mercoledì 6 settembre 2023
Il papa in Mongolia con vista Cina
Un viaggio sfibrante, di una ventina d’ore, con un jet lag pesante, di sei-sette ore, per una visita di tre giorni, a una comunità di fedeli che non riempie una chiesa, e poi si è capito perché: per esprimere “rispetto e ammirazione per la Cina”. Perché non dirlo da Roma? Perché Ulan Bator è una finestra sulla Cina? Non lo è, ci sono alcune migliaia di km., e molta storia avversa, tra la capitale mongola e Pechino.
Se sono donne non le vogliamo
Molti maschietti eccellenti sono
stati contattati per allenare la nazionale di calcio femminile. Tutti hanno
detto di no. È curioso. Non deve essere un bell’ambientino.
Curioso anche alla nazionale
femminile di pallavolo, dove Paola Egonu si nega, per la seconda volta in due
anni. Questa volta perché in concorrenza con Ekaterina Antropova. Egonu e
Antropova si direbbero le Rivera e Mazzola del volley, ma anche qui è in
discussione la panchina dell’allenatore.
Almeno nello sport si direbbe che
maschio e femmina ancora fanno la differenza. Anche per il concomitante
scandalo in Spagna, dove la vittoria della nazionale femminile di calcio al
Mondiale è stata offuscata da dimissioni, sanzioni e polemiche dopo il bacio
di un dirigente federale a una calciatrice: tutti schierati con l’atleta, ma a
disagio.
Si direbbe aria di revanscismo.
Il festival del cinema di Venezia s’illustra ospitando con molto glamour tre vecchietti, Roman Polanski,
Woody Allen e Luc Besson. Besson per la verità è solo sessantacinquenne, ma
tutt’e tre hanno trascorsi o sono sotto accusa per molestie e\o violenze
sessuali, a danno di donne.
L’educazione sentimentale di Alvaro, cosmopolita
Quattro
racconti lunghi, la misura più congeniale ad Alvaro, pubblicati nel 1934. “L’uomo
nel labirinto” (titolo poi rubato da Carrisi), successivamente edito spesso a parte,
è un quasi romanzo: è la storia di un giovane meridionale smobilitato dopo la Grande
Guerra a disagio nella Grande Città. Deluso. timoroso di non farcela. Una storia
poi comune, di migrazione interna, di disadattamento, tra speranze sempre rinnovate
e delusioni: la difficoltà per il provinciale di inserirsi.
Gli
altri tre racconti formano o svolgono una sorta di “educazione sentimentale”
alla Flaubert, vaga e solipsistica, anche poco drammatica. “Tra di noi, su quella
spiaggia, accadeva qualche cosa, ma esisteva senza parole e senza possibilità
di spiegazioni”: “Il mare”, il racconto del titolo, è di un mondo misto,
italiano e straniero, ricco e oovero, intelletuale e manuale, che era di Capri
e sarà di Positano. Con la bella Hélène che s’imbarca alla fine col fedele
pescatore che è il suo amore, lasciando i poeti con la febbre.
“Solitudine”
e “L’ultima delle mille e una notte” ambientano le relazioni, sempre vaghe,
incerte, onnivore ma limitate, a Berlino e a Parigi, dove Alvaro fu nel
dopoguerra corrispondente. Una storia di amore intellettuale a Berlino, di
sesso senza parole malgrado i tanti discorsi, e forse senz’anima. E della
voglia di vivere, tra Parigi e Istanbul, che meglio viene in affari – l’amore,
il matrimonio, il protagonista avventuriero e truffatore vive di facciata.
Le tracce di questi racconti sono lievi: accennate, ipotizzate. Come sarà di tutta la narrativa di
Alvaro, dopo la rudezza di “Gente in Aspromonte”. E cosmopolite, senza
esotismi o idiotismi. A Istanbul, altra esperienza di lavoro giornalistico di
Alvaro (ne aveva tratto un libro, “Viaggio in Turchia”, Treves, 1932), il racconto
assume un ritmo comico. Un ritmo e una fantasia che non riemergono altrove nei
tantissimi scritti di Alvaro e invece funzionano: si diventa ricchi perché
Kemal Atatürk ha decretato la fine del fez, con conseguente tassonomia e
filosofia del cappello.
Corrado
Alvaro, Il mare, Rubbettino, pp.
194, ril. € 6
martedì 5 settembre 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (536)
Giuseppe Leuzzi
È originato al Sud il deficit
demografico dell’Italia, sancito dall’Istat da un paio d’anni (i morti sono più
dei nuovi residenti) – di fatto già previsto a metà degli anni 1995 in base ai
tassi di fertilità. Lo certifica la scomposizione dei dati Istat da parte della
Cgia di Mestre, che ha ricostruito regione per regione il calo delle nascite, e
quindi della popolazione attiva.
Il numero dei giovani “nuovi
attivi”, tra i 15 e i 34 anni, è diminuito di poco meno di un milione negli
ultimi dieci anni. In termini nazionali il calo è stato del 7 per cento. Ma è
determianto dal Mezzogiono. In Sardegna il calo è stato del 19,9 per cento. In
Caabria del 19. In Molise del 17,5. In Basiicata del 16,8. In Sicilia del 15,3.
Il “pizzo nasce al Sud con i
briganti. Si paga e si tace”, nota il medico svizzero Horace Rilliet, in
Calabria nel 1851 con una spedizione militare (un giro delle province) del re
Ferdinando II: “Tutti vi trovano il propio utile; appena paga il cittadino non
è più molestato; il brigante ha il suo denaro; le guardie non devono più
sostenere combattimenti pericolosi; ecco un felice accordo”.
A Reggio Calabria un
imprenditore si arrampica sulle gru per protestare contro la confisca del suo patrimonio,
20 milioni. È stato processato per mafia due volte (ma con lo stesso
Procuratore Capo, poi da Reggio passato alla Direzione Nazionale Antimafie ora deputato
grilino, il nobile partenopeo Cafiero de Raho), e due volte assolto, ma intanto
i beni gli sono stati confiscati. È stato riecvuto dal nuovo Procuratore Capo
Bombardieri, ma pare che non ci sia rimedio. Sembra assurdo, e lo è.
Se c’è qualcosa di preciso
nell’inafferrabile “onnimafia”, peraltro, questo è la gestione dei beni
confiscati. Da ogni piunto di vista – eccetto quello legale, naturalmente, “manzoniano”. In questo senso la mafia è potere.
Vincenzo Linarello dice una
cosa giusta e una sbagliata al “Corriere della Sera”, dove può celebrare il
successo di Goël, il consorzio cooperativo che presiede, nato vent’anni fa su
iniziativa del vescovo di Locri Bregantini, attivo in molti settori, con un
giro d’affari di 10 milioni. Dice che intimidazioni, attentati e minacce, “anche
molto pesanti”, si ebbero nei primi tempi, poi “si sono stancati”. Ma aggiunge
che “il nemico è strutturato”. No, la
mafia non è un’entità, non imprendibile: sono mafia i mafiosi. Prepotenti,
balordi per lo più, che ci provano. Di più ci hanno provato quando mons.
Bregantini fu allontanato da Locri. Ma questo fu dovuto alla massoneria di
Locri-Reggio, e ai Carabinieri.
Sudismi\sadismi
Cemento illegale,
inquinamento delle acque e dell’aria, depurazione assente o malgestita, pesca
di frodo: Legambiente mette il Sud nel mirino. Dei 19.530 reati ambientali
acccrtati dalle Capitanerie di porto nel 2022 lungo le coste, la metà (il 48,7
per cento) è imputata a quattro regioni del Sud: Campania, con 3.345 reati, il
17,1 per cento del totale nazionale, la Puglia con 2.492 reati, la Sicilia con
2.184, e la Calabria con 1.490.
Poi però uno va al mare in
Toscana o in Romagna e trova che le discoteche sì, funzionano, e forse sono
anche a norma con i regolamenti comunali, ma il mare è sporco, i torrenti sporchissimi,
la cirolazione da ora di punta.
Legambiente dice che i reati
ambientali sono tipici delle regioni a “tradizionale presenza mafiosa”, e cosa
dobiamo pensarne? Che le mafie in Toscana e Romagna ci sono ma sono più
furbe?
O il problema sono le
Capitanerie di Porto, che anche loro danno la caccia ai mafiosi con i reati
ambientali.
La questione pastorale
Nel viaggio alla scoperta
della Calabria nel 1933, per lo più a piedi, col compagno Norman Douglas, che quella
scoperta aveva fatto famosamente (“OId Calabria”) vent’anni prima, e con due
amici inglesi, l’editore e libraio antiquario fiorentino Giuseppe “Pino” Orioli
fa la conoscenza di due pastorelli, “due
fratelli, uno di dodici e l’altro di quindici anni”. E li ricorda con dolcezza,
commiserandoli per l’isolamento e le ristrettezze: “Vivevano lì sopra”, al
freddo di mezza montagna, “trascorrendo le notti in una piccola baracca
costruita con rami… La loro paga era di cento lire l’anno più il vitto, che
consisteva in pane e formaggio nei giorni feriali e un piatto di maccheroni la
domenica. Durante l’inverno scendono nei bassipiani con il loro gregge”. E ha
già concluso, al solo vederli: “Questi pastori sono gli aborigeni della
Calabria”.
Una “apparizione” omoerotica
perfino imbarazzante, ma indicativa di una economia, del territorio e delle persone
, che è stata sempre troncata e repressa. Ed è all’origine di molti dei lutti in
Calabria, rapimenti (di animali e persone), faide, vendette. E incendi, dei
nemici e d’estate, di boschi e foreste, con mente lieve, tanto l’erba crescerà
più verde.
Troppi incendi, più che nel
resto d’Italia, in Sicilia e in Calabria. Colpa del caldo, si diceva una volta.
Quest’anno però non può essere vero, perché ha fatto molto più caldo a Roma, Firenze,
Bologna, insomma sull’Appenino centrale. Mentre si sono scoperti piromani insospettabili.
Pochi, un paio, ma di un solo genere, pastori.
Un mondo da sempre socialmente
ostracizzato. Dai Cabinieri naturalmente senza eccezione, che un pastore
beneducato (non entra nelle proprietà altrui) hanno voluto mafioso solo perché
bracconava ghiri – specie protetta e quindi da proteggere, ma sempre ghiri. Detti
“zangrei”, cafoni, villani, per dire gente rustica. E estranei, solitari. Ai
margini o fuori dai paesi.
Aborigeni come primi
abitanti? No, come lasciati da parte. I pastori dell’Aspromonte non solo ma della
Calabria tutta, si può dire, sono sempre quelli di Corrado Alvaro, un secolo e
mezzo fa, o quasi. Lasciati da parte anche dalla politica agricola europea, che
paga tutto a tutti. O dall’Italia repubblicana, che si vuole provvida. Nessuna
facilitazione di mercato, per le carni, per il latte (ovino, caprino), per i
formaggi, che un tempo non remoto, prima della guerra, erano numerosi e pregiati,
caciocavallo, pecorino, provolone, il burrino o butirro. (continua)
Il dialetto è particolare
Una rubrica giornalistica
tenuta in dialetto, sul “Quotidiano del Sud” da Bruno Tassone, non persuade.
Non è brillante - non è informativa, non è curiosa, non è pettegola. Non
significa. Perché è il dialetto di Crotone (lo è?), che già a Catanzaro non dice niente.
Il dialetto è una forma di
comunicazione etnica. Clanica, quasi familiare, di parentela. È un patrimonio
“nascosto”, non dichiarato – classificato, regolato. Vocale e non scritto, non
grammaticale, benché di sintassi obbligata – al punto da darsi connaturata alla
fraseologia, non adattabile, non astrabile. O meglio di semantica spontanea,
formata per ascolto come il linguaggio dei bambini, ottenuta o consolidata con
la pratica, e cirscritta al proprio paese. Già al paese vicino suona diverso:
la stessa fraseologia, la stessa cinconlocuazione, gli stessi suoni, delle
vocali, delle consonanti, delle sibilanti, delle sorde.
Costruire per il futuro in un mondo senza futuro
Una mostra di qualche anno fa
a Reggio Calabria, sotto il titolo “Metamorfosi”, sul “non finito calabrese” si
giovava delle fotografie di Angelo Maggio. Per “non finito calabrese”
s’intendono le abitazioni di cemento armato a nudo, senza tetto, con pareti di
mattoni forati senza intonaco, aperture senza infissi, solai di cemento nudi,
pilastri di fasci di tondini di ferro protessi in solitario verso l’alto.
Maggio, un dipendente delle Ferrovie con l’hobby
delle foto di scheletri di cemento, un hobby
che pratica da quasi trent’anni, ne parla come di “cemento amato”. Si pensa
ironicamente, per deridere, e invece al fondo, con sua stessa sorpresa, quasi
approvando, cercandovi ragioni positive.
Tutto è iniziato a San Luca,
racconta: “Nel 2004, durante la Settimana Santa, ho fotografato una statua del
Cristo Risorto davanti a un fabbricato non finito. Con mia brande sorpresa
quella foto piacque moltissimo”, arrivarono apprezzamenti e richieste di copie.
Maggio parte da una premessa
che anch’essa dà da pensare, del non finito siciliano, che è quello degli
appalti a catena, sullo stesso progetto: “A differenza del non finito
siciliano, quello calabrese è relativo ai fabbricati privati, favorito da
regolamenti comunali elastici”. Ottimo, anche questo è da pensarci, i
regolamenti comunali inapplicati: nei paesi è sempre una sorta di abusivismo di
necessità, anche quando l'edificio è faraonico - tutti siamo poveri, al Sud. Ma
continua col già noto: “Quante famiglie, quanti genitori, hanno costruito case
o piani nuovi su quella esistente. Nella speranza di vedere i figli vicino a
loro?” Una considerazione rituale, che cozza contro l’evidenza: i figli “non ci
sono più”, ormai da più generazioni. Per il calo demografico. Quindi figli che
più spesso non ci sono, non sono (ancora) nati. In una regione che comunque si
spopola secondo tutti i punti di vista, dei bisogni e delle aspirazioni oltre
che demografico – dati e studi convergono sullo spopolamento.
Questi edifici, per lo più
enormi, non finiti sono, erano, monumenti alla speranza? Sono segni di continuità,
pervicace, questo sì. Sono desideri, bisogni, di crescita, di sviluppo. Sono
monumenti all’emigrazione, non obbligata ma forzata. Non manca chi sostiene che
“il non finito esprime un atto rivolto al cielo, un’estensione dello spazio privato
e una sospensione del tempo”. Quello che si vede, frequentando i paesi, è un mondo
in fuga. Un mondo che si scopre, o si vuole, antico greco, della Grecia cioè che non coniugava il futuro.
Si spiega l’incompiuto come
una rivoluzione a metà? Sisifo sempre a
metà della salita? Ma no, è la banca gorgone che si risucchia una vita produttiva,
col mutuo innocente, e quanto benevolo. Ma è anche un difetto di calcolo, o previdenza.
Non ci vuole molto a capire, basta farsi i conti, che il mutuo della banca, se
non copre tutta la costruzione subito, la lascerà incompiuta a vita – a più
vite o generazioni, considerando l’inevitabile disinteresse dei figli o eredi.
Si parte felici col mutuo, che è sempre tanti soldi, chi li immaginava?, si finiscono
i soldi col primo piano, quando il mutuo bisogna cominciare a ripagarlo, e per venti o
trent’anni la vita si ferma, c’è solo da sgobbare per ripagare la banca.
Si direbbe il non finito
calabrese un monumento alla banca, generosa (le banche lo proponevano a gara,
fino al covid, con i tassi a zero, per lucrare sulle “spese”) ma improduttiva. Ma anche all’imprevidenza –
all’incapacità di fare una semplice addizione.
Il non-finito è il monumento di una incultura
economica elementare. Che fa il paio con l’altra, dei tanti che preferiscono
fare le pulizie, o fare l’insegnante, a Bergamo, dove la retribuzione non
basta, invece che a casa, e la periferia
di Milano a quella di Bari, o Molfetta, o Reggio Calabria, che però hanno la
vista mare. E dove, per quanto poveri, sarebbero invece ricchi.
In questo caso si potrebbe pensare che
sono casi di un orizzonte di vita che al Nord appare aperto, seppure povero, e
al Sud chiuso, seppure (relativamente) ricco. Lo è. Ma all’insaputa dei
beneficiari o vittime, che non sanno che vita migliore potrebbero fare a casa.
Ma, poi, non è tutto. Le case senza tetto, i muri senza
intonaco, le aperture senza infissi, i balconi senza ringhiera, su tre piani perlomeno,
non sono per i figli. La casa deve essere un palazzo. Si vuole riprodurre, col
nuovo censo, il notabilato di un secolo fa, il più povero, il più snob.
Cronache della differenza: Aspromonte
“Piante Macrì”, il maggiore
vivaio di Gioia Tauro e forse del reggino, complementato da un salone enorme di
oggettistica per la casa legata alle piante, ai fiori, alle stagioni (a
settembre comincia già il pre-Natale, come in tutte le città austriache e
tedesche), espone all’ingresso statue di Padre Pio e della Madonna, di varia
dimensione, da interno o da tavolo, e da giardino, fino a un metro a
sessanta-settanta a occhio. Ai piedi della Montagna. La Montagna è molto
religiosa.
Si può sentire il picchio,
tanto si è soli. Si fa un’escursione sull’Aspromonte sicuri di essere soli sui
sentieri, non c’è ingombro. S’incontrano ragazzi dove ci sono cascatelle, per
il rito di tuffarsi e rituffarsi.
C’è campo. Ovunque, anche nei
forri. Non c’è in Sabina spesso, nell’Alto Lazio. O nelle Apuane.
Anche in Versilia, non c’è campo in molte spiagge.
Anche i sentieri sono ben tracciati nel Parco. Ma non si fa sapere, poiché nessuno li usa.
Il sig. Giovanni, che alle
falde della Montagna tiene un caffè rinomato, dividendo un cornetto per due è esilarato
dal “piattino di condivisione “: “Lo fanno pagare due euro”. Non sa che si paga
anche il cucchiaiono di condivisione, per esempio quello di plastica da gelato:
un euro e mezzo.
Ma
a Polsi no, anche lì si paga, i santolucoti gestisono l’area del santuario
senza sconti. Non lo chiamano condivisione ma “sconzu”, il disturbo. Se vi
sedete su una panca per bere la loro aranciata.
Certo, San Luca non si può dire
Milano. Ma è vero che il commercio vuole grettezza.
A memoria d’uomo si aveva nozione
di toponimi per ogni piega del terreno, ogni curva del sentiero o della strada, ogni
ansa dei torrenti. Oggi, al più, soccorre l’Igm, con le vecchie carte al 25.000: solo quelli sono
sopravvissuti.
È il fenomeno più generale della perdita
della memora. Ma in Montagna, in ambiente aperto, senza “falsi scopi” o manufatti di
riferimento, è una perdita, anche grave.
C’erano d’inverno i pastori in
campagna con le greggi, per la transumanza, per svernare. Non noti, se non per mugolii, di un
linguaggio non nostro, non del nostro
versante. Forse anche loro di San Luca o Natile – svernavano in una
campagna che era appartenuta fino a poco prima a un barone Stranges di San Luca. I versanti
sono stati a lungo ignoti, e avversi, per secoli, tra Tirreno e Jonio.
Ma, se si può dire, la storia
l’hanno vinta loro, i pastori hanno più determinazione. Nella mentalità (asocialità), nei modi (muti,
bruschi), nel fare (senza remissione, discussione, chiacchiere).
Non ha letteralmente più un
frassino o un salice, che il viaggiatore svizzero Rilliet ci trovava nel 1852. E non ha abeti, che alimentavano
tantissima falegnameria, ora scomparsa. Il frassino, di cui “queste valli sono ricoperte”,
notava Rilliet, dava la manna. Attraverso una serie di incisioni orizzontali nei tronchi. Una
manna “molto pura e molto apprezzata”.
La manna era demaniale,
“concessa in locazione dallo Stato”. Ai contadini era “severamente proibito
tagliare o danneggiare questi alberi, anche se di loro proprietà”.
leuzzi@antiit.eu
Uno e nessuno
Franco
ha deciso di suicidarsi, a Vienna, dove ha una babele di amici e frequenta personaggi di diverso linguaggio, tedesco, russo, polacco, ceco. Il
protagonista si chiama come l’autore. Che però, in questo racconto d’esordio,
non prefigura, come si sarebbe indotti a pensare, il male di vivere che poi lo
attanaglierà: non scrive un thriller
- è il protagonista stesso che ci racconta la storia. E poi il Franco del
racconto presto si scioglie in “Uno”, uno qualsiasi, uno dei tanti, un numero.
E la prima edizione Lucentini aveva fatto precedere dalla seconda e ultima strofa
di una poesia di Hofmannstahl, “Erlebnis”, esperienza, dove “piangeva un
rimpianto senza nome\ Muto in me della vita”. Epigrafe poi levata alla
ristampa, nel 1964, quando si avviava al successo in coppia con Fruttero.
Una
racconto lungo, una sessantina di pagine. Inconclusivo: il plot è la babele delle lingue, che la scrittura dialogata, quasi
teatrale, impone al lettore. “Un intarsio di lingue”, dice il racconto il
curatore Domenico Scarpa. Lucentini fu da sempre linguista curioso, al punto da
proporsi traduttore da ben sette lingue. Benché, o per questo, sempre sperduto.
A metà racconto Franco-Uno non si ritrova più sul Ring, nel percorso ordinario:
“Ma dove stavo andando, adesso? C’era un’altra strada da prendere? Una strada
da non camminarci solo?”.
Un
racconto generazionale, del mondo, dell’Europa, dopo la guerra suicida. Nella
capitale, allora, del disordine europeo perdurante: di spie e cortine nella ex
capitale della gioia di vivere.
Un
racconto scritto nel 1948 che ha aperto nel 1951 la collana poi gloriosa di
Vittorini in Einaudi, I Gettoni. Ripubblicato in una raccolta di tre racconti, sotto
il titolo più spesso di “Notizie degli scavi”. Ripescato nel 2006 da Domenico
Scarpa, che lo correda di un prefazione e di un corposo apparato critico. Siamo
nei tardi anni 1940, Lucentini vive a Parigi, dove fa il lettore per Einaudi,
“sembra che tutto debba ricominciare o incominciare”, nota Scarpa.
Lucentini
è della generazione di Parise, Fenoglio, Rea, Calvino, Zanzotto. Non ebbe
fiducia nei suoi mezzi, o non gli furono riconosciuti, ed è finito come aveva
cominciato. A Scarpa che gli proponeva di rieditare il racconto nel 1990
Lucentini rispondeva, sempre da Parigi: “La ragione per cui non mi sento, non
mi sento proprio”, di rimetterlo in piazza, è “una deficienza non tanto
stilistica quanto, diciamo pure, morale”, e cioè che il problema che agita è
solo “giovanilistico” – “Il Nostro era semplicemente in preda a quella che
Valéry ha smascherato, una volta per tutte come «disperazione post-giovanile»:
la disperazione, cioè, di ritrovarsi sui trent’anni «senza essere né ricco né
celebre». Altro che storie di fratellanza umana!”.
Però,
si legge. La chiave è forse in Walter Pedullà, nel saggio “Lucentini, staffetta
italiana di Beckett. Colpo basso contro il neorealismo” (in id., “La
letteratura del benessere”), alla prima riedizione del racconto, 1964. in
trilogia e sotto il titolo “Notizie dagli scavi”: una fiaba dell’assurdo
quotidiano, come con altro linguaggio poteva pensare e scrivere Zavattini, alla
“Unberto D.”, alla “Miracolo a Milano”, di programma anti-realista . In questo
senso era stato recepito e valorizzato da Vittorini.
Franco
Lucentini, I compagni sconosciuti,
Einaudi, p. XII + 104, € 8,50
lunedì 4 settembre 2023
Appalti, fisco, abusi (231)
Fondi comuni in perdita netta da un paio d’anni e non sappiamo
perché, mentre le Borse macinano record. E mentre si continuano a pagare costi
per non si sa che cosa, al gestore, al distributore (la banca), di performance.
E torna a mente quanto denunciava Mediobanca qualche anno fa, nella sua “Indagine
sui Fondi e Sicav italiani” nel periodo dal 1984 al 2018: “L’industria dei
fondi continua a rappresentare un elemento distruttivo di ricchezza”. E ancora:
“Si è verificata una diminuzione di ricchezza pari a circa 86 miliardi di euro nell’ultimo
quindicennio” (1984-2013). Per i sottoscrittori, non per le banche.
L’indagine di Mediobanca è andata avanti per una quindicina d’anni.
Poi è stata sospesa. Perché Mediobanca è entrata in forze nel retail, a pescare anch’essa nel “parco
buoi”?
Un sedia a rotelle per
handicap fisici costa 31 mila euro – per metà o poco meno a carico dello Stato.
Più di un’automobile di media cilindrata, benché di meccanica molto più
semplice. E ha una vita di soli due anni o poco più.
La sedia fa il paio con i
medicinali salvavita che costano centinaia e migliaia di euro. Si può speculare
liberamente sulla salute.
Sono tornate in bolletta le
odiose tasse di scopo per la rete elettrica e per le fonti di energia rinnovabili,
per lo più le pale eoliche, fiorente business tutto guadagno. L’una e l’altra
sempre più costose della “materia energia”, del consumo effettivo di
elettricità o di gas. Ma a che “scopo”, dove vanno veramente tutti questi enormi
introiti fiscali?
Che fine hanno fatto le
associazioni di utenti e consumatori? Proprio mentre impazza il “mercato”, per
il cui controllo quelle associazioni erano state inventate, in Gran Bretagna e in America.
Nessuna associazione di consumatori che chieda conto di queste “tasse
di scopo” - Terna e i “palisti” pagano?
L’Esomeprazolo Teva
Italia, medicinale da banco, ha dodici pagine, fitte, di “bugiardino”. Impossibili da leggere,
e poi da capire. La funzione del “bugiardino” è di informare o di lavarsene le mani? Se è così,
perché imporlo? Come le dozzine di firme che bisogna mettere in banca o all’assicurazione,
senza nemmeno sapere il perché, volendolo. Volendolo, è impossibile
leggere dieci o venti pagine fittissime . Che d’altronde usano un giuridichese incomprensibile.
E poi, non bisogna evitare gli sprechi, di carta, d’inchiostri?
Fruttero un po' pallido, senza Lucentini
Una randonnée di un giorno in giardinetta, di una gentildonna che s’immagina giovane, lasciando lo yacht a Porto Ercole all’Argentario, tra rovine etrusche, conventi disabitati, chiese trecentesche, piazze rinascimentali, a un oscuro appuntamento, sotto una minaccia imprecisata ma incombente. Un racconto classificato da Google come horror, in realtà una sorta di ghost story, ma estiva, molto, disimpegnata. Come una “vacanza intelligente” quali “L’Espresso” proponeva allora, tra i borghi della Toscana – anzi della Maremma, che Fruttero recente “castellano” nel complesso intellettuale-residenziale di Roccamare, con Calvino e Citati, scopriva con meraviglia.
Un Tascabile del Bibliofilo in prima edizione, Longanesi, memorabile, nel giugno del 1981, assortito di trenta “fantasmi femmina”, trenta fotogrammi, di Federico Fellini - oggi irriproducibili benché castigati. Nel nome della “ditta”, Fruttero&Lucentini. Dopo essere stato pubblicato, senza foto, su “L’Espresso”. Poi ripreso a proprio nome dal solo Fruttero, il contributo di Lucentini essendosi limitato a una telefonata.
Un racconto un po’ tirato via, come dirà lo stesso Fruttero diventato personaggio tv. Dopo il successo de “La donna della domenica”, le richieste a F&L affluivano copiose, talvolta con proposte di intrecci: “La richiesta stavolta era per un racconto di genere poliziesco, avendo «La donna della domenica» diffuso tra i periodici la seguente equazione: vacanze-brama d spensieratezza-letture d’evasione-polizieschi brillanti-F&L. Cedemmo un paio di volte a tali offerte, con risultati ai nostri occhi non entusiasmanti”. O forse il contributo di Lucentini era essenziale alla “ditta”.
Carlo Fruttero, Ti trovo un po’ pallida, Oscar, pp. 85 € 9
domenica 3 settembre 2023
Ombre - 683
Il
Superbonus costa ora 100 miliardi. Di giorno in giorno si allarga il buco
aperto nei conti pubblici dalla finanza allegra di due governi molto rispettati,
Conte e Draghi. Tra Superbonus e Reddito di cittadinanza avremo due-tre anni di
ristrettezze gravi nella spesa per la sanità, la scuola, le infrastrutture. Ma
niente scalfisce il. mito. Perché è un (ultimo?) residuo della sinistra, intesa
come sbadataggine?
Si è tenuta a Scilla e Villa San Giovanni in Calabria una
convention dei Conservatori e
Riformisti Europei, il raggruppamento che Giorgia Meloni presiede. Il “Quotidiano di Calabria”, senza dire di che si
tratta, la fa criticare oggi, con
un’intervista, dal segretario del Pd a Villa. La convention aveva per tema “Se cresce il Sud cresce l’Europa”.
Capita
di seguire Napoli-Lazio al ristorante, quindi senza audio. E di vedere due reti
bellissime, non contestate dai napoletani, annullate ai laziali per
“millimetri”: sembra una comica, i gesti del’arbitro, le espressioni dei
giocatori, muti. Il fuorigioco di millimetri è una scemenza, bisogna non avere
mai giocato a calcio o semplicemente corso in vita propria. Ma questo calcio avvocatesco
è ributtante: la professione giudiziaria è la più abietta in questo momento in
Italia, ma tutto è “giudiziario”. Si direbbe una società bacata.
Sergio
Rizzo spiega profusamente su “L’Espresso” (“Così i giudici amministrativi hanno
trovato il modo di garantirsi ricchi incarichi extra”) come i magistrati
contabili (Corte dei Conti) e amministrativi (Consiglio di Stato) si sono
reintrodotti surrettiziamente la giustizia privata dei lucrosissimi arbitrati,
da qualche anno proibita per legge – la “giustizia ordinaria” è lenta, nei
processi con molti soldi è meglio ricorrere a un accordo privato, mediato da un
Gran Giudice. Il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti, che si penserebbero –
e loro stessi s’impancano a – supremi organi di diritto, come bande in realtà
di affaristi.
Amato
non dice nulla, sulla strage Itavia nel
1980, che già non si sapesse, come Parigi può obiettare, quindi è solo la
scelta di “la Repubblica” di spararla grossa. La novità è in un particolare,
sgradevole: dare a Craxi la colpa se il missile contro Gheddafi finì per
abbattere l’aereo di linea. Chi era Craxi nel 1980 per sapere che la Nato
preparava un agguato a Gheddafi? E come fece ad avvertirlo, all’insaputa del
governo italiano e dei servizi Nato? Amato è sempre stato guardato con sospetto
nel Psi, probabilmente lo conoscevano. Dal testo della intervista sembra pure che nel 1980 fosse intimo di Craxi, una sorta di segretario, mentre era anti-craxiano.
Amato
si mostra anche singolarmente – avendo studiato anche negli Stati Uniti – digiuno
di politica internazionale. Craxi certamente non confondeva l’Olp con Gheddafi.
Come Amato fa, nel 2023, ex presidente della Corte Costituzionale - ci sono
arabi e arabi.
“Superbonus
edilizio. Calo di gettito complessivo per lo Stato pari a 74 miliardi”. Elly
Schlein: “Non hanno soldi per mantenere le promesse”. Ma Schlein ci è o ci fa?
500
manifestanti a Napoli per il Reddito di cittadinanza e contro il governo sono
molti o sono pochi? Abbastanza per farci due pagine di giornale. Ma allora anche
i giornalisti beneficiano del Reddito di cittadinanza, una grillata delle più
bestiali?
Nel
fondo pagina sperduto cui è confinata la
sua rubrica di politica internazionale, il lunedì, giorno dello sport, Sergio Romano
scrive: “L’America, la democrazia militare che guida il mondo libero”. Detto
quasi al confessionale, è una cosa di cui vergognarsi?
Si
ride di Mancini cattolico professo, devoto di Medjugorie, dove va spesso, delle
apparizioni della Madonna, che va in Arabia Saudita, uno dei paesi più arretrati
in materia di leggi, per dare una mano a imporsi fra i paesi “liberi”
(occidentali), ad avere una patente di “normalità”, anche se è tutto il
contrario. In effetti, la cosa è ridicola come sembra: un Paese non diventa
calcistico solo perché il padrone lo vuole, il padrone non può allevare undici campioni
e qualificarsi per il Mondiale - può comprarli ma non allevarli. Ma forse, più
che altro, bisognerebbe non invecchiare. Perché: che se ne fa Mancini di tutti
i soldi che l’Arabia Saudita gli pagherà?
Sesso al microscopio, senza fantasia
Un
film – volutamente? – antierotico. Sotto forma di proposta erotica: sei coppie
si intrecciano mentre sono impegnate tutte a trovare nuovi stimoli, o comunque
a scandagliarsi sessualmente: quanto sono “attive”, quanti margini potrebbero o
dovrebbero ampliare, eccetera. Cose così, la filosofia o del sesso, quando è
freddo. Tra esibizionismo e astinenza, non esclusa la finzione.
Un
progetto che forse voleva essere birichino. Ma le bellezze, peraltro attempate,
di Monica Bellucci e Carole Bouquet, che fanno coppia, non riescono nemmeno
loro a dare slancio al film.
Il
tema è quello di “Bella di giorno”, cinquanta o sessant’anni fa, di “Eyes wild
shut”, trent’anni fa. Rispettabile. Ma moltiplicato per sei sembra un’indagine
sociologica, all’opposto del titolo.
David
e Stéphane Foenkinos, Fantasie, Sky
Cinema Uno
sabato 2 settembre 2023
Cronache del nuovo mondo – haitiane (246)
Si prepara una nuova invasione di
Haiti, sotto l’egida dell’Onu. La decisione è in calendario il 15 settembre. Il
Consiglio di Sicurezza dovrà decidere una mozione per un intervento armato che
riporti l’ordine nell’isola. In quella è probabile che Russia e Cina blocchino
la mozione. Ma ci sono altre vie per aggirare il divieto, in Assemblea, anche a
posteriori, cioè dopo l’invasione.
Gli Stati Uniti hanno intanto
richiamato tutti i loro residenti nella repubblica caraibica. “Dopo avere per
oltre un secolo insanguinato il paese, installando o favorendo dittatori
corrotti, sopprimendo la democrazia, il governo americano ora sollecita gli
americani a scappare”.
Haiti è da tempo nel caos. “Potremmo
cominciare con la lista delle me maggiori violazioni dei diritti umani e dei
massacri che hanno avuto luogo in Haiti solo nelle ultime settimane, ma ce ne
sono state così tante che l’elenco - di
quartieri decimati, bambini rapiti e uccisi, massacri perpetrati, case e negozi
dati alle fiamme, donne e ragazze violentate, giornalisti e altri commentatori
critici assassinati, beni rubati, vite distrutte, famiglie ridotte senza casa –
è diventato ultra-familiare e perfino noioso”-
(“The Nation”)
America gerontocratica
“On the dangerous reign of the Octogenarians”
è il sottotiolo. sulla politica pericolosamente dominata dagli ottogenari.
Partendo dalle ripetute défaillances
ultimamente del capogruppo della minoranza repubblicana al Senato (Senate
Minority Leader), ottantunenne. Che non è riuscito ad andare avanti in una
conferenza stampa benché avesse tutto scritto dai collaboratori sul
teleprompter. Dopo esere caduto in albergo, senza inciampare, durante un party
di sottoscrizioni elettorali: “In sei mesi, McConnel è passato da temuto capo
parlamentare del parttto Repubblicano a un simbolo di come rapidamente le cose
possono andere male per la fragile gerontocrazia dell’America”.
Lo
stesso per il presidente Biden che si ricandida, mentre si moltiplicano le sua gaffes, amnesie, difficoltà motorie. E
anche Trump, altro sicuro candidato presidenziale, non se la passa bene, per i
suoi 78 anni l’anno prossimo, è per per tutto il resto che si sa.
Susan
B. Glasser, The Twilight of Mitch
McConnell and the Spectre of 2024, “The New Yorker”, 1 settembre 2023, free
online
venerdì 1 settembre 2023
Generali d’Italia
Generali è la più grande
compagnia di assicurazione – era fino a qualche anno la più grande d’Europa,
con posizioni importanti al centro del
continente, che onorava l’Italia, Generali Italia. Ma non se ne parla più, si
parla molto invece di generali, dell’esercito. In vesti bizzarre.
Il più famoso è il generale che
si proclama reazionario, Roberto Vannacci. Non una novità, ma lui è riuscito a
fare testo, e cronaca. Il più curioso è il generale Gerardino “Gerry” De Meo,
esperto di intelligence, in Italia e
anche in ambito Nato,che si è fatto fregare 200 mila euro da una cinese. Anche questa
non è una novità: una ventian d’anni fa Santoro fece la sua stagione in tv con
un generale giovane (era il generale più giovane? un quarantenne) che si era
fatto derubare da una presunta amante tutto quelo che aveva guadagnato in anni
di missioni all’estero.
Poi c’è il generale Figliuolo,
che col cappello d’alpino perennemente calzato e in divisa d’ordinanza ha
gestito i vaccini anti.covid. E da un compito d’ordine, di logistica, è stato trasformato
in commissario post-alluvione in Romagna, a gestire una crisi che invece di ordine
ha bisogno di iniziatia, cioè di fantasia, e di risarcimenti pubblici spediti.
Anche questa non è una novità: il generale segue a una lunga serie di prefetti-commissari,
ai quali si è soliti delegare ogni cosa: c’è la mania del commissariamento. Che è naturalmente,
ovviamente, improduttivo – un freno a mano invece di una gestione, competente.
I “generali” - nella gestione della
cosa pubblica e nell’opinione macchiettistica - sono il problema di una
politica che continua a latitare. All’evidenza.
Il sogno di guidare un’automobile, nel paese del petrolio
Un’oretta
di pubblicità. Ben fatta, se viene rilanciata da piattaforme a pagamento. Ma
che tristezza.
Il
film sarebbe della possibilità per le donne saudite – no tutte, quelle sposate
– di poter infine guidare un’auto. Convenientemente velate, e meglio se con il
padre o il marito al fianco.
Manca
ancora molto per la maggiore età delle donne in A. Saudita. Ma il regime si
vuole nobilitare nel senso della modernità, proiettato al cuore del mondo degli
affari e della Grande Politica, pur essendo una monarchia tribale senza nessuna
istituzione e con poche leggi – la maggiore e decisiva è quella del re padrone.
Abbastanza ricco da pagarsi le maggiori agenzie americane e britanniche di relazioni
pubbliche. Che inventano per lui piani di ammodernamento a ripetizione – una
politica d’immagine.
Un
documentario un po’ vecchio, del 2019, quando il divieto di guida fu allentato.
È cinque anni fa che la proibizione totale alle al volante è stata ammorbidita.
Quelle che si (intrav)vedono nel documentario non sono “donne saudite” ma
modelle in costume – ci saranno, anzi ci sono, si può testimoniarlo, donne
saudite intraprendenti e affascinanti, ma non nella pubblicità, specialmente
non al cinema, solo all’estero, al Cairo, a Beirut, quando possono scappare.
Un
documentario pubblicitario, non per il pubblico saudita. Si può vederlo come
promemoria, oggi, di un tempo remoto – sarà inevitabile che le donne in quel
paese diventino prima o poi esseri normali, e allora potranno divertirsi
guardando le prime volte che guidarono un’automobile. Nel paese del petrolio, della
benzina.
Erica
Gornall, Saudi Women’s Driving School,
Sky Documentaries
giovedì 31 agosto 2023
Letture - 530
letterautore
Faust
–
È un romanzo, il “Faust” di Goethe: è la lettura che ne fa il cardinale Gianfranco
Ravasi nel “Breviario” con cui apre il supplemento “Domenica” del “Sole 24 Ore”.
A proposito dell’autoflagellazione con cui comincia il poema: “È sconfortante
questa confessione che fa di sé il Faust di Goethe, nell’impressionante scena notturna
con cui si apre, dopo il prologo, l’omonimo celebre romanzo”.
Gadda
–
Ma è biblico! La scoperta è del cardinale Ravasi, nel breve saggio
“L’apocalisse si fa largo tra il dolore”, pubblicato sempre sul “Sole 24 Ore”
domenica: “In molte sue opere affiorano simboli e figure bibliche, soprattutto
i segni fiammeggianti dell’Apocalisse”.
In un articolo del 1940, su “Nuova
Antologia”, Gadda celebra i Vangeli - “particolarmente i sinottici”, sono
parole sue, “nella divina limpidezza della parabola: essi ci riportano alla verità
del mondo morale,quasi incedendo verso la luce, sempre!”. In un racconto di
“Accoppiamenti giudiziosi” esalta, altre parole sue, “la voce della bibbia, il
più grande libro che sia mai stato scritto”.
Molta “Apocalisse” è in “Eros e Priapo”,
citata e insieme glossata. Ritornante è la figura del Cristo, le cui parole
sono da Gadda spesso citate – nel primo romanzo, “La meccanica”, il “sinite parvulos venire ad me” dice
appello “detto dal primo socialista del mondo”.
Sulla “Cognizione del dolore”, lettura
giovanile sulla quale il cardinale non sapeva orientarsi, ha casualmente,
scrive, trovato la chiave in un saggio di poca diffusione, dal lui maneggiato
da direttore della Biblioteca Ambrosiana, “La paralisi e lo spostamento”, di
Rinaldo Rinaldi (Bastogi, Livorno, 1977). Un’analisi del romanzo “che giungeva
a questo esito inatteso: «Un fitto reticolo di suggestioni evangeliche fa
veramente sistema, tanto da poter parlare di struttura cristologica del
romanzo»”. Rinaldi, junghiano, “traccia una mappa complessa”, avverte il cardinale,
sulla quale poi arriva a identificare Gonzalo, il figlio, con tutti i suoi
tormenti, in vario modo col Cristo. Ma, aggiunge, “sta di fatto che l’approdo terminale
della vicenda di don Gonzalo ha un rimando al Consummatum est del Cristo crocifisso. Scrive infatti Gadda: «Tutto
doveva continuare a svolgersi, e adempiersi: tutte le opere. E l’ora da una
torre lontana sembrò significare: “Gli atti sono tutti adempiuti”»”.
Gioacchino
da Fiore –
“Con tutta la sua santità il povero Gioacchino non è mai stato santificato.
Rimane solo un Beato. Forse c’era qualcosa di peccaminoso negli anni che
trascorse alla corte siciliana”, Giuseppe “Pino” Orioli, “In viaggio”, 60.
Orioli, compagno di viaggi e di vita di
Norman Douglas, era preclaro libraio antiquario a Firenze, nonché editore
(degli angloamericani in Italia negli anni 1930). Visitando il convento di San
Giovanni in Fiore, così continua: “Con me avevo un suo libro, Vaticinia sive Prophetiae (Venezia,
Porrus, 1589). Non è un cattivo libro”, ha 34 incisioni, “abilmente eseguite”,
la tradizione, una premessa di Pasqualino Regiselmo, la vita di Gioacchino scritta
dal Barrio, ma, prosegue, “non sono mai stato capace di vendere questo libro,
anche se nei miei cataloghi ha un prezzo basso: 7/s 6 d.”, sette scellini e sei
pence.
Old Calabria – Il viaggio a piedi
per la Calabria, da cui trarrà il suo classico “Old Calabria”, aprile-luglio
1911, Norman Douglas fece con Eric Wolton. Un ragazzo di tredici anni che aveva
conosciuto pochi mesi prima, esattamente il 5 novembre 1910 – quando Douglas
aveva 42 anni. Del ragazzo che l’accompagnava non c’è traccia in “Old
Calabria”. Ma lo ricorda Giuseppe Orioli, il libraio-editore fiorentino nel racconto
di viaggio in Calabria fatto con Douglas e altri due amici inglesi
nel 1933. Lo fa ricordare allo stesso Douglas. A San Demetrio Corone, dove torna nella primavera del 1933 col suo nuovo
compagno che è lo stesso Orioli, Norman Douglas si allontana un momento dalla
strada del cimitero dove si stavano recando per “per guardare la casa dove alloggiò
insieme a Eric per una settimana nel 1911. Era una grande casa isolata”.
Norman poi racconta a “Pino” che “la proprietaria, ora
defunta, era singolarmente gentile con loro e dopo solo quattro giorni si
affezionò così tanto ad Eric che voleva adottarlo”. Era molto ricca: “Possedeva
la casa, pecore, bestiame, vigneti e
campi di granturco”. Vedova, “odiava i parenti che erano in vita, perché
aspiravano solo ai suoi soldi. Era ansiosa di andare da un notaio e lasciare
tutto a Eric, a patto che restasse con lei a San Demetrio fino a quando fosse
morta”. Non era “una brutta prospettiva” per il ragazzo, commenta Douglas, ma
lui “era molto affezionato a Eric” e non disse niente ai suoi genitori.
Pederastia
–
Sul caso di Norman Douglas e del giovanissimo Eric (v. sopra, “Old Calabria”),
il quarantenne scrittore e il dodicenne che lo accompagna nella sue peregrinazioni
per la Calabria, e su altri casi di pederastia di persone famose o comunque per
un qualche motivo attraenti, senza violenza cioè, una forma di patologia è stata
individuata, la Child Sexual Abuse Accomodation Syndrome, Csaas. Modellata specialmente
sul caso di Norman Douglas, lo scrittore che vivrà nel dopoguerra tranquillamente
a Capri, dove morirà (pare di buona morte procurata, per un male incurabile),
ma prima della guerra subì processi e arresti, che evitò con la fuga.
La casistica erotica di Norman Douglas,
che ricorda spesso quella di Pasolini, è analizzata e spiegata da Rachel Hope
Cleeves, una storica americano-canadese, nel volume “Unspeakable”, molto
dettagliato, che come sottotitolo recita: “A Life beyond Sexual Morality”.
Norman Douglas conobbe il ragazzo Eric,
Eric Wolton, al Crystal Palace di Londra, luogo di divertimenti, il 5 novembre 1910,
una festa popolare, di fuochi d’artificio. Se lo portò in Italia col consenso
dei genitori. E in Italia nel lungo viaggio a piedi che poi raccontò in “Old
Calabria”, il libro che gli diede la fama, dall’aprile al luglio del 1911. Poi Eric
si fece la sua vita, da dipendente pubblico in varie parti dell’impero
briotannico, ebbe dei figli, e rimase sempre grato a Douglas, per le tante occasioni
che gli aveva offerto di “migliorarsi”. Porterà i figli a Capri, a conoscere
Douglas, prima della morte dello scrittore.
Ma non solo di Eric, Norman Douglas ebbe
la stima di molti influenti amici, Conrad dapprima, e poi Graham Greene, Aldous
Huxley, Somerset Maugham, D.H.Lawrence a lungo (“L’amante di Lady Chatterley”,
cui dovette la fama, fu pubblicato dal compagno di Douglas, Pino Oroli, nella
Lungarno Series che editava a Firenze), E.M.Forster, Romaine Brooks... Praticava
sesso di preferenza con i bambini, per sua stessa ammissione, centinaia di
bambini e di bambine, tra i 10 e i 13 anni.
I fatti sono sempre stati noti. Prima
dello studio di Cleeves, ne aveva parlato in dettaglio il biografo Mark Holloway,
nel 1976, “His Norman Douglas. A Biography”.
L’attività erotica di N. Douglas fu specialmente
profusa in Italia. Nel giugno del 1895 si era presa una licenza dall’ambasciata
britannica a San Pietroburgo, dove lavorava, per visitare Lipari. Dove scoprì i
veri costi della pomice, tenuti segreti dalla compagnia inglese che la sfruttava,
e le condizioni di produzione, con uso
intensivo del lavoro infantile, e denunziò il tutto al Foreign Office – “la sola
costa giusta che ho fatto in vita mia”. L’anno dopo, a novembre, si licenziava
dal Foreign Office e comprava Villa Maya a Napoli, una enorme villa-castello,
dove intrattenne un rapporto speciale con un quindicenne, Michele – meravigliato
dell’approvazione e la riconoscenza che la famiglia del ragazzo gli portava, ricorda
in “Looking back” (dedicato a Eric), e cita la madre in italiano: “L’avete
svegliato”. Un Raffaele Amoroso, specializzato nella fornitura di “divertimenti
amorosi”, fu il suo paraninfo a lungo. Una raccolta di lettere dei suoi vecchi-giovani
amanti è stata pubblicata: Eric, René Mari, Marcel Mercier, Ettore Masciandaro,
Emilio Papa, con foto, anche nude, dei corrispondenti da ragazzi. Nel 1910
dovette lasciare in fretta Londra per evitare un processo. Nel 1936 lasciò
Firenze per sfuggire all’arresto, per un rapporto con una bambina. È stato anche
sposato e ha avuto due figli, di cui nella causa di divorzio ottenne l’affidamento.
Svevo-Joyce
–
Molte cose li univano, ma una soprattutto, è la scoperta di Mauro Covacich su
“La Lettura” di domenica: una lingua appresa, non “naturale”, non familiare. Molto
più di un’amicizia, questa comune esperienza linguistica. Entrambi scrivono in
una lingua imparata, da adulti, non nativa: “È il vero collante sia della vicenda
umana che dell’esperienza artistica dei due scrittori. Entrambi danno vita a opere
memorabili scritte però in una lingua appresa. Svevo impara l’italiano sui
libri e, come dichiara in molti luoghi, non ha modo di parlarlo quasi con nessuno
(la lingua corrente a Trieste ancora oggi è il dialetto). Allo stesso modo,
Joyce è un irlandese che rivendica un rapporto di estraneità con la lingua inglese
(vedi «Il ritratto dell’artista da giovane»), anche lui l’ha imparata a scuola
e finirà per insegnarla a stranieri, in terra straniera”.
Il deserto in Calabria
Non
si salva niente. È una Calabria anno zero, anzi sotto lo zero, poiché va all’indietro: non vende, non produce, non sa. Sembra un atto di malumore, ma l’autore procede con determinazione. Non solo gli
indici economici condannano la Calabria, i calabresi stessi ai autocondannano –
quando votano a destra? Un saggio breve ma puntuto.
Con
qualche imprecisione. La Calabria non è il fanalino di coda dell’Unione Europea
– non è una consolazione, ma giusto per essere precisi. E non è Andreatta che
ha creato l’università a Cosenza: è stato Mancini. Che ha nel 1980 ha indicato
Andreatta, allora solo economista a Bologna, quale ordinatore (con Sylos
Labini) della facoltà di Economia, per evitare i condizionamenti locali. Che
poi invece ci sono stati.
L’autore
è economista a questa università, la Unical. Già assessore e vice-presidente
della giunta regionale Calabria di Agazio Loiero, l’ex parlamentare e ministro Dc,
poi Margherita, L’Ulivo, Pd, dal 2005 al 2010 presidente della regione Calabria.
Domenico
Cersosimo, Calabria, l’Italia estrema,
“Il Mulino”, 29 agosto 2023
mercoledì 30 agosto 2023
Problemi di base - 765
spock
“Le palle da tennis possono sentire dolore”, Evan Waite-River
Clegg?
“Solo il dolore insegna cos’è la vita senza il dolore”,
Stefano Benni?
“C’è solo un genere”, Evan Waite-River Clegg?
“L’eternità dura fino ai quarant’anni”, Giuseppe Pontiggia?
“L’energia femminile è più forte anche se meno
visibile di quella maschile”, E. Junger?
“La civiltà non fa parte del dna, e va
costruita”, Vittorino Andreoli?
“Il passato è bello solo nel
ricordo, e pretendere di riviverlo la più pura delle follie”, A. Palazzeschi?
spock@antiit.eu
Casanova sotto analisi, irresoluto
Una
sorta di autoanalisi di Salvatores, che non sa più riconquistare la leggerezza
di “Mediterraneo”. C’entra poco Casanova, il personaggio. Ma c’entra poco anche
Schnitzler, lo scrittore austriaco sul cui racconto omonimo il film s’impernia.
Il
racconto di Schnitzler è casanoviano, di follia amorosa, e di vecchiaia e solitudine
– squallore. Casanova cinquantenne, sulla via del ritorno a Venezia, incontra e
seduce Marcolina, giovane, bella e studiosa, di matematica e filosofia. La seduce con l’inganno, e quando viene sfidato
dal fidanzato di lei, lo uccide in duello. Dopodiché prosegue il viaggio per Venezia, dove si farà spia dei
Dieci. La vicenda come narrata da Schitzler fa parte del film, intersecandosi
con quella personale del regista. Che nella lavorazione ha incontrato una bella
contadina, le ha fatto un figlio e ora
non lo vuole, non lo vorrebbe, non sa.
La
vicenda va avanti, con due film in uno: il regista, sconfitto a Venezia, in
lite col produttore Alberto e con l’aiuto-regista Gianni, si isola, ma riconquista
la contadina – che si chiama Silvia, poeticamente - e forse riuscirà a
farsi padre.
Un apologo: il regista-Casanova questa volta s’innamora,
naturalmente di una fanciulla semplice. Un apologo in chiave duplice: una
storia in parallelo tra la paternità naturale e quella artistica. Lo schema consunto
del contrasto tra il naturale (la pulsione amorosa) e l’artificiale (l’arte, il
cinema). Con Toni Servillo e Bentivoglio.
Se queste
sono le ambizioni, un altro dei film irresoluti che da qualche tempo caratterizza
Salvatores. Come se non ne fosse convinto – come facesse una proposta: vediamo
che ne pensate. Come una svogliatezza, o disappetenza.
La
tramina del film curiosamente lo propone con questo taglio: “Leo Bernardi, un
celebre regista cinematografico, è impegnato nel montaggio del suo ultimo film,
«Il ritorno di Casanova». Ma, una volta montata la scena iniziale, il regista
inizia a disinteressarsi del progetto”. La psicoanalisi al cinema rende poco,
in quanto tale, come disciplina: pratica, modalità, linguaggi.
Gabriele
Salvatores, Il ritorno di Casanova, Sky
Cinema Due
martedì 29 agosto 2023
Indebitarsi per Tim
Il
Tesoro ha problemi, da un mese il governo insiste che non sa come quadrare la
finanziaria o def, insomma il budget
2024, ma spende 2 miliardi e mezzo per Tim, “un gruppo strategico”. Più di quanto,
probabilmente, incasserà con la discussa tassa sugli extraprofitti di Intesa,
Unicredit e le altre grandi banche. “Strategico” a che cosa? Alla rete
telefonica, che non sa gestire, ogni utente lo sa? Alla persecuzione che
infligge da anni agli italiani, quando infine ha scoperto la fidelizzazione,
dopo averli tratscurati e scaricati per decenni, con quattro chamate spam al giorno? E quanto stratetigo, se lo
stesso gruppo fu venduto 26 anni fa con una valutazione da 70 mila miliardi di
lire, 35 miliardi di euro (il Tesoro incassò 26 mila miliardi di lire, tredici
miliardi di euro, per il 36 per cento del gruppo) mentre ora si valuta 10
miliardi (il Tesoro pagherà 2,2 miliardi per il 20 per cento), ma in Borsa si trascina
a pochi centesimi.
È strategica la rete telefonica?
E perché è stata abbandnata per trent’anni, e tuttora è gestita in malo modo
(basta entrare, tentare di entrare, in My Tim)?
E bisognerebbe anche sapere perché
non lo era quando Telecom-Tim fu privatizzata, e la cablatura dell’Italia, avviata
a passo di carica dalla Sip-Stet, fu lasciata a metà, abbandonata: l’Italia
poteva essere il primo paese con internet veloce per tutti, grazie alla
cablatura, e invece l’investimento andò in fumo (quanti miliardi, in euro, sprecati). Una storia troppo contorta,
questa del telefono pubblico, che meriterebbe mettere da parte per sempre. La privatizzazione
senza condizioni (strategia? tattica?) fu fatta dal governo Prodi, il primo,
con Guido Rossi a presiedere, l’inossidabile cache-sex di molto malaffare a piazza Affari.
Marlowe al cinema, irlandese
Si
riedita il creatore, Raymond Chandler, già in libreria con Feltrinelli ora ritradotto da Adelphi, e
si ripropone il suo personaggio, “Marlowe”, detective perduto tra gli anni e l’alcol.
Riscritto da “Benjamin Black”, lo pseudonimo che lo scrittore irlandese
Banfield adotta per i romanzi gialli. Una produzione Sky, in omaggio a Liam
Neeson, l’attore che contemporaneamente festeggia con una settimama di suoi
vechi film, per la sua centesima pellicola – termine desueto, ma come lo è l’omaggio.
Black
ricrea tutto in classico Chandler. Il classico del thriller-noir americano
degli anni a cavallo della guerra che tanto amavano Oreste Del Buono e Laura
Grimaldi. Quindi Los Angeles 1939, figlie bionde, genitori ricchi e potenti,
droga, alcol, Hollywood. Il cocktail in cui il vecchio cinico Marlowe non può
che perdersi. Con l’aneddoto chandleriano dell’omicidio-suicidio per finta. Con
in più un “cartello” messicano, per stare sull’attualità.
Sky
asseconda il romanziere e la memoria di Marlowe, con Diane Kruger figlia mozzafiato
e Jessica Lange madre. E la cosa in qualche modo regge. Ma Chandler-Marlowe al
cinema non ha buoni precedenti – non ha precedenti. A parte il potentissmo “Chinatown”
di Polanski mezzo secolo fa, con gli inarrivabili Nicholson, la figlia Dunawaye
e il padre John Huston – chandleriano senza dirlo.
Il
film è il rifacimento del rifacimento. In fondo, un omaggio irlandese, di Jordan
e Black-Banfield, all’irlandese Neeson.
Neil
Jordan, Detective Marlowe, Sky
Cinema Uno
lunedì 28 agosto 2023
Ombre - 682
“Migranti,
è record di sbarchi”. Ogni giorno. Da quanti giorni, da quanti anni? Ma è
sempre una notizia, qualcosa di nuovo e in qualche modo preoccupante. Solo i giornali,
e il papa, neo premiato del giornalismo 2023, non sanno che è un problema,
serio? Con l’accoglienza e tutto – e senza contare i morti, decine ogni giorno,
centinaia.
Due
pagine e anche quattro sui processi a Trump, sui coimputati, su chi ha i soldi per
pagarsi la difesa e chi no, e niente della giudice che ha orchestrato l’ultimo processo
in Georgia, per “banda armata” o qualcosa di simile. Se non che è una “procuratrice
d’acciaio”. Ma c’è su tutti i giornali americani; si chiama Fani Willis, Democratica
professa, e applica contro Trump e i 18 associati la legge antimafia. Applica
la legge anti-mafia per un processo non mafioso?
Certo,
Trump è antipatico.
Gioia
Tauro e Porto Empedocle si candidano per
gli impianti di rigassificazione, e non ricevono ascolto. Mentre il governo li
impone a Piombino e a Livorno, che invece non li vogliono. Perché così fa
comodo alla Snam? Perché la Snam ha
interesse a favorire l’affitto delle navi metaniere equipaggiate per la
rigassificazione? Ci sono “sfioramenti” in questi contratti d’affitto? A vantaggio
di chi?
Mancini saudita si direbbe la prima notizia, dei
tg e dei giornali. Invece scompare – insiste solo la “Gazzetta dello Sport”,
che ha fatto la scoperta, con gli altri sportivi a malincuore. Non si può ridere
di Mancini, è lesa maestà? Non si può ridere dell’amore di patria?
Il
papa va in Mongolia. A predicare ai buddisti, che non amano le prediche. Alla
sua età, e con i suoi acciacchi, un viaggio di un giorno. A parte il time lag.
Specialmente pesante per chi viaggia a Oriente. Forse il papa è solo stravagante, nel senso
etimologico. Forse va in Mogolia perché non uccidono i cristiani, sono solo un
migliaio – ci va in sicurezza.
Chi
ha abbattuto Prigozhin, sia stato con la bomba a tempo oppure con un missile? È
stato Putin oppure Zelensky? Che ha già centrato obiettivi singoli in Russia tra
i più prossimi a Putin, Aleksandr Dugin e altri.
“Il
Venerdì di Repubblica” evoca le colonie marine per i bambini. In Romagna, in
Versilia. Tutte opere d’autore. Tutte costruzioni durature, vanno per il secolo
di vita. Tema certo spinoso: i palazzinari del regime qualcosa costruivano, i
bambini erano accuditi, i genitori non erano lasciato soli con i bambini nei
tre mesi estivi, eccetera. Il problema è che non si fa la storia nonché della
Repubblica, neanche del fascismo, dopo De Felice. Non si studia perché il
consenso – a parte le filippiche contro la tabe morale degli italiani.
Sullo stesso giornale l’ingenua Aspesi si chiede, all’ultima riga della sua rubrica:
“Francesco Alberoni, il colto docente di sociologia dai libri spesso molto belli,
era vicino a Fratelli d’Italia e non so il perché”. Già, perché?
Forse
per questo Alberoni non è stato celebrato in morte?
Sarkozy
che fa lezione di morale a Berlusconi, non si sa se ridere o piangere. Uno che
aveva pagato la (ex) moglie perché fingesse la famiglia unita per la campagna
presidenziale. Ma questo uomo è quello che ha fatto male, molto male, all’Italia,
invece che a Berlusconi. Con la comare Merkel – che, è notorio, lo disprezzava,
disprezzava Sarkozy. Siamo messi bene.
Il
vertice Ue si chiuse il 23 ottobre 2011, si ricorderà, con Angela Merkel che
annunciava: “Abbiamo fiducia in Berlusconi, l’Italia deve attivare le misure
per crescita e riduzione del debito” (di 50 miliardi l’anno, niente….). Ma
Sarkozy, scoppiando a ridere insieme con la stessa Merkel, precisava: “Abbiamo
fiducia nell’insieme delle autorità italiane”.
A
febbraio 2012 la Deutsche Bank, cara al cuore di Merkel, si liberava di tutti i titoli pubblici italiani. A luglio, poiché i
titoli del debito italiano non erano crollati abbastanza, ne dava notizia al
“Financial Times”. E la crisi del debito italiano è partita. L’Italia se l’è
vista brutta, ma Merkel pensava che la Germania, fallendo l’Italia, sarebbe
stata meglio?
Però,
il generale contro, il generale Vannacci, aveva anche denunziato come
pericolose le bombe a uranio impoverito. Nella ex Jugoslavia e altrove – molti militari italiani della bonifica ne sono stati vittime. Anche di questo,
però, non si può parlare.
La vendetta è impossibile
Gli
ultimi giorni in realtà sono tumultuosi, fino alla tragedia. La storia Manzini
l’avrebbe “tratta da un fatto vero”. Non raro (anche oggi un assassinio a coltellate, per furto in tabaccheria): il dolore per una morte
violenta, immotivata, di un figlio nel fiore degli anni non si cancella con la
condanna dell’assassino. Peggio se i benefici di legge lasciano presto il
colpevole libero.
Manzini
ci ha creato sopra una suspense che
attanaglia, seppure con mezzi e artifici comuni – o proprio per questo. Sul
solco del “Borghese piccolo piccolo” di Monicelli e Sordi: la vendetta è sempre
amara.
Con
l’ennesima celebrazione della Guzzi 500, “la” moto, il Falcone, il cavallo dei
Corazzieri, il monocilindrico a quattro tempi. Seppure per un finale equivoco–
apre nell’incubo un futuro diverso, tanto più per essere improbabile.
Antonio Manzini, Gli ultimi giorni di quiete, Sellerio,
pp. 231 € 14
domenica 27 agosto 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (535)
Giuseppe Leuzzi
“Parmenide, Pitagora, Vito, Croce, viaggio nella cartografia
delle idee”: Ottavio Di Grazia può fare su “Mimì”, l’iperbolico settimanale
culturale del “Quotidiano del Sud” il 20 agosto, questo tracciato della
filosofia perenne. Da Elea, “oggi la bella Ascea”, dove vissero e insegnarono
Parmenide e Zenone, all’illuminismo napoletano, e al serbatoio Croce, ancora largamente
intonso. In questo caso non il solito “classicismo” scolastico, ma un fatto:
una temperie, una disposizione.
“’A zannella”, la lettura a
distanza, ironica ma benevola, degli eventi - il reale, il mondo, il normale e
l’anormale, eccezionale - è meglio rappresentata probabilmente da Nanni Moretti.
La cui madre, il genitore cui è sempre stato più legato, dall’adolescenza alla
fine, sempre presente nei film, fino a “Mia madre” in morte, al punto da
adottarne il nome per il suo alter ego in molti dei film canonici, Apicella, è
Agata Apicella, di Reggio Calabria.
Trump è perseguito in Georgia
sulla base della legge federale antimafia, il Rico, Racketeer Influenced and
Corrupt Organizations, che applica pene più severe e condizioni carcerarie più
restrittive per i colpevoli di delitti da criminalità organizzata. Il
presidente degli Stati Uniti a capo della mafia è più di quanto la mafia, fosse
pure dello scervellato Riina, potesse sperare – o Saviano immaginare.
Gioia Tauro e Porto
Empedocle si candidano sempre più inistentemente a ospitare gli impianti di
rigassificazione che si rendono
necessari dopo il blocco dei gasdotti dalla Russia. Non è una grande
scelta: i rigassificatori occupano molto spazio, come aree di rispetto, e non
producono indotto – hanno bisogno ridotto di servizi esterni. È un po’ la
scelta che fu fatta nel dopoguerra con le raffinerie. Che inquinavano. Ma anche
il gas non scherza.
È il mito della Grande
Industria – perdura solo al Sud? O dell’appalto?
Si può fare
Il Sud quest’anno va e fa
meglio di Francia e Germania. È un dato che non cambia niente, o quasi, l’economia
del Sud non vale l’1 per cento di quella francese o tedesca, ma il “sorprasso”
ha un senso: si può fare, si può lavorare. Il Sud può farcela, con tutte le
mafie e le antimafie di cui si è oberato.
La scoperta è della Cgia
Mestre, confrontando dei dati previsionali, anche se suppostamente affidabili,
delle più accreditate agenzie inteenazionali. Il Sud cresce quest’anno meno della
media nazionale, dell’1 per cento circa, contro un 1,1 del Centro e un 1,2 del
Nord. Ma cresce di più della Francia nel suo insieme (le previsione sono per un
+ 0,8 per cento del pil) e naturalmente molto di più rispetto alla recessione
tedesca (- 0,3 per cento).
Non è un miracolo: il Sud ha messo
a frutto un flusso di investimenti pubblici enormi, sia durante la pandemia, sia
l’anno scorso a mitigazione del caro-energia: “Nell’ultimo quadriennio lo Stato
ha erogato oltre 270miliardi”. Ne ha erogati di più al Nord, ma nel Sud la
spesa pubblica ha inciso di più, sollecitando soprattutto il comparto costruzioni
e l’agroindustria.
È una scoperta se comparata
con i dati del 1953, del famoso documentario-indagine sulla povertà in Italia
che l’Istituto Luce realizzò a complemento della ricerca della Commissione
parlamentare che tra il 1951 e il 1954 indagò sulla povertà in Italia. Sulle
condizioni di vita nelle valli alpine e del Delta del Po, nel Mezzogiorno, e
nelle periferie metropolitame di Milano, Roma e Napoli. Un lavoro di ricerca
assortito da una tabella riassuntiva sgomentante: la povertà colpiva meno del 5
per cento della popolazione nel Centro-Nord Italia, tra il 21 e il 40 per cento al Sud. In particolare:
3,1 per cento in Friuli-Venezia Giulia, 2,3 in Veneto,1,4 in Lombardia, 0,3 in
Piemonte, sul 2 per cento in Emilia-Romagna, Toscana e Marche. Passava al 7,1
per cento in Umbria, e al 10 nel Lazio. Saliva al 37,7 per cento in Calabria,
quasi due su cinque. E nelle altre regioni non molto meglio: 33,2 in
Basilicata, 25,2 in Sicilia, 23,0 in Puglia, 23 in Abruzzo-Molise, 22,8 in
Campania, 22,7 in Sardegna.
La verde Islanda
Il paradiso terrestre si è
spostato al Nord, estremo, tra i ghiacci e i geyser, le notti lunghe, i giorni
interminabili. Non è una novità, si sono costruite saghe su questi paradisi del
gelo e della notte. Anche al Sud, molti hanno messo e mettono il paradiso al
Nord. Ma in Islanda ora è diverso, attesta “Il Venerdì di Repubblica”, con un
ampio reportage, testo e foto, di Claudia de Lillo. Perché “sono un migliaio
gli italiani che hanno scelto come nuova casa il paese di Björk, dello
stoccafisso e della parità di genere”.
Sono molti, sono pochi?
L’arcipelago non arriva a 400 mila abitanti. Le sorprese vengono dentro. Le
storie sembrano di disadattati, per motivi che non sappiamo, a leggere quello
che dicono. La prima, Sara Bianchi, marchigiana, 43 anni, è in Islanda da
quindici anni: è sposata, ha due figli, racconta de Lillo, “fa la maestra
d’asilo per 2.500 euro netti al mese, che non bastano. Per arrotondare fa le
pulizie nel suo condominio e la commessa in un negozio per turisti, quando i
bambini sono con il padre, che «nel frattempo, come si usa qui, ha avuto un
figlio con un’altra donna»”. Dunque, un paese a corto di uomini. E qui si può
capire il paradiso: è degli uomini.Ma è scontento anche il latin lover, Roberto Luigi Pagani, di Cremona: “Qui prima si fa
sesso, poi si decide se proseguire. Per divertirsi le ragazze preferiscono
stranieri di passaggio”.
Anche il cibo lascia a
desiderare. Nino Giunta, “un italo-scozzese” di Carate di Brianza, è dapprima
lirico: “I ritmi lenti degli islandesi mi ricordano la Sicilia di mio padre”. È
istruttore sub e ama immergersi, le sorgenti geotermiche pullulano: per chi si
nutre di avventura, dice, l’Islanda è un banchetto continuo, ma non lo è per il cibo, “che mi toglie la gioia” –
“meglio l’acqua del cibo”, sintetizza il giornale. Francesca Stoppani, 26 anni,
di Sapri, esordisce arrabbiata: “All’inizio ero arrabbiata con l’Islanda,
perché è una società nepotista e tutto avviene per raccomndazione”.
L’infermiere
Christian Spagnol, di Pordenone, è in Islanda con la moglie, anch’essa
infermiera, lavorano in ospedale, lui con uno stipendio netto attorno ai 3.700
euro mensili, addetto alle terapie intensive, ma trova che “la sanità locale
non è impeccabile”. Si è trasferito in Islanda con la moglie nel 2018, “in autunno”, ricorda, “io lo chiamo «la stagione
degli adiii», per i tanti tentativi di suicidio”. E spiega che “la salute
mentale “è un problema critico, così come l’abuso di alcol, oppioidi e droghe
pesanti”. Per 350 mila abitanti? Per il figlio Spagnol vuole un futuro diverso:
quando andrà alle elementari cercherà un altro Paese, “perché qui il livello
scolastico è basso”.
A che servono le polizie
Il signor Antonio Minutolo da Reggio Calabria si ritiene obbligato a una
lunga precisazione, minuziosa, .500 battute, tre cartelle, che “Il Quotidiano del Sud” edizione Calabria
gli pubblica, sul salvataggio di una persona in difficoltà nel mare della
Marinella di Bagnara, “in località Cacilì”, dove “il malcapitato stava facendo
il bagno”. Soccorso dallo scrivente, insieme ad altre cinque persone, un
congiunto dello scrivente, “il padre del malcapitato”, un “signor Giuseppe
Dato” che interveniva prontamente dal porto di Bagnara con la sua imbarcazione, benché vi accudisse il
proprio bimbo di quattro anni, un congiunto del Dato, e due giovani di cui
fornisce età, nomi e cognomi. A cui si è aggiunto, sull’imbarcazione del Dato,
“un altro uomo, immediatamente non identificato nella concitazione del
momento”.
Il signor Minutolo protesta perché poi quest’uomo si
presenterà e sarà riconosciuto come l’eroe del salvataggio. Mentre non ha fatto
che “realizzare foto e video degli eventi”. Salvo qualificarsi alla fine come
“agente di Polizia non in servizio”. E pretendere dai presenti “i documenti per
l’identificazione”.
Bizzarro aneddoto, se non
per il fastidio della retorica corrente dell’“eroe”. C’è bisogno di “eroi”, la parola e la
figura retorica più ricorrente: è eroe indifferentemente chi aiuta un nuotatore
in difficoltà e chi salva un naufrago in mare in tempesta. Specie se il salvatore
è delle forze dell’ordine. Un richiamo non corrispondente al significato e
senso di eroe (“chi dà prova di grande valore e coraggio affrontando gravi pericoli
e compiendo azioni straordinarie”, Treccani”). Rispondente piuttosto a un
bisogno di ordine. Ma c’è da dire anche
che i Carabinieri hanno fatto scuola in fatto di “likes”, fotografando inchini
della Madonna in processione ai mafiosi.
A Soverato la regione Calabia
manda un commissario ad acta per la rimozione di “alcuni ombrelloni
adagiati sulla spiaggia”, bene demaniale. Oltre che per altri per altri due
abusi: una rampa di accesso in legno a un’abitazione, costruita dalla famiglia
che vi abita per abbattere una barriera architettonica, e lo spostamento di una
fiera artigianale all’ultimo momento in una sede diversa da quella
autorizzata.
Insieme con Soverato, altri
29 Comuni sono stati oggetto di commissariamento per lo stesso motivo, per
abusi, edilizi o paesaggistici. A prima vista una decisione politica: la
Regione, di centrodestra, castiga i Comuni non allineati, qualcuno del Pd,
altri ad amministrazione indipendente – questi per la maggior parte, il
centrodestra ritenendosi l’approdo naturale del voto civico, moderato. Tanto
più che si tratta prevalentemente di Comuni grandi. Il sindaco di Soverato, Vacca, un ingegnere, è stato eletto con 95 voti su cento a capo di una sua
lista, lasciando una decina di voti al centro-destra di Occhiuto, il presidente
della Regione. A Isola Capo Rizzuto la sindaca, dall’impegnativo nome
Vittimberga, avvocato, è del Pd, benché in polemica col partito. A Lamezia
Paolo Mascaro, indipendente, un avvocato contro cui i partiti hanno promosso
invano lo scioglimento del consiglio comunale per “infiltrazioni mafiose” –
misura che lo stesso Mascaro aveva impugnato amministrativamente con qualche
successo, e con la pronta rielezione.
Il colore politico dei
commissariamenti è confermato dal dirigente della Protezione Ambientale di
Occhiuto, l’ingegnere Salvatore Siviglia, che fissa sfottente un ultimo
appuntamento agli amministratori locali che volessero contestare il
commissariamento: lo fissa, con dichiarazioni ai giornali, alle ore 11 del 14
agosto – tra domenica 13 e i giorni festivi del 15 e del 16.
Ma sono abusi segnalati, a
Soverato come a Isola Capo Rizzuto, dalla Guardia Costiera. Che si direbbe
impegnata in ben altre osservazioni che gli ombrelloni sulla spiaggia –
Soverato è a 50 km in linea d’aria da Cutro, Isola Capo Rizzuto a una decina.
Cronache della differenza: Sicilia
Non è dolce Domenico Dolce con
la sua Sicilia, “madre, amante”. Soprattutto con i giovani, che sanno solo
scappare. Domenico Dolce di Polizzi, che di nome intero fa Polizzi Generosa.
Il paese di Borgese, Vincenzo Errante, e altri personaggi. Ma essere scontenti
fa parte della “sicilitudine”.
Mentre – contemporaneamente –
i ragazzi di Palermo violentatori danno ragione a Dolce. Quelli che si vantano,
dopo carcerati, dello stupro: violenti per essere sventati. Come del resto era
Riina, il grande distruttore. Stupidi ce ne sono dappertutto, ma solo
nell’isola un Riina è stato imprendibile, mitico.
È quello che prova a fare ora
Messina Denaro, il personaggio romanzesco. Che di se stesso dice, illustrandosi come primula rossa, bandito con una vita normalissima in mezzo alle squadre catturandi: “Io non faccio parte di niente, io
sono me stesso”.
Messina Denaro? “Un
criminale onesto”. A Maurizio de Lucia,
il Procuratoe Capo di Palermo, che lo interroga dopo l’arresto, contestandogli
l’appartenenza alla mafia, il bandito risponde: “Io non faccio parte di
nessuno, io sono me stesso. Ma se devo essere un criminale mi definisco un
criminale onesto”. E interrompe de Lucia che gli obietta: “Ma questo è un
ossimoro, lei sa cosa significa naturalmente”: “Sì l’ossimoro, la gelida
fiamma. Facevano sempre questo esempio a scuola”. Si direbbe un “tipico”
umorismo siciliano, o pirandelliano.
Il colonnello Russo aveva
inndividuato la mafia montante dei Corleonesi, di Totò Riina, e per questo fu
ucciso nel 1977. Senza nessuna risposta. Se non che la famiglia del colonnello fu
abbandonata. Nelle more della complesse pratiche per la pensione di
reversibilità, la vedova del colonnello dovette fare le pulizie in casa
d’altri. Lo ricorda la figlia Bebedetta
in un libro. Senza reazioni.
La Regione Sicilia paga di
multe 80 mila euro al giorno per non
completare i depuratori. Di cui la mitica costa ha gran bisogno. A Palermo “l’incompiuta
va avanti da 36 anni”, il collettore sud-orientale, “la spina dorsale del
sistema fognario”.
Canta Rosa Balistreri a
Palermo Chris Obehi. Obehi è nigeriano, di etnia, dice, esan (Is’han), un minuscola popolazione nel grande
Sud-Ovest della Nigeria, sbarcato a Lampedusa nel 2015, a diciassettte anni
dichiarati.
“La scelta di localizzare a
Lampedusa un hotspot ne ha fatto la
meta privilegiata degli scafisti. L’isola accoglie oltre 1.500 persone\migranti
al giorno, Pantelleria poche decine, benché sia più vicina alla Tiunisia, abbia
un’estesione maggiore e maggiori presido sanitari”, Pietro Massimo Busetta su
“Quotidiano del Sud”. Non c’entra il fatto che Lampedusa era per turisti pochi
e di pochi mezzi, mentre Pantelleria è dei ricchi e famosi?
Si fa scandalo in Sicilia per
una donna che va al ristorante cooperativo gestito da una cuoca senegalese,
chiede se la padrona è africana, e se ne va – senza nemmeno essersi seduta? Ci
si chiede se è una donna siciliana o una turista – il fatto è avvenuto presso
Agrigento. Ma si direbbe proprio siciliana: la provocazione del nulla – la donna
sapeva che la padrona era africana.
In un Tribunale non siciliano Dell’Utri
sarebbe stato condannato? Si può condannare sulla testimonianza di personaggi
come Cancemi, Contorno o Spatuzza?
È bastata una serie tv
fortunata, “The White Lotus”, e laSicilia all’improvviso torna meta turistica
internazionale di prima grandezza. Nei primi sette mesi gli arrivi sono aumentati
del 56,6 per cento, e il traffico aeroportuale del 62 per cento. A volte basta
poco – un poco di fortuna.
Evocando due film di mezzo secolo fa, “Malizia” e
“Giovannona coscialunga”, Emiliano Morreale nota che sono ambientati in
Sicilia. Erano film “d’evasione”, in “un momento di grandi contraddizioni”, il
1973, e “sceglievano la Sicilia come luogo in cui evadere”, per “la sua tradizione
di scrittori erotici”. Il critico ricorda Brancati e Patti. Ma anche Camilleri
si dilettava di romanzetti erotici – detti “di costume”, alla francese. Perfino
Sciascia divagò, sul cerhio e il triangolo.
Cagliostro fu molte cose che
probabilmente non fu, ma certamente fu siciliano. Anche quando fu “scoperto” –
che era impossibile: fu processato su denuncia. E periodicamente ritorna. Ora
con “Le cento vite di Cagliostro,” di Domenico Palmieri. L’uomo che è e che non
è. Che curiosamente non ha attirato l’attenzione di Pirandello, o di Sciascia, di
Camilleri. Anzi, dimenticato in Sicilia.
leuzzi@antiit.com
