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giovedì 21 dicembre 2023

Mafia a palazzo di Giustizia

“Nei giorni immediatamente successivi alla strage di via D’Amelio, un nucleo di polizia giudiziaria si presentò a casa di Borsellino con il mandato di perquisire lo studio del magistrato, in cerca di elementi utili alle indagini. La famiglia oppose resistenza a quella perquisizione. Alla domanda perplessa sul motivo di una così inaspettata mancanza di collaborazione, i familiari replicarono: «Perché Paolo si fidava solo dei carabinieri»”.
Un libro incredibile. Non tanto per quello che dice, i delitti dell’antimafia, quanto perché li documenta. Riesce a documentarli, malgrado riserve, segretezze e coperture su documenti che pure dovrebbero essere pubblici. I due autori, già alti ufficiali dei Carabinieri a capo del Ros di Palermo nel 1990, erano riusciti a costituire un dossier documentato sulla catena di appalti pubblici gestiti dalla mafia. Una documentazione “che vrebbe potuto cambiare l’Italia”, possono affermare nel sottotitolo. Dopo averne dato nel testo una delucidazione impressionante.
Assassinato Falcone nella strage di Capaci a fine maggio 1982, il dossier si voleva indirizzato a Borsellino. Ma la Procura di Palermo glielo tenne nascosto. Affidandolo a due sotituti Procuratori che poi avrebbero fatto eccelsa carriera, Guido Lo Forte e Roberto Spampinato (quest’ultimo, famoso per essere  teorico del “Dio mafioso”, è oggi anche senatore 5 Stelle, dopo essere stato Procuratore capo). Il 13 luglio Lo Forte e Spampinato archiviarono il dossier. Il giorno dopo, al pool antimafia riunito, non ne dissero nulla a Borsellino, che pure era intervenuto alla riunione allarmato. Il 19 luglio Borsellino saltava anche lui in aria. Una vicenda terrificante. E ai due autori manca il riferimento al diario di Rocco Chinnici, il capo dell’Ufficio Istruzione che aveva inventato il pool antimafia e impiantato il maxi-processo storico, 1982-83, con centinaia di arresti poi convalidati, e a luglio 1983 era stato il primo a essere eliminato in una strage con con autobomba. Nel diario Chinnici dice chiaro che non c’era da fidarsi di Lo Forte e Spampinato.
L’elenco dele malefatte è sterminato - quello che si dice “un sistema”. L’archiviazione del dossier appalti decisa da Lo Forte e Scarpinato due mesi dopo l’assassinio di Falcone, senza dirne nulla a Borsellino, fu confermata pubblicamente poche ore dopo la strage di via D’Amelio, contro lo stesso Borsellino e gli uomini della scorta: che gli interessati ne venissero con certezza a conoscenza, sapessero di non aver e nulla da temere?
Il generone democristiano
Storie non di pizzo. Storie di grandi imprese, non siciliane, che lavoravano con la mafia per assicurarsi gli appalti pubblici, “dall’ideazione dell’opera all’istituzione della gara d’appalto, dal pilotare la gara stessa,e vincerla, al gravare sull’avanzamento dei lavori con sovracosti rispetto ai preventivi, con consulenze costosissime, con forniture a prezzi gonfiati, con ritardi pilotati nelle consegne ecc. Tutto questo (e con soddisfazione di tutti) ai danni delle casse dello Stato (attraverso quelle della Regione, delle Province, dei Comuni..”)”.  Una rete criminosa di impese, politici, tecnici e mafia.
Invischiato è il “generone” democristiano della migliore specie. Il sostituto procuratore Giuseppe Pignatone, che ebbe per un periodo assegnato il dossier insieme con Lo Forte e Spampinato, ora giudice del papa Francesco, dopo avere “esportato” la mafia a Roma, quando ne diresse la Procura della Repubblica, era figlio di Francesco Pignatone, insegnante di latino, deputato Dc a 25 anni, teorico del “milazzismo”, quindi caro anche al Pci, all’epoca dei fatti  presidente dell’Espi, Ente Sicilia per la Promozione Industriale, cerniera degli appalti. I maggiori contratti vedevano protagonista la Rizzani De Eccher, la ditta del geometra De Eccher subito dominante nelle opere pubbliche nelle province bianche di Udine e di Trento – in grado di “vincere anche tre gare in un giorno”, secondo la moglie del titolare, che curava l’amministrazine. Al centro della conventicola con la mafia la società romana Tor di Valle, di Paolo Catti De Gasperi, figlio di Maria Romana De Gasperi, coniugata Catti –  un ingegnere “vicino ai servizi segreti”, lo dirà il cassiere della mafia Siino, in uno dei processi in cui testimonierà da pentito. Ma più di tutti pesa il ruolo nefasto della magistratura.
Il procuratore capo di Palermo Giammanco aveva mandato in giro il dossier, che tutti sapessero, senza che la fuga di notizie fosse imputabile alla sua Procura. Dell’archiviazione, morto Falcone, si è detto. Pignatone, Lo Forte e Scarpinato si rifiuteranno di ascoltare il rappresenante della Rizzani De Eccher, il geometra Li Pera, il vero dominus degli appalti, quando questi, arrestato, comincerà a parlare. Brusca, il feroce luogotenente del feroce Riina, sentito successivamente dai sostituti Tescaroli e Di Matteo, dira chiaramente, a verbale, che Pignatone ha fatto “uscire notizie” del dossier, e niente succede. Tescaroli è uno che a Firenze, dove ora vice Procuratore Capo, lavora intensamente a dimostrare che le bombe del 1993 le ha messe Berlusconi, Di Matteo ha montato per vent’anni il processo Stato-mafia, ora finito nel nulla: sono giudici cioè molto anti-mafiosi, ma con perimetri.
Il capellone e il corrotto
Del verbale di Brusca, come di molte sedute del Csm, le trascrizioni sono state ottenute da Mori e De Donno solo di recente, attraverso strategie procedurali complesse, nel processo Stato-mafia, nel quale erano imputati, pur senza essere secretati. Erano, cioè, testimonianze e verbali protetti. Col “ministro dei alvori pubblici di Cosa nostra” A ngelo Siino, col quale De Donno aveva stabilito un rapporto confidenziale, in vista di un “pentimento”, a un certo punto il dialogo s’interrompe: “Non posso collaborare”, sibila Siino, col quale De Donno doveva limitarsi a incontri segreti di secondi, il tempo per il “ministro” di mingere, tornando dal Tribunale, dove veniva giudicato, al carcere, “la Procura ti ha venduto. I due che stanno in aula, il capellone non capisce nente, l’altro è corrotto. Non ti puoi fidare”. Il “capellone” è  Scarpinato, l’altro è Lo Forte. Vero o falso?
Il libro è in circolazione da un mese e mezzo, ma solo Caselli ha risposto. E non al libro, alla recensione che del libro ha fatto Carlo Vulpio. La p.151 è terribile – è sempre De Donno che parla: : Siino “mi riferì che – già prima del depositodel Dossier presso la Procura di Palermo - era stato informato dell’esistenza delle indagini. A suo dire, la fonte della notizia sarebbe stato Giuseppe Pignatone, che ne aveva informato alcuni ‘canali’ di cui non mi rivelò l’identità. Mi spiegò anche che Pignatone aveva un interesse personale in relazione a quelle indagini,in virtù sia della posizione del padre sia di quella del fratello, avvocato dello Stato e consulente dell’Assessorato ai lavori pubblici del comune di Palermo. Proseguì raccontandomi che, immediatamente dopo che il Dossier era stato depositato in Procura – nel febbraio del 1991 – Lo Forte, Pignatone e Giammanco, tramite fonti di cui non mi rivelò l’identità, ne diedero notizia ad ambienti mafiosi, comunicando anche il contenuto del Rapporto, tant’è che  lui stesso ricevette specifiche indicazioni sulle ultime pagine nelle quali era sintetizzato l’elenco delle persone e delle imprese coinvolte”.
Il Procuratore, di mafia, “ci capisce poco”
Qualche anno dopo Siino decide di collaborare con la Procura di Palermo, di cui è a capo Caselli. Che però affida il pentito, invece che ai Carabinieri, alla Guardia di Finanza. Caselli sarà poi all’origine del processo Stato-mafia:  convoca Mori e De Donno a Torino, alla presenza di un folto gruppo di magistrati, li chiude in due stanze separate, e li interroga “con un atteggiamento molto duro, quasi accusatorio”. La vicenda prende parechie pagine. È Mori che racconta, che pure aveva, dice, un rapporto di fiducia con Caselli, dai tempi del terrorismo. De Donno accusa Caselli di essersi rifiutato di verbalizzare l’alterco intercorso fra di loro sulla prima testimonianza di Siino, che il dossier era stato diffuso dalla Procura di Palermo. Sull’alterno non verbalizzato De Donno ha mosso un procedimento di accusa alla Procra di Caltanissetta.  Che si è poi concluso con l’archiviazione delle sue accuse, a carico di Giammanco, Lo Forte, Pignatone. Ma con la notazione che Siino certamente aveva accusato la Procura di Palermo della diffusione del dossier, “in quanto documentato dal contenuto delle fonoregistrazioni”.
Caselli non ha risposto, nemmeno lui. Ha solo lamentato, del libro, “schizzi di fango di dubbia natura”. Forse aveva ragione il suo protetto Lo Forte, che del Procuratore venuto da Torino diceva , ammiccando, che “ci capisce poco”.
In uno degli ultimi capitoli Mori spiega lungamente che i rapporti col giudice Caselli, prima di  Palermo, erano buoni: “Risalivano agli anni della nostra collaborazione nella lotta al terrorismo”. E a Caselli Mori passò la possibile collaborazione di Vito Ciancimno: “In vista del suo nuovo incarico miaveva contattato per avere da me un quadro della situazione in S icilia  e io gli dissi dei nostril contatti con Cincimino. Lui si disse interessato e si fecec promettere di essere infrmato di eventuali  sviluppi”. Caselli per Mori è colpevole anche di non aver capito, con Ingroia, l’interesse del “pentimento” che Ciancimiono gli offriva – il suo progetto di diventare “il Buscetta di Caselli”. Due anni dopo lo trattava da delinquente – trattava Mori.   
E non c’è solo Palermo. A Palermo Mori non si sente ben visto, dice. Perché veniva dalla collaborazione con Domenico Sica, romano, Alto Commissario Antimafia - al posto di Falcone. Di Falcone dà non solo l’elogio di prammatica, ripetutamente, ma di più il quadro di un’intelligenza rapida. In particolare, subito, a naso, sul dossier appalti – “ci divertiremo”. Venendo però da una diffidenza generica verso i Carabinieri. Mori recupera il rapporto grazie a Ilda Boccassini, venuta apposta da Milano, dove collaborava proficuamente da qualche mese col capitano Sergio De Caprio, trasferito a Milano per collaborare all’inchiesta Duomo Connection. De Caprio chiede a Boccassini di mediare il rapporto con Falcone, e lei si presta, un giono, “all’improvviso”, piombando a Palermo. “Falcone ascoltò senza manifestare particolari reazioni”, ma Boccassini uscì dal breve incontro contena, e il rapporto partì. A questo punto è Sica che si vendica, smantellando il gruppo di De Donno a Bagheria, da cui tutto era partito, la verità degli appalti. Con una manovra semplice, spiega Mori: facendo ricredere il loro principale pentito, Giaccone, il professore, sindaco di Baucina, il piccolo comune dove il meccanismo degli appalti era per caso emerso. Giaccone, personalmente onesto, aveva spiegato il mecanismo in dettaglio, e dato i nomi. Sica lo convinse a ritrattare. Dopodiché “c’era, a questo punto, un fascicolo aperto contro me, Falcone, e l’avvocato Milio”, che aveva assistito Giaccone – “a distanza di tempo fummo tutti assolti, ma intanto c’erano state polemiche, articoli di giornali, interventi di personaggi pubblici: uno degli episodi – tipici nel corso delle indagini di mafia – in cui la diffusion di veleni finiva per favorire gli interessi dell’organizzazione”.
Cronache mafiose
Ce n’è anche per Leoluca Orlando, sindaco molte volte di Palermo, da destra e da sinistra. Orlando nel 1982, poco prima della strage di Capaci, accusava in tv, alla Rai, da Santoro, Giovanni Falcone di tenere nei cassetti le prove di delitti eccellenti, mentre custodiva personalmente in cassaforte documenti di appalti a imprese mafiose. E quando il  giudice Alberto Di Pisa trovò quei documenti in una perquisizione al Municipio e si apprestava a incriminare Orlando, fu acusato sui giornali di essere il “Corvo”, autore cioè di lettere anonime contro Falcone. Era un falso, ma bastò per togliergli l’inchiesta su Orlando – dopo quattro anni d’“inchiesta” Di Pisa sarà prosciolto, ma non diventerà mai Procuratore Capo.
Si potrebbe continuare. Ma incredibile è soprattutto il silenzio che ha accolto, ormai da un mese e mezzo, questa denuncia. Che, si sarebbe pensato, doveva fare strage nelle cronache giudiziarie. Ne ha parlato solo Carlo Vulpio - già un “giustiziere” anche lui, candidato con Di Pietro - per essere prossimo di De Donno, sul “Corriere della sera”. In una recensione che il giornale ha annegato in un pagina di cronaca nera. Il silenzio è la riprova che le cronache giudiziarie sono eterodirette – cosa che sanno tutti nei giornali.
Mario Mori-Giuseppe De Donno, La verità sul dossier mafia-appalti, Piemme, pp.pp. 237, ril. € 19,90

mercoledì 20 dicembre 2023

Problemi di base femministi - 781

spock

“La cultura femminista è appassionatamente coinvolta nell’universo cyber-mostruoso”, Rosi Braidotti?
 
“Il femminismo condivide pienamente, e contribuisce attivamente, al tecno-immaginario teratologico della nostra cultura, attraverso la sua enfasi sulle identità ibride e mutanti”, id.?
 
“Diciamocelo, siamo disfatti l’uno dall’altro. E se non lo siamo, ci stiamo perdendo qualcosa”, Judith Butler?


“La verità si sottrae a noi quando abbiamo a che fare con una donna”, Marguerite Yourcenar?

 
“Il diavolo è l’unico a capirci qualcosa del mistero femminile”, Oscar Wilde?
 
Dio è femmina, e Babbo Natale?


spock@antiit.eu


Il santino dei salvatori in mare

Rivisto, a quasi un anno dalla prima uscita (già essa celebrativa, nel decennale della fondazione in Spagna di Open Arms), dà una fastidiosa sensazione di apologia. Una vecchia vita di santo traslata sul cimitero del Mediterraneo. È l’apologia diventata un genere laico, di santi laici, appaltatori statali - se si è del partito giusto?
Un “santino”, incontestabile (chi può contestare il bene) e inevitabile, quasi una persecuzione. Quando le dimensioni del fenomeno migranti, delle fughe in massa, delle torture e le spoliazioni in massa, delle morti in massa, richiederebbe ben altro: una mobilitazione in massa, una crociata, una guerra. Invece, anche al cinema, un dramma così agghiacciante, così quotidiano, e  niente. Solo il film di Garrone, dopo quello di otto anni fa (snobbato) di Gianfranco Rosi.
Marcel Barrena, Open Arms - Le legge del mare, Sky Documentaries

martedì 19 dicembre 2023

La Cina costa caro – o l’ideologia dell’aiuto allo sviluppo

Si fanno i conti della Via della Seta, il grande programma di “cooperazione internazionale” della Cina (da cui l’Italia si è ora sfilata), e si vede che non è diverso dal vecchio schema imperialista: dare poco per prendere molto. In Italia, dopo l’adesione  alla Via della Seta, il deficit commerciale con la Cina è improvvisamente raddoppiato, dai 16-20 miliardi di dollari l’anno a quasi 40 nel 2022. Mentre gli investimenti cinesi, oggi calcolati attorno ai 30 miliardi, si distingono per essere più finanziari che produttivi -  quando non sono veicoli per finanziare a buon rendimento le attività acquisite (nel caso dell’Inter all’8 per cento, in quello Pirelli e delle tantissime altre aziende a quota o proprietà cinese non si sa).
Molto di più la Via della Seta ha pesato e pesa sull’ex Terzo mondo, in Asia e in Africa. Dove gli investimenti si sono dimezzati negli ultimi cinque anni (con l’eccezione del 2022), da 36-37 miliardi di dollari l’anno a 16-17. Mentre gli interessi riscossi sono raddoppiati dall’anno scorso, da da 15-16 a 33-34 miliardi di dollari.
La Via della Seta si può dire una riedizione in area comunista della vecchia ideologia occidentale dello sviluppo. Quando si puntava, prima della globalizzazione (decentramento e liberalizzazione della produzione e degli scambi, di cui la Cina prima e più di tutti ha beneficiato), sull’aiuto allo sviluppo: ti finanzio per guadagnare di più – perpetuando lo “scambio ineguale”. Una dottrina in voga negli anni 1960, e durata per un altro paio di decenni. Benché già nelle sue prime applicazioni fose dimostrato (da P.T.Bauer alla London School of Economics, sulla base delle bilance dei pagamenti) che si donava per guadagnare di più.
Un’ideologia pervicace, quella dell’“aiuto allo sviluppo”, o della cooperazione, una sorta di missione laica. In Italia i calcoli di Bauer furono liquidati da Federico Caffè, che si reputava l’economista più aggiornato, come “elucubrazioni reazionarie” – benché le partite correnti parlassero chiaro, e Bauer fosse più socialista, radicale, di Caffè. E si aprì la strada al voto unanime del Parlamento nel 1983, alla proposta radicale (l’unica legge proposta da Marco Pannella mai approvata), di un fondo annale per lo sviluppo dell’ammontare allora ragguardevole di duemila miliardi di lire.  

La crescita si fa in Borsa

Sono quasi due mesi che Unicredit ha annunciato , in una con 10 miliardi di capitale in eccesso, l’intenzione di utilizzarlo per acquisizioni, oppure per “restituire valore agli azionisti”, anche col riacquisto di azioni proprie. Nel mentre che acquistava il 9 per cento, la maggiore quota singola,  della quarta banca greca, Alpha Bank. Iniziativa lodevole, che aveva meritato anche l’elogio della presidente della Bce Lagarde – “è il segno del risanamento del settore finanziario in Grecia”. E creava in Romania, raggrupando le filiali già aperte, la terza banca del paese. Confermando l’identità di banca cross-border che il gruppo si è data vent’anni fa.
Ieri, con separate interviste ai due maggiori giornali tedeschi, “Frankfurter Allgemeine Zeitung” e “Süddedutsche Zeitung”, il ceo del gruppo Orcel e il presidente Padoan hanno prospettato una nuova ondata di acquisizioni, “soprattutto nell’Europa centrale e orientale”. Dove le valutazioni sono attraenti. Mentre si escludono  Germania, Austria e Italia, dove il gruppo è già forte, perché “i prezzi sono troppo altri”. E fin qui è la norma. Poi Orcel alla “Faz” ha detto di più: “Un’acquisizione potrebbe aiutarci a far sì che il mercato riconosca il nostro pieno valore, cosa che oggi non avviene”. Oggi, dopo che la capitalizzazione (valore) in Borsa è quasi raddoppiata in un anno, o poco più. E se il gruppo non troverà “buone occasioni”, continuerà a “riacquistare azioni proprie”, nell’interesse dei suoi azionisti.
Non basta gestire bene il credito, bisogna gestire bene il titolo.

Eduardo liberato

La guerra dei poveri. Tra poveri: sotto i bombardamenti c’è chi fa la fame e chi s’arricchisce sulla fame degli altri con la borsa nera – facendo incetta di ogni sorta di bene, alimentare e non, per rivenderlo a prezzi da usura. Questo taglio che Eduardo De Filippo ha dato del dramma della guerra, di un autore che poi sarà molto impegnato politicamente, è la sorpresa che a ogni rappresentazione si rinnova: il popolo può essere malvagio. L’unico gesto buono sotto le bombe, disinteressato, il salvataggio della bambina con la penicillina introvabile, un episodio che Miniero fa durare a lungo, viene dalla coppia borghese che la trafficante arricchita ha ridotto in miseria. La povertà è brutta – la povertà vista quale è, senza l’obbligo di “andare verso il popolo”.
Una scommessa riuscita della Rai. Ogni anno sotto Natale la Rai propone una commedia di Eduardo, “Il sindaco del Rione Sanità”, con Gallo, “Natale in casa Cupiello con Castellitto padre, e ora, di nuovo con Gallo, “Napoli milionaria” in forma non teatrale ma cinematografica, affidata a Luca Miniero. Con qualche difficoltà, ma con successo infine di pubblico, uno su cinque in prima serata.
La difficoltà con Eduardo è duplice. Una è che lo si vuole rappresentare come “classico”, come mostro sacro, e si finisce spesso per perdere la comicità che sottintende le sue commedia, le battute, le situazioni, sotto il velo della malinconia. Quasi che bisognasse fare i compiti, celebrare il monumento. L’altro è che, restando ancora viva per i molti la presenza fisica di Eduardo sulla scena, i Gallo e i Castellitto, devono mimarlo, “riprodurlo”, con la stessa maschera, la stessa mimica, gli stessi tempi, perfino gli stessi giri e toni di frase. Mentre le commedie di Eduardo si reggono da sole,  e probabilmente ne acquisterebbero ad affrancarsi. A essere proposte per come sono scritte. Come in questo adattamento, da film-per-la-tv – o nella famosa rappresentazione di “Filumena Marturano” a Londra e a Broadway, nel 1977 e nel 1979, da parte dei mattatori Laurence Olivier e Joan Plowright.
Luca Miniero, Napoli milionaria, Rai 1, Raiplay

lunedì 18 dicembre 2023

Come governa Meloni? Come non detto

“Il governo ha una forza politica interna che altri governi oggi non hanno” – sottinteso: in Germania, Francia, Spagna, Olanda, etc.: “È uno scenario quasi inedito questo: dà una leva internazionale all’Italia, che è molto utile”. È l’opinione dell’ex direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera.
Rivera non è un meloniano. Al contrario. È stato licenziato dal governo Meloni un anno fa, uno dei primi atti di governo dopo l’insediamento, e ora, dopo un anno di passaggio di consegne, ha lasciato il Tesoro. Ma è vecchia scuola Funzione Pubblica, cioè ha giudizio, e lo esercita.
È un commento interessante. Non tanto per l’elogio indiretto al governo, quanto per la prospettiva che propone nell’analisi dei fatti politici. La reputazione pesa molto nei mercati - può ridurre lo spread di 40 punti, pur in presenza di un bilancio ristretto, e mentre il debito cresce di un centinaio di miliardi o poco meno. Ma di più la notazione di Rivera sorprende per un concezione intelligente, oltre che rasserenante (fattiva) della politica. Ma è un’eccezione, rarissima, alla politica gossip che ci perseguita dai giornali, ogni giorno, per sei, otto, dieci pagine, su liti, sgarbi, sgambetti (Meloni-Schlein, le vajasse?, Renzi-Calenda, Conte-De Luca, Meloni-Salvini…. ) . I lettori protestano non comprando i giornali. E niente: l’intervista a Rivera di Fubini, che pure del giornale è editorialista, col titolo di vice-direttore, il “Corriere della sera” relega alle pagine interne, senza alcun richiamo, di un supplemento del lunedì.   

Il Monte dei Paschi non c’è stato

Con le ultime assoluzioni si conclude la crisi del Monte dei Paschi, dopo dodici anni di presunte indagini e presunti accertamenti di colpa, ma si conclude in modo strano: non è colpa di nessuno, anche se le colpe sono evidenti. La Fondazione non ha colpe, i manager nemmeno, le operazioni azzardate restano appese nell’aria, i sottoscrittori di aumenti di capitale a cascata finiti nel nulla hanno avuto quello che si meritavano, brutti speculatori.
Un furto di risparmio mai visto. Poiché gli amministratori degli aumenti, dopo la chiusura del 2011 con quasi cinque miliardi di perdite, Profumo presidente e Viola amministratore delegato, sapevano che la banca doveva andare in amministrazione straordinaria, non poteva reggersi sui mezzi propri - una gestione amministrativa che disponesse con criteri oggettivi di debiti e crediti, per appianare la gestione ordinaria. Si è invece fatto finta di nulla. Cioè si è coperto il disastro, con la complicità evidente, per quanto impensabile, della Banca d’Italia. E forse in obbedienza alla vecchia politica locale, compromissoria - giudici evidentemente compresi.
Per diluire il danno si sono rubati otto miliardi, a 40 o 50 mila risparmiatori. Impensabile, ma è avvenuto. Quando si sapeva che la banca era materialmente fallita. Ben due aumenti di capitale, per otto miliardi di euro, in appena un anno, da giugno 2014 a giugno 2015, accompagnati dal trionfale rimborso dei prestiti del Tesoro e da report lusinghieri, finiti nel nulla. Più un terzo tentato nel 2016 e fortunatamente fallito.
Di chi la colpa? Di nessuno. In dodici anni di inchieste e processi niente sugli azzardi che portarono il banco – forse quello meglio radicato (più produttivamente) in tutta Italia - al collasso. Noti peraltro ai più (se ne trova la sintesi in
http://www.antiit.com/2022/10/quando-scalfari-avvio-la-fine-del-monte.html).
La giustizia italiana è politica, e quindi era impensabile che un qualsiasi tribunale condannasse manager e politici protetti dall’ombrello Pd. Ma senza considerazione per il mercato, oltre che per la giustizia: di chi ci si potrà fidare, se chi ha distrutto decine di miliardi, per finalità ignote, non ha colpa?

C’è ancora tempo

L’ultimo “almanacco” residuo, probabilmente – la testatina promette: “Un anno di felicità. Dal 1762”…. Forse per questo già patrimonio UNESCO.  Sempre per mano della famiglia Campi, di Perugia (non era di Foligno?).
Gli almanacchi, appuntamento rituale di fine anno, sono improvvisamene scomparsi, “Barbanera” no. Eccezione doppia, perché, oltre che consigliere o assistente personale, si vuole un metronomo del tempo naturale, del fluire dei mesi, delle stagioni. Con le fasi della luna, che tanto pesano sugli umori, della terra e delle persone. Con i richiami e i minuti consigli di sempre, sulle colture, i raccolti, le verdure e la frutta di stagione, con le loro proprietà (vitamine, acidi, fibre), la cucina, il riassetto della casa, le grandi pulizie, gli svaghi stagionali, la salute. Aggiornati, al detox, al relax, al riciclo.
Una pubblicazione per definizione rassicurante, su quello che è, e su come si può migliorarlo, coi mezzi propri.  Un’idea editoriale vecchia di un millennio, se il primo almanacco di cui si ha notizia concreta risale al 1088. Improvvisamente scomparsa, sorpassata dalla rete, dove si sa tutto, in teoria, di tutto, all’istante. Ma la carta, le illustrazioni, le didascalie, l’approntamento da tempo, per un percorso di almeno un anno, danno ancora un’idea di durata. Che è rassicurante.
Il pensiero si vuole critico e quindi all’erta, allarmista, ma anch’esso probabilmente ha bisogno di prevedersi, di programmarsi - nell’arco breve, certo, dei mesi, le settimane, i giorni. La luna, per esempio, non va di fretta, e si aggiorna ma con juicio.
Almanacco Barbanera,
Editoriale Campi, pp. 256, a colori, €9,90

domenica 17 dicembre 2023

Ombre - 698

“La Ue a Israele: basta finanziare i coloni violenti”. Oh, perbacco!
Ingenuità non è (la stupidità esiste). Ma: ci sono coloni non violenti?
 
A fine 2011 Obama e Sarkozy fecero la guerra alla Libia per “liberarla”. Dopo d’allora, dalla Libia liberata, sono stati fatti fuori masse di migranti africani, 28 mila in mare e un numero imprecisato in terra. La prossima giaculatoria sarà: “Dall’Occidente liberatore, liberaci!”? Dalle anime “candide” dell’Occidente.
 
Il giudice Pignatone, quello che aveva tentato di esportare la mafia a Roma, condanna l’ex cardinale Becciu su input, dicono le cronache, di Francesca Immacolata Chaouqui. Di cui non si riesce a capire i poteri – era stata addetta, poco più che ventenne e sconosciuta impiegata di Ernst&Young, alle finanze vaticane dal papa Francesco, una delle sue prime nomine. Chaouqui è di Cosenza, ma la ‘ndrangheta pare esclusa. Potere femminile (un tempo si sarebbe detto: è figlia del papa)? Questione di massonerie?
 
Bastano pochi mesi di vendita di un farmaco riuscito anti-obesità e la società che lo produce, Novo Nordisk, 30 miliardi di dollari di fatturato, “vale” in Borsa 435 miliardi di dollari, più del doppio di prima del farmaco, più del pil della Danimarca, dove ha sede legale, secondo gruppo farmaceutico al mondo in Borsa. Perché, con tanto parlare di crisi, viviamo un’epoca di obesità – di eccessi, dai cibi alle automobili, alle abitazioni (consumo del territorio).

Si sa di tre giovani inermi uccisi a Gaza dall’esercito israeliano a colpo singolo perché erano tre giovani israeliani, ostaggi che si erano liberati o erano stati liberati. Altrimenti, è normale uccidere dei giovani disarmati che agitano la camicia bianca?

Due commissari dell’Alitalia in amministrazione straordinaria nel 2017, un professore e un avvocato, Paleari e Discepolo, vogliono e ottengono dai giudici una liquidazione milionaria,7 milioni l’uno, 3 milioni l’altro. Per non aver fatto nulla. Due commissari nominati da Calenda ministro, in un governo di sinistra. Senza vergogna.
 
“Da tempo, già dalla presidenza Obama, gli americani hanno cominciato a guardare con interesse ai sauditi”: è la copertina di “7”, settimanale del “Corriere della sera”. Ma l’Arabia Saudita è nata con gli americani: è l’America che ha creato la dinastia, appoggiando il capotribù Abdelaziz al Saud contro gli inglesi, per il controllo del petrolio. L’Aramco, la società del petrolio saudita, è stata americana fino a recente. Abdelaziz ha vinto, per ultimo l’Heggiaz un secolo fa, con i soldi del petrolio. E con matrimoni a raffica nelle grandi famiglie tribali, più importanti quelli col clan dei Sudeiri: tutti figli suoi i re che si sono succeduti, fino all’attuale. La storia farebbe più notizia - perché Berlinguer l’ha abolita, il ministro?
 
Il tg 5 di Mimun fa una grande servizio su una mostra fotografica modesta che i reduci del Pci a Roma hanno messo su su Berlinguer. A cui attribuisce la paternità di tutto il buono che la Repubblica ha fatto, il diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto, lo statuto dei lavoratori, il sistema sanitario nazionale, e altro. Mentre Berlinguer non ha fatto nulla di questo quando è stato al governo, e semmai ha sugli stessi problemi frenato. Di suo ha solo proclamato meglio l’Italia democristiana che la sinistra al governo – e a morte socialisti, radicali, repubblicani, socialdemocratici e ogni altro alternativo.
 

Però: il santino Berlinguer dei non credenti, dei non-reduci, non sarà un omaggio al democristianesimo imperituro che ci governa, tra l’Ulivo, Berlusconi, il Pd bianco degli anni 2010, e ora la destra? 
 
Paginate su Meloni a Bruxelles con l’ungherese Orban, da lei ammansito sull’Ucraina nella Ue. Ma è curioso di Orban, che tra l’altra fa parte dei Popolari europei, si dicano tante cose ma non l’essenziale. Che è a capo di un paese che da sempre, e a maggior ragione oggi, in epoca “identitaria” (nazionalistica), lamenta la deprivazione nelle paci del 1919-1920, come perdente nella Grande Guerra, di una buona metà del territorio e della popolazione in favore dei vicini, in particolare della Romania, della Slovacchia, della Ucraina allora Russia.
 
Si ascolta in alcune estratti della conferenza stampa di Putin la domanda della corrispondente da Mosca di “la Repubblica”, Castelletti, che pensa di mettere il capo russo in difficoltà con la mancanza di uova a Mosca. Non la mancanza, l’aumentato prezzo delle uova. Una domanda che sa di antico, di Mosca sovietica. Sovietizzanti una volta, sovietizzanti per sempre.
 
Alcolici, grigliate e dj set nei licei romani occupati. Un “calendario intenso”: mercatino dell’usato al Mamiani, e partita Roma-Fiorentina sui muri dell’istituto, braciolata di würstel con panini e birre al Virgilio, e partita Roma-Fiorentina, al Manara pranzo sociale con menù “popolare”, e partita. La Roma è molto gettonata nelle occupazioni.
 
“La sostenibilità, la reputazione, il know how, il marchio: negli anni Ottanta valevano poco. Oggi sono quasi tutto il business” – “L’Economia”. È un bene? Di qualcosa che è solo immagine si direbbe che è vuota.

Viaggio nelle storie della Sardegna

C’è tutto nella premessa: la guida è ai “racconti” della Sardegna. Sì, c’è tutto l’indispenabile: l’artigianato, le colture, il carbone, le raffinerie e l’industria che non c’è più, il turismo debordante, ma di suo questa è una guida alle storie: “Oltre l’isola delle cartoline e dei villaggi all inclusive  c’è un’isola delle storie che va visitata”. Storie che sono comunque “vere”: “C’è una Sardegna come questa,  davanti ai camini si racconta che ci sia, che poi è la stessa cosa, perché in una terra dove il silenzio è ancora il dialetto più parlato, le parole sono luoghi più dei luoghi stessi, e generano mondi”. Anche perché in Sardegna “esiste tutto ciò che viene raccontato”.
Un progetto ambizioso ma non si può dire eccessivo. È svolto con mezzi normali, un linguaggio piano, molto giornalistico, resocontistico, di tipo socio-economico anche, che tuttavia dà il senso ad una realtà.
Con alcune foto - non granché. E con due cartine premesse - queste originali e interessanti: una delle regioni storiche (il frazionamento dell’isola come lo percepiscono gli isolani),e quella istituzionale o amministrativa, delle otto province attuali.
Michela Murgia, Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede, Einaudi, pp. 200, ill.  € 12

sabato 16 dicembre 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (546)

Giuseppe Leuzzi
 
Persefone-Proserpina, detta anche Kore,  è la prima vittima di violenza sessuale, se non di stupro. Rapita alla madre Demetra-Cerere, alla Terra, da Ade, che la confina agli Inferi, all’inferno. La fumettista neozelandese Rache Smythe fa quella di Ade con Persefone anche una storia d’amore, nel quarto volume della sua rivitazione della classicità, “Lore Olympus”. Ma Persefone quando ritorna sulla Terra si ritiene liberata. E come tale è celebrata. In particolare a Bova, in Calabria, dove Kore di rami di ulivo sono portate in processione nella Settimana Santa, parte della liturgia della Resurrezione.
 
“Dal 2002 al 2021 circa 2,5 milioni di persone hanno lasciato il Sud, di questi l’81 per cento si è stabilito al Nord. Gli under 35 che hanno lasciato il Sud sono stati 808 mila. E di questi 263 mila erano laureati” - Daniele Manca, “L’Economia”.
 
Se osserviamo “l’impiego femminile, il tasso di occupazione relativo medio in Europa è pari al 72,5 per cento. Nelle regioni del Merdiione la percentuale è più che dimezzata: in Campania e Sicilia è pari al 31 per cento, e sale al 32 per cento in Puglia. La Germania è al 78,6 per cento” - id.
 
Il Ponte, l’idea del Ponte, si sovrappone al “muro” tettonico con cui l’Europa fronteggia Africa, fra Scilla e Cariddi, tra le punte della Calabria e della Sicilia, la frontiera Sud dell’Europa geologica. “Rocce rossastre”, così descrive il muro Rumiz nel libro sui terremoti, “Una voce dal Profondo”, “plutoniche, contorte da forze bestiali, segno di un  trasloco tellurico inimmaginabile. Quello che aveva spinto un pezzo di Alpi a valicare il Tirreno per formare la muraglia che chiude ai due lati di Scilla e di Cariddi”. Almeno la tettonica è anti-leghista.
 
Il piano europeo di rilancio post-covid, NextGenerationEu (Pnrr), assegna più risorse ai Paesi che hanno maggiori squilibri territoriali. L’Italia li ha, ed è il paese Ue che riceve più risorse. Il governo ha destinato al Sud il 40 per cento dei fondi del programma. Ma il Sud non sa spenderli. Quest’anno, a fine novembre, aveva investito solo il 9,4 per cento dei fondi a disposizione, pari a 2,5 miliardi. E in progressione calante: aveva speso 6,2 miliardi nel 2021 e 18,1 nel 2022. Qui non ci i sono scusanti: il Sud danneggia se stesso e danneggia l’Italia.
 
Il vino (che non c’è) in Calabria
Si è detto della Calabria che non produce praticamente più vino – un po’ più della Valle d’Aosta. Che era, per quanto povera e trascurata, terra di ottimi vini, invariabilmente apprezzati dai viaggiatori, tra le tante scomodità. E pur essendo, nelle pubblicazioni specializzate, l’area più ricca, in Italia e in Europa, di vitigni autoctoni, della più grande varietà di vitigni autoctoni – quelli di cui la domanda è da qualche anno la più consistente, su tutti i mercati, interno e internazionali.
Era anche la terra i cui ogni metro quadrato, si può dire, ogni piccola proprietà, per quanto minuscola, aveva il suo palmento, si produceva il suo vino. E di questo c’è testimonianza rupestre, duratura, malgrado l’incuria. Il palmento è l’insieme di due vasche, un tempo in pietra, poi in muratura, su piani sbalzati, comunicanti attraverso un foro, nella più alta delle quali l’uva veniva pigiata, e il succo defluendo nelal seconda poi fermentava come mosto lentamente.   
Centosettanta di questi palmenti censisce Paolo Rumiz in “Una voce dal Profondo” nella sola Ferruzzano, “chiamati «altari del vino»,  con iscrizioni greche e romane”. Tanti, 750 per l’esattezza, ne aveva contati il professore Orlando Sculli qualche anno fa in “I palmenti di Ferruzzano”. Sulla traccia aperta da Domenico Minuto su “Calabria Sconosciuta”, col reperimento di 400 palmenti in altra area dela Locride.  
Minuto e Sculli non sono viticultori. Umanisti di formazione e insegnanti di lettere classiche, si sono occupati dela materia studiando la tradizione – come spiegare il passaggio dalla Magna Grecia alla Calabria di oggi. Minuto, che dovrebbe essere ultracentenario, è stato con Franco Mosino all’origine del recupero della lingua e gli usi grecanici nella Locride meridionale, nella area jonica della Calabria reggina. Sculli si è specificamente occupato delle specialità arboree, e soprattutto dei vitigni – di cui 9dà un quadro esauriente in
https://www.kalabriaexperience.it/itinerario-attraverso-i-palmenti-rupestri-della-locride-in-calabria/
 
Le 400 Rosarno
Il “Dossier 2023” dell’Idos (Immigrazione Dossier Statistico) rileva un immigrato su tre impegnato nei lavori agricoli, soprattutto per la raccolta: gli straneri coprono il 31,7 per cento delle giornate lavorate – il conto è in difetto, poiché il lavoro è prevalentemente in nero, ma indicativo. L’Osservatorio Placido Rizzotto, della Cgil, sa però censire le aree di illegalità (caporalato, lavoro in nero, paghe orarie da 1-2 euro): ne ha rilevate in 405 comuni, il doppio dei 205 comuni della precedente indagine, 2018.  Di questi, 194 Comuni sono al Sud, che conta 600 mila lavoratori agricoli nel complesso, e 211 al Centro-Nord, dove i lavoratori agricoli sono molti meno, 460 mila.
Caporalato e precarietà sono praticati ovunque. Questa la graduatoria, in ordine decrescente per numero di infrazioni accertate: Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte e Lombardia.
Si può opinare che l’accertamento (degli ispettorati del Lavoro? dei sindacati? in base alle denunce?) è più efficace al Nord che al Sud. Ma il caporalato è ovunque.
 
Il Sud è matriarcale
Incuriosisce, dopo cinquan t’anni di “studi arabi” proliferati a seguito della crisi del petrolio nel 1973, e più dopo il boom immobiliare e calcistico della penisola arabica dopo la crisi del 2007, che degli “arabi “ che sul finire del primo millennio dominarono in Sicilia, in alcune aree della Calabria (Tropea, Amantea, Santa Severina), a Bari e Taranto, e più a lungo in Andalusia, non si dica che in realtà erano berberi.  Che non sono arabi: sono stati islamizzati quando la conquista araba arrivò a Sabratha e all’Atlante, ma erano e sono rimasti berberi. Come tali censiti ormai universalmente,  in qualità di “barbari”, un po’ dentro un po’ fuori in antico dell’impero romano (ora provano a chiamarsi col termine tuareg mazighen, uomini liberi). Fino alla guerra di corsa e agli Stati “barbareschi” dell’Ottocento inoltrato. E come berberi, come minoranza linguistica e culturale distinta dall’arabismo dominante, provano da qualche tempo a farsi valere, soprattutto in Algeria, e anche in Marocco. 
La distinzione non è di poco conto per vari motivi. E per quanto concerne la presenza “araba” nel Sud per il matriarcato: i berberi, a differenza dagli arabi, erano e sono tuttora a fondo matriarcale. I clan e la discendenza materni contano quanto e più di quella paterna – che l’arabo invece unicamente censisce. Una peculiarità che già le vecchie enciclopedie repertoriavano, anche se con difficoltà. Nella “Enciclopedia per ragazzi” Treccani, per es., Cecilia Gatto Trocchi si confondeva lei stessa: “ La struttura della tribù si fonda sulla grande famiglia patriarcale. In Marocco la donna è piuttosto libera e talvolta può influenzare gli affari della tribù; nel Rif (altopiani del Marocco) è riconosciuta la discendenza materna….”
Nel Sud non c’è il matriarcato. Non c’era nelle leggi dello Stato italiano, prima del primo centro-sinistra e del nuovo stato civile, che arrivava anche al delitto d’onore. Ma di fatto c’è, nel sentimento, nelle stato reale prevalente dei nuclei familiari, specie nell’emigrazione ma anche in condizioni di stabilità. Ma questa particolare presenza “araba” al Sud può spiegare come la nuova religione, riacquistata dopo la sconfitta degli emirati berberi è improntata a Maria, in tutti i paesetti, con le tante Madonne nere, e declinazioni di culto variegatissime, ma di una Madonna sempre misericordiosa e vendicatrice, liberatrice, anche la siculo-calabra Madonna della Catena.
 
Cronache della differenza: Calabria
Carmine A bate racconta in “Un paese felice” che si è laureato a Bari con una tesi su Corrado Alvaro, “Itinerario italiano”. Che avrebbe spiegato così alla sua innamorata: “Poi, con un entusiasmo non ricambiato, le confesso che un giorno mi piacerebbe visitare con lei i luoghi dell’Itinerario italiano: Roma, la via Emilia, Genova, Cremona, Napoli, Mantova, la Toscana, Torino, Venezia, Milano. E naturalmente la Calabria, che non conosciamo affatto pur essendoci nati”.
 
La ‘ndrangheta opera in Toscana dove non è mai stata, nei rapimenti, nella fantasia dei maremmani, già nel 1990, nell’ultimo romanzo di Fruttero&Lucentini, “Enigma in luogo di mare”, 1990. Molto prima che la ‘ndrangheta venisse scoperta e magnificata dai servizi di intelligence.
 
Ci sono a Roma molti valtellinesi, ma già di terza o quarta 
generazione, qualche migliaio, e la Popolare di Sondrio prospera, è la banca con più sportelli a Roma. Ci sono a Roma molti calabresi, alcune centinaia di migliaia, per lo più immigrati in proprio, per lo più professionisti, e la Cassa di Risparmio di Calabria a stento teneva uno sportello aperto, più che altro a fini di rappresentanza.


Un colossale repertorio di scrittori calabresi in Australia, che si esprimono in italiano (poesia) o in inglese (narrativa) può censire lo studioso di umanistica Gitano Rando, sotto il titolo “Cronotipi del paese natio e di quello d’adozione nella poesia e la narrativa calabroaustraliana”, disponibile online.

 
“Per un meridionale”, annota Corrado Alvaro nel 1930 (in “Quasi una vita”), un calabrese, a Roma, tra toscani, nell’ambiente letterario, “non era facile trovare stima, per la nostra mancanza di misura e per una reputata barbarie o provincialità”. Era, e ora?
 
“I calabresi”, annota Alvaro più in là, 1936, “mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici, con la bontà dei loro frutti e dei loro dolciumi. Amore disperato del loro paese, di cui riconoscono la vita cruda, che hanno fuggito, ma che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda, dell’infanzia”. La Calabria è un’infanzia.
 
“Courir la Calabre” fu un’espressione diffusa a Parigi ai primi dell’Ottocento, le memorie di guerra degli ufficiali napoleonici e 
scrittori Courier e Duret de Tavel, come di terra piena di sorprese, minacciose ma, evidentemente, non letali.

 
Chiude “Calabria Sconosciuta”, dopo quasi mezzo secolo. Un repertorio di persone, fatti, leggende, monumenti, luoghi. Dapprima mensile, poi trimestrale, poi a numeri sparsi, ma sempre di un mondo sconosciuto ai più. Specie ai calabresi, cui si indirizzava. Ha chiuso come tutte le riviste a stampa, ma fino all’ultimo in armonia col titolo: la Calabria resta “sconosciuta” ai più.
 
Giuseppe Gabetti, un viaggiatore che girava la Calabria su un asino (forse il germanista piemontese?), e vi trovava a ogni passo le donne più belle del mondo, ma che a Gioiosa Superiore, dove andò per vedere “le famose donne alla fontana”, queste gli apparvero meno belle, per “un cielo, un’aria, una luce” in cui si perdette, ricorda ad Alvaro “la forza degli elementi esterni che in Calabria livellano tutto. E che forse sono la ragione di una certa tristezza calabrese”.
 
A Rogliano, “graziosa città, molto ben collocata, l’antica Rubanum”, Horace Rilliet, “Colonna mobile in Calabria”, trova nel 1852 “una popolazione di graziose donne”, e la dice “utilmente conosciuta per i suoi maiali e i prosciutti delicati” – oltre che per dato i natali nel 1606 a Vincenzo Gravina”, il creatore dell’Arcadia e il pedagogo di Metastasio. Prosciutti a Rogliano, deliziosi?
 
Ha una tradizione medica, oltre che filosofica (Pitagora, Cassiodoro, Gioacchino da Fiore, Campanella, Telesio): il viaggiatore Rilliet, medico, li ricorda, dal “chirurgo Alceone, 500 a.C., che per primo tentò l’amputazione degli arti e fece i primi studi anatomici sugli animali”, a Vincenzo Vianco, da Maida,”che fu inventore di un metodo di autoplastica chiamato di Tagliacozzo, dal nome di colui che lo descrisse più tardi”.

leuzzi@antiit.eu

Esilio dolceamaro di Woody Allen

Una commedia romantica la prima parte, con tutto il repertorio di W.Allen: due giovani si ritrovano, tra New York, Londra, Parigi, interni per qualche verso fantasiosi, gruppi di amici, conversazioni, parchi, nei toni dorati del foliage, di cui è maestro Storaro, molto parlato, un po’ di maniera. Una dark comedy la seconda parte, di  cattiveria estrema, e una giusta punizione. Casuale, come vuole il titolo - e la filosofia di Allen: siamo qui per caso, uno fra 400 bilioni di possibilità.
Una filosofia pessimista, dietro il sorriso. Più veritiera per l’esclusione dello stesso Woody Allen dall’America – il film è francese, per una distribuzione che esclude l’America. Ostracizzato nel nome dei diritti, una cultura che esclude e non include.   
Woody Allen,
Un colpo di fortuna – Coup de chance

venerdì 15 dicembre 2023

Putin si fa i conti

Si cerca di prendere le misure al Putin rilassato per le quattro ore di “Linea Diretta”, la conferenza stampa popolare. In attesa che i servizi di intelligence ne escogitino i punti deboli, la conferenza messo in chiaro alcuni punti.
Quella contro l’Ucraina non è più una “operazione speciale” per riportare il paese sulla “retta via” ma una guerra, contro l’Occidente. Mosca la combatte con 617 mila soldati al fronte, e col reclutamento in corso di mezzo milione di “volontari”.
La Russia non è contro la guerra all’Ucraina. Nessuno ne contesta la legittimità, anche fra gli oppositori politici di Putin. I dubbi e le critiche riguardano l’efficacia dell’attività bellica.
È comune sentire, come di Putin, che Ucraina e Russia fanno un unico popolo, solo diviso in due stati. E che un’Ucraina membro attivo della Nato, cioè di un’alleanza nemica, merita la guerra. L’obiettivo, la cosiddetta denazificazione, è la smilitarizzazione dell’Ucraina . quanto meno l’impegno a non entrare in un’alleanza nemica.
L’Occidente, in tutte le sue forme, non solo la Nato, anche la Ue, è estraneo alla Russia, che fa storia a sé – sono preistoria i corteggiamenti dello stesso Putin al G 7 e a Bruxelles.
Le sanzioni hanno creato inflazione. Ma la produzione è ai massimi, spinta dall’industria bellica. E le riserve monetarie praticamente intatte, agli sbocchi europei di petrolio e gas avendo supplito altri mercati, e il coordinamento con l’Arabia Saudita e gli Emirati avendo consentito di tenere alti i prezzi degli idrocarburi. Mentre monta la produzione di minerali rari.
Nella conferenza stampa non è stato toccato l’argomento armi nucleari. Ma tutti i centri studi strategici russi –anche privati, e non di regime – ne stanno valutando l’uso, se necessario, a fini tattici.
A margine della conferenza, calcoli non si sa quanto artefatti, comunque verosimili e creduti, dicono che l’Europa ha sofferto le sanzioni più che la Russia, in termini d’inflazione e di caro-denaro.

La guerra finirà con i palestinesi

“La guerra durerà mesi”: l’annuncio del governo israeliano vuole significare che la guerra non si concluderà. Le operazioni belliche finiranno anche a giorni, Gaza è un territorio irrisorio e senza difese, ma non ci sarà pace.
La guerra continua è la risposta israeliana alle pressioni americane per un cessate il fuoco e per l’avvio di un negoziato. La risposta è no. La ragione è che Israele non negozierà mai con Hamas, e che la guerra continua è necessaria per annientare Hamas.
La guerra a oltranza a Hamas è la risposta tattica. Il senso del no israeliano è che non ci sarà uno Stato palestinese, con o senza Hamas. Il gabinetto di guerra è stretto attorno a Netanyahu, il cui fondamento politico è la negazione dei Palestinesi, fuori e dentro Israele - in Israele contando la Cisgiordania.
Netanyahu è stato rieletto pochi mesi fa. E con il 7 ottobre ha rafforzato la sua leadership. Il suo è un governo legittimato,  quindi con pieni poteri.

La scoperta della paternità

Che cosa fa il successo di questa serie, che a ogni programmazione, anche non annunciata, fa il pieno, pur non avendo nulla di spettacolare? E anzi è un po’ scontata, una classe di filosofia al liceo. A parte naturalmente Alessandro Gassmann, che ne è il mattatore. E il montaggio, rapido – il questa serie come nella precedente, curata da D’Avenia. E la scelta felice dei liceali: non i soliti adolescenti-che-vogliono-recitare e non sanno andare oltre il mugugno e il farfuglio, ma veri attori, per quanto giovanissimi, che sanno entrare in una parte, creare dei personaggi - alcuni anche complessi. È il tema - dietro la la filosofia, sempre spettacolare, nelle minilezioni che gli sceneggiatori forniscono al professore Gassman (o sono quelle della serie originale catalana?): la paternità.
Questo “Professore” è, non volendolo?, la serie della paternità: sconosciuta, vilipesa, rifiutata da mogli, compagne e madri, e tuttavia presente. E non ingombrante, anzi d’aiuto. Anzi risolutiva. In chiave moderna, contemporanea: niente paternalismi, tanti sacrifici, fino al rischio di se stessi.
Alessandro Casale, Un professore, Rai 1

giovedì 14 dicembre 2023

Le prime guerre dell’informazione

Il 7 ottobre segna una data nella storia delle guerre: è la prima in cui l’attacco, oltre che con i missili e le armi a corto raggio, è stato sferrato con i media. Immagini, video, suoni, di paura, di disperazione, di commento.
O questo primato spetta all’attacco russo all’Ucraina, il 24 febbraio 2022. Non alla Russia, impacciata nella guerra dell’informazione, che ha subito perso, ma alla risposta ucraina – pensata per l’Ucraina dalle migliori agenzie di pr e immagine della City e di Madison Avenue – la quotidiana “occupazione” delle notizie con un’immagine, un racconto, una particolarità che comunque battesse i russi.  
La guerra da tempo si accompagna alla propaganda, alle “nebbie di guerra”, dalla Grande Guerra (ma già la guerra di Crimea, che consacrò Cavour, fu combattuta contro la Russia con la propaganda). Ora è diverso, l’informazione è un’arma in campo, parte del teatro di guerra, per l’ubiquità dei media, e l’immediatezza del messaggio: la rete, gli smartphone, i social hanno reso “istantanea” la guerra. Che è ora informazione, prima che bombe o assalto all’arma bianca.

Le guerre a perdere – o dello Zugzwang

Per Israele come per la Russia, le guerre in corso sono come una coazione a perdere, malgrado la supremazia sul campo di battaglia. Si sono, se la guerra ha un senso (la vittoria deve essere proficua), imbucati nella mossa che negli scacchi si dice dello Zugzwang, obbligata, ma verso l’insuccesso.
L’obiettivo della Russia è di dividere l’Ucraina. Impossibile. L’obiettivo di Israele di eliminare i Palestinesi, altrettanto impossibile.

Israele e Palestina, due Stati ma non si sa dove

Stati Uniti, Unione Europea, i paesi arabi, e quelli islamici, e naturalmente l’Onu, il mondo auspica la creazione in Medio Oriente di uno Stato palestinese, accanto a Israele. Ma non si sa dove - ammesso che la guera in corso si concluda senza altre più gravi tragedie, che ribaltino l’auspicio comune.
In Israele non c’era spazio  per una soluzione di questo tipo, in base alle riflessioni degli storici israeliani più accreditati, Beny Morris, “1948”, Samy Cohen, “Israel, une démocratie fragile”, e il diplomatico Elie Barnavi. Morris ricorda persistente l’idea sionista del 1948, che faceva riferimento alla cacciata dei Greci dalla Turchia nel 1922, alla divisione  tra India e Pakistan, con migrazioni forzate di massa, alla riduzione in minoranza senza diritti di armeni e curdi. Barnavi parla di “guerra civile latente” in Israele, fra i gruppi di destra, religiosi, coloni, e i laburisti. Con l’assassinio di Rabin nel 1995, colpevole di avere firmato gli accordi di Oslo per la pace. Con la mobilitazione in massa l’anno successivo delle destre religiose e dei coloni pr sbarrare la strada a Shimon Peres, altro firmatario di Oslo, puntando sul giovane “americano” Netanyahu.
Attualmente i coloni - le persone impegnate nell’esproprio dei palestinesi dopo il 1967 – sono circa 750 mila, il 10 per cento della popolazione in Israele. E un terzo di essi dovrebbero smobilitare, nelle ipotesi che circolano sull’eventuale creazione di uno Stato palestinese.   

Mattioli il Magnifico

Un personaggio e una storia d’altri tempi - che però era ancora l’Italia degli anni 1960. A capo della Commerciale (poi finita in Intesa), dagli anni 1930, quando contribuì a salvarla dal crac del 1933, fino al 1972.  Finanziatore di molte buone imprese, malgrado l’antifascismo professo prima della guerra, e dopo la guerra l’argine frapposto alla partitocrazia. Ma banchiere anche umanista: finanziatore dell’Istituto di Studi Storici di Croce a Napoli, “salvatore” delle “Lettere dal carcere” di Gramsci, editore dei classici Ricciardi, l’ultima vasta ricognizione della letteratura italiana nei secoli, dei Grandi e dei meno grandi. Si avrà, tra i tanti beneficati, continue proclamazioni di gratitudine da Carlo Emilio Gadda, uno pure non espansivo. O di stima da Gianfranco Contini.
Forse un’altra tempra di uomo, più che un’altra Italia. Nel 1938, dopo le leggi razziali di Mussolini, si impegnò a salvare il posto a tutti gli ebrei che aveva in banca, anzi a gratificarli.
Il documentario scorre svelto, il personaggio offre una narrazione piena di cose. Con molte foto d’archivio, e la ricostruzione di alcuni contesti, inframezzate dalle testimonianze di Ferruccio de Bortoli, sul peso di Mattioli nel mondo bancario e a Milano, di Sandro Gerbi, che ebbe modo di frequentarlo personalmente, e di Francesca Pino, che di Mattioli ha redatto la voce omonima per il Dizionario Biografico degli Italiani, e ne studia le carte.
Gerbi ha dedicato a Mattioli ben due opere di storia, entrambe Einaudi, “Mattioli e Cuccia. Due banchieri del Novecento” e “Raffaele Mattioli e il filosofo domato”. Gerbi è anche la testimonianza vivente della “magnificenza” del banchiere-umanista che si è meritato questo documentario per i cinquant’anni della morte: è figlio di Antonello Gerbi, economista e storico, che Mattioli mandò in Perù dopo le leggi razziali, a dirigere la filiale locale della Commerciale, un soggiorno da cui trarrà la ricerca seminale, tuttora indisputata, sulle civiltà precolombiane, “La disputa del nuovo mondo”.

Antonella Zechini-Gianluca Miligi, Humanitas, Economia, Immaginazione. L’universo di Raffaele Mattioli, Rai Storia, Rai Play

mercoledì 13 dicembre 2023

Secondi pensieri - 531

zeulig

Agnosticismo - Si accompagna alle fasi crescenti dell’individuo e della società, o a quelle calanti? È uno sviluppo, mentale, individuale, o un falso ragionamento (falso rispetto dell’individuo)?  Roma prosperò sul rispetto delle religioni, la pax deorum. Simmaco lo spiega alla fine della tolleranza religiosa. Il nobile Simmaco lo sostiene dopo Polibio e Cicerone, e col laico Quinet. “La superiorità dello Stato romano sta nella religiosità”, nota lo scettico Polibio: “Ciò che negli altri popoli è riprovevole mi sembra sia ciò che tiene insieme lo Stato romano, intendo dire la superstizione religiosa”. Cantimori, che studia le eresie e le sette, concorda sulla forza della religione nelle moderne nazioni. I romani eressero altari persino ignotis numinibus, agli dei ignoti, san Paolo trovò un agnostos theos nell’aeropago di Atene.
A Simmaco il santo vescovo Ambrogio ribatté che non la religione aveva salvato Roma da Annibale e i galli ma la virtus e la militia – Milano è imprevedibile.  L’imperatore che ruppe la pax deorum era un bambino. Il prefetto Ambrogio, pagano come Simmaco, fu vescovo da catecumeno.
Oggi una sola religione si diffonde, l’islam, ma si ritiene più per effetto dei petrodollari (moschee, scuole, ospedali, golf, polo).
 
Capitale – Appare e scompare, anche quello sociale, nazionale, e quello psichico, senza logica e senza preavviso. Il capitale è un parassita, una piattola, non ha un progetto, un legno secco può dargli le vertigini.
 
Complotto - Il complotto è semplice. Si può liquidarlo con Popper, con la “teoria sociale della cospirazione”, o “teoria cospirativa della società”: è un difetto dello storicismo e la sociologia, spiega il paziente sbrogliatore di ghiommeri inutili, contrario peraltro al loro fine, credere che “la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che va prima rivelato) che hanno congiurato per promuoverlo”, mentre si sa che ad “azioni umane intenzionali” seguono spesso “ripercussioni inintenzionali”, e che solo una parte dei progetti si realizzano – “cospirazioni avvengono, ma poche hanno successo”. Si può pure farne la storia: un mondo abbiamo creato che sfugge alla comprensione e oscuramente temiamo, come un tempo temevamo la natura, proprio quando la natura abbiamo imparato a spiegarcela. Un mondo che ci porta a una paranoia doppia, poiché per governarlo ci affardelliamo d’ideologia, che in buona misura è paranoia. Ma la verità è un’altra, non si tratta di errori di metodo: il complotto viene comodo quando non si sa che dire o fare, o non si vuole. La realtà è più spesso evidente.
 
Coscienza - “La cosa al mondo più difficile da conservare è la coscienza”, Camus annota nel diario: “Di solito le circostanze vi si oppongono, che spingono alla dispersione”. Di solito la dispersione s’intende dell’io, con o senza la rima in Dio.
Il seguito di questa considerazione è nelle note sparse e negli eventi. Anzitutto la coscienza si deve definire: la coscienza di che? Psiche fu a lungo vittima di Amore. O meglio, perseguitata da Venere e protetta da Amore. S’intende per Venere la materialità dell’atto, essendo sesso la femmina, sentimento il maschio. E Psiche chi è?
 
Ignoranza – Si dovrebbe dire la base della conoscenza – sapere di non sapere. Ma ne è solo la materia informe. Come le cera, il legno, il marmo, il colore, la parola, il materiale dell’artista. Il grugnito che si conformerà in suono articolato, in parole, in nota musicale. Ma non è la condizione primigenia dell’essere. Non dell’essere umano, o animale, che nasce in qualche misura “imparato” – avvertito, anzi linguisticamente articolato: sa muoversi, sa che deve nutrirsi e come, chiedere (parlare), sempre con suoni poco comprensibili o articolati , ma con la coscienza di dire qualcosa, nello sguardo, nel gesto.
Si contrappone a intelligenza, più che a sapere. Alle forme dell’intelligenza applicate. Di cui però gli esseri non sono mai del tutto sprovvisti, anche nelle peggiori condizioni di isolamento o abbrutimento. 
 
Dovrebbe essere la condizione umana, la condizione primigenia. Ma è un fatto storico: è mancanza (assenza, impossibilità, incapacità) di qualcosa che i molti, se non la specie tutta, possiedono (conoscono). Nell storia – nell’essere nel tempo – viene a dire la non completa padronanza di tutte le conoscenze. Ma questo è un limite di ogni cosa e forma esistente, non solo della conoscenza. È una forma dei limiti dell’essere.
 
Si cambia, ma sempre per aggiunte al già noto, se non c’è il vizio di scaricarsi la coscienza. La quale, dice Freud, è “angoscia sociale”, e secondo Hamsun “fu inventata da quel vecchio maestro di ballo, Shakespeare”. S’impara anche a trent’anni, superata cioè l’età scolare. Anche ciò che è volatile.
Non in forma così semplice – è anche negazione (indifferenza, irrisione, vanagloria. È l’inizio della conoscenza ma quando è già una forma di conoscenza – la coscienza dell’ignoranza.
 
Potere - Il potere è comprensione e clemenza, non ci sono nemici per sempre.


Psicoanalisi – L’analisi smonta per rimontare. In teoria. In realtà riannoda i nodi annodati. Magari in bella vista ma aggrovigliandoli. Un compagno di scuola, troppo bello e dotato per applicarsi alle cose pratiche, inventava linguaggi e forme grafiche - Jacovitti rifaceva con la sinistra. E nelle lunghe ore di studio che in collegio bisognava passare in silenzio smontava gli orologi, in ogni loro singola rotellina, gli orologi d’allora meccanici. Poi li rimontava, e funzionavano. Evidentemente la vita non è un orologio. Ma questo si sa. E che cos’è il pudore? Cos’è la generosità, cosa la passione? Si può sterilizzare la generosità come sperpero, il pudore come tabù, e poi?
Freud è a volte più colpevole del dovuto - figlio incestuoso della regina Vittoria, eh sì, che l’ha dominato fino alla fine, a ciucciare i suoi sigari mortali, le madri sono divoranti, eh sì, in un modo o nell’altro. Ma l’analista è tiranno che disintegra l’anima invece di ricomporla, per soldi, e sostiene che in analisi si disimpara a mentire, mentre s’impara a mentire in modo indelebile, sotto forma di verità, lo sanno ormai pure i bambini che il ricordo è selettivo, e la casualità ordine. Freud non cura l’isteria, la diffonde, surrogato volendosi sacrilego della grazia. Con l’analisi che è una forma di preghiera, sebbene a un dio sconosciuto, non confessione ma iterazione liturgica, ripetuta, ossessiva, pep talk non arrembante ma compiaciuto, a carattere sadomaso: più gli indulgenti si scavano, più distillano fiele puro.
 
Verginità – Si ripropone, e sempre sul fatto sessuale, come rifiuto o rinvio dell’accoppiamento. Mentre era in antico l’equivalente della libertà femminile. Applicata alle donne, a Eleusi e altrove, era nel nuovo o ritrovato patriarcato il riconoscimento di un’intoccabilità che comunque poteva sempre essere invocata dalla donna. Il privilegio della libertà.
 
Verità – La verità del mondo non può essere terrestre, troppa ansia.


zeulig@antiit.eu

Il futuro digitale è vecchio

La generazione dei quaranta-cinquantenni è precaria – lo era dieci anni fa, quando il libro fu scritto.  Non ha fatto nessuna rivoluzione, e ormai non può più farla, già cinquanta-sessantenne. Non ha potuto fare, o cullarsi di fare, una rivoluzione politica – la rivoluzione che si è imposta è controrivoluzionaria, quella del mercato. Ed è stata presa a mezzo dalla rivoluzione digitale, senza potersene impadronire.
Tre curiosi saggi. Di ordinario pessimismo. E di mitologemi, molto artefatti, della rivoluzione per esempio, ora “digitale”. Concepiti forse unitariamente ma virati all’impronta. Spaziando su ogni occorrenza: l’identità, lo ius soli e lo ius sanguinis; l’11 settembre; l’urbanistica – la “riprogettazione di Roma sotto il fascismo”, gli sventramenti “ideologici dei regimi comunisti”; le periferie sanificate dalla Repubblica  “una prova abbastanza spietata” del rifiuto della bellezza.
Resta il tema. Il futuro è sempre speranza.  Oggi è pauroso ma per effetto della cultura della crisi, che ci attanaglia. Accompagnandosi, ironicamente, all’ideologia del migliore dei mondi possibili. E non solo all’ideologia, bisogna dire: curiosamente, si vuole senza futuro l’epoca del never had it so good, del mai stati così bene – perfino in Africa, niente a che vedere con quella di trent’anni fa. Una cultura che, volendo razionalizzare, serve per tenere il morso sttetto, per tenere a bada queste masse sempre più enormi sempre più affluenti. Anche sotto il profilo affaristico, bieco: per obbligarle a spendere, anche a debito, per un “futuro migliore” - il futuro migliore, cessato ogni empito rivoluzionario, o illusione, è oggi una automobile elettrica, il doppio dell’atuale, come ingombro e come costo.
Non volendo, nell’assunto, Murgia però ha ragione. L’epoca fa di peggio che rubare il futuro ai suoi quaranta-cinquantenni: obbliga a interiorizzare questo futuro, anche con le Greta. “In interiore homini” il futuro non è solitamente nemico, o censorio (“finché c’è futuro c’è speranza”), ma la “rivoluzione digitale” finora a questo è servita, ad asservire (fiaccare, followizzare, addomesticare), e indurre all’incontinenza (spendere, consumare), i suoi eroi onestamente chiama “infuencer”, persuasori non più occulti.  
Michela Murgia,
Futuro interiore, “la Repubblica”, pp. 76 € 8,90  

martedì 12 dicembre 2023

Gli errori del papa

Si chiude a coda di pesce il processo intentato dal papa all’ex cardinale Becciu. Due anni di dibattimento non sono riusciti a incolpare l’ex porporato. Benché gestiti dall’incomparabile Pignatone, il giudice siciliano che aveva esportato dieci anni fa la mafia a Roma. Con procedure da Inquisizione. Con due anomalie.
Una è che il commento sulla vicenda di Galli della Loggia oggi sul “Corriere della sera” è stato eccezionalmente confinato alla pagina dei commenti – in taglio basso - invece che in prima, come da contratto con lo storico. L’altra è la disattenzione dei media, malgrado i tanti motivi di scandalo: lo scandalo c’è stato all’inizio, ma appena le procedure si sono appannate è stato dismesso. Invece che essere accentuato per i tanti motivi di scandalo vero: i diritti negati alla difesa, i documenti nascosti, l’anatema del papa all’origine del procedimento, la segretezza del procedimento.
Becciu, allora cardinale, che dalla segreteria di Stato gestiva alcuni affari immobiliari vaticani al posto dello Ior, fu condannato, prima che rinviato a giudizio, dal papa in persona. Che gli tolse anche, procedura senza precedenti, il titolo di cardinale, per indegnità.
Una decisione opaca, come tante del papa Francesco. La campagna contro il cardinale Bertone, già bersaglio della massoneria per opporsi agli espropri – al “mercato”. La nomina di Francesca Immacolata Chaouqui e dello spagnolo monsignore Balda a controllori delle finanze vaticane senza alcun titolo – se non il laicismo delle rispettive famiglie. Quando più forte era l’assalto laico alla sanità creata e gestita dal Vaticano, il San Raffaele a Milano, espugnato, e a Roma l’Idi, i Fatebenefratelli, il Bambino Gesù.

Un omaggio alla paternità, e alla terra madre

Un tributo, rarissimo, alla paternità. Ma in una commediola, di e con Sebastian Maniscalco, un po’ scontata: sul tema americano eterno del clash di culture, inevitabile in un paese di immigrati. Qui tra immigrati meno recenti, che quindi si nominano in dinastie, cogli ordinali romani, e immigrati più recenti, siciliani, parrucchieri. Un conflitto risolto, come ora è d’uso, a tavola, con la irresistibile cucina italiana, o siciliana.
La regista e l’attore-sceneggiatore pagano il loro tributo alle radici. Ma come svogliati, a una recita scolastica, ognuno recita a turno la sua parte. Il più applicato è De Niro, il papà parrucchiere, cui incombe reggere i novanta minuti. Sorprendente è solo, curiosamente, questo bisogno di italianità, in questi anni 2020 – a vedere il film nella smagata Italia.
Maniscalco, attore comico, ha fatto di meglio in “Green Book”, e in “The Irishman” di Scorsese – qui è fulminante solo nei titoli di testa,  nelle battute sulle “meraviglie” delle migrazioni. Anche Terruso (regista giovane e già affermata in America, qui è al suo quarto o quinto film in pochi anni) ha qualche lampo nei titoli di testa, vecchie e nuove fotografie, della Sicilia e dell’America, sorprendenti benché solo di qualche decennio fa.
Laura Terruso, Papà scatenato, Sky Cinema

lunedì 11 dicembre 2023

Letture - 639

letterautore
 
Altezza – Nell’opera dei pupi dice molto, scopre Rumiz in Sicilia, nell’ultimo “Una voce dal Profondo”. Il “pezzo da novanta” sono i centimetri di Orlando, l’eroe. Mentre Gano è 50 centimetri al più. “U curtu”, il piccolo, detto famosamente di Riina, il capomafia sanguinario, non è un titolo, è un soprannome derisivo.


Caillois – Sasso (caillou) di nome e di interessi – nomen omen, si direbbe. Una mostra all’Accademia di Francia  a Roma sulle pietre, in natura e nell’arte, “Storie di pietra”, si apre nel segno del socio-antropologo Roger Caillois, che le collezionva e le “leggeva” – tra capriccio della natura e immagini d’artista.

Dante – Entra nella liturgia in chiesa, in particolare nella raccolta rinnovata degli inni sacri varata a suo tempo dal Concilio Vaticano II e ora infine messa a punto. Da buon conoscitore della liturgia, e anche utilizzatore di essa, della sua parte poetica, ora entra nella nuova “Liturgia horarum”, di 291 inni in versi latini, con due componimenti che riformulano in latino la preghiera di san Bernardo alla Vergine, all’ultimo canto del “Paradiso”.

Denti – A 34 anni Tolstoj non aveva più denti – Lev L’vovic Tolstoj, “La verità su mio padre”.


Freud – “Il Babbonemo di tutti loro”, così viene definito un personaggio, in conversazione con una psichiatra, ne “Il dubbio del killer”, il giallo di John Banville. Da un altro personaggio, che lo chiama così da “ammirato lettore di William Blake”. “Figli di Babbonemo” è per la verità una trilogia recente di Arno Schmidt. Riferita a William Blake è la poesiola sul babbo che non c’è, che non risponde agli appelli accorati dei figlio, “Il bambino perduto”.
 
Machiavelli – È repubblicano, indubbiamente, un democratico in termini moderni. Presentando sul “Sole 24 Ore Domenica” l’assemblea romana dell’International Machiavelli Society, Gabriele Pedullà lo fa repubblicano per le posizioni esplicite dei “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio”. Anche per l’esperienza personale, si può aggiungere. Ma, allora, il discorso del “Principe”? Sicuramente è (anche) una semplificazione del potere, mostruosa. “Oggettivamente”, si sarebbe detto una volta, un’esposizione contro il potere, in forma vendicativa celata, di apologia insostenibile – le categorie di sociologia politica per cui il trattatello lo ha reso celebre, della virtù, l forza, l’inganno, il fine, i mezzi, etc., non sono in sé valoriali.
 
Maschicidio – Tale si può dire il trattamento che Maria Callas riservò al primo marito, Giovanni Battista Meneghini, che per lei aveva lasciato la famiglia e gli affari: “Spietata col marito” la ricorda “Mephisto” sul “Sole 24 Ore Domenica”, “che l'aveva sostenuta e lanciata in una carriera stellare, lo detestava perché grasso, vestito da cumenda”, e lo tenne “senza rapporti d’amore per otto anni”. Benché lui l’avesse sposata che pesava 98 chili – pesava lei. Meneghini però non ne morì. E anzi, dice wikipedia, “il destino volle che, ottantaduenne, diventasse lerede della moglie, morta a 53 anni” – della ex moglie, ormai da diciassette anni.
 
Mogli – In aggiunta alle partner già note di poeti e scrittori che ne sarebbero state co-autrici, la studiosa di Musil Regina Schaunig, del Robert Musil Institut di Klagenfurt, aggiunge Martha Malcovaldi, moglie di Musil, cui la sua ricerca, “Das Murmeln der Dichterfrau: Martha Musil als Co-Autorin”, è dedicata, e  Venetiana Taubner-Calderon, “Veza”, moglie tarda, ai 37 anni, e poco amata, di Elias Canetti. Della moglie di Canetti riporta una lettera del cognato Georges, fratello dello scrittore: “Quello che tu hai fattom quello che tu sempre ancora fai, è straordinario, e credimi, farò di tutto perché si sappia chi di voi due era grande, grande in carattere”. E opina che questo sia il motivo per cui Canetti ha disposto “un personalissimo decretato… blocco della sua corrispondenza privata fino al 2024”.
Ma altre mogli Schaunig sostiene che ebbero parte dei lavori di scrittori famosi - .dopo avere ricordato che di Brecht è opinione comune che abbia preso il prendibile dalle sue amate “sul piano finanziario, emotivo e anche come co-autrici”. La moglie di Musil naturalmente, Martha Macovaldi, la seconda moglie di Dürrenmatt, Charlotte Kerr, Emilie Fontane (“ebne parte attiva nel lavoro letterario del suo  uomo, tra l’altro leggendo e correggendo i i suoi testo prima di ogni altro”). Afferma anche che Ingeborg Bachmann, col progetto “Todesarten”, voleva mettere i puntini sugli i, dopo che Max Frisch, suo partner di vita a Roma per cinque anni, ne aveva scritto in “Gantenbein”. E che Sofia Tolstaja sfidò,nientemeno, il marito, nei diari, le lettere, e il suo “controromanzo”, “Di chi la colpa? I racconti di una moglie”.
 
Persefone - È la prima vittima di violenza sessuale, se non di stupro. Rapita alla madre Demetra-Cerere, alla Terra, da Ade, il dio degli Inferi, che la confina al sottoterra, all’inferno. La fumettista neozelandese Rachel Smythe fa quella di Ade con Persefone anche una storia d’amore, nel quarto volume della sua rivisitazione della classicità, “Lore Olympus”, ma Persefone quando ritorna sulla Terra si ritiene liberata. Come tale è celebrata ovunque se ne radichi il mito, nella Loride (a Bova, a Pasqua, come rito della resurrezione), o a Enna, Siracusa e in Grecia, nei tanti luoghi dove se ne celebra il rito, a partire da Eleusi.
 
Psicoanalisi - Una “forma carsica” dello spirito la vuole Rumiz, nel suo viaggio nei terremoti (“Una voce dal Profondo”, p.47): “In fondo, la familiarità con le grotte aveva generato una forma di ‘carsismo’ emozionale nelle genti di casa mia, una Trieste dove, guarda caso, psicoanalisi e speleologia erano nate in anni vicini tra di loro”.
 
Santini – Repentinamente abbandonati, in chiesa e nelle processioni, con la fine del secondo millennio, risorgono su Terrorgran, la rete di siti ipernazisti. Charles Manson, quello della strage di Sharon Tate e dei suoi ospiti, si raffigura come “Salvator Mundi”. L’unabomber americano Ted Kaczinsky, matematico, accademico e serial killer come “L’intelligente”. Su “La Lettura” Alessandra Coppola  ne fornisce vari esempi.
Ricorrono anche nei giuramenti di mafia del giudice Gratteri e di Antonio Nicaso – di ‘ndrangheta nella fattispecie.
 
Terremoto - “Il ruggito del Minotauro”, prigioniero del labirinto - Paolo Rumiz, “Una voce dal Profondo”, 18
 
Trieste – Si può dire la capitale italiana del “profondo”, in senso fisico e psichico. Il triestino Rumiz ricorda di essere stato appassionato speleologo, lui come i suoi compagni, nell’adolescenza. Nel libro che raccoglie le sue indagini sui terremoti passati e recenti, “Una voce dal Profondo”. Adriano Sofri, triestino di nascita e di madre, ha inseguito per anni il sottosopra, i tombini, le cloache, i canaloni, le grotte. Magris la ricerca delle sorgenti del Danubio ha lasciato indefinite, una sorta di variazione della terra, della terra umida. Trieste è anche la città della psicoanalisi, parte della più vasta psicologia del profondo.  

letterautore@anti.it

Il Sud riscoperto, dal di dentro

“Quarantamila anni” fa “un cratere grande come l’intera città  si era aperto fra Marechiaro e Capo Miseno. L’eruzione vomitò fuoco, incendiò gli Appennini e sparò ceneri fino in Siberia, generando un tale raffreddamento del clima che forse contribuì all’estinzione dell’uomo di Neanderthal e fece trionfare la razza più evoluta di Cro-Magnon”. È di Napoli che si parla, che fa “storie” a sé, che si tratti di un terremoto delle razze umane o dello scudetto. Ma la cosa è possibile, oltre che suggestiva, quindi è certa.
Nella Penisola il terremoto è la normalità, benché rimossa: “Quel tuono in Do minore abitava stabilmente  la spina dorsale dell’Italia e la rappresentava più del suo inno nazionale, ma gli italiani non lo sapevano e, quel che è peggio, preferivano non saperlo”. Quel che è peggio? È possibile, il Male non ha limiti.
Rumiz, che fa qui un viaggio nei terremoti, nell’Italia dei terremoti, non ne fa un male. Ne fa la scoperta. Il viaggiatore dei Balcani, cui lo disponeva (destinava?) la sua città, Trieste, ma più dell’Italia, dell’Italia sconosciuta agli italiani – rimossa, trascurata, dimenticata – e più autentica, l’Appennino, le Alpi non sciistiche e non “turistiche”, risale la penisola lungo le sue linee di faglia –la raccolta dedicando “a Roberto De Simone”, il trascurato della migliore Tradizione napoletana, “e alla terra che l’ha  cresciuto”.
Un viaggio nel Sud di fatto - al Nord sono riservate poche note, da ultimo. Che Rumiz tratteggia ad abundantiam nei linguaggi, gli umori, le sensibilità, e come oggi usa nei sapori. Una ricognizione di capacità affabulatoria vivissima. Si torna bambini leggendolo, golosi di storie , sempre magiche o diaboliche. Rumiz sa raccontare anche le parole: disastro, rischio, desiderio – e il “pezzo da novanta”, l’altezza di Orlando nell’opera dei pupi. Dolente: un Rutilio Namaziano dei nostri giorni, cantore malinconico dell’ “Europa al tramonto”.
Con una serie di personaggi ordinari-straordinari, di ambienti poco frequentati, in Sicilia, Calabria,  Basilicata, Irpinia, A bruzzi, Molise, nella stessa battutissima Napoli, estesa a Ercolano. Con figure anche memorabili, quale Ludivico Corrao, grande comunista, e principe dei tempi andati, che da solo progetta la “sua” Gibellina ricostruita dopo il terremoto e rimasta  inabitata tanto è inospitale – con la macabra fine a opera del giovane domestico bengalese.
La risalita dello Stretto di notte, da Reggio a Cannitello, su uno sloop da 12 metri, là dove le “piattaforme” continentali Europa-Africa s’iconrrano, è una sinfonia drammatica. Come, in breve, la morfologia (la poesia) dei venti, Libeccio, Tramontana, Grecale, nello Stretto. La presenza della Grande Madre ovunque, di madonne più spesso “nere”. E l’insistito parallelo tra la sicilianità e la napoletanità, la malinconia e la danza, un mondo dalla tonalità in La minore e uno in Sol maggiore. Il terremoto è “il ruggito del Minotauro”, rinchiuso nel labirinto. Con la scoperta che la Padania, tettonicamente, è Africa. E una misurata ma ineliminabile denuncia dell’imprevidenza – “non so perché ci chiamano «il Paese dei furbi»”.
In nota Rumiz precisa che “il racconto trae spunto da una serie di viaggi compiuti dal 2009 al 2023, alcuni dei quali narrati come reportage su «la Repubblica»”. Il titolo è di Monica, la sua nuova compagna.
Da leggere-gustare come voleva Voltaire, una vita da lettore, con la matita in mano. Con un triste epicedio, anticipato alla pagina 60: “Niente come l’assenza di precauzioni antisismiche  svelava il tramonto della memoria e al tempo stesso la scomparsa del futuro dalla mente degli italiani”.
Un viaggio nei terremoti dal “muro di Ancona” del comico Ferrini in giù che è anche la scoperta di “una gloriosa pluralità negata dall’idea di nazione”. Ma forse solo dall’idea leghista, che Rumiz non nomina mai ma che non può non averlo segnato, uno spirito aperto qual è. Proiettandolo da un paio di decenni sulla disprezzata Italia “minore”, dopo decenni da grande inviato nelle grandi questioni continentali.
Paolo Rumiz, Una voce dal Profondo, Feltrinelli, pp. 287 € 18 

domenica 10 dicembre 2023

Ombre - 697

Strano veto di Biden a una tregua a Gaza. Possibile giuridicamente, ma è una dichiarazione di non innocenza della politica americana, quale si pretende di essere. Vetare la tregua è stato solo un atto d’imperio – sul fatto, Israele poteva comunque non fermare la guerra a Gaza, è dal 1967 che non si cura delle Nazioni Unite.

“La Scala in piedi per Liliana Segre. L’urlo dal loggione: «Italia antifascista»”. Perbacco, è come quando il loggione intonava Viva V.E.R.D.I.?  E non ce ne siamo accorti, per quanto la Rai fosse fissa sul palco, con la senatrice Segre.
 
Dice che era uno che ha urlato, non il loggione. Dice che la Digos è accorsa a identificare l’antifascista. E che l’ha identificato, ma non l’ha denunciato. Perbacco, e come ha fatto? Glielo hanno indicato gli altri loggionisti? Si è autoidentificato? Miserie delle cronache o miseria dell’Italia?
 
Si scopre dalle cronache dell’eredità Hermes contestata che esiste a Ginevra una fondazione “attiva contro la disinformazione giornalistica”. Siamo arrivati a tanto? La fondazione esiste, si chiama Isocrates, Ginevra la ospita al palazzo delle Fondazioni, e serve da statuto a “promuovere un dibattito pubblico informato favorevole al rafforzamento della democrazia e alla lotta alla disinformazione.”.
 
Si finanzia il pastificio Rana per riportare la produzione dei piatti pronti dal Belgio al Cuneese. Si finanzia Stellantis, cioè Fiat, cioè Elkann, per riportare la produzione di autoveicoli in Italia a un milione l’anno – e quando, se se ne produce meno della metà? Si  torna all’industria sussidiata – industria privata. Perché c’è un governo di destra? Perché la Germania ha bisogno di analoghi sussidi e quindi Bruxelles fa finta di nulla (i sussidi alla produzione sarebbero proibitissimi)? La “concorrenza” ha sempre avuto un suono sinistro, come di una clava, contro la concorrenza.
 
È anche vero che gli incentivi per l’auto elettrica, pagati dal governo, cioè dagli italiani, sono andati per quattro quinti finora all’estero. Colpa della Fiat, che non ha consentito a nessun produttore di auto di aprire fabbriche in Italia, e poi se l’è filata. Ma tutta la politica di transizione verde, i sussidi, gli incentivi, gli “oneri di sistema” etc., è un business, non troppo onesto.
 
La produzione è ferma, quasi, mentre le banche battono ogni record: nove mesi d’oro in questo 2023. Unicredit supera Intesa per utili, 6,7 miliardi contro 6,1 (più, rispettivamente, 68 e 85 per cento sui nove mesi 2022 - la superava, cioè, già un anno fa). Seguono, a distanza ma con forti incrementi: Bper 1,09 (col tratto meno rispetto al 2022, - 26 per cento, scontando poste straordinarie l’anno scorso), Bpm 943 milioni (+ 94 per cento), Mps 929 (+ 178), Mediolanum 572 (+ 52), Credem 439 (+94), Sondrio 349 (+130). La crisi fa bene alle banche? Certamente no. Ma la Bce alla “tedesca”, i tassi museruola, evidentemente sì. 
 
“Patto sui migranti in Albania: uno spot a caro prezzo”. 
“Le opposizioni: soldi buttati nel cestino”. “E quelle di Tirana dicono l’intesa incostituzionale”. Ma le opposizioni di Tirana sono di destra. E lanciano fumogeni e petardi in aula. Nomineranno capitana Elly Schlein – o Giuseppe Conte?

 Ancora “la Repubblica”, questo invece in un fondo pagina: “Schlein archivia il mito delle primarie”. Il mito, il partito Democratico è nato e ha vissuto su un un mito Obiezioni nel partito del mito? Abbiamo scherzato?
 
Si occupano alcuni licei a Roma con una “azione coordinata”, per “portare avanti le nostre istanze”, “alzare il livello del conflitto”... . Sembra un formulario, e lo è. Della vecchia burocrazia giovanile del Pci, redatta sul linguaggio delle assemblee sindacali nate morte degli anni 1970. Studenti di cinquant’anni – settanta mettendoci gli anni di scuola?
 
Sottoposta a critiche bi-partisan la politica di Biden a favore di Israele su Gaza, il segretario di Stato Blinken ha rimediato bloccando i visti ai “coloni estremisti” israeliani in Cisgiordania. Curiosa decisione. Sottintende che gli estremisti non sono israeliani poveri e illetterati provenienti dalle aree povere del’Est Europoa o dal mondo arabo-islamico, ma gente abbiente, se è legata agli Usa. E che si sa chi sono i “coloni estremisti”, cioè assassini, in Cisgiordania – gli Stati Uniti lo sanno come?
 
“Sull’Inter non mi esprimo più da quando il faldone sui nerazzurri è scomparso durante le inchieste di Calciopoli, poi riemerso quando il reato era andato in prescrizione”, Giovanni Cobolli Gigli. Come non detto – non un accenno nelle due ore del docufilm Sky su Calciopoli.
Cobolli Gigli, lombardo di Como, dirigente d’azienda (Fabbri Editore, Mondadori, Rinascente), era stato nominato dalla famiglia Agnelli presidente della Juventus nel 2006, come garante di legalità dopo l’attacco napoletano congiunto, di Carabinieri e Procura.
 
Il libriccino di Bazoli “Il processo e la pena” – il processo è la pena - è andato subito esaurito. Altrettanto introvabile è uno dei due libri di Mori e Obino, gli ex Carabinieri, quello che accusa i giudici palermitani di avere occultato, trent’anni fa, il loro “dossier appalti”. Tutto ciò che “spiega” la giustizia è ampiamente condiviso.
 
La giustizia si direbbe l’istituzione meno autorevole in Italia, materia di scandalo per i molti. Ma non molla: si autoprotegge, e questo è comprensibile, ma è anche protetta. Dai cronisti giudiziari si capisce. Ma dalla presidenza della Repubblica, che ha poteri ampi in materia, e dal Csm no. Che abbia poteri di ricatto sarebbe solo ovvio – che altra ragione c’è?

Un lampo vecchio due miliardi di anni luce

Lo studio di un gruppo di ricerca italiano, pubblicato su “Nature Communication”, dimostra che esplosioni cosmiche possono temporaneamente danneggiare lo schermo naturale che ci protegge dalle radiazioni solari. Il titolo della comunicazione dell’astrofisico Ubertini si riferisce al più recente evento di questo genere, due mesi fa, non preannunciato ma neanche avvertito, per effetto del più potente lampo cosmico di raggi gamma mai registrato.
Il 9 ottobre 2022, alle 15,21, tutti gli osservatori spaziali di alta energia in orbita attorno alla Terra e nello spazio interplanetario hanno rivelato il più forte lampo di raggi gamma (GRB) mai osservato: era il risultato dell’esplosione di una supernova distante 1,9 miliardi di anni luce da noi. Questo evento, denominato dagli astrofisici GRB221009A, è risultato essere uno dei più brillanti arrivati sulla Terra negli ultimi 10.000 anni. È stato eccitante scoprire come questo lampo di raggi gamma, incredibilmente intenso e di lunga durata (circa 800 secondi), abbia causato un macroscopico cambiamento del campo elettrico, che ha subito un aumento di circa 60 volte: un effetto mai rivelato prima.
Pietro Ubertini, Il più potente Gamma-Ray Burst cosmico mai registrato ha modificato l’alta ionosfera terrestre “Scienzainrete”, free online