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La guerra raccontata come in pace
“In
Albania avevo 19 anni, in Russia 20”. Memorie di guerre, della ritirata (ripiegamento) del Don, catastrofica, per le quali Rigoni Stern è famoso, e poi del confino nei lager tedeschi. Assortite da memorie in
tempo di pace, di “cose viste”, personali
o d’ambiente – l’altopiano di Asiago grande protagonista.
I
due testi più lunghi, in forma di racconto-saggio, sono sugli anni post 8 settembre
quello del titolo, “Aspettando l’alba”, della prigionia in Germania nel
1943-1945, e l‘altro, “Quasi una tregua”,
sulla ritirata, narrata come già ne “Il sergente nella neve”, fattualmemte, di soldati che hanno
perduto la guerra e cerano di salvare la vita, con tutte le pieghe e le piaghe, diarree congelamenti, suppurazioni, ma senza le recriminazioni politiche
consuete in tale tipo di racconti (in Italia e anche in Germania, due Paesi, si
direbbe, di reduci involontari: il gelo, l’abbigliamento inadatto, i comandi impreparati
e incapaci): un racconto da soldato, di una guerra persa. Fattuale, anche nel
rapporto-non rapporto con l’alleata Germania: “Quel giorno (i russi, n.d.r.) avevano
iniziato la grande battaglia per liberare Charkov (oggi Charkiv, nd.r.), e noi,
che avevamo il torto di essere vivi, eravamo d’impaccio alle manovre dei
tedeschi”.
È
la penultima raccolta di testi di Rigoni Stern, nel 2004, di testi in gran parte
disseminati nei decenni tra i quotidiani, per l’allora “terza pagina”, quindi
nella misura delle quattro cartelle. Sui suoi temi: la guerra, la Russia, i lager, e l’Altopiano, di gente buona e
giusta. Racconti di un’umanità ovunque semplice, anche nella tragedia, e
solitamente buona, comunque considerata.Tra eventi per lo più drammatici,
eppure ordinari – ordinati dal giudizio dell’uomo.
“Quasi
una tregua” è quasi un epicedio, il “diario” della vecchiaia, di impressioni e
ricordi trascurati. Della famiglia che per due secoli aveva abitato ad Asiago
al Kantun von Stern - solo quando era nato lui, nel 1920, si era stabilita in
via di Ortigara, 5 (vicino di casa di Ermanno Olmi). Di tarde scoperte: della famiglia indagata, mentre lui era
semidisperso tra Russia e Germania, e poi nei lager, dalle forze speciali SS se non fossero
ebrei, per il nome Stern, salvata dall’ottima anagrafe, che attestava Stern essere "storpiatura di un cimbrico Ernst".
Racconti
brevi e brevissimi, e tuttavia pregni. Per quella felicità di narrare
il
nulla – il quotidiano, noto, scontato, la pausa, l’inattività, le cose – e
pianamante, senza enfasi, ma facendosi ascoltare, che forse può dirsi qualità
della narativa veneta. Da Rigoni Stern condivisa con Meneghello, Comisso, con
lo stesso Parise, e già con Nievo – ma anche Berto non vi si sottrae. Classico:
un po’ Omero, dimesso e senza rima, senza ritmo cantante, e un po’ Senofonte,
con “l’epica della ritirata”. Malinconico e non trionfante. Con un "gran viaggio nella soffitta", tra i primi libri, ognuno con la su storia. Con il cane Cimbro, "che vidi piangere di commozione e d'affetto una dozzina d'anni fa, quando stavo per lasciare questo mondo". Con un ricordo di Primo Levi e uno di Nuto Revelli. Il poeta segreto Giocondo Pillonetto. E una breve-lunga (piena di cose) lettera a Jacopo - la storia di Jacopo da Bassano.
Pagine fittissime, a corpo 9. Con una cronologia della vita e delle opere.
Mario
Rigoni Stern, Aspettando l’alba e altri
racconti, Einaudi, pp. 152 € 11,50
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