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lunedì 28 settembre 2026

Se la borghesia rifiorisce al Sud

Nell’estate del 2010 Valensise decise di prendere sul serio il mestiere di giornalista che da qualche tempo praticava al "Foglio" (dopo essere stata francesista con Giovanni Macchia, assistente a Parigi e editrice in traduzione del grande storico francese François Furet, “Il passato di un’illusione”, sulle debolezze del comunismo in versione sovietica, e assistente di Ronchey ministro della Cultura nel governo Ciampi, 1993-1994 - sarà poi alla direzione dell’Istituto Italiano di Cultura a Parigi e presidente, quale è ora, dell’Inda, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, a Siracusa), e si fa “inviato” a Palermo, per un’inchiesta, “Sicilia, laboratorio politico d’Italia” (si pensava così, ancora quindici anni fa). A Palermo le cose non le piacciono (la grande novità erano i soliti giochetti della politica siciliana, di tutti contro tutti, solo più suicidari - nella fattispecie di Micciché, che dopo aver fatto due en plein elettorali nell’isola per Berlusconi, ora ne silurava da ogni banda il partito). Ma già a Catania trova persone e cose di interesse, in abbondanza, che le ravvivano  recenti ricordi.
Marina Valensise è stata infatti bambina e ragazza felice a Polistena, cittadina ai bordi della Piana di Gioia Tauro, figlia di un padre amabile\amato, il senatore (missino) Raffaele, coi tre fratelli, i cugini che facevano incursioni indiavolate da Palmi, e il mare trasparante alla Tonnara. Una memoria felice, al ricordo e per i lettori, che aveva già pubblicato sul “Foglio” l’estate precedente, e ora pone in apettura al suo “viaggio intorno al Sud”. O un anno di Sud. Dopo l'estate in Sicilia l'a
utunno in Calabria.  Anche qui non molto felice, specie nella "sua" Calabria, magnogreca o Ultra Prima (la provincia di Reggio). Ma sì già nella Calabria Citra, il cosentino - benché governata dal non amato capo socialista Giacomo Mancini. (Valensise è solidamente conservatrice, fino al legittimismo: rivaluta di passaggio la resistenza di Francesco II, l'ultimo re di Napoli, a Gaeta; Murat, in cui s'imbatte spesso, fa il re bonapartista", "l'usurpatore dei Borboni", etc.; nei Beati Paoli trova una banda di Robin Hood). E poi via via sempre di più e sempre di meglio scopre in Basilicata - "per chi arriva dalla Calabria, la Lucania Basilicata sembra la California" (Basilicata o Lucania? “Era Lucania il nome antico ripreso dal fascismo fino al 1947” – ma non è la terra dei Lucani, l’antica imbattibile popolazione di guerrieri? 'Lucania Basilicata' è ben detto, una Lucania "regalizzata"). E il Salento, di scoperta in scoperta, e Taranto-Bari, e la Campania, tesoro nascosto, dentro e fuori Napoli – “da unica capitale d’Italia a prefettura”. Un pullulare di iniziative, imprese e persone, soprattutto le persone, che  accendono gli entusiasmi, della scrittrice e del lettore. “Autunno” Calabria, “Inverno” Basilicata e Puglia, “Primavera” Puglia e Campania” è la scansione. Resuscitando il Grand Tour, il genere plurisecolare del “viaggio” europeo alla scoperta dell’Italia, ironicamente ma non del tutto.

Valensise ne scrive con entusiasmo, anche per i lettori, perché, forse inconsciamente, ritrova nel Sud, in molti luoghi e persone, la “sana borghesia” nella quale è cresciuta. Spesso corroborata da radici araldiche ma non necessariamente. Che vuole e sa maneggiare con disinvoltura per la sua stessa formazione e vocazione conservatrice, ancorché liberale. Di cui è una delle poche a cui è stato permesso (Giuliano Ferrara ha permesso) di parlare. Di “valori”, come intrapredenza, cosmopolitismo, coraggio, impegno personale, di energie e di risorse, con cadute oltre che di successi, una visione non ideologica della vita e del vivere, e un’attività propria e in proprio. Del tutto all’opposto di quanto il Sud, negli anni successivi alla sua infanzia-adolescenza, è venuto a rappresentare, e anche a essere: il posto, le pensioni di invalidità, e la lagna – non ce n’è mai abbastanza.
Valensise forse non lo sa, non lo sapeva quando ha scritto, quindici anni fa, poiché non lo dice, non lo rivendica. Ma è plateale, ed è quello che fa la lettura sempre viva, curiosa, interessata. È una scoperta per l’autrice. Che se la fa spiegare da un nobiluomo, il regista Edoardo Winspeare, barone: "Io adoro 'Il Gattopardo', i Barracco, i Berlingieri e i grandi latifondisti, ma invece di lamentarsi, mi domando, non potevano inventarsi qualcosa anche loro?" 
È una scoperta per il lettore: non ha molti altri libri che glielo raccontino, forse non ne ha affatto. 

Il Sud è il “Sud”, la macchia eterna della Repubblica, dalle pensioni alle mafie, perché la sua borghesia, ancora viva negli anni 1950, e nei primi anni 1960, p.es. nello stesso ambiente in cui l’autrice viveva, Polistena, Palmi, la cittadina diffusa della Piana di Gioia, e poi é scomparsa. Per la mafia? Per lo Stato, insieme con la mafia. Non c’era la mafia nel reggino negli anni 1950 – l’“onorata società” era di vagabondi che si vedevano talvolta esibire il “muffu”, un fazzoletto di seta colorata a significare che erano “di giornata”, ma non disturbavano nessuno e si limitavano al contrabbando, raro, di sigarette, e ai biglietti falsi, al più di mille lire. C’erano le faide, che sono altra cosa. Poi mettono radici i Piromalli a Gioia Tauro,  i Crea a Rizziconi, i Pesce a Rosarno, i Nirta e i Pelle a San Luca, i De Stefano a Reggio, i Mammoliti a Oppido Mamertina, gli Alvaro di Sinopoli – con tentacoli, questi, tuttora attivi, per tutta l’antica signoria degli Spinelli, conti di Sinopoli: Cosoleto, Delianuova, Lubrichi, Santa Cristina. Pensare chi e cosa erano i Nirta. Non c’era la mafia, la mafia è nata e ha prosperato con la Repubblica. I Mammoliti di Castellace si ricordano piangere il padre morto di coltello su un carretto a stanghe, lungo lo stradone bianco, padroni poi di farsi fare di un tratturo una strada, e di tutti i regolamenti europei, con annesse provvigioni, alle quali l’accesso era garantito, da una burocrazia per una volta efficiente. Poi sono finiti per la caparbietà di Teresa Cordopatri, sorella del loro unico assassinato - peraltro preterintenzionale: basta poco, sarebbe bastato. Lo Stato - i  Carabinieri, i giudici – non hanno protetto la società non proteggendo la proprietà (“se hanno i soldi paghino”, si diceva dei rapiti, nella stagione dei rapimenti – mai nessuno fu liberato dallo Stato, attorno all’Aspromonte la metà dei 694 rapimenti ufficialmente censiti in Italia, una vendemmia).

Tema sensibile, si dice, perché coinvolge l’antimafia, l’attività repressiva dello Stato. Che infetta anche lo spirito libero della scrittrice. Il suo “Autunno in Calabria” comincia male, a rischio dissuasione dalla lettura, col tutto è mafia di Gratteri, e del duo a Reggio Calabria Pignatone-Prestipino, nuovi-vecchi arnesi democristiani ponziopilateschi – “là fuori è tutto mafia” (questo non lo dicono i tre, Marina Valensise se lo è perduto, lo dirà Federico Cafiero de Raho, il successore di Pignatone a Reggio, che non usciva di casa, diceva, per non infettarsi - e così diventò Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo per ben cinque anni, e poi deputato onorato grillino, un carrierone per non aver mai lavorato).
Marina Valensise,
Il sole sorge al Sud, Marsilio, pp.378, ril. € 22

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