mercoledì 2 settembre 2020
Montalbano si spegne a Bologna
Primo e unico caso di collaborazione tra Grazia Negro e Montalbano, tra Bologna e Vigata. Freddino - gli autori torneranno a collaborare, ma senza i rispettivi beniamini.
martedì 1 settembre 2020
Ombre - 528
Pil
indietro nel secondo trimestre del 12,8 per cento rispetto al primo e del 17,7
rispetto al secondo trimestre 2019. Crolla
la componente estera, esportazioni e
importazioni, ma anche la domanda interna - dell’8,7 per cento i consumi finali
e di quasi il 15 gli investimenti. Il calo è maggiore in Francia e Spagna, ma sensibilmente minore in Germania.
Meno male, dice il ministro dell’Economia, per l’Italia è legata alla Germania.
E questa è tutta la politica economica.
S’impantana
alle prime piogge intorno a Malo, il borgo immortalato da Meneghello (ma è una
cittadina), la Pedemontana Veneta, i 5 km inaugurati a giugno. Un’arteria in
costruzione dal 2011, lunga 90 km, di cui in dieci anni sono stati realizzati non
più di una quindicina. Dai costi lievitati da 2,5 a 13 miliardi - il Mose della
terraferma. Nel Veneto dove tutto è di eccellenza.
Mobilitazione
generale e toni catastrofisti dei giornali sul referendum, se vince il sì: “Sono
la nuova casta”, “Dicevano di volere cambiare invece volevano solo sostituirsi”,
etc.. Come se “gli italiani” non lo sapessero – Di Maio e Salvini stanno lì
perché “gli italiani” si dicono “loro sì e io no?”, per che altro?
“Matteo e Gigi gemelli del Si”, lamenta Damilano sull’“Espresso”, cioè interscambiabili. Ma la rottamazione, già universalmente osannata, non voleva dire semplicemente questo: levati tu che mi ci metto io? Per fare che, poi si vedrà.
Le rivoluzioni generazionali purtroppo sono di basso livello, bassissimo.
Raddoppiano
i contagi e i morti, anche se a piccoli numeri, riaprono le terapie intensive,
focolai si manifestano ovunque, anche se vengono imputati “alla Sardegna” , ma
non ce ne preoccupiamo, il governo non lo dice. Questo governo di nessuno – di
Grillo che a quest’ora rappresenta solo se stesso.
Medici
e insegnanti obiettori: i test non sono affidabili, il personale non è qualificato,
io ho 55 anni, io ne ho sessanta… L’Italia che non ti aspetti, dopo tanti
secoli di beatificazioni scolastiche. Anche: il ceto dirigente è questo, per lo
più “indignato”, se non proprio grillino.
Onorificenze,
ambite, ai capi russi – “un cavalierato non si nega a nessuno”. La “scoperta”
del cinema italo-russo in un bellissimo volume. Durante la fase acuta del Covid
una lettera periodica ai connazionali in Russia che non parlano russo, con
tutte le regole di comportamento e gli ausilii in vaso di congtagio. Può un
ambasciatore fare una politica, quanto meno sopperire a una mancanza di politica?
L’ambasciatore a Mosca Terracciano ci prova, con risultati notevoli – la Russia
sempre ci vuole bene (è un ottimo cliente, e paga).
La giudice amministrativa
Quiligotti, presidente della Terza Sezione del Tar della Sicilia, dopo essere
stata consulente di Zingaretti alla Regione Lazio, arde d’impazienza e subito
cassa l’ordinanza regionale che blocca gli hotspot
senza ascoltare le parti e senza consentire il deposito di memorie. “Pare”,
dice, e “non pare”. Che non sia sotto sotto di destra? Un mucchio di palle alte
ha servito a Musumeci, il berlusconiano moderato dell’ordinanza, oltre che a
Salvini. “Ogni tanto, quando c’è di mezzo un governatore di centro-destra, la
giustizia amministrativa è pure rapida”, può twittare Maria Stella Gelmini. O:
la sinistra non si rende conto.
“Viviana
e Gioele: nulla di certo, inchiesta resettata”, titola con soddisfazione la
“Gazzetta del Sud”, il giornale di Messina. Pagine ogni giorno su tutti i
giornali sulla madre col bambino scomparsi e infine ritrovati morti da giorni
nella campagna di Caronia, a Messina. Quando la dinamica era chiara da subito:
la madre ala guida ha avuto un incidente, il bambino ha battuto, ed è morto, o
la madre lo pensa morto, si allontana col bambino in braccio, e poi si suicida.
Tutto, meno che la verità?
Le
leonesse bianche sbranano in Sudafrica l’albergatore che le ha allevate da
cucciole. Come fanno i lupi con gli agnelli. O i gabbiani con i piccioni. L’animalismo
deve fare ancora molta strada.
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Si dice in città
Come farsi uomo attraverso le donne
“A cinque o sei anni fui vittima di un’aggressione”. Gli levarono le
tonsille. “Tutta la mia rappresentazione della vita ne è rimasta segnata: il
mondo, pieno di botole, non è che un vasta prigione o una sala operatoria; io
non sono sulla terra che per divenire carne da medici, carne da cannoni, carne
da bara”.
Oppure si può cominciare così. Michel Leiris ha un problema. Ha “tendenza
a vedere l’organo femminile come una cosa sporca e come una ferita, non meno
attraente per questo, ma pericolosa per se stessa, come tutto ciò che è sanguinolento,
mucoso, contaminato”. Bataille, in qualità di psicoterapeuta, lo consiglia di
scrivere, ed ecco un lavoro fervoroso di cinque anni, dal dicembre 1930 al
novembre 1935, sul tema dell’“uomo ferito”. In pratica su Leiris quand’era bambino, e su
tutte le immagini, le zie – una è cantante, d’opera - e le donne cui si è
dedicato nelle orge solitarie.
Tutto, si può così sintetizzare, in questo passaggio all’età adulta è pieno di trappole. La maggior parte afferenti
all’onanismo. Michel Leiris fatto uomo si è legato al surrealismo, a Breton e Bataille,
e Bataille, psicagogo, gli consiglia di scrivere ciò che gli racconta – “fare
un libro che sia un atto”. E così, a 34 anni, come Dante che non conosce, a
“metà della vita” Leiris si racconta. O dell’inutilità dell’analisi a fini
terapeutici – delle associazioni, i sogni, le rimozioni, i complessi. Forse
utile a fini letterari, ma con pesantezze. Questa crescita, di sogni, ricordi, immagini di donne, si fa leggere, ma lascia insoddisfatti: e allora?
Delle donne
il catalogo è vasto. Ma sui modelli classici, di Lucrezia casta e Giuditta
vendicativa, su cui si ritorna a più
riprese in esteso, specie nel quadro di Cranach. E con ambientazioni implausibili.
L’antropologo e antichista Leiris al museo si sente come al bordello, e
viceversa, al bordello si sente come al museo: “Nell’uno e l’altro posto si è,
in certo modo, sotto il segno dell’archeologia: e se ho amato a lungo il
bordello è perché partecipa anch’esso dell’antichità, per il suo lato mercato
di schiavi, prostituzione rituale”.
Non è la sola agudeza.
L’opera romantica, “Tosca”, “Sansone e Dalila”, è “spazzatura” – l’opera ricorre,
ma è Richard Strauss e Wagner (Puccini Leiris recupera nell’edizione 1964, dopo
essere stato ospite a Torre del Lago, con due pagine emozionanti, le due finali
del volume). E “se il tempo è molto bello, càpita che io ne sia leggermente
angosciato: non è cattivo segno che faccia così bello?”. Quando ci si guarda
non si finisce più: l’angoscia, o la depressione, quello che è, si moltiplica e
dilaga, invece di allentarsi. Leiris stesso finisce con l’autoanalisi, sospeso
tra la materna Lucrezia e la determinata Giuditta - dopo aver passato in
rassegna una vasta serie di rapporti, anche inconcludenti, con femmine per
qualche verso borderline: fra “terrore e pietà”, si dice di se stesso.
Da “specialista, maniaco della confessione”. Pur sapendola “umiliante,
unitamente a ciò che comporta nello stesso tempo di scandaloso e di
esibizionista”. Una lunga esposizione all’aperto del cosiddetto rimosso? Che
Leiris però non aveva rimosso, se lo racconta, in dettaglio.
Avviato all’antropologia dopo studi inconcludenti, a
un primo “ubi consistam”, Leiris si diverte a ricordare e si interroga –
raccontare se stessi era un’epidemia anche negli anni 1930. Sui problemi in amore,
naturalmente. Sul “gusto dell’ermetisno”, dell’allegoria. E sull’“abitudine che
ho di pensare per formule, analogie, immagini”. Come fa in questo libro. E
negli altri? Certo, quando uno si interroga, non la finisce più, la miniera è
inesauribile. Forse anche produttiva, a fini terapeutici. Ma quando bisogna
comunque legarsi a ricordi, immagini, pruriti sessuali, la cosa può riuscire faticosa
– irritante per il lettore, ma quanto benefica per il paziente, se non per lo spin-doctor? Leiris stesso lo sa, nel momento in cui
scrive. Si giustifica. Ho scritto il libro, spiega, “verso la fine di una cura psicologica
che, malgrado la mia ripugnanza per tutto cià che pretende di guarire i mali
altri che quelli del corpo, il mio malessere interiore mi aveva forzato a
subire”. Contradetto da Zanzotto, nella postfazione a questa edizione, che spiega come le autobiografie (e le chiacchierate con lo strizzacervelli?) siano per ogni aspetto selettive, fuorvianti.
Preceduto da “La letteratura come tauromachia”,
deludente, a parte il titolo: un trattatello più intellettualistico che altro,
freddo - una prima agudeza: si scrive come un mano-a-mano nelle arene con il toro, lo scrittore contro il lingiaggio, contro se stesso.
Michel Leiris, Età d’uomo, SE, remainders, pp. 192 € 9
lunedì 31 agosto 2020
La morte dell’opinione pubblica in Italia
Mobilitazione generale e toni catastrofisti dei giornali sul
referendum per il taglio dei parlamentari. A ogni evidenza troppo tardi, dopo
tanta antipolitica giornalistica. “Gli italiani” non vedono l’ora di punire i
loro parlamentari - eccetto i 5 Stelle e i Leghisti, che sono invece in gamba.
E se anche gli altri italiani prevarranno col no, i giornali non se ne
gioveranno – i buoi, come si suol dire, sono scappati, i buoi-lettori.
Mobilitazione e sconcerto da costituzionalisti? O i media
hanno scoperto che l’antipolitica che da quarant’anni impongono non paga? Non
paga i giornali, che hanno distrutto l’opinione pubblica, sulla quale si
reggevano – e altrove si reggono, per esempio negli Usa del pur antimedia
Trump.
Troppo sottile questa analisi? Probabilmente sì. Ma è quello
che si vede. I giudici dell’antipolitica se ne sono serviti per le carriere,
sempre meglio che lavorare. I giornali che gli hanno fatto da tappetino sono
ridotti al caporalato – pagano un articolo meno di quanto Stagno d’Alcontres a
Milano pagava, all’ora, i suoi africani (che non licenziava, ne voleva perfino
di più).
Appalti, fisco, abusi (181)
Il decreto agosto prolunga
fino a gennaio la moratoria sui debiti bancari. Con un impatto sul sistema
creditizio molto più vasto che in qualunque altro Paese europeo. È una buona
ricetta? Non per il sistema bancario, e questo si sa – si sapeva dall’analogo
errore compiuto dopo la crisi del 2008.
Quella italiana è la moratoria
più elevata, oltre che più lunga, del credito bancario in Europa. Oltre quattro
volte quella decisa in Spagna: mentre gli accantonamenti bancari in vista di
eventuali perdite sono analoghi nei due paesi, attorno ai 3 miliardi nel secondo
trimestre, i crediti congelati sono quattro volte tanto – quelli del precedente
decreto, fino a tutto luglio, ammontavano a 260 miliardi (per circa due terzi,
169 miliardi, di piccole e medie imprese).
Le banche sembrano
attrezzate a far fronte al momento della verità, quando la moratoria verrà a
cessare. Ma il prolungamento della moratoria, e dunque del momento della verità,
non è bene augurante, a giudicare dal post-2008. Prolungandosi la moratoria, s’ingrossa
il nodo crediti deteriorati, che emerge tutto insieme invece che progressivamente,
man mano con la ripresa dell’attività economica dopo il lockdown.
La Tari è raddoppiata – come minimo - dal 2007. Per il
business della raccolta differenziata.
Si spera a qualche fine. La raccolta differenziata, dovendo ogni sua parte,
carta, vetro, umido, plastiche, produrre nuovi beni, dovrebbe costare di meno e
non di più
È interminabile la fissa della Bce sul Monte dei Paschi. A
ogni mossa dell’istituto senese per tornare in bonis impone condizione gravose
e anche letali. Ora un altro, un quinto?, aumento di capitale – come
se qualcuno fosse disposto a pagarlo. Mps era così corroso, o già fallito?
Perché allora autorizzarne il rilancio a spese dei risparmiatori?
Gli aumenti di capitale farlocchi di Mps:
2011 per 2,15 miliardi
2014 per 5 miliardi
2015 per 3 miliardi
2016 per 5 miliardi (fallito).
Morante liberata nella natura
Una drammatizzazione lieve delle canzoni
di Elsa Morante, pdel suonando salvato dai ragazzini del Sessantotto, più dette che rappresentate, con fondo musicale dal vivo –
semplice, chitarra, percussioni. Su uno scenario naturale. Su uno dei temi
morantiani, la felicità dei pochi, l’infelicità dei molti - la felicità degli
infelici molti, l’infelicità dei felici pochi, etc.
Il poema, che si vuole celebrazione
dello spirito lieve del movimento giovanile, libertario senza aculei (i “ragazzini”
sono gli F.P., i “felici pochi”, che Morante elegge nelle note a “sale della terra”, per essere “infine,
sempre, i veri rivoluzionari”) è in realtà strutturato, su forme e lemmi di
tipo alto, classico. “Un romanzo. Un memoriale. Un manifesto. Un folletto. Una
tragedia. Una commedia. Un madrigale. Un documentario a colori. Un fumetto. Una
chiave magica”, Morante si sforzò anche nella presentazione di caratterizzare
la raccolta con la lievità. Ma la sua scrittura è sempre letteraria, elevata –
perfino retorica in molti dei componimenti. Di Clemente le trova il tono
sbarazzino che era nei propositi con la rappresentazione svagata, senza
scena, quinte, entrate e uscite, costumi. Come la raccolta voleva essere.
La scenografia naturale dà come spontaneità
al teatro, che invece concepiamo come rappresentazione chiusa al chiuso, al buio, notturna. Perfino l’acustica è riuscita perfetta benché all’aperto,
degli interpreti finalmente non più microfonati, il suono naturale non si
disperde.
Maria Teresa Di Clemente,Felici tutti, Rifugio
Biancospino, Piani di Carmelia, Aspromonte
domenica 30 agosto 2020
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (435)
Giuseppe Leuzzi
A metà della “Tragedia del Korosko”, il
romanzo del fondamentalismo islamico di fine Ottocento, Conan Doyle si interroga
- p. 86: “Se un impulso comune li travolgesse, se un grande condottiero o una
guida carismatica si levasse in mezzo a loro e si servisse del materiale
eccezionale a sua disposizione, chi potrà affermare che non sarà proprio questo
lo strumento con il quale la Provvidenza spazzerà via il corrotto, decadente,
apatico Meridione d’Europa, come fece migliaia di anni fa, per fare spazio a
una stirpe migliore?”
A proposito delle forniture Covid, un business da dieci miliardi: “In
Lombardia il 35 per cento dei bandi è stato annullato o revocato” – “Corriere
della sera”. Per non “trasparenza”. Erano cioè bandi per gli amici. Uno su tre.
E non c’entra la mafia.
Sudismi\sadismi
Il porto di Gioia Tauro è al primo posto
in Italia per connettività, per collegamenti con gli altri porti minori, da
stazione di transhipment. È la graduatoria
di Mds Transmodal, che fa testo nel settore, in collaborazione con l’Unctad. Gioia
Tauro è al terzo posto per connettività nel Mediterraneo, al dodicesimo in Europa,
e al trentaquattresimo nel mondo. Merito anche del gestore terminalista, la Msc
del gruppo svizzero-napoletano Aponte. Di questo primato c’è notizia solo nei
quotidiani locali, nemmeno una breve altrove.
“Inizio delle lezioni in ordine sparso.
Il Nord punta al 14. Al Sud il fronte del 24 settembre”, “Corriere della sera”.
La virtù sta a Nord. Ma nel mezzo non c’è il voto, le scuole occupate dai seggi?
Si apre il 14 per chiudere il 17, e riaprire il 24.
Il
Sud del Nord
Scandalo al “Quotidiano del Sud” -
“l’altra voce dell’Italia” del lombardista pentito Roberto Napoletano - per
Straberry, la start-up del bocconiano Guglielmo Stagno d’Alcontres, che a
vent’anni s’inventò frutta e verdura dal campo a casa, entro 15 km. da piazza
Duomo, allevata in serre a pannelli solari e recapitata in apecar, meritandosi
nel 2013 e 2014 il premio Oscar Green della Coldiretti, e arrivando a fatturare a
trent’anni sette milioni, finito sotto processo a trentadue per caporalato, per
“sistematico sfruttamento illecito della manodopera agricola a danno di circa
100 lavoratori extracomunitari”. Una vergogna, tuona il quotidiano. Solo che
Stagno d’Alcontres suona messinese.
È anche vero – ma il “Quotidiano del
Sud” nella foga non se lo chiede – che solo Stagno d’Alcontres pratica il
caporalato in Lombardia. Non perché è un bocconiano tarato, oriundo siciliano?
Ma è pure vero che – secondo l’accusa –
pagava i braccianti solo 4,50 l’ora. Cioè quanto al Sud si paga un bracciante
del Sud senza qualifica, pura manovalanza.
Se
il Sud è dialettale
Il ritorno del dialetto è leghista. Con
la ridicola fioritura di paline stradali nelle Venezie e altrove che ripetono
le denominazioni italiane in un dialetto che è la dialettizzazione dell’italiano,
non un algtro nome o un’altra identità. Il dialetto cioè è un’impuntatura,
prima che il riacquisto o la concelebrazione dell’identità, smarrita o negata.
Ci sono anche molti contro il riuso dei
dialetti. Uno è l’imprecisione o indefinitezza, della pronuncia e quindi del
concetto. Si ricordi il Don Cicce, sillabazione
errata, per don Cicciu, adottata da Guido Morselli in “Divertimento 1989” per
familiarizzare l’appellativo di un amico del protagonista, il re Umberto I in
vacanza in Svizzera in disguise. Morselli, che ha
larga conoscenza dei dialetti, e ne fa largo uso nei suoi romanzi (prima o dopo
Gadda e Pasolini? la filologia di Morselli làtita), fa chiamare Francesco
Mélito duca di Portosalvo familiarmente dal suo amico il re Umberto I “don
Cicce” – “non lo dovere chiamare eccellenza, no, don Cicce”, raccomanda ad alcuni
commensali del “Divertimento 1889”. Ma a Porto Salvo il duca sicuramente non lo
chiamavano don Cicce. Morselli si piccava di conoscere il calabrese
per essere stato militare di leva su è giù per la regione, ma in nessun
dialetto calabrese si sfumano le terminazioni, la-le sillaba-e finale-i.
Però,
è vero che Napoli, luogo per antonomsia dei duchi e dei baroni, don Francesco
avrebbe potuto essere, sarebbe stato, don Cicce. Questo è un difetto
napoletano, di parlare cantando. Più che sillabe emettendo suoni, distinti ma
inarticolati.
Questo
è il problema dei dialetti. Che per essere ricchi sono sfumati. Imprecisi.
Forse per questo si costruisce poco dove si parla dialetto, per
l’imprecisione. La scienza e la tecnica vogliono essere precise.
Venite,
adoremus
Si fatica a capire perché l’immigrazione
selvaggia non venga mai considerata sotto il suo aspetto reale: un mercato di
esseri umani, a opera di trafficanti di nessuno scrupolo, che li sfruttano alla
partenza, durante il,viaggio, e per l’ultima traverstata, dove molti, centinaia
ogni anno, muoiono annegati Per offrire braccia a costo minimo alle famiglie, ai
campi, ai ,lavori minuti, e come manovalanza nelle fabbriche. No, di questo non
si parla mai, in nessuna sede.
Di più sorprende il silenzio della
chiesa. Che per mille antenne sa di che si tratta: Si può presumere il governo ignorante,
il Di Maio-S alvini come il Di Maio-Zingaretti, ma la chiesa sa tutto,
attraverso le sue missioni, i diplomatici, le sue ong, i suoi vescovi e
sacerdoti, ben radicati in Africa, e ora anche in Asia. Ma non lo dice, si
limita ad appellarsi al buon cuore. Come se fosse quello che manca.
Un’attitudine razzista, anche, sotto le
buone intenzioni. Che all’africano guarda come al “bovero negro”, non a gente volenterosa
e forte, moralmente, e anche più veloce di mente e di cuore. Sempre e solo la messa
cantata, di buoni, buonissimi, sentimenti. È sempre e solo Natale, anche con i
barconi rovesciati e i corpi ai pescecani - invece dei pastori i “boveri”
africani.
Tra
Scilla e Cariddi vince il Giappone, non da ora
La pesca del pesce spada e del tonno
rosso, vanto dello Stretto, fino a “Horcynus Orca” e anche dopo, la fa il
Giappone. Lo sapeva Pasquale Clemente già una trentina d’anni fa, se non
quaranta, un amico che poi è morto, vecchio frequentatore di Stromboli, che il
pescespada e il tonno tra Calabria e Sicilia veniva pescato dai giapoensi:
“Hanno imbarcazioni elettroniche, non vanno con le spadare, non aspettano il
pesce nelle tonnare. Pescano o sbafo, il
mare non è protetto, per un mercato che pare sia ricchissimo: il pesce spada da
loro e il tonno rosso, di una certa qualità, quella dello Stretto, vanno a peso
d’oro. A Vibo la mattina (il dialogo si svolgeva in Calabria) fanno loro il
mercato: a prezzi normali, ma vendono i resti. O varietà che dicono locali e
invece vengono dagli oceani”.
Sembrava la solita esagerazione di
Pasquale, “nulla di buono in Calabria”, e invece ora “la Repubblica” ci fa
un’inchiesta a otto mani, di Bonini con Fraschilla, Palazzolo e Sandra Scarafia,
che conferma tutto, nei dettagli. Compresa la vendita in Italia di tonno e
pesce spada atlantico o indiano. Impressionante. Che tutto si sapesse ma a
nessuno interessasse. Una ricchezza enorme buttata via. A Tokyo si è battuto il tonno - se ne fanno aste - a 3,1 milioni di dollari per 278 kg. di peso lordo, con coda, pinne e testa.
Impressionante che in trent’anni, o
quaranta, niente è stato fatto che contrastasse la pirateria giapponese. E
tuttora niente si faccia, in omaggio alla libertà di navigazione e di pesca.
Si capisce anche che il Sud non decolli
mai. Si fosse trovata questa riserva di pesca tra le coste venete e romagnole,
come sarebbe andata? Il Sud – questa la verità – non sa nemmeno di essere, a
parte le lagne.
leuzzi@antiit.eu
L’altra Sicilia, o l’Ottamerone di Camilleri
Prosegue la serie dei racconti
umoristici di Camilleri con cui il quotidiano rilancia le vendite, a quanto pare,
nel week-end – quello che non fanno i giornalisti fa Camilleri? Il primo da
“Gran Circo Taddei”, il secondo da “La regina di Pomerania”, le raccolte di
racconti con cui Camilleri nel 2011-2012 si prese una pausa da Montalbano. Col
piglio veloce della serializzazione da feuilleton,
e sempre per qualche verso gradevoli. Anche dove, come in questi racconti, non
è più questione di attrazioni fatali, le famose “corna” siciliane – ci sono, ma
sono in subordine.
Gradevole anche “I
duellanti”, che non è più un aneddoto di paese sfizioso ma, ripetitivo, una
parodia dell’Italia di Mussolini - della “guerra di Mussolini” addirittura: un’Italia
che non sa di nulla, si accapiglia per un gelato. L’altro è l’aneddoto della “seconda
canna”: quando la moglie non resta incinta, c’è la possibilità che il seme non
sia fertile, e allora si tenta con la seconda canna del fucile, con un altro uomo – dal vivo
naturalmente, allora la congelazione essendo di là da venire.
L’occupazione del circolo borghese
di paese, il circolo degli sfaticati, imbastire “farfanterie”, Camilleri porta a
arte gradevole. Una sorta di “Decamerone” svelto configurando – un “Ottamerone”,
doppio, otto racconti per raccolta – di Vigata. In siciliano o quel che è la
parlata di Camilleri (lui dice “vigátese”, sdrucciola, strano parossitonismo).
Anche se non c’è la peste – c’è il fascismo. Che nulla ha a che vedere con l’originale,
ma per il piacere di narrare sì. Controcorrente: come quella di Montalbano non
è “la” Sicilia, obbligatoriamente di mafia, così il siciliano di questi
racconti non è più quello delle cartoline brancatiane di comodo, “l’ingravidabalconi”,
fa la cosa senza nemmeno pensarci, lui e lei altrettanto golosi.
Andrea Camilleri, La fine della missione
I duellanti, “la Repubblica”, gratuitamente col quotidiano
sabato 29 agosto 2020
La Fed di Trump rivoluziona la politica monetaria – si baserà sul lavoro
Non è più l’inflazione, è la disoccupazione il
criterio base della politica monetaria. La Federal Reserve
americana ha introdotto una novità che potrebbe fare testo, anche in Europa,
dove la Bce resta arroccata sul vecchio fondamento dell’inflazione al di
sotto del 2 per cento – quando Draghi, l’ex presidente, ha dovuto faticare per
anni per stimolate la domanda e portare l’inflazione al 2 per cento, per prevenire
la deflazione, quando il problema è la deflazione, se non, come ora, la
recessione.
Una rivoluzione monetaria e anche sociale,
seppure da destra. Nei tardi anni Settanta Eugenio Scalfari, neofita del Pci,
rimproverava il Partito da “la Repubblica”, dopo il dissennato accordo dei
sindacati con la Confindustria di Gianni Agnelli per il punto unico di
contingenza: “Dovete imparare che esiste il tasso di sconto”. Oggi è la Federal Reserve trumpiana che
esibisce a Wall Street le esigenze sindacali.
Una Fed “trumpiana” in questo caso per dire poco
dogmatica, non ortodossa. Ma non
avventata: la Fed deciderà l’andamento dei tassi valutando “le carenze
occupazionali del mercato del lavoro rispetto al suo livello massimo” – invece
che “le deviazioni dal suo livello massimo”. Scontando che in questa fase la
disoccupazione “sarà alta per un paio d’anni”. Concludendo: “L’economia è in
continua evoluzione e, per raggiungere i suoi obiettivi, la Federal Reserve deve
adattarsi alle nuove sfide”.
Nulla di questo a Francoforte – per ora. Dove
pure la banca centrale europea è gestita da banchieri popolari e socialisti.
Vige l’ortodossia germanica, che unicamente ha in mente l’inflazione, anche in
fasi come ora di depressione. Ma l’iniziativa della Fed imporrà, benché
trumpiana, un adeguamento anche alla Bce.
Un primo effetto dell’annuncio americano,
effettuato in pompa, a un convegno online dei banchieri centrali di tutto il
mondo, è stato di rafforzare ulteriormente l’euro nei confronti del dollaro. Un
cambio già troppo alto, sfavorevole alle esportazioni europee. E la disoccupazione
in Europa è elevata, molto più che negli Usa. Lo era prima del coronavirus, e lo
è ora con le prime riaperture.
Ci vuole musica al Sud
Sulla traccia della “Malingredi”,
i racconti di Africo di Gioacchino Criaco, il cantautore bovalinese ha imbastito
un intrattenimento impegnato e gradevole – il primo che si è potuto tenere a celebrazione
del ventennale della Scuola di Musica di Delianuova, per i problemi del
coronavirus. Tra elegiaco, “L’albero di more” più direttamente ispirato dalla
“Malingredi”, lo stesso “Aspromonte”, un’ode alla montagna gentile sui toni del
rimpianto (“L’Aspromonte non ha parole,\ vede i figli andare altrove,\ ognuno
che parte colpisce\ ognuno che parte tradisce…”), , e divertito - la
“rivoluzione di Africo”, fermare il treno degli studenti a fine giornata
scolastica tirando l’allarme, la fermata non essendo prevista, per sette anni.
Con uno spruzzo di grecanico, l’inno “Ilio”, sole, la minoranza linguistica
ritrovata. E una celebrazione del dialetto, con l’ormai classico inno sardo
all’amore, “No potho reposare” – Sofia è all’origine del classico dei
QuartAumentata, “Dai diamanti non nasce niente”, dieci canzoni di De André
tradotti nel dialetto della locride.
Un concerto semplice. Sofia,
animatore a lungo dei QuartAumentata, si esibisce in solitario, con
accompagnamento discreto e sapiente di chitarra o bouzouki, che lascia campo
libero ai suoni, senza altri effetti. Valorizzando il senso sociale della sua
attività.
La Scuola di Musica di
Delianuova, e la connessa Orchestra giovanile di Fiati, tra le prime se non la
prima del suo genere, una scuola di musica in paese, vanta ormai un’esperienza nazionale,
avendo entusiasmato il maestro Muti, che l’orchestra da poco costituita ha
voluto nel 2008 a inaugurare il suo festival annuale di Ravenna. Un mondo
periferico, anche scentrato, che si ritrova nel suono, nel canto, sa di utopia,
ma questa, seppure minima, è reale.
Paolo Sofia, Ti racconto una storia, Auditorium Scuola di Musica di Delianuova
venerdì 28 agosto 2020
Con la Cina niente da dire
Singolare mancanza di argomenti tra Di Maio e
il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, che ha aperto a Roma una tournée che si voleva storica in Europa. A Roma non
solo, dove non si fa politica estera, ma poi a Parigi e Berlino.Di che parlare
in effetti? Degli affari? Non sono cosa da Esteri, vanno avanti per le
convenienze, e non hanno bisogno di spinte finché dura la convenienza – oggi
tutti hanno interesse a produrre in Cina, costa poco o niente per la stessa
qualità. Di Hong Kong non si può parlare, la Cina non vuole. La Cina vorrebbe
parlare male degli Usa, ma con Di Maio non si può.
Tanto più freddo l’incontro sullo fondo del
treno speciale, con “materiali per prevenire la pandemia”, ulteriore regalo di
Pechino, arrivato a Milano mentre il ministro degli Esteri sbarcava a Roma, il
China-Europe Express “Chang’an”. Mentre Grillo, mentore e capo di Di Maio,
esaltava la Cina e attaccava gli Usa sul suo blog – la faceva esaltare, con
apparente acribia, da un professore dichiarato filocinese, Fabio Massimo
Parenti.
I rapporti con la Cina sono arrivati al loro
limite. Sono e saranno economici e finanziari, anche intensi, ma non altro. È
un fatto, inscalfibile. Alla Farnesina dicono curioso che il realismo cinese
non lo capisca – a meno che il presidente Xi non abbia perso, o stia perdendo,
il senso della misura che ha caratterizzato la leadership cinese dal presidente
Wang in poi, ormai quasi quarant’anni: Trump lo ha sfidato, vuole vedere le
carte cinesi, e anche senza Trump la sfida andrà avanti.
La Cina è vicina, è anzi in casa da anni, il
maggiore investitore estero in Italia, più dei tedeschi o degli svedesi, o
degli americani, che poi non investono tanto all’estero. Ma più di tanto non
può fare.
Storia sordida del cablaggio
Si completerà, dopo venticinque anni, con un ritardo
enorme, e spreco interminabile di capitale pubblico, cioè a carico dei
contribuenti, la connessione dell’Italia con la banda larga? C’è da dubitare,
visti i precedenti. Ma quand’anche gli azionisti odierni – i capitali privati –
di Tim e Enel si accontentassero, resta pur sempre che l’Italia arriva ultima
nel cablaggio delle sue abitazioni, e a costi enormi. A costi pubblici enormi.
Venticinque anni fa partiva il progetto
Socrate, di Stet-Telecom Italia, la telefonia allora pubblica, per il cablaggio a banda larga di dieci milioni
di abitazioni, tutta l’Italia. Il Socrate fu interrotto tre anni dopo l’avvio,
nel 1998, quando aveva raggiunto un milione e mezzo di abitazioni, e dismesso –
dappertutto, nelle città e nei paesi, capita di vedere tubi di gomma che
emergono dal suolo alle porte delle case, scollegati: sono i resti del Socrate.
Perché Telecom Italia andava privatizzata, e i padroni non volevano
investimenti tra i piedi, giusto incassare la bolletta - l’esosissimo
abbonamento che da cinque anni è perfino raddoppiato.
Partì con l’abbandono del progetto Socrate la
lunga spoliazione di Telecom-Tim, che ora lo Stato prova a ricapitalizzare. E
il ritardo dell’Italia, che ne era all’avanguardia, nella digitalizzazione - ora ha la più bassa velocitàinternet in Europa, se si tolgono la Macedonia e la Bosnia.
Questa storia però non sembra fare testo. Tim
si tiene la rete nel patrimonio, anche se deve compartecipare la gestione con lo
Stato (la Cdp, ex Cassa depositi e prestiti), a garanzia degli altri soci
confluenti nella rete. Ma, di sicuro, non per altro, per scaricare sullo Stato
altre eventuali perdite, la connessione dell’Italia si può scommettere che avrà
ancora da aspettare – a meno che Cdp non si assuma tutto l’investimento.
Una storia sordida. Ma non unica nelle “privatizzazioni”
italiane. I media le difendono su basi dottrinali, privato è efficiente, ma chiudendo
gli occhi sui disastri che esse hanno comportato e comportano, per l’efficienza e i costi pubblici.
Heidegger filosofo per adepti
“I Quaderni neri partecipano a una rimessa in questione dell’opera di
Heidegger che più che mai appare necessaria”: il proposito è dichiarato alla prima
riga. Collocando il saggio in una lettura di Heidegger comunque critica.
Aggravata dalla considerazione che i “Quaderni” non sono note casuali e sparse,
ma scritti accurati, trascritti a ogni evidenza, non ci sono cancellature o
ripensamenti, e ordinati. A compimento, come da volontà scritta, dell’opera, da
qui il “criptaggio assassino”, sottotitolo d’assalto più che da studio.
Kellerer, già critica della disinvoltura
politica di Heidegger, autrice di un saggio sul rifacimento che il filosofo
operò dopo il 1945 di almeno uno dei suoi scritti anteguerra, un testo del
1938, per farlo passare come antinazista (“Rewording the Past. The Post-War
publication of a 1938 Lecture by Martin Heidegger”, 2014), dichiara peraltro subito,
nel prospetto, una posizione critica radicale: “I Quaderni apportano una conferma dell’uso sistematico da parte del
loro autore di una strategia di confusione, la quale comporta due aspetti
importanti. Da una parte il messaggio heideggeriano s’indirizza a un ‘piccolo
numero’ di lettori o uditori e non agli uomini in generale. Il pensiero
dell’Essere è in effetti concepito come combattimento contro la razionalità in
quanto facoltà e valore universale, la comunicazione dovendo quindi farsi intenzionalmente ambigua. D’altra parte, seguire la voce
dell’Essere non riguarda l’emancipazione umana ma un processo di ‘risveglio’
tribale”.
Ripensare il nazismo
Sì, ma l’Essere, a parte
l’esoterismo e il tribalismo? Linguaggio cifrato e tribalismo (e versificazioni
in rima, appelli, svolte) infastidiscono e lasciano perplessi, ma il pensiero
dell’Essere? Il problema è forse che Heidegger è un filosofo nazista – nazista
seppure per un po’, come (quasi) tutti i tedeschi - ma filosofo. Bisogna
ripensare Heidegger, probabilmente, ma di certo bisogna ripensare il nazismo.
Kellerer propone all’attenzione
molti dettagli. I “Quaderni” coprono ben 17 anni, 1931-1948 – sono quelli, si
può aggiungere, del “problema nazismo”, dell’adesione e, dopo la sconfitta,
della riqualificazione. “Heidegger fu il primo rettore di una università
tedesca a proclamare apertamente la sua fedeltà al Führer” – contro il suo
consiglio accademico, si può aggiungere, lo stesso che lo aveva eletto. I
“Quaderni” Heidegger teneva “doppiamente segreti” (P. Trawny, il primo decifratore),
ne era geloso, e ha stabilito di farne la conclusione della sua opera omnia.
Linguaggio
criptato
Il saggio si vuole un primo
tentativo di decrittare un pensiero che a ogni evidenza, Kellerer ripete, si
vuole criptato. I “Quaderni”, sostiene, mettono in luce un aspetto particolare
del pensiero heideggeriano e della sua espressione: “l’uso di un linguaggio
indiretto che dà l’illusione di profondità filosofica, ma si rivela essere una
mascheratura e anche una mistificazione”.
Questo è vero: del linguaggio di
Heidegger poco o niente si riflette. Anche se a più riprese Heidegger vi si
riferisce. Kellerer dà anche a questo proposito rilievo alla conferenza di Roma
nel 1936, dove si spiega che “la frase, la lingua sono l’evento più elevato del
Dasein umano”. Ma un po’ ovunque
Heidegger si riferisce al petit comité,
di intesi, sodali, quasi adepti. Del suo pensiero parlando a più riprese come
di un “risveglio”.
Nei “Quaderni”, nota Kellerer, il
riferimento alla comunicazione nascosta è costante. A partire dalla “critica veemente” nel 1923 dei
tentativi di Husserl, che pure era il suo maestro e mentore in cattedra, di elaborare
una teoria della coscienza: la verità, spiega nel semestre invernale 1923-24 a Warburg,
non concerne la conoscenza ma la “decisione”- il concetto di una conoscenza
certa gabellando di “viltà di fronte alla ricerca”.
La
verità è la decisione
Un atteggiamento teoretico, la
decisione, che lo stesso Heidegger associa a “presa del potere” (Gesamte
Aufgabe 17, p. 65) aggressiva. La conoscenza, è vero, volendo sempre radicale
contro il “progresso”, l’aspirazione (illusione) di una conoscenza accumulativa,
sempre più approfondita. Che è tema costante della sua riflessione. Contro
Kant, contro l’illuminismo. Il problema è – Kellerer trova un’infinità di
riferimenti in proposito – che “la parola essenziale”, il “dire autentico”, non
possono indirizzarsi all’umanità come tale ma solo a “certi tipi umani, Menschentümer (GA 76, p.56, e 96, p.
257)”: a un “piccolo numero”, una “linea”, “nuova”, “a venire”, che è anche
“dissimulata, di uomini che si interrogano” (GA 94, pp. 105, 299, 284: GA 96,
p. 117).
Numerosi i riferimenti pro-Germania,
pro-nazi all’inizio e nei primi anni della guerra. In particolare, all’alleanza
russo-tedesca innalza una barriera tra chi ha la storia, la Germania, e chi non
ce l’ha. Che sono tutti gli altri. Eccetto, eresia per un tedesco, sentimentalmente
antislavo, la Russia. Viene poi la litania del “sangue”, della “terra”, del
“popolo”. Da cultore sempre geloso della germanità della lingua.
Molto spazio è poi dedicato
all’antisemitismo. Che c’è, ci deve essere, e come c’è, o si nasconde ma
manifestandosi, si camuffa. “Umanità senza radici”, “assenza di suolo”, e la frase
non tanto criptica del 1939: “La via che è indicata dal Seyn al pensiero segue segretamente la frontiera dello sterminio”
(GA 95, p.50). Un risentimento forte ancora durante la guerra, contro la “sete
di vendetta” . Di cui Heidegger scrive a Jünger il 23 giugno 1949. La lettera, però,
vuole dire: non facciamoci travolgere, da innocenti, dalla vendetta, degli
Alleati soprattutto . Il riferimento ai “mercanti” che ci “svaligiano” non può
essere nel 1949, non c’era l’idea dell’Olocausto, l’ebreo ma il “mercato” Usa,
allora molto risentito, in Germania e in Francia.
Fake
news
Sidonie Kellerer insegna
all’università di Colonia. È famosa per il dibattito sulla “fake news su Heidegger”
nel 2017. Kellerer sostenne su “Le Monde”, con François Rastier, direttore di
ricerca al Cnr francese, Semantica dei testi, che Heidegger è stato membro di
un Comitato per la Filosofia del Diritto, dell’Accademia per la Legge Tedesca,
fondata nel 1934 da Hans Frank, il giurista futuro governatore della Polonia
occupata negli anni della Soluzione Finale, immortalato da Malaparte in
“Kaputt” per la satrapia, impiccato a Norimberga, allora ministro a Berlino
senza portafoglio, ex ministro della Giustizia della Baviera. Un Comitato,
dissero, attivo fino a dicembre 1942, con la partecipazione di Carl Schmitt, che
avrebbe presieduto alle Leggi di
Norimberga, 1936, contro gli ebrei, e “in teoria e in prassi” alla Soluzione Finale.
Se non che il ricercatore che aveva tirato fuori l’esistenza del Comitato,
Kaveh Nassirin, uno studioso di Amburgo di origini iraniane, spiegò che la
documentazione da lui pubblicata era monca e imprecisa, che il Comitato non si
sa se e fino a quando è esistito, e se abbia operato, i nomi dei partecipanti
sono incerti, forse solo nominativi da invitare, etc. Ne scrisse sulla
“Frankfurter Allgemeine Zeitung”, avviando il dibattito sulla “fake news Heidegger”.
I protocolli del Comitato non si trovano o non ci sono, spiegava Nassirin, o sono
stati distrutti, né se ne parla fuori del Comitato stesso, in nessuna forma.
Sidonie Kellerer, Les Cahiers noirs de Martin Heidegger: un
cryptage meurtrier, Academia.edu online
giovedì 27 agosto 2020
Vaffanculo sull’8
Salgono sull’8 a viale Trastevere
tre albanesi, o zingari, giovani, un uomo e due donne, una delle quali, di
sguardo e portamento autorevoli, è incinta. L’8 è a Roma una “metropolitana di
superficie”, insomma un tram, che di solito è affollato, ma non a quest’ora, a
mezzogiorno. L’entrata dei tre allarma un gruppo di asiatici sulla parte
anteriore sopraelevata del tram, che vanno al loro commercio, ma niente di
più. Tutti sono puliti, vestiti con proprietà, di taglio e di colori.
L’albanese, o zingaro che sia, ha la camicia bianca e la cravatta. Gli
ambulanti asiatici tengono i loro oggetti, occhiali, bigiotteria, orologi, in
cartelle ripiegate a valigia. C’è l’aria condizionata, e c’è posto per tutti,
eccetto che per il vostro testimone e i tre albanesi, o zingari, compresa la
donna incinta, cui nessuno offre il posto, né lei lo cerca.Si procede
nel cicaleccio di lingue ignote, nel rumore attutito della linea ferrata.
Finché dalla porta, prima della fermata, un signore robusto non intona la
litania: “Non mi toccare! Fai il furbo? Non ridere, io ti riconosco, sa’? La
gente come te non dovrebbe stare in libertà” eccetera. Avviandosi all’uscita,
si è sentito toccare dal giovane albanese\zingaro, e ha temuto il borseggio. Il
giovane sorride, l’incinta si avanza maestosa e interpella l’accusatore. Non si
capisce cosa dice, se non “incinta”, che ripete toccandosi il ventre, ma è
arrabbiata. L’accusatore si difende: “Cosa vuoi? Ma chi ti conosce? E guarda
negli occhi le persone quando ci parli”, e scende. La donna lo accompagna con
uno sprezzante, ben articolato: “Vaffanculo!”.È un innesco.
Dalla predella anteriore gli asiatici avviano, a turno e in gruppo, una
filippica contro la donna. Non si capisce che dicono, ma il loro “vaffanculo”,
singolo e in gruppo, è scandito. La donna li fronteggia con voce sonoramente
vivace, anche se composta, di cui solo si afferrano un paio di “incinta”,
sottolineati dalla mano che batte sulla pancia. L’alterco dura fino alla
fermata successiva, a piazza Sonnino i tre albanesi\zingari scendono. Ha
l’ultima parola la giovane matrona, che si gira dal marciapiedi, e attraverso
la porta ancora aperta lancia l’ultimo “vaffanculo!”. Poi le porte lente si
richiudono, e si riparte.Sul ponte
Garibaldi il tram sembra avere un’ulteriore esitazione – pare che il rollio faccia
vibrare i pilastri del ponte, come un reggimento che segnasse il passo, sono
stati fatti degli studi, se non sono ubbie da colonnello in pensione, sui tram
si sente dire di tutto. Tre degli asiatici si
preparano a scendere al ministero con le loro cartelle. E una
conversazione ravvicinata sale progressivamente di tono. Un signore baffuto in
età ha ripreso il discorso: “Io voglio essere padrone a casa mia. Tutti
vogliono essere padroni a casa loro, è un diritto”. Si rivolge a una ragazza
seduta accanto alla porta, che a lungo ha guardato intenta, senza alzarsi, la
donna incinta. Sembrano padre e figlia, o zio e nipote, c’è familiarità tra i
due. La ragazza dice qualcosa, che non si ode, il baffuto tuona: “Io non dico
che non ci sia spazio per tutti, ma a casa mia comando io. Sarò felice di
ospitarvi, ma a casa mia comando io”, eccetera. L’8 intanto è arrivato
all’Argentina, e i due se ne vanno separatamente senza salutarsi. Il “Fanculo
pensiero”, prima che del comico Grillo, è di autore croato. È residuo quindi
del comunismo. Potrebbe essere di disappunto, per quello che non è stato. O di
rabbia, una reazione a quello che è stato?Ma non c’è
tempo per pensarci, l’H arriva, che va a Termini ed è coincidenza rara, sul
marciapiedi di palazzo Caetani. Arriva ma non apre le porte. E anzi riparte nel
mentre che il vostro testimone giunge trafelato davanti alla porta. Il
“vaffanculo!” all’indirizzo dell’autista dev’essere stato sonoro, si sa che
gli autisti dell’Atac sono stronzi e vi chiudono le porte in faccia, tanto che
lo stesso autobus sussulta, mentre si ferma. È un lungo momento, l’autista
apre la porta, ma potrebbe essere un invito al litigio che conviene evitare,
poi lento riparte, dopo avere imbarcato una ragazza, che ha problemi coi tacchi.
È che non c’è fermata in quel luogo dell’H, la palina non la segna - l’H è uno
di quei bus che saltano una fermata su due, o due su tre, dipende, l’Atac non
organizza le fermate per favorire le coincidenze.
Fondamentalisti islamici in azione sul Nilo, a fine Ottocento
Tragedia non è, c’è il lieto
fine. Ma l’avventura sì, e un fine spirito politico: nel 1898 un gruppo fondamentalista
mussulmano in Sudan intercetta e rapisce un gruppo di turisti americani ed
europei nell’Alto Nilo, al limite col Darfur. Per un riscatto, previa conversione.
Ci sono molti incidenti, si creano tensioni, la tecnica del giallo è trasposta
a questo piccolo romanzo d’avventura.
Nel 1898 Conan Doyle ha fatto
morire Sherlock Holmes (poi lo resusciterà) e tenta nuove vie – vuol’essere uno
scrittore, non lo scrivano di SH – un po’ la sindrome Montalbano di Camilleri.
Fa lo storico, tenta altri generi narrativi, questo politico, il fantastico. Con
buoni esiti. Ma senza fortuna – nemmeno in questa ripresa italiana,
evidentemente, riproposta da Alessandro Zaccuri, che puntualizza tutti i
richiami tra l’ieri e l’oggi. C’è un Califfo – ce ne sono due. Con barba nera.
C’è perfino l’odierno complottismo: qualcuno mette in dubbio la rivolta del
Mahdi, di cui il gruppo terrorista è parte, che pure è storia. Con le vecchie caratterizzazioni nazionali, del francese contro l’inglese, gli americani, le americane intrepide, ma quanto veritiere. Mentre l’integralismo
è già “il desiderio ansioso d’incontrare la morte”. Nel deserto libico, “il
deserto più grande del mondo”. E si fa distinzione fra l’egiziano e l’arabo, basilare ma perduta nel panarabismo confuso di Nasser e successori.
Un racconto di oggi. Il solito
gruppo di turisti o di cooperanti rapito a scopo di indottrinamento e di
riscatto. Dal solito gruppo fondamentalista, più o meno organizzato ma determinate.
Agli stessi effetti, conversione con riscatto. Qualcuno viene ucciso, qualcuno
si converte, più o meno opportunisticamente, il solito interprete che si salva
tradendo, mentre l’acqua, soprattutto, manca. La spinta religiosa è la sola differenza,
tanto più anomala per un non più credente cone Conan Doyle: è il solo conforto,
se non la salvezza, anche per i rapiti, per quanto non praticanti o agnostici.
Una curiosità è la menzione
come autorità notoria di Belzoni, l’egittologo allora in fama oggi dimenticato.
Arthur Conan Doyle, La tragedia del Korosko, Medusa,
remainders, pp. 157 € 7,75
mercoledì 26 agosto 2020
Il mondo com'è (408)
astolfo
Carlo V – Si può vederlo anche – quale
fu – come un incredibile seminatore di distruzioni. In Italia, nelle Fiandre,
contro la chiesa – bene o male matrice europea. Non fu munifico, non fu
mecenate, malgrado i grandi domini e le grandi ricchezze accumulate – prendeva
anzi sempre a prestito, senza restituire - ma avido, sempre all’opera solo per
sé. Chiese? Palazzi? Monumenti? Quadri, statue, giardini? Distruttore
dell’Italia quando l’Italia tentò di erigersi a nazione.
L’
“Enciclopedia dei ragazzi” Treccani si limita a dirlo, a opera di Massimo L.
Salvadori, “uno dei più grandi sovrani della storia moderna”. Con un
apprezzamento: “Sognò di creare una monarchia universale in grado sia di
garantire un ordine politico pacifico...” etc. Ma un tribunale internazionale
oggi lo farebbe criminale di guerra: ordinò il “sacco di Roma”, con abusi di
ogni sorta, la città del papa che diceva di voler difendere, prese Firenze a
tradimento, vinse sempre ma mai con una battaglia, solo inganni e violenze.
Conan Doyle - –
Fu presto spiritista, convinto e
militante, e lo restò tutta la vita. Nell’ultima intervista che diede,
nel 1929, prima di morire, un’intervista filmata “Movietone” della Fox, era
presentato così: “Sir Arthur Conan Doyle è famoso in tutto il mondo per le sue
storie di Sherlock Holmes. Ha dedicato gli ultimi quarant’anni a studiare lo
spiritismo ed è uno dei maggiori sostenitori dell’esistenza degli spiriti e
della possibilità di comunicare con l’aldilà”.
Lo spiritismo fu l’esito della dichiarata passione per le
cose scientifiche. Fu per tre quarti della sua esistenza una sorta di portavoce
letterario del positivismo, per quanto concerne la teosofia e lo spiritismo.
Con pubblicazioni, studi, racconti, polemiche, e numerose missioni apostoliche,
in tutti gli Stati del Commonwealth, nell’Africa britannica, in Francia –
benché alieno dallo spitirismo francese, di Kardec, seguace di Madame
Blavatsky, perché contemplava la resurrezione in cui non credeva.
A diciassette anni decise di abbandonare il cattolicesimo,
nel quale era nato ed era stato educato, dai gesuiti, per le scienze positive.
La cattolicissima famiglia irlandese (Conan Doyle è nato a Edimburgo da
genitori venuti d’Irlanda) era peraltro credente nelle fate, gli gnomi e gli
elfi: la madre ne era grande fabulatrice, lo zio Richard Doyle illustratore
rinomato di libri di fate, il padre Charles Altamont Doyle finito presto in
manicomio non farà che disegnare fate, sirene, elfi – a un prozio, padrino di
battesimo, Michael Conan, deve il secondo nome Conan, da mito nordico. Il
futuro creatore di Sherlock Holmes era cresciuto disinibito, in un certo senso
un irregolare pur nell’ordinato cursus
formativo. Appena iscritto a Medicina s’imbarcò per sette mesi come medico di
bordo su una baleniera.
Le scienze positive subito però il futuro autore di Sherlock
Holmes coniugò con lo psichismo. A ventun’anni nel 1880 cominciò a frequentare
sedute spiritiche. Quindi si occupò del mormonismo, e di teosofia, nel quadro,
dirà nelle memorie, della sua “ricerca della religione positiva”. In teosofia
fu seguace di Alfred Percy Sinnett, discepolo anche lui di Madame Blavatsky, ma
con riserve sulla reincarnazione. Massone nel 1887, vicino ai Rosacroce. E
spiritualista nel mentre che crea Sherlock Holmes: “Uno studio in rosso”, la
prima avventura, è scritto nel 1886 (pubblicato nel 1887), quando rompe col
mormonismo, per via della poligamia, ma contemporaneamente si professa, in
lettere personali e pubblica, spiritualista convinto, per essere positivista
convinto – come molti positivisti, in Italia Lombroso. Aprì prima della Grande
Guerra una libreria spiritista, il Psychic Bookshp, nella centralissima
Victoria Street, davanti a Westminster,che affidò alla figlia Mary. Alla
libreria volle affiancata un’attività editoriale, la Psychic Press.
Una biosintesi lo direbbe dottore (medico), romanziere,
drammaturgo, storico militare, patriota (fu corrispondente di guerra sul
fronte francese all’inizio della Grande Guerra, nella Guerra Boera, di cui cui
sarà lo “Storico”, dal punto di vista britannico, rifiutato all’arruolamento
per l’età, partecipò come direttore di un ospedale da campo), sportivo,
sostenitore di cause umanitarie, polemista, inventore, creatore di Sherlock
Holmes, infine capo del Movimento spiritista britannico e conferenziere per
esso in tutto il mondo di lingua inglese, “partendo da una posizione di
relativo materialismo”, come dice nelle memorie.
In settantun’anni scrisse una quarantina di libri, un centinaio di novelle,
una dozzina di commedie, una storia della guerra dei Boeri in Sud Africa, una
storia della Grande Guerra in sei volumi. “I suoi successi di atleta”, scrive
un biografo, “non furono meno notevoli. Primeggiò nella boxe, giocò a cricket nella squadra di un
club famoso, fu un pioniere al volante di un’automobile, esperto giocatore di
biliardo, e introdusse lo sci norvegese in Svizzera”.
Solido si direbbe, scrittore multiforme, e impegnato in ogni
sorta di causa, per i diritti, ma anche stolido, uno che credeva a tutto,
scriveva lettere ai giornali, e viveva attivissimo e isolato nella Londra di
Oscar Wilde, G.B.Shaw, H.G.Wells. Nel 1916 annuncia pubblicamente la sua
“conversione allo spiritismo”, con una seconda moglie, Jean, che gioca alla
medium. Nel 1928 presiede a Londra il Congresso Spiritista Internazionale. Jean
provocò un mezzo scandalo con Houdini, già amico di Conan Doyle: gli trasmise
un messaggio della madre morta, che parlava in inglese e aveva una croce sul
petto, suscitando lo sdegno dell’illusionista, perché sua madre era ebrea, e non
parlava l’inglese.
Uno speciale rapporto il creatore di Sherlock Holmes ebbe
con Crispi, anche lui positivista spiritista, che nel 1895 lo fece insignire
dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine Mauriziano, o della Corona d’Italia.
Fu la prima onorificenza ufficiale per Conan Doyle. Concessa dopo la
pubblicazione su “Il Giornale”, uno dei tanti controllati da Crispi, fra il 31
gennaio e il 9 febbraio dello stesso anno, della prima traduzione italiana di
Conan Doyle e Sherlock Holmes, il racconto “Il trattato navale”. Cl titolo “Il
furto del trattato”. E con l’aggiunta di una coda, in cui si legava il racconto all’attualità, cioè alle
preoccupazioni francesi per un (inesistente) trattato navale tra Italia e Gran
Bretagna.
Sul cavalierato di Crispi si dilunga la narrazione
biografica, “The true Conan Doyle”, di
Adrian Conan Doyle, il figlio più giovane dello scrittore, nato dalla seconda
moglie, Jean. Mettendo in rilievo che arrivò prima dell’analogo riconoscimento
britannico, quello che gli darà iltitolo di Sir, che lo scrittore permaloso
accetterà con riluttanza – il cavalierato britannico fu riconosciuto a Conan
Doyle nel 1902 non per Sherlock Holmes ma per la sua difesa della Gran Bretagna
nella Guerra Boera. Dell’onorificenza italiana Conan Doyle invece fu lusingato.
Ne parlò con la prima moglie, che però morì subito dopo l’arrivo del
cavalierato. E ne scrisse il 24 aprile 1895 ad un’amica, Amy Hoare, dal Grand
Hotel Belvedere di Davos, con ironia ma non del tutto: “Sapete, signora, che
sono ora un Cavaliere – ma forse solo della Cavalleria Rusticana? Il Governo
italiano si è mostrato così illuminato da farmi Cavaliere dell’Ordine della
Corona d’Italia. Pensavo fosse uno scherzo ma mi è arrivata invece una grossa
medaglia – pardon, decorazione –me penso che sia tutto in regola”.
Adrian Conan Doyle spiega che sia il padre che Crispi erano
massoni. E dice che “Il trattato navale” fu stampato in italiano molto dopo,
nel numero di novembre-dicembre 1904 de “Il Romanzo Mensile”. Ma ricerche
recenti, di Roberto Pirani e Philip Weller, anno tracciato la prima
pubblicazione – di cui copia anastatica è stata distribuita al convegno “Il
significato dell’insignificante”, 6-8 dicembre 2008 a Villa Mirafiori
(Sapienza) a Roma, come n. 3 della collana di Anglistica “Studies in scarlet”,
dell’Associazione Uno studio in Holmes.
Italietta –Si dice l’Italia di Fine Secolo-primi del Novecento, fino alla Grande Guerra. Confluita dopo la guerra nel fascismo, senza resistenze o problemi, se non con voluttà. Con molti punti di contato con l’attualità. L’abdicazione alla politica. Un ceto politico improvvisato e inconsistente - sotto il Padre Padrone Giolitti, l’unico che sapeva di che si trattava. Una politica estera presuntuosa e vacua. Un mercato del lavoro debole – fatto di emigrazione allora, invece che di immigrazione, come oggi, ma sono due facce della stessa medaglia. Senza eccellenze nelle lettere e nelle arti: i sei volumi della “Letteratura della nuova Italia”, dove Croce ha raccolte le recensioni di quei decenni, si sfogliano singolarmente vuoti, se non per il tardo Pirandello e il primo D’Annunzio – di millecinquecento pagine e un centinaio di autori poco o niente rimane. L’Italia ha questa fasi di astinenza?
Mazzini – È stato
del tutto dimenticato nei tre quarti di secolo della Repubblica, di un’Italia
unita fortemente aperta alle istanze sociali popolari, specie quelle
operaistiche, di cui fu l’apostolo. Anche col terrorismo, bombe, regicidi. Benché
profondamente religioso.
Tutto il processo nazionale, dell’unificazione, la Repubblica
ha trascurato. Si ricorda ancora Garibaldi, a proposito e a sproposito, Cavour
poco, Mazzini niente – se non per qualche manifestazione del Msi-Allenza
Nazionale al Gianicolo, in ricordo della Repubblica Romana del 1849. Non lo
amavano i Savoia, ma nemmeno Mussolini. L’ultima “Vita di Giuseppe Mazzini” è
di Jessie White Mario, 1891. Fu personaggio carismatico in tutta Europa,
dall’Austria-Ungheria a Parigi e a Londra. Vestiva di nero, in segno di lutto
per la patria oppressa. Esordì a 25 anni con un saggio letterario, ”Dell’amor
patrio di Dante”, ed entrò nella Carboneria. Di cui divenne l’animatore. Senza
però entrare nella massoneria. Finirà rispettato (temuto) da Metternich, il
Restauratore d’Europa dopo la caduta di Napoleone, che nelle”Memorie” lo fa il
Nemico per eccellenza: Napoleone, imperatori, re, papi, “nessuno mi dette
maggiori fastidi di un brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma
eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro,
disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha
nome Giuseppe Mazzini”.
Nacque francese: Genova era il capoluogo del dipartimento di
Genova che Napoleone aveva appena istituito, una settimana prima della sua
nascita, nel 1805. Fu molto legato alla madre Maria Drago, una fervente
giansenista. Crebbe con la passione letteraria. Sarà amico, tra i tanti, di
George Sand, e nel lungo soggiorno londinese di Mary Shelley, Dickens,
Swinburne, Carlyle, John Sturat Mill.
Il primo arresto lo subì dai Savoia, da Carlo Felice, che
ancora non erano per l’Italia unita, nel 1830. Dopodiché cominciò un esilio
durato tutta la vita - eccetto i brevi mesi della Repubblica Romana e gli
ultimi due anni di vita, dapprima da amnistiato poi da latitante. Subito dopo
la liberazione nel 1830 fondò, da Marsiglia, la Giovine Italia, per l’unità
d’Italia e la repubblica. Nel 1833 Carlo Alberto di Savoia lo fece condannare a
morte in contumacia. A lui Mazzini si era rivolto con una lettera aperta, firmata
“un italiano”. Fu in Svizzera, dove alla Giovine Italia affiancò, nel 1834 a
Berna, la Giovine Europa, e a Londra. A Roma per la Repubblica Romana. Ebbe due
condanne a morte: a Genova per dei moti falliti nel 1857, e a Parigi per
complicità in un attentato contro Napoleone III. Fu eletto a Messina deputato
al nuovo Parlamento di Firenze nel 1866. Tre volte, le prime due volte essendo
state annullate dalla Camera per le condanne pregresse - la terza volta fu
Mazzini a rifiutare l’elezione, per non prestare giuramento alla monarchia.
astolfo@antiit.eu
Questa Francia del ‘18 sembra l’Italia
Un racconto appassionato e
spassionato, irridente, sul Nemico Interno, sulle violenze nelle trincee e alla
smobilitazione della Grande Guerra – siamo tra il 1918 e il 1920, il romanzo è
uscito nel 1914, per il Centenario. Scritto come un trattamentone da film (che
è stato realizzato, con lo stesso titolo, premio Cesar 2018 per l’adattamento -
e per la regia, di Albert Dupontel - non distribuito in Italia), scena dopo
scena. Pieno di bontà e di crudeltà. Concluso con un fuoco d’artificio. Alla
vigilia del 14 luglio, festa dei fuochi d’artificio in Francia: gli scandali
scoppiano in successione, con morti e resurrezioni.
Storie di avidità e di malizia. Dei
pescecani dopo la Grande Guerra, e degli sbandati. Tra Monumenti ai Caduti e grandi
Cimiteri Militari, big business. Dopo una guerra in cui i più, i milioni, sono
morti senza sapere il perché. E i sopravvissuti, tutti in qualche modo mutilati,
non “hanno altra ambizione che morire”. Con una morale sottesa tra pietà e
cinismo: anche la vittoria è una sconfitta – i dopoguerra possono essere feroci
anche per chi ha vinto.
Una scrittura non accurata, ma
redditizia. Lemaître si diverte ad arrotondare di parole lo scheletro del trattamentone,
ma lo fa leggero, avendo molto tempo – lo spazio non manca mai allo scrittore.
Sotto il mantello storico, cinematografico,
indignato, Lemaître resta scrittore di gialli, anzi di noir – la violenza fa aggio sulla sorpresa, e la fine è più o meno
prevedibile. Presentato come un romanzo storico, non lo è – mancano i fatti essenziali
di quegli anni, i tedeschi, o per esempio la spagnola.
La lettura in Italia solleva a
ondate un senso di già visto o letto. In Monicelli, “La grande guerra”, in
Malaparte, “La rivolta dei santi maledetti”, in Hemingway, la terribile “offensiva”
di comandi e carabinieri nella terribile ritirata di Caporetto, quanti ne
fecero fuori lì per lì dichiarando disertori i soldati semplici delle grandi
armate sconfitte. Il figlio geniale rifiutato dall’inflessibile padre, che ha
solo criterio gli affari, si chiama Edoardo, come in casa Agnelli. Con molto
humour “grasso” gallico, alla Brassens, alla Vian.
Pierre Lemaître, Arrivederci lassù, Oscar, pp. 475 € 17,50
martedì 25 agosto 2020
Cronache dell’altro mondo - 70
È categoria sociologica americana il
“familismo amorale” italiano. Ma che dire dell’America? Dove la sorella e la
nipote di un presidente si fanno best-seller sparlando del fratello e zio
importante. Non più morali dello stesso, ma popolarissime e arricchite a spese
sue. Dove su una buona madre di quattro figli, consigliera di Trump per quattro
anni, le stesse figlie si sono fatti una audience
e una carriera sui social contro Trump, non solo, ma anche contro la madre. Sarà
pettegolezzo e non familismo amorale, ma non è la stessa cosa? Con la differenza
che gli americani ci credono, mentre gli italiani istintivamente diffidano.
Gli
Stati Uniti hanno il record dei contagiati e dei morti da coronavirus, in
assoluto e, di più, in rapporto alla popolazione: poco meno di sei milioni di
contagi, per ua popolazione di 350 milioni, e poco meno di 180 mila decessi.
Per nessun’altra ragione che una professione di libertà, contro i divieti di assembramento,
la chiusura delle attività, il distanziamento, la mascherina. Una strana
concezione della libertà, asociale, suicida.
Per il terzo o quarto anno consecutivo la
California brucia perché bruciano i cavi dell’alta tensione, vecchi, mal
ridotti, su tralicci pericolanti. Senza che niente cambi.
Trump apre la convention repubblicana, la kermesse di quattro giorni che deve
indicarlo candidato ufficiale del partito alle presidenziali, sostenendo:
“Voglino rubarci il voto”, col voto postale. Sottintendendo: le poste non sono affidabili.
E viene creduto, non solo dai repubblicani – benché sia Trump, il presidente
ufficialmente meno credibile.
La polizia americana sotto accusa in vari stati da alcuni mesi per la
violenza, continua a sparare e uccidere, bersagli di preferenza i neri. Se fosse
una tecnica o una tattica di polizia le avrebbero cambiate, è proprio razzismo.
Proteggere i migranti o l’assistenza
Un
giornale favorevole all’immigrazione selvaggia, il “Corriere della sera”, ha
oggi questa pagina in argomento: “17 mila le persone sbarcate nel 2020 in
Italia (17.264). Un anno fa 4.664” – si dice Italia ma si intende, si sa,
Sicilia, Calabria e Sardegna. “7 mila migranti sono arrivati in Italia a luglio
2020: nel 2019 erano stato 1.080”. “La difficile sfida dei sindaci sull’isola:
«La gente ci insulta, siamo al limite», «Le nostre città come bombe a
orologeria».
Nel
centro di accoglienza di Lampedusa, che ospita quattordici volte il numero di
persone per le quali era stato creato, c’erano ieri 58 casi di coronavirus. Un focolaio da “zona rossa”, ma il centro non
si chiude. Il presidente della regione Sicilia minaccia di chiuderlo, il
governo risponde che non può farlo, non ne ha i poteri. E fa dire che, se la
regione Sicilia chiuderà il centro, le farà causa.
Tutto
fuorché la verità, del traffico di esseri umani che alimenta l’ecatombe dei
migranti in mare, e l’assedio alle coste. Sembra un “impegno” sciocco - o è un impegno per la diaria del migrante?
Ombre - 527
I tamponi a Linate e Orio al Serio, molte migliaia ogni giorno, la sanità milanese li ha affidati in convenzione al Gruppo San Donato. Finita la moria, la sanità torna tranquillamente privata in Lombardia, dove ci sono soldi senza investimenti.
Il
Gruppo San Donato figura presieduto dall’ex erede di Berlusconi Alfano, ma è di
solidi interessi lombardi, attorno alla famiglia Rotelli e banca Intesa. Consigliere
d’amministrazione è l’ex ministro leghista Roberto Maroni, nominato dalla famiglia
Rotelli appena ha concluso l’esperienza politica alla presidenza della Regione
Lombardia, responsabile della sanità.
Il
presidente del consiglio Conte celebra da solo ad Amatrice i quattro anni del
terremoto, che fece alcune centinaia di morti e rase al suolo il paese. Da
solo, essendosi gli abitanti sopravvissuti
rifiutati di partecipare, dato che il governo ha fatto praticamente
nulla per la ricostruzione. Così il presidente del consiglio ha avuto le
immagini tutte per lui: farsi vedere è tutta la politica.
A
dieci giorni dall’inizio della scuola il governo se ne accorge. “Conte richiama
i ministri: la scuola vi riguarda tutti”, tuona dai giornali. Che colpe ha
l’Italia per meritarsi i fresconi al governo? Con l’appoggio del Pd, per giunta.
Non
si sa bene se, ma il malessere che ha colpito Navalny, Grande Oppositore
autodichiarato di Putin, è compatibile con un veleno. I medici tedeschi non si
sottraggono ma si cautelano – dicono l’una e l’altra cosa, Navalny è stato
avvelenato, ma forse no. E questo è tutto.
Ci
sarebbero molti argomenti contro Putin e la Russia, ma solo questi, di questo
genere, roba da thriller, si fanno
valere. Per dare ragione a Putin, che l’Europa è una fanfaronata?
Naturalmente,
essendosi Navalny comodo espatriato a Berlino, non manca il monito di Angela
Merkel a Putin, naturalmente severo. Tacendo che i due fanno affari “a tinchité”, direbbe
Camilleri, a iosa, in abbondanza, contro moniti e fulmini americani.
Fa
senso trovare in edicola “L’Espresso” più smilzo dello smilzo raccontino di
Camilleri che “la Repubblica” regala la domenica. Possibile che in Italia non
ci siano grandi temi, grandi discussioni, importanti novità, politiche, sociali,
culturali, che un settimanale debba o possa meglio trattare? Come ce ne sono in
Germania, in Francia, negli Usa, perfino nella
stessa retriva Inghilterra. Non ce ne sono – Di Maio? Grillo? Conte?
Lampedusa? Il covid? L’orizzonte è basso.
Molinari
a “la Repubblica” e il gossip quotidiano
tra Di Maio e Salvini, l’aeropago italico, si riduce da otto a due-tre
paginette - e se ne potrebbe fare a meno. Mentre le due paginette,
burocratiche, di Esteri diventano sette-otto, e sappiamo infine qualcosa di
quanto avviene nel mondo. Ma i lettori del quotidiano – che pare siano
soprattutto lettrici - sembrano non gradire, a giudicare dalle prime settimane
di vendite. È un mondo afflitto, orfano, vedovo?
“La
Repubblica” ha scoperto perfino l’Africa. Che è poi il posto da dove vengono
tutti quegli immigrati che sbarcano di notte a Lampedusa. Ma neanche questo
smuove i lettori del quotidiano, il coté umanitario,
del business ong.
Segato
dai 5 Stelle nelle regioni dove aveva bisogno di un aiutino per vincere fra un
mese, il Pd corre generoso in soccorso della 5 Stelle Raggi a Roma. Il Pd di
Zingaretti, che è romano. E quindi sa che Raggi è un fallimento totale. Ma
Raggi ha speso molto e moltissimo nelle ultime settimane per recuperare, manti
stradali, piste ciclabili, appalti, assunzioni (vigili, bidelli, netturbini,
autisti Atac): è questo che ha convinto il Pd romano – quello che andò dal
notaio per far dimettere il suo sindaco, Marino, che non voleva intrallazzi?
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Il mal d’amore tra madri e figlie
“L’amica geniale”, la serie che
abbiamo visto in tv, è altra cosa. Qui, nel cuore di “Elena Ferrante”, la
storia è dell’“amore negativo”, tra madri e figlie soprattutto.
Trent’anni di rapporti tormentati
madri-figlie è il maggior successo dell’editoria italiana, uno dei maggiori
successi mondiali. I lettori sono donne? Madri e figlie sono così
(necessariamente) conflittuali? Di che
rivedere le storie della letteratura, Freud, e anche il femminismo.
Il volume riunisce la trilogia
“L’amore molesto”, “I giorni dell’abbandono”, “La figlia oscura”, i primi tre
romanzi della scrittrice, che “Foreign Policy” include fra i cento pensatori
più influenti al mondo, e “Time” fra le 100 persone più influenti. Con un’introduzione
di Edgardo Dobry, il letterato argentino. Che rinvia a Beckett, Henry James,
Virginia Woolf, ma non ce n’è bisogno: le madri morte evidentemente bastano .
Molte pagine, ma si leggono
presto.
Elena Ferrante , Cronache del mal d’amore, Edizioni e\o,
pp. 508 € 22
lunedì 24 agosto 2020
Problemi di base storici epocali - 590
spock
“La
Germania ha dimenticato la storia perché non vi succede storia”, Marx, 1842?
“Deutschland ist kein Staat mehr”, la
Germania non è più uno Stato, Hegel, “Sulla costituzione della Germania”, 1802?
Se Apple vale quanto tutta
l’Italia, che economia è?
Ci sono gli anglo-cinesi, dopo gli anglo-indiani, artisti e
scrittori, non ci sono i cino-inglesi come non gli indo-inglesi: l’Asia si
afferma o si nega?
Si
emigra a senso unico?
spock@antiit.eu
La natura è pericolosa
La
natura non è maestra. La divinità secolare del Millennio non ha nulla da
insegnare: tentare di vivere come natura comanda, immaginariamente poiché
niente avviene senza l’artificio umano, non porterebbe al paradiso terrestre ma
metterebbe a rischio la società, la salute, l’ambiente stesso. "Come la fede nella bontà della
natura porta a mode dannose, leggi ingiuste e scienze errate”, è il sottotitolo.
Un trattato morale sul concetto
di natura e naturale. Che sono “un’etica mercenaria che ognuno può prendere in
prestito per combattere la sua causa”. Mentre ci vuole attenzione a trasformare
l’“è” crudo della natura in un “dovrebbe” politico e religioso. Questo
l’assunto fondamentale. Quasi un sermone, di uno storico delle religioni. Ma è
vero che l’ecologia è un mercato, il più fiorente di tutti, e che l’ecobusiness
si fa gioco della buona fede: naturale è la parola chiave per una serie si può
dire interminabile di piccole e grandi truffe. E per gli spiriti semplici una
lettura del mondo pericolosa, oltre che sbagliata.
Collaterali sono questioni
comunque sensibili anche se non decisive. “Naturale” può essere privilegio di
classe in tutti gli aspetti modaioli. P.es. dei borghesi che dicono innaturali
i vaccini. Per non dire del “naturale” inteso come “indigeno” o “primitivo”,
come nel caso della “nascita naturale”, della maternità senza l’ausilio di
antidolorifici.
In generale, Levinovitz mette in
guardia contro l’idea della natura maestra morale, un’idea poetica, di Wordsworth,
Thoreau, Whitman, che hanno legato il piacere di vivere nella natura a una
sorta di pedagogia naturale che fa l’uomo migliore e capace di prendere le
decisioni migliori. È improprio e rischioso associare “naturale” e “buono”: “La
naturalità è un continuo, e può essere molto difficile decidere dove qualcosa
esiste in quel continuo”, si propone, regolamenta.
Alan Levinovitz, Natural: The Seductive Myth of Nature’s
Goodness, Profile, pp. 272, ril. € 22,20
domenica 23 agosto 2020
L’asino del referendum o Zagrebelsky for president
Strabiliante lettura questa mattina su “la Repubblica” a proposito del referendum che taglia di un terzo i parlamentari. Il costituzionalista Zagrebelsky si fa l’asino di Buridano, quello che filosoficamente non può decidere fra due opzioni uguali. E vanta sia le ragion del si che quelle del no. Un capolavoro di cerchiobottismo, ma tipo farsa – forse utile a candidare il costituzionalista al Quirinale. Quando si sa che il referendum è antiparlamentare.
Il referendum è un attacco al Parlamento. Un altro, dato che in questi due anni e quasi mezzo di governo grillino il Parlamento è stato eliminato di fatto, complice Mattarella, con i decreti legge e i dcpm (e dcpm “salvo intese”, decreti cioè senza contenuti precisi, da variare a piacimento…). Proposto da partiti che hanno fatto in pochi mesi governi di un colore e del colore opposto, prima di destra e poi di sinistra. Governi che si sono distinti entrambi, quello di destra e quello di sinistra, per fare a meno, complice Mattarella, del Parlamento. Dove vanno per metterlo a tacere con rapidi voti di fiducia – indifferentemente di destra o di sinistra. Mentre legiferano a piacimento, per la bottega e per gli amici, senza nessun controllo – una delle funzioni del Parlamento è il controllo degli atti governativi.
Peccato che “la Repubblica” voglia farsene pagare la lettura, sarebbe un divertimento, il “no ma sì” è perfino esilarante.
https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/08/22/news/referendum_se_la_costituzione_resta_nascosta_dietro_una_diatriba_tutta_politica-265250596/
Appalti, fisco, abusi (181)
Enel ha quasi raddoppiato il valore di Borsa dal 2017, col piano per la Banda Ultra Larga fatto appositamente per l’ex ente di Stato dal governo Renzi-Del Rio, per un contro-monopolio alla rete Tim. Con la promessa di collegare, con gli incentivi già incassati dallo Stato, 7.682 Comuni. Ma ne ha collegati solo 26.
Enel si impegnava col piano Bul a portare le tecnologia fibra FTTH nelle aree bianche, dove cioè non c’è investimento privato, ma dove già Tim forniva la banda larga FTTC. Vantando 9 milioni di utenze, mentre Agcom le riduce a poco più del milione e mezzo che Enel ha ereditato da Metroweb con l’acquisizione del 2016 in previsione del Bul. I conti Enel sono truccati? Ma né la Consob né l’Antrust chiedono lumi.
Si elogia la nuova gestione della Vigilianza bancaria Bce gestita dall’italiano Andrea Enria. Che si è distinto nei sei mesi di coronavirus per disseminare allarmi. Anche dove i ratios erano e sono solidi – per esempio per Intesa e per Unicredit. C’è chi gioca nei mercati sulle (contro le) banche. Enria è solo un ragioniere, non legge i bollettini di Borsa? Ammesso che le banche (ma quali banche, un generico “tutte” non può essere) abbiano bisogno di ricapitalizzarsi, dove si alimenterebbero se sono sempre lì per crollare?
Con un balzo del 5 per cento, da mercoledì Apple “vale” quanto tutto il pil italiano. Champagne. Non è invece una campana a morto, un’economia basata sul nulla – sull’immagine?
Gli indici azionari americani macinano record, malgrado l’economia sia in recessione quest’anno, forse a doppia cifra, e anche l’anno prossimo. L’indice S&P 500 è a poco meno di 3.400 punti (3.397), il Nasdaq, l’indice delle aziende tecnologiche, a 1.575.
Il Pci a Vigata, che ridere
Due fratelli vanno alla guerra, e ritornano – anche se non sono più quelli di prima. L’asino “Mussolini” è testardo, come tutti gli asini, ma di buon cuore. E la Provvidenza è all’opera.
Un racconto consolante il primo: un racconto “arabo”, di animali con forte personalità, e della storia, o incrocio di destini, sempre in qualche modo provvidenziale. Dalla raccolta “La Regina di Pomerania”.
Il secondo, dalla raccolta “Gran Circo Taddei”, l’ultima di Camilleri, dà la vera vena politica dello scrittore, che è l’irrisione – non il comunismo di cui si voleva devoto. Una serie di “tipi” politici locali, comunisti, e liberali e democristiani attorno alla sezione del Pci, che destrutturano ogni politica, fra lazzi, scherzi e stupidità.
La riedizione della “Confessione” conferma che lo speciale linguaggio di Camilleri andava anche contro il senso comune, oltre che contro la dialettale sintassi, con “vigàtesi” per abitanti di Vigàta. Che non era dunque un refuso della prima edizione.
Andrea Camilleri, Le scarpe nuove
La confessione, La Repubblica, gratuitamente col giornale
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