giovedì 21 dicembre 2023
Mafia a palazzo di Giustizia
“Nei giorni immediatamente successivi alla strage di via D’Amelio, un nucleo di polizia giudiziaria si presentò a casa di Borsellino con il mandato di perquisire lo studio del magistrato, in cerca di elementi utili alle indagini. La famiglia oppose resistenza a quella perquisizione. Alla domanda perplessa sul motivo di una così inaspettata mancanza di collaborazione, i familiari replicarono: «Perché Paolo si fidava solo dei carabinieri»”.
mercoledì 20 dicembre 2023
Problemi di base femministi - 781
spock
“La cultura femminista è
appassionatamente coinvolta nell’universo cyber-mostruoso”, Rosi Braidotti?
“Il femminismo condivide pienamente, e
contribuisce attivamente, al tecno-immaginario teratologico della nostra
cultura, attraverso la sua enfasi sulle identità ibride e mutanti”, id.?
“Diciamocelo, siamo disfatti l’uno dall’altro.
E se non lo siamo, ci stiamo perdendo qualcosa”, Judith Butler?
“La verità si sottrae a noi quando abbiamo a che fare con una donna”, Marguerite Yourcenar?
“Il diavolo è l’unico a capirci qualcosa
del mistero femminile”, Oscar Wilde?
Dio è femmina, e Babbo Natale?
spock@antiit.eu
Il santino dei salvatori in mare
Rivisto, a quasi un anno dalla prima uscita (già essa celebrativa,
nel decennale della fondazione in Spagna di Open Arms), dà una fastidiosa sensazione
di apologia. Una vecchia vita di santo traslata sul cimitero del Mediterraneo. È
l’apologia diventata un genere laico, di santi laici, appaltatori statali - se si è del partito giusto?
Un “santino”, incontestabile
(chi può contestare il bene) e inevitabile, quasi una persecuzione. Quando le
dimensioni del fenomeno migranti, delle fughe in massa, delle torture e le
spoliazioni in massa, delle morti in massa, richiederebbe ben altro: una mobilitazione
in massa, una crociata, una guerra. Invece, anche al cinema, un dramma così agghiacciante,
così quotidiano, e niente. Solo il film
di Garrone, dopo quello di otto anni fa (snobbato) di Gianfranco Rosi.
Marcel Barrena, Open Arms - Le legge del mare, Sky
Documentaries
martedì 19 dicembre 2023
La Cina costa caro – o l’ideologia dell’aiuto allo sviluppo
Si
fanno i conti della Via della Seta, il grande programma di “cooperazione internazionale”
della Cina (da cui l’Italia si è ora sfilata), e si vede che non è diverso dal
vecchio schema imperialista: dare poco per prendere molto. In Italia, dopo l’adesione alla Via della Seta, il deficit commerciale con
la Cina è improvvisamente raddoppiato, dai 16-20 miliardi di dollari l’anno a
quasi 40 nel 2022. Mentre gli investimenti cinesi, oggi calcolati attorno ai 30
miliardi, si distingono per essere più finanziari che produttivi - quando non sono veicoli per finanziare a buon
rendimento le attività acquisite (nel caso dell’Inter all’8 per cento, in quello
Pirelli e delle tantissime altre aziende a quota o proprietà cinese non si sa).
Molto
di più la Via della Seta ha pesato e pesa sull’ex Terzo mondo, in Asia e in
Africa. Dove gli investimenti si sono dimezzati negli ultimi cinque anni (con l’eccezione
del 2022), da 36-37 miliardi di dollari l’anno a 16-17. Mentre gli interessi riscossi
sono raddoppiati dall’anno scorso, da da 15-16 a 33-34 miliardi di dollari.
La
Via della Seta si può dire una riedizione in area comunista della vecchia ideologia
occidentale dello sviluppo. Quando si puntava, prima della globalizzazione
(decentramento e liberalizzazione della produzione e degli scambi, di cui la
Cina prima e più di tutti ha beneficiato), sull’aiuto allo sviluppo: ti
finanzio per guadagnare di più – perpetuando lo “scambio ineguale”. Una dottrina
in voga negli anni 1960, e durata per un altro paio di decenni. Benché già nelle
sue prime applicazioni fose dimostrato (da P.T.Bauer alla London School of
Economics, sulla base delle bilance dei pagamenti) che si donava per guadagnare
di più.
Un’ideologia
pervicace, quella dell’“aiuto allo sviluppo”, o della cooperazione, una sorta
di missione laica. In Italia i calcoli di Bauer furono liquidati da Federico
Caffè, che si reputava l’economista più aggiornato, come “elucubrazioni
reazionarie” – benché le partite correnti parlassero chiaro, e Bauer fosse più
socialista, radicale, di Caffè. E si aprì la strada al voto unanime del
Parlamento nel 1983, alla proposta radicale (l’unica legge proposta da Marco Pannella mai approvata), di un fondo annale per lo sviluppo dell’ammontare allora
ragguardevole di duemila miliardi di lire.
La crescita si fa in Borsa
Sono
quasi due mesi che Unicredit ha annunciato , in una con 10 miliardi di capitale
in eccesso, l’intenzione di utilizzarlo per acquisizioni, oppure per “restituire
valore agli azionisti”, anche col riacquisto di azioni proprie. Nel mentre che
acquistava il 9 per cento, la maggiore quota singola, della quarta banca greca, Alpha Bank.
Iniziativa lodevole, che aveva meritato anche l’elogio della presidente della
Bce Lagarde – “è il segno del risanamento del settore finanziario in Grecia”. E
creava in Romania, raggrupando le filiali già aperte, la terza banca del paese.
Confermando l’identità di banca cross-border che il gruppo si è data vent’anni
fa.
Ieri,
con separate interviste ai due maggiori giornali tedeschi, “Frankfurter Allgemeine
Zeitung” e “Süddedutsche Zeitung”, il ceo del gruppo Orcel e il presidente
Padoan hanno prospettato una nuova ondata di acquisizioni, “soprattutto nell’Europa
centrale e orientale”. Dove le valutazioni sono attraenti. Mentre si escludono Germania, Austria e Italia, dove il gruppo è
già forte, perché “i prezzi sono troppo altri”. E fin qui è la norma. Poi Orcel
alla “Faz” ha detto di più: “Un’acquisizione potrebbe aiutarci a far sì che il
mercato riconosca il nostro pieno valore, cosa che oggi non avviene”. Oggi, dopo
che la capitalizzazione (valore) in Borsa è quasi raddoppiata in un anno, o
poco più. E se il gruppo non troverà “buone occasioni”, continuerà a “riacquistare
azioni proprie”, nell’interesse dei suoi azionisti.
Non
basta gestire bene il credito, bisogna gestire bene il titolo.
Eduardo liberato
La guerra dei poveri. Tra
poveri: sotto i bombardamenti c’è chi fa la fame e chi s’arricchisce sulla fame
degli altri con la borsa nera – facendo incetta di ogni sorta di bene, alimentare
e non, per rivenderlo a prezzi da usura. Questo taglio che Eduardo De Filippo
ha dato del dramma della guerra, di un autore che poi sarà molto impegnato politicamente,
è la sorpresa che a ogni rappresentazione si rinnova: il popolo può essere malvagio. L’unico gesto buono sotto le bombe, disinteressato, il salvataggio della bambina con la penicillina introvabile, un
episodio che Miniero fa durare a lungo, viene dalla coppia borghese che la
trafficante arricchita ha ridotto in miseria. La povertà è brutta – la povertà
vista quale è, senza l’obbligo di “andare verso il popolo”.
Una scommessa riuscita della
Rai. Ogni anno sotto Natale la Rai propone una commedia di Eduardo, “Il sindaco
del Rione Sanità”, con Gallo, “Natale in casa Cupiello con Castellitto padre, e
ora, di nuovo con Gallo, “Napoli milionaria” in forma non teatrale ma
cinematografica, affidata a Luca Miniero. Con qualche difficoltà, ma con
successo infine di pubblico, uno su cinque in prima serata.
La difficoltà con Eduardo è
duplice. Una è che lo si vuole rappresentare come “classico”, come mostro sacro,
e si finisce spesso per perdere la comicità che sottintende le sue commedia, le
battute, le situazioni, sotto il velo della malinconia. Quasi che bisognasse fare
i compiti, celebrare il monumento. L’altro è che, restando ancora viva per i molti
la presenza fisica di Eduardo sulla scena, i Gallo e i Castellitto, devono mimarlo,
“riprodurlo”, con la stessa maschera, la stessa mimica, gli stessi tempi,
perfino gli stessi giri e toni di frase. Mentre le commedie di Eduardo si
reggono da sole, e probabilmente ne
acquisterebbero ad affrancarsi. A essere proposte per come sono scritte. Come
in questo adattamento, da film-per-la-tv – o nella famosa rappresentazione di “Filumena
Marturano” a Londra e a Broadway, nel 1977 e nel 1979, da parte dei mattatori
Laurence Olivier e Joan Plowright.
Luca Miniero, Napoli
milionaria, Rai 1, Raiplay
lunedì 18 dicembre 2023
Come governa Meloni? Come non detto
“Il governo ha una forza politica
interna che altri governi oggi non hanno” – sottinteso: in Germania, Francia,
Spagna, Olanda, etc.: “È uno scenario quasi inedito questo: dà una leva
internazionale all’Italia, che è molto utile”. È l’opinione dell’ex direttore
generale del Tesoro, Alessandro Rivera.
Rivera non è un meloniano. Al
contrario. È stato licenziato dal governo Meloni un anno fa, uno dei primi atti
di governo dopo l’insediamento, e ora, dopo un anno di passaggio di consegne,
ha lasciato il Tesoro. Ma è vecchia scuola Funzione Pubblica, cioè ha giudizio,
e lo esercita.
È un commento interessante. Non tanto
per l’elogio indiretto al governo, quanto per la prospettiva che propone nell’analisi
dei fatti politici. La reputazione pesa molto nei mercati - può ridurre lo spread di 40 punti, pur in presenza di un bilancio ristretto, e mentre il debito cresce di un centinaio di miliardi o poco meno. Ma di più la notazione di Rivera sorprende per un concezione intelligente, oltre che rasserenante
(fattiva) della politica. Ma è un’eccezione, rarissima, alla politica gossip che ci perseguita dai giornali,
ogni giorno, per sei, otto, dieci pagine, su liti, sgarbi, sgambetti (Meloni-Schlein,
le vajasse?, Renzi-Calenda, Conte-De
Luca, Meloni-Salvini…. ) . I lettori protestano non comprando i giornali. E
niente: l’intervista a Rivera di Fubini, che pure del giornale è editorialista,
col titolo di vice-direttore, il “Corriere della sera” relega alle pagine
interne, senza alcun richiamo, di un supplemento del lunedì.
Il Monte dei Paschi non c’è stato
Con
le ultime assoluzioni si conclude la crisi del Monte dei Paschi, dopo dodici
anni di presunte indagini e presunti accertamenti di colpa, ma si conclude in
modo strano: non è colpa di nessuno, anche se le colpe sono evidenti. La Fondazione
non ha colpe, i manager nemmeno, le operazioni azzardate restano appese nell’aria,
i sottoscrittori di aumenti di capitale a cascata finiti nel nulla hanno avuto
quello che si meritavano, brutti speculatori.
Un furto di risparmio mai visto. Poiché gli amministratori degli aumenti,
dopo la chiusura del 2011 con quasi cinque miliardi di perdite, Profumo
presidente e Viola amministratore delegato, sapevano che la banca doveva andare
in amministrazione straordinaria, non poteva reggersi sui mezzi propri - una
gestione amministrativa che disponesse con criteri oggettivi di debiti e
crediti, per appianare la gestione ordinaria. Si è invece fatto finta di nulla.
Cioè si è coperto il disastro, con la complicità evidente, per quanto
impensabile, della Banca d’Italia. E forse in obbedienza alla vecchia politica
locale, compromissoria - giudici evidentemente compresi.
Per diluire il danno si sono rubati otto miliardi, a 40 o 50 mila
risparmiatori. Impensabile, ma è avvenuto. Quando si sapeva che la banca era
materialmente fallita. Ben due aumenti di capitale, per otto miliardi di euro,
in appena un anno, da giugno 2014 a giugno 2015, accompagnati dal trionfale
rimborso dei prestiti del Tesoro e da report lusinghieri, finiti nel nulla. Più
un terzo tentato nel 2016 e fortunatamente fallito.
Di
chi la colpa? Di nessuno. In dodici anni di inchieste e processi niente sugli
azzardi che portarono il banco – forse quello meglio radicato (più
produttivamente) in tutta Italia - al collasso. Noti peraltro ai più (se ne trova
la sintesi in
http://www.antiit.com/2022/10/quando-scalfari-avvio-la-fine-del-monte.html).
La
giustizia italiana è politica, e quindi era impensabile che un qualsiasi
tribunale condannasse manager e politici protetti dall’ombrello Pd. Ma senza
considerazione per il mercato, oltre che per la giustizia: di chi ci si potrà
fidare, se chi ha distrutto decine di miliardi, per finalità ignote, non ha
colpa?
C’è ancora tempo
L’ultimo
“almanacco” residuo, probabilmente – la testatina promette: “Un anno di
felicità. Dal 1762”…. Forse per questo già patrimonio UNESCO. Sempre per mano della famiglia Campi, di Perugia (non era
di Foligno?).
Gli
almanacchi, appuntamento rituale di fine anno, sono improvvisamene scomparsi, “Barbanera”
no. Eccezione doppia, perché, oltre che consigliere o assistente personale, si
vuole un metronomo del tempo naturale, del fluire dei mesi, delle stagioni. Con
le fasi della luna, che tanto pesano sugli umori, della terra e delle persone.
Con i richiami e i minuti consigli di sempre, sulle colture, i raccolti, le verdure
e la frutta di stagione, con le loro proprietà (vitamine, acidi, fibre), la
cucina, il riassetto della casa, le grandi pulizie, gli svaghi stagionali, la
salute. Aggiornati, al detox, al relax, al riciclo.
Una
pubblicazione per definizione rassicurante, su quello che è, e su come si può
migliorarlo, coi mezzi propri. Un’idea editoriale
vecchia di un millennio, se il primo almanacco di cui si ha notizia concreta
risale al 1088. Improvvisamente scomparsa, sorpassata dalla rete, dove si sa
tutto, in teoria, di tutto, all’istante. Ma la carta, le illustrazioni, le didascalie,
l’approntamento da tempo, per un percorso di almeno un anno, danno ancora un’idea
di durata. Che è rassicurante.
Il
pensiero si vuole critico e quindi all’erta, allarmista, ma anch’esso probabilmente
ha bisogno di prevedersi, di programmarsi - nell’arco breve, certo, dei mesi,
le settimane, i giorni. La luna, per esempio, non va di fretta, e si aggiorna ma
con juicio.
Almanacco Barbanera, Editoriale
Campi, pp. 256, a colori, €9,90
domenica 17 dicembre 2023
Ombre - 698
“La
Ue a Israele: basta finanziare i coloni violenti”. Oh, perbacco!
Ingenuità
non è (la stupidità esiste). Ma: ci sono coloni non violenti?
A
fine 2011 Obama e Sarkozy fecero la guerra alla Libia per “liberarla”. Dopo d’allora,
dalla Libia liberata, sono stati fatti fuori masse di migranti africani, 28 mila
in mare e un numero imprecisato in terra. La prossima giaculatoria sarà: “Dall’Occidente
liberatore, liberaci!”? Dalle anime “candide” dell’Occidente.
Il
giudice Pignatone, quello che aveva tentato di esportare la mafia a Roma, condanna
l’ex cardinale Becciu su input,
dicono le cronache, di Francesca Immacolata Chaouqui. Di cui non si riesce a
capire i poteri – era stata addetta, poco più che ventenne e sconosciuta impiegata
di Ernst&Young, alle finanze vaticane dal papa Francesco, una delle sue
prime nomine. Chaouqui è di Cosenza, ma la ‘ndrangheta pare esclusa. Potere femminile
(un tempo si sarebbe detto: è figlia del papa)? Questione di massonerie?
Bastano
pochi mesi di vendita di un farmaco riuscito anti-obesità e la società che lo
produce, Novo Nordisk, 30 miliardi di dollari di fatturato, “vale” in Borsa 435
miliardi di dollari, più del doppio di prima del farmaco, più del pil della Danimarca,
dove ha sede legale, secondo gruppo farmaceutico al mondo in Borsa. Perché, con
tanto parlare di crisi, viviamo un’epoca di obesità – di eccessi, dai cibi alle
automobili, alle abitazioni (consumo del territorio).
Si sa di tre giovani inermi uccisi a Gaza
dall’esercito israeliano a colpo singolo perché erano tre giovani israeliani, ostaggi
che si erano liberati o erano stati liberati. Altrimenti, è normale uccidere
dei giovani disarmati che agitano la camicia bianca?
Due
commissari dell’Alitalia in amministrazione straordinaria nel 2017, un professore
e un avvocato, Paleari e Discepolo, vogliono e ottengono dai giudici una liquidazione
milionaria,7 milioni l’uno, 3 milioni l’altro. Per non aver fatto nulla. Due commissari
nominati da Calenda ministro, in un governo di sinistra. Senza vergogna.
“Da
tempo, già dalla presidenza Obama, gli americani hanno cominciato a guardare
con interesse ai
sauditi”: è la copertina di “7”, settimanale del “Corriere
della sera”. Ma l’Arabia Saudita è nata con gli americani: è l’America che ha creato la dinastia, appoggiando il capotribù Abdelaziz al Saud contro gli inglesi, per il controllo del petrolio. L’Aramco, la società del
petrolio saudita, è stata americana fino a recente. Abdelaziz ha vinto,
per ultimo l’Heggiaz un secolo fa, con i soldi del petrolio. E con matrimoni a raffica nelle grandi famiglie tribali, più importanti quelli col clan dei
Sudeiri: tutti figli suoi i re che si sono succeduti, fino all’attuale. La storia farebbe più notizia - perché Berlinguer
l’ha abolita, il ministro?
Il
tg 5 di Mimun fa una grande servizio su una mostra fotografica modesta che i
reduci del Pci a Roma hanno messo su su Berlinguer. A cui attribuisce la paternità
di tutto il buono che la Repubblica ha fatto, il diritto di famiglia, il
divorzio, l’aborto, lo statuto dei lavoratori, il sistema sanitario nazionale,
e altro. Mentre Berlinguer non ha fatto nulla di questo quando è stato al
governo, e semmai ha sugli stessi problemi frenato. Di suo ha solo proclamato meglio
l’Italia democristiana che la sinistra al governo – e a morte socialisti, radicali,
repubblicani, socialdemocratici e ogni altro alternativo.
Si sa di tre giovani inermi uccisi a Gaza
dall’esercito israeliano a colpo singolo perché erano tre giovani israeliani, ostaggi
che si erano liberati o erano stati liberati. Altrimenti, è normale uccidere
dei giovani disarmati che agitano la camicia bianca?
Però:
il santino Berlinguer dei non credenti, dei non-reduci, non sarà un omaggio al
democristianesimo imperituro che ci governa, tra l’Ulivo, Berlusconi, il Pd
bianco degli anni 2010, e ora la destra?
Paginate
su Meloni a Bruxelles con l’ungherese Orban, da lei ammansito sull’Ucraina
nella Ue. Ma è curioso di Orban, che tra l’altra fa parte dei Popolari europei,
si dicano tante cose ma non l’essenziale. Che è a capo di un paese che da sempre,
e a maggior ragione oggi, in epoca “identitaria” (nazionalistica), lamenta la
deprivazione nelle paci del 1919-1920, come perdente nella Grande Guerra, di
una buona metà del territorio e della popolazione in favore dei vicini, in particolare della Romania, della Slovacchia,
della Ucraina allora Russia.
Si
ascolta in alcune estratti della conferenza stampa di Putin la domanda della corrispondente
da Mosca di “la Repubblica”, Castelletti, che pensa di mettere il capo russo in
difficoltà con la mancanza di uova a Mosca. Non la mancanza, l’aumentato prezzo
delle uova. Una domanda che sa di antico, di Mosca sovietica. Sovietizzanti una
volta, sovietizzanti per sempre.
Alcolici,
grigliate e dj set nei licei romani occupati. Un “calendario intenso”:
mercatino dell’usato al Mamiani, e partita Roma-Fiorentina sui muri dell’istituto,
braciolata di würstel con panini e birre al Virgilio, e partita
Roma-Fiorentina, al Manara pranzo sociale con menù “popolare”, e partita. La
Roma è molto gettonata nelle occupazioni.
“La
sostenibilità, la reputazione, il know how, il marchio: negli anni Ottanta
valevano poco. Oggi sono quasi tutto il business” – “L’Economia”. È un bene? Di
qualcosa che è solo immagine si direbbe che è vuota.
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Viaggio nelle storie della Sardegna
C’è
tutto nella premessa: la guida è ai “racconti” della Sardegna. Sì, c’è tutto l’indispenabile:
l’artigianato, le colture, il carbone, le raffinerie e l’industria che non c’è
più, il turismo debordante, ma di suo questa è una guida alle storie: “Oltre l’isola
delle cartoline e dei villaggi all
inclusive c’è un’isola delle storie
che va visitata”. Storie che sono comunque “vere”: “C’è una Sardegna come
questa, davanti ai camini si racconta
che ci sia, che poi è la stessa cosa, perché in una terra dove il silenzio è
ancora il dialetto più parlato, le parole sono luoghi più dei luoghi stessi, e
generano mondi”. Anche perché in Sardegna “esiste tutto ciò che viene raccontato”.
Un
progetto ambizioso ma non si può dire eccessivo. È svolto con mezzi normali, un linguaggio
piano, molto giornalistico, resocontistico, di tipo socio-economico anche, che
tuttavia dà il senso ad una realtà.
Con
alcune foto - non granché. E con due cartine premesse - queste originali e interessanti:
una delle regioni storiche (il frazionamento dell’isola come lo percepiscono gli isolani),e quella istituzionale o amministrativa, delle otto province attuali.
Michela
Murgia, Viaggio in Sardegna.
Undici percorsi nell’isola che non si vede, Einaudi, pp. 200, ill. € 12
sabato 16 dicembre 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (546)
Giuseppe Leuzzi
Persefone-Proserpina,
detta anche Kore, è la prima vittima di violenza sessuale,
se non di stupro. Rapita alla madre Demetra-Cerere, alla Terra, da Ade, che la
confina agli Inferi, all’inferno. La fumettista neozelandese Rache Smythe fa quella
di Ade con Persefone anche una storia d’amore, nel quarto volume della sua
rivitazione della classicità, “Lore Olympus”. Ma Persefone quando ritorna sulla
Terra si ritiene liberata. E come tale è celebrata. In particolare a Bova, in
Calabria, dove Kore di rami di ulivo sono portate in processione nella
Settimana Santa, parte della liturgia della Resurrezione.
“Dal 2002 al 2021 circa 2,5
milioni di persone hanno lasciato il Sud, di questi l’81 per cento si è
stabilito al Nord. Gli under 35 che hanno lasciato il Sud sono stati 808 mila.
E di questi 263 mila erano laureati” - Daniele Manca, “L’Economia”.
Se osserviamo “l’impiego
femminile, il tasso di occupazione relativo medio in Europa è pari al 72,5 per
cento. Nelle regioni del Merdiione la percentuale è più che dimezzata: in
Campania e Sicilia è pari al 31 per cento, e sale al 32 per cento in Puglia. La
Germania è al 78,6 per cento” - id.
Il Ponte, l’idea del Ponte,
si sovrappone al “muro” tettonico con cui l’Europa fronteggia Africa, fra
Scilla e Cariddi, tra le punte della Calabria e della Sicilia, la frontiera Sud
dell’Europa geologica. “Rocce rossastre”, così descrive il muro Rumiz nel libro
sui terremoti, “Una voce dal Profondo”, “plutoniche, contorte da forze
bestiali, segno di un trasloco tellurico
inimmaginabile. Quello che aveva spinto un pezzo di Alpi a valicare il Tirreno
per formare la muraglia che chiude ai due lati di Scilla e di Cariddi”. Almeno
la tettonica è anti-leghista.
Il
piano europeo di rilancio post-covid, NextGenerationEu (Pnrr), assegna più
risorse ai Paesi che hanno maggiori squilibri territoriali. L’Italia li ha, ed
è il paese Ue che riceve più risorse. Il governo ha destinato al Sud il 40 per
cento dei fondi del programma. Ma il Sud non sa spenderli. Quest’anno, a fine novembre,
aveva investito solo il 9,4 per cento dei fondi a disposizione, pari a 2,5
miliardi. E in progressione calante: aveva speso 6,2 miliardi nel 2021 e 18,1 nel 2022. Qui non ci i sono scusanti: il Sud danneggia se
stesso e danneggia l’Italia.
Il vino (che non c’è) in Calabria
Si è detto della Calabria che
non produce praticamente più vino – un po’ più della Valle d’Aosta. Che era,
per quanto povera e trascurata, terra di ottimi vini, invariabilmente
apprezzati dai viaggiatori, tra le tante scomodità. E pur essendo, nelle
pubblicazioni specializzate, l’area più ricca, in Italia e in Europa, di
vitigni autoctoni, della più grande varietà di vitigni autoctoni – quelli di
cui la domanda è da qualche anno la più consistente, su tutti i mercati, interno
e internazionali.
Era anche la terra i cui ogni
metro quadrato, si può dire, ogni piccola proprietà, per quanto minuscola,
aveva il suo palmento, si produceva il suo vino. E di questo c’è testimonianza
rupestre, duratura, malgrado l’incuria. Il palmento è l’insieme di due vasche,
un tempo in pietra, poi in muratura, su piani sbalzati, comunicanti attraverso
un foro, nella più alta delle quali l’uva veniva pigiata, e il succo defluendo
nelal seconda poi fermentava come mosto lentamente.
Centosettanta di questi
palmenti censisce Paolo Rumiz in “Una voce dal Profondo” nella sola Ferruzzano,
“chiamati «altari del vino», con
iscrizioni greche e romane”. Tanti, 750 per l’esattezza, ne aveva contati il
professore Orlando Sculli qualche anno fa in “I palmenti di Ferruzzano”. Sulla traccia aperta da Domenico Minuto su “Calabria Sconosciuta”, col reperimento di 400 palmenti in altra area dela Locride.
Minuto e Sculli non sono
viticultori. Umanisti di formazione e insegnanti di lettere classiche, si sono
occupati dela materia studiando la tradizione – come spiegare il passaggio dalla Magna Grecia alla Calabria di oggi. Minuto, che dovrebbe essere
ultracentenario, è stato con Franco Mosino all’origine del recupero della lingua e
gli usi grecanici nella Locride meridionale, nella area jonica della Calabria reggina. Sculli si è specificamente occupato
delle specialità arboree, e soprattutto dei vitigni – di cui 9dà un quadro
esauriente in
https://www.kalabriaexperience.it/itinerario-attraverso-i-palmenti-rupestri-della-locride-in-calabria/
Le 400 Rosarno
Il “Dossier 2023” dell’Idos
(Immigrazione Dossier Statistico) rileva un immigrato su tre impegnato nei
lavori agricoli, soprattutto per la raccolta: gli straneri coprono il 31,7 per cento
delle giornate lavorate – il conto è in difetto, poiché il lavoro è prevalentemente
in nero, ma indicativo. L’Osservatorio Placido Rizzotto, della Cgil, sa però censire
le aree di illegalità (caporalato, lavoro in nero, paghe orarie da 1-2 euro):
ne ha rilevate in 405 comuni, il doppio dei 205 comuni della precedente indagine,
2018. Di questi, 194 Comuni sono al Sud,
che conta 600 mila lavoratori agricoli nel complesso, e 211 al Centro-Nord,
dove i lavoratori agricoli sono molti meno, 460 mila.
Caporalato e
precarietà sono praticati ovunque. Questa la graduatoria, in ordine decrescente
per numero di infrazioni accertate: Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte e
Lombardia.
Si può opinare che
l’accertamento (degli ispettorati del Lavoro? dei sindacati? in base alle
denunce?) è più efficace al Nord che al Sud. Ma il caporalato è ovunque.
Il Sud è matriarcale
Incuriosisce,
dopo cinquan t’anni di “studi arabi” proliferati a seguito della crisi del
petrolio nel 1973, e più dopo il boom immobiliare e calcistico della penisola arabica dopo la crisi del 2007, che degli “arabi “ che sul finire del primo
millennio dominarono in Sicilia, in alcune aree della Calabria (Tropea, Amantea,
Santa Severina), a Bari e Taranto, e più a lungo in Andalusia, non si dica che in realtà erano
berberi. Che non sono arabi: sono stati
islamizzati quando la conquista araba arrivò a Sabratha e all’Atlante, ma erano
e sono rimasti berberi. Come tali censiti ormai universalmente, in qualità di “barbari”, un po’ dentro un po’
fuori in antico dell’impero romano (ora provano a chiamarsi col termine tuareg mazighen, uomini liberi). Fino alla
guerra di corsa e agli Stati “barbareschi” dell’Ottocento inoltrato. E come
berberi, come minoranza linguistica e culturale distinta dall’arabismo
dominante, provano da qualche tempo a farsi valere, soprattutto in Algeria, e
anche in Marocco.
La distinzione non è di poco conto per vari motivi. E
per quanto concerne la presenza “araba” nel Sud per il matriarcato: i berberi,
a differenza dagli arabi, erano e sono tuttora a fondo matriarcale. I clan e la
discendenza materni contano quanto e più di quella paterna – che l’arabo invece
unicamente censisce. Una peculiarità che già le vecchie enciclopedie repertoriavano,
anche se con difficoltà. Nella “Enciclopedia per ragazzi” Treccani, per es.,
Cecilia Gatto Trocchi si confondeva lei stessa: “ La struttura della
tribù si fonda sulla grande famiglia patriarcale. In Marocco la donna è
piuttosto libera e talvolta può influenzare gli affari della tribù; nel Rif
(altopiani del Marocco) è riconosciuta la discendenza materna….”
Nel Sud non c’è il
matriarcato. Non c’era nelle leggi dello Stato italiano, prima del primo
centro-sinistra e del nuovo stato civile, che arrivava anche al delitto d’onore.
Ma di fatto c’è, nel sentimento, nelle stato reale prevalente dei nuclei
familiari, specie nell’emigrazione ma anche in condizioni di stabilità. Ma questa
particolare presenza “araba” al Sud può spiegare come la nuova religione,
riacquistata dopo la sconfitta degli emirati berberi è improntata a Maria, in
tutti i paesetti, con le tante Madonne nere, e declinazioni di culto
variegatissime, ma di una Madonna sempre misericordiosa e vendicatrice,
liberatrice, anche la siculo-calabra Madonna della Catena.
Cronache della
differenza: Calabria
Carmine A bate racconta in “Un paese felice” che si
è laureato a Bari con una tesi su Corrado Alvaro, “Itinerario italiano”. Che avrebbe
spiegato così alla sua innamorata: “Poi, con un entusiasmo non ricambiato, le
confesso che un giorno mi piacerebbe visitare con lei i luoghi dell’Itinerario italiano: Roma, la via
Emilia, Genova, Cremona, Napoli, Mantova, la Toscana, Torino, Venezia, Milano.
E naturalmente la Calabria, che non conosciamo affatto pur essendoci nati”.
La ‘ndrangheta opera in Toscana
dove non è mai stata, nei rapimenti, nella fantasia dei maremmani, già nel 1990, nell’ultimo
romanzo di Fruttero&Lucentini, “Enigma in luogo di mare”, 1990. Molto prima che la
‘ndrangheta venisse scoperta e magnificata dai servizi di intelligence.
Ci sono a Roma molti valtellinesi,
ma già di terza o quarta generazione, qualche migliaio, e la Popolare di Sondrio prospera,
è la banca con più sportelli a Roma. Ci sono a Roma molti calabresi, alcune centinaia di
migliaia, per lo più immigrati in proprio, per lo più professionisti, e la Cassa di Risparmio di Calabria a
stento teneva uno sportello aperto, più che altro a fini di rappresentanza.
Un colossale repertorio di
scrittori calabresi in Australia, che si esprimono in italiano (poesia) o in inglese (narrativa) può censire lo
studioso di umanistica Gitano Rando, sotto il titolo “Cronotipi del paese natio e di quello
d’adozione nella poesia e la narrativa calabroaustraliana”, disponibile online.
“Per un meridionale”, annota Corrado
Alvaro nel 1930 (in “Quasi una vita”), un calabrese, a Roma, tra toscani, nell’ambiente
letterario, “non era facile trovare stima, per la nostra mancanza di misura e per una reputata barbarie o
provincialità”. Era, e ora?
“I calabresi”, annota Alvaro più
in là, 1936, “mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici, con la bontà dei loro frutti e
dei loro dolciumi. Amore disperato del loro paese, di cui riconoscono la vita cruda, che hanno fuggito, ma
che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda, dell’infanzia”. La Calabria è
un’infanzia.
“Courir la Calabre” fu
un’espressione diffusa a Parigi ai primi dell’Ottocento, le memorie di guerra degli ufficiali napoleonici e scrittori Courier e Duret de Tavel, come di terra piena di sorprese, minacciose ma, evidentemente, non
letali.
Chiude “Calabria Sconosciuta”,
dopo quasi mezzo secolo. Un repertorio di persone, fatti, leggende, monumenti, luoghi. Dapprima mensile, poi trimestrale, poi a numeri sparsi, ma sempre di un mondo sconosciuto ai
più. Specie ai calabresi, cui si indirizzava. Ha chiuso come tutte le riviste a stampa, ma fino all’ultimo
in armonia col titolo: la Calabria resta “sconosciuta” ai più.
Giuseppe Gabetti, un viaggiatore
che girava la Calabria su un asino (forse il germanista piemontese?), e vi trovava a ogni
passo le donne più belle del mondo, ma che a Gioiosa Superiore, dove andò per vedere “le famose
donne alla fontana”, queste gli apparvero meno belle, per “un cielo, un’aria, una luce” in cui si
perdette, ricorda ad Alvaro “la forza degli elementi esterni che in Calabria livellano tutto. E che forse
sono la ragione di una certa tristezza calabrese”.
A Rogliano, “graziosa città, molto ben collocata,
l’antica Rubanum”, Horace Rilliet,
“Colonna mobile in Calabria”, trova nel 1852 “una popolazione di graziose donne”,
e la dice “utilmente conosciuta per i suoi maiali e i prosciutti delicati” –
oltre che per dato i natali nel 1606 a Vincenzo Gravina”, il creatore dell’Arcadia
e il pedagogo di Metastasio. Prosciutti a Rogliano, deliziosi?
Ha
una tradizione medica, oltre che filosofica (Pitagora, Cassiodoro, Gioacchino
da Fiore, Campanella, Telesio): il viaggiatore Rilliet, medico, li ricorda, dal
“chirurgo Alceone, 500 a.C., che per primo tentò l’amputazione degli arti e
fece i primi studi anatomici sugli animali”, a Vincenzo Vianco, da Maida,”che
fu inventore di un metodo di autoplastica chiamato di Tagliacozzo, dal nome di
colui che lo descrisse più tardi”.
leuzzi@antiit.eu
Esilio dolceamaro di Woody Allen
Una
commedia romantica la prima parte, con tutto il repertorio di W.Allen: due
giovani si ritrovano, tra New York, Londra, Parigi, interni per qualche verso
fantasiosi, gruppi di amici, conversazioni, parchi, nei toni dorati del foliage, di cui è maestro Storaro, molto parlato, un po’ di
maniera. Una dark comedy la seconda
parte, di cattiveria estrema, e una giusta punizione. Casuale, come vuole il
titolo - e la filosofia di Allen: siamo qui per caso, uno fra 400 bilioni di
possibilità.
Una
filosofia pessimista, dietro il sorriso. Più veritiera per l’esclusione dello
stesso Woody Allen dall’America – il film è francese, per una distribuzione che
esclude l’America. Ostracizzato nel nome dei diritti, una cultura che esclude e non include.
Woody
Allen, Un colpo di fortuna – Coup de
chance
venerdì 15 dicembre 2023
Putin si fa i conti
Si
cerca di prendere le misure al Putin rilassato per le quattro ore di “Linea
Diretta”, la conferenza stampa popolare. In attesa che i servizi di intelligence ne escogitino i punti
deboli, la conferenza messo in chiaro alcuni punti.
Quella
contro l’Ucraina non è più una “operazione speciale” per riportare il paese
sulla “retta via” ma una guerra, contro l’Occidente. Mosca la combatte con 617
mila soldati al fronte, e col reclutamento in corso di mezzo milione di “volontari”.
La
Russia non è contro la guerra all’Ucraina. Nessuno ne contesta la legittimità,
anche fra gli oppositori politici di Putin. I dubbi e le critiche riguardano l’efficacia
dell’attività bellica.
È
comune sentire, come di Putin, che Ucraina e Russia fanno un unico popolo, solo
diviso in due stati. E che un’Ucraina membro attivo della Nato, cioè di un’alleanza
nemica, merita la guerra. L’obiettivo, la cosiddetta denazificazione, è la smilitarizzazione
dell’Ucraina . quanto meno l’impegno a non entrare in un’alleanza nemica.
L’Occidente,
in tutte le sue forme, non solo la Nato, anche la Ue, è estraneo alla Russia,
che fa storia a sé – sono preistoria i corteggiamenti dello stesso Putin al G 7
e a Bruxelles.
Le
sanzioni hanno creato inflazione. Ma la produzione è ai massimi, spinta dall’industria
bellica. E le riserve monetarie praticamente intatte, agli sbocchi europei di
petrolio e gas avendo supplito altri mercati, e il coordinamento con l’Arabia
Saudita e gli Emirati avendo consentito di tenere alti i prezzi degli idrocarburi.
Mentre monta la produzione di minerali rari.
Nella
conferenza stampa non è stato toccato l’argomento armi nucleari. Ma tutti i centri
studi strategici russi –anche privati, e non di regime – ne stanno valutando l’uso,
se necessario, a fini tattici.
A
margine della conferenza, calcoli non si sa quanto artefatti, comunque verosimili
e creduti, dicono che l’Europa ha sofferto le sanzioni più che la Russia, in
termini d’inflazione e di caro-denaro.
La guerra finirà con i palestinesi
“La
guerra durerà mesi”: l’annuncio del governo israeliano vuole significare che la
guerra non si concluderà. Le operazioni belliche finiranno anche a giorni, Gaza
è un territorio irrisorio e senza difese, ma non ci sarà pace.
La
guerra continua è la risposta israeliana alle pressioni americane per un
cessate il fuoco e per l’avvio di un negoziato. La risposta è no. La ragione è
che Israele non negozierà mai con Hamas, e che la guerra continua è necessaria
per annientare Hamas.
La
guerra a oltranza a Hamas è la risposta tattica. Il senso del no israeliano è
che non ci sarà uno Stato palestinese, con o senza Hamas. Il gabinetto di guerra
è stretto attorno a Netanyahu, il cui fondamento politico è la negazione dei
Palestinesi, fuori e dentro Israele - in Israele contando la Cisgiordania.
Netanyahu
è stato rieletto pochi mesi fa. E con il 7 ottobre ha rafforzato la sua leadership.
Il suo è un governo legittimato, quindi
con pieni poteri.
La scoperta della paternità
Che
cosa fa il successo di questa serie, che a ogni programmazione, anche non
annunciata, fa il pieno, pur non avendo nulla di spettacolare? E anzi è un po’
scontata, una classe di filosofia al liceo. A parte naturalmente Alessandro Gassmann,
che ne è il mattatore. E il montaggio, rapido – il questa serie come nella precedente,
curata da D’Avenia. E la scelta felice dei liceali: non i soliti adolescenti-che-vogliono-recitare
e non sanno andare oltre il mugugno e il farfuglio, ma veri attori, per quanto
giovanissimi, che sanno entrare in una parte, creare dei personaggi - alcuni
anche complessi. È il tema - dietro la la filosofia, sempre spettacolare, nelle
minilezioni che gli sceneggiatori forniscono al professore Gassman (o sono
quelle della serie originale catalana?): la paternità.
Questo
“Professore” è, non volendolo?, la serie della paternità: sconosciuta, vilipesa,
rifiutata da mogli, compagne e madri, e tuttavia presente. E non ingombrante,
anzi d’aiuto. Anzi risolutiva. In chiave moderna, contemporanea: niente paternalismi,
tanti sacrifici, fino al rischio di se stessi.
Alessandro
Casale, Un professore, Rai 1
giovedì 14 dicembre 2023
Le prime guerre dell’informazione
Il
7 ottobre segna una data nella storia delle guerre: è la prima in cui l’attacco,
oltre che con i missili e le armi a corto raggio, è stato sferrato con i media.
Immagini, video, suoni, di paura, di disperazione, di commento.
O
questo primato spetta all’attacco russo all’Ucraina, il 24 febbraio 2022. Non
alla Russia, impacciata nella guerra dell’informazione, che ha subito perso, ma
alla risposta ucraina – pensata per l’Ucraina dalle migliori agenzie di pr e immagine
della City e di Madison Avenue – la quotidiana “occupazione” delle notizie con
un’immagine, un racconto, una particolarità che comunque battesse i russi.
La
guerra da tempo si accompagna alla propaganda, alle “nebbie di guerra”, dalla
Grande Guerra (ma già la guerra di Crimea, che consacrò Cavour, fu combattuta contro
la Russia con la propaganda). Ora è diverso, l’informazione è un’arma in campo,
parte del teatro di guerra, per l’ubiquità dei media, e l’immediatezza del
messaggio: la rete, gli smartphone, i social hanno reso “istantanea” la guerra.
Che è ora informazione, prima che bombe o assalto all’arma bianca.
Le guerre a perdere – o dello Zugzwang
Per
Israele come per la Russia, le guerre in corso sono come una coazione a
perdere, malgrado la supremazia sul campo di battaglia. Si sono, se la guerra ha
un senso (la vittoria deve essere proficua), imbucati nella mossa che negli
scacchi si dice dello Zugzwang, obbligata, ma verso l’insuccesso.
L’obiettivo
della Russia è di dividere l’Ucraina. Impossibile. L’obiettivo di Israele di
eliminare i Palestinesi, altrettanto impossibile.
Israele e Palestina, due Stati ma non si sa dove
Stati
Uniti, Unione Europea, i paesi arabi, e quelli islamici, e naturalmente l’Onu,
il mondo auspica la creazione in Medio Oriente di uno Stato palestinese, accanto
a Israele. Ma non si sa dove - ammesso che la guera in corso si concluda senza
altre più gravi tragedie, che ribaltino l’auspicio comune.
In
Israele non c’era spazio per una soluzione
di questo tipo, in base alle riflessioni degli storici israeliani più accreditati,
Beny Morris, “1948”, Samy Cohen, “Israel, une démocratie fragile”, e il
diplomatico Elie Barnavi. Morris ricorda persistente l’idea sionista del 1948,
che faceva riferimento alla cacciata dei Greci dalla Turchia nel 1922, alla
divisione tra India e Pakistan, con migrazioni
forzate di massa, alla riduzione in minoranza senza diritti di armeni e curdi. Barnavi
parla di “guerra civile latente” in Israele, fra i gruppi di destra, religiosi,
coloni, e i laburisti. Con l’assassinio di Rabin nel 1995, colpevole di avere
firmato gli accordi di Oslo per la pace. Con la mobilitazione in massa l’anno
successivo delle destre religiose e dei coloni pr sbarrare la strada a Shimon
Peres, altro firmatario di Oslo, puntando sul giovane “americano” Netanyahu.
Attualmente
i coloni - le persone impegnate nell’esproprio dei palestinesi dopo il 1967 –
sono circa 750 mila, il 10 per cento della popolazione in Israele. E un terzo
di essi dovrebbero smobilitare, nelle ipotesi che circolano sull’eventuale creazione
di uno Stato palestinese.
Mattioli il Magnifico
Un
personaggio e una storia d’altri tempi - che però era ancora l’Italia degli
anni 1960. A capo della Commerciale (poi finita in Intesa), dagli anni 1930,
quando contribuì a salvarla dal crac del 1933, fino al 1972. Finanziatore di molte buone imprese, malgrado
l’antifascismo professo prima della guerra, e dopo la guerra l’argine frapposto
alla partitocrazia. Ma banchiere anche umanista: finanziatore dell’Istituto di
Studi Storici di Croce a Napoli, “salvatore” delle “Lettere dal carcere” di Gramsci,
editore dei classici Ricciardi, l’ultima vasta ricognizione della letteratura italiana
nei secoli, dei Grandi e dei meno grandi. Si avrà, tra i tanti beneficati, continue
proclamazioni di gratitudine da Carlo Emilio Gadda, uno pure non espansivo. O di stima da Gianfranco Contini.
Forse
un’altra tempra di uomo, più che un’altra Italia. Nel 1938, dopo le leggi
razziali di Mussolini, si impegnò a salvare il posto a tutti gli ebrei che aveva
in banca, anzi a gratificarli.
Il
documentario scorre svelto, il personaggio offre una narrazione piena di cose.
Con molte foto d’archivio, e la ricostruzione di alcuni contesti, inframezzate
dalle testimonianze di Ferruccio de Bortoli, sul peso di Mattioli nel mondo bancario
e a Milano, di Sandro Gerbi, che ebbe modo di frequentarlo personalmente, e di Francesca
Pino, che di Mattioli ha redatto la voce omonima per il Dizionario Biografico
degli Italiani, e ne studia le carte.
Gerbi
ha dedicato a Mattioli ben due opere di storia, entrambe Einaudi, “Mattioli e
Cuccia. Due banchieri del Novecento” e “Raffaele Mattioli e il filosofo
domato”. Gerbi è anche la testimonianza vivente della “magnificenza” del
banchiere-umanista che si è meritato questo documentario per i cinquant’anni
della morte: è figlio di Antonello Gerbi, economista e storico, che Mattioli mandò
in Perù dopo le leggi razziali, a dirigere la filiale locale della Commerciale,
un soggiorno da cui trarrà la ricerca seminale, tuttora indisputata, sulle
civiltà precolombiane, “La disputa del nuovo mondo”.
Antonella Zechini-Gianluca Miligi, Humanitas, Economia,
Immaginazione. L’universo di Raffaele Mattioli, Rai Storia, Rai Play
mercoledì 13 dicembre 2023
Secondi pensieri - 531
zeulig
Agnosticismo -
Si accompagna alle fasi crescenti dell’individuo e della società, o a quelle
calanti? È uno sviluppo, mentale, individuale, o un falso ragionamento (falso
rispetto dell’individuo)? Roma prosperò sul rispetto delle
religioni, la pax deorum. Simmaco lo spiega alla fine della tolleranza
religiosa. Il
nobile Simmaco lo sostiene dopo Polibio e Cicerone, e col laico Quinet. “La
superiorità dello Stato romano sta nella religiosità”, nota lo scettico
Polibio: “Ciò che negli altri popoli è riprovevole mi sembra sia ciò che tiene
insieme lo Stato romano, intendo dire la superstizione religiosa”. Cantimori,
che studia le eresie e le sette, concorda sulla forza della religione nelle
moderne nazioni. I romani eressero altari persino ignotis numinibus, agli dei ignoti, san Paolo trovò un agnostos theos nell’aeropago
di Atene.
A Simmaco il santo vescovo Ambrogio
ribatté che non la religione aveva
salvato Roma da Annibale e i galli ma la virtus
e la militia – Milano è
imprevedibile. L’imperatore che ruppe la
pax deorum era un bambino. Il prefetto
Ambrogio, pagano come Simmaco, fu vescovo da catecumeno.
Oggi
una sola religione si diffonde, l’islam, ma si ritiene più per effetto dei
petrodollari (moschee, scuole, ospedali, golf, polo).
Capitale – Appare
e scompare, anche quello sociale, nazionale, e quello psichico, senza logica e
senza preavviso. Il capitale è un parassita, una piattola, non ha un progetto, un
legno secco può dargli le vertigini.
Complotto - Il complotto è semplice. Si può
liquidarlo con Popper, con la “teoria sociale della cospirazione”, o “teoria
cospirativa della società”: è un difetto dello storicismo e la sociologia,
spiega il paziente sbrogliatore di ghiommeri inutili, contrario peraltro al loro
fine, credere che “la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella
scoperta degli uomini o dei gruppi interessati al verificarsi di tale fenomeno
(talvolta si tratta di un interesse nascosto che va prima rivelato) che hanno
congiurato per promuoverlo”, mentre si sa che ad “azioni umane intenzionali”
seguono spesso “ripercussioni inintenzionali”, e che solo una parte dei progetti
si realizzano – “cospirazioni avvengono, ma poche hanno successo”. Si può pure
farne la storia: un mondo abbiamo creato che sfugge alla comprensione e
oscuramente temiamo, come un tempo temevamo la natura, proprio quando la natura
abbiamo imparato a spiegarcela. Un mondo che ci porta a una paranoia doppia,
poiché per governarlo ci affardelliamo d’ideologia, che in buona misura è
paranoia. Ma la verità è un’altra, non si tratta di errori di metodo: il
complotto viene comodo quando non si sa che dire o fare, o non si vuole. La
realtà è più spesso evidente.
Coscienza - “La cosa al mondo più difficile da conservare è la coscienza”,
Camus annota nel diario: “Di solito le circostanze vi si oppongono, che
spingono alla dispersione”. Di solito la dispersione s’intende dell’io, con o
senza la rima in Dio.
Il seguito di questa considerazione è
nelle note sparse e negli eventi. Anzitutto la coscienza si deve definire: la
coscienza di che? Psiche fu a lungo vittima di Amore. O meglio, perseguitata da
Venere e protetta da Amore. S’intende per Venere la materialità dell’atto,
essendo sesso la femmina, sentimento il maschio. E Psiche chi è?
Ignoranza – Si
dovrebbe dire la base della conoscenza – sapere di non sapere. Ma ne è solo la
materia informe. Come le cera, il legno, il marmo, il colore, la parola, il materiale
dell’artista. Il grugnito che si conformerà in suono articolato, in parole, in
nota musicale. Ma non è la condizione primigenia dell’essere. Non dell’essere
umano, o animale, che nasce in qualche misura “imparato” – avvertito, anzi linguisticamente
articolato: sa muoversi, sa che deve nutrirsi e come, chiedere (parlare), sempre
con suoni poco comprensibili o articolati , ma con la coscienza di dire qualcosa,
nello sguardo, nel gesto.
Si
contrappone a intelligenza, più che a sapere. Alle forme dell’intelligenza
applicate. Di cui però gli esseri non sono mai del tutto sprovvisti, anche nelle
peggiori condizioni di isolamento o abbrutimento.
Dovrebbe
essere la condizione umana, la condizione primigenia. Ma è un fatto storico: è
mancanza (assenza, impossibilità, incapacità) di qualcosa che i molti, se non
la specie tutta, possiedono (conoscono). Nell storia – nell’essere nel tempo –
viene a dire la non completa padronanza di tutte le conoscenze. Ma questo è un
limite di ogni cosa e forma esistente, non solo della conoscenza. È una forma
dei limiti dell’essere.
Si cambia, ma sempre per aggiunte al
già noto, se non c’è il vizio di scaricarsi la coscienza. La quale, dice Freud,
è “angoscia sociale”, e secondo Hamsun “fu inventata da quel vecchio maestro di
ballo, Shakespeare”. S’impara anche a trent’anni, superata cioè l’età scolare.
Anche ciò che è volatile.
Non in forma così semplice – è anche negazione (indifferenza,
irrisione, vanagloria. È l’inizio della conoscenza ma quando è già una forma di
conoscenza – la coscienza dell’ignoranza.
Potere
-
Il potere è comprensione e clemenza, non ci
sono nemici per sempre.
Psicoanalisi – L’analisi smonta per rimontare. In teoria. In realtà riannoda i nodi
annodati. Magari in bella vista ma aggrovigliandoli. Un compagno di scuola,
troppo bello e dotato per applicarsi alle cose pratiche, inventava linguaggi e
forme grafiche - Jacovitti rifaceva con la sinistra. E nelle lunghe ore di
studio che in collegio bisognava passare in silenzio smontava gli orologi, in
ogni loro singola rotellina, gli orologi d’allora meccanici. Poi li rimontava,
e funzionavano. Evidentemente la vita non è un orologio. Ma questo si sa. E che
cos’è il pudore? Cos’è la generosità, cosa la passione? Si può sterilizzare la
generosità come sperpero, il pudore come tabù, e poi?
Freud è a volte più colpevole del dovuto -
figlio incestuoso della regina Vittoria, eh
sì, che l’ha dominato fino alla fine, a ciucciare i suoi sigari mortali, le
madri sono divoranti, eh sì, in un modo o nell’altro. Ma l’analista è tiranno che disintegra l’anima invece di
ricomporla, per soldi, e sostiene che in analisi si disimpara a mentire, mentre
s’impara a mentire in modo indelebile, sotto forma di verità, lo sanno ormai
pure i bambini che il ricordo è selettivo, e la casualità ordine. Freud non cura l’isteria, la diffonde, surrogato volendosi sacrilego
della grazia. Con l’analisi che è una forma di preghiera,
sebbene a un dio sconosciuto, non confessione ma iterazione liturgica,
ripetuta, ossessiva, pep talk non arrembante ma compiaciuto, a
carattere sadomaso: più gli indulgenti si scavano, più distillano fiele puro.
Verginità – Si
ripropone, e sempre sul fatto sessuale, come rifiuto o rinvio
dell’accoppiamento. Mentre era in antico l’equivalente della libertà femminile.
Applicata alle donne, a Eleusi e altrove, era nel nuovo o ritrovato patriarcato
il riconoscimento di un’intoccabilità che comunque poteva sempre essere invocata
dalla donna. Il privilegio della libertà.
Verità – La
verità del mondo non può essere terrestre, troppa ansia.
zeulig@antiit.eu
Il futuro digitale è vecchio
La generazione dei
quaranta-cinquantenni è precaria – lo era dieci anni fa, quando il libro fu
scritto. Non ha fatto nessuna rivoluzione,
e ormai non può più farla, già cinquanta-sessantenne. Non ha potuto fare, o cullarsi
di fare, una rivoluzione politica – la rivoluzione che si è imposta è
controrivoluzionaria, quella del mercato. Ed è stata presa a mezzo dalla
rivoluzione digitale, senza potersene impadronire.
Tre
curiosi saggi. Di ordinario pessimismo. E di mitologemi, molto artefatti, della
rivoluzione per esempio, ora “digitale”. Concepiti forse unitariamente ma virati
all’impronta. Spaziando su ogni occorrenza: l’identità, lo ius soli e lo ius sanguinis;
l’11 settembre; l’urbanistica – la “riprogettazione di Roma sotto il fascismo”,
gli sventramenti “ideologici dei regimi comunisti”; le periferie sanificate dalla
Repubblica “una prova abbastanza spietata”
del rifiuto della bellezza.
Resta
il tema. Il futuro è sempre speranza. Oggi è pauroso ma per effetto della cultura
della crisi, che ci attanaglia. Accompagnandosi, ironicamente, all’ideologia
del migliore dei mondi possibili. E non solo all’ideologia, bisogna dire: curiosamente,
si vuole senza futuro l’epoca del never
had it so good, del mai stati così bene – perfino in Africa, niente a che
vedere con quella di trent’anni fa. Una cultura che, volendo razionalizzare,
serve per tenere il morso sttetto, per tenere a bada queste masse sempre più
enormi sempre più affluenti. Anche sotto il profilo affaristico, bieco: per
obbligarle a spendere, anche a debito, per un “futuro migliore” - il futuro
migliore, cessato ogni empito rivoluzionario, o illusione, è oggi una automobile
elettrica, il doppio dell’atuale, come ingombro e come costo.
Non
volendo, nell’assunto, Murgia però ha ragione. L’epoca fa di peggio che rubare
il futuro ai suoi quaranta-cinquantenni: obbliga a interiorizzare questo
futuro, anche con le Greta. “In interiore
homini” il futuro non è solitamente nemico, o censorio (“finché c’è futuro
c’è speranza”), ma la “rivoluzione digitale” finora a questo è servita, ad asservire
(fiaccare, followizzare, addomesticare), e indurre all’incontinenza (spendere,
consumare), i suoi eroi onestamente chiama “infuencer”, persuasori non più
occulti.
Michela
Murgia, Futuro interiore, “la
Repubblica”, pp. 76 € 8,90
martedì 12 dicembre 2023
Gli errori del papa
Si
chiude a coda di pesce il processo intentato dal papa all’ex cardinale Becciu.
Due anni di dibattimento non sono riusciti a incolpare l’ex porporato. Benché
gestiti dall’incomparabile Pignatone, il giudice siciliano che aveva esportato
dieci anni fa la mafia a Roma. Con procedure da Inquisizione. Con due anomalie.
Una
è che il commento sulla vicenda di Galli della Loggia oggi sul “Corriere della
sera” è stato eccezionalmente confinato alla pagina dei commenti – in taglio
basso - invece che in prima, come da contratto con lo storico. L’altra è la
disattenzione dei media, malgrado i tanti motivi di scandalo: lo scandalo c’è
stato all’inizio, ma appena le procedure si sono appannate è stato dismesso. Invece
che essere accentuato per i tanti motivi di scandalo vero: i diritti negati alla
difesa, i documenti nascosti, l’anatema del papa all’origine del procedimento, la
segretezza del procedimento.
Becciu,
allora cardinale, che dalla segreteria di Stato gestiva alcuni affari immobiliari
vaticani al posto dello Ior, fu condannato, prima che rinviato a giudizio, dal
papa in persona. Che gli tolse anche, procedura senza precedenti, il titolo di cardinale,
per indegnità.
Una
decisione opaca, come tante del papa Francesco. La campagna contro il cardinale
Bertone, già bersaglio della massoneria per opporsi agli espropri – al “mercato”.
La nomina di Francesca Immacolata Chaouqui e dello spagnolo monsignore Balda a
controllori delle finanze vaticane senza alcun titolo – se non il laicismo delle
rispettive famiglie. Quando più forte era l’assalto laico alla sanità creata e
gestita dal Vaticano, il San Raffaele a Milano, espugnato, e a Roma l’Idi, i
Fatebenefratelli, il Bambino Gesù.
Un omaggio alla paternità, e alla terra madre
Un
tributo, rarissimo, alla paternità. Ma in una commediola, di e con Sebastian
Maniscalco, un po’ scontata: sul tema americano eterno del clash di culture, inevitabile in un paese di immigrati. Qui tra immigrati
meno recenti, che quindi si nominano in dinastie, cogli ordinali romani, e immigrati
più recenti, siciliani, parrucchieri. Un conflitto risolto, come ora è d’uso, a
tavola, con la irresistibile cucina italiana, o siciliana.
La
regista e l’attore-sceneggiatore pagano il loro tributo alle radici. Ma come svogliati,
a una recita scolastica, ognuno recita a turno la sua parte. Il più applicato è
De Niro, il papà parrucchiere, cui incombe reggere i novanta minuti. Sorprendente
è solo, curiosamente, questo bisogno di italianità, in questi anni 2020 – a vedere
il film nella smagata Italia.
Maniscalco,
attore comico, ha fatto di meglio in “Green Book”, e in “The Irishman” di Scorsese
– qui è fulminante solo nei titoli di testa, nelle battute sulle “meraviglie” delle
migrazioni. Anche Terruso (regista giovane e già affermata in America, qui è al
suo quarto o quinto film in pochi anni) ha qualche lampo nei titoli di testa,
vecchie e nuove fotografie, della Sicilia e dell’America, sorprendenti benché
solo di qualche decennio fa.
Laura
Terruso, Papà scatenato, Sky Cinema
lunedì 11 dicembre 2023
Letture - 639
letterautore
Altezza – Nell’opera dei
pupi dice molto, scopre Rumiz in Sicilia, nell’ultimo “Una voce dal Profondo”.
Il “pezzo da novanta” sono i centimetri di Orlando, l’eroe. Mentre Gano è 50
centimetri al più. “U curtu”, il piccolo, detto famosamente di Riina, il
capomafia sanguinario, non è un titolo, è un soprannome derisivo.
Caillois – Sasso (caillou) di nome e di interessi – nomen omen, si direbbe. Una mostra all’Accademia di Francia a Roma sulle pietre, in natura e nell’arte, “Storie
di pietra”, si apre nel segno del socio-antropologo Roger Caillois, che le
collezionva e le “leggeva” – tra capriccio della natura e immagini d’artista.
Dante – Entra nella liturgia in chiesa, in particolare
nella raccolta rinnovata degli inni sacri varata a suo tempo dal Concilio
Vaticano II e ora infine messa a punto. Da buon conoscitore della liturgia, e
anche utilizzatore di essa, della sua parte poetica, ora entra nella nuova “Liturgia
horarum”, di 291 inni in versi latini, con due componimenti che riformulano in latino
la preghiera di san Bernardo alla Vergine, all’ultimo canto del “Paradiso”.
Denti – A 34 anni Tolstoj non aveva più denti – Lev L’vovic Tolstoj, “La verità su mio padre”.
Freud – “Il Babbonemo di tutti loro”, così
viene definito un personaggio, in conversazione con una psichiatra, ne “Il dubbio
del killer”, il giallo di John Banville. Da un altro personaggio, che lo chiama
così da “ammirato lettore di William Blake”. “Figli di Babbonemo” è per la
verità una trilogia recente di Arno Schmidt. Riferita a William Blake è la poesiola
sul babbo che non c’è, che non risponde agli appelli accorati dei figlio, “Il bambino
perduto”.
Machiavelli – È repubblicano, indubbiamente, un democratico in termini moderni. Presentando
sul “Sole 24 Ore Domenica” l’assemblea romana dell’International Machiavelli
Society, Gabriele Pedullà lo fa repubblicano per le posizioni esplicite dei “Discorsi
sopra la prima Deca di Tito Livio”. Anche per l’esperienza personale, si può
aggiungere. Ma, allora, il discorso del “Principe”? Sicuramente è (anche) una
semplificazione del potere, mostruosa. “Oggettivamente”, si sarebbe detto una
volta, un’esposizione contro il
potere, in forma vendicativa celata, di apologia insostenibile – le categorie
di sociologia politica per cui il trattatello lo ha reso celebre, della virtù,
l forza, l’inganno, il fine, i mezzi, etc., non sono in sé valoriali.
Maschicidio – Tale si può dire il trattamento che Maria Callas riservò al primo marito, Giovanni
Battista Meneghini, che per lei aveva lasciato la famiglia e gli affari: “Spietata col marito” la ricorda “Mephisto” sul “Sole 24 Ore Domenica”, “che l'aveva
sostenuta e lanciata in una carriera stellare, lo detestava perché grasso,
vestito da cumenda”, e lo tenne “senza rapporti d’amore per otto anni”. Benché
lui l’avesse sposata che pesava 98 chili – pesava lei. Meneghini però non ne
morì. E anzi, dice wikipedia, “il destino volle che, ottantaduenne, diventasse l’erede della moglie, morta a 53 anni” – della ex moglie, ormai da diciassette
anni.
Mogli – In aggiunta alle partner già note di poeti e scrittori che ne sarebbero
state co-autrici, la studiosa di Musil Regina Schaunig, del Robert Musil Institut
di Klagenfurt, aggiunge Martha Malcovaldi, moglie di Musil, cui la sua ricerca,
“Das Murmeln der Dichterfrau: Martha Musil als Co-Autorin”, è dedicata, e Venetiana Taubner-Calderon, “Veza”, moglie tarda, ai 37
anni, e poco amata, di Elias Canetti. Della moglie
di Canetti riporta una lettera del cognato Georges, fratello dello scrittore:
“Quello che tu hai fattom quello che tu sempre ancora fai, è straordinario, e credimi, farò di tutto
perché si sappia chi di voi due era grande,
grande in carattere”. E opina che questo sia il motivo per cui Canetti ha
disposto “un personalissimo decretato… blocco della sua corrispondenza privata
fino al 2024”.
Ma altre mogli Schaunig sostiene che ebbero parte dei
lavori di scrittori famosi - .dopo avere ricordato che di Brecht è opinione
comune che abbia preso il prendibile dalle sue amate “sul piano finanziario,
emotivo e anche come co-autrici”. La moglie di Musil naturalmente, Martha Macovaldi,
la seconda moglie di Dürrenmatt, Charlotte Kerr, Emilie Fontane (“ebne parte
attiva nel lavoro letterario del suo
uomo, tra l’altro leggendo e correggendo i i suoi testo prima di ogni
altro”). Afferma anche che Ingeborg Bachmann, col progetto “Todesarten”, voleva
mettere i puntini sugli i, dopo che Max Frisch, suo partner di vita a Roma per
cinque anni, ne aveva scritto in “Gantenbein”. E che Sofia Tolstaja sfidò,nientemeno,
il marito, nei diari, le lettere, e il suo “controromanzo”, “Di chi la colpa? I
racconti di una moglie”.
Persefone - È la prima vittima di violenza sessuale, se non di stupro. Rapita alla madre
Demetra-Cerere, alla Terra, da Ade, il dio degli Inferi, che la confina al
sottoterra, all’inferno. La fumettista neozelandese Rachel Smythe fa quella di
Ade con Persefone anche una storia d’amore, nel quarto volume della sua rivisitazione
della classicità, “Lore Olympus”, ma Persefone quando ritorna sulla Terra si
ritiene liberata. Come tale è celebrata ovunque se ne radichi il mito, nella
Loride (a Bova, a Pasqua, come rito della resurrezione), o a Enna, Siracusa e
in Grecia, nei tanti luoghi dove se ne celebra il rito, a partire da Eleusi.
Psicoanalisi - Una “forma carsica” dello spirito la vuole Rumiz, nel suo viaggio nei terremoti
(“Una voce dal Profondo”, p.47): “In fondo, la familiarità con le grotte aveva
generato una forma di ‘carsismo’ emozionale nelle genti di casa mia, una
Trieste dove, guarda caso, psicoanalisi e speleologia erano nate in anni vicini
tra di loro”.
Santini – Repentinamente abbandonati, in chiesa e nelle processioni, con la fine
del secondo millennio, risorgono su Terrorgran, la rete di siti ipernazisti.
Charles Manson, quello della strage di Sharon Tate e dei suoi ospiti, si
raffigura come “Salvator Mundi”. L’unabomber americano Ted Kaczinsky, matematico,
accademico e serial killer come “L’intelligente”. Su “La Lettura” Alessandra Coppola ne fornisce vari esempi.
Ricorrono anche nei giuramenti di mafia del giudice Gratteri
e di Antonio Nicaso – di ‘ndrangheta nella fattispecie.
Terremoto - “Il ruggito del Minotauro”, prigioniero del labirinto - Paolo Rumiz, “Una
voce dal Profondo”, 18
Trieste – Si può dire la capitale italiana del “profondo”, in senso fisico e
psichico. Il triestino Rumiz ricorda di essere stato appassionato speleologo,
lui come i suoi compagni, nell’adolescenza. Nel libro che raccoglie le sue
indagini sui terremoti passati e recenti, “Una voce dal Profondo”. Adriano Sofri,
triestino di nascita e di madre, ha inseguito per anni il sottosopra, i tombini,
le cloache, i canaloni, le grotte. Magris la ricerca delle sorgenti del Danubio
ha lasciato indefinite, una sorta di variazione della terra, della terra umida.
Trieste è anche la città della psicoanalisi, parte della più vasta psicologia
del profondo.
letterautore@anti.it
Il Sud riscoperto, dal di dentro
“Quarantamila
anni” fa “un cratere grande come l’intera città
si era aperto fra Marechiaro e Capo Miseno. L’eruzione vomitò fuoco,
incendiò gli Appennini e sparò ceneri fino in Siberia, generando un tale
raffreddamento del clima che forse contribuì all’estinzione dell’uomo di
Neanderthal e fece trionfare la razza più evoluta di Cro-Magnon”. È di Napoli
che si parla, che fa “storie” a sé, che si tratti di un terremoto delle razze umane
o dello scudetto. Ma la cosa è possibile, oltre che suggestiva, quindi è certa.
Nella
Penisola il terremoto è la normalità, benché rimossa: “Quel tuono in Do minore
abitava stabilmente la spina dorsale
dell’Italia e la rappresentava più del suo inno nazionale, ma gli italiani non
lo sapevano e, quel che è peggio, preferivano non saperlo”. Quel che è peggio?
È possibile, il Male non ha limiti.
Rumiz,
che fa qui un viaggio nei terremoti, nell’Italia dei terremoti, non ne fa un
male. Ne fa la scoperta. Il viaggiatore dei Balcani, cui lo disponeva
(destinava?) la sua città, Trieste, ma più dell’Italia, dell’Italia sconosciuta
agli italiani – rimossa, trascurata, dimenticata – e più autentica,
l’Appennino, le Alpi non sciistiche e non “turistiche”, risale la penisola
lungo le sue linee di faglia –la raccolta dedicando “a Roberto De Simone”, il
trascurato della migliore Tradizione napoletana, “e alla terra che l’ha cresciuto”.
Un
viaggio nel Sud di fatto - al Nord sono riservate poche note, da ultimo. Che
Rumiz tratteggia ad abundantiam nei
linguaggi, gli umori, le sensibilità, e come oggi usa nei sapori. Una ricognizione
di capacità affabulatoria vivissima. Si torna bambini leggendolo, golosi di
storie , sempre magiche o diaboliche. Rumiz sa raccontare anche le parole:
disastro, rischio, desiderio – e il “pezzo da novanta”, l’altezza di Orlando
nell’opera dei pupi. Dolente: un Rutilio Namaziano dei nostri giorni, cantore
malinconico dell’ “Europa al tramonto”.
Con
una serie di personaggi ordinari-straordinari, di ambienti poco frequentati, in
Sicilia, Calabria, Basilicata, Irpinia, A
bruzzi, Molise, nella stessa battutissima Napoli, estesa a Ercolano. Con figure
anche memorabili, quale Ludivico Corrao, grande comunista, e principe dei tempi
andati, che da solo progetta la “sua” Gibellina ricostruita dopo il terremoto e
rimasta inabitata tanto è inospitale –
con la macabra fine a opera del giovane domestico bengalese.
La
risalita dello Stretto di notte, da Reggio a Cannitello, su uno sloop da 12 metri, là dove le
“piattaforme” continentali Europa-Africa s’iconrrano, è una sinfonia
drammatica. Come, in breve, la morfologia (la poesia) dei venti, Libeccio,
Tramontana, Grecale, nello Stretto. La presenza della Grande Madre ovunque, di
madonne più spesso “nere”. E l’insistito parallelo tra la sicilianità e la
napoletanità, la malinconia e la danza, un mondo dalla tonalità in La minore e uno
in Sol maggiore. Il terremoto è “il ruggito del Minotauro”, rinchiuso nel
labirinto. Con la scoperta che la Padania, tettonicamente, è Africa. E una misurata
ma ineliminabile denuncia dell’imprevidenza – “non so perché ci chiamano «il
Paese dei furbi»”.
In
nota Rumiz precisa che “il racconto trae spunto da una serie di viaggi compiuti
dal 2009 al 2023, alcuni dei quali narrati come reportage su «la Repubblica»”.
Il titolo è di Monica, la sua nuova compagna.
Da
leggere-gustare come voleva Voltaire, una vita da lettore, con la matita in
mano. Con un triste epicedio, anticipato alla pagina 60: “Niente come l’assenza
di precauzioni antisismiche svelava il
tramonto della memoria e al tempo stesso la scomparsa del futuro dalla mente
degli italiani”.
Un
viaggio nei terremoti dal “muro di Ancona” del comico Ferrini in giù che è
anche la scoperta di “una gloriosa pluralità negata dall’idea di nazione”. Ma
forse solo dall’idea leghista, che Rumiz non nomina mai ma che non può non
averlo segnato, uno spirito aperto qual è. Proiettandolo da un paio di decenni
sulla disprezzata Italia “minore”, dopo decenni da grande inviato nelle grandi
questioni continentali.
Paolo
Rumiz, Una voce dal Profondo,
Feltrinelli, pp. 287 € 18
domenica 10 dicembre 2023
Ombre - 697
Strano veto di Biden a una tregua a
Gaza. Possibile giuridicamente, ma è una dichiarazione di non innocenza della
politica americana, quale si pretende di essere. Vetare la tregua è stato solo
un atto d’imperio – sul fatto, Israele poteva comunque non fermare la guerra a
Gaza, è dal 1967 che non si cura delle Nazioni Unite.
“La
Scala in piedi per Liliana Segre. L’urlo dal loggione: «Italia antifascista»”.
Perbacco, è come quando il loggione intonava Viva V.E.R.D.I.? E non ce ne siamo accorti, per quanto la Rai fosse
fissa sul palco, con la senatrice Segre.
Dice
che era uno che ha urlato, non il loggione. Dice che la Digos è accorsa a
identificare l’antifascista. E che l’ha identificato, ma non l’ha denunciato. Perbacco, e come ha fatto? Glielo hanno indicato gli altri loggionisti? Si è
autoidentificato? Miserie delle cronache o miseria dell’Italia?
Si
scopre dalle cronache dell’eredità Hermes contestata che esiste a Ginevra una
fondazione “attiva contro la disinformazione giornalistica”. Siamo arrivati a
tanto? La fondazione esiste, si chiama Isocrates, Ginevra la ospita al palazzo
delle Fondazioni, e serve da statuto a “promuovere un dibattito pubblico informato favorevole al rafforzamento
della democrazia e alla lotta alla disinformazione.”.
Si
finanzia il pastificio Rana per riportare la produzione dei piatti pronti dal
Belgio al Cuneese. Si finanzia Stellantis, cioè Fiat, cioè Elkann, per
riportare la produzione di autoveicoli in Italia a un milione l’anno – e
quando, se se ne produce meno della metà? Si
torna all’industria sussidiata – industria privata. Perché c’è un
governo di destra? Perché la Germania ha bisogno di analoghi sussidi e quindi
Bruxelles fa finta di nulla (i sussidi alla produzione sarebbero
proibitissimi)? La “concorrenza” ha sempre avuto un suono sinistro, come di una
clava, contro la concorrenza.
È
anche vero che gli incentivi per l’auto elettrica, pagati dal governo, cioè
dagli italiani, sono andati per quattro quinti finora all’estero. Colpa della
Fiat, che non ha consentito a nessun produttore di auto di aprire fabbriche in
Italia, e poi se l’è filata. Ma tutta la politica di transizione verde, i
sussidi, gli incentivi, gli “oneri di sistema” etc., è un business, non troppo onesto.
La
produzione è ferma, quasi, mentre le banche battono ogni record: nove mesi
d’oro in questo 2023. Unicredit supera Intesa per utili, 6,7 miliardi contro
6,1 (più, rispettivamente, 68 e 85 per cento sui nove mesi 2022 - la superava, cioè, già un anno fa). Seguono, a
distanza ma con forti incrementi: Bper 1,09 (col tratto meno rispetto al 2022,
- 26 per cento, scontando poste straordinarie l’anno scorso), Bpm 943 milioni
(+ 94 per cento), Mps 929 (+ 178), Mediolanum 572 (+ 52), Credem 439 (+94),
Sondrio 349 (+130). La crisi fa bene alle banche? Certamente no. Ma la Bce alla
“tedesca”, i tassi museruola, evidentemente sì.
“Patto
sui migranti in Albania: uno spot a caro prezzo”. “Le opposizioni: soldi
buttati nel cestino”. “E quelle di Tirana dicono l’intesa incostituzionale”. Ma
le opposizioni di Tirana sono di destra. E lanciano
fumogeni e petardi in aula. Nomineranno capitana Elly Schlein – o Giuseppe
Conte?
Ancora
“la Repubblica”, questo invece in un fondo pagina: “Schlein archivia il mito delle
primarie”. Il mito, il partito Democratico è nato e ha vissuto su un un mito
Obiezioni nel partito del mito? Abbiamo scherzato?
Si
occupano alcuni licei a Roma con una “azione coordinata”, per “portare avanti
le nostre istanze”, “alzare il livello del conflitto”... . Sembra un formulario,
e lo è. Della vecchia burocrazia giovanile del Pci, redatta sul linguaggio
delle assemblee sindacali nate morte degli anni 1970. Studenti di cinquant’anni
– settanta mettendoci gli anni di scuola?
Sottoposta
a critiche bi-partisan la politica di
Biden a favore di Israele su Gaza, il segretario di Stato Blinken ha rimediato
bloccando i visti ai “coloni estremisti” israeliani in Cisgiordania. Curiosa
decisione. Sottintende che gli estremisti non sono israeliani poveri e
illetterati provenienti dalle aree povere del’Est Europoa o dal mondo
arabo-islamico, ma gente abbiente, se è legata agli Usa. E che si sa chi sono i
“coloni estremisti”, cioè assassini, in Cisgiordania – gli Stati Uniti lo sanno
come?
“Sull’Inter
non mi esprimo più da quando il faldone sui nerazzurri è scomparso durante le
inchieste di Calciopoli, poi riemerso quando il reato era andato in
prescrizione”, Giovanni Cobolli Gigli. Come non detto – non un accenno nelle
due ore del docufilm Sky su Calciopoli.
Cobolli
Gigli, lombardo di Como, dirigente d’azienda (Fabbri Editore, Mondadori,
Rinascente), era stato nominato dalla famiglia Agnelli presidente della Juventus
nel 2006, come garante di legalità dopo l’attacco napoletano congiunto, di Carabinieri
e Procura.
Il
libriccino di Bazoli “Il processo e la pena” – il processo è la pena - è andato subito esaurito. Altrettanto introvabile è uno
dei due libri di Mori e Obino, gli ex Carabinieri, quello che accusa i giudici
palermitani di avere occultato, trent’anni fa, il loro “dossier appalti”. Tutto
ciò che “spiega” la giustizia è ampiamente condiviso.
La
giustizia si direbbe l’istituzione meno autorevole in Italia, materia di
scandalo per i molti. Ma non molla: si autoprotegge, e questo è comprensibile,
ma è anche protetta. Dai cronisti giudiziari si capisce. Ma dalla presidenza
della Repubblica, che ha poteri ampi in materia, e dal Csm no. Che abbia poteri
di ricatto sarebbe solo ovvio – che altra ragione c’è?
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Un lampo vecchio due miliardi di anni luce
Lo studio di un gruppo di ricerca italiano,
pubblicato su “Nature Communication”, dimostra che esplosioni cosmiche possono
temporaneamente danneggiare lo schermo naturale che ci protegge dalle
radiazioni solari. Il titolo della comunicazione dell’astrofisico Ubertini si riferisce al
più recente evento di questo genere, due mesi fa, non preannunciato ma neanche
avvertito, per effetto del più potente lampo cosmico di raggi gamma mai
registrato.
Il 9 ottobre 2022, alle 15,21, tutti gli
osservatori spaziali di alta energia in orbita attorno alla Terra e nello
spazio interplanetario hanno rivelato il più forte lampo di raggi gamma (GRB)
mai osservato: era il risultato dell’esplosione di una supernova distante 1,9 miliardi
di anni luce da noi. Questo evento, denominato dagli astrofisici GRB221009A, è
risultato essere uno dei più brillanti arrivati sulla Terra negli ultimi 10.000
anni. È stato eccitante scoprire come questo lampo di raggi gamma,
incredibilmente intenso e di lunga durata (circa 800 secondi), abbia causato un
macroscopico cambiamento del campo elettrico, che ha subito un aumento di circa
60 volte: un effetto mai rivelato prima.
Pietro Ubertini, Il più potente Gamma-Ray Burst cosmico mai registrato ha
modificato l’alta ionosfera terrestre, “Scienzainrete”, free online
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