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Se l’America è la rendita del mondo
Il debito pubblico (federale) americano
si è raddoppiato col covid, balzando in un quinquennio dal 105 e qualcosa per cento
del pil al 124. Con un servizio del debito (gli interessi da pagare ogni anno,
alle quotazioni odierne dei tassi (che vanno in salita), di 1.200 miliardi di dollari.
Più della spesa militare.
Quando il debito si pose come problema per
l’Italia, una cinquantina di anni fa, sollevato da Vittorio Barattieri, allora
giovane economista della Banca d’Italia, il governatore Guido Carli disse i Bot
“la rendita degli italiani”. Lo stesso si può dire dunque oggi del debito americano:
il servizio del debito Usa è la rendita del globo. Dei grandi investitori nel
debito federale, Cina in testa.
Ma gli Stati Uniti che arricchiscono la
Cina impoverendosi non è il solo paradosso del debito.
Una “legge” economica, derivata da Niall
Ferguson, professore a Harvard di Storia Moderna, dalla Spagna tra Cinque e Seicento,
dalla Francia nel Settecento, dall’impero ottomano tra Otto e Novecento, dall’impero
britannico nel dopoguerra, vuole che quando la spesa militare è superata da
costo del debito, questo è l’inizio della fine, del declino della potenza.
Questo non sembra il caso oggi, degli
Stati Uniti. Perché la Cina, prima beneficiaria della rendita Usa, non mostra
di voler competere sul piano militare, di spesa e di strategie, della potenza
bellica - - né lo potrebbe, è pur sempre un regime totalitario, oppressivo, che deve guardarsi al suo interno.
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