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Levantinismo al potere
Trump dice una cosa, subito gli ayatollah
dicono che non è vero. Soprattutto da quando gli Usa hanno capito in che
pantano si sono cacciati solo per lo “stretto rapporto” (tutto, fuorché sessuale
– almeno, a quanto sembra) della ditta Trump con Israele.
Il capo degli Usa alla mercé di
quattro levantini è uno spettacolo affascinante ma anche preoccupante. Anche perché lui stesso ne subisce il fascino, che si produce in lo dico-non lo dico-non l'ho detto-vediamo.
E d’altra parte l’Iran è appeso a un
ectoplasma, il fantasma del figlio di un ayatollah non dei più apprezzati – di cui
Trump o Israele ha fatto un martire. L’Iran non è un Paese uscito dal bush, ha una popolazione importante e
colta, e una storia complicata e lunga. Ma è come se: il Paese sospeso e muto dice
tutta la vergogna del regime degli ayatollah.
Anche questo è molto levantino, il
Paese muto. Nonché ovviamente per prodursi gli eventi in Medio Oriente, tra mediorientali,
persiani e arabi, con contrappunto di ebrei.
La barbarie è sempre pronta, c’è scritto
nella storia. E non c’è bisogno di prepararla, succede –le cause della barbarie
(le cause della decadenza) sono state un esercizio storico prestigioso, da Gibbon
a Santo Mazzarino, ma a babbo morto.
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