sabato 8 gennaio 2022
La salvezza viene con l’arte
Un racconto semplice: lei, Barbora Kysilkova, pittrice iperrealista, al modo di Annigoni, anni 1950, poi Guarnieri, decide di incontrare uno dei due autori del furto di due sue tele in mostra al Centro Nobel a Oslo. Lei, ordinaria di Praga, in fuga da Berlino dove era sposata a un uomo violento, lui un giovane di molte qualità, che gravi carenze affettive nell’infanzia hanno ridotto alla droga e all’asocialità.
venerdì 7 gennaio 2022
Letture - 477
letterautore
Colonna sonora - Viene per ultima
nei titoli di coda dei film, dopo chiunque in qualche modo abbia ricevuto una
paga, gli autisti, i trasportatori, i fornitori di ogni genere. E distrattamente.
La colonna sonora di Einaudi per “The Father. Niente è come prima”, per esempio,
che pure è parte rilevante della narrazione. O la romanza celebre “Je crois
entendre encore” di Bizet, dei “Pescatori di perle”, che nel film torna almeno tre
volte, cantata da una voce tenorile purissima, di cui non si fa neanche il nome
(è Cyrille Dubois), gusto il titolo, nemmeno della romanza, solo dell’opera.
Controinformazione – Era di sinistra,
estrema, ora è di destra. E più radicale, pretendendosi controcultura. Nacque
nel Sessantotto, a opera dei gruppi extraparlamentari di sinistra, con le
testate “Lotta Continua”, “Metropolis”, lo stesso “Manifesto”, con fogli
ciclostilati, con libri come “Strage di Stato”, 1974 (repertoriata da Pio
Baldelli in “Informazione e controinformazione” già nel 1972, dalla rivista “Tempi
moderni”, curata da Giovanni Bechelloni, e da molta sociologia sparsa della
comunicazione.
Era nata in America, nei tardi anni 1960. In
fogli ciclostilati, anarchici, situazionisti, eccetera, sul tipo dei samizdat,
i fogli sparsi della controinformazione politica in Europa orientale, contro i
regimi comunisti filo-sovietici. Era l’informazione
libera, cioè fuori dai condizionamenti economici, editoriali o politici – fuori
dal coro, o dal “potere”. L’espressione forse più influente di quello che sarà il
Sessantotto: la possibilità e la capacità di criticare. Con propri mezzi,
benché limitati, e presto con le radio libere, come antidoto a quello che allora
si denunciava come comunicazione di massa, via radio e tv, e oggi si dice
strapotere dei media, dei social.
Nel 1969-1970 coagulò attorno al “New York Times” e alla “Washington Post”, parte dichiarata
delle lotte di potere contro la presidenza Nixon, con i “Pentagon Papers” e con
lo scandalo Watergate.
Riemerge ora in America come “controcultura”,
di destra radicale - “The Daily Wire”, “Daily Beast”, la piattaforma Gettr.
Contro “lo strapotere dei social media”, che vengono ascritti all’establishment
di sinistra. Impegnati su una serie di temi vasta, anche di sinistra: cambiamento
climatico, sindacato, minimo salariale, per la libertà di parola, oltre che contro
l’aborto illimitato, le donne transgender nello sport, e la cancel culture.
Neutro – Si potrebbe resuscitarlo, anche
all’anagrafe, per le persone, per evitare di doverle dire maschio o femmina, nell’umanità
che si vuole asessuata. Sull’esempio del tedesco das Mädchen, che significa “la ragazza”. Bisogna certo
restaurare il neutro nelle lingue neolatine. Per l’inglese non sarebbe
difficile: basta sostituire “ragazzo”, “ragazza”, “donna”, “uomo”, “maschio” e “femmina”
come sostantivi, con “persona”, p.es., come è già l’uso nell’America up-to-date.
Refusi – Sono gli errori di stampa,
quando la stampa si faceva per fusione dei caratteri di piombo, che
infiorettano giornali e libri. Gli errori al suo tempo dei copisti, poi dei
proti, i capi tipografi che controllavano le bozze. Ma anche dei
redattori-editori, quando la lettura dei manoscritti era impervia, o dopo, con i
dattiloscritti, per inavvertenza. Notevoli in questo caso, specie nei libri di
fantasia, per gli effetti talora bizzarri. Cambiando a volte il senso di una frase,
una sorta di scrittura automatica, in uno che magari, benché non voluto, era
più pregante.
Dispute filologiche si sono anche accese
sugli errori di stampa. Il corpo che diventa porco, l’amore umore
e l’adorata odorata, e non sappiamo se il dantista è dentista, o viceversa, la
rivoluzione rivelazione, e l’immaginazione impaginazione. Se Yeats disse “soldier Aristotle” o “solider Aristotle”, e se l’ozio è indispensabile
al mondo o l’odio, il correttore di bozze è corruttore, e i torchi gemono,
oppure i turchi, o i tirchi. E i carabinieri s’imbattono in covi allarmanti, o
in cori, o in voci, com’è più probabile. I refusi angosciavano, e divertivano,
Sciascia e Savinio, Flaiano e Morselli, autori della leggerezza..
I correttori di bozze, che usavano un
tempo in tipografia ed erano addetti proprio ai refusi, si sono trasformati qualche
volta in correttori di bizze. Il “Corriere della serra”, di cui si è potuto
leggere nel confratello parigino “Le Figaro”. Alcuni contesi come diritti
d’autore: La moglie del sardo che in realtà è la moglie del sordo sarebbe
invenzione di Valéry Larbaud – che poi trascorse afasico gli ultimi vent’anni –
ma il “Corriere della sera” lo ha attribuito
a Grazia Deledda
Ora l’ultimo word sottolinea due volte le
concordanze che non lo soddisfano, e ci azzecca, anche in italiano - rederà
impossibili i refusi?
Stupidità - Va con l’umorismo,
nelle scritture di molti. Moltissimi nell’antichità sentenziosa. Bollarono risata e stupidità insieme Menandro,
Isocrate, Catullo, il Libro dei consigli della Bibbia greca (poi chiamato anche
“Ecclesiastico”), l’“Ecclesiaste” naturalmente, il “Canzoniere eddico”, i
proverbi popolari. E Oscar Wilde, il cui “Marito ideale” professa “una grande
ammirazione per la stupidità”, per ridere – Wilde diceva di suo: “Non c’è altro
peccato che la stupidità”. Come il giovane Baudelaire, o il borghese Flaubert.
Ma c’è anche l’ironia
inversa, altro esercizio letterario: l’eristica, l’argomentazione sottilmente
inutile. Savinio ne era affascinato e perseguitato, dagli elogi “per mania
eristica delle cose più inutili e anche delle dannose, il fumo, la polvere, la
peste”. Per la peste citeremo il Berni, che vi si esercitò più volte. Molto
usati, gli elogi ironici, nel Novecento. Dell’Ottocento si ricordano, di Cesare
Beccaria e di Paul Lafargue, il genero di Marx, l’elogio dell’ozio. Dione di
Prusa fece l’elogio del pappagallo e della zanzara. Sinesio scrisse un elogio
della calvizie. Luciano scrisse un “Elogio della mosca”. Giuliano un elogio della
barba a rovescio - essendo l’imperatore filosofo barbutissimo, scrisse un “Misopogone”,
contro la barba. In Francia la letteratura è immensa, dalla scuola di
Fontainebleau a Montaigne e al marchese de Sade, di elogi di organi e pratiche
porno.
Attrae soprattutto i letterati. Non c’è una
riflessione filosofica sulla stupidità. Si citano s. Agostino e Cicerone, per frasi isolate, moti di
stizza. Ripresi da Raymond Aron, lo studioso della politica, che la stupidità
dice “il fattore dominante della storia”.
Il grosso del lavoro è la riproposta degli
scrittori rinomati che si sono esercitati in argomento: il filone di Giufà, Jean
Paul, Flaubert, Musil, Eco, Sciascia. Di Sciascia,
che però non vi si intrattenne con qualche riflessione, si può dire un’ossessione
- il terrorismo liquidò in tv dopo il rapimento di Moro, sbuffando per
l’indignazione, con due sole parole: “Sono stupidi!”. Uno spasso per Eco, dal
“Pendolo di Foucault” al “Cimitero di Praga”.
Non manca – Gianfranco Marrone – chi propende per
la “Ricerca” di Proust come “un’interminabile galleria di stupidi”. La lettura
può esserne in effetti ironica, degli amori, i vezzi, le manie, le devozioni
filiali, le rivolte, i giochi delle ipocrisie – come tutto ciò che si definiva “borghese”.
Ma per l’autore, scrivere tremila e più pagine di sottile ironia? E contro chi?
letterautore@antiit.eu
Maremma horror
Un horror -
purtroppo presentato come giallo, anche se la sorpresa finale c’è - in Maremma.
Una Maremma grigia, triste, quale fu per secoli, certo, con le acque stagnanti
riaffioranti. Con prove d’autore di Massimo Popolizio e Edoardo Pesce, due
attori capaci di grande teatro (e, ce ne duole molto, sono un capitano e un
tenente – “Cane Pazzo” - dei Carabinieri: due personaggi che faranno inorridire
la Benemerita?). Richiama curiosamente Dario Argento, ma urlato e non silenzioso.
Un ragazzo e una
ragazza scompaiono a un rave party. Una serie di violenze seguono,
improvvise, sanguinose. Gratuite: il contrappunto della vita ordinaria è troppo
esile, per sostenere la macabra vicenda, di torture, pestaggi, autodistruzioni.
“Cane Pazzo” si
propone per una serie, ma ha già eliminato troppi comprimari.
Vincenzo Alfieri, Ai
confini del male, Sky Cinema
giovedì 6 gennaio 2022
Cronache dell'altro mondo - la Grande Dimissione (162)
È l’epoca della Grande Dimissione: sempre più lavoratori, da un anno circa, si dimettono dal posto di lavoro negli Stati Uniti. In vista di un’occupazione per qualche aspetto più soddisfacente. Almeno 4,5 milioni di persone hanno lasciato il posto di lavoro a novembre. In aggiunta ai 4,1 milioni di ottobre. E ai 4,36 milioni di settembre.
La disoccupazione è sempre alta, 6,88 milioni a novembre. Ma di transito, tra un’occupazione e l’altra, praticamene non c’è disoccupazione di lunga durata. La creazione di nuovi posti di lavoro è più del doppio delle dimissioni: 10,56 milioni di nuovi posti a novembre, 11,09 a ottobre, 10,44 a settembre.
Nei dodici mesi a novembre 2021, sono stati aperti negli Stati Uniti 75,4 milioni di nuovi posti di lavoro, con abbandoni e licenziamenti pari a 68,7 milioni – per un saldo netto di nuovi posti di lavoro di quasi sei milioni, 5,9. La pandemia e i lockdown hanno accresciuto e non ridotto (contrariamente all’Italia, p. es., n.d.r.) l’occupazione, il mercato del lavoro.
Il tema non è stato ancora analizzato. Sicuramente non si tratta di nuovi posti di lavoro a paghe ridotte – la compressione dei salari effettivi era in atto semmai prima, con le presidenze Obama e i primi anni della presidenza Trump: non si spiegherebbe altrimenti il gran numero di abbandoni volontari, di dimissioni.
Ombre - 595
“Il 40 per cento dei test rapidi negativi in realtà è falso”, l’assistente del genera le Figliuolo. Di che stiamo parlando, che i contagi sono il 40 per cento in più delle statistiche? Che i tamponi li facciamo per ingrassare le farmacie?
C’è anche la virtuosa Regione
Emilia-Romagna che scopre 33 mila casi pregressi grazia e un ricalcolo. Di che
stiamo parlando, allora?
Anche,
ospedalizzati con covid o ospedalizzati a causa del covid: fa differenza?
Enorme? Perché confonderli? Perché l’informazione, dopo due anni, è così
lacunosa. Oltre che la storia e la geografia, la scuola ha cancellato anche la
matematica, le statistiche?
A
Chicco Testa, ex presidente di Legambiente, che propone qualche
termovalorizzatore per smaltire l’immondizia a Roma, un investimento privato
che non aggraverebbe il bilancio del Comune - e farebbe costare lo smaltimento
meno di quanto costi ora, esportando l’immondizia - la Cgil del Lazio
contrappone una multi-utility pubblica, cioè un altro carrozzone.
Succede
nello stesso tempo di avere sottocasa un cantiere che blocca da settimane le
strade, invertendo i sensi unici con segnali improvvisati, con grave rischio di
collisione, per il rifacimento di uno snodo delle tubature del gas. Un cantiere
dove si lavora un giorno sì e cinque no. Preceduto da altri due cantieri, allo
stesso incrocio e tratto di strada, uno per la condotta dell’acqua, Acea, e
uno, Ama, per la fognatura. Tre cantieri all’opera per sei mesi quando ne
bastava uno. Forse non è cattiva gestione, è corruzione in appalti. Ma cambia?
La
corruzione è evidente nella diversità degli appalti. Acea, società quotata, ha
controllato ogni giorno i lavori, di un appaltatore che ha lavorato rapido e ha
ricostituito manto stradale e marciapiedi come nuovi, con strisce bianche per
l’attraversamento e il parcheggio. Le municipalizzate senza alcun controllo e
senza collaudo – il cantiere Ama chiuso ha manto stradale e marciapiedi
rabberciati, senza più segnaletica a terra.
“Scuola,
un «buco» di 8.500 no wax”, di cui 7.000 insegnanti, solo nel Lazio.
Impossibili da sostituire, naturalmente. Ma il nucleo no wax è di insegnanti?
Il
principe Andrea probabile condannato. Per la regina Elisabetta una fine
ingloriosa. Ma dei suoi quattro figli chi ha fatto bene: Carlo? Anna? Andrea?
Non proprio bene, ma decentemente?
Dopo
l’assegno ai netturbini che non si sono messi in malattia per le Feste, il
professor Gualtieri, sindaco di Roma, recidiva: assegna, con tanto di delibera fatta
approvare in pompa dal consiglio comunale, un quarto degli introiti da multe
stradali ai dirigenti dei vigili urbani. Uno pensa che non sia possibile, e
invece è vero. E il professore è persona tranquilla, responsabile.
Papa
Francesco governa il Vaticano con i motu proprio: “35 in 8 anni,
Giovanni Paolo II in ventisette anni ne ha firmati 32”, Filippo Di Giacomo sul
“Venerdì di Repubblica”. Il papa sinodale, collettivo, comunitario,
democratico, governa a colpi di decreti, personali.
Celebrando l’anno record di Piazza Affari Andrea Greco
assegna la palma a Unicredit, per il rimbalzo del 76 per cento. A 13,5 euro. Ma
Unicredit “valeva” 18 euro tre anni fa. Com’è possibile che una grande banca
subisca oscillazioni in Borsa così enormi?
“Sono stato presidente della Commissione Europea
con 15 e con 25 Paesi e non c’era alcuna differenza. Il mio problema era sempre
trattare con la visione divergente della Gran Bretagna”, Romano Prodi, “7”.
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Memorie tragiche e comiche dell’uomo-pianura
L’amico del protagonista,
l’unico, “ha il panico delle iniezioni”. È stato vittima del terrorismo arabo
di Atocha, la metropolitana di Madrid, con centinaia di morti, amputato, e si
diffonde con disinvoltura su tutte le atrocità di cui legge nel mondo, ma ha
“il terrore degli aghi”. C’è insomma anche un prospettivo no wax. Fra le altre
occorrenze, piccole, minime e grandi della vita quotidiana. Che il
protagonista, uomo senza qualità fra i tanti, ripercorre una volta che ha
deciso di morire – si ucciderà tra un anno, il 31 luglio, un mercoledì, di
sera.
Toni inganna il
tempo rimemorando, mese dopo mese, nelle sue stracche giornate di insegnante di
Filosofia al liceo, divorziato, “triste e solo, con addosso una sensazione di
sconfitta”, con la cagnetta Pepa, e con Tina, amante rassegnata di plastica, di
tanto in tanto con l’amico no wax, che ha deciso di seguirlo nella sua
determinazione della morte certa. Il padre, la madre, la moglie, i suoceri, il
fratello, il figlio, che ogni tanto rivede. E la sua prima fidanzata, brutta e
simpatica, che gli tocca rivedere. Incorre anche in un torturatore del
franchismo, “Billy the Kid”, che ha rotto la faccia al suo padre trinariciuto, che
riceve un’assurda onorificenza dalla Spagna democratica – un personaggio vero,
Antonio Antonio González Pacheco, morto ultimamente di covid, a 73 anni, che
dunque negli anni di Franco ne aveva una ventina…
Un “uomo pianura”,
senza spessore, senza progetto, senza reali sentimenti. Ma buon narratore, non
lagnoso. È uno che, come il Nobel Parisi dagli storni, è affascinato dai
rondoni che “vanno, vengono, si incrociano nell’aria a tutta velocità e non
c’è verso di racchiuderli in un numero”.
Scherzoso spesso,
anche triviale. Nelle scene di sesso d’obbligo ogni ventina di pagine. Nelle
frasi famose di cui tiene il quadernetto (di Camus, “C’è soltanto un problema
filosofico davvero serio: il suicidio”…). Nei personaggi che non ama: gli
indipendentisti catalani, la lesbica (la “padrona” lesbica della ex moglie), le
famiglie. Nei non-eventi a cui la decisione di morire riduce la vita giorno per
giorno. Un po’ ripetitivo. Anche confuso – “ho vissuto come una vessazione
incessante la relazione intima con una donna intelligente”, mentre per tutta la
narrazione è lei che è ingrata e oppressiva, sfruttatrice (una delle scene
esilaranti è quando si fa spalleggiare dal marito per liberarsi dalla
“padrona” di letto), furba.
Forte del successo
del fluviale “Patria”, Aramburu si ripete. Di lettura anche questo non ardua,
uno spaccato, involontario?, della vita quotidiana oggi, in città, in Europa:
dei giovani incerti, sporchicci, inetti,
dell’affetto per gli animali esclusivo, dell’incapacità di
ascoltarsi-osservarsi e di comprendersi, col padre, la madre, il fratello, il
coniuge, dell’amicizia ristretta, abitudinaria, della politica assente. Il cane
ha la buona morte, l’uomo no, è la sua verità meno banale. Centinaia di
aneddoti veri o inventati assembla che sono (funzionano) come un teatrino delle
nostre azioni e riflessioni quotidiane, ordinarie, rimuginazioni, specie di
quelle familiari.
Una lettura
scorrevole, agevolata forse dalla traduzione di Bruno Arpaia (ma “L’inconclusa”
di Schubert, per “L’incompiuta”?)
Fernando Aramburu,
I rondoni, Guanda, pp. 713 € 22
Toni inganna il tempo rimemorando, mese dopo mese, nelle sue stracche giornate di insegnante di Filosofia al liceo, divorziato, “triste e solo, con addosso una sensazione di sconfitta”, con la cagnetta Pepa, e con Tina, amante rassegnata di plastica, di tanto in tanto con l’amico no wax, che ha deciso di seguirlo nella sua determinazione della morte certa. Il padre, la madre, la moglie, i suoceri, il fratello, il figlio, che ogni tanto rivede. E la sua prima fidanzata, brutta e simpatica, che gli tocca rivedere. Incorre anche in un torturatore del franchismo, “Billy the Kid”, che ha rotto la faccia al suo padre trinariciuto, che riceve un’assurda onorificenza dalla Spagna democratica – un personaggio vero, Antonio Antonio González Pacheco, morto ultimamente di covid, a 73 anni, che dunque negli anni di Franco ne aveva una ventina…
Un “uomo pianura”, senza spessore, senza progetto, senza reali sentimenti. Ma buon narratore, non lagnoso. È uno che, come il Nobel Parisi dagli storni, è affascinato dai rondoni che “vanno, vengono, si incrociano nell’aria a tutta velocità e non c’è verso di racchiuderli in un numero”.
Scherzoso spesso, anche triviale. Nelle scene di sesso d’obbligo ogni ventina di pagine. Nelle frasi famose di cui tiene il quadernetto (di Camus, “C’è soltanto un problema filosofico davvero serio: il suicidio”…). Nei personaggi che non ama: gli indipendentisti catalani, la lesbica (la “padrona” lesbica della ex moglie), le famiglie. Nei non-eventi a cui la decisione di morire riduce la vita giorno per giorno. Un po’ ripetitivo. Anche confuso – “ho vissuto come una vessazione incessante la relazione intima con una donna intelligente”, mentre per tutta la narrazione è lei che è ingrata e oppressiva, sfruttatrice (una delle scene esilaranti è quando si fa spalleggiare dal marito per liberarsi dalla “padrona” di letto), furba.
Forte del successo del fluviale “Patria”, Aramburu si ripete. Di lettura anche questo non ardua, uno spaccato, involontario?, della vita quotidiana oggi, in città, in Europa: dei giovani incerti, sporchicci, inetti, dell’affetto per gli animali esclusivo, dell’incapacità di ascoltarsi-osservarsi e di comprendersi, col padre, la madre, il fratello, il coniuge, dell’amicizia ristretta, abitudinaria, della politica assente. Il cane ha la buona morte, l’uomo no, è la sua verità meno banale. Centinaia di aneddoti veri o inventati assembla che sono (funzionano) come un teatrino delle nostre azioni e riflessioni quotidiane, ordinarie, rimuginazioni, specie di quelle familiari.
Una lettura scorrevole, agevolata forse dalla traduzione di Bruno Arpaia (ma “L’inconclusa” di Schubert, per “L’incompiuta”?)
Fernando Aramburu, I rondoni, Guanda, pp. 713 € 22
mercoledì 5 gennaio 2022
Cronache dell’altro mondo - capitali (161)
La Procuratrice dello stato di New
York, Letitia James, democratica, ha accusato il governatore dello stato Andrew
Cuomo, democratico, di abusi sessuali su undici donne. Costretto Cuomo alle
dimissioni, si è candidata alla successione – senza successo. Ora Cuomo è stato
assolto: delle undici donne che avrebbe molestato solo una lo ha denunciato,
Brittany Commisso. Ma non è stata creduta: si è dimostrato che era
un’innamorata rifiutata – una che corteggiava Cuomo.
Fbi e Procure Federali varie sono impegnate
da un anno a dimostrare che l’assalto al Congresso un anno della folla trumpiana
era organizzato da Trump. Hanno incriminato centinaia di persone – l’assalto è
stato fotografato nei dettagli. Ma ancora continuano il lavoro, non hanno
ancora trovato la mano di Trump dietro l’assalto.
I membri del Congresso e i loro
familiari hanno investito in Borsa l’anno scorso 630 milioni abbondanti di dollari.
I Repubblicani un po’ più dei Democratici. I Democratici investono soprattutto
nell’infotech, i Repubblicani nell’energia. Il maggiore investitore singolo è il
marito di Nancy Pelosi, la speaker Democratica della Camera dei Rappresentanti,
attivo nei settori immobiliare e venture capital.
La morte sbagliata
L’angelo della
morte Angela, Ilenia Pastorelli sempre periferica ma blackie, sbaglia la
data della morte del quarantenne Arturo, Pietro Sermonti, e per ingannare l’attesa
gli svela che tutte le sue felicità sono infelici. Sembra una trovata azzeccata
e per la prima metà il film funziona, a ritmo verdoniano – Arturo che obbediente
si suicida ma il cappio non si stringe è da cult. Poi s’intorcina, a tratti horror
demenziale, e non si capisce più niente.
Herbert Simone
Paragnani, Io e Angela, Sky Cinema
martedì 4 gennaio 2022
Calembour
Disadattato, incerto, a disagio
Come il violino mancino in concerto,
il missionario astemio alla messa,
l’impotente a letto con l’amata,
L’afasico tra i social sibilanti.
Per le
donne liberare
Le falene
e le farfalle
Anche per
i neri,
per tutti
che si intendono emancipare.
Simenon scopre il mondo
Cinque reportages
di Simenon inviato speciale nel 1935. La Lapponia “in pieno inverno” – un paradiso.
Una serie di morti misteriose (il padre di Maigret non riesce a fare luce) alla
Galàpagos, il “paradiso terrestre” in Terra. La vita visibile, e invisibile,
attorno al canale di Panama, che viene armato come per la guerra. A spasso per
l’oceano Indiano e i mari del Sud – il reportage che dà il titolo. E
Tahiti, l’isola degli amori facili – si presume: Simenon li prospetta ma poi si
mantiene discreto.
Tutto ben raccontato,
c’è sempre una promessa di sorpresa, ma poi niente di più il pittoresco dei
viaggiatori che Simenon depreca, Loti e anche Gauguin. O del riccone americano,
che gli dice: “Ho da spendere un giorno alle isole Marchesi, due alle Figi,
uno alle Ebridi e sei in Giappone” – se Ebridi non è un refuso (dalle Figi alle
Ebridi, e dalle Ebridi al Giappone si fa, si faceva, forse col Concorde) - gli yankee
con lo yacht di grandezza record sono la sua ossessione.
Un’esperienza che avrebbe
trasformato Simenon, opina Matteo Codignola nella nota editoriale, “Simenon
nudo”: a Tahiti qualcosa è successo, non sappiamo cosa, ma “amici e conoscenti”
concordi dicono “che la persona tornata da quel viaggio non era la stessa partita
qualche settimana prima”. Comunque comincerà allora a scrivere i suoi “grandi
libri” - i romanzi “duri”.
È vero che a un certo
punto, navigando per i mari del Sud, al largo di Timor, Simenon scopre che il
mondo è diverso. A partire dal tempo, dal diluvio universale. Un viaggio ha fatto
non nello spazio ma nel tempo: “Ho visto degli uomini! Tutti gli uomini, da
Adamo fino ai giorni nostri. E vi assicuro che è questa la cosa triste!” Noi, “con
i nostri bei completi, i caschi, i coltellini, i giornali e la radio”, facciamo
solo “finta di crederci i più forti, i più furbi”.
Con una copiosa dose
di fotografie, fatte dallo stesso Simenon, purtroppo senza didascalia. Che Codignola
così giustifica: “I materiali sono lacunosi e disomogenei”. Le foto, e anche gli
scritti.
Georges Simenon, A
margine dei meridiani, Adelphi, pp. 223, ill, € 16
lunedì 3 gennaio 2022
Calembour
I segni di sogni
O i sogni di segni
È refuso irresistibile
Ma in che senso?
Verum factum
Verum fictum
Il fatto è finto
È beard o bread
Che al capitolo “Eumeo” dell’“Ulisse”
Joyce avvolge nella carta?
Il ritorno del mattatore, di parola
Un padrone-padre, tutto azienda, anche capace, al tempo dei
diritti, che pure andrebbero rispettati - “El buen patrón” è il titolo originale. Una sfida riuscita per Xavier Bardem,
che regge le due ore del film dalla prima all’ultima scena – probabile Oscar come attore
protagonista (benché un solo attore non di lingua inglese ci sia riuscito in quasi
cento anni, Benigni). Una “commedia all’italiana”, in cui si sorride soffrendo.
Con un retrogusto reazionario, a fronte dell’operaio licenziato contestatore,
dell’immigrato arabo stimato ma sfottente.
Torna il mattatore
– è il terzo o quarto film in programmazione che si regge sulle arti del
protagonista, assorbente, in famiglia, al lavoro, in scena. Torna al cinema, in
forma di pièce teatrale, molto parlata, filmata. Economica anche, reggendosi
inquadratura per inquadratura su un solo attore, con pochi e sbiaditi comprimari
– che forse per questo piace a Nanni Moretti, che lo programma nel suo cinema.
Un cinema di parola anche, chi l’avrebbe detto. l’immagine vi è sussidiaria.
Fernando León de
Aranoa, Il capo perfetto
domenica 2 gennaio 2022
Calembour
Bello Bolle balla
Lieve all’onda
Di questo mondo
Che si vuole tremendo
Stormi di storni
O storni di stormi
La verità s’inverte
C’è un senso
nella perdita di senno?
Secondi pensieri - 468
zeulig
Complotto - L’idea del
complotto può dirsi una forma di gelosia, e la gelosia una forma di delusione,
verso sé stessi e quindi verso gli altri. Ingenera il sospetto una certa dose
d’ipocondria, in due forme. L’idea costante che gli altri tradiscono e vogliono
il nostro male. E l’incapacità altrettanto co-stante degli altri e di noi
stessi di essere all’altezza delle ambizioni. Freud non ne ha parlato, il genio
maligno. Proust sicuramente sì, nell’interminabile labirinto della gelosia, la
propensione, come la dice da qualche parte, a “formulare sospetti atroci su
fatti inconsistenti”. Ma i fatti non hanno bisogno di interpretazioni, non se
si vuole uscire dalla paranoia.
O c’è
bisogno di un complotto? Sia pure di quello hegeliano della ragione: la maggior
parte degli eventi non ha un fine. L’influenza per esempio, che a tutti
occorre. Il cancro no, vuole uccidere. L’influenza non ha neanche una causa, a
differenza del raffreddore. Che per questo a volte acquista anche un fine, più
rapido del cancro: la maggior parte dei decessi in ospedale avviene per
complicazioni broncopolmonari. I degenti vi sono accuditi con generosità di
personale e di risorse, finché un giorno la finestra aperta per cambiare l’aria
si porta via il più indifeso. Non ci si protegge dal caso, e allora un po’ di
causalità, per quanto perversa, ci vuole. O si può tornare con Darwin
all’“argomento del progetto” del teologo Paley: se c’è un orologio, c’è un
orologiaio. Anche Borges immagina una “storia di alcuni cospiratori i quali
decidono che qualcuno non esiste o non è mai esistito”. Oppure che esiste,
anche se non è mai esistito.
Si parla troppo non a caso. O è vero o è falso,
si dice. E se il falso è vero? Il terzo escluso è solo necessario, non
foss’altro perché l’uno o l’altro dei termini del caso spesso è occulto.
È effetto della latitanza culturale, intellettuale? Di due generazioni ormai, disperse tra le chiacchiere social e il consumismo più sciocco, la coda di notte per le scarpe gialle Lidl a due euro, che bastano per una camminata, o per appenderle, i tatuaggi, brutti e sporchi, le barbe. Si è latitanti non senza effetto, lo dice la stessa parola. L’isolamento nutre l’orrore. Lutero lo spiega nel commento alla Bibbia, dove a Dio fa creare la donna perché non è bene che l’uomo stia solo: “Un uomo solo deduce una cosa dall’altra, e pensa tutto per il peggio”. Il complotto è esercizio logico prima che paranoico, e unisce tutti, quelli che convergono dall’isolamento. Tutto vi è ineluttabile, una volta recisi i ponti: come la gelosia, l’orrore si nutre di sé. Altra cosa dalla solitudine, il dialogo con se stessi che prepara all’incontro con gli altri e la vita. Chi sopporta sé stesso accetta gli altri: nella solitudine, spiega Arendt, “siamo sempre due-in-uno”, rieccolo. Nietzsche si fa in due a Sils-Maria uscendo dall’isolamento, la malattia professionale dei filosofi. Bertram de Born, l’originale di Dante, è quello che si porta la testa in mano, decapitato per aver diffuso l’odio nella famiglia del re d’Inghilterra, di cui era consigliere.
Il vizio del complotto è come la
superstizione, pronuba la paura: si temono mali ignoti, e se mancano motivi
certi di paura s’inventano.
Dolorismo – L’ipocondria, lo spleen
di tanta prosa dolorante, e poesia, è causa, prima che segno o effetto, della
civiltà della crisi. Il dolorismo si osserva come malessere ricorrente
(tipico?) di chi ha la pancia piena, Europa (Scandinavia)-Usa, che spiega
all’indigente (Asia, Africa, America Latina) quanto è duro abboffarsi, e ne
pretende gratis la compassione – usava dirla solidarietà, ora empatia.
Fede – È l’altro estremo del filo
(ragionamento) che porta al suicidio. Meno tragico, anzi consolatorio. Ma non
meno dialettico, critico: la fede, come il suicidio, libera dal seno tragico
dell’esistenza.
Si faccia l’ipotesi che l’uomo
conosca l’ora della morte. L’uomo di fede si consola con l’anima immortale, lo
scettico con l’inevitabile – anche, se del caso (stanchezza, sofferenza,
rivalsa), con la rinuncia a vivere. È il solo quadro in cui il Camus celebrato –
“C’è soltanto un problema filosofico davvero serio: il suicidio” – prende
senso.
L’immortalità è una condanna, un
cappio, per il senza fede: una trappola logica. La fede, che in teoria vi si
basa e vi fa affidamento, ne prescinde. Si basta: è fonte di energia e arma per
superare l’incertezza – o la atonia, la cialtronaggine. Per quanto vaga,
“infondata”, essa possa riuscire a esame critico. Una droga, una simpamina.
Lascia liberi di accettare la vita vissuta, anche anonima e perfino sordida,
senza perdersi – senza cadere nella passività.
Self-deception – “Non la giusta percezione di sé,
è alimentare dentro di noi un inganno, assegnarci la parvenza di una bella
figura, cercando di dimenticare quel che di negativo, di vergognoso, c’è in
noi” – Edgar Morin. È il rimosso, il procedimento di rimozione, con un che di
voluto, programmato.
Stupidità – Jean Paul, che ne fece l’elogio,
la vuole indefinibile, legata alle sue proprie manifestazioni, e una sorta di
specchio: “Ognuno apprezza la stupidità che più somiglia alla sua”.
O un metro universale: la
stupidità di Jean Paul si elogia da sola, scendendo cioè dove più basso non
si può, ma se alza il capo e guarda in alto non trova che stupidità.
Quella biblica,
dell’“Ecclesiaste”, è cosmica, di pessimismo radicale: “Infinito è il numero
degli stolti”. Se non che, come pare, questo è un senso ciceroniano, che il
traduttore san Gerolamo avrebbe soprammesso, ma estraneo all’originale ebraico
e alla versione dei Settanta, che invece recita tutt’altro: “Ciò che manca non
si può contare”. È di Cicerone la moralità “stultorum plena sunt omnia”
– ripresa da sant’Agostino (“Contra Academicos”): “Immensa è la folla degli
imbecilli”.
Fra i tanti che ne hanno trattato,
i più la legano alla risata – come se ridessero solo gli stolti. O alla
saggezza, come una forma di furberia. A partire da Cassiodoro: “La stupidità al
momento opportuno è la più grande saggezza”. Fino a von Hofmannstahl: “La
stupidità più pericolosa è un’acuta intelligenza”. Un’ambivalenza che ha
inquietato soprattutto i letterati – Flaubert fra i tanti, Baudelaire giovane,
Musil, U. Eco, Gadda, Fruttero e Lucentini. E un paio di storici, tra essi lo
storico dell’economia Carlo Maria Cipolla.
In una forma lievemente diversa
Pascal ne fa carico a Montaigne, perché si crede pieno di saggezza –
l’intelligenza non si vuole apodittica, specie in materia morale,
controvertibile.
Deleuze osserverà che la bête,
bestia in francese, non è soggetta alla bêtise, la stupidità.
L’intelligenza artificiale la
metterà fuori corso? Saremo tutti se non sapienti, nella condizione di sapere,
senza ostacoli all’ingresso.
Ma è la stupidità l’opposto
dell’intelligenza? O: quanto è intelligente l’intelligenza artificiale?
zeulig@antiit.eu
Lasciarsi a Roma, borbottando
Un amore romantico, tra compagni di dieci anni
che più non si sopportano, anonimo su Whatsapp. Lui, romanziere in crisi,
redattore a tempo perso della posta del cuore di un sito, innamora lei, manager
multinazionale (spagnola a Roma, presto trasferita a Londra) di una società di
videogiochi, con la quale nella realtà convive stancamente. Come a dire: sarebbe facile passare sopra alle incomprensioni -ma non è così.
Il racconto di una
separazione, sempre fonte di angustia - il piatto rotto non torna mai come prima, ma questa semplice verità in amore pare non sia accettabile. Intrecciata con una separazione che avrebbe
ogni ragione di farsi, giocata non sulle disillusioni e i malintesi quanto sui
ruoli di genere, lei non essendo più la ragazza di un tempo, si è fatta sindaco
di Roma, figurarsi, e lui annichilito.
Un racconto garbato,
bene intrecciato, dell’amore possibile e impossibile. Troppo adagiato sulla
naturalezza intesa come difetto di dizione. È un omaggio a Roma, di cui offre lusinghiere immagini, ma è un racconto parlato, e quindi sperso nei
borbottii confusi che sostituiscono il dialogo, e nello spagnolesco della
protagonista (Marta Nieto) - per il resto perfetta nel ruolo. Meglio si salva
la storia della sindaca (Claudia Gerini) e consorte (Stefano Fresi), che sanno recitare
distinto, risultando perfino più realistici.
Edoardo
Leo, Lasciarsi un giorno a Roma, Sky Cinema
sabato 1 gennaio 2022
Allo smorzo*
“Milan,
giù la testa
Si
sveglia tardi, la Fiorentina fa festa
Vlahovic
e Ibra a suon di doppietta”
“Corrispondenze
e assonanze
Fra
discipline scientifiche diverse”
“Arrivarci
si combina col caso”
“Una
ricerca, che dice semplice”
*materiali
di recupero - qui suoni di recupero: titoli di poesia involontaria
Toppe di colore – guardando il mare
In
italiano si diventa verdi di rabbia, in tedesco blu – ma sono blu in tedesco
anche gli ubriachi (e chissà perché la luna è maschia in quella lingua, come
anche la bocca, e si somiglino pure, Mond e Mund?). Magris, uomo di mare,
discepolo, amico e cultore di Biagio Marin, preferisce l’azzurro, dunque
anche il blu: il blu è romantico, spiega, e anche anti-romantico, da Heine fino
a Benn e Celan – via Rilke, George eccetera: la poesia si può dire quasi tutta
azzurra-blu - anche prima del “fiore azzurro” prototipo, di Novalis,
dell’“Enrico di Ofterdingen”. E così via, da divagazione in divagazione, che si
sa vengono come le noccioline.
Magris
stanco trova un momento per divertirsi, una lieve brezza divagante. Qui propone, ben
spaziata, la conferenza che ha tenuto nel 2020 al festival La Milanesiana, di
Elisabetta Sgarbi.
Dunque,
il blu è poesia. E il bianco, che ispira innocenza, virtù, spiritualità –
compreso il bianco sacramentale, aggiungeremmo, dei battesimi, le comunioni, i
matrimoni? Melville ne fa “il colore del negativo, della spettralità, dell’orrore”.
Per non dire di Poe: “Orrore, follia e ambiguità assoluta è il bianco nel ‘Gordon
Pym’ di Poe” – o di Lovecraft. Il colore è musica, conclude Magris, “perché
dice e non dice” – e la musica è anche colore, come nel blues, e in
tante composizioni. Manca Leonardo, il fondamentale “la pittura è cosa mentale”
– e il colore è prima di tutto pittura. Ci sono molte altre letture.
Se
non che: “Esistono i colori?”, chiede Magris all’inizio. O meglio, “quanti sono
i colori?” Sono 999 secondo l’atlante dei colori, “Du Mont’s Farbenatlas”. Ma di
che natura? Questo è stato ed è un problema per la filosofia. I “filosofi
aristotelici”, Kant, Husserl, Wittgenstein, propendono per il no, non esistono,
non hanno natura. Goethe ha provato a individuarne la sostanza, in opposizione
a Newton, ed ha fatto un gran lavoro, ma non ha risolto.
Claudio
Magris, Le toppe di Arlecchino, La Nave di Teseo, pp. 34 € 8
venerdì 31 dicembre 2021
Problemi di base - 678
spock
Si vivono bei
momenti se non ci si chiede perché?
Ognuno ha le sue
ragioni, che spesso non conosce?
Nessuno è saggio sempre?
Non c’è nulla di cui aver paura se non la
Paura?
Ma cos’è il passato – e il futuro – se non
per noi, paura e immaginazione?
“Solo per chi non ha più speranza è stata
data la speranza”, Walter Benjamin?
“Non c’è speranza senza paura, né paura
senza speranza”, Spinoza?
spock@antiit.eu
Juventus penultima nel 2010
Non è il
primo annus horribilis della Juventus, la squadra di calcio. Il 7
febbraio del 2010 si poteva constatare su questo sito quanto segue - da notare anche
le alterne fortune di Atalanta, oggi ai vertici del calcio europeo, e Lazio: la
palla è rotonda. Allenatore della Juventus era Ciro Ferrara – un primo
esperimento alla Pirlo, di neo allenatore catapultato su un grande squadra - sostituito
a fine gennaio da Zaccheroni. La formazione era di tutto rispetto: Buffon,
Cáceres, Chiellini, Fabio Grosso, Cannavaro, Felipe Melo, Zebina, Camoranesi, Marchisio,
Trezeguet, Ciro Immobile, Giovinco, Poulsen, Sissoko, Candreva, Iaquinta, Del
Piero.
“La Juventus è penultima in campionato a partire dalla
diciottesima giornata, quella che all’Epifania ha segnato la ripresa del gioco,
il primo turno del 2010. A quella data risale anche la sua ultima vittoria, a
Parma.
Cinque i punti raccolti dalla Juventus nelle sei partite di
quest’anno, match col Parma compreso. Tanti quanti il Livorno. Ma meno delle
squadre di fondo classifica, quelle che si battono per non retrocedere. Ha
fatto peggio solo il Siena, che ha rimediato un unico punto. L’Atalanta ha
fatto sei punti. Come la Lazio e l’Udinese. Il Bologna ha fatto otto punti, il
Catania 11.
“Con questa media nelle prossime quindici partite, la Juventus
arriverebbe a fine campionato poco sopra la quota retrocessione: con 12-13
punti si attesterebbe a 47-48 punti. Alla pari del Catania, che con la media
delle ultime sei partire totalizzerebbe anch’esso 47-48 punti. Risultato cui
può ambire anche il Bologna, che ha una partita da recuperare. Sotto i 43-44
punti, considerati quota retrocessione, rimangono secondo la tendenza di quest’anno
cinque squadre: Lazio, Udinese, Livorno, Atalanta e Siena”.
Eduardo come Scarpetta
Una megaproduzione,
piena di atmosfere d’epoca, in interni e in esterni, di costumi e scenografie
accurate e sontuose. Nonché di tante forme di teatro che poi si sono perse – e di
cinema: si davano i primi film sonori in originale… Una perfomance straordinaria
di Giannini, nel ruolo di Eduardo Scarpetta. E una lettura, forse involontaria,
di Eduardo prevaricatore come il padre, di cui portava il nome – il nome di
battesimo non il cognome, come si sa. Per questo attraente.
Ma è una sorta di prolusione alla storia che il titolo promette. Senza Scarpetta, una
storia trita da qualche tempo, non ultimo il film “Qui rido io” di Martone, prodotto
dalla stessa Rai Cinema, sarebbe stato anche una novità. La storia dei tre
fratelli, lunga oltre venti anni sulle scene, sarebbe stata di gran lunga più interessante
quella delle due famiglie dell’eroicomico Scarpetta - come poi di De Sica e di
tanti altri, anche non napoletani.
Sergio Rubini, I
fratelli De Filippo, Rai 1
giovedì 30 dicembre 2021
Ombre - 594
Prima ha esautorato il Parlamento, poi ha svuotato le elezioni, ora chiude i giornali: in pochi mesi la Cina comunista è passata sopra a tutti gli accordi internazionali, e ai diritti politici elementari, e si è impadronita di Hong Kong. Senza proteste: l’Occidente è affogato negli affari – nella globalizzazione che esso stesso ha imposto, per impadronirsi del plusvalore made in China. Poi dice che Marx è morto.
Novanta miliardi di fatturato e 41 di utili, non sono pochi per Pfizer. Moderna e Biontech. Dice: la ricerca è dispendiosa e va remunerata. Ma un limite non guasterebbe, nemmeno la ricerca.
Con una capitalizzazione in Borsa prossima ai 10 miliardi, Fineco Bank vale più delle cinque banche che si prospettano per il terzo grande polo bancario, dopo Intesa e Unicredit, tutte banche centenarie. “Il Sole 24 Ore” ne fa la scoperta, e ne sa anche il motivo: le banche centenarie sono oberate dai rischi di credito, e dalle vessazioni della Bce - da “dieci anni di iperregolamentazione”. Mercato sì, ma di che?
Fineco
Bank è solo multicanale – ha uffici, ma solo di consulenti, per le gestioni
patrimoniali. Era di Unicredit, che l’ha segata per fare cassa, è una public company,
a proprietà cioè diffusa, tra fondi d’investimento, assicurazioni, fondi
pensione. Due anni e mezzo fa Unicredit vantava di aver ceduto il 38 per cento
di Fineco, in due operazioni successive, per un miliardo l’una. Glielo chiedeva
la Bce, per rientrare nei parametri Cet 1 e Cet 2. Mantenendone il 18 per cento,
ma deconsolidato, come semplice investimento finanziario. Ora Unicredit vale in Borsa
solo tre volte l’ex ramo Fineco.
La liberazione del ceceno, assassino comprovato del giovane Ciatti, da parte della Corte di Assise di Roma è una palese aberrazione. Perché era stato arrestato in modo illegittimo, è la motivazione. Più assurda del fatto. Ma nessuno lo dice: i giudici di Assise hanno voluto affermare la loro terzietà di fronte alla Pubblica Accusa (che avrebbe potuto sanare in un fiat la procedura, se veramente difettosa o illegittima), e questo è ridicolo, oltre che criminale. E poi chi crede ala terzietà dei giudici, se hanno carriere scambiabili con i Procuratori, occupano gli stessi uffici, si scambiano pareri e favori?
“Più di
un positivo su tre è in Lombardia”, che ha un sesto della popolazione italiana.
Grazie ai no vax: “In Lombardia sono un dieci per cento della popolazione, uno
su dieci, ma negli ospedali sono il 55 per cento, cinque-sei su dieci.
Dappertutto
code per i tamponi, e i vaccini, in automobile oppure in piedi, quasi ovunque per
giornate, al freddo - e fuori della Poste, anche di ore, in prevalenza di anziani. L’ambiente ideale per i contagi, tipicamente invernali.
Alla quarta ondata la logistica anti-covid è ancora embrionale.
Per buona
metà la quarta ondata, che si poteva evitare, compresa la determinazione spesso
suicidaria dei no vax, arriva per il cinismo dei media. Per la confusione
montata con insistenza sull’allarmismo, per
tenere calda la questione – cui infettivologi, epidemiologi, virologi si
prestano, benché forse medici, per esibizionismo. Fra i tanti decreti del governo,
peraltro, non uno per dare unità di indirizzo alla comunicazione. Per svegliarla
anche, dal soporifero inaffidabile professor Locatelli.
Non
c’è candidato meno proponibile alla presidenza della Repubblica di Berlusconi, per
una mezza dozzina di motivi. Ma non c’è candidato che più di lui ci creda. Se
(poiché) assicura che i 150 voti che gli mancano li racimola sicuramente.
Fa
ridere il ricorso presentato dal sindaco di Roma Gualtieri contro l’As Roma, la
squadra di calcio, per la mancata costruzione dello stadio di proprietà. Ma si
pagano così tanto i dipendenti del Campidoglio? Il buon sindaco infatti chiede
il rimborso delle spese sostenute per i dipendenti – con valori differenti per
ora lavoro tra dirigenti, funzionari e impiegati ex di concetto – per il numero
di riunioni con relativo cachet, nonché per il danno d’immagine, e per le “quote
emozionali” dei cittadini tifosi della Roma delusi. Guadagnano così tanto i
dipendenti del Campidoglio? Ecco perché Roma Capitale sempre in profondo rosso,
malgrado addizionali fiscali e tariffe sempre più elevate: giocano a fare lo
stadio.
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Le avventure della smemoratezza
Uscito a maggio e
visto poco, il racconto pervasivo di alcune giornate di un vecchio padre afflitto
da demenza, che affligge la figlia accudente. Il primo film di Zeller, adattato
dalla sua pièce teatrale “Il padre”, premiato per questo con l’Oscar per
la sceneggiatura non originale, e per l’interpretazione di Anthony Hopkins. Un
film da camera, molto parlato, con poche immagini, e praticamente fisse, che però
si fa seguire, avvolgente se non coinvolgente – i suoi strani svolgimenti si sa
che sono effetto dell’alzheimer. Il tema musicale è di Ludovico Einaudi – con un
paio di ritornanti romanze, “Casta Diva” (Calas?) e “Je crois entendre encore”,
da Bizet, “I pescatori di perle”, quest’ultima da segnalare per il canto incredibilmente
perfetto di Cyrille Dubois .
Una curiosità è
che il film ha incassato in Italia un milione. Poco o molto? Considerando le
cautele imposte dal virus, si direbbe molto. Considerando che è stato in programmazione
tre mesi, in estate, quando il virus non era pericoloso, e che è piaciuto a
nove spettatori su dieci, sembra poco - come se gli Oscar e il passaparola non
avessero funzionato. Pagato l’omaggio al mostro sacro Hopkins, resta forse che
il tema è indigesto in Italia: parlare tanto o solo dell’infermità, la vecchiaia,
la solitudine, la morte, non piace – se non per riderne. Si spiegherebbe il
silenzio sulle leggi per la buona morte che si vengono imponendo: non è per
scongiuro ma per un fatto culturale. Si preferisce non pensarci, non pensare
alla morte inevitabile prossima ventura, alla disgrazia, alla menomazione, alla
paralisi, alla follia.
Florian Zeller, The
Father – Nulla è come sembra, Sky Cinema
mercoledì 29 dicembre 2021
Il mondo com'è (438)
astolfo
Novemberrevolution
–
A fine 1918, a guerra perduta, la Germania fu lì lì per ripetere la rivoluzione
riuscita in Russia un anno prima. Il 28 ottobre 1918, a guerra perduta, la Marina
tedesca decise di “salvare l’onore” con “una battaglia decisiva”. Ma i
fuochisti spensero il fuoco nelle caldaie, e le navi dovettero rientrare nei
porti. Gli ufficiali fecero allora arrestare seicento fuochisti e marinai. E la
rivolta si propagò ovunque. Fu la Novemberrevolution.
Che però a Natale era già finita, non durò due mesi. Solo restavano da
eliminare i capi, Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg – già isolati all’interno
del movimento rivoluzionario, contro gli Spartachisti e contro i progetti di
costituzione di un partito Comunista (bolscevico).
Organizzazione
Consul
– Sta per esercito clandestino, informale, dei nazionalisti tedeschi dopo la sconfitta
del 1918, e il conseguente divieto alla Germania di disporre di un esercito. “Organizzazione
Consul” era il segretissimo gruppo armato tedesco contro l’occupazione francese
della Ruhr e i collaboratori tedeschi, e contro la repubblica di Weimar, contro
i “governi di adempimento” degli impegni sottoscritti negli accordi di pace. La
forza di O.C. declinò con le morti e le condanne seguite all’assassinio di
Rathenau, a fine giugno 1922, il movimento di resistenza essendosi trasformato
in terrorismo.
Fu
per tre anni un’organizzazione molto attiva e molto segreta, contro i francesi
nella Ruhr, specie contro i servizi segreti francesi, e contro i polacchi nel
Baltico e in Slesia. L’O.C. faceva capo al Capitano Ehrhardt, soprannominato
Consul von Eschwege nella latitanza seguita al putsch fallito di Kapp, ed era un settore dell’Abwehr, termine oggi
in uso per terzino nel calcio, all’epoca servizio d’informazioni del disciolto
esercito, passato in carico alla marina dopo Versailles. L’O.C. ebbe una forza
stimata di cinquemila uomini, divisi in cellule per territorio e attività. Si
specializzò nell’eliminazione dei tedeschi traditori, che erano di due specie:
cittadini e politici “separatisti”, filofrancesi, oppure “adempisti” del
trattato di pace: “I traditori cadranno per mano della Vehme”, diceva l’art. 1
del suo statuto.
La Sacra Vehme è un tribunale, supposto
del dodicesimo secolo, cantato da Goethe e Kleist, in cui un gruppo ristretto
di Uomini Liberi, Frei Herren, liberi di portare le armi, segretamente
condannavano ed eseguivano le condanne. I Frei Herren furono modello
irresistibile per i Corpi franchi: i proscritti venivano dalle saghe
islandesi, che inizialmente mettono fuori comunità i violenti, i quali però,
essendo i più forti, ritornano signori della tribù.
“L’arma
più temibile di O.C. era il fatto che O.C. non esisteva”, affermerà nei “Proscritti”, il romanzo che fa di
quell’avventura un’epopea, il terrorista poi scrittore Ernst von Salomon.
È quello che negli stessi anni diceva Nizan, il compagno di Sartre: “Il segreto della polizia è questo: la storia non esiste”. La
rivelazione di von Salomon veniva da Kern, suo compagno d’arme e poi assassino
di Rathenau, che così
si regolava: “Quando trovo uno che mi dice di appartenere alla O.C., so che è
un pazzo o un imbroglione o un funzionario di polizia”. Ma Kern, che von
Salomon sospetta molto intelligente, ne sapeva di più: “L’incomprensibile
diventa naturale se si riesce a classificarlo. Si prendano I Savi di Sion, il complotto internazionale del sionismo, della
massoneria e dei gesuiti”. Come a dire: il segreto è creativo.
L’O.C. fu simbolo
e mito del disciolto esercito tedesco nel Baltico e nella Ruhr occupata. Il suo
armamento fu agevole: chiunque donava volentieri le armi detenute in casa.
L’attività fu invece ingloriosa: il nucleo speciale di Heinz Oskar Hauenstein,
che gestiva la rete degli informatori, con una ricca cassa, era esso stesso
infiltrato: Hauenstein fu catturato dai polacchi, O.C. in Slesia riuscì solo a
prenderle. Declinerà evolvendo a terrorismo interno, fino all’assassinio di
Rathenau, a opera di Erwin Kern e Hermann Fischer, due ex ufficiali di Marina. Con
Kern era cresciuto alla politica e alla lotta armata il futuro scrittore Ernst
von Salomon.
Ernst von Salomon,
cadetto nei Corpi franchi, i gruppi militari di O.C., a sedici anni, resterà molto
legato a due dei suoi fratelli, il maggiore Bruno, operaio per scelta a
Amburgo, agitatore politico con un giornalino per un movimento di solidarietà
contadina, poi membro attivo della Kpd, il partito Comunista tedesco, e il
minore Günther, precoce nazista. Erwin Kern era apparso a Ernst quale Dio
giovane, possente, che da solo umiliava la Francia nella Ruhr occupata. Teneva
sul comodino cento boccette d’acque odorose, scriveva versi ermetici, centrava
con la pistola l’asso di cuori da cinquanta metri, ricavava esplosivi dai
rifiuti, organizzava reti terroristiche separate, in contatto con l’O.C., e
voleva il comunismo. Ernst e Kern si fecero membri di diciotto gruppi eversivi,
di ogni orientamento. Iniziarono in modo convenzionale, abbattendo un ufficiale
francese donnaiolo. Poi s’allargarono ai Sudeti e all’Alto Adige. E quando
crearono il proprio gruppo lo divisero in due: cinquanta nazionalisti e
cinquanta comunisti, con a capo “Edi”. Von Salomon resterà legato a Edi, alla
sua memoria, anche dopo l’assassinio di Rathenau.
L’assassinio portò
a una mobilitazione generale di piazza, e a un impegno particolare di polizia.
Che fruì di molte segnalazioni, e riuscì presto a individuare i due assassini in
fuga. Kern rimase ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia. Fischer, prima di uccidersi, adagiò su un letto il camerata morto,
interponendo “un foglio di carta da pacchi sotto i piedi, per evitare che gli
stivali sporcassero le coperte” - così “I
proscritti” celebrano l’episodio. O.C. era già finita, e a parte il
racconto di von Salomon, poco se ne è scritto.
Rodocanachi, Lucia – Genovese di
Trieste, nata Morpurgo, maestra di formazione, sposa in tarda età per l’epoca
(29 anni) al pittore genovese Paolo Rodocanachi, che la isolò ad Arenzano, “a
contatto con la natura”, lettrice furiosa fin dalla prima adolescenza, negli
anni 1930 e subito dopo la guerra aiutò molti scrittori a tradurre
dall’inglese. Tra i più noti Vittorini, Montale, Sbarbaro, forse anche Gadda,
col quale ebbe intensa corrispondenza. E fu in contatto frequente con Bobi
Bazlen, altro triestino, che figura il maggior talent-scout letterario del
primo Novecento. Aiutava gli scrittori a tradurre al modo che Foscolo epigrammatico
diceva di Vincenzo Monti: “Questi è Monti poeta
e cavaliero, gran traduttor dei traduttor
d’Omero”.
Gli
scrittori in titolo si limitavano a rivedere, a volte, le traduzioni di Lucia
Rodocanachi. Che pagavano poco e quando proprio non potevano farne a meno. Tradurre era in quegli anni – non era diffusa allora, non era richiesta, la
collaborazione giornalistica – l’unico modo per gli scrittori di sopravvivere
con qualche autonomia. Oltre che con le traduzioni, Licia Rodocanachi era anche
sollecita con la convivialità, pronta a cucinare per chiunque fosse di
passaggio a Arenzano. Un suo carnet degli ospiti ne elenca numerosi,
ripetutamente, specie la domenica: Sbarbaro, Gadda, Montale, Bazlen, Mario
Ziino, Mafai, Ferrata, Vittorini, Giovanni Ansaldo.
Il
lavoro di traduzione di Lucia restò sempre anonimo: il suo nome non venne mai
citato nelle opere a cui aveva lavorato, a volte (Lawrence) da sola, per
l’integralità dell’opera.
astolfo@antiit.eu
La Secessione s'illumina di Klimt
Una grande mostra,
su tre temi. Klimt, presente con alcune pitture celebri, molti disegni, e
alcune grafiche. La Secessione a Vienna. La Secessione a Roma. Con molta
Italia: animatore e spirito guida della Secessione a Vienna a fine Ottocento, e
poi, prima della Grande Guerra, a Roma, Klimt si legò molto, quando già era
artista riconosciuto, all’Italia. A Venezia per lunghi periodi, protagonista anche
di alcune Biennali di pittura, a Ravenna, che molto lo influenzò, e poi a Roma,
dove molti furono da lui influenzati.
Una mostra
documentaria, molto bene presentata. Comprese le immagini in movimento,
cinematografiche, delle due città, Vienna e Roma, negli anni delle rispettive Secessioni.
Un movimento artistico poco felicemente produttivo. Se non per le geometrie, e le luminosità, di Klimt. Non in pittura – se
non come movimento di rottura con l’oleografia ottocentesca. Di più nella
grafica e le arti plastiche, scultura, vetro, architettura.
Klimt, la
Secessione e l’Italia,
Musei di Roma a palazzo Braschi
martedì 28 dicembre 2021
La coda del diavolo
Si moltiplicano
d’inverno i contagi
Nelle file lunghe
di ore in coda
All’addiaccio per
sapere se?
Il partito degli affari
Al Pd manca una lettera, il Partito
Degli Affari? Non ha fatto nulla la giunta Gualtieri in due mesi a Roma: spazzatura?
trasporti? Ha però trovato il tempo subito di favorire gli affari: il grande commercio
e il trasporto privato, dei trasportatori privati. Ha chiuso il Centro Storico al
traffico per il mese delle spese e del turismo natalizi, con la scusa
dell’ambientalismo, che tutti sanno coprire l’ecommerce e i centri comerciali. E
ha decretato una serie di domeniche ecologiche, anche quelle con l’intento di
favore l’ecommerce, che viaggia comodo su auto elettriche.
Non è da ora, è da sempre che il Pd
favorisce gli affari, i grandi interessi. Sotto le bandiere della modernizzazione.
Dalle lenzuolate di Bersani, ora arcigno comunista trinariciuto, che annientarono
il negozio sotto casa, contrassegno della civiltà italiana, della vita a piedi,
a vantaggio dei grandi centri commerciali. Che non offrono migliore qualità né
prezzi calmierati, ma sono monumenti ai non-luoghi, dove recarsi in automobile,
meglio se suv. Tutto il contrario dell’ambientalismo – la contraffazione della
storia, che parallelamente l’altro compagno Berlinguer cancellava dagli
studi. Big business. Lo stesso ora, con
l’elettrificazione forzata della circolazione. A spese dello Stato, cioè nostre
L’inquinamento auto andava e va combattuto col trasporto pubblico, ma di questo
solo annunci.
Le lenzuolate e le chiusure sono effetti
di stoltezza o di corruzione? Di stoltezza no, ci sono teste pensanti dietro. E
comunque la corruzione finisce che bisogna augurarsela, tanta stupidità sarebbe
angosciante.
Le pene di Dante per l’Italia – per pochi
La ricostruzione
del disegno politico e delle disillusioni di Dante – proscritto per un’accusa infamante,
baratteria, il traffico della pubblica influenza, per la quale bastava una
denuncia senza obbligo di prova: la giustizia moderna è nata così in Italia. Dello
scontro tra i Guelfi Bianchi, il suo partito, e i Guelfi Neri di Corso Donati, avventuriero
fino al tradimento. Del papa Bonifacio VIII che si rifiuta di riceverlo in
missione di pace. Dell’umiliazione del papa (lo schiaffo di Anagni”) da parte
dei francesi di Filippo il Bello da lui sempre favoriti. Della speranza e le
delusioni dell’imperatore Enrico VII. Una ricostruzione possente, dai temi e
toni ben tagliati, nonché filologicamente corretti.
La ricostruzione, sintetica
ma precisa, e ben spiegata, è affidata a tre studiosi di storia del
Medio Evo in università straniere, due dei quali giovani professori italiani all’estero - tra essi Elisa Brilli dell’università di Toronto. Per caso? Perché altrove si
sa parlare giusto per dire le cose?
Il primo di una serie
di tre docufilm, promettente. Una serie ideata da Ric Burns, specialista dei
documentari storici, scritta con Riccardo Bruscagli (“Dante contemporaneo”),
che ha già per Zanichelli scuola un “Commedia multimediale”. Ma visto da poche persone,
pochissime – forse per una promozione inadeguata?
Jesus Garcés
Lambert, Dante, il sogno di un’Italia libera, Rai 2
lunedì 27 dicembre 2021
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (478)
Giuseppe Leuzzi
“I basilischi”,
film d’esordio di Lina Wertmüller, dopo l’assistenza alla regia di Fellini per
“La dolce vita” e per “81/2”, racconta di tre giovani della piccola borghesia
di provincia tra Basilicata e öPuglia che non si adattano all’Italia del boom,
del “lavorerio”, e alla vita in città. È un film del 1963, di “vitelloni” non
per ridere ma già attardati, perché già i giovani del Sud erano tutti a Roma e
nelle altre città, per lavoro o per studio – non si contano i professionisti di
origine meridionale tra Milano e Roma.
Porci
gli altri
“Marie Grubbe”, il romanzo nazionale danese di Jens Peter Jacobsen,
mette in scena agli inizi, ambientati in una delle guerre tra il regno di Danimarca-Norvegia
e il regno di Svezia, l’odio contro gli svedesi. In questi termini: “Rubano e
rapinano, sanno essere peggio dei corvi e dei furfanti; e poi sono assassini!
Non per nulla si dice: lesto di coltello come uno svedese”, “E sono di facili costumi!
Non c’è una volta che il boia caccia una donna a frustate dalla città e uno
chiede di che si tratta e si sente rispondere che è una troia svedese”. “Tra i
popoli lo svedese è come il cercopiteco tra le bestie senza ragione, ha una
tale libidine che la naturale ragione, donata da Dio agli uomini, nulla può
contro i suoi cattivi istinti e i suoi peccaminosi desideri”. “Lo svedese ha
un odore così acre, come le capre o l’acqua di pesce. È il puzzo dei suoi umori collerici e
bestiali, è”. “Una notte di luna nuova un intero reggimento, mentre erano in
marcia e si fece mezzanotte, si disperse correndo come lupi mannari e altre
creature del diavolo, ululando per boschi e paludi, aggredendo persone e bestie”.
“Sono stregati, sono, possono resistere alle palle di fucile, non li ferisce il
piombo né la polvere, e la metà di loro porta il malocchio…”
La seconda
parte del secondo Millennio conosce molti di questi odi, di cui si è nutrito
il costituendo nazionalismo: tra francesi e inglesi dapprima, nel proemio, poi
tra olandesi e portoghesi, tra inglesi e olandesi, tra Francia e Germania a
lungo, tra Italia e Austria nel Risorgimento, con disprezzo reciproco. La
tirata, che Jacobsen fa recitare a gente del popolo, è una di queste. Ma fa
senso sentire degli ammiratissimi svedesi queste parole. È diverso, appena
fatta l’unità e ancora oggi, tra Nord e Sud dell’Italia?
Un
mondo di due metà
“Nord
contro Sud” è un saggio che l’“Economist” di fine anno fa firmare
eccezionalmente (il settimanale mantiene la formula tradizionale, ottocentesca,
degli articoli non firmati) al “Columnist Chaguan”, il corrispondente da cinque
anni dalla Cina, David Rennie. Su un tema che lo incuriosce, avendo trovato la
divisione Nord-Sud ovunque abbia lavorato in venticinque anni di professione. Tra
essi “Chaguan” mette l’Italia. C’è il Belgio per primo. Poi viene la Spagna.
Poi c’è l’Italia. Con gli Stati Uniti naturalmente. E con la Cina – “Pechino e
Dongxing” è il sottotitolo, la capitale al Nord e il villaggio turistico
all’estremo Sud, al confine col Vietnam: “I cinesi amano gli stereotipi”.
C’entra anche il Vietnam. E l’Australia, con l’asse invertito, il Sud vi figura
posato e “superiore”.
Ovunque
la divisione è tra Nord e Sud. Il Nord ovunque operoso, anche onesto, il Sud
fanientista, e corrotto (evasione fiscale, abusi sulle provvidenze pubbliche
e gli appalti, mafie). Un pregiudizio europeo agli inizi, esportato col
colonialismo, specie nelle Americhe. Rafforzato a fine Ottocento con la teoria
weberiana che il capitalismo (industriosità, attivismo, risparmio, accumulazione)
fosse protestante - e, sottinteso, non cattolico. Una partizione che grosso
modo in Europa corrisponde a Nord e Sud, e altrove come tale è stata riprodotta.
Una
teoria, questa di Weber (ma Weber per la verità non lo dice, il capitalismo è
ben cattolico, alle origini e per molto tempo), che, scrive Rennie, “con molti
anni di esperienza di lavoro in America”, non ha fondamento. Ma, tutto sommato,
“gli stereotipi Nord-Sud sono prevalentemente una peculiarità europea”. Perfino negli Stati Uniti, un paese che per
molti aspetti sembra ancora quello della guerra civile, il Sud si presenta
molto vario, e anche composito come popolazione – etnicamente e socialmente.
A
Dongxing un commerciante di legnami che lavora col Nord del Vietnam, col
governo che gli consente di “passare sopra le leggi” sul taglio dei grandi
alberi del tek, non fa che vantare il Sud del Vietnam, la cucina di Saigon, le
donne eccetera. Da cinese dell’estremo Sud.
È
di Simenon, 1950, il modello mafia
Il fratello maggiore maggiorente in
Florida: bella vita, bella moglie, belle figlie, rispettabile e rispettato, dai
suoi danti causa, e anche dallo sceriffo, gestisce tutto il Golfo del Messico.
Il fratello minore è un killer. Il fratello intermedio ha l’hobby delle
automobili. La gestione è di supermercati, bar-caffetterie, ristoranti, posti
dove i contanti circolano ampiamente. Tutt’e tre i fratelli hanno casellario
giudiziario immacolato, senza carichi pendenti, e senza impronte digitali. Da essi si pretende di tanto
in tanto un servizio, oltre alla percentuale sugli incassi: un pedinamento, una
spiata, un “avvertimento”, un assassinio. Non si chiama mafia. Né Cosa Nostra,
trovandoci in America, il romanziere (si tratta di un romanzo) la denomina “organizzazione”.
Sono gli anni 1950, ma già non si facevano nomi al telefono. E c’è anche il “pentito”,
per amore – è il fratello killer, che ha molto da farsi perdonare dalla
giustizia. Con seguito di faide, familiari
e non, che mafia altrimenti sarebbe. In un ambiente corrotto: il pizzo lo
pretendono anche i politici, e gli sceriffi.
Tutto
ciò si legge ne “I fratelli Rico”, storia “dura” del Simenon americano, quando
passò qualche anno in America, dal 1945 al 1955 – il romanzo è del 1951. Al soggiorno
obbligato in Provenza alla Liberazione, aprile 1945, imputato di collaborazionismo,
per avere publicato i suoi romanzi in giornali filo-tedeschi e averne ceduto i
diritti di trasposizione cinematografica alla società tedesca Continental,
Simenon era riuscito ad ottenere da burocrati amici un visto d’espatrio in Canada
per la promozione del libro e del cinema francesi, e a ottobre era passato con
la moglie a New York. Dove era stato accolto da un professore di letteratura
francese, Justin O’Brien, che era stato a Parigi responsabile dei servizi
segreti americani – già sul finire della guerra il nemico era diventata l’Urss,
e i simpatizzanti di destra venivano recuperati.
L’antipatizzante
Simenon, irresistibilmente anti-yankee negli scritti di viaggio dieci ani
prima, si fece così per dieci anni americano, e non si può dire che non si
applicasse. Tutto il repertorio delle storie di mafia di vent’anni dopo è qui, di
Puzo, Talese, Mailer, Coppola, Leone. Nonché dei tardi imitatori italiani. Con
qualcosa anche di più: la madre, con la vecchia nonna - figure che la successiva
mafiologia eroicizzante a torto trascura.
Escher
e no
La Calabria è – con la Toscana – la regione che più
ha ispirato Maurits Cornelis Escher, il maestro della Optical Art, l’incisore
che ha creato nuovi modelli grafici - l’Einstein della grafica - che attraggono
e ispirano fisici, matematici, logici, uno dei tre pilastri del monumentale “Gödel,
Escher, Bach, un’eterna collana brillante” del fisico-matematico e logico Douglas
Hofstädter. Ma non ne ha cura: né Morano né gli altri luoghi dove Escher soggiornò
e lavorò, Pentedattilo, Scilla, Tropea, Rossano, la superba Rocca Imperiale, che
pure ha un castello federiciano da valorizzare, se ne sono ricordati per i cinquant’anni
della morte fra due mesi – se ne è ricordata solo Genova, dove Escher fu per caso,
per poche ore, scendendo la prima volta dall’Olanda.
È vero che i calabresi sono poco cordiali – si dicono
ospitali, ma non subito, sono diffidenti. Almeno a giudizio di Escher. Che in gita
con tre amici nell’entroterra di Melito Porto Salvo, a piedi e affardellati, non
disponendo di un mulo, “sudando maledettamente e molto affaticati, dopo una
stancante escursione sotto il sole cocente”, trova alla locanda un’accoglienza
ostile: “Conoscevamo da tanto tempo il modo di fare poco socievole dei calabresi,
ma una reazione ostile come l’abbiamo conosciuta quel giorno non l’avevamo fino
allora mai vissuta. Alle nostre domande amichevoli non ricevemmo altro che
risposte scontrose e incomprensibili”, etc.
Il problema è che non è diverso pur non essendo
Escher.
leuzzi@antiit.eu
Il capolavoro al cinema viene per caso
Il vecchio
produttore che non ne ha mai imbroccata una, reduce dall’ultimo fiasco, che lo
ha lasciato indebitato con le mafie finanziatrici, ma innamorato del cinema (a
nessun prezzo cede un copione che giudica il più bello del mondo), scopre che
può saldare i debiti, e anche arricchirsi, senza fare nulla: impiantare una
produzione, assicurare il protagonista per un milione di dollari, e assicurarsi
che muoia al primo ciak, così si risparmia pure. Le cose naturalmente non andranno
così, ma il vecchio De Niro ne uscirà ugualmente gratificato: coincidenze e circostanze
gli regaleranno infine il capolavoro, e molti soldi. A lui e ad altri gradevoli
vecchietti, Morgan Freeman, il capomafia, e Tommy Lee Jones, il vecchio cowboy
strappato alla roulette russa nella casa di riposo per artisti falliti.
A partire dal
titolo, una gradevole presa in giro di molti cliché – anche audace: forse per
un pubblico non americano? La buona morte impossibile. Il capomafia nero - ci
vuole parità di trattamento. Il cowboy con sangue indiano. Il regista, come dev’essere,
femmina e bella, anche se un po’ tonta o inesperta. Nonché del modo di fare
cinema, dove l’esito è del tutto casuale.
Un remale del
titolo omonimo (“The Comeback Trail” in originale) di quarant’anni fa, di Harry
Hurwitz, con la ricetta del film di culto – farebbe ridere anche De Niro se parlasse meno.
George Gallo, C’era
una truffa a Hollywood, Sky Cinema
domenica 26 dicembre 2021
Letture - 476
letterautore
Bella
donna – È urbanità, segno di distinzione. L’inno omerico detto
“A Gea”, ricorda che sulla Terra presto “i solchi della gleba che danno vita
sono carichi di frutti, nei campi prospera il bestiame e la casa si riempie di
ricchezze e essi (gli uomini, n.d.r.) governano con giuste leggi le città dalle
belle donne”.
Biblioteche
– “Consiglio un viaggio nelle biblioteche storiche
d’Italia. Si può cominciare con quella Vaticana”, consiglia qualcuno ai lettori
del “Robinson”. Un buontempone? Come se per l’acceso alle biblioteche, a
qualsiasi biblioteca, non ci volesse una pratica notarile. Le biblioteche sono
per (il riposo de)i bibliotecari.
Cannavaggia – Simenon a Panama incontra un Cannavaggio, corso, maitre-d’hôtel, che ha prosperato in proprio ed è il
riferimento dei viaggiatori e anche del Paese. A l femminile, il nome ricorre
con Maria Cannavaggia, nata in Francia da padre corso, traduttrice dall’italiano
e dall’inglese, “segretaria letteraria” di Céline per venticinque anni, dal 1936
al 1961, alla morte dello scrittore – poi estromessa dalle riedizioni e dalle
opere postume da Lucette Almanzor, la vedova di Céline erede dei diritti, della
quale Marie era stata a suo modo gelosa. Subentrata alla prima segretaria letteraria,
Jeanne Carayon, che aveva curato il “Viaggio al termine della notte”: quattro
anni più tardi, per Morte a credito”, Carayon era indisponibile, vivendo negli
Stati Uniti, e aveva suggerito Marie Canavaggia, sua compagna di liceo.
Marie non
leggeva i manoscritti, che venivano battuti a macchina da copisti professionali:
lavorava sulle bozze, con interventi solitamente minimi, ma sempre rilevanti per
Céline. Che usava correggere molto. La segnalazione di grafie o parole che
Marie trovava non consone trascinava complesse corrispondenze. “Non ci sono piccoli
dettagli che mi possano stancare”, le scriveva Céline, “Li voglio tutti! La
minima virgola mi appassiona”. Ne assunse anche la difesa, e la rappresentanza
presso gli editori, negli anni della disgrazia politica, dopo la guerra. Nel
dopoguerra collaborerà anche con Jean Dubuffet, ammiratore di Céline.
L’epistolario con
Céline (tradotto in italiano in edizione moto raccorciata, un quarto
dell’edizione totale) dà la spiegazione forse migliore del modo di lavorare dello
scrittore, della sua “musichetta”, del ritmo della frase. “Se decideva di cambiare
una parola”, spiegherà Marie in sintesi, “non si accontentava di sostituirla
con un’altra. . Ricomponeva interamente la sua frase, qualche volta anche le
frasi circostanti, secondo le esigenze della sua «cadenza»”.
Come traduttrice
dall’italiano esordì con Arturo Loria, narratore oggi dimenticato, col racconto
breve “Il muratore stanco”. Più che traduttrice fu mediatrice culturale: sceglieva
da sé le opere da tradurre e poi cercava l’editore interessato. Propose in Francia
il migliore Hawthorne. Dall’italiano propose nel primo dopoguerra Giotto Dainelli,
Soldati (“America primo amore”, “L’affare Motta”), Piovene (“La gazzetta nera”,
e un racconto che intitolava “Histoire de Marcos”), Santucci e, nel 1962, Moravia
(“Agostino”). In precedenza, dopo Loria, aveva proposto Gian Dàuli (“La rua”, “Cabala
bianca”). E “Lo Stato corporativo” di Bruno Biagi, il successore di Dino Alfieri
al segretariato delle Corporazioni.
Dante
– È anche inventore, del linguaggio. Si sapeva. Ma
scorrendo il prontuario delle sue novità, che Gianfranco Lotti pubblica col
titolo “Come insultava Dante”, si viene sorpresi d alla quantità delle novità.
Febbre da cavallo – “Il più grande
film della storia della cinematografia italiana”, lo dichiara Bonvissuto,
tifoso della Roma calcio - uno, per intendersi, che l’ultima soddisfazione l’ha
avuta dall’odiato Capello, un altro eocene. Il più grande, come si fa a dire?
Però.
Gogol – Si può dire un no vax antemarcia: si lasciò morire a 43 anni, in ospedale a Mosca, rifiutando di farsi curare. Non per follia, ma per una forma di devozione radicale, una crisi religiosa che lo aveva portato a insistiti digiuni in conto di penitenza.
Lubecca – La casa borghese della città nel
tardo Seicento, mezzo secolo prima della fondazione della casa Buddenbrook, è
così descritta da Jens Peter Jacobsen in “Marie Grubbe”, nella fase in cui la
protagonista, ricca ereditiera, viaggia: Marie con la domestica Lucie “camminavano
avanti e indietro nel grande ingresso che c’era in tutte le case di Lubecca, a
un tempo corridoio e soggiorno, stanza da gioco per i bambini e teatro della
maggior parte delle attività manuali, talvolta anche sala da pranzo e
dispensa”. Un locale che dava sulla strada, come un grande ingresso: “Il locale
in cui si trovavano era usato quasi esclusivamente nelle stagioni più temperate,
perciò ora c’erano solo un lungo tavolo decapato, alcune pesanti sedie di legno
e un vecchio armadio. In fondo erano state montate delle spaziose mensole di
legno che ospitavano verdi file di cavolo cappuccio su rossi mucchi di carote e irti mazzi di
rafano.”
Petrolio – “Quel residuo fossile di milioni
di esseri viventi vissuti in un remoto passato che chiamiamo petrolio”, Giorgio
Agamben, “A che punto siamo?”, 98.
Poe – “Lo straordinario, in questo scrittore,
è la sua sobrietà”, Ernst Jünger, “Trattato del ribelle”: “Malgrado la loro
austerità matematica, le figure sono in lui figure del destino, ciò che le
riveste di una magia sena pari” – o non per la loro austerità matematica?
Primati – In morte di Joan Didion Monda
celebra su “la Repubblica” “quell’aristocrazia intellettuale americana di tradizione
irlandese cattolica, che ha rappresentato il contraltare di quella ebraica,
speso fondendosi ad essa per dar luogo a
quel magma entusiasmante che è stata la cultura americana del Novecento”.
E il resto, nero, bianco wasp, del S ud, cattolico senza essere irlandese, non
piccolo? Etnia e religione sono fattori importanti nella vita e l’opera degli
scrittori, da considerare quindi negli apparati critici, ma non fattori
divisivi, separati. Caratterizzanti, forse, alcuni o alcune opere, ma non
qualificanti: si scrive la lingua, nelle sue diverse articolazioni.
Viaggiare - “Senza esagerare”,
scrive Simenon, viaggiatore compulsivo, a conclusione di un lungo reportage su Tahiti (“Al margine dei meridiani”), “forse
potremmo dire che si viaggia per compilare l’elenco dei paesi in cui non si avrà
più voglia di mettere piede”. Dopo aver scoperto che Gandhi aveva un negozio di
souvenir per turisti. E che nell’igienizzata America delle sue letture l’immondizia
fermentava nei cassonetti scoperti, e qualcuno vi faceva pipì sopra. “Senza esagerare”,
continua, “forse potremmo dire che si viaggia per compilare l’elenco dei paesi
in cui non si avrà più voglia di mettere piede”. Forse. Perché in America
Simenon tornerà, dieci anni più tardi, per dieci anni.
letterautore@antiit.eu
Volemose bene in tangenziale
Milani il regista e
Albanese il protagonista hanno difficoltà a presentare questo bis, al “Cinemaniaco”
di Gianni Canova su Sky: il seguito è meno sorprendente, la sorpresa è stata lo
sbarco di Roma Nord a Roma Nord-Ovest, non lontane ma molto divise. L’incontro
fra due realtà così diverse, nella stessa città. È difficile, non c’è precedente,
bissare un film di culto.
L’incontro fra il
buon borghese Albanese e la borgatara Cortellessi ha già un binario fisso, di
cui c’è solo da sgranare alcuni episodi, peraltro prevedibili – la strana coppia
andrà o no a letto? Scontate anche le imprevedibili gemelle ladrone, che
parlano all’unisono. La scena è rubata, nelle pause, dalle caratterizzazioni,
di Sonia Bergamasco (l’ex moglie), Claudio Amendola (l’ex marito), Luca
Argentero (il prete).
Inevitabilmente
stinto l’uomo buono Albanese. Cortellessi rimedia col look plebeo, oltraggiosamente
scomodo, e la parlata. Si ride poco. Coccia
di Morto, la spiaggia della vera Roma di borgata, non pasoliniana, ritorna scontata.
È un gradevole film natalizio, di buoni sentimenti e lieti fini. Del dialogo
possibile tra ceti diversi, come dice Milani a Canova. La pandemia vuole forse
unanimismo. Molte parole sono a prestito da papa Francesco.
Pesa forse pure la cronaca. Le
gemelle cleptomani sorprese a taccheggiare al centro commerciale. O Coccia di Morto vittima di Legambiente. Nel
2016, l’anno prima del film di culto, ne faceva la spiaggetta più sporca d’Italia,
sotto una quantità enorme di cotton fioc, l’83 per cento di quelli ritrovati nella
penisola. Se non che la stessa Legambiente la celebra anche nella Riserva Naturale
Litorale Romano, “grande oltre 16 mila ettari, la più grande area protetta affacciata
sul Mediterraneo”.
Riccardo Milani, Come un gatto
in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto, Sky Cinema
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