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Se la borghesia rifiorisce al Sud
Nell’estate del
2010 Valensise decise di prendere sul serio il mestiere di giornalista che da qualche
tempo praticava al "Foglio" (dopo essere stata francesista con Giovanni Macchia, assistente a Parigi e editrice in traduzione del grande storico francese François Furet, “Il
passato di un’illusione”, sulle debolezze del comunismo in versione sovietica, e
assistente di Ronchey ministro della Cultura nel governo Ciampi, 1993-1994 - sarà
poi alla direzione dell’Istituto Italiano di Cultura a Parigi e presidente, quale
è ora, dell’Inda, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, a Siracusa),
e si fa “inviato” a Palermo, per un’inchiesta, “Sicilia, laboratorio politico d’Italia”
(si pensava così, ancora quindici anni fa). A Palermo le cose non le piacciono (la grande novità erano i soliti giochetti della
politica siciliana, di tutti contro tutti, solo più suicidari - nella fattispecie di Micciché, che dopo
aver fatto due en plein elettorali nell’isola per Berlusconi, ora ne
silurava da ogni banda il partito). Ma già a Catania trova persone e cose di
interesse, in abbondanza, che le ravvivano recenti ricordi.
Marina Valensise è
stata infatti bambina e ragazza felice a Polistena, cittadina ai bordi della Piana
di Gioia Tauro, figlia di un padre amabile\amato, il senatore (missino) Raffaele,
coi tre fratelli, i cugini che facevano incursioni indiavolate da Palmi, e il
mare trasparante alla Tonnara. Una memoria felice, al ricordo e per i lettori, che
aveva già pubblicato sul “Foglio” l’estate precedente, e ora pone in apettura al
suo “viaggio intorno al Sud”. O un anno di Sud. Dopo l'estate in Sicilia l'autunno in Calabria. Anche qui
non molto felice, specie nella "sua" Calabria, magnogreca o Ultra Prima (la provincia
di Reggio). Ma sì già nella Calabria Citra, il cosentino - benché governata dal
non amato capo socialista Giacomo Mancini. (Valensise è solidamente conservatrice, fino al legittimismo: rivaluta di passaggio la resistenza di Francesco II, l'ultimo re di Napoli, a Gaeta; Murat, in cui s'imbatte spesso, fa il re bonapartista", "l'usurpatore dei Borboni", etc.; nei Beati Paoli trova una banda di Robin Hood). E poi via via sempre di più e sempre di meglio scopre in Basilicata - "per chi arriva dalla Calabria, la Lucania Basilicata sembra la California" (Basilicata o Lucania? “Era Lucania il nome antico ripreso dal
fascismo fino al 1947” – ma non è la terra dei Lucani, l’antica imbattibile
popolazione di guerrieri? 'Lucania Basilicata' è ben detto, una Lucania "regalizzata"). E il Salento, di scoperta in scoperta, e Taranto-Bari, e la Campania, tesoro nascosto,
dentro e fuori Napoli – “da unica capitale d’Italia a prefettura”. Un pullulare
di iniziative, imprese e persone, soprattutto le persone, che accendono gli
entusiasmi, della scrittrice e del lettore. “Autunno” Calabria, “Inverno” Basilicata e Puglia, “Primavera” Puglia
e Campania” è la scansione. Resuscitando il Grand Tour, il genere plurisecolare
del “viaggio” europeo alla scoperta dell’Italia, ironicamente ma non del tutto.
Valensise ne
scrive con entusiasmo, anche per i lettori, perché, forse inconsciamente, ritrova
nel Sud, in molti luoghi e persone, la “sana borghesia” nella quale è cresciuta.
Spesso corroborata da radici araldiche ma non necessariamente. Che vuole e sa
maneggiare con disinvoltura per la sua stessa formazione e vocazione conservatrice,
ancorché liberale. Di cui è una delle poche a cui è stato permesso (Giuliano
Ferrara ha permesso) di parlare. Di “valori”, come intrapredenza, cosmopolitismo,
coraggio, impegno personale, di energie e di risorse, con cadute oltre che di
successi, una visione non ideologica della vita e del vivere, e un’attività
propria e in proprio. Del tutto all’opposto di quanto il Sud, negli anni
successivi alla sua infanzia-adolescenza, è venuto a rappresentare, e anche a
essere: il posto, le pensioni di invalidità, e la lagna – non ce n’è mai abbastanza.
Valensise forse
non lo sa, non lo sapeva quando ha scritto, quindici anni fa, poiché non lo
dice, non lo rivendica. Ma è plateale, ed è quello che fa la lettura sempre viva,
curiosa, interessata. È una scoperta per l’autrice. Che se la fa spiegare da un nobiluomo, il regista Edoardo Winspeare, barone: "Io adoro 'Il Gattopardo', i Barracco, i Berlingieri e i grandi latifondisti, ma invece di lamentarsi, mi domando, non potevano inventarsi qualcosa anche loro?" È una
scoperta per il lettore: non ha molti altri libri che glielo raccontino, forse
non ne ha affatto.
Il Sud è il “Sud”, la macchia eterna della Repubblica, dalle
pensioni alle mafie, perché la sua borghesia, ancora viva negli anni 1950, e nei
primi anni 1960, p.es. nello stesso ambiente in cui l’autrice viveva,
Polistena, Palmi, la cittadina diffusa della Piana di Gioia, e poi é scomparsa. Per la mafia? Per lo Stato, insieme con la
mafia. Non c’era la mafia nel reggino negli anni 1950 – l’“onorata società” era
di vagabondi che si vedevano talvolta esibire il “muffu”, un fazzoletto di seta
colorata a significare che erano “di giornata”, ma non disturbavano nessuno e
si limitavano al contrabbando, raro, di sigarette, e ai biglietti falsi, al più
di mille lire. C’erano le faide, che sono altra cosa. Poi mettono radici i
Piromalli a Gioia Tauro, i Crea a Rizziconi,
i Pesce a Rosarno, i Nirta e i Pelle a San Luca, i De Stefano a Reggio, i Mammoliti a Oppido Mamertina, gli Alvaro
di Sinopoli – con tentacoli, questi, tuttora attivi, per tutta l’antica signoria degli Spinelli, conti
di Sinopoli: Cosoleto, Delianuova, Lubrichi, Santa Cristina. Pensare chi e cosa
erano i Nirta. Non c’era la mafia, la mafia è nata e ha prosperato con la Repubblica.
I Mammoliti di Castellace si ricordano piangere il padre morto di coltello su
un carretto a stanghe, lungo lo stradone bianco, padroni poi di farsi fare di un
tratturo una strada, e di tutti i regolamenti europei, con annesse provvigioni,
alle quali l’accesso era garantito, da una burocrazia per una volta efficiente. Poi sono finiti per la caparbietà di Teresa Cordopatri, sorella del loro unico assassinato - peraltro preterintenzionale: basta poco, sarebbe bastato. Lo Stato - i
Carabinieri, i giudici – non hanno protetto la società non proteggendo la
proprietà (“se hanno i soldi paghino”, si diceva dei rapiti, nella stagione dei
rapimenti – mai nessuno fu liberato dallo Stato, attorno all’Aspromonte la metà dei 694 rapimenti
ufficialmente censiti in Italia, una vendemmia).
Tema sensibile, si
dice, perché coinvolge l’antimafia, l’attività repressiva dello Stato. Che
infetta anche lo spirito libero della scrittrice. Il suo “Autunno in Calabria”
comincia male, a rischio dissuasione dalla lettura, col tutto è mafia di
Gratteri, e del duo a Reggio Calabria Pignatone-Prestipino, nuovi-vecchi arnesi
democristiani ponziopilateschi – “là fuori è tutto mafia” (questo non lo dicono
i tre, Marina Valensise se lo è perduto, lo dirà Federico Cafiero de Raho, il
successore di Pignatone a Reggio, che non usciva di casa, diceva, per non infettarsi - e
così diventò Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo per ben cinque anni,
e poi deputato onorato grillino, un carrierone per non aver mai lavorato).
Marina Valensise, Il sole sorge al Sud, Marsilio, pp.378, ril. € 22
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