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mercoledì 19 agosto 2026

Le sanzioni (dazi compresi) le paga chi le mette

I governi di tutto il mondo ricorrono sempre più spesso a politiche economiche” restrittive o nazionaliste (geoeconomiche), “come divieti di esportazione, sanzioni finanziarie e dazi doganali, per raggiungere obiettivi non economici. I benefici di queste politiche geoeconomiche possono essere significativi, consentendo di conseguire uno scopo geopolitico senza minacciare o impiegare la forza militare, e senza gli elevati costi umani ed economici della guerra. Forse il mondo dovrebbe accogliere con favore questa tendenza.
“Tuttavia, le politiche coercitive possono essere costose per le nazioni che le impongono. Per quanto possa essere allettante utilizzare le politiche economiche a fini coercitivi, a volte i benefici non giustificano i costi.”
Un breve excursus storico segue, del “mercantilismo” o geoeconomia, dal Quattrocento agli imperi coloniali, ancora  primo Novecento, e fino alla guerra fredda. Succeduta dall’apertura delle frontiere economiche, e al trentennio di maggiore crescita mondiale della ricchezza nella storia. Dopodiché la geococonomia si è fatta valere di nuovo (in realtà sempre praticata, vigorosamente, dalla Cina, l’economia che più ha beneficiato dell’apertura dei mercati, che ha sempre praticato e continua a praticare la geoeconomia, il protezionismo, con la finanza pubblica (sovvenzioni defiscalizzazioni, premi,  etc.) e con, soprattutto, la manipolazione del cambio monetario.
La geoeconomia è un indirizzo forse auspicabile, finché evita le guerre guerreggiate. Ma costoso, in termini di carovita e quindi di reddito, per i molti: “L’attrattiva delle politiche geoeconomiche può essere evidente, sebbene sia difficile misurarla. Molti obiettivi geopolitici sono difficili da quantificare, e persino da concepire in termini monetari. Quanto vale la sicurezza nazionale? Qual è il valore di isolare un avversario, consolidare un’alleanza, scongiurare un potenziale attacco, evitare una guerra disastrosa?” Ma, se i benefici sono aleatori, i costi invece sono sicuri.
“Sebbene i benefici delle politiche geoeconomiche possano essere intangibili, molti dei costi sono di natura più direttamente economica e quindi più facilmente analizzabili. I responsabili politici, gli analisti e i cittadini dovrebbero riflettere sui compromessi in gioco, su ciò a cui un Paese potrebbe rinunciare imponendo sanzioni o dazi doganali per scopi geopolitici. Ciò non significa che tali politiche debbano essere evitate, ma solo che sia i benefici che i costi debbano essere presi in considerazione”..
Il monito è seguito a sua volta da un calcolo dei costi e dei benefici.
Friden è specialista di Economia Politica, titolare a Harvard della cattedra di International Peace,
capo dipartimento Studi Politici alla stessa università.
Jeffry Friden, The Cost of Geoecomic Coercion, Imf “F&D”, “Finance&Development”, in lìbera lettura (leggibile anche in italiano, Il costo della coercizione economica)
 

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