno da esso di miglia nella nebbia”.
Divertente, malgrado l’apocalitticità. “Se gli americani possono divorziare per «incompatibilità di carattere», non vedo perché non sono tutti divorziati; ho conociuto molti matrimoni felici, ma mai uno compatibile”. Contestabile – non sarebbe Chesterston. Sul laicismo: l’illuminimo-darwinismo singolarizza e appiattisce, la religione arrichisce. Sui generi, maschile-femminile, all’epoca del femminismo, il secondo tema su cui più si dilunga, con precisazioni di precisazioni. Sull’imperialismo: “L’imperialismo, credo, è una finzione creata non dalla durezza inglese ma dalla morbidezza inglese; anzi, in un certo senso, dalla gentilezza inglese”. E sul darwinismo. Ma con obiezioni non pregiudicate, e anzi stimolanti. Specie sul lato politico: molto prima il Darwin, il suo argomento è stato portato contro al democrazia, dai realisti ma anche da Burke – “la semplice nozione di adattamento ci minaccia”, ls sopravvivenza del più adatto.    
Sul rapporto tra i generi, il campo oggi più scivoloso, può dare già per scontato l’imbranamento maschile. Il femminismo, un femminismo, quello marciante, scoprendo come non-luogo, non-essere: “Lo scopo della guerra civile, come di ogni guerra, è la pace”, quello del femminismo è l’anarchia. E “la Rivoluzione per natura produce governi; l’anarchia produce solo più anarchia” – “si può tagliare la testa al re solo una volta”. Femminista s’intende “uno-a che odia le principali caratteristiche femminili”.
Di traduzione impervia, di Annalisa Teggi. Che lo ha assortito di un ultimo capitolo, pubblicato a parte sulla rivista “T.P’s Weekly”, col titolo opposto, “Che cosa c’è di giusto nel mondo”. Dove giustifica “Cosa c’è di sbagliato” come titolo redazionale, dell’editore. Così come la forma trattatistica, in cinque parti e una cinquantina di capitoli, compresi tre di annotazioni aggiutive, a inquadramento di certe affermazioni spinte, sul femminismo eccetera: “Io avevo immaginato il libro come un decoroso piccolo trattato filosofico, dalla copertina scialba, senza capitoli”, alla Aristotele, “la pagina qui e là segnata da indicazioni al margine”.
La morale del contro-trattato è semplice: “Cosa c’è di giusto nel mondo è il mondo”. Sempre sospettoso del progresso, delle magnifiche sorti e progressive. “Io sono precisamente nella posizione opposta”, tutto il meglio è già avvenuto: “Sono molto più sicuro che tutto è buono all’inizio di quanto sono che lo sarà alla fine”. Avendo naturalmente (paradossalmente) già sostenuto che “nessuna tradizione in questo mondo è così antica come le tradizioni che portano alla moderna sovversione e all’innovazione. Niente oggi è tanto conservativo quanto una rivoluzione”.
Una palinodia con due verità non contestabili. “L’Europa attuale esibisce una concentrazione sulla politica che è in parte l’esito spiacevole del nostro abbandono della religione, in parte il giusto e necessario risultato del nostro abbandono dell’ineguaglianza sociale e dell’iniquità”. “Attualnente tendiamo tutti a un errore: tendiamo a fare la politica troppo importante. Tendiamo a dimenticare quanto enorme è la parte della vita umana che è la stessa sotto un sultano o un senato, sotto Nerone o San Luigi”.

Un anarchico, di fatto. La parabola della bambina del lavoratore con cui chiude la trattazione, alla quale si rasano i capelli perché sporchi, è una mazzata agli assetti sociali. Il lavoratore abbia una moglie che debba anch’essa lavorare fuori casa per la sopravvivenza e non può occuparsi della bambina: “Poiché il lavoratore ha queste due persone a carico, il padrone di casa seduto (letteralmente) sul suo stomaco, e il maestro di scuola seduto (letteralmente) sulla sua testa, il lavoratore deve consentire che i capelli della sua bambina, prima siano trascurati dalla povertà, poi avvelenati dalla promiscuità, e infine aboliti dall’igiene. Lui, chissà, era orgoglioso dei capelli della sua bambina. Ma lui non conta”.
Gilbert K. Chesterston, Cosa c’è di sbagliato nel mondo, Rubbettino, ebook € 4,49

domenica 15 aprile 2018

Secondi pensieri - 342

zeulig

Populismo – È una reazione, in forma passiva, di deriva e non ribellistica, alle crisi prolungate. Alle crisi economiche, che peggiorano la condizione reddituale e sociale. Non a quelle politiche, le guerre per esempio, che al contrario in vario modo alimentano la mobilitazione.
È una smobilitazione. Lo è stato in Europa negli anni 1930,  nell’Europa dell’Est dopo le illusioni seguite alla caduta del Muro, e nei paesi dell’Europa occidentale che più hanno risentito gli effetti della crisi delle banche Usa nel 2007: Italia, Spagna, Grecia. Anche in Germania, che statisticamente ha da tempo superato la crisi, ma questo grazie agli accordi sindacali di tredici anni fa che hanno declassato un terzo della forza lavoro -  garantendola con l’assistenza pubblica, che però è burocraticamente onerosa ed è risentita come una diminuzione.
La Francia fa caso a parte, per una cultura “repubblicana” di cui è parte una deriva sciovinista, costante, della quale l’ultimo esito è il fenomeno Le Pen, outsider che è pilastro costante della scena politica ormai da quarant’anni, dagli anni 1980 – ma già a metà degli anni 1930, e perfino col Frnte Popolare del 1936, la Francia, che pure è stata a molti focolare d’accoglienza, reagiva contro l’immigrazione, degli italiani prima, molti fuoriusciti politici, e degli spagnoli dopo.

L’impoverimento c’è
Categoria vecchia, si vuole, e indefinita. E tuttavia nuova, e invadente. Per un mondo che è crollato. Di supponenza. D’incapacità.  Di un’ideologizzazione che si voleva precisa, coerente, “politica”, perché armata e in realtà confusa. È la cartina di tornasole che le rivela. Un fenomeno europeo, peraltro, forse legato alla decadenza, alla fine di una civiltà. Di un assetto sclerotizzato che la globalizzazione ha sconvolto. La globalizzazione che si è dovuto acconciare a sostenere ma a cui non riesce ad adattarsi.  L’immigrazione di massa. Il lavoro sregolato, flessibile, precario. L’outsourcing, senza nessuna professione o competenza, giusto al ribasso. Il lavoro autonomo – il vecchio artigianato, ma senza le consorterie e le privative: il lavoro a tutti gli effetti pratici non è più contrattualizzato. La scomparsa del sindacato. La scomparsa dei partiti. Un mondo talmente sclerotico da argomentare oggi che solo il Pd è un partito politico, che è un’assurdità.

Si sottostima, con gli effetti della crisi bancaria americana del 2007, anche l’arretramento sociale ed economico che la globalizzazione impone a ceti crescenti. Il vecchio ceto medio, la cui reazione è stata evidente e vincente nel referendum britannico sull’Europa, e poi negli Usa nel voto per Trump. Nei due paesi-guida del liberismo e della liberalizzazione. Gli studi economici e sociopolitici sui due eventi lo confermano unanimi: i movimenti antagonisti e isolazionisti sono nati e si rafforzano per effetto della globalizzazione. Un quarto di secolo di paghe basse e di incertezze non sono più una transizione verso un assetto migliore, ma un assetto peggiorato: chiunque prometta di combatterlo, non importa come, è benvenuto. L’effetto Trump ha portato a rivelare che negli Usa di Barack Obama, che vantava la quasi piena occupazione (la disoccupazione al 5 per cento è considerata frizionale, uno stato di piena occupazione), il reddito disponibile si è ristretto, specie le paghe. E così pure la produttività, che ha registrato incrementi annui dell’1 per cento o meno, legati a un’economia di servizi a scarso o nessun valore aggiunto – ristorazione, pulizia, guardiania, servizi domestici. Mentre molta produzione qualificata, inclusa della Silicon Valley, era emigrata in Asia e in Europa.

Mainstream Usa
Negli Usa non nasce con Trump. Ha, al contrario, una lunga e molto consistente tradizione – si potrebbe anche dire che è il sentiment politico mainstream, con  terminologia americana. Tradizionalmente schierato contro i poteri costituiti, del denaro e delle influenze (sette, cordate, massonerie). Quindi, si direbbe, di sinistra. Lyndon La Rouche, l’ultimo grande argomentatore populista americano, veniva dalla sinistra americana, radicaltrozkista. Con Trump è come se si fosse rovesciato, diventando manna per la destra, dei superricchi come dei superpoveri che si ritengano sfruttati – dalla globalizzazione, dagli immigrati.
La gente, i common people, l’uomo comune, in Italia squalificato dalla scienza politica togliattiana e da Guglielmo Giannini, è entità rispettabile in America, dove il regime plebiscitario, del partito del Capo, da almeno un trentennio ha prevalso sui partiti, e allo stato delle cose li ha obliterati. Il New Deal ne ha creato la figura, Frank Capra l’ha celebrato nei film, il filosofo John Dewey gli dà dignità.

La fine dell’opinione pubblica
È la crisi dell’opinione pubblica, che quindi avrà avuto vita corta, due secoli o poco più. Per consunzione interna, della funzione intellettuale di mediazione che è stata caratteristica dei media, dall’“Enciclopedia” di Diderot e D’Alembert in poi. E per effetto della licenza incondizionata di comunicazione via internet – che ora si tenta di arginare, ma con difficoltà, e senza veri strumenti, che non siano liberticidi.
Il No si direbbe un successo dell’opinione pubblica, che si configura come opinione critica. Ma allo stato dei fatti è una deriva, forse fatale. Nel senso che indica un arroccamento su posizioni chiuse, repulsive, e anche vendicative, minacciose.
Questi esiti vanno indubbiamente nel senso basico dell’opinione pubblica: rappresentano la maggioranza della popolazione, del voto. Oppure non sono l’esito di astuzie e  demagogie, avventure di capipopolo, spregiudicati, cinici, e mobilitazione di autodidatti sguarniti, volenterosi e stupidi? Certamente sono un “tradimento dell’opinione pubblica”, ma analogo al “tradimento degli intellettuali” di J.Benda un secolo fa: un movimento interno di rovesciamento degli obiettivi, masochista, autodistruttivo.
S’intende l’opinione pubblica un’interazione di obiettivi e convincimenti con segno positivo, per un di più e non un meno, di libertà e opportunità. Ma è anche vero che il populismo, nelle varie dosi in cui pure c’è stato e c’è, viene incontro ad aspettative frustrate, non le suscita né le stimola. Non sono Grillo o Salvini - né gli analoghi europei - che mettono in discussione l’euro e l’Europa, sono l’euro e l’Europa che suscitano e alimentano i Grillo e i Salvini, almeno per questo aspetto. Non è Trump che mette in discussione la globalizzazione, è la globalizzazione che mette in discussione se stessa, avendo suscitato per metà del mondo, lo stesso Occidente che l’ha promossa, un arretramento del livello di vita, e anche del reddito, della stragrande maggioranza della sua popolazione, un impoverimento generale, con pratiche in troppi casi non regolari, di protezionismi mascherati e di dumping. Per non dire degli effetti collaterali, sempre della globalizzazione, che sempre la stragrande maggioranza finisce per pagare, direttamente o indirettamente: i carissimi raid finanziari, ora anche sulle banche, le superretribuzioni di tutte le posizioni costituite, manageriali e istituzionali (in Italia alcune migliaia di posizioni nella Funzione Pubblica), l’impunità del crimine economico, e quindi la corruzione endemica, sistemica.

La chiesa è populista
Fondamentalmente il populismo è eccitare l’opinione pubblica, un sinonimo di demagogia. Ma può essere anche rispondere all’opinione pubblica, per rappresentarla e governarla (indirizzarla).
Allargata a papa Bergoglio, la categoria viene anche sbalzata di natura e confini. Ma alla chiesa non si può imputarla come colpa: la chiesa è populista. Lo è sempre stata, lo è per natura: del popolo, per il popolo. È in questo populismo che la chiesa ha maturato le istituzioni democratiche che governano le nostre democrazie: la comunità, il voto, il comando temporaneo, la parità o uguaglianza di condizioni all’entrata, il rispetto delle minoranze, la difesa dagli estremismi.

Ribellistico
È forte e persistente soprattutto nella protesta. Violento anche, fino al terrorismo. Contro l’alta velocità, contro l’autostrada, contro l’aeroporto, contro il gasdotto, contro la globalizzazione, contro la legge finanziaria. Dario Fo, che era di tutte le proteste, lo rivendicava due anni fa sull’“Espresso”, in risposta al sociologo della letteratura Marco Belpoliti: “Il letterato impiega il termine «populista» nell’accezione in voga da qualche anno in Italia, cioè quella di considerare il populismo una sorta di pretestuoso espediente per imbonire furbescamente una comunità di semplici creduloni facili ad essere gestiti con qualsiasi argomento”. Bene, concludeva, il populismo lo rivendica: è la democrazia, la rivoluzione francese – “un’ideologia caratteristica di movimento politico o artistico che vede nel popolo un modello etico e sociale e il rispetto di ogni individuo che faccia parte di una comunità civile”. Civile come spia del populismo. Non autoritario?
L’unanimismo dell’opinione che ha diritto di cittadinanza è anch’esso, in queste circostanze, un’aggravante: opera per la reazione populista. Nelle intemperanze di Grillo, non solo, di più nel voto dello spettatore passivo. Tolleranza, agnosticismo, permissivismo, uniformità – la dittatura del cosiddetto “politicamente corretto”, il conformismo – pesa in due modi: allenta la forza o voglia di reazione - l’impegno - al di là del rito; suscita inevitabile un reazione contraria, al contrario vivace (aggressiva), l’impegno volendosi totalitario e elitistico, escludente.

Populismo autoritario
La categoria del “populismo autoritario” è stata codificata da Stuart Hall, studioso britannico delle culture, contro Margaret Thatcher. Ma è antica: ha un illustre precedente, se non ne fu l’iniziatore, in Cesare. Un nobile, il nobile per eccellenza, che minò la Repubblica facendo leva sui plebei. Un tribuno a vocazione tirannica che si serve, contro le istituzioni, del popolo bestia – che lui considera besta. Con determinazione (leggi, cariche, protezioni, perfino aristocratici che si facevano degradare a plebei per poter rappresentare i veri plebei) e anche con la violenza.
Un fenomeno la cui perpetuazione si ha nel notabilato. Cha ha dominato la storia dell’Italia unita, anche quella della Repubblica.

zeulig@antiit.eu

Moro rapito dagli inglesi

Fasanella si diverte, e noi con lui. Costeggiando la verità. Che non è quella che appare, checché dicano le carte. Il sottotitolo è: “Da testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, la verità sull’assassinio del leader Dc”. Le carte sono di questo tenore: “Dobbiamo scoraggiare le iniziative indipendenti del governo italiano nel Mediterraneo e in Medio Oriente.” - Nota interna del Foreign Office, 1970. Queste note non dicono la verità del fatto – Moro fu rapito e ucciso da Moretti, Gallinari, Morucci, Faranda, Balzerani e simili, che erano degli stupidi armati, come sono i delinquenti. Ma dicono la verità circostanziale. 
Questa volta il terrore Fasanella fa partire da Londra, dopo averlo fatto attivare dal maestro Markevic: dalla perfida Albione, nientemeno. E però. Però è vero che i servizi britannici anche ora lottano operosi contro l’Italia. Per invidia. Che non è immaginabile, ma è così – c’è qualcosa, in questo Fasanella, oltre il divertimento.
È vero, nello specifico, che la “strategia della tensione” era dei servizi britannici. Con i colonnelli greci, di cui favorirono l’epidemia nel Mediterraneo, e con gli anti-colonnelli. In generale, spie inglesi troviamo dappertutto nel Mediteraneo, attorno e contro l’Italia. In Libia nel 1969, col golpe di Gheddafi, e nel 2011, con l’assassinio di Gheddafi. In libano quando Spadolini mandò i bersaglieri. In Africa e a Cipro contro le attività dell’Eni e di Saipem.
Giovanni Fasanella, Il puzzle Moro, Chiarelettere, pp. 368 € 17,60

sabato 14 aprile 2018

Problemi di base bellicosi bis - 412

spock

Dobbiamo credere a Trump, May, Macron oppure a Putin, Rouhani, Assad: c’è dubbio?

Se dobbiamo fare la guerra alla Russia, ci sarà un motivo?

O Trump, May, Macron, non sapendo che fare, fanno la guerra?

L’Occidente è una difesa o un’aggressione?

Difende i curdi, per esempio, i palestinesi, i tibetani?

O Trump, e il partito Conservatore britannico?

Ora è anche Comey/Fbi, dopo “Stormy” Daniels, contro Trump: chi dobbiamo difendere?

Morire per Trump, e per Theresa May?

spock@antiit.eu


L’astensione è di classe, nei quartieri multietnici

Il voto è diventato incerto e volatile nel decennio culminato il 4 marzo in misura record nella storia della Repubblica. Di un quarto superiore al vecchio record di “abbandoni” tra il 1987 e il 1994, nello smottamento e il crollo della “Prima Repubblica”. Allora gli studi sui flussi di voto rilevarono 15 milioni di “abbandoni”, di passaggi da un partito all’altro. Nel decennio concluso il 4 marzo sono stati 20 milioni. Mentre l’astensione è salita tra i due periodi di 14 punti percentuli.
Un astensionismo soprattutto “di classe”, mette in rilievo uno studio sui flussi di voto condotto da “Lotta Comunista”. Nei quartieri periferici delle città, operai e\o multietnici. A Torino la quota  Abn (di astenuti e schede bianche o nulle) si aggira in questi quartieri sul 36-37 per cento dei residenti. Ma, al netto dei maggiorenni stranieri che in queti quartieri abitano ma non votano, salgono al 44 per cento alle Vallette e a Falchera, e al 55 per cento a Barriera di Milano. Analogamente a Genova: la quota Abn è nei quartieri popolari multietnici al 35-37 per cento dei residenti, ma, non contando gli stranieri maggiorenni, sale al 44 per cento a Bolzaneto e Legaccio, al 48 a Cornigliano, e al 55 per cento a Sampierdarena. A Milano gli Abn senza i residenti stranieri sono il 43 per cento ad Affori, il 48 al Corvetto, il 50 a Quarto Oggiaro, il 51 al Giambellino, e il 53 a piazzale Loreto.

Classifiche vere dell'autoaffondamento dell’Italia

L’Italia ha il minor numero di laureati in rapporto alla popolazione in Europa. Eurostat rileva che meno di una persona su sei tra coloro che sono in età da lavoro ha la laurea in Italia:  il secondo dato peggiore in Europa dopo la Romania.

L’Italia ha il primato negativo per uomini laureati, con il 13,7 per cento di coloro che hanno tra i 15 e i 64 anni. Per le donne la percentuale delle laureate sale al 18,9 per cento, sempre dela fascia di età tra i 15 e i 64 anni, il dato peggiore in Ue (dove la media è del 29,7 per cento) dopo la Romania.
Dal 2008 ad oggi le donne con la laurea in Italia hanno guadagnato 4,9 punti contro 7,8 della media Ue.

L’Italia è al ventunesimo posto, tra i 28 della Ue, per il numero dei poveri in rapporto alla popolazione: 4,5 milioni di persone in “povertà assoluta”.

Dall’inizio del secolo il Meridione è rimasto indietro rapidamente: in termini di reddito lordo, ha perso un terzo sulla media dell’Unione europea, il 30 per cento sulla Germania, il 27 per cento sull’area euro e circa il 40% sulla Spagna; l’arretramento sul centro-nord dell’Italia è stato di oltre dieci punti, persino sulla Grecia di cinque (i dati sono basati su stime della Svimez) – F. Fubini, “Corriere della sera”.

In tutta Europa solamente in Campania, Calabria e Sicilia metà della popolazione o oltre viene considerata da Eurostat a rischio di povertà e di esclusione sociale. La stessa agenzia europea mostra che, stimando il reddito per abitante in proporzione al costo della vita, il Mezzogiorno ormai viaggia al livello della Lettonia, più indietro della Lituania e dell’Ungheria, quando vent’anni fa era molto più avanti- Id.

L’Italia ha il terzo maggior debito pubblico mondiale. Dietro gli Stati Uniti, che hanno cinque volte e mezza la popolazione italiana, e il Giappone, con una popolazione di più del doppio..

L’Alzheimer si previene con l’alimentazione

Si è sempre saputo che certi cibi e certi modi di essere e di fare (“stili di vita”) ci rendono più agili, più vispi, più intelligenti, ma non più saldi nella memoria. Con notevoli variazioni peraltro, nell’alimentazione o nelle attitudini psicofisiche, da luogo a luogo, da cultura a cultura, da generazione a generazione – non bisognava bere acqua-bisogna berne molta, non bisogna correre-bisogna correre, bisogna mangiare carne-non bisogna mangiare carne. Ora che la perdita della memoria è diventata diffusa e una sorta di epidemia sociale - non è più tempo di “distratti” e “distrazioni”, come i deficit di attenzione di zii e nonni venivano benevolmente etichettati -  la cosa è materia di studio.
Lisa Mosconi è una delle studiose di punta di questa branca neurologica. Che ha già acquisito alcuni esiti, anche per merito suo. Non c’è – non ancora – la pillola contro l’Alzheiner, ma molto si sa per farvi comunque fronte. Il ruolo della genetica (ereditarietà) nella demenza precoce o senile è poco o nulla rilevante. Di più contano alcune patologie, e per tutti gli stili di vita,  in particolare l’alimentazione. I cui effetti sull’attività cerebrale la studiosa ha preso da alcuni anni ad approfondire.
Il volume è scientifico e pratico. Sottotitolo della trattazione, che ha scopo divugaltivo e quasi da manuale, è “ Tutti gli alimenti che ti rendono più intelligente”. La corredano un test di 80 quesiti, per verfiicare se siamo o no in linea col regime alimentare ideale all’intelligenza e alla memoria. E schede elaborate e agili insieme sulle proprietà dei cibi di uso comune. Con effetti paralleli, oltre che per lo sviluppo e il rafforzamento delle capacità cognitive, anche per la riduzione dei rischi di cardiopatie, diabete, disfunzioni metaboliche.
Mosconi, giovane ricercatrice fiorentina “emigrata” a New York, ha fondato il Laboratorio per la nutrizione e il benessere del cervello alla New York University, dove ha diretto anche il programma di ricerca sulla “familiarità” (ereditarietà) dell’Alzheimer.Ora insegna Neuroscienze e Neurologia al New York-Presbyterian Hospital, dove è vice-direttrice della clinica per la prevenzione  dell’Alzheimer. È nota negli Usa per ricerche sulla diagnosi precoce dell’Alzheimer. E per gli studi che sono alla base di questo “manuale di sopravvivenza”, sulla possibilità di prevenire o attenuare la perdita della memoria attraverso l’alimentazione, e l’attività psico-fisica.  .
 Lisa Mosconi, Nutrire il cervello, Mondadori, pp.336, ill.  19

venerdì 13 aprile 2018

Ombre - 411

La regina Elisabetta discendente del Profeta è l’ultima di Londra. E dunque sarà anche la califfa di Damasco. Ma prima o dopo i missili anti-missili?

Raggi risuscita Bikila, il maratoneta scalzo del 1960, e lo fa guest star dell’Appia Run, la maratonina di domenica prossima. Sarà che i 5 Stelle vivono sulla rete ma non sanno leggere? Google non è avara con l’atleta etiope, morto giovane poco dopo l’Olimpiade romana.


Berlusconi è “il male assoluto” per il grillino Di Battista. Il cui libro, “Meglio liberi”, è pubblicato e propagandato da Berlusconi. Un teatrino nel teatrino.

“La triste faccenda” dell’Accademia svedese del Nobel letteratura, dove il marito di Katarina Frostenson, poetessa membro dell’Accademia, Jean-Claude Arnaut, beneficiario di fondi dell’Accademia stessa, è accusato di abusi sessuali, “sembra architettata da un cabalista” fanatico del numero 18, spiega Raffaella De Santis su “la Repubblica”: “18 le accusatrici, 18 i membri dell’Accademia, 18 il numero del seggio occupato da Karolina Frostenson”. In effetti. E “uno dei significati del numero 18 nella smorfia napoletana è veleno”.

De Rossi e Manolas si fanno due autogol quasi impossibili a Barcellona contro il Barcellona, e fanno due reti a Roma due settimane dopo contro il Barcellona, che eliminano dalla Champions. Il pallone è tondo, ma qualche volta è quadrato.

Mandzukic, che ha segnato due reti al Real mercoledì, fu il match winner della Supercoppa di Spagna per l’Atletico Madrid, l’unico suo trofeo possibile, nel 2014, proprio contro il Real Madrid. Matuidi, che anche lui ha segnato per la Juventus mercoledì, è uno scarto del Real. Ci sono ricorsi anche nel calcio.

Il “Corriere della sera” confina su “Buone notizie” la notizia peggiore, che Pier Luigi Vercesi costruisce con Emanuele Ranci Ortigosa, autore di “Contro la povertà”: le basse retribuzioni penalizzano l’economia. Negli ultimi dieci anni hanno penalizzato la crescita del prodotto interno di 7-8 punti. Cioè della metà. Rincorrere la Cina con retribuzioni cinesi è un harakiri.

“La disuguaglianza in Italia si era ridotta negli anni Ottanta”, calcola Ranci Ortigosa. Poi è intervenuta Milano con le Mani Pulite e i ricchi non hanno avuto più freni.

“Quanto rende investire in Npl?”, Stefano Righi, “Corriere della sera-L’Economia”. “Intorno al 10 per cento medio”, Paolo Petrignani, Quaestio Capital Management. Un rendimento da favola. Dalle disgrazie delle banche – gli Npl sono i prestiti in sofferenza delle banche.

Dai dati europei sui laureati si scopre che le donne laureate sono in Italia più degli uomini – molto di più: il 13,7 per cento degli uomini ha una laurea, le donne sono il 18,9 per cento. Di una popolazione che è femminile al 52 per cento. Pur protestando discriminazioni sul lavoro e in società. È al prova che la laurea  è inutile?

Marquez, cresciuto tra i poster di Valentino Rossi, non cessa di aggredirlo in corsa, è al terzo o quarto tentativo di farlo fuori. Un caso di furia monoteista, uccidere gli idoli? O di furia tout court, di follia?

Prima dell’ultimo assalto Marquez ne aveva dato vari segni nelle prove, e alla partenza. Segni di follia, ancorché ordinaria. Perdonati e anzi non  considerati dagli organizzatori: quello sulle due ruote è un vero circo, senza rete.

Più impressionante di tutto è il dibattito nel Pd su come fare la ruota di scorta. Si capisce che il suo zoccolo duro lo abbia punito, saltando in massa su Grillo: è un partito di (vecchi) democristiani, le barbe del potere, anche piccolo piccolo.

Orbàn ha avuto la maggioranza assoluta, col record di votanti. Il maggior oppositore è uno più a destra di lui. In Ungheria, uno dei paesi più civili, della Mitteleuropa celebrata. L’Ungheria peraltro dopo la Polonia, da tempo ripiegata su se stessa. E la Repubblica ceca, Praga per intendersi. È stato sconsiderato l’allargamento voluto da Prodi nel 2001, da presidente della commissione Ue?  “Lo dobbiamo ai paesi dell’Est”, andava dicendo Prodi, come un risarcimento per essere stati satellizzati da Mosca. I paesi dell’Est non  devono mai nulla a nessuno, solo guerre e violenze?

In realtà Prodi allargò la Ue senza salvaguardie su decisione della Germania, che voleva delocalizzare le industrie manifatturiere su manodopera qualificata a costo minimo. Paesi ora risentiti dell’egemonia tedesca, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca. I tre baltici ancora no, ma non per molto.  L’Unione Europea è un cumulo di “contraddizioni”, come usava dire.   

La neo senatrice 5 Stelle Bogo Deledda, dirigente del servizio Politiche sociali del Comune di Budoni, assente al lavoro per un anno per malattia e subito guarita ala presentazione della candidatura con Di Maio il 2 febbraio, spiega alle Iene che la sua malattia era in relazione col suo lavoro: i servizi sociali la facevano ammalare. E si allontana in Porsche. Inimmaginabile se non fosse vero.

È anche vero che il signor Bogo, il marito della senatrice, è uno che mena – vittima l’operatore delle Iene. Che Budoni, con tanti dirigenti, è un comune di cinquemila abitanti. E che il sindaco non sa della malattia della neo senatrice: è protetta dalla privacy, dice La nuova Italia è molto vecchia.

Record di multe a Firenze e Bologna, calcola “Il Sole 24 Ore” – specie per autovelox, il grande trucco: 130 euro a testa. Sarà per questo che le capitali rosse si sono sganciate: la fiscalità dice più delle chiacchiere.

Al primo week-end nelle sale, l’ultimo film di Spielberg, “Ready Player One”, ha incassato 42,1 milioni negli Usa, e 62 in Cina. Che dimensioni ha il mercato, e chi lo fa?

Niger e Tunisia non gradiscono le missioni militari italiane, seppure a titolo di “missioni di pace” o umanitarie. Che sono più spesso inutili. Ma noi non lo sappiamo, che spendiamo per esse quasi una “manovra” : l’Italia è generosa e porta la pace nel mondo.  

I giornalisti sanno di che si tratta, e di come queste missioni siano inefficaci e anche dannose. Ma si guardano dal dirlo: bisogna illudere l’opinione con i buoni propositi – le buone chiacchiere.