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A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (643)
Giuseppe Leuzzi
L’ “Economist” non si capacita:
perché l’Italia è fuori dall’epidemia fentanyl? Semplice, si risponde: la mafia
lo tiene fuori, non tratta il fentanyl.
Magari glielo ha suggerito un
corrispondente romano. Perché si annoia, non ha che altro dire?
“La mia Venezia ormai è scomparsa”,
Arrigo Cipriani, 94 anni, lamenta sul “Corriere della sera”, auspicandone il
salvataggio in extremis. Venezia dev’essere “salvata” dacché c’è memoria.
I veneti sono lagnosi? Sono litigiosi?
“Il degrado non è solo colpa dei
turisti”, Cipriani insinua ma non dice. I veneti sono omertosi?
La storia avanza lenta oppure
veloce, nascosta oppure dichiarata, argomenta “Mephisto” sul “Sole 24 Ore
Domenica”, “ma il fenomeno di lentezza più affascinante fu il Grand Tour che
impiegò un paio di secoli, dal '500 al '700 per realizzarsi”. La
(ri)scoperta dell'Italia - che pure, fino a un paio di secoli prima,
primeggiava. Quella del Sud, all’interno dell’Italia, non si è ancora
completata. Complessità? Inappetenza?
È anche vero che l'Italia si era
cancellata per voler troppo pretendere, se Colombo era italiano. Aveva di che
perdere. Il Sud era Meridione già da tempo. Presto Campanella si farà illustre
nel nome di Galileo, ma nessun Galileo si occuperà di Campanella. Per non dire
della poesia, o della pittura - roba da Roma in su. Giusto un po' di filosofia,
residuo magnogreco?, tra Campanella, Bruno e Telesio - e poi, mal digerito, il boom
dell’idealismo.
Nel G20Spiagge, la rete dei
maggiori siti balneari italiani, il Sud figura con solo tre presenze: Sorrento,
Taormina e Vieste. Tutt’e tre peraltro non propriamente siti balneari - non di
massa (la Sardegna vi rientra con Porto Cervo). Le spiagge italiane sono
venete, principalmente, toscane e romagnole.
Ranucci con Lavitola, Boccia con
Ranucci, le professioni di amicizia si sprecano in un contesto losco - di
pettegolezzo, almeno finora. Di che deprivare Sciascia della sua nozione di
amicizia pelosa, omertosa, siciliana. Certo, si può sempre dire che siamo in
ambito meridionale, Boccia e Lavitola essendo campani, Ranucci di lì vicino.
“Il Sud è ancora quello di
Camus”: Jovanotti lo scopre tardi, e se ne fa un mito. Della mediterraneità -
il “pensiero meridiano” di Franco Cassano: della misura, della mescolanza,
della vita oltre la morte. Del colore.
Sarà (ancora) vero? A parte la luce
(i colori), che è un fatto atmosferico, di longitudini.
Se le radici sono infette
La rivalutazione delle “radici”,
della “italianità” in America p.es., riceve un brusco uppercut da
Sylvester “Rocky” Stallone, nel libro di memorie a ottant’anni, “The Steps”.
Dove si rivela uno dei maggiori conoscitori di Poe, Edgar Allan lo scrittore,
di cui è in grado di fare un’anamnesi fra le più apprezzabili, e che avrebbe voluto
portare al cinema, da cinquant’anni si trascina dietro una sceneggiatura, e ora
sta per realizzarla, forse). E in cui dà conto, così sintetizza Gabriele Romangoli
intervistandolo Stallone lungamente su “Robinson”, di “genitori pessimi”.
“In effetti è così “, è la risposta:
“Dovrei ringraziare mio padre e mia madre per averi avermi trasmesso un senso
d’insicurezza, per avere prodotto in me un complesso d’inferiorità e per avermi
fatto vivere nell’angoscia”.
Dove, come? Romagnoli azzarda una
ragione: “Suo padre che le ha rovinato una scena di «Rocky» (il grande successo
di Stallone, n.d.r.), e poi è scomparso”? “Vede”, è la risposta ragionata, lui era
come era perché sapeva di non poter essere altrimenti. Non aveva modelli diversi,
migliori. Suo padre era freddo e arrogante. Non trasmetteva amore perché non
sapeva cosa fosse. Mi ricordo le cene della domenica sera, tutti attorno a un
tavolo, mia nonna e mio nonno in silenzio per quarant’anni. Lui diceva: dite a
lei di fare questo. Lei rispondeva: direte a lui che non me lo sogno. Avanti
così: insieme e separati. Che cosa vuole che capisse mio padre dell’amore? Per
lui significava essere vulnerabile, essere debole”.
Sono varie le biografie di Stallone.
Collazionando fra le più attendibili, è nato Sylvester Gardenzio Stallone, nel
1946, a Manhattan, da Jacqueline “Jackie” Stallone (1921-2020), e da Francesco “Frank”
Stallone (1919–2011). Nasce in un istituto di carità, con una menomazione facciale,
per l’errato uso del forcipe, nel quartiere popolare di Hell’s Kitchen. La
madre, americana di nascita, figlia di un ebreo ucraino, originario di Odessa,
John Paul Labofish, e di una francese, cattolica, Jeanne Victoria Anne “Adrienne”
Clerec. Il padre, barbiere, nato a Gioia del Colle, Bari, figlio di Silvestro
Stallone e Pulcheria Nicastri, emigrato con i genitori in America agli inizi degli
anni 1930. Sono i nonni delle cui cene domenicali Stallone ha così brutto
ricordo.
La madre, “astrologa delle celebrità”,
promotrice di wrestling femminile professionistico, con problemi di
alcolismo, se ne andò via di casa dopo che nel 1951 la famiglia si era trasferita
da New York nel Maryland. Stallone e il fratello rimasero col padre, che nel
Maryland ha aperto una catena di parrucchieri, e ama praticare il polo. Ma è molto
severo in casa, e anche violento. A 15 anni Stallone si trasferì, col fratello minore
Frank, dalla madre a Filadelfia, col secondo marito di lei e la sorellastra
Toni Ann. La vita familiare non migliora, ma i due fratelli Stallone riescono a
fare degli studi - Frank, poi musicista (e attore a tempo perso) anche a
completarli.
La grecità è un balsamo della vita
“Con lo sguardo dallo scoglio di Stalettì’,
e “sulle rive del golfo di Squillace”, le spalle a “una landa quasi
sconosciuta, dimenticata, mentre nell’antichità era un centro di civiltà”, il
geologo tedesco Gerhard von Rath, che si avventurò in Calabria nel 1871, e ne
scrisse (“Un’escursione in Calabria”), matura “la certezza che il pensiero e i
lavori spirituali sono meno deperibili delle opere e dei monumenti materiali”.
Di Sibari non c’è più niente, di Crotone neppure, ma lui fiuta, sente, non se
ne libera, Pitagora, il suo avversario Eraclito, il suo discepolo Filolao, e Crotone
“modello di tutte le città greche - di cui un antico detto sosteneva che «alias
urbes, si ad Crotonem conferuntur, vanae nihilque sunt», le altre città sono
niente se paragonate a Crotone”.
Lo stesso piace immaginare di Pavese
a Brancaleone. Luogo di confino, a cui Pavese riesce a legarsi camminando,
solo, lungo il mare. È l’lluminazione di Pavese nel deserto del confino - un
esilio davanti al mare. Dopo le prime, ripetute, ripetitive, passeggiate
davanti al mare, a una massa oscura, indistinta. Stalettì è lontana da
Brancaleone, ma guarda lo stesso mare, lo Jonio, con la stessa angolazione, da
Nord-Ovest a Sud Est, alla Grecia. E la disposizione presto si tramuta in
quella di von Rath, la passeggiata rabbiosa trasvola in memoria e in fantasia.
Che si eleva da terra ed entra nel mito. Nella riflessione quotidiana (“Il
mestiere di vivere”, il diario), nella ricostruzione dell’ambiente e delle sue
figure, in tentativi di oggettivazione del mito, che diventa tema di
riflessione e stimolo di creatività, in personaggi e in situazioni. Fino ai “Dialoghi
con Leucò”, Leucotea – una Leucòpetra ricorre nella sparsa grecanica calabrese
sotto Brancaleone: da Brancaleone non si vede ma si sa che è poco oltre la finis
terrae Italica.
Il confino, la disarticolazione
materiale e mentale, una punizione, ebbe effetto diverso su Carlo Levi, qualche
ano dopo. Che “vide” il Sud povero. Pavese ci vide – ci scoprì - il mito, la “Grecia”,
nei racconti, nella fantasia.
Anche oggi, due piccole aree al Sud,
la grecanica attorno a Capo dell’Armi, e la gricà nel Salento, dove solo
permane di antica Grecia un fraseggio spezzettato di greco nel dialetto locale,
vogliono immaginarsi legate dalla placenta coloniale antica.
Faide di Stato
Trent'anni fa si chiudeva, in
Calabria, a Taurianova, la pratica delle faide familiari - con la faida
forse più sanguinosa, almeno 32 morti. Ma la faida non è morta, la
vendetta estesa ai familiari del nemico, anche non di sangue, anche innocenti.
Dopo quarant’anni dall’ultima faida
in senso proprio, perfino ridicola nella sua eccesiva ricerca della violenza, la
pratica si perpetua a livello internazionale, fra Stati, fra popolazioni. Ridicola
nella determinazione e la violenza eccessive, quasi caricaturali, da film horror.
Tra persiani e arabi, p.es., tale è il disprezzo che in Iran si professa
per gli arabi, del Golfo, e anche fuori del Golfo – salvo se sciiti (ma anche
sciiti possono non essere di buona fede, p.es. in Iraq). O tra Israele e
Palestinesi. E ebrei (ebrei, non israeliani) e islamici, arabi e non.
Gli scontri fra comunità o
nazionalità il diritto eleva a guerre. Che però sono senza regole, e in tutto
simili alle guerre del sangue, alle faide.
L’antimafia in assetto di guerra
Concludendo sull’Aspromonte la sua
ennesima cavalcata lungo l’Appennino a piedi, lo scozzese James Maurice Scott
paga il suo tributo al Cippo Garibaldi, là dove Garibaldi fu ferito nel 1862
dai soldati del re d’Italia. Con una sorpresa, racconterà rinfrancato e
divertito alla fine del suo lungo resoconto, “A Walk along the Appennines"
- alla p. 63 dell’ultima parte del racconto pubblicata
separatamente, “Sull’Appennino calabrese”, Rubbettino): “Prima di lasciare
il campo di battaglia devo raccontare di un’interessante scena alla quale
assistetti d’estate in quel luogo. C’erano jeep piene di carabinieri armati
dappertutto. Era stato allestito quello che appariva a tutti gli effetti un
quartier generale con le antenne radio e tutto il resto, mentre un elicottero
ci girava lentamente intorno. Ero l’unico uomo disarmato e non in uniformemente
nel raggio di diverse miglia. La curiosità mi divorava ma non osavo chiedere a
quegli agenti così indaffarati cosa stesse succedendo.
“Me lo spiegò più tardi un
amico italiano che aveva letto qualcosa al riguardo sul giornale. I carabinieri
avevano ricevuto una soffiata sul fatto che la Mafia Siciliana e quella locale
avrebbero tenuto una sorta di meeting sull’Aspromonte, che era stato opportunamente
scelto come luogo dell’incontro. C’era la possibilità di catturarli tutti. Alla
fine non venne preso nessuno in quella montagna da banditi”. Chiudendo con la
chiosa: “Ma non posso fare a meno di confessare che io stesso avrei tanto
desiderato d’essere arrestato. Avrei potuto tenere banco per anni, con quella
storia, durante le cene fuori casa. Rimasi deluso”.
Qualche anno dopo, moltiplicandosi i
rapimenti di persone, l’Aspromonte fu militarizzato. Chi cvi circolava veniva
fermato e registrato. Una formazione speciale dei Carabinieri fu formata,
Cacciatori dell’Aspromonte, tute nere, elicotteri e gipponi, caserme sparse e acquartieramenti.
Non un solo rapito fu liberato, nemmeno per caso. E ora gli immobili stanno lì ammuffiti,
ingrigiti – ma, ancora con le imposte, non vandalizzati. L’Autorità senza
autorevolezza – o senza funzione?
Gli elicotteri si usano per stanare
ogni anno tre o quattro (piccole) piantagioni di erba, e per l’indennità volo.
Cronache della differenza:
Aspromonte
“Il nome, così dicono i dotti,
deriva dal greco aspros, bianco. Mi pare però una spiegazione un po’
tropo sofisticata”, arguisce James Maurice Scott, al termine della sua randonnée
a piedi dell’Appennino, nel 1971-72 (“Sull’Appennino calabrese”, p. 55):
“Certamente l’Aspromonte è bianco in inverno, ma in ciò non differisce dal
resto degli Appennini…. Perché non dovrebbe derivare invece dall'italiano
aspro….Forse perché è una spiegazione troppo semplice".
“Una montagna amabile”, la dice
Scott: “Non è una montagna per alpinisti: sebbene la cima sia difficile da
individuare, la si può scalare con le mani in tasca”. È sulfurea solo per i
Carabinieri? Com’è che è diventata la montagna dell'orrido per i servizi
segreti e per i media?
Arrampicandosi sull’Aspromonte”,
sempre Scott, pp. 60-61, “si rimane colpiti dai boschi e dai terrazzi”. Dalla
luce. “I boschi, che meritano a pieno titolo di essere definiti foreste”, sono
di faggi, querce, pini, “ma i terrazzi sono la caratteristica più
distintiva”. Di massiccio aperto da ogni lato sul mare: “Si ha l’impressione di
trovarsi su una pianura fin quando non ci si avvicina all'altro pendio”.
“Ogni terrazzo, che può raggiungere
anche diverse miglia quadrate dì estensione, ha un proprio clima e una
propria vegetazione che sono dissimili da quelle degli altri terrazzi, e offre
una visuale diversa. Fa parte dell’infinita varietà di questi luoghi".
“Nelle radure, feste fiori
sacrifici sull’orlo del mistero che accenna e minaccia di tra le ombre
silvestri. Là, sul confine tra cielo e tronco, poteva sbucare il dio. ..
Carattere… della fiaba mitica è la consacrazione dei luoghi unici, legati a un
fatto a una gesta a un evento. A un luogo, tra tutti, si dà un significato
assoluto, isolandolo nel mondo. Così sono nati i santuari” (Cesare Pavese, “Del
mito, del simbolo e d’altro”, in “Feria d’agosto”). Così è nato Polsi, nel
seno più recondito della Montagna.
leuzzi@antiit.eu
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