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martedì 18 agosto 2026

La guerra raccontata come in pace

“In Albania avevo 19 anni, in Russia 20”. Memorie di guerre, della ritirata (ripiegamento) del Don, catastrofica, per le quali Rigoni Stern è famoso, e poi del confino nei lager tedeschi. Assortite da memorie in tempo  di pace, di “cose viste”, personali o d’ambiente – l’altopiano di Asiago grande protagonista.
I due testi più lunghi, in forma di racconto-saggio, sono sugli anni post 8 settembre quello del titolo, “Aspettando l’alba”, della prigionia in Germania nel 1943-1945,  e l‘altro, “Quasi una tregua”, sulla ritirata, narrata come già ne “Il sergente  nella neve”, fattualmemte, di soldati che hanno perduto la guerra e cerano di salvare la vita, con tutte le pieghe e le piaghe, diarree  congelamenti, suppurazioni, ma senza le recriminazioni politiche consuete in tale tipo di racconti (in Italia e anche in Germania, due Paesi, si direbbe, di reduci involontari: il gelo, l’abbigliamento inadatto, i comandi impreparati e incapaci): un racconto da soldato, di una guerra persa. Fattuale, anche nel rapporto-non rapporto con l’alleata Germania: “Quel giorno (i russi, n.d.r.) avevano iniziato la grande battaglia per liberare Charkov (oggi Charkiv, nd.r.), e noi, che avevamo il torto di essere vivi, eravamo d’impaccio alle manovre dei tedeschi”.
È la penultima raccolta di testi di Rigoni Stern, nel 2004, di testi in gran parte disseminati nei decenni tra i quotidiani, per l’allora “terza pagina”, quindi nella misura delle quattro cartelle. Sui suoi temi: la guerra, la Russia, i lager, e l’Altopiano, di gente buona e giusta. Racconti di un’umanità ovunque semplice, anche nella tragedia, e solitamente buona, comunque considerata.Tra eventi per lo più drammatici, eppure ordinari – ordinati dal giudizio dell’uomo.
“Quasi una tregua” è quasi un epicedio, il “diario” della vecchiaia, di impressioni e ricordi trascurati. Della famiglia che per due secoli aveva abitato ad Asiago al Kantun von Stern - solo quando era nato lui, nel 1920, si era stabilita in via di Ortigara, 5 (vicino di casa di Ermanno Olmi). Di tarde scoperte: della famiglia indagata, mentre lui era semidisperso tra Russia e Germania, e poi nei lager, dalle forze speciali SS se non fossero ebrei, per il nome Stern, salvata dall’ottima anagrafe, che attestava Stern essere "storpiatura di un cimbrico Ernst".

Racconti brevi e brevissimi, e tuttavia pregni. Per quella felicità di narrare il nulla – il quotidiano, noto, scontato, la pausa, l’inattività, le cose – e pianamante, senza enfasi, ma facendosi ascoltare, che forse può dirsi qualità della narativa veneta. Da Rigoni Stern condivisa con Meneghello, Comisso, con lo stesso Parise, e già con Nievo – ma anche Berto non vi si sottrae. Classico: un po’ Omero, dimesso e senza rima, senza ritmo cantante, e un po’ Senofonte, con “l’epica della ritirata”. Malinconico e non trionfante. Con un "gran viaggio nella soffitta", tra i primi libri, ognuno con la su storia. Con il cane Cimbro, "che vidi piangere di commozione e d'affetto una dozzina d'anni fa, quando stavo per lasciare questo mondo". Con un ricordo di Primo Levi e uno di Nuto Revelli. Il poeta segreto Giocondo Pillonetto. E una breve-lunga (piena di cose) lettera a Jacopo - la storia di Jacopo da Bassano.

Pagine fittissime, a corpo 9. Con una cronologia della vita e delle opere.
Mario Rigoni Stern, Aspettando l’alba e altri racconti,
Einaudi, pp. 152  € 11,50

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