zeulig
Antropologia – Si trova solo quello che si cerca? Nelle scienze antropologice sì: l’Africa comincia ad avere una storia a quarant’anni dall’indipendenza.
È probabilismo. La “Storia di lince” di Lévy-Strauss, che forse è solo un apologo, è scontata – l’antropologo “scopre” che le narrazioni amerindie dell’Oregon, da lui ritenute il perno di tutta l’oralità americana, fino al Perù e al centro del Brasile, sono colportages di viaggiatori francesi di due secoli prima, probabilmente cacciatori.
È la poesia dello storico, non della storia. Cheanzi debase-debunk: che storia ci avrebbe dato una lettura antropologica dei greci, o dei romani?
Carne – È neutra. E anche benefica: è ciò che consente all’uomo di vivere, e quindi di pensare, poetare e giocare. Ma lo spirito che essa produce le ha creato cattiva fama.
Creatività - È ambientale. È come i fuochi d’artificio, che ogni petardo ne fa scoppiare un altro.
Cristo – È essenzialmente una figura storica. Prima di san Paolo e dei suoi viaggi, prima dei romani. Seppure tardi, seppure con alcune confusioni, i protovangeli non hanno altro senso che una narrazione. Di una storia che si è vissuta, anche se a distanza di qualche anno o decennio.
Dialettica – È, sconsacrato, il principio del manicheismo: il bene sta nel male, eccetera. È lo schema dei moderni sofismi: il vero è il falso, eccetera. È un buon artificio per un giallo commerciale, con la caccia, la fuga, il duello, le tette, e i rovesciamenti: il buono diventa cattivo, il cattivo buono, il falso vero, il vero falso, eccetera.
Edonismo – Viene confuso con il consumismo, che invece è un’altra cosa, e anzi ne l’opposto: non la ricerca del piacere, che può comportare la dissipazione, ma una brama di accumulo, non il gustosa il kitsch, non l’uso del tempo ma la sua abolizione. All’epoca del consumo siano i “senza tempo”, i “senza gusto”, i “senza piaceri”. Accumuliamo, ma come Sisifo, la fatica è interminabile e stressante.
Ermafrodito – Quando l’uomo vuole darsi una speciale autorità o una funzione eccezionale, di prete, imperatore, chirurgo, giudice, si mette sempre una sottana.
Esoterismo - È per l’appunto “qualcosa d’altro”. Scarta sempre, irraggiungibile. È sviluppo della forma analogica della conoscenza e dell’ontologia - trasmutazioni, trasmigrazioni, metamorfosi. Che è un tentativo di sapere, o essere, quello che si vuole. Di farsi confermare, fingendo di aver saltato le sabbie mobili del soggettivismo – la capacità di consolazione, anche critica, è grande.
Essere - È Adonai: per dire, cioè per non dire, Dio, l’innominabile. Tutta la metafisica tedesca dunque, fino a Heidegger, è impigliata in questa decisione biblica?
Felicità – Ci si rende infelici per voler essere felici. L’insensibile non è infelice. Felicità è dunque adeguare i mezzi – voler essere felici “non esiste”, si direbbe a Roma, e non per il destino cinico e baro. Solo la salutec’è o non c’è: la malattia effettivamente è una condanna. Gli altri spazi si possono ordinare. Il denaro è solo questione di adattamento. La politica pure. E il lavoro. Restano gli affetti, che sono la più gross causa d’infelicità mentre potrebbero essere serbatoio di felicità immensa.
Mitologia – Mettere insieme i greci e Odino sembra demenza e lo è. Il mito è una coperta larga, ma nessun mito di nessuna mitologia può creare identità fra i contrari. Quanta nebbia in Germania, anche in Hölderlin (“Iperione” al confronto con gli “Inni”) e nella filosofia (Humboldt, Schelling, Hegel) fino al cacumen Nietzsche, per il tentativo d rinsaldarsi con la “grecità”, cioè con la mitologia ellenica e pre-ellenica. E non per folklore ma per “spirito critico: per troppo classicismo.
Lo spirito fa male alla mitologia, come alla carne.
La mitologia applicata alla storia residuale e folklorica. La mitologia dei greci, di cui conosciamo la storia, è del tutto fuorviante (per non parlare dei romani, che hanno cessato presto di essere religiosi: la storia romana è tutta politica, ritualità compresa): divinità regali per una cultura repubblicana, divinità matriarcali per un patriarcato antifemminista, e la divinità come nemico per tutte le attività economiche, la terra, il mare.
Scoperta – Come spiegazione del noto mediante l’ignoto (Popper) è in realtà una conferma. Un’estensione e un rafforzamento. Anche quando ribalta la verità precedente: non si spiega che nei termini di quest’ultima.
Spirito - È il cattivo della condizione umana. Preti e moralisti accusano il corpo, che invece, poveretto, è solo uno strumento dello spirito, ed è condannato già prima di nascere. Ogni espressione del corpo, lo sguardo, l’amore, la violenza, la tecnica, è regolata dallo spirito – che ne escogita tante anche senza il corpo, la bestemmia, l’estasi, il sadomasochismo. La condamma del corpo (Innocenzo IX, Bernardo di Morlaix, i predicatori) è una delle tante furbizie dello spirito.
Come sarebbe un regno di puri spiriti, senza le mezze misure del corpo, i ritardi, i rallentamenti, le pigrizie? Probabilmente spaventoso. Per questo la chiesa vuole la resurrezione dei corpi?
Perché tanto accanimento contro il corpo? Come un servitore, bisogna tenerlo sotto frusta.
Verità – C’è. E si accorda anche col dubbio. Ma è modesta. Per questo non è contemporanea. Non si accorda con l’incostanza che fa aggio, riflesso del narcisismo – la scoperta di massa dell’individualismo. Né col linguaggio, che per essere appetibile dev’essere innovativo – trasgressivo, impreciso, confuso. Siamo infatti in un’epoca d’inappetenza, soddisfatta.
La verità è una, ma la parola ne conosce mille. È “sconvolgente” perché la parola ha perduto il senso. La verità è il senso. E il senso è la parola. La verità è quindi sempre “diversa”. Diventa “sconvolgente” per il trivio giornalistico, dei buoni sentimenti, del senso comune, della legge e l’ordine – applicabili agli altri.
Verginità – Interrompendo l’ordine della creazione interrompe la salvezza. La salvezza è la promessa dei creati. Le verginità premia la salvezza a meno della creazione.
zeulig@antiit.eu
mercoledì 23 dicembre 2009
Casini è quello che rischia di più
Dopo il Lazio la Puglia, dove dovrà portare voti a Emiliano, o peggio a Nichi Vendola. Casini è quello che rischia di più alle Regionali. Senza un governatore, che sicuramente avrebbe avuto nel centro-destra, e innecessario nelle giunte. E forse senza neanche un partito, perché il suo, nel Lazio e in Puglia dopo la Sicilia, è fortemente localizzato. Il fenomeno è comune a tutti i partiti storici, Socialisti, Verdi, Sinistre, e anche a Di Pietro e al Pd: la politica è da tempo regionalizzata, con il voto plebiscitario per il Comune, la Provincia e la Regione, ma nell’Udc è ancora più marcato, la leadership di Casini è forte per essere debole, una sorta di portavoce. Senza contare che il voto utile è, localmente, dirimente: nessuno si mette con un perdente, per nessuna strategia o alchimia.
La politica dei due forni, che Andreotti rimproverava a Craxi, o delle due sedie, in queste condizioni non paga: senza una leadership centrale forte, e dura, le formazioni minori sono quelle che portano voti, senza attirarne. Forse Casini non lo sa, ma lui non è Craxi, non governa né con la destra né con la sinsitra, è solo una ruota di scorta. E potrebbe ritrovarsi ingombro di tanti altri che la pensano come lui, tutti a loro proprio avviso indispensabili, Tabacci, Cordero di Montezemolo, Della Valle, Draghi, e forse anche Rutelli, ma con pochi voti, non abbastanza. Le alleanze trasversali sono facili a insinuare nei talk show ma non sono semplici nella realtà e anzi indigeste: chi combatte per un voto combatte anche per un’idea e contro qualcuno. L’Udc, con tutte le carnevalate attorno a Berlusconi, con la moglie di Berlusconi, col fotografo Zappadu, e con i vescovi, rischia di tornare al partito del quattro per cento, più o meno, la soglia di sbarramento – anzi, senza la Sicilia, sotto il quattro.
La politica dei due forni, che Andreotti rimproverava a Craxi, o delle due sedie, in queste condizioni non paga: senza una leadership centrale forte, e dura, le formazioni minori sono quelle che portano voti, senza attirarne. Forse Casini non lo sa, ma lui non è Craxi, non governa né con la destra né con la sinsitra, è solo una ruota di scorta. E potrebbe ritrovarsi ingombro di tanti altri che la pensano come lui, tutti a loro proprio avviso indispensabili, Tabacci, Cordero di Montezemolo, Della Valle, Draghi, e forse anche Rutelli, ma con pochi voti, non abbastanza. Le alleanze trasversali sono facili a insinuare nei talk show ma non sono semplici nella realtà e anzi indigeste: chi combatte per un voto combatte anche per un’idea e contro qualcuno. L’Udc, con tutte le carnevalate attorno a Berlusconi, con la moglie di Berlusconi, col fotografo Zappadu, e con i vescovi, rischia di tornare al partito del quattro per cento, più o meno, la soglia di sbarramento – anzi, senza la Sicilia, sotto il quattro.
martedì 22 dicembre 2009
Perché Berlusconi non ascolta Napolitano
Il presidente Napolitano esplicita a Berlusconi il sostegno al governo, come è nei suoi doveri istituzionali: non si temano complotti contro il governo. Che altro può dire di più? Puo, non deve. Rincuora Berlusconi a fare le riforme, se necessario da solo, “anche se non condivise”. Ma Berlusconi fa l’offeso, e non si capisce perché.
Napolitano ha orrore degli scioglimenti a catena dei Parlamenti, che lui sperimentò con la presidenza Scalfaro, qualche volta da presidente della Camera, e anche di Camere efficienti. Sciogliere il Parlamento eletto è, per un democratico, un caso estremo, da prevenire con ogni mezzo. Assicurare un esecutivo, e uno efficiente, è il primo dovere del capo dello Stato. Nel sentire di Napolitano e di ogni costituzionalista non golpista - come lo sono tanti che si colorano di democratico.
Perché Berlusconi fa finta di non sentirci, allora? Perché lascia perdere una occasione più unica che rara di farsi governare a suo piacimento, anche con quella parte del Paese che gli è ostile? È offeso? Non esiste in politica. E poi Berlusconi sa benissimo che la Consulta sul lodo Alfano è stata manovrata dal giudice casiniano – che alla maniera del suo patron ancora sta cercando la motivazione. Berlusconi vuole le elezioni anticipate? Non ha nessunissmo motivo per volerle. Vuole indebolire Napolitano, allora? Non può. Vuole indebolire Fini. Il quale non perde occasione per beccarlo, giornalmente. Ma alla fine della giornata conta in quanto conta Berlusconi. La distanza di quest’ultimo da Napolitano è in realtà una presa di distanza da D’Alema – il grande elettore del presidente della Repubblica. Perché D’Alema parla di riforme condivise ma pensa a Fini. Berlusconi vuole ristabilire l’ovvio: se l’opposizione vuole dialogare, deve dialogare con me.
Il voto di oggi al Senato sulla finanziaria, senza la fiducia, dopo le assicuarzioni di Napolitano, significa che la tattica di Berlusconi è stata capita anche dai suoi oppositori interni.
Napolitano ha orrore degli scioglimenti a catena dei Parlamenti, che lui sperimentò con la presidenza Scalfaro, qualche volta da presidente della Camera, e anche di Camere efficienti. Sciogliere il Parlamento eletto è, per un democratico, un caso estremo, da prevenire con ogni mezzo. Assicurare un esecutivo, e uno efficiente, è il primo dovere del capo dello Stato. Nel sentire di Napolitano e di ogni costituzionalista non golpista - come lo sono tanti che si colorano di democratico.
Perché Berlusconi fa finta di non sentirci, allora? Perché lascia perdere una occasione più unica che rara di farsi governare a suo piacimento, anche con quella parte del Paese che gli è ostile? È offeso? Non esiste in politica. E poi Berlusconi sa benissimo che la Consulta sul lodo Alfano è stata manovrata dal giudice casiniano – che alla maniera del suo patron ancora sta cercando la motivazione. Berlusconi vuole le elezioni anticipate? Non ha nessunissmo motivo per volerle. Vuole indebolire Napolitano, allora? Non può. Vuole indebolire Fini. Il quale non perde occasione per beccarlo, giornalmente. Ma alla fine della giornata conta in quanto conta Berlusconi. La distanza di quest’ultimo da Napolitano è in realtà una presa di distanza da D’Alema – il grande elettore del presidente della Repubblica. Perché D’Alema parla di riforme condivise ma pensa a Fini. Berlusconi vuole ristabilire l’ovvio: se l’opposizione vuole dialogare, deve dialogare con me.
Il voto di oggi al Senato sulla finanziaria, senza la fiducia, dopo le assicuarzioni di Napolitano, significa che la tattica di Berlusconi è stata capita anche dai suoi oppositori interni.
Il mondo com'è - 29
astolfo
Capitalismo – È un ruminante. Mastica di tutto, anche il suo opposto, digerisce di tutto.
Cattocomunisti – Sono buoni perché cattolici e sono buoni perché comunisti. Sono buoni al quadrato. E sono buoni naturali, come il tonno, non per progetto o interesse.
Perché non funzionano ora che sono democratici?
Città (Democrazia) – Quella greca è la tribù sedentarizzata. Con leggi tipicamente tribali, di pastori venuti dal Nord, in ambiente urbano orientale. La democrazia nasce da questa prima sedentarizzazione, è un incontro di Oriente e Occidente, la città, la corte, e la tribù nomade, la continuità di sangue nell’instabilità. È una forma di relazioni esterne e anche interne, che prende corpo con la codificazione scritta.
Comunismo – È crollato su presupposti marxiani: fragilità economica, appropriazione del plusvalore, concentrazione monopolistica, totalitarismo, cioè tirannia. La caduta del comunismo è il solo evento storico che abbia inverato le “leggi” marxiane.
Dc – Ha un lato nero che è difficile trascurare, anche a volerlo, Ne ha ammazzati più la dc in quindici anni, 1947-1962 che Mussolini in 21, anche a mettere nel conto Matteotti e Aldo Rosselli, che Mussolini non voleva morti. Perché mettere sotto silenzio Portella della Ginestra, Melissa, Avola, il 1960? I tantissimi arresti politici sotto forma di procedure giudiziarie comunque infamanti, fino a Baffi e Sarcinelli, di una magistratura e una polizia certamente non autonome? Se la legge Scelba avesse potuto operare indisturbata, mai tante persone avrebbero perso il posto nella storia, salvo nelle proscrizioni di Augusto e soci. Né s’è mai avuto tanta repressione, censura in senso stretto, sui costumi e la cultura. Perché tacere di Milazzo che chiamò i mafiosi al governo? E di piazza Fontana, piazza della Loggia, i treni, la strategia della tensione? E di Antonio Segni, dei dossier del Sifar (“Lo Specchio”, “Mancini lader”, etc.), della copertura di Aldo moro ai golpisti, con le loro liste di proscrizione? Quello nero è forse più pesante di quello buono: quale dei due invera l’altro?
Non si spara più sui dimostranti dal 1962, con il centro-sinistra. Non alla maniera classica. La strategia della tensione non è invenzione di Pattakòs, un imbecille: si sviluppa quando il Psi parla di disarmare la polizia in servizio d’ordine, e la Dc riceve dall’ambasciatore americano Graham Martin, l’uomo della guerra al Vietnam, oltre un miliardo di dollari, di quaranta anni fa.
Fascismo – Sempre in abominio, sempre poco analizzato. Ma qualcosa si comincia a saperne. Certamente non veritiera è la dottrina (cominformista all’origine) che ne fa il culmine del capitalismo. Che è capitalismo proprio perché non ha culmini. Mentre cominciano a essere vere le radici giacobine: comune è il ceppo giustizialista, come in tutti i totalitarismi, di uomini della provvidenza.
Femminismo – Caino il contadino uccide il pastore Abele: per gli antichi biblisti… non sarà l’oltraggio dell’offensiva patriarcale?
Gandhi - È occidentale. La pietà sociale è occidentale. Il sociale lo è: il lavoro come mezzo di affrancamento, la solidarietà, la giustizia. La pietà individuale è occidentale. La nonviolenza è una strategia politica popolare, non dei re o dei capi militari, delle tribù, delle caste, e quindi è anch’essa malgrado tutto occidentale. Che Gandhi sia stato regalato all’India dalla Gran Bretagna suona un po’ forte, ma è così.
Germania – Con l’unità ha mutato pelle. La Repubblica Federale, vivace, colloquiale, cosmopolita, che era renana e bavarese, è stata soppiantata da arcigni manager e gente del Nord-Est. Che non si sa cosa pensano, a meno che non pensino male. La Repubblica Federale è riuscita a superare handicap durissimi: il comunismo a Berlino, la paranoia tirolese, gli irredenti di mezza Europa dell’Est, tutta gente che non ha mai dato nulla a nessuno, e pretendeva la terza guerra mondiale. La Germania unita non ha avuto nessun problema vero ma li magnifica tutti. Seriosa, taciturna. Diceva Joseph Roth di Weimar: “È la repubblica Tedesca\ una nuova casa con letti vecchi”. Sarà sempre così, il nuovo-vecchio mobilio l’avrà portato l’Est.
Illecito dello Stato – Secondo Kelsen non ci può essere un illecito dello Stato, “sarebbe come il peccato di Dio”. E invece lo Stato può essere, è normalmente, criminogeno. Per le bombe degli anni Sessanta-Settanta, per esempio, per non averle punite, se non per averle messe. Per l’uso parziale delal giustizia, a fini politici, economici, e di tornaconto. Per la precarietà: mezzo milione, un milione, di domande di assunzione sono presentate per immigrati, da residenti italiani in grado di provvedervi, lo Stato ne consente centomila, duecentomila.
Modernità - L'ipertrofia di violenza pubblica e sensazionalismo nell'opinione pubblica italiana, nella Rai per esempio, e in libreria, è ancora inferiore allo hitlerismo. Anche se solo per mancanza di audacia: la nuona volontà c'è tutta.
Occidente – Non farà abbastanza, ma è l’unica cultura e l’unica area che include e non esclude.
Polizia – È istituzione recente, la sua filosofia è appena abbozzata (Foucault, Fontana). È lo strumento della giustizia: così è percepita, per questo gli apparti si moltiplicano (polizia, carabinieri, finanza, vigili, polizia municipale, polizia provinciale, ronde). Ma è l’interfaccia della criminalità, e in questo inevitabilmente uno specchio. In minima parte, il grosso è burocrazia, “posti” pubblici per chi non sa fare altro.
Settanta (anni) – Deliranti, tragici, obbrobriosi. Misteriosi, ma forse solo per la stupidità: diciotto politico, salario senza lavoro, i portantini al governo dell’ospedale, i bidelli della scuola. Rivolgimenti, congiure, droghe, violenza, tranelli, abiure, compromessi, tradimenti, pugnalamenti, e ruberie. Rubano i principi e i cardinali, rubano ricchi e rubano i poveri, i delinquenti e i santi, a cominciare da Aldo Moro, il cui sacrificio li conclude. Senza nessuna gloria, come invece nel Cinquecento, altra epoca nella quale l’infamia trionfava.
astolfo@antiit.eu
Capitalismo – È un ruminante. Mastica di tutto, anche il suo opposto, digerisce di tutto.
Cattocomunisti – Sono buoni perché cattolici e sono buoni perché comunisti. Sono buoni al quadrato. E sono buoni naturali, come il tonno, non per progetto o interesse.
Perché non funzionano ora che sono democratici?
Città (Democrazia) – Quella greca è la tribù sedentarizzata. Con leggi tipicamente tribali, di pastori venuti dal Nord, in ambiente urbano orientale. La democrazia nasce da questa prima sedentarizzazione, è un incontro di Oriente e Occidente, la città, la corte, e la tribù nomade, la continuità di sangue nell’instabilità. È una forma di relazioni esterne e anche interne, che prende corpo con la codificazione scritta.
Comunismo – È crollato su presupposti marxiani: fragilità economica, appropriazione del plusvalore, concentrazione monopolistica, totalitarismo, cioè tirannia. La caduta del comunismo è il solo evento storico che abbia inverato le “leggi” marxiane.
Dc – Ha un lato nero che è difficile trascurare, anche a volerlo, Ne ha ammazzati più la dc in quindici anni, 1947-1962 che Mussolini in 21, anche a mettere nel conto Matteotti e Aldo Rosselli, che Mussolini non voleva morti. Perché mettere sotto silenzio Portella della Ginestra, Melissa, Avola, il 1960? I tantissimi arresti politici sotto forma di procedure giudiziarie comunque infamanti, fino a Baffi e Sarcinelli, di una magistratura e una polizia certamente non autonome? Se la legge Scelba avesse potuto operare indisturbata, mai tante persone avrebbero perso il posto nella storia, salvo nelle proscrizioni di Augusto e soci. Né s’è mai avuto tanta repressione, censura in senso stretto, sui costumi e la cultura. Perché tacere di Milazzo che chiamò i mafiosi al governo? E di piazza Fontana, piazza della Loggia, i treni, la strategia della tensione? E di Antonio Segni, dei dossier del Sifar (“Lo Specchio”, “Mancini lader”, etc.), della copertura di Aldo moro ai golpisti, con le loro liste di proscrizione? Quello nero è forse più pesante di quello buono: quale dei due invera l’altro?
Non si spara più sui dimostranti dal 1962, con il centro-sinistra. Non alla maniera classica. La strategia della tensione non è invenzione di Pattakòs, un imbecille: si sviluppa quando il Psi parla di disarmare la polizia in servizio d’ordine, e la Dc riceve dall’ambasciatore americano Graham Martin, l’uomo della guerra al Vietnam, oltre un miliardo di dollari, di quaranta anni fa.
Fascismo – Sempre in abominio, sempre poco analizzato. Ma qualcosa si comincia a saperne. Certamente non veritiera è la dottrina (cominformista all’origine) che ne fa il culmine del capitalismo. Che è capitalismo proprio perché non ha culmini. Mentre cominciano a essere vere le radici giacobine: comune è il ceppo giustizialista, come in tutti i totalitarismi, di uomini della provvidenza.
Femminismo – Caino il contadino uccide il pastore Abele: per gli antichi biblisti… non sarà l’oltraggio dell’offensiva patriarcale?
Gandhi - È occidentale. La pietà sociale è occidentale. Il sociale lo è: il lavoro come mezzo di affrancamento, la solidarietà, la giustizia. La pietà individuale è occidentale. La nonviolenza è una strategia politica popolare, non dei re o dei capi militari, delle tribù, delle caste, e quindi è anch’essa malgrado tutto occidentale. Che Gandhi sia stato regalato all’India dalla Gran Bretagna suona un po’ forte, ma è così.
Germania – Con l’unità ha mutato pelle. La Repubblica Federale, vivace, colloquiale, cosmopolita, che era renana e bavarese, è stata soppiantata da arcigni manager e gente del Nord-Est. Che non si sa cosa pensano, a meno che non pensino male. La Repubblica Federale è riuscita a superare handicap durissimi: il comunismo a Berlino, la paranoia tirolese, gli irredenti di mezza Europa dell’Est, tutta gente che non ha mai dato nulla a nessuno, e pretendeva la terza guerra mondiale. La Germania unita non ha avuto nessun problema vero ma li magnifica tutti. Seriosa, taciturna. Diceva Joseph Roth di Weimar: “È la repubblica Tedesca\ una nuova casa con letti vecchi”. Sarà sempre così, il nuovo-vecchio mobilio l’avrà portato l’Est.
Illecito dello Stato – Secondo Kelsen non ci può essere un illecito dello Stato, “sarebbe come il peccato di Dio”. E invece lo Stato può essere, è normalmente, criminogeno. Per le bombe degli anni Sessanta-Settanta, per esempio, per non averle punite, se non per averle messe. Per l’uso parziale delal giustizia, a fini politici, economici, e di tornaconto. Per la precarietà: mezzo milione, un milione, di domande di assunzione sono presentate per immigrati, da residenti italiani in grado di provvedervi, lo Stato ne consente centomila, duecentomila.
Modernità - L'ipertrofia di violenza pubblica e sensazionalismo nell'opinione pubblica italiana, nella Rai per esempio, e in libreria, è ancora inferiore allo hitlerismo. Anche se solo per mancanza di audacia: la nuona volontà c'è tutta.
Occidente – Non farà abbastanza, ma è l’unica cultura e l’unica area che include e non esclude.
Polizia – È istituzione recente, la sua filosofia è appena abbozzata (Foucault, Fontana). È lo strumento della giustizia: così è percepita, per questo gli apparti si moltiplicano (polizia, carabinieri, finanza, vigili, polizia municipale, polizia provinciale, ronde). Ma è l’interfaccia della criminalità, e in questo inevitabilmente uno specchio. In minima parte, il grosso è burocrazia, “posti” pubblici per chi non sa fare altro.
Settanta (anni) – Deliranti, tragici, obbrobriosi. Misteriosi, ma forse solo per la stupidità: diciotto politico, salario senza lavoro, i portantini al governo dell’ospedale, i bidelli della scuola. Rivolgimenti, congiure, droghe, violenza, tranelli, abiure, compromessi, tradimenti, pugnalamenti, e ruberie. Rubano i principi e i cardinali, rubano ricchi e rubano i poveri, i delinquenti e i santi, a cominciare da Aldo Moro, il cui sacrificio li conclude. Senza nessuna gloria, come invece nel Cinquecento, altra epoca nella quale l’infamia trionfava.
astolfo@antiit.eu
lunedì 21 dicembre 2009
Tra due forni, o tra due sedie
Troneggia anche su Sky, oltre che sui Tg Rai, casiniani da sempre. Segno che il suo Centro convince anche il rapace Murdoch: scardinare Berlusconi scardinando il bipolarismo. È il giovane di sempre, anche a cinquantacinque anni, e la promessa della politica. Come Casini si è sempre pensato, da una trentina d’anni a questa parte, così ora è percepito, dall’ingegner De Benedetti, un altro che se ne intende come Murdoch, e dai Dc scomodi nel partito Democratico, fino alla Bindi inclusa. Ma potrebbe restare fra due sedie, già alle Regionali, ancora una volta.
Potrebbe recuperare in Veneto, ma è difficile, anzi impossibile, che Galan si metta al suo servizio. Mentre in nessuna delle regioni in bilico, il Lazio, la Campania, il Piemonte, e la Calabria, avrà un suo candidato alla testa di uno schieramento: non da Berlusconi e, a questo punto, neppure dal Pd. A Roma, dove potrebbe pretenderlo al posto d Zingaretti, i suoi hanno già deciso di sostenere la candidata di Berlusconi, Polverini. Non ha più spazio in Campania, dove ha fatto mancare la sua solidarietà ai Mastella, che pure lo avevano salvato dal naufragio con Forlani al tempo di Mani pulite. E potrebbe perdere la Sicilia, che è il suo unico serbatoio di voti, grazia a Cuffaro e altri personaggi della stessa caratura. Anzi l’ha già persa: Lombardo si conferma l’anti-Casini per i voti di Casini. Dichiaratamente ora che conduce in proprio il gioco casiniano del Destra-Sinistra: non poteva scalzare il giovane vecchio dal di dentro e quindi lo fa dal di fuori – si scrive Mpa ma si legge Udc 2.
Potrebbe recuperare in Veneto, ma è difficile, anzi impossibile, che Galan si metta al suo servizio. Mentre in nessuna delle regioni in bilico, il Lazio, la Campania, il Piemonte, e la Calabria, avrà un suo candidato alla testa di uno schieramento: non da Berlusconi e, a questo punto, neppure dal Pd. A Roma, dove potrebbe pretenderlo al posto d Zingaretti, i suoi hanno già deciso di sostenere la candidata di Berlusconi, Polverini. Non ha più spazio in Campania, dove ha fatto mancare la sua solidarietà ai Mastella, che pure lo avevano salvato dal naufragio con Forlani al tempo di Mani pulite. E potrebbe perdere la Sicilia, che è il suo unico serbatoio di voti, grazia a Cuffaro e altri personaggi della stessa caratura. Anzi l’ha già persa: Lombardo si conferma l’anti-Casini per i voti di Casini. Dichiaratamente ora che conduce in proprio il gioco casiniano del Destra-Sinistra: non poteva scalzare il giovane vecchio dal di dentro e quindi lo fa dal di fuori – si scrive Mpa ma si legge Udc 2.
Letture - 22
letterautore
Arbasino - Grande ingegno, immenso, di forte capacità affabulatoria, fottuto dalle cattive amicizie (le frequentazioni della solitudine, la solitudine dello snob è implacabile) e dalla politica. Passione divorante, che lo insegue da Mannheim a San Francisco, all’“Alcesti” e all’Opéra-Bastille. La politica, non la filosofia: passione unica e stranissima, talmente è assorbente, da analizzare. Altri Kulturkritiker, da Diderot a Karl Kraus, si sono lasciati degli spazi per fantasticare. Arbasino è intossicato dalla sociologia politica, il genere più anguillesco, e forse inconsistente – strana nemesi, per chi odia l’approssimazione.
Classico - È quello che è sempre vivo. Ma vivo in base a una lettura: è sempre filologia.
Critica - È la malattia della letteratura, il “killer”, il virus – raramente la vitamina. Quando non è allegra, cioè libera – raramente. Per tutti gli altri “prodotti” in circolazione l’atteggiamento è aperto, vediamo, assaggiamo, consumiamo: se piace bene, se non piace pace, solo per casi di pericolosità sociale dichiarata c’è la critica. La letteratura invece non esiste senza la critica. Che a ogni libro nuovo la sua funzione interpreta caricando i fucili a pallettoni – l’onestà del critico. Poi, se resta qualcosa, si gusta.
Perché siamo più scrittori che lettori? O perché con l’umanesimo, civiltà del libro, si è creato un mandarinato geloso dell’esclusiva, per cui non c’è nemmeno un’area d’indifferenza, ma tutto quanto è pubblicato dev’essere messo con le spalle al muro e misurato con Dante, Petrarca, Platone, Omero, e adesso anche Leopardi.
Dante - L’allegoria che celebra non è un residuo (fardello) stilistico del tempo? Schiaccia le “Petrose”, nelle quali è tutto, scalfisce poco la “Commedia”.
“Il poeta più savio e più triste” di Baudelaire (in Nadar, “Baudelaire intime”, p.70)
Elisabettiani – Curiosa riscrittura della storia, per la questione religiosa: gli elisabettiani erano soprattutto stuartiani. La fioritura letteraria e artistica che va sotto il nome di periodo elisabettiano si produsse in realtà con gli Stuart. Il Cinquecento fu in Inghilterra, con i re macellai Enrico, Maria, Elisabetta, poverissimo. Thomas More scrisse in latino, in inglese c’è un po’ di manierismo (Lily e l’eufuismo, Sydney, che peraltro molto viaggiava in terra non riformata), Spenser e Marlowe. Sotto gli Stuart si espresse al meglio lo stesso Shakespeare, che parteggiò per la congiura del conte di Essex, protetto finalmente dal re. Il teatro era stato confinato da Elisabetta fuori città, mentre Giacomo I lo sostenne e lo protesse – e i ruoli femminili tornarono alle donne, anche se si facevano venire di Francia. Poterono liberamente esprimersi Francis Bacon, Donne, Robert Burton. E poi Milton, etc. Si dice che Shakespeare a un certo punto tacque per dispetto contro Giacomo I. Ma non sarà una cattiveria protestante? Nel 1602, un anno prima della morte di Elisabetta, non riusciva a pubblicare l’“Amleto”, e questo è un fatto.
Flaubertiano – Si dice della “parola giusta”, ma senza molto senso. La parola giusta non può essere anestetica, insignificante, e Flaubert lo sapeva, non è uno della École du regard. A lui piacevano le persone di carne e sangue, e le passioni. Sarebbero piaciute, ma non ha trovato la parola giusta – flaubertiano equivale poi a noioso, non lo diceva lui stesso che i grandi narratori si possono permettere di scrivere male, uno mediocre ha l'obbligo di scrivere bene.
Freud – È logicamente insufficiente: la sua fonte conoscitiva, Edipo e altri miti, è abborracciata e contraddittoria. È terapeuticamente, e anche esteticamente, pericoloso: umilia l’infanzia, la fase più segreta, poiché fisiologicamente si rimuove, ma più appassionante e vera della vita umana, rimodellandola sulla vita adulta, e impone la denuncia delle rimozioni. Impone cioè di giocare di furbizia con se stessi e con gli altri, o di accettarsi senza entusiasmo, o addirittura (ai più) di ferirsi. Meglio un bambino senza madre di uno con la madre? Che insensatezza!
È un ideologo (Thomas Szasz, Bachtin)? Ma non materialista, non critico.è un confusionario, che scrisse buoni racconti, ancorché autobiografici, visionari, un vero “pazzo”. Una specie di paleontologo del sesso vivente, dopo aver scoperto, nel 1900, che la donna ha una sessualità. Ha successo culturale perdurante perché avrebbe approfondito la psicologia. Ma è più articolata la psicologia nel mito greco, o nel romanzo-poema prefreudiano, che in Freud o in Jung. Che hanno sistematizzato la psicologia, ci hanno tentato. Non per primi e non da ultimi. Da accademici. Che però non erano – erano sostanzialmente autodidatti.
Genesi – Quante incongruenze non si risolverebbero se fosse derubricato da libro sacro! Che lo si prenda in senso letterale, allegorico, anagogico, eccetera, fa sorgere una serie di problemi insolubili: la creazione, il peccato, la donna. la famiglia.
Libri – Sono la cosa che con più fretta viene liquidata dagli eredi – queste eredità sono il mercato dell’usato-antiquario, molto vasto. Non è un fatto d’ingombro. Vengono tenuti mobili, che occupano più spazio, e perfino capi d’abbigliamento del tutto inutilizzabili. Si dice che fanno polvere. Ma tutto in casa fa polvere se non è accudito. Se conservato, anzi, il libro acquista col tempo anche valore, unitariamente più dei mobili e dell’arredamento, più dei francobolli. Ci se ne disfa perché sono l’anima del defunto, una sua presenza vivente? .
Media – Il linguaggio dei media, pubblicità e televisione, è conciso e esatto. È però grandiloquente: persuasivo e non argomentativo. Perché non è verbale.
La forza di questo linguaggio non è la parola, ma l’immagine (la scena, la posa, le luci, il montaggio) e la magisterialità (assertiveness, ripetitività, e autocompiacimento, o star system). Un linguaggio cioè che si vuole dichiaratamente falso.
Sciascia – Se ne celebra sempre il razionalismo. E lo si celebra come un dato siciliano, di una certa Sicilia, illuminista. Ma quello dei siciliani, soprattutto dei palermitani-agrigentini, della vecchia matrice fenicia, semita, non è razionalismo, è allucinazione razionalistica. Una cosa il cui connotato non è di essere produttiva, convincente, patrizia, ma una fuga senza limiti nell’analisi. Che è un mezzo di difesa, ma rende la coabitazione e la costruzione impossibile, avvelenata.
Scrivere – Scrivere per accumulo secondo Lessing, che critica Costantino Manasse e l’Ariosto, quando descrivono la bellezza di Alcinoo e di Elena, è come portare in coma alla montagna i materiali per una casa, che poi franeranno dall’altro lato.
letterautore@antiit.eu
Arbasino - Grande ingegno, immenso, di forte capacità affabulatoria, fottuto dalle cattive amicizie (le frequentazioni della solitudine, la solitudine dello snob è implacabile) e dalla politica. Passione divorante, che lo insegue da Mannheim a San Francisco, all’“Alcesti” e all’Opéra-Bastille. La politica, non la filosofia: passione unica e stranissima, talmente è assorbente, da analizzare. Altri Kulturkritiker, da Diderot a Karl Kraus, si sono lasciati degli spazi per fantasticare. Arbasino è intossicato dalla sociologia politica, il genere più anguillesco, e forse inconsistente – strana nemesi, per chi odia l’approssimazione.
Classico - È quello che è sempre vivo. Ma vivo in base a una lettura: è sempre filologia.
Critica - È la malattia della letteratura, il “killer”, il virus – raramente la vitamina. Quando non è allegra, cioè libera – raramente. Per tutti gli altri “prodotti” in circolazione l’atteggiamento è aperto, vediamo, assaggiamo, consumiamo: se piace bene, se non piace pace, solo per casi di pericolosità sociale dichiarata c’è la critica. La letteratura invece non esiste senza la critica. Che a ogni libro nuovo la sua funzione interpreta caricando i fucili a pallettoni – l’onestà del critico. Poi, se resta qualcosa, si gusta.
Perché siamo più scrittori che lettori? O perché con l’umanesimo, civiltà del libro, si è creato un mandarinato geloso dell’esclusiva, per cui non c’è nemmeno un’area d’indifferenza, ma tutto quanto è pubblicato dev’essere messo con le spalle al muro e misurato con Dante, Petrarca, Platone, Omero, e adesso anche Leopardi.
Dante - L’allegoria che celebra non è un residuo (fardello) stilistico del tempo? Schiaccia le “Petrose”, nelle quali è tutto, scalfisce poco la “Commedia”.
“Il poeta più savio e più triste” di Baudelaire (in Nadar, “Baudelaire intime”, p.70)
Elisabettiani – Curiosa riscrittura della storia, per la questione religiosa: gli elisabettiani erano soprattutto stuartiani. La fioritura letteraria e artistica che va sotto il nome di periodo elisabettiano si produsse in realtà con gli Stuart. Il Cinquecento fu in Inghilterra, con i re macellai Enrico, Maria, Elisabetta, poverissimo. Thomas More scrisse in latino, in inglese c’è un po’ di manierismo (Lily e l’eufuismo, Sydney, che peraltro molto viaggiava in terra non riformata), Spenser e Marlowe. Sotto gli Stuart si espresse al meglio lo stesso Shakespeare, che parteggiò per la congiura del conte di Essex, protetto finalmente dal re. Il teatro era stato confinato da Elisabetta fuori città, mentre Giacomo I lo sostenne e lo protesse – e i ruoli femminili tornarono alle donne, anche se si facevano venire di Francia. Poterono liberamente esprimersi Francis Bacon, Donne, Robert Burton. E poi Milton, etc. Si dice che Shakespeare a un certo punto tacque per dispetto contro Giacomo I. Ma non sarà una cattiveria protestante? Nel 1602, un anno prima della morte di Elisabetta, non riusciva a pubblicare l’“Amleto”, e questo è un fatto.
Flaubertiano – Si dice della “parola giusta”, ma senza molto senso. La parola giusta non può essere anestetica, insignificante, e Flaubert lo sapeva, non è uno della École du regard. A lui piacevano le persone di carne e sangue, e le passioni. Sarebbero piaciute, ma non ha trovato la parola giusta – flaubertiano equivale poi a noioso, non lo diceva lui stesso che i grandi narratori si possono permettere di scrivere male, uno mediocre ha l'obbligo di scrivere bene.
Freud – È logicamente insufficiente: la sua fonte conoscitiva, Edipo e altri miti, è abborracciata e contraddittoria. È terapeuticamente, e anche esteticamente, pericoloso: umilia l’infanzia, la fase più segreta, poiché fisiologicamente si rimuove, ma più appassionante e vera della vita umana, rimodellandola sulla vita adulta, e impone la denuncia delle rimozioni. Impone cioè di giocare di furbizia con se stessi e con gli altri, o di accettarsi senza entusiasmo, o addirittura (ai più) di ferirsi. Meglio un bambino senza madre di uno con la madre? Che insensatezza!
È un ideologo (Thomas Szasz, Bachtin)? Ma non materialista, non critico.è un confusionario, che scrisse buoni racconti, ancorché autobiografici, visionari, un vero “pazzo”. Una specie di paleontologo del sesso vivente, dopo aver scoperto, nel 1900, che la donna ha una sessualità. Ha successo culturale perdurante perché avrebbe approfondito la psicologia. Ma è più articolata la psicologia nel mito greco, o nel romanzo-poema prefreudiano, che in Freud o in Jung. Che hanno sistematizzato la psicologia, ci hanno tentato. Non per primi e non da ultimi. Da accademici. Che però non erano – erano sostanzialmente autodidatti.
Genesi – Quante incongruenze non si risolverebbero se fosse derubricato da libro sacro! Che lo si prenda in senso letterale, allegorico, anagogico, eccetera, fa sorgere una serie di problemi insolubili: la creazione, il peccato, la donna. la famiglia.
Libri – Sono la cosa che con più fretta viene liquidata dagli eredi – queste eredità sono il mercato dell’usato-antiquario, molto vasto. Non è un fatto d’ingombro. Vengono tenuti mobili, che occupano più spazio, e perfino capi d’abbigliamento del tutto inutilizzabili. Si dice che fanno polvere. Ma tutto in casa fa polvere se non è accudito. Se conservato, anzi, il libro acquista col tempo anche valore, unitariamente più dei mobili e dell’arredamento, più dei francobolli. Ci se ne disfa perché sono l’anima del defunto, una sua presenza vivente? .
Media – Il linguaggio dei media, pubblicità e televisione, è conciso e esatto. È però grandiloquente: persuasivo e non argomentativo. Perché non è verbale.
La forza di questo linguaggio non è la parola, ma l’immagine (la scena, la posa, le luci, il montaggio) e la magisterialità (assertiveness, ripetitività, e autocompiacimento, o star system). Un linguaggio cioè che si vuole dichiaratamente falso.
Sciascia – Se ne celebra sempre il razionalismo. E lo si celebra come un dato siciliano, di una certa Sicilia, illuminista. Ma quello dei siciliani, soprattutto dei palermitani-agrigentini, della vecchia matrice fenicia, semita, non è razionalismo, è allucinazione razionalistica. Una cosa il cui connotato non è di essere produttiva, convincente, patrizia, ma una fuga senza limiti nell’analisi. Che è un mezzo di difesa, ma rende la coabitazione e la costruzione impossibile, avvelenata.
Scrivere – Scrivere per accumulo secondo Lessing, che critica Costantino Manasse e l’Ariosto, quando descrivono la bellezza di Alcinoo e di Elena, è come portare in coma alla montagna i materiali per una casa, che poi franeranno dall’altro lato.
letterautore@antiit.eu
domenica 20 dicembre 2009
ll segreto dell'Italia è l'indice della miseria
Il misery index di Moody’s apre uno spiraglio sul segreto dell’Italia. L’Agenzia di rating ha messo insieme un indice molto semplice della povertà delle nazioni, sommando il deficit di bilancio annuale in percentuale del pil e il tasso di disoccupazione. E l’Italia, pur avendo il debito più grande in Europa rispetto al pil, e il terzo più grande al mondo dietro il Giappone e gli Usa, non se la passa male. Anzi, è il paese più virtuoso, se non meno “povero” – dietro la Repubblica Ceca. Sommato a una rete sociale molto vasta del terzo settore, o associativo, con un numero strabocchevole di operatori sociali, volontari e semi-volontari, senza contare le parrocchie rivitalizzante da Ruini, questo indice spiega la solidità del paese.
L’Italia è ben viva, come tutti sanno, malgrado Murdoch e l’“Economist”, prefiche non disinteressate, e i giornali di Lor Signori, che prosperano nella crisi. Una ragione ci sarà, o più d’una. Questa dell’indice della povertà, sommata al terzo settore, che il “Sole 24 Ore” infine registra in chiave di buoni sentimenti natalizi, è probabilmente la più robusta. Anche perché non da ora l’Italia è fra i paesi più virtuosi nel misery index: il deficit contenuto di bilancio, e in qualche anno anzi l’attivo di bilancio, è una cintura di correzione che il paese porta stoicamente da poco meno di vent’anni. Nessun altro paese avrebbe retto alle continue “manovre”, più tasse meno spese. Anche perché sono stati i vent’anni peggiori della sua storia politica, per il golpismo continuo dei complesso giudici-media, una destabilizzazione tanto perfida quanto martellante. Oltre ventimila onlus, 7.300 cooperative sociali, quattromila fondazioni sono la rete di resistenza dell’Italia.
L’Italia è ben viva, come tutti sanno, malgrado Murdoch e l’“Economist”, prefiche non disinteressate, e i giornali di Lor Signori, che prosperano nella crisi. Una ragione ci sarà, o più d’una. Questa dell’indice della povertà, sommata al terzo settore, che il “Sole 24 Ore” infine registra in chiave di buoni sentimenti natalizi, è probabilmente la più robusta. Anche perché non da ora l’Italia è fra i paesi più virtuosi nel misery index: il deficit contenuto di bilancio, e in qualche anno anzi l’attivo di bilancio, è una cintura di correzione che il paese porta stoicamente da poco meno di vent’anni. Nessun altro paese avrebbe retto alle continue “manovre”, più tasse meno spese. Anche perché sono stati i vent’anni peggiori della sua storia politica, per il golpismo continuo dei complesso giudici-media, una destabilizzazione tanto perfida quanto martellante. Oltre ventimila onlus, 7.300 cooperative sociali, quattromila fondazioni sono la rete di resistenza dell’Italia.
I processi come esercizio di potere
Un monumento all'immutabilità delle logiche politiche.
Anche alla forza politica della retorica: Cicerone dice e non dice, accusa senza accusare, nomina Verre perché è in disgrazia presso i senatori, dopo tre anni e montagne di malversazioni, ma non nomina gli altri profittatori, né accusa realmente i publicani, gli affaristi che furono una creatura dello stesso Senato. Ma soprattutto conferma la persistenza delle logiche politiche.
Cicerone attacca il Senato, non può non farlo, ma per ristabilire il diritto a esercitare quel potere giudiziario di cui Silla avrebbe voluto privarlo. Perché è nel Senato il potere: il potere economico, o meglio finanziario, delle rendite urbane. Ogni rivoluzione giudiziaria - ogni rivoluzione? - è un esercizio di potere.
Già all'epoca si praticava il maquillage finanziario, il window dressing.
Cicerone, I processi di Verre
Anche alla forza politica della retorica: Cicerone dice e non dice, accusa senza accusare, nomina Verre perché è in disgrazia presso i senatori, dopo tre anni e montagne di malversazioni, ma non nomina gli altri profittatori, né accusa realmente i publicani, gli affaristi che furono una creatura dello stesso Senato. Ma soprattutto conferma la persistenza delle logiche politiche.
Cicerone attacca il Senato, non può non farlo, ma per ristabilire il diritto a esercitare quel potere giudiziario di cui Silla avrebbe voluto privarlo. Perché è nel Senato il potere: il potere economico, o meglio finanziario, delle rendite urbane. Ogni rivoluzione giudiziaria - ogni rivoluzione? - è un esercizio di potere.
Già all'epoca si praticava il maquillage finanziario, il window dressing.
Cicerone, I processi di Verre
sabato 19 dicembre 2009
Il monumento di Pasolini
Quindi Pasolini era completamente “scarico” di erotismo, seppure ne era ossessionato prima della morte. La sua passione è di testa: numeri, geometrie, filologie (il belliano “fregare”, le decostruzioni, i calchi, il Sade ritornante del film). Passionalità infantile, che spiega la sua forsennata innocenza. Ma con un sospetto di calcolo: calcolo infantile (imbronciato), scoperto.
Grande creatore d’immagini: è questa la sua cifra poetica. Con le luci (colori) e i luoghi più vivi dei più sorprendenti personaggi. Sua è anche la “devozione alla morte” che Furio Jesi rileva di Pavese in “Letteratura e mito”. Pasolini è proprio questo, un mitologo. Di se stesso anzitutto, ogni mito è trasposizione, e vuole un io molto forte: “Petrolio” sarebbe stato un gigantesco monumento a Pasolini.
Pier Paolo Pasolini, Petrolio
Grande creatore d’immagini: è questa la sua cifra poetica. Con le luci (colori) e i luoghi più vivi dei più sorprendenti personaggi. Sua è anche la “devozione alla morte” che Furio Jesi rileva di Pavese in “Letteratura e mito”. Pasolini è proprio questo, un mitologo. Di se stesso anzitutto, ogni mito è trasposizione, e vuole un io molto forte: “Petrolio” sarebbe stato un gigantesco monumento a Pasolini.
Pier Paolo Pasolini, Petrolio
Gli affari di Berlusconi, l'onore del "Paìs"
È allucinante, se non fosse ridicolo, il salvataggio del “Paìs”, il giornale spagnolo, da parte di Berlusconi. Il giornale che più si è dato dare, con quelli inglesi di Murdoch, per “uccidere” Berlusconi nella lunga estate dei veleni. Ora, d’amore e d’accodo, Berlusconi salva il “Paìs” dai debiti comprandogli delle televisioni fallite per 252 milioni. E il “Paìs” diventa socio di Berlusconi in Spagna. Tanto per l’etica degli affari, e per l’etica, in Italia e in Spagna: senza vergogna?
Ancora si ricordano le trepide interviste del “Paìs” alla signora D’Addario, per iscritto e in video, due ore di conversazione, due giornalisti mobilitati e una troppe, più i diritti dell’intervistata. Berlusconi avrà pagato anche per questa spesuccia? Due ore sono un libro. Ma non c’è da farsi problemi: salvati i conti, e le sedie dei padroni-manager, il giornale sarà libero di tornare sui denti rotti e le altre debolezze d Berlusconi, c’è già il precedente di “Repubblica”, che fu salvata da Berlusconi quando trent’anni fa salvò Mondadori, comprando la Quattro, e quindi il giornale. L’onore nel giornalismo è sempre salvo, il problema è che alcuni giornali pretendono di farci la morale.
Berlusconi con un esborso minimo si posiziona al primo posto stabile fra i veicoli di pubblicità in Spagna. E diventa consocio di Telefònica, con la quale ha un contatto, per ora minimo ma non si sa mai, in Telecom Italia, che l’operatore spagnolo controlla – sempre più di malavoglia. Berlusconi in Spagna arriva, con le tv del “Paìs”, al 40 per cento del mercato pubblicitario televisivo. E questo in virtù di una legge del governo Zapatero che bandisce dal 2010 la pubblicità sulla tv pubblica. Un governo socialista.
Ancora si ricordano le trepide interviste del “Paìs” alla signora D’Addario, per iscritto e in video, due ore di conversazione, due giornalisti mobilitati e una troppe, più i diritti dell’intervistata. Berlusconi avrà pagato anche per questa spesuccia? Due ore sono un libro. Ma non c’è da farsi problemi: salvati i conti, e le sedie dei padroni-manager, il giornale sarà libero di tornare sui denti rotti e le altre debolezze d Berlusconi, c’è già il precedente di “Repubblica”, che fu salvata da Berlusconi quando trent’anni fa salvò Mondadori, comprando la Quattro, e quindi il giornale. L’onore nel giornalismo è sempre salvo, il problema è che alcuni giornali pretendono di farci la morale.
Berlusconi con un esborso minimo si posiziona al primo posto stabile fra i veicoli di pubblicità in Spagna. E diventa consocio di Telefònica, con la quale ha un contatto, per ora minimo ma non si sa mai, in Telecom Italia, che l’operatore spagnolo controlla – sempre più di malavoglia. Berlusconi in Spagna arriva, con le tv del “Paìs”, al 40 per cento del mercato pubblicitario televisivo. E questo in virtù di una legge del governo Zapatero che bandisce dal 2010 la pubblicità sulla tv pubblica. Un governo socialista.
mercoledì 16 dicembre 2009
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (50)
Giuseppe Leuzzi
In Francia la servitù della gleba fu abolita nel 1779, in Austria, portata a modello di civile amministrazione, due anni dopo (ma in Ungheria solo nel 1848). Le leggi non contano molto per la “società civile”, la convivenza sì, l’interesse compartecipato.
Il Corso, lo struscio, la passeggiata serale, è fenomeno comune, “a Sud di differenti paralleli di latitudine, dal Portogallo alla Grande Muraglia”. Patrick Leigh Fermor, “Between the Woods and the Water”, 62.
Ib. 36: Da Carlisle al mar Nero i legionari romani di frontiera avevano sempre con sé un bassorilievo di Mitra dal berretto frigio, che sgozza con la spada un toro.
La Magna Grecia viene prima della colonizzazione. Era nota e frequentata dai greci prima delle prime colonizzazioni stabili, attorno al 700 a.C., a Siracusa, Napoli, Crotone, Taranto, Locri. I resti micenei lo documentano, la diffusione della simbologia del Toro, la toponomastica.
Calabria
A 33 anni Dumas lancia un prestito per “La Méditerranée et ses cités”, un progetto di cui presenta il 10 ottobre 1834 il prospetto su giornali e riviste. Riesce a ottenere il patrocinio del governo. E due mesi dopo parte. Ha con sé le commendatizie del presidente del consiglio e dei ministri della Marina e degli Affari Esteri, ma non gli artisti e i poeti promessi dal prospetto. Ha con sé solo il pittore Jadin, col suo gatto Mylord, e un truffatore, Jules Lecomte, che si fa passare per de Musset, e già a Marsiglia ha affondato la spedizione sotto i debiti. Per il discredito Dumas perde anche i finanziamenti governativi. Lancia allora una società per azioni, col proposito di raccogliere centomila franchi. L’esito non è noto: solo si sa che Victor Hugo ha sottoscritto 250 franchi, Nerval mille, e che il Lloyd francese ha dato il patrocinio. Quanto basta comunque perché Dumas parta, il 15 giugno1835, in carrozza. Fa tappa a Firenze e a Roma. Qui l’ambasciatore del re di Napoli, Ludorff, gli rifiuta il visto d’ingresso. Dumas si fa fare allora un passaporto falso da Ingres, che dirigeva a Roma l’Accademia francese, a nome di Joseph-Benoît Guichard. A Napoli s’imbarca sulla speronara Santa Maria di Piedigrotta, del capitano Giuseppe Arena, della Pace di Messina. Con la cantante Caroline Ungher e il di lei fidanzato Henri de Ruolz Monchal, che presto soffrirà il mal di mare e si ritirerà dalla competizione. Sulla speronara Dumas fa il giro della Sicilia, incontrando qua e là la notte Caroline, che intanto è andata a cantare la “Norma” a Palermo.
Lo sbarco in Calabria, contro burrasca, bonaccia e correnti, sarà specialmente benedetto da Dumas. Ma il viaggio lungo la costa calabrese, da Villa San Giovanni a San Lucido (Cosenza), sarà un seguito di sfide e pericoli. Così perlomeno lo racconterà Dumas sette anni dopo, scrivendone in volontario esilio a Firenze, in una camera sulla via Rondinella, il progetto “La Mediterranée” recuperando in tre titoli che vende via via a puntate ai migliori giornali di Parigi e poi in volume, separatamente e, in due tomi, col titolo complessivo “Le capitaine Arena”: “Moeurs et coûtumes siciliennes”, “Excursions aux îles éoliennes”, e “Voyage en Calabre”.
In quest’ultimo viaggio Dumas, al quale “la prudenza del serpente” era stata raccomandata per la Calabria, non va oltre le aspettative. Con non memorabili: “Tutti streghe e stregoni in Calabria”, “Per quanto calabresi, sono uomini”, e “Questi fannulloni di calabresi”. Dipingendo tra l’altro una società borbonica che oggi si direbbe democratica. Si può viaggiare dunque solo per scrivere libri.
Rossano ha molti titoli di nobiltà: due papi, un antipapa, sette monasteri, le chiese della Panaghìa, di san Marco evangelista, di Santa Maria del Pàtire, nascite illustri, san Nilo eccetera. Il pensionato che sulla piazza sopra la Cattedrale discute con gli amici la politica nazionale non sa del Codice Purpureo, dove si possa trovare, dov’è il museo diocesano che lo ospita – è sotto la cattedrale.
C’è una Madonna di Reggio, detta anche l’Africana, a Vernazza, nelle Cinque Terre. In un santuario dello stesso nome, che risale al Mille. Ma nulla si dice delle origini.
I calabresi che mangiano un pane di paglia era topos ricorrente un secolo fa. In De Amicis, “Sull’Oceano”, pp. 45-47-59. In Corrado Alvario, conferenza al Lyceum di Firenze, 1929.
.
In “Etruscan places” D.H.Lawrence ricorda a Cerveteri “il vino nero della Calabria” – di malumore, per un pasto insapore.
Calabraise e braise fanno tutt’uno”, dice Paul Louis Courier, ufficiale napoleonico, nelle “Lettere di un polemista”.
Le donne sono rapidissime, fulminee, gli uomini torpidi, e quando decidono restano indecisi. Se siamo stati popolati dalle locresi, donne libere che si unirono con gli schiavi, si spiega: è un fatto di dna.
Bernardino Telesio Bacone tenne in considerazione per la sua filosofia della scienza “più seria che celebre” ("Cogitata et visa”, XIII).
Pochi santi e moltissime Madonne. Molte sorgenti d’acqua, anche, elemento femminile della fisica naturale (dei quattro elementi). Il culto di Persefone persiste, se non vi è nato, della Grande Madre, e del matriarcato ad esso collegato di Locri. Non solo a Solano, Bagnara,e altre isole matriarcali, ma nell’insieme dei comportamenti culturali.
Secondo Gautier, della sotadica “Lettera alla presidentessa”, la Calabria è “quella regione che dà lo stivale in culo alla Sicilia”.
Reggio si pensa greca, poco sotto Atene, e parla latino, ciceroniano – come immagina che Cicerone parlasse. Ma non si può ridere. È la debolezza del Sud, il ritardo culturale. Non rispetto alla contemporaneità, cui anzi il meridionale, in quanto provinciale e per di più sradicato, è disponibile più di altri, è l’assenza o il rifiuto della propria storia o specificità. Che è la conseguenza del Risorgimento, di un’unità intesa come annessione, cui il meridionale più di altri fu pronto – sempre per la disponibilità alla modernità. La lotta al Borbone si faceva con Inghilterra, Francia e Piemonte, anche fuori dalle logge massoniche, nel nome della libertà e del futuro, e quindi l’annessione è stata un esercizio di libertà, nella specie della servitù volontaria. Ma fu – è – in realtà una colonizzazione: il dispossessamento attraverso la libertà, che passa per la negazione della personalità del colonizzato, per l’obliterazione o la vilificazione del suo modo d’essere – il colonialismo s’immagina truce, con la forca e il forcone, ma no, viene nel nome della libertà e del progresso
Tucidide, “La guerra del Peloponneso”, libro secondo, pp. 77 segg., stabilisce che i Siculi abitavano la Calabria. Che fu chiamata Italia da Italo, un re dei siculi. Pressati dagli Opici, i Siculi passarono lo Stretto e sconfissero i Sicani. Questo trecento anni prima che nell’isola, che si chiamava Trinacria ed era stata ribattezzata Sicania, approdassero i Greci. Ma trovandovi già gli Elimi, che erano ex Troiani, stabiliti a Segesta e Erice.
Zancle fu fondata dai pirati calcidesi di Cuma, nel paese degli Opici (campani): il nome però le fu dato dai Siculi, che chiamavano zancle la falce. I Siculi furono cacciati da Messina dai Samii, in fuga dai Persiani. I Samii furono a loro volta cacciati da Anassilao, tiranno di Reggio, che dà alla città il nome di Messana, in ricordo della sua patria di origine.
Non è una storia semplice, e gli effetti si vedono. I reggini sono calcidesi, vengono quindi alla penisola calcidica, nell’Egeo. Oggi sarebbero mezzi turchi.
È tutta a rischio sismico elevato. Nella vecchi carta di terremoti e nella nuova. Per questo i calabresi sono nervosi, anche se non sanno il perché.
Calabria in epoca romana era il Salento. Si sono invertiti i nomi, ma condividono le Madonne della Purità, la cadenza della parlata, il linguaggio asintattico , al limitare delle aree grecaniche propriamente dette. In tante parole che fanno sentire a casa come in Grecia: spasa per vassoio di offerta, ruga per quartiere, tigana per scodella, torre per villaggio, e ovunque i vopi.
Il calabrese va per antifrasi, la costruzione sintattica, o la semplice appoggiatura della voce, per cui si intende, e si dice, il contrario di ciò che “si dice”. Con tono naturale. Il calabrese buono – intelligente cioè e onesto – che vede la realtà scorrere in modo anomalo, la mima sorpreso. Sprezzante anche, ma profondamente deluso: il crimine, la menzogna, la stupidità lo urtano in quanto essere razionale, come negazioni della logica. È l’umorismo di Lionello o Ezio Luzzi, understated più spesso che espressivo – Lionello aspetta il nemico alla sua tagliola, Luzzi lo aggredisce.
Andare a Roma, e tornare. Nello stesso giorno. Far marciare il frantoio per sedici ore di seguito. Sei, sette giorni di seguito. Elevare la casa di un piano in una notte: mura perimetrali e sottotetto. Sono casi di normale follia in Calabria: la capacità di applicarsi non mancherebbe, ma il lavoro non è ritenuto onorevole.
Anziane analfabete in Calabria pagano mille euro al mese a giovani, belle, istruite polacche, rumene o ucraine per essere accudite - non da ora, lo facevano in valuta forte, marchi o dollari, prima dell’euro: le vecchie analfabete, che solo conoscono il dialetto, sapevano procurarsela. Non c’è verso per una donna calabrese disoccupata, allora e oggi, di assumersi questo reddito.
leuzzi@antiit.eu
In Francia la servitù della gleba fu abolita nel 1779, in Austria, portata a modello di civile amministrazione, due anni dopo (ma in Ungheria solo nel 1848). Le leggi non contano molto per la “società civile”, la convivenza sì, l’interesse compartecipato.
Il Corso, lo struscio, la passeggiata serale, è fenomeno comune, “a Sud di differenti paralleli di latitudine, dal Portogallo alla Grande Muraglia”. Patrick Leigh Fermor, “Between the Woods and the Water”, 62.
Ib. 36: Da Carlisle al mar Nero i legionari romani di frontiera avevano sempre con sé un bassorilievo di Mitra dal berretto frigio, che sgozza con la spada un toro.
La Magna Grecia viene prima della colonizzazione. Era nota e frequentata dai greci prima delle prime colonizzazioni stabili, attorno al 700 a.C., a Siracusa, Napoli, Crotone, Taranto, Locri. I resti micenei lo documentano, la diffusione della simbologia del Toro, la toponomastica.
Calabria
A 33 anni Dumas lancia un prestito per “La Méditerranée et ses cités”, un progetto di cui presenta il 10 ottobre 1834 il prospetto su giornali e riviste. Riesce a ottenere il patrocinio del governo. E due mesi dopo parte. Ha con sé le commendatizie del presidente del consiglio e dei ministri della Marina e degli Affari Esteri, ma non gli artisti e i poeti promessi dal prospetto. Ha con sé solo il pittore Jadin, col suo gatto Mylord, e un truffatore, Jules Lecomte, che si fa passare per de Musset, e già a Marsiglia ha affondato la spedizione sotto i debiti. Per il discredito Dumas perde anche i finanziamenti governativi. Lancia allora una società per azioni, col proposito di raccogliere centomila franchi. L’esito non è noto: solo si sa che Victor Hugo ha sottoscritto 250 franchi, Nerval mille, e che il Lloyd francese ha dato il patrocinio. Quanto basta comunque perché Dumas parta, il 15 giugno1835, in carrozza. Fa tappa a Firenze e a Roma. Qui l’ambasciatore del re di Napoli, Ludorff, gli rifiuta il visto d’ingresso. Dumas si fa fare allora un passaporto falso da Ingres, che dirigeva a Roma l’Accademia francese, a nome di Joseph-Benoît Guichard. A Napoli s’imbarca sulla speronara Santa Maria di Piedigrotta, del capitano Giuseppe Arena, della Pace di Messina. Con la cantante Caroline Ungher e il di lei fidanzato Henri de Ruolz Monchal, che presto soffrirà il mal di mare e si ritirerà dalla competizione. Sulla speronara Dumas fa il giro della Sicilia, incontrando qua e là la notte Caroline, che intanto è andata a cantare la “Norma” a Palermo.
Lo sbarco in Calabria, contro burrasca, bonaccia e correnti, sarà specialmente benedetto da Dumas. Ma il viaggio lungo la costa calabrese, da Villa San Giovanni a San Lucido (Cosenza), sarà un seguito di sfide e pericoli. Così perlomeno lo racconterà Dumas sette anni dopo, scrivendone in volontario esilio a Firenze, in una camera sulla via Rondinella, il progetto “La Mediterranée” recuperando in tre titoli che vende via via a puntate ai migliori giornali di Parigi e poi in volume, separatamente e, in due tomi, col titolo complessivo “Le capitaine Arena”: “Moeurs et coûtumes siciliennes”, “Excursions aux îles éoliennes”, e “Voyage en Calabre”.
In quest’ultimo viaggio Dumas, al quale “la prudenza del serpente” era stata raccomandata per la Calabria, non va oltre le aspettative. Con non memorabili: “Tutti streghe e stregoni in Calabria”, “Per quanto calabresi, sono uomini”, e “Questi fannulloni di calabresi”. Dipingendo tra l’altro una società borbonica che oggi si direbbe democratica. Si può viaggiare dunque solo per scrivere libri.
Rossano ha molti titoli di nobiltà: due papi, un antipapa, sette monasteri, le chiese della Panaghìa, di san Marco evangelista, di Santa Maria del Pàtire, nascite illustri, san Nilo eccetera. Il pensionato che sulla piazza sopra la Cattedrale discute con gli amici la politica nazionale non sa del Codice Purpureo, dove si possa trovare, dov’è il museo diocesano che lo ospita – è sotto la cattedrale.
C’è una Madonna di Reggio, detta anche l’Africana, a Vernazza, nelle Cinque Terre. In un santuario dello stesso nome, che risale al Mille. Ma nulla si dice delle origini.
I calabresi che mangiano un pane di paglia era topos ricorrente un secolo fa. In De Amicis, “Sull’Oceano”, pp. 45-47-59. In Corrado Alvario, conferenza al Lyceum di Firenze, 1929.
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In “Etruscan places” D.H.Lawrence ricorda a Cerveteri “il vino nero della Calabria” – di malumore, per un pasto insapore.
Calabraise e braise fanno tutt’uno”, dice Paul Louis Courier, ufficiale napoleonico, nelle “Lettere di un polemista”.
Le donne sono rapidissime, fulminee, gli uomini torpidi, e quando decidono restano indecisi. Se siamo stati popolati dalle locresi, donne libere che si unirono con gli schiavi, si spiega: è un fatto di dna.
Bernardino Telesio Bacone tenne in considerazione per la sua filosofia della scienza “più seria che celebre” ("Cogitata et visa”, XIII).
Pochi santi e moltissime Madonne. Molte sorgenti d’acqua, anche, elemento femminile della fisica naturale (dei quattro elementi). Il culto di Persefone persiste, se non vi è nato, della Grande Madre, e del matriarcato ad esso collegato di Locri. Non solo a Solano, Bagnara,e altre isole matriarcali, ma nell’insieme dei comportamenti culturali.
Secondo Gautier, della sotadica “Lettera alla presidentessa”, la Calabria è “quella regione che dà lo stivale in culo alla Sicilia”.
Reggio si pensa greca, poco sotto Atene, e parla latino, ciceroniano – come immagina che Cicerone parlasse. Ma non si può ridere. È la debolezza del Sud, il ritardo culturale. Non rispetto alla contemporaneità, cui anzi il meridionale, in quanto provinciale e per di più sradicato, è disponibile più di altri, è l’assenza o il rifiuto della propria storia o specificità. Che è la conseguenza del Risorgimento, di un’unità intesa come annessione, cui il meridionale più di altri fu pronto – sempre per la disponibilità alla modernità. La lotta al Borbone si faceva con Inghilterra, Francia e Piemonte, anche fuori dalle logge massoniche, nel nome della libertà e del futuro, e quindi l’annessione è stata un esercizio di libertà, nella specie della servitù volontaria. Ma fu – è – in realtà una colonizzazione: il dispossessamento attraverso la libertà, che passa per la negazione della personalità del colonizzato, per l’obliterazione o la vilificazione del suo modo d’essere – il colonialismo s’immagina truce, con la forca e il forcone, ma no, viene nel nome della libertà e del progresso
Tucidide, “La guerra del Peloponneso”, libro secondo, pp. 77 segg., stabilisce che i Siculi abitavano la Calabria. Che fu chiamata Italia da Italo, un re dei siculi. Pressati dagli Opici, i Siculi passarono lo Stretto e sconfissero i Sicani. Questo trecento anni prima che nell’isola, che si chiamava Trinacria ed era stata ribattezzata Sicania, approdassero i Greci. Ma trovandovi già gli Elimi, che erano ex Troiani, stabiliti a Segesta e Erice.
Zancle fu fondata dai pirati calcidesi di Cuma, nel paese degli Opici (campani): il nome però le fu dato dai Siculi, che chiamavano zancle la falce. I Siculi furono cacciati da Messina dai Samii, in fuga dai Persiani. I Samii furono a loro volta cacciati da Anassilao, tiranno di Reggio, che dà alla città il nome di Messana, in ricordo della sua patria di origine.
Non è una storia semplice, e gli effetti si vedono. I reggini sono calcidesi, vengono quindi alla penisola calcidica, nell’Egeo. Oggi sarebbero mezzi turchi.
È tutta a rischio sismico elevato. Nella vecchi carta di terremoti e nella nuova. Per questo i calabresi sono nervosi, anche se non sanno il perché.
Calabria in epoca romana era il Salento. Si sono invertiti i nomi, ma condividono le Madonne della Purità, la cadenza della parlata, il linguaggio asintattico , al limitare delle aree grecaniche propriamente dette. In tante parole che fanno sentire a casa come in Grecia: spasa per vassoio di offerta, ruga per quartiere, tigana per scodella, torre per villaggio, e ovunque i vopi.
Il calabrese va per antifrasi, la costruzione sintattica, o la semplice appoggiatura della voce, per cui si intende, e si dice, il contrario di ciò che “si dice”. Con tono naturale. Il calabrese buono – intelligente cioè e onesto – che vede la realtà scorrere in modo anomalo, la mima sorpreso. Sprezzante anche, ma profondamente deluso: il crimine, la menzogna, la stupidità lo urtano in quanto essere razionale, come negazioni della logica. È l’umorismo di Lionello o Ezio Luzzi, understated più spesso che espressivo – Lionello aspetta il nemico alla sua tagliola, Luzzi lo aggredisce.
Andare a Roma, e tornare. Nello stesso giorno. Far marciare il frantoio per sedici ore di seguito. Sei, sette giorni di seguito. Elevare la casa di un piano in una notte: mura perimetrali e sottotetto. Sono casi di normale follia in Calabria: la capacità di applicarsi non mancherebbe, ma il lavoro non è ritenuto onorevole.
Anziane analfabete in Calabria pagano mille euro al mese a giovani, belle, istruite polacche, rumene o ucraine per essere accudite - non da ora, lo facevano in valuta forte, marchi o dollari, prima dell’euro: le vecchie analfabete, che solo conoscono il dialetto, sapevano procurarsela. Non c’è verso per una donna calabrese disoccupata, allora e oggi, di assumersi questo reddito.
leuzzi@antiit.eu
Ombre - 37
Mourinho vuole dire che nella partita Juventus-Inter gli sono state fischiate troppe punizioni contro. Ma non lo dice, accenna. Allude. E dunque la mafia ha contagiato l’italiano? Sembrerebbe: i giornalisti spiegano solleciti che Mourinho non può dire di più, altrimenti verrà censurato o punito dalle autorità calcistiche, ma proprio questo è mafia, il qui lo dico e qui lo nego, e l’omertà dei giornalisti.
C’è sempre violenza politica a Milano, c’è stata il 13 dicembre, c’è stata il 12, c’è stata un anno fa, per il 12 dicembre e per il 25 aprile, c’è stata nel 1969 alla Fiera e a piazza Fontana esattamente come quarant’anni prima, forse a opera della stessa polizia politica. Ma la città non se ne fa un cruccio. Nemmeno il cardinale pensa di dover dire le solite parole buone. Anzi gli attentatori sono sempre figli di buona famiglia, morigerati, studiosi, di buone compagnie. Sarà qui, in questa impermeabilità, il segreto del successo? Altrove sarebbe detta insensibilità.
Seduta accanto alle regine e principesse scandinave, Michelle Obama potrebbe essere una di esse, non fosse per il colore: stessa robusta ossatura, stessa mascella forte, stesso abbigliamento un po’ come viene. Sono sedute anche alla stessa maniera, da educande impacciate sulle sedie troppo piccole.
Premio Nobel per la Pace, Obama fa a Oslo il discorso della guerra. Partendo dalla premessa che la guerra giusta o umanitaria è discutibile. È più onesto dei suoi giudici.
Alla conferenza dei grandi della terra a Copenhagen, Sarkozy si copre la bocca con la mano per parlare con Brown. Ridicolo, rifare Totti in campo. Privacy? Diritto all’informazione? È ludibrio, il disfacimento di ogni autorevolezza, insieme con la riservatezza. In quel terribile egualizzatore che è il pettegolezzo: tutti merde.
Il boss mafioso Gerlando Alberti, condannato all’ergastolo per aver fatto uccidere, tra gli altri, una ragazza diciassettenne, è stato messo in libertà dopo pochi di carcere. Non è evaso, ha avuto la libertà dai giudici. Che a suo tempo avevano anche dimenticato di farlo carcerare, dopo averlo condannato.
La ragazza era stata uccisa perché, stiratrice in una lavanderia, aveva trovato nella tasca di una giacca di Alberti un’agenda, e forse l’aveva letta.
Il giudice Claudio Dall’Acqua, e che giudice, presidente di Corte d’assise d’appello, seppure di Palermo, si umilia a farsi rimbeccare da un mafioso: “Perché dovevo ricorrere ai politici, non ero stato condannato”. In un processo a cui s’è prestato a dare un rilievo abnorme, spostando a grandissimi costi la sua Corte da Palermo a Torino. Non sarebbe stato dovere del Pubblico ministro sentire prima il suo inattendibile teste? Perché il giudice Dall’Acqua non ammonisce il Pubblico ministero? Perché si umilia?
La Spagna è a tutti gli effetti fallita, ma non si può dire. Poggia su una bolla immobiliare che da quasi due anni è una partita di giro senza una domanda e senza prospettive, ma banche che sono piene di crediti inesigibili vengono date per solide. Come le sue super squadre di calcio, che hanno tanti debiti da far rabbrividire (gestite da immobiliaristi…). Lo spirito nazionale è forte: ma è un asset o un handicap?
Si fa una festa nel reatino dell’olio d’oliva. A cui partecipano specialisti e scienziati del settore. Si possono così ascoltare analisi spassionate del tipo: “L’olio spagnolo è connotato all’olfatto da inconfondibile piscio di gatto”. Vomitevole allora? No, al contrario, dev’essere connotazione di pregio, poiché l’extra vergine spagnolo si vende ad almeno otto euro al kg, quasi il doppio che l’equivalente italiano – non si vende in Italia, ma nel Centro Europa sì, così pare. E il perché non è un mistero: è il marketing, che la puzza fa diventare un sapore.
C’è sempre violenza politica a Milano, c’è stata il 13 dicembre, c’è stata il 12, c’è stata un anno fa, per il 12 dicembre e per il 25 aprile, c’è stata nel 1969 alla Fiera e a piazza Fontana esattamente come quarant’anni prima, forse a opera della stessa polizia politica. Ma la città non se ne fa un cruccio. Nemmeno il cardinale pensa di dover dire le solite parole buone. Anzi gli attentatori sono sempre figli di buona famiglia, morigerati, studiosi, di buone compagnie. Sarà qui, in questa impermeabilità, il segreto del successo? Altrove sarebbe detta insensibilità.
Seduta accanto alle regine e principesse scandinave, Michelle Obama potrebbe essere una di esse, non fosse per il colore: stessa robusta ossatura, stessa mascella forte, stesso abbigliamento un po’ come viene. Sono sedute anche alla stessa maniera, da educande impacciate sulle sedie troppo piccole.
Premio Nobel per la Pace, Obama fa a Oslo il discorso della guerra. Partendo dalla premessa che la guerra giusta o umanitaria è discutibile. È più onesto dei suoi giudici.
Alla conferenza dei grandi della terra a Copenhagen, Sarkozy si copre la bocca con la mano per parlare con Brown. Ridicolo, rifare Totti in campo. Privacy? Diritto all’informazione? È ludibrio, il disfacimento di ogni autorevolezza, insieme con la riservatezza. In quel terribile egualizzatore che è il pettegolezzo: tutti merde.
Il boss mafioso Gerlando Alberti, condannato all’ergastolo per aver fatto uccidere, tra gli altri, una ragazza diciassettenne, è stato messo in libertà dopo pochi di carcere. Non è evaso, ha avuto la libertà dai giudici. Che a suo tempo avevano anche dimenticato di farlo carcerare, dopo averlo condannato.
La ragazza era stata uccisa perché, stiratrice in una lavanderia, aveva trovato nella tasca di una giacca di Alberti un’agenda, e forse l’aveva letta.
Il giudice Claudio Dall’Acqua, e che giudice, presidente di Corte d’assise d’appello, seppure di Palermo, si umilia a farsi rimbeccare da un mafioso: “Perché dovevo ricorrere ai politici, non ero stato condannato”. In un processo a cui s’è prestato a dare un rilievo abnorme, spostando a grandissimi costi la sua Corte da Palermo a Torino. Non sarebbe stato dovere del Pubblico ministro sentire prima il suo inattendibile teste? Perché il giudice Dall’Acqua non ammonisce il Pubblico ministero? Perché si umilia?
La Spagna è a tutti gli effetti fallita, ma non si può dire. Poggia su una bolla immobiliare che da quasi due anni è una partita di giro senza una domanda e senza prospettive, ma banche che sono piene di crediti inesigibili vengono date per solide. Come le sue super squadre di calcio, che hanno tanti debiti da far rabbrividire (gestite da immobiliaristi…). Lo spirito nazionale è forte: ma è un asset o un handicap?
Si fa una festa nel reatino dell’olio d’oliva. A cui partecipano specialisti e scienziati del settore. Si possono così ascoltare analisi spassionate del tipo: “L’olio spagnolo è connotato all’olfatto da inconfondibile piscio di gatto”. Vomitevole allora? No, al contrario, dev’essere connotazione di pregio, poiché l’extra vergine spagnolo si vende ad almeno otto euro al kg, quasi il doppio che l’equivalente italiano – non si vende in Italia, ma nel Centro Europa sì, così pare. E il perché non è un mistero: è il marketing, che la puzza fa diventare un sapore.
martedì 15 dicembre 2009
Se liberale è autoritario
Dell’attentato a Berlusconi il “Guardian” se la ride: “Saluti da Milano”, titola, “un colpo spedisce Berlusconi all’ospedale”. Non è solo, e non è importante, non più. Ma il giornale di Manchester è stato, e si vuole, un baluardo liberale in Gran Bretagna. Una lettura per questo obbligata, a lungo. Fino al luglio del 1996, quando pubblicò una lettera di Orwell a Celia Kirwan, con una lista di scrittori e giornalisti da contattare per una campagna antistaliniana, e la proposta di una lista di scrittori e giornalisti da evitare, “criptocomunisti, compagni di strada o simpatizzanti, su cui non si può contare per una tale propaganda”. Tanto bastò al giornale liberale per dire Orwell al soldo dei servizi segreti. Tanto più che Celia Kirwan era cognata di Koestler, e quindi, lasciava intendere il “Guardian”, essa stessa nella manica dei servizi. Tacendo ciò che il giornale stesso sapeva: cha la Kirwan lavorava per la BBC, e che la BBC aveva o stava montando un servizio radio per l’Est Europa.
Nulla di “comunista” evidentemente in questo giornale, nel 1996 non ce n’era motivo, e a maggior ragione ora. Ma nulla nemmeno di liberale, in senso proprio. Se non della rovina del liberalismo, in Gran Bretagna come in Italia, preda dei corvi pieni di sé di ogni bordo. O, a voler essere seriosi, di un illiberalismo che è la deriva autoritaria del liberalismo quando è pieno di se stesso: che è il nucleo ancora vivo dell’orwellismo, nell’analisi di Jean-Michel Michéa. Dell’autoritarismo di ogni ideologia slegata dalla “decenza naturale” del lavoratore, dalla “società decente”. Nel giornalismo si chiama supponenza e pregiudizio, ma la sua natura è sempre violenta e totalitaria.
Questa natura ridicolmente conferma l’appaiamento con la reazione della Bindi, di Franceschini e altri democristiani professi. Il “Guardian” probabilmente sarebbe sorpreso di pensare e parlare come dei sacrestani, ma una differenza non c’è. È la stessa mentalità poco positiva e molto pregiudiziale che, ora che contro i totalitarismi il mondo è vaccinato, servirà probabilmente ad andare in paradiso, chissà.
Nulla di “comunista” evidentemente in questo giornale, nel 1996 non ce n’era motivo, e a maggior ragione ora. Ma nulla nemmeno di liberale, in senso proprio. Se non della rovina del liberalismo, in Gran Bretagna come in Italia, preda dei corvi pieni di sé di ogni bordo. O, a voler essere seriosi, di un illiberalismo che è la deriva autoritaria del liberalismo quando è pieno di se stesso: che è il nucleo ancora vivo dell’orwellismo, nell’analisi di Jean-Michel Michéa. Dell’autoritarismo di ogni ideologia slegata dalla “decenza naturale” del lavoratore, dalla “società decente”. Nel giornalismo si chiama supponenza e pregiudizio, ma la sua natura è sempre violenta e totalitaria.
Questa natura ridicolmente conferma l’appaiamento con la reazione della Bindi, di Franceschini e altri democristiani professi. Il “Guardian” probabilmente sarebbe sorpreso di pensare e parlare come dei sacrestani, ma una differenza non c’è. È la stessa mentalità poco positiva e molto pregiudiziale che, ora che contro i totalitarismi il mondo è vaccinato, servirà probabilmente ad andare in paradiso, chissà.
Secondi pensieri (34)
zeulig
Città – Quell’ombra che gli antichi prediligevano nel’edilizia urbana “era rifugio ai cupi soltanto, o non più ancora alle anime?” (B.Croce, “Storie e leggende napoletane”, 17). La città come antro. Un rifugio anonimo, un viluppo di pieghe nelle quali l’uomo si appiattisce nascondendosi perfettamente. Ecco perché la visibilità è difficile nelle città, la visibilità umana: è difficile mettere a fuoco, difficile ricordare, difficile significare. Ecco donde viene l’inaridimento dell’uomo urbano: perché è venuto in città per attaccarsi, con nervi e articolazioni, a un labirinto di pietre, strettamente, fino a farsene camaleonte, dello stesso grigio colore della pietra. Quale altro animo può proteggere l’ombra urbana, se non quello di diminuirsi, sottrarsi, camuffarsi, cancellarsi?
Dio – Esiste solo per la ragione. Alla fede si presenta ostico: dovrebbe essere un signor Dio, onnipotente, onnisciente, di ogni virtù e ogni bontà. Ma è duro da amare, o anche soltanto da obbedire, chi ti fa soffrire – Gesù non lo soffriva. Razionalmente, invece, c’è solo da aspettare.
Avrebbe creato il mondo per stizza? Se siamo figli anomali di Dio, non si viene a capo di nulla, a meno di bestemmiare. Si torna alla natura unica di Dio, e all’opposizione fra Dio e mondo, e noi siamo la parte brutta.
La storia del peccato originale è la meno convincente: Non ha senso: prova? sfida? ribellione? L’opposizione fra Dio e natura dev’essere anteriore, altrimenti non c’è sfida possibile né provocazione. Ma allora la natura sarebbe il diavolo. E come può essere?
Sono io. Anche io. E non perché è la somma, come è stato detto, di tutti i punti di vista, ma perché il creatore non esiste senza il creato – non è un paradosso, dev’essere un nodo teologico notevole, l’eternità e la creazione (meglio l’evoluzione…).
Filosofia - Dice Jünger di Heidegger: “Io stavo a Berlino, lui è un uomo della Foresta Nera”. E intende: io sapevo cosa succedeva, lui era un pensatore. Ma il pensiero non è sempre critico? Quello consolatorio è ideologia, esortazione, teleologia, etc., è il contrario della forza attiva.
Dice Kant: la filosofia non è una scienza ma una morale. O non il contrario? La filosofia non può essereche critica, in senso kantiano, e dunque non morale.
Gesù – Non ha corpo né storia – non ha desideri. È interamente verbo, messaggio. Creatura dell’ermeneutica.
Nella passione soffre. Ma è vero sangue il suo? Poiché risuscita integro e bello.
Libertà – “Puttana libertà” ha il Berni, nelle “Rime”. La libertà si definisce solo socialmente, con la libertà degli altri. La legge che modernamente entra nei diritti soggettivi (suicidio, eutanasia, droga, terrorismo intellettuale) ha in ciò l’origine e il limite. Individualmente, la trasgressione può essere grande quanto quella della legge, per il piacere dell’abiezione, e della violenza.
Morte – La paura della morte è recente. Viene con la chimica, la medicina spagirica di Paracelso? Nei racconti degli antichi (Cicerone, Agostino…), come dei moderni non aggiornati (Mozart…) il trapasso non apre scompensi, è naturale.
Narciso - Il basilisco lo fulmina la sua propria immagine.
Normale - Come orthos, di cui è l’equivalente, serve in grammatica per indicare un ordine. Senza sanzione, non sottopostio cioè al potere. Non è quindi da buttare, né la parola né il concetto. Anche se – Ovidio – l’ordine (l’età dell’oro) non può deviare, una normalità regolarità che è mediocre, aurea mediocritas.
Parola – È la scoperta più straordinaria. In sé e come strumento. È lo strumento più creativo – la musica viene ovviamente dopo. E non è inventio – non è strumento cognitivo, checché la filosofia dica. Se non per qualche mostruoso caso dal quale evidentemente siamo lontani.
Progresso - È un fatto. Cioè una costante nella storia. L’uomo nella stria ha alti e bassi, con regressioni crudeli, ma il progresso materiale, o tecnico, dal più sporco al più pulito, dal più al meno faticoso, dalla povertà alla ricchezza, dalla malattia alla salute, questa ricerca non ferma. Neanche nei secoli di regresso sociale o morale: il barbaro vuole anch’egli migliorare le condizioni materiali.
Perché questo fatto è discusso e irriso? Per la vergogna – della guerra di massa, il nazismo, la bomba atomica. Perché l’aristocrazia dello spirito rifugge dalle cose materiali. Per accelerare la crisi e la rivoluzione. E perché non sappiamo. Essere conservatori d’altra parte fa fino, per tutti.
È nell’idea della creazione come in quella dell’evoluzione. La creazione non può avere altro senso che come prova voluta dal dio. Altrimenti non avremmo che incongruenze logiche: una cosa che è eterna ma fino a un certo punto non c’era, e una materia che diventa spirito.
Ma è vero che la resurrezione costituisce una seconda interruzione del tempo, dopo la creazione. Il tempo, come il progresso, va a sbalzi?
Quello della tecnica è indubitabile. Anzi, è troppo veloce: lo vogliamo infatti, ne siamo curiosissimi, ma ci sfianca, si vede. Non altrettanto può dirsi dell’etica, o organizzazione sociale: antiquata sempre – oggi con i suoi riti paraindividuali in un mondo compattato da sfasciacarrozze.
È anche vero che il progresso accelera in una fase di accentuata confusione delle lingue, e di appiattimento – comunicazioni di massa, consumi di massa, edilizia di massa. È come un pesce fuori dal mare gelato.
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Religione – Non c’è senza il destino individuale, un disegno di consolazione (intelligenza, salvezza). Altrimenti è culto: rito, iniziazione, festa cerimoniale, una misera manifestazione di ordine.
Pensiero – Democrito si strappa gli occhi per non pensare.
Teologia – Ultimamente è materia femminile.
zeulig@antiit.eu
Città – Quell’ombra che gli antichi prediligevano nel’edilizia urbana “era rifugio ai cupi soltanto, o non più ancora alle anime?” (B.Croce, “Storie e leggende napoletane”, 17). La città come antro. Un rifugio anonimo, un viluppo di pieghe nelle quali l’uomo si appiattisce nascondendosi perfettamente. Ecco perché la visibilità è difficile nelle città, la visibilità umana: è difficile mettere a fuoco, difficile ricordare, difficile significare. Ecco donde viene l’inaridimento dell’uomo urbano: perché è venuto in città per attaccarsi, con nervi e articolazioni, a un labirinto di pietre, strettamente, fino a farsene camaleonte, dello stesso grigio colore della pietra. Quale altro animo può proteggere l’ombra urbana, se non quello di diminuirsi, sottrarsi, camuffarsi, cancellarsi?
Dio – Esiste solo per la ragione. Alla fede si presenta ostico: dovrebbe essere un signor Dio, onnipotente, onnisciente, di ogni virtù e ogni bontà. Ma è duro da amare, o anche soltanto da obbedire, chi ti fa soffrire – Gesù non lo soffriva. Razionalmente, invece, c’è solo da aspettare.
Avrebbe creato il mondo per stizza? Se siamo figli anomali di Dio, non si viene a capo di nulla, a meno di bestemmiare. Si torna alla natura unica di Dio, e all’opposizione fra Dio e mondo, e noi siamo la parte brutta.
La storia del peccato originale è la meno convincente: Non ha senso: prova? sfida? ribellione? L’opposizione fra Dio e natura dev’essere anteriore, altrimenti non c’è sfida possibile né provocazione. Ma allora la natura sarebbe il diavolo. E come può essere?
Sono io. Anche io. E non perché è la somma, come è stato detto, di tutti i punti di vista, ma perché il creatore non esiste senza il creato – non è un paradosso, dev’essere un nodo teologico notevole, l’eternità e la creazione (meglio l’evoluzione…).
Filosofia - Dice Jünger di Heidegger: “Io stavo a Berlino, lui è un uomo della Foresta Nera”. E intende: io sapevo cosa succedeva, lui era un pensatore. Ma il pensiero non è sempre critico? Quello consolatorio è ideologia, esortazione, teleologia, etc., è il contrario della forza attiva.
Dice Kant: la filosofia non è una scienza ma una morale. O non il contrario? La filosofia non può essereche critica, in senso kantiano, e dunque non morale.
Gesù – Non ha corpo né storia – non ha desideri. È interamente verbo, messaggio. Creatura dell’ermeneutica.
Nella passione soffre. Ma è vero sangue il suo? Poiché risuscita integro e bello.
Libertà – “Puttana libertà” ha il Berni, nelle “Rime”. La libertà si definisce solo socialmente, con la libertà degli altri. La legge che modernamente entra nei diritti soggettivi (suicidio, eutanasia, droga, terrorismo intellettuale) ha in ciò l’origine e il limite. Individualmente, la trasgressione può essere grande quanto quella della legge, per il piacere dell’abiezione, e della violenza.
Morte – La paura della morte è recente. Viene con la chimica, la medicina spagirica di Paracelso? Nei racconti degli antichi (Cicerone, Agostino…), come dei moderni non aggiornati (Mozart…) il trapasso non apre scompensi, è naturale.
Narciso - Il basilisco lo fulmina la sua propria immagine.
Normale - Come orthos, di cui è l’equivalente, serve in grammatica per indicare un ordine. Senza sanzione, non sottopostio cioè al potere. Non è quindi da buttare, né la parola né il concetto. Anche se – Ovidio – l’ordine (l’età dell’oro) non può deviare, una normalità regolarità che è mediocre, aurea mediocritas.
Parola – È la scoperta più straordinaria. In sé e come strumento. È lo strumento più creativo – la musica viene ovviamente dopo. E non è inventio – non è strumento cognitivo, checché la filosofia dica. Se non per qualche mostruoso caso dal quale evidentemente siamo lontani.
Progresso - È un fatto. Cioè una costante nella storia. L’uomo nella stria ha alti e bassi, con regressioni crudeli, ma il progresso materiale, o tecnico, dal più sporco al più pulito, dal più al meno faticoso, dalla povertà alla ricchezza, dalla malattia alla salute, questa ricerca non ferma. Neanche nei secoli di regresso sociale o morale: il barbaro vuole anch’egli migliorare le condizioni materiali.
Perché questo fatto è discusso e irriso? Per la vergogna – della guerra di massa, il nazismo, la bomba atomica. Perché l’aristocrazia dello spirito rifugge dalle cose materiali. Per accelerare la crisi e la rivoluzione. E perché non sappiamo. Essere conservatori d’altra parte fa fino, per tutti.
È nell’idea della creazione come in quella dell’evoluzione. La creazione non può avere altro senso che come prova voluta dal dio. Altrimenti non avremmo che incongruenze logiche: una cosa che è eterna ma fino a un certo punto non c’era, e una materia che diventa spirito.
Ma è vero che la resurrezione costituisce una seconda interruzione del tempo, dopo la creazione. Il tempo, come il progresso, va a sbalzi?
Quello della tecnica è indubitabile. Anzi, è troppo veloce: lo vogliamo infatti, ne siamo curiosissimi, ma ci sfianca, si vede. Non altrettanto può dirsi dell’etica, o organizzazione sociale: antiquata sempre – oggi con i suoi riti paraindividuali in un mondo compattato da sfasciacarrozze.
È anche vero che il progresso accelera in una fase di accentuata confusione delle lingue, e di appiattimento – comunicazioni di massa, consumi di massa, edilizia di massa. È come un pesce fuori dal mare gelato.
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Religione – Non c’è senza il destino individuale, un disegno di consolazione (intelligenza, salvezza). Altrimenti è culto: rito, iniziazione, festa cerimoniale, una misera manifestazione di ordine.
Pensiero – Democrito si strappa gli occhi per non pensare.
Teologia – Ultimamente è materia femminile.
zeulig@antiit.eu
lunedì 14 dicembre 2009
A voce bassa il paese reale
Ci saranno molti interrogativi sull’attentato a Berlusconi – perché è andata bene, e anche ridicolmente bene, ma è un attentato. Chi è l’attentatore? Sarà lo storione più frequentato, e facile prevederlo, tutti i grandi attentati sono eseguiti da persone instabili: Gianni Versace, Rabin, Lafontaine, Reagan, Lennon, Robert Kennedy, Jack Kennedy, giù giù fino all’incendiario del Reichstag, l’attentatore è sempre instabile - su uno di essi, Gary Gilmore, che amava uccidere per essere ucciso, Norman Mailer dovette sospendere il giudizio, dopo le mille e rotte pagine di "The Executioner's Song". E perché non c’è protezione attorno a Berlusconi? Perché i contestatori del comizio sono saliti fino sul palco dove doveva parlare Berlusconi? Perché c’è sempre di mezzo in queste cose Milano, quella del 12 dicembre 1969, come quella del 12 dicembre 2009, e del 13 dicembre? Perché il questore lascia scoperto Berlusconi, nominato da Maroni e da questi protetto?
Si ricamerà come al solito senza fine. Il complotto è peraltro infine dichiarato come una forma del pettegolezzo. Ci si chiederà anche perché non abbiano parlato i cardinali, né Bagnasco né Tettamanzi, né il12 né il 13 dicembe. Ma forse erano alla funzione. Per ora vale attenersi a cosa ne pensa il pubblico, alle file infinite alla Posta per l’Ici, al mercato, al bar. I commenti sono disparati. Ma tutti a voce bassa. Solo si distinguono un giovanotto con molta barba e pochi capelli, che però fa anche lui il pazzo, e una signora, una gentile impiegata delle Poste. La quale dice che tutti sentano: “L’hanno menato. Eh beh?” E uno non sa se è una fascista, magari liberale di Fini, oppure una comunista.
Si ricamerà come al solito senza fine. Il complotto è peraltro infine dichiarato come una forma del pettegolezzo. Ci si chiederà anche perché non abbiano parlato i cardinali, né Bagnasco né Tettamanzi, né il12 né il 13 dicembe. Ma forse erano alla funzione. Per ora vale attenersi a cosa ne pensa il pubblico, alle file infinite alla Posta per l’Ici, al mercato, al bar. I commenti sono disparati. Ma tutti a voce bassa. Solo si distinguono un giovanotto con molta barba e pochi capelli, che però fa anche lui il pazzo, e una signora, una gentile impiegata delle Poste. La quale dice che tutti sentano: “L’hanno menato. Eh beh?” E uno non sa se è una fascista, magari liberale di Fini, oppure una comunista.
"Un governo si fa in cinque minuti"
Un frizzo ha ghiacciato le schiene dei politici nel weekend, prima che l’attentato a Berlusconi riportasse il sorriso: il governo che “si fa in cinque minuti” dell’onorevole Casini ha lasciato senza parole tutti quanti. Per l’eterno ritorno della Dc, maneggiona, sprezzante, buggerona. Non fantasmatica, poiché l’onorevole è la punta di diamante dei vescovi. Per l’avvilimento delle ragioni del proporzionale. Per la spettrale riesumazione di Mastella in aspetto di Casini, il vecchio ticket - nel 1994 Casini, che a Bologna non aveva i voti, si faceva eleggere a Mastella in Campania. Con uno spruzzo di leghismo sicilianista, e l’inevitabile richiamo al milazzismo. Da Bersani al Quirinale, la certezza dell’onorevole Casini deve avere dato, col brivido, anche un senso di vuoto, dell’inutilità della passione politica, poiché l’onorevole disinvolto li ha letteralmente lasciati senza parole.
Oggi va un po’ meglio, lo sconcerto è parzialmente rientrato, di fronte a questo nuovo candidato leader della sinistra. Se ne vedono i limiti, oltre al cinismo dei governi che si fanno e si disfano. Avere Napolitano in tasca. Avere Bersani in tasca. Avere i giornali di Lor Signori in tasca. L’onorevole Casini appare nuovamente come al solito superficiale: avere in tasca Lor Signori...
Da Prodi a Casini l’itinerario non è esaltante per il centro-sinistra, da una terza fila della (ex) Dc a un figurante, l’attor giovane. È vero come dice Albertazzi che ci vuole un sessantenne in teatro per fare bene un giovane, ma allora è teatro. E Lor Signori non sono stupidi. Dopo il fallimento di Tremonti, che sembrava il Candidato ideale del ribaltone, si sono anzi fatti d’improvviso cauti con gli attor giovani, Fini e Rutelli inclusi, e le autocandidature in genere.
Oggi va un po’ meglio, lo sconcerto è parzialmente rientrato, di fronte a questo nuovo candidato leader della sinistra. Se ne vedono i limiti, oltre al cinismo dei governi che si fanno e si disfano. Avere Napolitano in tasca. Avere Bersani in tasca. Avere i giornali di Lor Signori in tasca. L’onorevole Casini appare nuovamente come al solito superficiale: avere in tasca Lor Signori...
Da Prodi a Casini l’itinerario non è esaltante per il centro-sinistra, da una terza fila della (ex) Dc a un figurante, l’attor giovane. È vero come dice Albertazzi che ci vuole un sessantenne in teatro per fare bene un giovane, ma allora è teatro. E Lor Signori non sono stupidi. Dopo il fallimento di Tremonti, che sembrava il Candidato ideale del ribaltone, si sono anzi fatti d’improvviso cauti con gli attor giovani, Fini e Rutelli inclusi, e le autocandidature in genere.
La Spagna è più fallita della Grecia
Prima e più che la Grecia, la Spagna avrebbe dovuto essere declassata nei rating internazionali. Il paese iberico è sempre ammirevole per il senso nazionale di unità, fra destra e sinistra, fra Nord e Sud, fra cattolici e mangiapreti, e nei giornali, dove vale il principio che cane non morde cane. Tanto più mentre si dilania: la Catalogna fa i referendum sull‘indipendenza, il diritto civile è ridotto a burla (si cambia sesso con una telefonata), si scavano le fosse comuni del franchismo. Ma i fatti sono lì, nel senso del fallimento incombente del sistema economico, e difficilmente ricomponibili. Anzi, dopo un anno di sotterfugi contabili, non più rinviabili. La Spagna ha e continua ad avere il dbeito pubblico più basso di tutta l'area auro, in rapporto al pil, e tanto basta per tenerla al riparo dai giudici di Bruxelles e New York. Ma l'economia galleggia sul nulla.
Il dato è certo e chiaro. La Spagna si regge su un boom immobiliare che da due anni ormai, prima ancora della crisi dei mutui subprime, galleggia come partita di giro: le banche si reggono mutuamente l’un l’altra, ma non c’è denaro fresco: nessuno compra, gli immobiliaristi non rientrano delle enormi esposizioni, e chi ha comprato spesso non paga il mutuo. La contabilità delle insolvenze non è tenuta, non pubblicamente, ma si sa che tutto il sistema bancario, grande e piccolo, si regge sul vuoto.
La situazione è diversa che nei sistemi bancari americano e britannico, i sue più toccato dalla crisi, perché i grandi banchi spagnoli hanno attività limitate sui mercati speculativi. Ma è anche più solida, i buchi sono reali, e semmai non è coperta dalle grandi operazioni a termine. Il reddito è peraltro in forte contrazione per la disoccupazione record. Che è quasi tutta dell’edilizia-immobiliare e difficilmente riallocabile.
La Spagna è il paese più indebitato d’Europa, dopo la Gran Bretagna – che però è più solida economicamente e molto più diversificata. Sia in valori che in rapporto al pil. Tre mesi fa il Cgia Mestre calcolava per la famiglia italiana un debito medio pari a 21.270 euro, contro i 36.150 euro della Francia, i 37.785 della Germania, i 55.886 euro della Spagna e i 63.447 del Regno Unito. I valori della Spagna sono poi rapidamente peggiorati, e oggi si aggirano sui 60 mila euro. In rapporto al pil i debiti delle famiglie sono il 34,2 per cento in Italia, in Francia poco meno del 50 per cento, in Spagna dell’83,6 per cento. Rapporto anch’esso peggiorato, poiché il pil è in forte contrazione.
Il dato è certo e chiaro. La Spagna si regge su un boom immobiliare che da due anni ormai, prima ancora della crisi dei mutui subprime, galleggia come partita di giro: le banche si reggono mutuamente l’un l’altra, ma non c’è denaro fresco: nessuno compra, gli immobiliaristi non rientrano delle enormi esposizioni, e chi ha comprato spesso non paga il mutuo. La contabilità delle insolvenze non è tenuta, non pubblicamente, ma si sa che tutto il sistema bancario, grande e piccolo, si regge sul vuoto.
La situazione è diversa che nei sistemi bancari americano e britannico, i sue più toccato dalla crisi, perché i grandi banchi spagnoli hanno attività limitate sui mercati speculativi. Ma è anche più solida, i buchi sono reali, e semmai non è coperta dalle grandi operazioni a termine. Il reddito è peraltro in forte contrazione per la disoccupazione record. Che è quasi tutta dell’edilizia-immobiliare e difficilmente riallocabile.
La Spagna è il paese più indebitato d’Europa, dopo la Gran Bretagna – che però è più solida economicamente e molto più diversificata. Sia in valori che in rapporto al pil. Tre mesi fa il Cgia Mestre calcolava per la famiglia italiana un debito medio pari a 21.270 euro, contro i 36.150 euro della Francia, i 37.785 della Germania, i 55.886 euro della Spagna e i 63.447 del Regno Unito. I valori della Spagna sono poi rapidamente peggiorati, e oggi si aggirano sui 60 mila euro. In rapporto al pil i debiti delle famiglie sono il 34,2 per cento in Italia, in Francia poco meno del 50 per cento, in Spagna dell’83,6 per cento. Rapporto anch’esso peggiorato, poiché il pil è in forte contrazione.
Se gli Zappadu ingombrano le Feltrinelli
Tra i libri in evidenza nelle librerie Feltrinelli, in alte pile, negli angoli strategici, negli aeroporti e in città, ha dominato l'autunno questo Zappadu: non si può nemmeno scappare, uno se lo ritrova sempre davanti. Se va alle Feltrinelli beninteso - ma in certi luoghi non c'è altro. Questo Zappadu è il fratello dello Zappadu fotografo con sede alle Bahamas, che ha avuto agio di fotografare le palle di Berlusconi sotto la doccia. E ne fa la biografia: di quando il fratello ebbe la visione della fotografia, delle sue prime macchine fotografiche, di quali filtri usa. Poiché è un instant book, si suppone che sia un libro in grande domanda. E uno si scopre d’improvviso un alieno: che ci faccio qui, in queste librerie?
Cioè. Le Feltrinelli non vendono Cicciolina, nemmeno Moana. Non vendono i manuali di difesa personale (pistole, coltelli, armi occasionali). Non vendono neppure le barzellette dei carabinieri. Non si censurano, è da presumere, ma sanno che i clienti delle Feltrinelli non comprano questi generi. Invece evidentemente comprano Zappadu fratello che illumina il fratello. E il problema si pone: non saranno infettivi?
Salvatore Zappadu, La vera storia di Antonello Zappadu, Castelvecchi, pp. 185, € 12
Cioè. Le Feltrinelli non vendono Cicciolina, nemmeno Moana. Non vendono i manuali di difesa personale (pistole, coltelli, armi occasionali). Non vendono neppure le barzellette dei carabinieri. Non si censurano, è da presumere, ma sanno che i clienti delle Feltrinelli non comprano questi generi. Invece evidentemente comprano Zappadu fratello che illumina il fratello. E il problema si pone: non saranno infettivi?
Salvatore Zappadu, La vera storia di Antonello Zappadu, Castelvecchi, pp. 185, € 12
domenica 13 dicembre 2009
Letture - 21
letterautore
Baudelaire – Vede e soffre, nella vita e nella poesia, tutto il male possibile, ma opera con costanza, con forza. Il protopito del pessimismo è invece un ottimista - l’ottimismo non è l’entusiasmo ma la fiducia, il pessimismo non è il senso critico, ma la sfiducia. Pessimista è Verlaine, o Rimbaud: qualcuno che fa l’amore intensamente, è molto attivo nel suo mondo, della letteratura, ricerca e sperimenta, ma non crede all’amore e non ama la poesia.
Per primo apre la poesia alla musica – Wagner – e alla pittura – Delacroix. Con lui la poesia si lega alla musica, nel secondo Ottocento e nel Novecento. La grande lirica di fine Settecento-primo Ottocento si lega invece alla filosofia e alla filologia: Hölderlin o Schiller a Schelling, Hegel (Manzoni, Foscolo, Leopardi, sono loro migliori filosofi e filologi, perché i loro pensatori erano mediocri). La musica, anche grande, era isolata culturalmente: Mozart, Rossini, Beethoven – Stendhal ne scrive le biografie per guadagnare.
Guareschi – Era detto fascista, e lo sarà stato, se ne compiaceva. Ma nessuno più di lui ha fatto per il Pci, nemmeno Togliatti. Per i comunisti violenti, quelli della Bassa. La serie dei “Don Camillo”, che si ripete immarcescibile in tv, così campanilistica, arguta, gozzaniana, piena di buoni sentimenti, è quelle che ha indelebilmente reso popolare, buon italiano, buon compagno, ogni comunista. Dunque, ci vuole un fascista per fare un buon comunista.
Koestler – Nella sua passeggiata da Londra a Costantinopoli Leigh Fermor incontra un personaggio di grande spessore, il conte Eugenio, o Jëno, Teleki. Che tra le tante teorie interessanti argomenta solidamente quella di Hugo von Teleki sulla discendenza degli ebrei ashkenaziti dai khazari, l’impero sconosciuto che aveva abbandonato nell’Alto Medio Evo il paganesimo per l’ebraismo.
“Il ricordo del conte emerse in una taverna di Atene circa vent’anni fa”, racconta Leigh Fermor in “Between the woods and the river”, p. 119, nel 1986, “a pranzo con Arthur Kostler. Subito all’erta, Koestler disse che la cosa interessava anche lui, ma che non ne sapeva quanto avrebbe voluto. Un anno o due dopo “La tredicesima tribù” apparve”, opera di Koestler.
Patrick Leigh Fermor non è l’unico a esprimere dubbi sulla correttezza di Koestler. Come per Silone, può essere che l’abbandono del comunismo – o la pratica del comunismo – induca alla simulazione?
Latino – È lingua morta ma di grammatica ricca, soprattutto di forme verbali (concettuali), gerundio, participio futuro, e di una serie imbattibile di complementi (azioni, eventi). Tale da superare la capacità nostra di padroneggiarlo, donde il suo fascino, da miniera inesauribile.
Le lingue progrediscono per semplificazione? Si dice di più dicendo di meno?
Machiavelli – La politica è l’assunzione e la gestione del potere, non ce n’è altra. E come si può far finta (Rousseau) che non ci sia un potere, una violenza legalizzata? Come Hobbes, e a differenza dell’accademico Rousseau, Machiavelli aveva scritto senza protezione in tempi minacciosi: basta questo a rendere credibile la sua (e quella di Hobbes) ricerca della libertà.
Manzoni – Uno che non ha amato le mogli, e neppure le figlie, e forse odiava la madre – la disprezzava. Come Tolstòj, che però era appassionato, non contava le virgole.
Il suo catalogo è certo impressionante: mafia, stupro, aborto, anche in convento, gli sciacalli nella peste, la corruzione della giustizia e della religione, morte, puzza, idiozia. Non c’è altro romanzo, gotico, nero, che accumuli così tanta turpitudine. Tanto più per un’anima pia, che si assolve nella Provvidenza, e proprio perché si assolve. Pretendendo che Dio lo ascolti e lo aiuti.
Mario Soldati nel “Natale giansenista” (il racconto è nella raccolta “Rami secchi”) osserva che “Manzoni credeva di credere ma in fondo non credeva, era soprattutto superstizioso e temeva l’inferno” – mentre “Leopardi, al contrario, credeva di non credere e invece credeva”.
Petrarca – O della poesia come professione. Colto, appassionato il giusto, intelligente, produttivo, lagnoso quanto è necessario sui destini del mondo ingrato. Quasi perfetto, un modello. Da imitate e imitato. Mentre al poeta come a ognuno è richiesto anche qualche vizio, l’ira, la superbia, l’accidia, e qualche debolezza. Ne ha perfino Gesù nei Vangeli, testi apologetici.
Cosa distingue Petrarca da Omero, Dante, Shakespeare? E la letteratura italiana dalla letteratura – Dante non è italiano (lo è?). L’ammanieramento della fantasia. L’oleografia: mancano gli inciampi. Troppo ordine, troppi sbadigli: la perfezione è nella maniera (nella maniera c’è anche l’avanguardia)?
Prosa – Viene dopo la poesia, insistono Vico, Rousseau e Borges. Per Leopardi, secondo i “Ricordi” di Antonio Ranieri, pp. 121-122, la buona prosa è più difficile della buona poesia: quella è come una donna abbigliata riccamente, questa è come una donna nuda.
Proust – Ha canonizzato prima e meglio di tutti (Joyce, V.Woolf, Céline, Svevo-Zeno) la “frase pregna” (stream of consciousness), con flashback, anticipazioni, precisazioni, digressioni, ricordi, insinuazione, e l’ha ordinata, logicamente e grammaticalmente. È questa riuscita l’handicap del romanzo? Perché su quattromila pagine la scrittura aperta o pregnante provoca inconvenienti gravi: Saint-Loup fa gli scherzacci a quattro con gli amici, la combriccola, ma ha una donna, ma perché la umilia nella casa d’appuntamenti, e perché è ebrea? di lei non sappiamo niente altro, per esempio perché si umilia). Insensatezze: “Albertine” è il romanzo della gelosia di un amore che non c’è stato - e come può succedere che due ragazzi convivano, e la serva-padrona taccia, dopo il profluvio di mamme, zie, conoscenti, patronesse? Ridicolaggini: le frequentazioni dei Verdurin. In più della stessa lunghezza insensata. Decisamente, Proust non esce dai personaggi e i soggetti della letteratura fin-de-siècle e del deuxième rayon, la ragazza maschietto, il gay pamé, la piccola borghesia con le piccole virtù, le demi-vierges, le grandi baciatrici.
Se la chiave fosse l’ironia, invece che l’elegia, potrebbe diventarne il capolavoro –tanto più che con l’ironia non si costruisce. Quel mondo che rappresenta, che non vuol essere passatista (romantico), ma non sa essere moderno (democratico), ha il peggio di tutt’e due: incistato nella memoria, e nel disprezzo (lo snobismo è l’orrore di essere). Riflette l’incertezza della élite, anche in senso pratico – l’élite è un palcoscenico affollato di entrate e uscite. Incerta e aggressiva, non amabile, a differenza della casta, odiosa ma amabile. Come appassionarsi dei suoi problemi? Mai esistenziali, e di semplice posizionamento nell’abbondanza, e nell’occhio della gente. Borghesi.
Il tempo durata, invece che frazionato dalla minuzia cronologica, è dei verbi semiti, ebraico, aramaico (Aron, “Gli anni oscuri di Gesù”, pp. 63-67). Che distinguono solo compiuto (passato remoto) e incompiuto (imperfetto).
Psicanalisi – Lo studioso Bachtin e molti erotomani la pongono nel triangolo magico. Che è femminile: il triangolo magico non è esoterico, e femminile. Tanti studi e tante fatiche letterarie si concentrano in effetti su quel posto minimo, il triangolo femminile.
Rinascimento – È voglia di essere esteticamente, ricreando cioè modelli alti. Non è rinascita, non nel senso generativo, di flusso vitale nuovo. La voglia del modello fu però tale che la riproduzione è creativa. Molto di più, quantitativamente e qualitativamente, di qualsiasi altra epoca di rottura, romantica, espressionista. C’era molto mestiere (applicazione) nel Rinascimento, oltre all’ambizione. È da qui che nasce il buongusto, cioè la “produttività della creatività”.
Rousseau – O della diseducazione. Dell’incitamento alla violenza: pericoloso è autoingannarsi, non sapere (Machiavelli, Hobbes). L’autoinganno genera la misantropia oppure la violenza.
Dell’ipocrisia anche.
È la rivoluzione nell’accademia: concorsi a premi, amicizie ossia consorterie, polemiche graziose.
Saturnino – È propriamente ozioso, più che malinconico, il temperamento del rinvio. Saturno è il pianeta dell’evoluzione lenta, l’astro dell’esitazione e del ritardo.
letterautore@antiit.eu
Baudelaire – Vede e soffre, nella vita e nella poesia, tutto il male possibile, ma opera con costanza, con forza. Il protopito del pessimismo è invece un ottimista - l’ottimismo non è l’entusiasmo ma la fiducia, il pessimismo non è il senso critico, ma la sfiducia. Pessimista è Verlaine, o Rimbaud: qualcuno che fa l’amore intensamente, è molto attivo nel suo mondo, della letteratura, ricerca e sperimenta, ma non crede all’amore e non ama la poesia.
Per primo apre la poesia alla musica – Wagner – e alla pittura – Delacroix. Con lui la poesia si lega alla musica, nel secondo Ottocento e nel Novecento. La grande lirica di fine Settecento-primo Ottocento si lega invece alla filosofia e alla filologia: Hölderlin o Schiller a Schelling, Hegel (Manzoni, Foscolo, Leopardi, sono loro migliori filosofi e filologi, perché i loro pensatori erano mediocri). La musica, anche grande, era isolata culturalmente: Mozart, Rossini, Beethoven – Stendhal ne scrive le biografie per guadagnare.
Guareschi – Era detto fascista, e lo sarà stato, se ne compiaceva. Ma nessuno più di lui ha fatto per il Pci, nemmeno Togliatti. Per i comunisti violenti, quelli della Bassa. La serie dei “Don Camillo”, che si ripete immarcescibile in tv, così campanilistica, arguta, gozzaniana, piena di buoni sentimenti, è quelle che ha indelebilmente reso popolare, buon italiano, buon compagno, ogni comunista. Dunque, ci vuole un fascista per fare un buon comunista.
Koestler – Nella sua passeggiata da Londra a Costantinopoli Leigh Fermor incontra un personaggio di grande spessore, il conte Eugenio, o Jëno, Teleki. Che tra le tante teorie interessanti argomenta solidamente quella di Hugo von Teleki sulla discendenza degli ebrei ashkenaziti dai khazari, l’impero sconosciuto che aveva abbandonato nell’Alto Medio Evo il paganesimo per l’ebraismo.
“Il ricordo del conte emerse in una taverna di Atene circa vent’anni fa”, racconta Leigh Fermor in “Between the woods and the river”, p. 119, nel 1986, “a pranzo con Arthur Kostler. Subito all’erta, Koestler disse che la cosa interessava anche lui, ma che non ne sapeva quanto avrebbe voluto. Un anno o due dopo “La tredicesima tribù” apparve”, opera di Koestler.
Patrick Leigh Fermor non è l’unico a esprimere dubbi sulla correttezza di Koestler. Come per Silone, può essere che l’abbandono del comunismo – o la pratica del comunismo – induca alla simulazione?
Latino – È lingua morta ma di grammatica ricca, soprattutto di forme verbali (concettuali), gerundio, participio futuro, e di una serie imbattibile di complementi (azioni, eventi). Tale da superare la capacità nostra di padroneggiarlo, donde il suo fascino, da miniera inesauribile.
Le lingue progrediscono per semplificazione? Si dice di più dicendo di meno?
Machiavelli – La politica è l’assunzione e la gestione del potere, non ce n’è altra. E come si può far finta (Rousseau) che non ci sia un potere, una violenza legalizzata? Come Hobbes, e a differenza dell’accademico Rousseau, Machiavelli aveva scritto senza protezione in tempi minacciosi: basta questo a rendere credibile la sua (e quella di Hobbes) ricerca della libertà.
Manzoni – Uno che non ha amato le mogli, e neppure le figlie, e forse odiava la madre – la disprezzava. Come Tolstòj, che però era appassionato, non contava le virgole.
Il suo catalogo è certo impressionante: mafia, stupro, aborto, anche in convento, gli sciacalli nella peste, la corruzione della giustizia e della religione, morte, puzza, idiozia. Non c’è altro romanzo, gotico, nero, che accumuli così tanta turpitudine. Tanto più per un’anima pia, che si assolve nella Provvidenza, e proprio perché si assolve. Pretendendo che Dio lo ascolti e lo aiuti.
Mario Soldati nel “Natale giansenista” (il racconto è nella raccolta “Rami secchi”) osserva che “Manzoni credeva di credere ma in fondo non credeva, era soprattutto superstizioso e temeva l’inferno” – mentre “Leopardi, al contrario, credeva di non credere e invece credeva”.
Petrarca – O della poesia come professione. Colto, appassionato il giusto, intelligente, produttivo, lagnoso quanto è necessario sui destini del mondo ingrato. Quasi perfetto, un modello. Da imitate e imitato. Mentre al poeta come a ognuno è richiesto anche qualche vizio, l’ira, la superbia, l’accidia, e qualche debolezza. Ne ha perfino Gesù nei Vangeli, testi apologetici.
Cosa distingue Petrarca da Omero, Dante, Shakespeare? E la letteratura italiana dalla letteratura – Dante non è italiano (lo è?). L’ammanieramento della fantasia. L’oleografia: mancano gli inciampi. Troppo ordine, troppi sbadigli: la perfezione è nella maniera (nella maniera c’è anche l’avanguardia)?
Prosa – Viene dopo la poesia, insistono Vico, Rousseau e Borges. Per Leopardi, secondo i “Ricordi” di Antonio Ranieri, pp. 121-122, la buona prosa è più difficile della buona poesia: quella è come una donna abbigliata riccamente, questa è come una donna nuda.
Proust – Ha canonizzato prima e meglio di tutti (Joyce, V.Woolf, Céline, Svevo-Zeno) la “frase pregna” (stream of consciousness), con flashback, anticipazioni, precisazioni, digressioni, ricordi, insinuazione, e l’ha ordinata, logicamente e grammaticalmente. È questa riuscita l’handicap del romanzo? Perché su quattromila pagine la scrittura aperta o pregnante provoca inconvenienti gravi: Saint-Loup fa gli scherzacci a quattro con gli amici, la combriccola, ma ha una donna, ma perché la umilia nella casa d’appuntamenti, e perché è ebrea? di lei non sappiamo niente altro, per esempio perché si umilia). Insensatezze: “Albertine” è il romanzo della gelosia di un amore che non c’è stato - e come può succedere che due ragazzi convivano, e la serva-padrona taccia, dopo il profluvio di mamme, zie, conoscenti, patronesse? Ridicolaggini: le frequentazioni dei Verdurin. In più della stessa lunghezza insensata. Decisamente, Proust non esce dai personaggi e i soggetti della letteratura fin-de-siècle e del deuxième rayon, la ragazza maschietto, il gay pamé, la piccola borghesia con le piccole virtù, le demi-vierges, le grandi baciatrici.
Se la chiave fosse l’ironia, invece che l’elegia, potrebbe diventarne il capolavoro –tanto più che con l’ironia non si costruisce. Quel mondo che rappresenta, che non vuol essere passatista (romantico), ma non sa essere moderno (democratico), ha il peggio di tutt’e due: incistato nella memoria, e nel disprezzo (lo snobismo è l’orrore di essere). Riflette l’incertezza della élite, anche in senso pratico – l’élite è un palcoscenico affollato di entrate e uscite. Incerta e aggressiva, non amabile, a differenza della casta, odiosa ma amabile. Come appassionarsi dei suoi problemi? Mai esistenziali, e di semplice posizionamento nell’abbondanza, e nell’occhio della gente. Borghesi.
Il tempo durata, invece che frazionato dalla minuzia cronologica, è dei verbi semiti, ebraico, aramaico (Aron, “Gli anni oscuri di Gesù”, pp. 63-67). Che distinguono solo compiuto (passato remoto) e incompiuto (imperfetto).
Psicanalisi – Lo studioso Bachtin e molti erotomani la pongono nel triangolo magico. Che è femminile: il triangolo magico non è esoterico, e femminile. Tanti studi e tante fatiche letterarie si concentrano in effetti su quel posto minimo, il triangolo femminile.
Rinascimento – È voglia di essere esteticamente, ricreando cioè modelli alti. Non è rinascita, non nel senso generativo, di flusso vitale nuovo. La voglia del modello fu però tale che la riproduzione è creativa. Molto di più, quantitativamente e qualitativamente, di qualsiasi altra epoca di rottura, romantica, espressionista. C’era molto mestiere (applicazione) nel Rinascimento, oltre all’ambizione. È da qui che nasce il buongusto, cioè la “produttività della creatività”.
Rousseau – O della diseducazione. Dell’incitamento alla violenza: pericoloso è autoingannarsi, non sapere (Machiavelli, Hobbes). L’autoinganno genera la misantropia oppure la violenza.
Dell’ipocrisia anche.
È la rivoluzione nell’accademia: concorsi a premi, amicizie ossia consorterie, polemiche graziose.
Saturnino – È propriamente ozioso, più che malinconico, il temperamento del rinvio. Saturno è il pianeta dell’evoluzione lenta, l’astro dell’esitazione e del ritardo.
letterautore@antiit.eu
Il mondo com'è - 28
astolfo
Cina – Nel Duecento i mongoli avevano conquistato il mondo, dalla Cina all’Ucraina e all’Ungheria. Si apprestavano a marciare su Roma ma all’improvviso, essendo morto nel Karakorum Ogoda, il successore di Gengis Khan, i capitribù voltarono i cavalli per correre alla successione. Dopodichè si scordarono di tornare. I mongoli che sono stati a lungo e sono in buon parte i manciù, i cinesi di due metri, i capi della Cina.
Democrazia – Nelle democrazia più antiche – Svizzera, gran Bretagna, Usa – gli elettori votano in percentuale ridotta, meno della metà degli aventi diritto. Questo viene interpretato come un fatto negativo. Invece è positivo. Sarebbe negativo se ci fossero impedimenti di qualsiasi genere al diritto universale di voto, ma così non è. Va a votare chi ha un’opinione sul voto. Gli altri, gli indifferenti, si adeguano alle scelte di chi ha idee e voglia di farle valere. In queste democrazie solide l’assenteismo al voto è anche assenza di bisogno, e di patrocinio politico.
Da noi si vota in massa per conformismo, obbedienza al potere, per impegni precisi. Infatti si vota per linee conservative – a ogni elezione il voto che sposta è non più del cinque per cento del totale, 2,5 milioni di voti. La massa vota sempre per gli stessi partiti, e il voto di massa è perfettamente integrato con la stabilità del potere.
Uno degli strumenti per cambiare il governo potrebbe essere l’assenteismo – cambiare il governo è un valore, seppure minimo: è la premessa per disboscare il sottogoverno.
Dittatura – I dittatori si formano alla scuola francese (giacobina) e tedesca (imperiale e comunista). Non si formano dittatori alla scuola anglo-sassone.
I dittatori mediorientali e latinoamericani sono deboli perché non sono sorretti dalla convinzione, dopo aver letto i giornali e frequentato le accademie Usa.
Matrimonio - È un fatto di unità abitative. In case grandi è disteso, anche nelle crisi, in case piccole è nervoso, anche nella complicità. Nelle prime è vario (parentela, rappresentanza o socievolezza, adulterio), nelle seconde ossessivo.
In rilievo viene soltanto due volte come topos letterario: nel Cinquecento, per gli intellettuali un po’ gay che si dovevano giustificare (“se s’ha da prender moglie”), e nell’Ottocento. In entrambi i casi non è il matrimonio degli aristocratici, né quello del popolo, che sempre sa di promiscuo e animalesco (incesto, stupro, abbandono, etc.). è il matrimonio “borghese”, di chi vuole costruirsi una vita interiore o, nell’Ottocento, una comunità d’interessi. Il ritorno romantico dell’amore eterno, e correlato tradimento, corona gli altri buoni sentimenti: risparmio, buone maniere, ascesa nel reddito, nella carriera e nella società. La casa era però a due piani, con servizio domestico. L’unità abitativa è da tempo un appartamento comunque piccolo, dove i coniugi stanno l’uno sull’altro, nei momenti in sui sono stanchi di lavoro, e s’intrattengono di problemi necessari, essenzialmente il lavoro. La coabitazione forzata esclude i buoni sentimenti, e anche l’eros?
Multiculturalismo – Si porta a esempio dell’Europa l’America, gli Stati Uniti d’America. Che però sono un altro mondo. La superficie: 6 milioni di kmq l’Europa, senza la Russia, 9,4 gli Usa. Un paese continentale, non finitimo di uno sterminato continente qual è l’Asia. E hanno un’identità fortissima: legale (costituzionale). Maturata a opera di un’élite fortemente connotata e perfino spietata. Gli africani e gli asiatici ne sono stati esclusi per secoli, di qualsiasi religione, e poi gli ispanici, i cattolici e gli ebrei.
Nichilismo – Grumo rappreso (o efflorescenza apparente, quella della petite mort?) dentro la pianura centrale europea, lungo l’asse Meno-Mosca. Con le appendici malinconico esistenziali, quasi romantiche, se non sentimentali. Non turba l’Europa occidentale (se non per snobismo), l’America, l’Asia, l’Africa. Ci prende perché è un falso problema – l’instabilità emotiva (paura) di chi vive con le porte obbligatoriamente aperte – o ha qualche proprietà conoscitiva segreta?
Politica – Quella statale all’origine è polizia. L’economia pubblica di Maria Teresa, o scienza camerale, è economia politica e scienza della polizia (politica): miglioramento, istruzione, educazione, ordine, sicurezza. La stessa polizia all’origine, a Parigi, a Londra, è politica, quella di Vidocq, di Fielding, è il mantenimento dell’ordine nel senso del potere.
Pubblicità – Come linguaggio dovrebbe imporre la sintesi. Ma in Italia, dove pure cresce molto, ciò non avviene. Forse il suo linguaggio è invece l’enfasi – frammentata, ripetitiva.
Pudore – Ce n’è oggi più di ieri, è anzi un argine contro la violenza, sotto la forma della vergogna, e conferma che un progresso esiste – dice Savinio, “Nuova Enciclopedia”, 216. Ma è un pudore legato alla rispettabilità, valore borghese. Anticamente pulizia e impudicizia erano cerimoniali. Il progresso indubbiamente è borghese, prometeico, e non è cosa cattiva. Ma la sua vergogna non fa argine alla violenza.
Riforma – Fabbrica di libertà, oppure (Balzac, Caterina dei Medici) di oscurità? La libertà s’era formata prima, e aveva perfino degenerato nella licenza. Il protestantesimo in tutte le sue forme è un richiamo all’ordine. C’è più libertà in san Tommaso che in tutto Lutero, Calvino, Spinoza – che non è protestante ma ha una teologia molto protestante.
La tolleranza non è calvinista, la libertà non è luterana, l’incredulità non è protestante: la riforma è zelota e settaria. L’incredulità viene da lontano, da Roma pre-imperiale, la tolleranza s’impone nel melting pot americano quale mezzo di sopravvivenza. La libertà del cuore viene da Cristo, la libertà politica dalla storia inglese, fra errori e colpi di coda.
I dissenters hanno proiettato su tutto il protestantesimo un’aura di libertà che è un pericoloso falso storico – è il problema della pax americana. Fa abbassare la difesa contro il conformismo.
astolfo@antiit.eu
Cina – Nel Duecento i mongoli avevano conquistato il mondo, dalla Cina all’Ucraina e all’Ungheria. Si apprestavano a marciare su Roma ma all’improvviso, essendo morto nel Karakorum Ogoda, il successore di Gengis Khan, i capitribù voltarono i cavalli per correre alla successione. Dopodichè si scordarono di tornare. I mongoli che sono stati a lungo e sono in buon parte i manciù, i cinesi di due metri, i capi della Cina.
Democrazia – Nelle democrazia più antiche – Svizzera, gran Bretagna, Usa – gli elettori votano in percentuale ridotta, meno della metà degli aventi diritto. Questo viene interpretato come un fatto negativo. Invece è positivo. Sarebbe negativo se ci fossero impedimenti di qualsiasi genere al diritto universale di voto, ma così non è. Va a votare chi ha un’opinione sul voto. Gli altri, gli indifferenti, si adeguano alle scelte di chi ha idee e voglia di farle valere. In queste democrazie solide l’assenteismo al voto è anche assenza di bisogno, e di patrocinio politico.
Da noi si vota in massa per conformismo, obbedienza al potere, per impegni precisi. Infatti si vota per linee conservative – a ogni elezione il voto che sposta è non più del cinque per cento del totale, 2,5 milioni di voti. La massa vota sempre per gli stessi partiti, e il voto di massa è perfettamente integrato con la stabilità del potere.
Uno degli strumenti per cambiare il governo potrebbe essere l’assenteismo – cambiare il governo è un valore, seppure minimo: è la premessa per disboscare il sottogoverno.
Dittatura – I dittatori si formano alla scuola francese (giacobina) e tedesca (imperiale e comunista). Non si formano dittatori alla scuola anglo-sassone.
I dittatori mediorientali e latinoamericani sono deboli perché non sono sorretti dalla convinzione, dopo aver letto i giornali e frequentato le accademie Usa.
Matrimonio - È un fatto di unità abitative. In case grandi è disteso, anche nelle crisi, in case piccole è nervoso, anche nella complicità. Nelle prime è vario (parentela, rappresentanza o socievolezza, adulterio), nelle seconde ossessivo.
In rilievo viene soltanto due volte come topos letterario: nel Cinquecento, per gli intellettuali un po’ gay che si dovevano giustificare (“se s’ha da prender moglie”), e nell’Ottocento. In entrambi i casi non è il matrimonio degli aristocratici, né quello del popolo, che sempre sa di promiscuo e animalesco (incesto, stupro, abbandono, etc.). è il matrimonio “borghese”, di chi vuole costruirsi una vita interiore o, nell’Ottocento, una comunità d’interessi. Il ritorno romantico dell’amore eterno, e correlato tradimento, corona gli altri buoni sentimenti: risparmio, buone maniere, ascesa nel reddito, nella carriera e nella società. La casa era però a due piani, con servizio domestico. L’unità abitativa è da tempo un appartamento comunque piccolo, dove i coniugi stanno l’uno sull’altro, nei momenti in sui sono stanchi di lavoro, e s’intrattengono di problemi necessari, essenzialmente il lavoro. La coabitazione forzata esclude i buoni sentimenti, e anche l’eros?
Multiculturalismo – Si porta a esempio dell’Europa l’America, gli Stati Uniti d’America. Che però sono un altro mondo. La superficie: 6 milioni di kmq l’Europa, senza la Russia, 9,4 gli Usa. Un paese continentale, non finitimo di uno sterminato continente qual è l’Asia. E hanno un’identità fortissima: legale (costituzionale). Maturata a opera di un’élite fortemente connotata e perfino spietata. Gli africani e gli asiatici ne sono stati esclusi per secoli, di qualsiasi religione, e poi gli ispanici, i cattolici e gli ebrei.
Nichilismo – Grumo rappreso (o efflorescenza apparente, quella della petite mort?) dentro la pianura centrale europea, lungo l’asse Meno-Mosca. Con le appendici malinconico esistenziali, quasi romantiche, se non sentimentali. Non turba l’Europa occidentale (se non per snobismo), l’America, l’Asia, l’Africa. Ci prende perché è un falso problema – l’instabilità emotiva (paura) di chi vive con le porte obbligatoriamente aperte – o ha qualche proprietà conoscitiva segreta?
Politica – Quella statale all’origine è polizia. L’economia pubblica di Maria Teresa, o scienza camerale, è economia politica e scienza della polizia (politica): miglioramento, istruzione, educazione, ordine, sicurezza. La stessa polizia all’origine, a Parigi, a Londra, è politica, quella di Vidocq, di Fielding, è il mantenimento dell’ordine nel senso del potere.
Pubblicità – Come linguaggio dovrebbe imporre la sintesi. Ma in Italia, dove pure cresce molto, ciò non avviene. Forse il suo linguaggio è invece l’enfasi – frammentata, ripetitiva.
Pudore – Ce n’è oggi più di ieri, è anzi un argine contro la violenza, sotto la forma della vergogna, e conferma che un progresso esiste – dice Savinio, “Nuova Enciclopedia”, 216. Ma è un pudore legato alla rispettabilità, valore borghese. Anticamente pulizia e impudicizia erano cerimoniali. Il progresso indubbiamente è borghese, prometeico, e non è cosa cattiva. Ma la sua vergogna non fa argine alla violenza.
Riforma – Fabbrica di libertà, oppure (Balzac, Caterina dei Medici) di oscurità? La libertà s’era formata prima, e aveva perfino degenerato nella licenza. Il protestantesimo in tutte le sue forme è un richiamo all’ordine. C’è più libertà in san Tommaso che in tutto Lutero, Calvino, Spinoza – che non è protestante ma ha una teologia molto protestante.
La tolleranza non è calvinista, la libertà non è luterana, l’incredulità non è protestante: la riforma è zelota e settaria. L’incredulità viene da lontano, da Roma pre-imperiale, la tolleranza s’impone nel melting pot americano quale mezzo di sopravvivenza. La libertà del cuore viene da Cristo, la libertà politica dalla storia inglese, fra errori e colpi di coda.
I dissenters hanno proiettato su tutto il protestantesimo un’aura di libertà che è un pericoloso falso storico – è il problema della pax americana. Fa abbassare la difesa contro il conformismo.
astolfo@antiit.eu
sabato 12 dicembre 2009
La pedofilia è sordida
Incredibile polpettone – incredibile che sia stato scritto, da un autore stimato, un professore di scrittura creativa a Princeton, che sia stato pubblicato con apparato filologico, note critiche e una lista di crediti da opera classica, che sia osannato. Il titolo sarà la cosa migliore del libro: Hotel de Dream era il bordello di Cora Crane, o Taylor, o Stevens, o McNeil, a Jacksonville, Florida, dove Stephen Crane la incontrò, e che gli si impose come collega giornalista e scrittrice, nonché convivente. O lo sarebbe stata la storia non detta della stessa Cora, qui presentata come un angelo del focolare, che intrattiene nel loro maniero inglese di Brede gli ammiratori di Stephen, Henry James, Conrad, Wells, mica gente da poco, e poi gli prepara una degna fine, tisico, a 29 anni, a Badenweiler nella Foresta Nera. Mentre era donna non bella né specialmente dotata ma volitiva. Che ebbe tre mariti, di cui l’ultimo, giovanissimo, uccise un rivale per amore suo e fu assolto per “motivi d’onore”. E due conviventi, di cui Stephen fu il meno longevo ma il più durevole, consentendole di continuare una carriera letteraria con le migliori riviste americane, quali “Harper’s”. Da Jacksonville, dov’era tornata alla morte di Stephen per riprendere in grande l'attività, tenutaria di una catena di bordelli per una trentina di stanze. Alla fine della sua pienissima vita,una vera biografia made in the Usa (alla morte di Stephen telegrafò all'ambasciata americana a Londra: "Dio s'è ripreso Stephen alle 11.05, organizzatemi il rientro del cane a casa"), Cora aveva 45 anni.
Qui, nel viaggio verso la Foresta Nera, Stephen Crane immagina di aver scritto e distrutto il romanzo di una passione pedofila, che racconta di nuovo. Con vari registri, in terza persona, in prima, col discorso indiretto del testimone invisibile. Che ne accentuano lo squallore. La storia nella storia White, buon italianista, con un uso piuttosto sofisticato di molti termini italiani, volge al neo realismo, e anzi al pettegolismo in voga: non c’è solo la nota ineluttabile catena delle disgrazie, del “malato perché povero, povero perché orfano, orfano perché succube (qui del padre e dei fratelli), succube perché debole, etc.”, c’è anche la mafia, col pizzo e il mammasantissima. Tutti in subbuglio per una creatura che non è bella né attraente, essa neppure, ma è un bambino o poco più. Forse è la pedofilia che è irredimibile, in tutte le sue forme, anche ai bravi scrittori.
Edmund White, Hotel de Dream, Playground, pp. 224, € 15
Qui, nel viaggio verso la Foresta Nera, Stephen Crane immagina di aver scritto e distrutto il romanzo di una passione pedofila, che racconta di nuovo. Con vari registri, in terza persona, in prima, col discorso indiretto del testimone invisibile. Che ne accentuano lo squallore. La storia nella storia White, buon italianista, con un uso piuttosto sofisticato di molti termini italiani, volge al neo realismo, e anzi al pettegolismo in voga: non c’è solo la nota ineluttabile catena delle disgrazie, del “malato perché povero, povero perché orfano, orfano perché succube (qui del padre e dei fratelli), succube perché debole, etc.”, c’è anche la mafia, col pizzo e il mammasantissima. Tutti in subbuglio per una creatura che non è bella né attraente, essa neppure, ma è un bambino o poco più. Forse è la pedofilia che è irredimibile, in tutte le sue forme, anche ai bravi scrittori.
Edmund White, Hotel de Dream, Playground, pp. 224, € 15
I tradimenti della politica
Il fatto non si può raccontare, poiché è un giallo. Il tema è un attentato contro un Kurilov, qui ministro dello zar Nicola II mentre il nome ricorre fra i terroristi dell’epoca, a opera di un giovane rivoluzionario che sopravvive alla vicenda. E la ricostruisce. Una storia di molteplici tradimenti. Una sorta di trojaio del potere, sempre nauseabondo – meno dove ci se lo aspetta.
“Ricreato” da Maria Di Leo in veste di traduttrice, il romanzo è una sorta di esame di maturità che Irène Némirovsky si fa del suo talento di narratrice: di un “soggetto” alla Dostoevskij, il nichilista alla vigilia dell’attentato, e poi di Camus con “I giusti”, fa una parabola fortemente realista sugli abusi della passione politica.
Irène Némirovsky, L’affare Kurilov, Adelphi, pp. 192, € 13
“Ricreato” da Maria Di Leo in veste di traduttrice, il romanzo è una sorta di esame di maturità che Irène Némirovsky si fa del suo talento di narratrice: di un “soggetto” alla Dostoevskij, il nichilista alla vigilia dell’attentato, e poi di Camus con “I giusti”, fa una parabola fortemente realista sugli abusi della passione politica.
Irène Némirovsky, L’affare Kurilov, Adelphi, pp. 192, € 13
Il re è nudo, infine, per Bersani
Si smarca dal suo patrono D’Alema, tardo trinariciuto. E dà una lezione di politica a Napolitano, che pure è suo maestro. Non si può dire per questo che è l’uomo del futuro, anzi è facile prevederne, e proprio per questo, per la sua intelligenza, prossima la fine. Ma Bersani è l’unico che ha capito infine il gioco di Berlusconi, che pure è palese: provocare continui plebisciti.
Berlusconi sa quello che tutti sanno, che il sistema politico, se non ancora quello elettorale, è di tipo plebiscitario, e quindi referendario, ogni elezione è un referendum, e quindi estremizza ogni evento, cioè lo semplifica. Sembra semplicistico, ma è solo semplice. Ora questo lo sa pure l’opposizione, Bersani ha rotto l’incantesimo che le impediva di rendersene conto – che poi sono i grandi giornali, i giornali dei padroni furbi, gli altri berlusconi, quelli che non si fanno votare.
Un’elezione-referendum sui giudici e la Corte costituzionale, della quale il meglio che si possa dire è che è goliardica, sarebbe un favore a Berlusconi. Anche la scoperta di Bersani può sembrare – è – l’acqua calda. Ma nell’imbroglio che tiene avvinta l’opposizione è una novità addirittura una rivoluzione. Tanto più dopo la difesa “violenta” che della Corte ha fatto il presidente della Repubblica. Forse per il riflesso condizionato dell’uomo di partito, accresciuto dal blabla domestico al Quirinale sull’imparzialità delle istituzioni – imparzialità? tutti sanno, again, che il presidente della Repubblica non è giudice di nessuno, deve solo dare serenità ed equilibrio al libero dibattito delle opinioni.
Bersani ha infine rivoltato la tattica di Berlusconi, dire quello che tutti sanno – il bambino che del re nudo dice: “Il re è nudo”. È un segno di grande capacità politica. Ma non è un’assicurazione, anzi è facile prevedere che le gazzette del Pd, o di Lor Sigrori, ne faranno polpette. Non subito. Verso Pasqua, dopo le elezioni regionali. La sinistra è avvelenata.
Berlusconi sa quello che tutti sanno, che il sistema politico, se non ancora quello elettorale, è di tipo plebiscitario, e quindi referendario, ogni elezione è un referendum, e quindi estremizza ogni evento, cioè lo semplifica. Sembra semplicistico, ma è solo semplice. Ora questo lo sa pure l’opposizione, Bersani ha rotto l’incantesimo che le impediva di rendersene conto – che poi sono i grandi giornali, i giornali dei padroni furbi, gli altri berlusconi, quelli che non si fanno votare.
Un’elezione-referendum sui giudici e la Corte costituzionale, della quale il meglio che si possa dire è che è goliardica, sarebbe un favore a Berlusconi. Anche la scoperta di Bersani può sembrare – è – l’acqua calda. Ma nell’imbroglio che tiene avvinta l’opposizione è una novità addirittura una rivoluzione. Tanto più dopo la difesa “violenta” che della Corte ha fatto il presidente della Repubblica. Forse per il riflesso condizionato dell’uomo di partito, accresciuto dal blabla domestico al Quirinale sull’imparzialità delle istituzioni – imparzialità? tutti sanno, again, che il presidente della Repubblica non è giudice di nessuno, deve solo dare serenità ed equilibrio al libero dibattito delle opinioni.
Bersani ha infine rivoltato la tattica di Berlusconi, dire quello che tutti sanno – il bambino che del re nudo dice: “Il re è nudo”. È un segno di grande capacità politica. Ma non è un’assicurazione, anzi è facile prevedere che le gazzette del Pd, o di Lor Sigrori, ne faranno polpette. Non subito. Verso Pasqua, dopo le elezioni regionali. La sinistra è avvelenata.
D'Alema, statista tribale
È diventato ormai da sei mesi trinariciuto di prima linea, dopo avere per una vita rivolto appelli alla normalità - come il suo mentore e poi patrocinato Napolitano. E sta mobilitando di Bari ogni soffio e ogni mattone, nelle Procure, nei palazzi, nei trivi, per vincere le regionali fra tre mesi. È il suo obiettivo principale e per ora unico, altro che politica estera dell’Unione europea. O meglio, parodiando il noto detto: Bari è meglio dell'Unione.
All’improvviso D’Alema, quando il suo protetto a Bari, il giudice sindaco Emiliano, rischiò in primavera la rielezione, ha scoperto di non avere fuori della Puglia altro teatro politico, e ad essa si è dedicato. Ha inventato la D’Addario, col giudice Scelsi, per mantenere Emiliano a palazzo di Città. Non perde occasione per denunciare le malefatte di Berlusconi. E impone a Vendola il ritiro dalla candidatura alla rielezione. Cioè la minaccia – la otterrà. Contro tutti ha mobilitato le procure e i tribunali, in Puglia da tempo suoi affezionati: contro Vendola, contro Berlusconi e contro i berlusconiani.
Sembra eccessivo, che l’unico statista italiano riconosciuto si riduca alla dimensione regionale. È anche rischioso, perché sarebbe a questo punto ridicolo perdere le elezioni. Ed è deludente, questo è sicuro. Per Milano, che aveva puntato su di lui, la Milano che conta: il “Corriere della sera”, i banchieri, le grandi famiglie. I banchieri soprattutto erano stati uniti dalla sua leadership, destra e sinistra insieme: Geronzi e Mediobanca con Bazoli e Profumo. Ma il richiamo del sangue è stato più forte: il fallimento di Emiliano al primo turno delle amministrative ha fatto scattare in D’Alema un incontrollabile riflesso tribale.
All’improvviso D’Alema, quando il suo protetto a Bari, il giudice sindaco Emiliano, rischiò in primavera la rielezione, ha scoperto di non avere fuori della Puglia altro teatro politico, e ad essa si è dedicato. Ha inventato la D’Addario, col giudice Scelsi, per mantenere Emiliano a palazzo di Città. Non perde occasione per denunciare le malefatte di Berlusconi. E impone a Vendola il ritiro dalla candidatura alla rielezione. Cioè la minaccia – la otterrà. Contro tutti ha mobilitato le procure e i tribunali, in Puglia da tempo suoi affezionati: contro Vendola, contro Berlusconi e contro i berlusconiani.
Sembra eccessivo, che l’unico statista italiano riconosciuto si riduca alla dimensione regionale. È anche rischioso, perché sarebbe a questo punto ridicolo perdere le elezioni. Ed è deludente, questo è sicuro. Per Milano, che aveva puntato su di lui, la Milano che conta: il “Corriere della sera”, i banchieri, le grandi famiglie. I banchieri soprattutto erano stati uniti dalla sua leadership, destra e sinistra insieme: Geronzi e Mediobanca con Bazoli e Profumo. Ma il richiamo del sangue è stato più forte: il fallimento di Emiliano al primo turno delle amministrative ha fatto scattare in D’Alema un incontrollabile riflesso tribale.
venerdì 11 dicembre 2009
Perché non dirsi di sinistra?
Protestano i presidenti della Repubblica: non siamo di sinistra. Mentre lo sono: non ha senso per un presidente protestare e alimentare polemiche. L’unico che non protesta è Scalfaro, che essendo stato sempre di destra vuole forse morire, come Montanelli, a sinistra. Il presidente Napolitano non perde occasione per spiegare paziente che un presidente è al di sopra delle parti: il politico, giunto al Quirinale, si spoglia delle sue passioni di parte, ripete. Siano pure quelle di una vita di impegno nel Pci e successori. Uomo delle istituzioni si vuole pure l’ex presidente Ciampi.
Ma che vuole dire: delle istituzioni? Del nulla? Non è possibile. E allora? Napolitano e Ciampi spesso bacchettano Berlusconi. Compiono cioè atti politici. Cui hanno diritto come tutti, ma perché negarlo?
Ciampi offre una curiosa chiave di lettura, nell’intervista di oggi al “Corriere della sera”. “Chi ho nominato io?” alla Corte costituzionale, chiede retoricamente, e nomina cinque tra avvocati e giuristi: “Stimatissimi e di chiara fama, scelti non per un gioco di bilancino politico”, non “pasionari di una fantomatica sinistra”. No, pasionari no, ma tutti con biografie dichiaratamente di sinistra, laica o confessionale. Perché non riconoscerlo? Anzi, non proclamarlo? E perché la sinistra sarebbe “fantomatica”?
Sembra ipocrisia, ma non lo è. È una forma di violenza. È qui la radice del perpetuo scontro che avvelena, e annichila la politica da quasi vent’anni ormai: il fatto che la sinistra arruoli di preferenza chi di sinistra non è, e che si pretenda al di sopra delle parti.
Ma che vuole dire: delle istituzioni? Del nulla? Non è possibile. E allora? Napolitano e Ciampi spesso bacchettano Berlusconi. Compiono cioè atti politici. Cui hanno diritto come tutti, ma perché negarlo?
Ciampi offre una curiosa chiave di lettura, nell’intervista di oggi al “Corriere della sera”. “Chi ho nominato io?” alla Corte costituzionale, chiede retoricamente, e nomina cinque tra avvocati e giuristi: “Stimatissimi e di chiara fama, scelti non per un gioco di bilancino politico”, non “pasionari di una fantomatica sinistra”. No, pasionari no, ma tutti con biografie dichiaratamente di sinistra, laica o confessionale. Perché non riconoscerlo? Anzi, non proclamarlo? E perché la sinistra sarebbe “fantomatica”?
Sembra ipocrisia, ma non lo è. È una forma di violenza. È qui la radice del perpetuo scontro che avvelena, e annichila la politica da quasi vent’anni ormai: il fatto che la sinistra arruoli di preferenza chi di sinistra non è, e che si pretenda al di sopra delle parti.
Miracolo a Sant'Anna
Rivisto lontano dalle polemiche, nella programmazione Sky, è un filmone. Visivamente forte, con una drammaturgia sempre tesa, per tutte le due ore e mezza. Con dialoghi incredibilmente efficaci, fini, attraenti, per un film “italiano”. Un vero miracolo. Che dice la verità sulla guerra, sulle guerre. Sul razzismo che l’America ha appena smesso, nelle istituzioni e nella popolazione – da questo punto di vista è il miglior film di Spike Lee, anche se a ridosso gli è caduta sopra la valanga Obama. E sulle ambiguità della Resistenza negli Appennini e le Apuane – testimoniata da mille eventi, e per di più ancora attuale, con lunghi strascichi familiari se non più giudiziari. In cui nessuna ingiuria, di nessun tipo, nessuna offesa si può intravedere anche alla vulgata della Resistenza di chi non discute. E allora?
L’unica cosa di cui il film fa dubitare è la buona coscienza italiana. Non tanto il film quanto l’accoglienza: tiepida, sdegnosa (“un’americanata”, “storicamente sbagliato” – storicamente?), faziosa. Come se l’Italia avesse avuto un altro film di uguale potenza sulle efferatezze della guerra, comprese le decimazioni naziste e i tradimenti.
Spike Lee, Miracolo a Sant’Anna
L’unica cosa di cui il film fa dubitare è la buona coscienza italiana. Non tanto il film quanto l’accoglienza: tiepida, sdegnosa (“un’americanata”, “storicamente sbagliato” – storicamente?), faziosa. Come se l’Italia avesse avuto un altro film di uguale potenza sulle efferatezze della guerra, comprese le decimazioni naziste e i tradimenti.
Spike Lee, Miracolo a Sant’Anna
Pace con Murdoch: per Berlusconi paga la Rai
Saranno due mesi a Natale che i giornali di Murdoch non attaccano più Berlusconi, al quale per tutta la lunga estate hanno dedicato una e anche due pagine. “Times” “Sunday Times”, “Wall Street Journal” all’improvviso non hanno trovato più nulla da mettere in berlina dei tanti garbugli di Berlusconi, con la mafia, i giudici e la moglie. Anche Sky Tg 24 ha all’improvviso ritrovato un equilibrio, non inonda più i suoi abbonati, a 500 euro l’anno, di berlusconate.
Parallelamente, la gestione berlusconiana della Rai si è ritirata dal satellite. È in rosso e indebitata, e avrebbe tutto l’interesse ad accrescere l’offerta e il fatturato, sul satellite e i new media, la dove può. Ma c’era, sul satellite nei new media, e ora non c’è più. Sul satellite aveva anche canali di successo, il Gambero Rosso, Rai News 24, Rai Cinema, etc., una quindicina di canali, con i quali, con minima spesa, incassava un centinaio di milioni di pubblicità, garantita da Sky.
Il mancato rinnovo del contratto con Sky fu all’origine della violenta campagna dell’editore australiano contro Berlusconi: si supponeva che la Rai passasse da Sky a un’alleanza con Mediaset, che stava per lanciare una sfida sul satellite al monopolista Sky. Ma niente di tutto questo è avvenuto: Mediaset ha ridimensionato la sua sfida a Sky con la pay tv sul digitale terrestre, e la Rai ha finito per abbandonare semplicemente il satellite, riducendo l’offerta supplementare a tre soli canali sul digitale terrestre.
I due esiti sono diversi. Per Mediaset il digitale terrestre può essere una pace onorevole con Sky, giacché può sviluppare la pay tv, con lo sport e il cinema - senza alcun costo tecnico. La Rai invece, che non può fare pay tv, ha semplicemente rinunciato a sviluppare una presenza satellitare che desse ombra a Sky. Come se suol dire, se li è tagliati non richiesta. O su richiesta di Berlusconi. La tracotanza di Sky arriva al punto di oscurare la Rai sul satellite ogni volta che i programmi in libera fruizione sull’emittente pubblica concorrono con i suoi a pagamento.
Parallelamente, la gestione berlusconiana della Rai si è ritirata dal satellite. È in rosso e indebitata, e avrebbe tutto l’interesse ad accrescere l’offerta e il fatturato, sul satellite e i new media, la dove può. Ma c’era, sul satellite nei new media, e ora non c’è più. Sul satellite aveva anche canali di successo, il Gambero Rosso, Rai News 24, Rai Cinema, etc., una quindicina di canali, con i quali, con minima spesa, incassava un centinaio di milioni di pubblicità, garantita da Sky.
Il mancato rinnovo del contratto con Sky fu all’origine della violenta campagna dell’editore australiano contro Berlusconi: si supponeva che la Rai passasse da Sky a un’alleanza con Mediaset, che stava per lanciare una sfida sul satellite al monopolista Sky. Ma niente di tutto questo è avvenuto: Mediaset ha ridimensionato la sua sfida a Sky con la pay tv sul digitale terrestre, e la Rai ha finito per abbandonare semplicemente il satellite, riducendo l’offerta supplementare a tre soli canali sul digitale terrestre.
I due esiti sono diversi. Per Mediaset il digitale terrestre può essere una pace onorevole con Sky, giacché può sviluppare la pay tv, con lo sport e il cinema - senza alcun costo tecnico. La Rai invece, che non può fare pay tv, ha semplicemente rinunciato a sviluppare una presenza satellitare che desse ombra a Sky. Come se suol dire, se li è tagliati non richiesta. O su richiesta di Berlusconi. La tracotanza di Sky arriva al punto di oscurare la Rai sul satellite ogni volta che i programmi in libera fruizione sull’emittente pubblica concorrono con i suoi a pagamento.
Le campagne contro la Roma calcio
Quattro vittorie della Roma, anche fortunose, o tre, e Unicredit si scorda di mandare l’ufficiale giudiziario ai Sensi, proprietari della squadra. Intanto, il titolo si risolleva, da 0,55 a 0,81, di un cinquanta per cento. E dunque la società non è da ufficiale giudiziario?
La vicenda sembra da poco ma è utile ogni tanto fare il punto su di essa: è un documento sull’Italia di oggi, il suo mercato, la sua economia, la sua informazione. Una vicenda che, se ci sarà un domani, sarà letta con meraviglia di quanto poco seria sia questa Italia, quella che “non lavora”.
Il fatto è semplice: c’è una famiglia che si è indebitata per la squadra di calcio As Roma, e un banca che deve rientrare del debito. Ci si aspetterebbe che la famiglia tenti di ripagare il debito, e la banca di rientrare – a meno certo di una dichiarazione di fallimento. Ma mentre Rosella Sensi per la famiglia ci tenta, la banca fa di tutto per impedirglielo. Non la consiglia, l’accompagna, la favorisce nelle cessioni, al contrario: fa di tutto per impedirle una corretta gestione, s’inventa compratori che mai poi fanno un’offerta per nessun cespite, e soprattutto diffonde voci malevole.
Su tutto questo i giornali sguazzano senza limiti nelle cronache locali. Alcuni. Alcuni dei giornali seri, che i lettori reputano attendibili, specie “Il Messaggero” e il “Corriere della sera”, la "Gazzetta dello Sport". Che ne fanno a lunghezza d’anno, ormai da tre anni, ludibrio. In forme che non rientrano in nessuna tipologia di giornalismo, se non nei cori insensati da stadio. Per motivi che non dicono, ma che al novantanove per cento sono questi. “Il Messaggero” è di proprietà del costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, concorrente dei padroni della Roma nei progetti di nuovo stadio, e della relativa urbanizzazione. Mentre i tre anni sono a datare dal passaggio della Banca di Roma, che finanziava i Sensi e l’As Roma, a Unicredit. E la banca può essere all’origine dell’assurdo giornalismo del “Corriere della sera”, di cui è azionista – nonché, per voler milanesizzare rapidamente la Banca di Roma, della schizofrenia verso questi suoi grandi debitori romani.
Su tutto questo vigila, cioè non vigila, la Consob. Che avrebbe dovuto per lo meno sospendere il titolo in Borsa, e invece non lo fa. E di fronte alle voci diffuse dal “Corriere della sera”, dal “Messaggero”, da Unicredit fa finta di niente. E magari non ha nemmeno la sua parte dell’aggiotaggio... Ma come è possibile che la maggiore, o seconda più grande, banca italiana faccia una serie di decreti ingiuntivi, a carico (indirettamente) di una società quotata in Borsa, che non è né fallita né in amministrazione controllata?
E' un'altra storia paradigmatica del governo di Milano. Naturalmente non c'entra "Milano" nei guai della Roma calcio. Il fatto che la Roma sia l'unica squadra che in questi tre anni di vuoto creato dalla coppia Rossi-Borrelli, che per caso sono interisti, abbia tentato e peprfino (quasi) riuscito di rubare lo scudetto all'Inter. Naturalmente Valdisserri e gli altri giornalisti che periodicamente fanno campagna sconsiderata contro i Sensi sono solo dei tifosi e dei cronisti sportivi. Ma naturalmente "Milano" c'è, il riflesso condizionato è quello.
La vicenda sembra da poco ma è utile ogni tanto fare il punto su di essa: è un documento sull’Italia di oggi, il suo mercato, la sua economia, la sua informazione. Una vicenda che, se ci sarà un domani, sarà letta con meraviglia di quanto poco seria sia questa Italia, quella che “non lavora”.
Il fatto è semplice: c’è una famiglia che si è indebitata per la squadra di calcio As Roma, e un banca che deve rientrare del debito. Ci si aspetterebbe che la famiglia tenti di ripagare il debito, e la banca di rientrare – a meno certo di una dichiarazione di fallimento. Ma mentre Rosella Sensi per la famiglia ci tenta, la banca fa di tutto per impedirglielo. Non la consiglia, l’accompagna, la favorisce nelle cessioni, al contrario: fa di tutto per impedirle una corretta gestione, s’inventa compratori che mai poi fanno un’offerta per nessun cespite, e soprattutto diffonde voci malevole.
Su tutto questo i giornali sguazzano senza limiti nelle cronache locali. Alcuni. Alcuni dei giornali seri, che i lettori reputano attendibili, specie “Il Messaggero” e il “Corriere della sera”, la "Gazzetta dello Sport". Che ne fanno a lunghezza d’anno, ormai da tre anni, ludibrio. In forme che non rientrano in nessuna tipologia di giornalismo, se non nei cori insensati da stadio. Per motivi che non dicono, ma che al novantanove per cento sono questi. “Il Messaggero” è di proprietà del costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, concorrente dei padroni della Roma nei progetti di nuovo stadio, e della relativa urbanizzazione. Mentre i tre anni sono a datare dal passaggio della Banca di Roma, che finanziava i Sensi e l’As Roma, a Unicredit. E la banca può essere all’origine dell’assurdo giornalismo del “Corriere della sera”, di cui è azionista – nonché, per voler milanesizzare rapidamente la Banca di Roma, della schizofrenia verso questi suoi grandi debitori romani.
Su tutto questo vigila, cioè non vigila, la Consob. Che avrebbe dovuto per lo meno sospendere il titolo in Borsa, e invece non lo fa. E di fronte alle voci diffuse dal “Corriere della sera”, dal “Messaggero”, da Unicredit fa finta di niente. E magari non ha nemmeno la sua parte dell’aggiotaggio... Ma come è possibile che la maggiore, o seconda più grande, banca italiana faccia una serie di decreti ingiuntivi, a carico (indirettamente) di una società quotata in Borsa, che non è né fallita né in amministrazione controllata?
E' un'altra storia paradigmatica del governo di Milano. Naturalmente non c'entra "Milano" nei guai della Roma calcio. Il fatto che la Roma sia l'unica squadra che in questi tre anni di vuoto creato dalla coppia Rossi-Borrelli, che per caso sono interisti, abbia tentato e peprfino (quasi) riuscito di rubare lo scudetto all'Inter. Naturalmente Valdisserri e gli altri giornalisti che periodicamente fanno campagna sconsiderata contro i Sensi sono solo dei tifosi e dei cronisti sportivi. Ma naturalmente "Milano" c'è, il riflesso condizionato è quello.
giovedì 10 dicembre 2009
Victor, o della verità
Victor Zaslavsky era uno scrittore e un uomo di spirito e non se ne meravigliava. Era per molti aspetti lui stesso Petrov, il personaggio del suo racconto più noto, che vive in punta di piedi, per non scomodare, e muore con leggerezza, senza sofferenze da compartire. Per consolarsi proponendosi candidamente la considerazione che “anche la peggior salute regge fino alla morte”. Ma come storico non poteva non porsi la domanda, era parte essa stessa della sua ricerca: com’è possibile che il maggior storico italiano, contemporaneista, di questo millennio, sia un russo?
Victor era anzitutto una bella persona. Era bright, d’intelligenza luminosa: rapido, attento, generoso. Irrequieto in una sua maniera equilibrata, costruttiva. Di un’identità sempre forte, nelle tante avversità. Nei rapporti personali come in quelli familiari e in quelli politici. Per la forza del radicamento originario che ha sempre sentito, come quella della famiglia. Canadese di passaporto, italiano d’elezione, emigrato politico dall'Urss nel 1974, il professor Zaslavsky si voleva ed era russo. Dei nipoti ha seguito fino a un istante prima l’educazione, che visitava regolarmente in America e ai quali imponeva, si può dire, la lingua e la cultura russa nelle vacanze italiane che per loro organizzava ogni anno con cura, per far loro conoscere l’Europa, e la Russia: emigrati già di terza generazione in poco più di trent’anni, di cui rinsaldava le radici. Quelle che lui aveva dovuto abbandonare nel 1974, a 38 anni, perché boicottato e anche minacciato per la sua modesta critica del socialismo reale. Sembra un altro mondo ma era solo ieri che i cittadini russi venivano cacciati per motivi politici, e ridotti in solitudine a Ostia o altri campi profughi. Alla ricerca di difficili contatti con i locali slavisti, di collaborazioni al “Mondo Operaio” allora di Federico Coen, la rivista del partito Socialista, di incarichi nelle università italiane, americane, canadesi, di un editore.
“Non ho fatto niente di particolarmente eclatante per essere espulso, non ero un dissidente ma solo un intellettuale che pensava con la propria testa. E anche questo era potenzialmente pericoloso per un regime come quello sovietico”. Con queste poche parole, semplici e senza enfasi, Victor raccontava la sua espulsione dall’Unione Sovietica nel 1974, nell’intervista pubblicata su “L’Osservatore Romano” dello scorso 7 novembre, venti giorni prima della morte. Una morte che solo “L’Osservatore Romano” rileverà, e in breve il “Corriere della sera” - e questo è l’altra parte del discorso: del conformismo della storiografia e dell’opinione pubblica in Italia, che non cessava di meravigliare la persona, prima ancora che lo studioso. Victor era un professore ma per nulla socratico: curioso, controversista, perditempo. Anche se per nulla accomodante, anzi di etica ferrea, quello per cui una cosa è una cosa e non un’altra. Rideva perciò delle politiche dell’Italia, che in qualche modo l’ha ospitato – con lui si rideva, la conversazione era un divertimento, senza punte, senza stridori, le cose essendo note, sapute, sottintese.
La buona letteratura era per lui miglior faro. Victor era scrittore satirico in proprio. Una raccolta di racconti, “Il dottor Petrov parapsicologo”, che ancora si legge con piacere, è stata tradotta in italiano per Sellerio nel 1984 da Antonella D’Amelia e Maria Fabris. Per lo stesso editore ha curato anche in quegli anni una serie non fortunata di scrittori russi all’epoca sovietica, Tynianov, Hazanov, Evghenij Zamjatin, Fazil’ Iskander, Ljudmila Shtern, forse troppo delicati per il gusto forte del mercato – o forse il rifiuto andava allo scarso sovietismo, più che al calligrafismo dei Tynianov: Zamjatin è l'autore di "Noi", che nel 1919 anticipò e satireggiò il totalitarismo (influenzerà Orwell in "1984"), fu il primo autore censurato dal nuovo regime sovietico nel 1921, ed è tuttora ignorato in Italia (come del resto "1984"). E per primo ha proposto Šalamov, i terribili “Racconti di Kolima”, seppure in una scelta ridotta. Ma più lo illuminava la saggezza.
Victor non si poneva la domanda sul conformismo della storie italiche. Ne avrebbe avuto ben motivo: gli archivi a cui aveva accesso a Mosca erano solo una parte, la meno sordida, della storia del Pci, altri canali di finanziamento, ben più solidi, erano le finanziarie “svizzere” dove confluivano le tangenti sugli affari con l’Urss dell’Eni, la Fiat, la Finsider, la Finmeccanica e le tantissime aziende minori che volevano lavorare con l’Urss (dalla loro liquidazione, con la liquidazione del Pci, sono derivati i capitali di avviamento delle miriadi di case editrici d’area sorte negli anni Novanta). Ma Victor non aveva vis polemica. A lungo era stato in Italia la fonte degli studi più spassionati, benché avvertiti, sull’Unione Sovietica. E la stessa attitudine, di ponderato giudizio, mantenne dopo, quando pure lo scandalismo sarebbe stato facile.
La tentazione per uno come lui sembrava anche forte. Per il risentimento del fuoriuscito. E per la sua stessa concezione del lavoro di storico, che ha sintetizzato nella rivista “Ventunesimo secolo”, che animava, come l’obbligo di capire il presente – “la storia è sempre contemporanea”. La sua idea della storia è che essa va fatta (detta, raccolta, individuata, inquadrata) mentre avviene. Di cui certo non gli mancavano esempi, specie nella tradizione quattro e cinquecentesca italiana, ma allora vincolati alla passione. Da cui invece personalmente sapeva distanziarsi. Victor ha costituito per un trentennio la migliore fonte “italiana”, se non l’unica spassionata, sulla Unione Sovietica, l’organizzazione politica reale, le nazionalità, le tendenze. E poi, ad archivi aperti dopo il crollo del sovietismo, sui rapporti tra il Pci e Stalin, durante e dopo la guerra, anche per l’impulso di Elena Aga-Rossi, che degli assetti post bellici, dall’8 settembre alla guerra fredda è un’autorità. Dal primissimo “Il consenso organizzato”, pubblicato dal Mulino sette anni dopo l’arrivo di Victor in Italia, all'eccidio rimosso di Katyn, alla pubblicazione infine anche in Italia, dopo venti anni, di Margarete Buber Neumann, della consegna che Stalin fece a Hitler dei comunisti tedeschi rifugiati a Mosca, al recente “Togliatti e Stalin”. Un tempo insidioso, e ancora non digerito in Italia malgrado il crollo del Muro, ma su cui egli si muoveva senza pregiudizio. Seppure da sociologo politico, con giudizio cioè calibrato sui principi, piuttosto che da storico, come ambiva.
Si deve a lui l’individuazione tempestiva di quella che a tutt’oggi sembra la chiave del crollo subitaneo del sovietismo, la categoria della contro-modernizzazione. La vivacissima, ramificatissima, struttura politica dell’Unione Sovietica, decimata da Stalin, si è anchilosata con la guerra fredda nel complesso militare-industriale, con la netta prevalenza del Kgb, i servizi d’informazione, sul Pcus, il partito comunista. Il sistema sovietico viveva per alimentare la potenza mondiale, inducendo un arretramento netto della mobilità politica, dello sviluppo delle condizioni materiali di vita, e delle aspettative delle nazionalità, dentro l’Urss e fuori, nel dominio di potenza riservato, presso le quali Mosca prosperò finché fu una promessa ma non riuscì a imporsi come sistema di potere.
A fronte di questa semplice, gigantesca, categoria interpretativa della storia di metà Europa, e del suo destino, l’accertamento dei fatti che, con Elena Aga-Rossi, Victor ha condotto a proposito dei rapporti del Pci col Pcus e di Togliatti con Stalin, in “Lo stalinismo e la sinistra italiana”, e “Togliatti e Stalin” sembra poca cosa. Il lavoro dello storico è sempre “poca cosa”, nel senso che è modesto, si attiene ai fatti, e preciso. E tuttavia è la chiave della storia d’Italia nella Repubblica, fino alle convulsioni, tanto fittizie quanto violente, di ogni giorno: è la storia di una verità che sempre si rifiuta, si omette, si tace, ostracizzandola nell’insulto o, nella migliore delle ipotesi, nell’isolamento.
Victor non era isolato. Poiché era pubblicato ed era letto. Ma non come sarebbe piaciuto a lui. Senza faziosità. Introducendo i “Racconti di Kolima”, Victor fa di Šalamov, rinchiuso per venti anni (sarà liberato solo nel 1956, e in che condizioni: obbligato al silenzio in patria e alla povertà fino alla morte, cioè fino al 1982…) nel campo di lavoro più duro nel circolo polare, uno sfidante di Stalin: un intellettuale, solo, prigioniero in condizioni inumane, sfida il dittatore dell’Unione Sovietica, lo sterminatore dei comunisti, il vincitore di Hitler. Si può, non da incoscienti. Nel nome della verità.
Victor era a mezzo tra le due figure di ex comunisti di Hannah Arendt, chi è cresciuto nel Partito, poi abbandonandolo, e chi – specie gli artisti, gli intellettuali – col Partito ha fatto pezzi di strada assieme. O meglio “tra ex comunisti e coloro che hanno un passato comunista”, i primi portando nelle nuove esperienze i difetti della vecchia, la faziosità, la durezza. Non c’è una classificazione degli emigranti russi degli anni Settanta, quasi tutti obbligati, anche se rientravano negli accordi di Mosca con Kissinger. Ma è evidente che la categoria arendtiana dell’ex comunista anticomunista va loro stretta. Intanto perché implica un antirussismo (antipatriottismo) che in molti di loro non c’è, e non ci può essere: per loro si trattava di emigrare da un sistema politico a un altro, e non di andare in cerca di fortuna, come per gli ex comunisti occidentali, o di lasciare un giornale per un altro, una rivista per un’altra, o un gruppo di frequentazione o di riferimento. E perché negli anni 1970 emigrarono russi nati ed educati nel socialismo, seppure con gli anticorpi sovietici. Solženicyn e Zinov’ev da una parte, un Brodskij o Victor, appunto, dall’altra.
Detto questo, è anche chiaro che Victor è stato vittima del conformismo del Pci, anche dopo il 1989. A suo modo, divertito e non arcigno, il paradigma arendtiano finiva per assorbirlo. Anche se per un aspetto che la filosofa, operando sulla realtà americana, non considera: si può finire astretti all’anticomunismo in una realtà culturale (istituzionale, accademica, giornalistica) di stretta osservanza, anche se non si sa di che (e perfino al berlusconismo, in tanti casi ormai celebri: Vertone, Colletti, Ferrara, Bondi, etc.). Victor, seppure al suo modo, lieve, sarà stato vittima per molti aspetti dell’utopia, del socialismo che si vuole non autoritario, censorio, totalitario, imperialista, distruttore di risorse - ciò che infine s’intende per sovietismo. Che anche per questo trova all’Ovest una collocazione ardua, oltre che per essere un espatriato e un estraneo. E sempre è e vuol essere russo, anche quando le condizioni della vita gli impongono l’esilio.
Victor era anzitutto una bella persona. Era bright, d’intelligenza luminosa: rapido, attento, generoso. Irrequieto in una sua maniera equilibrata, costruttiva. Di un’identità sempre forte, nelle tante avversità. Nei rapporti personali come in quelli familiari e in quelli politici. Per la forza del radicamento originario che ha sempre sentito, come quella della famiglia. Canadese di passaporto, italiano d’elezione, emigrato politico dall'Urss nel 1974, il professor Zaslavsky si voleva ed era russo. Dei nipoti ha seguito fino a un istante prima l’educazione, che visitava regolarmente in America e ai quali imponeva, si può dire, la lingua e la cultura russa nelle vacanze italiane che per loro organizzava ogni anno con cura, per far loro conoscere l’Europa, e la Russia: emigrati già di terza generazione in poco più di trent’anni, di cui rinsaldava le radici. Quelle che lui aveva dovuto abbandonare nel 1974, a 38 anni, perché boicottato e anche minacciato per la sua modesta critica del socialismo reale. Sembra un altro mondo ma era solo ieri che i cittadini russi venivano cacciati per motivi politici, e ridotti in solitudine a Ostia o altri campi profughi. Alla ricerca di difficili contatti con i locali slavisti, di collaborazioni al “Mondo Operaio” allora di Federico Coen, la rivista del partito Socialista, di incarichi nelle università italiane, americane, canadesi, di un editore.
“Non ho fatto niente di particolarmente eclatante per essere espulso, non ero un dissidente ma solo un intellettuale che pensava con la propria testa. E anche questo era potenzialmente pericoloso per un regime come quello sovietico”. Con queste poche parole, semplici e senza enfasi, Victor raccontava la sua espulsione dall’Unione Sovietica nel 1974, nell’intervista pubblicata su “L’Osservatore Romano” dello scorso 7 novembre, venti giorni prima della morte. Una morte che solo “L’Osservatore Romano” rileverà, e in breve il “Corriere della sera” - e questo è l’altra parte del discorso: del conformismo della storiografia e dell’opinione pubblica in Italia, che non cessava di meravigliare la persona, prima ancora che lo studioso. Victor era un professore ma per nulla socratico: curioso, controversista, perditempo. Anche se per nulla accomodante, anzi di etica ferrea, quello per cui una cosa è una cosa e non un’altra. Rideva perciò delle politiche dell’Italia, che in qualche modo l’ha ospitato – con lui si rideva, la conversazione era un divertimento, senza punte, senza stridori, le cose essendo note, sapute, sottintese.
La buona letteratura era per lui miglior faro. Victor era scrittore satirico in proprio. Una raccolta di racconti, “Il dottor Petrov parapsicologo”, che ancora si legge con piacere, è stata tradotta in italiano per Sellerio nel 1984 da Antonella D’Amelia e Maria Fabris. Per lo stesso editore ha curato anche in quegli anni una serie non fortunata di scrittori russi all’epoca sovietica, Tynianov, Hazanov, Evghenij Zamjatin, Fazil’ Iskander, Ljudmila Shtern, forse troppo delicati per il gusto forte del mercato – o forse il rifiuto andava allo scarso sovietismo, più che al calligrafismo dei Tynianov: Zamjatin è l'autore di "Noi", che nel 1919 anticipò e satireggiò il totalitarismo (influenzerà Orwell in "1984"), fu il primo autore censurato dal nuovo regime sovietico nel 1921, ed è tuttora ignorato in Italia (come del resto "1984"). E per primo ha proposto Šalamov, i terribili “Racconti di Kolima”, seppure in una scelta ridotta. Ma più lo illuminava la saggezza.
Victor non si poneva la domanda sul conformismo della storie italiche. Ne avrebbe avuto ben motivo: gli archivi a cui aveva accesso a Mosca erano solo una parte, la meno sordida, della storia del Pci, altri canali di finanziamento, ben più solidi, erano le finanziarie “svizzere” dove confluivano le tangenti sugli affari con l’Urss dell’Eni, la Fiat, la Finsider, la Finmeccanica e le tantissime aziende minori che volevano lavorare con l’Urss (dalla loro liquidazione, con la liquidazione del Pci, sono derivati i capitali di avviamento delle miriadi di case editrici d’area sorte negli anni Novanta). Ma Victor non aveva vis polemica. A lungo era stato in Italia la fonte degli studi più spassionati, benché avvertiti, sull’Unione Sovietica. E la stessa attitudine, di ponderato giudizio, mantenne dopo, quando pure lo scandalismo sarebbe stato facile.
La tentazione per uno come lui sembrava anche forte. Per il risentimento del fuoriuscito. E per la sua stessa concezione del lavoro di storico, che ha sintetizzato nella rivista “Ventunesimo secolo”, che animava, come l’obbligo di capire il presente – “la storia è sempre contemporanea”. La sua idea della storia è che essa va fatta (detta, raccolta, individuata, inquadrata) mentre avviene. Di cui certo non gli mancavano esempi, specie nella tradizione quattro e cinquecentesca italiana, ma allora vincolati alla passione. Da cui invece personalmente sapeva distanziarsi. Victor ha costituito per un trentennio la migliore fonte “italiana”, se non l’unica spassionata, sulla Unione Sovietica, l’organizzazione politica reale, le nazionalità, le tendenze. E poi, ad archivi aperti dopo il crollo del sovietismo, sui rapporti tra il Pci e Stalin, durante e dopo la guerra, anche per l’impulso di Elena Aga-Rossi, che degli assetti post bellici, dall’8 settembre alla guerra fredda è un’autorità. Dal primissimo “Il consenso organizzato”, pubblicato dal Mulino sette anni dopo l’arrivo di Victor in Italia, all'eccidio rimosso di Katyn, alla pubblicazione infine anche in Italia, dopo venti anni, di Margarete Buber Neumann, della consegna che Stalin fece a Hitler dei comunisti tedeschi rifugiati a Mosca, al recente “Togliatti e Stalin”. Un tempo insidioso, e ancora non digerito in Italia malgrado il crollo del Muro, ma su cui egli si muoveva senza pregiudizio. Seppure da sociologo politico, con giudizio cioè calibrato sui principi, piuttosto che da storico, come ambiva.
Si deve a lui l’individuazione tempestiva di quella che a tutt’oggi sembra la chiave del crollo subitaneo del sovietismo, la categoria della contro-modernizzazione. La vivacissima, ramificatissima, struttura politica dell’Unione Sovietica, decimata da Stalin, si è anchilosata con la guerra fredda nel complesso militare-industriale, con la netta prevalenza del Kgb, i servizi d’informazione, sul Pcus, il partito comunista. Il sistema sovietico viveva per alimentare la potenza mondiale, inducendo un arretramento netto della mobilità politica, dello sviluppo delle condizioni materiali di vita, e delle aspettative delle nazionalità, dentro l’Urss e fuori, nel dominio di potenza riservato, presso le quali Mosca prosperò finché fu una promessa ma non riuscì a imporsi come sistema di potere.
A fronte di questa semplice, gigantesca, categoria interpretativa della storia di metà Europa, e del suo destino, l’accertamento dei fatti che, con Elena Aga-Rossi, Victor ha condotto a proposito dei rapporti del Pci col Pcus e di Togliatti con Stalin, in “Lo stalinismo e la sinistra italiana”, e “Togliatti e Stalin” sembra poca cosa. Il lavoro dello storico è sempre “poca cosa”, nel senso che è modesto, si attiene ai fatti, e preciso. E tuttavia è la chiave della storia d’Italia nella Repubblica, fino alle convulsioni, tanto fittizie quanto violente, di ogni giorno: è la storia di una verità che sempre si rifiuta, si omette, si tace, ostracizzandola nell’insulto o, nella migliore delle ipotesi, nell’isolamento.
Victor non era isolato. Poiché era pubblicato ed era letto. Ma non come sarebbe piaciuto a lui. Senza faziosità. Introducendo i “Racconti di Kolima”, Victor fa di Šalamov, rinchiuso per venti anni (sarà liberato solo nel 1956, e in che condizioni: obbligato al silenzio in patria e alla povertà fino alla morte, cioè fino al 1982…) nel campo di lavoro più duro nel circolo polare, uno sfidante di Stalin: un intellettuale, solo, prigioniero in condizioni inumane, sfida il dittatore dell’Unione Sovietica, lo sterminatore dei comunisti, il vincitore di Hitler. Si può, non da incoscienti. Nel nome della verità.
Victor era a mezzo tra le due figure di ex comunisti di Hannah Arendt, chi è cresciuto nel Partito, poi abbandonandolo, e chi – specie gli artisti, gli intellettuali – col Partito ha fatto pezzi di strada assieme. O meglio “tra ex comunisti e coloro che hanno un passato comunista”, i primi portando nelle nuove esperienze i difetti della vecchia, la faziosità, la durezza. Non c’è una classificazione degli emigranti russi degli anni Settanta, quasi tutti obbligati, anche se rientravano negli accordi di Mosca con Kissinger. Ma è evidente che la categoria arendtiana dell’ex comunista anticomunista va loro stretta. Intanto perché implica un antirussismo (antipatriottismo) che in molti di loro non c’è, e non ci può essere: per loro si trattava di emigrare da un sistema politico a un altro, e non di andare in cerca di fortuna, come per gli ex comunisti occidentali, o di lasciare un giornale per un altro, una rivista per un’altra, o un gruppo di frequentazione o di riferimento. E perché negli anni 1970 emigrarono russi nati ed educati nel socialismo, seppure con gli anticorpi sovietici. Solženicyn e Zinov’ev da una parte, un Brodskij o Victor, appunto, dall’altra.
Detto questo, è anche chiaro che Victor è stato vittima del conformismo del Pci, anche dopo il 1989. A suo modo, divertito e non arcigno, il paradigma arendtiano finiva per assorbirlo. Anche se per un aspetto che la filosofa, operando sulla realtà americana, non considera: si può finire astretti all’anticomunismo in una realtà culturale (istituzionale, accademica, giornalistica) di stretta osservanza, anche se non si sa di che (e perfino al berlusconismo, in tanti casi ormai celebri: Vertone, Colletti, Ferrara, Bondi, etc.). Victor, seppure al suo modo, lieve, sarà stato vittima per molti aspetti dell’utopia, del socialismo che si vuole non autoritario, censorio, totalitario, imperialista, distruttore di risorse - ciò che infine s’intende per sovietismo. Che anche per questo trova all’Ovest una collocazione ardua, oltre che per essere un espatriato e un estraneo. E sempre è e vuol essere russo, anche quando le condizioni della vita gli impongono l’esilio.
Problemi di base - 22
spock
Dio è sempre intemperante nella Bibbia. Forse perché s’era ridotto a ciacolare ogni giorno con gli ebrei?
A un certo punto Dio non ha più parlato: è ancora offeso? E di che?
E perché ha lasciato la creazione incompleta, capiva lui stesso che non gli veniva bene?
Ignazio di Loyola è il santo delle superbia, violenta: ci vuole il male per il bene?
Perché Dio è meno di Darwin?
Perché la scienza è presuntuosa?
È Spatuzza che ha deciso di parlare il giorno prima della manifestazione di Di Pietro, o Di Pietro che ha deciso la manifestazione il ritorno dopo l’annunciazione di Spatuzza?
Che c’entra Spatuzza con Di Pietro? Forse per il vocabolario.
Perché la pornografia riesce meglio alle donne ma la fanno e la usano gli uomini?
spock@antiit.eu
Dio è sempre intemperante nella Bibbia. Forse perché s’era ridotto a ciacolare ogni giorno con gli ebrei?
A un certo punto Dio non ha più parlato: è ancora offeso? E di che?
E perché ha lasciato la creazione incompleta, capiva lui stesso che non gli veniva bene?
Ignazio di Loyola è il santo delle superbia, violenta: ci vuole il male per il bene?
Perché Dio è meno di Darwin?
Perché la scienza è presuntuosa?
È Spatuzza che ha deciso di parlare il giorno prima della manifestazione di Di Pietro, o Di Pietro che ha deciso la manifestazione il ritorno dopo l’annunciazione di Spatuzza?
Che c’entra Spatuzza con Di Pietro? Forse per il vocabolario.
Perché la pornografia riesce meglio alle donne ma la fanno e la usano gli uomini?
spock@antiit.eu
Borges va al Sud
La raccolta, già confluita in “Finzioni”, Borges ha ripubblicato nel 1956 arricchita di tre racconti che non facevano parte della prima edizione del 1944 (che è quella dell’edizione italiana di “Finzioni”, per la traduzione di Franco Lucentini). E di una Posdata al Prologo, una seconda paginetta in più di quella del 1944. Con la sua consueta naturalezza, Borges acclara la morte di Martin Fierro in “El fin”, anticipa la mania del complotto in “La secta del Fénix”, e s’immagina morto in “El Sur”, di mano meridionale, violenta – “forse il mio miglior racconto”: Borges si sognava libero dall’intelligenza fantastica, un peón libero della pampa.
Borges, Artificios, Alianza Cien, pp. 91, € 1
Borges, Artificios, Alianza Cien, pp. 91, € 1
lunedì 7 dicembre 2009
L'epoca della superbia
Sembra il solito problema tedesco, di vocabolario: il valore tedesco, Wert, non significa anche vitù e coraggio, ma solo interesse, valore economico. Però c’è dentro Marx, l’indigesto edificio di struttura e sovrastruttura. E per tutti è una verità, irresistibile, anche per l’anticapitalista – antimarxista. Fino a diventare – Schmitt non lo sapeva, ma lo sapeva – la radice della controversia fra la vita e la non vita. Il breve saggio, estemporaneo, preceduto ad una lunga avvertenza e situato dalla nota di Franco Volpi, è così la denuncia di un imbroglio, persuasiva: “Nessuno può valutare senza svalutare” (59). O anche: Realizzazione dei valori distruttiva dei valori – questo è uno dei titoletti che Schmitt sovrappose ai brevi paragrafi in cui compitò il suo discorso a braccio in un’edizione a stampa fatta per un centinaio di amici e allievi. E: “Il valore superiore ha il diritto e il dovere di sottomettere a sé il valore inferiore, e il valore in quanto tale annienta giustamente il non-valore in quanto tale” (60). Tradotto venticinque anni fa da Giano Accame, quando Schmitt era un “autore di destra”, ora riproposto senza pregiudizi da Volpi, il libricino è un’opera di filosofia di lettura insolitamente agevole, oltre che affascinante.
È l’antico problema della superbia, in epoca non secolarizzata, dietro le professioni di tiolleranza. Ed è un fatto non da poco, è il nostro modo di vita. Schmitt ne è cosciente: “Dal 1848 c’è osmosi e simbiosi filosofia dei valori e filosofia della vita” (p.24). È anzi la critica più radicale della contemporaneità - di cui i valori sono il fondamento e la debolezza. “Tutte le utopie sociali e biologiche anno a disposizione valori di ogni genere” (29). Ma la filosofia è (quasi) tutta per Schmitt: Nikolai Hartmann, che il titolo ha coniato, Max Scheler, il “Nietzsche cristiano”, e Heidegger (“il pensare per valori è la più grande bestemmia che si possa pensare per l’essere”, “Lettera sull’«umanismo»”). Nonché, su sponde apparentemente opposte, gli stessi Kant e Nietzsche, se non pure Max Weber, che i valori lasciano scettico. La Pace, la Giustizia, la Solidarietà, la costruzione dei valori ne è per molti effetti la neutralizzazione. In una lettera a Armin Mohler, ricorda Volpi, Schmitt si divertirà ad accomunare, sotto gli stessi valori, citazioni di Hitler, del papa e di Marx.
Carl Schmitt, La tirannia dei valori, Adelphi, pp. 107, € 5,50
È l’antico problema della superbia, in epoca non secolarizzata, dietro le professioni di tiolleranza. Ed è un fatto non da poco, è il nostro modo di vita. Schmitt ne è cosciente: “Dal 1848 c’è osmosi e simbiosi filosofia dei valori e filosofia della vita” (p.24). È anzi la critica più radicale della contemporaneità - di cui i valori sono il fondamento e la debolezza. “Tutte le utopie sociali e biologiche anno a disposizione valori di ogni genere” (29). Ma la filosofia è (quasi) tutta per Schmitt: Nikolai Hartmann, che il titolo ha coniato, Max Scheler, il “Nietzsche cristiano”, e Heidegger (“il pensare per valori è la più grande bestemmia che si possa pensare per l’essere”, “Lettera sull’«umanismo»”). Nonché, su sponde apparentemente opposte, gli stessi Kant e Nietzsche, se non pure Max Weber, che i valori lasciano scettico. La Pace, la Giustizia, la Solidarietà, la costruzione dei valori ne è per molti effetti la neutralizzazione. In una lettera a Armin Mohler, ricorda Volpi, Schmitt si divertirà ad accomunare, sotto gli stessi valori, citazioni di Hitler, del papa e di Marx.
Carl Schmitt, La tirannia dei valori, Adelphi, pp. 107, € 5,50
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