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lunedì 11 dicembre 2023

Letture - 639

letterautore
 
Altezza – Nell’opera dei pupi dice molto, scopre Rumiz in Sicilia, nell’ultimo “Una voce dal Profondo”. Il “pezzo da novanta” sono i centimetri di Orlando, l’eroe. Mentre Gano è 50 centimetri al più. “U curtu”, il piccolo, detto famosamente di Riina, il capomafia sanguinario, non è un titolo, è un soprannome derisivo.


Caillois – Sasso (caillou) di nome e di interessi – nomen omen, si direbbe. Una mostra all’Accademia di Francia  a Roma sulle pietre, in natura e nell’arte, “Storie di pietra”, si apre nel segno del socio-antropologo Roger Caillois, che le collezionva e le “leggeva” – tra capriccio della natura e immagini d’artista.

Dante – Entra nella liturgia in chiesa, in particolare nella raccolta rinnovata degli inni sacri varata a suo tempo dal Concilio Vaticano II e ora infine messa a punto. Da buon conoscitore della liturgia, e anche utilizzatore di essa, della sua parte poetica, ora entra nella nuova “Liturgia horarum”, di 291 inni in versi latini, con due componimenti che riformulano in latino la preghiera di san Bernardo alla Vergine, all’ultimo canto del “Paradiso”.

Denti – A 34 anni Tolstoj non aveva più denti – Lev L’vovic Tolstoj, “La verità su mio padre”.


Freud – “Il Babbonemo di tutti loro”, così viene definito un personaggio, in conversazione con una psichiatra, ne “Il dubbio del killer”, il giallo di John Banville. Da un altro personaggio, che lo chiama così da “ammirato lettore di William Blake”. “Figli di Babbonemo” è per la verità una trilogia recente di Arno Schmidt. Riferita a William Blake è la poesiola sul babbo che non c’è, che non risponde agli appelli accorati dei figlio, “Il bambino perduto”.
 
Machiavelli – È repubblicano, indubbiamente, un democratico in termini moderni. Presentando sul “Sole 24 Ore Domenica” l’assemblea romana dell’International Machiavelli Society, Gabriele Pedullà lo fa repubblicano per le posizioni esplicite dei “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio”. Anche per l’esperienza personale, si può aggiungere. Ma, allora, il discorso del “Principe”? Sicuramente è (anche) una semplificazione del potere, mostruosa. “Oggettivamente”, si sarebbe detto una volta, un’esposizione contro il potere, in forma vendicativa celata, di apologia insostenibile – le categorie di sociologia politica per cui il trattatello lo ha reso celebre, della virtù, l forza, l’inganno, il fine, i mezzi, etc., non sono in sé valoriali.
 
Maschicidio – Tale si può dire il trattamento che Maria Callas riservò al primo marito, Giovanni Battista Meneghini, che per lei aveva lasciato la famiglia e gli affari: “Spietata col marito” la ricorda “Mephisto” sul “Sole 24 Ore Domenica”, “che l'aveva sostenuta e lanciata in una carriera stellare, lo detestava perché grasso, vestito da cumenda”, e lo tenne “senza rapporti d’amore per otto anni”. Benché lui l’avesse sposata che pesava 98 chili – pesava lei. Meneghini però non ne morì. E anzi, dice wikipedia, “il destino volle che, ottantaduenne, diventasse lerede della moglie, morta a 53 anni” – della ex moglie, ormai da diciassette anni.
 
Mogli – In aggiunta alle partner già note di poeti e scrittori che ne sarebbero state co-autrici, la studiosa di Musil Regina Schaunig, del Robert Musil Institut di Klagenfurt, aggiunge Martha Malcovaldi, moglie di Musil, cui la sua ricerca, “Das Murmeln der Dichterfrau: Martha Musil als Co-Autorin”, è dedicata, e  Venetiana Taubner-Calderon, “Veza”, moglie tarda, ai 37 anni, e poco amata, di Elias Canetti. Della moglie di Canetti riporta una lettera del cognato Georges, fratello dello scrittore: “Quello che tu hai fattom quello che tu sempre ancora fai, è straordinario, e credimi, farò di tutto perché si sappia chi di voi due era grande, grande in carattere”. E opina che questo sia il motivo per cui Canetti ha disposto “un personalissimo decretato… blocco della sua corrispondenza privata fino al 2024”.
Ma altre mogli Schaunig sostiene che ebbero parte dei lavori di scrittori famosi - .dopo avere ricordato che di Brecht è opinione comune che abbia preso il prendibile dalle sue amate “sul piano finanziario, emotivo e anche come co-autrici”. La moglie di Musil naturalmente, Martha Macovaldi, la seconda moglie di Dürrenmatt, Charlotte Kerr, Emilie Fontane (“ebne parte attiva nel lavoro letterario del suo  uomo, tra l’altro leggendo e correggendo i i suoi testo prima di ogni altro”). Afferma anche che Ingeborg Bachmann, col progetto “Todesarten”, voleva mettere i puntini sugli i, dopo che Max Frisch, suo partner di vita a Roma per cinque anni, ne aveva scritto in “Gantenbein”. E che Sofia Tolstaja sfidò,nientemeno, il marito, nei diari, le lettere, e il suo “controromanzo”, “Di chi la colpa? I racconti di una moglie”.
 
Persefone - È la prima vittima di violenza sessuale, se non di stupro. Rapita alla madre Demetra-Cerere, alla Terra, da Ade, il dio degli Inferi, che la confina al sottoterra, all’inferno. La fumettista neozelandese Rachel Smythe fa quella di Ade con Persefone anche una storia d’amore, nel quarto volume della sua rivisitazione della classicità, “Lore Olympus”, ma Persefone quando ritorna sulla Terra si ritiene liberata. Come tale è celebrata ovunque se ne radichi il mito, nella Loride (a Bova, a Pasqua, come rito della resurrezione), o a Enna, Siracusa e in Grecia, nei tanti luoghi dove se ne celebra il rito, a partire da Eleusi.
 
Psicoanalisi - Una “forma carsica” dello spirito la vuole Rumiz, nel suo viaggio nei terremoti (“Una voce dal Profondo”, p.47): “In fondo, la familiarità con le grotte aveva generato una forma di ‘carsismo’ emozionale nelle genti di casa mia, una Trieste dove, guarda caso, psicoanalisi e speleologia erano nate in anni vicini tra di loro”.
 
Santini – Repentinamente abbandonati, in chiesa e nelle processioni, con la fine del secondo millennio, risorgono su Terrorgran, la rete di siti ipernazisti. Charles Manson, quello della strage di Sharon Tate e dei suoi ospiti, si raffigura come “Salvator Mundi”. L’unabomber americano Ted Kaczinsky, matematico, accademico e serial killer come “L’intelligente”. Su “La Lettura” Alessandra Coppola  ne fornisce vari esempi.
Ricorrono anche nei giuramenti di mafia del giudice Gratteri e di Antonio Nicaso – di ‘ndrangheta nella fattispecie.
 
Terremoto - “Il ruggito del Minotauro”, prigioniero del labirinto - Paolo Rumiz, “Una voce dal Profondo”, 18
 
Trieste – Si può dire la capitale italiana del “profondo”, in senso fisico e psichico. Il triestino Rumiz ricorda di essere stato appassionato speleologo, lui come i suoi compagni, nell’adolescenza. Nel libro che raccoglie le sue indagini sui terremoti passati e recenti, “Una voce dal Profondo”. Adriano Sofri, triestino di nascita e di madre, ha inseguito per anni il sottosopra, i tombini, le cloache, i canaloni, le grotte. Magris la ricerca delle sorgenti del Danubio ha lasciato indefinite, una sorta di variazione della terra, della terra umida. Trieste è anche la città della psicoanalisi, parte della più vasta psicologia del profondo.  

letterautore@anti.it

Il Sud riscoperto, dal di dentro

“Quarantamila anni” fa “un cratere grande come l’intera città  si era aperto fra Marechiaro e Capo Miseno. L’eruzione vomitò fuoco, incendiò gli Appennini e sparò ceneri fino in Siberia, generando un tale raffreddamento del clima che forse contribuì all’estinzione dell’uomo di Neanderthal e fece trionfare la razza più evoluta di Cro-Magnon”. È di Napoli che si parla, che fa “storie” a sé, che si tratti di un terremoto delle razze umane o dello scudetto. Ma la cosa è possibile, oltre che suggestiva, quindi è certa.
Nella Penisola il terremoto è la normalità, benché rimossa: “Quel tuono in Do minore abitava stabilmente  la spina dorsale dell’Italia e la rappresentava più del suo inno nazionale, ma gli italiani non lo sapevano e, quel che è peggio, preferivano non saperlo”. Quel che è peggio? È possibile, il Male non ha limiti.
Rumiz, che fa qui un viaggio nei terremoti, nell’Italia dei terremoti, non ne fa un male. Ne fa la scoperta. Il viaggiatore dei Balcani, cui lo disponeva (destinava?) la sua città, Trieste, ma più dell’Italia, dell’Italia sconosciuta agli italiani – rimossa, trascurata, dimenticata – e più autentica, l’Appennino, le Alpi non sciistiche e non “turistiche”, risale la penisola lungo le sue linee di faglia –la raccolta dedicando “a Roberto De Simone”, il trascurato della migliore Tradizione napoletana, “e alla terra che l’ha  cresciuto”.
Un viaggio nel Sud di fatto - al Nord sono riservate poche note, da ultimo. Che Rumiz tratteggia ad abundantiam nei linguaggi, gli umori, le sensibilità, e come oggi usa nei sapori. Una ricognizione di capacità affabulatoria vivissima. Si torna bambini leggendolo, golosi di storie , sempre magiche o diaboliche. Rumiz sa raccontare anche le parole: disastro, rischio, desiderio – e il “pezzo da novanta”, l’altezza di Orlando nell’opera dei pupi. Dolente: un Rutilio Namaziano dei nostri giorni, cantore malinconico dell’ “Europa al tramonto”.
Con una serie di personaggi ordinari-straordinari, di ambienti poco frequentati, in Sicilia, Calabria,  Basilicata, Irpinia, A bruzzi, Molise, nella stessa battutissima Napoli, estesa a Ercolano. Con figure anche memorabili, quale Ludivico Corrao, grande comunista, e principe dei tempi andati, che da solo progetta la “sua” Gibellina ricostruita dopo il terremoto e rimasta  inabitata tanto è inospitale – con la macabra fine a opera del giovane domestico bengalese.
La risalita dello Stretto di notte, da Reggio a Cannitello, su uno sloop da 12 metri, là dove le “piattaforme” continentali Europa-Africa s’iconrrano, è una sinfonia drammatica. Come, in breve, la morfologia (la poesia) dei venti, Libeccio, Tramontana, Grecale, nello Stretto. La presenza della Grande Madre ovunque, di madonne più spesso “nere”. E l’insistito parallelo tra la sicilianità e la napoletanità, la malinconia e la danza, un mondo dalla tonalità in La minore e uno in Sol maggiore. Il terremoto è “il ruggito del Minotauro”, rinchiuso nel labirinto. Con la scoperta che la Padania, tettonicamente, è Africa. E una misurata ma ineliminabile denuncia dell’imprevidenza – “non so perché ci chiamano «il Paese dei furbi»”.
In nota Rumiz precisa che “il racconto trae spunto da una serie di viaggi compiuti dal 2009 al 2023, alcuni dei quali narrati come reportage su «la Repubblica»”. Il titolo è di Monica, la sua nuova compagna.
Da leggere-gustare come voleva Voltaire, una vita da lettore, con la matita in mano. Con un triste epicedio, anticipato alla pagina 60: “Niente come l’assenza di precauzioni antisismiche  svelava il tramonto della memoria e al tempo stesso la scomparsa del futuro dalla mente degli italiani”.
Un viaggio nei terremoti dal “muro di Ancona” del comico Ferrini in giù che è anche la scoperta di “una gloriosa pluralità negata dall’idea di nazione”. Ma forse solo dall’idea leghista, che Rumiz non nomina mai ma che non può non averlo segnato, uno spirito aperto qual è. Proiettandolo da un paio di decenni sulla disprezzata Italia “minore”, dopo decenni da grande inviato nelle grandi questioni continentali.
Paolo Rumiz, Una voce dal Profondo, Feltrinelli, pp. 287 € 18 

domenica 10 dicembre 2023

Ombre - 697

Strano veto di Biden a una tregua a Gaza. Possibile giuridicamente, ma è una dichiarazione di non innocenza della politica americana, quale si pretende di essere. Vetare la tregua è stato solo un atto d’imperio – sul fatto, Israele poteva comunque non fermare la guerra a Gaza, è dal 1967 che non si cura delle Nazioni Unite.

“La Scala in piedi per Liliana Segre. L’urlo dal loggione: «Italia antifascista»”. Perbacco, è come quando il loggione intonava Viva V.E.R.D.I.?  E non ce ne siamo accorti, per quanto la Rai fosse fissa sul palco, con la senatrice Segre.
 
Dice che era uno che ha urlato, non il loggione. Dice che la Digos è accorsa a identificare l’antifascista. E che l’ha identificato, ma non l’ha denunciato. Perbacco, e come ha fatto? Glielo hanno indicato gli altri loggionisti? Si è autoidentificato? Miserie delle cronache o miseria dell’Italia?
 
Si scopre dalle cronache dell’eredità Hermes contestata che esiste a Ginevra una fondazione “attiva contro la disinformazione giornalistica”. Siamo arrivati a tanto? La fondazione esiste, si chiama Isocrates, Ginevra la ospita al palazzo delle Fondazioni, e serve da statuto a “promuovere un dibattito pubblico informato favorevole al rafforzamento della democrazia e alla lotta alla disinformazione.”.
 
Si finanzia il pastificio Rana per riportare la produzione dei piatti pronti dal Belgio al Cuneese. Si finanzia Stellantis, cioè Fiat, cioè Elkann, per riportare la produzione di autoveicoli in Italia a un milione l’anno – e quando, se se ne produce meno della metà? Si  torna all’industria sussidiata – industria privata. Perché c’è un governo di destra? Perché la Germania ha bisogno di analoghi sussidi e quindi Bruxelles fa finta di nulla (i sussidi alla produzione sarebbero proibitissimi)? La “concorrenza” ha sempre avuto un suono sinistro, come di una clava, contro la concorrenza.
 
È anche vero che gli incentivi per l’auto elettrica, pagati dal governo, cioè dagli italiani, sono andati per quattro quinti finora all’estero. Colpa della Fiat, che non ha consentito a nessun produttore di auto di aprire fabbriche in Italia, e poi se l’è filata. Ma tutta la politica di transizione verde, i sussidi, gli incentivi, gli “oneri di sistema” etc., è un business, non troppo onesto.
 
La produzione è ferma, quasi, mentre le banche battono ogni record: nove mesi d’oro in questo 2023. Unicredit supera Intesa per utili, 6,7 miliardi contro 6,1 (più, rispettivamente, 68 e 85 per cento sui nove mesi 2022 - la superava, cioè, già un anno fa). Seguono, a distanza ma con forti incrementi: Bper 1,09 (col tratto meno rispetto al 2022, - 26 per cento, scontando poste straordinarie l’anno scorso), Bpm 943 milioni (+ 94 per cento), Mps 929 (+ 178), Mediolanum 572 (+ 52), Credem 439 (+94), Sondrio 349 (+130). La crisi fa bene alle banche? Certamente no. Ma la Bce alla “tedesca”, i tassi museruola, evidentemente sì. 
 
“Patto sui migranti in Albania: uno spot a caro prezzo”. 
“Le opposizioni: soldi buttati nel cestino”. “E quelle di Tirana dicono l’intesa incostituzionale”. Ma le opposizioni di Tirana sono di destra. E lanciano fumogeni e petardi in aula. Nomineranno capitana Elly Schlein – o Giuseppe Conte?

 Ancora “la Repubblica”, questo invece in un fondo pagina: “Schlein archivia il mito delle primarie”. Il mito, il partito Democratico è nato e ha vissuto su un un mito Obiezioni nel partito del mito? Abbiamo scherzato?
 
Si occupano alcuni licei a Roma con una “azione coordinata”, per “portare avanti le nostre istanze”, “alzare il livello del conflitto”... . Sembra un formulario, e lo è. Della vecchia burocrazia giovanile del Pci, redatta sul linguaggio delle assemblee sindacali nate morte degli anni 1970. Studenti di cinquant’anni – settanta mettendoci gli anni di scuola?
 
Sottoposta a critiche bi-partisan la politica di Biden a favore di Israele su Gaza, il segretario di Stato Blinken ha rimediato bloccando i visti ai “coloni estremisti” israeliani in Cisgiordania. Curiosa decisione. Sottintende che gli estremisti non sono israeliani poveri e illetterati provenienti dalle aree povere del’Est Europoa o dal mondo arabo-islamico, ma gente abbiente, se è legata agli Usa. E che si sa chi sono i “coloni estremisti”, cioè assassini, in Cisgiordania – gli Stati Uniti lo sanno come?
 
“Sull’Inter non mi esprimo più da quando il faldone sui nerazzurri è scomparso durante le inchieste di Calciopoli, poi riemerso quando il reato era andato in prescrizione”, Giovanni Cobolli Gigli. Come non detto – non un accenno nelle due ore del docufilm Sky su Calciopoli.
Cobolli Gigli, lombardo di Como, dirigente d’azienda (Fabbri Editore, Mondadori, Rinascente), era stato nominato dalla famiglia Agnelli presidente della Juventus nel 2006, come garante di legalità dopo l’attacco napoletano congiunto, di Carabinieri e Procura.
 
Il libriccino di Bazoli “Il processo e la pena” – il processo è la pena - è andato subito esaurito. Altrettanto introvabile è uno dei due libri di Mori e Obino, gli ex Carabinieri, quello che accusa i giudici palermitani di avere occultato, trent’anni fa, il loro “dossier appalti”. Tutto ciò che “spiega” la giustizia è ampiamente condiviso.
 
La giustizia si direbbe l’istituzione meno autorevole in Italia, materia di scandalo per i molti. Ma non molla: si autoprotegge, e questo è comprensibile, ma è anche protetta. Dai cronisti giudiziari si capisce. Ma dalla presidenza della Repubblica, che ha poteri ampi in materia, e dal Csm no. Che abbia poteri di ricatto sarebbe solo ovvio – che altra ragione c’è?

Un lampo vecchio due miliardi di anni luce

Lo studio di un gruppo di ricerca italiano, pubblicato su “Nature Communication”, dimostra che esplosioni cosmiche possono temporaneamente danneggiare lo schermo naturale che ci protegge dalle radiazioni solari. Il titolo della comunicazione dell’astrofisico Ubertini si riferisce al più recente evento di questo genere, due mesi fa, non preannunciato ma neanche avvertito, per effetto del più potente lampo cosmico di raggi gamma mai registrato.
Il 9 ottobre 2022, alle 15,21, tutti gli osservatori spaziali di alta energia in orbita attorno alla Terra e nello spazio interplanetario hanno rivelato il più forte lampo di raggi gamma (GRB) mai osservato: era il risultato dell’esplosione di una supernova distante 1,9 miliardi di anni luce da noi. Questo evento, denominato dagli astrofisici GRB221009A, è risultato essere uno dei più brillanti arrivati sulla Terra negli ultimi 10.000 anni. È stato eccitante scoprire come questo lampo di raggi gamma, incredibilmente intenso e di lunga durata (circa 800 secondi), abbia causato un macroscopico cambiamento del campo elettrico, che ha subito un aumento di circa 60 volte: un effetto mai rivelato prima.
Pietro Ubertini, Il più potente Gamma-Ray Burst cosmico mai registrato ha modificato l’alta ionosfera terrestre “Scienzainrete”, free online

sabato 9 dicembre 2023

Problemi di base divini - 780

spock


“Dio è una virgola, non un punto ermo”, card. José Tolentino Mendonça, amico del papa?
 
“La Chiesa cattolica è per i santi e i peccatori, per le persone rispettabili è sufficiente la Chiesa Anglicana”, Oscar Wilde?
 
“O si pensa o si crede”, Schopenhauer?
 
“Le processioni sono un rito superstizioso”, mons. Francesco Milito, vescovo di Oppido-Palmi?
 
C’è un rito non superstizioso?
 
“L’ateismo è una categoria storica propria della destra”, Franco Cardini?
 
“La nazione nasce come concetto di sinistra, come opposta a Dio”, id?


spock@antiit.eu


Il processo è la pena

Un potente scopre la giustizia nella conformazione italiana, della giustizia come tortura, la giustizia politica. Fatta di Procure e cronisti giudiziari. Una berlina, un ludibrio, nella forma della tortura “medievale” della carne staccata a brandelli con pinze e coltelli. Una pena in qualche modo sempre capitale per l’accusasto, e i suoi congiunti e conoscenti, prima del giudizio e durante, prima della condanna – specie se l’assoluzione non si può evitare.
Avvocato di formazione, e di professione prima di diventare il Grande Banchiere che poi è stato (avvocato della diocesi di Brescia, avviato alla finanza per essere l’avvocato del vescovo),  Bazoli è stato esposto sul rostro degli accusati per nove anni, nella sua stessa Brescia, prima di essere assolto, in Tribunale e in Appello.  Quei nove anni ha vissuto, come tutti gli indagati e rinviati a  giudizio, come fosse già condannato: esposto al pubblico ludibrio. Per l’insolenza dell’accusa - le indiscrezioni, gli innuendo, le indignazioni, più o meno finte – e per le cronache che-c’inzuppano-il-pane. Se ne è lamentato dopo l’assoluzione definitiva, e quelle considerazioni propone ora a stampa.
Bazoli non è un mammoletta. È uno anzi famoso per il pelo sullo stomaco. Come banchiere, negli acquisti, cessioni, accorpamenti, liquidazioni, senza riguardi per nessuno, con cui ha creato Banca Intesa, il maggiore gruppo bancario. Come editore surrettizio della Rcs-Corriere della sera, dietro il nome di Rotelli, al tempo del ludibrio di “Mani Pulite”. Come leader occulto della sinistra cattolica o popolare, ex democristiana. Nei confronti di Prodi, per esempio. Ma più nei confronti di Fazio, il governatore della Banca d’Italia che aveva saputo traghettare le sbrindellate banche pubbliche (Iri e di Rispamio) verso il mercato: Bazoli ne decretò la perdita del posto e dell’onore per avere intralciato alcuni suoi disegni di espansione, soprattutto la conquista di Generali - Fazio fu condannato, ma a Milano, dai giudici di Bazoli.
Morale della favola e dell’indignazione? I giudici “di sinistra” (bazoliani) hanno segato Fazio, i giudici di destra ci hanno provato con Bazoli, con perdite. Bazoli comunque vince, si direbbe, alla slot della giustizia, 1-0. La “giustizia di sinistra” è più giusta di quella di destra? O chi semina vento raccoglie tempesta?
Ma essere processati a novant’anni, per non avere commesso il fatto, certo è dura.  
Giovanni Bazoli,
Il processo e la pena, La Quadra, pp. 65 € 10

venerdì 8 dicembre 2023

Il problema di Kiev con le minoranze

Non si dice ma il vero problema per l’ingresso dell’Ucraina nella Ue non é la corruzione (le leggi anti-corruzione) ma la mancata protezione delle minoranze. Contenziosi sono aperti con la Polonia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria.
Creata nel 1922 come membro fondatore dell’Urss, l’Ucraina è stata privilegiata da Mosca nella delimitazione dei confini, sia alla creazione che nel dopoguerra, quando il dominio sovietico si estese all’Europa orientale. Dopo l’indipendenza, al crollo dell’impero sovietico nel 1991, si è trovata molte questioni aperte sulle minoranze da parte dei paesi vicini, soprattutto Polonia e Ungheria. Problemi che ha cominciato ad affrontare recentemente, con la presidenza Zelensky.
Zelensky si è trovato ad applicare una legge già promulgata sull’ucraino quale lingua dello Stato. Ma ha promosso nel 2020-21 una serie di adempimenti degli obblighi internazionali a protezione delle minoranze, “Sulle comunità nazionali dell’Ucraina” e “Sui popoli indigeni dell’Ucraina”. Essenzialmente sull’uso della lingua delle varie minoranze, e sulla formazione scolastica in lingua. Leggi poi non applicate per l’intervenuta guerra con la Russia.
Al censimento del 2001, non più ripetuto, un quarto abbondante della popolazione si dichiarava allogeno. Per lo più russi, il 22 per cento. Bielorussi ed ebrei erano censiti allo 0,9 per cento, le altre comunità nazionali attorno alla metà di punto: moldavi, bulgari e polacchi allo 0,5 per cento, ungheresi e rumeni allo 0,3. Il censimento non è stato ripetuto perché, molti ucraini essendo emigrati in Europa orientale (in Italia prima della guerra se ne stimavano 225 mila), la popolazione nazionale residente risultava ridotta, e le minoranze per conseguenza proporzionalmente gonfiate.
Per i russi era previsto prima dela guerra un “Regime speciale di autogoverno  locale in determinate aree di Donetsk e Lugansk”, una legge del 14 settembre 2014, approvata sulla base degli Accordi di Minsk, che avevano chiuso la crisi aperta dall’occupazione e l’annessione russa della Crimea. Una legge aggiornata sei mesi dopo, col recepimento degli accordi di Minsk II. Ma le due leggi non sono state applicate. In parallelo, l’Ucraina aveva varato leggi per “garantire la sovranità statale” sulla Crimea (nello stesso 2014) e sulla “Politica statale per garantire la sovranità dell’Ucraina sui territori temporaneamente occupati nelle regioni di Donetsk e Lugansk”
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Verdi fa Shakespeare romantico

Una sorta di manifesto di Verdi nella maturità, che, grazie al dramma creato da Schiller, può mettere assieme l’amato Shakespeare, dei caratteri forti, la violenza del potere, e il romanticismo d’obbligo – l’amore, l’amicizia, la sofferenza, la morte. Per una messinscena che lo rende tutto, questo doppio binario: lo mostra, lo amplifica, cattura lo spettatore. Il dramma fa commovente. Nelle arie, “Ella giammai m’amò”, i duetti armonici, e di più nei numerosi passaggi concitati, irruenti, travolgenti, anche in duo, o a tre, quattro e cinque voci, senza soverchiarsi l’un l’altro e senza cancellarsi, nella giusta misura, ognuno per sé irato, perplesso, commosso. Musica appassionante, di cui il maestro Chailly sembra non aver disperso un accento.
Luis Pasqual non ha imposto, ha servito una regia, monumentale e intimistica. Come, osserva giustamente, è nel cliché di Verdi, che alterna il kolossal  all’intimistico – la personalizzazione romantica ambienta nel grand opéra storico: masse statiche, solo mosse dalle luci, su fondali cupi, come solo potevano essere. Di cui propone una chiave tanto semplice quanto accattivante: l’Escurial, il palazzo-prigione di Filippo II, a metà tra il conventuale e il carcerario. In armonia con i costumi in nero – quante variazioni offre il nero - di Franca Squarciapino. Il “cast colossale” della promozione ha dato il meglio di sé – anche se Netrebko, forse perché un po' matura per fare la donzella (ma sono i librettisti che non distinguono, la fanno “madre” per don Carlo, mentre è una giovine francese promessa sposa dal padre monarca al monarca di Spagna), si spara all’ultimo atto tutto il colossale, amplissimo registro di voce – per quanto soprano a volte delicata.
Giuseppe Verdi, Don Carlo, Teatro alla Scala

giovedì 7 dicembre 2023

Siamo già stranieri

Siamo già stranieri, e non lo sappiamo. L’ultimo Dossier Statistico dell’Idos (Immigrazione Dossier Statistico, il centro studi e ricerche di Caritas, Migrantes, Unar e Chiesa valdese) spiega che nella Ue vivono (vivevano a fine 2022) 37,5 milioni di cittadini stranieri, l’8,4 per cento della popolazione complessiva. E che 24 milioni di questi erano extracomunitari. Sommandoci anche i naturalizzati, il totale dei migranti era di 55,3 milioni – su una popolazione complessiva di 450 milioni.
Su quote analoghe naviga l’Italia (di cui l’annuario 2023 celebra il cinquantesimo del primo saldo attivo dell’immigrazione sull’emigrazione: avvenne nel 1973 - e poi ci vollero 25 anni per la prima legge che regolamentasse il fenomeno). Nel 2022 i lavoratori stranieri sono stati conteggiati in 8,4 milioni. Il 10,3 per cento degli occupati, con quote più alte in alcuni settori: 15,6 nell’edilizia, 17,3 negli alberghi e ristoranti, 17,7 in agricoltura, il 62,2 nei servizi domestici.
La quota immigrata del mercato del lavoro è l’unica che cresce, mentre ristagna o diminuisce la quota nazionale. In Italia più che in altri paesi. L’Italia va, nelle proiezioni Idos, verso un deficit di lavoratori di 7,8 milioni da qui a venticinque anni, pur calcolando un incremento annuo ridotto della produzione, e gli effetti prospettabili dell’intelligenza artificiale.  

Giallo killer

Nel primo terzo non succede niente - si procede per vedere come andrà a finire. Una coppia di medici in vacanza a San Sebastian, lei ebrea tedesca anglicizzata, psichiatra, lui irlandese anatomopatologo, incontrano una coppia di medici locali, lei giovane irlandese, lui brizzolato, di Cadice. In parallelo, in breve, un giovane scalzacani mezzo barbone, che si idealizza killer di professione, avviato da un vecchio gay incontenibile, che lo ospita per i suo piaceri.  
Il secondo terzo è di violenze familiari, stupri, incesti, suicidi. Nell’Irlanda “cattolica” – ma anche i protestanti non sono meglio. Con Dublino, città esanime,  al centro di un paese diviso e corrotto. Nella terza parte, la conclusiva, la storia non si conclude. Ci sono morti, sappiamo tutto degli assassini, ma non c’è finale.
Tra Londra, Dublino e Donostia, il nome basco di San Sebastian – il titolo originale è “April in Spain”. Come Cossiga, i signori Quirke amano il paese basco come l’Irlanda – “la Spagna del Nord è come l’Irlanda del Sud. Piove sempre, è tutto verde, e sono tutti cattolici”.
Non una buona prova, se non di abilità a “fare rigaggio”. Con l’aria di un vecchio tentativo di romanzo esumato per stare sull’onda, per stare sul mercato. Dovremmo essere in anni recenti, poiché successivi ai Troubles, la guerra civile nell’Irlanda del Nord, quindi anni 1990. Ma pistole viaggiano tranquillamente in aereo sotto l’ascella o nella stiva. E San Sebastian non ha un aeroporto: ci si arriva, dopo l’aereo da Dublino o da Londra, con un lungo viaggio in treno - i viaggi (in aereo) prendono molte pagine.
John Banville, Il dubbio del killer, la Repubblica, pp.pp. 331 € 8,90

mercoledì 6 dicembre 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (545)

Giuseppe Leuzzi


Guardando la “Carta struttural-cinematica” del Cnr, delle derive tettoniche, Paolo Rumiz nota (“Una voce dal Profondo”, p. 18): “Ricordava ai fanatici dell’etno-nazionalismo che la Padania è geologicamente Africa, e che Europa è semmai l’Italia meridionale”. Che s’è sempre saputo e non vuole dire niente, se non che nei suoi milioni di anni la terra si è sempre mossa e si muove. Ma ha un senso spregiativo dopo il leghismo – una malattia infettiva del linguaggio.
 
Le città dove si vive peggio sono, secondo “Il Sole 24 Ore”, Foggia, Caltanissetta, Napoli, Siracusa e Crotone. Mah! Foggia e Caltanissetta non si sa, ma Siracusa? Anche a Napoli e Crotone si vive bene, egregiamente. Saranno classifiche come le bandiere blu, dove poi uno si ritrova il mare infetto, a vista d’occhio: ci sono cento (mille?) “criteri”, e i Comuni si adeguano – quelli furbi. 


Come Avati divenne regista
“È vero che suo padre era di origine calabrese?”, chiede Cazzullo a Pupi Avati. “Ci raccontava di discendere ad un aristocratico, Pio Avati”, la risposta: “Non era vero. Ho speso due milioni di lire per ricostituire l’albero genealogico, e in effetti ho trovato un Pio Avati: accattone e omicida”.
Ma il ricordo di un calabrese a Bologna Avati ce l’ha, a proposito del suo primo film, “un disastro, dilapidammo oltre duecento milioni del nostro mecenate, che si faceva chiamare Mister X”.  “Chi era?” “Carmine Domenico Rizzo, costruttore edile, primo contribuente dell’Emilia Romagna. Anche se era calabrese, per davvero”.
Erano gli ani 1960. Oggi Rizzo sarebbe in carcere (e Avati, coi suoi 200 milioni?), per concorso esterno in associazione mafiosa come minimo: non ci possono essere costruttori affidabili  del Sud al Nord. Dai Cavalieri di Catania a Ligresti la guerra è stata continua, indisiosa, dura. Quando si sono arresi, li hanno liberati.
 
La privacy è dei mafiosi
Una delle quotidiane polemiche politiche rivela un criterio e una condotta agghiaccianti della Pubblica Amministrazione. Cioè, non li rivela, li conferma, ci mette il timbro.
Da una di queste polemiche l’altra settimana si scopre che il capo del Dap, Dipartimento Amministrazione Peniteziaria, il giudice Giovanni Russo, ha semisegretato (“limitata divulgazione”) i contatti intercorsi in carcere al 41 bis tra i detenuti per mafia e l’anarchico Cospito. Per alleviare l’applicazione del 41 bis, o trasformarlo a termine. Contatti che un sottosegretario, che ne aveva avuto conferma a “limitata circolazione”,  avrebbe divulgato colpevolmente. E che al capo del Dap hanno dato ragione ben due giudici, in attività giurisdizionale: il sottosegretario non poteva divulgarli. Cioè, non si doveva sapere che i mafiosi al 41 bis speculavano su Cospito (i “contatti” venivano presi per alleggerire il carcere duro)?
I due giudici in cattedra, da gip e da gup, sarebbero stati mossi dall’ostilità politica verso il sottosegretario che ha divulgato i contatti. Ma la “limitata divulgazione” lo stesso è inquietante. Tanto più che il giudice Russo è della stessa area politica del sottosegretario.
Il motivo dell’inquietudine è questo: non ci sono altrettanti riguardi “regolamentari” (giuridici) a vantaggio dei cittadini non mafiosi da parte dei “tutori dell’ordine”, siano essi vigili, prefetti o giudici - si riceva una semplice multa, tutti possono vernirlo a sapere. Mentre si garantisce, per legge, la privacy dei mafiosi. E degli anarchici, naturalmente. Per una legge di cui si impone l’applicazione, contrariamente a tante altre.
 
Foglie morte in Calabria - Eranova muore con Moro
Una studentessa di Eranova all’università di Bari? Comincia male Abate la favola di un paese felice e poi infelice. Il racconto “Un paese felice”, di una Macondo del Sud, il miniborgo di Eranova tra San Ferdinando e Gioia Tauro cancellato per fare posto a un fantomatico centro siderurgio – poi sostituito dall’attuale porto di Gioia Tauro, un interporto-canale per container a grande profondità. Nessun calabrese è mai andato a Bari (eccetto lo stesso Abate, ma la sua è un’altra storia), troppo “lontano”, per strada o in ferrovia. Ma poi passa al “camillerese”, l’uso ancillare del dialetto, italianizzato, in misura saggia, che rende più della migliore descrizione : “Ci scialiamo”, “tu sei paccio”, “zappoliàto”, “manìcula”... E funziona: l’ambiente sa di raccolto, vecchio anche se recente, robusto di memoria.
In vacanza a Tropea nell’estate del 2016, spiega Abate in nota, si è imbattuto nel racconto di questa vicenda e s’è incuriosito. Da Bari, ove ha studiato all’università e si è laureato in Lettere, s’immagina ventiduenne innamorato di una collega di studi di Eranova, in riva al basso Tirreno, là dove ora c’è il porto. Ha indagato, in conversazioni a Gioia Tauro e, più, a San Ferdinando (ex) di Rosarno.  Specie con Franco Barbieri, l’ex sindaco, l’autorità in fatto di storia locale.
Da San Ferdinando, ex feudo dei marchesi Nunziante, venivano le famiglie che avevano dato vita a Eranova a fine Ottocento, prendendosi gli spazi demaniali inoccupati del contiguo comune libero di Gioia Tauro. Il racconto è dell’opposizione di questa famiglie, prima gioiosa poi disperata, alla desertificazione industriale cui li condannava il “pacchetto Colombo” del 1972 – piano di interventi industriali in Calabria (e in Basilicata), dopo la rivolta di Reggio Calabria nel 1980.
Il racconto Abate arricchisce con un medaglione simpatetico di Andreotti, ministro per il Mezzogiorno, a Gioia Tauro, alla sua maniera, precisa e gelida. E con un paio di ricordi commossi di Pasolini, uno dei destinatari delle richieste di aiuto degli eranovesi contro l’espianto - l’unico che rispose (gli altri destinatari erano il presidente Leone e il papa Paolo VI) e avrebbe presenziato alla protesta, ma prima fu ucciso. Un ricordo è di Pasolini alla libreria Laterza a Bari, incontro emozionante per il giovane Abate. L’altro è di una sparatoria in una trattoria povera di Lecce, a un cena cui Pasolini presiedeva  – una storia che gli è stata raccontata dal papas Giuseppe Faraco, “che ne è stato testimone oculare”. Il destino di Eranova si decide nel 1978, praticamente lo stesso giorno dell’assassinio di Aldo Moro.
Già il nome latineggiante introduce a un’aura classica, esistenziale. E la data di nascita, 1896 – Fine Secolo. Molto l’autore fa giustamente caso ai nomi delle famiglie fondatrici, Rombolà, Pellicanò, nomi grecizzanti, che rimandano alle colonizzazioni della Magna Grecia. E alla modalità: la decisione di affrancarsi dal marchese Nunziante di San Ferdinando, mettendosi in proprio su terreni appropriabili del comune di Gioia Tauro, un comune libero sotto i vecchi statuti, sotto i Borboni.
Alla storia del marchese invece Abate rinuncia. Forse per venire dal Marchesato di Crotone, l’area in Calabria per antonomasia a proprietà remota e abbandonata, salvo per le corvèes  e i censi, a carico di contadini sempre più immiseriti. Mentre è una storia altrettanto istruttiva. Il geneale Vito Nunziante, che Ferdinando IV, Primo delle Due Sicilie, aveva fatto marchese di Cirello (poco distante da Eranova), per i tanti servizi contro i francesi, e soprattuto con la cattura di Murat sbarcato a Pizzo, era, si direbbe oggi, un reazionario: dopo Murat diede la caccia ai “carbonari” in Calabria – oltre che ai briganti. Ma fu anche un imprenditore acuto e di successo. Mise a reddito le isole Eolie, di fronte a Eranova, con lo zolfo i bagni termali a Vulcano e l’industria della pomice a Lipari. Mise in valore le miniere di ferro in Calabria. E s’inventò l’agrumicultura nel vasto comprensorio di Rosarno.
A questo Abate accenna. Ma la storia vera è più attraente. Il neo marchese Nunziante si occupò anche delle aree malariche (non “sassose”, come è nel racconto) in agro di Gioia Tauro. Che chiese al re di bonificare. Il re riconobbe la richiesta legittima, ma rispose che il governo non aveva i fondi necessari. Nunziante insistette, e si arrivò nel… al compromesso cui la narazione accenna, ma con più particolari corposi. Il re Borbone dava in perpetuità a Nunziante la proprietà di tre quarti dei terreni bonificati, a condizione che la bonifica fosse realizzata in cinque anni. Nunziante s’impegnò, e per realizzare l’impegno attirando lavoratori volontari (vanghieri e coltivatori, “massari”), così come aveva già fatto a Vulcano,  costruì l’abitato di San Ferdinando – così chiamato in omaggio al re (la Calabria pullula di Ferdinandea e Ferrandina). Nel mentre che incaricava il botanico Gugliemo Gasparrini di scegliere le colture da impiantare – nacque così la coltura degli agrumi, che prosperano in zona umida, e degli ulivi.
Gasparrini, giovane liberale, attivo nei moti e del 1821 e del 1848, farà carriera accademica sotto la protezione del conte d’Aquila, il fratello di Ferdinando II: sarà rettore di Pavia negli anni a cavaliere dell’unità, tra il 1869 e il 1861, proposto e promosso dal conte, prima di dirigere l’Orto Botanico di Napoli a unità conclusa. Vito Nunziante prese la malaria a San Ferdinando nel 1832, e dopo un’agonia di quattro anni morì – dopo aver fatto testamento a Napoli, nominando esecutore il generale Florestano Pepe, difensore della Repubblica Partenopea del 1799, fratello di Gugliemo. Morì a Torre Annunziata, ma si volle sepolto a San Ferdinando. Suo figlio Ferdinando s’illustrerà nella repressione dei moti in Calabria Ulteriore, 1847-1848. Il figlio secondogenito Alessandro, anche lui avviato alle armi, ebbe la fducia dei successori di Ferndianndo I, ma in Sicilia nel 1860 proporrà di passare con l’esercito sabaudo. Nei mesi precedenti Teano sarà a Teano l’uomo di Cavour, incaricato di prevenire tentativi di autonomia di Garibaldi. Si definirà sempre cavouriano, ma sarà parlamentare dal 1870 con la Sinistra storica – dal 1880 sarà senatore del re.
 
La favola Abate racconta in chiave di transizione, ecologica, verde. E anzi edenica: Eranova è un giardino fatato, ricco di frutti, profumato di odori. In piccolo lo era, per i bagnanti del mese di agosto, nei suoi due luoghi prospicienti il mare, due bagni – gli eranovesi erano terragni, non marinari: un fondo granulare dava all’acqua trasparenza, dava frescura già solo allo sguardo, con lo Stromboli all’orizzonte. Ma a petto di una realtà per nulla edenica.
Non c’è nella storia, nemmeno una volta, nemmeno per caso, Rosarno - San Ferdinando sì, molto, ma era allora, fino al 1977, “di Rosarno”. Nome che evoca la cronaca. E una realtà impoverita. Rosarno era il centro dell’agrumicoltura in Calabria, gareggiava con la Sicilia, e di una società articolata (si governava a sinistra), prima di diventare un paese senz’anima.
San Ferdinando si è rifatto, con gli indennizzi degli espropri. È una cittadina pulita, di case armonizzate (finite), con un fronte  mare dignitoso e anzi attraente. Ma l’economia è a redditività prossima allo zero: la tengono in vita gli africani della baraccopoli , e non con grande profitto, per nessuno. Era problematica già cinquant’anni fa: l’agrumicoltura, che ne era stata a lungo la ricchezza, non rendeva più, il trapasso a nuove specie (spesso a una nuova coltura, quella del kiwi), ha richiesto investimenti onerosi, con poco e ritardato profitto, e molti terreni si incontrano spiantati – abbandonati. È vero invece che le case costruite a risarcimento, il rione Mazzagatti a Gioia Tauro e Praia, sono state “costruite con ferro scadente, poco cemento, e molta sabbia di mare”. Lo Stato è provvido e improvvido. 
Il progetto di fare di una zona agricola fertile una zona industriale, costruendovi un grande impianto siderurgico, oppure una megacentrale a carbone (chissà perché a carbone), oppure infine un megaporto a pescaggio profondo è narrativamente produttivo. Un’assurdità. Tanto più se si va a guardare, anche senza l’occhio pasoliniano irridente vero il “moderno”, alla funzione del porto. Che non ce l’aveva al momento della progettazione e dello scavo. Gli fu trovata trent’anni fa dall’armatore ligure Ravano, il primo che si era specializzato nel trasporto container. Un grande interporto per container, un centro di scarico e carico di container di provenienza o destinazione Asia, il grande mercato allora emergente, presto diventata la grande fabbrica del mondo  – un traffico da grandi portacontainer a portacontainer più ridotti, per le destinazioni finali. Dietro il porto, dove un tempo c’era il paradiso di Abate, un deserto di alcuni kmq., la “zona industriale”. Per la quale si fanno periodicamente progetti di collegamento con l’autostrada, lì accanto, e con la  ferrovia, ogni paio d’anni, da acuni decenni.
Ma qual era l’alternativa? Quella che c’è oggi, a Rosarno e in agro di San Ferdianndo. Di agrumeti intristiti, spogli, secchi. Il porto qualche migliaio di stipendi li genera, dentro e fuori. Non una gioia – ma ha già un certo carattere, anche guardato dalle balze dell’Aspromonte.

leuzzi@antiit.eu


L’Intelligenza Artificiale migliora il bene comune

Un numero speciale della rivista dedicato alle applicazioni dell’intelligenza artificiale ai processi produttivi e al mondo della finanza.  “Uno strumento di non difficile gestione per il bene comune” è il filo conduttore. Con analisi della macroeconomia conseguente, delle possibili regolamentazioni, delle applicazioni politiche, specie nel miglioramento dei meccanismi democratici, e di quelle pratiche, nella finanza, la medicina, l’agricoltura, la sicurezza nazionale, la tecnologia.
Imf, Artifical Intelligence: What AI means for economics, 
“Imf Finance&Development”, dicembre, free online

martedì 5 dicembre 2023

Il mondo com'è (468)

astolfo


Caterina Gabrieli
- La soprano per eccellenza del Settecento, e quella che più ha contribuito alla figura della primadonna bisbetica. Già celebrata da Metastasio, veniva incoronata regina della scena dal concertista inglese Charles Burney, “Viaggio musicale in Italia 1770”, pubblicato nel 1771, e dal viaggiatore scozzese Patrick Brydone. “Viaggio in Sicilia e a Malta – 1770”, pubblicato nel 1773. Brydone la celebra entusiasta: “Senza dubbio la migliore del mondo”, avendola specialmente ammirata in una scena in cui il tenore, Pacherotti, per la vergogna di avere sfigurato al confronto di lei, scappa in lacrime dietro le quite. “Il talento della Gabrieli è universalmente conosciuto e ammirato…”, continua: “Le sue meravigliose esecuzioni e la sua agile voce suscitano l’ammirazione di tutta Italia, costringendo gli italiani perfino a inventarsi parole nuove per esprimerla”. Se non che è capricciosa. “Comunque, con tutti i suoi difetti,è certo l sirena più pericolosa dei tempi moderni, e ha fatto più conquiste (almeno credo) di qualsiasi altra donna vivente. È anche molto generosa. E molto ricca, grazie alla munificenza (pare) dell’ultimo imperatore, il quale si compiaceva di averla a Vienna”. Anche se è stata bandita pure da Vienna, “per gli imbrogli e i litigi” da lei provocati. Ma più dai suoi intrighi che dalla bellezza. Anche se si presenta con molte doti. “Sebbene abbia  da tempo varcato la trentina (nel 1770 aveva quarant’anni, n.d.r.), sulla scena dimostra a malapena diciott’anni”. E “ha una padronanza di mezzi che non ha limiti”. Inoltre, “la sua bravura come attrice è quasi pari a quella di cantante: non ho trovato ancora nessuna che sapesse commuovermi come lei, a volte con poche parole di un recitativo e un accompagnamento in la. Quasi quasi comincio a credere a quanto dice Rousseau di questo genere di musica, da noi disprezzato. La Gabrieli deve molto della sua arte alla guida di Metastasio, specialmente per la recitazione; da autore egli ammette egli ammette che la Gabrieli interpreta i suoi melodrammi meglio di ogni altra attrice”. Ma ha un caratteraccio: “I capricci di questa donna sono così tenaci e caparbi che niente può imbrigliarli, né lusinghe, né minacce, né punizioni”. Un lungo racconto è quello di un pranzo e una rappresentazione per ospiti importanti che il vicerè di Palermo  aveva organizzato contando su di lei: fece aspettare gli ospiti a tavola, facendosi trovare a casa “a letto che leggeva”, scusandosi che “si era completamene dimenticata dell’impegno” – e poi a teatro cantando sottovoce, per l’irritazione del viceré e dei suoi ospiti. Il vicerè la fece per questo imprigionare, e lei, in carcere per dodici giorni, “dette dei magnifici concerti ogni giorno, pagò i debiti di tutti i prigionieri poveri e distribuì larghe somme in beneficenza” - “il vicerè fu costretto ad abbandonare la lotta, e la rimise in libertà tra le acclamazioni dei poverelli”.
 
Martha Marcovaldi
– Fu la moglie di Robert Musil. Di cui si vuole oggi, nell’ambito degli studi di genere, che sia stata anche la collaboratrice, in qualche misura la coautrice.
Musil fu il suo terzo marito, col quale convisse fino alla morte di lui, nel 1942, con lui spostandosi su e giù per la Germania, l’Austria e infine la Svizzera. Da ultimo a protezione sua, di lei, che essendo ebrea, benché da documenti procuratile dal marito risultasse cristiana luterana, dovette evitare l’Austria di Musil e la sua Germania, ed ebbe residenza difficile, molto controllata, in Svizzera, a Zurigo prima e poi a Ginevra. Morirà nel 1949, a Roma, a 75 anni, in casa del figlio Gaetano Marcovaldi, un professore liceale (al Visconti) di italiano, specialista di Dante, in via Settembrini , n. 13 – figlio avuto col secondo marito, di cui da divorziata aveva conservato il cognome (a via Settembrini il secondo marito era morto nel 1944). Da Ginevra, finita la guerra, si era dapprima spostata negli Stati Uniti, in casa dell’altra figlia avuta con Marcovaldi, Annina Marcovaldi Rosenthal.
Nata Heiman o Heimann a Berlino, da genitori ebrei, a gennaio del 1874, Martha aveva perso il padre a soli due mesi, un banchiere, già spedizioniere a Amburgo, suicida per difficoltà economiche. A diciannove anni aveva perduto anche la madre. Aveva vissuto con la madre in Italia, per prendere lezioni di pittura – a Torino sarebbe stata ritratta da Giacomo Balla, che anche lui viveva con la madre. Aveva sposato un cugino, che però era morto di tifo a Firenze nel viaggio di nozze. E in seconde nozze, a Berlino, il commerciante romano Enrico Marcovaldi, col quale ebbe due figli. Sposò Musil una volta completate le procedure di divorzio da Marcovaldi, il 14 aprile 1911, a 37 anni, a Berlino, e vissero insieme per tutta la vita di lui, trentun’anni. Una vita inquieta, più raminga che stabilizzata, tra Berlino, Vienna, Zurigo, Ginevra. Senza figli. Con qualche gelosia. Di lui per il precedente marito di lei, di lei per Ida Roland, l’attrice viennese, anch’essa ebrea, sposa di Coudenhove-Kalergi, l’europeista che fonderà l’Unione Paneuropea. E con qualche tentativo – o solo minaccia - di suicidio. Al matrimonio si erano iscritti, come punto d’incontro tra la condizione ebraica di lei e quella cattolica di lui, nei registri del protestantesimo luterano.
Aveva incontrato Musil quattro anni prima, nel 1907 – alcune fonti dicono nel 1905. La storia vuole che Musil l’abbia vista al prima volta alla stazione di Rövershagen, presso Rostock, mentre lei stava cambiando treno, diretta a Graal-Mürizt, sul Baltico, con i due figli Marcovaldi per la villeggiatura, e ne sia stato colpito come dal fulmine. Tanto da saltare sullo stesso treno per seguirla (uno schema però ricorrente nella narrativa tedesca, anche nel lungo racconto di Corrado Alvaro intitolato “Solitudine”), e prendere alloggio nello steso albergo di lei, il Waldhotel – che di quel soggiorno tiene la memoria. Nel 1907 moriva Hermine Dietz, con la quale Musil aveva avuto una relazione lunga cinque anni, e che l’anno prima aveva abortito a causa della sifilide – di cui soffriva lo scrittore, che l’aveva contratta poco prima della loro relazione (di Herma Dietz Musil farà il ritratto nella novella “Tonka”).
Non bella, reduce da due matrimoni, di sette anni (meno due mesi) maggiore di Musil, ma evidentemente di grande fascino, Martha si presume il modello di personaggi femminili importanti di Musil: Agathe de “L’uomo senza qualità”, e\o Clarisse, la “nietzscheana” (che però potrebbe avere avuto a modello Alice Charlemont, moglie dell’amico di gioventù di Musil, il musicista Gustav Donath), e Claudine di “Il compimento dell’amore” .
Una biografia letteraria di Martha, pubblicata nel 2006 da una studiosa dell’università della Sarre, presidente da una vita della Société Internationale Robert Musil, Marie-Luise Erben, “Un destin de femme - Martha Musil: l’amante, l’épouse, la soeur”, ne fa l’ispiratrice o il modello dei personaggi più rilevanti dell’“Uomo senza qualità”. Basandosi sulla corrispondenza di Martha col saggista svizzero Armin Kesser giunge alla conclusione che “la simbiosi tra Martha e il. suo sposo è evidente”. E  che “lei nutrisce i personaggi femminili più ricchi e più complessi”, soprattutto Agathe, la sorella. È lei che “gli permette di raccontare nell’«Uomo senza qualità» esperienze di vita su temi molto concreti: la gelosia, il desiderio e le numerose forme d’amore, dal più carnale al più «mistico»”.  
Recentemente Regina Schaunig, specialista di Musil al Robert Musil Institut dell’università di Klagenfurt, ne fa una sorta di co-autrice, più che di intermediaria, dell’opus magnum, cui Musil lavorò per tutti gli anni della vita insieme - “Das Murmeln der Dichterfrau: Martha Musil als Co-Autorin”, il mormorio della moglie del poeta.
Un recupero è in corso anche dell’attività di Martha Marcovaldi come disegnatrice e pittrice. Non se ne conoscono molti lavori. Musil non ne aveva grande opinione. Ma plaquettes di schizzi e piccole esposizioni si succedono. Nello studio “«Lui» e «Lei»” Musil caratterizza la moglie così: “Non so se dovrei dire di mia moglie che è una pittrice, non ha toccato il pennello per anni”. Ricorda che “un disegno che ha fatto di me è diventato molto noto, un nudo di una giovane donna, esposto a Vienna, è stato molto notato. Ha esposto a Berlino, Monaco, Vienna e Roma: nel passato!”. Quindi descrive il suo modo di dipingere. E si dilunga sulla sua grande conoscenza delle letterature, “molto di più di quanto io sappia”. Con un gusto sicuro: “Non solo ha un senso ferreamente strutturato di quanto è buono, ma anche di quanto è inadeguato, che è molto più raro”. È su questo tipo di considerazione che si lavora, ch un po’ Musil era lei.
 
Nabka
– La Nabka che Avi Dichter prospetta come esito finale per i palestinesi di Gaza, l’ex capo dello Shin Bet, i servizi segreti israeliani, ora ministro dell’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale, e per quelli della Cisgiordania, allude all’esodo forzato, o espulsione, dei Palestinesi al termine della guerra civile 1947-1848 che vide la creazione dello stato di Israele. Una “catastrofe”, questo il senso letterale del termine, che viene commemorata fra i palestinesi e nel mondo arabo il 15 maggio, in ricordo del 15 maggio 1948, quanto 750 mila palestinesi, secondo il calcolo mediamente più accettato, ora anche dagli storici di Israele (Benny Morris, Elie Barnavi tra gli altri), furono espulsi dalle terre su cui avevano vissuto – la cifra si è precisata negli anni 1990, quando sono stati aperti agli storici gli archivi di trent’anni prima.

L’opinione israeliana è stata a lungo divisa sulla Nabka: i moderati e le sinistre la negavano, le destre la rivendicavano. Il governo, anche di destra, l’ha sempre negata. Ma dopo il 7 ottobre la rivendica e la invoca, l’espulsione, che ha intensificato in Cisgiordania, prospettando come una “necessità storica”, le attività di colonizzazione sostenendo con l’esercito e la polizia. Nel bilancio straordinario di guerra varato il 27 novembre il governo ha allocato l’equivalente di 121 milioni di euro, su un totale di un miliardo, per la colonizzazione della Cisgiordania – in aggiunta ai 60 milioni già previsti d al bilancio ordinario 2023-2024.  
Col tempo, più che con l’espulsione in massa del 15 maggio, la Nabka si è identificata con la diaspora forzata dei palestinesi. Cominciata prima di quella data, a partire da fine 1947, quando le famiglie abbienti di Gerusalemme avevano cominciato a cercare rifugio in Libano e in Giordania, e proseguita, sempre prima del 15 maggio, da professionisti e coltivatori. Analogamente, dopo il 15 maggio molti palestinesi si sono costretti all’esproprio e\o alla migrazione forzata, per effetto delle leggi del nuovo Stato e, dopo la Guerra dei Sei Giorni, 1967, per l’occupazione israeliana della Cisgiordania, della politica israeliana di “colonizzazione” – di colonizzazione nel senso del colonialismo, di acquisizione forzosa di beni e terreni già di proprietà e uso altrui, degli “indigeni”.

A oggi gli “esodati” palestinesi sono conteggiati dall’Onu (Unrwa) in circa 5,5 milioni. In larga parte senza beni di fortuna e senza alloggio (assistiti in campi profughi). Discendenti della Nabka del 948 o vittime della politica israeliana di colonizzazione su base etnica.  
 
Niccoloso da Recco
– Il primo navigatore oceanico, o uno dei primi. Quando Boccaccio tornava da Napoli a Firenze, nel 1340, lasciando le belle donne per la letteratura col Petrarca, e la spensieratezza per il commercio in crisi, Niccoloso si spingeva fino alle Canarie, con equipaggio genovese, fiorentino e spagnolo, per conto del re del Portogallo Alfonso IV. Al ritorno, dopo cinque mesi, Boccaccio avidò lo interrogò, celebrandone la riscoperta con un trattatello (“De Canaria et insulis reliquis ultra Hispaniam in Oceano noviter repertis”) in cui riferisce dei guanche, i berberi delle isole – la scoperta, più che delle isole, già note, era stata di una “nuova popolazione”. Niccoloso aveva viaggiato insieme col fiorentino Angiolino del Tegghia de’ Corbizzi.


astolfo@antiit.eu

Biden per l'espulsione dei palestinesi

“Non corriamo alla catastrofe” è il titolo, un invito. Ma doom è anche destino, e anche condanna.
Il titolo è una presa di posizione. Netta, contro il “colonialismo” israeliano nei confronti dei palestinesi. Anziska, specialista di studi ebraico-israeliani all’University College di Londra (London University), è noto per due ricerche. Una sulla diplomazia israelo-americana intesa a prevenire la costituzione di uno Stato Palestinese, “Preventive Palestine: A Political History from Camp David to Oslo”. E una sull’invasione israeliana del Libano (basata sui documenti desecretati nel 2012, a trent’anni dai fatti), che documenta l’asse Israele-Falange libanese (milizie cristiane) nell’invasione del Libano del 1982, e nel massacro di Sabra e Chatila (pubblicata sul sito della rivista il 17 settembre 2017).
Sotto forma di intervista, lo storico spiega la critica del sionismo, inteso come colonizzazione e creazione di uno Stato etnico, dall’interno della tradizione ebraica, di studi ebraici. L’intervista riprende anche lo studio che ha reso Anziska noto, la sottile distinzione tra “autonomia” palestinese e “sovranità”, che ha portato agli accordi di pace-imbuto di Oslo. E si conclude con la disamina della risposta dell’amministrazione Biden “all’assalto su Gaza” – non sul 7 ottobre.
Di quest’ultimo aspetto Anziska,  ritenuto un’autorità per lo studio delle “ambiguità” delle amministrazioni americane che da Camp David (1974) portarono a “Oslo”, all’accordo firmato a Washington nel 1993, su iniziativa e in buona misura a opera americana, dà una disamina inedita. “Nessun altro presidente americano ha attivamente permesso e materialmente appoggiato la pulizia etnica israeliana in scala così massiccia. Qualcuno ha sostenuto che il calcolo di Biden, dopo i brutali massacri di Hamas il 7 ottobre, era di dare a Israele un forte abbraccio (bear hug), di mostrare ai leader di Israele che non c’è alcuna fissura tra il loro paese e gli Stati Uniti, guadagnandosi quindi lo spazio per governare modi e misure della punizione del governo Netanyahu. Ma gli atti dell’amministrazione Biden, e le sue proprie parole, compreso l’imperdonabile dubbio retorico sul numero delle morti palestinesi a Gaza, rendono quell’assunto difficile da sostenere. Biden ha autorizzato il più alto tasso di vittime nella storia del conflitto, giacché il nord della striscia di Gaza diventa inabitabile e infetto, e non ha fatto nulla per contener e le espulsioni forzate e gli assassinii nella Cisgiordania”.
A giudizio dello storico, Biden ha per questo “minato i valori e l’influenza” americana nel mondo.  Ma ha altri elementi di fatto per basare questa asserzione: “In questi ultimi due mesi ci sono state plurime indiscrezioni sui trasferimenti senza precedenti dell’amministrazione Biden di armi letali a Israele senza un vero controllo – che hanno portato alle dimissioni del dirigente del Dipartimento di Stato  Josh Paul – e anche le prime rivelazioni che la Casa Banca ha sostenuto il trasferimento dei civili fuori di Gaza”.
È forse per interventi come questo che il dipartimento di Stato oggi annuncia il blocco dei visti per i “coloni estremisti” israeliani in Cisgiordania. 
Seth Anziska, Let Us not Hurry to Our Doom, “The New York Review”

lunedì 4 dicembre 2023

Problemi di base di mercato - 779

spock

Il libero mercato libera i tori (i ricchi)?

 

E le pecore?

 

C’è un mercato per tutto ma non per tutti?

 

“Specialisti senza intelligenza, edonisti (consumatori) senza cuore”, Reckwitz-Rosa?

 

O non specialisti senza cuore, consumatori senza intelligenza?


Il mercato ha le sue ragioni che la ragione non conosce.?

spock@antii.eu

Il buon odore dell’Italia, in America

anti.it aveva recensito le corrispondenze di  Simenon dal Nord America in occasione dela riedizione in francese:
L’odore dell’America è italiano. Simenon lo scopre per ultimo, nel 1958, nel commovente breve testo che chiude la raccolta: gli odori dell’orto, gli odori della cucina, le arance, i carciofi e la vite, nell’“enorme Babilonia” parlano ancora italiano.
“L’odore dell’America” è l’ultimo di una serie di articoli sulla scoperta dell’America che Simenon fece a partire dal 1946, quando lasciò sdegnato Parigi per il Nord America, il Canada dapprima e poi gli Stati Uniti – troppe invidie: era stato denunciato in guerra, nel 1942, come ebreo, e nel 1944 come collaborazionista, per questo perfino processato, a nessun effetto.
“Un uomo senza incubi”, tale Simenon scopre l’americano nel 1946. E tale si vorrà egli stesso d’ora in poi, “libero” mentalmente e liberale. Liberato al punto da rompere con Gallimard, il grande editore, al quale imputerà senza riserve né remore di averlo pubblicato e venduto come scrittore di second’ordine. È qui che nasce il secondo Simenon.
La corrispondenze per “France Soir”, che fanno buona parte della raccolta, del 1946, sono gustose “cose viste” in un lungo viaggio in macchina dal Canada alla Florida, col figlio Marco, la moglie Tigy, e la segretaria bilingue Denyse Ouimet – un triangolo che presto si dissolverà, col divorzio da Tigy e il matrimonio con Denyse. Tutte osservazioni peraltro notevoli, è una scoperta dell’America che ancora dura. Per esempio nella comparazione fra l’istruzione negli Usa e in Francia-Europa: “Qui il bambino è re, il giovane è re”.
Georges Simenon, L’America in automobile, Adelphi, pp. 185, ill. €16

domenica 3 dicembre 2023

La guerra del petrolio di Kissinger

Un punto non è stato ricordato nei necrologi diffusi di Kissinger, che però è stato cruciale per l’Europa e nell’area del Mediterraneo – di marginalizzazione dell’Europa e di crescita strabiliante del mondo arabo-islamico: l’esplosione dei prezzi del petrolio, a un mese dalla sua nomina a segretario di Stato. In una con la guerra del Kippur scatenata dall’Egitto di Sadat.
I corsi del petrolio da un anno e mezzo erano lamentati dalle compagnie petrolifere. I costi di produzione erano sempre bassi, ma la redditività e la capitalizzazione delle compagnie erano deboli. E non permettevano di finanziare la ricerca mineraria negli Stati Uniti.
Con gli idrocarburi a basso costo infimi (al petrolio si accompagna il pezzo del gas) si era finanziata l’economia europea. La dipendenza si rivelerà un cappio dopo la crisi dell’ottobre 1973, prosciugando le riserve monetarie di molti paesi europei, tra cui l’Italia (nel 1975, ridotte le riserve in Banca d’Italia a quasi zero, si dovette ricorrere a un prestito dalla Germania). L’effetto fu neutro per l’economia americana, sostanzialmente autosufficiente per le fonti di energia: il gallone di benzina aumentò, ma non di molto, mentre l’industria petrolifera, per tre quinti americana, si ricapitalizzò vistosamente.
Nel 1972 e nel 1973, alle assise periodiche dei paesi produttori di petrolio un diplomatico americano di nome James Akins, “collaboratore del consigliere nazionale per la sicurezza Henry Kissinger”, ne era diventato la vedette, applaudito, tra risate e manate. Interveniva sempre, e spiegava che il petrolio era sottovalutato, e che non c’erano mercati alternativi di fonti di energia al petrolio.
A fine 1973 il neo segretario di Stato Kissinger nominava il 1974 “l’anno dell’Europa”.

Ombre - 696

È quasi commovente, per chi ha avuto esperienza della “bistecca sintetica” Bp-Liquigas a Saline Joniche cinquant’anni fa, con un  danno erariale di alcuni miliardi (70 dipendenti in cassa integrazione per quarant’anni), l’impegno mediatico a seguire amorevolmente la “carne coltivata”, prima da Mattarella e ora a Bruxelles, dopo il non passerà” di Coldiretti e Lollobrigida, il ministro. È una lobby così potente – quella della bistecca sintetica?
 
Richiesta di dimissioni per Crosetto che critica la giustizia politica. Poi di semplice censura parlamentare. Poi di semplice dibattito. Al quale non si presenta nessuno.
 
Crosetto aveva pure detto: “È l’opposizione  giudiziaria l’unico pericolo per il governo”. E due giorni dopo la giudice romana Maddalena Cipriani gli aveva dato ragione, condannando un sottosegretario che nessuno accusava - la Procura che lo aveva indagato non lo incolpava. Cipriani, gup, come già la giudice gip, Emanuela Attura, che l’aveva preceduta a giugno. Se non è politica, che giustizia è: femminista, anti-maschilista (il sottosegretario è maschio)?
 
Il giudice italiano decide sugli atti? No, decide secondo partito. La giustizia politica, vissuta a  Beirut (sotto dominazione siriana) e a Teheran, è da voltastomaco - un tempo si sarebbe detto da Terzo mondo. Ora, non si può dire di due gentildonne, Attura e Cirpiani, che sono da voltastomaco. E poi sono reduci. Ma di Stalin?
 
La sconfitta di Roma per l’Expo 2030 sanziona una candidatura senza senso. Ma è, nel punteggio, e contro una città fino a ieri inesistente (negli anni 1970 non aveva un albergo), umiliante. Le cronache romane, del “Messaggero”, “la Repubblica”, “Corriere della sera” invece fanno finta di nulla. Per signorilità? Certo, molti milioni sono stati spesi, per viaggi, inviti, presentazioni, consulenze, progettazioni, testimonial, video, progettazioni - per raccogliere i voti di San Marino, Andorra e pochi altri. Ma  questo a Roma è normale.
 
La Turchia dunque esporta materiali bellici, che farebbero parte delle sanzioni contro la Russia, a paesi vicini alla Russia. E importa dalla Russia direttamente prodotti sensibili, che sono materia di sanzioni, in aumento quest’anno del 60 per cento rispetto al 2022. La Turchia fa parte della Nato, ma non po' inimicarsi la Russia, da sempre – da quando, più di un secolo fa, sono finite le guerre contro l’impero russo.
 
Unicredit esce  dalla lista delle banche sistemiche, cioè contagiose in caso di crisi, finora 29, stilata dalla Bri, la banca dei regolamenti internazionali, e dal Financial Stability Board, e perde in Borsa. Unicredit esce dal rischio “sistemico” per avere aumentato le riserve e ripulito il portafoglio. Si direbbe un titolo di merito. In ogni caso, uscire dalle banche “sistemiche” non è un vantaggio? Il mercato ha le sue ragioni che la ragione non conosce.
 
Si sorride a sinistra della provocazione democristiana in Germania, di dichiarare decaduto il governo che non sa reagire alla crisi, e andare a elezioni anticipate, in una con le Europee. In Germania vige il “voto di sfiducia costruttiva” (konstruktives Misstrauenvotum), si fa valere. Dagli stessi che in Italia deridono il tentativo di introdurre l’analogo.
 
Si fanno le cronache distinguendo un fronte Gaza Nord e uno Gaza Sud. Di una striscia che è lunga 40 km., quattro tre ore a piedi, e larga al massimo 12 km,, ma per gran parte 9. Troppa fatica leggere almeno la carta geografica - non si pretende che qualche inviato ci sia mai stato?
 
I termini della tregua, “per ogni israeliano saranno liberati tre palestinesi”, sono un’aritmetica bellica (non se ne possono conoscere le ragioni), ma suonano sinistri. C’è una bilancia? Di che tipo?
 
I palestinesi liberati durate la tregua sono stati adolescenti – ragazzi e ragazze – e donne. Anche di questo non si parla, per quanto curioso: ci sono tanti ragazzi prigionieri nelle carceri israeliane, e tante donne?
 
Non c’è tg in cui, per la par condicio scalfariana (di Scalfaro, non di Scalfari), non ci si una dichiarazione dell’ex presidente del consiglio Conte, il capo dei 5 Stelle. Il quale invariabilmente dice, sempre con lo stesso tono, del budget 2024 del governo Meloni: “Una manovra che aumenta le tasse di due miliardi”. Così poco? Detto da uno che ha regalato in bonus centinaia di miliardi. A debito, e che ora tocca pagare.
La storia del grillismo, o il laurismo al potere, sarà esilarante – se ci sarà ancora qualcuno per leggerla.  
 
Incuriosisce in America la campagna pre-elettorale del presidente Biden, che perde consensi, pur facendo valere l’incremento dell’attività e dell’occupazione e il blocco dell’inflazione. La ragione sarebbe che, se l’inflazione è crollata statisticamente, i prezzi sono aumentati, e anche molto. Avviene lo stesso con le statistiche europee – da record quelle  Eurostat vent’anni fa, quando i prezzi in euro raddoppiarono ma per la statistica restarono piatti. È solo la divaricazione come nelle temperature, fra il registrato e il percepito? No, i prezzi non sono sensazioni, sono cifre.

Il mite velenoso

L’ennesima autocelebrazione sorridente dell’uomo forse più divisivo del calcio - insieme col suo amico e patrono Berlusconi (ma non altrettanto vincente). Che evitò di portare in Nazionale di cui era commissario tecnico, al suo unico Mondiale 1994, Vialli, Ravanelli, Del Piero, Peruzzi solo perché erano della Juventus.
Ne portò solo due della Juventus. Conte, cui fece giocare due fece giocare due scampoli di tempo ai quarti e in semifinale, contro la Spagna e contro la Bulagria, fuori ruolo. E Baggio, che tenne in ansia per tutto il torneo, gioca, non gioca?, benché la nazionale fosse asfittica e solo i 5 gol di Baggio la portarono alla finale, contro nientemeno che il Brasile - forse anche contento del rigore che Baggio sbagliò, regalando il titolo agli avversari.
In funzione anti-Juventus Sacchi accettò anche di fare il direttore generale del Real Madrid per pochi mesi. Senza altra funzione che di orientare la squadra contro il club bianconero in un duello decisivo in Champions League. È tutto dire.
Arrigo Sacchi,
Il realista visionario, Cairo, pp. 176 € 16,50

sabato 2 dicembre 2023

Appalti, fisco, abusi (236)

Le pensioni di fine anno, novembre e dicembre, tredicesima compresa, sono state soggette a un
prelievo forzoso da parte delle Entrate - cioè del Tesoro, del governo. Per un anticipo delle entrate rispetto al 2024  - in parte da scontare con la dichiarazione dei redditi 2024\2023.
Il prelievo va da pochi euro ad alcune migliaia, nelle mensilità di novembre, dicembre, e della tredicesima. Particolarmente colpiti i pensionati delle ex casse mutue autonome ora in gestione all’Inps: Inpdad, Inpgi, ingegneri e tecnici, Gente dell’aria e altre minori.
La manovra, applicata senza preannuncio e senza spiegazione, è stata effettuata su tre canali.
Uno, il meno incisivo ma applicato a tutta la platea dei pensionati, 21 milioni, è il cosiddetto regalo: l’anticipo  a dicembre del conguaglio relativo all’inflazione 2022 – l’assegno è rivalutato dello 0,8 per cento per le pensioni minime (sempre più sfumato a mano a mano che il vitalizio cresce), per esse stata l’inflazione 2022 accertata superiore a quanto stabilito a gennaio. L’anticipo, di poche decine o di poche centinaia di euro, varia il reddito annuale, portando in alcuni casi ad aumenti sostanziosi della trattenuta Irpef.   
Il prelievo più diffuso riguarda i percettori di pensioni di vecchiaia da (ex) cassa mutua che abbiano anche una pensione di anzianità Inps. A titolo di “conguaglio da aliquota fiscale per effetto del cumolo delle pensioni”. Conguaglio e cumulo da sempre calcolato preventivamente dalle Entrate (e applicato dall’Inps). Ma che ora viene ricalcolato in base a parametri per ora ignoti – si vedrà, questa la risposta, nel 730.
Il terzo prelievo, singolarmente il più elevato, riguarda i pensionati di mutue che hanno anche una cassa mutua malattie. Questa assicurazione quest’anno non viene più percepita (trattenuta) dall’Inps, ma riscossa direttamente dalle mutue. Il fisco ha deciso a novembre che il reddito degli assicurati doveva essere accresciuto anche di questi contributi, e quindi assoggettato a rimodulazione (aumento) dell’Irpef, da pagare sull’unghia, a novembre e dicembre.
Il prelievo è “forzoso” in quanto non preannunciato né discusso. È un’operazione di cassa, ai fini della contabilità nazionale, per quanto marginale complessivamente come gettito (attorno al miliardo?). Ma il governo la fa scontare ai pensionati. E si tratta di un governo eletto con l’impegno di non mettere “le mani in tasca agli italiani”.

L’Europa fragile - indifesa, incapace

Il ministro Giorgetti rende noto un colloquio che ha avuto, molto lungo, due ore e mezzo, con  Kissinger (quattro ani fa, quando fu invitato al Council on Foreign Relations?), e una lettera sugli stessi temi del colloquio che Kissinger gli ha poi scritto. Pwr dire l’Europa fragile: esposta a tutte le correnti commerciali e politiche, e incapace di decidere.
Una rivelazione che è un po’ la scoperta dell’acqua calda. Ma più che mai attuale, cioè durevole. Del resto Kissinger è stato uno statista dell’acqua calda, della Realpolitik, che l’Europa tanto disprezza. La rivelazione è dell’Europa dopo la guerra fredda, che non ha ancora capito che è finito il suo ruolo di avamposto contro l’impero sovietico. Che è un’isola nel grande mondo fra gli oceani.
Il Fondo Monetario così la fotografa oggi, il giorno dopo la rivelazione di Giorgetti. L’Europa è l’area più intrecciata agli scambi internazionali, il che la rende specialmente vulnerabile  in tempo di dazi e contingenti. È anche l'area al mondo più aperta agli investimenti esteri, che presentano la stessa debolezza. Mentre non ha, si può aggiungere, una difesa coordinata, altro che quella Nato, americana, malgrado spenda tanto. E ha molte politiche comuni, nel senso di una sorta di perequazione continentale della ricchezza, ma non una politica comune verso l'estero, né economica né politica – siede passivamente nell’”Occidente”.

Divertirsi nei truci anni 1970, si può

Un ritorno felice, dopo i tre film di successo imbroccati da Bruno, soggettista, sceneggiatore e regista. Per una miniserie, di episodi veloci e irresistibili, sugli “anni 1970”.
Nel primo episodio la inevitabile “serata” alternativa-contestativa, tra rivoluzione e fumo, in una comune, ma molto individualista. Gian Marco Tognazzi ha scoperto di essere stato adottato, tramite una vecchia foto semiscolorita della presunta madre naturale, e parte alla sua ricerca, rubando al mago, lo stesso Massimiliano Bruno, la ricetta del tempo. Giallini e Morelli naturalmente lo inseguono, poiché è il custode dei soldi rubati, di cui sono ovviamente a corto. E incontrano il “movimento” post-Sessantotto, in una comune attorno al ricco intellettuale Maurizio Lastrico. La convivenza con se stesso in fasce e con la madre giovanissima e femministissima – il maschio “non esiste”, nemmeno nella fecondazione - è un gran racconto.
Poi, prima del ritorno alla contemporaneità, ci sono, anch’esse inevitabili per gli anni 1970, le trame: i servizi deviati, le bombe eccetera. Che i tre prodi cavalcano saggi e abili, naturalmente vittoriosi.
Bruno, nel ruolo di geniere del tempo, si studia di rimediare allo sfortunato rigore di Baggio contro il Brasile che costò all’Italia il Mondiale del 1994 - non gli viene facile.
Una commediola indiavolata della pregiata ditta Lucisano - specialmente felice il casting dei tanti comprimari. Un umorismo svagato e divertente.
Massimiliano Bruno-Alessio Maria Federici, Non ci resta che il crimine, Sky Cinema, Sky Atlantic

venerdì 1 dicembre 2023

Cronache dell’altro mondo – di taccheggi (248)

“Lo spettro del taccheggio ossessiona l’America: video virali circolano che documentano scene terrificanti, gente mascherata che fracassa vetrine, gruppi che attaccano grandi magazzini, ladri che attaccano lavoratori”. I gestori delle grandi catene di vendita lamentano furti in crescita, “una minaccia seria”, parte di “un’ondata nazionale del crimine”.
Secondo un rapporto del Council on Criminal Justice non dappertutto è cosi: il taccheggio ha dilagato negli ultimi quattro anni a New York e Los Angeles. Mentre si è ridotto in oltre una dozzina di altre città. Ma la sensazione è che sia in aumento.
Lo shrink, la differenza tra il valore delle merci inventariate e quello delle vendite ha totalizzato 112 miliardi di dollari nel 2022, contro i 94 miliardi dell’anno precedente, secondo la National Retail Federation. Ma la stesa Federazione nota che il furto esterno, commesso cioè da non dipendenti, è rimasto di fatto piatto negli ultimi anni, rispetto all’incremento dello shrink” – rubano i dipendenti?
(“The Atlantic”)

Macondo a Gioia Tauro

Una storia felice e poi infelice. Di Eranova, un paese che non c’è più (c’è il porto di Goia Tauro), e di un amore che avrebbe potuto essere, oltre l’infatuazione giovanile.
Un paese dal nome beneaugurante. In realtà un piccola comunità, minima, un casello ferroviario tra Gioia Tauro e Rosarno, che distano fra loro nove chimlmeltri, con un mare trasparente, grazie a un fondale di sabbia sassosa, o sassolini minuti. Di fronte allo Stromboli – alla parete chiusa del vulcano. Sacrificata una cinquantina d’anni fa, per fare posto a un grande centro siderurgico, progetto poi soppiantato da una megacentrale elettrica a carbone, infine, non sapendosi più che fare, al megaporto di Gioia Tauro. Abate ne fa una Macondo di Calabria, la storia di un destino amaro calato su un borgo felice.
Una fiaba veridica, di un villaggio edenico in riva al mare, abitato da vecchi misteriosi e maghe buone, destinato a dissolversi sotto i colpi di ruspe e draghe. Un “paradiso chjatto e improfumato”, il narratore lo fa dire al proprio padre, avvezzo ai calanchi dirupati del “marchesato”, nel crotonese, dove vive, “dove ti diverti a raccogliere arance, mandarini, limoni, uva, fichi, olive”. Sotto l’ombrello magico dei “Cento anni di solitudine”, qui invece piuttosto vivaci, affollati, e di “Foglie morte”.
Un racconto di personaggi da presepe, il nonno, la nonna, coloro che a fine Ottocento crearono Eranova, e larghe tentacolari famiglie. Con lettere e appelli dei paesani, pochi (i più preferirono i lauti espropri), al presidente Leone, a Andreotti, a Paolo VI e a Pasolini contro il megaprogetto industriale. Con gli eventi di contorno, sul solco de “Gli anni” della Nobel Ernaux: la fuga di Kappler dall’ospedale del Celio, dove Abate faceva il militare, il rapimento di Moro, un incontro fugace a un firmacopie con Pasolini.  
La ricostruzione è precisa, nella toponomastica e nell’onomastica. . Con un “camilleresco” minimo, di termini dialettali reinventati – per lo più italianizzati: pregnanti. Con poche imprecisioni. Forse una sola: il “morsello” il narratore-autore non l’ha mangiato a Eranova, forse a Catanzaro (che è molto più vicina al crotonese, l’area familiare di Abate, ma in Calabria tutto è distante). O due: “Lina mostra a Carluzzo il dito medio” succede nei film americani, qualche decennio dopo, in Calabria ancora no. Alla lettura però è diseguale: molto l’episodico, e il bozzetto. E anche il camilleresco, non sempre è significante – “l’epoca anticària” non dice nulla.

E i racconti sono finti di vecchi – sono di come si presume parlino i vecchi, che si vorrebbero saggi e altruisti ma più spesso invece tacciono. Sull’esempio di Marquez, ma senza l’inventiva, né il pathos. “Sì, mi attraggono le storie vere come questa”, si dice il narratore, “compresi i tentativi di reinventare ad arte per raccontare l’indicibile”. L’indicibile è la nostalgia, che abbellisce anche l’orrido. Abate ci prova con l’abbandono, che vuole sofferto mentre più spesso è di sollievo nella realtà – lo ha raccontato nelle opere precedenti, dell’emigrazione, e del ritorno. L’impressione è che, rimontato, al modo che fu di “Nuovo Cinema Paradiso”, Eranova meriterebbe il richiamo a Macondo.
Carmine Abate, Un paese felice, Mondadori, pp. 261, ril., €18,50