Pessoa, autore di un canzoniere sterminato, in nome proprio e eteronomo, che si pubblica postumo da settant’anni e non cessa di meravigliare, è anche scrittore politico. Reazionario, il suo “regime naturale” è “l’aristocrazia o la monarchia pura”. Uno che conclude: “Essere rivoluzionari significa servire il nemico. Essere liberali significa odiare la patria. La Democrazia moderna è un’orgia di traditori”. Così conclude “L’opinione pubblica”, il saggio più importante di questo libro impropriamente intitolato “Sulla tirannia”. Ed è apodittico, non ironico e riservato come negli scritti letterari, perfino "impegnato", troppo. Ma sempre sorprendente. La politica era la seconda passione di Pessoa, dopo la poesia, sono centinaia i “pezzi politici” del suo famoso baule. Reazionario per principio, anche se si definisce situazionista, e tuttavia perspicace - situazionista si dicharava un quarto di secolo prima del situazionismo.
Pessoa è quello che era, un don Chisciotte (ebbe anche una Dulcinea, la dattilografa dell’ufficio). Ma di eccezionale misura, nel giudizio politico come in poesia. Essendosi messo nella posizione del reazionario, ha un inedito aperçu delle miserie dell’opinione pubblica. Non inveritiero. Ne riconosce l’ereditarietà, oggi di direbbe l’imprinting, e il tradizionalismo, non innocui e anzi vitali: l’opinione pubblica, essendo istintuale e tradizionalista, si elabora non razionalmente ma conservativamente, ed è antagonista (chi non è per me è contro di me). Bene, anzi male: “A quali conclusioni portano queste semplici constatazioni?Allo sfaldamento integrale del concetto moderno di Democrazia, alla dimostrazione che la Democrazia, come la si intende modernamente, è essenzialmente nemica dell’opinione pubblica, e dunque antisociale, antipopolare e antipatriottica”. Segue dimostrazione.
Sembra assurdo che Pessoa, l’uomo e lo scrittore che si nega, abbia qualcosa da insegnare alla politica, della politica, ma ne aveva i mezzi, oltre che la passione. Da reazionario, ma con più di un insight dialettico. La democrazia, il suffragio, il liberalismo, il pacifismo sono “essenzialmente diretti contro l’opinione pubblica, contro il popolo”, anche questo è vero. “Cinque dialoghi sulla tirannia”, che dà il titolo, è il secondo saggio, debole, del libro. Il terzo è una spiegazione ancora nuova della massoneria in Europa.
Fernando Pessoa, Sulla tirannia, Guanda, a cura e con un saggio di Roberto Mulinacci, pp. 139, € 12
sabato 23 gennaio 2010
Viaggiare all'inglese, senza vedere
Byron viaggia come poi Chatwin, se uno non ha cominciato a leggerlo da “Che ci faccio qui?”, con la puzza al naso: non ha persone locali, né linguaggi o cose, solo fantasmi e aneddoti, all’opposto di Norman Douglas, Lear, Kipling. Insensibile alle persone, ai sentimenti, alle sensibilità differenti, ai linguaggi, perfino alla storia. Questo aiuta per i piccoli effetti: i contrasti, i bozzetti, le bizzarrie. Ma da viaggio tipicamente imperiale, anche se la sua maggiore bizzarria è che si fa con pochi soldi e a scrocco, di connazionali e nativi. Byron è vanitoso, arrogante, insolentisce gli ospiti, li mette in riga, così racconta dopo. Si va avanti veloci, non si ricorda niente.
Robert Byron, La strada per Oxiana
Robert Byron, La strada per Oxiana
giovedì 21 gennaio 2010
Perché Berlusconi non fa ridere
Non c’è satira, si dice ed è vero. Mentre non ci sono mai stati tanti comici in tv, anche seri. Non s’è mai fatta tanta satira e tanto cabaret. La verità vera è che tanta satira non fa ridere. E non fa ridere perché ha un solo soggetto, Berlusconi. Un soggetto che non “attacca”.
Perché il popolo italiano è subordinato? Lo si diceva una volta, quando si parlava di piccola borghesia e incomunicabilità. Ma nelle cronache l’antico spiritaccio è sempre all’opera, non ci sono santi. È che la satira vuole un soggetto solido. Qualcuno che nell’immaginario, e nell’intimo dello stesso caricaturista, sia sentito, sia pure oscuramente, criticamente, con rabbia, come qualcuno che ha qualcosa in più. Il satirico deve sentirsi sempre da meno del soggetto che ridicolizza. Altrimenti gli si sovrappone, e non fa che l’elogio di se stesso, “quanto sono bravo!” (intelligente, progressista, democratico, virtuoso, generoso, anche meglio di Cruijff e Beckenbauer, e perfino di Maradona), e di questo non frega niente a nessuno.
Berlusconi è ormai una biblioteca e un genere letterario. Ci sono da quindici anni costantemente in libreria più libri su di lui che nuovi gialli, il genere editoriale di maggior successo. Sono libri su tutti i delitti possibili, che Berlusconi ha commesso o potrebbe aver commesso – ma più su questi, l’uomo serve vivo. Mancavano quelli sessuali, ora ci sono anche quelli – scopare è un delitto in libreria. Manca l’assassinio, ma non mancherà. Alcuni vorrebbero far ridere: le barzellette di Berlusconi, le gaffes di Berlusconi, etc. E tuttavia Berlusconi è sempre lì, preso sul serio, e noi non ci divertiamo. Perché siamo troppo intelligenti, più intelligenti di lui.
È così che si ride di Berlusconi con Berlsuconi, basta e avanza con se stesso: grande soggetto di satira, ma se la fa da sé a se stesso. Si può dire infettivo, ha caricaturisti presi dalla loro autoconsiderazione. Camuffata solitamente da formule resistenziali, ciò che aggrava l’egomania con la stupidità, l’indifferenza alla realtà che è del terrorismo italiano. Ma non si ride con loro, se non il pubblico di “Annozero”, che si compiace di guardarsi in tv, pagato. E questa è la seconda verità di questa stagione infertile: fare la caricatura di qualcuno o qualcosa che si considera morto è una forma di suicidio, a meno che non sia patrocinata dallo Stato. In questo caso resta viva ma è fredda, come la risata del boia.
Perché il popolo italiano è subordinato? Lo si diceva una volta, quando si parlava di piccola borghesia e incomunicabilità. Ma nelle cronache l’antico spiritaccio è sempre all’opera, non ci sono santi. È che la satira vuole un soggetto solido. Qualcuno che nell’immaginario, e nell’intimo dello stesso caricaturista, sia sentito, sia pure oscuramente, criticamente, con rabbia, come qualcuno che ha qualcosa in più. Il satirico deve sentirsi sempre da meno del soggetto che ridicolizza. Altrimenti gli si sovrappone, e non fa che l’elogio di se stesso, “quanto sono bravo!” (intelligente, progressista, democratico, virtuoso, generoso, anche meglio di Cruijff e Beckenbauer, e perfino di Maradona), e di questo non frega niente a nessuno.
Berlusconi è ormai una biblioteca e un genere letterario. Ci sono da quindici anni costantemente in libreria più libri su di lui che nuovi gialli, il genere editoriale di maggior successo. Sono libri su tutti i delitti possibili, che Berlusconi ha commesso o potrebbe aver commesso – ma più su questi, l’uomo serve vivo. Mancavano quelli sessuali, ora ci sono anche quelli – scopare è un delitto in libreria. Manca l’assassinio, ma non mancherà. Alcuni vorrebbero far ridere: le barzellette di Berlusconi, le gaffes di Berlusconi, etc. E tuttavia Berlusconi è sempre lì, preso sul serio, e noi non ci divertiamo. Perché siamo troppo intelligenti, più intelligenti di lui.
È così che si ride di Berlusconi con Berlsuconi, basta e avanza con se stesso: grande soggetto di satira, ma se la fa da sé a se stesso. Si può dire infettivo, ha caricaturisti presi dalla loro autoconsiderazione. Camuffata solitamente da formule resistenziali, ciò che aggrava l’egomania con la stupidità, l’indifferenza alla realtà che è del terrorismo italiano. Ma non si ride con loro, se non il pubblico di “Annozero”, che si compiace di guardarsi in tv, pagato. E questa è la seconda verità di questa stagione infertile: fare la caricatura di qualcuno o qualcosa che si considera morto è una forma di suicidio, a meno che non sia patrocinata dallo Stato. In questo caso resta viva ma è fredda, come la risata del boia.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (52)
Giuseppe Leuzzi
Si celebrano a Palermo gli anniversari della cattura di Riina e Provenzano. È una forma, non sottile, di beatificazione della mafia nei suoi aspetti peggiori, bruta, brutta, stupida. A opera di giudici che processano gli autori degli arresti.
Titolano i giornaloni milanesi che fanno l’opinione: “L’Inter non molla. Sotto di due gol riprende il Bari in cinque minuti”, e poi, si suppone, lo risparmia per grandezza d’animo. “L'Inter ha sofferto tanto, tantissimo, ma ha saputo restare a galla, forte nel carattere quanto nei muscoli, qualità che le hanno consentito di portare a casa un punto prezioso”. L’Inter che “vale” quindici volte il Bari come ingaggi. È la sapienza dei forti: le debolezze trasformare in forza, i vizi in virtù.
“Quel che più mi ha sconvolto dei grandi processi staliniani è la fredda approvazione con cui gli uomini di Stato comunisti accettavano la condanna a morte dei loro amici”, dice Kundera in “Un incontro”, p. 123. Non c’è scambio possibile fra “convinzione” e “amicizia” (124): “Contrariamente alla puerile fedeltà a una convinzione, la fedeltà a un amico è un virtù, forse l’unica, l’ultima”. Al Sud ciò sarebbe detto omertà – di Sciascia è stato detto.
Kundera va anche oltre, a p.122: “Non c’è nulla di più sciocco che sacrificare un’amicizia alla politica. Sono fiero di non averlo mai fatto. Ho ammirato Mitterrand per come ha saputo restare fedele ai vecchi amici”. Di Vichy, petainisti, insomma fascisti al tempo dell’occupazione tedesca.
Nel suo terzo diario di guerra, “La capanna nella vigna”, Jünger ricorda un viaggio in Norvegia nel 1935 e un cantante norvegese, Celsus, che “prima di cantare in pubblico era sempre preso dal trac, dall’angoscia, il suono si faceva luce attraverso questa resistenza come attraverso una membrana, una griglia leggera”. Quando l’applauso arrivava, si trasformava: “Cantava allora con voce vibrante un da capo banale, come un tenore dei paesi meridionali”. Un buon tenore deve cantare membranaceo, grigliato, come “nei paesi settentrionali”?
La Corte d’assise d’appello di Palermo, la stessa che inscenò la trasferta promafiosa di Torino per sentire il pentito teologo Spatuzza, l’uomo dai cento omicidi, allevia la pena a un Graviano, uno dei boss attesi a testimoniare di fronte allo stesso augusto consesso contro Berlusconi. Il Procuratore capo dell’antimafia Grasso e il sostituto procuratore di Palermo Ingroia ammoniscono severi a non pensare male: “Il giudice è indipendente”. Sì, ma che c’entrano loro? Perché ci ammoniscono? E perché parlano insieme?
Il Procuratore nazionale antimafia Grasso fu incaricato trent’anni fa d’indagare sull’assassinio di Piersanti Mattarella. E indagò due terroristi di destra, Cavallini e l’eterno Fioravanti. Come fu possibile? Chi glieli mise davanti? Perché Grasso puntò su di loro?
Quanto Grasso “scoprì” che i terroristi non c’entravano, era troppo tardi per trovare gli assassini dell’onorevole siciliano, che infatti sono impuniti.
Milano
Milan Kundera ha un “paradosso luciferino” in “L’idillio figlio dell’orrore” (ripubblicato nel volume “Un incontro”): “Se una società (la nostra ad esempio) vomita violenza e malvagità gratuite, significa che le manca la vera esperienza del male”. La società “milanese” ad esempio. Di una città nei fatti probabilmente più ricca di Zurigo, quindi dell’Europa, e del mondo. Che si fa pagare la prima alla Scala dallo Stato. E', lo è stata per decenni, la città più inquinata d'Europa, ma non lo dice. E quella che ha il più gran numeo di stupri, di stupri denunciati, in assoluto e in rapporto alla popolazione, almeno uno al giorno, cento giorni l'anno anche due, più spesso domestici. E ha il record dei contagi Aids, due al giorno, quanti a New York, che è dieci volte più grande, e un terzo dei contagiati di tutta l’Italia. Perché vive di droga. Che domina il gusto, e le tariffe al ristorante: non mangia a meno di cento euro. E quando gioca vuole vincere, specie al calcio, dove nasconde i soldi, uno dei cento nascondigli. Ma teme il lavavetri al semaforo. E ha inventato la Lega, con Berlusconi. Questa è tutta Milano, ma questa è l’Italia.
La Lazio perde a Milano una causa in cui ha palesemente ragione, in modo che il calciatore Pandev vada al’Inter a parametro zero, senza cioè un euro per la squadra che lo ha maturato e valorizzato. Un giudice si era dimesso per non dover fare questa sentenza.
Il club di Moratti aveva negoziato con Pandev (e Ledesma, altro calciatore della Lazio) in tempi proibiti, quando la caccia calcistica era chiusa. Ma questo non interessa alla Lega e alla Federazione: Milano è immune da reati.
Mentre a Roma i tifosi della Lazio danno la colpa a lui e non all’Inter. E questo è il miracolo di Milano, fare tutti cornuti e contenti.
Sia l’italianità lo sguardo, la seduzione, il desiderio, la furberia. È italiana Trieste (Svevo, Saba), è italiana Genova (Montale, De André), e persino Torino (Cavour, Pavese). Non lo sono Manzoni, Cattaneo, gli scapigliati, che costruiscono la gelosia dai libri. La “passione” di Stendhal manca proprio a Milano e dintorni: l’occhiata, l’illusione, l’appuntamento rinviato. Milano non si differenzierebbe da Francoforte, se non perché non ha il fiume, e ha meno il gusto delle idee.
C’è sempre violenza politica a Milano, c’è stata il 13 dicembre, c’è stata il 12, c’è stata un anno fa, per il 12 dicembre e per il 25 aprile, c’è stata nel 1969 alla Fiera e a piazza Fontana esattamente come quarant’anni prima, forse a opera della stessa polizia politica. Ma la città non se ne fa un cruccio. Nemmeno il cardinale pensa di dover dire le solite parole buone. Anzi gli attentatori sono sempre figli di buona famiglia, morigerati, studiosi, di buone compagnie. Sarà qui, in questa impermeabilità, il segreto del successo? Altrove sarebbe detta omertà.
Mourinho vuole dire che nella partita Juventus-Inter gli sono state fischiate troppe punizioni contro. Ma non lo dice, accenna. Allude. E dunque la mafia ha contagiato l’italiano? Sembrerebbe: i giornalisti spiegano solleciti che Mourinho non può dire di più, altrimenti verrà censurato o punito dalle autorità calcistiche, ma proprio questo è mafia, il qui lo dico e qui lo nego, e l’omertà dei giornalisti che lo contornano. Ci rubano anche la mafia.
Calabria come cifra
Si può dire la Calabria un mondo a parte. Per i lombardi o i piemontesi non solo, ma anche per i pugliesi e gli stessi lucani. Anche perché la divisione amministrativa è pure geografica e, a suo modo, etnica. Che non vuol dire un altro mondo, quale è l’America Latina, o la Groenlandia. Ma un mondo a parte nel resto d’Italia, per il linguaggio, la psicologia, la stessa storia, benché ignota.
La litote è la cifra del linguaggio, invariabile. Anche nei momenti tragici, o tristi: la rappresentazione e l’understatement. Ma ognuno sempre nel suo ruolo: il medico è grave, l’avvocato arruffone, il giudice muto, il negoziante loffio, per sua stessa fede.
La parentela del sangue: paterna, fraterna, prima che coniugale, avunculare, patriarcale - il nonno dà il nome di battesimo e il soprannome, ed è considerato capostipite.
Ne “Il sentiero dei nidi di ragno”, la raccolta di racconti di Calvino, quattro cognati calabresi compiono efferatezza contro i nazifascisti.
A Bovalino un impiegato di banca ha controllato ogni movimento della moglie attraverso un telefonino di cui le aveva fatto dono. Un programma specifico, inserito proditoriamente nel costoso telefonino, gliene faceva sentire fino i sospiri. È stato beccato e condannato. Questo per dire della dipendenza della donna del Sud. Ma questo non è la novità.
La vicenda è tipica di chi mima gli usi dominanti, che li pensa buoni per tutti. Mentre le intercettazioni sono libere solo a Milano, contro coloro che “Milano” vuole intercettati.
La protezione della baronessa Cordopatri, la trasformazione dei sequestri in confische, le indagini patrimoniali. Sembra poco, è poco, ma ha significato lo smantellamento della mafia di Castellace, col conseguente dislocamento di tutta la mafia della Piana (pentimenti, ammazzamenti), e un primo screening, peraltro non difficile, tutti la vedevano e la vedono, sull’incredibile ramificazione di interessi che la mafia calabrese si è concessa negli anni dell’antimafia, gli Ottanta, i Novanta. Il miglior ministro per la Calabria, un vero ministro dell’Interno, sarà stato Maroni, un leghista.
Due pagine del Consiglio regionale Calabria per magnificare l’inerzia del suo presidente Bova. Due pagine di pubblicità sui maggiori giornali nazionali, per una spesa piuttosto onerosa. Per lanciare la candidatura dello stesso Bova alle primarie del partito Democratico in vista delle elezioni regionali, contro il presidente uscente della Regione Loiero.
Quanto spenderà Bova se riesce a vincere le primarie? O le due pagine se le è pagate di tasca propria?
Non ci sono giudici in Calabria? Nemmeno contabili?
leuzzi@antiit.eu
Si celebrano a Palermo gli anniversari della cattura di Riina e Provenzano. È una forma, non sottile, di beatificazione della mafia nei suoi aspetti peggiori, bruta, brutta, stupida. A opera di giudici che processano gli autori degli arresti.
Titolano i giornaloni milanesi che fanno l’opinione: “L’Inter non molla. Sotto di due gol riprende il Bari in cinque minuti”, e poi, si suppone, lo risparmia per grandezza d’animo. “L'Inter ha sofferto tanto, tantissimo, ma ha saputo restare a galla, forte nel carattere quanto nei muscoli, qualità che le hanno consentito di portare a casa un punto prezioso”. L’Inter che “vale” quindici volte il Bari come ingaggi. È la sapienza dei forti: le debolezze trasformare in forza, i vizi in virtù.
“Quel che più mi ha sconvolto dei grandi processi staliniani è la fredda approvazione con cui gli uomini di Stato comunisti accettavano la condanna a morte dei loro amici”, dice Kundera in “Un incontro”, p. 123. Non c’è scambio possibile fra “convinzione” e “amicizia” (124): “Contrariamente alla puerile fedeltà a una convinzione, la fedeltà a un amico è un virtù, forse l’unica, l’ultima”. Al Sud ciò sarebbe detto omertà – di Sciascia è stato detto.
Kundera va anche oltre, a p.122: “Non c’è nulla di più sciocco che sacrificare un’amicizia alla politica. Sono fiero di non averlo mai fatto. Ho ammirato Mitterrand per come ha saputo restare fedele ai vecchi amici”. Di Vichy, petainisti, insomma fascisti al tempo dell’occupazione tedesca.
Nel suo terzo diario di guerra, “La capanna nella vigna”, Jünger ricorda un viaggio in Norvegia nel 1935 e un cantante norvegese, Celsus, che “prima di cantare in pubblico era sempre preso dal trac, dall’angoscia, il suono si faceva luce attraverso questa resistenza come attraverso una membrana, una griglia leggera”. Quando l’applauso arrivava, si trasformava: “Cantava allora con voce vibrante un da capo banale, come un tenore dei paesi meridionali”. Un buon tenore deve cantare membranaceo, grigliato, come “nei paesi settentrionali”?
La Corte d’assise d’appello di Palermo, la stessa che inscenò la trasferta promafiosa di Torino per sentire il pentito teologo Spatuzza, l’uomo dai cento omicidi, allevia la pena a un Graviano, uno dei boss attesi a testimoniare di fronte allo stesso augusto consesso contro Berlusconi. Il Procuratore capo dell’antimafia Grasso e il sostituto procuratore di Palermo Ingroia ammoniscono severi a non pensare male: “Il giudice è indipendente”. Sì, ma che c’entrano loro? Perché ci ammoniscono? E perché parlano insieme?
Il Procuratore nazionale antimafia Grasso fu incaricato trent’anni fa d’indagare sull’assassinio di Piersanti Mattarella. E indagò due terroristi di destra, Cavallini e l’eterno Fioravanti. Come fu possibile? Chi glieli mise davanti? Perché Grasso puntò su di loro?
Quanto Grasso “scoprì” che i terroristi non c’entravano, era troppo tardi per trovare gli assassini dell’onorevole siciliano, che infatti sono impuniti.
Milano
Milan Kundera ha un “paradosso luciferino” in “L’idillio figlio dell’orrore” (ripubblicato nel volume “Un incontro”): “Se una società (la nostra ad esempio) vomita violenza e malvagità gratuite, significa che le manca la vera esperienza del male”. La società “milanese” ad esempio. Di una città nei fatti probabilmente più ricca di Zurigo, quindi dell’Europa, e del mondo. Che si fa pagare la prima alla Scala dallo Stato. E', lo è stata per decenni, la città più inquinata d'Europa, ma non lo dice. E quella che ha il più gran numeo di stupri, di stupri denunciati, in assoluto e in rapporto alla popolazione, almeno uno al giorno, cento giorni l'anno anche due, più spesso domestici. E ha il record dei contagi Aids, due al giorno, quanti a New York, che è dieci volte più grande, e un terzo dei contagiati di tutta l’Italia. Perché vive di droga. Che domina il gusto, e le tariffe al ristorante: non mangia a meno di cento euro. E quando gioca vuole vincere, specie al calcio, dove nasconde i soldi, uno dei cento nascondigli. Ma teme il lavavetri al semaforo. E ha inventato la Lega, con Berlusconi. Questa è tutta Milano, ma questa è l’Italia.
La Lazio perde a Milano una causa in cui ha palesemente ragione, in modo che il calciatore Pandev vada al’Inter a parametro zero, senza cioè un euro per la squadra che lo ha maturato e valorizzato. Un giudice si era dimesso per non dover fare questa sentenza.
Il club di Moratti aveva negoziato con Pandev (e Ledesma, altro calciatore della Lazio) in tempi proibiti, quando la caccia calcistica era chiusa. Ma questo non interessa alla Lega e alla Federazione: Milano è immune da reati.
Mentre a Roma i tifosi della Lazio danno la colpa a lui e non all’Inter. E questo è il miracolo di Milano, fare tutti cornuti e contenti.
Sia l’italianità lo sguardo, la seduzione, il desiderio, la furberia. È italiana Trieste (Svevo, Saba), è italiana Genova (Montale, De André), e persino Torino (Cavour, Pavese). Non lo sono Manzoni, Cattaneo, gli scapigliati, che costruiscono la gelosia dai libri. La “passione” di Stendhal manca proprio a Milano e dintorni: l’occhiata, l’illusione, l’appuntamento rinviato. Milano non si differenzierebbe da Francoforte, se non perché non ha il fiume, e ha meno il gusto delle idee.
C’è sempre violenza politica a Milano, c’è stata il 13 dicembre, c’è stata il 12, c’è stata un anno fa, per il 12 dicembre e per il 25 aprile, c’è stata nel 1969 alla Fiera e a piazza Fontana esattamente come quarant’anni prima, forse a opera della stessa polizia politica. Ma la città non se ne fa un cruccio. Nemmeno il cardinale pensa di dover dire le solite parole buone. Anzi gli attentatori sono sempre figli di buona famiglia, morigerati, studiosi, di buone compagnie. Sarà qui, in questa impermeabilità, il segreto del successo? Altrove sarebbe detta omertà.
Mourinho vuole dire che nella partita Juventus-Inter gli sono state fischiate troppe punizioni contro. Ma non lo dice, accenna. Allude. E dunque la mafia ha contagiato l’italiano? Sembrerebbe: i giornalisti spiegano solleciti che Mourinho non può dire di più, altrimenti verrà censurato o punito dalle autorità calcistiche, ma proprio questo è mafia, il qui lo dico e qui lo nego, e l’omertà dei giornalisti che lo contornano. Ci rubano anche la mafia.
Calabria come cifra
Si può dire la Calabria un mondo a parte. Per i lombardi o i piemontesi non solo, ma anche per i pugliesi e gli stessi lucani. Anche perché la divisione amministrativa è pure geografica e, a suo modo, etnica. Che non vuol dire un altro mondo, quale è l’America Latina, o la Groenlandia. Ma un mondo a parte nel resto d’Italia, per il linguaggio, la psicologia, la stessa storia, benché ignota.
La litote è la cifra del linguaggio, invariabile. Anche nei momenti tragici, o tristi: la rappresentazione e l’understatement. Ma ognuno sempre nel suo ruolo: il medico è grave, l’avvocato arruffone, il giudice muto, il negoziante loffio, per sua stessa fede.
La parentela del sangue: paterna, fraterna, prima che coniugale, avunculare, patriarcale - il nonno dà il nome di battesimo e il soprannome, ed è considerato capostipite.
Ne “Il sentiero dei nidi di ragno”, la raccolta di racconti di Calvino, quattro cognati calabresi compiono efferatezza contro i nazifascisti.
A Bovalino un impiegato di banca ha controllato ogni movimento della moglie attraverso un telefonino di cui le aveva fatto dono. Un programma specifico, inserito proditoriamente nel costoso telefonino, gliene faceva sentire fino i sospiri. È stato beccato e condannato. Questo per dire della dipendenza della donna del Sud. Ma questo non è la novità.
La vicenda è tipica di chi mima gli usi dominanti, che li pensa buoni per tutti. Mentre le intercettazioni sono libere solo a Milano, contro coloro che “Milano” vuole intercettati.
La protezione della baronessa Cordopatri, la trasformazione dei sequestri in confische, le indagini patrimoniali. Sembra poco, è poco, ma ha significato lo smantellamento della mafia di Castellace, col conseguente dislocamento di tutta la mafia della Piana (pentimenti, ammazzamenti), e un primo screening, peraltro non difficile, tutti la vedevano e la vedono, sull’incredibile ramificazione di interessi che la mafia calabrese si è concessa negli anni dell’antimafia, gli Ottanta, i Novanta. Il miglior ministro per la Calabria, un vero ministro dell’Interno, sarà stato Maroni, un leghista.
Due pagine del Consiglio regionale Calabria per magnificare l’inerzia del suo presidente Bova. Due pagine di pubblicità sui maggiori giornali nazionali, per una spesa piuttosto onerosa. Per lanciare la candidatura dello stesso Bova alle primarie del partito Democratico in vista delle elezioni regionali, contro il presidente uscente della Regione Loiero.
Quanto spenderà Bova se riesce a vincere le primarie? O le due pagine se le è pagate di tasca propria?
Non ci sono giudici in Calabria? Nemmeno contabili?
leuzzi@antiit.eu
mercoledì 20 gennaio 2010
D'Alema statista in disarmo dei servizi - 1
Il Procuratore capo di Bari Antonio Laudati chiama una conferenza stampa e dice: “Prendo atto di possibili strumentalizzazioni di indagini in atto per finalità diverse da quelle processuali”. Che avrebbero dei responsabili: “Non può escludersi che esse siano riferibili a componenti del gruppo investigativo”. Contro i quali non prende provvedimenti, nemmeno una piccola indagine.
Non è una novità, Bari è una Procura che non è seconda a nessuno: si sa e non si sa, non si dice, e si fa quel che si deve fare, magari si combattono per sedici anni Formica e Lattanzi, il Psi e la Dc dei primi anni Novanta, arrendendosi solo di fronte a un'assoluzione inappellabile. In precedenza lo stesso Procuratore Capo, nel processo contro Tarantini, aveva tuonato: "Intendo identificare e assicurare alla giustizia i pubblici ufficiali che hanno consegnato ai giornalisti i verbali di Tarantini". Senza problemi per nessuno - è evidente che Tarantini "non si può" indagare, non è il primo personaggio un po' bello, un po' fatuo, un po' equivoco, che viene messo a ingombrare la scena. Semplicemente, il dottor Laudati, che è a Bari da quattro o cinque mesi ma viene dall'antimafia, sa con chi ha in realtà a confrontarsi, ma sa pure che l’intercettazione diffusa a carico di Vendola è leggerina.
Del resto, non è Laudati in campo contro Vendola, è D’Alema. Che è a Bari a coordinare l’offensiva contro il presidente uscente della Regione. L’offensiva politica. Ma evidentemente anche repressiva: gli investigatori felloni di Laudati hanno infatti accusato Vendola di pressioni per la nomina di un primario. Non di pressioni, di doglianze per la mancata nomina. Non di doglianze, di meraviglia... Come se Vendola fosse uno scemo che uno sbirro incastra.
Ora, questo non depone bene per gli investigatori. Ma anche per lo statista D’Alema. A giugno era stato efficace, quando in ventiquattro ore ribaltò la rielezione compromessa dell’incredibile suo sindaco di Bari, il giudice Emiliano. Il giudice Scelsi dalle ferie e gli investigatori a Bari pronti esumarono la puttana di Berlusconi, ne fecero la prima pagina del “Corriere della sera”, ed Emiliano, che era finito al ballottaggio, e si dava perdente, si riprese. Contro Vendola, invece, gli investigatori di D’Alema hanno toppato: sono stati prontamente d’aiuto, tanto più volentieri ora che D’Alema sta per diventare presidente dei servizi segreti, dove gli stipendi sono doppi, ma hanno prodotto un’intercettazione da ridere.
Non è una novità, Bari è una Procura che non è seconda a nessuno: si sa e non si sa, non si dice, e si fa quel che si deve fare, magari si combattono per sedici anni Formica e Lattanzi, il Psi e la Dc dei primi anni Novanta, arrendendosi solo di fronte a un'assoluzione inappellabile. In precedenza lo stesso Procuratore Capo, nel processo contro Tarantini, aveva tuonato: "Intendo identificare e assicurare alla giustizia i pubblici ufficiali che hanno consegnato ai giornalisti i verbali di Tarantini". Senza problemi per nessuno - è evidente che Tarantini "non si può" indagare, non è il primo personaggio un po' bello, un po' fatuo, un po' equivoco, che viene messo a ingombrare la scena. Semplicemente, il dottor Laudati, che è a Bari da quattro o cinque mesi ma viene dall'antimafia, sa con chi ha in realtà a confrontarsi, ma sa pure che l’intercettazione diffusa a carico di Vendola è leggerina.
Del resto, non è Laudati in campo contro Vendola, è D’Alema. Che è a Bari a coordinare l’offensiva contro il presidente uscente della Regione. L’offensiva politica. Ma evidentemente anche repressiva: gli investigatori felloni di Laudati hanno infatti accusato Vendola di pressioni per la nomina di un primario. Non di pressioni, di doglianze per la mancata nomina. Non di doglianze, di meraviglia... Come se Vendola fosse uno scemo che uno sbirro incastra.
Ora, questo non depone bene per gli investigatori. Ma anche per lo statista D’Alema. A giugno era stato efficace, quando in ventiquattro ore ribaltò la rielezione compromessa dell’incredibile suo sindaco di Bari, il giudice Emiliano. Il giudice Scelsi dalle ferie e gli investigatori a Bari pronti esumarono la puttana di Berlusconi, ne fecero la prima pagina del “Corriere della sera”, ed Emiliano, che era finito al ballottaggio, e si dava perdente, si riprese. Contro Vendola, invece, gli investigatori di D’Alema hanno toppato: sono stati prontamente d’aiuto, tanto più volentieri ora che D’Alema sta per diventare presidente dei servizi segreti, dove gli stipendi sono doppi, ma hanno prodotto un’intercettazione da ridere.
D'Alema statista in disarmo dei servizi - 2
C’è una corrente D’Alema contro Bersani? O ci sono due servizi d’investigazione e informazione in contrasto, uno a favore e uno contro D’Alema-Bersani? D’informazione dei giornali, insomma di scandalismo politico. Perché D’Alema è ritenuto ed è lo sponsor di Bersani. Ma le due intercettazioni date ieri ai giornali sembrano mettere in dubbio la cosa. O, appunto, lasciano ipotizzare due servizi in concorrenza.
Una intercettazione è quella in cui Vendola esprime incredulità per la mancata nomina a primario del chirurgo barese Logroscino, che viene da Harvard, dove è professore. L’altra intercettazione è quella di due medici bolognesi che, parlando con interlocutori calabresi, dicono tra l’altro che il professor Marino non sarà primario a Bologna, essendosi candidato contro Bersani. Questa indiscrezione ha veramente un padre, il Procuratore di Crotone Pierpaolo Bruni. Il quale, non avendo nulla da fare, la Calabria è ormai come la Svizzera, non ha più criminali, si è rilette le lunghe intercettazioni e ha scoperto in queste due telefonate elementi “apprezzabili”, ha detto, sotto il profilo penale. A carico dei medici? Di Bersani? Dei calabresi che importunano i primari di Bologna?
Si potrebbe ritenere il giudice parte di una sua corrente anti D’Alema-Bersani. Facendo così salva l’unità dei servizi d’intercettazione e informazione. Ma anche in questo caso la statura di statista di D’Alema esce diminuita: chi controlla le intercettazioni? Quella di Bari, dove si registra la mancata nomina di un luminare per bieche manovre politiche, viene fatta valere a carico del luminare stesso. Quella di Bologna, dove si produce analoga situazione, viene invece fatta valere a carico della politica.
Una intercettazione è quella in cui Vendola esprime incredulità per la mancata nomina a primario del chirurgo barese Logroscino, che viene da Harvard, dove è professore. L’altra intercettazione è quella di due medici bolognesi che, parlando con interlocutori calabresi, dicono tra l’altro che il professor Marino non sarà primario a Bologna, essendosi candidato contro Bersani. Questa indiscrezione ha veramente un padre, il Procuratore di Crotone Pierpaolo Bruni. Il quale, non avendo nulla da fare, la Calabria è ormai come la Svizzera, non ha più criminali, si è rilette le lunghe intercettazioni e ha scoperto in queste due telefonate elementi “apprezzabili”, ha detto, sotto il profilo penale. A carico dei medici? Di Bersani? Dei calabresi che importunano i primari di Bologna?
Si potrebbe ritenere il giudice parte di una sua corrente anti D’Alema-Bersani. Facendo così salva l’unità dei servizi d’intercettazione e informazione. Ma anche in questo caso la statura di statista di D’Alema esce diminuita: chi controlla le intercettazioni? Quella di Bari, dove si registra la mancata nomina di un luminare per bieche manovre politiche, viene fatta valere a carico del luminare stesso. Quella di Bologna, dove si produce analoga situazione, viene invece fatta valere a carico della politica.
Il socialismo impossibile, di Bordiga e dopo
È singolare che in novant’anni l’incapacità sia sempre la stessa, quella del socialismo – della sinistra – di porsi al centro della politica italiana. Per quanto armato di buone intenzioni e ottimi argomenti. Ha dovuto cedere prima al fascismo, poi alla Dc e al Pci, di Togliatti e Berlinguer, ora a Berlusconi e alle terze linee di Berlinguer e della Dc. Non si può dire a questo punto senza colpa, anche se non si sa quale. Altrove, resistenze ben più forti il socialismo ha vissuto in varie epoche, in Francia soprattutto e in Gran Bretagna, per non dire della Spagna e della Germania, senza però perdersi e disperdersi.
Andreina De Clementi, Amedeo Bordiga
Andreina De Clementi, Amedeo Bordiga
lunedì 18 gennaio 2010
Quanta resistenza a Hitler, ma non si dica
Continua e finisce lo Jünger aneddotico dei diari di guerra, con aspetti che si ricordano poco della Liberazione, quanto può essere ingiusta. Lo stesso Jünger fu interdetto dalla pubblicazione dopo la guerra fino al 1949, dalle autorità britanniche di occupazione - mentre peraltro in Francia veniva pubblicato, anche l’inedito “La Pace” del 1943 (1947), e celebrato, come con Heidegger. Ma di tutto questo non c’è cenno qui. La prima redazione di questo terzo diario di guerra uscì nel 1958, molto tardi rispetto agli altri due, col titolo “Jahre der Okkupation”, e ancora senza convincere lo stesso autore. Jünger era ancora perplesso sull’opportunità di dire le orrende impressioni della sconfitta, benché amareggiato dalle vessazioni delle autorità britanniche, che non consideravano “sufficiente” il suo antinazismo: l’“Occupazione” ebbe quindi circolazione limitata, e non ne fu consentita la traduzione. La nuova redazione trae il titolo dal Libro di Isaia – le lettura della Bibbia scandisce le giornate dell’autore nel 1945. Questo terzo volet è però il più jungheriano dei primi due, tra l’aneddoto, il taglio della storia, la filosofia, la lingua.
Tra le curiosità c’è Goebbels, che Jünger vede al momento del passaggio dal comunismo a Hitler. Ed è una delle sorprese di Jünger in questo diario, la riflessione che la sinistra si subordina la destra (se la subordinava prima del 1989) in tutto il mondo a partire dalla rivoluzione del 1789, eccetto che in Germania, “dove ha fallito fin dall’inizio”. Insieme con le tante altre, che non deluderanno i lettori di Jünger: la primogenitura del male banale, la globalizzazione che promuove i localismi (“i popoli, spogliandosi della pelle che è lo Stato nazionale, non appariranno che più marcatamente nella loro condizione propria, la cultura del paese natale”), la biografia come un giardino, il linguaggio geroglifico delle piante e gli animali, l’uso delle droghe, la natura irriducibile a Darwin, la saggezza tibetana delle asimmetrie, la vivisezione residuo del "vecchio mondo feticista", la libertà espressa, “nelle contrade dove regna una raffinateza particolare, in Toscana per esempio”, da un saluto ripetuto uguale, ma diverso nelle sfumature. E quella specialità tedesca su cui non si è riflettuto, dei rivoluzionari conservatori a braccetto con i comunisti: Jünger ricorda qui la Società per lo studio dell’economia pianificata sovietica, Arplan, di Arvid Harnack e Friedrich Lenz, alle cui discussioni partecipavano, con lui e Ernst Niekisch, anche intellettuali comunisti – Jünger cita Lukáks, c’erano anche Wittfogel, Toller. Oltre al salotto aperto in casa del Dottor Goebbels, prima di Hitler naturalmente, dove i comunisti spesso erano anche ebrei. Con la sottospecialità, di cui Jünger è alfiere: non magnificare la resistenza, sconfina col tradimento, pur lodando "il coraggio nella guerra civile", con l'esempio di Niekisch. Della Società per lo studio dell'economia Jünger omette la parola “sovietica”, e non cita Harnack, personaggio pure di spicco, perché fu giustiziato a fine 1944 come spia di Stalin.
La cautela si spiega così, è qui uno Jünger soprattutto amareggiato dalla Liberazione. Dalla libertà di saccheggio e violenza a Est, dalle deportazioni in massa di diecine di milioni di tedeschi, dalla pace preclusa. La colpa collettiva, riflette, va su due binari: compartire la colpa del vicino, del familiare, di ogni altro tedesco, e accettare la vendetta delle vittime. Ma la vendetta, oltre certi limiti, opera per un inoppugnabile revanscismo. Di cui pone le basi, ricordando l’estensione della resistenza in Germania sotto Hitler: “Credo che in nessun altro esercito, nei suoi stati maggiori, la situazione giuridica del proprio paese in guerra sia mai stata giudicata più severamente”.
Non ci sono grandi eventi. Lo scrittore smobilitato legge le Scritture, Vico, Dostoevskij, Tallemant des Réaux, le "Mille e una notte", coltiva l'orto, scava e secca la torba per l'inverno, ospita ogni notte sfollati, ordina la corrispondenza, ricorda le tante volte che la Gestapo lo ha interrogato o perquisito, talvolta ricorda il "fratello fisico", senza nome, prigioniero all'Ovest, la mamma e la sorella disperse all'Est, mentre per il fratello amato Friedrcih Georg si mette in viaggio. E tuttavia si fa leggere. Più di tutto essendo uno stilista, direbbe Céline: "Il tedesco ha preso fluidità, e questa evoluzione dura ancora. Si possono tirare le frasi fuori dal crogiolo come dal vetro,per vedere con che grado di leggerezza la massa si dissolve in gocce". Con i soliti lampi, gli jungheriani tagli nella storia. Uno è attualissimo e verissimo, in Iraq e Afghanistan, il fallimento inevitabile della "liberazione" di un paese informe: "La gestione di un paese conquistato è tanto più semplice quanto più esso è coltivato, minuziosamente organizzato. Si spiega così il successo di Alessandro nell'impero persiano, il fallimento di Napoleone in Russia e in Spagna". Nazionalrivoluzionario sempre, ma più considerato, e sempre distillatore prodigioso della lettura lenta.
Ernst Jünger, La capanna nella vigna, Guanda, pp. 280, € 20
Tra le curiosità c’è Goebbels, che Jünger vede al momento del passaggio dal comunismo a Hitler. Ed è una delle sorprese di Jünger in questo diario, la riflessione che la sinistra si subordina la destra (se la subordinava prima del 1989) in tutto il mondo a partire dalla rivoluzione del 1789, eccetto che in Germania, “dove ha fallito fin dall’inizio”. Insieme con le tante altre, che non deluderanno i lettori di Jünger: la primogenitura del male banale, la globalizzazione che promuove i localismi (“i popoli, spogliandosi della pelle che è lo Stato nazionale, non appariranno che più marcatamente nella loro condizione propria, la cultura del paese natale”), la biografia come un giardino, il linguaggio geroglifico delle piante e gli animali, l’uso delle droghe, la natura irriducibile a Darwin, la saggezza tibetana delle asimmetrie, la vivisezione residuo del "vecchio mondo feticista", la libertà espressa, “nelle contrade dove regna una raffinateza particolare, in Toscana per esempio”, da un saluto ripetuto uguale, ma diverso nelle sfumature. E quella specialità tedesca su cui non si è riflettuto, dei rivoluzionari conservatori a braccetto con i comunisti: Jünger ricorda qui la Società per lo studio dell’economia pianificata sovietica, Arplan, di Arvid Harnack e Friedrich Lenz, alle cui discussioni partecipavano, con lui e Ernst Niekisch, anche intellettuali comunisti – Jünger cita Lukáks, c’erano anche Wittfogel, Toller. Oltre al salotto aperto in casa del Dottor Goebbels, prima di Hitler naturalmente, dove i comunisti spesso erano anche ebrei. Con la sottospecialità, di cui Jünger è alfiere: non magnificare la resistenza, sconfina col tradimento, pur lodando "il coraggio nella guerra civile", con l'esempio di Niekisch. Della Società per lo studio dell'economia Jünger omette la parola “sovietica”, e non cita Harnack, personaggio pure di spicco, perché fu giustiziato a fine 1944 come spia di Stalin.
La cautela si spiega così, è qui uno Jünger soprattutto amareggiato dalla Liberazione. Dalla libertà di saccheggio e violenza a Est, dalle deportazioni in massa di diecine di milioni di tedeschi, dalla pace preclusa. La colpa collettiva, riflette, va su due binari: compartire la colpa del vicino, del familiare, di ogni altro tedesco, e accettare la vendetta delle vittime. Ma la vendetta, oltre certi limiti, opera per un inoppugnabile revanscismo. Di cui pone le basi, ricordando l’estensione della resistenza in Germania sotto Hitler: “Credo che in nessun altro esercito, nei suoi stati maggiori, la situazione giuridica del proprio paese in guerra sia mai stata giudicata più severamente”.
Non ci sono grandi eventi. Lo scrittore smobilitato legge le Scritture, Vico, Dostoevskij, Tallemant des Réaux, le "Mille e una notte", coltiva l'orto, scava e secca la torba per l'inverno, ospita ogni notte sfollati, ordina la corrispondenza, ricorda le tante volte che la Gestapo lo ha interrogato o perquisito, talvolta ricorda il "fratello fisico", senza nome, prigioniero all'Ovest, la mamma e la sorella disperse all'Est, mentre per il fratello amato Friedrcih Georg si mette in viaggio. E tuttavia si fa leggere. Più di tutto essendo uno stilista, direbbe Céline: "Il tedesco ha preso fluidità, e questa evoluzione dura ancora. Si possono tirare le frasi fuori dal crogiolo come dal vetro,per vedere con che grado di leggerezza la massa si dissolve in gocce". Con i soliti lampi, gli jungheriani tagli nella storia. Uno è attualissimo e verissimo, in Iraq e Afghanistan, il fallimento inevitabile della "liberazione" di un paese informe: "La gestione di un paese conquistato è tanto più semplice quanto più esso è coltivato, minuziosamente organizzato. Si spiega così il successo di Alessandro nell'impero persiano, il fallimento di Napoleone in Russia e in Spagna". Nazionalrivoluzionario sempre, ma più considerato, e sempre distillatore prodigioso della lettura lenta.
Ernst Jünger, La capanna nella vigna, Guanda, pp. 280, € 20
I cani piccolo borghesi dell'intellettuale
Incredibile l’attualità di un testo di quarant’anni fa, e della lettera di trent’anni fa che l’accompagna agli Straub, sui conflitti ebraici: in Palestina e con l’essere ebreo. Fortini sa, capisce, è del mondo, è tutto politico. Ma quando “crea” – scrive per l’eternità – si aggroviglia. Per l’originario, qui strabordevole, vizio intellettuale o piccolo-borghese: assolutizzazione della politica, canonizzazione dei comportamenti, strumentazioni rigide, cioè limitate. Che volentieri si esprime nella deprecazione – contro il piccolo borghese anzitutto. Da qui forse, da questa identificazione con una condizione tanto deprecata, l’irrequietezza, l’abominio di sé.
Franco Fortini, I cani del Sinai
Franco Fortini, I cani del Sinai
domenica 17 gennaio 2010
Ombre - 39
I resti del Psi celebrano Craxi a Hammamet. Mentre Bersani va non invitato a Caltagirone, a celebrare don Sturzo, l’anticomunista più duro e puro. E non a Hammamet, dove era stato invitato, e avrebbe potuto raccogliere qualche milione di voti. Lo fa per tenersi stretto Di Pietro, che solo cerca di rubargli voti e non di portargliene. C'è una tabe nell'ex Pci di Berlinguer, una tara ereditaria?
Si celebra Craxi a ogni occasione, malgrado i Di Pietro, i Borrelli, gli “Economist” eccetera. Non si è mai celebrato Togliatti, né per il decennale né per il venti, il trenta, il quarantennale. E anche di Berlinguer si sono perdute le tracce, malgrado i berlingueriani siano sempre tra noi, e il suo assurdo compromesso storico.
“Un’Inter inossidabile”, titolano i giornaloni milanesi che fanno l’opinione in tutta Italia: “L’Inter non molla. Sotto di due gol riprende il Bari in cinque minuti” - e poi, si suppone, lo risparmia per grandezza d’animo. “L'Inter ha sofferto tanto, tantissimo, ma ha saputo restare a galla, forte nel carattere quanto nei muscoli, qualità che le hanno consentito di portare a casa un punto prezioso”. L’Inter che “vale” quindici volte il Bari come ingaggi. È la sapienza dei forti: le debolezze trasformare in forza, i vizi in virtù. Senza senso del ridicolo: l’autocoscienza è una molla, per darsi la carica.
Mannino è assolto definitivamente dopo nove mesi di carcere e quasi vent’anni di processo, con vari gradi di giudizio a suo favore, dall’accusa di mafia. Che gli fu mossa su istigazione di Ciancimino, suo nemico politico e mafioso notorio. Ma nessuno dei procuratori che ha fatto proprio l’odio di Ciancimino si è scusato con lui. Credono ancora a Ciancimino?
Saul Friedländer attribuisce su “Repubblica” l’Olocausto in Polonia anche ai polacchi, ai capi della Resistenza polacca, perché “l’antisemitismo aveva origini religiose”. L’antisemitismo dei campi di sterminio? Ma non si capacita perché gli italiani proteggessero gli ebrei: “Eppure doveva essere il contrario, vista la forte influenza della chiesa” in Italia. Uno storico mezzo filosofo che, scrive Fiamma Nirenstein, in guerra è stato “nascosto in un convento in Francia”.
“Zeitgeist: il Grande Mistero”, il film che ingombra Internet e Sky fa vedere: due ore e mezza di complotti. Cristo non è mai esistito, e ha misconosciuto i diritti umani, l’ha detto Thomas Paine, l’11 settembre è stato organizzato dalla famiglia Bush, con cariche da demolitori, l’affondamento del “Lusitania” dal presidente Wilson, Pearl Harbour da Roosevelt, il Golfo del Tonchino da McNamara e il presidente Johnson. Su mandato sempre, solo Gesù Cristo è eccettuato, dei banchieri internazionali. Così come la banca centrale americana, che si prende un interesse per ogni dollaro emesso, e il Patriot Act, che rende tutti perquisibili e arrestabili, basta essere dichiarati terroristi. È vero che la libertà può morire uccisa dalla libertà.
Gian Antonio Stella, inchiestista super del “Corriere della sera”, scopre nel 2010 che ci vuole un anno, anche un anno e mezzo, per avere il rinnovo di un permesso di soggiorno. Una csoperta che gli italiani hanno fatto già da una diecina d’anni, dalla Bossi-Fini. Come farà Stella a scoprire le altre succulente notizie delle sue inchieste?
Il papa va alla sinagoga, ma è chiaro che i sorrisi sono di circostanza. Pio XII non c’entra – di lui semmai gli ebrei romani hanno ottima memoria. Erano di circostanza i sorrisi anche per Woytiła, il polacco – malgrado la grande sensibilità di Ariel Toaff. L’Olocausto non ha cancellato la storia purtroppo, una storia di diffidenza e di dispetto. E il dialogo interreligioso non ha senso – se non quello delle dame e dei patroni di san Vincenzo.
Un barbone al Campidoglio, alla terrazza sui Fori, chiede l’elemosina. Questo fa una prima pagina indignata del “Corriere della sera”, del genere “dove andremo a finire?
L’“Economist” del 7 gennaio pubblica una corrispondenza da Roma sull’intenzione del sindaco di Milano d’intitolare una strada a Craxi. È una nota breve, di una ventina di righe, di un giornalismo di rara indigenza – Craxi è detto un ex primo ministro latitante e condannato in una diecina di processi, e nient’altro, cos’ha fatto, cos’ha detto, niente. Che il settimanale titola: “Italian justice/Shameful honour/Bettino Craxi, a fallen prime minister, is in favour again”. Il “Corriere della sera” il giorno dopo taglia l’occhiello, “Giustizia all’italiana”, che dà il tono del servizio, non traduce il catenaccio: “Craxi, un primo ministro in disgrazia, è di nuovo in grazia”, e titola: “L’«Economist»: «Un’onorificenza vergognosa»”.
La corrispondenza inizia: “Craxi fu tra gli orchestratori di un sistema” di tangenti. Ma non dice chi, come e perché erano gli altri orchestratori.
Si celebra Craxi a ogni occasione, malgrado i Di Pietro, i Borrelli, gli “Economist” eccetera. Non si è mai celebrato Togliatti, né per il decennale né per il venti, il trenta, il quarantennale. E anche di Berlinguer si sono perdute le tracce, malgrado i berlingueriani siano sempre tra noi, e il suo assurdo compromesso storico.
“Un’Inter inossidabile”, titolano i giornaloni milanesi che fanno l’opinione in tutta Italia: “L’Inter non molla. Sotto di due gol riprende il Bari in cinque minuti” - e poi, si suppone, lo risparmia per grandezza d’animo. “L'Inter ha sofferto tanto, tantissimo, ma ha saputo restare a galla, forte nel carattere quanto nei muscoli, qualità che le hanno consentito di portare a casa un punto prezioso”. L’Inter che “vale” quindici volte il Bari come ingaggi. È la sapienza dei forti: le debolezze trasformare in forza, i vizi in virtù. Senza senso del ridicolo: l’autocoscienza è una molla, per darsi la carica.
Mannino è assolto definitivamente dopo nove mesi di carcere e quasi vent’anni di processo, con vari gradi di giudizio a suo favore, dall’accusa di mafia. Che gli fu mossa su istigazione di Ciancimino, suo nemico politico e mafioso notorio. Ma nessuno dei procuratori che ha fatto proprio l’odio di Ciancimino si è scusato con lui. Credono ancora a Ciancimino?
Saul Friedländer attribuisce su “Repubblica” l’Olocausto in Polonia anche ai polacchi, ai capi della Resistenza polacca, perché “l’antisemitismo aveva origini religiose”. L’antisemitismo dei campi di sterminio? Ma non si capacita perché gli italiani proteggessero gli ebrei: “Eppure doveva essere il contrario, vista la forte influenza della chiesa” in Italia. Uno storico mezzo filosofo che, scrive Fiamma Nirenstein, in guerra è stato “nascosto in un convento in Francia”.
“Zeitgeist: il Grande Mistero”, il film che ingombra Internet e Sky fa vedere: due ore e mezza di complotti. Cristo non è mai esistito, e ha misconosciuto i diritti umani, l’ha detto Thomas Paine, l’11 settembre è stato organizzato dalla famiglia Bush, con cariche da demolitori, l’affondamento del “Lusitania” dal presidente Wilson, Pearl Harbour da Roosevelt, il Golfo del Tonchino da McNamara e il presidente Johnson. Su mandato sempre, solo Gesù Cristo è eccettuato, dei banchieri internazionali. Così come la banca centrale americana, che si prende un interesse per ogni dollaro emesso, e il Patriot Act, che rende tutti perquisibili e arrestabili, basta essere dichiarati terroristi. È vero che la libertà può morire uccisa dalla libertà.
Gian Antonio Stella, inchiestista super del “Corriere della sera”, scopre nel 2010 che ci vuole un anno, anche un anno e mezzo, per avere il rinnovo di un permesso di soggiorno. Una csoperta che gli italiani hanno fatto già da una diecina d’anni, dalla Bossi-Fini. Come farà Stella a scoprire le altre succulente notizie delle sue inchieste?
Il papa va alla sinagoga, ma è chiaro che i sorrisi sono di circostanza. Pio XII non c’entra – di lui semmai gli ebrei romani hanno ottima memoria. Erano di circostanza i sorrisi anche per Woytiła, il polacco – malgrado la grande sensibilità di Ariel Toaff. L’Olocausto non ha cancellato la storia purtroppo, una storia di diffidenza e di dispetto. E il dialogo interreligioso non ha senso – se non quello delle dame e dei patroni di san Vincenzo.
Un barbone al Campidoglio, alla terrazza sui Fori, chiede l’elemosina. Questo fa una prima pagina indignata del “Corriere della sera”, del genere “dove andremo a finire?
L’“Economist” del 7 gennaio pubblica una corrispondenza da Roma sull’intenzione del sindaco di Milano d’intitolare una strada a Craxi. È una nota breve, di una ventina di righe, di un giornalismo di rara indigenza – Craxi è detto un ex primo ministro latitante e condannato in una diecina di processi, e nient’altro, cos’ha fatto, cos’ha detto, niente. Che il settimanale titola: “Italian justice/Shameful honour/Bettino Craxi, a fallen prime minister, is in favour again”. Il “Corriere della sera” il giorno dopo taglia l’occhiello, “Giustizia all’italiana”, che dà il tono del servizio, non traduce il catenaccio: “Craxi, un primo ministro in disgrazia, è di nuovo in grazia”, e titola: “L’«Economist»: «Un’onorificenza vergognosa»”.
La corrispondenza inizia: “Craxi fu tra gli orchestratori di un sistema” di tangenti. Ma non dice chi, come e perché erano gli altri orchestratori.
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Problemi di base - 23
spock
Perché suonano Beethoven come se fosse Brahms?
Se l’autore è l’interprete, chi scrive il testo?
Se non c’è autore senza editore, perché si fanno storie vuote della letteratura?
Perché c’è la felicità?
E la vita?
Si sa che Dio era anche ad Auschwitz. Ma da che parte?
Perché Dio ce l’ha con gli ebrei, dai tempi della Bibbia?
È ridicolo, ma perché gli ebrei ce l’hanno col papa? Come le monache.
Se la donna è tentatrice, perché Dio l’ha creata?
Cioè: non si capisce perché c’è la tentazione, questa è una prova di Dio, ma di un Dio difettoso?
spock@antiit.eu
Perché suonano Beethoven come se fosse Brahms?
Se l’autore è l’interprete, chi scrive il testo?
Se non c’è autore senza editore, perché si fanno storie vuote della letteratura?
Perché c’è la felicità?
E la vita?
Si sa che Dio era anche ad Auschwitz. Ma da che parte?
Perché Dio ce l’ha con gli ebrei, dai tempi della Bibbia?
È ridicolo, ma perché gli ebrei ce l’hanno col papa? Come le monache.
Se la donna è tentatrice, perché Dio l’ha creata?
Cioè: non si capisce perché c’è la tentazione, questa è una prova di Dio, ma di un Dio difettoso?
spock@antiit.eu
sabato 16 gennaio 2010
La guerriglia di Draghi contro il governo
Può sembrare patetico, e lo è. Ma l’ambizione non manca a Draghi. L’ambizione è di buttare giù il governo con i suoi falsi studi. Di buttarlo giù prima che possa procedere a non confermarlo alla Banca d’Italia. La scadenza è lontana, fine 2011, ma il governo si troverebbe a doverla gestire a metà del suo percorso, insomma agevolmente, e questo Draghi non può permetterselo. Si spiega così la fila di castronerie che fa diffondere dal suo Ufficio Studi, da ultimo con l’ufficialissimo “Bollettino Economico”. Che ha fatto suo, senza più, il calcolo della disoccupazione dell’Ires-Cgil, l’ufficio studi del sindacato del Pd: tre punti in più di quella dell’Istat.
Un paio di settimane fa lo stesso Ufficio Studi ha rilevato che la produzione industriale nel 2009 è scesa al livello del 1984. Di venticinque anni, niente di meno. In volume: il volume delle merci prodotte “nella scorsa primavera si è riportato al livello della metà degli anni Ottanta”. Che non vuole dire niente dal punto di vista economico – l’Italia può avere un’altra struttura produttiva, i valori sono certamente diversi, e che vuole dire, “volume delle merci”?
Draghi è stato nominato da Berlusconi e Tremonti nel 2005. Lo stesso Tremonti che aveva buttato giù Fazio, il governatore in carica. Ma su indicazione dell’allora presidente della Repubblica Ciampi. Mentre ora Tremonti ha il suo proprio candidato, Lorenzo Bini Smaghi. Ineccepibile, essendo uno dei governatori della Banca centrale europea, e quindi inoppugnabile. Da qui la guerriglia assurda della Banca d’Italia al governo: Draghi fa il matador che nobilmente lascia la fase delle banderillas agli aiutanti.
Un paio di settimane fa lo stesso Ufficio Studi ha rilevato che la produzione industriale nel 2009 è scesa al livello del 1984. Di venticinque anni, niente di meno. In volume: il volume delle merci prodotte “nella scorsa primavera si è riportato al livello della metà degli anni Ottanta”. Che non vuole dire niente dal punto di vista economico – l’Italia può avere un’altra struttura produttiva, i valori sono certamente diversi, e che vuole dire, “volume delle merci”?
Draghi è stato nominato da Berlusconi e Tremonti nel 2005. Lo stesso Tremonti che aveva buttato giù Fazio, il governatore in carica. Ma su indicazione dell’allora presidente della Repubblica Ciampi. Mentre ora Tremonti ha il suo proprio candidato, Lorenzo Bini Smaghi. Ineccepibile, essendo uno dei governatori della Banca centrale europea, e quindi inoppugnabile. Da qui la guerriglia assurda della Banca d’Italia al governo: Draghi fa il matador che nobilmente lascia la fase delle banderillas agli aiutanti.
Anche il tifo, lo fa Milano
Non è una novità, si sa che le partite si fanno a Milano: i calendari, gli arbitri, i tornei. Ma la dipendenza si è da tempo allargata pure al tifo. Milano è un po’ per l’Inter, un po’ per il Milan. Ora è per il Milan, dopo tanti anni di tutto Inter. Ma a Roma, per dire, non si parla di altro, che di Milan e Inter: se è giusto rinviare le partite, oppure no. Non è la prima volta, ma è la conferma di uno stato di cose ormai consolidato da tre anni, da calciopoli. Ogni anno i giornali milanesi scoprono per esempio una falsa cordata di acquirenti della Roma, dicendo di avere le informazioni ora da Unicredit ora dalla Lega: ora il solito banchiere russo, ora un rampollo della Bmw, ora addirittura Soros. Giusto per destabilizzare la squadra, l’obiettivo è evidente. E senza sforzo, i tifosi romanisti ne fanno colpa ai proprietari, romani, della squadra: i tifosi solo credono ai giornali di Milano, contro i Sensi che per la loro squadra si sono svenati. La Lazio perde a Milano una causa in cui ha palesemente ragione, in modo che il calciatore Pandev vada all’Inter a parametro zero, senza cioè un euro per la squadra che lo ha maturato e valorizzato - con beneficio immediato, anche in gol, della squadra milanese. Un giudice si era dimesso per non dover fare questa sentenza. Ma i tifosi della Lazio dicono come dicono i giornali di Milano irridenti, e se la prendono col loro presidente, che si fa passare per un cretino. Non con Pandev né con l’Inter che si erano accordati all’insaputa della Lazio, cosa proibitissima.
Un tempo le tifoserie erano molto sospettose. A Roma, a Firenze, a Torino. Non più. La milanodipendenza era un fatto della provincia. Che dalla capitale del Nord mediava gli stili di vita, il panettone, la Scala. Ora è un fatto anche urbano, ne sono contagiate le grandi città. È questa la rivoluzione di Mani Pulite: la Lega, Berlusconi, calciopoli, la corruzione ovunque, specie nell’opinione pubblica.
Un tempo le tifoserie erano molto sospettose. A Roma, a Firenze, a Torino. Non più. La milanodipendenza era un fatto della provincia. Che dalla capitale del Nord mediava gli stili di vita, il panettone, la Scala. Ora è un fatto anche urbano, ne sono contagiate le grandi città. È questa la rivoluzione di Mani Pulite: la Lega, Berlusconi, calciopoli, la corruzione ovunque, specie nell’opinione pubblica.
La mafia dell'antimafia
Calogero Mannino è stato processato per vent’anni come mafioso, a lungo anche incarcerato, perché voleva fare politica all’insegna dell’antimafia e perché dava fastidio a Ciancimino, mafioso acclarato. Non è un errore, e non è un caso. È un dato costante che risale alla gestione della Procura di Palermo da parte di Giancarlo Caselli, di cui il meglio che si possa dire è che non vedeva l’evidenza. Avallando tra l’altro personaggi e procedure che il suo predecessore Chinnici denunciava pubblicamente – non a caso assassinato con grande fragore alla maniera di Beirut, con un’autobomba.
C'era un rischio nel concentrare la lotta alla mafia sulla politica e le istituzioni, che ora è una squallida certezza. La Procura di Palermo si è specializzata nel perseguire come collusi o favoreggiatori chi ogni giorno combatte i mafiosi, quali Contrada, e alcuni ufficiali dei carabinieri, il generale Mori in testa, lasciando alle forze dell’ordine la caccia ai criminali. Dopo vent’anni siamo ancora a una mafia gestita da Riina e Provenzano, e questo chiunque sa che non può essere. Ma chi sono i nuovi capi non interessa alla Procura di Palermo, come si paga il pizzo, dove, a chi, chi traffica la droga, attraverso quali canali, chi investe per conto dei mafiosi. Un atteggiamento omissivo che configura, questo sì, il reato di favoreggiamento, ma qualora in Italia ci fosse una giustizia.
Nella stessa Procura le accuse reciproche di mafiosità peraltro si sprecano, per esempio tra Ingroia e Pignatone, l’attuale capo della Procura di Reggio Calabria. Fanno parte della stessa leggerezza d’animo, impunità si dice a Roma, con cui la Procura palermitana si garantisce protezioni invalicabili processando in piazza allegramente Berlusconi e Dell’Utri. Non per i loro affari più o meno torbidi, ma in quanto mafiosi. Con un pentito da tempo squalificato, Di Carlo, che accusò quindici anni fa Berlusconi di traffico di cocaina per farsi estradare dalla Gran Bretagna, dove il carcere era serio, in Italia. E un pentito, Spatuzza, che dice in aula che prende ordini dai suoi capimafia… Non passa giorno che non ci sia occasione di celebrare Falcone e Borsellino, ma di Chinnici, che faceva i nomi, si è perduto pure il ricordo.
Contro Mannino sono stati portati venticinque falsi pentiti. Ma questo numero è già ricorso, nel falso processo, sempre per mafia, contro Giacomo Mancini. Non sarà, questa antimafia, un fatto esoterico, di numeri magici?
C'era un rischio nel concentrare la lotta alla mafia sulla politica e le istituzioni, che ora è una squallida certezza. La Procura di Palermo si è specializzata nel perseguire come collusi o favoreggiatori chi ogni giorno combatte i mafiosi, quali Contrada, e alcuni ufficiali dei carabinieri, il generale Mori in testa, lasciando alle forze dell’ordine la caccia ai criminali. Dopo vent’anni siamo ancora a una mafia gestita da Riina e Provenzano, e questo chiunque sa che non può essere. Ma chi sono i nuovi capi non interessa alla Procura di Palermo, come si paga il pizzo, dove, a chi, chi traffica la droga, attraverso quali canali, chi investe per conto dei mafiosi. Un atteggiamento omissivo che configura, questo sì, il reato di favoreggiamento, ma qualora in Italia ci fosse una giustizia.
Nella stessa Procura le accuse reciproche di mafiosità peraltro si sprecano, per esempio tra Ingroia e Pignatone, l’attuale capo della Procura di Reggio Calabria. Fanno parte della stessa leggerezza d’animo, impunità si dice a Roma, con cui la Procura palermitana si garantisce protezioni invalicabili processando in piazza allegramente Berlusconi e Dell’Utri. Non per i loro affari più o meno torbidi, ma in quanto mafiosi. Con un pentito da tempo squalificato, Di Carlo, che accusò quindici anni fa Berlusconi di traffico di cocaina per farsi estradare dalla Gran Bretagna, dove il carcere era serio, in Italia. E un pentito, Spatuzza, che dice in aula che prende ordini dai suoi capimafia… Non passa giorno che non ci sia occasione di celebrare Falcone e Borsellino, ma di Chinnici, che faceva i nomi, si è perduto pure il ricordo.
Contro Mannino sono stati portati venticinque falsi pentiti. Ma questo numero è già ricorso, nel falso processo, sempre per mafia, contro Giacomo Mancini. Non sarà, questa antimafia, un fatto esoterico, di numeri magici?
giovedì 14 gennaio 2010
Orwell come Hobbes, post-1984
Si chiama romanzo, ma è la rappresentazione dello Stato globale, e lo Stato globale siamo noi, oggi, i trionfatori di "1984". Si esce dalla rilettura ossessionati, come da un incubo reale. La “Fattoria” è sul mondo com’era, una farsa, dirompente e divertente, “1984” è la scienza del futuro, della durezza del Diamat che mima. Della vita, compreso l’amore, o il sesso, l’avidità, o la gelosia, ridotta alla sola dimensione politica, cioè di polizia. Una unidimensionalità che può essere solo “scientifica”, cioè tecnica, senza passione. Una storia fredda quindi: è una requisitoria-sentenza, per quanto lucida e di un giudice afflitto, e non un romanzo.
"1984" è certamente ancora una satira antisovietica, ma nell’intimo colpisce, con curiosa preveggenza, il mondo post 1984, cioè l’oggi: Oceania siamo noi, che del resto raggruppava già allora le Americhe, Londra con il Commonwealth, e l’appendice africana. Governati infine dallo Stato globale, invisibile ma totalitario, benchè si cammuffi col mercato. Che da tempo ha sostituito la pubblica opinione all'olio di ricino, e sempre si fa votare. Già faceva impressione la lettura canonica di “1984”, antisovietica, poiché era di un Orwell sempre liberale ma su presupposti marxiani. Del sovietismo come poi si è estinto, su presupposti marxiani: fragilità economica, appropriazione del plusvalore, concentrazione monopolistica, totalitarismo, cioè tirannia. La caduta del comunismo è il solo evento storico che abbia inverato le “leggi” marxiane, ed essa era in “1984”. Ma, riletto, il “romanzo” non è tanto una lettura del comunismo sovietico, quanto di un mondo di strutture e sovrastrutture, e di ideologie. Né più né meno di quello odierno, bancario, avido, inflessibile, totalitario.
Orwell va riletto quale Hobbes contemporaneo, filosofo compassionevole della politica, nella guerra civile continentale del Novecento: “Ogni giorno distruggiamo parole”, spiega Syme, il linguista di regime, “dozzine di parole, centinaia di parole. Tagliamo il linguaggio all’osso”, per restringere il campo del pensiero: “Alla fine, attraverso il pensiero, renderemo letteralmente impossibile il crimine, perché non ci saranno parole per esprimerlo”. Curato pure nelle date: il 1984 del calendario finisce con la perestrojka. Orwell che Italo Calvino labellò "un libellista di second'ordine", perché ricordava gli anarchici e i troskisti massacrati dai comunisti di Stalin in Catalogna, per dire la durezza della lunga guerra civile da poco finita.
George Orwell, 1984
Kundera se la ride, con Malaparte
C’è qui il primo, e solo vero, saggio letterario su Malaparte scrittore, che emerge infine dal formidabile conformismo novecentesco. E fa capire l’insistito riferimento a Breton. Fa capire Kundera, la passione congiunta per il romanzo e per la verità delle cose - la verità?
Il libro ha molti bianchi, forse la metà delle pagine (ed è per molti aspetti una riduzione in pillole, più assimilabile, dei saggi di quindici anni fa, "I testamenti traditi"), ma l’altra metà vale la spesa. Per il comico in Dostoevskij, “la comica assenza di comicità”. Per il “paradosso luciferino” della violenza, che tanto più si diffonde dove “non c’è” il male, non si concepisce o si trascura. E perché “i protagonisti dei grandi romanzi non hanno figli”? Per Garcia Marquez e derivati, che bisognerà leggere: i loro in realtà sono “personaggi senza storia”, piacciono per questo. Per Kafka: “L’opera di Kafka è inconcepibile senza Karl Barth, il creatore della teologia negativa”. Per l’emigrazione che non sempre è esilio: spesso si sta bene fuori. Per “il futuro anteriore della nostalgia” (Oscar Milosz). E per la diversa ottica, convincente, dei saggi che interpolano i testi brevi: Bacon il pittore, Anatole France, in proprio e come archetipo delle “liste nere”, Janáček, Malaparte. Con le recenti scoperte antillane di Kundera, Aimé Cèsaire, martinicano, e René Depestre, haitiano, quali prolungamenti di Breton (Césaire ricordato “giovane, vivace, piacevole” nel 1975, quando aveva 62 anni).
Kundera non si cura della squallida accusa in patria di spionaggio per la polizia che lo perseguitava, e non rinuncia all’humour. Anche al Comitato Centrale. Che nel gennaio 1968 decise di farsi “presiedere da uno sconosciuto Alexander Dubcek”. Senza illudersi: “Nell’epoca dei procuratori, che significa «la vita»? Una lunga sequenza di avvenimenti destinata a dissimulare, sotto un’ingannevole superficie, la Colpa”.
Milan Kundera, Un incontro, Adelphi, pp. 186, € 17
Il libro ha molti bianchi, forse la metà delle pagine (ed è per molti aspetti una riduzione in pillole, più assimilabile, dei saggi di quindici anni fa, "I testamenti traditi"), ma l’altra metà vale la spesa. Per il comico in Dostoevskij, “la comica assenza di comicità”. Per il “paradosso luciferino” della violenza, che tanto più si diffonde dove “non c’è” il male, non si concepisce o si trascura. E perché “i protagonisti dei grandi romanzi non hanno figli”? Per Garcia Marquez e derivati, che bisognerà leggere: i loro in realtà sono “personaggi senza storia”, piacciono per questo. Per Kafka: “L’opera di Kafka è inconcepibile senza Karl Barth, il creatore della teologia negativa”. Per l’emigrazione che non sempre è esilio: spesso si sta bene fuori. Per “il futuro anteriore della nostalgia” (Oscar Milosz). E per la diversa ottica, convincente, dei saggi che interpolano i testi brevi: Bacon il pittore, Anatole France, in proprio e come archetipo delle “liste nere”, Janáček, Malaparte. Con le recenti scoperte antillane di Kundera, Aimé Cèsaire, martinicano, e René Depestre, haitiano, quali prolungamenti di Breton (Césaire ricordato “giovane, vivace, piacevole” nel 1975, quando aveva 62 anni).
Kundera non si cura della squallida accusa in patria di spionaggio per la polizia che lo perseguitava, e non rinuncia all’humour. Anche al Comitato Centrale. Che nel gennaio 1968 decise di farsi “presiedere da uno sconosciuto Alexander Dubcek”. Senza illudersi: “Nell’epoca dei procuratori, che significa «la vita»? Una lunga sequenza di avvenimenti destinata a dissimulare, sotto un’ingannevole superficie, la Colpa”.
Milan Kundera, Un incontro, Adelphi, pp. 186, € 17
mercoledì 13 gennaio 2010
ll critico vittima di se stesso
Enrico Brignano si meraviglia di essere il secondo nella graduatoria dei best-seller: “Il libro l’ho scritto in venti giorni, tra un lavoro e un altro”. E ne incolpa i critici: “I critici sono degli sfigati destinati a morire soli, senza famiglia”. Il comico sembra confuso, ma sulla solitudine dei critici no. Ora, cominciare con l’autorevolezza di un comico una recensione di Pedullà, il principe dei critici militanti, sembra irrispettoso. Ma non lo è: il critico ha voluto come sottotitolo “Scampoli illustrati di politica e letteratura degli Anni Zero”. Gli anni zero, matematicamente inconcepibili, sono quelli del calendario: dopo i millenni c’è sempre un secolo di semivuoto. Ma, figurativamente, in questo millennio gli anni sono zero per i critici: un millennio che non ha opere che se ne fa dei critici?
Il lutto c’è tutto, volendo fasciarsi la testa. Quante cose non accaddero nel 1957, per il critico Pedullà agli esordi e per il lettore? E quante invece non accaddero nel 2007. O nel 2005, o nel 2009. Ma, come a ogni commiato, il critico si diverte, e si narra le sue storie: la sinistra del Carlomignolo, esilarante, lo sciopero dei ministri, dovendosi decidere se andare in pensione a 58 anni invece che a 56, “I soldi svaniscono”, parola del papa, o “Non c’è alternativa al ridicolo in Italia?”. Insomma, la storia breve di dieci anni: con Arbasino e Magris, anche Pedullà emerge come migliore political scientist della contemporaneità. Inoltre ha risolto - caso non infrequente fra i critici del Novecento, bisogna riconoscere - il dilemma del "Piacere del testo": "Come prendere piacere a un piacere riferito ? Come leggere la critica?" Sì, se il critico si fa voyeur per noi, ci fa entrare in scena ("il commento diviene allora ai miei occhi un testo, una fiction, una busta fessurata"). “Impariamo l’elezione” è da antologia: “Abbiamo perso, ma abbiamo anche vinto. Siamo stati sconfitti alla Camera ma anche al Senato…”. Scoìppiettante, come vuole le sue recensioni: il critico come un “precario che sogna di scoprire autori di qualità perpetua”. O: “Il pluralismo post-moderno fu come il Giubileo che si replica ogni giorno. Cancellò i peccati, mandando tutti in paradiso”.
E tuttavia è anche lui sperduto nel Millennio, come ogni critico letterario. Si pubblica meravigliosamente di tutto, ma il critico militante, che ha bisogno ogni giorno del nuovo libro da mettere sotto i denti, è perfino in crisi d’astinenza. Pedullà, che dei critici militanti è un po’ il decano, deve sentirsi particolarmente in crisi, anche se prova a reagire. “Col vecchio si avanza?”, si chiede e chiede: “Non si avanza solo col nuovo? È morto il nuovo e non il vecchio?” Grazie al sarcasmo lieve, o non sarà cinismo, si diverte ancora. Ma la domanda è triste già prima della risposta per chi ha operato cinquant’anni di recensioni a caccia del nuovo.
Libro di favole
Pedullà s’è fatto un libro all’antica, ampiamente marginato, con belle illustrazioni, corretto, per dire che il critico, malgrado tutto, si diverte. Chi segue il “Caffè illustrato”, la costola pedulliana del vecchio “Caffè” di G.B.Vicari, internazionale e trasgressivo, ci troverà molte cose che ha già gustato. Ma con un sorriso amaro - si fa anche il caso “in cui servisse scrivere male”, non l’ornato da scuola di scrittura cioè. E, sempre all’antica, questo “Vecchio che avanza” sarebbe propriamente un libro di favole. Vi si parla di orfani che non diventeranno mai padri. Ed è un po’ una maledizione, un ripudio. Ma è vero che c’è una pausa nel ciclo naturale, un mancamento, come se la letteratura da qualche tempo si fosse fermata. Non all’improvviso, frenando come giusto: da un paio di decenni fanno ottima narrativa i filologi, gli storici, i critici letterari. Se non che, come sempre, anche in letteratura non c’è futuro perché il passato è svanito. Il fatto è che il critico si è dissolto, la sua immagine e il suo ruolo (l’autorevolezza, l’insight, il coraggio). È per questo che il giornale, come l’editore, non gli dà più spazio – e la stessa accademia lo tollera, a vantaggio di altre discipline, paraletterarie. E il critico militante, senza giornale, non è.
A un certo punto Pedullà scopre che il Novecento, il suo secolo, non esiste. Lo scopre a Palermo, a un convegno di giovani al quale è stato invitato – da giovane? I giovani cioè non lo dicono: tacciono. Sono critici e autori che scrivono ma non leggono, e quindi non leggeranno il Novecento. Le loro opere nascono come i funghi, non ci sono più parentele, tematiche, stilistiche, somiglianze, rinvii. Chi vuole scrivere può imparare senza dover leggere. L’unica cosa che deve fare è avere un buon promotore-trice: agente, direttore della scuola di scrittura, editore. E scrivere il libro nel linguaggio corrente, nel filone corrente, le caste, le antimafie, i vaffa, Berlusconi, il genere internazionale, l’esotico, e il noir.
Ora, Walter tutto questo lo sa bene, e non lo sa. A Palermo li ha anche visti e li ha ascoltati, a lungo, non visto e non ascoltato benché sia di figura massiccia e voce suadente, ma pensa che si siano distratti. E immagina che la vecchia critica e la vecchia scrittura siano tornate e abbiano ingombrato il campo. Non è tornato niente. Impera, anche col mercato, il conformismo che oscura la Repubblica, specie nelle lettere e soprattutto nella critica, Pedullà dovrebbe saperlo, che dopo cinquant’anni di “professione” è ancora l’enfant terrible della categoria. Un circuito sempre vieto di falso modernismo, e molto baronale, anzi partitico - per cui c’è “la morte della critica” solo dal 20 dicembre 2009, quando ne ha parlato Asor Rosa. Il critico, insomma, molto è vittima di se stesso.
Anche per avere preteso molto da se stesso, perché no, seppure non se ne possa fare una colpa. Curtius apre la “Letteratura europea e Medio Evo Latino”, che è del 1948, proclamando: “L’odierna scienza delle letteratura, quella degli ultimi cinquant’anni, è un fantasma”. Che forse è vero, ma non sembra. Quella dei cinquant’anni seguenti, però, è sicuramente stata padrona, facendo aggio sulla letteratura stessa. La critica viene, insomma, da un privilegio insostenibile.
La cinesizzazione
Sulla cosa in sé c'è poco da ridire, l’editoria è infine americana, si paga e vende i libri, ha imparato a venderli. È “la cinesisazzione della letteratura”, anche qui Pedullà non si fa mancare il lampo: costi minimi, tempi stretti, e manufatti di rapida usura. È “il mercato delle copie”, che “sono diverse solo se fallate”. Ma questa è una novità vera: l’editore studia il mercato, inventa la clientela, impone il prodotto – si fanno investimenti nella promozione dei libri che a volte eguagliano quelle dei film. Le librerie sono affollate come i supermercati. I libri si vendono a milioni - anche se non è possibile, non è vero, che tutti abbiamo a casa Faletti, Ammanniti, Brown, Saviano, e un Camilleri al mese. Il mass market non è una cattiva novità, uno, neppure se critico, non saprebbe dolersene. Se non che, come si sa, ogni volta la cattiva moneta scaccia la buona. Dice: è la letteratura industriale. No, anche i prosciutti sono industriali, anche i vini,ma sono saporiti. È il conformismo del denaro, del potere.
La novità peraltro è duplice: gli autori firmano quello che devono scrivere, da “Gomorra” a Giordano e Vitali, presto e bene. Scuole di scrittura insegnano a scrivere anche a chi non ha fatto le scuole, e probabilmente meglio delle scuole. Sono per questo il tipo di corsi per adulti più frequentato, benché care – ma ne è stata fatta nel 2004 anche una fortunata seria a dispense. Abili redazioni comunque rimediano a tutto rapidamente, anche a costo di lasciare le correzioni al malvagio correttore automatico – “Gomorra”, il più grande best-seller italiano, è stato confezionato in sei settimane, con Fofi, Viareggio e tutto, e nessuna possibilità di critica, l’antimafia è più spietata del mitra. Viene da dire che le redazioni editoriali sono migliori di quelle giornalistiche, cui il critico militante fa capo. più rapide, più vispe, più smart. Oppure che nulla è cambiato, ma i soldi e le copie vendute sono importanti.
“È bello che in una società dove è serio solo chi persegue l’utile garantito dal mercato migliaia di scrittori dedichino il loro tempo a un’attività inutile quanto la poesia, la narrativa e la critica”, lo stesso Pedullà se ne fa una ragione. È la tirannia dell’epoca, inafferrabile è incontestabile: dopo un secolo vale sempre Kafka, quello dell’uomo circondato e circuito. Da impenetrabili burocrazie, che se si dicono alfiere di libertà non possiamo nemmeno criticare, con servi remunerati e arbitri devoti. Il rapporto del resto è biunivoco: se gli editori moltiplicano i libri copiando dalla televisione, la critica ha abbandonato l’autore e il piacere del testo, l’oggetto della sua applicazione, se non del suo desiderio. Trasferendosi nel migliore dei casi nelle plaghe sterili del testo (intertesto, pretesto, etc.), per un’esibizione d’intellettualità – la più sterile di tutti sarà stata la filosofia del linguaggio.
Pedullà si vuole diverso. Giustamente è convinto, e non per il suo speciale punto di vista, che anche in letteratura, come nella musica e nelle arti visive, la tradizione principale debba essere la tradizione del nuovo: non è la vita qualcosa che si rinnova? Invece si trova a fronteggiare, sfrontata e prosperosa, prospera come non mai, la tradizione del vecchio: i libri sono l’unico settore che non risente la crisi in Italia (la domenica prima di Natale il “Sole 24 Ore” rimbeccava uno scrittore americano che aveva osato dubitarne, schierando una paginata d’indignati autori e editori italiani). Ma il peggio, va ridetto, non è questo, non sembra. È forse che il critico si trova a scoprire che tanto del vecchio nuovo era vecchio – insensato, manierato, di bottega, perfino di bottega politica. Mentre c’era di più e di meglio nel vecchio vecchio, considerato, argomentato, narrato.
Di nuovo, dice Pedullà, c’è Silvio D’Arzo, che ha il più lungo saggio del volume, ma è morto nel 1952. D’Arzo è nuovo perché non si poteva pubblicare in vita, c’era il neorealismo. Anche il Novecento, quando se ne farà la storia, sembrerà strano. Qui si vede del resto l’altro Novecento, che Pedullà non ha frequentato, se non nelle recensioni d’obbligo: Brancati, Sciascia, Landolfi, Fenoglio, che è poi il Novecento che resta, perfino Campanile e, purtroppo, un Vittorini narratore. Tornano gli amatissimi D’Arrigo, Volponi, Bonaviri. E c’è La Cava, un ritratto finalmente in rilievo di questo remotissimo autore, anche se nella solita dimensione regionale, anzi paesana. Mancano ancora Malaparte e Primo Levi, che forse sono i migliori, quelli che “tengono”, Soldati, un altro che si fa leggere anche nelle scampagnate tra le vigne, ma aveva il torto in vita di essere socialista senza essere stato comunista, o Arbasino, che è addirittura liberale.
È così che il critico militante, rifiutato dalla democratizzazione della letteratura, non c’è peggior equalizzatore del business, è ristretto alla ridotta: al notabilare “noi e loro”, gli happy few, i venticinque lettori, eccetera. Che è in realtà una tebaide, seppure col telefonino. Con una forte riserva cammelliera, nel caso di Pedullà, in questa traversata del deserto: la sua origine calabrese. Incancellabile, specie per il sentimento di offesa verso il mondo che non ci riconosce - un altro calabrese illustre, Corrado Alvaro, lo sapeva e rifiutava alla radice il rifiuto, facendosi cosmopolita, ben italiano, e molto romano. Ma con un distacco naturale dalle cose che può essere feroce. In senso buono, per narrare, e per narrare il narrato, o criticare: l’ironia che sorregge lo sdegno è anche una sorta di occhio di lince sulla realtà, di cui vede fulmineamente le connessioni intime, le debolezze. Il critico può sempre consolarsi, è la sua funzione. Che può ancora dire la sua, seppure in edizione limitata, e sa farlo.
Walter Pedullà, Il vecchio che avanza, Ponte Sisto, pp. 224, € 18
Il lutto c’è tutto, volendo fasciarsi la testa. Quante cose non accaddero nel 1957, per il critico Pedullà agli esordi e per il lettore? E quante invece non accaddero nel 2007. O nel 2005, o nel 2009. Ma, come a ogni commiato, il critico si diverte, e si narra le sue storie: la sinistra del Carlomignolo, esilarante, lo sciopero dei ministri, dovendosi decidere se andare in pensione a 58 anni invece che a 56, “I soldi svaniscono”, parola del papa, o “Non c’è alternativa al ridicolo in Italia?”. Insomma, la storia breve di dieci anni: con Arbasino e Magris, anche Pedullà emerge come migliore political scientist della contemporaneità. Inoltre ha risolto - caso non infrequente fra i critici del Novecento, bisogna riconoscere - il dilemma del "Piacere del testo": "Come prendere piacere a un piacere riferito ? Come leggere la critica?" Sì, se il critico si fa voyeur per noi, ci fa entrare in scena ("il commento diviene allora ai miei occhi un testo, una fiction, una busta fessurata"). “Impariamo l’elezione” è da antologia: “Abbiamo perso, ma abbiamo anche vinto. Siamo stati sconfitti alla Camera ma anche al Senato…”. Scoìppiettante, come vuole le sue recensioni: il critico come un “precario che sogna di scoprire autori di qualità perpetua”. O: “Il pluralismo post-moderno fu come il Giubileo che si replica ogni giorno. Cancellò i peccati, mandando tutti in paradiso”.
E tuttavia è anche lui sperduto nel Millennio, come ogni critico letterario. Si pubblica meravigliosamente di tutto, ma il critico militante, che ha bisogno ogni giorno del nuovo libro da mettere sotto i denti, è perfino in crisi d’astinenza. Pedullà, che dei critici militanti è un po’ il decano, deve sentirsi particolarmente in crisi, anche se prova a reagire. “Col vecchio si avanza?”, si chiede e chiede: “Non si avanza solo col nuovo? È morto il nuovo e non il vecchio?” Grazie al sarcasmo lieve, o non sarà cinismo, si diverte ancora. Ma la domanda è triste già prima della risposta per chi ha operato cinquant’anni di recensioni a caccia del nuovo.
Libro di favole
Pedullà s’è fatto un libro all’antica, ampiamente marginato, con belle illustrazioni, corretto, per dire che il critico, malgrado tutto, si diverte. Chi segue il “Caffè illustrato”, la costola pedulliana del vecchio “Caffè” di G.B.Vicari, internazionale e trasgressivo, ci troverà molte cose che ha già gustato. Ma con un sorriso amaro - si fa anche il caso “in cui servisse scrivere male”, non l’ornato da scuola di scrittura cioè. E, sempre all’antica, questo “Vecchio che avanza” sarebbe propriamente un libro di favole. Vi si parla di orfani che non diventeranno mai padri. Ed è un po’ una maledizione, un ripudio. Ma è vero che c’è una pausa nel ciclo naturale, un mancamento, come se la letteratura da qualche tempo si fosse fermata. Non all’improvviso, frenando come giusto: da un paio di decenni fanno ottima narrativa i filologi, gli storici, i critici letterari. Se non che, come sempre, anche in letteratura non c’è futuro perché il passato è svanito. Il fatto è che il critico si è dissolto, la sua immagine e il suo ruolo (l’autorevolezza, l’insight, il coraggio). È per questo che il giornale, come l’editore, non gli dà più spazio – e la stessa accademia lo tollera, a vantaggio di altre discipline, paraletterarie. E il critico militante, senza giornale, non è.
A un certo punto Pedullà scopre che il Novecento, il suo secolo, non esiste. Lo scopre a Palermo, a un convegno di giovani al quale è stato invitato – da giovane? I giovani cioè non lo dicono: tacciono. Sono critici e autori che scrivono ma non leggono, e quindi non leggeranno il Novecento. Le loro opere nascono come i funghi, non ci sono più parentele, tematiche, stilistiche, somiglianze, rinvii. Chi vuole scrivere può imparare senza dover leggere. L’unica cosa che deve fare è avere un buon promotore-trice: agente, direttore della scuola di scrittura, editore. E scrivere il libro nel linguaggio corrente, nel filone corrente, le caste, le antimafie, i vaffa, Berlusconi, il genere internazionale, l’esotico, e il noir.
Ora, Walter tutto questo lo sa bene, e non lo sa. A Palermo li ha anche visti e li ha ascoltati, a lungo, non visto e non ascoltato benché sia di figura massiccia e voce suadente, ma pensa che si siano distratti. E immagina che la vecchia critica e la vecchia scrittura siano tornate e abbiano ingombrato il campo. Non è tornato niente. Impera, anche col mercato, il conformismo che oscura la Repubblica, specie nelle lettere e soprattutto nella critica, Pedullà dovrebbe saperlo, che dopo cinquant’anni di “professione” è ancora l’enfant terrible della categoria. Un circuito sempre vieto di falso modernismo, e molto baronale, anzi partitico - per cui c’è “la morte della critica” solo dal 20 dicembre 2009, quando ne ha parlato Asor Rosa. Il critico, insomma, molto è vittima di se stesso.
Anche per avere preteso molto da se stesso, perché no, seppure non se ne possa fare una colpa. Curtius apre la “Letteratura europea e Medio Evo Latino”, che è del 1948, proclamando: “L’odierna scienza delle letteratura, quella degli ultimi cinquant’anni, è un fantasma”. Che forse è vero, ma non sembra. Quella dei cinquant’anni seguenti, però, è sicuramente stata padrona, facendo aggio sulla letteratura stessa. La critica viene, insomma, da un privilegio insostenibile.
La cinesizzazione
Sulla cosa in sé c'è poco da ridire, l’editoria è infine americana, si paga e vende i libri, ha imparato a venderli. È “la cinesisazzione della letteratura”, anche qui Pedullà non si fa mancare il lampo: costi minimi, tempi stretti, e manufatti di rapida usura. È “il mercato delle copie”, che “sono diverse solo se fallate”. Ma questa è una novità vera: l’editore studia il mercato, inventa la clientela, impone il prodotto – si fanno investimenti nella promozione dei libri che a volte eguagliano quelle dei film. Le librerie sono affollate come i supermercati. I libri si vendono a milioni - anche se non è possibile, non è vero, che tutti abbiamo a casa Faletti, Ammanniti, Brown, Saviano, e un Camilleri al mese. Il mass market non è una cattiva novità, uno, neppure se critico, non saprebbe dolersene. Se non che, come si sa, ogni volta la cattiva moneta scaccia la buona. Dice: è la letteratura industriale. No, anche i prosciutti sono industriali, anche i vini,ma sono saporiti. È il conformismo del denaro, del potere.
La novità peraltro è duplice: gli autori firmano quello che devono scrivere, da “Gomorra” a Giordano e Vitali, presto e bene. Scuole di scrittura insegnano a scrivere anche a chi non ha fatto le scuole, e probabilmente meglio delle scuole. Sono per questo il tipo di corsi per adulti più frequentato, benché care – ma ne è stata fatta nel 2004 anche una fortunata seria a dispense. Abili redazioni comunque rimediano a tutto rapidamente, anche a costo di lasciare le correzioni al malvagio correttore automatico – “Gomorra”, il più grande best-seller italiano, è stato confezionato in sei settimane, con Fofi, Viareggio e tutto, e nessuna possibilità di critica, l’antimafia è più spietata del mitra. Viene da dire che le redazioni editoriali sono migliori di quelle giornalistiche, cui il critico militante fa capo. più rapide, più vispe, più smart. Oppure che nulla è cambiato, ma i soldi e le copie vendute sono importanti.
“È bello che in una società dove è serio solo chi persegue l’utile garantito dal mercato migliaia di scrittori dedichino il loro tempo a un’attività inutile quanto la poesia, la narrativa e la critica”, lo stesso Pedullà se ne fa una ragione. È la tirannia dell’epoca, inafferrabile è incontestabile: dopo un secolo vale sempre Kafka, quello dell’uomo circondato e circuito. Da impenetrabili burocrazie, che se si dicono alfiere di libertà non possiamo nemmeno criticare, con servi remunerati e arbitri devoti. Il rapporto del resto è biunivoco: se gli editori moltiplicano i libri copiando dalla televisione, la critica ha abbandonato l’autore e il piacere del testo, l’oggetto della sua applicazione, se non del suo desiderio. Trasferendosi nel migliore dei casi nelle plaghe sterili del testo (intertesto, pretesto, etc.), per un’esibizione d’intellettualità – la più sterile di tutti sarà stata la filosofia del linguaggio.
Pedullà si vuole diverso. Giustamente è convinto, e non per il suo speciale punto di vista, che anche in letteratura, come nella musica e nelle arti visive, la tradizione principale debba essere la tradizione del nuovo: non è la vita qualcosa che si rinnova? Invece si trova a fronteggiare, sfrontata e prosperosa, prospera come non mai, la tradizione del vecchio: i libri sono l’unico settore che non risente la crisi in Italia (la domenica prima di Natale il “Sole 24 Ore” rimbeccava uno scrittore americano che aveva osato dubitarne, schierando una paginata d’indignati autori e editori italiani). Ma il peggio, va ridetto, non è questo, non sembra. È forse che il critico si trova a scoprire che tanto del vecchio nuovo era vecchio – insensato, manierato, di bottega, perfino di bottega politica. Mentre c’era di più e di meglio nel vecchio vecchio, considerato, argomentato, narrato.
Di nuovo, dice Pedullà, c’è Silvio D’Arzo, che ha il più lungo saggio del volume, ma è morto nel 1952. D’Arzo è nuovo perché non si poteva pubblicare in vita, c’era il neorealismo. Anche il Novecento, quando se ne farà la storia, sembrerà strano. Qui si vede del resto l’altro Novecento, che Pedullà non ha frequentato, se non nelle recensioni d’obbligo: Brancati, Sciascia, Landolfi, Fenoglio, che è poi il Novecento che resta, perfino Campanile e, purtroppo, un Vittorini narratore. Tornano gli amatissimi D’Arrigo, Volponi, Bonaviri. E c’è La Cava, un ritratto finalmente in rilievo di questo remotissimo autore, anche se nella solita dimensione regionale, anzi paesana. Mancano ancora Malaparte e Primo Levi, che forse sono i migliori, quelli che “tengono”, Soldati, un altro che si fa leggere anche nelle scampagnate tra le vigne, ma aveva il torto in vita di essere socialista senza essere stato comunista, o Arbasino, che è addirittura liberale.
È così che il critico militante, rifiutato dalla democratizzazione della letteratura, non c’è peggior equalizzatore del business, è ristretto alla ridotta: al notabilare “noi e loro”, gli happy few, i venticinque lettori, eccetera. Che è in realtà una tebaide, seppure col telefonino. Con una forte riserva cammelliera, nel caso di Pedullà, in questa traversata del deserto: la sua origine calabrese. Incancellabile, specie per il sentimento di offesa verso il mondo che non ci riconosce - un altro calabrese illustre, Corrado Alvaro, lo sapeva e rifiutava alla radice il rifiuto, facendosi cosmopolita, ben italiano, e molto romano. Ma con un distacco naturale dalle cose che può essere feroce. In senso buono, per narrare, e per narrare il narrato, o criticare: l’ironia che sorregge lo sdegno è anche una sorta di occhio di lince sulla realtà, di cui vede fulmineamente le connessioni intime, le debolezze. Il critico può sempre consolarsi, è la sua funzione. Che può ancora dire la sua, seppure in edizione limitata, e sa farlo.
Walter Pedullà, Il vecchio che avanza, Ponte Sisto, pp. 224, € 18
Che ci azzecca Craxi a destra
C’è più di un motivo di raccapriccio nella celebrazione di Craxi a destra. Dalla destra ex neofascista: il “Secolo” con un numero speciale domenica, e la fondazione FareFuturo di Fini. Cui si aggiunge la figlia di Craxi, che ha fatto ieri una lunga intervista sul “Corriere” per spiegare come Craxi ovunque mettesse fiori ai fascisti, a Mussolini, ai militi ignoti repubblichini. Un motivo è che non solo i comunisti, anche i socialisti si ritrovano nel fascismo, i socialisti di Craxi. Un altro motivo è che non c’è nulla di tutto questo, si tenta solo, anche da destra, di sfruttare una possibile riabilitazione di Craxi, dopo averlo aggredito nei processi e fuori dei processi. Il terzo motivo è che nessuno vuol fare quello che Craxi voleva fare e, in parte, fece.
Se Craxi ha un merito storico è quello della governabilità. Della stabilità della funzione di governo. Il governo eletto che è l’unica garanzia della democrazia, specie in una paese a scarso pluralismo politico e sociale alla periferia, e a consolidata egemonia dei gruppi di potere. Riuscì così a governare stabilmente per quattro anni, abbattendo l’inflazione dal 20 al 3 per cento, e vincendo perfino un referendum per l’abolizione della scala mobile, contro la mobilitazione del Pci e il sabotaggio di mezza Dc. Ma fu sempre l’uomo del 20 per cento contro l’80, e non ebbe mai buona stampa.
Oltre che denigrata per settarismo, la governabilità fu allora confusa, per ignoranza, con il decisionismo di Carl Schmitt, e insomma col fascismo. Craxi era “fascista” già all’epoca, ma non piaceva ai fascisti, che anzi lo vedevano come il fumo egli occhi e quando poterono gli buttarono addosso le monetine. Ora Fini si richiama a lui, che fa dello sfascio la sua unica arma politica.
Fini non poté tradire il governo nel 1994 perché Bossi fu più lesto di lui. Poi il traditore Bossi, dopo una serie di batoste, s'è messo a fare il cagnolino buono, ed ecco Fini. Ha impedito al governo del 2001 di governare con mille pretesti: sponsorizzando Fazio, cacciando Tremonti, imponendo una legge anti-immigrati che ha indisposto tre quarti d’Italia, quella che ha anziani o ha bambini, e ha boicottato la vendita degli immobili pubblici per favorire i sottufficiali dell’aeronautica. Il governo del 2008 ha già tentato di abbatterlo un paio di volte, con le minorenni prima, poi con Spatuzza. Ora fa lezioni di democrazia.
Se Craxi ha un merito storico è quello della governabilità. Della stabilità della funzione di governo. Il governo eletto che è l’unica garanzia della democrazia, specie in una paese a scarso pluralismo politico e sociale alla periferia, e a consolidata egemonia dei gruppi di potere. Riuscì così a governare stabilmente per quattro anni, abbattendo l’inflazione dal 20 al 3 per cento, e vincendo perfino un referendum per l’abolizione della scala mobile, contro la mobilitazione del Pci e il sabotaggio di mezza Dc. Ma fu sempre l’uomo del 20 per cento contro l’80, e non ebbe mai buona stampa.
Oltre che denigrata per settarismo, la governabilità fu allora confusa, per ignoranza, con il decisionismo di Carl Schmitt, e insomma col fascismo. Craxi era “fascista” già all’epoca, ma non piaceva ai fascisti, che anzi lo vedevano come il fumo egli occhi e quando poterono gli buttarono addosso le monetine. Ora Fini si richiama a lui, che fa dello sfascio la sua unica arma politica.
Fini non poté tradire il governo nel 1994 perché Bossi fu più lesto di lui. Poi il traditore Bossi, dopo una serie di batoste, s'è messo a fare il cagnolino buono, ed ecco Fini. Ha impedito al governo del 2001 di governare con mille pretesti: sponsorizzando Fazio, cacciando Tremonti, imponendo una legge anti-immigrati che ha indisposto tre quarti d’Italia, quella che ha anziani o ha bambini, e ha boicottato la vendita degli immobili pubblici per favorire i sottufficiali dell’aeronautica. Il governo del 2008 ha già tentato di abbatterlo un paio di volte, con le minorenni prima, poi con Spatuzza. Ora fa lezioni di democrazia.
La giustizia a guardia e ladri
Era prevedibile, dopo la furbata della Corte Costituzionale sul lodo Alfano - il ministro aveva ottemperato alla precedente decisione della Corte, cinque anni prima, ma non aveva visto una e. Il ministro ha accusato il colpo ma, ottemperando a un’altra decisione della Corte, in favore di due operai, specie protetta, ha messo allo studio un “decreto breve”, che non consente a Berlusconi di sfangarla nel trojaio milanese, ma gli allunga la vita di tre mesi. Se non che subito la Corte ha fatto sapere che troverà altre vocali nella sua decisione operaistica. Allora, zàcchete, il ministro dice che la decisione della suprema Corte non ha bisogno di un decreto del governo, c’è solo da applicarla. E la Corte? S’immagina riunita pensosamente a ponzare il colpo d’incontro. Dirà che non ha deciso niente? Che quello che ha deciso non è quello che dice Alfano? Che la sua decisione si applica agli operai ma non a Berlusconi? Qualcosa domani dirà, le idee al napoletanissimo consesso non difettano certo. Né c'è da dubitare che il Consiglio superiore della magistratura del senatore illustre Mancino non correrà in soccorso, anzi, è strano che in queste ore si sia eclissaro - avrà prolungato le ferie?
Ma, nelle more, le Corti amano le more, questa volta Berlusconi li ha fregati, i suoi tre mesi di vacanza giudiziaria è difficile che glieli tolgano - magari dirà, di nuovo, che lui è il primo degli operai. E questa è la giustizia. Si capisce che il presidente Napolitano non si raccapezzi, e moltiplichi gli inviti a stare tranquilli. Ma non potrebbe mandarli direttamente nelle stanze di fronte, la Corte sta di fronte al Quirinale? Anche con un pizzino, se vuole risparmiare sulla carta. Anche con una cerbottana, se vuole risparmiare sui commessi.
Ma, nelle more, le Corti amano le more, questa volta Berlusconi li ha fregati, i suoi tre mesi di vacanza giudiziaria è difficile che glieli tolgano - magari dirà, di nuovo, che lui è il primo degli operai. E questa è la giustizia. Si capisce che il presidente Napolitano non si raccapezzi, e moltiplichi gli inviti a stare tranquilli. Ma non potrebbe mandarli direttamente nelle stanze di fronte, la Corte sta di fronte al Quirinale? Anche con un pizzino, se vuole risparmiare sulla carta. Anche con una cerbottana, se vuole risparmiare sui commessi.
lunedì 11 gennaio 2010
Se un'amica è nemica della santità
Papa Woytiła aveva un’amica invece che un amico. Un’amica come amico, con la quale conversava del più e del meno, e dalla quale si fece leggere qualcosa nei lunghi momenti della malattia. Che, come tanti amici, di lui ha conservato le lettere e ne coltiva la memoria. Ma questo “disturba” la sua santità.
Si capisce che le sue “lezioni” del mercoledì sulla santità della donna non abbiano inciso. O che la donna, la diversità sessuale, è sempre diabolica. Questo è un mistero, e non lo è.
Ribattendo sul “Sole 24 Ore” alla richiesta di Liliana Cavani e Emma Fattorini di un sinodo sulla questione femminile che annulli la differenza, Lucetta Scaraffia ricorda che per primo e solo il cristianesimo ha liberato la donna. Se c’è un aggiornamento da fare, aggiunge, questo è semmai un ritorno alle origini: “Piuttosto che un adeguamento alla modernità, la continuazione e la riscoperta di un modo di pensare e operare antico”. Disincrostando la chiesa dalle posizioni di favore o privilegio acquisite dai suoi uomini, i preti e i semplici coadiutori.
Ma l’insidia è forse nel ritorno. La modernità essendo il laicismo dell’Unione europea, che il sacerdozio considera una professione, uno dei tanti aspetti orrendi di questa Europa da macero, su questo non c’è bisogno di tornare all’antico, basta aprire l’ombrello, ci libereremo un giorno di Bruxelles. Mentre è forse proprio nel “modo antico” della chiesa, paolino e dunque ebraico, consolidato nella patristica, che si annida la diffidenza verso la donna – i privilegi della tonaca sono irrisori, e alla sommatoria forse negativi. Il dialogo interreligioso fa male ad annullare le differenze: il problema è l’ecumenismo della buona volontà.
Si capisce che le sue “lezioni” del mercoledì sulla santità della donna non abbiano inciso. O che la donna, la diversità sessuale, è sempre diabolica. Questo è un mistero, e non lo è.
Ribattendo sul “Sole 24 Ore” alla richiesta di Liliana Cavani e Emma Fattorini di un sinodo sulla questione femminile che annulli la differenza, Lucetta Scaraffia ricorda che per primo e solo il cristianesimo ha liberato la donna. Se c’è un aggiornamento da fare, aggiunge, questo è semmai un ritorno alle origini: “Piuttosto che un adeguamento alla modernità, la continuazione e la riscoperta di un modo di pensare e operare antico”. Disincrostando la chiesa dalle posizioni di favore o privilegio acquisite dai suoi uomini, i preti e i semplici coadiutori.
Ma l’insidia è forse nel ritorno. La modernità essendo il laicismo dell’Unione europea, che il sacerdozio considera una professione, uno dei tanti aspetti orrendi di questa Europa da macero, su questo non c’è bisogno di tornare all’antico, basta aprire l’ombrello, ci libereremo un giorno di Bruxelles. Mentre è forse proprio nel “modo antico” della chiesa, paolino e dunque ebraico, consolidato nella patristica, che si annida la diffidenza verso la donna – i privilegi della tonaca sono irrisori, e alla sommatoria forse negativi. Il dialogo interreligioso fa male ad annullare le differenze: il problema è l’ecumenismo della buona volontà.
Il mondo com'è - 30
astolfo
Concussione - È una manifestazione del potere, non bisogno né un assetto o una tara sociale – è sovrimposto alla società, in tutte le sue forme, non ne è espressione. Un potere alla portata di chiunque, anche del ricattatore.
È il termometro della degradazione del potere. È anche una concezione di vita – è la base di una delle forme dello Stato secondo Max Weber, lo stato patrimoniale. Ma è anche un segnale della morbilità del potere, da quello religioso a quello del lager.
Germania – Il kantismo parte dal 1870, prima chi sapeva di Kant? Lo hegelismo dal 1880 – sula traccia peraltro del materialismo dialettico, il rovesciamento marxiano. Schopenhauer dal 1890, Nietzsche da fine secolo e oltre. Prima c’era Wagner, anni Sessanta – ma quanto deve a Baudelaire?
La filosofia tedesca ha preso a tormentarci, malgrado la sua incongruità, quando Bismarck ebbe costruito il Reich. Prima c’era l’erudizione tedesca, un po’ farlocca, consona al genius loci, talvolta fortunata, con Wincklemann, Schliemann, i fratelli Grimm, poi lo scozzese Kant ha aperto una breccia alluvionale – soprattutto in traduzione (l’incomprensibile ha la forza del mistero).
Bonn ha comprato per molti anni la libertà dei tedeschi in Europa orientale, con le numerose politiche a favore degli Aussiedler, Übersiedler, Flüchlinge e così via. Senza scandalo e senza problemi, ordinaria amministrazione. Il primo atto della riunificazione è stato di porre la Germania Est sotto il controllo della Bundesbank: niente elezioni, niente referendum storici, niente celebrazioni, un avvenimento aziendale, una fusione, o meglio un’incorporazione. La discussione su Berlino, se dovesse o no essere la capitale, non ha riguardato la natura del nuovo Stato unificato, o la storia, ma il costo del trasferimento da Bonn, 50 mila miliardi, oppure 75, oppure 100 mila: se la nuova Germania unita debba o non avere, con una grande capitale, una grande politica non è stato discusso. O meglio è stato già deciso.
Karl Jaspers riteneva la riunificazione inutile (“Freiheit und Wiedervereinigung”) perché sopravanzata dalla lotta anticomunista per la libertà e perché non si sa esattamente cosa riunificare, se il mondo di lingua tedesca, la Grande Germania del Vormärz, la Germania di Bismarck, le due Germanie del dopoguerra. Jaspers apriva ai tedeschi un orizzonte largo. La Germania invece ha preferito conformismo e prudenza, la strada del fare e non dire, non pensare.
La politica del futuro potrebbe anche seguire questo modello tedesco, il buonsenso renano del giorno per giorno, senza disegni e senza grandeur, la politica della non politica – modello Kohl. Dove i grandi problemi, sociali, ideali, generazionali, si riportano entro i modelli di gestione. Succede del resto già in Giappone: il lavoro disintossicato dalla politica. I grandi problemi – la pace, la guerra, la libertà, lo sviluppo – sono necessariamente legati alla retorica? Come e dove la retorica accompagna e sopravanza la politica? Ma anche: l’interesse non abbrutisce? I principati e le repubbliche che svilupparono l’arte, la filosofia, la letteratura, erano più commercianti o più guerrieri?
La politica gestionale è però un fatto in Germania e in Giappone. La Germania ha anche un precedente, i trent’anni bierdemeier: l’ordine e l’amor di patria, che col nazionalismo s’intrecciano radicalizzandosi, nella Germania biedermeier e nella Repubblica Federale hanno conseguito invece l’opposto, si sono smorzati. La voglia di primeggiare viene diluita nel successo economico, non armato.
A lungo, e perfino per la Francia (Quinet ad esempio), il concetto di libertà personale è venuto dalla Germania. Dall’anarchia tribale, dalla Riforma. Con un seguito nell’anarchismo, le eccentricità di Weimar, il radicalismo femminista e verde. Il conformismo d’altra parte è indiscutibile. Non solo sotto Hitler, anche dopo: i tedeschi hanno combattuto la dittatura, in opere e in pensieri, molto meno dei polacchi, degli ungheresi, dei cecosvloacchi. Anche nel 1989, sono venuti molto dopo la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria. E non si sono ribellati, sono fuggiti. La fuga sì, la resistenza no: quella è individuale, questa è collettiva: i due fatti si conciliano nel noto dualismo di libertà personale e conformismo sociale. È vero, come s’è sempre detto (ma meglio di tutti lo dice a ogni pagina Goethe), che la filosofia tedesca ha un concetto solo interiore, intimo, della libertà. Non l’ha mai pensata come fatto collettivo, non ha il suo Hobbes, il suo Rousseau, il suo Machiavelli. È per questo, va aggiunto, che non ha una dottrina liberale, perché il liberalismo presuppone una dottrina politica del corpo sociale, non solo del diritto o dello Stato.
Ma perché il conformismo sociale persevera, dopo sessanta anni di americanizzazione? Perché prevalente è il pietismo del luteranesimo. La libertà individuale s’è subito scontrata nella Riforma con la libertà politica, nella guerra dei contadini. Il pietismo ne ha praticato un minimo salvataggio, nella compassione in mancanza della libertà politica, e la Germania si accontenta del poco, non vuole sperimentare il meglio – perché pensa di averlo sperimentato.
Giappone – I giapponesi continuano a non sapere perché hanno fatto la guerra, e perché l’hanno persa. Per questo lascia perplessi, un paese e un popolo che invece tutto renderebbe simpatico.
Italia - È sempre stata decentralizzata, tra repubbliche, signorie e domini riservati, ora è milanocentrica. Per l’opinione, la politica, il gusto, le idee. Per la lingua: quando l’italiano era manzoniano anche i lombardi ne erano ospiti, ora si parla solo milanese in italiano, fin nell’accento e gi idioletti. È deprimente – piatta, saputa, carognesca – ma è Milano.
Politica – Va sempre lette con malizia. L’economia invece no - al contrario del marxismo volgare i cominciamenti in economia sono determinati dall’entusiasmo, e hanno finalità dichiarate: è questa la forza dei movimenti economici, in questa razionalità adattabile.
La politica è sempre una partita a scacchi. È così perché si definisce in rapporto ad altri soggetti? Ma anche l’economia è in queste condizioni. Forse la differenza è questa: l’economia è come la scienza, costruisce, perfeziona, indaga, la politica invece è come la legge, mantiene, regola, equilibra.
Resta il fatto che cercando le ragioni meno nobili non si sbaglia mai in politica.
astolfo@antiit.eu
Concussione - È una manifestazione del potere, non bisogno né un assetto o una tara sociale – è sovrimposto alla società, in tutte le sue forme, non ne è espressione. Un potere alla portata di chiunque, anche del ricattatore.
È il termometro della degradazione del potere. È anche una concezione di vita – è la base di una delle forme dello Stato secondo Max Weber, lo stato patrimoniale. Ma è anche un segnale della morbilità del potere, da quello religioso a quello del lager.
Germania – Il kantismo parte dal 1870, prima chi sapeva di Kant? Lo hegelismo dal 1880 – sula traccia peraltro del materialismo dialettico, il rovesciamento marxiano. Schopenhauer dal 1890, Nietzsche da fine secolo e oltre. Prima c’era Wagner, anni Sessanta – ma quanto deve a Baudelaire?
La filosofia tedesca ha preso a tormentarci, malgrado la sua incongruità, quando Bismarck ebbe costruito il Reich. Prima c’era l’erudizione tedesca, un po’ farlocca, consona al genius loci, talvolta fortunata, con Wincklemann, Schliemann, i fratelli Grimm, poi lo scozzese Kant ha aperto una breccia alluvionale – soprattutto in traduzione (l’incomprensibile ha la forza del mistero).
Bonn ha comprato per molti anni la libertà dei tedeschi in Europa orientale, con le numerose politiche a favore degli Aussiedler, Übersiedler, Flüchlinge e così via. Senza scandalo e senza problemi, ordinaria amministrazione. Il primo atto della riunificazione è stato di porre la Germania Est sotto il controllo della Bundesbank: niente elezioni, niente referendum storici, niente celebrazioni, un avvenimento aziendale, una fusione, o meglio un’incorporazione. La discussione su Berlino, se dovesse o no essere la capitale, non ha riguardato la natura del nuovo Stato unificato, o la storia, ma il costo del trasferimento da Bonn, 50 mila miliardi, oppure 75, oppure 100 mila: se la nuova Germania unita debba o non avere, con una grande capitale, una grande politica non è stato discusso. O meglio è stato già deciso.
Karl Jaspers riteneva la riunificazione inutile (“Freiheit und Wiedervereinigung”) perché sopravanzata dalla lotta anticomunista per la libertà e perché non si sa esattamente cosa riunificare, se il mondo di lingua tedesca, la Grande Germania del Vormärz, la Germania di Bismarck, le due Germanie del dopoguerra. Jaspers apriva ai tedeschi un orizzonte largo. La Germania invece ha preferito conformismo e prudenza, la strada del fare e non dire, non pensare.
La politica del futuro potrebbe anche seguire questo modello tedesco, il buonsenso renano del giorno per giorno, senza disegni e senza grandeur, la politica della non politica – modello Kohl. Dove i grandi problemi, sociali, ideali, generazionali, si riportano entro i modelli di gestione. Succede del resto già in Giappone: il lavoro disintossicato dalla politica. I grandi problemi – la pace, la guerra, la libertà, lo sviluppo – sono necessariamente legati alla retorica? Come e dove la retorica accompagna e sopravanza la politica? Ma anche: l’interesse non abbrutisce? I principati e le repubbliche che svilupparono l’arte, la filosofia, la letteratura, erano più commercianti o più guerrieri?
La politica gestionale è però un fatto in Germania e in Giappone. La Germania ha anche un precedente, i trent’anni bierdemeier: l’ordine e l’amor di patria, che col nazionalismo s’intrecciano radicalizzandosi, nella Germania biedermeier e nella Repubblica Federale hanno conseguito invece l’opposto, si sono smorzati. La voglia di primeggiare viene diluita nel successo economico, non armato.
A lungo, e perfino per la Francia (Quinet ad esempio), il concetto di libertà personale è venuto dalla Germania. Dall’anarchia tribale, dalla Riforma. Con un seguito nell’anarchismo, le eccentricità di Weimar, il radicalismo femminista e verde. Il conformismo d’altra parte è indiscutibile. Non solo sotto Hitler, anche dopo: i tedeschi hanno combattuto la dittatura, in opere e in pensieri, molto meno dei polacchi, degli ungheresi, dei cecosvloacchi. Anche nel 1989, sono venuti molto dopo la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria. E non si sono ribellati, sono fuggiti. La fuga sì, la resistenza no: quella è individuale, questa è collettiva: i due fatti si conciliano nel noto dualismo di libertà personale e conformismo sociale. È vero, come s’è sempre detto (ma meglio di tutti lo dice a ogni pagina Goethe), che la filosofia tedesca ha un concetto solo interiore, intimo, della libertà. Non l’ha mai pensata come fatto collettivo, non ha il suo Hobbes, il suo Rousseau, il suo Machiavelli. È per questo, va aggiunto, che non ha una dottrina liberale, perché il liberalismo presuppone una dottrina politica del corpo sociale, non solo del diritto o dello Stato.
Ma perché il conformismo sociale persevera, dopo sessanta anni di americanizzazione? Perché prevalente è il pietismo del luteranesimo. La libertà individuale s’è subito scontrata nella Riforma con la libertà politica, nella guerra dei contadini. Il pietismo ne ha praticato un minimo salvataggio, nella compassione in mancanza della libertà politica, e la Germania si accontenta del poco, non vuole sperimentare il meglio – perché pensa di averlo sperimentato.
Giappone – I giapponesi continuano a non sapere perché hanno fatto la guerra, e perché l’hanno persa. Per questo lascia perplessi, un paese e un popolo che invece tutto renderebbe simpatico.
Italia - È sempre stata decentralizzata, tra repubbliche, signorie e domini riservati, ora è milanocentrica. Per l’opinione, la politica, il gusto, le idee. Per la lingua: quando l’italiano era manzoniano anche i lombardi ne erano ospiti, ora si parla solo milanese in italiano, fin nell’accento e gi idioletti. È deprimente – piatta, saputa, carognesca – ma è Milano.
Politica – Va sempre lette con malizia. L’economia invece no - al contrario del marxismo volgare i cominciamenti in economia sono determinati dall’entusiasmo, e hanno finalità dichiarate: è questa la forza dei movimenti economici, in questa razionalità adattabile.
La politica è sempre una partita a scacchi. È così perché si definisce in rapporto ad altri soggetti? Ma anche l’economia è in queste condizioni. Forse la differenza è questa: l’economia è come la scienza, costruisce, perfeziona, indaga, la politica invece è come la legge, mantiene, regola, equilibra.
Resta il fatto che cercando le ragioni meno nobili non si sbaglia mai in politica.
astolfo@antiit.eu
domenica 10 gennaio 2010
Perché l'Italia è antipatica
Uno direbbe per Berlusconi. Ma poi si scopre che lui invece se la spassa. Va in Provenza e tutti gli sorridono. Va a San Pietroburgo e idem. Sarkozy e Zapatero gli hanno copiato le ministre miss. Zapatero potrebbe perfino metterlo in Telecom, tanto gli è grato per il salvataggio del gruppo Prisa (“El Paìs”). Obama gli deve il ruolo fondamentale di pesce pilota fra gli alleati europei: non fosse stato per lui avrebbe già sbattuto più volte quest’anno a brutto muso a Parigi e Berlino, e anche a Londra, sull’Afghanistan, l’Iran e ora lo Yemen. No, Berlusconi sarà antipatico, ma non all’estero.
Perché allora tanti giudizi severi sull’Italia? Proviamo ad analizzarli. Intanto, sfrondiamo il fronte dai giornali di Murdoch e da quelli sudamericani. I giornali di Murdoch fanno gli interessi del padrone, il “Times”, il “Sunday Times”, gli altri quotidiani inglesi che Murdoch mantiene con la pubblicità, e il “Wall Street Journal”. I giornali sudamericani…, giornali sudamericani? Restano quelli francesi, ma non sono specialmente cattivi con l’Italia. Neppure il severo “Le Monde” dopo Colombani, il famoso trozkista rimasto senza fronte. Quelli tedeschi sono severi, ma all’apparenza, sempre arcigni, è la grafica, sono severi con tutti e non fanno eccezione per l’Italia, anzi per l’Italia fanno eccezione, perché è un paese che piace. Restano gli inglesi non di Murdoch, l’“Economist” e il “Financial Times”, e questi hanno una ragione ben precisa, sono fatti dalla banche. Dalle peggiori, le banche d’affari. Che sono inglesi e americane, e in questo senso è vero: all’Italia si irride nei corridoi delle banche d’affari, è un paese troppo facile.
Non è infatti che l’Italia sia invisa alle banche d’affari. Hanno guadagnato in Italia quanto non avrebbero mai immaginato grazie alle privatizzazioni. E hanno fatto guadagnare i loro consulenti, che in Italia hanno avuto specialmente prestigiosi, Prodi, Draghi, Gianni Letta, Mengozzi, Fantozzi, Rainer Masera, Caio, Siniscalco, Ermolli, e ora pure Mario Monti. Ma per questo la ritengono un paese poco serio. E, finito il business delle privatizzazioni, puntano sul debito. L’Italia è un paese molto amato dai risparmiatori di tutto il mondo. Perché ha un debito enorme su cui paga interessi cospicui, ed è di grande affidamento. Ora, però, prima della crisi gli interessi erano scesi sotto l’1 per cento, e questo non andava bene. E anche ora che i tassi si sono moltiplicati non va bene. Se l’Italia, che è un solido pagatore, subisse un qualche declassamento dalle agenzie di rating, sarebbe tutto fieno in più, gratis. E allora perché non dire che l’Italia è allo sfacelo? Non la Gran Bretagna, badate, che ha un indebitamento netto annuo del 10-12 per cento del pil, roba da Terzo mondo, l’Italia.
Ma l’“Economist” e il “Financial Times” sono le bibbie del mercato, si dice. Ecco, questo è il mercato - ma, poi, chi lo dice, l’ingegner Ronchey? è ancora in vita? altrove non lo dicono, in Europa, a Londra, in America, in Sud America.
La verità vera è però che l’Italia è antipatica agli italiani. Che non sanno perché, frastornati dalle gazzette. Le quali li proclamano impuniti e ingovernabili - loro, i più assidui votanti del mondo. C’è quindi da diffidare. Ma è anche vero che l’Italia la politica ha affidato ai più avidi e ai falliti di ogni bordo, la giustizia ai paglietta maneggioni, basta passare per piazza Indipendenza a Roma, davanti al portone del Csm, per sentirne l’inconfondibile olezzo, il calcio ai corrotti, e a ogni istante si può dissolvere con niente, un verbale o un pentito, una foto o una puttana, o anche solo una chiacchiera, senza nemmeno l’intercettazione.
Perché allora tanti giudizi severi sull’Italia? Proviamo ad analizzarli. Intanto, sfrondiamo il fronte dai giornali di Murdoch e da quelli sudamericani. I giornali di Murdoch fanno gli interessi del padrone, il “Times”, il “Sunday Times”, gli altri quotidiani inglesi che Murdoch mantiene con la pubblicità, e il “Wall Street Journal”. I giornali sudamericani…, giornali sudamericani? Restano quelli francesi, ma non sono specialmente cattivi con l’Italia. Neppure il severo “Le Monde” dopo Colombani, il famoso trozkista rimasto senza fronte. Quelli tedeschi sono severi, ma all’apparenza, sempre arcigni, è la grafica, sono severi con tutti e non fanno eccezione per l’Italia, anzi per l’Italia fanno eccezione, perché è un paese che piace. Restano gli inglesi non di Murdoch, l’“Economist” e il “Financial Times”, e questi hanno una ragione ben precisa, sono fatti dalla banche. Dalle peggiori, le banche d’affari. Che sono inglesi e americane, e in questo senso è vero: all’Italia si irride nei corridoi delle banche d’affari, è un paese troppo facile.
Non è infatti che l’Italia sia invisa alle banche d’affari. Hanno guadagnato in Italia quanto non avrebbero mai immaginato grazie alle privatizzazioni. E hanno fatto guadagnare i loro consulenti, che in Italia hanno avuto specialmente prestigiosi, Prodi, Draghi, Gianni Letta, Mengozzi, Fantozzi, Rainer Masera, Caio, Siniscalco, Ermolli, e ora pure Mario Monti. Ma per questo la ritengono un paese poco serio. E, finito il business delle privatizzazioni, puntano sul debito. L’Italia è un paese molto amato dai risparmiatori di tutto il mondo. Perché ha un debito enorme su cui paga interessi cospicui, ed è di grande affidamento. Ora, però, prima della crisi gli interessi erano scesi sotto l’1 per cento, e questo non andava bene. E anche ora che i tassi si sono moltiplicati non va bene. Se l’Italia, che è un solido pagatore, subisse un qualche declassamento dalle agenzie di rating, sarebbe tutto fieno in più, gratis. E allora perché non dire che l’Italia è allo sfacelo? Non la Gran Bretagna, badate, che ha un indebitamento netto annuo del 10-12 per cento del pil, roba da Terzo mondo, l’Italia.
Ma l’“Economist” e il “Financial Times” sono le bibbie del mercato, si dice. Ecco, questo è il mercato - ma, poi, chi lo dice, l’ingegner Ronchey? è ancora in vita? altrove non lo dicono, in Europa, a Londra, in America, in Sud America.
La verità vera è però che l’Italia è antipatica agli italiani. Che non sanno perché, frastornati dalle gazzette. Le quali li proclamano impuniti e ingovernabili - loro, i più assidui votanti del mondo. C’è quindi da diffidare. Ma è anche vero che l’Italia la politica ha affidato ai più avidi e ai falliti di ogni bordo, la giustizia ai paglietta maneggioni, basta passare per piazza Indipendenza a Roma, davanti al portone del Csm, per sentirne l’inconfondibile olezzo, il calcio ai corrotti, e a ogni istante si può dissolvere con niente, un verbale o un pentito, una foto o una puttana, o anche solo una chiacchiera, senza nemmeno l’intercettazione.
Quanto ci costa il debito altrui
Dunque, sono 8 miliardi i maggiori oneri per interessi che l’Italia deve pagare sul suo debito, quest’anno e nel 2010 almeno, otto miliardi in più l’anno, in conseguenza della crisi. Della crisi delle banche. Per di più non italiane. Il ministro dell’economia Tremonti ha abbandonato la cautela, e ora che gli vogliono far ridurre le tasse, conferma la cifra che si sapeva (http://www.antiit.com/2009/06/segni-di-ripresa-di-che.html e
http://www.antiit.com/2009/08/la-crisi-e-finita-per-i-banchieri.html). È l’effetto della globalizzazione, uno dei tanti perversi: giocano le banche americane e britanniche, pagano gli italiani. È l’effetto dell’inerzia europea – a meno che non siamo qui a difendere Londra, una piazza che apprezza poco l’Europa. Ma è l’effetto anche di una gestione del debito pubblico che, seduto sulla cosiddetta “ottica europea”, non ha funzionato e non potrà funzionare se non a carico dell’Italia.
Consolidamento
La linea del rigore che l’Europa ha imposto e l’Italia ha accettato, per tenere sotto controllo il debito italiano, da alcuni anni non funziona più. Dacché il problema del debito è diventato prima tedesco, negli anni di Schröder, della grande disoccupazione, e ora britannico. La Gran Bretagna s’indebita ogni anno al ritmo del 12-14 per cento del pil, inondando l’offerta di titoli che devono cllocarsi a costi sempre crescenti. Ma l’Italia non se n’è accorta: continua a stringere la cinghia, e non più, non tanto, per controllare il suo debito, ma per pagare il debito degli altri. Per pagare più interessi perché, dentro l’euro, la Germania si è indebitata molto, e perché, fuori dell’euro, i mercati devono salvare la Gran Bretagna.
L’Italia non ha la possibilità, e non avrebbe alcun interesse, a sganciarsi dall’euro – quando si parla di fare qualcosa, di governare la politica monetaria, i soloni della saggezza ricevuta saltano subito su a ipotizzare l’assurdo. Ha però l’interesse e l’obbligo a esigere un governo del debito. Una forma di consolidamento sarebbe stata saggia alla creazione dell’euro ed è necessaria oggi. A parte l’ingiustizia di far pagare gli italiani per i britannici o i tedeschi, non è pensabile un debito europeo che si raddoppi in un paio d’anni – finisce anche la stabilità dei soloni.
http://www.antiit.com/2009/08/la-crisi-e-finita-per-i-banchieri.html). È l’effetto della globalizzazione, uno dei tanti perversi: giocano le banche americane e britanniche, pagano gli italiani. È l’effetto dell’inerzia europea – a meno che non siamo qui a difendere Londra, una piazza che apprezza poco l’Europa. Ma è l’effetto anche di una gestione del debito pubblico che, seduto sulla cosiddetta “ottica europea”, non ha funzionato e non potrà funzionare se non a carico dell’Italia.
Consolidamento
La linea del rigore che l’Europa ha imposto e l’Italia ha accettato, per tenere sotto controllo il debito italiano, da alcuni anni non funziona più. Dacché il problema del debito è diventato prima tedesco, negli anni di Schröder, della grande disoccupazione, e ora britannico. La Gran Bretagna s’indebita ogni anno al ritmo del 12-14 per cento del pil, inondando l’offerta di titoli che devono cllocarsi a costi sempre crescenti. Ma l’Italia non se n’è accorta: continua a stringere la cinghia, e non più, non tanto, per controllare il suo debito, ma per pagare il debito degli altri. Per pagare più interessi perché, dentro l’euro, la Germania si è indebitata molto, e perché, fuori dell’euro, i mercati devono salvare la Gran Bretagna.
L’Italia non ha la possibilità, e non avrebbe alcun interesse, a sganciarsi dall’euro – quando si parla di fare qualcosa, di governare la politica monetaria, i soloni della saggezza ricevuta saltano subito su a ipotizzare l’assurdo. Ha però l’interesse e l’obbligo a esigere un governo del debito. Una forma di consolidamento sarebbe stata saggia alla creazione dell’euro ed è necessaria oggi. A parte l’ingiustizia di far pagare gli italiani per i britannici o i tedeschi, non è pensabile un debito europeo che si raddoppi in un paio d’anni – finisce anche la stabilità dei soloni.
I fatti offuscano le opere di Katherine
I fatti e i personaggi della vita trasfusi nelle opere offuscano e confondono. Hanno nature separate ed è meglio che lo restino. Altrimenti si finisce per non sapere di quelli e non amare queste. La gatta Katherine, l’uistitì e l’egocentrismo del sorprendente ritratto iniziale si perdono nei riferimenti.
Pietro Citati, Vita breve di Katherine Mansfield
Pietro Citati, Vita breve di Katherine Mansfield
sabato 9 gennaio 2010
Martirio doppio per Franza
Un martirio. Dell’autrice e del lettore. “La tenebra egizia, di questo bisogna darle atto, è perfetta”. E questo è tutto, l’ultima riga della voluminosa pubblicazione.
“Il caso Franza”, l’inedito postumo di vent’anni fa, è qui raddoppiato di volume. Con molta filologia, di Reitani e dei curatori dell’edizione originaria. Indigesto quello, la paranoia di un rapporto di coppia (quello della stessa Bachmann con Max Frisch, che ne ha dato la sua versione nel non esaltante “Il mio nome sia Gantenbein”), questo lo è al quadrato. E per il pezzo più ripetuto, il viaggio turistico in Egitto, a potenza insostenibile – Ingeborg ci tenta pure con un’“orgia” di “amore arabo, o amore greco”, di una bianca con tre arabi, ma proprio non riesce a rappezzarlo. E perché, dopo il femminismo della prima edizione, acculare ora Ingeborg Bachmann al vieto terzomondismo - per di più nella forma del membruto?
Questo testo è uno dei più rifiniti dei diecimila fogli lasciati inediti da Ingeborg. Rivisto e riorganizzato dalla sua casa editrice, il lascito è stato pubblicato quindici anni fa con titolo funerario “Todesarten”: cinque volumi, 2.900 pagine a stampa, di modi di morire. Per dire quanto ha pesato sugli ultimi suoi dieci anni di vita la relazione infelice con Max Frisch. Ma Ingeborg è d’ingegno critico superiore: i filologi dovrebbero frugare meglio tra gli inediti.
“Il caso Franza”, l’inedito postumo di vent’anni fa, è qui raddoppiato di volume. Con molta filologia, di Reitani e dei curatori dell’edizione originaria. Indigesto quello, la paranoia di un rapporto di coppia (quello della stessa Bachmann con Max Frisch, che ne ha dato la sua versione nel non esaltante “Il mio nome sia Gantenbein”), questo lo è al quadrato. E per il pezzo più ripetuto, il viaggio turistico in Egitto, a potenza insostenibile – Ingeborg ci tenta pure con un’“orgia” di “amore arabo, o amore greco”, di una bianca con tre arabi, ma proprio non riesce a rappezzarlo. E perché, dopo il femminismo della prima edizione, acculare ora Ingeborg Bachmann al vieto terzomondismo - per di più nella forma del membruto?
Questo testo è uno dei più rifiniti dei diecimila fogli lasciati inediti da Ingeborg. Rivisto e riorganizzato dalla sua casa editrice, il lascito è stato pubblicato quindici anni fa con titolo funerario “Todesarten”: cinque volumi, 2.900 pagine a stampa, di modi di morire. Per dire quanto ha pesato sugli ultimi suoi dieci anni di vita la relazione infelice con Max Frisch. Ma Ingeborg è d’ingegno critico superiore: i filologi dovrebbero frugare meglio tra gli inediti.
Magari l’Egitto è quello di Celan. “In Aegypten”, la poesia del
loro amore, Paul Celan invita Ingeborg a cercarlo laggiù, nel servaggio, lui non ne è mai uscito. Ma lei si immagina liberata con tre uomini nel deserto,
un’altra prigione, la prigione d’amore, un amore non corrisposto, l’autoesilio - anche se, si sa, nella compagnia redentrice di Adolf Opel, finalmente un austriaco. Questa lettura sarebbe già qualcosa.
Ingeborg Bachmann, Il libro Franza, a cura di Luigi Reitani, Adelphi, pp. 379, € 24
Letture - 23
letterautore
Biografie – Sono, anche se critiche, agiografie. Non si scrivono vite di personaggi ininfluenti. E comunque il genere porta sempre a magnificare il soggetto, ancorché modesto. Al cui confronto gli altri, ancorché grandi, vengono ridotti al ruolo di figuranti. Peggio, pezzi di un collage.
Chatwin - È di lievità femminile. Per avere appreso da Magdalene Clapp il “taglio” della scrittura?
L’incanto deriva dall’incrocio fra la notazione lieve e le tematiche maschili, l’avventura, il potere, la menzogna, la fatica di vivere.
Dante – È “duro” e non amato perché ne sa di più? Ne sa di più, del cielo, della terra, dell’amore, degli amanti, dei santi, di Ulisse, della grammatica e della teologia.
Giallo – È una vicenda che ha una soluzione, è qui tutta la sua attrattiva. Anche nella derivazione noir: bene o male un cazzotto il buono riesce a darlo, una mazzata, una pugnalata.
In italiano ha il problema del lieto fine,che dev’essere a coda di pesce, moscio. Da “Promessi sposi” o da commedia all’italiana, coi dolenti vinti, la cattiva provvidenza, il cinismo della rassegnazione. Il giallo vuole la provvidenza provvida.
E come c’è un giallo – una vicenda che ha una soluzione – in una società cinica?
Quello italiano dovrebbe essere nero. Pieno cioè di delitti senza fine. Nel giallo classico il delitto è un pretesto per il gioco dell’enigma e dello svelamento, e può perfino non esserci. Non esiste del resto nei paesi del giallo classico, Inghilterra, Francia, Stati Uniti, un delitto politico così misterioso (“fiorentino”, “machiavellico”) come in Italia, né così sfrontato come quello di mafia. Quando hano dovuto mettere in scena delitti di questo tipo, che sono cioè e non sono fuorilegge, nel senso che restano impuniti, evitano il giallo, che la punizione esige, e devono ricorrere (Stevenson, Collins, la Radcliffe, lo stesso Conan Doyle, Chesterston) a “italiani”. Carbonari, killer, membri di sette segrete.
Nell’antologia dei pezzi archetipi del giallo di Del Buono manca il principale, la Sfinge. Il giallo classico è un indovinello. Il thrilling (frillo) del giallo è in questa piccola sfida, o competizione con l’autore che muove i fili e dissemina le false piste. Piccola sfida, atta a molcire i nervi invece di un eccitante-rilassante chimico.
Ogni enigma partecipa del Grande Mistero? Dipende dalla forma. Il giallo tende a “segare”quel tipo di cose, con ambienti, situazioni, personalità peculiari, cioè anomale. Per un bisogno di ordine – per ristabilire con la soluzione l’ordine.
Hölderlin – Un matto che vive sul fiume, per trentacinque anni, non è possibile: si sarebbe lasciato andare. E la grafia ferma, le abitudini consolidate, la capacità di esprimersi? Sempre più misteriosa, come di chi volesse nascondere volutamente.
Anche “Iperione” è misteriosa. È l’indicibile l’omosessualità?
È la germanicità: magia, cameratismo, socievolezza misantropa, pressione nervosa, culto del sublime. L’assoluto inconsistente della Traümerei: la caligine del Nord col sole renano, l’estremismo luterano con l’accomodamento pietistico, la filosofia con la poesia, la birra col vino – si fa poesia col vino, si filosofa con la birra?
Italiano – Non sopporta le lungaggini, ma gli piace essere lungo. Involuto. Disquisitivo.
È leguleio? I romani erano legisti.
Ha meno finezza, tanto più per essere lingua neolatina, dell’inglese per esempio, in rapporto alla precisione del latino: non ha i due nipoti degli zii e dei nonni, che l’inglese invece ha mantenuto, ha annacquato e confuso la genitorialità (i parenti, per esempio), non ha mantenuto il neutro, che è invece (si riscopre) dominante, non ha il genitivo, possessivo e non.
Moravia – Di singolare mancanza di curiosità. Incontrato tre volte nel 1976, aveva quindi ancora 65 anni, per una trasmissione Rai riparatrice sull’Iran, per le sue letture sull’Arabia Saudita, a poche settimane di distanza, non mostra alcun segno di riconoscimento. Benché il consiglio sulle letture fosse da lui richiesto, e la trasmissione si facesse per rimediare a un suo errore di giudizio. Singolare anche la sua povertà di fantasia nel primo incontro a distanza quindici anni prima, alla Casa della cultura di Firenze, sull’italiano e i dialetti – in tandem, è vero, col tassativo Pasolini. Proprio romano, per l’indifferenza, o l’insofferenza. Ma senza la grazia del romano, né la bonomia.
Uno dei pochi scrittori di mentalità urbana.
Personaggio tuttavia scadente, o incerto, malgrado la grande cultura, la capacità di scrittura, l’autorevolezza. Le due volte che venne a “Repubblica”, ansioso di farsi intervistare per i suoi settant’anni, e nonché non mostrare un barlume di “questo qui l’ho già visto” mentre chiede della Balbi, si lascia insolentire dalla stessa Balbi e da Scalfari, che lo trattano da rincoglionito per avere sbagliato l’appuntamento. E se ne accorge, si vede, ma fa finta di nulla.
Novecento – Quello letterario è una curiosa riedizione del formalismo del Seicento - sebbene testimone di eventi eccezionali e mostruosi: le due guerre, l’atomica, l’ombrello atomico, gli stermini, di armeni, kulaki, ebrei, slavi tra di loro, e un benessere impensabile. La letteratura e l’arte ci hanno viaggiato accanto privilegiando i problemi di espressione: le avanguardie, lo strutturalismo (formalismo) russo e francese, la nuova retorica dei semiotici, da Sklokskij e Jacobson a McLuhan e Barthes, le infinite derive poetiche del simbolismo (romanticismo, che ben sapeva la “natura” della natura).
Il dramma privilegiato della Zeitkultur è la psicanalisi. Psicanalisi come freudismo, cioè un ritorno, ritorno allo stato prenatale, e come junghismo, cioè un recupero del fantastico, ancora e sempre, malgrado lo scientismo, romantico. E la filosofia della crisi, maxime Heidegger, un’implosione allo stato infantile, una scoperta a tastoni e a gattoni dell’esistenza e lo spazio, gentile e incerta. Nella Zeitkultur non mancano le novità, la tecnica, la democrazia, il neo positivismo logico, o neo razionalismo. Ma sono rifiutate. Rompono l’hortus conclusus del formalismo, sono elaborate e pensate in maniera e misura insufficienti (Popper no, ma… ), oppure non sono abbastanza consolatorie? L’effetto del formalismo, sotto l’apparente disperazione, in omaggio all’epoca, e la “ricerca” affannosa, tutto è ricerca, è la chiusura in se stessi. Nel circolo, nel gruppo, nella comunità d’interessi. Che si presenta come rifiuto, e resistenza (al capitale, allo sfruttamento, alla modernità “disumana” – Pasolini), ed è una forma di autoreferenzialità, di consolazione.
Romanzo – È il genere che non è italiano, oppure non lo è come tutto ciò che è italiano, subisce la marginalizzazione (in buona misura auto-) in atto da un paio di secoli, da quando l’Italia letteraria si è infeudata alla Francia? Il genere è sostanzioso in Italia, in versi e in prosa: romanzi cortesi, Boccaccio, Boiardo, Ariosto, Tasso, Merlin Cocai, Basile, romanzo barocco… Perché celebrare Mme de Tencin e ignorare i suoi maestri italiani?
È la Rivoluzione Letteraria del Terzo Stato per Giacomo Debenedetti, “Svevo” dei “Saggi critici 2”. E quindi è grigio, com’è grigia la vita dei borghesi. Fenomenale! È nata da qui la “morte del romanzo”? Ancora più fenomenale! E di che colore è la vita del popolo, che si era appropriato il genere già nei tempi bui, seppure analfabeta? E dell’aristocrazia, quando è curiosa e non annoiata?
Di che colore è la vita dei letterati, e degli stessi interpreti del profondo, filosofi e critici?
Il romanzo è l’unica forma di letteratura popolare: l’affabulazione libera, senza metrica né morale, anche semplicemente orale. La borghesia l’ha operosamente arricchita, com’è suo costume, fino al ricamo e all’effimero, Joyce, Proust.
letterautore@antiit.eu
Biografie – Sono, anche se critiche, agiografie. Non si scrivono vite di personaggi ininfluenti. E comunque il genere porta sempre a magnificare il soggetto, ancorché modesto. Al cui confronto gli altri, ancorché grandi, vengono ridotti al ruolo di figuranti. Peggio, pezzi di un collage.
Chatwin - È di lievità femminile. Per avere appreso da Magdalene Clapp il “taglio” della scrittura?
L’incanto deriva dall’incrocio fra la notazione lieve e le tematiche maschili, l’avventura, il potere, la menzogna, la fatica di vivere.
Dante – È “duro” e non amato perché ne sa di più? Ne sa di più, del cielo, della terra, dell’amore, degli amanti, dei santi, di Ulisse, della grammatica e della teologia.
Giallo – È una vicenda che ha una soluzione, è qui tutta la sua attrattiva. Anche nella derivazione noir: bene o male un cazzotto il buono riesce a darlo, una mazzata, una pugnalata.
In italiano ha il problema del lieto fine,che dev’essere a coda di pesce, moscio. Da “Promessi sposi” o da commedia all’italiana, coi dolenti vinti, la cattiva provvidenza, il cinismo della rassegnazione. Il giallo vuole la provvidenza provvida.
E come c’è un giallo – una vicenda che ha una soluzione – in una società cinica?
Quello italiano dovrebbe essere nero. Pieno cioè di delitti senza fine. Nel giallo classico il delitto è un pretesto per il gioco dell’enigma e dello svelamento, e può perfino non esserci. Non esiste del resto nei paesi del giallo classico, Inghilterra, Francia, Stati Uniti, un delitto politico così misterioso (“fiorentino”, “machiavellico”) come in Italia, né così sfrontato come quello di mafia. Quando hano dovuto mettere in scena delitti di questo tipo, che sono cioè e non sono fuorilegge, nel senso che restano impuniti, evitano il giallo, che la punizione esige, e devono ricorrere (Stevenson, Collins, la Radcliffe, lo stesso Conan Doyle, Chesterston) a “italiani”. Carbonari, killer, membri di sette segrete.
Nell’antologia dei pezzi archetipi del giallo di Del Buono manca il principale, la Sfinge. Il giallo classico è un indovinello. Il thrilling (frillo) del giallo è in questa piccola sfida, o competizione con l’autore che muove i fili e dissemina le false piste. Piccola sfida, atta a molcire i nervi invece di un eccitante-rilassante chimico.
Ogni enigma partecipa del Grande Mistero? Dipende dalla forma. Il giallo tende a “segare”quel tipo di cose, con ambienti, situazioni, personalità peculiari, cioè anomale. Per un bisogno di ordine – per ristabilire con la soluzione l’ordine.
Hölderlin – Un matto che vive sul fiume, per trentacinque anni, non è possibile: si sarebbe lasciato andare. E la grafia ferma, le abitudini consolidate, la capacità di esprimersi? Sempre più misteriosa, come di chi volesse nascondere volutamente.
Anche “Iperione” è misteriosa. È l’indicibile l’omosessualità?
È la germanicità: magia, cameratismo, socievolezza misantropa, pressione nervosa, culto del sublime. L’assoluto inconsistente della Traümerei: la caligine del Nord col sole renano, l’estremismo luterano con l’accomodamento pietistico, la filosofia con la poesia, la birra col vino – si fa poesia col vino, si filosofa con la birra?
Italiano – Non sopporta le lungaggini, ma gli piace essere lungo. Involuto. Disquisitivo.
È leguleio? I romani erano legisti.
Ha meno finezza, tanto più per essere lingua neolatina, dell’inglese per esempio, in rapporto alla precisione del latino: non ha i due nipoti degli zii e dei nonni, che l’inglese invece ha mantenuto, ha annacquato e confuso la genitorialità (i parenti, per esempio), non ha mantenuto il neutro, che è invece (si riscopre) dominante, non ha il genitivo, possessivo e non.
Moravia – Di singolare mancanza di curiosità. Incontrato tre volte nel 1976, aveva quindi ancora 65 anni, per una trasmissione Rai riparatrice sull’Iran, per le sue letture sull’Arabia Saudita, a poche settimane di distanza, non mostra alcun segno di riconoscimento. Benché il consiglio sulle letture fosse da lui richiesto, e la trasmissione si facesse per rimediare a un suo errore di giudizio. Singolare anche la sua povertà di fantasia nel primo incontro a distanza quindici anni prima, alla Casa della cultura di Firenze, sull’italiano e i dialetti – in tandem, è vero, col tassativo Pasolini. Proprio romano, per l’indifferenza, o l’insofferenza. Ma senza la grazia del romano, né la bonomia.
Uno dei pochi scrittori di mentalità urbana.
Personaggio tuttavia scadente, o incerto, malgrado la grande cultura, la capacità di scrittura, l’autorevolezza. Le due volte che venne a “Repubblica”, ansioso di farsi intervistare per i suoi settant’anni, e nonché non mostrare un barlume di “questo qui l’ho già visto” mentre chiede della Balbi, si lascia insolentire dalla stessa Balbi e da Scalfari, che lo trattano da rincoglionito per avere sbagliato l’appuntamento. E se ne accorge, si vede, ma fa finta di nulla.
Novecento – Quello letterario è una curiosa riedizione del formalismo del Seicento - sebbene testimone di eventi eccezionali e mostruosi: le due guerre, l’atomica, l’ombrello atomico, gli stermini, di armeni, kulaki, ebrei, slavi tra di loro, e un benessere impensabile. La letteratura e l’arte ci hanno viaggiato accanto privilegiando i problemi di espressione: le avanguardie, lo strutturalismo (formalismo) russo e francese, la nuova retorica dei semiotici, da Sklokskij e Jacobson a McLuhan e Barthes, le infinite derive poetiche del simbolismo (romanticismo, che ben sapeva la “natura” della natura).
Il dramma privilegiato della Zeitkultur è la psicanalisi. Psicanalisi come freudismo, cioè un ritorno, ritorno allo stato prenatale, e come junghismo, cioè un recupero del fantastico, ancora e sempre, malgrado lo scientismo, romantico. E la filosofia della crisi, maxime Heidegger, un’implosione allo stato infantile, una scoperta a tastoni e a gattoni dell’esistenza e lo spazio, gentile e incerta. Nella Zeitkultur non mancano le novità, la tecnica, la democrazia, il neo positivismo logico, o neo razionalismo. Ma sono rifiutate. Rompono l’hortus conclusus del formalismo, sono elaborate e pensate in maniera e misura insufficienti (Popper no, ma… ), oppure non sono abbastanza consolatorie? L’effetto del formalismo, sotto l’apparente disperazione, in omaggio all’epoca, e la “ricerca” affannosa, tutto è ricerca, è la chiusura in se stessi. Nel circolo, nel gruppo, nella comunità d’interessi. Che si presenta come rifiuto, e resistenza (al capitale, allo sfruttamento, alla modernità “disumana” – Pasolini), ed è una forma di autoreferenzialità, di consolazione.
Romanzo – È il genere che non è italiano, oppure non lo è come tutto ciò che è italiano, subisce la marginalizzazione (in buona misura auto-) in atto da un paio di secoli, da quando l’Italia letteraria si è infeudata alla Francia? Il genere è sostanzioso in Italia, in versi e in prosa: romanzi cortesi, Boccaccio, Boiardo, Ariosto, Tasso, Merlin Cocai, Basile, romanzo barocco… Perché celebrare Mme de Tencin e ignorare i suoi maestri italiani?
È la Rivoluzione Letteraria del Terzo Stato per Giacomo Debenedetti, “Svevo” dei “Saggi critici 2”. E quindi è grigio, com’è grigia la vita dei borghesi. Fenomenale! È nata da qui la “morte del romanzo”? Ancora più fenomenale! E di che colore è la vita del popolo, che si era appropriato il genere già nei tempi bui, seppure analfabeta? E dell’aristocrazia, quando è curiosa e non annoiata?
Di che colore è la vita dei letterati, e degli stessi interpreti del profondo, filosofi e critici?
Il romanzo è l’unica forma di letteratura popolare: l’affabulazione libera, senza metrica né morale, anche semplicemente orale. La borghesia l’ha operosamente arricchita, com’è suo costume, fino al ricamo e all’effimero, Joyce, Proust.
letterautore@antiit.eu
giovedì 7 gennaio 2010
E' la Rai la fonte dell'antipolitica
Sono state feste senza tsunami né terremoti, e quindi due settimane, anzi tre di doloranti notiziari e telegiornali farciti di politica – la mancata strage di Al Qaeda negli Usa ha faticato a farsi strada. Roba da nausea. Roba che se uno potesse butterebbe all’aria tutta la politica. Perlomeno quella che si sorbisce in continuazione nella giornata dai notiziari della Rai e dai suoi telegiornali. Dove tutti devono dire la loro su tutto. Perentori. Ultimativi. Sarcastici. Non solo i ministri e i capi partito ma ogni vice del vice del vice, ora sono tutti presidenti, e perfino i segretari regionali e comunali. Tutti santoriani con l’arma letale – è forse una crisi d’astinenza: dovendo fare a meno di Santoro per le feste la Rai supplisce con i santorini?
Questo è bene per gli studi: si capisce dove si annidi l’antipolitica. Si annida nella Rai, l’emittente che tutti paghiamo. Nella presentazione che la politica fa alla Rai di se stessa. Di cui è parte principale la Rai stessa. Che si vuole libera e professionale, ma in tante ore, quotidiane, di libere elucubrazioni mai chiede a un politico serietà e misura. È il messaggio che crea l’autore, lo identifica, ma è il veicolo che crea il messaggio. Forse un po’ di misura nella stessa Rai, pur nell’insopprimbile lottizzazione, spingerebbe i lord protettori politici a essere meno antipatici.
Questo è bene per gli studi: si capisce dove si annidi l’antipolitica. Si annida nella Rai, l’emittente che tutti paghiamo. Nella presentazione che la politica fa alla Rai di se stessa. Di cui è parte principale la Rai stessa. Che si vuole libera e professionale, ma in tante ore, quotidiane, di libere elucubrazioni mai chiede a un politico serietà e misura. È il messaggio che crea l’autore, lo identifica, ma è il veicolo che crea il messaggio. Forse un po’ di misura nella stessa Rai, pur nell’insopprimbile lottizzazione, spingerebbe i lord protettori politici a essere meno antipatici.
Giornali pagati, ma il "Corriere" non dice quali
Rizzo e Stella fanno il conto sul “Corriere della sera” che il loro editore incassa di sussidi governativi solo il 4,4 per mille del fatturato del giornale. Sui 2,5 milioni di euro l'anno. Peraltro per scopi cui il “Corriere” volentieri rinuncerebbe, quali l’uso obbligato di Poste Italiane e la diffusione in molti posti all’estero. “Niente a che vedere”, aggiungono, “con i sussidi destinati a giornali concorrenti”. Che non sono da poco, per come li cifrano: C’è chi, magari facendo prediche sugli sprechi, incassa sotto varie forme… il 10 per cento del fatturato, chi il 16,3 per cento, chi addirittura il 20 per cento”.
Sono cifre enormi. Ma Rizzo e Stella non dicono chi sono i percettori. Anzi peggio: fanno capire che accedono a questi aiuti con pratiche poco leali, se non illegali. In un sistema, dicono, che soprattutto difetta di “regole chiare, patti chiari, concorrenza chiara”. Ma non li denunciano. Come sarebbe loro dovere. Mandano un avvertimento?
E da chi Rizzo e Stella hanno avuto le cifre? È probabilmente una primizia che dei giornalisti affermati, colonne del loro giornale, montino la guardia per conto dell’editore. Non sarebbe stato meglio che il presidente Marchetti o l’amministratore delegato Perricone firmasse a suo nome questi conti? E ci dicesse come li ha ricavati? Come è possibile che un giornale si faccia dare dal governo gratuitamente il 20 per cento del suo fatturato?
Sono cifre enormi. Ma Rizzo e Stella non dicono chi sono i percettori. Anzi peggio: fanno capire che accedono a questi aiuti con pratiche poco leali, se non illegali. In un sistema, dicono, che soprattutto difetta di “regole chiare, patti chiari, concorrenza chiara”. Ma non li denunciano. Come sarebbe loro dovere. Mandano un avvertimento?
E da chi Rizzo e Stella hanno avuto le cifre? È probabilmente una primizia che dei giornalisti affermati, colonne del loro giornale, montino la guardia per conto dell’editore. Non sarebbe stato meglio che il presidente Marchetti o l’amministratore delegato Perricone firmasse a suo nome questi conti? E ci dicesse come li ha ricavati? Come è possibile che un giornale si faccia dare dal governo gratuitamente il 20 per cento del suo fatturato?
martedì 5 gennaio 2010
L'atavismo sta stretto a Irène
Di Irène Némirovsky non si mette abbastanza in luce il lato “selvaggio” o istintuale: la crescita e formazione isolata, senza scuola ma anche senza amicizie, in una famiglia sgangherata e sradicata, essenzialmente autodidatta, su letture occasionali, quasi tutte di romanzi. Insofferente della Sorbona nei suoi vari tentativi. Una che è cresciuta in Russia e non ne sa nulla, nemmeno la lingua: ai pochi esami che passò alla Sorbona, professori compiacenti la interrogarono sul romanticismo russo e Pushkin, ma non poterono darle più di 11 e 13 su 20. Scrisse i primi racconti come divagazioni sulla fanciulla che era stata, “Nonoche”, sventata e svaporata, tra Biarritz e Nizza, balli e privé, cioè casinò. Giunse al successo con “David Golder” radicalizzando la dissipazione, dalla leggerezza all’avidità, in linea col diffusissimo pregiudizio antibolscevico antisemita di quegli anni. Un tratto che sarà sempre in lei prevalente, dicono i biografi, la derisione, fino all’autoderisione. Insieme però con la sventatezza. Al fondo della deiezione, alla vigilia della deportazione, le istruzioni alla governante delle bambine si centrano sulle pellicce: "Quando il denaro sarà finito, cominciate a vendere le pellicce che troverete nelle nostre valigie e che certamente riconoscerete".
La biografia si presenta documentatissima. Piena di fatti e fatterelli. Irène ai vent’anni diventa coinquilina di Léautaud, vicina di Henri de Regnier. Il nome, Némirovsly, è “che non conosce la paura”, dopo il terribile pogrom cosacco del 1648. Tra le sue amicizie di ragazza solo industriali o banchieri, figli d’industriali o banchieri, o emigrate russe fidanzate di principi. È anzi troppo piena, e confusa, la lettura è legnosa. Tanto più per essere rimandati continuamente in nota.
Andiamo avanti molto con Tatiana Morosova prima di sapere chi è – è, si presume, una biscugina di Irène, nipote della sua amata zia Victoria. Le prime cento pagine viaggiano tra Odessa e Kiev come se fossero la stessa città. Gi ebrei a fine Ottocento sono “un terzo della popolazione dell’Ucraina”… Sono ebrei più spirituali che etnici, discendenti dei Khazari… Gli ebrei sono a Odessa “quasi un terzo delle città”, di 400 mila abitanti… Mentre restano poco sviluppati gli ambienti, in Russia e a Parigi. E le amicizie personali, maschili e femminili, se non per le poche tracce residue nella corrispondenza. Gli stessi rapporti familiari sono frastagliati e poco afferrabili. Soprattutto la figura del padre, che potrebbe anche essere più importante di quella dell’odiosa madre – sulla nonna si riversa giustamente lo stupito rancore delle nipoti, le figlie di Irène che ne hanno propiziato il revival, la nonna che nel 1945 le rifiutò, benché orfane e sole, ma la madre ci convisse per oltre vent’anni. Della scrittrice alla fine sappiamo che era alta un metro e mezzo, quindi minuta, e figlia di un banchiere dalla dubbia reputazione. Non molto. A parte le centinaia di pagine, ma ripetitive, sull’odio di Irène per la madre.
La biografia esibisce però quello che non dice: una bambina viziata, di una coppia senza senso, di veri arricchiti, un padre affezionato ma assente, la madre divorante. Una donna giovane e poi adulta lettrice costante di Katherine Mansfield, fino agli altimi giorni - la scrittrice che ebbe sempre vent’anni, e per una notte d’amore con Francis Carco nell’altra guerra (Francis Carco...) fece un viaggio da Londra a Parigi e poi al fronte. Impaurita ma non molto alle avvisaglie della tragica fine, la morte a Auschwitz (di tifo), arrestata dai francesi e consegnata ai tedeschi, che per un paio d’anni l’avevano protetta, per “fare” un carico – ogni trasporto ferroviario nella logistica eichmanniana doveva essere di mille ebrei. Interdetta dalla pubblicazioni dalle leggi antisemite del 1940, Irène aveva continuato a pubblicare sotto pseudonimo, nella Francia occupata, fino al giorno prima dell’arresto. La lettura di Katherine Mansfield, che i biografi dicono l’abbia seguita tutta la vita, ne connota la psicologia, capricciosa, e la scrittura, di superficie: non c’è scavo né coerenza, la scrittura brilla della caleidoscopica sorpresa, e l’apparente futilità. Solo la materia è più dura, rispetto alla Mansfield: l’avidità, la violenza, l’indigenza. E i sentimenti, che sono bassi più spesso che lievi o elevati. La stessa “Vie de Tchékov” può non essere occasionale, un lavoro “alimentare”, di un autore che visse 43 anni, 4 più di Irène, con la stessa febbre d’Irène e della Mansfield, che ne visse 34, tutt’e tre negli ultimi anni duramente provati.
L’argomento principale delle cinquecento pagine è l’odio per la madre. Il secondo è l’antisemitismo. Di Irène compresa, con il “David Golder” e altre rappresentazioni poco dignitose, se non caricaturali, di personaggi e ambienti ebrei, dell’Oriente e dell’Occidente, in quasi tutti i suoi romanzi e racconti. Poliakov l’aveva inclusa tra gli antisemiti nel 1977, nella sua “Storia dell’antisemitismo” – riferimento che eliminò nella riedizione del 1981. Ma su questo la biografia è innovativa e interessante, rilevando e documentando due fatti storici trascurati. Uno è incontestabile, ora che il bolscevismo non c’è più: la sindrome antibolscevica, acuta e insieme cronica, in Francia negli anni 1920 (ma anche in Germania, in Inghilterra, in Germania), diffusissima, persistente. Che ai bolscevichi accomunava gli ebrei, ritenuti gli artefici e animatori della rivoluzione: di ogni personaggio del bolscevismo, Lenin incluso, si trovavano nomi e passati ebraici. Di questa sindrome erano tanto più infetti i russi emigrati. E tra essi i tanti ebrei. Una sindrome persistente anche negli anni 1930, sebbene contrastata dalla grande inventiva del Comintern, dell’apparato propagandistico di Willi Münzeberg.
“Fantasio”, il periodico satirico cui Irène si rivolse per pubblicare i racconti di Nonoche, i suoi primi abbozzi, era specializzato nell’antibolscevismo, con corteo di maschere antisemite. Le quali in Némirovsky sono anche calchi dei fratelli Tharaud, scrittori ora dimenticati che lei privilegiava quali esponenti dello “spirito francese”, o delle “buffonerie” allora in voga di Paul Morand, “Lewis e Irene”, e “Je brûle Moscou”. Sul tema, come lo sintetizzò Albert Londres, lo scrittore di viaggi, che pure era progressista, dell’invasione degli ebrei, o meglio degli Orientali, il Siberiano, il Mongolo, l’Armeno, l’Asiatico, e l’Ebreo, cacciati dalla rivoluzione, puzzolenti, e inassimilabili.
In subordine, un’argomentazione dei biografi più sottile, meno evidente di questa, ma non meno vera: i russi ebrei emigrati, specie quelli ricchi (ma non solo: Bove, Legrand, Elsa Triolet…), come del resto molti russi poveri non ebrei, tra essi Berberova, s’identificavano immediatamente con la Francia, e la Francia non discriminava l’“ebreo francese”. Per scrivere il “Golder”, Irène Némirovsky si è molto documentata, i biografi sono anche troppo precisi su questo, sui contratti di Borsa, il mercato del petrolio, i traffici finanziari col regime bolscevico. Ma anche, volendo delineare dei personaggi ebrei, sulle abitudini religiose e alimentari ebraiche, e sul quartiere allora ebraico del Marais a Parigi. Come una qualsiasi anatomista, cresciuta per caso in una famiglia di ebrei, sposi ed ebrei peraltro per caso.
Il materiale d’invenzione stesso si trovava nelle cronache, ricche di avventure di uomini d’affari ebrei. Del padrone della Shell Henry Deterding, su cui David Golder è modellato, ben più che sul proprio padre di Irène. O del banchiere belga Alfred Loewenstein, stella di Biarritz negli anni in cui la giovane Irène vi folleggiava con la non amata mamma: partito da Londra sul suo Fokker, Loewenstein non vi si trovò più all’atterraggio a Bruxelles – Golder sparirà anche lui, ma durante un traversata in mare, come poi scomparirà, negli anni 1980, il magnate britannico Maxwell.
Il secondo fatto storico che si trascura, e i biografi invece tratteggiano, è la crescita dell’antiparlamentarismo – forme variegate di fascismo – nella Francia del decennio successivo, gli anni 1930. Che anch’esso rinfocola l’antisemitismo. La Grande Crisi americana fu seguita a Parigi dal collasso di alcune banche di uomini d’affari ebrei – il caso più famoso è Stavisky ma molti patrimoni sparirono in altre disavventure. I due pregiudizi, antibolscevico e antiparlamentare, si risolsero in antisemitismo acuto nel 1936 del Fronte Popolare socialcomunista, guidato da Léon Blum, ebreo eminente.
Ciò nonostante, è pur vero che alla sua uscita nel 1930 il “Golder” era stato uno scandalo per molti. Con la figlia Denise, che cura la memoria della madre, Philipponnat e Lienhardt dicono la novella “una variante dell’Ecclesiaste nel campo della grande finanza”. Insistono sullo spirito di derisione “più forte di lei”, fino all’autoderisione. E cercano le solite pezze d’appoggio. Nell’occasione i due critici molto autorevoli Benjamin Crémiux e André Maurois, che ne segnalarono “la profondità morale”. I quali, aggiungono i biografi, anch’essi erano ebrei. Ciò non toglie che il libro apparve ai più antisemita, ha una durezza che mantiene. E sarà leitmotiv per la gran parte dei suoi romanzi e racconti.
Il tema ha due risvolti. Uno è il rapporto di Irène con la famiglia e la tribù. Il secondo è la rappresentazione che ne fa. Entrambi sono negativi, ma il secondo deriva dal primo. E dalla indigenza estrema, materiale e morale, degli ebrei di Russia. Aborre cioè un certo tipo di ebraismo, storicizzato, che non si può non condannare, seppure non col linguaggio della propaganda razzista. Joseph Roth farà negli stessi anni una rappresentazione più criticamente - storicamente - accettabile della stessa realtà ebraica. Na, a questo punto, entra in gioco la ragazza irène, ricca, viziata, che è il suo proprio.
Come tutti, Irène è condizionata dal sangue, dal padre, dalla madre, e tuttavia come loro è senza radici. Prende radici col francese, la lingua della sua governante e vice mamma, e col marito Michel Epstein, che ha un fondo di tradizione se non di religiosità, e una parentela socialmente stabilizzata - una “parente” è la moglie di Alfred Adler a Vienna, uno zio, si presume, il produttore di Feyder, L’Herbier, Clair, Renoir. L’atavismo, se c’è, è limitato al sangue, e alla convivenza certo, fino al matrimonio e oltre. Più “freddamente crudele”, come di lei disse l’intervistatrice Nina Gourfinkel, della “Nouvelle Rvue Juive” che compassionevole, come appare ai più a posteriori. In fatto di ebraismo è essa stessa l’intreccio di quei due decenni, da una parte e dall’altra, due parti che non sono così nette come Hitler le semplificherà.
In una nota al progetto “L’ebreo” che non scriverà (su Léon Blum, Stavisky e Trockij) appunta nervosa: “Dopotutto, io gli ebrei li amo come cavie”. La “Revue des deux Mondes”, del cui gruppo era ormai parte stabile, le rifiutò nel 1936 la pubblicazione del racconto “Fraternité” per antisemitismo. Ce si può dire costante e sempre vivo, come l’odio della madre, oggetto di un’infinita serie di romanzi e racconti. Dei cui genitori, vecchi ebrei di Odessa, si occupò però premurosa, amabile, fino alla fine – mentre la figlia-madre faceva finta di niente. I biografi richiamano Virginia Woolf, la sua “freedom from unreal loyalties”. Non sembra opportuno: per Irène Némirovsky l’ebraismo è una realtà durissima, di cui fu testimone da bambina, di sofferenza, indigenza, sconsideratezza.
Il rifiuto dell'atavismo, sofferto, è anche un un atto di liberazione. L'atavismo contro cui Irène si dibatte è quello che Hitler le imporrà, e dunque a un primo esamela sua lotta è positiva. L'atavismo non ha senso e necessità morali, se non sotto le forme della tradizione e delle radici, quando vi ci si riconosce. Ma allora come fodnamento della libertà. Sappiamo dal Medio Evo che la religione non può più essere camicia di contenzione. E meno di essa, non dispiaccia a Hitler, la razza: che cos'è la razza, la mamma? La purezza della mamma, certo il mito è forte, ma chi la mamma non ce l'ha? Specie dove le altre forme di condizionamento tribale, il matrimonio, la parentela, la scuola, gli usi e le interdizioni alimentari sono irrilevanti o svanite. Le genealogie e le stirpi possono essere sordide, come la psicologia sociale. Oggi sono in auge e per molti un arricchimento, ma al tempo di Irène Némirovsky e per lei personalmente un handicap.
Ma di lei non c’è da salvare questo o quello, si salva da sola come scrittrice. C’è solo da presentarla per quello che era, e resta ancora opera da fare, non rifocalizzando la sua vicenda da Auschwitz e dall’Olocausto. Anche “Suite francese”, che le ha ridato nuova vita, va vista col cannocchiale degli anni di prima e non con quello di dopo. Di “Suite francese” Irène Némirovsky è in certo modo vittima, lei era un’altra, come persona e come scrittrice. Con molte paure, certo: quella dell’ebraismo povero (del ghetto, della shtètl), doppiandosi con quella della povertà tout court. Che non ne fa una scrittrice da condannare doppiamente, anzi per questo diversa e con un suo spessore, una cifra riconoscibile nel garbuglio letterario del Novecento: dello sradicamento totale, linguistico, storico, culturale, familiare, nazionale, e di un ancoraggio, se ancora esiste la parola, unicamente umano. Per tentativi ed errori. Lo stesso rapporto con la madre, seppure certamente di reciproco odio, andrebbe rivisto. Della madre si sa solo ciò che ne dice Irène. I biografi riducono a curioso aneddoto una storia di pellicce della madre che Irène ha venduto dopo essersi introdotta in casa sua in sua assenza. E a una ragazzata l’incursione della dodicenne Denise con la governante a Parigi nella primavera del 1942, per "svaligiare" la casa della nonna.
O.Philipponnat-P.Lienhardt, La vita d’Irène Némirovsky, Adelphi, pp. 518, € 23
La biografia si presenta documentatissima. Piena di fatti e fatterelli. Irène ai vent’anni diventa coinquilina di Léautaud, vicina di Henri de Regnier. Il nome, Némirovsly, è “che non conosce la paura”, dopo il terribile pogrom cosacco del 1648. Tra le sue amicizie di ragazza solo industriali o banchieri, figli d’industriali o banchieri, o emigrate russe fidanzate di principi. È anzi troppo piena, e confusa, la lettura è legnosa. Tanto più per essere rimandati continuamente in nota.
Andiamo avanti molto con Tatiana Morosova prima di sapere chi è – è, si presume, una biscugina di Irène, nipote della sua amata zia Victoria. Le prime cento pagine viaggiano tra Odessa e Kiev come se fossero la stessa città. Gi ebrei a fine Ottocento sono “un terzo della popolazione dell’Ucraina”… Sono ebrei più spirituali che etnici, discendenti dei Khazari… Gli ebrei sono a Odessa “quasi un terzo delle città”, di 400 mila abitanti… Mentre restano poco sviluppati gli ambienti, in Russia e a Parigi. E le amicizie personali, maschili e femminili, se non per le poche tracce residue nella corrispondenza. Gli stessi rapporti familiari sono frastagliati e poco afferrabili. Soprattutto la figura del padre, che potrebbe anche essere più importante di quella dell’odiosa madre – sulla nonna si riversa giustamente lo stupito rancore delle nipoti, le figlie di Irène che ne hanno propiziato il revival, la nonna che nel 1945 le rifiutò, benché orfane e sole, ma la madre ci convisse per oltre vent’anni. Della scrittrice alla fine sappiamo che era alta un metro e mezzo, quindi minuta, e figlia di un banchiere dalla dubbia reputazione. Non molto. A parte le centinaia di pagine, ma ripetitive, sull’odio di Irène per la madre.
La biografia esibisce però quello che non dice: una bambina viziata, di una coppia senza senso, di veri arricchiti, un padre affezionato ma assente, la madre divorante. Una donna giovane e poi adulta lettrice costante di Katherine Mansfield, fino agli altimi giorni - la scrittrice che ebbe sempre vent’anni, e per una notte d’amore con Francis Carco nell’altra guerra (Francis Carco...) fece un viaggio da Londra a Parigi e poi al fronte. Impaurita ma non molto alle avvisaglie della tragica fine, la morte a Auschwitz (di tifo), arrestata dai francesi e consegnata ai tedeschi, che per un paio d’anni l’avevano protetta, per “fare” un carico – ogni trasporto ferroviario nella logistica eichmanniana doveva essere di mille ebrei. Interdetta dalla pubblicazioni dalle leggi antisemite del 1940, Irène aveva continuato a pubblicare sotto pseudonimo, nella Francia occupata, fino al giorno prima dell’arresto. La lettura di Katherine Mansfield, che i biografi dicono l’abbia seguita tutta la vita, ne connota la psicologia, capricciosa, e la scrittura, di superficie: non c’è scavo né coerenza, la scrittura brilla della caleidoscopica sorpresa, e l’apparente futilità. Solo la materia è più dura, rispetto alla Mansfield: l’avidità, la violenza, l’indigenza. E i sentimenti, che sono bassi più spesso che lievi o elevati. La stessa “Vie de Tchékov” può non essere occasionale, un lavoro “alimentare”, di un autore che visse 43 anni, 4 più di Irène, con la stessa febbre d’Irène e della Mansfield, che ne visse 34, tutt’e tre negli ultimi anni duramente provati.
L’argomento principale delle cinquecento pagine è l’odio per la madre. Il secondo è l’antisemitismo. Di Irène compresa, con il “David Golder” e altre rappresentazioni poco dignitose, se non caricaturali, di personaggi e ambienti ebrei, dell’Oriente e dell’Occidente, in quasi tutti i suoi romanzi e racconti. Poliakov l’aveva inclusa tra gli antisemiti nel 1977, nella sua “Storia dell’antisemitismo” – riferimento che eliminò nella riedizione del 1981. Ma su questo la biografia è innovativa e interessante, rilevando e documentando due fatti storici trascurati. Uno è incontestabile, ora che il bolscevismo non c’è più: la sindrome antibolscevica, acuta e insieme cronica, in Francia negli anni 1920 (ma anche in Germania, in Inghilterra, in Germania), diffusissima, persistente. Che ai bolscevichi accomunava gli ebrei, ritenuti gli artefici e animatori della rivoluzione: di ogni personaggio del bolscevismo, Lenin incluso, si trovavano nomi e passati ebraici. Di questa sindrome erano tanto più infetti i russi emigrati. E tra essi i tanti ebrei. Una sindrome persistente anche negli anni 1930, sebbene contrastata dalla grande inventiva del Comintern, dell’apparato propagandistico di Willi Münzeberg.
“Fantasio”, il periodico satirico cui Irène si rivolse per pubblicare i racconti di Nonoche, i suoi primi abbozzi, era specializzato nell’antibolscevismo, con corteo di maschere antisemite. Le quali in Némirovsky sono anche calchi dei fratelli Tharaud, scrittori ora dimenticati che lei privilegiava quali esponenti dello “spirito francese”, o delle “buffonerie” allora in voga di Paul Morand, “Lewis e Irene”, e “Je brûle Moscou”. Sul tema, come lo sintetizzò Albert Londres, lo scrittore di viaggi, che pure era progressista, dell’invasione degli ebrei, o meglio degli Orientali, il Siberiano, il Mongolo, l’Armeno, l’Asiatico, e l’Ebreo, cacciati dalla rivoluzione, puzzolenti, e inassimilabili.
In subordine, un’argomentazione dei biografi più sottile, meno evidente di questa, ma non meno vera: i russi ebrei emigrati, specie quelli ricchi (ma non solo: Bove, Legrand, Elsa Triolet…), come del resto molti russi poveri non ebrei, tra essi Berberova, s’identificavano immediatamente con la Francia, e la Francia non discriminava l’“ebreo francese”. Per scrivere il “Golder”, Irène Némirovsky si è molto documentata, i biografi sono anche troppo precisi su questo, sui contratti di Borsa, il mercato del petrolio, i traffici finanziari col regime bolscevico. Ma anche, volendo delineare dei personaggi ebrei, sulle abitudini religiose e alimentari ebraiche, e sul quartiere allora ebraico del Marais a Parigi. Come una qualsiasi anatomista, cresciuta per caso in una famiglia di ebrei, sposi ed ebrei peraltro per caso.
Il materiale d’invenzione stesso si trovava nelle cronache, ricche di avventure di uomini d’affari ebrei. Del padrone della Shell Henry Deterding, su cui David Golder è modellato, ben più che sul proprio padre di Irène. O del banchiere belga Alfred Loewenstein, stella di Biarritz negli anni in cui la giovane Irène vi folleggiava con la non amata mamma: partito da Londra sul suo Fokker, Loewenstein non vi si trovò più all’atterraggio a Bruxelles – Golder sparirà anche lui, ma durante un traversata in mare, come poi scomparirà, negli anni 1980, il magnate britannico Maxwell.
Il secondo fatto storico che si trascura, e i biografi invece tratteggiano, è la crescita dell’antiparlamentarismo – forme variegate di fascismo – nella Francia del decennio successivo, gli anni 1930. Che anch’esso rinfocola l’antisemitismo. La Grande Crisi americana fu seguita a Parigi dal collasso di alcune banche di uomini d’affari ebrei – il caso più famoso è Stavisky ma molti patrimoni sparirono in altre disavventure. I due pregiudizi, antibolscevico e antiparlamentare, si risolsero in antisemitismo acuto nel 1936 del Fronte Popolare socialcomunista, guidato da Léon Blum, ebreo eminente.
Ciò nonostante, è pur vero che alla sua uscita nel 1930 il “Golder” era stato uno scandalo per molti. Con la figlia Denise, che cura la memoria della madre, Philipponnat e Lienhardt dicono la novella “una variante dell’Ecclesiaste nel campo della grande finanza”. Insistono sullo spirito di derisione “più forte di lei”, fino all’autoderisione. E cercano le solite pezze d’appoggio. Nell’occasione i due critici molto autorevoli Benjamin Crémiux e André Maurois, che ne segnalarono “la profondità morale”. I quali, aggiungono i biografi, anch’essi erano ebrei. Ciò non toglie che il libro apparve ai più antisemita, ha una durezza che mantiene. E sarà leitmotiv per la gran parte dei suoi romanzi e racconti.
Il tema ha due risvolti. Uno è il rapporto di Irène con la famiglia e la tribù. Il secondo è la rappresentazione che ne fa. Entrambi sono negativi, ma il secondo deriva dal primo. E dalla indigenza estrema, materiale e morale, degli ebrei di Russia. Aborre cioè un certo tipo di ebraismo, storicizzato, che non si può non condannare, seppure non col linguaggio della propaganda razzista. Joseph Roth farà negli stessi anni una rappresentazione più criticamente - storicamente - accettabile della stessa realtà ebraica. Na, a questo punto, entra in gioco la ragazza irène, ricca, viziata, che è il suo proprio.
Come tutti, Irène è condizionata dal sangue, dal padre, dalla madre, e tuttavia come loro è senza radici. Prende radici col francese, la lingua della sua governante e vice mamma, e col marito Michel Epstein, che ha un fondo di tradizione se non di religiosità, e una parentela socialmente stabilizzata - una “parente” è la moglie di Alfred Adler a Vienna, uno zio, si presume, il produttore di Feyder, L’Herbier, Clair, Renoir. L’atavismo, se c’è, è limitato al sangue, e alla convivenza certo, fino al matrimonio e oltre. Più “freddamente crudele”, come di lei disse l’intervistatrice Nina Gourfinkel, della “Nouvelle Rvue Juive” che compassionevole, come appare ai più a posteriori. In fatto di ebraismo è essa stessa l’intreccio di quei due decenni, da una parte e dall’altra, due parti che non sono così nette come Hitler le semplificherà.
In una nota al progetto “L’ebreo” che non scriverà (su Léon Blum, Stavisky e Trockij) appunta nervosa: “Dopotutto, io gli ebrei li amo come cavie”. La “Revue des deux Mondes”, del cui gruppo era ormai parte stabile, le rifiutò nel 1936 la pubblicazione del racconto “Fraternité” per antisemitismo. Ce si può dire costante e sempre vivo, come l’odio della madre, oggetto di un’infinita serie di romanzi e racconti. Dei cui genitori, vecchi ebrei di Odessa, si occupò però premurosa, amabile, fino alla fine – mentre la figlia-madre faceva finta di niente. I biografi richiamano Virginia Woolf, la sua “freedom from unreal loyalties”. Non sembra opportuno: per Irène Némirovsky l’ebraismo è una realtà durissima, di cui fu testimone da bambina, di sofferenza, indigenza, sconsideratezza.
Il rifiuto dell'atavismo, sofferto, è anche un un atto di liberazione. L'atavismo contro cui Irène si dibatte è quello che Hitler le imporrà, e dunque a un primo esamela sua lotta è positiva. L'atavismo non ha senso e necessità morali, se non sotto le forme della tradizione e delle radici, quando vi ci si riconosce. Ma allora come fodnamento della libertà. Sappiamo dal Medio Evo che la religione non può più essere camicia di contenzione. E meno di essa, non dispiaccia a Hitler, la razza: che cos'è la razza, la mamma? La purezza della mamma, certo il mito è forte, ma chi la mamma non ce l'ha? Specie dove le altre forme di condizionamento tribale, il matrimonio, la parentela, la scuola, gli usi e le interdizioni alimentari sono irrilevanti o svanite. Le genealogie e le stirpi possono essere sordide, come la psicologia sociale. Oggi sono in auge e per molti un arricchimento, ma al tempo di Irène Némirovsky e per lei personalmente un handicap.
Ma di lei non c’è da salvare questo o quello, si salva da sola come scrittrice. C’è solo da presentarla per quello che era, e resta ancora opera da fare, non rifocalizzando la sua vicenda da Auschwitz e dall’Olocausto. Anche “Suite francese”, che le ha ridato nuova vita, va vista col cannocchiale degli anni di prima e non con quello di dopo. Di “Suite francese” Irène Némirovsky è in certo modo vittima, lei era un’altra, come persona e come scrittrice. Con molte paure, certo: quella dell’ebraismo povero (del ghetto, della shtètl), doppiandosi con quella della povertà tout court. Che non ne fa una scrittrice da condannare doppiamente, anzi per questo diversa e con un suo spessore, una cifra riconoscibile nel garbuglio letterario del Novecento: dello sradicamento totale, linguistico, storico, culturale, familiare, nazionale, e di un ancoraggio, se ancora esiste la parola, unicamente umano. Per tentativi ed errori. Lo stesso rapporto con la madre, seppure certamente di reciproco odio, andrebbe rivisto. Della madre si sa solo ciò che ne dice Irène. I biografi riducono a curioso aneddoto una storia di pellicce della madre che Irène ha venduto dopo essersi introdotta in casa sua in sua assenza. E a una ragazzata l’incursione della dodicenne Denise con la governante a Parigi nella primavera del 1942, per "svaligiare" la casa della nonna.
O.Philipponnat-P.Lienhardt, La vita d’Irène Némirovsky, Adelphi, pp. 518, € 23
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