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giovedì 17 dicembre 2015

Il jihadismo è kamikaze

“La gioventù uscita dall’immigrazione postcoloniale contribuisce alla vittoria di François Hollande nel 2012”. Ma “il cambio di generazione dell’islamismo in Francia e la diffusione dell’ideologia del jihadismo”, grazie anche alle “reti sociali”, hanno prodotto una nuova faglia nel tessuto nazionale francese. Lo studioso del rifiuto islamico, e insieme sostenitore di un’identità nazionale che la cittadinanza islamica non indebolirebbe, non si fa illusioni. Il suo resta il libro di riferimento per conoscere la galassia jihadista - l’originale è il doppio dell’edizione italiana, che pure si ristampa ogni anno, con duecento pagine di note (in nota sono confinate definizioni e condizioni del jihad, ma è forse la sola bizzarria), un glossario, una mappa dell’islam regione per regione, e un imponente indice dei nomi. Fa una mappa dettagliata delle varie confessioni puriste, corredata dai finanziamenti, molto imprtanti negli ultimi decenni – che quasi ovunque, “Londonistan” compreso, riconducono alla penisola arabica. Ma non ha fatto in tempo a licenziarne questa riedizione, il 4 novembre, che ha dovuto porre mano subito dopo a un supplemento, “Terreur dans l’Héxagone”, uscito l’altro ieri, quaranta giorni dopo, che presenta con queste parole.
La faglia dunque c’è - la nazione è un fenomeno complesso, che anzitutto richiede un’adesione. Ma non si è prodotta in due anni, è attiva in Francia da almeno vent’anni, lo stesso Kepel lo documenta. E come si può dire in declino se fa tanti danni e muove addirittura due guerre in questo momento, una Usa-Russia e una islamica?
La tesi che tiene insieme i fili della ricostruzione di Kepel è semplice. Il 1989 segna “l’apogeo dell’espansione islamista”. Khomeini muore, ma la sua fatwa fa tremare le cancellerie. Un regime islamista s’impadronisce del Sudan. Un Fronte Islamico s’impianta in Ageria , e subito la fa sua. In Palestina la laica Olp cede “alla componente islamista vigorosa di Hamas”. Nel mondo islamico, dappertutto sono necessarie concessioni all’opposizione che si richiama alla sharia, e l’ulema prende il posto dell’intellettuale laico. Ma anche al di fuori, “il movimento apre una breccia in Occidente, attraverso la prima generazione di giovani adulti nati da genitori immigrati”. Una spinta talmente dinamica che in Francia le celebrazioni del bicenteneraio della Rivoluzione sono oscurate dalle divisioni sul velo islamico. Il Muro di Berlino cade, dopo che le forze jihadiste hanno sconfitto l’Armata Rossa in Afghanistan. Il 15 febbraio 1989, fine dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, , è il triondo saudita, dell’islam sunnita da cui germoglieranno Bin Laden e l’Is. Ma la vigilia è ancora più trionfale, per Khomeini, il nemico dei sauditi: la sua fatwa contro Rushdie, un europeo, un inglese, chiama al jihad i mussulmani di ogni cittadinanza, gli “empi” non vanno più cercati all’interno della comunità di fede – la minaccia fu sterile, ma ebbe vasta risonanza, perché Khomeini aveva fatto eliminate nel decennio moltissimi oppositori in Occidente.
Bene, ma perché il 1989 è il punto di massima espansione, l’apice di una curva che poi declina?
Declino
Kepel mantiene questo parere anche nella revisione del testo dopo l’11 settembre – lo ha rivisto nel 2002 sull’edizione americana, meglio impaginata della sua propria, aggiornandola agli ultimi eventi. L’islam militante non ha mostrato, malgrado la spettacolarità delle Torri Gemelle, la capacità di “suscitare manifestazioni politiche e pressioni finalizzate alla conquista del potere”. Le primavere arabe prima, agite dai Fratelli Mussulmani, e poi l’Is impiantato in Irak, Siria e Libia, nonché i vari movimenti radicati territorialmente nell’Africa sub sahariana, sembrano smentirlo. Ma lo studioso resta dello stesso parere: nel suo proprio mondo, il jihad ha perso la battaglia politica. In Algeria sfidò la borghesia urbana, col taglieggiamento sistematico, e ne è stato sopraffatto. In Egitto e Tunisia continua ad antagonizzare la piccola e micro borghesia, che vive, anche se non bene, del turismo, legandola ai regimi. In Irak e Afghanistan colpisce i poveri – mercati, moschee, scuole, caserme – che sono gli obiettivi più facili. Il terrorismo, che si vuole un innesco della rivolta, in realtà la allontana, consolidando le società colpite.
È possibile. Una conferma si può accreditare a Kepel dall’attualità. In Libia il jihadismo non è in realtà attecchito, la guerra civile è tribale. In Siria ha portato alla rinascita di Assad, il “leone”, già spacciato. Le petromonarchie del Golfo, sue incubatrici e alleate, sono ora promotrici di un’alleanza ostile.
La teoria del declino ha peraltro un fondamento solido.  Si basa sulla guerra del Golfo, un fatto sottostimato al di fuori del mondo islamico. Che si concluse dieci anni dopo con la guerra a Saddam Hussein per un motivo molto preciso: Saddam aveva finito per impersonare il “vero” islam. Il dittatore iracheno, un laico quasi “empio”, aveva invaso il Kuwait all’insegna di “Allah akbar”, come una crociata contro un regime illegittimo anti-islamico. Minacciava dal Kuwait la dinastia saudita, custode dei luoghi santi islamici, e Riad chiese l’intervento Usa. Il reame diventò la base operativa di un esercito americano di mezzo milione di soldati, la cui presenza, in aggiunta alle basi militari che gli Usa già vi avevano, mise in causa la legittimià dei Saud protettori dei luoghi santi. Saddam faceva propria l’accusa decennale di Khomeini, costellata di incidenti con centinaia di morti duranti il pellegrinaggio annuale, contro l’Arabia Saudita.  Fu sconfitto, ma costrinse l’Arabia Saudita a patrocinare il fondamentalismo islamico, che già provocava molti incidenti al suo interno, indirizzandolo all’esterno, nel mentre che manteneva salda la sua integrazione economica e politica con l’Occidente. Un’ambivalenza che proprio in questi giorni si va sciogliendo.
È il paradosso di Saddam Hussein, e dell’Occidente in riguardo del jihadismo: ha fatto due guerre contro il radicalismo islamico e in entrambe è stato combattuto dagli Usa e dall’Occidente. La prima con l’Irangate, il riarmo coperto dei khomeinisti, la seconda con una guerra in campo aperto e uno schieramento massiccio. Si può argomentare che l’Occidente combatteva il nazionalismo arabo, appoggiandosi all’estremismo religioso, ma non è tutta la storia: qualcosa manca, sia pure l’insipienza.
Contro il nazionalismo
Altri punti lasciano più perplessi. Se è vero che nell’ultimo quarto del Novecento l’islamismo ha soppiantato il nazionalismo delle generazioni precedenti, quelle delle indipendenze, non lo è la previsione che Kepel ne trae: “Questa fase che si apre nel ventunesimo secolo dell’era cristiana vedrà senza dubbio il mondo mussulmano entrare a piedi uniti  nella modernità, secondo modi di fusione inediti con l’universo occidentale”. Ma la “cosa”, senza la previsione, c’è: in pochi anni l’islam politico ha soppiantato il nazionalismo.
Teorizzato negli anni 1960 dall’ayatollah Khomeini, e da due ideologi di vastissimo pubblico, il pakistano Mawduri e l’egiziano Qutb, pochi anni dopo il jihadismo era già vincente. A partire dal 1973, dice Kepel, che vide nella guerra del Kippur la rinascita dell’orgoglio islamico dopo la batosta del 1967, e soprattutto vide l’emergere della potenza saudita, che molto fa perno sull’ortodossia religiosa, grazie alla guerra del petrolio - il wahabismo, la versione saudita del sunnismo, farà macchia d’olio.
Rivoluzione culturale
Una rivoluzione culturale e non un ritorno alla tradizione.  Il 29 agosto 1966 Sayed Qutb veniva impiccato dall’Egitto di Nasser, il teorico del “risveglio islamico”. Ma dieci anni dopo il suo pensiero era domnante nello stesso Egitto, tollerato e anzi favorito da Sadat, il sucessore di Nasser. In Pakistan il generale Zia ul Haq costruì negli anni 1980 migliaia di moschee, sotto l’influenza di Mawduri, e governò con molti ministri che ne seguivano l’insegnamento. Khomeini prese personalmente il potere in Iran nel 1978, rovesciando uno dei regimi reputati più stabili del Medio Oriente. Si faceva piazza pulita del nazionalismo delle piccole patrie. E dei concetti che le élites modernizzatrici avevano mediato dall’Europa, di democrazia e di libertà. La nazione, il partito, il popolo, l’esercito, erano “idoli”, l’anti-islam, jahiliyya.  
Altalena
C’è un movimento di bascula, in realtà, fra islamismo e nazionalismo, in forme kemaliste, fin dal dopoguerra – Kepel lo repertoria ma non gli dà peso. I Fratelli Mussulmani tentarono un primo assalto terrorista in Egitto subito dopo la guerra. Finché i Giovani Ufficiali, poi nasseristi, nel 1953 li spazzarono via, insieme con la monarchia che li aveva tollerati. È in questo quadro che Qutb elabora la jahiliyya, la barbarie cui Maometto mette fine – anche lui con la guerriglia, di sorpresa, lunga otto anni. Contro i takfir, gli empi, gli idoli del Profeta. La presidenza Morsi, dei Fratelli Mussulmani, e il generale Al Sisi ne sono una riedizione.
L’arma contro il jihad è sempe e solo una – ed è quella di Kepel: la mancata saldatura, e anzi l’opposizione, fra il radicalismo e le masse. La “purezza” e il “sacrificio” mettono il masochismo prima del proselitismo. Il jihadista è il kamikaze. È il tassello che più manca a questa summa. Mentre sarebbe stato importante e necessario sapere l’economia – materiale e psicologica – di questo sacrificio rituale.
Disarmo
L’introduzione all’edizione aggiornata resta importante su un punto: il disarmo dell’Occidente – ma più giusto sarebbe dire dell’Europa. Che non conosce l’islam, ma gli accredita di tutto, la bontà, la generosità e la socievolezza come la brutalità. Passando da un estremo all’altro: ora, visto da sinistra, come un fascismo, dopo averne apprezzato la presa popolare, e visto da destra come “un fanatismo medievale”, dopo averne elogiato “l’ordine morale, l’obbedienza a Dio, l’ostilità agli empi”, materialisti e socialisti. Una reazione confusa ma impegnata, polemica o apologetica, appiattita “sui giudizi di valore, senza darsi il tempo della conoscenza”.
Per il buon mussulmano vale la riflessione del Profeta: “Certamente, il jihad continuerà fino al giorno del Giudizio”. Non terrorista, naturalmente, ma pugnace. L’analogo cristiano è desueto e anzi scorretto – se non nella forma del “Combattimento spirituale” di Lorenzo Scupoli, che la preghiera esaltò nella Controriforma come contemplazione, ruminazione e giaculatoria. La guerra è tutta in questo scompenso.
Gilles Kepel, Jihad. Ascesa e declino, Carocci, pp. 436 € 17,50
Jihad, Folio, pp. 747 € 12,50

mercoledì 16 dicembre 2015

Renzi sgonfia Grillo, ma arma Berlusconi e Bankitalia

Ha sbugiardato Grillo e ha salvato Boschi, con una mossa sola. E tutta a suo vantaggio: si è fatto una sua Consulta, con la nomina di tre cariatidi del sottobosco democrat, ex democristiani e ex Pci. E con che spirito domani Grillo infiammerà le Camere contro Boschi? A parte i tanti suoi che già sono passati con Renzi, e gli altri che aspettano solo il momento giusto - Renzi pratica l'entrismo al rovescio.
Non c’è dubbio che Renzi ha molte marce in più degli avversari. Ma ha fatto una scelta di fondo che può costargli alle elezioni, perché prima o poi si voterà: ha antagonizzato Berlusconi.
Berlusconi sembra a questo punto uscito dal coma. Ha presentato una mozione di sfiducia a Renzi, che è un inizio di conta – e una controsfida a Grillo. E potrebbe ridiscendere in campo, ridando come nel 1994 consistenza politica ai leghisti e agli ex missini. Decisivo sarà al voto la sommatoria fra i Dc che votavano Berlusconi in attesa che morisse (sic! Casini e gli altri), ora confluiti con Renzi, e gli ex Pci che non voteranno Renzi. Darà una prima indicazione il voto nelle grandi città, dove Renzi dovrebbe – oggi, in assenza di candidati – perdere Roma e non prendere Napoli, e andare al ballottaggio a Milano.
Oggi ha urlato per la prima volta alla Camera. Anticipando la sindrome Moro, che solo nel 1975 ne ebbe la necessità – per dire alla Camera: “Non ci processerete nelle piazze!”. Le urla di Moro non intimorirono nessuno. E anche Renzi non ha fatto presa: l’Etruria gli peserà, e non poco. Troppe le accuse di conflitto d’interessi, del babbo, di Boschi e anche sue – se il giudice che inquisisce la banca è suo consulente. Troppi i nemici che si è fatti, a partire dalla Banca d’Italia. Che ora lo inchioda: il governo sapeva.

Il mondo com'è (242)

astolfo

Alessandro Magno – Creazione di una storiografia nazionalista più che attore principale della storia? Le tracce se ne trovano nei luoghi deputati, da Persepoli ad Alessandria, da lui fondata. Ma a Battriana forse ci fu, forse no. E l’unica vera guerra della sua ininterrotta cavalcata fu contro l’impero persiano, in una fase di decadenza.  Fu peraltro magnificato oltre ogni credibilità dagli storici greci in un’età di decadenza della Grecia stessa. Che per questo passarono sopra ai recenti sospetti che avevano accolto suo padre Filippo il Macedone, come colui che era estraneo all’ellenicità.

Alleanza anti-Is – Una prima alleanza anti-islam si era avuta tra Putin e gli Usa dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Nella guerra conseguente al regime talebano in Afghanistan, gli Usa poterono usare come base terrestre per le truppe d’invasione l’Uzbekistan, l’ex repubblica sovietica ancora nella sfera d’influenza di Mosca. In cambio Putin ebbe mano libera contro l’insurrezione cecena.
L’alleanza fu aiutata anche dagli Emirati, cioè dal Dubai, e dal confinante Qatar, che ruppero le relazioni con l’Afghanistan talebano, come ora con l’Is.

Belgio – Era la piattaforma avanzata dell’islam radicale già rima delle Torri Gemelle. Tre giorni prima dell’11 settembre il comandante afghano Massud, capo dell’opposizione al regime talebano, fu assassinato da due belgi d’origine maghrebina. Massud fu assassinato nel suo proprio feudo, il Panshir al Nord dell’Afghanistan. I due attentatori si erano presentati come giornalisti belgi per intervistarlo, con una telecamera truccata, e morirono con Massud allo scoppio della telecamera bomba.

Bin Laden – Vent’anni fa fu salvato dall’Occidente. All’inizio del 1996 il regime islamico sudanese, per rompere l’isolamento internazionale, avrebbe voluto consegnare Bin Laden, rifugiato al suo interno, agli Stati Uniti – dopo avere già consegnato il terrorista venezuelano Carlos alla Francia. Gli Stati Uniti, temendo un processo in cu non avevano prove contro Bin Laden, consigliarono la sua estradizione in Arabia Saudita, il paese d’origine del miliardario. Il re saudita Fahd, legato alla famiglia Bin Laden, e per di più temendo di dover condannare il rivoltoso a morte, non accettò un accordo. Fu così che Bin Laden fu instradato verso l’Afghanistan. Non contro, ma con l’accordo degli Stati Uniti, che lo ritennero infine inoffensivo in un paese remoto, senza comunicazioni moderne, e con accesso arduo ai circuiti finanziari.
Gi Stati Uniti sospettavano Bin Laden di essere dietro il loro fallimento come forza di pace in Somalia nel 1992, e un attentato al presidente egiziano Mubarak nel 1995. Non lo sospettavano invece per l’attacco al Worl Trade Center.
Il 18 maggio 1996 Bin Laden veniva espulso verso l’Afghanistan. Il 23 agosto pubblicava a Kabul una “Dichiarazione di jihad contro gli americani”.

Fatalismo – Si suole dire, specie in Sicilia, arabo e islamico: la rassegnazione e l’inerzia, l’oblomovismo, come una triste eredita dell’invasione araba – che peraltro fu brevissima: è bizzarro il peso che la Sicilia dà al califfato, che fu, fra tutte le occupazioni che ha subito, la più breve e la meno radicale (più radicali furono per esempio i normanni, che cancellarono gli arabi e anche i greci, per conto del papato latino). Mentre non lo è. Non della poesia araba e islamica, che è soprattutto sensitiva e modana. Non dei viaggiatori. Non della (poca) filosofa, poco moralista molto virtuale. È invece delle masse: dei regimi sociali e politici cioè fortemente gerarchizzati, che escludono la mobilità. Dello scarso investimento in progresso, materiale e sociale. E in immagine, per la costituzione necessaria di un’identità forte – la prima carità parte da se stessi.

Occidente – La formulazione più rituale è la più antica, dell’Occidente come dell’Oriente: dell’Occidente in quanto opposto all’Oriente, e viceversa: quella del “Romazo di Alessandro” tardomedievale. Un’edizione manoscritta del Trecento registra in antico inglese uno scambio epistolare tra Alessandro Magno e un sovrano indiano di nome Dindimo, in cui si contrappongono un Occidente, rappresentato da Alessandro, violento, materialistico, a un Oriente, impersonato da Dindimo, pacifico, spirituale, in armonia con la natura. È una caratterizzazione, dunque, occidentale.

Opinione pubblica – Einaudi la affidava al connubio stampa-magistratura. Quelo che l’ha affossata, da un trentennio ormai. Gliela affidava non prima del fascismo, ma nel suo programma di “società liberale” che affidava, il 3 maggio 1955, alla rivista “Il mondo”. Nell’accoppiata stampa-magistratura indicava una delle “vie lunghe e indirette” per “giungere a quella società di uguali in diritto e di moderatamente disuguali di fatto che è la sola società viva e duratura
Punto 3. Del suo programma di società liberale era: “Ricreare, fuori di quella che sia dichiaratamente espressione di aprtiti e di associazioni e gruppi politici ed economici, una stampa libera e indipendente. L’avevamo, ed era forse la prima del mondo. Come ricrearla, è uno dei problemi più gravi del tempo presente. L’indipendenza della magistratura darà alla stampa libera il senso del rispetto della sua propria grandissima responsabilità”
L’avevamo, intendeva, nell’immediato dopoguerra. Si era perse in pochi anni?

Ortodossia – È l’erede della subordinazione bizantina della chiesa all’imperatore.  Oggi meno che nel passato, al tempo degli zar, ma sempre legata al popolo, al sentimento popolare: lo nutre e lo  rappresenta. Il dissidio con la chiesa latina o d’Occidente si è mostrato superabile sul piano teologico, del Filioque, ma le intese conciliari unioniste del passato non furono mai fatte proprie dal potere dell’ortodossia, anche quando più ne avrebbe avuto bisogno, sotto la minaccia dei turchi. La più solenne, quella messa a punto dal concilio di Firenze e Ferrara, sancita dal papa Eugenio IV il 6 luglio 1439 con la colla “Laetentur coeli”, era stata promossa dall’imperatore e dal patriarca, intervenuti di persona. Ma fu rigettata dall’apparato.

Roma greca – Un non indifferente filone storiografico greco fece di Roma la preda designata della Grecia, della Macedonia, non fosse stato per la morte prematura di Alessandro Magno. Si dava per scontato addirittura che Roma si sarebbe arresa ad Alessandro senza combattere, mandandogli ambascerie a tal proposito. La cosa fa parte del romanzo di Alessandro che fiorì nel tardo Medio Evo. Ma sul fondamento di un filone cospicuo di storiografia greca antiromana, benché frammentaria, di cui molte tracce sono in Trogo e in uno dei primi capitoli di Tito Livio, e nello storico tardo romano Paolo Orosio. Di questa storiografia Luciano Canfora (“Gli occhi di Cesare”) rintraccia i pilastri in un Timagene di Alessandria, “storico greco di età augustea”, di cui “abbiamo poco ma sappiamo molto”, e in un Memnone di Eraclea.

Terrore islamico – È endemico a New York e a Parigi da almeno vent’anni. A opera di mussulmani, già all’epoca, americani e francesi. Il 23 febbraio 1993 un camion imbottito di 700 kg. di tritolo esplose nel garage del World Trade Center , non abbastanza per far crollare le torri gemelle, ma sì per provocare sei morti e un migliaio di feriti. L’estate e l’autunno del 1995, aperto con la presa a Algeri di un Airbus Air France la vigilia di Natale, otto attentati in Francia, tra il 25 luglio e il 17 ottobre, fecero dieci morti e 177 feriti. Tutti con bombole di gas imbottite, quindi presumibilmente a opera di un unico artificiere, ma con una vasta organizzazione, al Nord della Francia e a Parigi. Il 3 dicembre 1996 un bomba alla stazione del métro Port Royal, a Montparnasse, all’ora di punta, fece due morti, 23 feriti gravi e una cinquantina leggeri.  organizzazione.

astolfo@antiit.eu 

La Forza si risveglia femmina

I vecchi ci sono tutti, nemmeno troppo invecchiati, Solo, Organa, Snoke, e il popolo animale. Il droide è nuovo, un simpatico pallone, del tipo “palla pazza” - ma c’è pure, e risulterà risolutivo, pure il vecchio. Non ci sono i Jedi, ma c’è un Obi Max von Sidow, che forse rivedremo. Gli effetti sono perfino moltiplicati, di guerre stellari e terrestri, con fughe, duelli e catastrofi spettacolari. Ma, forse a causa delle Torri Gemelle e di Parigi, si delibano come uno spettacolino: niente più altri mondi, seppure fantascientifici, l’unico filo è vediamo come va a finire.
La novità è che la Forza è femminile. Han Solo finisce qui: è padre, non lo sapevamo, e i genitori vanno uccisi, Freud elementare. Il suo parricidio viene punito da Rey, Daisy Ridley, la diva della nuova serie: una Harrison Ford più temeraria, anima da sola la Resistenza. Anzi, le novità sono due: lo storytelling (vediamo dove va a finire) prende il posto della passione, politica, morale – gli anni 1970 della serie storica sono remotissimi.

Luke si fa ritrovare da Rey alla fine, il doppio del vecchio Mark Hamill, muto, su un’isola di pietra - la Skellig Michael prospiciente la contea di Kerry in Irlanda. Probabile pacifista?
J.J.Abrams, Star Wars. Il risveglio della Forza

martedì 15 dicembre 2015

Secondi pensieri - 243

zeulig

Accoglienza – Presuppone un rifugio: un luogo adatto a ricevere. Sia pure un corpo – il “seno”. Confortevole, quindi, guarnito. L’accoglienza deve essere un di più, di mezzi e di capacità oltre che di intenzioni. Non nudo come si professa da qualche tempo nei confronti degli immigrati clandestini per malinteso pauperismo o uguaglianza. Non infetto, quale è moralmente per l’abuso dei contributi pubblici. Non sguarnito moralmente (culturalmente), anche se nel segno dell’uguaglianza, intesa come indifferenza: il profugo-transfuga-errabondo cerca un ubi consistam, non una negazione, sia pure di sé. Che non è peraltro generosità, solo inconsistenza.

Amico di penna – È stato il confidente dell’adolescenza, fino al tempo di Charlie Brown: remoto, ignoto per lo più, e disponibile all’ascolto. Una sorta di eco benevola. Si rinnova via internet a tutte le età e per tutte le situazioni. Delle incertezze e i propositi adolescenziali non solo, ma anche di affari, affetti, o semplicemente interessi comuni, condivisi. Fra identità dichiarate, più che vissute – l’amico di penna è uno che si rappresenta. Ma non false: la corrispondenza evidentemente riempie un bisogno di essere.
Un bisogno personale - non impersonale come nei social, che sono invece un vero teatro. Gli amici di penna si corrispondono come allo specchio.

Anima – È bianca più spesso, candida. Nera a volte. Ce ne sarà una anche a colori?

Anti-umanesimo – È una forma di umanesimo. Anticlassicista, antipositivista, ma umanista. La morale dell’uomo che Heidegger evoca nella “Lettera sull’umanismo” è in realtà una quaestio, una domanda e una ricerca, nell’umanismo-antiumanista – supposto – dell’era della tecnica.

Contagio – È del male. Della malattia, del cattivo esempio, della corruzione. Della malvagità che sempre prevarica o ammorba, gli umori, le situazioni, gli stessi eventi. Si vuole santo colui che effonde il bene ma non è contagioso: ogni santità è circondata da debolezze e furfanterie. L’ipocondriaco è contagioso senza rimedio: la potenza distruttiva della miscela di medicina preventiva e obbligo di attenzione, tempo impegnato, fatiche, è incommensurabile.

Eternità – Durata? Istante? Benjamin e Taubes messianisti propongono l’istante. Ma un istante allora costante – come la felicità dello stesso Benjamin. È l’intensità: la coscienza dell’istante.

Galileo-  Rientra a pieno titolo nella sistematizzazione dei secoli di Carl Schmitt, al cap. “Teologia politica” della raccolta dallo stesso nome: “Chiaro e particolarmente significativo come conversione storica unica è il passaggio dalla teologia del XVI secolo alla metafisica del XVII, in quell’epoca altissima dell’Europa, non solo dal punto di vista metafisico ma anche scientifico: la vera e propria età eroica del razionalismo occidentale”. Il razionalismo occidentale nell’età eroica (Galileo) entro la metafisica e la teologia. L’abiura è una questione di piccoli cabotaggi di potere.

Guerra  - Ce n’è nostalgia, distintamente, in Europa e anche negli Usa. Della guerra coi botti e le distruzioni, missili, bombardieri, esplosioni, cannoni, mitragliatrici. Immaginate, fantasmizzate. Dal papa, che la evoca a ogni istante, anche di classe, ai media, e all’“uomo della strada” che ne è vittima. Anche se combattuta non si dice dove né perché.
L’Europa ha una vera condizione di guerra da quasi un decennio ormai, ed è l’impoverimento. Un disastro, che porterà – ha portato - al “cannibalismo”, figurato certo. Col non voto, la protesta, la distruzione della,politica e di ogni altra intermediazione sociale, l’informazione e la giustizia riducendosi a sostanze corrosive. Ma, per quanto faccia mote vittime, non è la guerra pirotecnica, coi morti per strada e le macerie.

C’è ansia per gli stati erratici di guerra ma come un desiderio. Fino al papa, che continuamente la evoca, seppure per riprovarla. La stessa guerra fredda, che invece fu un equilibrio del terrore, in grado di non farla deflagrare, si vuole ora una guerra continua. Non c’è invece un’analisi del periodo storicamente eccezionale, lungo ormai settant’anni, in cui l’Europa ha vissuto in pace. Per l’appassire della sua millenaria ambizione di potenza via via nei suoi protagonisti, la Spagna per prima, finita a Cuba, poi la Germania, infine – Suez 1956 – la Francia e la Gran Bretagna, nel nuovo equilibro mondiale, americano e globale. L’esame non si faper non obliterare quell’ansia-desiderio?

Natura -  Anch’essa soffre, avrebbe detto san Paolo se se ne fosse già ipotizzata l’assolutezza, “il gemito della creatura”. Da sempre, prima del surriscaldamento globale. La natura che “si lamenta, geme, sotto il peso della fugacità, della vanità”, è riflessione messianica, di Jacob Taubes. Ma è un dato di fatto.

Peccato – L’unico modo di evitare un peccato è di commetterlo, così liberandosene, è principio gnostico. Ma non libertino, logico – paralogico. Allora: si commetta un omicidio per liberarsi del pensiero: il peccato è pensiero?

Social – Sono una piazza, come alla prima loro configurazione – poi soppiantata dall’uragano Facebook. Dove ci si reca con gli abiti della festa, oppure dopo il lavoro, per quattro chiacchiere e un drink. Ripuliti, rinfrescati, in tiro. Tutti belli e buoni.

Niente più corrispondenze, seppure nella rete delle “amicizie”, domandate e riconosciute: i social si vivono come autorappresentazione – ne sono il palcoscenico. Non c’è un dialogo, tantomeno il dialogo plurimo che i social presuppongono: ognuno espone il suo banchetto, e tutti si guardano, complimentandosi oppure no, ma serbando per sé il commento, sia pure favorevole.

Storicismo – Percorre anche il messianesimo. Che si può dire uno storicismo teologico, sempre comunque applicato a forme della politica (eventi comuni). Di una particolare forma di storiografia ma concettualmente imprescindibile – come l’umanesimo per l’antiumanesimo.

zeulig@antiit.eu

Natura tragica, di Hamsun

L’urbanizzato che tenta di scampare alla dissociazione errando per la campagna fa danni, a sé e agli altri. Alla maniera svagata di Hamsun, che la ripeterà in “Un vagabondo suona in sordina” (due anticipi del più fortunato Jack London, “Il vagabondo delle stelle”?), ma il suo è il modo dei tragici scandinavi.
Anche la sua storia personale, nazismo compreso, andrebbe riletta in questa chiave.
Knut Hamsun, Sotto la stella d’autunno

Il lavoro è immigrato

Sono arrivati in Europa quest’anno, nei primi dieci mesi, 800 mila immigrati irregolari, attraverso il Mediterraneo e l’Est balcanico – ma un milione era arrivato l’anno scorso, e l’ondata non si è esaurita. Più della metà sono giovanissimi, sotto i ventisei anni – almeno 150 mila bambini.
Arrivano perché c’è la disperazione nei paesi d’origine: guerre, persecuzioni, odi tribali, religiosi, etc. . Ma la disperazione c’è sempre stata, in Asia e in Africa. Arrivano ora in gran numero perché c’è lavoro: semischiavistico, ma c’è. E di più ce ne sarà: alcune delle maggiori economie europee, la Germania e l’Italia in testa, essendo ormai stabilmente nel cosiddetto “inverno demografico”, con nascite da tre anni inferiori ai decessi.
In molte attività, quasi tutta l’agricoltura, e una buona metà del lavoro in edilizia e anche in fabbrica (facendo una media dei lavori usuranti e di quelli leggeri), il lavoro è immigrato. E le previsioni – sempre attendibili in demografia – sono che la Germania avrà nel 2050 cinque milioni di tedeschi autoctoni in meno, e l’Italia quattro. Con un aumento dell’età mediana della popolazione: più anziani, meno giovani, in Germania, in Italia e anche altrove. Con una doppia divaricazione: meno lavoro giovane specializzato, maggiori previdenziali e sanitari. Nelle fasce d’età operative, tra i venti e i sessantacinque anni, il calo demografico sarà di otto milioni in Germania e di sei in Italia. Mantenere anche soltanto un grado minimo di crescita delle economie, quale si sta purtroppo registrando da alcuni anni, richiede sempre più forza lavoro giovane immigrata.
La “decrescita”, che si ipotizza per riequilibrare l’“inverno demografico”, si è dimostrata non praticabile. Non per grandi economie e non a lungo termine. Negli anni 1960, quando il rischio invece era la sovrappopolazione, si era ipotizzato un esito analogo, la crescita zero. E si era anche praticato. La crescita zero aveva adottato, proprio per non gravarsi di Gastarbeiter, lavoratori d’immigrazione, l’Austria. All’opposto dell’altro Stato neutrale nella guerra fredda, la Svizzera. La Svizzera si riempiva di immigrati, l’Austria non ne volle nessuno. Prosperando ugualmente, in settori a bassa intensità di lavoro. Ma fino a un certo punto: poi dovette aprire le frontiere. 

lunedì 14 dicembre 2015

Ombre - 296

Italia continua
Piacenza per piacervi
Lodi per lodarvi
Lecco per leccarvi
Verona per inverarvi
Spezia per speziarvi
Foggia per foggiarvi
Bari per intombarvi
Roma per amarvi
Renzi per dirazzarvi
Bail-in per belinizzarvi

Perché non si bailizzano le banche tedesche fallite, la Nord Bank per  esempio, tre miliardi di costo per Angela Merkel, mentre bisogna bailizzare le banche italiane, che a Renzi costano solo trecento milioni? Renzi belìn?

Semideserta l’apertura del Giubileo per l’Immacolata, vuota la celebrazione ieri nelle basiliche romane. A San Paolo c’erano più militari, anche polacchi e spagnoli, che pellegrini. Ma invece di chiedersi perché, i collaboratori del papa si inorgogliscono: “Meglio pochi”.

Sky Tg 24 fa spesso le dirette di Renzi, non per occasioni speciali, dovunque gli capiti di parlare. Sembra Telekabul al tempo del Pci: ieri due ore, in abbonamento – pagate cioè da sottoscrittori ignari .
Ma Murdoch che tifa Renzi è certo una novità.

Per molto meno che la Boschi, Renzi fece dimettere Cancellieri e Di Girolamo. Ma non pagherà per questo: il moralismo è impunito. 

Margrethe Vestager, commissaria Ue alla Concorrenza, ha autorizzato 250 miliardi di aiuti di Stato – cifre iperbolica – per salvare le banche tedesche negli ultimi otto anni. Non tutti lei, una parte li ha autorizzati il predecessore Almunia, che era detto “il tedesco” benché spagnolo. Lei è speciale perché ha impedito l’uso di 350 milioni, privati e non pubblici, per salvare le quattro banche italiane. Non per niente, per far fallire l’Italia – se salta una banca saltano tutte.
Questa donna è l’“Europa”. Ma ne parla solo Ivo Caizzi, che il “Corriere della sera” confina a una breve.  Poi dice che c’è il populismo.

“Le banche, magnifica ossessione del sistema di potere Pd”, nota Polito, “dai tempi dell’ «abbiamo una banca», fino ai guai della rossa Siena, ora trasferitisi  nella più bianca Arezzo”. Di un bianco però Pd, con Coldiretti e tutto il seguito. E Banca Marche, e Carife?

Per l’«abbiamo una banca» ha pagato solo Berlusconi. Per aver ascoltato, forse, l’intercettazione abusiva della telefonata di Fassino a Consorte, senza denunciare il reato di chi gliela avrebbe fatta ascoltare. Un  po’ contorto ma è la giustizia di Berlusconi.
Il fatto in sé, di un partito che si fa una banca, non è colpa né dolo, secondo la giustizia di Milano. 

Commovente l’impegno di “Repubblica”, “Corriere della sera”, “ Stampa” a mostrare come le donne siano in Arabia Saudita liberate. Quasi. Sabato hanno votato, alcune di loro, la prima volta. E nel chiuso  di una cabina fototessera alcune ragazze si fanno il selfie con gli occhi scoperti. Tutto gratis? Non ci sono oggetti d’oro, o versamenti in qualche fondo-fondazione degli editri? I sauditi sono munifici.

“Giustizia è fatta”, usano dire i parenti delle vittime quando qualcuno viene condananto. Non il colpevole, quello che il giudice dice colpevole. La giustizia per i parenti delle vittime è quella, del Tribunale. Dopo sorridono. È una vendetta, contro qualcuno, non importa chi.

Ironizzando su Putin nucleare, Crozza giunge a chiedersi se non deve rivalutare Berlusconi, che lo teneva buono.  Un abisso però c’ è, fra una dozzina d’anni fa, quando la Russia dello stesso Putin Berlusconi candidava a membro dell’Europa, e il Putin di cui si è voluto fare un nemico, non sappiamo ancora perché.

Viene da sorridere all’inchiesta della Procura di Trani contro Standard & Poor’s. Come se in provincia di Bari non si sapesse degli ultrapoteri di un’agenzia di rating, e dei suoi più o meno occulti azionisti.
Però, è vero che S&P’s tentò nel 2012 per ben due volte di affondare l’Italia, con declassamenti on giustificati. Ci tentò anche nel 2011, sull’onda di Sarkozy, ma allora c’era Berlusconi.

Multe di Bruxelles all’Italia e alla Grecia per non aver fatto abbastanza col milione di clandestini che si trovano ogni anno a salvare: non hanno preso abbastanza impronte digitali. Niente procedure e niente multe per i paesi che si rifiutano di accogliere clandestini nella misura concordata con Bruxelles, anche solo qualche centinaio.

Si spreca nella campagna anti-Le Pen la vecchia pubblicità. Una  “mostra il tesoriere del micro-partito di Marine Le Pen che fa il saluto fascista” - in un luogo affollato, una discoteca?,  qualcuno che chiama qualcun altro agitando la mano. Ricircolano “i timori sui circuiti russi di Marine Le Pen” - Putin fa sempre paura. Così rivince Sarkozy… La propaganda è diretta a se stessi, non fuori, all’elettorato.
Solo che, a furia di dirlo “micro”, il partito di Le Pen non lo è pi. Tutto fuorché chiedersi il perché.

Bayer Leverkhusen-Barcellona si gioca a una sola porta. Quella del Barcellona. Com’è possibile? Forse l’allenatore del Barcellona preferiva far passare il turno al Bayer invece che alla Roma. La Roma l’aveva liquidato in malo modo tre anni fa.

Oltre 500 mila gadget per il giubileo, rosari in gran parte e ritrattini del papa, sequestrati in due depositi cinesi. Senza misericordia. C’è un copyright?

Piazza pulita

Motu proprio Renzi ha abolito la vigilanza della Consob sulle banche. Approfittando della delibazione parlamentare del nuovo regolamento europeo sul salvataggio delle banche, Bank Recovery and Resolution Directive. Non lo sapevano nemmeno, ora si può sapere perché la Consob si deve difendere. Lo ha fatto col supporto di Padoan, il ministro tecnico targato D’Alema, ma tant’è.
Renzi ha diminuito i poteri della Consob perché il presidente Vegas è stato nominato dal governo Berlusconi. Non per questo Vegas alla Consob non va bene, ma Renzi vuole tutto per sé solo; Rai. Finmeccanica, Enel, Enel, se possibile ora la Banca d’Italia, e le Autorità di vigilanza, soprattutto l’Energia e la Consob. Una concentrazione ha attuato del sottogoverno mai vista. Mentre moltiplica le piccole elemosine alla Lauro. Che avrebbero dovuto indignare i gruppi parlamentari, se ancora ci fossero stati partiti, o una opposizione, compresa quella interna al Pd, il partito di Renzi. E le stesse Istituzioni: i presidenti delle Camere, la presidenza della Repubblica. Un pigliatutto di un governo e di un presidente del consiglio nemmeno eletti.
Alla Leopolda si vola alto perché sono chiacchiere. Di fatto il laurismo impera, trasbordando con le una tantum perfino nel ridicolo. Una card da 500 euro ai diciottenni per andare al cinema, e ai concerti. Una da mille a chi, al conservatorio, vuole acquistare uno strumento nuovo. O nell’insolenza. Un premio a chi installa al portone la videosorveglianza. E un aumento di 80 euro mensili ai poliziotti, mentre nega, per l’ennesima volta, il rinnovo del contratto agli statali.
Senza contare il profumo di corruzione: la videosorveglianza è amo d’affari molto democristiano. Mentre, dissolte le Autorità, abbiamo il mercato più selvaggio, nel senso etimologico della parola: una selva truffaldina di tariffe telefoniche, elettriche, metanifere.

La migliore accoglienza all’immigrato è la legge

Ci vogliono in media cinque mesi in Germania – secondo il Bamf, l’ufficio federale per le migrazioni e i rifugiati – per completare la pratica di un richiedente asilo. Un po’ di meno della media se il richiedente asilo è siriano, molto di più per i balcanici e i somali, anche dodici mesi.
Il Bamf dice  gli immigrati tutti contenti e riconoscenti. Perché sono ospitati, e hanno un fondo spese di 400 euro al mese. L’Italia ne spende di più, 30 euro al giorno per immigrato, 900 al mese. Ma non vanta primati. Forse perché li spende per il tramite del volontariato o terzo settore, che è un po’ una piaga: molta approssimazione e qualche imbroglio.
D’altra parte la pratica in Germania non è semplice  Necessita da assistenza legale, costosa e non gratuita, e le richieste d’asilo, se non sono di siriani, vengono respinte alla prima istanza. Bisogna fare appello, e l’appello può prendere – prende di solito - tre anni. Mezzo milione di immigrati vivono in Germania ancora come richiedenti asilo.
L’accoglienza non è agevole. Specie in senso stretto: come salvataggio in mare o pronto soccorso  alla sopravvivenza, invece che come ricerca di persone da integrare, con politiche mirate all’accoglienza nei paesi di partenza, come facevano gli Stati Uniti, l’Australia, il Canada. E tuttavia si qualifica diversamente: generosa in Germania dopo l’uscita di Angela Merkel un mese f a, micragnosa in Italia. Che però spende di più, in totale e per immigrato.
L’accoglienza è soprattutto un fatto d’immagine. L’Italia, che non soltanto spende di più, ma in mare per anni ha attuato bene una rischiosa missione salvataggi, può venire liberamente oltraggiata, la Germania adottata come terra promessa. Senza sostanziali differenze alla base del giudizio. Gli immigrati, gli africani soprattutto, traviati dal nazionalismo furbo della decolonizzazione, sono oltraggiosi e non collaborativi. Lo sono qui come in Germania. Dove però vengono tenuti sottoposti alla legge, non si fa buonismo. 

Il grande vuoto dell’emigrazione

“Gli altri migravano: per mari\ celesti, supini, su navi solari\ migravano nella eternità.\ I siciliani emigravano invece”. Per bisogno, non sapevano nemmeno dove: scappavano: “Spatriavano, il passo di pece\ avanzato a più nere sponde,\ al tenebroso, oceanico\  oltremare, al loro antico\ avverso futuro di vivi”.
Questa sua prima – poi unica – raccolta di versi, 1957, centrata sul necessario abbandono e la lontananza, la nostalgia, il disegno del ritorno, D’Arrigo riprende nel 1978, tre anni dopo il lento completamento di “Horcynus Orca”, centrandolo su migrazione-emigrazione. Il poemetto “Praegreca” che ora apre la raccolta, fa la differenza: si emigra per bisogno. Una ante-visione del suo stesso mare, ora popolato di emigranti verso la Sicilia, avamposto dell’Europa. Su una tela di fondo oblomoviana: un senso del Sud, tra i rimasti o i non ancora partiti, rassegnato, fatalista - che in Sicilia si dice “arabo” mentre non lo è. Un Sud, si direbbe, come un grande vuoto.
La scrittura ambisce alla “aurea\ semplicità di un poeta che si chiama\ Saba”. Ma riconoscendolo “di così estranea indole\ all’araba tua e mia”- “tua” della madre. Saba si ritrova poi solo nella “quaglia”, vittima attesa che movimenta il poemetto omonimo, “Per la madre e per la quaglia”. La scrittura è in realtà ricercata, molto, preziosa, come s’intende – s’intendeva quando se ne faceva – la poesia in Sicilia, da Consolo, Ripellino, Piccolo - anche da Quasimodo, che nelle traduzioni è intollerabile: mallarmeana. Con la doppia aggettivazioe, spesso ossimorica, l’hapax, la rarità, l’invenzione linguistica: la sorpresa costante, la rarefazione. Due pattern, ora in disuso, che tanta poesia hanno generato in tutta Italia e non solo nell’isola, per mezzo secolo, ma in Sicilia anche oltre: simbolista, rondista, ermetica, perfino futurista. In D’Arrigo, in queste sue poche prove, di fortissima felicità inventiva e potenza verbale: ritrattistica, scultorea. Senza perdersi nel verbalismo, di suoni e sensi, come troppo spesso nei conterranei.
Stefano D’Arrigo, Codice siciliano, Mesogea, pp. 93 € 6

domenica 13 dicembre 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (268)

Giuseppe Leuzzi

Sudismi\sadismi
“Il Sud «doppiato» perfino da Cipro ed Estonia. In un solo decennio il pil pro capite del Mezzogiorno superato e doppiato da tutti”: è il “cavallo di razza” Gian Antonio Stella su “Sette”. Nella rubrica settimanale, che apre la rivista del “Corriere della sera”, sulle malefatte del Sud. Che, “per capire il perché”, aggiunge, “occorre visitarlo come fece Zanardelli nel 1902”. Come? “Su un carro di buoi o a dorso di mulo”.

Milano
Ha un quarto dei senzatetto d’Italia: erano il 27,5 per cento nel 2011, sono ora il 23,7. Li attira? Li respinge?

Maroni fa assumere la fidanzata a questo e a quello, da ultimo all’Expo, per centomila euro l’anno, e la impone nei suoi viaggi, spesata, argent de poche compreso. Senza scandalo. C’è qualche inchiesta, ma se ne parla poco, malvolentieri, è giusto un atto dovuto.

La Scala chiude in pareggio ogni anno, e si osanna per la gestione virtuosa. In calo di pubblico, malgrado l’offerta moltiplicata. E a costi crescenti, malgrado faccia solo riprese, niente novità. Il bilancio è coperto dallo Stato, dagli enti locali, e dalle fondazioni bancarie - la ex Caripolo di Guzzetti eroga ben sei milioni. Un esempio preclaro di quanto fa la stima di sé.
Il sovrintendente “internazionale” di cui la Scala si era dotata negli anni dell’abbandono del pubblico, Stéphane Lissner, veniva compensato con 800 mila euro.

Roberto Vecchioni va all’università di Palermo, accolto calorosamente,  e dichiara l’isola “di merda”: “È inutile che ti mascheri dietro il fatto che hai il mare più bello del mondo. Non basta. Sei un’isola di merda…”. Ma i professori se la sono voluta, che hanno illustrato Vecchioni a Palermo come musicista, poeta e milanese, ma non un Battiato per esempio, che è pure filosofo. Esempio preclaro di quanto fa l’odio-di-sé.

Per Vecchioni è solo un po’ di pubblicità, gratuita. Che infatti ci specula. A un festival di Sanremo si è promozionato come rappresentante della canzone napoletana. Accorto, bisogna dire, vedendo  che il festival trascura la canzone napoletana.
Anche questo è molto milanese, afferrare l’opportunità. Molto ritardo del Sud è dabbenaggine.

Per quanto, Vecchioni non ha fatto che copiare Adinolfi, il blogger di radio Maria e dell’“Osservatore Romano”, candidato a sindaco di Roma e a segretario del Pd, che è romano. Adinolfi disse di merda la Campania. È vero però anche che Milano copia, è la sua forza.

Merda subito dopo pure alla Scala – sarà l’aria di Milano? I registi di “Giovanna d’Arco” ingiuriano il maestro Chailly dopo la prima: “Complimenti, stronzo di merda”.

Ma Milano assolve i registi: si è sempre litigato alla Scala. Natalia Aspesi lo intima su “Repubblica”: “Comunque tutti zitti adesso, in stile scaligero”. Omertà?

Si tace anche che, dopo la “Giovanna d’Arco” nel 1845, Verdi evitò la Scala, il “suo” teatro, per quarant’anni.

“Giovanna d’Arco” era alla Scala un allestimento nuovo, dopo tante riprese. Ma come se fosse una pesca miracolosa dopo centocinquant’anni di oblio, mentre è stata rappresentata al San Carlo di Napoli e al Regio di Parma qualche anno fa. E a Salisburgo, con gli stessi protagonisti, appena due anni fa. Con lo steso sovrintendente ora alla Scala. Milano si dice le bugie, e ci crede.

Però, la merda come titolo d’onore – contro Chailly che è un milanese gentiluomo e un musicista? Allo “stronzo di merda” è scattato perfino un applauso. Dietro le quinte, è vero – i due registi “internazionali” avevano un seguito di una diecina di persone, che si portavano dietro in palcoscenico per i non meritati applausi Milano in effetti è provinciale. .

Chailly evita la “cena istituzionale” dopo la rappresentazione. Dove invece presenzia l’apostrofante ciarliero. La merda a cena? Istituzionale?

Due giorni dopo l’insultatore, Moshe Leiser, insiste: Chailly ha interferito con la regia. Che è la parte debole, debolissima, della messa in scena. Leiser e il suo compagno Caurier volevano far cantare il tenore col sedere per aria. Per irridere la santa Giovanna? O il giovane re francese, che invece è ricordato come il Vittorioso, il liberatore della Francia? Ma il suono non viene bene in quella posizione.
Milano, ancora, non ha preso posizione.

“L’immensa solitudine che solo Milano riesce a farti provare”, e del fotografo Masiar Pasquali, “La Lettura”, 22 novembre 2015

Autobio - Pentiti in vacanza
Siamo in gita a Roccella un giorno d’estate. È un privilegio di abitare l’Aspromonte, di poter fare il bagno sul Tirreno o sullo Ionio. Allo stabilimento “Dal naso al cielo”, dove il gestore si offre anche di fare da mangiare. All’ora di pranzo siamo gli unici avventori, e ci apparecchia accanto a un signore corpulento già a tavola, sotto un ombrellone a palma artificiale, su una piccola duna della spiaggia. Fa senso in uno spazio ampio essere accostato a un estraneo, ma il gestore è solo, vorrà risparmiare sugli andirivieni, e va bene così.
Lo stabilimento è mobile, giusto per la stagione. Il gestore è un ragazzo, è lui che l’ha aperto, e ha pochi ombrelloni, spaziati, pochissime sdraio, niente lettini. Non c’è del resto nessuno in spiaggia, oltre noi. E un gruppo di quattro giovani signore, nerissime, in bikini, che tacciono perlopiù: si fanno compagnia in silenzio, le borse a tracolla, le mani sulle borse gonfie. È il ragazzo che ha messo allo stabilimento il nome pirandelliano, “Dal naso al cielo”, ma non vuole parlarne.
La duna sulla spiaggia sembra creata. Recintata con uno steccato basso, in legno, colorato, puramente decorativo. Siamo sotto il castello dei vecchi signori di Roccella, i napoletani Carafa, che diedero anche qualche papa, tra essi il sapiente e infausto Paolo IV. È fine agosto, l’aria limpida, non c’è afa, che lungo lo Ionio è temibile, è solo lunedì, ma sembra un’altra epoca rispetto a sabato, l’ultimo giorno prima del controesodo – la stagione qui dura un paio di settimane.
Il vicino di desco si palesa un giovanotto, avrà al più ttent’anni. Ma corpulento e già vecchio, per qualcosa di indefinibile nei tratti. Ogni pochi minuti gracchia perentorio con voce sgradevole, gutturale, il napolitano verace. A ogni suo urlo, si sommuove l’ombrellone sottostante, delle quattro giovani signore abbronzate. Che però non sembrano di quelle. Prosperose in bikini ma senza appeal, sciatte e curate insieme. Non si noterebbero, se non per l’irrequietezza, spostarsi, sedersi, alzarsi, sparir8e, ricomparire, sempre con la borsa a tracolla, che attrae l’attenzione e fa passare il momento, del resto non lungo, del pranzo, tra insalate pronte. Il tutto con un senso fastidioso però di già visto. Di cose sapute, sentite o viste, che non si riesce a focalizzare.
Questo avveniva nel 1997, o nel 1996. Dieci o quindici anni dopo, nelle foto di un processo, l’omone ha preso un nome, e più per l’aria sprezzante, più napolitana della lingua, chòòe per la fisionomia. Era il famoso Pasquale Galasso, un capo camorrista pentito. Che lo Stato dunque, con quattro poliziotte in bikini, proteggeva in vacanza. Roccella all’epoca era per questo diventata sede di una compagnia, o battaglione, o semplice reparto, di Pubblica sicurezza. Una sorta di casa di vacanza, a turno, per i poliziotti, in qualità di guardie dei pentiti.

In precedenza, tutti i politici locali erano stati arrestati o accusati per complicità mafiose, e lo scagionamento si faceva con lentezza e di malavoglia. Retrospettivamente la scena è più sapida: il capo camorrista servito dalle forze dell’ordine, i solerti amministratori in carcere, indebitati con le banche per pagare costose parcelle agli avvocati contro le forze dell’ordine.
Anche il giovane gestore si è configurato, che teneva sulla sdraio un oscar con la raccolta pirandelliana intitolata come lo stabilimento, della quale non voleva  parlare. Sarà stato un letterato, i poliziotti ormai sono tutto, poeti, musicisti, romanzieri, filosofi anche – Pizzuto lo era, il filosofo del linguaggio. Oppure sarà stato un finto letterato. Come era un finto gestore e forse un finto giovane – c’è un Oscar col titolo “Dal naso al cielo”? Sì, c’è, con un’introduzione e una bibliografia di Corrado Simioni, ma Simioni è un’altra storia (o è la stessa: Simioni “esercitava” a Parigi come il giovane biondo a Bucarest, e il giovane poco loquace a Roccella?) Solo il crimine è reale e s’impone, il resto è vago.

Questo Galasso all’epoca aveva quarant’anni. Nato da buona famiglia, un concessionario Fiat, era al secondo anno di medicina quando aveva ucciso due camorristi, che erano venuti a rapirlo, o a rapire il padre. Aveva rubato l’arma a uno dei due e li aveva sparati. Incarcerato a Poggioreale, vi aveva frequentato i migliori camorristi degli anni 1980, da Raffaele Cutolo in giù. Optando infine per i concorrenti di Cutolo, la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, con la quale fu coinvolto nell’assassinio del luogotenente dello stesso Cutolo, Vincenzo Casillo, fatto saltare con una autobomba. Casillo era confidente dei servizi segreti “deviati”. Galasso si pentì, e diventerà l’accusatore della Dc napoletana di Gava, e di tutta la corrente dorotea della Dc, che Gava, allora broker dei governi, rappresentava. Lo stesso Gava che poi è morto di sfinimento, per la difficoltà di difendersi, seppure con successo. 

Dopo Galasso, anche Alfieri si pentì. Nella primavera del 1993, a Bucarest per un’intervista al presidente Ion Iliescu, che intendeva avviare la Romania verso l’Unione europea, i suoi uomini alludevano sorridendo a un viaggiatore abbonato alla rotta Roma-Bucarest, Carmine Alfieri.
Nessuna sorpresa. Nell’attesa di Iliescu, per una settimana l’inviato speciale era stato preso in consegna dai servizi rumeni. Gentilmente, con gite ai Carpazi e altrove, da una gentile signorina bionda poliglotta. Nonché da un connazionale di nessun mestiere, un gigante biondo con molte donne al seguito, una delle quali gli stava dando una bambina e lui si proponeva di sposare, tra le amiche felici per lei, con ufficio in centro, piccolo ma vuoto, senza targa né altro segnale di attività, dove scarabocchiava su carta intestata col tricolore e motti dei Carabinieri. Come uno di quelli che avrebbero voluto ma l’Arma non li ha presi. Oppure uno in servizio permanente effettivo sotto copertura all’estero, il nostro agente a Bucarest. Riccioluto, miope ma senza occhiali, e molto eretto: un giovane ufficiale dei Carabinieri in borghese. Magari aveva proprio l’incarico di seguire gli andirivieni di Alfieri. Ma perché allora non lo arrestavano, un così temibile capo camorra?
Fu il cruccio del soggiorno in Romania. Per il resto concluso felicemente: Iliescu, occhiali scuri grandi permanenti sugli occhi, riuscirà rapidamente a portare la Romania nella Ue. Dieci anni dopo era cosa fatta, e senza norme transitorie – Iliescu già sapeva che le decisioni in Europa si prendono a Berlino. Il cruccio invece era ignoranza: lo specialista di politica estera non si occupa di cronaca nera.

Succede – succedeva nel giornalismo fino a qualche tempo fa – di non occuparsi mai di alcune cose: chi faceva cronaca giudiziaria non si occupava di politica estera, per la quale ci vogliono le lingue. O viceversa: lo specialista di politica estera non si occupava di giudiziaria. Felicemente, bisogna dire – la giudiziaria è un trojajo.
Una sola volta è capitato di dover fare la giudiziaria, ad agosto del 1980. Un po’ per sostituzione estiva – d’agosto i giornali sono sguarniti – e un  po’ per tribalismo, consumandosi il fatto in Calabria. Il giudice Francesco Colicchia, dirigente pro tempore del Tribunale di Reggio Calabria nella sessione feriale, mise in allarme i cassieri d’Italia. Imponendo che si registrassero tutti i versamenti o i ritiri in biglietti da centomila. Irriso unanimemente, il giudice Colicchia si difese con  semplicità: “Si sta per effettuare il pagamento di un riscatto e devo poter arrivare ai rapitori”.
Era a parlarci di spirito vivacissimo, il dottor Colicchia, e coraggioso. Nel gennaio 1978 aveva fatto condannare una ventina di ‘ndranghetisti teorizzando il delitto di associazione mafiosa, che trovava molti ostacoli al riconoscimento giuridico. Quell’anno i rapimenti di persona scesero da una media di 8-10 l’anno a 1. Il colonnello dei Carabinieri Morelli, che comandava la Legione di Reggio Calabria, agevolò molto il lavoro del cronista. Di cui approfittava, quasi segregandoselo, anche lui, per perorare come Colicchia il delitto di concorso in associazione mafiosa e il controllo dei conti bancari. L’associazione mafiosa fu poi introdotta, nel 1982, con la legge La Torre-Rognoni, ed è costata la vita al suo proponente, il deputato siciliano del Pci.
Il giudice Colicchia morirà anche lui pochi anni dopo. Dicono di crepacuore. Una cosca di Seminara, il suo paese, sotto processo per un rapimento di persona, ottenne il trasferimento del giudizio da Palmi a Reggio, e Colicchia, cui toccò di giudicare il caso, li assolse. Poi morì. Il colonnello Morelli ha dovuto lasciare l’Arma, perché bloccato nella carriera. Il sostituto Procuratore della Repubblica Guido Papalia, un amico d’infanzia che fu di grande aiuto anche lui nella piccola inchiesta, inviso ai maggiorenti della Procura e del Tribunale perché indagava la corruzione in affari di Raffaele Ursini (il famoso impianto Liquichimica della bistecca sintetica a Saline Joniche, che dopo quarant’anni ancora fa danni, milioni persi ogni anno), dovette lasciare Reggio, e optò per Verona. Le mafie portano sfortuna.

Alfieri in realtà era già stato arrestato, l’11 settembre del 1992, e all’epoca dell’intervista probabilmente era un pentito. I collaboratori di Iliescu insistevano che da tempo Alfieri viaggiava liberamente a Bucarest. Naturalmente potevano barare. Anzi, senz’altro baravano, per loro scopi reconditi. Ma perché inventarsi proprio Alfieri, che ai più, anche non giornalisti di politica estera, era sconosciuto? Volendone fare un romanzo, Galasso e Alfieri sarebbero camorristi infiltrati dei servizi segreti “buoni”.

leuzzi@antiit.eu

Se colpevole è la Cassazione

Sentenze irrituali e anche illegali, quella dell’assassinio di Garlasco dopo quella di Perugia (ma anche la sentenza Berlusconi, e altre minori, troppe), confermano nella Cassazione un aeropago autoreferente – oltre che onusto di privilegi materiali. Di giudici arbitrari. Quando non felloni, di logge, partiti, cordate - le ombre sono consisterti specie nel caso di Perugia, influenzatissimo dall’avvocato Pina Bongiorno e dai suoi referenti culturali e politici.
Una Cassazione che entra nel merito invece che nella forma, come dovrebbe. E che nel merito non condanna- assolve per dati certi, univoci e concordanti, ma a proprio insindacabile giudizio.
Questo arbitrio si produce nel silenzio della magistratura. Che in questa Cassazione evidentemente si identifica. E degli organi di controllo, il Csm e la presidenza della Repubblica. 

Guardarsi sopravvivere

Un digesto della propria vita, densa e avventurosa, è il racconto del titolo. Di uno scritore che morirà poco dopo di tisi a 29 anni, nel 1900. Dopo avere rinnovato il giornalismo di guerra, da inviato senza soste dappertutto dove c’erano conflitti. Nonché la prosa e la narrativa anglosassone,  introducendovi i temi del naturalismo e l’esposizione semplice, diretta - dialoghi, parole, psicologie.
Inviato a Cuba come corrispondente di guerra, restò per trenta ore su un dinghy in prossimità dell’isola, dopo l’inabissamento della nave di trasporto, la “Commodore”, in compagnia di altri tre naufraghi, uno dei quali morirà prima del salvataggio. Crane racconta il naufragio con apparente cinismo, che è invece il prezzo del rivolgimento che attuava nella narrativa.
Gli altri due racconti della piccola raccolta, “Fuga a cavallo” e “Flanagan e la sua breve vita di filibustiere”, confermano l’inquieta mobilità della sua stessa “breve vita”. Nono figlio sopravvissuto, su quattrodici, di un padre pastore metodista, Crane scriveva già a quattro anni, e a sedici aveva pubblicato i primi articoli. A 22 anni debuttò con lo zoliano racconto “Maggie”, una figlia perduta della Bowery, i “bassi” di New York, e a 24 scalò il sucesso col “Segno rosso del coraggio”, il miglior racconto della guerra civile americana, che naturalmente non aveva vissuto.
Stephen Crane, La scialuppa, Il Sole 24 Ore, pp. 79 € 0,50