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Le sanzioni (dazi compresi) le paga chi le mette
“I governi di tutto il mondo ricorrono sempre più spesso a politiche
economiche” restrittive o nazionaliste (geoeconomiche), “come divieti di
esportazione, sanzioni finanziarie e dazi doganali, per raggiungere obiettivi
non economici. I benefici di queste politiche geoeconomiche possono essere
significativi, consentendo di conseguire uno scopo geopolitico senza minacciare
o impiegare la forza militare, e senza gli elevati costi umani ed economici
della guerra. Forse il mondo dovrebbe accogliere con favore questa tendenza.
“Tuttavia, le politiche
coercitive possono essere costose per le nazioni che le impongono. Per quanto
possa essere allettante utilizzare le politiche economiche a fini coercitivi, a
volte i benefici non giustificano i costi.”
Un breve excursus
storico segue, del “mercantilismo” o geoeconomia, dal Quattrocento agli imperi
coloniali, ancora primo Novecento, e
fino alla guerra fredda. Succeduta dall’apertura delle frontiere economiche, e
al trentennio di maggiore crescita mondiale della ricchezza nella storia.
Dopodiché la geococonomia si è fatta valere di nuovo (in realtà sempre praticata,
vigorosamente, dalla Cina, l’economia che più ha beneficiato dell’apertura dei mercati, che ha sempre praticato e continua a praticare la geoeconomia, il
protezionismo, con la finanza pubblica (sovvenzioni defiscalizzazioni, premi, etc.) e con, soprattutto, la manipolazione del
cambio monetario.
La geoeconomia è un indirizzo forse auspicabile,
finché evita le guerre guerreggiate. Ma costoso, in termini di carovita e
quindi di reddito, per i molti: “L’attrattiva delle politiche geoeconomiche può essere
evidente, sebbene sia difficile misurarla. Molti obiettivi geopolitici sono
difficili da quantificare, e persino da concepire in termini monetari. Quanto
vale la sicurezza nazionale? Qual è il valore di isolare un avversario,
consolidare un’alleanza, scongiurare un potenziale attacco, evitare una guerra
disastrosa?” Ma, se i benefici sono aleatori, i costi invece sono sicuri.
“Sebbene i benefici
delle politiche geoeconomiche possano essere intangibili, molti dei costi sono
di natura più direttamente economica e quindi più facilmente analizzabili. I
responsabili politici, gli analisti e i cittadini dovrebbero riflettere sui
compromessi in gioco, su ciò a cui un Paese potrebbe rinunciare imponendo
sanzioni o dazi doganali per scopi geopolitici. Ciò non significa che tali
politiche debbano essere evitate, ma solo che sia i benefici che i costi
debbano essere presi in considerazione”..
Il monito è seguito a sua
volta da un calcolo dei costi e dei benefici.
Friden
è specialista di Economia Politica, titolare a Harvard della cattedra di
International Peace,
capo
dipartimento Studi Politici alla stessa università.
Jeffry
Friden, The Cost of Geoecomic Coercion,
Imf “F&D”, “Finance&Development”, in lìbera lettura (leggibile anche in
italiano, Il costo della coercizione
economica)
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