domenica 26 febbraio 2023
Stati Uniti da federatore esterno a prim’attore europeo
Biden decide le sanzioni contro la Russia, la qualità, i tempi, i modi, stanzia periodicamente quanto è necessario per la difesa dell’Ucraina, in una riedizione di fatto del Lend-Lease Agreement che nel 1940 salvò l’Inghilterra da Hitler, afferma a Kiev solenne questo l’impegno a oltranza in difesa dell’Ucraina, dice no senza aprirla al tentativo cinese per l’apertura di un negoziato. La Nato seguirà. In una guerra che vede al fronte l’Europa.
Le parole di Dio di Alda la folle
“Le donne hanno
pantagruelico il ventre…” (“Che tu venga preso dalle Erinni”). Poesie dimenticate
di Alda Merini, solo apparentemente di getto, come si opina della poetessa alla
sua terza età tanto prolifica. La disinvoltura nascondeva, oltre la vicenda
personale (i tanti ricoveri in manicomio, la vita povera ai Navigli quando
erano poveri), studio e applicazione. Da sempre innamorata a perdere. Fino alla
remissione, da ultimo, al Signore – anche qui. Con arguzia – “Dei miei trenta
amatori\ che io vorrei denunciare\ ne manca uno\ che forse non è mai esistito”.
E crociata delle donne, madri, prigioniere – o portinaie, cattive.
Un libro degli
amici, di amore, affetto, riconoscenza, sofferenza, i temi ricorrenti di Alda
Merini, in versi che scolpiscono. Per David Maria Turoldo, “una roccia”, Michele
(Pierri, secondo marito), “eravamo due spettri di canto”, il maestro Giulini, “diventava
la musica un vetro di Murano”, Vanni (Scheiwiller) ripetutamente, “padre giovane”,
Rebora, Volponi, padre Marco, Alina Scheiwiller, il primo marito Ettore
Carniti, perfino Renato Curcio. E Titano, barbone ai Navigli, l’ultima fiamma.
Con alcuni “sassolini”, per Einaudi, Cerati, la psichiatra Marcella Rizzo.
Con una plaquette
finale per Alberto Casiraghy, personaggio eccezionale di stampatore-editore,
dei “pulcino-elefante”, disegnatore, epigrammista. L’amico più stretto e
riservato di Alda Merini resuscitata, suo confidente giornaliero, che ha
ritrovato gli inediti in vecchi scatoloni e ne cura una scelta. Con una presentazione
breve quanto succosa, “io sono l’elefante e lui il pulcino”. “La prima volta
che andai nella sua casa sui Navigli volevo chiederle di darmi un aforisma: io
l’avrei stampato in venti-trenta copie e poi le avrei portato metà della
tiratura. Mi accolse diffidente: c’era chi tentava di approfittarsi di lei, della
sua generosità”. Scheiwiller garantisce. Una consuetudine d’incontri
settimanali si stabilisce, e di telefonate quotidiane, “dieci, venti, anche trenta
volte” al giorno, con dettatura di versi e aforismi. E ogni sabato un “Pulcino”,
le mini-pubblicazioni di Casiraghy: “Ogni sabato mattina prendevo il treno da
Osnago per Milano e andavo a trovarla. Le portavo le uova fresche delle mie
galline e poi passeggiavamo…. Ogni sabato le portavo il Pulcino con il testo
che mi aveva dettato la settimana precedente… Alda utilizzava quei librini come
merce di scambio, e li barattava con il farmacista, il panettiere, in rosticceria;
ma soprattutto li regalava, perché ad Alda piaceva fare regali”. Le piaceva
anche “incontrare persone”, Vanni Scheiwiller, Roberto Cerati, e tanti altri. “Era
inquieta, creativa, una immensa montagna con ai piedi un precipizio, era Mozart”.
Applicata: dei suoi versi “diceva che era Dio a mandarle quelle parole”, nella
tradizione, si può aggiungere, degli illustri folli, Hölderlin Celan, Nerval,
Nietzsche naturalmente, “in realtà ci lavorava, ci tornava su, tagliava, aggiustava,
accettava le correzioni – e quante gliene faceva Maria Corti…” – “Pensa, hanno
creato un mito\ sulla tua infelicità\ è una bugia lo so\ ma è quella che ti
rafforza”.
Alda Merini, Ogni
volta che ti vedo fiorire, Manni, pp. Pp. 115, il. € 15
sabato 25 febbraio 2023
Letture - 512
letterautore
Ingeborg
Bachmann – Non fu premio Nobel, come il “Corriere della sera”
ripetutamente la vuole, a proposito del film che attorno a lei ha realizzato
Margarethe von Trotta, “Journey into the desert” – non avrebbe nemmeno potuto,
morì prima dell’età canonica, di 47 anni. Ebbe molti premi, praticamente per ogni
sua pubblicazione, di poesia, prosa, saggistica, veniva premiata. Ma è vero che
la “gloria” è legata oggi al Nobel, non c’è altro criterio – agli Oscar, ai
Leoni d’oro, un premio.
Dante
– Prima che islamico, si discusse a lungo se non fosse
averroista, piuttosto che tomista – anche se più probabilmente non addentro né
all’opera di Tommaso d’Aquino né a quella di Averroè. Un secolo fa si discuteva
(Bruno Nardi ne faceva la sintesi “Sigieri di Brabante nella Divina Commedia e
le fonti della filosofia di Dante”, nel n. III del 1911 della “Rivista di filosofia
neoscolastica”) se Dante non fosse stato anche altro, per esempio agostinista,
o avicennista – oltre che tomista e\o avicerroista.
Donne sovietiche – “Sono molto numerose, nell’esercito comunista, le donne che combattono nell’aviazione e nei carri d’assalto”, nota Mapalarte nella corrispondenza di guerra al “Corriere della sera” l’8 agosto 1941, tre settimane dopo l’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Wehrmacht tedesca. Malaparte si era appena imbattuto in un carro armato russo rovesciato su un fianco: “Il pilota è ancora dentro il carro. È una donna…. Una donna sulla quarantina”.
Primo Levi ha una russa pilota, che atterra e riparte
in una minuscola area nei boschi tra Ucraina e Polonia, per rifornirvi i gruppi
di ebrei sfollati organizzati in forme di Resistenza, nel suo tardo romanzo “S
e non ora, quando?”
Nella corrispondenza dell’8 agosto 1941 Malaparte spiega,
di una cittadina Jampol, oggi Bulgaria, sul Nistro (Dnestr), tra Ucraina e
Moldavia, che “la popolazione, in grande maggioranza ebrei (quasi il 70 per
cento), è fuggita nei boschi, per sottrarsi ai bombadamenti e agli incendi”.
Giallo – In Italia è regionale. Siciliano (Sciascia, Camilleri, Piazzese, Savatteri), dopo essere stato milanese (Scerbanenco su tutti), e naturalmente romano (Gadda, il più del “genere”, quello noir di De Cataldo e Manzini, quello fantastico di Dan Brown, quello posticcio di Alessia Gazzola, e poi Bertolini, Vichi, Morlupi, etc.), napoletano (Veraldi, De Giovanni), barese (Carofiglio, Genisi), elbano (Malvaldi), friulano (Ilaria Tuti), lucano (Mariolina Venezia), genovese (Bruno Morchio, Claudio Paglieri, Antonio Paolacci-Paola Ronco), calabrese (Gangemi).
Lusso
– Presentando la sua monografia di una villa in Costa
Azzurra, “Le château de l’Horizon”, la biografa americana Mary S. Lovell ne
anticipa gli splendori nell’introduzione: “Simbolo di uno stile di vita sensuale,
lussuoso, perfino peccaminoso, in cui un’ospite non ebbe remore a riempire una
vasca da bagno con decine di bottiglie di champagne ghiacciato per rinfrescarsi
i piedi….”.
L’ospite dai piedi
doloranti potrebbe essere stata Sara Murphy, che allo Château convitava amici
rimasti nella storia, come i Fitzgerald – o una di queste amiche, Zelda
Fitzgerald, o Dorothy Parker, o la futura pettegola Elsa Maxwell.
Scrive Merlo nella
posta di “la Repubblica” che il castello è “là dove nacque il mito della Costa
Azzurra, dello snobismo e degli artisti che vi si rifugiavano”. No, il mito nacque
mezzo secolo prima, sul finire dell’Ottocento, per bilanciare o sfruttare il
mito di Capri e Taormina, decretato dagli erotomani gay, dalle Alpi alle isole
britanniche e alla Scandinavia. Ci vuole poco – o molto – per fare di speroni
rocciosi degli eden, miniere a cielo aperto.
Nekrassov,
Viktor Platonovič – Fu espulso dal partito Comunista Sovietico nel 1972
“per la sua imparzialità borghese”. Cioè per le amicizie che aveva costruito e
vantava in Italia, di Carlo Levi, Pasolini, Vittorio Strada. Era scrittore di
molti romanzi di successo, tra essi l’opera a lungo più apprezzata su
Stalingrado, “Le trincee di Stalingrado”, premio Stalin 1946 (oggi soppiantata
dal romanzo di Grossman). Popolare anche come attore di teatro e scenografo (era
architetto) nelle maggiori piazze della Russia. Si era reso colpevole, nei suoi
resoconti di viaggio, in Italia e negli Stati Uniti, “Di qua e di là
dell’oceano”, 1962, di racconti giudicati dal tardo breznevismo irregolari. In
Russia c’è stata grande letteratura sempre a dispetto del regime.
Nekrassov emigrò
due anni dopo, ma in Francia – il Pci non voleva dispiacere al Pcus?.
Recensioni
– Non sono più critiche, da tempo sono “prospettiche”
(promozionali), dopo aver ceduto il posto alle presentazioni, anteprime, anticipi,
estratti. Ma in curioso contrasto il più
spesso con gli asterischi o pallini: le recensioni sono sempre superlative, i
pallini-asterischi fra due e tre, fra mediocre e buono. La valutazione ha un
suo linguaggio, naviga per i fatti suoi, impermeabile agli umori del critico?
L’analogo
avviene per i film, ma in rapporto inverso: la recensione può essere – di
solito è – riservata, pallini e asterischi invece trottano disinvolti, normalmente
in quantità. Per aiutare le sale di cinema, il mercato del cinema, che è
complesso?
Nella vecchia
querelle fra autore e opera si tende a privilegiare l’autore, per farne un
personaggio, un essere scenico, con foto, normalmente inappetibili, confidenze,
ricordi, cimeli, abitudini. Tipo queste di McEwan: “La cosa su cui sono più
superstizioso sono i taccuini: devono essere verdi e di formato A4. La penna
deve essere nera. Può essere una di queste moderne molto economiche ma
eccellenti, che costano meno di una sterlina”
Sanremo
– Già celebre per tanti eventi, il casinò, i fiori, le
ville, si esaurisce nel festival: le basta e avanza. Avrebbe anche Calvino da
celebrare, come la villa dei Calvino, i genitori dello scrittore. O anche Scalfari,
per dire. Ma niente. Di Calvino si fa una bandiera, con eventi tutto l’anno, Castiglione
della Pescaia, nel cui territorio lo scrittore ha risieduto, poco, in una casa
di vacanze, negli ultimi anni - in un posto, Roccammare, che aveva comprato come buen retiro e ora non lo è più.
letterautore@antiit.eu
Scientifico è il dubbio
“In fisica teorica
è un principio generale: qualunque ipotesi vi venga in mente è quasi sempre
falsa. Si sono cinque, o forse dieci, teorie rilevatesi giuste, nella storia della
fisica”. L’ago nel pagliaio. Di che scoraggiare i più fervidi entusiasti. E invece
Feynman attrae. Preciso e spiritoso al suo solito, e convicente. Senza l’ottimismo
che tre generazioni fa, al tempo in cui parlava, era d’obbligo: “ Si diceva che
la comunicazione tra le nazioni avrebbe condotto a una maggiore comprensione
tra i popoli, e quindi a un maggiore sviluppo delle ptenzialità umane. Ma i
mezzi di comunicazione possono essere manipolati, o soffocati. Si possono
diffondere verità o bugie, buona nformazione o semplice propaganda”.
Tre conferenze
tenute all’università di Washington, l’università pubblica dello stato di Washington,
a Seattle, nel mese di aprile del 1963 dal non ancora Nobel per la Fisica
(1965) ma già popolare “professore”, oltre che scienziato, faceto e serio
insieme, docente al California Institute of Technology. Lezioni di filosofia,
piuttosto, di filosofia spicciola della scienza, e di metodo scientifico. Che
Feynman racconta con più gravità che leggerezza, anche se al modo colloquiale, non
sistematico, non apparentemente, delle sue famose “Lectures on Physics” (“si
pezzi facili” e “Sei pezzi meno facili”), sulle quali molti fisici si sono
formali, e molti altri sono stai attratti alla Fisica, giovani e non. Sul
dubbio alimento della ricerca. E sul dubbio irrisolto, irrisolvibile, nei valori
di riferimento, i temi di due delle tre lezioni. Con una lunga conclusione sulle
insidie di ritenere la storia risolta - ben prima dell “fine della storia” e
del “pensiero unico”: “Un’epoca scientifica, la nostra?”
Curiosamente con
molti riferimenti cristiani, anzi cattolici, compresa un’allocuzione finale in
pregio della “Pacem in terris” di
Giovanni XXIII, da non credente.
Una bella
traduzione, di Laura Servidei, nello spirito dell’autore – comprese le “doglianze”
(“bella parola tra l’altro” e il “gran casino”. Una lettura formativa, oltre che
gradevole.
Richard P.
Feynman, Il senso delle cose, Adelphi, pp.125 € 11
venerdì 24 febbraio 2023
Cronache dell’altro mondo - costituzionali (249)
“Chi ha scritto la Costituzione
riconosceva il valore del dubbio… Il non essere sicuri di qualcosa implica la
possibilità che un giorno si troverà un’altra strada”.
“Il sistema di governo degli S tati
Uniti, da questo punto di vista, è nuovo, è moderno, ed è scientifico”.
“È anche un gran casino. I senatori
vendono il proprio voto in cambio di una diga nel proprio stato, le discussioni
si animano e le lobby schiacciano le minoranze”.
“Il sistema americano non è granché,
ma, insieme forse a quello inglese, è il migliore del mondo, il più
soddisfacente, il più moderno”.
“Ma non è un granché”.
Richard P. Feyman, premio Nobel per la
Fisica 1965, “Il senso delle cose”, p. 58.
Assassinii in serie nel nome di Allah
Un padre di
famiglia amorosissimo, marito premurosissimo, amico amatissimo, di notte va in giro
in motocicletta a strangolare prostitute. Per liberare Mashad, città remota
dell’Iran al confine col Turkmenistan, ma città santa dell’imam Reza, l’ottavo dello
sciismo duodecimano, dalla sporcizia. La storia è vera, tutto quanto è
raccontato è accaduto, a Mashad, nel 2000-2001 - il “santo ragno” del titolo è
il soprannome dato allora all’assassino. Una vicenda che ha già avuto una
trasposizione al cinema in Iran, tre anni fa, “Killer Spider” di Ebrahim
Irajzad. Ma giù subito, nel 2002, prima che l’assassino fosse impiccato, era
stato tratatto da un documentario, “And along came a Spider”, di Maziar Bahari,
che faceva parlare lo stesso killer, Said Hanaei.
Abbasi, danese di
origini iraniane, giù regista di due film di genere misto, tra fantasia e horror,
“Border” e “Shelley”, rielabora la vicenda con una serie di astarngolamenti, e la
fnale impiccagione. “Holy Spider” è stato presentato a Cannes – e ora in Iatlia
– come un thriller, ma la vicenda è nota. E come una parabola del potere religioso
iraniano che tanto male fa nel nome di Dio. Inscena però una serie di personaggi di cui l’unico plito è
il mullah che poi condannerà l’assassino. Che gode invece del favore popolare.
Di veramente non
banale è la ricostituzione dell’ambiente iraniano, esterni, interni, modi, fuori
dall’Ira, alla periferia di Amman. Con troupe e interpreti peraltro tutti iraniani,
non esuli.
Ali Abbasi, Holy
Spider
giovedì 23 febbraio 2023
Problemi di base marnixiani - 734
spock
“La storia odia i fessi”, E. Quinet, “Marnix
de Sainte-Aldegonde”)?
“Li pone quasi al rango di colpevoli, e non
è che un mezza ingiustizia”. id?
“Essere fregati è quasi sempre il segno di
una situazione falsa”, id?
“Un po’più d’integrità da parte vostra, e
non sareste stati ingannati”, id.?
“Un uomo integro nel suo impegno ha mille
premonizioni”, id.?
“Una certa salute morale, veracità nativa,
rivela negli altri la frode, come le sostanze che al contatto rivelano il
veleno che altre racchiudono”, id.?
spock@antiit.eu
Gli affari dell’antimafia
“Imprenditore
onesto denuncia la mafia, e muore di interdittive antimafia”. È una delle
storie del libro: un imprenditore di Gela, in rapporto tradizionale di lavoro
con le grandi imprese nazionali, Eni, Anas, Ferrovie, etc., “nel 2007 ha denunciato
il pizzo e fatto condannare i mafiosi” che lo pretendevano, “ma è rimasto per
anni nel mirino di una procura che lo riteneva complice”. Che non lo ha
processato per questo, lo ha sottoposto a “interdittiva antimafia”. Senza
contraddittorio. Cioè al sequestro, poi confisca, di tutti i beni, aziendali,
immobili, mobili. Ha reclamato, si è agitato, e niente, l’interdittiva non è
contestabile, il prefetto non sta sotto la legge. Solo dopo che l’imprenditore
si uccide, nel 2017, undici anni dopo il furto di Stato, il Tar del Lazio gli
dà ragione. È una delle tante storie
qui ricostruite. La prima è di un errore (della Guardia di Finanza) che non è
un errore, lo scambio di un indirizzo per un sopralluogo mai fatto – neanche
dopo, nelle more dei sequestri e le confische.
Un libro di
cronache giudiziarie che si legge come un noir. Altrettanto avvincente,
e violento. Sulle malefatte, nientemeno, di prefetti e procuratori della
Repubblica. Sotto la copertura dell’antimafia. Dedicato “alla memoria di
Leonardo Sciascia”, che s’immagina, con sofferenza, anche lui concorde, sui
“professionisti dell’antimafia”, una professione già forte ai suoi tempi. Senza
che da allora nulla sia cambiato, anzi questa antimafia perversa si è
impadronita di ogni ganglio del Sud, che non respira più. Il tema è:
“Antimafia. Usi e soprusi dei professionisti del bene”. Con una mezza dozzina
di soprusi, ai danni di imprenditori e imprese, da lasciare a bocca aperta:
depredati di tutto, spesso carcerati, per poi, quando un giudice finalmente si
trova, essere assolti. Vittime non di “errore giudiziario” ma della prassi –
delle carriere dei giudici.
I casi ricostruiti
da Barbano sono specifici, ma il contesto e il contorno ne fanno un “sistema”.
Per cui basta niente, anche solo una chiacchiera, per essere accusati di
concorso esterno in associazione mafiosa e quindi depredati di tutto dallo
Stato con le interdittive prefettizie. Atti d’arbitrio, sequestri e confische,
senza aspettare un giudizio. Qui i prefetti sono celerissimi, che nominano
fidati amministratori giudiziari a duecento e trecentomila euro l’anno, a spese
del malcapitato. Svelti in questi casi anche i procuratori - con i loro comodi
gip: ogni Procura antimafia ha il suo gruppetto di giudici delle indagini
preliminari fidato, non c’è memoria di una procedura antimafia non avallata da
un gip.
Una inchiesta
inquietante. Anche per il silenzio che la avvolge. Malgrado l’avallo di
importanti giurisperiti, l’ex ministro della Giustizia Flick, l’ex presidente
della Corte Costituzionale Amato.
Un libro di
lettura, quasi un romanzo, che tocca evidentemente un nervo sensibile, poiché
non se ne parla: i media convivono con questa antimafia, prodiga di scandali,
intercettazioni, e insospettabili “mafiosi”.
All’affollata presentazione
all’Auditorium di Roma una sola voce si era levata a difendere gli attuali
assetti della giustizia, Giovanni Melillo, il Procuratore Nazionale Antimafia -
che peraltro ha operato a Napoli “in concorso” con Barbano, allora direttore de
“Il Mattino”, il giornale cittadino, per
una migliore giustizia. Solo critiche, aspre. Giuliano Amato, presidente uscente della
Corte Costituzionale, che aveva varato trent’anni fa le prime leggi speciali
contro la mafia, se ne diceva pentito. Essendone nato un apparato burocratico,
politico e affaristico fuori da ogni giusta finalità, al riparo dai controlli
di legalità e di merito. “Da giurista negli anni Sessanta”, ha detto, “ho
firmato un libro nel quale proclamavo l’insostenibilità delle misure di
prevenzione, da Presidente del Consiglio trent’anni dopo ho firmato le leggi
speciali seguite all’omicidio Borsellino. Portando dentro di me tanto
le ragioni che ostano alla pena del sospetto quanto quelle che ritengono
prioritaria la lotta alla mafia, io condivido quello che scrive l’autore del
libro, e cioè che qui abbiamo passato il segno”. Paolo Mieli, che pure da
direttore del “Corriere della sera” aveva condiviso alcune delle più efferate
intimidazioni del Procuratore di Milano Borrelli, denunciava un “lockdown
giudiziario”: “Tiene in una morsa la democrazia italiana e scatena retate
contro innocenti nell’indifferenza generale”. In particolare al Sud: “Come
mai”, si chiedeva Mieli, “abbiamo consegnato il Sud a questo stato di cose,
senza avere neanche un senso di colpa? Come mai”, rivolgendosi a Melillo, il
Procuratore Antimafia, “la scuola dell’illuminismo napoletano oggi si affanna a
contestare il libro di Barbano?”
Barbano, che il Procuratore Antimafia Melillo aveva detto “un estremista”,
poteva spiegarsi così: “Sono un estremista perché vorrei che le sentenze di
assoluzione non divergessero dalle sentenze di confisca? Perché ho criticato
l’estensione del codice antimafia ai reati contro la pubblica amministrazione,
l’estensione della pericolosità dalle persone alle cose, dai defunti agli
eredi? Sono un estremista perché chiedo che il concorso esterno sia definito da
una legge dello Stato e non cucito dalle sensibilità delle diverse sezioni
della Cassazione, e poi ricucito nella prassi attraverso le sentenze dei
tribunali fondate sul sospetto? Sono un estremista perché ricordo che la
confisca senza condanna non esiste in quasi nessun paese d’Europa, e dove pure
esiste è ancorata alle garanzie del processo penale e all’accertamento di un
reato? Sono ancora un estremista perché chiedo che la legge Rognoni-La Torre
venga ricalibrata per tornare a colpire la mafia?”
Barbano, che il Procuratore Antimafia Melillo aveva detto “un estremista”,
poteva spiegarsi così: “Sono un estremista perché vorrei che le sentenze di
assoluzione non divergessero dalle sentenze di confisca? Perché ho criticato
l’estensione del codice antimafia ai reati contro la pubblica amministrazione,
l’estensione della pericolosità dalle persone alle cose, dai defunti agli
eredi? Sono un estremista perché chiedo che il concorso esterno sia definito da
una legge dello Stato e non cucito dalle sensibilità delle diverse sezioni
della Cassazione, e poi ricucito nella prassi attraverso le sentenze dei
tribunali fondate sul sospetto? Sono un estremista perché ricordo che la
confisca senza condanna non esiste in quasi nessun paese d’Europa, e dove pure
esiste è ancorata alle garanzie del processo penale e all’accertamento di un
reato? Sono ancora un estremista perché chiedo che la legge Rognoni-La Torre
venga ricalibrata per tornare a colpire la mafia?”
Barbano solleva anche
il caso inquietante dell’amministrazione. Che ha
superato gli arbitri del fascismo - il confino senza condanna, la residenza
obbligata, la perdita dei diritti. Con lo scioglimento arbitrario dei consigli
comunali, la grande occupazione (moltiplicatrice di commissariamenti e
prebende) delle Prefetture. Con le interdittive antimafia – non c’è bisogno di
giustificarle. Con indagini sui propri personali nemici, di giudici e
investigatori, o degli informatori: indagini mirate, estenuanti, a strascico,
per anni, alla ricerca dello scoop, una frasetta, un’imprecazione -
come si fa nei social. Vittime troppo spesso sindaci e
amministratori (il caso che Barbano racconta del presidente della Regione
Calabria Oliverio è drammaticamente da ridere), a opera di giudici di opposto
colore politico. Senza scandalo.
E senza eco:
silenzio. Barbano, giornalista importante, che da direttore del “Mattino” ha
provato a disboscare questa giungla, scrive quasi come da bottiglia buttata a
mare: troppi gli interessi facili incrostati in questi abusi. Conscio cioè che
le false argomentazioni che reggono questa falsa antimafia sono irrobustite da
interessi diffusi, specie nel “terzo settore”, del “volontariato” – solo
“Libera”, l’associazione di don Ciotti, ha un network di 1.600 associazioni e
cooperative di gestione di beni sequestrati. E dalla rete poco nobile degli
amministratori giudiziari, che si diventa per chiama a diretta, di un prefetto
o di un giudice. Le interdittive sono infatti provvide di ricchezze, anche
enormi, alla foltissima schiera dei curatori giudiziari, coi i loro referenti
istituzionali, prefetti e giudici delle “misure di prevenzione”. Nonché al
“volontariato” antimafia.
In pochi anni,
poco di un decennio, il patrimonio gestito da questi tribunali senza condanna,
spesso senza nemmeno un’accusa documentata, è incalcolabile. Ed è una grande
forma di distruzione di ricchezza – se non per i beneficiari, i curatori.
Curatori della distruzione. A metà giugno 2022 le aziende confiscate o
sequestrate e assegnate a curatori giudiziari risultavano 2.245, ma solo 145
erano ancora attive, le atre 2.100 erano morte.
Sono tutte,
Barbano non lo dice ma si sa, aziende del Sud. Si pensa il Sud vittima della
mafia, e in molte parti lo è, ma ovunque è vittima dell’antimafia: niente di
buono vi è possibile, se non per caso. Per essere sfuggiti alle informative
raccogliticce dei Carabinieri, di norma curiosamente sfavorevoli ai
denuncianti, ai “pentiti” in cerca di pensione pubblica onorevole, e ai disegni
dei Procuratori della Repubblica che da trent’anni sono i padroni dell’Italia,
indisturbati – cui i giudici indifesi delle indagini preliminari, prudenti, si
accodano. I “professionisti del bene” sono probabilmente la parte meno losca di
un sistema giudiziario inquinato. Di cui la politica è succube. Barbano apre la
sua narrazione con il varo nel giugno del 2017 della legge 4.360, la “legge
Orlando”, “un solo lungo articolo suddiviso in 95 commi” – Manzoni
impallidirebbe – che allunga la prescrizione e inasprisce le pene per i delitti
di mafia, estendendole alla corruzione. Un uso talmente arbitario della
giustizia, a opera di un ministro di sinistra, anzi dell’ultra sinistra, che
Mussolini avebbe avuto pudore a imporre per legge: confische e sequestri sono
da allora possibili, e sono stati applicati, per semplice sospetto di reato.
Non solo di mafia, anche di corruzione, e di peculato anche di modesta
entità.
Alessandro
Barbano, L’inganno, Marsilio, pp. 249 € 18
mercoledì 22 febbraio 2023
Secondi pensieri - 507
zeulig
Guerra
– È sempre di annientamento, più o
meno radicale, più o meno secondo codici: il nemico va sconfitto, e nemico è la
forza in campo ma non solo, anche il territorio e le popolazioni – con assedi,
esecuzioni, distruzioni più o meno radicali. Anche nella “guerra umanitaria”,
di cui si è tentata l’enucleazione dopo il crollo dell’Unione Sovietica – a
conclusione della guerra fredda sotto la deterrenza nucleare, un cambiamento
giudicato epocale nella storia dell’umanità, verso un mondo unificato, pacificato.
Un’etichetta nuova sul solco della tradizionale irrisolta questione della “guerra
giusta”.
Il
meglio che se ne possa dire è con Malraux: “Ci sono guerre giuste, non ci sono guerre
innocenti”. Oppure, con C. Schmitt, “Il Leviatano”,
p. 84: “La guerra di stati non è né giusta né ingiusta. È un affare di Stato, e
in quanto tale non le occorre essere giusta”. La “buona causa” è “un concetto
discriminatorio di guerra (che) trasforma la guerra di Stati in una guerra
civile internazionale”. Cioè una guerra di tutti contri tutti. Una guerra
“totale”. Mentre non va con Ortega y Gasset:
“La guerra non è un istinto ma una invenzione”. È un’invenzione perché è un
istinto – primigenio, individuale, già quando non c’erano armi specifiche, con
la sola violenza del corpo, di Remo contro Romolo.
“Si è
detto”, aggiunge Schmitt, p. 87, “che possono ben esistere guerre giuste, ma
non eserciti giusti”. Oggi più a ragione, spiega, nella complessità
dell’industria degli armamenti - la “tecnologia”. Lo dice richiamandosi a
Machiavelli: “Quando in chiusura del «Principe» Machiavelli afferma essere
giusta la guerra, se è necessaria per l’Italia, e umane («pietose») le armi, se
in esse riposa l’ultima speranza, tutto ciò suona ancora umanissimo a paragone
della completa oggettività delle grandi macchine il cui perfezionamento si è
realizzato in modo esclusivamente tecnico”. Macchine statuali e belliche.
Sulla
“guerra giusta” l’unica argomentazione che tiene è quella di Elizabeth Anscombe,
del “Mr Truman’s Degree”, il breve pamphlet con cui l’“assistente” di Wittgenstein
contestò nel 1956 la decisione dell’università di Oxford di conferire la laurea
honoris causa che all’ex presidente americano Truman. La guerra, anche
la più giusta, diventa ingiusta se usa “mezzi immorali”, di distruzione di massa.
E se impone condizioni di pace capestro. La guerra più giusta, contro le potenze
dell’Asse, si può dire ingiusta quando impone la “resa incondizionata”. Dopo
aver mutato la tattica del “bombardamento per obiettivi” in quella dei “bombardamenti
d’area”. Nel bombardamento di tutte le città delle potenze avversarie, e infine
con i massacri atomici. In particolare, il bombardamento atomico del Giappone
Anscombe condanna per tre motivi. Il Giappone cercava un armistizio - lo aveva
chiesto a Stalin. Il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki non era contro
obiettivi militari. L’atomica si sapeva che avrebbe distrutto tutto, che non ci
sarebbero stati superstiti, e avrebbe lasciato l’area contaminata.
Si
riscopre erraticamente la pratica romana dei Feziali per legalizzare la guerra.
Una sorta di diritto internazionale, ancorché unilaterale, che prevedeva
condizioni belliche restrittive come base giuridica – giustificazione – della guerra.
Ma i feziali, il collegio sacerdotale elettivo che dichiarava la guerra per
conto del Senato e del popolo romani, non ponevano in realtà limiti alla
distruzione bellica. Analizzavano ed elaboravano i motivi per cui i Romani
dovevano dichiarare guerra. Davano cioè uno scopo alla guerra, non la pura e
semplice distruzione del nemico. Se non di una guerra proporzionata all’offesa,
di una guerra comunque limitata nello scopo. Ma sempre guerra, con la massima
violenza necessaria a vincerla.
C’è
molta invenzione lessicale attorno alla guerra, che è invece una sola, anche la
guerra di difesa: la violenza.
Se ne trova una
sintesi in una curiosa interista breve pubblicata dal “Corriere della sera” nel
2011 al generale dell’Aviazione Tricarico, e non firmata (siglata M.Ne: - Marco
Nese?), malgrado dicesse cose importanti. Sulla famosa “difesa attiva” inventata
da D’Alema, presidente del consiglio nel 1999, grande furbata, contro la Serbia
che non minacciava nessuno, per sottrarle il Kossovo e darlo a un mafioso. Il
generale lamentava l’esercizio d’ipocrisia attorno alla guerra alla Libia nel
2011:
«In Kosovo i nostri aerei bombardarono fin
dalla prima notte del conflitto. Sono passati più di dieci anni e posso
rivelare come andarono veramente le cose». Il generale Dino Tricarico guidò gli
attacchi contro la Serbia come capo delle forze aeree italiane e vicecapo di
quelle Nato. «La notte del 24 marzo 1999 i nostri Tornado sorvolarono l’Adriatico
e lanciarono bombe di precisione contro le postazioni della contraerea dei
serbi. Fu un’operazione condotta insieme con i caccia dell’Aeronautica
tedesca». Durante il conflitto fu detto che i caccia italiani avevano solo un
compito di protezione verso i jet degli altri Paesi. «Questa fu la versione
ufficiale. Era presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Per tranquillizzare i
sonni dell’onorevole Cossutta fu necessario inventare la dizione Difesa
integrata. In realtà i piloti italiani colpirono fin dal primo momento. Solo
una decina di giorni dopo arrivò l’ordine di intervenire coi bombardamenti. Tre
righe scritte in forma incomprensibile a testimonianza delle folli acrobazie
lessicali necessarie per scriverle. Con questo voglio dire che le operazioni
militari italiane, come dimostra ora la crisi libica, sono sempre accompagnate
da ambiguità e anche ipocrisia». Non c' è differenza tra governi di destra e di
sinistra? «Direi di no. Nella prima guerra del Golfo del 1991, i nostri Tornado
vennero immessi nelle operazioni di bombardamento dell’Iraq senza aver avuto
una sola opportunità di addestrarsi insieme agli alleati e senza le notizie di
intelligence necessarie per inserirsi nello scenario operativo. Era capo del
governo Andreotti. Bellini e Cocciolone vennero abbattuti dalla contraerea
irachena dopo essere stati gli unici a raggiungere il territorio nemico, dove
avevano fallito tutti i nostri alleati. Invece di elogiarli, furono messi sotto
processo mediatico».
Natura –
“La forza della natura è molto, molto più grande di quella dell’uomo”, Richard
P. Feynman, “Il senso delle cose”. Ma è bruta, sregolata.
La
natura è un mistero, continua ad argomentate il fisico americano premio Nobel:
“Le leggi di natura hanno l’aspetto di leggi matematiche”. Quindi logiche? Ma
“perché poi la natura sia matematica è un altro mistero” – “le leggi sono solo
congetture, sono estrapolazioni nell’ignoto”.
Urbanistica – È scienza di umana convivenza. Anche quando fosse adoperata a
fini bellici, di difesa (castelli, borghi addossati ai castelli, città murate).
O di difesa politica, anche dalle rivoluzioni – Parigi ridisegnata da Haussmann.
O di difesa politica e civile insieme, come Torino, la città squadrata. Qualcuno
spiega a Maria, la ragazza protagonista del racconto “Accabadora” di Michela
Murgia, che “il ripetitivo schema viario di Torno, nasceva “da esigenze si
sicurezza, perché una città regia non doveva offrire ai ribelli e ai nemici
alcun anfratto per nascondersi”. È tematica risaputa. Ma logica.
L’idea della città razionale, squadrata da linee e rettangoli, sembra
buffa a Maria, per un tempo esiliata a Torino, talmente “le sembrava illogica”,
che ne scrive alla sorella come di “una divertente novità”: “L’idea che i trinesi
avessero prima di tutto deciso il viaggio, e solo in un secondo momento si
fossero dati da fare per costruire come meta le case, le piazze ed i palazzi”.
C’è in effetti un altro modo di crescita dell’abitato – non solo per una
ragazza che non è mai uscita prima dal paese. “Quell’ordine millimetrico la
urtava nel buon senso, convinta che per le strade il modo giusto di nascere
potesse essere solo quello di Soreni, le cui vie erano emerse dalle case stesse
come scarti…., ricavate una per una come spazi casualmente sopravvissuti. ll
sorgere irregolare delle abitazioni”. Una “irregolarità” che però non è sinonimo
di socialità. In aree costruite senza piani particolareggiati o di lottizzazione privata, per “abusivismo di necessità”, anche fuori e contro il piano regolatore, per
esempio a Massa negli anni 1970-1980, l’esito è un conglomerato asfittico,
senza aria, senza spazi pubblici condivisi, ogni centimetro quadrato conteso in
lite col vicino, senza nemmeno spazi per la circolazione, strade, marciapiedi,
difficile poi da urbanizzare (acqua, luce, gas, fognature).
zeulig@antiit.eu
Tutti perdenti alla guerra delle tasse
La “guerra” è tra
chi paga le tasse sul reddito e chi si sottrae, ribaldo, in piccola o in larga
parte. Ben scritta. “La mia nipotina ha 11 anni, è figlia unica, ha due zii che
non hanno figli e due prozie che non hanno discendenti diretti: nel corso della
sua vita, dopo alcuni passaggi intermedi, erediterà beni di sette famiglie,
prevalentemente immobili, e quindi sarà una donna molto più benestante rispetto
alle famiglie di origine. Se le leggi non cambieranno, non dovrà pagare tasse
di successione di ammontare rilevante. Se deciderà di utilizzare uno degli
immobili ereditati come prima casa, non pagherà nemmeno l’imposta immobiliare.
Se sceglierà di affittare gli altri immobili ricevuti, pagherà un’imposta
ridotta sui proventi degli affitti, e lo stesso accadrà se investirà parte
delle eredità in titoli. Praticamente tutto ciò che potrebbe decidere di fare
con i guadagni delle eredità sarà, dal punto di vista fiscale, più vantaggioso
che lavorare”. Vero. Ma è colpa della nipotina, o di chi la “protegge”, o non
di chi non protegge i lavoratori, e i pensionati di lavoro?
Un pamphlet politico.
Visco attacca i “privilegi fiscali”, concessi “da una classe politica in
ostaggio delle lobby”. Il frutto avvelenato di una politica, quella di Reagan e
Thatcher, dell’“affamare la bestia”, ossia la Funzione Pubblica, tagliare le tasse
e i conti dello Stato. E questo dice tutto: è il solito articolo polemico, rimpolpato,
contro “i guasti del capitalismo”. Mentre l’impasse fiscale in Italia è
ben anteriore a Reagan, di almeno un decennio.
Lo stesso editore
che nel primo anno di Reagan proponeva la critica radicale di Fuà e Frosini agli
eccessi della tassazione del reddito,
http://www.antiit.com/2023/02/troppe-tasse-e-sbagliate.html
ora ha cambiato
idea, e gli basta liquidare la questione al grido “evasione! evasione!”. Lo
stesso fa Visco, sempre in quell’anno autore di uno studio su “Disfunzioni e
iniquità dell’Irpef e possibili alternative”. Disfunzione (evasione) che stimava
“prudentemente” in 10 mila miliardi di lire, tra un quinto e un quarto del gettito
Irpef 1983. Anche se poi, da ministro del Tesoro o delle Finanze negli anni a
cavaliere del millennio, dei governi D’Alema, Amato, Ciampi e Prodi, si era trasformato
in apologeta delle imposte sul reddito quali che siano.
Un instant book
su una materia che meriterebbe più precisa riflessione. La fiscalità non è roba
da polemica spicciola. È il sistema venoso di un essere-Paese, la rete di
comunicazione di tutte le sue sostanze vitali. Ed è la palla al piede
dell’Italia: complicata, esosa, erosa, evasa. All’origine (è la causa, non l’effetto)
della crescita spropositata del debito pubblico, che continua ad alimentare.
Nonché di una fortissima discriminazione sociale, a danno di chi lavora o ha
lavorato. Cose note, da più di trent’anni. A cui però non si pone rimedio – come
se si volessero comoda riserva di facile polemica politica, sterile di fatto.
Visco, specialista
di Scienza delle finanze, una scienza che ha avuto grandi esperti in Italia,
Einaudi, Cosciani, si adagia anche lui sulle approssimazioni giornalistiche, o
della sinistra seduta di questi decenni: si evade perché si è cattivi. Personalmente
si dice agnostico, “non ho più nemmeno la tessera del Pd”. Ma da uno come lui
ci si attenderebbe qualcosa di più del “paghino i ricchi”, eccetera. Al limite,
per dire, ha ragione Reagan, se tassare i ricchi va ad alimentare una spesa
pubblica improduttiva e dispersiva, riduce gli investimenti, e porta alla fuga
dei capitali, e delle professionalità. Le tasse non sono materia bellica, o di
punizione – altrimenti ognuno si difende, si deve difendere.
Giovanna
Faggionato-Vincenzo Visco, La guerra delle tasse, Laterza, pp. 136 € 16
martedì 21 febbraio 2023
Il mondo com'è (457)
astolfo
Donbass – Fu all’origine del crollo dell’Unione Sovietica,
già nell’inverno 1988-1989. Prima, e con maggiore impatto, delle fughe in massa
dai paesi della “cortina di ferro”. La stessa area della guerra civile ucraina
in corso da nove anni, e da un anno del tentativo russo di annessione. La cosa
è ora dimenticata ma all’epoca se ne parlò, per esempio nei programmi tv di Santoro,
con le prime ipotesi di crollo del regime sovietico per la protesta dei
minatori e metalmeccanici del Donbass. Una forma di sindacalismo e di protesta russa.
Gabriella Lapasini
– Personaggio notevolissimo
del giornalismo e del terzomondismo degli anni 1970-1980, di cui non c’è traccia
in rete, fatto inconsueto. Salvo due righe dell’editrice Sur: “Gabriella Lapasini è stata una nota scrittrice, giornalista
e traduttrice italiana. Fra gli autori su cui ha lavorato figurano
Eduardo Galeano, Miguel
León Portilla e Miguel Barnet”. Ma anche Mariategui, Halperin Donghi, Eva
Forest – e Alain Touraine, il diario che il sociologo tenne degli ultimi sessanta
giorni di Salvador Allende. Nonché coautrice dell’Enciclopedia “Europa” della
Cei, l’editrice del Pci, a dieci mani. Resta in edizione Galeano, riproposto da
Sur, “Le vene aperte dell’America Latina”.
Maria Rosa Cutrufelli la ricorda con
gratitudine nella rievocazione di “Noi Donne”, il settimanale del Pci: “Devo molto a
‘Noi Donne’ e alle sue meravigliose giornaliste, in particolare alla
capo-redattrice di allora, Gabriella Lapasini, che ha allevato con generosità
una giovane generazione di ‘professioniste della penna’”.
Su eBay c’è
ancora un suo libro di racconti, il suo primo, di giovane avvenente narratrice,
della provincia veneta. Che poi, inurbandosi, “si perdette” nella politica, nel
terzomondismo di quegli anni: “I racconti del borgo”, 1957. Pubblicato da Feltrinelli
nella serie Scrittori d’oggi, nella Universale Economica, una collana di 50
titoli negli anni 1956-1963 – la più parte scelta da Luciano Bianciardi, non di
grande fortuna. Un volume di racconti, “Fumo in collina”, “Il cappotto nuovo”, “Il
nonno, Marco e il macellaio”, “Il ritorno”. Di respiro paesano. Di ambiente
veneto – come la stessa autrice specificava nella terza di copertina: “I
personaggi, l'ambiente, il paesaggio dei racconti, sono quelli delle colline
venete tra le quali io sono nata (nel 1927, n.d.t.) e cresciuta ed alle quali
mi sento profondamente radicata. Non c'è altra aria, altra luce, altre voci che
io possa immaginare mi somiglino più di quelle che io possa supporre di
sentire, un giorno, più mie. I miei interessi sono molteplici e, credo, tutti
vivi; ma più che tutto amo la gente, le cose, un certo paesaggio veneto, verde
ed ondulato, amo la realtà tangibile di ogni giorno.
A Roma sarà giornalista, e traduttrice di autori latinoamericani,
specie politici. Nel 1979 fondò e diresse la rivista “Cubana” – poi “Latinoamerica”.
Così
la ricorda Astolfo, nel romanzo “La gioia del giorno”, nei tardi anni 1980, al
funerale “rosso” del suo ultimo compagno Franco,
combattente della Resistenza - qui chiamato “Severo”:
“Il corpo è deposto
nel capanno degli attrezzi in cima al poggio, aperto verso il giardino, coperto
di coppi rossi, adesso li fanno di plastica, tirato a calce, ornato di bandiere
rosse con la falce e il martello, e stendardi, gagliardetti, nastri d’onore oro
e azzurro delle formazioni garibaldine, con coccarde tricolori, sotto la
villetta a un piano e mezzo che è la Casa del Popolo alla Garbatella, il
quartiere costruito da Mussolini per le famiglie povere, pieno di pendii,
giardinetti, case unifamiliari, sorprese e privacy,
un fascismo biedermeier prima della
romanità novecentista……
“È un funerale civile, che i compagni
della Garbatella hanno organizzato nel segno della Resistenza. Sono loro che si
sono battuti a porta san Paolo e alla Montagnola. Severo è testimone del tempo,
giusto la massima di sant’Agostino che amava: “La fede non pensata non è
niente”. La stanzetta contiene giusto il feretro. Adagiato su trespoli di ferro
battuto. Si può guardarlo da fuori, dal fronte aperto sul terreno digradante. Fiori
di campo, roselline e grossi crisantemi deposti per terra prolungano le aiuole
del giardino.
“Dice poche parole il segretario della
sezione, indossando la giacca sulla blusa da lavoro, fazzoletto rosso al collo.
È l’unica presenza politica. Qualche giornalista è passato. Qualcuno intona
stentoreo un triplice “hip, hip hurrah!”. Segue un battimani, che si perde nel
giardino. Le bandiere sono state abbassate sulla bara da compagni
improvvisamente apparsi.
“Si salda la bara di zinco
con la fiamma ossidrica. Finito lo sfrigolio, il coperchio viene inchiodato. Si
apre intanto il cancello del giardino, il carro funebre entra a ritroso, tra
grida gutturali. Al ricordo, ma sarà falsato, anche gli addetti delle pompe
funebri sono in tuta da lavoro col foulard
rosso. La bara è portata a spalle giù per il sentiero e adagiata nel carro. I
compagni seguono con le bandiere rosse e i gagliardetti e si schierano ai lati.
Viene suonato il silenzio, da un anziano trombettiere, con trasporto. Segue un
altro battimani, che suona spento. Cos’è il rumore per il sordo? Da morto uno
può pensare, chissà, ma sordo sicuramente è. Il furgone si avvia nudo, senza
fiori….
“Stanno vaporose tra le aiuole fiorite del
giardino a gradoni, le gallerie, le barriere, o sedute attorno al pozzo, sotto
il fiammante verde della vite americana, la compagna Gabriella e altre signore
ignote. È il quadro dell’Angelico a San Marco, “Il battesimo del Battista”, per
l’aria di chiostro e la luce primaverile. Conoscenze ignote, malgrado la familiarità
di anni con Severo…. Gabriella è in seta rosso cardinale, a pois bianchi e
mezze maniche, con la cicca alla piega della bocca e la voce gracchiante per il
fumo, ma ordinata, chioma di parrucchiere, occhiali a farfalla, e fresca di argomenti,
in conversazioni prolungate, in toni neanche sommessi, francamente curiosa…. Bellezza
non bella, direbbe Platone… Capelli ramati, i fianchi appesantiti dai dispiaceri,
le caviglie gonfie….
“Gabriella aveva ambizioni in proprio e ha
esordito con Severo da Feltrinelli, nella collana avulsa dedicata alla narrativa
popolare, di finti contadini partigiani e storie di guerra che nessuno aveva
vissuto o visto. I racconti riemersi a Porta Portese s’illustrano di una foto
in piano americano, per mostrarne le gambe alte di giovane veneta, bionda,
levigata. Non resse a quella prima falsa uscita….
- Aveva un quadernetto – ha detto al
telefono – con i buoni da un lato e i cattivi dall’altro. Ho pensato che dovevi
saperlo, che ora Franco non c’è più. – E: - Non era contento ultimamente, le
tattiche lo deprimevano, era un duro - o intendeva un puro?
Liturgia - Aveva da fare
in origine con le imposte, una sorta di “sostituto d’imposta”. Lo spiega meglio
Luigi Einaudi, “Miti e paradossi della giustizia fiscale”, pp. 274-275, a proposito
dei sistemi di tassazione in Atene: “Le imposte dirette erano considerate
incompatibili coni la libertà e con la qualità di cittadino. Solo gli
stranieri, le cortigiane e gli schiavi vi erano sottoposti. Gli stranieri permanentemente
domiciliati nella città pagavano il «métoikion», a guisa di compenso per i
privilegi di cui essi godevano nella città. Era un pesante uniforme testatico,
a cui si aggiungevano particolari tributi, ad es. per il diritto di lavorare
sul mercato. Anche le cortigiane erano soggette ad un tributo fisso. Più
incerta era la situazione degli schiavi e dei liberti.
“Le liturgie
ordinarie… sostituivano, per i cittadini, lei imposte da cui erano immuni.
Distinte in varie sottospecie, come le «coregie» destinate a coprire le spese
dei giuochi drammatici e musicali e delle danze, le «gimnasiarchie» a copertura
dei giuochi atletici, l'«estiasi», a sopperimento delle spese delle pubbliche
cene a carattere religioso delle tribù, poggiavano sul concetto che ad ogni
spesa si dovesse provvedere con una particolare entrata all'uopo stabilita e
sovratutto facevano affidamento sull'ambizione tradizionale nei ricchi greci di
fare buon uso della propria ricchezza e sul desiderio di rendersi popolari con
generose largizioni ad incoraggiamento di feste religiose, giochi e spettacoli.
La liturgia era dunque in origine e rimase sempre in principio una oblazione
spontanea. Lo spirito di emulazione tra i ricchi, la brama di cattivarsi il
favore del popolo innanzi alle elezioni inducevano non di rado i ricchi greci
ad eccedere, nelle pubbliche largizioni, i limiti considerati normali
dall'opinione generale. Testimonianza di volta in volta di patriottico amore alla
cosa pubblica e della sua degenerazione demagogica, le liturgie non sempre
bastavano a coprire la spesa, sovratutto quando essa assumeva dimensioni
insolite. All'oblazione spontanea sottentrava la coazione morale. Si
compilavano liste dei ricchi messi a contributo; problema sempre arduo, a causa
del piccolo numero dei chiamati e della gravezza del contributo. Soccorre qui
l'istituto forse più originale della finanza ateniese: l'antidati.
“Il cittadino
chiamato ad offrire la liturgia poteva designare un altro cittadino, che egli
avesse creduto più atto a sopportare il peso della spesa desiderata. Il
designato in seconda poteva rifiutarsi; ma in tal caso era obbligato a
permutare il proprio col patrimonio del primo designato, il quale doveva
prelevare l'ammontare della liturgia sul nuovo patrimonio cosi acquistato. Il sistema
era ingegnoso, poiché nessun designato in primo luogo avrebbe avuto convenienza
ad indicar altri, se la fortuna di questi non fosse davvero stata maggiore
della propria. Il sistema, suscitatore di atti emulativi e talora ricattatori,
non doveva però essere di piana applicazione, se a poco a poco si riduce a mera
forma, e la decisione è, nel quarto secolo a. C., rimessa al giudizio dei
magistrati…”
Linea Maginot – Il sistema
fortificato costruito dalla Francia nei vent’anni dopo il 1920, dal Mare del
Nord al Mediterraneo, più intensificato nel Nord-Est, alla frontiera con la
Germania e il Lussemburgo, celebrato
come di “temibili postazioni belliche”, era vistyo da Jünger come “un
cannicciato”. Ernst Jünger, capitano (richiamato) della Wehrmacht, spirito
sensibile, molto filofrancese, nel “Diario” trova a fronteggiare l’avanzata
tedesca dei cannicciati - “paraventi (contrevents”) di canne”.
Maria Cristina –
Una
regina di Napoli, una Savoia, moglie del “Re Bomba” Fedinando II, è da
tempo dichiarata beata dal papa, e mantiene la sepoltura a Santa Chiara nel
cuore della città - malgrado i rivolgimenti architettonici a cui il complesso viene
periodicamente sottoposto. Anche se la città, che pure ha il culto dei morti,
non lo sa. Napoli non si riconcilia col suo passato di capitale del Regno,
malgrado i campanilismi: dei Borbone, degli spagnoli. La sua memoria è di fatto
solo la versione risorgimentale – benché non fosse più mediocre, in tema di libertà
e di modernizzazione, a quella dei Savoia prima di Cavour (che durò pochi anni,
e fece poco).
Maria Cristina
era figlia di Vittorio Emanuele I e di Maria Teresa d’Asburgo-Este, nipote di Maria
Antonietta. Nacque a Cagliari perché il Piemonte era occupato dalla Francia. Le
cose non andarono meglio quando la famiglia tornò a Torino: Vittorio Emanuele I
si inimicò la parte liberale, post-napoleonica, e dopo I moti del 1821 dovette
abdicare. Abdicava in favore del fratello Carlo Felice, che però non era a Trino,
e vivrà ancora pochi mesi, e quindi il regno passò di fatto al cugino Carlo Alberto,
dei Savoia-Carignano, che era invece vicino ai liberali.
In un primo
tempo, nel 1827, Maria Cristina, quindicenne, era stata chiesta in moglie per
il duca d’Orléans. Ma la madre non volle un matrimonio fracese. Né Maria Cristina
era propensa al matrimonio: avrebbe preferito farsi suora. Tre anni dopo fu lo
stesso Carlo Alberto a negoziare per suo conto il matrimonio col principe
Borbone Ferdinando, che da re, nel 1848, dopo il bombardamento di Messina avrà
il nomignolo di Re Bomba. Maria Cristina vivrà poco, a gennaio del 1836 morirà,
di soli 23anni, di parto – dei postumi del parto. Lasciava l’erede al trono, l’ultimo
re di Napoli, Francesco II. E una tradizione di pietà.
La chiesa l’ha
beatificata – al termine di un processo aperto dal marito, Ferdinando II, e
durato poco meno di due secoli - riconoscendo come miarcolosa una guarigione
dal tumore al seno impetrata in suo nome. Ingentilì la corte napoletgana, e non
è ricordata male dai liberali. Settembrini, “Ricordanze della mia vita”, attest
che “finché ella visse tutti i condannati a morte furono aggraziati”.
Matrimonio
repubblicano – Fu così detto uno dei procedimenti di esecuzione sommaria
adottati dalla Convenzione Nazionale della rivoluzione francese a fine 1793 contro
la ribellione della Vandea, nella città di Nantes. Consisteva
nel legare insieme due condannati, in un primo tempo vestiti poi più spesso
nudi, per tesaurizzare gli abiti, portarli su una chiatta al centro della
Loira, e lì buttarli in acqua. Nelle esecuzioni più famose si imbarcavano più
coppie di condannati su una chiatta che poi veniva affondata, fino a una
cinquantina per barcone.
Nantes,
la città celebre per l’editto, lo divenne anche per le noyades o “matrimoni
repubblicani”. Teatro di una delle prime,
se non la prima, esecuzioni di massa della storia, tra novembre e dicembre
1793, studiate con applicazione. Jean-Baptiste Carrier, il commissario mandato
dalla Convenzione parigina, lo escogitò come sistema di esecuzione meno costoso
delle fucilazioni, e più rapido: benché procedesse a duecento fucilazioni al
giorno, non riusciva a uccidere tutti i rivoltosi. Nel mese di ottobre erano
stati presi prigionieri diecimila rivoltosi vandeani, e altri diecimila
prigionieri furono fatti a dicembre.
Di matrimonio repubblicano
si parlò propriamente in una testimonianza contro Carrier, quando il
commissario cadde in disgrazia – fu ghigliottinato da Robespierre: “Consisteva
nel legare insieme, sotto le ascelle, un giovane e una giovane completamente
nudi e precipitarli così nelle acque”.
Carrier
vantava di avere eliminato con questo sistema 2.800 prigionieri. Gli storici della
Vandea ne conteggiano 4,800.
astolfo@antiit.eu
Cosa non si fa per la presidenza, anche la guerra
Si ride, ma si
trema anche, molto. Attorno alla (facile, accondiscendente) manipolazione dei media,
dell’opinione pubblica, da parte del potere. Con una guerra finta – un attacco
dall’Albania …. - che un produttore fallito
e uno spin doctor pazzo, Dustin Hoffman e De Niro, devono inventarsi un per
sollevare il presidente americano in corsa per la rielezione da uno scandalo sessuale.
Un fim che si può ritenere
un atto di coraggio, nel corso della seconda presidenza Clinton – della penetrazione-non
penetrazione di Monica Lewinsky. Ma è anche pauroso, a distanza, viste le cose
ora.
Barry Levinson, Sesso
e potere
lunedì 20 febbraio 2023
Ombre - 655
Zelensky riceve
sotto i missili gli inviati dei grandi giornali italiani, alla vigilia della
visita annunciata di Meloni, a sostegno della causa ucraina, complimentoso, e
per iniziare dice: “Stiamo ripulendoci della corruzione per entrare nell’Unione
Europea. Dopo la guerra, porremmo anche scoprire che ci sono più oligarchi in
Italia che in Ucraina”. Non per celia. L’Europa non ha ancora assimilato gli slavi
– la sua parte slava.
Il superbonus e
gli altri bonus edilizi erano insostenibili, all’evidenza. Come tante altre provvidenze
del governo grillino, per esempio il reddito di cittadinanza, senza nessun avviamento
al lavoro. Ma nessuno, nemmeno mezza riga, che ne faccia colpa a Conte. Tutti a
chiedersi: quando cade il governo? Soprattutto a sinistra, che ha spalleggiato
il governo grillino.
Un missile da 40 mila
dollari per abbattere un pallone da 12. Lanciato da un club si appassionati
dell’Illinois per figli e nipoti reduci dal film per bambini “Up”. Il
presidente Biden lo ha fatto abbattere “su consiglio dei militari”, non per
scherzo. Dall’Occidente da cui l’Occidente dipende. .
Lapsus di Renato
Zero a “Che tempo che fa”. Ricordando il suo teatro tenda che ogni anno, dal 1979,
faceva lo spettacolo “Natale a Zerolandia, dal 23 dicembre all’1 gennaio, interrompendo
a un certo punto lo spettacolo, la vigilia, per la messa di mezzanotte, per
riprenderlo dopo, un’idea che molto lo gratificava, dice, e piaceva a tutti, conclude:
“Finché il prefetto Bettiol non ha fatto irruzione”. Bettiol era un pretore,
che ordinò l’irruzione di Polizia il 28 dicembre del 1982 per interrompere lo
spettacolo. Un giudice è sempre off limits, anche a distanza di
quarant’anni. Fanno paura?
Negli incontri al Quirinale
e alla Farnesina è l’ospite, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, a fare da
anfitrione. Una patta sulla mano al presidente Mattarella, come a dare il
benvenuto, e un invito alle delegazioni a sedersi per cominciare la seduta di lavoro
nell’ampio salone degli Esteri.
Lo stesso ripete a
Bruxelles. E poi a Monaco, alla conferenza sulla Sicurezza.
Tra i libri che
Messina Denaro leggeva molti che non si vendono in edicola ma in libreria, che
non c’è nel paese dove viveva. Era uno che si muoveva liberamente? Con l’automobile
propria.
L’arbitro Calvarese
dice una cosa che tutti sanno, soprattutto i telecronisti, che operano al
montaggio, alla moviola. Che la velocità a cui si fa andare il materiale, il taglio,
l’illuminazione, fanno vedere una cosa e il suo opposto, possono farla
vedere. Non l’avesse mai detto! Non solo, nel caso, fra gli antijuventini, che
sono la maggioranza degli italiani e insonni. Di più fra chi manovra la moviola,
per es. “La domenica sportiva”, e che ha avuto e ha più voglia di “credere alla
tecnologia”. Ipocrisia, forse. Ma forse sono giornalisti tecnologici che non
sanno l’abc della tecnologia.
“Il tariffario:
200 euro per avere l’intercettazione”. Di cui c’è un commercio, lo sanno bene i
giornali, e ora è un caso penale, a Roma. Dove una giovane avvocata è denunciata
per avere procurato le intercettazioni, a prezzo modico. È per questo che è
stata scoperta (denunciata), perché faceva concorrenza sleale?
La tariffa dell’avvocata
denunciata era in realtà di 700 euro a telefonata e non 300. Le intercettazioni
si vendono a acro prezzo.
L’Inps, spazientito,
manda cartelle ultimative per il rimborso di congrue annualità di pensione a decine
di impiegati e funzionari del gruppo “la Repubblica-l’Espresso” per pre-pensionamenti
risultati irregolari, anzi illegali. Spazientito perché l’indagine penale che
ha promosso nel 2017 è stata conclusa solo da un anno dalla Procura di Roma –
cinque anni. Che nell’anno successivo non ha trovato il tempo di mandare gli avvisi
di garanzia agli indagati (ci sono anche funzionari del ministero del Lavoro,
ex sindacalisti) né per fissare l’udienza preliminare. Era impegnata con la
mafia capitale?
Giorgio Ruffolo lo ricorda solo “la Repubblica”.
La damnatio memoriae del partito Socialista non cede: sarà la vera
pietra fondante di questa immonda Seconda Repubblica, del dipietrismo, del
grillismo, del giustizialismo. Dell’ignoranza e la furbizia al potere.
La maggioranza progressista
dell’Europarlamento, sotto scacco per troppa corruzione, vota ogni giorno
decisioni “rivoluzionarie”. L’auto elettrica domani per tutti. I caccia Nato
all’Ucraina. Forse perché non conta?
Il Portogallo, che
produceva 400 mila biciclette l’anno, quante ne bastavano per il mercato interno,
ora ne fabbrica tre milioni e le esporta in tuta Europa – primo fabbricante
europeo. È bastato ridurre l’Iva al 6 per cento. Senza stare a lagnarsi
dell’Europa, della Francia, della Germania, etc. – la lagna che i volponi democristiani
hanno impresso alla politica estera italiana, la vecchia Italia del “posto al
sole”, della “proletaria”, e tiene il posto di una politica estera quale che
sia.
Il Portogallo è
anche il Paese che da un ventennio offre asilo gratis ai pensionati che vi risiedono
per sei mesi l’anno – gratis nel senso di esenzione dalle tasse sul reddito. Che
quindi affittano case e e spendono per alimentarsi e curarsi. Bruxelles
naturalmente avrà protestato, ma poi si sono accordati nell’asilo ai pensionati
per dieci anni - un tempo che non molti superano.
Si guarda in tv Paris
Saint-Germain-Bayern e si trasecola: 70-80 minuti giocati nell’area del superclub
francese, dove quello che guadagna di meno prende il doppio di chi gioca nella
squadra bavarese. Il calcio degli sceicchi fa male al calcio – il calcio dei
soldi. Si comprano tutto, anche i Mondiali, ma non riescono a fare una squadra.
“Pd-M5S, tre
milioni di voti finiti nell’astensionismo”, il conto è preso fatto da Balleri
sul “Messaggero”: due milioni in Lombardia e uno nel Lazio. Basta confrontare
il numero voti tra il 2018 e il 2023.
La “straordinaria”
vittoria della destra nel Lazio, col 54 per cento, arriva con gli stessi
identici voti del 2018 e del 2013, di due sconfitte - circa 850 mila.
In Lombardia
Fontana ha stravinto con un milione di voti in meno che nel 2018 – un milione
774 mila contro due milioni 793 mila.
Il centro-destra che passa dal 44 al 54 per cento non è segnale da
poco. Ma di più conta che a Roma ha votato uno su tre. Cioè: se si votasse di
più, l’esito sarebbe diverso. Non ci vuole molto per saperlo, è l’evidenza. Ma
di questo non c’è traccia fra i grandi media, che tutti spalleggiano, dicono,
il Pd. Per incapacità o a trucco – si sa che i giornali in Italia appartengono
a interessi opachi?
“Truffa del finto
incidente” a Roma, “bancaria salva un’anziana”, una donna sola, novantenne, che
si era recata in banca a prelevare 30 mila euro, in contanti. Trentamila euro
in contanti non si possono prelevare, l’impiegata non poteva che insospettirsi.
Ma una novantenne, sola, che dispone di un conto corrente con (almeno) trentamila
euro? Per sovvenire una figlia incidentata, che dunque esiste. L’Italia non è quella
che ci viene detto, un paese bisognoso. E con largo cuore, che accudisce i suoi anziani.
«A livello politico manca perfino la consapevolezza dei
problemi. Si continua a dibattere su cose improbabili e a spendere in direzioni
sbagliate. Diamo bonus per i monopattini, creiamo incentivi alle vacanze, ci
inventiamo detassazioni insensate e poi ci troviamo a dover tagliare gli
investimenti per ricerca e scuola, e ultimamente anche per la sanità; con
risultati sotto gli occhi di tutti». È una vecchia intervista, insomma del
tempo del covid, di Vincenzo Visco, ministro delle Finanze tra fine Novecento e
primo Millennio, ma sempre attuale.
Etichette:
Affari,
Il mondo com'è,
Informazione,
Ombre
Political shaming
Fedez può ingiuriare
Mario Giordano. Lo fa, espressamente, per farsi pubblicità: usa Giordano per
dire, un giorno o due, che esiste, che Fedez esiste. Ma se lo si dicesse di lui
si potrebbe offendere.
L’editore inglese Puffin-Penguin
per rilanciare le vendite, e gli eredi per allungare le entrate, con un nuovo
copyright, modificano le opere di Roald Dahl. Non potrebbero, è un falso. Ma
non se sotto la copertura della correzione politica: riscrivono le storie di
Dahl togliendo personaggi e termini che contrastano con qualche correzione
politica a loro nota.
Non c’è un manuale
o un codice del politicamente corretto. Ma c’è, ci sono, posizioni di potere da
cui si può proclamarlo, anche con le offese: il politicamente corretto non è
una filosofia e nemmeno una ideologia, è una specie di fortezza. Dove conta mettersi
con chi conta.
Fedez può dire che
Mario Giordano ha voce sgradevole e appeal negativo. Mario non può dire,
per es., che Fedez è un buffone: non si può dire di un buffone che è un buffone.
Nemmeno di uno che “fa” il buffone – in simbiosi con Roberto Saviano: chi si
somiglia si piglia? O, per dire, che è un magnaccia, uno che si approfitta della
moglie, intelligente. Lo shaming è politico, un atto di forza.
L'Italia è postumana 2 - pet industry
È significativo, per
capire la non incidenza del fattore economico nella crisi demografica italiana
(molte meno nascite delle morti), un raffronto fra la spesa annua per un
neonato, di salute, alimentazione e accudimento, e quella di un pet –
che comunque andrebbe considerata su più anni. Un confronto non si può
fare perché non c’è uno studio o un’ipotesi sul costo medio annuo di un bambino.
Mentre c’è per gli animali domestici - 1.600 per il cane e 1.200 per il gatto.
Ma un confronto è possibile con la dimensione dei due business, delle due aree di produzione specifica, da
parte di fornitori specialistici. Arcaplanet e Isola dei Tesori, i due maggiori
operatori per il benessere e dei pet, sono in grande espansione. Arcaplanet ha
accresciuto il numero dei negozi specializzati, in richiestissimi franchising, da 390 a 500 nel 2022, e programma nel quinquennio, volendosi
espandere al Sud, 200 nuovi negozi – di cui 100 appunto al Sud. Isola dei Tesori,
che opera solo in quindici regioni, escludendo il Sud, ha 390 negozi. Arcaplanet
programma anche l’entrata nelle polizze e cure mediche, giudicato un comparto in
grande espansione.
Per l’economia dei bambini si può assumere come segno di tendenza l’andamento
del gruppo più visitato e di maggior nome, Chicco, l’azienda specializzata 0-3
anni di Artsana: ha ridotto i suoi negozi a 150, riducendo anche la presenza nelle
farmacie, che una volta ne erano lo sbocco naturale, e ne mantiene all’estero
(India, Russia, Messico e Polonia) 160.
Troppe tasse sui redditi (di pochi) – 2
Un titolo infelice
de “L’Economia” oggi, il supplemento del “Corriere della sera”, a un conteggio
di Alberto Brambilla, non ne falsifica il senso: “I cittadini con un reddito
superiore a 35 mila euro, compresi i pensionati, sono 5 milioni: pagano il 60
per cento delle tasse e sono esclusi da qualunque bonus”. E dunque: “Il bancomat
che mantiene tutta l’Italia”.
Sembrerebbe grave,
ma è come non detto.
E non è tutto,
Brambilla in breve può anche dire: 1) i pensionati da 35 mila euro (lordi), che
sono l’11 per cento del totale (16 milioni, di cui 7 “sociali”, totalmente o parzialmente
a carico dei paganti), pagano 42 miliardi di Irpef (il 70 per cento del totale)
e subiscono una rivalutazione ridotta sull’inflazione; 2) negli ultimi 13 anni le
rendite mediane e i salari più alti hanno
perso il 20 per cento del potere d’acquisto; 3) negli ultimi 15 anni la spesa assistenziale
è passata da 73 a 145 miliardi e i poveri assoluti anziché ridursi sono passati
da 2,1 milioni a 5,6 milioni (da 6 a 8,5 quelli in “povertà relativa”). Il
paese è dei furbi? Ma allora con i Parlamenti e i governi compresi.
Questo sito recuperava
alla memoria qualche giorno fa l’aureo trattatello di Fuà e Rosini, due
economisti impegnati politicamente a sinistra, specialisti di scienza delle
finanze, che spiegavano come la progressività fiscale è – in Italia – regressiva.
A vantaggio, nel migliore dei casi, di una spesa pubblica parassitaria. Un
libro del 1983. Niente è cambiato se non in peggio, da ultimo con l’alluvione
demo-grillina – ma solo da ultimo.
La guerra è brutta - tra opposti imperialismi
Su piazza dal 1940,
nella Resistenza in Francia e poi nella Liberazione, ma soprattutto centenario
(101 anni), Edgar Morin può permettersi di dire la verità sulla guerra, che non
è mai bella. Sulle guerre che ha visto – “Dal 1940 all’Ucraina invasa” è il
sottotitolo del pamphlet. Di fatto, a partire dalla Grande Guerra. Dall’invenzione
delle false notizie di guerra, da allora una costante: nel 1914-18, ha
scoperto, gli inglesi pubblicavano i bollettini di guerra propri e quelli dei nemici,
mentre in Francia e in Germania cominciavano a dilagare quelle che lo storico
Marc Bloch, in guerra sergente in trincea, tratteggerà nel 1921 in “La guerra
e le false notizie”. O come si vede dalla guerra in corso: Morin non ha aggiornato
l’aneddotica all’Ucraina, o non ne ha avuto il tempo, ma chi ha letto anche un solo
giornale in tutti questi mesi ne ha letta almeno una ogni giorno – ci sono
specialisti per questo, è una professione (in America se ne fece un film anche famoso,
con Dustin Hoffman e De Niro, “Sesso e potere”): dall’innocua combattente-modella,
in tiro, con i ricci da parrucco, la mimetica inamidata, e un mitra di cartapesta
in spalla (questa la vendevano anche a Gheddafi), ai bombardamenti di asili
infantili e ospedali, agli orfani rapiti e venduti (in alternativa si è tentato
anche di espiantarli), con le vedove naturalmente violentate, un esercizio
libero di fantasia turpe, tanto nessuno se ne ricorda il giorno dopo. Una “isterizzazione”
reciproca, commenta Morin, che spinge a un “manicheismo” senza soluzione
possibile se non la distruzione dell’avversario, impedendo una “contestualizzazione”
delle ragioni in causa, e una possibile transazione, di tregua o di pace.
Morin collega naturalmente
Putin a Stalin e all’impero russo: la sua guerra è in continuità con l’imperialismo
panrusso all’interno del mondo slavo. Ma tra le cose che può permettersi c’è
anche l’evidenza: che la guerra in Ucraina è una guerra “tra due imperialismi,
quello russo e quello americano”. Quello avventato e vantone, questo impegnato
“per procura”, opportunista, sulle spalle e in danno dell’Ucraina e
dell’Europa. E ammonisce a non dimenticare le bugie di guerra americane (in
Iraq, per es.), la violazione costante delle leggi internazionali, il sostegno
a dittature sanguinarie in America Latina. L’America è una democrazia, senza
dubbio, ma “imperialista, colonialista, e perfino genocida”. Di che tremare,
insomma.
Anche la guerra
difensiva può essere brutta, violenta. Morin può permettersi di non lasciar
cadere un fatto che in settant’anni di dopoguerra, o di impero americano, non è
stato mai trattato dagli storici – se non tangenzialmente: la guerra aerea,
indiscriminata. Di distruzione massiccia, selvaggia. Senza più una parvenza di onorabilità.
Sulle città ucraine oggi come già “sulle grandi città tedesche”: “Invochiamo
giustamente il «crimine di guerra» quando una città ucraina viene rasa al
suolo” dai missili, “ma, analogamente, avremmo dovuto invocarlo quando gli anglo-americani
bombardarono Dresda. Non c’era nessun vero obiettivo militare. Solo palazzi
abitati da cittadini indifesi”. E poi c’è la storia che non si rifà – non
ancora, il Giappone non può ancora permetterselo – dell’atomica.
“Di guerra in guerra”
si apre con queste immagini, di Morin ventenne in servizio militare e la scoperta
dei bombardamenti a tappeto. Il primo, tedesco, su Rotterdam a maggio del 1940.
Poi Londra nell’estate dello stesso anno, salvata dalla Raf. “Poi ci furono i
bombardamenti alleati sulle città tedesche”. Pforzheim, dove arriva nel febbraio
1945, addetto di Stato maggiore alla Prima Armata francese, la trova
“totalmente distrutta da un raid di 370 bombardieri della Raf”. L’83 per cetno
degli edifici erano stati demoliti, un terzo della popolazione, ossia 17 mila
civili, uccisi, e altrettanti feriti. “Ho conosciuto in seguito Karlsruhe e
Mannheim, completamente devastate dai bombardamenti americani, e infine
Berlino, che attraversai da parte a parte nel giugno 1945 tra le rovine….
Infine seppi che il 13 e 14 febbraio dello stesso anno mille e trecento
bombardieri inglesi e americani avevano annientato la città d’arte smilitarizzata
di Dresda,
riversandovi duemilaquattrocentotrenta tonnellate di bombe incendiarie e facendo,
secondo una valutazione della Croce Rossa, più di trecentomila morti”. Stragi
di cui Morin per ottant’anni, quasi, non si è data ragione, dice, fino
all’attaco russo contro l’Ucraina: sono guerre di distruzione di massa, non c'è
ragione. “È molto più tardi - dall’invasione dell’Ucraina – che è montata in me
la coscienza della barbarie dei bombardamenti compiuti nel nome della civiltà
contro la barbarie nazista”.
Questa è la prima pagina
della riflessione. Di che non stare tranquilli, nella buona coscienza dell’Occidente.
Con una
presentazione di Mauro Cerruti, già collaboratore di Morin, oggi senatore Dem, teorico
della complessità, a Ginevra prima a lungo, ora allo Iulm milanese – una sorta
di alter ego filosofico del Nobel della Fisica Parisi.
Edgar Morin, Di
guerra in guerra, Raffaello Cortina, pp. 104 € 12
domenica 19 febbraio 2023
L’Italia è postumana
Altroconsumo censisce in Italia 7,3 milioni di gatti
domestici e 7 milioni di cani. Il 39 per cento delle famiglie ha un cane o un gatto
in casa. Talvolta anche cane e gatto insieme: le famiglie gattofile sarebbero
il 18,3 per cento di tutte le famiglie, quello cinofile il 27,1, quindi con una
leggera sovrapposizione dei due animali domestici – le famiglie censite sono
27,6 milioni.
Il costo annuo di un gatto, per cibo, igiene, cure, Altroconsumo
calcola in circa 1.200 euro. Quello del cane in circa 1.600. Inoltre, come si
sa, gli animali domestici, il cane specialmente, hanno bisogno, per tutto il
corso della vita, di attenzione tutto il giorno, per l’igiene, l’alimentazione e
per sgranchirsi le gambe e prendere aria - più o meo come un bambino, ma per
gli anni, pochi, del pannolino.
La crisi delle nascite in Italia, che ora si scopre
ma è in atto da almeno trent’anni, non è dunque dovuta al fattore economico,
come si suole dire - la madre vuole lavorare, oppure la coppia ha bisogno che
anche la madre lavori. Il tempo dell’accudimento totale è più lungo per un cane
che per un bambino. I costi “specifici” sono all’incirca eguali – anzi potenzialmente
inferiori per il bambino, che presto può nutrirsi con i cibi in uso nella
famiglia.
L’Italia è un caso piuttosto del “postumano” che Rosi
Braidotti, italiana da tempo olandese, o australiana, ha teorizzato dieci anni
fa. Esito di un certo femminismo anti-genere (la maternità non connota la
donna) – di fatto maschilista, ma qui non importa. Il rifiuto della procreazione
è di fatto “postumano”.
Meloni e la palla al centro
Meloni gestisce un partito, da lei fondato, che ragiona
e chatta di “comunisti che ci hanno venduto all’Europa”, o a Big Pharma, o all’Africa.
Lei personalmente non la pensa così, a quello che si vede. Ma fondare e gestire
un partito che chatta così (le vecchie “conversazioni da bar”, anche senza
troppe birre in corpo) è un merito o una colpa, o una zavorra da naufragio?
Il merito nella storia politica dell’Italia è
solitamente riconosciuto a chi ha saputo democratizzare le spinte eversive, che
in un paese di democrazia recente sono in vario modo forti. A Giolitti con i
socialisti, a Moro con i comunisti, a Berlusconi con i neofascisti e i
leghisti. Sarà Meloni, capo dei conservatori europei, corteggiata dai Popolari,
in grado di addomesticare il suo stesso partito?
Dovrebbe essere facile: in Italia il partito è sempre
un partito del Capo. Ma nulla di analogo ai veleni dei suoi si legge nelle chat
delle destre polacche o ungheresi – forse solo in quelle scandinave.
Il “consenso” arriva con il Concordato
Il volume è
interessante per la prima parte, “Plebiscito di fede”, sul voto popolare
chiamato il 24 marzo 1929 ad eleggere la nuova Camera dei Deputati, che doveva
ratificare gli accordi fra la Santa Sede e lo Stato italiano. Gentile curiosamente
non dà rilievo al senso epocale dei Patti Lateranensi, che chiudevano un’esclusione
assurda dei cattolici dalla vita politica nazionale – una esclusione che il mezzo
secolo abbondante di vita “liberale” dello Stato italiano non si era curato di
chiudere. Si limita a ricordare che a un mese dai Patti Lateranensi, aprendo il
10 marzo 1929 la campagna per il voto del 24, Mussolini così ne poteva presentare la firma:
“Per gli Italiani basterà ricordare che il giorno 11 febbraio 1929 è stato dal
Sommo Pontefice finalmente e solennemente riconosciuto il Regno d’Italia sotto
la monarchia di Casa Savoia, con Roma capitale dello Stato italiano” –
sottinteso: a nessun costo, o minimo, per lo Stato. Però lumeggia la mobilitazione
del mondo cattolico per il Si come una sorta di anticipazione, di fatto, degli “anni
del consenso” defeliciani.
Si schiera per
prima l’Azione Cattolica, per tempo, per evitare l’astensione abituale dei cattolici
alle urne. Consigliando di votare comunque, anche se i candidati erano fascisti,
del partito unico - “ma il plebisicito è sulla fede fascista”, può anticipare
lo storico, più che sui Patti Lateranensi. Il presidente dell’Azione Cattolica,
Luigi Colombo, lo fece con un discorso a Milano che De Gasperi bollò in privato
come “documento di dabbennaggine e di ottimismo infantile”, ma che l’“Osservatore
Romano” pubblicò.
La mobilitazione
cattolica era importante per evitare l’astensione, alla prima elezione
fascista, che si sarebbe potuta mascherare ma non troppo. I rapporti dei
prefetti testimonieranno che la mobilitazione fu capillare, organizzata nelle
parrocchie, e riuscita. A Cosenza come a Frosinone (“il Clero con a capo i Vescovi
delle Diocesi, hanno risposto all’appello. Le comunità religiose, come quelle
numerose, delle Abbazie di Casamari e di Trisulti, si sono recate inquadrate
alle urne”, è il rapporto del prefetto), a Firenze (“il cardinale partecipò al plebiscito votando in una
delle sezioni del centro, la stessa dove votava il prefetto”, nota Gentile), a
Reggio Emilia, a Venezia (“il patriarca di Venezia, cardinale La Fontaine, e i vescovi
di Chioggia e Portogruaro si recarono alle urne fra gli applausi dei fascisti,
mentre il parroco di Malamocco andò a votare con i paramenti sacri…”). Dopo una
propaganda elettorale intensa: “Quasi tutti i sacerdoti si prodigarono in opera
di propaganda verso gli elettori delle rispettive parrocchie e taluno, contravvenendo
a divieto delle superiori Autorità ecclesiastiche, parlò del plebiscito in chiesa,
durante la celebrazione della messa”.
Protestarono per
la conduzione del voto-plebiscito gli antifascisti, ormai dell’esterno, ma anche
“fascisti che avevano votato sì”. Era il primo voto di regime. Ma le proteste non dovettero essere molte. Gentile ne elenca solo due, da Benevento e da
Livorno, per la “eccessiva” gestione del voto – “che danno veniva da un milione
o due di meno di sì quando fossero stati tutti onestamente dati gli altri
milioni”, obietta un contestatore. Il consenso fu sicuramente vasto e
entusiasta, molto.
Emilio Gentile, Storia
del fascismo – 10. Credere, obbedire, combattere, “la Repubblica”, pp. 157,
ill. € 14,90
Iscriviti a:
Post (Atom)
