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sabato 7 settembre 2024

La vita nel tubo

Un’opera tra forme solide (geometriche) e allestimento. Si entra passando sotto tubi gonfiabili appesi al soffitto: sono i Phallus Mobilis, che introducono a un tunnel trasparente. Si passa dentro il tunnel tra palloncini colorati, che rappresentano l’ovulazione-gestazione. Il tunnel è collegato a un compressore esterno tramite un tubo, che sarebbe il cordone ombelicale. Una mostra semplice, che l’artista così presentava: Volevo che tutti gli spettatori tornassero alle loro origini, al luogo in cui un tempo eravamo, nel grembo delle nostre madri, un’immagine molto poetica».

Léa Lublin è nata nel 1929 in Polonia, a Lublino. Da genitori ebrei che due-tre anni dopo emigrarono in Argentina. Nella seconda parte della sua vita e della sua attività si è trasferita in Francia - dove poi è morta, a Dieppe (1999) - e figura artista franco-argentina. Nel 2015 il Madre di Napoli l’ha celebrata con una mostra, in coproduzione con il Lenbachhaus di Monaco. Il Maxxi di Alessandro Giuli, da ieri ministro della Cultura, ha voluto onorarla ricostruendo l’allestimento da lei presentato il 30 aprile 1970 a Medellin in Colombia, alla seconda Biennale locale d’arte. Con una didascalia lusinghiera: “Iconoclasta, radicale, emblematica. Con i suoi lavori ambientali Léa Lublin decostruisce e sfida le strutture di dominazione temporale o di controllo mentale - coloniale, imperialista, paternalista”. Ma anche pittrice insoddisfatta dei limiti della pittura.

In Francia partecipò alle mostre come perfomances di artista. Famosa per “Mon fils”, una performance del 1968 in cui portava il suo bambino per i musei, nelle ore di apertura, e gli cambiava i pannolini, lo allattava, lo addormentava, praticava le occorrenze della vita quotidiana. Successivamente tornata alla pittura figurativa, “al Rinascimento” diceva, si specializzò con criteri psicoanalitici a separare il Bambino dalla Madre nei quadri delle Madonne. E a figurare il bambino come l’artista stesso, osservatore della madre nella sua corporeità, in immagini eroticizzate – “per rivelare i sottintesi sessuali dell’immaginario cristiano”.

Un documento d’epoca. Ma un’arte non significante a distanza, neanche come proposito, come arte dialettica. Per quanto ingegnosa nell’uso di materiali. Manca a distanza anche la sorpresa, l’ingrediente delle performances. Tanto più negli impossibili, forse ingestibili parallelepipedi di Zaha Hadid adibiti a Maxxi. Spazi enormi vuoti e mostre su per scalette, corridoi, alte pareti, piccole didascalie. Spazi che impediscono ogni immedesimazione o emozione, solo di fastidio. Perfino per l’aria condizionata, pure benefica nella calura di Rma, per il dispendio che si presume di energia, tra riscaldamento e condizionamento di quegli spazi enormi, inutili, e quindi anche ingestibili.

Un’opera in “PVC, nylon, tubi, T-Shirt dipinte e bianche, acqua, compressore radiale, schiuma, valvole, ganci, legno.”, promette la locandina. L’esposizione è nel quadro della mostra “Ambienti 1956-2010. Environments by Women Artists II”, ideata e realizzata da Andrea Lissoni come “un’inedita ricerca sul contributo femminile, spesso trascurato, nella storia e nella creazione di ambienti immersivi” – il 2020 è stato scelto come termine perché si ultimava la costruzione del Maxxi.

Léa Lublin, Penetraciòn/Expulsiòn (del Fluvio Subtunal), 1970, Maxxi Roma

Léa Lublin, Penetraciòn/Expulsiòn (del Fluvio Subtunal), 1970, Maxxi Roma


venerdì 6 settembre 2024

Il cappio del rating

“L’Italia è un debitore onorabile” – non onorevole, onorabile. Detta da Mattarella, la cosa ha ancora un senso. Ma da tempo, da molto prima della tempesta sul debito italiano scatenata dai ribassisti nel 2011, si è saputo che le agenzie di rating, americane, sono an forma di “gestione del mercato” del debito, non ne sono lo specchio.
Il lamento del presidente della Repubblica riflette questo ordine di valutazioni. S&P valuta l’Italia un po’ peggio di Bulgaria, Cipro, Perù, Filippine, Indonesia, Messico, un po’ meglio di Perù, Colombia, Kazakistan.
Moody’ mette l’Italia alla pari con il Paraguay. Un po’meglio della Grecia. Peggio di Cipro e le Filippine, l’Indonesia, il Messico e il Kazakistan. Molto peggio del Perù e dell’Uruguay. Malgrado gli stati di emergenza politica in molti di questi paesi.
 L’Italia viene al 62mo posto nella media delle tre valutazioni (con S&P e Moody’s si calcola anche DBRS). In una numerazione media fra le tre valutazioni che va da 100, il massimo, a 20.
Molto più dell’Italia sono valutati pagatori attendibili Malesia e Botswana – si investe nel debito del Botswana?

La destra al potere anche in Francia

Al primo ministro più giovane, Attal, che passa nella “riserva della Repubblica” per prepararsi alla successione presidenziale fra due anni, Macron fa succedere il primo ministro più anziano della Quinta Repubblica, l’ultrasettantenne Barnier, gollista (Les Républicans), l’ex commissario a Bruxelles. Ma non è questa la novità: con Barnier primo ministro si conclude a sorpresa la lunga crisi istituzionale in Francia, aperta da Macron chiamando a sorpresa le elezioni, con la caduta della clausola ad excludendum, dell’ostracismo al Rassemblement National, al lepenismo. Barnier, il premier scelto dal presidente Macron dopo lunghissime consultazioni con tutti i partiti in Parlamento, avrà un occhio benevolo in Parlamento - dove non ha una maggioranza precostituita, fra Repubblicani e Macroniani – di Marine Le Pen.  È la prima volta per i Le Pen, dopo quarant’anni di presenza politica ingombrante ma alla macchia.
La scelta era forse necessaria, poiché è nei numeri. Il Rassemblement di Marine Le Pen è il partito più largamente rappresentativo, se si escludono le città (Parigi, Lione, Bordeaux, Nantes, Le Havre, Rennes, Strasburgo - ma Marsiglia e Nizza sono lepeniste): alle legislative è andato al ballottaggio in quasi tutte le circoscrizioni, mentre i macroniani solo in 321 circoscrizioni su 577 e le sinistre unite in 414. Ed è andato al ballottaggio al primo posto in 297 circoscrizioni, quasi il triplo delle legislative di due anni prima, 110.
Una piattaforma o un traguardo, un successo da cui si può solo perdere? Marine Le Pen vira, se non verso il centrismo, per un abbandono deciso del radicalismo, anti-immigrati, anti-Europa, anti-Ucraina. Alcune grandi famiglie sono, con i media da esse controllati, per un’apertura della destra gollista al Rassemblement – tra esse le più note sono i Bollorè e i Dassault.  

Il ricatto al potere, femminista

Una ricattatrice che si fa fustigatrice di ignoti ricattatori (presumibilmente ministeriali, pensare...) è roba da farsa. Una vicenda da ridere. Che invece eccita a pensieri pensosi e preoccupazioni giganti la migliore opinione italiana. Non si sa più ridere, ma questo si sa. Ora non si capisce più niente, è come uno che fosse preso calci nello scroto e se la ride.
Ancora oggi, venerdì, quinto o stesso giorno del “Boccia event”, sei pagine “la Repubblica”, cinque il “Corriere della sera”, compresa la prima. Senza mai dire di Boccia quello che è, una ricattatrice.  Si può fare l’opposizione al governo scatenando una persona e una rete palesemente intesi al ricatto, della politica – quanti ami gettati prima del credulo ministro?
Una storia da “Bulli e pupe”, quella di Sangiuliano con la dama gialla di Pompei, a generi rovesciati, tra lui e lei, di maschi timidi e femmine feroci. La ricattatrice è infatti la fronte emergente di una rete di “relazioni umane”, cioè di affarucci, femminili e femministi. Uno, un uomo, che va in giro con occhiali spia, per registrare le donne con cui si accompagna, non è immaginabile – non si è mai sentito di un toyboy che lavora con occhiali spia. Molto femminismo va ripensato – c’era, c’è, vendicativo, distruttivo, già nel patriarcato.
Non ci fa gran figura il ministro della Cultura nella sua avventura con la dama di Pompei che tanto gli è costata: le dimissioni non lo salvano, sembra un allocco (la dama avrà i suoi richiami segreti, ma irresistibili?) – e da come si giustifica lo è. Si spiega solo così la protezione che la moglie gli accorda, su due mesi di spese straordinarie per la circe con gli occhiali spia. Ma perché Meloni, che vuole “fare la storia”, ha difeso un giovane cinquantenne come questo, poco cresciuto? Qualcuna delle virtù di destra, la lealtà per esempio, va misurata: la connivenza non è intelligente, mentre invece bisogna – bisognava – dire all’amico che è stupido, se fa lo stupido. Innamorarsi della mantide di Pompei è colpa grave. E il ridicolo può uccidere, questo Meloni lo saprà.

Lamine e Nico Williams isolano Vox

È bastata una piccola mossa al Partito Popular, la Dc spagnola, per liberarsi di Vox nei cinque governi regional nei quali aveva accolto il movimento di estrema destre per esorcizzarlo. Le regioni hanno acceduto alla richiesta del governo centrale di prendersi qualche centinaio di minorenni immigrati dei seimila stipati nelle Canarie, e Vox scandalizzata ha sbattuto la porta – uscendo anche dal raggruppamento conservatore europeo, quello di Meloni, atlantista, per fare massa con Orbàn, tra i (pochi) filo-russi.
Il partito Popolare ha agito perché si ritiene coperto a destra dall’Europeo di calcio. Che per la Spagna hanno vinto, con un bel calcio e nel tripudio di tutto il paese, due baby immigrati. Il minore catalano figlio di un marocchino e di una guineana, Lamine Yamal, ha portato la Spagna alla finale. Che un navarrino figlio di due ghanesi, Nico Williams, ha vinto. E non c’è stata più partita.

Oh l'amore, non c’è

Due atti unici, brevi, del repertorio esile di Natalia Ginzburg, sul tema dell’amore è cieco, che lo Stabile di Torino ha voluto esumare la passata stagione e Nanni Moretti si è assunto il compito di mettere in scena e in tour. Con un certo successo, forse per il richiamo Moretti e la bravura degli interpreti - Valerio Binasco, Daria Deflorian, Alessia Giuliani, Arianna Pozzoli, Giorgia Senesi.
Due commedie svelte, a una sola scena. Due dialoghi di fatto, senza drammaturgia, se non spiegata – due raccontini dialogati. Di vita borghese, sotto la vecchia forma connotante della tresca.
Il secondo è una gag da cabaret – stand-up comedy: lei confessa a lui di avere una storia col vicino, che invece sta partendo in vacanza con la moglie e lascia alla coppia il cane da accudire. “Fragole e panna”, più articolato, con una serva padrona e due coniugi che convivono per abitudine, mette in scena l’innamoramento folle di una giovane, madre, sposa, per lui, l’uomo della coppia abitudinaria, che non ne vuole sapere, senza drammi, anche questo giocato sull’“allegria”.
L’amore “allegro” di N. Ginzburg, qui come altrove, si segnala per la sua inesistenza-inconsistenza – è abitudine, fantasticheria, scemenza. Specie in famiglia: Natalia Ginzburg, sposa felice due volte, madre di molti figli, storica-narratrice di grandi famiglie, non ama molto le famiglie. Moretti l’avrà riproposta per questo, da vecchio lupo solitario, nel quadro di una generale misantropia.
Di curioso c’è il femminicidio. “Ma no, i mariti nn ammazzano mai”, dice un personaggio donna alla giovane moglie che teme il marito tradito. “Veramente;” obietta la moglie dell’amante della giovane, “di mariti che ammazzano le mogli sono pieni i giornali”, nel 1966.
“Fragole e panna” è precedente a “Ti ho sposato per allegria”, la commedia per cui l’autrice è ricordata, e sarà sceneggiato, dice la quarta di copertina, alla Rai nel 1975 (ma Teche-Rai, che tiene una documentazione particolareggiata degli sceneggiati, non ne dà traccia). “Dialogo”, 1970, sarebbe stato scritto per la televisione (neanche di questo c’è traccia negli archivi Rai).
Natalia Ginzburg, Fragole e panna – Dialogo, Einaudi, pp. 77 € 10

giovedì 5 settembre 2024

Letture - 556

letterautore


Calvino
– “Se avesse voluto avrebbe potuto darci il grande romanzo della nostra epoca”, diceva Giulio Bollati di Italo Cavino, compagno di lavoro di una vita alla casa editrice Einaudi, in un’intervista con la redazione della rivista “Idra”, fine 1991 (n.4\1991). Continuando, quasi lamentoso, che il meglio ha dato in “Le città invisibili”, “libro perfetto” ma “remoto”, di altri mondi.
 
Leopardi – Una sorta di ultra-Cristo ateo, se-poiché il suo “Infinito” è ultra-Vangelo – il meglio-del-meglio del Vangelo? È l’ipotesi di Piero Boitani nella critica del lungo saggio dello storico del cristianesimo Gaetano Lettieri, “Dulce naufragium. Desiderio infinito e ateofania in Leopardi”. Prima del verso che chiude l’infinito”, “e ilnaufragr l’è dolce in questo mare”, viene il distico: “Così tra questa\ immensità s’annega il pensier mio”. L’argomento di Lettieri come sintetizzato da Boitani: “Leopardi come un’opera gigantesca di «vanificazione» del cristianesimo”, ma l’infinità è divina – come aveva argomentato Gregorio di Nissa, Dio essendo l’infinito per eccellenza, l’unico infinito.
Lo stesso il “voto seren” de “La Ginestra”: “Poeta patiens nel deserto de La ginestra, Leopardi fa esperienza dell’«ateofania», per cui “quello leopardiano «più che un anti-vangelo»”, continua Boitani con le parole di Lettieri, “si rivela «un ultra-vangelo, intento a custodire il nucleo patico della tradizione cristiana»”.
 
Marcia nuziale – “Ha mai notato come rassomiglia a una marcia funebre?”, chiede l’ispettore capo Mason al giovane giornalista Michael Quigly che lo segue, nel giallo di E. Wallace “Maschera bianca”: “Basta rallentare un po’ il ritmo”.
 
Mediterraneo – Un personaggio del “Minotauro” di Benjamin Tammuz, un giovane greco diventato filologo in Spagna, ricordando una notte l’adolescenza, ha una visione del Mediterraneo. Ascolta la sorella cantare “le parole di una canzone greca, una canzone d’amore e di morte, una lunga storia raccontata da una melodia ripetitiva”, con “ritornello infinito”, che ora individua come “un miscuglio ben dosato di musica liturgica ebraica, flamenco spagnolo, canzone napoletana, e un flebile ricordo del lamento del coro dell’antica tragedia greca”. Un miscuglio che aveva ritrovato “in tutto il Mediterraneo”. E ora si dice il perché: “La loro origine è nei canti dei marinai fenici i quali, migliaia di anni fa, spingendo i remi e spiegando le vele,  erano salpati dalla riva le cui acque ora lambivano il giardino della loro casa, ed erano arrivati all’oceano; e in ogni posto avevano la sciato un segno e un ricordo, che nei secoli avrebbe fatto di questo mare l’anima della cultura. Ebrei, elleni, mussulmani e cristiani si sarebbero incontrati e divisi, si sarebbero massacrati e poi avrebbero avuto nostalgia gli uni degli altri, e alla fine, uno dopo l’altro, sarebbero usciti di scena”.
Ma non finisce qui: “Se ne sarebbero andati per poi tornare, ciclicamente, in una terrorizzante fuga, tra grida di dolore e distruzione…. Poi ci sarebbe stato un lungo silenzio, come se si levassero dalla tomba e ritornassero, nell’odore dell’arrosto di agnello, nelle canzoni che si trascinano stanche, lunghe e disperate”.
 
Melodramma – Russo, cubofuturista? “Com’è noto i cubofuturisti, e Pasternàk ne fornisce  l’esempio in liriche come Marburgo e nei poemi, non furono alieni dalle cadenze, dai modi e dalle tirate del melodramma” – Angelo Maria Ripellino, introduzione a B. Pasternàk, “L’infanzia di Zenja Ljuvers”.
 
Pasto nudo – “Titolo misterioso e di gran fascino originato da un refuso, si parlava in realtà di Naked Lust, nuda libidine”, invece che Naked Lunch, pasto nudo, il romanzo messicano di William Burroughs, scrittore beat un po’ a disagio – Mariarosa Mancuso, “La Lettura”.
Ma anche queer, il tema del libro, la passione libidinosa di un anziano per un ragazzo, si presta a equivoco. “Queer” è il titolo del film che Luca Guadagnino ha tratto dal romanzo. Ricevendone a Venezia, sulla prima pagina del “Corriere della sera”, un titolo come il seguente: “«Queer», l’amore tossico di Guadagnino”. Illustrato da una foto del regista con i suoi due interpreti, Daniel Craig e Drew Starkey, tre personaggi famosi tutt’e tre in occhiali neri, la sera, sul “tappeto rosso” delle celebrità - queer a chi?
 
Romanticismo italiano – Contestualizzando gli umori instabili della sua “Crestomazia italiana”, l’antologia cui Leopardi volle dedicarsi a tutti i costi negli anni 1820 benché da tutti sconsigliato, Giulio Bollati rileva che il lavoro, molto personale e per più aspetti anche bislacco (
non c’è il Trecento - Dante, Petrarca - né il Quattrocento), si svolge “in corrispondenza della massima caduta della corrispondente curva romantica fornita agli italiani dalla Staël, dagli Schlegel, dal Bouterwerk” e dal Sismondi (“L’invenzione dell’Italia moderna”, p. 12). Il romanticismo “fornito” agli italiani?

 
Sacro – È scomparso, sia la pratica (religiosa), col “vasto patrimonio di conoscenze” connesso, “non importa se credenti o no”, sia il concetto. È la conclusione di Marco Ventura su “La Lettura”. Rileggendo e chiosando il “Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia”, curato dieci anni fa dallo storico del cristianesimo Alberto Melloni.
 
Società civile - Non più in uso, fu dizione specialmente usata sul finire del Novecento, accompagnando la nascita dell’Ulivo-Pd, come dei “belli-e-buoni” della Repubblica. Ma ha origini antiche, soprattutto, come tutto ciò che concerne la politica moderna, britanniche, in uso a Londra. Già una ispettrice di Scotland Yard che veniva dal popolo, si chiede a un certo punto nel giallo di P.D.James “La stanza dei delitti”, 2003, se “non era il ceto medio facoltoso, istruito, progressista che, alla fin fine, controllava le loro vite”. Aprendosi a una lunga lamentela, non del tutto reazionaria, o da invidia sociale: “Ci criticano per reazioni grette e meschine che loro non avranno mai bisogno di sperimentare. Loro non sono costretti a vivere in uno di quei quartieri di case popolari con l’ascensore vandalizzato e una costante violenza incipiente. Non fanno frequentare ai figli scuole dove le aule sono campi di battaglia e l’ottanta per cento degli allievi non è in grado di parlare l’inglese. Se i loro ragazzini sono delinquenti vengono mandati da uno psichiatra, non in un tribunale per minori. Se hanno bisogno di cure mediche urgenti sono sempre in grado di pagarsele privatamente. Non c’è da meravigliarsi che possano permettersi di essere così maledettamente progressisti”. Permettersi di essere progressisti? Maledettamente?  P.D.James, funzionario poi dirigente del ministero dell’Interno a  Londra, per meriti letterari nominata alla camera dei Lord dalla regina Elisabetta, era di orientamento conservatore. Ma il suo detective, l’ispettore Dalgliesh, era un indeciso e un poeta.
 
Treno - I treni “corrispondono nell’arte pasternakiana ai vascelli di Blok, emblema della speranza”, A.M.Ripellino, intr. a B. Pasternàk, “L’infanzia d Zenja Ljuvers”, XI.
I treni saranno importanti nel “Dottor Živago”. Specie nel film, le scene più strazianti tra Julie Christie e Omar Sharif.

letterautore@antiit.eu

L’Europa violenta alle frontiere

L’ultima scena è solare. Piena di luce, di persone ben vestite e affabili, che s’incontrano quasi festive, alle stazioni, nelle piazze, agli aeroporti, a colori, con la didascalia: marzo 2022, la Polonia ha dato asilo a due milioni di rifugiati ucraini. Il primo episodio vede una famiglia siriana, nonno, figlio, con nuora e nipoti, in volo verso Minsk, Bielorussia, con regolare visto: hanno liquidato le loro attività in patria per sfuggire alle vessazioni dello Stato Islamico, e da Minsk in qualche modo giungere in Svezia, dove un fratello ha organizzato il trasferimento. A Minsk hanno per cellulare le istruzioni sul passaggio della frontiera organizzato. Ma alla frontiera la famiglia, cui si è aggiunta un’afghana, viene vessata dalla polizia bielorussa, “trecento dollari”, e poi buttata materialmente oltre il filo spinato, nella terra di nessuno con la Polonia. Il seguito è un crescendo di violenza, da film dell’orrore. Nelle luci di un bianco e nero livido, di fango, freddo, fame.
Altri episodi vedono in azione i gruppi polacchi di giovani, un po’ strafottenti, impegnati nel soccorso agli immigrati, specie se clandestini. Una psicologa cambia attività scoprendoli, e combinerà molti colpi a effetto. L’afghana non sa far valere il suo statuto di rifugiata politica in Polonia, e perde, disperata, inconsolabile, il figlio adolescente della famiglia siriana, che si è legato a lei per imparare l’inglese. Il lito fine sarà casuale, per un raptus di un giovane militare polacco di frontiera, che chiude gli occhi al passaggio verso la Svezia.
Un film dall’impianto ambizioso, si direbbe si volesse la storia in res dell’immigrazione in Europa. Dell’insipienza europea, delle tragedie che vi avvengono senza una ragione, un motivo qualsiasi. Dura due ore e mezzo. Un documento di brutalità inaccettabili, anche per un nazista, un sovranista feroce. Ma naviga a vista – come se la regista  al montaggio non abbia voluto rinunciare a niente delle scene girate. Un po’ è questa la non-politica europea, oscillante. Tra la violenza, le ruberie e la generosità. Ma il racconto non lega, eccetto che nella storia della famiglia siriana. Il governo polacco che si denuncia come para-nazista alla fine è quello che accoglie miracolosamente e bene due milioni di rifugiati in pochi giorni.
Agniezka Holland, Green Border, Sky cinema 2, Now

mercoledì 4 settembre 2024

Problemi di base letterari bis - 819

spock


“Poesia è tutto ciò che si perde in traduzione”, Robert Frost?
 
“Si traduce poesia attraverso la poesia”, Ottavio Fatica?
 
Dickens sì, De Amicis no?
 
“I memorialisti sono quelli che hanno troppo poca immaginazione per scrivere romanzi e troppo cattiva memoria per scrivere la verità”, Arthur Freeman?
 
“Abbiamo l’Arte per non morire di Verità”, F. Nietzsche?
 
“Un (giornale) quotidiano è come fare un figlio al giorno”, Gianni Agnelli?

spock@antiit.eu

L'ideale d'Italia in Leopardi e Manzoni

Si ripropone, in chiave commemorativa di un personaggio tra i più amabili dell’editoria del secondo Novecento, lettore attento delle proposte che finivano sul suo tavolo, epistolografo diffuso e partecipe, memoria quindi grata per molti, una serie di suoi dotti e acuti - oggi più di prima, degli euforici anni 1960 - saggi. Questo “Leopardi, Manzoni e altre imprese ideali prima dell’Unità”, è la sua “opera”, la raccolta di una ricerca puntigliosa e ingegnosa sulla formazione intellettuale dell’Italia. Analizzando gli autori centrali del secolo precedente l’unità e specialmente, in dettaglio, nella scrittura, nel contesto, nelle polemiche, Leopardi e Manzoni, come i due numi della patria da fare, ma anche Cattaneo, Alfieri e Pietro Verri, arriva a una conclusione a tutti visibile ma non percepita, della pascoliana “proletaria”, il Grande Paese che il mondo imperialista non ci riconosce. L’Italia arriva all’unità senza fare tesoro dell’illuminismo, e spesso anzi in polemica (Leopardi, Manzoni). Con l’esito negativo che tuttora dura: incapace all’origine di scollarsi di dosso il mito confuso del “primato”, morale e civile direbbe Gioberti, continua ad arrancare nelle sfide contemporanee.
Un tema che Bollati ha ripreso in un paio di interventi trent’anni fa sulla rivista “Micromega”. I testi qui riuniti sono del 1965, “Le tragedie di Alessandro Manzoni” (prefazione all’edizione Einaudi delle tragedie); del 1968, “La «Crestomazia italiana. La prosa» di Giacomo Leopardi”, introduzione alla pubblicazione Einaudi della “Crestomazia. La prosa”; del 1985, “Vittorio Alfieri e la Rivoluzione francese”, “Alessandro Manzoni e la Rivoluzione francese”, due voci del volume collettivo “L’albero della Rivoluzione”; del 1995 “La prosa morale e civile. Da Verri a Cattaneo”.
L’esito, o la chiave, è l’insistenza, intellettuale prima che sociale o politica. sulla “diversità”, sulla “specificità”, oggi più che mai forte col populismo in cattedra. Che ha impedito e, bizzarramente, continua a impedire, alla cultura italiana di entrare nella modernità senza complessi e quindi con intelligenza, senza remore preliminari. Un esito specialmente visibile nell’ambito culturale, o intellettuale, che lo ha determinato: dall’opinione pubblica alle scienze umane, dal giornalismo cioè all’accademia (ricerca), l’Italia è fuori degli schemi, ma complessivamente a disagio – costante è la domanda di “riconoscimento”.
Giulio Bollati, L’invenzione dell’Italia moderna, Bollati Boringhieri, pp.  195 €24

martedì 3 settembre 2024

Nostalgia di un’Europa russo-tedesca

C’è la Russia al cuore della ex Germania Est? Non si direbbe, visto che il Muro nel 1989 è stato abbattuto dall’Est, dai tedeschi della Germania Est. Ma se non c’è nostalgia della Russia in Germania, ce n’è invece per la Russia grande partner della Germania. Per un’Europa russo-tedesca di fatto – in Turingia la poesia del Reno è sconosciuta. Dev’essere così se il partito socialdemocratico, Spd, del cancelliere in carica è stato doppiato domenica dal Bsw, “Patto di Sahra Wagenknecht”, che ne è una costola ma su un punto è agli antipodi: la politica anti-russa.
C’entreranno, non sarebbe una novità, gli umori oscillanti dell’elettorato tedesco, tipo gregge. Ma due punti sono fatti e non umori. La Germania è un paese continentale, grande, tra la Francia e la Russia, e all’Est vede più la Russia: il Reno, la Francia, la Repubblica Federale di Bonn sono lontane dall’Est tedesco – più lontani, per dire, che dalla Lombardia o dal Veneto. La seconda ragione è che la Germania ha prosperato, dopo un lungo periodo di crisi successivo alla riunificazione, negli anni del cancellierato Schroeder e successivi, per il rapporto privilegiato instaurato con la Russia, soprattutto favorevole per i costi dell’energia - oltre che con quella sorta di unione doganale con la Cina ora da smantellare (gli scambi con gli Usacsono già tornati al primo posto). Una rendita svanita con la guerra in Ucraina, il primo motore del successo travolgente dell’estrema destra.

L’estrema destra secondo partito in Germania

Il successo di Afd e Bsw in Turingia e Sassonia è un fatto localizzato, per ora limitato a due piccoli Laender, due (come il Brandeburgo, prossimo Land al voto, dal 1990 governato dai socialisti) e quattro milioni. Ma sono Laender di grande tradizione e cultura, in Turingia sono Weimar, Gotha, Erfurt, e i Bach, la Sassonia è la regione di Dresda, Lipsia, Chemnitz. E il voto potrebbe fare breccia in Baviera, Land da sempre conservatore in politica, il più numeroso dopo la Renania, tredici milioni. Peggio, può già portare Afd dall’11-12 per cento nazionale al 20 e oltre, secondo partito più votato dopo i Cristiano-Demcratici (Cdu-Csu), più dei Verdi e dei Socialdemocratici.

L’opinione prevalente è che Afd non ci arriverà. Che beneficia del  ruolo di opposizione unica, mentre tutti gli altri partiti sono al governo, e questo è vero. E che il successo in Turingia e Sassonia suonerà da allarme nella coscienza dell’elettorato - questo non certo, storicamente  l’elettorato segue la corrente, è portato al plebiscitarismo. Oggi la guerra senza soluzione di continuità all’Est lascia in realtà aperto ogni esito.
In più peserà la crisi economica, che tradizionalmente in Germania ha avvantaggiato le destre, se all’opposizione. E accanto a Afd, benché su presupposti opposti, è in corsa ora anche il movimento di Sahra Wagenknecht, che si liquida come rosso-bruno, cioè di un’estrema sinistra fascistoide, ma di fatto ha richiamo tra i ceti professionali e gli intellettuali.  

Il libero arbitrio sul libero arbitrio

Ci si può fermare alla prefazione, critica, di Sergio Quinzio: “Una vittora di Pirro”, se “l’ideale erasmiano di un umanesimo cristiano si è dimostrato, storicamente, un equivoco….. Il conciliazionismo, il pluralismo, il relativismo che Erasmo intendeva affermare nell’orizzonte del Vangelo, riconducendo in qualche modo tutto ad esso, oggi si affermano in un orizzonte in cui prevale un paganeggiante scetticismo, o addirittura la caotica riduzione di qualsiasi verità a precaria e labile opinione”.
Un capolavoro dialettico di Erasmo, in contesa vittoriosa col negazionista Lutero, ripieno anche di molti saperi, teologici e filosofici, di metodo, di ricerca, si legge oggi come inutile. Non utile, quindi non significante, se non in astratto. Alieno da ogni e qualsiasi riflessione del momento presente. Peraltro poco pensieroso, forse per niente, anche a non voler dare ragione all’apocalittico Quinzio – che ne scriveva nel 1989, c’era ancora la Repubblica, cosiddetta Prima, dove la politica aveva un senso. Oggi non ci sarebbe stato duello tra Erasmo e Lutero, l’epoca essendo volgarmente materialista, da centro commerciale – non ha essa travolto anche il luteranesimo?  
Ma poi, anche a contestualizzare la disputa, a rileggere Erasmo come un libro di storia, come non dirla bizzarra? Molta teologia, e molta sapienza - discernimento, critica – ma come sempre una discussione del genere il libero arbitrio non lo presuppone?
Erasmo da Rotterdam, Sul libero arbitrio, Edizioni Studio Tesi, pp. 123 € 12

lunedì 2 settembre 2024

Ombre - 735

Dunque, l’inchiesta sule intercettazioni abusive della Procura Nazionale Antimafia non dormiva, come si lamentava in questa rubrica qualche settimana fa: c’è addirittura pendente la richiesta di arresto per il sostituto Procuratore Nazionale Antimafia Laudati e per il suo braccio destro, il tenente della Finanza Strano. Manca il nobiluomo napoletano Cafiero de Raho, il Procuratore Antimafia, dal quale Laudati dipendeva. E l’uso delle informazioni per lo scandalismo grillino - con il quale Cafiero de Raho si è assicurata la pensione alla Camera, eletto in pompa in Emilia.
 
Il russo Ildar  Abdrazakov, “il miglior basso oggi in circolazione, eludendo i veti politici che gli impediscono attualmente in esibirsi in Occidente, potrà invece di nuovo farsi ascoltare dal pubblico di Tokyo”, nell’“Attila” di Verdi, che il maestro Muti promuove -  Carla Moreni, “Sole 24 Ore Domenica”. In effetti, Netrebko canta perché ha perso la nazionalità austriaca. Eyvazov, peraltro nato in Algeri, perché è azero. Ma le sanzioni al basso come se fosse un boiardo di regime un po’ fanno ridere.
 
“Toti registrato per tre anni”, il presidente della Regione Liguria, sui telefoni e con le cimici in ufficio e nelle abitazioni, e anche in video. Tanto che il server della Procura è in tilt, come al flipper, incapace di fornire il materiale d’imputazione alla difesa. La polizia giudiziaria ha giudicato peraltro di suo, fornendo alla Procura solo alcuni materiali, quelli a suo giudizio criminosi.  Sembra una commedia e invece è l’inchiesta di Genova - come ricostruita da “la Repubblica”, il giornale, si direbbe, della pubblica accusa in Italia e anche a Genova.
 
Ma. ci sono voluti te anni per trovare un capo d’imputazione valido contro questo Toti? O i giudici sono lavativi? O si erano dimenticati di avere dato alla questura l’ordine d’intercettarlo, in ogni singolo atto, anche non parlato. Naturalmente non è più l’Italia in cui la polizia giudiziaria (Polizia o Carabinieri o Guardia di Finanza) autonomamente incolpa qualcuno – non c’è regime di polizia in Italia.
 
“Da cattolico trovo offensivo che si ipotizzino cattolici buoni e cattivi, così cattivi da pianificare di lasciar morire di fame i primi”. Zaia è un politico, sa usare il linguaggio, ma il suo uppercut è da ko, rispetto ai politicanti della Cei – Zuppi è un buon uomo, ma cardinale?
 
Ora si vuole fare di Durov, l’inventore e padrone di Telegram, un martire di Putin, un uomo in fuga che si consegna per protezione alla polizia francese, dicendo “arrestatemi”.  È la tesi dei servizi francesi, a copertura della magra che hanno fatto obbedendo alla Cia, per conto degli affaristi americani che vogliono Telegram gratis. Non è più un pedopornografo. Strano che i giornali italiani, “la Repubblica”, “Corriere della sera”, pubblichino tal quale l’imbeccata quotidiana. O non è strano?
 
L’Ucraina vince, l’Ucraina perde, sullo stesso giornale, anche nella stessa giornata, giusto in pagine differenti, persino con la stessa firma. È la guerra che fa perdere il senno?  Non si può fare cronaca della guerra con giudizio?
 
“La Ferrari vince il GP dei mercati”, non vincendo mai una gara (prima di Monza, erano anni). Sunseri fa il conto: “La capitalizzazione di mercato ha toccato quota 84 miliardi di euro, quasi il doppio di Stellantis. Colossi industriali come l’Eni, l’Enel o Leonardo valgono molto di meno”. Il mercato è una favola.
 
“La premier e Tajani hanno preso più voti di Macron e Scholz, a Roma un ruolo forte”: il “Corriere della sera” dà risalto a Manfred Weber, il presidente dei Popolari europei, intervistato da Guerzoni. I Popolari guardano a destra, i problemi in corso si risolvono lì, per evitare lo slittamento dell’elettorato all’estrema destra, come è già avvenuto nella ex Ddr, la Germania Orientale. E non da ora: lo stesso Weber era venuto cinque anni a corteggiare Salvini, dopo il suo exploit alle politiche e alle europee. L’estrema destra è un pericolo reale, e si combatte con la destra moderata. Non chiudendo gli occhi, magari eleggendosi “società civile”.
 
La sinistra ridicolizza la maestra Salis, ora eurodeputata. perché vuole l’occupazione delle case, “contro la speculazione” in agguato. Ma non la voleva e la praticava, da giudice, anche Kamala Harris a San Francisco, quando era giudice (era giudice Dem, cioè nominata e votata come candidata Democratica)?
 
Si continua a propalare la politica monetaria delle banche centrali (tassi su-tassi giù) come obbligata e dirimente. Ma la Federal Reserve, contro un’inflazione in netto calo, non ha ridotto i tassi. La Banca centrale europea, contro un’inflazione un tantino più resistente di quella americana, invece si. Ed ecco allora la Federal Reserve precipitarsi ad annunciare, mentre le Borse cominciavano a tremare sotto gli attacchi ribassisti, il taglio dei tassi. Il preannuncio è già una politica monetaria, in grado di muovere montagne di capitali, ed è tutto dire – la politica monetaria  è la politica del denaro.

La vita oltre la morte

 


Un film di sentimenti, non sentimentale. Non è il film strappalacrime che si poteva paventare all’uscita, alla promozione: la storia vera di una partoriente cui viene diagnosticato un tumore terminale poco prima del parto, che decide di lasciare alla sua creatura, una bambina, 18 regali, uno l’anno fino alla maggiore età. Un atto di possessione del futuro della figlia? No, regali ingenui, solo atto di presenza, un momento, un’idea, un suggerimento, anche solo un passatempo.
Grande aneddoto, grandioso, ma rischioso. Amato sa però raccontarlo col taglio giusto, sempre sorprendente. Misurati gli interpreti, il giusto: Vittoria Puccini, la madre , delicatezza e forza, Edoardo Leo, il padre, che seguirà la figlia anche in questa cerimonia, altrettanto partecipe senza strafare, e Benedetta Porcaroli, l’adolescente (il film non segue passo passo i diciotto anni) che ogni anno abbandona se stessa per confrontarsi col vuoto in cui è cresciuta e col dolore altrui, della madre, per una disgrazia, l’ evento irreparabile.
Un film di sentimenti, non facile in immagine, non sentimentale.
Francesco Amato, 18 regali, Raiplay

domenica 1 settembre 2024

Cronache dell’altro mondo – scolastiche (290)

La chiusura delle scuole un anno e mezzo per il covid ha avuto ripercussioni pesanti per le famiglie meno abbienti, della scuola pubblica, moltiplicando l’assenteismo cronico. Durante la pandemia e dopo, per difficoltà di reinserimento.
Il calo delle iscrizioni, in distretti scolastici sottopopolati, ha portato alla chiusura di scuole pubbliche “su scala senza precedenti”: “A livello nazionale le iscrizioni alla scuola pubblica sono diminuite di oltre un milione di studenti, molte famiglie avendo optato per scuole private o per l’alfabetizzazione domestica”.
Le chiusure di scuole pubbliche sono più numerose “nei luoghi dove le scuole sono state chiuse più a lungo durante la pandemia”.
A Rochester, nello stato d New York, “il distretto ha appena deciso di chiudere undici delle sue  quarantacinque scuole”. Ma il fenomeno è nazionale: “L’istruzione pubblica in America ha in atto un processo di chiusure”.
(“The New Yorker”)

Giallo imperiale

Furfanterie a Londra al tempo dell’impero, tra vergini inglesi bionde e celesti e bellimbusti che vengono da lontano, in questo caso da Sud Africa e Australia. A caccia di eredità, gioielli, conti in banca, vantando miniere, tenute e altri imperi da mettere in valore, alla credula Inghilterra. Contrastati dal solito giornalista investigativo, e da professionisti inglesi - è la polizia che ne sa di più, Scotland Yard. Con molte inversioni: i buon saranno cattivi, e viceversa, l'umanità, come si sa, è imprevedibile. 
Wallace va veloce, scriveva anche sette-otto romanzi l’anno – in tutto lasciò, fra “I quattro giusti”, l’esordio di successo istantaneo mondiale, 1905, e “King Kong”, 1932, 175 romanzi e 15 drammi. Più di Simenon, forse. Sette opere l’anno nella vita lavorativa. E si vede. Anche la lettura va veloce, le sorprese si accavallano. I personaggi lasciando un po’ poco credibili: la vicenda ha bisogno di un epilogo alla Poirot, una lenta spiegazione  - Poirot era nato nel 1920, con successo immediato, questo Wallace è del 1930.
La nuova traduzione di Giovanni Viganò, invece di quella datata dei Gialli Mondadori, di Alberto Tedeschi, non garantisce la verosimiglianza.
Edgar Wallace, Maschera Bianca, Polillo, pp. 256 € 16,90

sabato 31 agosto 2024

Problemi di base letterari - 818

spock


“Non ci interessano i fatti, ma le parole”, U. Eco?
 
“To be or not to be – Toby or not Toby. È questo il problema”, Lichtenberg?
 
“Il lato ironico dell’ironia”, Angelo Guccione?
 
“I poeti diventano bugiardi a furia d’inventar favole”, Corrado Alvaro?
 
Perché l’editore (il redattore), che scrive meglio dell’autore, non si fa autore?
 
“Le prefazioni sono un vizio”, Zavattini?
 
spock@antiit.eu

Non c’è cronaca se non c’è delitto

 "Yara, Erba e tutti gli altri” è il sottottitolo. Delitti e processi avventurosi: il mostro di Firenze, via Poma, Lavorini (“il primo depistaggio”) et al.. Delitti e processi che hanno fatto le cronache per mesi. Alcuni non risolti. Per imperizia, per negligenza anche, e ad arte (i casi di Firenze? troppa imperizia). Come ci si avviava a fare questo stesso agosto per l’assassinio di Sharon a Bergamo, pure semplice da risolvere.
La rivista li presenta come se fossero ossessione del lettori. Ma, fino a prova contraria, l’ossessione sembra più dei giornali, sempre più dipendenti dalle cronache giudiziarie, fantasia povera – le cronache giudiziarie sono da alcuni decenni il cuore dei giornali, dopo esserne state sempre convenientemente ai margini, se non per casi eccezionali, stragi, segreti, coperture. Peter Gomez, che il settimanale dirige, ne parla al passato: “C’era una volta il giallo dell’estate”. Ma la ricerca è più che mai attiva.
Che sia una forma di giornalismo più che curiosità di pubblico lo stesso Gomez fa capire con la semplice statistica che premette a questo “Millennium” di agosto: “Allora di omicidi ve n’erano a bizzeffe. Ancora nel 1990 in Italia si contavano oltre 1.789 morti ammazzati, saliti a 1.938 nell’anno successivo, prima di iniziare a calare a partire dal 1992, arrivando ai soli, si fa per dire, 330 del 2023” – malgrado il dilagare, avrebbe potuto aggiungere, dei femminicidi, e delle “fini pietose” (omicidio-suicidio).  
“Millennium”, L’ossessione del delitto, pp. 130, ill. € 3,90

venerdì 30 agosto 2024

Secondi pensieri

zeulig

Accidia – “Letargo dello spirito” la dice la romanziera P.D.James in “La stanza dei delitti”. E si chiede se non è più uno dei peccati capitali – l’“ostinata empietà nel rifiutare ogni gioia”. Per essere diventata pratica comune? Un peccato si vuole “eccezionale”, contrario a una certa razionalità, e quindi si derubrica quando non è più tale?
 
Classico – Il realismo aiuta a scrivere, non c’è idealità nella scrittura, anche se ai classici si dà questo privilegio. La scrittura nomina le cose, dice bene Roscellino, ma non deve esagerare, la retorica non ha censore peggiore dei suoi eccessi. Classico sta per misurato. Ma la misura è non inventare la realtà, pur inventando.
 
I classici, ha scoperto Tocqueville in America, sono aristocratici: scrivono per pochi, di temi scelti, e curano i particolari. Con opere peraltro non “irreprensibili”, poiché “ci sostengono dalla parte verso cui propendiamo”. Ogni testo non ha sostanza se non mutevole, compresa “la famiglia confusissima e zingaresca dei codici di Platone”, avrebbe detto il non citabile grecista Coppola, fascistissimo, ma il fatto è quello, già al tempo di Petrarca.
L’Enciclopedia, che fa il nostro mondo, è quella dello stampatore Le Breton. Che tagliava e cuciva per sue esigenze d’impaginazione, risparmio, legalità. Diderot lo scoprì un giorno che volle leggere in bozze un suo articolo della lettera S. Non protestò per non figurare responsabile dell’opera. Ma non protestarono neanche gli altri autori. E i classici iperdistillati non sono passati per schiere di copisti incolti, burloni, ebri? Sono classici per l’autorità di un grammatico oscuro, quali cose appartenenti alla prima classe dei cittadini, fra le cinque in cui l’ordinamento timocratico, in base al patrimonio fondiario, di Servio Tullio aveva diviso i romani. Dei latifondisti, insomma.
 
La narrazione no, ha vita propria. Ma in orizzontale. Una tessitura larga, piana, visibile. Non la storia che fa avanti e indietro, la freccia, ma un prato.
 
Filosofia – L’architetto è un filosofo? “Dicono che noi siamo bravi in pittura, scultura, musica, e non in filosofia come i tedeschi”, argomenta lo scrittore Saverio Strati nell’intervista “La mia età? Tremila anni di Calabria”, 2009, ripubblicata dal “Quotidiano di Calabria” il14 agosto: “Non è vero, noi la filosofia la facciamo con l’architettura”. È uno scrittore che riflette. Però, non col naso per aria: “Nei grandi palazzi del Rinascimento, e del post-Rinascimento abbiamo la struttura interna che è pensiero e la facciata esterna che è poesia”.
 
Nomadismo - Il nomade ha senso forte delle cose: nulla di più normato, regolare, immutabile, della vita dei nomadi, di più abitudinario. Si è nomadi da qui a lì. Ed è così che si costruisce una nazione: anzitutto viene il denaro, l’accumulazione primaria.
 
L’ebreo errante, favolista come il cabalista, si trasforma in roccioso colono senza mutare d’identità. Ci fu polemica tra i primi sionisti, tra chi voleva la rivoluzione e chi cercava case e terre. Ma non c’è partita in realtà, tra l’idea e la pietra, la rendita immobiliare che fonda la ricchezza. “Il vostro ideale”, Allen Ginsberg potè tardivamente ribattere ai sionisti, “è di costruire qui un nuovo Bronx”.
 
Peccato – È una nozione, o giudizio, e quindi mobile, evolve col contesto.
È atto o comportamento anomalo in rispetto a che cosa? Alla pratica o senso comune, accettata e quindi raccomandata, elevata a norma. Ci sono contesti in cui uccidere non è peccato, si sa, per esempio in guerra, o per legittima difesa. Istituzionalmente, legalmente. Ma è anche senso di colpa, e in questa forma è irredimibile, perfino persecutorio. Di chi ha fatto un incidente stradale, grave, mortale, senza responsabilità legale. La chiesa, che ne prevede l’assoluzione, è solo giusta, prima che caritatevole?


Realismo - Il realismo non è male, da Roscellino a Kant. “Ovunque io esigo vita”, dice il poeta Lenz di Büchner al buon pastore Oberlin, “possibilità di esistenza, e questo basta”. Il realismo serve alla bellezza, a trovarla e beneficiarne, non c’è una vera poesia idealista. “Le immagini più belle, le note più turgide e canore, si raggruppano e si dissolvono”, Lenz lo spiega benissimo: “Una cosa sola rimane: una bellezza infinita, che passa da una forma all’altra, eternamente dischiusa, immutata. Bisogna amare l’umanità, per penetrare nell’essenza speciale di ciascuno”. Serve a vivere, il realismo, e a godere. “Non sta a noi dire se la creazione sia bella o brutta. La certezza che quanto è stato creato ha vita viene prima di questo giudizio, ed è il solo criterio nelle cose d’arte”.

 
Il realismo serve alla verità. Cioè?
 
Storia - Bisogna essere per la “morale della storia”, come volevano i “Quaderni piacentini”, solo perché la storia approdi a negare se stessa: le guerre, i massacri e i processi. E, bisogna aggiungere, le sciocchezze.
 
La storia non è una macchina calcolatrice, scriveva Basil Davidson, dimenticato storico dell’Africa: “Si dispiega nell’immaginazione, e prende corpo in risposte multiformi”. Ma gli storici hanno le loro colpe. L’umanità si muove in modo continuo, anche se vario, mentre per capire le leggi del suo moto gli storici usano unità arbitrarie, discontinue: epoche, stadi, periodi, percorsi. E così, conclude Tolstòj, “ogni deduzione della storia si dissolve come polvere”. È come se si volesse coprire con la storia la realtà: si fanno appelli, s’invocano leggi, si creano fatalità. Si può sperare di capire le leggi della storia “solo ammettendo all’osservazione unità infinitesimali, il differenziale della storia, le inclinazioni omogenee degli uomini”, concede il conte. Che però ammonisce: “La stranezza e comicità della nuova storia è l’essere simile a un uomo sordo che risponda a domande che nessuno gli fa”. Ogni storia è nuova, ma è nota.
 
Quella contemporanea si vuole egualitaria. I ghigliottinati avevano nome e capo d’accusa, le loro colpe erano registrate, dissimili seppure uguali, David ne faceva quadri - anche se i quadri di David, sempre ammirati, restano di oscuro significato: la rivoluzione era una tappa, di non si sa che viaggio. Più dura è la violenza di massa, la follia in nome della ragione, l’obbrobrio della giustizia, di cui Auschwitz si volle completamento.

zeulig@antiit.eu

I classici asserviti all’asservimento

Sulla domanda “classica”, da Sainte-Beuve a T.S.Eliot, Mukherjee, professoressa di Inglese e Letterature Mondiali a Oxford, rilegge i classici alla luce delle “riscritture” (presentazioni, analisi, proposizioni) post-coloniali. Del secondo Novecento e dei primo Millennio, benché la sua ricerca si fermi al 2012, alla vigilia della pubblicazione. Nella letteratura inglese e in quella anglofona. Questa di mezzo mondo: Asia, Africa, Australia, Nuova Zelanda, Medio Oriente, West Indies, Europa, Nord America. Una rilettura anche dell’ “importanza” delle revisione critica postcoloniale, attraverso la sua promozione - premi, distribuzione, adattamenti multimediali.
Una rilettura vertiginosa. Che converge nell’assunto che i classici anche nell’era postcoloniale non sono riletti criticamente ma in appoggio a una sorta di “politica globale” intesa a perpetuare, attraverso di essi, l’impianto politico anteriore, della graduatoria delle civiltà. Un tesi nemmeno eretica o trasgressiva, contro il valore “universale” dei classici, tema anche questo molto arato. Una ricerca vastissima, anche molto fondata, ma argomentata politicamente.
Una sarabanda, che stordisce più che convincere. Alla luce della critical theory, che intende (intendeva?) fare piazza pulita di ogni assetto critico e ordinamento accademico in essere, in quanto “occidentale”, coloniale, etc. Il colonialismo c’è stato, il neo colonialismo pure, ma la riduzione di ogni prospettiva alla “politica globale”, seppure non contestabile (Mukherjee ne sa di più), lascia perplessi: è come leggere un pamphlet politico, lungo e insistente, malgrado tanta dottrina.
Ankhi Mukherjee, What is a Classic. Postcolonial Rewriting and Invention of the Canon, Stanford Univ. Press, 2013 pp. 272  € 34

giovedì 29 agosto 2024

Problemi di base stupidi bis - 817

spock
 
“Il brivido è la parte migliore dell’umanità”, Goethe, “Faust”, 6282?
 
“L’uomo, quando è commosso, sente l’immensità”, id. 6274?
 
Senza nessun senso del sacro, un papa cosa offre? 
 
“Contro la stupidità gli dei stessi lottano invano”, Friedrich Schiller?
 
“Gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte”, L. Sciascia?
 
Ma come fanno Wwf, Legambiente, Fridays for Future etc.  a raccomandare pale eoliche e pannelli solari?
 
L’ambiente va protetto distruggendolo?

spock@antiit.eu

Quando i David li dava Berlinguer

Riproposto per i cinquant’anni, li mostra. Vicenda e tipi da manuale: come il destino ribalta le fortune. La milanese, ricca e spocchiosa, e il napoletano, povero  e dritto. I soldi, e l’abilità. La natura, difficile e bella. E il trionfo della fisicità sui ruoli, psicologici, sociali. Una commedia divertentissima all’uscita – il successo fu tale che l’ha rifatta per il publico anglosassone il britannico Guy Rtschie, con l’allora sua moglie Madonna nel ruolo della Melato, e il figlio di Giannini, Adriano, in quello del padre. Oggi non molto, se non per gli sketch attesi, e pure un po’ lunga.
Il contesto è più interessante – di questo oggi si potrebbe fare comemdia, ma non si osa. Wertmüller, poi Oscar alla carriera, ebbe per il suo film di maggior più riuscito nel 1974 uno striminzito David di Donatello per la musica. La r egista essndo di simpatie socialiste il Pci vigilava. L’autore delle musiche, Piero Piccioni, restava malgrado tutto buon democristiano, e Berlinguer volentieri lo premiò.
Lina Wertmüller, Travolti da un insolito destino nel tranquillo mare d’agosto, Canale 34, CineAutore

mercoledì 28 agosto 2024

Caccia al russo

Dodici capi d’accusa contro Durov, il fondatore e padrone di Telegram – non si sa quali, ma a cominciare dalla pedopornografia, c’è altro di più squalificante? Il metodo usava ai tempi sovietici. Ma è la Francia republicana e anzi rivoluzionaria che lo propone. Per conto di non si sa chi, si dice. Ma non è un’aggravante. Brutta fine della Francia, dopo lo spettacolo pietoso dell’Olimpiade, dall’Ultima Cena stile Muccassassina di quarant’anni fa alla Senna inquinata e al villaggio olimpico col caffè scadente e senza condizionatori.
Ma non è della Francia il problema; si direbbe la caccia al russo. Come una volta agli “antipartito”: non c’è difesa, basta la parola. Instagram di Durov fa gola in America e questo basta, come TikTok - l’Occidente è rispettoso, anche della libertà d’impresa oltre che di opinione, specie in America, ma fino a che interesse non intervenga. E così è, o almeno sembra – fino a prova contraria, a qualche accusa precisa cioè a Durov. Perché si è tentato il giorno dopo – in ogni redazione ci sono sempre giornalisti collaboratori dei servizi segreti -  di allargare l’offensiva ai fondatori-padroni di Klarna e Revolut, altre galline dalle uova d’oro. Poi il Semiatowski di Klarna si è rivelato essere di origine polacca. Ma Storonsky è malleabile, è pure nato e cresciuto in Russia, quindi bisognerà presto “salvare” Revolut. Tanto più che il socio Yatsenko è russofono e ucraino insieme.
Certo, questi slavi costruttori d’imperi, anche loro, in giovane età, fanno impressione. Mentre la piccola  Europa se ne sta aggrappata ai micro Macron – che incarcerano chi la Cia chiede e non sanno ancora perché. L’ultima è che Durov si è fatto arrestare a Parigi per sfuggire alla cattura di Putin – di cui è, o è stato, oppositore. Una tipica “notizia” da servizi segreti (disinformacija si diceva una volta, in russo), che i media riprendono senza più.

Tra Russia e Cina un patto in yuan

Parte della ritirata dal dollaro è legata all’uso delle sanzioni per decisione unilaterale americana. Commerciali e ora anche monetarie. Si studia l’utilizzo delle riserve monetarie russe detenute in Occidente, come è stato deciso al G 7 pugliese – un fatto senza precedenti nelle relazioni internazionali.
In meno di un quinquennio – partendo quindi da prima dell’attacco all’Ucraina – l’economia russa si è “yuanizzata” – usa sempre più lo yuan cinese come moneta di regolamento internazionale. In parte per effetto, dopo la guerra, della chiusura alla Russia della rete di pagamenti Swift.
Gli ammontari sono rilevanti, giacché l’interscambio tra Russia e Cina è salito in due anni a 240 miliardi, il 67 per cento in più rispetto al 2021. Per la Russia la Cina è il primo mercato, per un terzo circa dell’interscambio con l’estero: il 38 per cento delle importazioni russe sono cinesi, il 31 per cento delle esportazioni va in Cina ed è in aumento rapido. Quindi un terzo del commercio estero russo è regolato in yuan.
A fine 2023 la quota della valuta cinese detenuta dalle banche russe superava quella in dollari, 68,7 contro 64,7 miliardi. E il valore dei prestiti russi denominati in yuan era triplicato, a 46 miliardi di dollari. 

Il mondo si restringe 2 – meno dollaro

Non soltanto nel commercio, un riallineamento è in corso perfino sul terreno monetario, dove pure la supremazia del dollaro è indiscussa. Cosa succederà non si può sapere, ma è chiaro che dopo il 4 novembre qualcosa succederà, vinca Harris la corsa alla presidenza americana oppure Trump. L’annuncio anticipato, irrituale, della Federal Reserve di un “prossimo” e “significativo”  allentamento della politica monetaria ne è un segnale.
Si sa del dollaro che è la moneta mondiale, un sorta di monopolio. E una sorta di “arma nucleare finanziaria” - e la vera arma di Washington, che sul piano militare tende invece a beccare. Non regolata da trattati o accordi di non proliferazione giacché è solo degli Stati Uniti. È anche noto che è stata usata “regolarmente”, quando cioè gli Stati Uniti ne hanno avuto bisogno. Nel 1971, nel pieno della guerra del Vietnam insostenibile, con la sospensione della convertibilità. Due anni dopo col rilancio in senso inverso, con la crisi petrolifera. Nel 1985 con l’“accordo del Plaza”, in senso inverso al 1973 (gli Stati Uniti si accordano con Giappone, Germania di Bonn, Uk e Francia per contrastare l’apprezzamento del dollaro, che rende le esportazioni americane troppo care). Ma le critiche crescono, che la più grade potenza sia anche “il più grande debitore del mondo”.
L’“uscita dal dollaro” è tema periodico. A lungo ha tenuto banco l’ipotesi del diritti speciali di prelievo, la media delle valute nazionali che è l’unità di conto del Fondo Monetario. Dell’uso crescente del yuan, la moneta cinese si parla da circa venti anni, da quando si è costituito il fronte politico dei Brics, 2001 (Brasile, Russia, India, Cina, poi, 2011, Sudafrica – oggi un fronte allargato a numerosi paesi, ma meno incisivo). Ora si progetta una moneta digitale “multi-banche centrali”, all’interno della Banca dei regolamenti di Basilea. Un esercizio futile? Ma ora le critiche recenti vengono dall’interno dell’America, per sottolinearne la vulnerabilità. Il disavanzo è sempre sostenuto, il debito cresce, ma i Treasury Us sono sempre in forte domanda. 
I titoli del Tesoro americano sono sempre stati i più ambiti e hanno attirato le maggiori risorse, da tutto il mondo. Gli investimenti esteri sono il più robusto supporto della potenza del dollaro. Ma questo rapporto è ora sentito come una dipendenza. Dalle autorità americane. E da investitori esteri importanti, con i quali i rapporti possono non sempre essere amichevoli. Oggi dalle petromonarchie e, di più, dalla Cina.
Negli ultimi quattro anni la Cina ha ridotto la quota delle sue riserve monetarie in titoli del Tesoro e delle agenzie americane dal 44 al 30 per cento. Uno sganciamento non decisivo ma sensibile. Più in generale, calcola il Fondo Monetario Internazionale, la quota in dollari nelle riserve globali è scesa nel Millennio, a fine 2023, dal 71 al 55 per cento.

Giallo di caratteri

Si procede con lentezza. Molte pagine su cosa pensano, o potrebbero pensare, senza attinenza con la vicenda, i personaggi via via in scena, tutti più o meno incolpevoli – oppure no? Si fa molto caffè, la sera decaffeinato, ma per lo più fresco, molendo i chicchi. Si arriva all’assassinio da perseguire,  non più atteso, improvviso, a p. 150 circa. Gli inquirenti, cinquanta pagine dopo l’assassinio, ancora non si sono ricordati di sentire due persone “informate sui fatti”, Ryan Archer, “il ragazzo” giardiniere improvvisato del museo,  convivente di un colonnello gay che brutalizza, e la figlia del morto. Uno dei personaggi, un vecchio spione  curatore del museo, viene visto per il quartiere di notte in compagnia di giovani maschi ma la cosa non è di nessun peso.
La storia non finisce con il primo morto, e quando partono gli interrogatori il catalogo delle figurine si allarga. Personaggi incidentali e luoghi sono tutti ampiamente detti e spiegati, il meccanico della Jaguar E, la macchina al  centro della vicenda, l’ospedale dove la vittima, psichiatra, lavorava, le infermiere. La psicologia e le dinamiche di gruppo della squadra che lavora col comandante Adam Dalgliesh, di Scotland Yard, l’inquirente stella della baronessa James, prendono alcune decine di pagine. Dalgliesh è anche poeta - un poeta del “dolore della vita”. Ryan ricorre molto come ragazzo pasoliniano - non di vita, di strada, violento e amabile, i “vecchi” lo ospitano volentieri.
Insomma, lento e divagante, e tuttavia si legge, senza saltare.
Con verità anche semplici: “Essere infermiere o medico in un pronto soccorso è un lavoro pericoloso”, specie il sabato sera - medici e infermieri si aggredivano a Londra giù vent’anni fa.  C’è anche la critica alla “società civile” di scalfariano conio in Italia, dei “buoni-e-belli” – praticamente del politicamente corretto del Partito Democratico (democristiani rinsaviti?): “Il ceto medio facoltoso, istruito, progressista che alla fin fine”, appare a una ispettrice di Scotland Yard che si è fatta da sé, “controllava le loro vite”.
La vicenda si dipana per qualche verso come in uno dei delitti documentati nella “Stanza dei delitti” del museo Dupayne a Hampstead, un museo creato da un signor Dupayne per documentare gli anni tra le due guerre, di cui è appassionato – anni in cui ricorrono anche dei delitti per qualche verso celebri. Il museo è ora in crisi perché i figli del fondatore sono divisi se continuare o no a tenerlo aperto. Su questa divisione parte la vicenda.
P.D.James procede con sussiego. È stata per un trentennio dirigente del Civil Service, anche alla Polizia, nonché alla Bbc e al British Council, poi baronetto e membro dei Lord,  e procede autorevole. Su Hampstead Heath, che rifà, pur scusandosene in avvertenza, e sui suoi personaggi. Piccoli, soprattutto le “donnette”, delle pulizia, portinaie, centraliniste, e grandi, psichiatra, proprietaria–direttrice di scuola privata, spione (ex – ma non si è mai ex nello spionaggio, dicono). Un giallo di caratteri, in notevole numero.
P.D.James, La stanza dei delitti, Il Giallo Mondadori, pp. 463 € 3,60

martedì 27 agosto 2024

Il mondo si restringe

Gli Stati Uniti di Biden-Harris hanno alzato contro la Cina per l’auto elettrica e il settore dell’innovazione energetica dazi del 100 per cento – imitati ora dal Canada, che pure non ha industrie nazionali di questi settori da proteggere. Mentre Trump ha nel programma un dazio universale del 10 per cento – del 60 sull’importazione dalla Cina. La Ue ha introdotto dazi dal 18 al 36 per cento sulle auto di fabbricazione cinese – lasciando aperta una trattativa, che Pechino ha accettato in linea di principo, ma il dazio è già attivo. In entrambi i casi con decisione sovrana, senza cioè i sospetti o le accuse di dumping, o di concorrenza comunque sleale, che nel diritto commerciale internazionale consentono teroicamente dazi e contingenti.
Dal Fondo Monetario il vice direttore Gita Gopinath denuncia una “frammentazione” degli scambi commerciali analoga a quella degli anni più rigidi della guerra fredda – il periodo più restrittivo per gli scambi internazionalei della storia moderna e contemporanea. Se non che – ed è un’aggravante – i pesi sono diversi oggi rispetto agli anni 1950-1960: allora il peso economico e commerciale degli Stati Uniti era preponderante, tre volte la quota dell’Urss nel pil mondiale, e addirittura dieci volte nel commercio internazionale. Oggi il confronto Usa-Cina vede gli Stati Uniti secondi: secondi nella quota del pil mondiale, 15,6 per cento nel 2023 contro il 18,7; secondi nella quota delle esportazioni mondiali, 9,9 sempre nel 2023 contro 11,3. Per non dire del confronto demografico. Anche in campo militare, dove il raffronto è impossibile, la Cina tuttavia è ben più forte dell’Urss di settanta anni fa.

Giallo piatto

Rivisto, il “Maigret” a grande budget, dopo la serie dei vecchi “Maigret” di Bruno Cremer che TopCrime ripropone, fa una curiosa impressione. Come di un personaggio ripetitivo, cioè prevedibile, e scontato. Senza le sorprese di cui Simenon carica i romanzi “duri”, quelli senza Maigret. A volte perfino insopportabili, senza respiro – anche se non c’è il morto da indagare. Sempre il demi-monde, piccoloborghese che vive di espedienti -     quello che in francese è il racconto de moeurs, di costume. E la bonomia di Maigret, indulgente alla cattiveria, della colpa che non è una colpa. Un  Maigret che sembra l’antesignano di Don Matteo.
Molto di questa impressione è dovuto all’epoca, spesso il dopoguerra – l’ultimo nei film, il primo nei libri. Come un esercizio che Simenon ripeteva, anche uno al mese, per alimentare la serialità. L’autore prigioniero del personaggio che Camilleri lamentava, del suo Montalbano, che lo cannibalizzava.
La sapienza di Leconte e l’eroico Depardieu trasformato in tranquillo commissario si direbbero, in questa bonaccia, l’unica sorpresa.
Patrice Leconte,
Maigret, Sky Cinema, Now

lunedì 26 agosto 2024

Letture - 556

letterautore


Achille
-  Un mafioso nel “Troilo e Cressida” di Shakespeare: uno che fa ammazzare i nemici dagli sgherri, e vuole che si sappia. Fa inseguire Ettore al ritorno a casa, e mentre si spoglia delle armi, lo fa attaccare a tradimento. Dopodiché incita i killer: “Avanti, Mirmidoni, gridate a tutti a gran voce: «Achille ha ucciso il potente Ettore»”. Ma Piero Boitani fa per questo Shakespeare (“L’epica classica chiusa dal Bardo” “Domenica-Sole 24 Ore” 25 agosto), il “moderno perfetto”. Dopo aver osservato dubitativo: “Forse la vera guerra si fa così, facendo attaccare il nemico disarmato in questo modo”, cioè a tradimento. Dunque, anche il moderno è mafioso. Anche Shakespeare…..
 
Carcere
– Fra le “istituzioni totali” che presidiano la narrativa, Vanni Santoni (“La Lettura” di domenica 18) ne limita l’uso a Roberto Bolaño e Stephen King. Ma l’“istituzione” era di successo già con Defoe, “Moll Flanders” – con la madre e con la figlia. Molti sono i carcerati e le carceri  nella letteratura americana (oltre che nella cinematografia), a partire da Poe , “Il pozzo e il pendolo” – Faulkner per es., “Le palme selvagge”.
 
Marco Polo ci scrisse “Il Milione”. Anche Gramsci scrisse molto, e il meglio, in carcere. Casanova riuscì a fuggirne, per compiere la sua opera – che scriverà in vecchiaia, un po’ recluso volontario.

 
Francese
– “La lingua della mediocrità” per il Leopardi maturo: “La lingua francese è propriamente, sotto ogni rapporto, in ogni verso, la lingua della mediocrità”. Per un motivo preciso: “È la lingua della ragione e della società” (“Zibaldone”, 1985-86)
È per questo, aggiungerà, “che il tuono di qualsiasi scrittura francese fin dalla prima sillaba è quello di uno che parla ad alta voce”.
 
Musica – “Cos’è in realtà la musica? È un discorso”, si chiede e si risponde Benjamin Tammuz in “Il minotauro”. Con una specificità: “Il compositore non parla con parole, ma con simboli; come un muto che parla a gesti e spera che lo capiscano”. Non solo: “Non è sicuro. Vuole che lo capiscano, ma sa che i segnali giungono solo a chi sa decifrarli”.
Il mondo “di cui il compositore racconta è un mondo reale” – “proprio come la mia stanza, o come i miei pensieri”, si argomenta lo scrittore – ma “in genere si tratta di un luogo segreto, che ognuno ha per sé”.
 
Scrivere – Richiede un pedigree – è tanto migliore scrittura (poesia, narrativa, etc.) quanto più può vantare precedenti, esercizi e tentativi pregressi? Ne hanno discusso i caraibici, autori di lingua inglese, sull’onda di un’osservazione di Naipaul: “È molto difficile scrivere dove non c’è stata scrittura”. Derek Walcott, al contrario, più upbeat, vantava “l’unicità di scrivere su un’isola caraibica che, prima di lui, non aveva mai provato la scrittura”. La questione si complicò con i tanti scrittori caraibici d’Inghilterra, che sapevano poco o nulla dei Caraibi. Ma non sono tutti scrittori inglesi, di lingua inglese – che raccontano i Caraibi? La scrittura non è la lingua?
 
Tisi – Funesta nell’Ottocento, e nel primo Novecento, per gli autori e per i personaggi, Vanni Santoni ne può fare una lista lunga su “La Lettura” di domenica 19. Partendo dagli autori. La
 raccontavano perché ne erano, o ne erano stati, affetti: Cechov, Gozzano, Anne e Charlotte Brontë, Keats, Orwell, Novalis, Kafka, Paganini e Pergolesi, Modigliani, D. Hammett e C. Bukowski. E Thomas Mann, che l’ha romanzata – no, Th. Mann no, infatti non racconta la tbc, né ne fa soffrire i suoi personaggi, se non marginalmente, il sanatorio è scena di fondo per le “conversation pieces” che fanno “La montagna incantata” o magica, al Berghof di Davos.

Più lunga la lista dei personaggi. “La lista, anche escludendo comprimari e comparse, risulta lunga”, premette Santoni: la Silvia di Leopardi, la Mimì della “Bohème” di Puccini (la Margherita Gautier di Dumas figlio, “La dama delle camelie”), il  piccolo Ilja dei “Fratelli Karamazov”, la Fantine di Victor Hugo (l’amore semplice, il primo amore, dei “Miserabili”), i personaggi dei poemi e racconti del maiorchino Blai Bonet, lo Hans Castorp e i tanti altri, gesuiti e non, del Berghof di Th. Mann.
La morte (la morta) per tisi è uno dei soggetti ricorrenti del pittore E. Munch – “La madre morta”, “La fanciulla malata”.  Monet ha ritratto la moglie morta di tisi nel letto di morte. Ingrid Bergman è malata di tisi in “Campane di Santa Maria”. Kurosawa ha un dottore ossessionato dalla tbc in “L’angelo ubriaco”.
La location di Th. Mann, per quanto di lusso, ispirerà altri romanzi-saggio, o memoriali. In particolare Thomas Bernhard, nei cinque romanzi brevi che ne fanno l’autobiografia, “L’origine”, “La cantina”, “II respiro”, “Il freddo”, “Un bambino”: punto di riflessione l’infezione giovanile, il luogo il Grafenhof. Ma l’archetipo, in fatto di location, sarebbe il Monte Verità, sopra Ascona nel Canton Ticino. Che secondo Santoni è il modello del Berghof di Th. Mann, col suo “numero di ospiti strambi superiori alla media di un sanatorio" – il Monte ora rifugio di ritiri psichedelici, come già di “festival trasformativi” e di comunità hippy, aveva ospiti a inizio Novecento, qualche anno prima della “Montagna incantata” dunque, Jung, Remarque, Hermann Hesse, Max Brod, Isadora Duncan.
Debellata la tbc, nota Santoni, altre “istituzioni totali” sono emerse: il manicomio (R. Musil, Ken Kesey), l’ospedale militare (Bolaño), il carcere (sempre Bolaño, e Stephen King), Steinbeck, Poe, “Il pozzo e il pendolo”), il convento (“Il nome della rosa”), il collegio (“Harry Potter”), la comunità di recupero (D.F.Wallace). Solo Olga Tokarczuk torna al sanatorio, nella novità “Empuzjon”.   
 
Traduzione – Tradurre “implica  trovare, sotto le parole, altre parole, ognuna delle quali ne nasconde un’altra, e quando viene alla luce evoca altre cose al posto delle prima”, Claudio Magris, nell’epicedio in memoria di Jean Pastureau, suo traduttore in francese (“Corriere della sera” di mercoledì 21). Uno scavo. No, un costruzione, continua Magris: “Tradurre significa ricercare una storia o un destino, facendoli restare se stessi e insieme diventare altri”.
È un procedimento “complesso” e “gentile”, continua Magris. In passato le traduzioni erano semplicemente letteratura e John Dryden riteneva che il suo capolavoro fosse  la traduzione dell’“Eneide” (come Vincenzo Monti evidentemente dell’“Iliade”, n.d.r.), mentre Goethe diceva che la versione francese del ‘Faust’ di Gérard de Nerval era migliore del suo originale tedesco”. Magris la vuole di più. Ricorda Lea Ritter Santini, la germanista anche grande traduttrice: “La traduzione letteraria ritrae l’originale con fedeltà e con libertà, come l’onda musicale nella grazia di un ballo”. E Goethe de “Il divano occidentale-orientale”, “quattro versi che potrebbero essere il vessillo della traduzione”. «È una creatura viva\ che in sé stessa si è divisa,\son due che si scelgono\ sì che le si riconosca una?»” Ma va anche oltre, facendo della traduzione una creazione doppia: “Tradurre significa ricreare una storia o un destino, facendoli restare se stessi e insieme diventare altri”.

letterautore@antiit.eu

L’invidia è sterile

“Se un uomo è un criminale non può essere un buon musicista, e neppure un vero artista”, Benjamin Tammuz, “Il Minotauro”. Ma può muovere una storia avvincente.
Con la presentazione, preziosa, di Roberto de Simone.
Aleksandr Puškin, Mozart e Salieri, Einaudi, pp. 61 € 10

domenica 25 agosto 2024

Ombre - 734

“Lacrime e ricorsi legali: «Così faremo restare i bambini ucraini nelle nostre famiglie». Il caso di Bergamo, la polemica Kiev-Roma”. Dove si vede che gli italiani vogliono i bambini ma già fatti.
Cinicamente, si può anche dire che le guerre sono benvenute, in Europa ora come già in Africa, Asia, America Latina, perché “producono” bambini in affido. Al punto che se l’Ucraina, il loro Paese, li reclama cessata l’emergenza orfanotrofi, loro fanno causa.
 
Contemporaneamente, però, il settimanale “Io Donna” può fare un’inchiesta sui figli che non “arrivano”, neanche nell’età giusta. Benché voluti, anche strenuamente, tra esami e controesami. Oggi, al top della medicina. La maternità frustrata è un tema del Millennio, più che rifiutata. Checché ne pensi certo femminismo, o la falange dei “diritti”.
 
Fa senso il settimanale “La Lettura”, che dedica i servizi di apertura a sdoganare il terrorismo islamico. Diane Foley  si sarebbe fatta dire dal terrorista che ha decapitato suo figlio James, senza colpa: “Lei è la madre di tutti noi”. Una bionda norvegese dimostra in un libro di quindici anni fa che la strage di Beslan fu l’opera di Putin – l’assalto islamista alla scuola di Beslan in Russia l’1 settembre 2004, con 1,100 persone in ostaggio, i più bambini, conclusosi con la morte di 333 ostaggi, di cui 186 bambini, e 31 terroristi. La scomparsa di padre Dall’Oglio in Siria, nel territorio dello Stato islamico, è addebitata obliquamente, al regime siriano. Fa senso il giorno in cui in Germania gli islamisti ammazzano chi capita e ne godono. Incidente di lavoro, cupio dissolvi?
 
Lo stesso giorno il “Corriere della sera”, di cui “La Lettura” è un settimanale, fa parlare lo scrittore algerino Kamel Daoud (franco-algerino), che del terrorismo islamico ha avuto esperienza diretta trent’anni fa al suo paese, tra decapitazioni e squartamenti. E ammonisce: “L’Occidente non sia il nutrimento della barbarie”, con la condiscendenza.
 
Lo stesso Daoud ha una considerazione precisa, in fine intervista, a proposito del malgoverno-ingovernabilità dell’Africa di cui in questo sito due giorni fa: “Io ammiro i clandestini che salgono sulle barche per raggiungere l’Europa: loro sanno da che parte è la libertà”.
 
Paolo Franchi dedica un ricordo commosso sul “Corriere della sera” a Ottaviano Del Turco, onest’uomo, sindacalista, massacrato dai giudici con una decina di processi infamanti per il solo fatto che era socialista. Processi poi svaniti, senza che nessuno di loro abbia pagato pegno. Fino al giudice Grasso, uno che senza mai lavorare s’è fatto presidente del Senato, e in tale augusta veste tolse a Del Turco la pensione da senatore, minima - misura che il Senato ha poi dovuto cassare.
Ma non è un problema solo di giudici. È di media o opinione pubblica. E di (quella che rimane, si pretende) sinistra.
 
Si riapre la trattativa Israele-Hamas e si esibisce al solito ottimismo. Quando si sa che Netanyahu non vuole nessuna trattativa. È la tragedia di questa guerra: Netanyahu vuole gli ostaggi morti, per rendere insanabile lo scontro con i palestinesi? Fa come se. Avrebbe potuto arrivare alla liberazione degli ostaggi alla prima trattativa, e poi distruggere Hamas – Hamas invece che Gaza.
È una verità lapalissiana, perché non dirlo?
 
In America si discute molto del sionismo. Se e quanto era giusto, e anche necessario, nella forma dell’occupazione. Partendo dalla bugia di Herzl, che la Palestina fosse un territorio vuoto, da sempre in attesa dei suoi ebrei. Ma era una bugia per modo di dire – Gerusalemme era una porta di casa.
 
Tanto rumore per nulla? Sembra, almeno fino ad ora: nessuna inchiesta a carico di Arianna Meloni, la “sorella”, per traffico d’influenze. Meloni ha adottato la tattica Crosetto, della denuncia anticipata della combinata procuratori-giudiziarie (cronache giudiziarie)? Con Crosetto ha funzionato – senza danno per nessuno , la cosa è finita nel nulla (chi ricorda più il maresciallo o sottotenente Strano, il Grande Spione?): basta dare in pasto ai cronisti giudiziari un’altra volpe da puntare.
 
La cosa, sottaciuta ovviamente dalle cronache giudiziarie, è meritevole di attenzione: i Procuratori della Repubblica sanno he la carriera si fa con i cronisti giudiziari, ma sono anche carrieristi, non stupidi. Non potendosi limitare il diritto di cronaca, l’allarme anticipato potrebbe essere un’ottima difesa – i Procuratori normalmente non sono ardimentosi, procedono coperti.

 

L’amore estremo e l’impossibilità di vivere, in Israele

Un  amore per corrispondenza, tra sconosciuti, “sul piano astratto dove soltanto le anime si sfiorano, separate dal corpo e senza più legame con esso”. Una storia d’amore affascinante, e-benché distruttivo - dalle cronache si apprende che Valerie Perrin, la scrittrice francese, è così entrata in contatto con Claude Lelouch, ma con finale lieto.
La quarta di copertina è la sinossi più attendibile. Un agente segreto israeliano s’innamora di una ragazza incontrata sull’autobus: è lei, la visione, la donna del destino – sarà Thea, la divina. Ne carpisce l’indirizzo e avvia una corrispondenza amorosa avvincente. A senso unico, perché la ragazza, che è turbata dalle lettere dello sconosciuto, non sa dove scrivergli – gli scrive mentalmente. In un primo momento. Poi l’uomo le dà degli indirizzi fermo posta, che ritira con vari accorgimenti per non farsi vedere, e il colloquio a distanza a prosegue, per anni, ora più intenso e spedito.
Una storia d’amore, ma con derive sempre più morbose. Verso il controllo ossessivo della ragazza. Compreso, forse, un assassinio. Ma sempre ad elevato diapason. E avvincente: la ragazza, ormai donna, non se ne sente soffocare. Non ci sarà il lieto fine, la storia personale di lui non lo consente, ma è come se, l’amore resta, quale è stato.
Come l’uomo è diventato un agente segreto è un’altra storia. Questo è un secondo racconto, benché sullo sfondo: il bravo cittadino israeliano, che ha già avuto più vite, mal si adatta alla nuova, una sorta di leva obbligata. Non contestata, ma che non gli consente di avere una vita vera, sempre di barba e baffi finti, e occhiali scuri. Il titolo, l’essere dalle due nature, si spiega più con questo secondo aspetto della storia.  
Tammuz ((1919-1989), israeliano di origine russa, di una famiglia che fu tra le prime a emigrare in Palestina, nel 1924, diplomatico israeliano e giornalista (editorialista di politica estera), sembra, guardato da lontano, un calco della sua storia. Il suo personaggio è un disadattato. La sua prima esperienza di giovane cresciuto, ventenne, è di confrontarsi con un arabo che lo sfida: vita o morte. Ma non è quella decisiva. Quella viene in Cisgiordania, dove pure era stato allevato tra grandi agi in una enorme fattoria, che riscopre dopo l’occupazione nel 1967: “Chi cono io?”, si chiede. E capisce alcune cose: "Quella che prima era una mia esperienza privata è diventata un’esperienza comune a molti. Un tempo solo io tra gli ebrei avevo combattuto un arabo in un guado dello Iabbok uscendone vincitore… Adesso tutti gli ebrei prendono parte a questa pazzia. Forse pochi ne sono coscienti, ma tutti lo sentono; hanno vinto e hanno perso. Hanno lottato, hanno lasciato morire e hanno uccio, e adesso la vittima e il vincitore hanno nostalgia l’uno dell’altro, e non c’è modo di tornare indietro, perché uno di loro è stato ucciso. In realtà, sono stati uccisi entrambi”.
Questo nel primo anno dell’occupazione, quando lui poteva mimetizzarsi con gli arabi come uno straniero. Un anno dopo, quando il protagonista torna dall’Europa, “l’incantesimo era svanito: gli arabi dei territori occupati si erano ripresi dallo stupore, erano pieni di rabbia, tiravano bombe a mano sulle folle di turisti ebrei nei vicoli e nei villaggi, sistemavano bombe nel centro della città….. e il numero dei visionari andava diminuendo con incredibile velocità”.  
Tammuz – i suoi personaggi - pensa mentre racconta. Nel mezzo, in una paginetta, 68-69, tutto  il Mediterraneo. Il titolo, e buona parte del racconto (la musica fa parte dell’amore de loin), sono spiegati a metà narrazione, in forma di visione in dormiveglia, del protagonista bambino che  guarda l’acquaforte attaccata alla parete, arrrivata in regalo da Parigi, col mostro dalla testa di toro e il corpo di uomo, “che si piegava sulle ginocchia in un’arena, sul punto di morire”. Il bambino vuole fortemenrte un miracolo, che il minotauro sia salvato, ma la cosa non avviene e allora chiude gli occhi. “E chiudendoli vide, come dal di fuori, che apriva una breccia nel primo cerchio della musica, entrava e vi si fermava un poco. Poi aprì un’altra breccia nel secondo cerchio , si trovò vicino al centro; e alla fine aprì una breccia nel terzo cerchio – e subito si addormentò”. È il percorso amoroso – “stare svegli al centro della musica è impossibile, è pericoloso e superiore alle forze di chiunque”.
Benjamin Tammuz, Il Minotauro, e\o, pp. 171 € 12