lunedì 11 dicembre 2023
Letture - 639
letterautore
Dante – Entra nella liturgia in chiesa, in particolare
nella raccolta rinnovata degli inni sacri varata a suo tempo dal Concilio
Vaticano II e ora infine messa a punto. Da buon conoscitore della liturgia, e
anche utilizzatore di essa, della sua parte poetica, ora entra nella nuova “Liturgia
horarum”, di 291 inni in versi latini, con due componimenti che riformulano in latino
la preghiera di san Bernardo alla Vergine, all’ultimo canto del “Paradiso”.
Il Sud riscoperto, dal di dentro
“Quarantamila
anni” fa “un cratere grande come l’intera città
si era aperto fra Marechiaro e Capo Miseno. L’eruzione vomitò fuoco,
incendiò gli Appennini e sparò ceneri fino in Siberia, generando un tale
raffreddamento del clima che forse contribuì all’estinzione dell’uomo di
Neanderthal e fece trionfare la razza più evoluta di Cro-Magnon”. È di Napoli
che si parla, che fa “storie” a sé, che si tratti di un terremoto delle razze umane
o dello scudetto. Ma la cosa è possibile, oltre che suggestiva, quindi è certa.
Nella
Penisola il terremoto è la normalità, benché rimossa: “Quel tuono in Do minore
abitava stabilmente la spina dorsale
dell’Italia e la rappresentava più del suo inno nazionale, ma gli italiani non
lo sapevano e, quel che è peggio, preferivano non saperlo”. Quel che è peggio?
È possibile, il Male non ha limiti.
Rumiz,
che fa qui un viaggio nei terremoti, nell’Italia dei terremoti, non ne fa un
male. Ne fa la scoperta. Il viaggiatore dei Balcani, cui lo disponeva
(destinava?) la sua città, Trieste, ma più dell’Italia, dell’Italia sconosciuta
agli italiani – rimossa, trascurata, dimenticata – e più autentica,
l’Appennino, le Alpi non sciistiche e non “turistiche”, risale la penisola
lungo le sue linee di faglia –la raccolta dedicando “a Roberto De Simone”, il
trascurato della migliore Tradizione napoletana, “e alla terra che l’ha cresciuto”.
Un
viaggio nel Sud di fatto - al Nord sono riservate poche note, da ultimo. Che
Rumiz tratteggia ad abundantiam nei
linguaggi, gli umori, le sensibilità, e come oggi usa nei sapori. Una ricognizione
di capacità affabulatoria vivissima. Si torna bambini leggendolo, golosi di
storie , sempre magiche o diaboliche. Rumiz sa raccontare anche le parole:
disastro, rischio, desiderio – e il “pezzo da novanta”, l’altezza di Orlando
nell’opera dei pupi. Dolente: un Rutilio Namaziano dei nostri giorni, cantore
malinconico dell’ “Europa al tramonto”.
Con
una serie di personaggi ordinari-straordinari, di ambienti poco frequentati, in
Sicilia, Calabria, Basilicata, Irpinia, A
bruzzi, Molise, nella stessa battutissima Napoli, estesa a Ercolano. Con figure
anche memorabili, quale Ludivico Corrao, grande comunista, e principe dei tempi
andati, che da solo progetta la “sua” Gibellina ricostruita dopo il terremoto e
rimasta inabitata tanto è inospitale –
con la macabra fine a opera del giovane domestico bengalese.
La
risalita dello Stretto di notte, da Reggio a Cannitello, su uno sloop da 12 metri, là dove le
“piattaforme” continentali Europa-Africa s’iconrrano, è una sinfonia
drammatica. Come, in breve, la morfologia (la poesia) dei venti, Libeccio,
Tramontana, Grecale, nello Stretto. La presenza della Grande Madre ovunque, di
madonne più spesso “nere”. E l’insistito parallelo tra la sicilianità e la
napoletanità, la malinconia e la danza, un mondo dalla tonalità in La minore e uno
in Sol maggiore. Il terremoto è “il ruggito del Minotauro”, rinchiuso nel
labirinto. Con la scoperta che la Padania, tettonicamente, è Africa. E una misurata
ma ineliminabile denuncia dell’imprevidenza – “non so perché ci chiamano «il
Paese dei furbi»”.
In
nota Rumiz precisa che “il racconto trae spunto da una serie di viaggi compiuti
dal 2009 al 2023, alcuni dei quali narrati come reportage su «la Repubblica»”.
Il titolo è di Monica, la sua nuova compagna.
Da
leggere-gustare come voleva Voltaire, una vita da lettore, con la matita in
mano. Con un triste epicedio, anticipato alla pagina 60: “Niente come l’assenza
di precauzioni antisismiche svelava il
tramonto della memoria e al tempo stesso la scomparsa del futuro dalla mente
degli italiani”.
Un
viaggio nei terremoti dal “muro di Ancona” del comico Ferrini in giù che è
anche la scoperta di “una gloriosa pluralità negata dall’idea di nazione”. Ma
forse solo dall’idea leghista, che Rumiz non nomina mai ma che non può non
averlo segnato, uno spirito aperto qual è. Proiettandolo da un paio di decenni
sulla disprezzata Italia “minore”, dopo decenni da grande inviato nelle grandi
questioni continentali.
Paolo
Rumiz, Una voce dal Profondo,
Feltrinelli, pp. 287 € 18
domenica 10 dicembre 2023
Ombre - 697
Strano veto di Biden a una tregua a
Gaza. Possibile giuridicamente, ma è una dichiarazione di non innocenza della
politica americana, quale si pretende di essere. Vetare la tregua è stato solo
un atto d’imperio – sul fatto, Israele poteva comunque non fermare la guerra a
Gaza, è dal 1967 che non si cura delle Nazioni Unite.
“La
Scala in piedi per Liliana Segre. L’urlo dal loggione: «Italia antifascista»”.
Perbacco, è come quando il loggione intonava Viva V.E.R.D.I.? E non ce ne siamo accorti, per quanto la Rai fosse
fissa sul palco, con la senatrice Segre.
Dice
che era uno che ha urlato, non il loggione. Dice che la Digos è accorsa a
identificare l’antifascista. E che l’ha identificato, ma non l’ha denunciato. Perbacco, e come ha fatto? Glielo hanno indicato gli altri loggionisti? Si è
autoidentificato? Miserie delle cronache o miseria dell’Italia?
Si
scopre dalle cronache dell’eredità Hermes contestata che esiste a Ginevra una
fondazione “attiva contro la disinformazione giornalistica”. Siamo arrivati a
tanto? La fondazione esiste, si chiama Isocrates, Ginevra la ospita al palazzo
delle Fondazioni, e serve da statuto a “promuovere un dibattito pubblico informato favorevole al rafforzamento
della democrazia e alla lotta alla disinformazione.”.
Si
finanzia il pastificio Rana per riportare la produzione dei piatti pronti dal
Belgio al Cuneese. Si finanzia Stellantis, cioè Fiat, cioè Elkann, per
riportare la produzione di autoveicoli in Italia a un milione l’anno – e
quando, se se ne produce meno della metà? Si
torna all’industria sussidiata – industria privata. Perché c’è un
governo di destra? Perché la Germania ha bisogno di analoghi sussidi e quindi
Bruxelles fa finta di nulla (i sussidi alla produzione sarebbero
proibitissimi)? La “concorrenza” ha sempre avuto un suono sinistro, come di una
clava, contro la concorrenza.
È
anche vero che gli incentivi per l’auto elettrica, pagati dal governo, cioè
dagli italiani, sono andati per quattro quinti finora all’estero. Colpa della
Fiat, che non ha consentito a nessun produttore di auto di aprire fabbriche in
Italia, e poi se l’è filata. Ma tutta la politica di transizione verde, i
sussidi, gli incentivi, gli “oneri di sistema” etc., è un business, non troppo onesto.
La
produzione è ferma, quasi, mentre le banche battono ogni record: nove mesi
d’oro in questo 2023. Unicredit supera Intesa per utili, 6,7 miliardi contro
6,1 (più, rispettivamente, 68 e 85 per cento sui nove mesi 2022 - la superava, cioè, già un anno fa). Seguono, a
distanza ma con forti incrementi: Bper 1,09 (col tratto meno rispetto al 2022,
- 26 per cento, scontando poste straordinarie l’anno scorso), Bpm 943 milioni
(+ 94 per cento), Mps 929 (+ 178), Mediolanum 572 (+ 52), Credem 439 (+94),
Sondrio 349 (+130). La crisi fa bene alle banche? Certamente no. Ma la Bce alla
“tedesca”, i tassi museruola, evidentemente sì.
“Patto
sui migranti in Albania: uno spot a caro prezzo”. “Le opposizioni: soldi
buttati nel cestino”. “E quelle di Tirana dicono l’intesa incostituzionale”. Ma
le opposizioni di Tirana sono di destra. E lanciano
fumogeni e petardi in aula. Nomineranno capitana Elly Schlein – o Giuseppe
Conte?
Ancora
“la Repubblica”, questo invece in un fondo pagina: “Schlein archivia il mito delle
primarie”. Il mito, il partito Democratico è nato e ha vissuto su un un mito
Obiezioni nel partito del mito? Abbiamo scherzato?
Si
occupano alcuni licei a Roma con una “azione coordinata”, per “portare avanti
le nostre istanze”, “alzare il livello del conflitto”... . Sembra un formulario,
e lo è. Della vecchia burocrazia giovanile del Pci, redatta sul linguaggio
delle assemblee sindacali nate morte degli anni 1970. Studenti di cinquant’anni
– settanta mettendoci gli anni di scuola?
Sottoposta
a critiche bi-partisan la politica di
Biden a favore di Israele su Gaza, il segretario di Stato Blinken ha rimediato
bloccando i visti ai “coloni estremisti” israeliani in Cisgiordania. Curiosa
decisione. Sottintende che gli estremisti non sono israeliani poveri e
illetterati provenienti dalle aree povere del’Est Europoa o dal mondo
arabo-islamico, ma gente abbiente, se è legata agli Usa. E che si sa chi sono i
“coloni estremisti”, cioè assassini, in Cisgiordania – gli Stati Uniti lo sanno
come?
“Sull’Inter
non mi esprimo più da quando il faldone sui nerazzurri è scomparso durante le
inchieste di Calciopoli, poi riemerso quando il reato era andato in
prescrizione”, Giovanni Cobolli Gigli. Come non detto – non un accenno nelle
due ore del docufilm Sky su Calciopoli.
Cobolli
Gigli, lombardo di Como, dirigente d’azienda (Fabbri Editore, Mondadori,
Rinascente), era stato nominato dalla famiglia Agnelli presidente della Juventus
nel 2006, come garante di legalità dopo l’attacco napoletano congiunto, di Carabinieri
e Procura.
Il
libriccino di Bazoli “Il processo e la pena” – il processo è la pena - è andato subito esaurito. Altrettanto introvabile è uno
dei due libri di Mori e Obino, gli ex Carabinieri, quello che accusa i giudici
palermitani di avere occultato, trent’anni fa, il loro “dossier appalti”. Tutto
ciò che “spiega” la giustizia è ampiamente condiviso.
La
giustizia si direbbe l’istituzione meno autorevole in Italia, materia di
scandalo per i molti. Ma non molla: si autoprotegge, e questo è comprensibile,
ma è anche protetta. Dai cronisti giudiziari si capisce. Ma dalla presidenza
della Repubblica, che ha poteri ampi in materia, e dal Csm no. Che abbia poteri
di ricatto sarebbe solo ovvio – che altra ragione c’è?
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Ombre
Un lampo vecchio due miliardi di anni luce
Lo studio di un gruppo di ricerca italiano,
pubblicato su “Nature Communication”, dimostra che esplosioni cosmiche possono
temporaneamente danneggiare lo schermo naturale che ci protegge dalle
radiazioni solari. Il titolo della comunicazione dell’astrofisico Ubertini si riferisce al
più recente evento di questo genere, due mesi fa, non preannunciato ma neanche
avvertito, per effetto del più potente lampo cosmico di raggi gamma mai
registrato.
Il 9 ottobre 2022, alle 15,21, tutti gli
osservatori spaziali di alta energia in orbita attorno alla Terra e nello
spazio interplanetario hanno rivelato il più forte lampo di raggi gamma (GRB)
mai osservato: era il risultato dell’esplosione di una supernova distante 1,9 miliardi
di anni luce da noi. Questo evento, denominato dagli astrofisici GRB221009A, è
risultato essere uno dei più brillanti arrivati sulla Terra negli ultimi 10.000
anni. È stato eccitante scoprire come questo lampo di raggi gamma,
incredibilmente intenso e di lunga durata (circa 800 secondi), abbia causato un
macroscopico cambiamento del campo elettrico, che ha subito un aumento di circa
60 volte: un effetto mai rivelato prima.
Pietro Ubertini, Il più potente Gamma-Ray Burst cosmico mai registrato ha
modificato l’alta ionosfera terrestre, “Scienzainrete”, free online
sabato 9 dicembre 2023
Problemi di base divini - 780
spock
“Dio è una virgola, non un punto ermo”, card. José
Tolentino Mendonça, amico del papa?
“La Chiesa cattolica è per i santi e i peccatori, per le
persone rispettabili è sufficiente la Chiesa Anglicana”, Oscar Wilde?
“O si pensa o si crede”, Schopenhauer?
“Le processioni sono un rito superstizioso”, mons. Francesco
Milito, vescovo di Oppido-Palmi?
C’è un rito non superstizioso?
“L’ateismo è una categoria storica propria della destra”, Franco
Cardini?
“La nazione nasce
come concetto di sinistra, come opposta a Dio”, id?
spock@antiit.eu
Il processo è la pena
Un
potente scopre la giustizia nella conformazione italiana, della giustizia come
tortura, la giustizia politica. Fatta di Procure e cronisti giudiziari. Una
berlina, un ludibrio, nella forma della tortura “medievale” della carne staccata
a brandelli con pinze e coltelli. Una pena in qualche modo sempre capitale per
l’accusasto, e i suoi congiunti e conoscenti, prima del giudizio e durante, prima
della condanna – specie se l’assoluzione non si può evitare.
Avvocato
di formazione, e di professione prima di diventare il Grande Banchiere che poi
è stato (avvocato della diocesi di Brescia, avviato alla finanza per essere l’avvocato
del vescovo), Bazoli è stato esposto sul
rostro degli accusati per nove anni, nella sua stessa Brescia, prima di essere
assolto, in Tribunale e in Appello. Quei
nove anni ha vissuto, come tutti gli indagati e rinviati a giudizio, come fosse già condannato: esposto
al pubblico ludibrio. Per l’insolenza dell’accusa - le indiscrezioni, gli innuendo, le indignazioni, più o meno
finte – e per le cronache che-c’inzuppano-il-pane. Se ne è lamentato dopo l’assoluzione
definitiva, e quelle considerazioni propone ora a stampa.
Bazoli
non è un mammoletta. È uno anzi famoso per il pelo sullo stomaco. Come
banchiere, negli acquisti, cessioni, accorpamenti, liquidazioni, senza riguardi
per nessuno, con cui ha creato Banca Intesa, il maggiore gruppo bancario. Come
editore surrettizio della Rcs-Corriere della sera, dietro il nome di Rotelli,
al tempo del ludibrio di “Mani Pulite”. Come leader occulto della sinistra cattolica
o popolare, ex democristiana. Nei confronti di Prodi, per esempio. Ma più nei
confronti di Fazio, il governatore della Banca d’Italia che aveva saputo traghettare
le sbrindellate banche pubbliche (Iri e di Rispamio) verso il mercato: Bazoli
ne decretò la perdita del posto e dell’onore per avere intralciato alcuni suoi disegni
di espansione, soprattutto la conquista di Generali - Fazio fu condannato, ma a
Milano, dai giudici di Bazoli.
Morale
della favola e dell’indignazione? I giudici “di sinistra” (bazoliani) hanno
segato Fazio, i giudici di destra ci hanno provato con Bazoli, con perdite.
Bazoli comunque vince, si direbbe, alla slot
della giustizia, 1-0. La “giustizia di sinistra” è più giusta di quella di
destra? O chi semina vento raccoglie tempesta?
Ma
essere processati a novant’anni, per non
avere commesso il fatto, certo è dura.
Giovanni
Bazoli, Il processo e la pena, La
Quadra, pp. 65 € 10
venerdì 8 dicembre 2023
Il problema di Kiev con le minoranze
Non
si dice ma il vero problema per l’ingresso dell’Ucraina nella Ue non é la corruzione
(le leggi anti-corruzione) ma la mancata protezione delle minoranze. Contenziosi
sono aperti con la Polonia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria.
Creata
nel 1922 come membro fondatore dell’Urss, l’Ucraina è stata privilegiata da
Mosca nella delimitazione dei confini, sia alla creazione che nel dopoguerra,
quando il dominio sovietico si estese all’Europa orientale. Dopo l’indipendenza,
al crollo dell’impero sovietico nel 1991, si è trovata molte questioni aperte sulle
minoranze da parte dei paesi vicini, soprattutto Polonia e Ungheria. Problemi
che ha cominciato ad affrontare recentemente, con la presidenza Zelensky.
Zelensky
si è trovato ad applicare una legge già promulgata sull’ucraino quale lingua
dello Stato. Ma ha promosso nel 2020-21 una serie di adempimenti degli obblighi
internazionali a protezione delle minoranze, “Sulle comunità nazionali dell’Ucraina”
e “Sui popoli indigeni dell’Ucraina”. Essenzialmente sull’uso della lingua delle
varie minoranze, e sulla formazione scolastica in lingua. Leggi poi non
applicate per l’intervenuta guerra con la Russia.
Al censimento del 2001, non più ripetuto,
un quarto abbondante della popolazione si dichiarava allogeno. Per lo più russi,
il 22 per cento. Bielorussi ed ebrei erano censiti allo 0,9 per cento, le altre
comunità nazionali attorno alla metà di punto: moldavi, bulgari e polacchi allo
0,5 per cento, ungheresi e rumeni allo 0,3. Il censimento non è stato ripetuto perché,
molti ucraini essendo emigrati in Europa orientale (in Italia prima della guerra
se ne stimavano 225 mila), la popolazione nazionale residente risultava ridotta,
e le minoranze per conseguenza proporzionalmente gonfiate.
Per i russi era previsto prima
dela guerra un “Regime speciale di autogoverno
locale in determinate aree di Donetsk e Lugansk”, una legge del 14 settembre
2014, approvata sulla base degli Accordi di Minsk, che avevano chiuso la crisi
aperta dall’occupazione e l’annessione russa della Crimea. Una legge aggiornata
sei mesi dopo, col recepimento degli accordi di Minsk II. Ma le due leggi non
sono state applicate. In parallelo, l’Ucraina aveva varato leggi per “garantire
la sovranità statale” sulla Crimea (nello stesso 2014) e sulla “Politica
statale per garantire la sovranità dell’Ucraina sui territori temporaneamente occupati
nelle regioni di Donetsk e Lugansk”.
Verdi fa Shakespeare romantico
Una
sorta di manifesto di Verdi nella maturità, che, grazie al dramma creato da
Schiller, può mettere assieme l’amato Shakespeare, dei caratteri forti, la violenza
del potere, e il romanticismo d’obbligo – l’amore, l’amicizia, la sofferenza,
la morte. Per una messinscena che lo rende tutto, questo doppio binario: lo mostra, lo amplifica, cattura
lo spettatore. Il dramma fa commovente. Nelle arie, “Ella giammai m’amò”, i
duetti armonici, e di più nei numerosi passaggi concitati, irruenti, travolgenti,
anche in duo, o a tre, quattro e cinque voci, senza soverchiarsi l’un l’altro e
senza cancellarsi, nella giusta misura, ognuno per sé irato, perplesso,
commosso. Musica appassionante, di cui il maestro Chailly sembra non aver
disperso un accento.
Luis
Pasqual non ha imposto, ha servito una regia, monumentale e intimistica. Come,
osserva giustamente, è nel cliché di
Verdi, che alterna il kolossal all’intimistico – la personalizzazione
romantica ambienta nel grand opéra storico: masse statiche, solo mosse dalle luci, su
fondali cupi, come solo potevano essere. Di cui propone una chiave tanto
semplice quanto accattivante: l’Escurial, il palazzo-prigione di Filippo II,
a metà tra il conventuale e il carcerario. In armonia con i costumi in nero –
quante variazioni offre il nero - di Franca Squarciapino. Il “cast colossale” della
promozione ha dato il meglio di sé – anche se Netrebko, forse perché un po' matura
per fare la donzella (ma sono i librettisti che non distinguono, la fanno “madre”
per don Carlo, mentre è una giovine francese promessa sposa dal padre monarca al
monarca di Spagna), si spara all’ultimo atto tutto il colossale, amplissimo registro
di voce – per quanto soprano a volte delicata.
Giuseppe
Verdi, Don Carlo, Teatro alla Scala
giovedì 7 dicembre 2023
Siamo già stranieri
Siamo
già stranieri, e non lo sappiamo. L’ultimo Dossier Statistico dell’Idos
(Immigrazione Dossier Statistico, il centro studi e ricerche di Caritas,
Migrantes, Unar e Chiesa valdese) spiega che nella Ue vivono (vivevano a fine
2022) 37,5 milioni di cittadini stranieri, l’8,4 per cento della popolazione
complessiva. E che 24 milioni di questi erano extracomunitari. Sommandoci anche
i naturalizzati, il totale dei migranti era di 55,3 milioni – su una
popolazione complessiva di 450 milioni.
Su
quote analoghe naviga l’Italia (di cui l’annuario 2023 celebra il cinquantesimo
del primo saldo attivo dell’immigrazione sull’emigrazione: avvenne nel 1973 -
e poi ci vollero 25 anni per la prima legge che regolamentasse il fenomeno).
Nel 2022 i lavoratori stranieri sono stati conteggiati in 8,4 milioni. Il 10,3
per cento degli occupati, con quote più alte in alcuni settori: 15,6 nell’edilizia,
17,3 negli alberghi e ristoranti, 17,7 in agricoltura, il 62,2 nei servizi
domestici.
La
quota immigrata del mercato del lavoro è l’unica che cresce, mentre ristagna o
diminuisce la quota nazionale. In Italia più che in altri paesi. L’Italia va,
nelle proiezioni Idos, verso un deficit di lavoratori di 7,8 milioni da qui a
venticinque anni, pur calcolando un incremento annuo ridotto della produzione, e
gli effetti prospettabili dell’intelligenza artificiale.
Giallo killer
Nel
primo terzo non succede niente - si procede per vedere come andrà a finire. Una
coppia di medici in vacanza a San Sebastian, lei ebrea tedesca anglicizzata,
psichiatra, lui irlandese anatomopatologo, incontrano una coppia di medici locali,
lei giovane irlandese, lui brizzolato, di Cadice. In parallelo, in breve, un
giovane scalzacani mezzo barbone, che si idealizza killer di professione, avviato
da un vecchio gay incontenibile, che lo ospita per i suo piaceri.
Il
secondo terzo è di violenze familiari, stupri, incesti, suicidi. Nell’Irlanda “cattolica”
– ma anche i protestanti non sono meglio. Con Dublino, città esanime, al centro di un paese diviso e corrotto. Nella
terza parte, la conclusiva, la storia non si conclude. Ci sono morti, sappiamo
tutto degli assassini, ma non c’è finale.
Tra
Londra, Dublino e Donostia, il nome basco di San Sebastian – il titolo
originale è “April in Spain”. Come Cossiga, i signori Quirke amano il paese basco
come l’Irlanda – “la Spagna del Nord è come l’Irlanda del Sud. Piove sempre, è
tutto verde, e sono tutti cattolici”.
Non
una buona prova, se non di abilità a “fare rigaggio”. Con l’aria di un vecchio tentativo
di romanzo esumato per stare sull’onda, per stare sul mercato. Dovremmo essere
in anni recenti, poiché successivi ai Troubles,
la guerra civile nell’Irlanda del Nord, quindi anni 1990. Ma pistole viaggiano
tranquillamente in aereo sotto l’ascella o nella stiva. E San Sebastian non ha
un aeroporto: ci si arriva, dopo l’aereo da Dublino o da Londra, con un lungo viaggio
in treno - i viaggi (in aereo) prendono molte pagine.
John
Banville, Il dubbio del killer, la
Repubblica, pp.pp. 331 € 8,90
mercoledì 6 dicembre 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (545)
Giuseppe Leuzzi
Guardando la “Carta struttural-cinematica” del Cnr,
delle derive tettoniche, Paolo Rumiz nota (“Una voce dal Profondo”, p. 18):
“Ricordava ai fanatici dell’etno-nazionalismo che la Padania è geologicamente
Africa, e che Europa è semmai l’Italia meridionale”. Che s’è sempre saputo e
non vuole dire niente, se non che nei suoi milioni di anni la terra si è sempre
mossa e si muove. Ma ha un senso spregiativo dopo il leghismo – una malattia
infettiva del linguaggio.
Le città dove si vive peggio
sono, secondo “Il Sole 24 Ore”, Foggia, Caltanissetta, Napoli, Siracusa e
Crotone. Mah! Foggia e Caltanissetta non si sa, ma Siracusa? Anche a Napoli e
Crotone si vive bene, egregiamente. Saranno classifiche come le bandiere blu, dove
poi uno si ritrova il mare infetto, a vista d’occhio: ci sono cento (mille?)
“criteri”, e i Comuni si adeguano – quelli furbi.
Come Avati divenne regista
“È vero che suo padre era di origine calabrese?”, chiede
Cazzullo a Pupi Avati. “Ci raccontava di discendere ad un aristocratico, Pio
Avati”, la risposta: “Non era vero. Ho speso due milioni di lire per ricostituire
l’albero genealogico, e in effetti ho trovato un Pio Avati: accattone e
omicida”.
Ma il ricordo di un calabrese a Bologna Avati ce
l’ha, a proposito del suo primo film, “un disastro, dilapidammo oltre duecento
milioni del nostro mecenate, che si faceva chiamare Mister X”. “Chi era?” “Carmine Domenico Rizzo,
costruttore edile, primo contribuente dell’Emilia Romagna. Anche se era
calabrese, per davvero”.
Erano gli ani 1960. Oggi Rizzo sarebbe in carcere (e
Avati, coi suoi 200 milioni?), per concorso esterno in associazione mafiosa
come minimo: non ci possono essere costruttori affidabili del Sud al Nord. Dai Cavalieri di Catania a
Ligresti la guerra è stata continua, indisiosa, dura. Quando si sono arresi, li
hanno liberati.
La privacy è dei mafiosi
Una delle quotidiane
polemiche politiche rivela un criterio e una condotta agghiaccianti della
Pubblica Amministrazione. Cioè, non li rivela, li conferma, ci mette il timbro.
Da una di queste polemiche
l’altra settimana si scopre che il capo del Dap, Dipartimento Amministrazione
Peniteziaria, il giudice Giovanni Russo, ha semisegretato (“limitata divulgazione”)
i contatti intercorsi in carcere al 41 bis tra i detenuti per mafia e
l’anarchico Cospito. Per alleviare l’applicazione del 41 bis, o trasformarlo a
termine. Contatti che un sottosegretario, che ne aveva avuto conferma a
“limitata circolazione”, avrebbe
divulgato colpevolmente. E che al capo del Dap hanno dato ragione ben due
giudici, in attività giurisdizionale: il sottosegretario non poteva divulgarli.
Cioè, non si doveva sapere che i mafiosi al 41 bis speculavano su Cospito (i
“contatti” venivano presi per alleggerire il carcere duro)?
I due giudici in cattedra,
da gip e da gup, sarebbero stati mossi dall’ostilità politica verso il
sottosegretario che ha divulgato i contatti. Ma la “limitata divulgazione” lo
stesso è inquietante. Tanto più che il giudice Russo è della stessa area
politica del sottosegretario.
Il motivo dell’inquietudine
è questo: non ci sono altrettanti riguardi “regolamentari” (giuridici) a
vantaggio dei cittadini non mafiosi da parte dei “tutori dell’ordine”, siano
essi vigili, prefetti o giudici - si riceva una semplice multa, tutti possono
vernirlo a sapere. Mentre si garantisce, per legge, la privacy dei mafiosi. E degli anarchici, naturalmente. Per una legge
di cui si impone l’applicazione, contrariamente a tante altre.
Foglie morte in Calabria - Eranova muore con Moro
Una
studentessa di Eranova all’università di Bari? Comincia male Abate la favola di
un paese felice e poi infelice. Il racconto “Un paese felice”, di una Macondo
del Sud, il miniborgo di Eranova tra San Ferdinando e Gioia Tauro cancellato
per fare posto a un fantomatico centro siderurgio – poi sostituito dall’attuale
porto di Gioia Tauro, un interporto-canale per container a grande profondità. Nessun
calabrese è mai andato a Bari (eccetto lo stesso Abate, ma la sua è un’altra
storia), troppo “lontano”, per strada o in ferrovia. Ma poi passa al “camillerese”,
l’uso ancillare del dialetto, italianizzato, in misura saggia, che rende più
della migliore descrizione : “Ci scialiamo”, “tu sei paccio”, “zappoliàto”,
“manìcula”... E funziona: l’ambiente sa di raccolto, vecchio anche se recente,
robusto di memoria.
In vacanza a Tropea nell’estate del
2016, spiega Abate in nota, si è imbattuto nel racconto di questa vicenda e s’è
incuriosito. Da Bari, ove ha studiato all’università e si è laureato in
Lettere, s’immagina ventiduenne innamorato di una collega di studi di Eranova, in
riva al basso Tirreno, là dove ora c’è il porto. Ha indagato, in conversazioni
a Gioia Tauro e, più, a San Ferdinando (ex) di Rosarno. Specie con Franco Barbieri, l’ex sindaco, l’autorità
in fatto di storia locale.
Da San Ferdinando, ex feudo dei marchesi
Nunziante, venivano le famiglie che avevano dato vita a Eranova a fine
Ottocento, prendendosi gli spazi demaniali inoccupati del contiguo comune
libero di Gioia Tauro. Il racconto è dell’opposizione di questa famiglie, prima
gioiosa poi disperata, alla desertificazione industriale cui li condannava il
“pacchetto Colombo” del 1972 – piano di interventi industriali in Calabria (e
in Basilicata), dopo la rivolta di Reggio Calabria nel 1980.
Il racconto Abate arricchisce con un
medaglione simpatetico di Andreotti, ministro per il Mezzogiorno, a Gioia
Tauro, alla sua maniera, precisa e gelida. E con un paio di ricordi commossi di
Pasolini, uno dei destinatari delle richieste di aiuto degli eranovesi contro
l’espianto - l’unico che rispose (gli altri destinatari erano il presidente
Leone e il papa Paolo VI) e avrebbe presenziato alla protesta, ma prima fu
ucciso. Un ricordo è di Pasolini alla libreria Laterza a Bari, incontro emozionante
per il giovane Abate. L’altro è di una sparatoria in una trattoria povera di
Lecce, a un cena cui Pasolini presiedeva
– una storia che gli è stata raccontata dal papas Giuseppe Faraco, “che ne è stato testimone oculare”. Il destino
di Eranova si decide nel 1978, praticamente lo stesso giorno dell’assassinio di
Aldo Moro.
Già il nome latineggiante introduce a
un’aura classica, esistenziale. E la data di nascita, 1896 – Fine Secolo. Molto
l’autore fa giustamente caso ai nomi delle famiglie fondatrici, Rombolà,
Pellicanò, nomi grecizzanti, che rimandano alle colonizzazioni della Magna Grecia.
E alla modalità: la decisione di affrancarsi dal marchese Nunziante di San
Ferdinando, mettendosi in proprio su terreni appropriabili del comune di Gioia
Tauro, un comune libero sotto i vecchi statuti, sotto i Borboni.
Alla storia del marchese invece Abate
rinuncia. Forse per venire dal Marchesato di Crotone, l’area in Calabria per antonomasia
a proprietà remota e abbandonata, salvo per le corvèes e i censi, a carico
di contadini sempre più immiseriti. Mentre è una storia altrettanto istruttiva.
Il geneale Vito Nunziante, che Ferdinando IV, Primo delle Due Sicilie, aveva
fatto marchese di Cirello (poco distante da Eranova), per i tanti servizi contro
i francesi, e soprattuto con la cattura di Murat sbarcato a Pizzo, era, si
direbbe oggi, un reazionario: dopo Murat diede la caccia ai “carbonari” in
Calabria – oltre che ai briganti. Ma fu anche un imprenditore acuto e di
successo. Mise a reddito le isole Eolie, di fronte a Eranova, con lo zolfo i
bagni termali a Vulcano e l’industria della pomice a Lipari. Mise in valore le
miniere di ferro in Calabria. E s’inventò l’agrumicultura nel vasto comprensorio
di Rosarno.
A questo Abate accenna. Ma la storia vera
è più attraente. Il neo marchese Nunziante si occupò anche delle aree malariche
(non “sassose”, come è nel racconto) in agro di Gioia Tauro. Che chiese al re
di bonificare. Il re riconobbe la richiesta legittima, ma rispose che il
governo non aveva i fondi necessari. Nunziante insistette, e si arrivò nel… al compromesso
cui la narazione accenna, ma con più particolari corposi. Il re Borbone dava in
perpetuità a Nunziante la proprietà di tre quarti dei terreni bonificati, a
condizione che la bonifica fosse realizzata in cinque anni. Nunziante s’impegnò,
e per realizzare l’impegno attirando lavoratori volontari (vanghieri e
coltivatori, “massari”), così come aveva già fatto a Vulcano, costruì l’abitato di San Ferdinando – così
chiamato in omaggio al re (la Calabria pullula di Ferdinandea e Ferrandina). Nel
mentre che incaricava il botanico Gugliemo Gasparrini di scegliere le colture da
impiantare – nacque così la coltura degli agrumi, che prosperano in zona umida,
e degli ulivi.
Gasparrini, giovane liberale, attivo nei
moti e del 1821 e del 1848, farà carriera accademica sotto la protezione del
conte d’Aquila, il fratello di Ferdinando II: sarà rettore di Pavia negli anni
a cavaliere dell’unità, tra il 1869 e il 1861, proposto e promosso dal conte, prima
di dirigere l’Orto Botanico di Napoli a unità conclusa. Vito Nunziante prese la
malaria a San Ferdinando nel 1832, e dopo un’agonia di quattro anni morì – dopo
aver fatto testamento a Napoli, nominando esecutore il generale Florestano Pepe,
difensore della Repubblica Partenopea del 1799, fratello di Gugliemo. Morì a
Torre Annunziata, ma si volle sepolto a San Ferdinando. Suo figlio Ferdinando s’illustrerà
nella repressione dei moti in Calabria Ulteriore, 1847-1848. Il figlio secondogenito
Alessandro, anche lui avviato alle armi, ebbe la fducia dei successori di
Ferndianndo I, ma in Sicilia nel 1860 proporrà di passare con l’esercito
sabaudo. Nei mesi precedenti Teano sarà a Teano l’uomo di Cavour, incaricato di
prevenire tentativi di autonomia di Garibaldi. Si definirà sempre cavouriano,
ma sarà parlamentare dal 1870 con la Sinistra storica – dal 1880 sarà senatore
del re.
La favola Abate racconta in chiave di
transizione, ecologica, verde. E anzi edenica: Eranova è un giardino fatato,
ricco di frutti, profumato di odori. In piccolo lo era, per i bagnanti del mese
di agosto, nei suoi due luoghi prospicienti il mare, due bagni – gli eranovesi erano
terragni, non marinari: un fondo granulare dava all’acqua trasparenza, dava
frescura già solo allo sguardo, con lo Stromboli all’orizzonte. Ma a petto di
una realtà per nulla edenica.
Non c’è nella storia, nemmeno una volta,
nemmeno per caso, Rosarno - San Ferdinando sì, molto, ma era allora, fino al
1977, “di Rosarno”. Nome che evoca la cronaca. E una realtà impoverita. Rosarno
era il centro dell’agrumicoltura in Calabria, gareggiava con la Sicilia, e di
una società articolata (si governava a sinistra), prima di diventare un paese
senz’anima.
San Ferdinando si è rifatto, con gli
indennizzi degli espropri. È una cittadina pulita, di case armonizzate
(finite), con un fronte mare dignitoso e
anzi attraente. Ma l’economia è a redditività prossima allo zero: la tengono in
vita gli africani della baraccopoli , e non con grande profitto, per nessuno. Era
problematica già cinquant’anni fa: l’agrumicoltura, che ne era stata a lungo la
ricchezza, non rendeva più, il trapasso a nuove specie (spesso a una nuova
coltura, quella del kiwi), ha richiesto investimenti onerosi, con poco e
ritardato profitto, e molti terreni si incontrano spiantati – abbandonati. È
vero invece che le case costruite a risarcimento, il rione Mazzagatti a Gioia
Tauro e Praia, sono state “costruite con ferro scadente, poco cemento, e molta
sabbia di mare”. Lo Stato è provvido e improvvido.
Il progetto di fare di una zona agricola fertile una
zona industriale, costruendovi un grande impianto siderurgico, oppure una
megacentrale a carbone (chissà perché a carbone), oppure infine un megaporto a pescaggio
profondo è narrativamente produttivo. Un’assurdità. Tanto più se si va a
guardare, anche senza l’occhio pasoliniano irridente vero il “moderno”, alla
funzione del porto. Che non ce l’aveva al momento della progettazione e dello
scavo. Gli fu trovata trent’anni fa dall’armatore ligure Ravano, il primo che
si era specializzato nel trasporto container. Un grande interporto per
container, un centro di scarico e carico di container di provenienza o
destinazione Asia, il grande mercato allora emergente, presto diventata la
grande fabbrica del mondo – un traffico
da grandi portacontainer a portacontainer più ridotti, per le destinazioni
finali. Dietro il porto, dove un tempo c’era il paradiso di Abate, un deserto
di alcuni kmq., la “zona industriale”. Per la quale si fanno periodicamente
progetti di collegamento con l’autostrada, lì accanto, e con la ferrovia, ogni paio d’anni, da acuni decenni.
Ma qual era l’alternativa? Quella
che c’è oggi, a Rosarno e in agro di San Ferdianndo. Di agrumeti intristiti,
spogli, secchi. Il porto qualche migliaio di stipendi li genera, dentro e
fuori. Non una gioia – ma ha già un certo carattere, anche guardato dalle balze
dell’Aspromonte.
leuzzi@antiit.eu
L’Intelligenza Artificiale migliora il bene comune
Un
numero speciale della rivista dedicato alle applicazioni dell’intelligenza
artificiale ai processi produttivi e al mondo della finanza. “Uno strumento di non difficile gestione per
il bene comune” è il filo conduttore. Con analisi della macroeconomia conseguente,
delle possibili regolamentazioni, delle applicazioni politiche, specie nel
miglioramento dei meccanismi democratici, e di quelle pratiche, nella finanza,
la medicina, l’agricoltura, la sicurezza nazionale, la tecnologia.
Imf,
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martedì 5 dicembre 2023
Il mondo com'è (468)
astolfo
Caterina Gabrieli - La soprano per eccellenza del Settecento, e quella
che più ha contribuito alla figura della primadonna bisbetica. Già celebrata da
Metastasio, veniva incoronata regina della scena dal concertista inglese
Charles Burney, “Viaggio musicale in Italia 1770”, pubblicato nel 1771, e dal
viaggiatore scozzese Patrick Brydone. “Viaggio in Sicilia e a Malta – 1770”,
pubblicato nel 1773. Brydone la celebra entusiasta: “Senza dubbio la migliore
del mondo”, avendola specialmente ammirata in una scena in cui il tenore,
Pacherotti, per la vergogna di avere sfigurato al confronto di lei, scappa in
lacrime dietro le quite. “Il talento della Gabrieli è universalmente conosciuto
e ammirato…”, continua: “Le sue meravigliose esecuzioni e la sua agile voce
suscitano l’ammirazione di tutta Italia, costringendo gli italiani perfino a
inventarsi parole nuove per esprimerla”. Se non che è capricciosa. “Comunque,
con tutti i suoi difetti,è certo l sirena più pericolosa dei tempi moderni, e ha
fatto più conquiste (almeno credo) di qualsiasi altra donna vivente. È anche
molto generosa. E molto ricca, grazie alla munificenza (pare) dell’ultimo
imperatore, il quale si compiaceva di averla a Vienna”. Anche se è stata bandita
pure da Vienna, “per gli imbrogli e i litigi” da lei provocati. Ma più dai suoi
intrighi che dalla bellezza. Anche se si presenta con molte doti. “Sebbene abbia da tempo varcato la trentina (nel 1770 aveva
quarant’anni, n.d.r.), sulla scena dimostra a malapena diciott’anni”. E “ha una
padronanza di mezzi che non ha limiti”. Inoltre, “la sua bravura come attrice è
quasi pari a quella di cantante: non ho trovato ancora nessuna che sapesse
commuovermi come lei, a volte con poche parole di un recitativo e un
accompagnamento in la. Quasi quasi comincio a credere a quanto dice Rousseau di
questo genere di musica, da noi disprezzato. La Gabrieli deve molto della sua
arte alla guida di Metastasio, specialmente per la recitazione; da autore egli
ammette egli ammette che la Gabrieli interpreta i suoi melodrammi meglio di
ogni altra attrice”. Ma ha un caratteraccio: “I capricci di questa donna sono
così tenaci e caparbi che niente può imbrigliarli, né lusinghe, né minacce, né
punizioni”. Un lungo racconto è quello di un pranzo e una rappresentazione per
ospiti importanti che il vicerè di Palermo aveva organizzato contando su di lei: fece
aspettare gli ospiti a tavola, facendosi trovare a casa “a letto che leggeva”,
scusandosi che “si era completamene dimenticata dell’impegno” – e poi a teatro
cantando sottovoce, per l’irritazione del viceré e dei suoi ospiti. Il vicerè
la fece per questo imprigionare, e lei, in carcere per dodici giorni, “dette dei
magnifici concerti ogni giorno, pagò i debiti di tutti i prigionieri poveri e
distribuì larghe somme in beneficenza” - “il vicerè fu costretto ad abbandonare
la lotta, e la rimise in libertà tra le acclamazioni dei poverelli”.
Martha Marcovaldi – Fu la moglie di Robert Musil. Di cui si vuole
oggi, nell’ambito degli studi di genere, che sia stata anche la collaboratrice,
in qualche misura la coautrice.
Musil fu il
suo terzo marito, col quale convisse fino alla morte di lui, nel 1942, con lui
spostandosi su e giù per la Germania, l’Austria e infine la Svizzera. Da ultimo
a protezione sua, di lei, che essendo ebrea, benché da documenti procuratile
dal marito risultasse cristiana luterana, dovette evitare l’Austria di Musil e
la sua Germania, ed ebbe residenza difficile, molto controllata, in Svizzera, a
Zurigo prima e poi a Ginevra. Morirà nel 1949, a Roma, a 75 anni, in casa del
figlio Gaetano Marcovaldi, un professore liceale (al Visconti) di italiano,
specialista di Dante, in via Settembrini , n. 13 – figlio avuto col secondo
marito, di cui da divorziata aveva conservato il cognome (a via Settembrini il
secondo marito era morto nel 1944). Da Ginevra, finita la guerra, si era dapprima
spostata negli Stati Uniti, in casa dell’altra figlia avuta con Marcovaldi, Annina
Marcovaldi Rosenthal.
Nata Heiman o
Heimann a Berlino, da genitori ebrei, a gennaio del 1874, Martha aveva perso il
padre a soli due mesi, un banchiere, già spedizioniere a Amburgo, suicida per
difficoltà economiche. A diciannove anni aveva perduto anche la madre. Aveva
vissuto con la madre in Italia, per prendere lezioni di pittura – a Torino
sarebbe stata ritratta da Giacomo Balla, che anche lui viveva con la madre. Aveva
sposato un cugino, che però era morto di tifo a Firenze nel viaggio di nozze. E
in seconde nozze, a Berlino, il commerciante romano Enrico Marcovaldi, col
quale ebbe due figli. Sposò Musil una volta completate le procedure di divorzio
da Marcovaldi, il 14 aprile 1911, a 37 anni, a Berlino, e vissero insieme per
tutta la vita di lui, trentun’anni. Una vita inquieta, più raminga che
stabilizzata, tra Berlino, Vienna, Zurigo, Ginevra. Senza figli. Con qualche
gelosia. Di lui per il precedente marito di lei, di lei per Ida Roland,
l’attrice viennese, anch’essa ebrea, sposa di Coudenhove-Kalergi, l’europeista
che fonderà l’Unione Paneuropea. E con qualche tentativo – o solo minaccia - di
suicidio. Al matrimonio si erano iscritti, come punto d’incontro tra la
condizione ebraica di lei e quella cattolica di lui, nei registri del
protestantesimo luterano.
Aveva incontrato
Musil quattro anni prima, nel 1907 – alcune fonti dicono nel 1905. La storia
vuole che Musil l’abbia vista al prima volta alla stazione di Rövershagen, presso
Rostock, mentre lei stava cambiando treno, diretta a Graal-Mürizt, sul Baltico,
con i due figli Marcovaldi per la villeggiatura, e ne sia stato colpito come dal
fulmine. Tanto da saltare sullo stesso treno per seguirla (uno schema però
ricorrente nella narrativa tedesca, anche nel lungo racconto di Corrado Alvaro
intitolato “Solitudine”), e prendere alloggio nello steso albergo di lei, il
Waldhotel – che di quel soggiorno tiene la memoria. Nel 1907 moriva Hermine
Dietz, con la quale Musil aveva avuto una relazione lunga cinque anni, e che l’anno
prima aveva abortito a causa della sifilide – di cui soffriva lo scrittore, che
l’aveva contratta poco prima della loro relazione (di Herma Dietz Musil farà il
ritratto nella novella “Tonka”).
Non
bella, reduce da due matrimoni, di sette anni (meno due mesi) maggiore di
Musil, ma evidentemente di grande fascino, Martha si presume il modello di
personaggi femminili importanti di Musil: Agathe de “L’uomo senza qualità”, e\o
Clarisse, la “nietzscheana” (che però potrebbe avere avuto a modello Alice
Charlemont, moglie dell’amico di gioventù di Musil, il musicista Gustav Donath),
e Claudine di “Il compimento dell’amore” .
Una biografia
letteraria di Martha, pubblicata nel 2006 da una studiosa dell’università della
Sarre, presidente da una vita della Société Internationale Robert Musil, Marie-Luise
Erben, “Un destin de femme
- Martha Musil: l’amante, l’épouse, la soeur”, ne fa l’ispiratrice o il modello
dei personaggi più rilevanti dell’“Uomo senza qualità”. Basandosi sulla
corrispondenza di Martha col saggista svizzero Armin Kesser giunge alla
conclusione che “la simbiosi tra Martha e il. suo sposo è evidente”. E che “lei nutrisce i personaggi femminili più
ricchi e più complessi”, soprattutto Agathe, la sorella. È lei che “gli permette
di raccontare nell’«Uomo senza qualità» esperienze di vita su temi molto
concreti: la gelosia, il desiderio e le numerose forme d’amore, dal più carnale
al più «mistico»”.
Recentemente Regina Schaunig, specialista di Musil al Robert
Musil Institut dell’università di Klagenfurt, ne fa una sorta di co-autrice,
più che di intermediaria, dell’opus magnum,
cui Musil lavorò per tutti gli anni della vita insieme - “Das Murmeln der Dichterfrau:
Martha Musil als Co-Autorin”, il mormorio della moglie del poeta.
Un recupero è in corso anche dell’attività di Martha Marcovaldi
come disegnatrice e pittrice. Non se ne conoscono molti lavori. Musil non ne
aveva grande opinione. Ma plaquettes di
schizzi e piccole esposizioni si
succedono. Nello studio “«Lui» e «Lei»” Musil caratterizza la moglie così: “Non
so se dovrei dire di mia moglie che è una pittrice, non ha toccato il pennello per
anni”. Ricorda che “un disegno che ha fatto di me è diventato molto noto, un
nudo di una giovane donna, esposto a Vienna, è stato molto notato. Ha esposto a
Berlino, Monaco, Vienna e Roma: nel passato!”. Quindi descrive il suo modo di
dipingere. E si dilunga sulla sua grande conoscenza delle letterature, “molto
di più di quanto io sappia”. Con un gusto sicuro: “Non solo ha un senso ferreamente
strutturato di quanto è buono, ma anche di quanto è inadeguato, che è molto più
raro”. È su questo tipo di considerazione che si lavora, ch un po’ Musil era
lei.
Nabka – La Nabka che Avi Dichter prospetta come esito finale per i palestinesi di
Gaza, l’ex capo dello Shin Bet, i servizi segreti israeliani, ora ministro dell’Agricoltura
e lo Sviluppo Rurale, e per quelli della Cisgiordania, allude all’esodo forzato, o espulsione, dei Palestinesi al termine della guerra
civile 1947-1848 che vide la creazione dello stato di Israele. Una
“catastrofe”, questo il senso letterale del termine, che viene commemorata fra
i palestinesi e nel mondo arabo il 15 maggio, in ricordo del 15 maggio 1948,
quanto 750 mila palestinesi, secondo il calcolo mediamente più accettato, ora anche dagli storici di Israele (Benny Morris, Elie Barnavi tra gli altri), furono espulsi dalle terre su cui avevano vissuto – la cifra si è
precisata negli anni 1990, quando sono stati aperti agli storici gli archivi di
trent’anni prima.
L’opinione
israeliana è stata a lungo divisa sulla Nabka: i moderati e le sinistre la
negavano, le destre la rivendicavano. Il governo, anche di destra, l’ha sempre
negata. Ma dopo il 7 ottobre la rivendica e la invoca, l’espulsione, che ha
intensificato in Cisgiordania, prospettando come una “necessità storica”, le
attività di colonizzazione sostenendo con l’esercito e la polizia. Nel bilancio
straordinario di guerra varato il 27 novembre il governo ha allocato l’equivalente
di 121 milioni di euro, su un totale di un miliardo, per la colonizzazione
della Cisgiordania – in aggiunta ai 60 milioni già previsti d al bilancio
ordinario 2023-2024.
Col tempo, più
che con l’espulsione in massa del 15 maggio, la Nabka si è identificata con la
diaspora forzata dei palestinesi. Cominciata prima di quella data, a partire da
fine 1947, quando le famiglie abbienti di Gerusalemme avevano cominciato a cercare
rifugio in Libano e in Giordania, e proseguita, sempre prima del 15 maggio, da
professionisti e coltivatori. Analogamente, dopo il 15 maggio molti palestinesi
si sono costretti all’esproprio e\o alla migrazione forzata, per effetto delle leggi
del nuovo Stato e, dopo la Guerra dei Sei Giorni, 1967, per l’occupazione israeliana
della Cisgiordania, della politica israeliana di “colonizzazione” – di
colonizzazione nel senso del colonialismo, di acquisizione forzosa di beni e
terreni già di proprietà e uso altrui, degli “indigeni”.
A oggi gli
“esodati” palestinesi sono conteggiati dall’Onu (Unrwa) in circa 5,5 milioni.
In larga parte senza beni di fortuna e senza alloggio (assistiti in campi
profughi). Discendenti della Nabka del 948 o vittime della politica israeliana
di colonizzazione su base etnica.
Niccoloso da Recco – Il primo navigatore oceanico, o uno dei primi. Quando Boccaccio tornava da Napoli a Firenze, nel 1340, lasciando
le belle donne per la letteratura col Petrarca, e la spensieratezza per il commercio in crisi, Niccoloso si
spingeva fino alle Canarie, con equipaggio genovese, fiorentino e spagnolo, per
conto del re del Portogallo Alfonso IV. Al ritorno, dopo cinque mesi, Boccaccio
avidò lo interrogò, celebrandone la riscoperta con un trattatello (“De
Canaria et insulis reliquis ultra Hispaniam in Oceano noviter repertis”) in cui
riferisce dei guanche, i berberi
delle isole – la scoperta, più che delle isole, già note, era stata di una
“nuova popolazione”. Niccoloso aveva viaggiato insieme col fiorentino Angiolino
del Tegghia de’ Corbizzi.
astolfo@antiit.eu
Biden per l'espulsione dei palestinesi
“Non corriamo alla catastrofe” è il titolo, un invito. Ma doom
è anche destino, e anche condanna.
Il
titolo è una presa di posizione. Netta, contro il “colonialismo” israeliano nei
confronti dei palestinesi. Anziska, specialista di studi ebraico-israeliani all’University
College di Londra (London University), è noto per due ricerche. Una sulla
diplomazia israelo-americana intesa a prevenire la costituzione di uno Stato
Palestinese, “Preventive Palestine: A Political History from Camp David to
Oslo”. E una sull’invasione israeliana del Libano (basata sui documenti desecretati
nel 2012, a trent’anni dai fatti), che documenta l’asse Israele-Falange libanese
(milizie cristiane) nell’invasione del Libano del 1982, e nel massacro di Sabra
e Chatila (pubblicata sul sito della rivista il 17 settembre 2017).
Sotto
forma di intervista, lo storico spiega la critica del sionismo, inteso come
colonizzazione e creazione di uno Stato etnico, dall’interno della tradizione
ebraica, di studi ebraici. L’intervista riprende anche lo studio che ha reso Anziska
noto, la sottile distinzione tra “autonomia” palestinese e “sovranità”, che ha
portato agli accordi di pace-imbuto di Oslo. E si conclude con la disamina
della risposta dell’amministrazione Biden “all’assalto su Gaza” – non sul 7
ottobre.
Di
quest’ultimo aspetto Anziska, ritenuto
un’autorità per lo studio delle “ambiguità” delle amministrazioni americane che
da Camp David (1974) portarono a “Oslo”, all’accordo firmato a Washington nel
1993, su iniziativa e in buona misura a opera americana, dà una disamina
inedita. “Nessun altro presidente americano ha attivamente permesso e
materialmente appoggiato la pulizia etnica israeliana in scala così massiccia.
Qualcuno ha sostenuto che il calcolo di Biden, dopo i brutali massacri di Hamas
il 7 ottobre, era di dare a Israele un forte abbraccio (bear hug), di mostrare ai leader di Israele che non c’è alcuna
fissura tra il loro paese e gli Stati Uniti, guadagnandosi quindi lo spazio per
governare modi e misure della punizione del governo Netanyahu. Ma gli atti dell’amministrazione
Biden, e le sue proprie parole, compreso l’imperdonabile dubbio retorico sul
numero delle morti palestinesi a Gaza, rendono quell’assunto difficile da
sostenere. Biden ha autorizzato il più alto tasso di vittime nella storia del
conflitto, giacché il nord della striscia di Gaza diventa inabitabile e
infetto, e non ha fatto nulla per contener e le espulsioni forzate e gli assassinii
nella Cisgiordania”.
A
giudizio dello storico, Biden ha per questo “minato i valori e l’influenza”
americana nel mondo. Ma ha altri elementi
di fatto per basare questa asserzione: “In questi ultimi due mesi ci sono state
plurime indiscrezioni sui trasferimenti senza precedenti dell’amministrazione Biden
di armi letali a Israele senza un vero controllo – che hanno portato alle dimissioni
del dirigente del Dipartimento di Stato
Josh Paul – e anche le prime rivelazioni che la Casa Banca ha sostenuto il
trasferimento dei civili fuori di Gaza”.
È forse
per interventi come questo che il dipartimento di Stato oggi annuncia il blocco
dei visti per i “coloni estremisti” israeliani in Cisgiordania.
Seth
Anziska, Let Us not Hurry to Our Doom,
“The New York Review”
lunedì 4 dicembre 2023
Problemi di base di mercato - 779
spock
Il libero mercato libera i tori
(i ricchi)?
E le pecore?
C’è un mercato per tutto ma non
per tutti?
“Specialisti senza intelligenza,
edonisti (consumatori) senza cuore”, Reckwitz-Rosa?
O non specialisti senza cuore,
consumatori senza intelligenza?
Il mercato ha le sue ragioni che la ragione non conosce.?
spock@antii.eu
Il buon odore dell’Italia, in America
anti.it aveva recensito le corrispondenze
di Simenon dal Nord America in occasione
dela riedizione in francese:
L’odore dell’America è
italiano. Simenon lo scopre per ultimo, nel 1958, nel commovente breve testo
che chiude la raccolta: gli odori dell’orto, gli odori della cucina, le arance,
i carciofi e la vite, nell’“enorme Babilonia” parlano ancora italiano.
“L’odore dell’America” è
l’ultimo di una serie di articoli sulla scoperta dell’America che Simenon fece
a partire dal 1946, quando lasciò sdegnato Parigi per il Nord America, il
Canada dapprima e poi gli Stati Uniti – troppe invidie: era stato denunciato in
guerra, nel 1942, come ebreo, e nel 1944 come collaborazionista, per questo perfino
processato, a nessun effetto.
“Un uomo senza incubi”,
tale Simenon scopre l’americano nel 1946. E tale si vorrà egli stesso d’ora in
poi, “libero” mentalmente e liberale. Liberato al punto da rompere con
Gallimard, il grande editore, al quale imputerà senza riserve né remore di
averlo pubblicato e venduto come scrittore di second’ordine. È qui che nasce il
secondo Simenon.
La corrispondenze per
“France Soir”, che fanno buona parte della raccolta, del 1946, sono gustose “cose
viste” in un lungo viaggio in macchina dal Canada alla Florida, col figlio
Marco, la moglie Tigy, e la segretaria bilingue Denyse Ouimet – un triangolo
che presto si dissolverà, col divorzio da Tigy e il matrimonio con Denyse.
Tutte osservazioni peraltro notevoli, è una scoperta dell’America che ancora
dura. Per esempio nella comparazione fra l’istruzione negli Usa e in
Francia-Europa: “Qui il bambino è re, il giovane è re”.
Georges
Simenon, L’America in automobile,
Adelphi, pp. 185, ill. €16
domenica 3 dicembre 2023
La guerra del petrolio di Kissinger
Un punto non è stato ricordato
nei necrologi diffusi di Kissinger, che però è stato cruciale per l’Europa e
nell’area del Mediterraneo – di marginalizzazione dell’Europa e di crescita
strabiliante del mondo arabo-islamico: l’esplosione dei prezzi del petrolio, a
un mese dalla sua nomina a segretario di Stato. In una con la guerra del Kippur
scatenata dall’Egitto di Sadat.
I corsi del petrolio da un anno e
mezzo erano lamentati dalle compagnie petrolifere. I costi di produzione erano sempre
bassi, ma la redditività e la capitalizzazione delle compagnie erano deboli. E
non permettevano di finanziare la ricerca mineraria negli Stati Uniti.
Con gli idrocarburi a basso costo
infimi (al petrolio si accompagna il pezzo del gas) si era finanziata l’economia
europea. La dipendenza si rivelerà un cappio dopo la crisi dell’ottobre 1973,
prosciugando le riserve monetarie di molti paesi europei, tra cui l’Italia (nel
1975, ridotte le riserve in Banca d’Italia a quasi zero, si dovette ricorrere a
un prestito dalla Germania). L’effetto fu neutro per l’economia americana, sostanzialmente
autosufficiente per le fonti di energia: il gallone di benzina aumentò, ma non
di molto, mentre l’industria petrolifera, per tre quinti americana, si
ricapitalizzò vistosamente.
Nel 1972 e nel 1973, alle assise periodiche
dei paesi produttori di petrolio un diplomatico americano di nome James Akins, “collaboratore
del consigliere nazionale per la sicurezza Henry Kissinger”, ne era diventato
la vedette, applaudito, tra risate e
manate. Interveniva sempre, e spiegava che il petrolio era sottovalutato, e che
non c’erano mercati alternativi di fonti di energia al petrolio.
A
fine 1973 il neo segretario di Stato Kissinger nominava il 1974 “l’anno dell’Europa”.
Ombre - 696
È
quasi commovente, per chi ha avuto esperienza della “bistecca sintetica”
Bp-Liquigas a Saline Joniche cinquant’anni fa, con un danno erariale di alcuni miliardi (70 dipendenti
in cassa integrazione per quarant’anni), l’impegno mediatico a seguire amorevolmente
la “carne coltivata”, prima da Mattarella e ora a Bruxelles, dopo il non
passerà” di Coldiretti e Lollobrigida, il ministro. È una lobby così potente –
quella della bistecca sintetica?
Richiesta di dimissioni
per Crosetto che critica la giustizia politica. Poi di semplice censura
parlamentare. Poi di semplice dibattito. Al quale non si presenta nessuno.
Crosetto aveva pure detto:
“È l’opposizione giudiziaria l’unico pericolo
per il governo”. E due giorni dopo la giudice romana Maddalena Cipriani gli aveva
dato ragione, condannando un sottosegretario che nessuno accusava - la Procura che
lo aveva indagato non lo incolpava. Cipriani, gup, come già la giudice gip, Emanuela
Attura, che l’aveva preceduta a giugno. Se non è politica, che giustizia è: femminista,
anti-maschilista (il sottosegretario è maschio)?
Il giudice italiano decide
sugli atti? No, decide secondo partito. La giustizia politica, vissuta a Beirut (sotto dominazione siriana) e a Teheran,
è da voltastomaco - un tempo si sarebbe detto da Terzo mondo. Ora, non si può
dire di due gentildonne, Attura e Cirpiani, che sono da voltastomaco. E poi
sono reduci. Ma di Stalin?
La
sconfitta di Roma per l’Expo 2030 sanziona una candidatura senza senso. Ma è,
nel punteggio, e contro una città fino a ieri inesistente (negli anni 1970 non
aveva un albergo), umiliante. Le cronache romane, del “Messaggero”, “la
Repubblica”, “Corriere della sera” invece fanno finta di nulla. Per
signorilità? Certo, molti milioni sono stati spesi, per viaggi, inviti, presentazioni,
consulenze, progettazioni, testimonial, video, progettazioni - per raccogliere
i voti di San Marino, Andorra e pochi altri. Ma
questo a Roma è normale.
La
Turchia dunque esporta materiali bellici, che farebbero parte delle sanzioni
contro la Russia, a paesi vicini alla Russia. E importa dalla Russia
direttamente prodotti sensibili, che sono materia di sanzioni, in aumento quest’anno
del 60 per cento rispetto al 2022. La Turchia fa parte della Nato, ma non po'
inimicarsi la Russia, da sempre – da quando, più di un secolo fa, sono finite
le guerre contro l’impero russo.
Unicredit
esce dalla lista delle banche sistemiche,
cioè contagiose in caso di crisi, finora 29, stilata dalla Bri, la banca dei regolamenti
internazionali, e dal Financial Stability Board, e perde in Borsa. Unicredit
esce dal rischio “sistemico” per avere aumentato le riserve e ripulito il
portafoglio. Si direbbe un titolo di merito. In ogni caso, uscire dalle banche
“sistemiche” non è un vantaggio? Il mercato ha le sue ragioni che la ragione
non conosce.
Si
sorride a sinistra della provocazione democristiana in Germania, di dichiarare
decaduto il governo che non sa reagire alla crisi, e andare a elezioni anticipate,
in una con le Europee. In Germania vige il “voto di sfiducia costruttiva” (konstruktives Misstrauenvotum), si fa valere.
Dagli stessi che in Italia deridono il tentativo di introdurre l’analogo.
Si
fanno le cronache distinguendo un fronte Gaza Nord e uno Gaza Sud. Di una striscia
che è lunga 40 km., quattro tre ore a piedi, e larga al massimo 12 km,, ma per
gran parte 9. Troppa fatica leggere almeno la carta geografica - non si
pretende che qualche inviato ci sia mai stato?
I
termini della tregua, “per ogni israeliano saranno liberati tre palestinesi”,
sono un’aritmetica bellica (non se ne possono conoscere le ragioni), ma suonano
sinistri. C’è una bilancia? Di che tipo?
I
palestinesi liberati durate la tregua sono stati adolescenti – ragazzi e
ragazze – e donne. Anche di questo non si parla, per quanto curioso: ci sono
tanti ragazzi prigionieri nelle carceri israeliane, e tante donne?
Non
c’è tg in cui, per la par condicio scalfariana
(di Scalfaro, non di Scalfari), non ci si una dichiarazione dell’ex presidente
del consiglio Conte, il capo dei 5 Stelle. Il quale invariabilmente dice, sempre
con lo stesso tono, del budget 2024
del governo Meloni: “Una manovra che aumenta le tasse di due miliardi”. Così poco?
Detto da uno che ha regalato in bonus centinaia di miliardi. A debito, e che ora
tocca pagare.
La
storia del grillismo, o il laurismo al potere, sarà esilarante – se ci sarà
ancora qualcuno per leggerla.
Incuriosisce
in America la campagna pre-elettorale del presidente Biden, che perde consensi,
pur facendo valere l’incremento dell’attività e dell’occupazione e il blocco dell’inflazione.
La ragione sarebbe che, se l’inflazione è crollata statisticamente, i prezzi sono
aumentati, e anche molto. Avviene lo stesso con le statistiche europee – da record
quelle Eurostat vent’anni fa, quando i prezzi
in euro raddoppiarono ma per la statistica restarono piatti. È solo la divaricazione
come nelle temperature, fra il registrato e il percepito? No, i prezzi non sono
sensazioni, sono cifre.
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Il mite velenoso
L’ennesima
autocelebrazione sorridente dell’uomo forse più divisivo del calcio - insieme
col suo amico e patrono Berlusconi (ma non altrettanto vincente). Che evitò di
portare in Nazionale di cui era commissario tecnico, al suo unico Mondiale 1994,
Vialli, Ravanelli, Del Piero, Peruzzi solo perché erano della Juventus.
Ne
portò solo due della Juventus. Conte, cui fece giocare due fece giocare due
scampoli di tempo ai quarti e in semifinale, contro la Spagna e contro la
Bulagria, fuori ruolo. E Baggio, che tenne in ansia per tutto il torneo, gioca,
non gioca?, benché la nazionale fosse asfittica e solo i 5 gol di Baggio la
portarono alla finale, contro nientemeno che il Brasile - forse anche contento
del rigore che Baggio sbagliò, regalando il titolo agli avversari.
In
funzione anti-Juventus Sacchi accettò anche di fare il direttore generale del
Real Madrid per pochi mesi. Senza altra funzione che di orientare la squadra contro
il club bianconero in un duello decisivo in Champions League. È tutto dire.
Arrigo
Sacchi, Il realista visionario,
Cairo, pp. 176 € 16,50
sabato 2 dicembre 2023
Appalti, fisco, abusi (236)
Le pensioni di fine anno, novembre
e dicembre, tredicesima compresa, sono state soggette a un
prelievo forzoso da parte delle
Entrate - cioè del Tesoro, del governo. Per un anticipo delle entrate rispetto
al 2024 - in parte da scontare con la dichiarazione
dei redditi 2024\2023.
Il prelievo va da pochi euro ad
alcune migliaia, nelle mensilità di novembre, dicembre, e della tredicesima.
Particolarmente colpiti i pensionati delle ex casse mutue autonome ora in gestione
all’Inps: Inpdad, Inpgi, ingegneri e tecnici, Gente dell’aria e altre minori.
La manovra, applicata senza preannuncio
e senza spiegazione, è stata effettuata su tre canali.
Uno, il meno incisivo ma applicato
a tutta la platea dei pensionati, 21 milioni, è il cosiddetto regalo: l’anticipo
a dicembre del conguaglio relativo all’inflazione
2022 – l’assegno è rivalutato dello 0,8 per cento per le pensioni minime (sempre
più sfumato a mano a mano che il vitalizio cresce), per esse stata l’inflazione
2022 accertata superiore a quanto stabilito a gennaio. L’anticipo, di poche decine
o di poche centinaia di euro, varia il reddito annuale, portando in alcuni casi
ad aumenti sostanziosi della trattenuta Irpef.
Il prelievo più diffuso riguarda
i percettori di pensioni di vecchiaia da (ex) cassa mutua che abbiano anche una
pensione di anzianità Inps. A titolo di “conguaglio da aliquota fiscale per effetto
del cumolo delle pensioni”. Conguaglio e cumulo da sempre calcolato preventivamente
dalle Entrate (e applicato dall’Inps). Ma che ora viene ricalcolato in base a parametri
per ora ignoti – si vedrà, questa la risposta, nel 730.
Il terzo prelievo, singolarmente
il più elevato, riguarda i pensionati di mutue che hanno anche una cassa mutua
malattie. Questa assicurazione quest’anno non viene più percepita (trattenuta)
dall’Inps, ma riscossa direttamente dalle mutue. Il fisco ha deciso a novembre
che il reddito degli assicurati doveva essere accresciuto anche di questi contributi,
e quindi assoggettato a rimodulazione (aumento) dell’Irpef, da pagare sull’unghia,
a novembre e dicembre.
Il prelievo è “forzoso” in quanto
non preannunciato né discusso. È un’operazione di cassa, ai fini della contabilità
nazionale, per quanto marginale complessivamente come gettito (attorno al miliardo?).
Ma il governo la fa scontare ai pensionati. E si tratta di un governo eletto con
l’impegno di non mettere “le mani in tasca agli italiani”.
L’Europa fragile - indifesa, incapace
Il ministro Giorgetti rende noto
un colloquio che ha avuto, molto lungo, due ore e mezzo, con Kissinger (quattro ani fa, quando fu invitato
al Council on Foreign Relations?), e una lettera sugli stessi temi del colloquio
che Kissinger gli ha poi scritto. Pwr dire l’Europa fragile: esposta a tutte le
correnti commerciali e politiche, e incapace di decidere.
Una rivelazione che è un po’ la
scoperta dell’acqua calda. Ma più che mai attuale, cioè durevole. Del resto
Kissinger è stato uno statista dell’acqua calda, della Realpolitik, che l’Europa tanto disprezza.
La rivelazione è dell’Europa dopo la guerra fredda, che non ha ancora capito
che è finito il suo ruolo di avamposto contro l’impero sovietico. Che è un’isola nel grande mondo fra gli oceani.
Il Fondo Monetario così la fotografa
oggi, il giorno dopo la rivelazione di Giorgetti. L’Europa è l’area più
intrecciata agli scambi internazionali, il che la rende specialmente vulnerabile in tempo di dazi e contingenti. È anche l'area al mondo più aperta agli investimenti esteri, che presentano la stessa debolezza. Mentre non ha, si può aggiungere,
una difesa coordinata, altro che quella Nato, americana, malgrado spenda tanto.
E ha molte politiche comuni, nel senso di una sorta di perequazione continentale
della ricchezza, ma non una politica comune verso l'estero, né economica né politica
– siede passivamente nell’”Occidente”.
Divertirsi nei truci anni 1970, si può
Un
ritorno felice, dopo i tre film di successo imbroccati da Bruno, soggettista,
sceneggiatore e regista. Per una miniserie, di episodi veloci e irresistibili,
sugli “anni 1970”.
Nel
primo episodio la inevitabile “serata” alternativa-contestativa, tra
rivoluzione e fumo, in una comune, ma molto individualista. Gian Marco Tognazzi
ha scoperto di essere stato adottato, tramite una vecchia foto semiscolorita
della presunta madre naturale, e parte alla sua ricerca, rubando al mago, lo
stesso Massimiliano Bruno, la ricetta del tempo. Giallini e Morelli
naturalmente lo inseguono, poiché è il custode dei soldi rubati, di cui sono ovviamente
a corto. E incontrano il “movimento” post-Sessantotto, in una comune attorno al ricco intellettuale Maurizio Lastrico. La convivenza con se stesso in fasce e con la madre
giovanissima e femministissima – il maschio “non esiste”, nemmeno nella
fecondazione - è un gran racconto.
Poi,
prima del ritorno alla contemporaneità, ci sono, anch’esse inevitabili per gli anni
1970, le trame: i servizi deviati, le bombe eccetera. Che i tre prodi cavalcano
saggi e abili, naturalmente vittoriosi.
Bruno,
nel ruolo di geniere del tempo, si studia di rimediare allo sfortunato rigore di
Baggio contro il Brasile che costò all’Italia il Mondiale del 1994 - non gli
viene facile.
Una commediola indiavolata della pregiata ditta Lucisano - specialmente felice il casting dei tanti comprimari. Un
umorismo svagato e divertente.
Massimiliano
Bruno-Alessio Maria Federici, Non ci
resta che il crimine, Sky Cinema, Sky Atlantic
venerdì 1 dicembre 2023
Cronache dell’altro mondo – di taccheggi (248)
“Lo spettro del taccheggio
ossessiona l’America: video virali circolano che documentano scene
terrificanti, gente mascherata che fracassa vetrine, gruppi che attaccano
grandi magazzini, ladri che attaccano lavoratori”. I gestori delle grandi
catene di vendita lamentano furti in crescita, “una minaccia seria”, parte di
“un’ondata nazionale del crimine”.
Secondo un rapporto del Council on
Criminal Justice non dappertutto è cosi: il taccheggio ha dilagato negli ultimi
quattro anni a New York e Los Angeles. Mentre si è ridotto in oltre una dozzina
di altre città. Ma la sensazione è che sia in aumento.
Lo shrink, la differenza tra il valore delle merci inventariate e
quello delle vendite ha totalizzato 112 miliardi di dollari nel 2022, contro i
94 miliardi dell’anno precedente, secondo la National Retail Federation. Ma la stesa
Federazione nota che il furto esterno, commesso cioè da non dipendenti, è
rimasto di fatto piatto negli ultimi anni, rispetto all’incremento dello shrink” – rubano i dipendenti?
(“The Atlantic”)
Macondo a Gioia Tauro
Una
storia felice e poi infelice. Di Eranova, un paese che non c’è più (c’è il porto
di Goia Tauro), e di un amore che avrebbe potuto essere, oltre l’infatuazione
giovanile.
Un
paese dal nome beneaugurante. In realtà un piccola comunità, minima, un casello
ferroviario tra Gioia Tauro e Rosarno, che distano fra loro nove chimlmeltri,
con un mare trasparente, grazie a un fondale di sabbia sassosa, o sassolini
minuti. Di fronte allo Stromboli – alla parete chiusa del vulcano. Sacrificata
una cinquantina d’anni fa, per fare posto a un grande centro siderurgico, progetto
poi soppiantato da una megacentrale elettrica a carbone, infine, non sapendosi
più che fare, al megaporto di Gioia Tauro. Abate ne fa una Macondo di Calabria,
la storia di un destino amaro calato su un borgo felice.
Una
fiaba veridica, di un villaggio edenico in riva al mare, abitato da vecchi misteriosi
e maghe buone, destinato a dissolversi sotto i colpi di ruspe e draghe. Un “paradiso
chjatto e improfumato”, il narratore lo fa dire al proprio padre, avvezzo ai
calanchi dirupati del “marchesato”, nel crotonese, dove vive, “dove ti diverti a
raccogliere arance, mandarini, limoni, uva, fichi, olive”. Sotto l’ombrello magico
dei “Cento anni di solitudine”, qui invece piuttosto vivaci, affollati, e di “Foglie
morte”.
Un
racconto di personaggi da presepe, il nonno, la nonna, coloro che a fine Ottocento
crearono Eranova, e larghe tentacolari famiglie. Con lettere e appelli dei
paesani, pochi (i più preferirono i lauti espropri), al presidente Leone, a
Andreotti, a Paolo VI e a Pasolini contro il megaprogetto industriale. Con gli
eventi di contorno, sul solco de “Gli anni” della Nobel Ernaux: la fuga di
Kappler dall’ospedale del Celio, dove Abate faceva il militare, il rapimento di
Moro, un incontro fugace a un firmacopie con Pasolini.
La
ricostruzione è precisa, nella toponomastica e nell’onomastica. . Con un “camilleresco”
minimo, di termini dialettali reinventati – per lo più italianizzati: pregnanti. Con
poche imprecisioni. Forse una sola: il “morsello” il narratore-autore non l’ha
mangiato a Eranova, forse a Catanzaro (che è molto più vicina al crotonese, l’area
familiare di Abate, ma in Calabria tutto è distante). O due: “Lina mostra a
Carluzzo il dito medio” succede nei film americani, qualche decennio dopo, in
Calabria ancora no. Alla lettura però è diseguale: molto l’episodico, e il bozzetto.
E anche il camilleresco, non sempre è significante – “l’epoca anticària” non
dice nulla.
E
i racconti sono finti di vecchi – sono di come si presume parlino i vecchi, che
si vorrebbero saggi e altruisti ma più spesso invece tacciono. Sull’esempio di
Marquez, ma senza l’inventiva, né il pathos. “Sì, mi attraggono le storie vere
come questa”, si dice il narratore, “compresi i tentativi di reinventare ad
arte per raccontare l’indicibile”. L’indicibile è la nostalgia, che abbellisce
anche l’orrido. Abate ci prova con l’abbandono, che vuole sofferto mentre più
spesso è di sollievo nella realtà – lo ha raccontato nelle opere precedenti,
dell’emigrazione, e del ritorno. L’impressione è che, rimontato, al modo che fu
di “Nuovo Cinema Paradiso”, Eranova meriterebbe il richiamo a Macondo.
Carmine Abate, Un paese felice, Mondadori, pp. 261, ril., €18,50
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