zeulig
Accumulo - È il processo di formazione psicologica per eccellenza, il motore che una volta avviato si ricarica. Se non ponderato con riesami periodici, e dall’autocritica, anche per effetto degli eventi, è destinato a creare per concrezioni successive dei mostri. In tutte le forme dell’amore, comprese la gelosia e l’odio, e nell’antropia, la filosofia, la ricerca, la creazione. Si diventa violenti con convinzione, oltre che santi.
Coscienza – La solitudine, dice Mannheim in Ideologia e utopia, è coscienza che “non ricopre l’Essere circostante”. O non il contrario, che percepisce il circostante ma non l’Essere? La solitudine – la coscienza - è il vuoto di sé.
Felicità – Viene proiettata in avanti, tipica materia di utopia, sullo sviluppo individuale, al di là della diga salute-lavoro (sussistenza, reddito, occupazione del tempo). In un improbabile terreno delle passioni, erotiche,sociali, spirituali. Mentre è determinata a monte dalla linea sopravvivenza. Soprattutto nella società moderna o delle classi medie, che l’asse affluenza-salutismo hanno ingigantito oltre che inspessito. È determinata dal “nemico invisibile” (educazione, esperienza, mentalità, e tradizione – società o tribù, e Dna), dall’opinione pubblica, dallo Stato nelle sue innumerevoli filiere repressive. Se la determinante “invisibile” è amica, invece che ostile, la felicità è tutta lì.
Filosofia - Dissecca perché distingue. Non solo la logica, anche la metafisica. La stupidità, che è violenza, è già più sociale, accorpa. La religione ha più richiamo perché insiste, per quanto al coperto, sul grumo comune, è eminentemente un fatto politico.
La socialità non ha nulla a che vedere con la verità?
La filosofia che ha dimenticato la dimensione religiosa ha già dimenticato la verità.
Non produce conoscenza – di che? – ma altra filosofia. Quando è in forma di conoscenza è un adattamento, un transcript – come dal Libro degli amici.
Fotografia – È sempre beffarda, perché decontestualizza. Soprattutto la foto documentaria. Solo quella ricordo è reale, perché è privata.
Per la pubblicità è – come lo è – ok.
Movimento – Ritorna per il Sessantotto. È francese e sa di Heidegger. Ma il movimento è totalitario, fascista, nazista – non comunista, sovietico. Va con le masse: i gruppi che si vogliono masse.
Morte – La morte è poco filosofica: sempre si è nati, e si è vivi. A prova del con-trario il filosofo Antistene più volte tentò il suicidio, ma lo fallì. Il senso della fine è delle storie, ne romanzi, la politica, l’impresa, che sono un surrogato e non un quadro della realtà, e vanno coi premi e i primati. Il tempo è immortale, altrimenti non sarebbe. È un metronomo. Anzi, un pendolo: non accelera, indifferente. “Lo scopo della vita è la morte” e “il non essere esisteva prima dell’essere” sono di Freud - di chi altri sennò, la cultura del lutto. Che Heidegger avalla: “La storicità autentica è l’es-sere-per-la-morte”. Ma filosoficamente l’essere, la vita, esiste prima dell’esserci, qui e ora, e continua dopo la morte. Il dottor Freud dice bene: “Ogni essere muore necessariamente per cause interne”. La realtà entra in noi, che la realizziamo, molto prima di essere. Come presagio, desiderio, rovina - ma raccontare è utile, estrae il reale dall’irreale.
Non è la fine di ogni inizio ma il non poterlo fare più, un dispiacere. Un inconveniente, non un destino, anche se fatale – ma chissà.
Riso – A Dio mancherà. La celebre battuta, mentre condannava Adamo alla compagnia femminile e alla fatica, “ecco, l’uomo è divenuto uno di noi”, come un dio, la disse in uno sbocco d’ira. E dopo d’allora non ha più parlato – sì, a Mosè, ma Mosè era egiziano, non c’è da fidarsi.
Rivoluzione – Se ne avvalgono i mediocri, se ne avvantaggiano. Poi ce ne vuole prima che i belli-e-buoni riemergano.
Non ci sono poeti nelle rivoluzioni, né filosofi. Prima sì, e dopo, non durante.
È, si dice, lo strumento per eccellenza della politica. Invece la interrompe, come la guerra prima di Clausewitz, e dopo.
Sentimenti – I buoni sentimenti sono anche cattivi: il rapporto d’inclusione implica l’esclusione. Ci vulle forza d’animo e cultura per nutrire sentimenti equilibrati, cioè non esclusivi. Nei rapporti personali come in quelli sociali, e perfino in politica – il pacifismo che non sia critica del Nemico e lode dell’Amico.
Stupidità – Esiste, e più spesso è graziosa.
Senza Dio è la nostra fondamentale condizione. Tutta la filosofia è stupidità, non solo quella dello stupore, e la vita.
L’assenza di causalità è la stupidità – l’assenza di ragione logica.
Può essere gioiosa: fa della vita un fuoco fatuo.
Tecnica - È l’altro lato della guerra dell’homo faber. L’evoluzione selettiva da tempo ha portato l’uomo di fronte a un solo nemico, se stesso.
Tolleranza - È poter essere tollerati
Implica una majestas, una gerarchia morale.
Tradizione – Non vive se non è recuperata: la tradizione è un’invenzione. Si costruisce come la storia, lì per lì.
Utopia - È servile: fa sempre bene a qualcuno, mai a se stessi.
È fissazione dell’immaginario. Doppiamente pericolosa, a destra e a sinistra, poiché è sempre domanda di ordine. La caserma di Bismarck, luogo dell’ordine, e l’uguaglianza sono uguali.
zeulig@gmail.com
martedì 23 settembre 2008
lunedì 22 settembre 2008
Berlusconi nel "Corriere" e in Generali
Berlusconi entrerà nel patto di sindacato di Mediobanca, di cui già gode i privilegi. L’ingresso in Mediobanca è parte di un disegno ampio, e non è solo l’opera di Geronzi.
I Berlusconi in Mediobanca è la notizia di cui meno si parla sui grandi giornali, ma che occupa Milano. Marina è nel consiglio del “salotto buono” a titolo proprio, più che di socio di maggioranza del socio Mediolanum, per un armistizio che è quasi una pace. Ce l’ha portata Cesare Geronzi, il nuovo dominus della banca. A dispetto di Profumo. Ma con l’avallo di Bazoli. Nonché di Trieste, malgrado l’ennesimo conflitto d’interessi del presidente del consiglio, coproprietario di Mediolanum. E la neutralità di Tronchetti Provera, per quello che conta. Berlusconi in Mediobanca può farsi forte, oltre che di Geronzi, dei soci francesi.
L’effetto della pace sarà immediato sulla Rcs. Sul “Corriere della sera” in prima battuta – che anzi ha preceduto la svolta. In un secondo momento sulla casa editrice, specializzata nei best-seller antiberlusconiani. Nel tempo l’intesa si potrebbe allargare alle assicurazioni. Attraverso l’entrata di Mediolanum, di cui la Fininvest è socio di maggioranza col 35 per cento, nell’orbita di Generali. Oppure attraverso un disimpegno di Fininvest da Mediolanum e l’assunzione di una quota nel patto di controllo di Generali.
I Berlusconi in Mediobanca è la notizia di cui meno si parla sui grandi giornali, ma che occupa Milano. Marina è nel consiglio del “salotto buono” a titolo proprio, più che di socio di maggioranza del socio Mediolanum, per un armistizio che è quasi una pace. Ce l’ha portata Cesare Geronzi, il nuovo dominus della banca. A dispetto di Profumo. Ma con l’avallo di Bazoli. Nonché di Trieste, malgrado l’ennesimo conflitto d’interessi del presidente del consiglio, coproprietario di Mediolanum. E la neutralità di Tronchetti Provera, per quello che conta. Berlusconi in Mediobanca può farsi forte, oltre che di Geronzi, dei soci francesi.
L’effetto della pace sarà immediato sulla Rcs. Sul “Corriere della sera” in prima battuta – che anzi ha preceduto la svolta. In un secondo momento sulla casa editrice, specializzata nei best-seller antiberlusconiani. Nel tempo l’intesa si potrebbe allargare alle assicurazioni. Attraverso l’entrata di Mediolanum, di cui la Fininvest è socio di maggioranza col 35 per cento, nell’orbita di Generali. Oppure attraverso un disimpegno di Fininvest da Mediolanum e l’assunzione di una quota nel patto di controllo di Generali.
Si parla di fascismo per non dire sovietismo
Ritorna curiosa, ma sempre col suo surrettizio significato, la questione se l’Italia sia al fascismo. O con l’“eterno fascismo” degli italiani tirato in ballo da Piero Ignazi, collaboratore del “Sole 24 Ore”, sul n.3 del “Mulino” col saggio “La Destra trionfante”. Oppure con la questione del fascismo, se sia “male assoluto”. Entrambi gli aspetti li risolleva Paolo Mieli, lo storico direttore del “Corriere della sera”, pubblicando sabato 20 una scheda al vetriolo di Giuseppe Galasso sullo scritto avventurato di Ignazi, vecchio di cinque mesi, mentre nella pagina delle lettere il curatore Sergio Romano entra diretto nella questione del “fascismo male assoluto”. Espressione che fa risalire al viaggio di Fini a Gerusalemme, e quindi a un motivo politico continente, e dice “priva di qualsiasi rilevanza storica e un po’ troppo enfatica”. Portando a sostegno le considerazioni “contenute in una lettera di Norberto Bobbio al filosofo Augusto Del Noce del 18 gennaio 1980,… pubblicate in un numero della rivista "Micromega" dell'anno seguente” (la lettera è in realtà del 1989, la pubblicazione del 1990). Bobbio, esperto di scienza politica, e uomo prudente, vi si esprime contro l’assolutizzazione, del fascismo come della democrazia.
C’è un pizzico di irrisione nella polemica, in carattere con l’estrema autonomia intellettuale di Mieli. Ma è una polemica ambigua – ridicola - al quadrato: si vuole impedire al fascismo di essere fascismo? Il fascismo rivendica il totalitarismo.
C’è da sospettare quando s’imbordellisce l’attualità con la storia - Berlusconi è abbastanza Berlusconi per doverlo fare fascista. E' il seguito dell’equivalenza tra Resistenza e Salò? La convergenza di Violante e di Alemanno, per semplificare, si sa che è intesa al solito reciproco riconoscimento con assoluzione dei due totalitarismi. La verità dell’attualità sarebbe semplice: siamo tutti antifascisti, l’Italia si è vaccinata con il disastro della guerra, se non con l’abiezione delle persecuzioni. E allora?
Allora, il sospetto deve avanzarsi che si parla di fascismo e antifascismo per non parlare di sovietismo. Che l’Italia non ha cancellato. Il totalitarismo da cui ci dobbiamo difendere non è il fascismo ma il sovietismo, che è più spesso un mondo chiesastico, quando non è ex Pci: quello che non si vuol dire è che l’Italia è un paese sovietico per troppi aspetti.
In un saggio per la rivista di Assisi “Rocca”, anticipato sul sito di “Micromega”, Raniero La Valle argomenta che “certo il fascismo non tornerebbe con le camicie nere e l’olio di ricino (oggi si usano le spranghe), ma al di là delle forme, c’è un contenuto profondo del fascismo, un classismo ontologico, un’antropologia della disuguaglianza, una concezione esclusivista del potere, un primato della forza e, non ultimo, un culto del denaro, che fanno del fascismo un archetipo politico che sottende e può esplodere in qualsiasi società”. Tutto questo però non è fascismo, ha solo le stigmate del deprecato liberalismo.
Ma anche nel pensiero avulso di Assisi i punti di contatto dell’Italia di oggi col sovietismo dovrebbero risultare più numerosi e insidiosi che non quelli di La Valle col fascismo. L’inefficienza pubblica eletta a sistema e protetta dal sindacato, inclusa la giustizia, un mercato opaco, controllato nel solo interesse del capitale, un’informazione non veritiera (più di quella di Berlusconi, giacché esprime governi che perdono le elezioni), la strafottenza dei pubblici poteri, dalla spazzatura agli acquedotti, la minuta corruzione, dagli appalti all'orario di lavoro. Con un governo politico di destra ma con un apparato istituzionale, quello che assicura la continuità, sicuramente di sinistra: il presidente della Repubblica, i capi della Rai, della Corte Costituzionale, del Csm, di quasi tutte le autorità di controllo del mercato, della Banca d’Italia, delle banche, dell’editoria, del sindacato politico, una nomenklatura, una casta?, più spesso non edificante.
C’è un pizzico di irrisione nella polemica, in carattere con l’estrema autonomia intellettuale di Mieli. Ma è una polemica ambigua – ridicola - al quadrato: si vuole impedire al fascismo di essere fascismo? Il fascismo rivendica il totalitarismo.
C’è da sospettare quando s’imbordellisce l’attualità con la storia - Berlusconi è abbastanza Berlusconi per doverlo fare fascista. E' il seguito dell’equivalenza tra Resistenza e Salò? La convergenza di Violante e di Alemanno, per semplificare, si sa che è intesa al solito reciproco riconoscimento con assoluzione dei due totalitarismi. La verità dell’attualità sarebbe semplice: siamo tutti antifascisti, l’Italia si è vaccinata con il disastro della guerra, se non con l’abiezione delle persecuzioni. E allora?
Allora, il sospetto deve avanzarsi che si parla di fascismo e antifascismo per non parlare di sovietismo. Che l’Italia non ha cancellato. Il totalitarismo da cui ci dobbiamo difendere non è il fascismo ma il sovietismo, che è più spesso un mondo chiesastico, quando non è ex Pci: quello che non si vuol dire è che l’Italia è un paese sovietico per troppi aspetti.
In un saggio per la rivista di Assisi “Rocca”, anticipato sul sito di “Micromega”, Raniero La Valle argomenta che “certo il fascismo non tornerebbe con le camicie nere e l’olio di ricino (oggi si usano le spranghe), ma al di là delle forme, c’è un contenuto profondo del fascismo, un classismo ontologico, un’antropologia della disuguaglianza, una concezione esclusivista del potere, un primato della forza e, non ultimo, un culto del denaro, che fanno del fascismo un archetipo politico che sottende e può esplodere in qualsiasi società”. Tutto questo però non è fascismo, ha solo le stigmate del deprecato liberalismo.
Ma anche nel pensiero avulso di Assisi i punti di contatto dell’Italia di oggi col sovietismo dovrebbero risultare più numerosi e insidiosi che non quelli di La Valle col fascismo. L’inefficienza pubblica eletta a sistema e protetta dal sindacato, inclusa la giustizia, un mercato opaco, controllato nel solo interesse del capitale, un’informazione non veritiera (più di quella di Berlusconi, giacché esprime governi che perdono le elezioni), la strafottenza dei pubblici poteri, dalla spazzatura agli acquedotti, la minuta corruzione, dagli appalti all'orario di lavoro. Con un governo politico di destra ma con un apparato istituzionale, quello che assicura la continuità, sicuramente di sinistra: il presidente della Repubblica, i capi della Rai, della Corte Costituzionale, del Csm, di quasi tutte le autorità di controllo del mercato, della Banca d’Italia, delle banche, dell’editoria, del sindacato politico, una nomenklatura, una casta?, più spesso non edificante.
Il paradiso laico
L’aldilà laico non può essere, come per i credenti, tra paradiso e inferno. Non c’è colpa individuale ma concorso di cause. Né colpa totale e definitiva, senza una ragione e una possibilità di appello. È dunque in un’area indistinta, che non può peraltro trovarsi, per una coscienza materialista, in un altro mondo che questo. L’aldilà laico è piuttosto un aldiquà.
S’immagini dunque un’area compresa tra Piazza Colonna e Campo Marzio, a Roma naturalmente, il Pantheon e Piazza Navona. Un’area non grande, e priva delle suggestioni dell’urbanistica barocca che la città domina, con spazi sventrati e monumenti alla Boullée. Tristanzuola ultimamente, benché popolata di strafiche diurne e notturne, a caccia di uomini speciali in questa città di uomini, ultracinquantenni, rotondi, profumati alla lavanda, gli onorevoli, l’etica esimendole dopo Mani Pulite dal fare quelle cose lì per le quali erano disponibili, che dunque posano liberamente discinte e quasi sfatte come al risveglio, mentre gli onorevoli fingono di avere famiglia, anche se in genere al paese ce l’hanno.
Ma niente a Roma è senza suggestioni, l’etica inclusa, che è l’unico aldilà dei laici, specie nelle ore, tra le due e le cinque del mattino, in cui questo loro mondo si popola. Sono ore di silenzio e grandi spazi, che si popolano per modo di dire, i laici saranno tre o quattro, sarebbero ormai da zoo, sdegnosi peraltro, e riservati anche tra di loro. S’immagini dunque Spadolini, non più astretto alla dispepsia della pasta e fagioli della Colonna Antonina, e anzi liberato da ogni obbligo di continenza, Sartori, Scalfari, Salvemini, più un paio di altri anonimi, non cominciando per esse. L’iniziale è privilegiata in quanto sa di sapiente e sulfureo, se non di satanico. Di sdegno, quale i tempi esigono – o tempora o mores. Anche se, qualcuno, di nostalgia segreta del paradiso vero delle urì che ha cancellato.
Non sono i soli. Altri gruppi popolano l’aldilà laico, benché sempre scarsamente, composti da personalità estrose e non inquiete, ognuno dei quali celebra per sé, in gruppo e individualmente, proprie specialistime virtù, Gobetti, Longanesi, Montanelli, Ottone, Pannunzio, le lettere centrali dell’alfabeto. In ottime stoffe inglesi, con tagli da sartoria, dritti su solide Oxford brownies. Celebrano discreti ma soddisfatti, come il libertinismo comodo del loro giornalismo.
Un tempio si riserva agli ospiti vaghi della fraternità cosmopolita. Vengono fuori dai palazzi limitrofi, Farnese, Massimo, la terrazza del Valle, uno alla volta, quasi rappresentassero in modesta solennità le rispettive nazioni. La Francia si traveste da sirena, e musiche flautate sembrano aleggiarle sul capo. L’America, anche se femmina, in vesti da vaccaro texano benché rifinite a Savile Road, amichevole ma indifferente, distratta dal governo del mondo, totalitario benché laico e democratico – è il problema della quadratura del cerchio, problema filosofico benché politico. Incalcolabili invece si aggirano a frotte, da ogni dove provenienti, il Chianti, il Salento, i più vecchi dalla Riviera, i famosi liberali inglesi, che spesso sono scozzesi, molti in età, inossidabili, indistruttibili, protetti forse dal vino, per il quale soltanto apprezzano l’Italia, all’ombra del “Guardian”, dell’“Economist” e del “Financial Times”.
Ma è un mondo ultimamente animato, se non preoccupato, per due arrivi incombenti. Uno è Berlusconi. Che è una lettera nuova, è milanese, si vanta quindi dei soldi fatti, dice le barzellette, ed è pieno di figli, ma si vuole liberale, e possiede quasi tutte le case editrici, quelle che più vendono. L’altro è il papa in persona, per la nuova teologia, che, dopo il pastore Bonhoeffer, vuole prendersi con Dio pure il mondo. È l’ultima novità che le buonanime – anche se ben viventi, beninteso – avrebbero mai immaginato. Tanto più che il papa Ratzinger è tedesco, e uno che per venticinque anni ha diretto il Sant’Uffizio, il tribunale di Galileo, Giordano Bruno e gli altri spiriti liberi, alcuni dei quali ha bruciato.
L’idea di alzare un muro, in questa città notturna, com’è la moda dopo Israele al tempo di Sharon, è stata rigettata perché ricorda il ghetto, anatema per i laici, e l’aborrito paradiso cristiano con le chiavi di san Pietro, che poi è il papa. Anche l’idea d’istituire la cooptazione – entra chi viene chiamato – è stata rigettata, in linea con l’aborrita Bossi-Fini. Si vivacchia per questo nell’inquietudine, scongiurando nell’intimo l’inevitabile: augurando lunga vita cioè a Berlusconi nell’etere e a Ratzinger nel Vaticano, se non l’immortalità. E nella costernazione, i nemici aborriti sapendo, non sapendolo, anch’essi prossimi al crollo, boccheggianti per interna implosione. Tutto è polvere, nel paradiso laico.
S’immagini dunque un’area compresa tra Piazza Colonna e Campo Marzio, a Roma naturalmente, il Pantheon e Piazza Navona. Un’area non grande, e priva delle suggestioni dell’urbanistica barocca che la città domina, con spazi sventrati e monumenti alla Boullée. Tristanzuola ultimamente, benché popolata di strafiche diurne e notturne, a caccia di uomini speciali in questa città di uomini, ultracinquantenni, rotondi, profumati alla lavanda, gli onorevoli, l’etica esimendole dopo Mani Pulite dal fare quelle cose lì per le quali erano disponibili, che dunque posano liberamente discinte e quasi sfatte come al risveglio, mentre gli onorevoli fingono di avere famiglia, anche se in genere al paese ce l’hanno.
Ma niente a Roma è senza suggestioni, l’etica inclusa, che è l’unico aldilà dei laici, specie nelle ore, tra le due e le cinque del mattino, in cui questo loro mondo si popola. Sono ore di silenzio e grandi spazi, che si popolano per modo di dire, i laici saranno tre o quattro, sarebbero ormai da zoo, sdegnosi peraltro, e riservati anche tra di loro. S’immagini dunque Spadolini, non più astretto alla dispepsia della pasta e fagioli della Colonna Antonina, e anzi liberato da ogni obbligo di continenza, Sartori, Scalfari, Salvemini, più un paio di altri anonimi, non cominciando per esse. L’iniziale è privilegiata in quanto sa di sapiente e sulfureo, se non di satanico. Di sdegno, quale i tempi esigono – o tempora o mores. Anche se, qualcuno, di nostalgia segreta del paradiso vero delle urì che ha cancellato.
Non sono i soli. Altri gruppi popolano l’aldilà laico, benché sempre scarsamente, composti da personalità estrose e non inquiete, ognuno dei quali celebra per sé, in gruppo e individualmente, proprie specialistime virtù, Gobetti, Longanesi, Montanelli, Ottone, Pannunzio, le lettere centrali dell’alfabeto. In ottime stoffe inglesi, con tagli da sartoria, dritti su solide Oxford brownies. Celebrano discreti ma soddisfatti, come il libertinismo comodo del loro giornalismo.
Un tempio si riserva agli ospiti vaghi della fraternità cosmopolita. Vengono fuori dai palazzi limitrofi, Farnese, Massimo, la terrazza del Valle, uno alla volta, quasi rappresentassero in modesta solennità le rispettive nazioni. La Francia si traveste da sirena, e musiche flautate sembrano aleggiarle sul capo. L’America, anche se femmina, in vesti da vaccaro texano benché rifinite a Savile Road, amichevole ma indifferente, distratta dal governo del mondo, totalitario benché laico e democratico – è il problema della quadratura del cerchio, problema filosofico benché politico. Incalcolabili invece si aggirano a frotte, da ogni dove provenienti, il Chianti, il Salento, i più vecchi dalla Riviera, i famosi liberali inglesi, che spesso sono scozzesi, molti in età, inossidabili, indistruttibili, protetti forse dal vino, per il quale soltanto apprezzano l’Italia, all’ombra del “Guardian”, dell’“Economist” e del “Financial Times”.
Ma è un mondo ultimamente animato, se non preoccupato, per due arrivi incombenti. Uno è Berlusconi. Che è una lettera nuova, è milanese, si vanta quindi dei soldi fatti, dice le barzellette, ed è pieno di figli, ma si vuole liberale, e possiede quasi tutte le case editrici, quelle che più vendono. L’altro è il papa in persona, per la nuova teologia, che, dopo il pastore Bonhoeffer, vuole prendersi con Dio pure il mondo. È l’ultima novità che le buonanime – anche se ben viventi, beninteso – avrebbero mai immaginato. Tanto più che il papa Ratzinger è tedesco, e uno che per venticinque anni ha diretto il Sant’Uffizio, il tribunale di Galileo, Giordano Bruno e gli altri spiriti liberi, alcuni dei quali ha bruciato.
L’idea di alzare un muro, in questa città notturna, com’è la moda dopo Israele al tempo di Sharon, è stata rigettata perché ricorda il ghetto, anatema per i laici, e l’aborrito paradiso cristiano con le chiavi di san Pietro, che poi è il papa. Anche l’idea d’istituire la cooptazione – entra chi viene chiamato – è stata rigettata, in linea con l’aborrita Bossi-Fini. Si vivacchia per questo nell’inquietudine, scongiurando nell’intimo l’inevitabile: augurando lunga vita cioè a Berlusconi nell’etere e a Ratzinger nel Vaticano, se non l’immortalità. E nella costernazione, i nemici aborriti sapendo, non sapendolo, anch’essi prossimi al crollo, boccheggianti per interna implosione. Tutto è polvere, nel paradiso laico.
venerdì 19 settembre 2008
Camorra crudele contro tutti i paradigmi
La strage di Castelvolturno conferma molte evidenze disattese dei fenomeni di mafia, nonché la disinformazione (i morti sono sei o sette, sono nigeriani o ghanaiani, sono appena arrivati o vecchi residenti?), l’approssimazione (sono spacciatori, trafficanti, magnaccia? non sono la stessa cosa), l’irrilevanza degli apparati repressivi, per impotenza, incapacità, menefreghismo, burocraticismo, basta sentire il questore o il prefetto. Queste cose però si sanno. Non si dicono – c’entra pure la superficialità dei media, ma tutti le “sanno”.
L’evidenza che sconvolge i paradigmi mafiosi ha almeno tre aspetti:
1) Le mafie non hanno – sono – il controllo del territorio. Che ci fanno tanti “negri” in casa della camorra, lontani migliaia di chilometri dalla loro casa e da ogni organizzazione, se non sono, come evidentemente non sono, killer o gente di fatica? Prima dei neri gli albanesi sono stati sparati, anch’essi a caso. Si spara a caso non per dare una lezione al mondo, ma per riaffermare la propria presenza. Il kalashnikof attesta la mancanza del controllo.
2) Tra le mafie ci saranno convegni ma non ci sono concertazioni, e tanto meno votazioni, come nell’infame letteratura della mafia siciliana dopo “Il Padrino”. L’unica argomentazione è il piombo.
3) Le polizie sono inette. Non tanto per Castelvolturno, se è stata una sparatoria selvaggia nel mucchio. Ma non solo non sanno chi sono i morti, non sapevano che giravano armi e gruppi di fuoco da carneficina, contro gli albanesi come contro gli africani. Le mafie più deboli, quelle immigrate, senza basi, senza logistica, senza le asserite coperture, di albanesi, slavi, rumeni, rom, nigeriani, ghanaiani, cinesi, sono ignote. Di essi non potendosi nemmeno dire che li protegge l’omertà.
Ranieri Barbacciani-Fedeli, Saggio storico dell’antica e moderna Versilia, Libreria Giannelli, Forte dei Marmi, pp.321 + XC, € 10
L’evidenza che sconvolge i paradigmi mafiosi ha almeno tre aspetti:
1) Le mafie non hanno – sono – il controllo del territorio. Che ci fanno tanti “negri” in casa della camorra, lontani migliaia di chilometri dalla loro casa e da ogni organizzazione, se non sono, come evidentemente non sono, killer o gente di fatica? Prima dei neri gli albanesi sono stati sparati, anch’essi a caso. Si spara a caso non per dare una lezione al mondo, ma per riaffermare la propria presenza. Il kalashnikof attesta la mancanza del controllo.
2) Tra le mafie ci saranno convegni ma non ci sono concertazioni, e tanto meno votazioni, come nell’infame letteratura della mafia siciliana dopo “Il Padrino”. L’unica argomentazione è il piombo.
3) Le polizie sono inette. Non tanto per Castelvolturno, se è stata una sparatoria selvaggia nel mucchio. Ma non solo non sanno chi sono i morti, non sapevano che giravano armi e gruppi di fuoco da carneficina, contro gli albanesi come contro gli africani. Le mafie più deboli, quelle immigrate, senza basi, senza logistica, senza le asserite coperture, di albanesi, slavi, rumeni, rom, nigeriani, ghanaiani, cinesi, sono ignote. Di essi non potendosi nemmeno dire che li protegge l’omertà.
Ranieri Barbacciani-Fedeli, Saggio storico dell’antica e moderna Versilia, Libreria Giannelli, Forte dei Marmi, pp.321 + XC, € 10
Il patetico del romantico in Heidegger
È in questi due “racconti” di un incontro, pubblicati nel 1958 e nel 1961, che Guitton, il filosofo cattolico della Sorbona, allievo di Bergson e maestro di Althusser, accademico, amico di Giovanni XXIII e Paolo VI ma germanofilo, pensatore con uso di mondo, mette Heidegger in prospettiva: Franz Brentano da una parte, il maestro di Husserl, catalogatore degli Enti in Aristotele, e dall’altro la poesia, col patetico del romantico.
La prefazione di Riccardo De Benedetti è più vivace, che repertoria un “nuovo genere letterario, il «ritratto di filosofo in foresta»”. Ma per demolire la pubblicazione insieme con lo Heidegger nazista. Rendendo inavvertitamente inutile, e anzi demolendo, forte dei feroci Löwith e Bernhard, delle rudi biografie di Ott, Farias, Faye, nonché certo della nudità costernante degli epistolari con la moglie Elfride e le amanti Arendt e Blochmann, la splendida riverente lettura che il visitatore ne fa. Forse l’Olocausto va situato nella storia, e non tutta la storia rifatta dall’Olocausto.
I 108 volumi del tutto Heidegger sono qui, nello “splendore del linguaggio”, il guizzo guittoniano: “Se c’è verità nella esegesi di Heidegger, è di dare un nuovo significato all’apparenza, a quel «sembra che», quel dokein così frequente nei greci, e al quale noi lasciamo a torto il significato ristretto di «ombra», «riflesso», illusione, mentre ciò che appare è il vapore umido, il fiato, che avvolge l’essere – la sua irradiazione e, come dice la Sapienza della Bibbia greca, il suo splendore”. La “visita” si risolve nella biblioteca. Con i greci “senza l’involucro delle glosse”, l’Iliade, Sofocle, Pindaro, Eschilo, “Saffo perfino”. E con tanta poesia, francese e tedesca, Valéry, Nerval, Baudelaire, Mallarmé, Novalis, Rilke, George e, troneggiante in edizione di lusso, Hölderlin – senza Goethe. Erano gli anni di "Eraclito", anche se Guitton non lo menziona, del seminario con Fink così pieno di "vapori" e patetismi.
Del filosofo l’immagine di Guitton è più veritiera, benché l’uomo fosse del suo tempo e certo nazista. Nel suo dialogo diretto con i greci, con l’ambizione di “scoprire i greci prima di Platone”. Perché i presocratici egli – e Guitton, e la filosofia europea – ritiene l’inizio, il “sorgere delle cose e del pensiero strettamente uniti”. Se c’è da fare un’obiezione è a questa alba. A una filologia corta, eurocentrica - un tempo si sarebbe detto occidentale.
Jean Guitton, Visita a Heidegger, Medusa, pp. 60. € 8.
La prefazione di Riccardo De Benedetti è più vivace, che repertoria un “nuovo genere letterario, il «ritratto di filosofo in foresta»”. Ma per demolire la pubblicazione insieme con lo Heidegger nazista. Rendendo inavvertitamente inutile, e anzi demolendo, forte dei feroci Löwith e Bernhard, delle rudi biografie di Ott, Farias, Faye, nonché certo della nudità costernante degli epistolari con la moglie Elfride e le amanti Arendt e Blochmann, la splendida riverente lettura che il visitatore ne fa. Forse l’Olocausto va situato nella storia, e non tutta la storia rifatta dall’Olocausto.
I 108 volumi del tutto Heidegger sono qui, nello “splendore del linguaggio”, il guizzo guittoniano: “Se c’è verità nella esegesi di Heidegger, è di dare un nuovo significato all’apparenza, a quel «sembra che», quel dokein così frequente nei greci, e al quale noi lasciamo a torto il significato ristretto di «ombra», «riflesso», illusione, mentre ciò che appare è il vapore umido, il fiato, che avvolge l’essere – la sua irradiazione e, come dice la Sapienza della Bibbia greca, il suo splendore”. La “visita” si risolve nella biblioteca. Con i greci “senza l’involucro delle glosse”, l’Iliade, Sofocle, Pindaro, Eschilo, “Saffo perfino”. E con tanta poesia, francese e tedesca, Valéry, Nerval, Baudelaire, Mallarmé, Novalis, Rilke, George e, troneggiante in edizione di lusso, Hölderlin – senza Goethe. Erano gli anni di "Eraclito", anche se Guitton non lo menziona, del seminario con Fink così pieno di "vapori" e patetismi.
Del filosofo l’immagine di Guitton è più veritiera, benché l’uomo fosse del suo tempo e certo nazista. Nel suo dialogo diretto con i greci, con l’ambizione di “scoprire i greci prima di Platone”. Perché i presocratici egli – e Guitton, e la filosofia europea – ritiene l’inizio, il “sorgere delle cose e del pensiero strettamente uniti”. Se c’è da fare un’obiezione è a questa alba. A una filologia corta, eurocentrica - un tempo si sarebbe detto occidentale.
Jean Guitton, Visita a Heidegger, Medusa, pp. 60. € 8.
Quando il “Sud” era al Nord
Non fosse per i luoghi, le donne che popolano questo libro e ciò che dicono si direbbe che vengono da un altro mondo.
“Allora per sposarsi usava «scappare», perché c’era miseria”. Il matrimonio si poteva così celebrare di mattina presto, senza vestito bianco, seguito da una bevuta per i soli familiari.
“Quando i due giovani ricevevano il benestare della famiglia, gli era permesso di «fare l’amore» a distanza: lei alla finestra e lui a passeggiare sotto, su e giù nella strada”.
“Quando una ragazza, pur se ignorante o ingenua, restava incinta ed era rifiutata dal suo s seduttore, tutte le colpe si riversavano su di lei. Ma il danno maggiore, all’epoca, ricadeva sulle spalle dei genitori e dell’intera famiglia. Tutta la famiglia era disonorata”.
Ma non è il “profondo Sud”. Sono le donne del Forno e degli altri paesi sopra Massa e sotto le Apuane, in tragica necessaria diaspora attraverso i monti con la Garfagnana e l’Appennino tosco-emiliano negli anni della fame, tra il 1943 e il 1946, per cercare la farina di castagne, l’unico nutrimento, che si raccontano. Tanti stilemi del Sud sono quelli della vita isolata, comunque povera, più spesso di montagna, della storia italiana fino a prima del boom. C’è anche l’omertà, “una componente molto diffusa tra la gente di montagna”, avvertono le autrici: “Sapevamo tutto di tutti, anche di faccende intime. Questo è un aspetto che ancora oggi è rimasto nei paesi di montagna. Però, se c’era da tenere un segreto, le bocche erano veramente cucite”.
Si conferma senza intenzione, nel fatto, che il “Sud” è una maniera. Un’invenzione, non benevola, benché a opera di storici e sociologi meridionali o meridionaleggianti: storie non documentate, sociologia d’accatto. Le testimonianze di questa raccolta si collocano peraltro in un assetto familiare e sociale distintamente, malgrado la fatica, la figliolanza, il matrimonio più o meno forzato, matriarcale. Mentre il “Sud” è ancora alla dipendenza, benché le sue donne abbiano vinto il referendum per il divorzio già nel lontano 1974, dopo avere imposto per secoli ai maschi il delitto d'onore e le faide – il “Sud” è all'evidenza una cattiva azione.
Quanto alla ricerca che ha impegnato Anna Maria Fruzzetti e Rossana Landini, è solida opera di storia orale. Un lampo documentando, con competenza narrativa e abilità, di Alberto Savinio in un articolo per il "Corriere della sera" del 26 agosto 1949 ("Senza mare davanti l'intelligenza non camina"): "Qui, sulle spiagge della Versilia, terminata la guerra, la gente non aveva lavoro, non aveva da mangiare, ma il mare l'aveva ancora: e si misero a fare sale". Al mare, di notte, al caldo e al freddo, malvestiti o non vestiti, bruciavano tutto ciò che si poteva bruciare (anche le imposte della casa di Savinio al Poveromo) e bollendo l'acqua di mare ne ricavano un po' di sale, che con traversate a piedi di due e tre giorni, anche al gelo, fino alla Garfagnana scambiavano con la farina di castagno, che era l'unico alimento.
Anna Maria Fruzzetti, con Rossana Lazzini, Maria ha detto sì… Le donne si raccontano, Memoranda, pp.104, € 13
“Allora per sposarsi usava «scappare», perché c’era miseria”. Il matrimonio si poteva così celebrare di mattina presto, senza vestito bianco, seguito da una bevuta per i soli familiari.
“Quando i due giovani ricevevano il benestare della famiglia, gli era permesso di «fare l’amore» a distanza: lei alla finestra e lui a passeggiare sotto, su e giù nella strada”.
“Quando una ragazza, pur se ignorante o ingenua, restava incinta ed era rifiutata dal suo s seduttore, tutte le colpe si riversavano su di lei. Ma il danno maggiore, all’epoca, ricadeva sulle spalle dei genitori e dell’intera famiglia. Tutta la famiglia era disonorata”.
Ma non è il “profondo Sud”. Sono le donne del Forno e degli altri paesi sopra Massa e sotto le Apuane, in tragica necessaria diaspora attraverso i monti con la Garfagnana e l’Appennino tosco-emiliano negli anni della fame, tra il 1943 e il 1946, per cercare la farina di castagne, l’unico nutrimento, che si raccontano. Tanti stilemi del Sud sono quelli della vita isolata, comunque povera, più spesso di montagna, della storia italiana fino a prima del boom. C’è anche l’omertà, “una componente molto diffusa tra la gente di montagna”, avvertono le autrici: “Sapevamo tutto di tutti, anche di faccende intime. Questo è un aspetto che ancora oggi è rimasto nei paesi di montagna. Però, se c’era da tenere un segreto, le bocche erano veramente cucite”.
Si conferma senza intenzione, nel fatto, che il “Sud” è una maniera. Un’invenzione, non benevola, benché a opera di storici e sociologi meridionali o meridionaleggianti: storie non documentate, sociologia d’accatto. Le testimonianze di questa raccolta si collocano peraltro in un assetto familiare e sociale distintamente, malgrado la fatica, la figliolanza, il matrimonio più o meno forzato, matriarcale. Mentre il “Sud” è ancora alla dipendenza, benché le sue donne abbiano vinto il referendum per il divorzio già nel lontano 1974, dopo avere imposto per secoli ai maschi il delitto d'onore e le faide – il “Sud” è all'evidenza una cattiva azione.
Quanto alla ricerca che ha impegnato Anna Maria Fruzzetti e Rossana Landini, è solida opera di storia orale. Un lampo documentando, con competenza narrativa e abilità, di Alberto Savinio in un articolo per il "Corriere della sera" del 26 agosto 1949 ("Senza mare davanti l'intelligenza non camina"): "Qui, sulle spiagge della Versilia, terminata la guerra, la gente non aveva lavoro, non aveva da mangiare, ma il mare l'aveva ancora: e si misero a fare sale". Al mare, di notte, al caldo e al freddo, malvestiti o non vestiti, bruciavano tutto ciò che si poteva bruciare (anche le imposte della casa di Savinio al Poveromo) e bollendo l'acqua di mare ne ricavano un po' di sale, che con traversate a piedi di due e tre giorni, anche al gelo, fino alla Garfagnana scambiavano con la farina di castagno, che era l'unico alimento.
Anna Maria Fruzzetti, con Rossana Lazzini, Maria ha detto sì… Le donne si raccontano, Memoranda, pp.104, € 13
Alitalia e il governo controriformista
È una scommessa contro il banco, il governo: non c’è ipocrisia nella vicenda Alitalia, ognuno gioca scopertamente. Il personale di volo Alitalia è sempre lo stesso, un pezzo di Stato, inefficiente e strafottente, burocrati sicuri del posto. Mentre la Cgil di Epifani, che non è rappresentata in Alitalia, dichiara scopertamente il suo scopo. Gli acquirenti non hanno nulla da cedere nella trattativa, e qualcuno anzi crede ora sul serio che l’azienda è un bidone. Tocca dunque al governo fare concessioni: accollarsi ulteriori costi del salvataggio, con migliori ammortizzatori e altri reinserimenti.
Si tratta solo di trovare la maniera per farlo indolore. Né gli acquirenti né i sindacati che erano pronti alla firma firmeranno nulla di diverso. Anche il governo avrà problemi a giustificare ulteriori esborsi, di fronte all’opinione e alla Ue. Ci sarà quindi la solita partita di lana caprina. Ma l’esito politico è già chiaro: è una palla alzata a favore di Berlusconi e contro la riforma della Pubblica Amministrazione.
L’eterno furbo Colaninno potrebbe ancora scartare. Ma non più di quanto ha già fatto nel gioco di specchi con la Cgil: resterebbe allora fuori da tutti i giochi, con la Vespa che non riesce a rilanciare. I Colaninno sono in corsa per accreditarsi gli imprenditori principi della sinistra, essendo finito evidentemente il credito acquisito dieci anni fa con l’insider su Telecom. Ma nessun partito vorrà essere sponsor di un plurifallimento. Né le banche amiche potrebbero sostenerlo una terza volta, se con Alitalia fa il bis di Telecom. E d'altra parte i Colaninno non sono un asset politico, il miracolo di Telecom è irripetibile.
Epifani si difende con eleganza: non potevamo firmare contro i piloti e il personale di volo. Ma è la stessa cosa che difendere i “fannulloni” statali - gli abusi del personale di volo Alitalia non sono nient’altro: guardando in tv le spensierate hostess che sghignazzano mentre i licenziati della Lehman impacchettano mesti a non pochi sarà venuta la revulsione, se non erano clienti Alitalia. Anche per questo il referente politico di Epifani, Veltroni, si defila in America. La partita politica è stata già giocata d’anticipo da Berlusconi con l’accusa del tanto peggio tanto meglio. E quando gli scansafatiche Alitalia avranno ottenuto il quid in più per la loro spensieratezza, il punto sarà suo.
È bensì vero che, non lasciando fallire Alitalia, Berlusconi avrà perduto d’anticipo la partita per l’efficienza della Pubblica Amministrazione. Che non è da poco: il riformista Brunetta è, dopo l’abolizione dell’Ici, la prima fonte di popolarità del governo, più delle intemperanti Gelmini e Carfagna. Ma non è detto che questo governo debba essere riformista - se non per gli ex socialisti, uno dei quali è Brunetta. Il governo è stato votato ed è popolare per essere controriformista – ma anche Epifani allora lo è.
Si tratta solo di trovare la maniera per farlo indolore. Né gli acquirenti né i sindacati che erano pronti alla firma firmeranno nulla di diverso. Anche il governo avrà problemi a giustificare ulteriori esborsi, di fronte all’opinione e alla Ue. Ci sarà quindi la solita partita di lana caprina. Ma l’esito politico è già chiaro: è una palla alzata a favore di Berlusconi e contro la riforma della Pubblica Amministrazione.
L’eterno furbo Colaninno potrebbe ancora scartare. Ma non più di quanto ha già fatto nel gioco di specchi con la Cgil: resterebbe allora fuori da tutti i giochi, con la Vespa che non riesce a rilanciare. I Colaninno sono in corsa per accreditarsi gli imprenditori principi della sinistra, essendo finito evidentemente il credito acquisito dieci anni fa con l’insider su Telecom. Ma nessun partito vorrà essere sponsor di un plurifallimento. Né le banche amiche potrebbero sostenerlo una terza volta, se con Alitalia fa il bis di Telecom. E d'altra parte i Colaninno non sono un asset politico, il miracolo di Telecom è irripetibile.
Epifani si difende con eleganza: non potevamo firmare contro i piloti e il personale di volo. Ma è la stessa cosa che difendere i “fannulloni” statali - gli abusi del personale di volo Alitalia non sono nient’altro: guardando in tv le spensierate hostess che sghignazzano mentre i licenziati della Lehman impacchettano mesti a non pochi sarà venuta la revulsione, se non erano clienti Alitalia. Anche per questo il referente politico di Epifani, Veltroni, si defila in America. La partita politica è stata già giocata d’anticipo da Berlusconi con l’accusa del tanto peggio tanto meglio. E quando gli scansafatiche Alitalia avranno ottenuto il quid in più per la loro spensieratezza, il punto sarà suo.
È bensì vero che, non lasciando fallire Alitalia, Berlusconi avrà perduto d’anticipo la partita per l’efficienza della Pubblica Amministrazione. Che non è da poco: il riformista Brunetta è, dopo l’abolizione dell’Ici, la prima fonte di popolarità del governo, più delle intemperanti Gelmini e Carfagna. Ma non è detto che questo governo debba essere riformista - se non per gli ex socialisti, uno dei quali è Brunetta. Il governo è stato votato ed è popolare per essere controriformista – ma anche Epifani allora lo è.
Ombre - 5
Le banche centrali occidentali mettono giovedì 18 duecento miliardi in Borsa, il governo americano annuncia un fondo di solide obbligazioni del Tesoro contro i debiti emergenti della speculazione a lungo termine sui mutui, le Borse reagiscono con rimbalzi del 4 e 5 per cento. Ma tutto questo non fa notizia per i telegiornali e la stampa. In aggiunta all’Alitalia, hanno altri argomenti di maggiore interesse: i sans papiers alla Tour Eiffel, la Guzzanti, Mediobanca. Il “Corriere della sera”, che per la crisi finanziaria ha una pagina interna, per la governance di Mediobanca ne ha due e mezza.
Uccide la propria bambina con un colpo alla nuca. Dopo averla presa a scuola, portata in un parco, e averla fatta inginocchiare. Poi la chiude nel bagagliaio dell’auto. Per una forma, si dice, di depressione.
Si parla di depressione per avere cancellato la categoria della follia. La quale ha certo provocato la follia dei manicomi. Ma consentiva di controllare e anche prevenire la violenza. La categoria andava quindi riformata e non abolita. Ma la psichiatria trova più comoda la depressione: la avvicina alla terapia soft, analitica, e apre un big business.
Giovanna Marini fa un concerto sabato 20 a Massa, con la bamda popolare della scuola di musica di Testaccio, la prima del genere, ha già trent’anni, al teatro comunale Guglielmi, gratuito. “La Nazione” di Massa ne parla, “Il Tirreno” no, il quotidiano impegnato. Ha cinque pagine di cronaca di Massa, e altre cinque, che non sa come riempire, di spettacoli, ma niente. Giovanna Marini è di Rifondazione? O è democratica dissidente? Il sindaco di Massa Pucci, cui il teatro Guglielmi fa capo, è anch’egli un dissidente, si è fatto eleggere contro il candidato ufficiale del Partito.
Il premio Forte dei Marmi va quest’anno a Michele Santoro per “Annozero”. È un premo alla satira. È “Annozero” televisione satirica?
Il premio si festeggia alla Capannina di Franceschi, luogo di ritrovo delle figlie della buona borghesia.
Si arrestano in Toscana e amministratori comunali e imprenditori della segnaletica stradale. Che d’accordo, e a percentuale, tarano difettosamente gli autovelox e i semafori T-Red. Per “tassare” gli automobilisti. Non di poco: i comuni interessati fanno “fatturati” di milioni di euro con un solo autovelox o un T-Red, l’anno.
Ma non è tutto. “Il Tirreno” non dice di che colore sono le giunte incriminate – di sinistra.
Da Lido di Camaiore a Marina di Massa, una trentina di chilometri, il lungomare è servito ai due lati da larghe piste ciclabili, ben pavimentate, ben segnalate e protette. Ma i ciclisti vanno tutti sulla strada. Tutti no, quattro su cinque, escluse cioè le mamme coi bambini.
Viene D’Alema a Carrara, al festival Con-vivere, dove la folla riempie il corso Rosselli per ascoltarlo, e troneggia. Schernisce, sghignazza, dice la sua con degnazione. Non è un caso, è suo vezzo costante, da Floris, o da Vespa. Come se avesse vinto lui nel 1998, nel 2000, nel 2001, nel 2006, nel 2008. Con la sua superiore cognizione di tutto, degli elettori e degli affari internazionali, la speculazione delle banche, il Libano e l’Iran, Gheddafi e Osama. Dove trova tanta sicumera? Nel centralismo democratico: sono il capo e quindi il migliore.
Anche quella folla che non lascia la sedia nel viale malgrado i reumatismi: vuol’essere confermata, che il capo ha sempre ragione.
L’europarlamentare Donnici presenta a Strasburgo un’interrogazione contro la giunta Loiero alla Regione Calabria, che spende otto milioni come sponsor delle Nazionali di calcio fino al 2010, e si merita per questo mezza pagina del “Corriere della sera”. L’onorevole cosentino, dell’Italia dei valori, ex della lista Occhetto, ha dei conti da regolare col suo schieramento, quello di Loiero, la sua denuncia della Regione Calabria alla Commissione europea può non stupire. Ma il “Corriere della sera”?
Al Sud non succede niente che non faccia scandalo grave. Anche se il denunciante è l’onorevole Donnici.
Il ”Corriere della sera” impagina domenica 7 il “travaglio di Epifani” attorno a due modelle che sembrano manichini. È la stessa impressione che dà l’amletico segretario della Cgil, confrontato dal legame salario-produttività. La Cgil non è contro, la Cgil è realista, moderna, eccetera. Ma che una parte del salario sia legato alla produttività, e magari detassato, e ogni lavoratore ci ambisca, questo no: dove finisce allora il controllo del sindacato sul lavoratore? Perché di questo si tratta, a questo s’è ridotta la Cgil.
Lady Ciccone, Madonna Ciccone, “Repubblica” e “Corriere” e “Messaggero” fanno a gara nell’esibire per la star la connotazione diminutiva, di figlia di emigranti, per di più meridionali. Non per la concorrenza, perché tutti i giornali ne magnificano il concerto, danno indicazioni per gli accessi, trovano i biglietti esauriti. Disprezzo della donna? Sì – quanta passione invece per Celentano, negli stessi giornali negli stessi giorni. Ma a opera di giornaliste femmine. Disprezzo per l’emigrazione pulciosa del Sud. Certo, ma a opera magari di giornalisti meridionali. È la stupidità che regge l’Italia. Che se cerca un primato ce l’ha: è la democrazia totalitaria della stupidità, che sempre è violenta. Non la superficialità: proprio la cattiveria degli straccioni.
Uccide la propria bambina con un colpo alla nuca. Dopo averla presa a scuola, portata in un parco, e averla fatta inginocchiare. Poi la chiude nel bagagliaio dell’auto. Per una forma, si dice, di depressione.
Si parla di depressione per avere cancellato la categoria della follia. La quale ha certo provocato la follia dei manicomi. Ma consentiva di controllare e anche prevenire la violenza. La categoria andava quindi riformata e non abolita. Ma la psichiatria trova più comoda la depressione: la avvicina alla terapia soft, analitica, e apre un big business.
Giovanna Marini fa un concerto sabato 20 a Massa, con la bamda popolare della scuola di musica di Testaccio, la prima del genere, ha già trent’anni, al teatro comunale Guglielmi, gratuito. “La Nazione” di Massa ne parla, “Il Tirreno” no, il quotidiano impegnato. Ha cinque pagine di cronaca di Massa, e altre cinque, che non sa come riempire, di spettacoli, ma niente. Giovanna Marini è di Rifondazione? O è democratica dissidente? Il sindaco di Massa Pucci, cui il teatro Guglielmi fa capo, è anch’egli un dissidente, si è fatto eleggere contro il candidato ufficiale del Partito.
Il premio Forte dei Marmi va quest’anno a Michele Santoro per “Annozero”. È un premo alla satira. È “Annozero” televisione satirica?
Il premio si festeggia alla Capannina di Franceschi, luogo di ritrovo delle figlie della buona borghesia.
Si arrestano in Toscana e amministratori comunali e imprenditori della segnaletica stradale. Che d’accordo, e a percentuale, tarano difettosamente gli autovelox e i semafori T-Red. Per “tassare” gli automobilisti. Non di poco: i comuni interessati fanno “fatturati” di milioni di euro con un solo autovelox o un T-Red, l’anno.
Ma non è tutto. “Il Tirreno” non dice di che colore sono le giunte incriminate – di sinistra.
Da Lido di Camaiore a Marina di Massa, una trentina di chilometri, il lungomare è servito ai due lati da larghe piste ciclabili, ben pavimentate, ben segnalate e protette. Ma i ciclisti vanno tutti sulla strada. Tutti no, quattro su cinque, escluse cioè le mamme coi bambini.
Viene D’Alema a Carrara, al festival Con-vivere, dove la folla riempie il corso Rosselli per ascoltarlo, e troneggia. Schernisce, sghignazza, dice la sua con degnazione. Non è un caso, è suo vezzo costante, da Floris, o da Vespa. Come se avesse vinto lui nel 1998, nel 2000, nel 2001, nel 2006, nel 2008. Con la sua superiore cognizione di tutto, degli elettori e degli affari internazionali, la speculazione delle banche, il Libano e l’Iran, Gheddafi e Osama. Dove trova tanta sicumera? Nel centralismo democratico: sono il capo e quindi il migliore.
Anche quella folla che non lascia la sedia nel viale malgrado i reumatismi: vuol’essere confermata, che il capo ha sempre ragione.
L’europarlamentare Donnici presenta a Strasburgo un’interrogazione contro la giunta Loiero alla Regione Calabria, che spende otto milioni come sponsor delle Nazionali di calcio fino al 2010, e si merita per questo mezza pagina del “Corriere della sera”. L’onorevole cosentino, dell’Italia dei valori, ex della lista Occhetto, ha dei conti da regolare col suo schieramento, quello di Loiero, la sua denuncia della Regione Calabria alla Commissione europea può non stupire. Ma il “Corriere della sera”?
Al Sud non succede niente che non faccia scandalo grave. Anche se il denunciante è l’onorevole Donnici.
Il ”Corriere della sera” impagina domenica 7 il “travaglio di Epifani” attorno a due modelle che sembrano manichini. È la stessa impressione che dà l’amletico segretario della Cgil, confrontato dal legame salario-produttività. La Cgil non è contro, la Cgil è realista, moderna, eccetera. Ma che una parte del salario sia legato alla produttività, e magari detassato, e ogni lavoratore ci ambisca, questo no: dove finisce allora il controllo del sindacato sul lavoratore? Perché di questo si tratta, a questo s’è ridotta la Cgil.
Lady Ciccone, Madonna Ciccone, “Repubblica” e “Corriere” e “Messaggero” fanno a gara nell’esibire per la star la connotazione diminutiva, di figlia di emigranti, per di più meridionali. Non per la concorrenza, perché tutti i giornali ne magnificano il concerto, danno indicazioni per gli accessi, trovano i biglietti esauriti. Disprezzo della donna? Sì – quanta passione invece per Celentano, negli stessi giornali negli stessi giorni. Ma a opera di giornaliste femmine. Disprezzo per l’emigrazione pulciosa del Sud. Certo, ma a opera magari di giornalisti meridionali. È la stupidità che regge l’Italia. Che se cerca un primato ce l’ha: è la democrazia totalitaria della stupidità, che sempre è violenta. Non la superficialità: proprio la cattiveria degli straccioni.
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Tutto ok, è il salvataggio della speculazione
A questo punto ce n’è per tutti, c’è anche un modesto dividendo, e la crisi della banche Usa può svoltare. I 200 miliardi del fondo delle banche centrali e le nazionalizzazioni negli Usa coprono le aree di crisi, accrescendo anzi la liquidità. In un mercato che, malgrado oltre un anno di crisi, è sempre liquido. Il banco potrebbe aver pagato a sufficienza per colmare i giocatori, se la finanza è, come dicono i suoi protagonisti, un casinò.
Il rilancio delle Borse è una dichiarazione di volontà, più che un sintomo: i mercati dicono che intendono giocare ora al rialzo. Di questo non c’è da fidarsi. Ma nelle nazionalizzazioni americane, del colosso assicurativo Aig compreso, in Italia si direbbero salvataggi, e nel fallimento Lehman c’è pure molto di solido, soldi buoni che si prendono a poco prezzo, e già hanno fatto drizzare le orecchie a banche e assicurazioni. Dopo la nazionalizzazione di “Fannie Mae” e “Freddie Mac”, le agenzie dei mutui fondiari, il fondo per i “debiti tossici” annunciato dal ministro del Tesoro Paulson nazionalizza tutte le perdite future sui derivati dei mutui, a fronte dei quali emette solide obbligazioni.
Il fondo preannunciato da Paulson, per giunta senza plafond, aperto cioè a ogni esigenza, è un’impensabile nazionalizzazione della speculazione, una cosa da fantascienza. Anche per questo il mercato gioca entusiasta: è una promessa che ce ne sarà sempre per tutti.
Il rilancio delle Borse è una dichiarazione di volontà, più che un sintomo: i mercati dicono che intendono giocare ora al rialzo. Di questo non c’è da fidarsi. Ma nelle nazionalizzazioni americane, del colosso assicurativo Aig compreso, in Italia si direbbero salvataggi, e nel fallimento Lehman c’è pure molto di solido, soldi buoni che si prendono a poco prezzo, e già hanno fatto drizzare le orecchie a banche e assicurazioni. Dopo la nazionalizzazione di “Fannie Mae” e “Freddie Mac”, le agenzie dei mutui fondiari, il fondo per i “debiti tossici” annunciato dal ministro del Tesoro Paulson nazionalizza tutte le perdite future sui derivati dei mutui, a fronte dei quali emette solide obbligazioni.
Il fondo preannunciato da Paulson, per giunta senza plafond, aperto cioè a ogni esigenza, è un’impensabile nazionalizzazione della speculazione, una cosa da fantascienza. Anche per questo il mercato gioca entusiasta: è una promessa che ce ne sarà sempre per tutti.
La giustizia di Napoli stupefacente
Ammettiamo allo stadio i tifosi del Napoli per la partita contro la Juventus. Poi magari lo richiudiamo, riprendiamo la pena. Il dottor Silvestro Maria Russo ha fatto questa proposta, dice lui, per disinnescare il tifo violento. E uno non finisce di stupirsi.
Il dottore non è uno qualsiasi. Magistrato amministrativo in servizio presso il Tribunale amministrativo regionale della Campania, è consigliere della Camera arbitrale del Coni, ed è stato nominato Conciliatore nella disputa tra il Napoli e la Federcalcio, che aveva chiuso le curve dello stadio San Paolo per alcune partite, dopo la spedizione è punitiva dei tifosi napoletani a Roma.
Non finisce di stupire il concetto della giustizia che si fa Napoli. Il magistrato, napoletano verace, non si vergogna. Che il Napoli possa giocare con i propri tifosi, come ha fatto sabato, e senza quelli della Fiorentina, va bene. Ma non basta: si vorrebbe poter giocare con i propri tifosi anche l’altra partita importante, contro la Juventus. Per escluderli magari dopo, con la Reggina. È fantastico.
Il dottore non è uno qualsiasi. Magistrato amministrativo in servizio presso il Tribunale amministrativo regionale della Campania, è consigliere della Camera arbitrale del Coni, ed è stato nominato Conciliatore nella disputa tra il Napoli e la Federcalcio, che aveva chiuso le curve dello stadio San Paolo per alcune partite, dopo la spedizione è punitiva dei tifosi napoletani a Roma.
Non finisce di stupire il concetto della giustizia che si fa Napoli. Il magistrato, napoletano verace, non si vergogna. Che il Napoli possa giocare con i propri tifosi, come ha fatto sabato, e senza quelli della Fiorentina, va bene. Ma non basta: si vorrebbe poter giocare con i propri tifosi anche l’altra partita importante, contro la Juventus. Per escluderli magari dopo, con la Reggina. È fantastico.
martedì 16 settembre 2008
La storia è che mille bombe non sono storia
Caratteristicamente, Sofri alla fine s’incarta. Citando l’esecuzione di Gentile, “l’atto più controverso della infinita guerra civile italiana”, e il suicidio di Fanciullacci, il capo del commando partigiano che uccise Gentile. Che non c’entrano nulla: Gentile fu ucciso per una decisione dei comandi della Resistenza, Fanciullacci uccise Gentile, e poi si uccise. In una situazione di guerra civile senza limiti, guerra di annientamento. Mentre Calabresi fu ucciso nella pacifica Milano per una decisione di nessuno. E Pinelli, che non ha ucciso nessuno ed era morto molto prima, è suicida solo per la sentenza D’Ambrosio. Pinelli non ha nemmeno messo una bomba. Nemmeno una dimostrativa, come quelle alla Fiera di Milano nel fatidico 1969, che aprirono la pista anarchica.
Sofri ha scritto al “Corriere” per dire due cose precise. Che è stato condannato per omicidio e non per terrorismo. E che per questo non più tardi di un anno fa ha beneficiato di una riduzione di pena di tre anni, in virtù di un indulto che si è applicato anche agli assassini. Ma a lui i fatti non bastano, ha bisogno di fare la filosofia della storia - l'uomo giusto è per Gentile e per Fanciullacci. Che è esile, e per gli accusati nociva. È il procedimento – allora faceva la filosofia del diritto – per cui non eccelsi giudici italiani sono riusciti a condannarlo a ventidue anni senza prove. Gli “stessi” che nel 1969-1972 ebbero l’incarico di addebitare le bombe agli anarchici e lo assolsero (il giudice Gerardo D'Ambrosio, buon comunista, ancora nel 1974 non chiama Pinelli col suo nome, lo chiama sempre solo “l’anarchico”.
Se c’è terrorismo a Milano e altrove negli anni 1969-72, questo è delle bombe. Delle quali la questura di Milano incolpò gli anarchici, che non le avevano messe. Di questo convinse il ministero dell’Interno a Roma. Che a sua volta trasmise la verità agli altri apparati giudiziari. Questa è una delle verità. L’altra è che la colpa degli anarchici è stata elaborata a Roma, e trasmessa a Milano e altrove. Non ci sono altre verità. E le bombe esplose furono in quegli anni centinaia, forse un migliaio - con quelle inesplose, per inavvertenza o perché fatte ritrovare, furono il doppio.
Sullo stesso “Corriere” lo storico Sabbatucci ha affermato il giorno prima che la posizione di Sofri (l’assassinio di Calabresi non fu terrorismo) non è difendibile, perché allora sarebbe tornare al terrorismo di Stato e alla strage di Stato. Espressioni usate “impropriamente”, dice: “E chi sarebbe , una buona volta, l’uomo nero, o almeno gli uomini neri”? Ma non ce lo deve dire lui? Nessun tribunale ha mai trovato il colpevole, dice Sabbatucci, a parte i soliti stracci… Come sempre, la storia è evidente.
Sofri ha scritto al “Corriere” per dire due cose precise. Che è stato condannato per omicidio e non per terrorismo. E che per questo non più tardi di un anno fa ha beneficiato di una riduzione di pena di tre anni, in virtù di un indulto che si è applicato anche agli assassini. Ma a lui i fatti non bastano, ha bisogno di fare la filosofia della storia - l'uomo giusto è per Gentile e per Fanciullacci. Che è esile, e per gli accusati nociva. È il procedimento – allora faceva la filosofia del diritto – per cui non eccelsi giudici italiani sono riusciti a condannarlo a ventidue anni senza prove. Gli “stessi” che nel 1969-1972 ebbero l’incarico di addebitare le bombe agli anarchici e lo assolsero (il giudice Gerardo D'Ambrosio, buon comunista, ancora nel 1974 non chiama Pinelli col suo nome, lo chiama sempre solo “l’anarchico”.
Se c’è terrorismo a Milano e altrove negli anni 1969-72, questo è delle bombe. Delle quali la questura di Milano incolpò gli anarchici, che non le avevano messe. Di questo convinse il ministero dell’Interno a Roma. Che a sua volta trasmise la verità agli altri apparati giudiziari. Questa è una delle verità. L’altra è che la colpa degli anarchici è stata elaborata a Roma, e trasmessa a Milano e altrove. Non ci sono altre verità. E le bombe esplose furono in quegli anni centinaia, forse un migliaio - con quelle inesplose, per inavvertenza o perché fatte ritrovare, furono il doppio.
Sullo stesso “Corriere” lo storico Sabbatucci ha affermato il giorno prima che la posizione di Sofri (l’assassinio di Calabresi non fu terrorismo) non è difendibile, perché allora sarebbe tornare al terrorismo di Stato e alla strage di Stato. Espressioni usate “impropriamente”, dice: “E chi sarebbe , una buona volta, l’uomo nero, o almeno gli uomini neri”? Ma non ce lo deve dire lui? Nessun tribunale ha mai trovato il colpevole, dice Sabbatucci, a parte i soliti stracci… Come sempre, la storia è evidente.
L'Espresso-Repubblica non si vende, non ora
Carlo De Benedetti amministratore di “Repubblica” significa stringere le redini per meglio far ripartire la carrozza. In casa Cofide non si fa mistero dei motivi per cui l’Ingegnere ha voluto alla sua età gravarsi della gestione del gruppo editoriale. Smaltiti i convenevoli, con i direttori dei giornali e le redazioni, vuole tentare di raddrizzare i conti del settore in pochi mesi, già per i conti 2009.
L’Espresso-Repubblica ha i problemi che hanno tutti i gruppi editoriali: vendite in calo e pubblicità stagnante. Ma De Benedetti ritiene che molto si possa incidere sui costi – il numero delle redazioni e gli addetti. Da qui l’allontanamento di Marco Benedetto, che si era detto indisponibile alla ristrutturazione. L’Ingegnere si è impegnato in prima persona, piuttosto che ricorrere a un manager esterno, magari esperto di ristrutturazioni, perché ritiene di avere abbastanza carisma per condurre in porto l’operazione indolore.
Il gruppo non è in vendita. La famiglia De Benedetti non intende rinunciare all’Espresso-Repubblica, per ragioni affettive, e anche perché il settore è ritenuto sempre promettente. “Il gruppo L’Espresso non si vende”, ha detto Rodolfo De Benedetti alla stessa “Repubblica”: “Sono in Cir da venti anni, amministratore delegato da quindici, non ho mai cullato questo progetto”. Ma l’editoria dovrà migliorare la redditività, che nell’ultimo triennio è solo effetto di window dressing.
È d’altra parte chiaro che l’impegno a non vendere è subordinato a un ritorno alla redditività. Lo scorporo dell’editoria dalla nuova Cir-Cofide e il suo accantonamento in una sorta di bad company vuole dire esattamente questo. Senza escludere un buon acquirente, con una buona offerta: lo scorporo vuole dire anche questo.
L’Espresso-Repubblica ha i problemi che hanno tutti i gruppi editoriali: vendite in calo e pubblicità stagnante. Ma De Benedetti ritiene che molto si possa incidere sui costi – il numero delle redazioni e gli addetti. Da qui l’allontanamento di Marco Benedetto, che si era detto indisponibile alla ristrutturazione. L’Ingegnere si è impegnato in prima persona, piuttosto che ricorrere a un manager esterno, magari esperto di ristrutturazioni, perché ritiene di avere abbastanza carisma per condurre in porto l’operazione indolore.
Il gruppo non è in vendita. La famiglia De Benedetti non intende rinunciare all’Espresso-Repubblica, per ragioni affettive, e anche perché il settore è ritenuto sempre promettente. “Il gruppo L’Espresso non si vende”, ha detto Rodolfo De Benedetti alla stessa “Repubblica”: “Sono in Cir da venti anni, amministratore delegato da quindici, non ho mai cullato questo progetto”. Ma l’editoria dovrà migliorare la redditività, che nell’ultimo triennio è solo effetto di window dressing.
È d’altra parte chiaro che l’impegno a non vendere è subordinato a un ritorno alla redditività. Lo scorporo dell’editoria dalla nuova Cir-Cofide e il suo accantonamento in una sorta di bad company vuole dire esattamente questo. Senza escludere un buon acquirente, con una buona offerta: lo scorporo vuole dire anche questo.
Lehman e Alitalia tra insolenza e ignoranza
Stupefacente la sottovalutazione del fallimento della Lehman Brothers, nei telegiornali e nei migliori giornali. I tardi tg della Rai lo citano appena domenica sera, qualcuno, dopo una lunga serie di delitti e incidenti. I giornali di lunedì ne parlano in breve. Può darsi che nelle redazioni dopo le otto non ci siano più specialisti di economia. Ma il fallimento di una banca non dovrebbe aver bisogno di uno specialista per essere decrittato. Non è tanto disavvertenza o incuria, è proprio il rifiuto dell’economia, del fatto reale.
Stupefacente è pure, sempre domenica sera e lunedì, la montatura che i telegiornali e i giornali fanno dell’Alitalia. Delle proteste, dei rifiuti, delle minacce di sciopero. Quando la notizia è semmai che nessuno in Alitalia si arrischia a uno sciopero, che oggi si fa per un caffè negato. Si lascia intendere, si dice, si auspica, che il fallimento della trattativa e dell’azienda sarà una dramma nazionale, porterà l’Italia in piazza, abbatterà il governo… Stupefacente è che la sinistra faccia propria la causa di un’azienda fallita soprattutto per la cattiva gestione, sia del management che del personale. Che comunque ne uscirà con tutti i paracadute, e solo si batte per mantenere i privilegi, dopo le migliaia di miliardi di denaro pubblico che si è intascati. Che la sinistra pensi che l’Alitalia sia popolare, un’azienda che tutti odiano, anche fra i ventimila dipendenti. Che si salva, e va salvata, contro se stessa.
Stupefacente è pure, sempre domenica sera e lunedì, la montatura che i telegiornali e i giornali fanno dell’Alitalia. Delle proteste, dei rifiuti, delle minacce di sciopero. Quando la notizia è semmai che nessuno in Alitalia si arrischia a uno sciopero, che oggi si fa per un caffè negato. Si lascia intendere, si dice, si auspica, che il fallimento della trattativa e dell’azienda sarà una dramma nazionale, porterà l’Italia in piazza, abbatterà il governo… Stupefacente è che la sinistra faccia propria la causa di un’azienda fallita soprattutto per la cattiva gestione, sia del management che del personale. Che comunque ne uscirà con tutti i paracadute, e solo si batte per mantenere i privilegi, dopo le migliaia di miliardi di denaro pubblico che si è intascati. Che la sinistra pensi che l’Alitalia sia popolare, un’azienda che tutti odiano, anche fra i ventimila dipendenti. Che si salva, e va salvata, contro se stessa.
sabato 13 settembre 2008
Il miracolo Fiat è la liberazione da Milano e l'Avvocato
Una Fiat che, ormai per il terzo anno, fa il bilancio con le automobili. Col settore cioè in maggior crisi in tutto il mondo. Che per il gruppo è stato un peso dal 1974, dopo la prima crisi petrolifera. Che tiene in Italia, suo primo o secondo mercato, col Brasile, in un anno in cui il mercato dell’auto si contrae del 10-12 per cento. A opera di un manager che di formazione era poco più di un contabile, e la cui filosofia è "fare prodotto", nientemeno, ma ha il pregio di venire da fuori. E di un azionista che è poco più di un ragazzo, e ne conserva l’animo sgombro. Consentendosi, per la forza di Fiat Auto, una prima efficace opera di pulizia nel suo non trasparente assetto di comando. Dapprima con una partecipazione diretta visibile della famiglia al controllo del gruppo, ora con l’accorpamento Ifi-Ifil.
Su entrambe le operazioni Milano ha menato grande scandalo, città come si sa di ogni virtù. Strappandosi i capelli allo swap due anni fa, col torvo silenzio sull’accorpamento. Questa reazione spiega da sola la novità della Fiat. Il parallelo con il riassetto Mediobanca è rivelatore, alla cui ombra il gruppo torinese ha vissuto per oltre trent’anni, un salotto così pieno di tagliole malgrado le paginate del “Corriere” e del “Sole”, malinconico seppure sempre pericoloso, e anzi torvo, decisamente, al confronto con la brillantezza Fiat. La Fiat va, la Fiat Auto, perché Elkann e Marchionne si sono liberati di Milano, che sarà stato pure il salotto buono, ma del diavolo.
Gli storici diranno se la colpa era di Cuccia, del sistema Mediobanca. O dell’Avvocato, che piuttosto che lavorare (produrre e vendere automobili) preferiva far “fare i bilanci” a Romiti, cioè a Cuccia. È probabile che la seconda sia vera: il sistema ha continuato dopo l’uscita di Romiti, e la morte di Cuccia, fino alla morte di Umberto, il fratello-sosia dell’Avvocato. Con lo snobismo politico tradottosi ultimamente nei sarcasmi contro Berlusconi – che per ritorsione compra da allora solo macchine tedesche, s’è pure fatto sponsorizzare dalla Opel, e la Fiat Auto voleva darla a Colaninno, il liquidatore di Olivetti, e quasi liquidatore di Telecom (e non per altro, perché Colaninno è “l’uomo dei compagni”). Poi, rapido, il miracolo. Contro ogni terribile congiuntura, il crollo delle Torri, il crollo delle banche. Contro lo squallore sindacale a Termini Imprese e Pomigliano d’Arco. Contro l’opinione di Milano, che nell’attacco a Torino non è riuscita ad andare oltre la Juventus.
Su entrambe le operazioni Milano ha menato grande scandalo, città come si sa di ogni virtù. Strappandosi i capelli allo swap due anni fa, col torvo silenzio sull’accorpamento. Questa reazione spiega da sola la novità della Fiat. Il parallelo con il riassetto Mediobanca è rivelatore, alla cui ombra il gruppo torinese ha vissuto per oltre trent’anni, un salotto così pieno di tagliole malgrado le paginate del “Corriere” e del “Sole”, malinconico seppure sempre pericoloso, e anzi torvo, decisamente, al confronto con la brillantezza Fiat. La Fiat va, la Fiat Auto, perché Elkann e Marchionne si sono liberati di Milano, che sarà stato pure il salotto buono, ma del diavolo.
Gli storici diranno se la colpa era di Cuccia, del sistema Mediobanca. O dell’Avvocato, che piuttosto che lavorare (produrre e vendere automobili) preferiva far “fare i bilanci” a Romiti, cioè a Cuccia. È probabile che la seconda sia vera: il sistema ha continuato dopo l’uscita di Romiti, e la morte di Cuccia, fino alla morte di Umberto, il fratello-sosia dell’Avvocato. Con lo snobismo politico tradottosi ultimamente nei sarcasmi contro Berlusconi – che per ritorsione compra da allora solo macchine tedesche, s’è pure fatto sponsorizzare dalla Opel, e la Fiat Auto voleva darla a Colaninno, il liquidatore di Olivetti, e quasi liquidatore di Telecom (e non per altro, perché Colaninno è “l’uomo dei compagni”). Poi, rapido, il miracolo. Contro ogni terribile congiuntura, il crollo delle Torri, il crollo delle banche. Contro lo squallore sindacale a Termini Imprese e Pomigliano d’Arco. Contro l’opinione di Milano, che nell’attacco a Torino non è riuscita ad andare oltre la Juventus.
Il Raiume dei questurini
Parla da filosofo D’Avanzo su “Repubblica” nella sua polemica contro Travaglio. Parla di “logica di valori e disvalori”, di “logica di guerra «di guerra per una justa causa» che non riconosce «un justus hostis»…”. Quando sa, entrambi sanno, che è solo protagonismo e carrierismo. Di giornalisti giudiziari, cioè poco più che questurini. E che se colpa c’è, o responsabilità, è della Rai, che favorisce la carriera dei carrieristi. Chiamandola, l’ipocrisia non ha limiti, Resistenza. D’Avanzo è in polemica con Travaglio perché quest’ultimo ha detto alla Rai che il presidente del Senato Schifani è un lombrico e un mafioso, lui che allo stesso titolo ha diritto alla qualifica di mafioso.
Il giornalismo si fa forte da un ventennio dei cronisti giudiziari, figura di cui D’Avanzo e Travaglio sicuramente sono i principi. Entrambi per un periodo sulla prima pagina di “Repubblica”. Sempre imbattibili, per quanto possano essere oltraggiosi, perché hanno “le carte”. Ma che sempre ce le hanno, questo è il punto, 1) di parte, e 2) da fonte confidenziale. Una figura da sempre tenuta nei giornali in punta di bastone, perché si fa forte delle fonti. Le migliori delle quali sono le più oscure. È un giornalismo di confidenti, che un tempo si diceva di questurini, dai suoi luoghi di frequentazione.
Le questure sono ora cambiate, luogo più spesso di funzionari democratici, sensibili, e anche colti. Il mestiere no, testimoniano D’Avanzo e Travaglio nella loro polemica: il cronista giudiziario non solo va a pranzo e cena con i “questurini”, che ora si annidano nei corridoi delle Procure e dei partiti a loro collegati, ma ci passa pure le vacanze con la famiglia. Per produrre verità che, purtroppo, sono sempre quelle delle questure, indimostrate e indimostrabili.
Ci sono ragioni di mercato, dietro il giornalismo delle questure – se ci sono: i libri di mafia e corruzione vendono molto, i giornali invece non vendono. “Repubblica”, già teatro di D’Avanzo e Travaglio, di questo giornalismo è stata per molto tempo la regina, offrendo, accanto ai pensieri profondi di Carlo De Benedetti sul futuro del mondo, i pompini con bustarella di questa o quella berlusconiana - virtuali beninteso, il giornale si vuole moralista. Ma c’è una questione di etica, soprattutto per la Rai, il Raiume dei piccoli avventurieri di partito, gli orfani della Dc con le doppie e le triple tessere. Che dice di vincere gli ascolti con questo giornalismo, e in realtà vince perché ha costi abnormi, pagati con le tasse. Molto sicuramente sarà stato perdonato a Prodi, che quindi non ci ritroveremo nell’altra vita, essendo lui destinato al paradiso. Ma c’è un ma: che Rai è questa, che giornalismo, che diavoleria?
Il giornalismo si fa forte da un ventennio dei cronisti giudiziari, figura di cui D’Avanzo e Travaglio sicuramente sono i principi. Entrambi per un periodo sulla prima pagina di “Repubblica”. Sempre imbattibili, per quanto possano essere oltraggiosi, perché hanno “le carte”. Ma che sempre ce le hanno, questo è il punto, 1) di parte, e 2) da fonte confidenziale. Una figura da sempre tenuta nei giornali in punta di bastone, perché si fa forte delle fonti. Le migliori delle quali sono le più oscure. È un giornalismo di confidenti, che un tempo si diceva di questurini, dai suoi luoghi di frequentazione.
Le questure sono ora cambiate, luogo più spesso di funzionari democratici, sensibili, e anche colti. Il mestiere no, testimoniano D’Avanzo e Travaglio nella loro polemica: il cronista giudiziario non solo va a pranzo e cena con i “questurini”, che ora si annidano nei corridoi delle Procure e dei partiti a loro collegati, ma ci passa pure le vacanze con la famiglia. Per produrre verità che, purtroppo, sono sempre quelle delle questure, indimostrate e indimostrabili.
Ci sono ragioni di mercato, dietro il giornalismo delle questure – se ci sono: i libri di mafia e corruzione vendono molto, i giornali invece non vendono. “Repubblica”, già teatro di D’Avanzo e Travaglio, di questo giornalismo è stata per molto tempo la regina, offrendo, accanto ai pensieri profondi di Carlo De Benedetti sul futuro del mondo, i pompini con bustarella di questa o quella berlusconiana - virtuali beninteso, il giornale si vuole moralista. Ma c’è una questione di etica, soprattutto per la Rai, il Raiume dei piccoli avventurieri di partito, gli orfani della Dc con le doppie e le triple tessere. Che dice di vincere gli ascolti con questo giornalismo, e in realtà vince perché ha costi abnormi, pagati con le tasse. Molto sicuramente sarà stato perdonato a Prodi, che quindi non ci ritroveremo nell’altra vita, essendo lui destinato al paradiso. Ma c’è un ma: che Rai è questa, che giornalismo, che diavoleria?
domenica 7 settembre 2008
Il cristiano si può uccidere se è europeo
Si uccidono a frotte i cristiani, anzi i cattolici, in India senza motivo apparente, giusto perché cristiani, e la cosa non fa notizia. Non per i cinque, o dieci milioni, di lettori che i grandi giornali vantano. Neppure per la chiesastica, vaticanesca, Rai, non evidentemente per i suoi dieci o venti milioni di ascoltatori. Nemmeno per il Vaticano, del resto, che continua a pentirsi dei suoi errori di tre-quattro secoli fa, e anche del primo millennio, e i cristiani li considera buoni solo in pectore, in India come in Cina, in Russia e in altri paesi democratici e tolleranti.
Il “Corriere della sera”, che pubblica la giusta rimostranza del suo collaboratore Panebianco, non trova un titolo, fra i quattordici della sua prima pagina, per l’attacco alle suore di Teresa di Calcutta, agenti dell'imperialismo nel libero stato di Kerala. Che documenta anodino in una pagina interna, insieme con l’anodina notizia che 41 chiese e 457 istituti religiosi sono stati messi a fuoco. Giusto, no? Quante centinaia di chiese e case deve avere il Vaticano in India? Anzi, che ci sta a fare, proselitismo? Il proselitismo è una provocazione, eccetera.
Il ministro degli Esteri Frattini ha tentato di appropriarsi il caso con una timida nota di protesta. Ma l’India, con la nota umiltà ariana, ha risposto: “Fatti i cazzi tuoi”. La caccia al cristiano si è infatti consumata non nel proditorio campo degli islamici, che si sa sono miscredenti, ma in quello religiosissimo degli indù, che molti europei tentano di imitare, per la loro spiritualità così irenica e celestiale, e nello stato comunista del Kerala, che libera i paria anche senza il cattolicesimo, almeno stando a quanto ce ne narra Arundhati Roy.
Non è appeasement, è debolezza di spirito, del cardinale salesiano segretario di Stato incluso. Non è da ora che si uccidono i cristiani in India e in Pakistan, a opera soprattutto degli indù, ma anche dei bombaroli islamici, impunemente. Di fronte agi eccidi si tace per ragioni di balance of power, di superiori equilibri internazionali, si dice. Il che è semplicemente ridicolo, nessuno mai fu rispettato perché si prese gli schiaffi e propose l’altra guancia, non in diplomazia. No, il fatto è che i morti non sono americani, né i loro referenti. Se la chiesa di Roma fosse stata a Rome, N.Y., i cristiani non sarebbero stati assassinati impunemente in India, e anzi gli indù non li avrebbero assassinati, per quanto ariani, di casta superiore.
Morire da cristiani è morire imbelli da europei, i quali più che fishing for compliments non sanno fare, per essere buoni, giusti, e generosi. Se lo dicono nei loro giornali, e non sanno che anche fuori queste cose si sanno. Sotto ogni rispetto, politico, economico e culturale, e ora anche e i diritti umani, la fine dell’Europa è precipitosa, nessuno ne ha più rispetto, nemmeno per farsene beffe.
Il “Corriere della sera”, che pubblica la giusta rimostranza del suo collaboratore Panebianco, non trova un titolo, fra i quattordici della sua prima pagina, per l’attacco alle suore di Teresa di Calcutta, agenti dell'imperialismo nel libero stato di Kerala. Che documenta anodino in una pagina interna, insieme con l’anodina notizia che 41 chiese e 457 istituti religiosi sono stati messi a fuoco. Giusto, no? Quante centinaia di chiese e case deve avere il Vaticano in India? Anzi, che ci sta a fare, proselitismo? Il proselitismo è una provocazione, eccetera.
Il ministro degli Esteri Frattini ha tentato di appropriarsi il caso con una timida nota di protesta. Ma l’India, con la nota umiltà ariana, ha risposto: “Fatti i cazzi tuoi”. La caccia al cristiano si è infatti consumata non nel proditorio campo degli islamici, che si sa sono miscredenti, ma in quello religiosissimo degli indù, che molti europei tentano di imitare, per la loro spiritualità così irenica e celestiale, e nello stato comunista del Kerala, che libera i paria anche senza il cattolicesimo, almeno stando a quanto ce ne narra Arundhati Roy.
Non è appeasement, è debolezza di spirito, del cardinale salesiano segretario di Stato incluso. Non è da ora che si uccidono i cristiani in India e in Pakistan, a opera soprattutto degli indù, ma anche dei bombaroli islamici, impunemente. Di fronte agi eccidi si tace per ragioni di balance of power, di superiori equilibri internazionali, si dice. Il che è semplicemente ridicolo, nessuno mai fu rispettato perché si prese gli schiaffi e propose l’altra guancia, non in diplomazia. No, il fatto è che i morti non sono americani, né i loro referenti. Se la chiesa di Roma fosse stata a Rome, N.Y., i cristiani non sarebbero stati assassinati impunemente in India, e anzi gli indù non li avrebbero assassinati, per quanto ariani, di casta superiore.
Morire da cristiani è morire imbelli da europei, i quali più che fishing for compliments non sanno fare, per essere buoni, giusti, e generosi. Se lo dicono nei loro giornali, e non sanno che anche fuori queste cose si sanno. Sotto ogni rispetto, politico, economico e culturale, e ora anche e i diritti umani, la fine dell’Europa è precipitosa, nessuno ne ha più rispetto, nemmeno per farsene beffe.
O Prodi o Prodi, la terza discesa in campo
L’ex Pci non esprime nulla di meglio di Veltroni e D’Alema. Cioè niente, a parte l’orgoglio di partito. È su questa base che i prudenti democristiani sono usciti dopo la pausa estiva dal mugugno e scopertamente puntano a un mutamento deciso nel Pd. Con Prodi a capo. Pena lo scioglimento, i pontisti Fioroni e Letta non facciano velo. Gli ex Dc sono decisamente con Prodi, che è decisamente anti Veltroni, con Parisi e Bindi, ma anche con Marini, e con gli stessi Franceschini e Letta.
Nessun dubbio aveva suscitato il ritiro di Prodi dalla politica. E non ci poteva essere, Prodi si poneva nella riserva della Repubblica per succedere a Napolitano. Sempre in ticket, come da tredici anni, con Veltroni. Prodi e i suoi migliori patrocinanti, gli editori De Benedetti e Bazoli. Questo fino a un mese fa. Poi, di fronte al nulla di fatto di Veltroni dopo lo schiaffo elettorale, dopo il quale continua a girare a vuoto intontito, Prodi ha preso a criticare Berlusconi, e il suo fido Parisi a criticare Veltroni. E in pochi giorni si è arrivati all’affondo.
Il ritorno in campo di Prodi è cosa decisa, sempre d’accordo con Bazoli e De Benedetti. Le forme sono molteplici, ma l’intenzione è ferma. La tecnica è la stessa, del fondista, del pugile tecnico: un colpo o un allungo, pausa, un altro colpo. L'incarico all'Onu che Prodi briga servirà a farlo ritornare stabile in tv, alla Rai che è per lui ed è già in fibrillazione. Le stesse indiscrezioni-intercettazioni di un Prodi che smentisce se stesso, come se fosse antiveltroniano da sempre, rientrano in questa strategia. Senza scandalo e nemmeno sgambetti: Prodi non ha mai ghigliottinato nessuno, non è nel suo stile. Né in quello di Bazoli. Né dello stesso De Benedetti, pare, ora che dirigerà personalmente i suoi giornali. Ma senza scampo, un colpo oggi, un colpo domani, finché non cadrà. Prodi quando decide una cosa la fa. Veltroni dovrà cadere da solo, ma non avrà altra soluzione.
Veltroni e gli ex comunisti devono passare la mano, dopo il governo nemmeno l’opposizione è cosa per loro, a giudizio dei vedovi dell’Ulivo. Lo stesso Veltroni sembra peraltro concordare con loro, che alla festa di Firenze, sotto il trionfalismo, non ha fatto nemmeno uno sforzo per coprire il suo incredibile vuoto, di progetto e di proposta. Veltroni non è stanco, non sembra, ma mostra di aver capito, i suoi sponsor giornalistici glielo dicono ogni giorno quasi con violenza, che il suo tempo è finito. E l’uomo non è uno che dà battaglia. Ha la carta del congresso, che lo farebbe stravincere, il popolo ex comunista si mobilita sempre all'unisono, come già alle primarie. Ma sa che in questo caso lo farebbero fuori prima e senza ripescaggio.
Nessun dubbio aveva suscitato il ritiro di Prodi dalla politica. E non ci poteva essere, Prodi si poneva nella riserva della Repubblica per succedere a Napolitano. Sempre in ticket, come da tredici anni, con Veltroni. Prodi e i suoi migliori patrocinanti, gli editori De Benedetti e Bazoli. Questo fino a un mese fa. Poi, di fronte al nulla di fatto di Veltroni dopo lo schiaffo elettorale, dopo il quale continua a girare a vuoto intontito, Prodi ha preso a criticare Berlusconi, e il suo fido Parisi a criticare Veltroni. E in pochi giorni si è arrivati all’affondo.
Il ritorno in campo di Prodi è cosa decisa, sempre d’accordo con Bazoli e De Benedetti. Le forme sono molteplici, ma l’intenzione è ferma. La tecnica è la stessa, del fondista, del pugile tecnico: un colpo o un allungo, pausa, un altro colpo. L'incarico all'Onu che Prodi briga servirà a farlo ritornare stabile in tv, alla Rai che è per lui ed è già in fibrillazione. Le stesse indiscrezioni-intercettazioni di un Prodi che smentisce se stesso, come se fosse antiveltroniano da sempre, rientrano in questa strategia. Senza scandalo e nemmeno sgambetti: Prodi non ha mai ghigliottinato nessuno, non è nel suo stile. Né in quello di Bazoli. Né dello stesso De Benedetti, pare, ora che dirigerà personalmente i suoi giornali. Ma senza scampo, un colpo oggi, un colpo domani, finché non cadrà. Prodi quando decide una cosa la fa. Veltroni dovrà cadere da solo, ma non avrà altra soluzione.
Veltroni e gli ex comunisti devono passare la mano, dopo il governo nemmeno l’opposizione è cosa per loro, a giudizio dei vedovi dell’Ulivo. Lo stesso Veltroni sembra peraltro concordare con loro, che alla festa di Firenze, sotto il trionfalismo, non ha fatto nemmeno uno sforzo per coprire il suo incredibile vuoto, di progetto e di proposta. Veltroni non è stanco, non sembra, ma mostra di aver capito, i suoi sponsor giornalistici glielo dicono ogni giorno quasi con violenza, che il suo tempo è finito. E l’uomo non è uno che dà battaglia. Ha la carta del congresso, che lo farebbe stravincere, il popolo ex comunista si mobilita sempre all'unisono, come già alle primarie. Ma sa che in questo caso lo farebbero fuori prima e senza ripescaggio.
L'Espresso bad company di De Benedetti
Dunque, Carlo De Benedetti assume in proprio le redini del gruppo L’Espresso, licenziando Marco Benedetto. È questa la notizia al tempo del gossip. Mentre invece la novità è che le attività editoriali non faranno più parte del gruppo De Benedetti, del core business della sua Cofide. La componentistica, l’energia, la sanità, la finanza sì, l’editoria no. Benché abbia prodotti e testate di grande qualità e rinomanza. E abbia da solo assicurato a De Benedetti quelle patenti di nobiltà nel mercato dei capitali che gli venivano contestate: un bene dunque in un certo senso di famiglia, benché recenziore, carico di affetti se non di utili.
La notizia è lo scorporo del gruppo L’Espresso dalla nuova Cir-Cofide: le attività editoriali restano confinate nella vecchia Cir, che a questo punto è una bad company, la zavorra del gruppo. Carlo De Benedetti lascia la nuova Cir-Cofide per L’Espresso un po’ per segnare la successione, a favore del figlio Rodolfo, per lasciarlo crescere. Ma soprattutto per tentare di raddrizzare e salvare il settore editoriale. La scissione è stata preceduta ed è accompagnata da una serie di calcoli che, benché rifatti e riadattati a molteplici pesi, danno tutti una redditività insoddisfacente dell’editoria. Nel 2006 e 2007 il settore ha dimezzato i valori, di capitalizzazione e patrimoniali, e annullato in sostanza la redditività, se non per accorgimenti contabili. Nel 2008 le cose non vanno meglio.
Più liquidità per l’energia
Nel complesso, Cofide vanta una redditività elevata, quasi il doppio della media Mibtel: il 24 per cento composto nel quinquennio 2003-2007. Ma insufficiente per le necessità di capitalizzazione del settore di punta del gruppo, l’energia. Lo scorporo dell’Espresso nasce soprattutto da questo: in un mercato riflessivo, a liquidità contratta, si è ritenuto che Cofide dovesse mantenere elevata la redditività, e se possibile migliorarla, a fronte dei nuovi capitali di cui ha bisogno per crescere, e che per l’energia sono ingenti. Il settore è redditizio, ma ha bisogno di capitali.
Verbund, il socio austriaco di Sorgenia, si è impegnato a un aumento che porterà il capitale a quattro miliardi, e Cofide non vorrà essere da meno. Con il 6,5 per cento della capacità elettrica nazionale, Sorgenia è l’operatore forse più piccolo, e deve crescere, con alleanze e acquisizioni, e un forte impegno di marketing.
La notizia è lo scorporo del gruppo L’Espresso dalla nuova Cir-Cofide: le attività editoriali restano confinate nella vecchia Cir, che a questo punto è una bad company, la zavorra del gruppo. Carlo De Benedetti lascia la nuova Cir-Cofide per L’Espresso un po’ per segnare la successione, a favore del figlio Rodolfo, per lasciarlo crescere. Ma soprattutto per tentare di raddrizzare e salvare il settore editoriale. La scissione è stata preceduta ed è accompagnata da una serie di calcoli che, benché rifatti e riadattati a molteplici pesi, danno tutti una redditività insoddisfacente dell’editoria. Nel 2006 e 2007 il settore ha dimezzato i valori, di capitalizzazione e patrimoniali, e annullato in sostanza la redditività, se non per accorgimenti contabili. Nel 2008 le cose non vanno meglio.
Più liquidità per l’energia
Nel complesso, Cofide vanta una redditività elevata, quasi il doppio della media Mibtel: il 24 per cento composto nel quinquennio 2003-2007. Ma insufficiente per le necessità di capitalizzazione del settore di punta del gruppo, l’energia. Lo scorporo dell’Espresso nasce soprattutto da questo: in un mercato riflessivo, a liquidità contratta, si è ritenuto che Cofide dovesse mantenere elevata la redditività, e se possibile migliorarla, a fronte dei nuovi capitali di cui ha bisogno per crescere, e che per l’energia sono ingenti. Il settore è redditizio, ma ha bisogno di capitali.
Verbund, il socio austriaco di Sorgenia, si è impegnato a un aumento che porterà il capitale a quattro miliardi, e Cofide non vorrà essere da meno. Con il 6,5 per cento della capacità elettrica nazionale, Sorgenia è l’operatore forse più piccolo, e deve crescere, con alleanze e acquisizioni, e un forte impegno di marketing.
Le tre Milano che ci governano
Nega il tribunale di Milano a Berlusconi perfino la minima soddisfazione di dirsi diffamato, come in effetti è, dal settimanale l’“Economist”, così pieno di agenti del servizio segreto inglese. Milano in effetti governa sdoppiandosi, anzi triplicandosi. Governa l’Italia in senso proprio, attraverso Berlusconi e il ceto berlusconiano, le Moratti, le Marcegaglia, le Gelmini e qualche vescovo. Chiacchierone e perfino frou-frou, ma per la platea, semrpe comunque determinato. E governa con l’antigoverno, nella fattispecie l’antiberlusconi. Indirettamente, attraverso il ceto giuridico partenopeo, e quindi con raffinata crudezza, più spesso con spregiudicatezza, quasi sempre al di fuori della costituzione, ma con mano sempre milanese, sempre insensibile. È l’antigoverno delle grandi banche, che Milano dà in affidamento, per sfuggire in questo caso ai giudici napoletani, alla sinistra e all’estrema sinistra, e dei loro giornali.
Poi c’è naturalmente la Milano della Lega, che ha saputo crescere e imporre il suo ordinamento, che sarà in definitiva la nuova Italia. Non la famigerata Seconda Repubblica dei vecchi arnesi della prima, ma la Terza Italia, dopo quella sabauda e la Repubblica statalista, della democrazia sociale: un’Italia che tenta la ripartenza al punto della storia in cui l’unità l’aveva soffocata, con le autonomie, liberamente aggregate.
Sono le tre anime di sempre di Milano. Quella del miglior lombardismo, localistica e oculata. Quella controriformistica, festaiola per le apparenze e molto determinata. E quella gaddiana della piccola borghesia, invidiosa (perbenista, fascista, loretiana, maggioritaria silenziosa, razzista), anche se non si sa di che - di Napoli?
Poi c’è naturalmente la Milano della Lega, che ha saputo crescere e imporre il suo ordinamento, che sarà in definitiva la nuova Italia. Non la famigerata Seconda Repubblica dei vecchi arnesi della prima, ma la Terza Italia, dopo quella sabauda e la Repubblica statalista, della democrazia sociale: un’Italia che tenta la ripartenza al punto della storia in cui l’unità l’aveva soffocata, con le autonomie, liberamente aggregate.
Sono le tre anime di sempre di Milano. Quella del miglior lombardismo, localistica e oculata. Quella controriformistica, festaiola per le apparenze e molto determinata. E quella gaddiana della piccola borghesia, invidiosa (perbenista, fascista, loretiana, maggioritaria silenziosa, razzista), anche se non si sa di che - di Napoli?
Parking al Pincio, dove c'è da trent'anni
Nessun giudice si muove, nessun sovrintendente, nessun giornale per il parcheggio al Pincio. Per il doppione di un’opera che già da trent’anni è in funzione e non è utilizzata: nessuno ricorda che il parcheggio di Villa Borghese aveva accesso anche da piazza di Spagna, con tappeti mobili, che poi si chiusero per mancanza di utenti. Questo silenzio è squallido, e potrebbe essere sospetto, per molto meno sovrintendenti, giudici e apparti d'informazione avrebbero intasato l'opinione pubblica e anche le carceri, ma non è tutto.
Il parcheggio al Pincio è la Waterloo di Veltroni, così come altre decisioni immobiliari last minute del suo governo a Roma. È una vergogna e una sconfitta sia che si faccia sia che non si faccia, e di più se è gratuita. Ha reso impraticabile il Pincio già per quattro anni, tra polvere, transenne, sporcizia, disordine, e sprechi, nonché pezzi d'opera buttati alla rinfusa, e la cosa durerà per almeno altri quatto. Il tutto per favorire il solito partito degli architetti, con le costose prospezioni archeologiche “preliminari”. Per un’opera che non è necessaria e nemmeno utile: non ci abita nessuno, non ci lavora nessuno, e le famiglie romane, gli innamorati e i turisti che affollano il Pincio per la bellezza non hanno tempo e voglia di spendere per ingrassare il parcheggio. Gli altri parcheggi sono vuoti, a Ludovisi e, appunto, Villa Borghese.
Il progetto è segno del governo di Veltroni, così semplicista e superficiale. Nulla di speciale, insomma. Non fosse per la pelosa difesa d’ufficio che ne fanno i Carandini e i Chicco Testa, il piccolo cabotaggio che gira attorno alla politica di una certa sinistra, il partito degli architetti e ingegneri. Che non è corruzione, certo. Non si è detto per anni che bisogna mettere a frutto il capitale artistico? Il Pincio non è fatto per la veduta e il sapiente giardino, ci pensa il terzo settore a metterlo a frutto, quello avidissimo degli studi tecnici di archeologia, paesaggistica, viabilità, e della sosta a pagamento.
Il parcheggio al Pincio è la Waterloo di Veltroni, così come altre decisioni immobiliari last minute del suo governo a Roma. È una vergogna e una sconfitta sia che si faccia sia che non si faccia, e di più se è gratuita. Ha reso impraticabile il Pincio già per quattro anni, tra polvere, transenne, sporcizia, disordine, e sprechi, nonché pezzi d'opera buttati alla rinfusa, e la cosa durerà per almeno altri quatto. Il tutto per favorire il solito partito degli architetti, con le costose prospezioni archeologiche “preliminari”. Per un’opera che non è necessaria e nemmeno utile: non ci abita nessuno, non ci lavora nessuno, e le famiglie romane, gli innamorati e i turisti che affollano il Pincio per la bellezza non hanno tempo e voglia di spendere per ingrassare il parcheggio. Gli altri parcheggi sono vuoti, a Ludovisi e, appunto, Villa Borghese.
Il progetto è segno del governo di Veltroni, così semplicista e superficiale. Nulla di speciale, insomma. Non fosse per la pelosa difesa d’ufficio che ne fanno i Carandini e i Chicco Testa, il piccolo cabotaggio che gira attorno alla politica di una certa sinistra, il partito degli architetti e ingegneri. Che non è corruzione, certo. Non si è detto per anni che bisogna mettere a frutto il capitale artistico? Il Pincio non è fatto per la veduta e il sapiente giardino, ci pensa il terzo settore a metterlo a frutto, quello avidissimo degli studi tecnici di archeologia, paesaggistica, viabilità, e della sosta a pagamento.
mercoledì 3 settembre 2008
Se la destra porta crisi - consolidare?
Si potrebbe ritenerla una maledizione - a meno che, questa è sfuggita all’antiberlusconismo, l’uomo non porti sfiga... Ogni volta che la destra stravince le elezioni per trasformare l’Italia, una crisi economica irrimediabile la ingessa. Nel 2001 fu l’11 settembre, ora la gelata finanziaria: il paese lavora poco, il denaro costa caro, e i conti pubblici saltano. L’effetto è già stato registrato con evidente soddisfazione dai giornali padronali, le trombe dell'opposizione: le entrate sono minori, le uscite maggiori, per gli interessi maggiorati sul debito, i conti sono già saltati.
Ma è pure vero che il governo di destra non fa quello per cui è stravotato: una decisa liberalizzazione. E un taglio reale alla spesa pubblica improduttiva. Sull’esempio magari della Spagna socialista, di Felipe Gonzales e ora di Zapatero. O della Gran Bretagna laburista. Quanta spesa improduttiva c’è nella sanità e nella scuola, ognuno lo constata giornalmente, i due maggiori canali di spesa. E negli appalti pubblici, che sono ormai principalmente tecniche di corruzione: l’appalto è solo l’inizio di una infinita revisione prezzi tra compari. Il metodo di dare una mancia a tutti non paga, anche perché è intenibile, vuole sempre più giri di vite o più tasse.
La crisi ricorrente è insomma anche l’esito di un governo di destra che fa la sinistra. Per dare magari ragione, seppure rovesciandolo, all’Avvocato Agnelli, che cinico sosteneva essere necessario un governo di sinistra per fare le cose di destra. Tra salvataggi, protezioni e stabilizzazioni, accrescendo la spesa pubblica invece di ridurla.
Consolidare il debito
Berlusconi, la bella copia di Gianni Letta, la permanenza democristiana al potere, non ha ricette. Ma non le ha neppure Tremonti, il socialista che è diventato leghista, cioè il modernizzatore per eccellenza. Il ministro dell’Economia ha tentato di scardinare l’Ue quattordici anni fa, con l’ausilio del ministro degli Esteri Martino, figlio del primo europeista italiano, Gaetano Martino, ma ha capito presto che la cosa non era possibile. Ha tentato il protezionismo nella secondo esperienza sette anni fa con la stucchevole polemica anti-Cina. Ora è senza parole. Ma prima o poi dovrà mettere mano a quelle che, malgrado tutte le riforme e le cessioni di sovranità europee, sono le incombenze tradizionali del ministro del Tesoro: le politiche del debito e monetarie.
Sono sedici anni che l’Italia sta col fiato sospeso, stretta al diaframma dal contenimento della spesa pubblica. Che è obiettivo necessario, ma irrangiungibile: l’Italia non avendo più il controllo della politica del cambio e monetaria, deve però pagare interessi onerosissimi. La politica del debito virtuosa è in una morsa asfissiante. Una qualche forma di consolidamento del debito era necessaria dopo la svalutazione disastrosa del 1992 e prima dell’euro. Ora è inevitabile, prima del soffocamento.
Ma è pure vero che il governo di destra non fa quello per cui è stravotato: una decisa liberalizzazione. E un taglio reale alla spesa pubblica improduttiva. Sull’esempio magari della Spagna socialista, di Felipe Gonzales e ora di Zapatero. O della Gran Bretagna laburista. Quanta spesa improduttiva c’è nella sanità e nella scuola, ognuno lo constata giornalmente, i due maggiori canali di spesa. E negli appalti pubblici, che sono ormai principalmente tecniche di corruzione: l’appalto è solo l’inizio di una infinita revisione prezzi tra compari. Il metodo di dare una mancia a tutti non paga, anche perché è intenibile, vuole sempre più giri di vite o più tasse.
La crisi ricorrente è insomma anche l’esito di un governo di destra che fa la sinistra. Per dare magari ragione, seppure rovesciandolo, all’Avvocato Agnelli, che cinico sosteneva essere necessario un governo di sinistra per fare le cose di destra. Tra salvataggi, protezioni e stabilizzazioni, accrescendo la spesa pubblica invece di ridurla.
Consolidare il debito
Berlusconi, la bella copia di Gianni Letta, la permanenza democristiana al potere, non ha ricette. Ma non le ha neppure Tremonti, il socialista che è diventato leghista, cioè il modernizzatore per eccellenza. Il ministro dell’Economia ha tentato di scardinare l’Ue quattordici anni fa, con l’ausilio del ministro degli Esteri Martino, figlio del primo europeista italiano, Gaetano Martino, ma ha capito presto che la cosa non era possibile. Ha tentato il protezionismo nella secondo esperienza sette anni fa con la stucchevole polemica anti-Cina. Ora è senza parole. Ma prima o poi dovrà mettere mano a quelle che, malgrado tutte le riforme e le cessioni di sovranità europee, sono le incombenze tradizionali del ministro del Tesoro: le politiche del debito e monetarie.
Sono sedici anni che l’Italia sta col fiato sospeso, stretta al diaframma dal contenimento della spesa pubblica. Che è obiettivo necessario, ma irrangiungibile: l’Italia non avendo più il controllo della politica del cambio e monetaria, deve però pagare interessi onerosissimi. La politica del debito virtuosa è in una morsa asfissiante. Una qualche forma di consolidamento del debito era necessaria dopo la svalutazione disastrosa del 1992 e prima dell’euro. Ora è inevitabile, prima del soffocamento.
L'ottusità della Fortezza europa
Gli Stati Uniti, dopo avere prosperato con l’assets inflation, la straordinaria speculazione su titoli, derivati e immobili finanziata dai mutui facili, ne hanno scaricato l’insolvenza sull’Europa attraverso il dollaro debole, e se ne sono surrogati i mercati di esportazione. Gli Stati Uniti continuano a prosperare, l’Europa paga il conto.
Si può vederla così, come l’ennesimo sgambetto della perfida America del perfido Bush. Invece che come l’ottusità del governo monetario europeo e la stupidità dei suoi fondamentali. Il fatto però è certo, confermato dall’Ocse: la recessione, prevista e vagheggiata per gli Stati Uniti, si abbatte invece sull’Europa. Nessuno compra più i buoni prodotti tedeschi, la Germania non compra più dall’Italia, e così via.
La risposta al dubbio è nelle cose. C’è una grande area della globalizzazione, del commercio mondiale, ed è il dollaro. E c’è al suo interno un’area, l’Europa, che si ritiene più virtuosa, più solida, più protetta contro l’inflazione, la tassa dei poveri, più avanzata tecnicamente, insomma “più migliore”. Ma le cose non stanno così. Il dollaro offre talmente tanti vantaggi, in termini di grandezza del mercato, e di flessibilità e convenienza, o contenimento globale dei costi, da assorbire le spinte inflazionistiche della sua debolezza, specie sulle materie prime, e rilanciarsi. L’euro sovrano invece è una palla al piede, che imprigiona l’economia: se assorbe in parte l’inflazione del dollaro, lo fa al costo d’insterilire la produzione. Come uno che è virtuoso perché si è castrato.
È però vero in un certo senso che l’America vince la partita a scapito dell’Europa. L’America di Bush. Incapace in tutto l’arco della crisi politica, nel Libano-Palestina, in Irak, in Iran, in Afghanistan, in Pakistan, e contro il radicalismo islamico, l’America ha invece riuscito un capolavoro nella politica monetaria e dello sviluppo. Ma questo perché l’indigenza dell’aloofness europea non ha paragoni.
Si può vederla così, come l’ennesimo sgambetto della perfida America del perfido Bush. Invece che come l’ottusità del governo monetario europeo e la stupidità dei suoi fondamentali. Il fatto però è certo, confermato dall’Ocse: la recessione, prevista e vagheggiata per gli Stati Uniti, si abbatte invece sull’Europa. Nessuno compra più i buoni prodotti tedeschi, la Germania non compra più dall’Italia, e così via.
La risposta al dubbio è nelle cose. C’è una grande area della globalizzazione, del commercio mondiale, ed è il dollaro. E c’è al suo interno un’area, l’Europa, che si ritiene più virtuosa, più solida, più protetta contro l’inflazione, la tassa dei poveri, più avanzata tecnicamente, insomma “più migliore”. Ma le cose non stanno così. Il dollaro offre talmente tanti vantaggi, in termini di grandezza del mercato, e di flessibilità e convenienza, o contenimento globale dei costi, da assorbire le spinte inflazionistiche della sua debolezza, specie sulle materie prime, e rilanciarsi. L’euro sovrano invece è una palla al piede, che imprigiona l’economia: se assorbe in parte l’inflazione del dollaro, lo fa al costo d’insterilire la produzione. Come uno che è virtuoso perché si è castrato.
È però vero in un certo senso che l’America vince la partita a scapito dell’Europa. L’America di Bush. Incapace in tutto l’arco della crisi politica, nel Libano-Palestina, in Irak, in Iran, in Afghanistan, in Pakistan, e contro il radicalismo islamico, l’America ha invece riuscito un capolavoro nella politica monetaria e dello sviluppo. Ma questo perché l’indigenza dell’aloofness europea non ha paragoni.
martedì 2 settembre 2008
Roll back anti-Nato, con multipolarismo
Si chiamava roll back la politica americana e della Nato, al tempo di John Foster Dulles e della guerra fredda, che doppiava il containment del comunismo con azioni di disturbo e di riconquista dov’era possibile, sovvertendo la spartizione postbellica in sfere d’influenza. Ora è la Nato a essere sottoposta a un intenso roll back, anche se da parte di un nemico composito, in tutti i fronti dove si è avventurata, quello islamico, dal Libano al Pakista, Iran e Iran inclusi, il Caucaso e il mar Nero, l’Afghanistan. Ovunque la Nato è in difficoltà. All’apparenza le difficoltà sono militari. Ma, data l’indiscussa superiorità Nato di mezzi e armi, la debolezza è politica e di progetto.
Se il nemico è composito il fronte è unico: è la leadership occidentale del mondo da vent’anni a questa parte. Che l’Occidente ha esercitato in solitario, forte del predominio militare e monetario. E per l’Occidente gli Usa, di cui l’Europa è a tutti gli effetti un compagno di merende. Finché si trattava di azioni di disturbo sulle retroguardie della Russia in ritirata, nei Balcani e alla frontiere storiche, e di bombardamento della sabbie irachene e afghane, l’Europa s’è illustrata, ora che la Russia si mostra riorganizzata, e gli uomini Nato sono scesi dall’elicottero, le schiere europee si rompono. Ma la partita principale si gioca, in Asia o ai suoi confini, tra gli Usa e le ex superpotenze.
La globalizzazione si decentra?
Russia e Cina hanno accettato per vent’anni l’egemonia americana, riconoscendo la sconfitta del comunismo. La Cina anzi se n’è fatto baluardo nella sua nuova proiezione mondiale e il suo nuovo “modello di sviluppo”, attraverso l’operosità e gli scambi. Ora qualcosa si sta modificando sotto l’egemonia americana. La rinuncia della Russia alla Wto, se non cambia quasi nulla degli scambi internazionali, potrebbe essere l’indicazione di una stagione conclusa, quella del libero scambio, o del condominio Usa-Cina sull’economia mondiale. E sicuramente avrà effetti sull’americanismo dell’Europa, la quale con la Russia deve convivere sotto tutti gli aspetti. Mentre parte il roll back della Russia alle sue frontiere contro l’aggressione Nato.
La Russia che snobba l’America, e anzi la sfida, insomma, apre una falla nel monolitismo della glogalizzazione, e potrebbe resuscitare la vecchia dottrina di Kissinger del multipolarismo – la dottrina americana che ebbe vita breve, nei quindici anni tra lo scacco del Vietnam e il crollo del comunismo. Altri soggetti stabilizzatori sono comunque necessari nell’arco della crisi, del radicalismo islamico (Libano, Israele, Irak, Iran, Afghanistan) di cui la Nato non sa venire a capo, e dell’ex Unione Sovietica.
Anche sul fronte monetario assetti diversi sono necessari. Per governare la globalizzazione, qualsiasi altra forma essa possa prendere dopo la crisi finanziaria euroamericana, stante il perdurante benign neglect del dollaro, che ne era il fondamento. Nuovi centri propulsori della globalizzazione sono nei fatti, il dollaro non basta più, e si riflettono nelle politiche. L’euro dovrà assumersi un ruolo, e lo yuan e lo yen potrebbero volerlo: la politica americana del dollaro debole accentua le incertezze e le oscillazioni, specie delle materie prime. Il ritorno dell’inflazione nell’ultimo biennio non ha altra ragione che la debolezza del dollaro, che prolungandosi ha sconfitto le difese delle monete forti, ora esse stesse causa d’inflazione. Non solo la Russia, anche l’Asia vorrà un suo ruolo, e l’Europa potrebbe esservi costretta.
Se il nemico è composito il fronte è unico: è la leadership occidentale del mondo da vent’anni a questa parte. Che l’Occidente ha esercitato in solitario, forte del predominio militare e monetario. E per l’Occidente gli Usa, di cui l’Europa è a tutti gli effetti un compagno di merende. Finché si trattava di azioni di disturbo sulle retroguardie della Russia in ritirata, nei Balcani e alla frontiere storiche, e di bombardamento della sabbie irachene e afghane, l’Europa s’è illustrata, ora che la Russia si mostra riorganizzata, e gli uomini Nato sono scesi dall’elicottero, le schiere europee si rompono. Ma la partita principale si gioca, in Asia o ai suoi confini, tra gli Usa e le ex superpotenze.
La globalizzazione si decentra?
Russia e Cina hanno accettato per vent’anni l’egemonia americana, riconoscendo la sconfitta del comunismo. La Cina anzi se n’è fatto baluardo nella sua nuova proiezione mondiale e il suo nuovo “modello di sviluppo”, attraverso l’operosità e gli scambi. Ora qualcosa si sta modificando sotto l’egemonia americana. La rinuncia della Russia alla Wto, se non cambia quasi nulla degli scambi internazionali, potrebbe essere l’indicazione di una stagione conclusa, quella del libero scambio, o del condominio Usa-Cina sull’economia mondiale. E sicuramente avrà effetti sull’americanismo dell’Europa, la quale con la Russia deve convivere sotto tutti gli aspetti. Mentre parte il roll back della Russia alle sue frontiere contro l’aggressione Nato.
La Russia che snobba l’America, e anzi la sfida, insomma, apre una falla nel monolitismo della glogalizzazione, e potrebbe resuscitare la vecchia dottrina di Kissinger del multipolarismo – la dottrina americana che ebbe vita breve, nei quindici anni tra lo scacco del Vietnam e il crollo del comunismo. Altri soggetti stabilizzatori sono comunque necessari nell’arco della crisi, del radicalismo islamico (Libano, Israele, Irak, Iran, Afghanistan) di cui la Nato non sa venire a capo, e dell’ex Unione Sovietica.
Anche sul fronte monetario assetti diversi sono necessari. Per governare la globalizzazione, qualsiasi altra forma essa possa prendere dopo la crisi finanziaria euroamericana, stante il perdurante benign neglect del dollaro, che ne era il fondamento. Nuovi centri propulsori della globalizzazione sono nei fatti, il dollaro non basta più, e si riflettono nelle politiche. L’euro dovrà assumersi un ruolo, e lo yuan e lo yen potrebbero volerlo: la politica americana del dollaro debole accentua le incertezze e le oscillazioni, specie delle materie prime. Il ritorno dell’inflazione nell’ultimo biennio non ha altra ragione che la debolezza del dollaro, che prolungandosi ha sconfitto le difese delle monete forti, ora esse stesse causa d’inflazione. Non solo la Russia, anche l’Asia vorrà un suo ruolo, e l’Europa potrebbe esservi costretta.
L'Occidente li vuole belli, purché incapaci
La foto storica di Berlusconi e Gheddafi che chiudono la triste vicenda del colonialismo li vede bellissimi, ripresi dal loro angolo migliore se non ritoccati, e con almeno trent’anni di meno, senza rughe, senza pieghe, entrambi cotonati, anche se Gheddafi prudente tiene il capo coperto. Anche al contemporaneo vertice europeo, sembrava un defilé, ieri come del resto a ogni vertice europeo da qualche anno: c’è sempre il bellissimo Zapatero, con le sue belle ministre, i prestanti baltici dai nomi impossibili, il bello e atteggiato Brown, anche se politico incapace, l’ex bello Solana, e il ministro degli Esteri tedesco di cui nessuno sa il nome, anche se in età, ospitati da Sarkozy, che non dubita del suo fascino, e dal bello Kouchner che sempre si pettina. È, come tutto, una moda americana, la ragione principale per cui abbiamo avuto Clinton, e poi Bush, raddoppiato dall’inutile Rice, e avremo Obama.
Una volta dovevano essere saggi, e per questo un po’ arcigni. Quelli che vinsero la guerra, e poi il dopoguerra erano anzi decisamente brutti: Roosevelt, Churchill, lo stesso Stalin, de Gaulle, De Gasperi, Adenauer. Ora è il tempo della fitness e dell’immagine, l’Occidente i suoi buoni li vuole soprattutto belli. Anche in Italia: Rutelli e Veltroni, belli e aitanti, ancora non si capacitano perché perdono sempre, con uno che è basso, grasso, e col riportino.
Anche i greci antichi li volevano “belli-e-buoni”. Ma ora è diverso, non è necessario che siano intelligenti. È anzi meglio che siano incapaci, l’Occidente non si fida della politica. L’Occidente ne ha appena fatto le prove nel fatidico giorno di apertura dell’Olimpiade, con la Cina dei vegliardi politicanti che ha celebrato il suo trionfo, mentre il bello Saakashvili si prendeva due ceffoni da Putin – che si atteggia pure lui a bello-e-buono ma sappiamo che non è vero. È nell’irrilevanza della politica che l’Occidente pone oggi la sua superiorità.
Una volta dovevano essere saggi, e per questo un po’ arcigni. Quelli che vinsero la guerra, e poi il dopoguerra erano anzi decisamente brutti: Roosevelt, Churchill, lo stesso Stalin, de Gaulle, De Gasperi, Adenauer. Ora è il tempo della fitness e dell’immagine, l’Occidente i suoi buoni li vuole soprattutto belli. Anche in Italia: Rutelli e Veltroni, belli e aitanti, ancora non si capacitano perché perdono sempre, con uno che è basso, grasso, e col riportino.
Anche i greci antichi li volevano “belli-e-buoni”. Ma ora è diverso, non è necessario che siano intelligenti. È anzi meglio che siano incapaci, l’Occidente non si fida della politica. L’Occidente ne ha appena fatto le prove nel fatidico giorno di apertura dell’Olimpiade, con la Cina dei vegliardi politicanti che ha celebrato il suo trionfo, mentre il bello Saakashvili si prendeva due ceffoni da Putin – che si atteggia pure lui a bello-e-buono ma sappiamo che non è vero. È nell’irrilevanza della politica che l’Occidente pone oggi la sua superiorità.
Secondi pensieri (17)
zeulig
Coscienza – Si cambia, ma sempre per aggiunte al già noto, se non c’è il vizio di scaricarsi la coscienza. La quale, dice Freud, è “angoscia sociale”, e secondo Hamsun “fu inventata da quel vecchio maestro di ballo, Shakespeare”. S’impara anche a trent’anni, superata cioè l’età scolare. Anche ciò che è volatile. “La cosa al mondo più difficile da conservare è la coscienza”, Camus annota nel diario: “Di solito le circostanze vi si oppongono, che spingono alla dispersione”. Di solito la dispersione s’intende dell’io, con o senza la rima in Dio.
Coscienza di che? Anzitutto la coscienza si deve definire. Psiche fu a lungo vittima di Amore. O meglio, perseguitata da Venere e protetta da Amore. Per Venere intendendosi la materialità dell’atto, sesso era la femmina, sentimento il maschio. E Psiche chi è?
Locke forgiò e diffuse consciousness, per distinguere tra inconscio e consapevolezza, la misura della coscienza con la realtà. Sono catabasi, ecco cosa avveniva e ora non avviene più, se ne facevano sempre in antico, per trovare l’amore e ogni altra.
Per i ladri è la morte, nel Dictionnaire di Vidocq. Se non è lo Stato. Sempre Hegel afferma che “lo Stato è lo spirito che risiede nel mondo, e si realizza nel mondo attraverso la coscienza”. La coscienza anima della repressione. Per la tecnica, perché no, del flusso di coscienza, la letteratura del Novecento.
Del racconto senza interruzioni è maestra Vernon Lee, frasi di una pagina, modellate, senza ripetizioni né anacoluti, o soffi al cuore, un gioco d’incastri senza fatica. Il flusso di coscienza invece si vuole debordante. E dunque è la coscienza uno sciacquone?
Non è nel Vangelo, non c’è pentimento richiesto nel Vangelo, con la malinconia dell’esame di coscienza. Si facevano l’esame pitagorici, stoici ed epicurei. La chiesa lo imbarcò pare con la confessione obbligatoria del Concilio Lateranense II, quindi nel secolo dodicesimo – è con l’anno Mille che si forgia la chiesa (e l’Occidente) sessuofobica, colpevolista, autoritaria.
La compassione non è una virtù, dirà Kant. Né la compiacenza. Già Erasmo se lo diceva con Lutero. Ma, aggiungevano, l’esame di coscienza largamente restringe, o almeno modera, la na-turale turpitudine. Fare tesoro dei propri errori, dicono i maestri di scuola. Ma questa è la maniera d’essere, per tentativi ed errori, e non la lezione della storia. La storia dice che bisogna guardarsi poco indietro, una volta preso il passo, e senza supponenza, con semplicità, procedere.
Laicismo – Era la filiera “Mondo-Espresso-Repubblica”, dalla quale è stato dichiarato morto trenta’anni fa, in favore di Berlinguer e De Mita (le “subculture” comunista e confessionale). Dopo essere stato a lungo le leggi eversive per l’appropriazione della manomorta, con un po’ di teismo massonico, che s'intende sulfureo. Non è il radicalismo di Pannella: il laicismo non è eversivo, totalitario.
È l’approccio non prevenuto e curioso all’esistenza e agli altri. I primi e soli laici nell’Italia unita sono stati a lungo, fino ai popolari di Sturzo, i cattolici. Che il laicismo fangoso dei Savoia, ex clericali, lasciava ai margini.
Leggere - È viaggiare, si dice. Ma è operazione attiva e non passiva quale il viaggiare, leggere si può solo da fermi. È il panorama che cambia.
Marx - Sarà stato l’ultimo cappello europeo posto sul mondo. Più radicale a volte, sicuramente più esteso, della stessa rivoluzione francese, dei diritti dell’uomo e dell’individuo. Non tanto per i diritti della classe – ma l’invidia sociale conta – quanto per quello della giustizia, che è fortissimo. Ma si è lasciato manipolare dai russi. E l’Europa avrà trascinato all’ultima rovina.
Morale – La questione morale è l’arma decisiva per depotenziare la politica e sottrarla alla democrazia. In tutte le epoche - il controllo democratico è attivo in tutta la storia: da Cicerone-Catilina in poi, e evidentemente anche da prima. La questione morale è il paravento e l’arma del segreto.
A lungo è stata agitata dai liberali (“laici”) che non riconoscevano la democrazia. Ceti caratteristicamente arricchitisi non con l’impresa ma con la manomorta – l’esproprio e le soppressioni napoleoniche e risorgimentali – elevata a diritto: gli assertori e difensori del diritto di proprietà si sono imposti con l’appropriazione indebita.
Natura – In buona misura è umana.
Ottimismo - È energia nel malessere. È la ragione.
Pentimento – Statisticamente, i criminali sentono il bisogno di confessare. A chiunque, pare, qualsiasi cosa. Non di pentirsi dunque, o di punirsi, ma di raccontarla. Il pentimento è narrazione.
Come fatto attivo – denunciare, quindi giudicare – è in realtà non pentirsi. Il vero pentimento è autoannullamento – è la metafora della prigione.
Scritture – Sono sceneggiature. Non si leggono altrimenti, come una saga, per esempio, né sono libri profetici, o teologici, e nemmeno filosofici, e la storia che c’è vi è mascherata. Sono una serie di immagini, scene e persone in movimento: Giobbe, Abramo, Salomone, Noè, lo stesso Gesù e Maria nei Vangeli, non sono “comprensibili”, ma sono visibili, visibilissimi, e vivi, compagni di viaggio che abbiamo sempre avuto, di quella realtà complessa o umanità che il cinema sa riprodurre. Sono narrazioni, a scena scontornata, che si susseguono e si sovrappongono.
Non diversamente è nei sogni, a saperli, e volerli, ricostruire.
Scrivere – È esplorare. Più spesso con le fattezze malaticce di un Livingstone, o con l’avidità di un Colombo, di uno Stanley, ma con curiosità inesauribile. Magari sull’uscio di casa, se non dentro, ma con fantasia. Ogni esplorazione è una creazione dell’esplorato.
Il fatto è che, per non essere immortali, ci siamo abituati a storie con un fine, a cui tutto corre, e questo fa il disadattamento dell’occidentale. Si dice che sia per il razionalismo, ma è per una narrativa distorta, costruita. Come quella di Gide, che ha scritto la sua Resistenza, nel “Diario”, dopo i fatti, tacendo che il “Diario” era stato già pubblicato nella rivista di Drieu La Rochelle – e nessuno glielo rimprovera: Gide può non essere onesto. Le virgole sono essenziali alla storia, sia alla scrittura che al senso. È spostando le virgole al libro di “Daniele”, spiegò famosamente Lutero, che i rabbini escludono e irridono il Cristo. Virgole e citazioni sono insidiose non solo nei testi sacri, necessariamente vaghi. Lo stesso l’uso della congiunzione. In certe traduzioni della Bibbia, o dal tedesco, non si sa se una persona è vissuta due volte, cinque anni e cento anni, oppure centocinque anni. Lo scrittore dev’essere incompleto.
Dickens voleva creare una nuova forma narrativa, il superromanzo, che sarebbe consistito di diversi romanzi intrecciati. Ma un romanzo è già un intreccio, più o meno forzato. Bisogna adottare la calligrafia cinese, della storia come viene, meglio rispondente al suo carattere fluviale, i caratteri si modulano dopo, con le vicende. E pur non possedendo i linguaggi, quello della musica per esempio, si può avere l’orecchio assoluto, per esempio per la musica delle idee. Non per gli echi, i ritmi, le assonanze, le consonanze, ancorché melodiche, della retorica, ma per la capacità evocativa che alcuni scrittori hanno, anche dissonante. Montaigne per esempio, che, ragionando, è filosofo di trivialità, fa musica interminabile, per fughe, contrappunti, danze popolari, apre valli e colline. Shakespeare è un altro, rispetto all’eccessivismo elisabettiano, che mette in versi l’incredulità barocca, per le idee che ingenera a ogni immagine. Anche Dante a una dizione: senza le note erudite è pieno di risonanze.
C’è in inglese una funzione e una parola che non c’è o non usa in italiano, il dimmer. Che, venendo da dim, dovrebbe evocare l’idea di pallido, indistinto, oscuro per luce insufficiente o percezione insufficiente, ma è in realtà uno strumento che adatta la luce, dal faro solare all’ombra, giusto quel grado che è necessario, per un’esigenza di risparmio e di uso ottimale dell’energia, evitando gli sprechi della luce costante, e l’intromettenza. Un narrante che non sia io e non sia terzo – i quali, si sa, sono falsi – e non sia sempre uguale, impostato come un cantante d’opera, oppure umile ma ripetitivo, costante in qualsiasi evento o piega della narrazione. Che sia invece modulabile, umile se si vuole ma per esigenza e non per ruolo, o stentoreo.
zeulig@gmail.com
Coscienza – Si cambia, ma sempre per aggiunte al già noto, se non c’è il vizio di scaricarsi la coscienza. La quale, dice Freud, è “angoscia sociale”, e secondo Hamsun “fu inventata da quel vecchio maestro di ballo, Shakespeare”. S’impara anche a trent’anni, superata cioè l’età scolare. Anche ciò che è volatile. “La cosa al mondo più difficile da conservare è la coscienza”, Camus annota nel diario: “Di solito le circostanze vi si oppongono, che spingono alla dispersione”. Di solito la dispersione s’intende dell’io, con o senza la rima in Dio.
Coscienza di che? Anzitutto la coscienza si deve definire. Psiche fu a lungo vittima di Amore. O meglio, perseguitata da Venere e protetta da Amore. Per Venere intendendosi la materialità dell’atto, sesso era la femmina, sentimento il maschio. E Psiche chi è?
Locke forgiò e diffuse consciousness, per distinguere tra inconscio e consapevolezza, la misura della coscienza con la realtà. Sono catabasi, ecco cosa avveniva e ora non avviene più, se ne facevano sempre in antico, per trovare l’amore e ogni altra.
Per i ladri è la morte, nel Dictionnaire di Vidocq. Se non è lo Stato. Sempre Hegel afferma che “lo Stato è lo spirito che risiede nel mondo, e si realizza nel mondo attraverso la coscienza”. La coscienza anima della repressione. Per la tecnica, perché no, del flusso di coscienza, la letteratura del Novecento.
Del racconto senza interruzioni è maestra Vernon Lee, frasi di una pagina, modellate, senza ripetizioni né anacoluti, o soffi al cuore, un gioco d’incastri senza fatica. Il flusso di coscienza invece si vuole debordante. E dunque è la coscienza uno sciacquone?
Non è nel Vangelo, non c’è pentimento richiesto nel Vangelo, con la malinconia dell’esame di coscienza. Si facevano l’esame pitagorici, stoici ed epicurei. La chiesa lo imbarcò pare con la confessione obbligatoria del Concilio Lateranense II, quindi nel secolo dodicesimo – è con l’anno Mille che si forgia la chiesa (e l’Occidente) sessuofobica, colpevolista, autoritaria.
La compassione non è una virtù, dirà Kant. Né la compiacenza. Già Erasmo se lo diceva con Lutero. Ma, aggiungevano, l’esame di coscienza largamente restringe, o almeno modera, la na-turale turpitudine. Fare tesoro dei propri errori, dicono i maestri di scuola. Ma questa è la maniera d’essere, per tentativi ed errori, e non la lezione della storia. La storia dice che bisogna guardarsi poco indietro, una volta preso il passo, e senza supponenza, con semplicità, procedere.
Laicismo – Era la filiera “Mondo-Espresso-Repubblica”, dalla quale è stato dichiarato morto trenta’anni fa, in favore di Berlinguer e De Mita (le “subculture” comunista e confessionale). Dopo essere stato a lungo le leggi eversive per l’appropriazione della manomorta, con un po’ di teismo massonico, che s'intende sulfureo. Non è il radicalismo di Pannella: il laicismo non è eversivo, totalitario.
È l’approccio non prevenuto e curioso all’esistenza e agli altri. I primi e soli laici nell’Italia unita sono stati a lungo, fino ai popolari di Sturzo, i cattolici. Che il laicismo fangoso dei Savoia, ex clericali, lasciava ai margini.
Leggere - È viaggiare, si dice. Ma è operazione attiva e non passiva quale il viaggiare, leggere si può solo da fermi. È il panorama che cambia.
Marx - Sarà stato l’ultimo cappello europeo posto sul mondo. Più radicale a volte, sicuramente più esteso, della stessa rivoluzione francese, dei diritti dell’uomo e dell’individuo. Non tanto per i diritti della classe – ma l’invidia sociale conta – quanto per quello della giustizia, che è fortissimo. Ma si è lasciato manipolare dai russi. E l’Europa avrà trascinato all’ultima rovina.
Morale – La questione morale è l’arma decisiva per depotenziare la politica e sottrarla alla democrazia. In tutte le epoche - il controllo democratico è attivo in tutta la storia: da Cicerone-Catilina in poi, e evidentemente anche da prima. La questione morale è il paravento e l’arma del segreto.
A lungo è stata agitata dai liberali (“laici”) che non riconoscevano la democrazia. Ceti caratteristicamente arricchitisi non con l’impresa ma con la manomorta – l’esproprio e le soppressioni napoleoniche e risorgimentali – elevata a diritto: gli assertori e difensori del diritto di proprietà si sono imposti con l’appropriazione indebita.
Natura – In buona misura è umana.
Ottimismo - È energia nel malessere. È la ragione.
Pentimento – Statisticamente, i criminali sentono il bisogno di confessare. A chiunque, pare, qualsiasi cosa. Non di pentirsi dunque, o di punirsi, ma di raccontarla. Il pentimento è narrazione.
Come fatto attivo – denunciare, quindi giudicare – è in realtà non pentirsi. Il vero pentimento è autoannullamento – è la metafora della prigione.
Scritture – Sono sceneggiature. Non si leggono altrimenti, come una saga, per esempio, né sono libri profetici, o teologici, e nemmeno filosofici, e la storia che c’è vi è mascherata. Sono una serie di immagini, scene e persone in movimento: Giobbe, Abramo, Salomone, Noè, lo stesso Gesù e Maria nei Vangeli, non sono “comprensibili”, ma sono visibili, visibilissimi, e vivi, compagni di viaggio che abbiamo sempre avuto, di quella realtà complessa o umanità che il cinema sa riprodurre. Sono narrazioni, a scena scontornata, che si susseguono e si sovrappongono.
Non diversamente è nei sogni, a saperli, e volerli, ricostruire.
Scrivere – È esplorare. Più spesso con le fattezze malaticce di un Livingstone, o con l’avidità di un Colombo, di uno Stanley, ma con curiosità inesauribile. Magari sull’uscio di casa, se non dentro, ma con fantasia. Ogni esplorazione è una creazione dell’esplorato.
Il fatto è che, per non essere immortali, ci siamo abituati a storie con un fine, a cui tutto corre, e questo fa il disadattamento dell’occidentale. Si dice che sia per il razionalismo, ma è per una narrativa distorta, costruita. Come quella di Gide, che ha scritto la sua Resistenza, nel “Diario”, dopo i fatti, tacendo che il “Diario” era stato già pubblicato nella rivista di Drieu La Rochelle – e nessuno glielo rimprovera: Gide può non essere onesto. Le virgole sono essenziali alla storia, sia alla scrittura che al senso. È spostando le virgole al libro di “Daniele”, spiegò famosamente Lutero, che i rabbini escludono e irridono il Cristo. Virgole e citazioni sono insidiose non solo nei testi sacri, necessariamente vaghi. Lo stesso l’uso della congiunzione. In certe traduzioni della Bibbia, o dal tedesco, non si sa se una persona è vissuta due volte, cinque anni e cento anni, oppure centocinque anni. Lo scrittore dev’essere incompleto.
Dickens voleva creare una nuova forma narrativa, il superromanzo, che sarebbe consistito di diversi romanzi intrecciati. Ma un romanzo è già un intreccio, più o meno forzato. Bisogna adottare la calligrafia cinese, della storia come viene, meglio rispondente al suo carattere fluviale, i caratteri si modulano dopo, con le vicende. E pur non possedendo i linguaggi, quello della musica per esempio, si può avere l’orecchio assoluto, per esempio per la musica delle idee. Non per gli echi, i ritmi, le assonanze, le consonanze, ancorché melodiche, della retorica, ma per la capacità evocativa che alcuni scrittori hanno, anche dissonante. Montaigne per esempio, che, ragionando, è filosofo di trivialità, fa musica interminabile, per fughe, contrappunti, danze popolari, apre valli e colline. Shakespeare è un altro, rispetto all’eccessivismo elisabettiano, che mette in versi l’incredulità barocca, per le idee che ingenera a ogni immagine. Anche Dante a una dizione: senza le note erudite è pieno di risonanze.
C’è in inglese una funzione e una parola che non c’è o non usa in italiano, il dimmer. Che, venendo da dim, dovrebbe evocare l’idea di pallido, indistinto, oscuro per luce insufficiente o percezione insufficiente, ma è in realtà uno strumento che adatta la luce, dal faro solare all’ombra, giusto quel grado che è necessario, per un’esigenza di risparmio e di uso ottimale dell’energia, evitando gli sprechi della luce costante, e l’intromettenza. Un narrante che non sia io e non sia terzo – i quali, si sa, sono falsi – e non sia sempre uguale, impostato come un cantante d’opera, oppure umile ma ripetitivo, costante in qualsiasi evento o piega della narrazione. Che sia invece modulabile, umile se si vuole ma per esigenza e non per ruolo, o stentoreo.
zeulig@gmail.com
Ombre - 4
Epifani per l’Alitalia detta le condizioni, sul “Corriere della sera” di oggi. A un’azienda che è
fallita, economicamente e tecnicamente, e che non fa esuberi ma chiede il salvataggio.
Può darsi che si un riflesso della vecchia Cgil, dei vecchi tempi. Ma sono ormai passati trenta e più anni, da quando il salario era una variabile indipendente. No, il segretario della Cgil gioca all’anti-Berlusconi, e così è giocato dal giornale – “io sono più bravo, Berlusconi è un cretino”. Che è l’unica cosa che la sinistra vedova evidentemente sa dire. Non si capisce altrimenti perché tanta incapacità.
È anche una conferma, purtroppo, che il sindacato è inesistente, se il leader della Cgil sa solo fare il “napoletano”, con tanto rumore, tammurriate, capriole, e occupazioni di suolo pubblico.
Paginate sui maggiori giornali, anche due e tre, sulla governance di Mediobanca, sui dissidi non detti tra il management e gli azionisti, tra Nagel e Geronzi. Che malinconiche non interessano a nessuno, anche il non detto: Mediobanca non fa più paura. Si scioglie l’equivoco Cuccia. Del patrimonio di Mediobanca e Cuccia solo Generali resistono. Anche perché la loro storia negli ultimi dieci anni si è allontanata dal patrocinio milanese. Le altre curatele di Cuccia-Mediobanca sono finite in clamorosi e costosi fallimenti, dalla Olivetti del post-Adriano e di De Benedetti a Montedison a Gemina-Rcs. La Fiat, che per un trentennio si è barcamenata “facendo” i bilanci, per le arti di Romiti, poulain di Cuccia, una volta libera dall’asse Avvocato-Mediobanca, è tornata una casa automobilistica che sa stare sul mercato - a opera di un manager, peraltro, che niente sapeva di automobili: bastava così poco?
Un’Associazione Culturale Epizephyri Onlus di Locri spende in pubblicità mezza pagina del “Sole” di domenica per comunicare che premierà a Palermo col Pinax d’argento Vincenzo Consolo, nonché con una borsa di studio il migliore allievo dei licei classici, scientifici e artistici di Palermo e provincia e di quelli di Trapani. “Una scelta quest’ultima”, dice la pubblicità, “non casuale ma dettata dalla voglia di «omaggiare» il dott. Giuseppe Gualtieri, calabrese, che con le sue brillanti operazioni in terra siciliana si è conquistato sul campo il grado di Questore” – di Trapani?
Il tutto in prosa postsovietica, col presidente onorevole avvocato, il vice presidente dottor ingegnere, eccetera. A conferma che le due subculture al Sud e all’Est, sono purtroppo simili, e entrambe sono burocratiche. Ma poiché la mezza pagina del “Sole” costa almeno ventimila euro, uno non può che invidiare tanti mezzi. A Palermo saranno anche distribuiti ai dirigenti scolastici e agli studenti i libri “Fratelli di sangue2 e “Il grande inganno”, del magistrato Nicola Gratteri, teorico del tutto ‘ndrangheta e Locri e dintorni. E questo effettivamente va a diffusione della cultura.
Carlo Maria Martini telefona da Gerusalemme, dove si è ritirato malato e in contemplazione, all’“Unità” per congratularsi con la direttrice De Gregorio. È un vecchio lettore del giornale? Ma è stato cardinale a lungo, papabile, e si è dimesso da tempo per l’età e i connessi limiti.
“Se la sono cercata”, dice il sindaco Alemanno dei poveri olandesi in bicicletta violentati a Roma. Come Prodi dei rifiuti in Campania, Scajola di Biagi, i leghisti di chiunque. È il segno più evidente della mediocrità della classe politica che ha preso il potere nel 1992: la colpa è degli altri.
Shevchenko, calciatore cresciuto a livelli mondali con il Milan, di cui è un po’ la bandiera, decide per motivi familiari di trasferirsi a Londra, al Chelsea. Dove, per motivi tattici, benché atleta integro e serio, non gioca. Dopo un paio d’anni d’inattività, costosa per il Chelsea, chiede di poter tornare al Milan, o comunque andare in una squadra dove possa giocare. Ma questo per il Chelsea non è possibile. Per consentirgli di giocare deve intervenire il capo del governo italiano.
È tutta qui l’immoralità del calcio, non c’è bisogno d’intercettazioni o antidoping: la distruzione degli atleti. Per nessuna ragione – quelle ventilate sono anche peggio: il Milan concorrente del Chelsea, o l’atleta ucraino perseguitato dal padrone russo.
La ministra dell’Istruzione Gelmini, nel mentre che dissolve l’università italiana in favore di quella confessionale, dice una cosa giusta: che la scuola al Sud non è formativa. Per questo è sommersa dalle critiche e deve fare marcia indietro. Prepotenza del Sud? Stupidità? È anche un diversivo: la ministra marcia avanti nel suo programma, tanto del Sud a chi gliene frega?
Per un mese un articolo di “Newsweek” favorevole a Berlsuconi ha tenuto occupati i maggiori giornali italiani, compresi “Il Sole 24 Ore” e “L’Unità”. E ancora non basta: nell’ultima settimana di agosto “L’Unità” ci è tornata su, “Repubblica” e il “Corriere” ci sono tornati su, mentre Enrico Letta del Pd si annette l’autore dell’articolo, Jacopo Barigazzi. Chiedendo di mettere fine al “provincialismo”.
Per fortuna, è aria fritta tra cervelli fritti – in Italia come si sa non ci sono vere tragedie ma “tragediatori”, attori che mimano. Prendendo la vicenda sul serio, ci sarebbe il fascismo di questa assurda sinistra, di che impensierire la pia “Famiglia Cristiana”. O la mafiosità: i Furio Colombo in veste di Totò Riina, che mette in guardia ogni atro corrispondente o collaboratore di testata straniera.
Il Ros di Reggio Calabria, nella persona del colonnello Valerio Giardina, fa un’indagine sulla gestione dei beni confiscati alla mafia, che ritiene carente o omissiva. Buon numero di amministratori e politici della provincia di Reggio Calabria, di centro, di sinistra e di destra, apprendono dal quotidiano “Calabria Ora”, nel quale l’indagine si pubblica, di essere iscritti nel registro degli indagati. Il Procuratore Capo di Reggio Calabria Pignatone si limita a precisare che si stanno valutando le posizioni caso per caso. È così che si fa la lotta alla mafia?
fallita, economicamente e tecnicamente, e che non fa esuberi ma chiede il salvataggio.
Può darsi che si un riflesso della vecchia Cgil, dei vecchi tempi. Ma sono ormai passati trenta e più anni, da quando il salario era una variabile indipendente. No, il segretario della Cgil gioca all’anti-Berlusconi, e così è giocato dal giornale – “io sono più bravo, Berlusconi è un cretino”. Che è l’unica cosa che la sinistra vedova evidentemente sa dire. Non si capisce altrimenti perché tanta incapacità.
È anche una conferma, purtroppo, che il sindacato è inesistente, se il leader della Cgil sa solo fare il “napoletano”, con tanto rumore, tammurriate, capriole, e occupazioni di suolo pubblico.
Paginate sui maggiori giornali, anche due e tre, sulla governance di Mediobanca, sui dissidi non detti tra il management e gli azionisti, tra Nagel e Geronzi. Che malinconiche non interessano a nessuno, anche il non detto: Mediobanca non fa più paura. Si scioglie l’equivoco Cuccia. Del patrimonio di Mediobanca e Cuccia solo Generali resistono. Anche perché la loro storia negli ultimi dieci anni si è allontanata dal patrocinio milanese. Le altre curatele di Cuccia-Mediobanca sono finite in clamorosi e costosi fallimenti, dalla Olivetti del post-Adriano e di De Benedetti a Montedison a Gemina-Rcs. La Fiat, che per un trentennio si è barcamenata “facendo” i bilanci, per le arti di Romiti, poulain di Cuccia, una volta libera dall’asse Avvocato-Mediobanca, è tornata una casa automobilistica che sa stare sul mercato - a opera di un manager, peraltro, che niente sapeva di automobili: bastava così poco?
Un’Associazione Culturale Epizephyri Onlus di Locri spende in pubblicità mezza pagina del “Sole” di domenica per comunicare che premierà a Palermo col Pinax d’argento Vincenzo Consolo, nonché con una borsa di studio il migliore allievo dei licei classici, scientifici e artistici di Palermo e provincia e di quelli di Trapani. “Una scelta quest’ultima”, dice la pubblicità, “non casuale ma dettata dalla voglia di «omaggiare» il dott. Giuseppe Gualtieri, calabrese, che con le sue brillanti operazioni in terra siciliana si è conquistato sul campo il grado di Questore” – di Trapani?
Il tutto in prosa postsovietica, col presidente onorevole avvocato, il vice presidente dottor ingegnere, eccetera. A conferma che le due subculture al Sud e all’Est, sono purtroppo simili, e entrambe sono burocratiche. Ma poiché la mezza pagina del “Sole” costa almeno ventimila euro, uno non può che invidiare tanti mezzi. A Palermo saranno anche distribuiti ai dirigenti scolastici e agli studenti i libri “Fratelli di sangue2 e “Il grande inganno”, del magistrato Nicola Gratteri, teorico del tutto ‘ndrangheta e Locri e dintorni. E questo effettivamente va a diffusione della cultura.
Carlo Maria Martini telefona da Gerusalemme, dove si è ritirato malato e in contemplazione, all’“Unità” per congratularsi con la direttrice De Gregorio. È un vecchio lettore del giornale? Ma è stato cardinale a lungo, papabile, e si è dimesso da tempo per l’età e i connessi limiti.
“Se la sono cercata”, dice il sindaco Alemanno dei poveri olandesi in bicicletta violentati a Roma. Come Prodi dei rifiuti in Campania, Scajola di Biagi, i leghisti di chiunque. È il segno più evidente della mediocrità della classe politica che ha preso il potere nel 1992: la colpa è degli altri.
Shevchenko, calciatore cresciuto a livelli mondali con il Milan, di cui è un po’ la bandiera, decide per motivi familiari di trasferirsi a Londra, al Chelsea. Dove, per motivi tattici, benché atleta integro e serio, non gioca. Dopo un paio d’anni d’inattività, costosa per il Chelsea, chiede di poter tornare al Milan, o comunque andare in una squadra dove possa giocare. Ma questo per il Chelsea non è possibile. Per consentirgli di giocare deve intervenire il capo del governo italiano.
È tutta qui l’immoralità del calcio, non c’è bisogno d’intercettazioni o antidoping: la distruzione degli atleti. Per nessuna ragione – quelle ventilate sono anche peggio: il Milan concorrente del Chelsea, o l’atleta ucraino perseguitato dal padrone russo.
La ministra dell’Istruzione Gelmini, nel mentre che dissolve l’università italiana in favore di quella confessionale, dice una cosa giusta: che la scuola al Sud non è formativa. Per questo è sommersa dalle critiche e deve fare marcia indietro. Prepotenza del Sud? Stupidità? È anche un diversivo: la ministra marcia avanti nel suo programma, tanto del Sud a chi gliene frega?
Per un mese un articolo di “Newsweek” favorevole a Berlsuconi ha tenuto occupati i maggiori giornali italiani, compresi “Il Sole 24 Ore” e “L’Unità”. E ancora non basta: nell’ultima settimana di agosto “L’Unità” ci è tornata su, “Repubblica” e il “Corriere” ci sono tornati su, mentre Enrico Letta del Pd si annette l’autore dell’articolo, Jacopo Barigazzi. Chiedendo di mettere fine al “provincialismo”.
Per fortuna, è aria fritta tra cervelli fritti – in Italia come si sa non ci sono vere tragedie ma “tragediatori”, attori che mimano. Prendendo la vicenda sul serio, ci sarebbe il fascismo di questa assurda sinistra, di che impensierire la pia “Famiglia Cristiana”. O la mafiosità: i Furio Colombo in veste di Totò Riina, che mette in guardia ogni atro corrispondente o collaboratore di testata straniera.
Il Ros di Reggio Calabria, nella persona del colonnello Valerio Giardina, fa un’indagine sulla gestione dei beni confiscati alla mafia, che ritiene carente o omissiva. Buon numero di amministratori e politici della provincia di Reggio Calabria, di centro, di sinistra e di destra, apprendono dal quotidiano “Calabria Ora”, nel quale l’indagine si pubblica, di essere iscritti nel registro degli indagati. Il Procuratore Capo di Reggio Calabria Pignatone si limita a precisare che si stanno valutando le posizioni caso per caso. È così che si fa la lotta alla mafia?
giovedì 28 agosto 2008
Quanto Napoli si piace
Due ragazzi tedeschi sono violentati sulla spiaggia di Torre Annunziata e sono ricoverati a Castellammare. Dove a lei viene fatto un esame superficiale, delle escoriazioni. Lo scopo è chiaro: evitare le aggravanti per gli aggressori. È chiaro a tutti, ma non all’Asl di Napoli 5, cui Castellammare fa capo. Che ordina un’inchiesta, ma assolve i sanitari: “A quanto mi risulta”, dice il signor D’Auria, manager dell’Azienda sanitaria, “il personale che ha operato quella notte ha seguito le procedure, e ai professionisti dell’ospedale di Castellammare di certo non manca il necessario senso di umanità”. Non è Napoli anema e core?
È possibile che ci sia collusione con gli aggressori. Ma forse no, nessun magistrato s’è mosso, né contro i sanitari né contro D’Auria. È invece certa l’autoindulgenza napoletana, stupefacente. Non eccezionale: girando per la provincia napoletana ogni aggressione, seppure non della gravità di quella incorsa dai giovani tedeschi, è trattata da tutti con la stessa condiscendenza, da carabinieri, poliziotti, vigili urbani, assessori, sindaci, direttori d’albergo. Il napoletano “sa”, il non napoletano si deve giustificare: perché si trovava alla tal ora di tal giorno in tale piazza, perché portava la borsa, o l’orologio al polso, perché, se viaggiava in gruppo, s’è avventurato da solo. E se ha riconosciuto un aggressore nell’albo di foto segnaletiche che gli viene obbligatoriamente mostrato, se non lo conosceva prima e per quale motivo. Col sottinteso, non tanto celato: droga? frode all’assicurazione (il famoso “cavallo”)? guerra di bande?
Gli inni incredibili alla napoletanità delle migliori intelligenze napoletane nella lunga vicenda dell’immondizia sono un’eco evidentemente della ferma superiorità popolana – l’intellettuale non deve essere radicato nel popolo? Che gli avvocati dei ragazzi stupratori di Torre Annunziata confermano trionfali, nella tradizione dei Grandi Principi del Foro, i paglietta. Chiedendo perdono a larghi gesti e grandi parole, di fronte a tutti i microfoni e gli schermi, umilmente, per l’immane tragedia, per la mala erba di questa terra sventurata, per la società che produce mostri, e tutto il repertorio della messinscena. Pregustando la cospicua parcella della derubricazione dei reati del camorrista figlio di camorrista, e fa’ in culo ai tedeschi. Sarà vero che “il mare non bagna Napoli”, dev’essere tutta bava, di soddisfazione.
È possibile che ci sia collusione con gli aggressori. Ma forse no, nessun magistrato s’è mosso, né contro i sanitari né contro D’Auria. È invece certa l’autoindulgenza napoletana, stupefacente. Non eccezionale: girando per la provincia napoletana ogni aggressione, seppure non della gravità di quella incorsa dai giovani tedeschi, è trattata da tutti con la stessa condiscendenza, da carabinieri, poliziotti, vigili urbani, assessori, sindaci, direttori d’albergo. Il napoletano “sa”, il non napoletano si deve giustificare: perché si trovava alla tal ora di tal giorno in tale piazza, perché portava la borsa, o l’orologio al polso, perché, se viaggiava in gruppo, s’è avventurato da solo. E se ha riconosciuto un aggressore nell’albo di foto segnaletiche che gli viene obbligatoriamente mostrato, se non lo conosceva prima e per quale motivo. Col sottinteso, non tanto celato: droga? frode all’assicurazione (il famoso “cavallo”)? guerra di bande?
Gli inni incredibili alla napoletanità delle migliori intelligenze napoletane nella lunga vicenda dell’immondizia sono un’eco evidentemente della ferma superiorità popolana – l’intellettuale non deve essere radicato nel popolo? Che gli avvocati dei ragazzi stupratori di Torre Annunziata confermano trionfali, nella tradizione dei Grandi Principi del Foro, i paglietta. Chiedendo perdono a larghi gesti e grandi parole, di fronte a tutti i microfoni e gli schermi, umilmente, per l’immane tragedia, per la mala erba di questa terra sventurata, per la società che produce mostri, e tutto il repertorio della messinscena. Pregustando la cospicua parcella della derubricazione dei reati del camorrista figlio di camorrista, e fa’ in culo ai tedeschi. Sarà vero che “il mare non bagna Napoli”, dev’essere tutta bava, di soddisfazione.
La spazzatura di Napoli
Un presidente del consiglio non molto autorevole e anzi un po’ ciula ha ordinato agli spazzini napoletani di raccogliere la spazzatura, e la spazzatura di Napoli dopo un anno, o due, è stata infine raccolta. Napoli non ha detto grazie, la Iervolino per esempio, che parla così tanto, e naturalmente non si è fatto un esame di coscienza. Perché Napoli va di fretta, deve escogitarne un’altra.
Non si sono dimessi la Iervolino e Bassolino, che pure tanto male fanno ai rispettivi partiti, e al partito Democratico che li ha riuniti, e il motivo è sempre lo stesso: i napoletani hanno sempre ragione. Né sono stati mai cercati, nemmeno per la forma, i piromani degli accampamenti rom e delle montagne di spazzatura. La magistratura napoletana ha anzi tentato in tutti i modi di fermare la raccolta della spazzatura, fino ad arrestare tutti quelli che la raccoglievano. Ha perso, ma è ancora salda al suo posto, e anzi più iattante che mai – si dice che stia intercettando mezzo governo, oltre a tutta la stampa italiana, nell’eventualità che il governo si arrischi a mettere un freno alle intercettazioni. Dopo aver consolidato in un trentennio, da quando il comunista Valenzi divenne avventuratamente sindaco, ogni sorta d'illecito "popolare", dei disoccupati organizzati, degli irriducibili di Pianura, dei tifosi allo stadio, con distruzioni miliardarie, occupazione di stazioni e strade, ricatti.
Leggendo la stampa napoletana, del resto, è Napoli che fa l’esame al resto d’Italia e del mondo, al governo fascista con i rumeni e gli zingari, agli stranieri che vanno a dormire tra i pastori, agli arabi che invadono l’Italia, a Putin che ha invaso la Georgia, a Israele che tormenta gli arabi, e alla Juventus che si ruba gli scudetti.
Non si sono dimessi la Iervolino e Bassolino, che pure tanto male fanno ai rispettivi partiti, e al partito Democratico che li ha riuniti, e il motivo è sempre lo stesso: i napoletani hanno sempre ragione. Né sono stati mai cercati, nemmeno per la forma, i piromani degli accampamenti rom e delle montagne di spazzatura. La magistratura napoletana ha anzi tentato in tutti i modi di fermare la raccolta della spazzatura, fino ad arrestare tutti quelli che la raccoglievano. Ha perso, ma è ancora salda al suo posto, e anzi più iattante che mai – si dice che stia intercettando mezzo governo, oltre a tutta la stampa italiana, nell’eventualità che il governo si arrischi a mettere un freno alle intercettazioni. Dopo aver consolidato in un trentennio, da quando il comunista Valenzi divenne avventuratamente sindaco, ogni sorta d'illecito "popolare", dei disoccupati organizzati, degli irriducibili di Pianura, dei tifosi allo stadio, con distruzioni miliardarie, occupazione di stazioni e strade, ricatti.
Leggendo la stampa napoletana, del resto, è Napoli che fa l’esame al resto d’Italia e del mondo, al governo fascista con i rumeni e gli zingari, agli stranieri che vanno a dormire tra i pastori, agli arabi che invadono l’Italia, a Putin che ha invaso la Georgia, a Israele che tormenta gli arabi, e alla Juventus che si ruba gli scudetti.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (22)
Giuseppe Leuzzi
Il discorso su
In Calabria e Sicilia non piove da quattro mesi, maggio, giugno, luglio e agosto, dopo un inverno asciutto. E manca l’acqua. Ma a Milano non piove e quindi la siccità non c’è. Non per il parlatore incontenibile Loiero né per lo sfingeo Lombardo, i governatori.
Capita di parlare di mafia con mafiosi cogniti: l’analista della megastruttura convenzionata, il commerciante finanziarizzato, il ristoratore da guida, e quelli del lusso, accanto al loro suv o Mercedes da centomila. In italiano, in genere, atteggiato. È estremamente ridicolo. Come una conversazione di routine tra due attori in scena.
La ministra dell’Istruzione Gelmini, nel mentre che dissolve l’università italiana in favore di quella confessionale, dice una cosa giusta: che la scuola al Sud non è formativa. Per questo è sommersa dalle critiche e deve fare marcia indietro. Prepotenza del Sud? Stupidità? È anche un diversivo: la ministra marcia avanti nel suo programma, tanto del Sud a chi gliene frega?
Niente notabilato nei paesi della Montagna. Consigli sì, aiuti, posti sono dovuti, ma senza riconoscenza, né riconoscimento sociale: tutti sono “più” di ogni altro.
Il meridionale non è niente per voler essere tutto – tutti sono politici, artisti, giornalisti, e vittime.
La ricchezza è la legalità. È un concetto semplice: se l’Ente per il turismo dà cinque stelle a un albergo che al più ne può avere tre, o tre a uno che non ha stelle, può anche darsi che questi alberghi affittino qualche camera, ma per una sola volta. Se può definirsi extra-vergine tutto l’olio d’oliva rettificato che si riesce a mettere assieme, lo si potrà vendere, imbottigliato, una sola volta. Mentre se il vino igt è zucchero e alcool, con una goccia di sciroppo, si può anche andare in prigione (in teoria). Si parla di legalità semplice, non di criminalità organizzata, che è complessa ma è anche marginale.
Non abbiamo soprannome. Un altro paio di famiglie in paese non ne ha. Tutti hanno un soprannome. I borghesi non ne hanno, quelli dell’unità d’Italia.
C’è la realtà, e c’è il discorso su questa stessa realtà, che a volte è preminente.
La realtà del Sud, della Calabria, dell’Aspromonte, è esclusivamente il “discorso su”, ed è disperante. Al Sud c’è solo il peggio: la corruzione, la malasanità, la mafia, le raccomandazioni, l’assenteismo. Qualsiasi discorso sul Sud lo vede soggiacere, condannato, deriso, umiliato.
Non se ne può fare un torto a chi lo agita, a ognuno piace sentire cosa gli altri pensano di lui. E finché i fenomeni deleteri persistono. Si muore di malasanità anche a Torino, ma il calabrese giustamente ingigantisce la malasanità a Vibo Valentia.
Il problema sorge quando il discorso viene introiettato e diventa esclusivo. Quando non c’è altro oltre il discorso. “La rima produce il poema”, Jakobson l’ha accertato. O già Platone, secondo il quale se si recita a lungo la parte del malvagio, o del buono, il ruolo finisce per corrompere l’anima.
Se il racconto fa la realtà. I due best-seller nazionali sono l’estate scorsa e questa estate due libri calabresi sulla ‘ndrangheta. “Fratelli di sangue” di Gratteri dà ogni paese della provincia di Reggio dominato dalla mafia, compresi quelli dove la mafia non c’è mai stata. “Anime nere”, di uno scrittore di Africo, scritto peraltro benissimo, magnifica la vita violenta di un mafioso giovanissimo, pluriomicida eccetera, che poi si pente, e fotte la società e lo stato una seconda volta – la cosa non è detta ma è “scritta”.
L’idea d’Italia è radicalmente cambiata. Sotto i termini anodini, scientifici, burocratici, di devoluzione, federalismo, solidarismo e sussidiarietà, nel fisco, la sanità, la pubblica sicurezza, l'informazione e il diritto all'informazione.
In centocinquant’anni ci sono state tre Italie. L’Italia annessionista, che s’è preso il Sud. L’Italia solidale della Repubblica, dello sviluppo del Mezzogiorno - e purtroppo dello "statalismo", della manmissione politica della vita punnlica. E da un quindicennio l’Italia della Lega. O delle autonomie. Un programma rispettabile, e anzi auspicabile. La cultura cattolica è stata fortemente autonomistica per tutta l’esperienza unitaria e fino al partito Popolare. Ma ora è l’Italia di Milano: chi ha più fieno più s’ingrassa.
Pentito a mare
La duna sul mare è stata mantenuta, o creata. Recintata, ma aperta, lo steccato è basso, in legno, è decorativo. È parte di uno stabilimento balneare, con una fila di cabine provvisorie, su piattaforme di legno, e una cabina di legno fresca, che serve da bar. Il nome dello stabimento è simpatico, “Dal naso al cielo”, e il giovane che lo gestisce legge un volume di novelle di Pirandello dallo stesso titolo, o comunque sta sulla sdraio col volume aperto.
È uno stabilimento di Roccella, sullo Ionio, sotto il castello dei vecchi signori Carafa, napoletani che diedero anche qualche papa, tra essi il sapiente e infausto Paolo IV. Un borgo bene amministrato, che rispetta i regolamenti edilizi, dove sulle colonne di granito rosa recuperate al mare e su quelle in cemento della piazzetta davanti alla chiesa le cicogne sembrano interessate a tornare a nidificare, vecchia tappa nei loro spostamenti tra il Nord Europa e l’Africa. È fine agosto, l’aria limpida, non c’è afa, che lungo lo Ionio è temibile, è solo lunedì, ma sembra un’altra epoca rispetto a sabato, l’ultimo giorno prima del controesodo – la stagione qui dura un paio di settimane.
All’ora di pranzo un giovane troneggia sulla duna, a un tavolo che gli fa anche da balcone sulla spiaggia con gli ombrelloni. Un giovane corpulento e già vecchio. Che a tratti gracchia perentorio con voce sgradevole, gutturale, il napolitano verace. A ogni suo urlo, si sommuove un ombrellone sottostante, il solo occupato in tutto il bagno, dove quattro donne stanno sulle sdraio inquiete, quattro signore in età indefinibile, tutte cotte dal sole, che però non sono le sue puttane: prosperose in bikini ma senza appeal, sciatte e curate insieme, tutte con la borsa in spalla che s’indovina pesante da cui non si separano mai. È la loro irrequietezza, spostarsi, sedersi, alzarsi, sparire, ricomparire, sempre con la borsa a tracolla, che attrae l’attenzione e fa passare il momento, del resto non lungo, del pranzo, con insalate pronte. Il tutto con un senso fastidioso però di già visto. Di cose sapute, sentite o viste, che non si riesce a focalizzare.
Questo avveniva nel 1997, o nel 1996. Oggi, nelle foto di un processo, l’omone prende un nome, e più per l’aria sprezzante, più napolitana della lingua, che per la fisionomia. È il famoso Pasquale Galasso, un capo camorrista pentito. Che lo Stato dunque, con quattro poliziotte in bikini, proteggeva in vacanza. Roccella all’epoca era per questo diventata sede di una compagnia, o battaglione, o semplice reparto, di Pubblica sicurezza. Una sorta di casa di vacanza, a turno, per i poliziotti, in qualità di guardie dei pentiti. In precedenza, tutti i politici locali erano stati arrestati o accusati per complicità mafiose, e lo scagionamento si faceva con lentezza e di malavoglia. Retrospettivamente la scena è più sapida: il capo camorrista servito dalle forze dell’ordine, i solerti amministratori in carcere, indebitati con le banche per pagare costose parcelle agli avvocati contro le forze dell’ordine.
Questo Galasso all’epoca aveva quarant’anni. Nato da buona famiglia, un concessionario Fiat, era al secondo anno di medicina quando aveva ucciso due camorristi, che erano venuti a rapirlo, o a rapire il padre. Aveva rubato l’arma a uno dei due e li aveva sparati. Incarcerato a Poggioreale, vi aveva frequentato i migliori camorristi degli anni 1980, da Raffaele Cutolo in giù. Optando infine per i concorrenti di Cutolo, la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, con la quale fu coinvolto nell’assassinio del luogotenente dello stesso Cutolo, Vincenzo Casillo, fatto saltare con una autobomba. Casillo era confidente dei servizi segreti “deviati”. Galasso si pentì, e diventerà l’accusatore della Dc napoletana di Gava, e di tutta la corrente dorotea della Dc, che Gava, allora broker dei governi, rappresentava. Lo stesso Gava che ora è morto, sfinito anche dalla difficoltà di difendersi, seppure con successo.
Dopo Galasso, anche Alfieri si pentì. Nella primavera del 1993, a Bucarest per un’intervista al presidente Ion Iliescu, che intendeva avviare la lunga marcia della Romania verso l’Unione europea, i suoi uomini alludevano sorridendo a un viaggiatore abbonato alla rotta Roma-Bucarest, Carmine Alfieri. Poiché si capiva che i collaboratori erano dei servizi segreti, e che quindi sapessero di Alfieri come i servizi italiani, mi chiedevo perché questo temibile signore non fosse arrestato. Ma era ignoranza - lo specialista di politica estera non si occupa di cronaca nera: Alfieri era stato arrestato l’11 settembre del 1992, e all’epoca dell’intervista probabilmente era già un pentito. I collaboratori di Iliescu insistevano che da tempo Alfieri viaggiava liberamente a Bucarest. Naturalmente potevano barare. Anzi, senz’altro baravano, per loro scopi reconditi. Ma perché inventarsi proprio Alfieri, che ai più, anche non giornalisti di politica estera, era sconosciuto? Volendone fare un romanzo, Galasso e Alfieri sarebbero camorristi infiltrati dei servizi segreti “buoni”.
Venti o ventuno cantieri nel tratto Padula-Lagonegro sulla Salerno-Reggio Calabria nell’estate del 2008, una quarantina di chilometri. Ma ci saranno due-tre operai al lavoro in media in ogni cantiere, e in alcuni non c’è nessuno, una cinquantina di persone in tutto. Molte delle quali si danno l’aria di controllare e non di fare. Sono cantieri per la revisione prezzi?
Lo studio Fillea-Cgil, 2004, sulla Sa-Rc: l’ammodernamento nel 1999 era previsto in cinque anni, per il 2004. Ma al 2004 solo 49 chilometri erano stati ampliati. Per tutto il percorso, quindi, si va al 2015 - se non sarà il 2025: non si vedono aperti, nemmeno segnati in giallo, i cantieri su due tratte molto difficili e costose dell'arteria, da Lagonegro a Castrovillari-Frascineto, e da Cosenza a Falerna, più alcune diecine di chilometri tra Salerno e Sala Consilina, l'estrema provincia campana che, a quel che si vede, sarà a tre corsie... Almeno cento chilometri, e mezze giornate, di percorsi alternativi (intanto i siciliani si sono fatti un traghetto quotidiano da Messina a Salerno e ritorno).
I costi erano raddoppiati, secondo lo studio: dai 3,5 miliardi di euro calcolati nel 1999 a 5,7 miliardi nel 2004. E ciò per singolare - oppure non? – effetto del miglioramento della legge sugli appalti: gli appalti assegnati con la Legge Merloni erano costati 1.184 milioni per 203 chilometri, gli appalti assegnati successivamente col sistema del general contractor sono costati 4.770 milioni, per 204 km. L’Anas ha replicato che l’autostrada sarebbe stata pronta per il 2008. Ma aveva ragione la Fillea-Cgil.
Il discorso su
In Calabria e Sicilia non piove da quattro mesi, maggio, giugno, luglio e agosto, dopo un inverno asciutto. E manca l’acqua. Ma a Milano non piove e quindi la siccità non c’è. Non per il parlatore incontenibile Loiero né per lo sfingeo Lombardo, i governatori.
Capita di parlare di mafia con mafiosi cogniti: l’analista della megastruttura convenzionata, il commerciante finanziarizzato, il ristoratore da guida, e quelli del lusso, accanto al loro suv o Mercedes da centomila. In italiano, in genere, atteggiato. È estremamente ridicolo. Come una conversazione di routine tra due attori in scena.
La ministra dell’Istruzione Gelmini, nel mentre che dissolve l’università italiana in favore di quella confessionale, dice una cosa giusta: che la scuola al Sud non è formativa. Per questo è sommersa dalle critiche e deve fare marcia indietro. Prepotenza del Sud? Stupidità? È anche un diversivo: la ministra marcia avanti nel suo programma, tanto del Sud a chi gliene frega?
Niente notabilato nei paesi della Montagna. Consigli sì, aiuti, posti sono dovuti, ma senza riconoscenza, né riconoscimento sociale: tutti sono “più” di ogni altro.
Il meridionale non è niente per voler essere tutto – tutti sono politici, artisti, giornalisti, e vittime.
La ricchezza è la legalità. È un concetto semplice: se l’Ente per il turismo dà cinque stelle a un albergo che al più ne può avere tre, o tre a uno che non ha stelle, può anche darsi che questi alberghi affittino qualche camera, ma per una sola volta. Se può definirsi extra-vergine tutto l’olio d’oliva rettificato che si riesce a mettere assieme, lo si potrà vendere, imbottigliato, una sola volta. Mentre se il vino igt è zucchero e alcool, con una goccia di sciroppo, si può anche andare in prigione (in teoria). Si parla di legalità semplice, non di criminalità organizzata, che è complessa ma è anche marginale.
Non abbiamo soprannome. Un altro paio di famiglie in paese non ne ha. Tutti hanno un soprannome. I borghesi non ne hanno, quelli dell’unità d’Italia.
C’è la realtà, e c’è il discorso su questa stessa realtà, che a volte è preminente.
La realtà del Sud, della Calabria, dell’Aspromonte, è esclusivamente il “discorso su”, ed è disperante. Al Sud c’è solo il peggio: la corruzione, la malasanità, la mafia, le raccomandazioni, l’assenteismo. Qualsiasi discorso sul Sud lo vede soggiacere, condannato, deriso, umiliato.
Non se ne può fare un torto a chi lo agita, a ognuno piace sentire cosa gli altri pensano di lui. E finché i fenomeni deleteri persistono. Si muore di malasanità anche a Torino, ma il calabrese giustamente ingigantisce la malasanità a Vibo Valentia.
Il problema sorge quando il discorso viene introiettato e diventa esclusivo. Quando non c’è altro oltre il discorso. “La rima produce il poema”, Jakobson l’ha accertato. O già Platone, secondo il quale se si recita a lungo la parte del malvagio, o del buono, il ruolo finisce per corrompere l’anima.
Se il racconto fa la realtà. I due best-seller nazionali sono l’estate scorsa e questa estate due libri calabresi sulla ‘ndrangheta. “Fratelli di sangue” di Gratteri dà ogni paese della provincia di Reggio dominato dalla mafia, compresi quelli dove la mafia non c’è mai stata. “Anime nere”, di uno scrittore di Africo, scritto peraltro benissimo, magnifica la vita violenta di un mafioso giovanissimo, pluriomicida eccetera, che poi si pente, e fotte la società e lo stato una seconda volta – la cosa non è detta ma è “scritta”.
L’idea d’Italia è radicalmente cambiata. Sotto i termini anodini, scientifici, burocratici, di devoluzione, federalismo, solidarismo e sussidiarietà, nel fisco, la sanità, la pubblica sicurezza, l'informazione e il diritto all'informazione.
In centocinquant’anni ci sono state tre Italie. L’Italia annessionista, che s’è preso il Sud. L’Italia solidale della Repubblica, dello sviluppo del Mezzogiorno - e purtroppo dello "statalismo", della manmissione politica della vita punnlica. E da un quindicennio l’Italia della Lega. O delle autonomie. Un programma rispettabile, e anzi auspicabile. La cultura cattolica è stata fortemente autonomistica per tutta l’esperienza unitaria e fino al partito Popolare. Ma ora è l’Italia di Milano: chi ha più fieno più s’ingrassa.
Pentito a mare
La duna sul mare è stata mantenuta, o creata. Recintata, ma aperta, lo steccato è basso, in legno, è decorativo. È parte di uno stabilimento balneare, con una fila di cabine provvisorie, su piattaforme di legno, e una cabina di legno fresca, che serve da bar. Il nome dello stabimento è simpatico, “Dal naso al cielo”, e il giovane che lo gestisce legge un volume di novelle di Pirandello dallo stesso titolo, o comunque sta sulla sdraio col volume aperto.
È uno stabilimento di Roccella, sullo Ionio, sotto il castello dei vecchi signori Carafa, napoletani che diedero anche qualche papa, tra essi il sapiente e infausto Paolo IV. Un borgo bene amministrato, che rispetta i regolamenti edilizi, dove sulle colonne di granito rosa recuperate al mare e su quelle in cemento della piazzetta davanti alla chiesa le cicogne sembrano interessate a tornare a nidificare, vecchia tappa nei loro spostamenti tra il Nord Europa e l’Africa. È fine agosto, l’aria limpida, non c’è afa, che lungo lo Ionio è temibile, è solo lunedì, ma sembra un’altra epoca rispetto a sabato, l’ultimo giorno prima del controesodo – la stagione qui dura un paio di settimane.
All’ora di pranzo un giovane troneggia sulla duna, a un tavolo che gli fa anche da balcone sulla spiaggia con gli ombrelloni. Un giovane corpulento e già vecchio. Che a tratti gracchia perentorio con voce sgradevole, gutturale, il napolitano verace. A ogni suo urlo, si sommuove un ombrellone sottostante, il solo occupato in tutto il bagno, dove quattro donne stanno sulle sdraio inquiete, quattro signore in età indefinibile, tutte cotte dal sole, che però non sono le sue puttane: prosperose in bikini ma senza appeal, sciatte e curate insieme, tutte con la borsa in spalla che s’indovina pesante da cui non si separano mai. È la loro irrequietezza, spostarsi, sedersi, alzarsi, sparire, ricomparire, sempre con la borsa a tracolla, che attrae l’attenzione e fa passare il momento, del resto non lungo, del pranzo, con insalate pronte. Il tutto con un senso fastidioso però di già visto. Di cose sapute, sentite o viste, che non si riesce a focalizzare.
Questo avveniva nel 1997, o nel 1996. Oggi, nelle foto di un processo, l’omone prende un nome, e più per l’aria sprezzante, più napolitana della lingua, che per la fisionomia. È il famoso Pasquale Galasso, un capo camorrista pentito. Che lo Stato dunque, con quattro poliziotte in bikini, proteggeva in vacanza. Roccella all’epoca era per questo diventata sede di una compagnia, o battaglione, o semplice reparto, di Pubblica sicurezza. Una sorta di casa di vacanza, a turno, per i poliziotti, in qualità di guardie dei pentiti. In precedenza, tutti i politici locali erano stati arrestati o accusati per complicità mafiose, e lo scagionamento si faceva con lentezza e di malavoglia. Retrospettivamente la scena è più sapida: il capo camorrista servito dalle forze dell’ordine, i solerti amministratori in carcere, indebitati con le banche per pagare costose parcelle agli avvocati contro le forze dell’ordine.
Questo Galasso all’epoca aveva quarant’anni. Nato da buona famiglia, un concessionario Fiat, era al secondo anno di medicina quando aveva ucciso due camorristi, che erano venuti a rapirlo, o a rapire il padre. Aveva rubato l’arma a uno dei due e li aveva sparati. Incarcerato a Poggioreale, vi aveva frequentato i migliori camorristi degli anni 1980, da Raffaele Cutolo in giù. Optando infine per i concorrenti di Cutolo, la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, con la quale fu coinvolto nell’assassinio del luogotenente dello stesso Cutolo, Vincenzo Casillo, fatto saltare con una autobomba. Casillo era confidente dei servizi segreti “deviati”. Galasso si pentì, e diventerà l’accusatore della Dc napoletana di Gava, e di tutta la corrente dorotea della Dc, che Gava, allora broker dei governi, rappresentava. Lo stesso Gava che ora è morto, sfinito anche dalla difficoltà di difendersi, seppure con successo.
Dopo Galasso, anche Alfieri si pentì. Nella primavera del 1993, a Bucarest per un’intervista al presidente Ion Iliescu, che intendeva avviare la lunga marcia della Romania verso l’Unione europea, i suoi uomini alludevano sorridendo a un viaggiatore abbonato alla rotta Roma-Bucarest, Carmine Alfieri. Poiché si capiva che i collaboratori erano dei servizi segreti, e che quindi sapessero di Alfieri come i servizi italiani, mi chiedevo perché questo temibile signore non fosse arrestato. Ma era ignoranza - lo specialista di politica estera non si occupa di cronaca nera: Alfieri era stato arrestato l’11 settembre del 1992, e all’epoca dell’intervista probabilmente era già un pentito. I collaboratori di Iliescu insistevano che da tempo Alfieri viaggiava liberamente a Bucarest. Naturalmente potevano barare. Anzi, senz’altro baravano, per loro scopi reconditi. Ma perché inventarsi proprio Alfieri, che ai più, anche non giornalisti di politica estera, era sconosciuto? Volendone fare un romanzo, Galasso e Alfieri sarebbero camorristi infiltrati dei servizi segreti “buoni”.
Venti o ventuno cantieri nel tratto Padula-Lagonegro sulla Salerno-Reggio Calabria nell’estate del 2008, una quarantina di chilometri. Ma ci saranno due-tre operai al lavoro in media in ogni cantiere, e in alcuni non c’è nessuno, una cinquantina di persone in tutto. Molte delle quali si danno l’aria di controllare e non di fare. Sono cantieri per la revisione prezzi?
Lo studio Fillea-Cgil, 2004, sulla Sa-Rc: l’ammodernamento nel 1999 era previsto in cinque anni, per il 2004. Ma al 2004 solo 49 chilometri erano stati ampliati. Per tutto il percorso, quindi, si va al 2015 - se non sarà il 2025: non si vedono aperti, nemmeno segnati in giallo, i cantieri su due tratte molto difficili e costose dell'arteria, da Lagonegro a Castrovillari-Frascineto, e da Cosenza a Falerna, più alcune diecine di chilometri tra Salerno e Sala Consilina, l'estrema provincia campana che, a quel che si vede, sarà a tre corsie... Almeno cento chilometri, e mezze giornate, di percorsi alternativi (intanto i siciliani si sono fatti un traghetto quotidiano da Messina a Salerno e ritorno).
I costi erano raddoppiati, secondo lo studio: dai 3,5 miliardi di euro calcolati nel 1999 a 5,7 miliardi nel 2004. E ciò per singolare - oppure non? – effetto del miglioramento della legge sugli appalti: gli appalti assegnati con la Legge Merloni erano costati 1.184 milioni per 203 chilometri, gli appalti assegnati successivamente col sistema del general contractor sono costati 4.770 milioni, per 204 km. L’Anas ha replicato che l’autostrada sarebbe stata pronta per il 2008. Ma aveva ragione la Fillea-Cgil.
lunedì 25 agosto 2008
L'Olimpiade del sovietismo
Tra Rai e giornali non c’è stata una critica. Un’insoddisfazione, un capello nell’uovo, niente: l’Olimpiade cinese sarà stata perfetta. Nemmeno una manifestazione dell’insopprimibile complottismo, magari per dire qualche giudice comprato, russo beninteso. Lodi spropositate e tanto entusiasmo per la “organizzazione perfetta”, occhiuta. Perfette anche le accompagnatrici, non nel suolo di sorveglianti naturalmente. E quanti titoli sulla “Cina in lacrime” a ogni medaglia non vinta, di un’ignoranza abissale sulla Cina ma di un servilismo acutissimo.
Sarà stata la vendetta dei falliti della Grande Illusione, e per questo giustificabile. La Cina è pur sempre il comunismo al potere, e l’entusiasmo conseguente. Anche per la forma dell’entusiasmo: un esempio di “centralismo democratico” totalitario, incredibile se non fosse avvenuto, nei migliori giornali italiani. Con tutte quelle sottolineature kruscioviane (desideri, auspici, speranze, voti, scongiuri) della Cina che “supera” gli Stati Uniti.
Ma è peggio. Col senno di poi non c’è paragone, Berlino non è Pechino. Ma un parallelo in contemporanea, se c’è una diacronia della storia, mostra lo stesso disarmo e la stessa soggezione psicologica alla propaganda hitleriana come alla propaganda cinese. Tutto fu perfetto nella Berlino di Hitler nel 1936, malgrado le recenti leggi di Norimberga “per la protezione del sangue e dell’onore tedesco”. La Germania “superava” la perfida Albione. E anzi si candidava a ospitare stabilmente l’Olimpiade, novella Grecia, la classicità che è tutti noi - questa è mancata: fare di Pechino la nuova Olimpia.
Sarà stata la vendetta dei falliti della Grande Illusione, e per questo giustificabile. La Cina è pur sempre il comunismo al potere, e l’entusiasmo conseguente. Anche per la forma dell’entusiasmo: un esempio di “centralismo democratico” totalitario, incredibile se non fosse avvenuto, nei migliori giornali italiani. Con tutte quelle sottolineature kruscioviane (desideri, auspici, speranze, voti, scongiuri) della Cina che “supera” gli Stati Uniti.
Ma è peggio. Col senno di poi non c’è paragone, Berlino non è Pechino. Ma un parallelo in contemporanea, se c’è una diacronia della storia, mostra lo stesso disarmo e la stessa soggezione psicologica alla propaganda hitleriana come alla propaganda cinese. Tutto fu perfetto nella Berlino di Hitler nel 1936, malgrado le recenti leggi di Norimberga “per la protezione del sangue e dell’onore tedesco”. La Germania “superava” la perfida Albione. E anzi si candidava a ospitare stabilmente l’Olimpiade, novella Grecia, la classicità che è tutti noi - questa è mancata: fare di Pechino la nuova Olimpia.
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L'Europa parkinsoniana, Sarkozy volage
Su richiesta di “vari paesi” Sarkozy convoca un vertice straordinario Ue per dare una lezione alla Russia. Tra i “vari paesi” c’è certamente la Germania di Angela Merkel, cui la politica estera non fu mai insegnata, nella Germania del socialismo reale - la sua Germania non è più di un “vario” paese. E la Polonia pilsudskiana, che vorrebbe mettere qualche missile, per conto della Nato, alla frontiera con l’eterno nemico. Come la Georgia del bello e disimpegnato Saakashvili.
Con la stessa lievità della sua nuova vita sentimentale, il presidente francese vuole condurre l’Europa. È la sua parte migliore. È andato a Mosca a fare non si sa che, e ora minaccia di farle la guerra, ancorché fredda. Così come manda l'ultima moglie Carlà, cantautrice emerita, a sorridere al Dalai Lama, dopo essere andato di persona a Pechino a sorridere a Hu Jingtao. È il mondo di Carlà, delle canzoni che non fanno male a nessuno e a volte fanno piacere.
Ma il volage Sarkò è anche, oggi, l’Europa. Col cagnolino festante tedesco dietro. Nell’assenza di Londra dopo Blair, e nell’imbarazzo di Roma. Storicamente è la vecchia Francia che sostiene il revanscismo polacco antirusso. Ma oggi è un’Europa portata a schierarsi con l’avventurismo dello sbussolato Bush, che vuole la Nato all’assedio del Cremlino, da Ovest, da Sud e, se possibile, dall’Asia. Ma per fare che?
Perché Sarkozy ha convocato il vertice straordinario e che cosa proporrà è anche inutile chiederselo. Cosa può proporre? Di abbaiare tutti insieme? Che vuol dire rivedere le relazioni con la Russia? L’embargo economico? Ridicolo, impossibile, questo lo sa perfino la Merkel: l’Unione è legata a filo doppio con la Russia, anche se, ridicolissima, la tiene fuori della Wto. Vuole l’embargo politico, la condanna morale? Della Russia o della Georgia amerikana? Vuole schierare la Nato, magari come in Afghanistan? Vuole denunciare la Russia all’Onu, dove la stessa Russia ha il veto? Vuole dare uno schiaffo a Putin? Ma l’Europa parkinsoniana a stento arriva a slacciarsi i bottoni, per mettersi a letto. Forse Sarkozy ha solo bisogno di allontanare l’attenzione dei francesi dall’Afghanistan, è di piccolo cabotaggio ogni movimento europeo.
L’Europa s’è avventurata in Afghanistan senza coordinate. Tratta con l’Iran senza sapere su cosa. E ora minaccia, come un qualsiasi sior Todero brontolon, di espellere la Russia - da cosa? - che è la metà del continente. L’avventurismo europeo in Afghanistan, mondo specialissimo di cui sanno tutto anche i ragazzi che abbiano letto Kipling, è da manicomio. Con soldati affardellati di venti chili sopra la pesante tuta mimetica, magari antiproiettile, chiusi in fortini di cemento armato, al comando di generali ignoranti, del terreno, della lingua, dei linguaggi, protetti da supersonici ciechi, che non si sa se sono materia di tragedia o di satira dei costumi .
La guerra con la Russia già c’è stata, anche se l’Europa non lo sa, e l’ha vinta Putin. Senza perdite, ha riacquistato il ruolo che del resto alla Russia compete nel Caucaso e nel Mar Nero. Come può pensare l’Europa, con tutto il suo irenismo, di riportare la storia indietro di tre secoli? Nemmeno il pazzo Hitler, con tutto il suo disprezzo per gli slavi, arrivava a tanto. Si vede che l’imbecillità, sia pure senile, può più della pazzia. L’Europa è in estrema difficoltà, anche se non sa la geografia, in tutto l’arco della crisi nella vicina Asia, dal Libano al Pakistan, con dentro l’Afghanistan, l’Irak e l’Iran, e ben due potenze atomiche, due stati monocratici, dove si vota per finta, governati dall’estremismo islamico.
Con la stessa lievità della sua nuova vita sentimentale, il presidente francese vuole condurre l’Europa. È la sua parte migliore. È andato a Mosca a fare non si sa che, e ora minaccia di farle la guerra, ancorché fredda. Così come manda l'ultima moglie Carlà, cantautrice emerita, a sorridere al Dalai Lama, dopo essere andato di persona a Pechino a sorridere a Hu Jingtao. È il mondo di Carlà, delle canzoni che non fanno male a nessuno e a volte fanno piacere.
Ma il volage Sarkò è anche, oggi, l’Europa. Col cagnolino festante tedesco dietro. Nell’assenza di Londra dopo Blair, e nell’imbarazzo di Roma. Storicamente è la vecchia Francia che sostiene il revanscismo polacco antirusso. Ma oggi è un’Europa portata a schierarsi con l’avventurismo dello sbussolato Bush, che vuole la Nato all’assedio del Cremlino, da Ovest, da Sud e, se possibile, dall’Asia. Ma per fare che?
Perché Sarkozy ha convocato il vertice straordinario e che cosa proporrà è anche inutile chiederselo. Cosa può proporre? Di abbaiare tutti insieme? Che vuol dire rivedere le relazioni con la Russia? L’embargo economico? Ridicolo, impossibile, questo lo sa perfino la Merkel: l’Unione è legata a filo doppio con la Russia, anche se, ridicolissima, la tiene fuori della Wto. Vuole l’embargo politico, la condanna morale? Della Russia o della Georgia amerikana? Vuole schierare la Nato, magari come in Afghanistan? Vuole denunciare la Russia all’Onu, dove la stessa Russia ha il veto? Vuole dare uno schiaffo a Putin? Ma l’Europa parkinsoniana a stento arriva a slacciarsi i bottoni, per mettersi a letto. Forse Sarkozy ha solo bisogno di allontanare l’attenzione dei francesi dall’Afghanistan, è di piccolo cabotaggio ogni movimento europeo.
L’Europa s’è avventurata in Afghanistan senza coordinate. Tratta con l’Iran senza sapere su cosa. E ora minaccia, come un qualsiasi sior Todero brontolon, di espellere la Russia - da cosa? - che è la metà del continente. L’avventurismo europeo in Afghanistan, mondo specialissimo di cui sanno tutto anche i ragazzi che abbiano letto Kipling, è da manicomio. Con soldati affardellati di venti chili sopra la pesante tuta mimetica, magari antiproiettile, chiusi in fortini di cemento armato, al comando di generali ignoranti, del terreno, della lingua, dei linguaggi, protetti da supersonici ciechi, che non si sa se sono materia di tragedia o di satira dei costumi .
La guerra con la Russia già c’è stata, anche se l’Europa non lo sa, e l’ha vinta Putin. Senza perdite, ha riacquistato il ruolo che del resto alla Russia compete nel Caucaso e nel Mar Nero. Come può pensare l’Europa, con tutto il suo irenismo, di riportare la storia indietro di tre secoli? Nemmeno il pazzo Hitler, con tutto il suo disprezzo per gli slavi, arrivava a tanto. Si vede che l’imbecillità, sia pure senile, può più della pazzia. L’Europa è in estrema difficoltà, anche se non sa la geografia, in tutto l’arco della crisi nella vicina Asia, dal Libano al Pakistan, con dentro l’Afghanistan, l’Irak e l’Iran, e ben due potenze atomiche, due stati monocratici, dove si vota per finta, governati dall’estremismo islamico.
Il sesso nell'amore, l'impresa resta ardua
Despentes prosegue al livello più letterario il tentativo d’introdurre il sesso nelle storie d’amore. Un tentativo bizzarramente tutto femminile, in Francia della Millet, la Reyes, la Dugas, la Wittig, in Spagna della Grandes (d’altra parte, l’esclusione del sesso dalle scene d’amore è bizzarria ben maggiore). Ma di proposito, e si vede.
In questo romanzo ci mette tutto, l’omoerotismo giovanile, l’irritazione della prima volta, l’erotismo come dipendenza, la complicità fraterna, il rovesciamento dei ruoli (fatale è l’uomo). E l’amitié amoureuse, la passione, la gelosia, l’odio. Tra la droga, i peepshow, le puttane, le mafie, perfino gli snuff movies, con desquamazione – a opera degli innocenti. In una Lione copiata da Marsiglia.
Il progetto si copre pudico con la forma del noir. Ma è meccanico e inerte. La cosa più interessante, la nota di traduzione di Maria Teresa Carbone (spiega “beur”, “érémiste”, “verlan”, etc., anche se sono sorprese di prima di Wikipedia), mostra una scrittrice interessata soprattutto alla scrittura. Dopo la nota simpatetica di Simona Vinci che spiega: “L’intrigo non esiste”. Alla fine il romanzo di Despentes (sia questo che “Scopami”) è “Thelma e Louise”, le americane che vanno allegre alla morte uccidendo. Una forma di revulsione. La storia è sempre “sfalsata” (“sfalsamento”, p.188, per il brechtiano straniamento, è invenzione preziosa), cioè costruita a freddo. Ma l’esperimento si risolve nuovamente nella scrittura del porno al femminile, un po’ di fregola in più.
Virginie Despentes, Le dotte puttane
In questo romanzo ci mette tutto, l’omoerotismo giovanile, l’irritazione della prima volta, l’erotismo come dipendenza, la complicità fraterna, il rovesciamento dei ruoli (fatale è l’uomo). E l’amitié amoureuse, la passione, la gelosia, l’odio. Tra la droga, i peepshow, le puttane, le mafie, perfino gli snuff movies, con desquamazione – a opera degli innocenti. In una Lione copiata da Marsiglia.
Il progetto si copre pudico con la forma del noir. Ma è meccanico e inerte. La cosa più interessante, la nota di traduzione di Maria Teresa Carbone (spiega “beur”, “érémiste”, “verlan”, etc., anche se sono sorprese di prima di Wikipedia), mostra una scrittrice interessata soprattutto alla scrittura. Dopo la nota simpatetica di Simona Vinci che spiega: “L’intrigo non esiste”. Alla fine il romanzo di Despentes (sia questo che “Scopami”) è “Thelma e Louise”, le americane che vanno allegre alla morte uccidendo. Una forma di revulsione. La storia è sempre “sfalsata” (“sfalsamento”, p.188, per il brechtiano straniamento, è invenzione preziosa), cioè costruita a freddo. Ma l’esperimento si risolve nuovamente nella scrittura del porno al femminile, un po’ di fregola in più.
Virginie Despentes, Le dotte puttane
Bianciardi falso Vian, Milano falsa Parigi
È la prima celebrazione di Milano capitale, la Parigi o Londra dell’Italia.
Bianciardi è il Boris Vian italiano. Ironico, reattivo, “localistico”. Avrebbe potuto essere, con meno impegno e più malinconia. Con meno provincialismo (milanesismo). Da immigrato, condizione che sempre sottolinea, con gli aneddoti e la lingua. Questa è la nota che stride: l’indulgenza è la maniera milanese di vivere (celebrare) la città, stonata in qualsiasi osservatore esterno.
Luciano Bianciardi, La vita agra
Bianciardi è il Boris Vian italiano. Ironico, reattivo, “localistico”. Avrebbe potuto essere, con meno impegno e più malinconia. Con meno provincialismo (milanesismo). Da immigrato, condizione che sempre sottolinea, con gli aneddoti e la lingua. Questa è la nota che stride: l’indulgenza è la maniera milanese di vivere (celebrare) la città, stonata in qualsiasi osservatore esterno.
Luciano Bianciardi, La vita agra
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