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La natalità svogliata – se il pet costa più del figlio (2)
Le cause socio-economiche della
natalità svogliata – più esatto che scarsa – sono da confrontare con l’esplosione, nei trent’anni di
denatalità, della cultura e pratica del pet,
dell’animale domestico o di compagnia. Una popolazione cresciuta, questa, e
rapidamente nei trent’anni, di almeno tre volte, a 65 milioni di unità - tre
mediamente per unità familiare. Con costi, per cibo, sanità, igiene, intrattenimento,
a occhio pari o superiori a quelli che richiede un bambino – i cui bisogni si
riducono con l’età, fino all’autossuficienza, e non aumentano di continuo.
Se ne occupa soltanto “Il Sole 24 Ore”,
come tema cioè economico - quanto si spende (il fatturato di settore), come e
quando. Ma è un fatto culturale, di grande impatto, di storia epocale, addirittura
di sopravvivenza, di un paese ricco, se non più molto civile. Il primo allarme,
nel 1995, fu seguioto da una ripresa, modesta, delle nascite, fino al 2008.
Poi il crollo, mentre esplodeva il culto del pet.
Di questo, della civiltà della cosa,
non c’è metro. Ma sotto la cura di molti animali si è per più motivi tentati di
dire che c’è solo frustrazione e delusione. Da parte di uomini di ogni età, con
(poche, naturalmente) eccezioni. E da parte delle donne - non tutte, ma le più
giovani solo s’incontrano distratte, attaccate polemicamente al telefonino. Abitando
in più luoghi in aree dove le passeggiate canine mattutine e serali sono, oltre
che antigieniche in modo spropositato, anche svogliate e perfino irritate, si
direbbe a naso che anche quella non sia la felicità. Però è un dato, di fatto –
un esercizio autonomo, nemmeno una moda, come di un bisogno soddisfatto-insoddisfatto,
che è l’essenza e il gusto dell’Ersatz,
del surrogato.
(continua)
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