mercoledì 19 marzo 2025
Lilit marziana
Due
superstar, Kate Blanchett e Jamie Lee Crtis, che è pure attrice comica, rara
avis, spese per un fanta-western. Su Andorra, “pianeta selvaggio”, una
cacciatrice di taglie (Kate Blanchett) dal babilonese-ebraico nome di Lilit, demone
della tempesta, è impegnata in una difficile opera di salvataggio di una donzella.
Per farlo arruola una squadra molto speciale: un mercenario, una scienziata eccentrica (Jamie
Lee Curtis), l’adolescente capicciosissima Tiny Tina (Ariana Greenblatt), una
specie di gigante, e il robot Claptrap – anticipazione, certo, di un personaggio
che dovremo sopportare sempre più spesso. Ma non si ride e non si trema.
Il film sarebbe un adattamento di una “saga videoludica” di successo.
Eli Roth, Borderlands, Sky Cinema
martedì 18 marzo 2025
Problemi di base europeisti - 846
spock
L’Europa farà da sé, senza la Nato?
Con la
Germania?
E con la
Francia?
Troppo antiamericanismo,
camuffato da anti-Trump: forse che non vogliamo le paci che minaccia?
Si ragiona o
si sragiona?
Così tanto -
non è che c’è lo zampino di Putin, che manovra come in Romania, e ci manda alla
guerra contro gli Usa?
spock@antiit.eu
Niente figli, meno risparmio (meno immobiliare)
Fondi, polizze vita, fondazione fiduciaria, trust: le assicurazioni e il “private
banking”, i gestori di patrimoni, li muovono verso la filantropia. Anche loro nell’ottica
del “fine vita”, ma al fine di valorizzare i patrimoni: consigliano lasciti per
opere di bene. Perché la demografia in calo riduce fortemente le successioni
ereditarie. E allora, piuttosto che lasciare patrimoni inerti, contesi da parentele
dubbie e Stati inerti, consgliano di promuovere la filantropia – di beneficiare
enti di tutela sociale. È la novità che l’Aipb, l’associazione del “private
banking” dettaglia nel rapporto 2024.
Entro il 2040, calcola la F ondazione Cariplo, patrimoni per 88 miliardi
non avranno eredi, a causa della demografia carente, tra bassa natalità e prolungamento
della vita media. Fra cinque anni, al 2030, saranno senza eredi patrimoni per
21 miliardi. Un Fondo Filantropico Italiano è già nato per canalizzare le nuove
vie ereditarie.
La mutata demografia dovrebbe a breve influire sulle abitudini-attitudini
al risparmio, privilegiando la spesa per consumi. Per un’economia come quella italiana,
caratterizzata da una forte capacità\attitudine al risparmio privato, di cui
detiene il record mondiale (fino a qualche anno fa alla pari con le famiglie
giapponesi), è un cambiamento di ottica radicale.
Le ripercussioni si potrebbero avere già a breve, sull’immobiliare – le
seconde case, le case da investimento.
La Cina terzo incomodo guarda all’Europa
La Cina non vuole restare fuori della pace, che si annuncia sull’Ucraina,
fra Trump e Putin. In questi anni di guerra ha potuto avere al suo fianco la Russia
di Putin, grande potenza nucleare, e non intenderebbe perderla. La “triplice alleanza”
che si sarebbe prospettata ancora qualche mese fa, tra Usa, Cina e Russia
(secondo uno schema proposto su “Le Monde” dal gesuita francese Benoît
Vermander, direttore dell’Accademia Matteo Ricci all’università Furlan di Shanhgai)
rischiando di diventare “duplice”, Pechino mostra di guardare con interesse al
riarmo dell’Europa.
Di fatto, l’approccio di Trump alla Russia di Putin muove dall’obiettivo,
principalmente, di isolare la Cina. Gli effetti sono già visibili sulle automobili: le auto cinesi, che hanno soppiantato in questi tre anni in Russia le auto europee, ora sono oberate di dazi.
Vigilare sui vigili
Al
Pantheon “continuano i bivacchi sugli scalini” della fontana, appena oggetto di
un un lunghissimo (un anno? due?) restauro. Lo stesso a
Trinità dei Monti, la scalinata, anch’essa restaurata, lungamente, una decina d’anni fa.
Non basterebbe un vigile, col fischietto? I vigili non lavorano alle ore dei pasti,
12-15 (cioè, come vuole la vulgata, in queste ore non ci sono, è nelle altre
che non lavorano).
Succede a Roma perché i vigili vi hanno uno statuto speciale? L’ex sindaco
Marino fu fatto rimuovere dai vigili, per mezzo del suo stesso intemerato partito,
il Pd, perché pretendeva di non pagargli lo straordinario notturno dopo le quattro
del pomeriggio. Mentre si vedono nel quartiere , invece che nelle strade commerciali,
dove si parcheggia liberamente in doppia fila da entrambi i lati, agli incroci,
sui marciapiedi, aggirarsi la mattina, dalle 8.30 alle 10, ora del caffè, per
le stradine residenziali, a contare i centimetri con cui un copertone fa ombra alle strisce pedonali, per in due, anche in tre, redigere la salatissima multa.
Ma poi si legge che un comandante dei vigili di Anzola ha ucciso con un
colpo di pistola alla tempia, nella sede del comando, una vigilessa sua amante
perché legata a lui da un “contratto di sottomissione sessuale” – questa la sua
tesi difensiva. E ciò succede ad Anzola, cioè a Bologna.
Vigili di quale urbanità? Se i Comuni hanno bisogno delle multe, non
bastano i multatori, a percentuale? Perché dobbiamo pure pagarli?
Ma il popolo è vivo, e combatte insieme a noi
“L’esistenza nell’epoca della post-politica”
è il sottotitolo della riflessione. Un saggio di un fenomenologo, e cioè non di
un osservatore della realtà, dei linguaggi, dei costumi o modi di essere, ma del
modo di essere della lettura di questi “fatti”. Per concludere con la tesi: “C’è populismo
perché non non c’è più Popolo”.
Sul “Popolo” molto si è riflettuto, un paio
di secoli fa, quando la parola si è imposta dopo la rivoluzione del 1789, specialmente
in Francia, da Fourier, Porudhon, Michelet, Victor Hugo e altri. Ancora recentemente, nel 1990 a
Barcellona, si è anche arrivati a una Dichiarazione universale dei Diritti
Collettivi dei Popoli (in chiave secessione catalana?): “Ogni collettività umana avente un
riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica,
sviluppate su un territorio geograficamente determinato (...) costituisce un
popolo. Ogni popolo ha il diritto di identificarsi in quanto tale. Ogni popolo
ha il diritto ad affermarsi come nazione”. Molte guerre, del resto, anche recentemente,
sono state fatte, e anche molto sanguinose, nel nome del diritto dei popoli.
Qual è il popolo che interessa il fenomenologo? Quello del “populismo”, il
popolo politico, elettore: il populismo l’ha ucciso, è il tema di Costa, si
esercita in corpore vili. Gravi conseguenze ne discendono per il “processo
democratico”.
Ma c’era più democaazia con i partiti-partiti
– quando l’Italia era affetta, sempre secondo i teorici liberaldemocratici, dal
partitismo? Il populismo che si lamenta è una risultanza. È trafficare – farne
incetta, farla prigioniera – sull’opinione pubblica senza filtri critici, a chi
la spara “meglio”, o più grossa. Senza più mediazione politica, né d’informazione.
È un corto circuito dell’informazione – discussione, analisi.
Costa, fenomenologo, la prende
forse un po’ da troppo lontano. La barbarie che percepisce non è l’assenza del
popolo, che al contrario è più vivo che mai – più di quando andava a votare perché
“portato dal partito”. Ma non ha più opinione pubblica, che è sempre una mediazione
(un foro di dibattito, di consultazione, di aggregazione), diretta o indiretta.
Ha solo il voto per esprimersi, che è poco efficace e quindi poco usato. Si va
a naso. Se Costa fosse stato uno storico, avrebbe saputo che c’è molto popolo
sotto il populismo. Che si dimena, stanco della sinistra come della destra, che
sempre lo deludono – raccogliticce, affariste, incostanti - ma non si arrende.
Vincenzo Costa, Populismo senza Popolo,
Armando, pp. 90 € 10
lunedì 17 marzo 2025
Problemi di base undecies - 845
spock
Dobbiamo
finalmente sfidarli, questi porci americani?
Che ci hanno
pure dato da mangiare, ma erano scatolette?
O viva l’America,
abbasso Trump, si può fare?
Quale altra
America?
Il nemico era Xi,
poi Putin, ora Trump: l’Europa non ha amici?
O è come le vecchie
zie, dispettosa invece che autorevole?
spock@antiit.eu
La Corte costituzionale de noantri
Il governo ci riprova, questo come gli altri, a non pagare le pensioni,
a pagare meno del dovuto, e la Corte costituzionale infine dice che sì, le
pensioni di chi se le è pagate, se superano una certa cifra, non si rivalutano per
l’inflazione. È giustizia? Sì, plebea – “rivoluzionaria” ma “de noantri”, i….
furbi.
Una previdenza privata pagherebbe l’inflazione, in qualche misura, l’Inps
e le casse di categoria possono non farlo. Le Corti precedenti avevano l’accortezza,
patrocinando le esigenze di cassa dei governi, che in Italia sono tanto incompetenti
quanto insaziabili, di dire che la misura era temporanea, una tantum,
un contributo, etc. La corte dell’eccellenza Amoroso, che è un tributarista e
quindi sa quello che ha fatto, statuisce che ha diritto alla rivalutazione solo
chi prende meno di una certa soglia – ha maturato un vitalizio minore di una certa
soglia. Al di sotto della quale la metà delle pensioni pagate dall’Inps va a
chi non ha mai “lavorato”, cioè non ha mai pagato tasse né contributi. Chi cioè
ha avuto licenza di accumulare senza oneri, e alla fine di prendersi, “gratuitamente,
la pensione Inps, con l’indicizzazione.
Una sentenza violenta, questa della Corte. Ma la giustizia è questa.
Gli artigli del governo che non mette le mani in tasca
S’illustra il governo Meloni per un decreto che non fa pagare
il caro-energia a chi ha un Isee basso, cioè a chi non denuncia il reddito per
non pagare le tasse. Mentre autorizza bollette con cui i fornitori si fanno pagare
venti e trenta ero, a bimestre, per zero consumi. Altrettanto per voci di spesa
assurde, come il trasporto dell’energia e la lettura del contatore. Il tutto
assortito da “imposte di scopo” a nessuno scopo, solo impinguare l’erario, i
famosi, lucrosissimi, “oneri di sistema”. Su questa montagna di latrocini facendo
pagare l’Iva.
Una patrimonialina da centina di euro sui consumi energetici. Più gli innumerevoli
bolli che fa gravare sui conti bancari, dopo averli resi obbligatori – qui senza
l’ipocrisia dell’Isee. Più accise e bolli su carburanti e tabacchi. Con,
naturalmente, la battaglia infine vinta alla Corte Costituzionale Amoroso contro il reintegro, seppure parziale,
dell’inflazione sulle pensioni.
Il tutto a opera di un governo che si vanta di “non mettere le mani in
tasca agli italiani”. Parla di mani perché usa gli artiglia. A carco di chi “si
dichiara”, o “risulta”, paga cioè le tasse.
L’occupazione della Cisgiordania
In una pietraia in Cisgiordania gli abitanti palestinesi delle grotte vengono sloggiati con le ruspe dall’esercito
israeliano. Per un paio volte, in un paio d’anni. Dopo una causa durata
ventisei o ventotto anni alla Corte Suprema israeliana, che ha dato torto ai
ricorrenti palestinesi.
Un documentario che si vuole coraggioso,
perché mostra le ruspe israeliane in azione. E anche il pestaggio di un
dimostrante, che ne resta storpio, e l’assassinio a bruciapelo e a freddo di un
altro, da parte di un colono israeliano. Opera di due giovani palestinesi e due
israeliani. Pieno di riflessioni notturne, tra i fumi del narghilé, e buoni
propositi. Anche un po’ disperati, ma il giusto. Per questo premiato, a Berlino
e agli Oscar, come un progetto di speranza.
Un documentario girato prima del
7 ottobre. Ma già disperante, di fatto, contro le evidenti buone intenzioni. In
azione, affardellati come marziani, non sono militari di carriera o
professione, ma reclute e riservisti (richiamati) – tra essi due giovani donne,
una ride, una sbraita. L’area viene sgomberata perché è destinata a riserva militare.
Ma ai residenti non viene offerta una ricollocazione. E all’orizzonte, nella
stessa area ma fuori dalla pietraia, nel verde dell’oasi, si vedono le villette
dei coloni israeliani – ordinate, programmate. E poi si sa: l’esercito israeliano
aveva lasciato sguarnita la frontiera sud, verso Gaza, perché impegnato come
polizia in Cisgiordania. Non c’è compassione possibile nella violenza.
Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval
Abraham, Rachel Szor, No other
Land
domenica 16 marzo 2025
E adesso povero Elkann 7 – al fallimento
La Fiat-Stellantis che a gennaio ha fabbricato in Italia – fabbricato, non
venduto – la miseria di 10.800 macchine, quando ne fabbricava e vendeva 108
mila e 180 mila. La Ferrari del pluripagato Hamilton che è prima delle ultime.
La plurititolata squadra di calcio Juventus che becca tre e quattro gol da chi capita
- pagando il maggiore monte ingaggi, e dopo la più costosa campagna acquisti,
250-300 milioni.
Si dice: il mercato è difficile. Per Elkann. Si vede dalla squadra
di calcio; nessuna idea di management, di gestione.
E ora? Pazienza per Juventus, sono pur sempre partite di calcio. E anche
per Ferrari – il lusso ci sta anche a perdere. Ma la Fiat, che non trova uno straccio di amministratore delegato, uno con qualche idea di automobile? Non è nazionalizzabile. E
non è riproducibile. E quindi Elkann ha messo in ginocchio l’industria
italiana, che ne è dipendente.
Letture - 572
letterautore
Anna Karenina – Le eroine dei
film che fanno la stagione, “Emilia Pérez”, “The Substance”, “Anora”, onusti di
premi, hanno “il finale ottocentesco in cui, comunque, alla fine, la ragazza
soccombe”, s’indigna Annalena Benini sul “Foglio” domenica scorsa, “la vita precedente
le presenta il conto”. Non è un fatto, “è la maledizione dei romanzi dell’Ottocento,
in cui fuori dalle regole, ragazza, non ti puoi salvare” – “ancor a non le
abbiam perdonate, queste ragazze, ancora dobbiamo assistere al salto nel
precipizio di Thelma e Louise”.
Batiouschkismo - Resta menzionato,
in due secoli, da Alessandra “Licy” Wolff von Stomersee a Tomasi di Lampedusa,
suo marito, in una lettera come lenitivo nel “caso S.”, un caso di scuola di psicoanalisi
condotto dalla stessa Licy. Il riferimento è a Konstantin Batjuškov, poeta russo del primo Ottocento, che molto
influenzò Puškin con la sua predicazione di una lingua russa con sonorità “italiane”,
dolci, aperte.
Dante – È gioachimita.
Questa non è una novità, ma Ulderico Nisticò, “Controstorie delle Calabrie”,
p.59, ci trova ragioni precise: per il pensiero, per la “disposizione triadica che
domina il poema”, e per “l’influenza dei simboli gioachimiti in quegli aspetti per
noi in parte oscuri che sono le immagini, i colori, le allegorie”.
Anche machiavellico? Ci pensa Cacciari, “Le sette parole di Cristo”, p.
6: “Dante è poeta dell’umanesimo, sia nel timbro armonizzante, neoplatonico,
che in quello tragico, machiavellico, che caratterizza il pensiero italiano tra
Petrarca e l’inizio del XVI secolo.
Sicuramente è musicologo. Ci pensa il maestro Muti, a dialogo con Cacciari,
pp.24-25: “Dante nel XIV canto del Paradiso ci dona in questi versi - una
dele poche cose che so a memoria – la spiegazione, la più precisa, perfetta, di
che cos’è la musica:
E come giga e arpa, in tempra tesa
di molte corde, fa dolce tintinno
a tal da cui la nota non è intesa,
così da’ lumi che lì m’apparinno
s’accogliea per la croce una melode
che mi rapiva, senza intender l’inno.
Qui Dante non si riferisce soltanto a coloro che non sanno «tecnicamente»
distinguere le note prodotte dagli
strumenti musicali, ma intende esprimere l’emozione che ogni comprensione che
rapisce chiunque ascolta la melodia, pur essendo questa perfettamente composta
sulla base della propria sintassi. La musica è un mondo finto e infinito
insieme”.
Dioniso – “Non è ‘uno’
ma ‘molti’”, Giampiero Moretti, “il Foglio” domenica scorsa: “I suoi miti raccontano
vicende differenti a seconda delle zone della Grecia, dell’A sia Minore, e fino
in India”.
Gattopardo – Non un
romanzo, ma tre novelle? Cosi Tomasi di Lampedusa ne annunciava la scrittura al
miglior amico Guido Lajolo, che si era trasferito in Brasile: “Mi sono seduto a
tavolino ed ho scritto un romanzo: per meglio dire tre lunghe novelle collegate
tra loro” – “l’Espresso”, 8 gennaio 1984, ora in C. Cardona, “Un matrimonio
epistolare”, p.3.
Italo-americani – Sono un’altra etnia – hanno altra identità.
In cucina per esempio, “come nel caso degli spaghetti con le polpette o della
cotoletta con pomodoro e parmigiano”, e nelle “pasta con sugo di finocchi” di
Lady Gaga: “Negli Stati Uniti si sta formando una nuova identità culinaria…. La
cucina italo-americana parla una lingua diversa da quella dele sue origini ed è
giusto così: pur vantando radici italiane ha ormai acquisito una propria autonomia”,
Luca Cesari, “Il Sole 24 Ore Domenica”.
Anche perché gli ingredienti in vario modo
sono diversi – anche quando sono gli stessi.
Liala – Il genere è sempre
prospero – “le donne leggono molto più degli uomini, in prevalenza romanzi” –
ma modificato: non si basa più “sulla tradizionale figura del principe azzurro”,
o non soltanto, deve “offrire anche la realizzazione professionale”, spiega
Lucetta Scaraffia sul “Foglio” dopo vasta lunga disamina. Con un handicap: dopo
la lettura, “la frustrazione al moment del ritorno alla realtà sarà ancora più
forte”.
Omertà – Il dizionario
Treccani (e la Crusca?) la dice una “variante napol. di umiltà,
dalla «società dell’umiltà», nome con cui fu anche indicata la camorra per il
fatto che i suoi affiliati dovevano sottostare a un capo e a determinate
leggi”. Ulderico Nisticò, “Controstoria delle Calabrie”, ne ha una più persuasiva:
“Dal latino homo, che nel linguaggio medievale indica il vassallo armato
di un signore”. Un etimo che la lega a ‘ndrangheta, “in origine «atteggiamento
di andreia, valore guerriero». E anche di condizione servile, bisogna aggiungere.
Pet – Il cane domina
la corrispondenza di Tomasi di Lampedusa, da Palermo, con la moglie Alessandra “Licy”
Wolff von Stomersee: Crab soprattutto (Craboutzko, Craboutkinsky), cocker nero “dalle
“pattes comme du velours”, Poppy, un bracchetto, e altri. Lui vive a Palermo
col cane (con Crab passerà il capodanno del 1942) – di cui racconta alla moglie
in dettaglio i pasti (“pasta e broccoli”), gli appetiti, le moine, le emozioni.
Delle non molte fotografie dell’autore del “Gattopardo”, e di lui con la
moglie, molte sono col cane. L’alano Bendicò, fedele alleato del Principe di
Salina nel romanzo, è detto da Tomasi, in una lettera del 30 maggio del 1957 all’amico
barone Enrico Merlo di Tagliavia, la chiave di lettura del romanzo stesso: la sfiducia
negli uomini, la pace con l’animale, fedele.
I cani erano l’occupazione anche dei cugini Piccolo - l’occupazione pratica,
le giornate passavano tra spiritismo, snobismo, e ingegnosità artistiche e poetiche.
In particolare della sorella, Agata Giovanna, che era anche la primogenita, vedova di guerra, studiosa di botanica, esperta di cucina, e
lo spirito dominante sui fratelli Casimiro e Lucio. Per loro resta un cimitero da
lei allestito sotto il villino di Capo d’Orando, un quadrato recintato, con
lapidi in pietra grigia, ognuno con la sua targa, con nome e date.
Poesia - Ce n’è tanta –
si fa (scrive), si pubblica – e non ce n’è più. Il paradosso è di Berardinelli,
recente autore dell’antologia critica “L’ultimo secolo di poesia italiana”. Che
se lo spiega con la scomparsa della critica: “La nuova poesia, dagli anni Settanta
in poi, è stata una poesia senza critica e senza vera continuità culturale con
le varie tradizioni precedenti”. Dagli anni, cioè, “a partire dalla mia generazione,
quella che esordì intorno al 1975-1980: i poeti si sono riprodotti e moltiplicati
senza freno per ubbidire a un malinteso diritto a una creatività indifferenziata
e senza confini” Tutti poeti – un “diritto alla creatività”?
Proust – Il tono “lento
e svogliato” della “Ricerca” che li aveva “rapiti” nella lettura congiunta che
ne avevano fatto per la Pasqua del 1932, nella vacanza che Alessandra Wolff von
Stomersee aveva passato a Palermo, innamorando perdutamente Tomasi di Lampedusa,
è da questi ricordato nelle lettere appassionate che le scrisse quando fu ritornata
nella sua residenza in Lettonia.
Società civile – O dei “belli-e-buoni”,
erede cioè della καλοκαγαθία greca, si può dire ritratta da Voltare in “Jannot
et Coline” come “persone di qualità (che) tutto sanno senza avere imparato nulla”?
Comunque, ne scrivono ai giornali – ai tempi di Voltaire non si poteva, non c’era
la rubrica dei lettori.
letterautore@antiit.eu
Problemi di base bellicosi decies - 844
spock
Si ama la pace
preparando la guerra, R. Prodi?
A Trump?
Armarsi, a
caro prezzo, per che cosa?
Per fare la guerra
alla Russia?
Per farla all’America
– a Trump, certo, perché no?
Al comando di generali
anglo-francesi, il vecchio ciclo normanno – bilingui?
spock@antiit.eu
Dante mitico
I volti fisici di
Dante, come lo si rappresenta, “da Botticelli alla grafica 3D”. La conclusione è
nel seguito del titolo: “Ma i software non battono la fantasia”. Perché Dante è
mito, il volto, la fisionomia, anche la statura sono soggettive, di ogni lettore,
anche se esso stesso autore.
“Tutte le
ricostruzioni”, spiega Palmieri, hanno un solo riferimento, il cranio e lo scheletro
di Dante “ritrovati fortunosamente in una cassetta lignea a Ravenna il 27 maggio
1865 nei pressi dell’urna marmorea”, da cui le ossa erano state “segretamente
sottratte e occultate per secoli dai frati francescani, timorosi che i
fiorentini se le riprendessero, cosa che stavano per fare nel 1519 quando
ottennero il consenso di papa Leone X” Medici. Ma si dovette aspettare fino al
1921, ai “rilievi attendibili” di “due luminari dell’antropologia, Fabio Frassetto
e Giuseppe Sergi”, per ottenerne un’immagine attendibile.
Prima, naturalmente,
ma anche dopo, molti si sono sbizzarriti nelle ipotesi più strane. Non hanno
giovato le celebrazioni, con r elativi elevati bilanci di spesa, dei centenari.
Né i “dantedì” che si celebrano, il 25 marzo, da alcuni anni. “Ci sono studi”,
conclude Palmieri, “e a non citare il nome degli autori si fa loro un favore,
che deducono persino patologie neurologiche”, di Dante epilettico e\o
narcolettico.
Francesco Palmieri,
I cento volti di Dante, “Il Foglio”, sabato-domenica
sabato 15 marzo 2025
Problemi di base slavonici - 843
spock
A Mosca, a
Mosca, Cechov è da riscrivere?
È aperta la
cacia all’orso russo, di primavera?
L’Europa è passata
dal Reno agli slavi, che si odiano?
L’Europa all’ora
slava vuole abolire la Russia, che è tanto più grande?
E vanno abolite
la cattedre di russo?
E che ce ne
facciamo di tutti gli slavisti?
spock@antiit.eu
La città dei 15 minuti siamo noi
“Tutto
a portata di sette minuti: primato di Milano, la città più «camminabile”. Lo
dice l’“Economist” e i milanesi sono d’accordo”. Anche gli imprenditori. Cioè
no: “È una città a misura d’uomo”, commenta il presidente di Assolombarda, “grazie
alle dimensioni ridotte e ai servizi ben dislocati”. Ma aggiungendo: “È prioritario
allargare i confini della città”, dei suoi servizi accessibilissimi si residenti, “almeno alla
dimensione metropolitana” - della provincia e oltre, al pavese magari, alla bergamasca,
anche solo a Malpensa.
Lo
studio originale, su cui si basa l’“Economist”, sulla nozione della “città dei
15 minuti” dell’urbanista franco-colombiano Carlos Moreno, è stato messo a
punto da un gruppo di ricercatori della Sapienza di Roma, dei Sony Computer
Science Laboratories presso il Centro Ricerche Enrico Fermi (Cref),
pubblicato due anni fa sulle pagine di “Nature Cities”, che di fatto dice
altro (in sintesi lo studio è tradotto su wired.it, “Servizi a portata di
camminata o di bicicletta, esistono davvero le città dei 15 minuti?”
https://www.wired.it/article/citta-15-minuti-servizi-accessibili-esistono-davvero/)
I ricercatori premettono
che non intendono sbilanciarsi sulla desiderabilità del modello 15 minuiti.
Hanno solo analizzato come funzionano i servzi in molte città. Geolocalizzando,
attraverso Open street map, supermercati, scuole, banche,
ospedali, farmacie, uffici postali, uffici municipali, e luoghi dove fosse
possibile fare attività fisica e partecipare ad attività culturali. E hanno scoperto
che ci sono molte città da 15 minuti,
anche molto grandi.
Al centro città l’accessibilità
è più elevata e i tempi più corti. Man mano che si va verso le periferie
i tempi si allungano. Con quest’ottica, centro-periferie, poche città
possono dirsi policentriche, cioè avere localmente servizi per tutti. E fanno
il caso di Parigi e Barcellona, per esempio. Eliminando la differenza
centro-periferie, e cioè i pendolarismi, molte città, compatte, risultano accessibili
al modello “15 minuti”. Tra esse Milano, Berlino, Dublino, Monaco, che
totalizzano più del 90 per cento di popolazione con servizi a portata di mano.
Una città “diffusa”come Roma lo sarebbe al 70 per cento, percentuale
rispettabile. Altre città europee con un buon equilibrio tra accessibilità ai
servizi e densità residenziale sono Torino e Madrid.
Ma, poi, conta
molto l’integrazione territoriale, l’attività, il lavoro, il sistema produttivo.
Col pendolarismo. E conta molto anche l’urbanistica. La ricerca fa l’esempio di
molte città americane, cresciute con i criteri urbanistici dominanti nel
dopoguerra, dove le zone periferiche, residenziali, più ricche, e molto più
ricche, hanno una bassa densità di servizi. È nelle città tradizionali del
modello europeo, compatte, che si ha un una buona e anche ottima accessibilità
ai servizi. Anche se il modello urbanistico non è, o non lo è più, ottimale per
altri versi – verde pubblico, mobilità, accessibilità dall’esterno.
Matteo Bruno-Hygor Plaget Monteiro Melo-Bruno Campanelli-Vittorio
Loreto, A universal framework for inclusive 15-minute
cities, “Nature Cities"
venerdì 14 marzo 2025
Problemi di base circostanziali - 842
spock
Se due senza
patria, uno domiciliato in Svizzera e uno in Olanda per non pagare le tasse, possano
fare i maestri di democrazia in Italia.
O Trump o
morte?
Se l’Europa può
permettersi una guerra su due fronti.
Se l’Europa è
da “Promessi sposi”, “un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia
di molti vasi di ferro”.
Se l’Europa è
quella, ancora, dei “Promessi sposi”, delle grida – in senso proprio, a chi le
spara più grosse.
Se i giudici sono
senza colpa, ancorché delinquenti.
spock@antiit.eu
Un fesso non sono, e ho scritto “Il gattopardo”
Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Alessandra
“Licy” Wolff von Stomersee si sposarono tardi, nel 1932, lei di 38 anni, appena
divorziata (da un marito omosessuale, n.d.r.), lui di 36, e per undici anni,
fino al 1943, passarono la lunga calda estate siciliana separati, lui nel
palazzo avito a Palermo, lei nel castello di famiglia in Lettonia. A Palermo
dominava la madre amatissima del futuro scrittore, Beatrice Tasca di Cutò,
“Bona” nella corrispondenza del figlio, madre che si sa tirannica (fino a
imporre nomignoli femminili al figlio - già amante di Ignazio Florio) alla
quale la nuora era e resterà invisa. In alternativa a Stomersee, al castello
grande e freddo, e a Palermo, Licy passava anche lunghe stagioni a Roma, dove
viveva la sorella “Lolette” (Olga), sposa del diplomatico Augusto Biancheri, e
la loro madre, Alice Barbi, “la prima cantante italiana da concerto”. Grande
personaggio questo, sia detto in aggiunta, specialista di lieder, famosissimo
contralto di Fine Secolo, pregiata da Brahms, Clara Schumann e tutto l’ambiente
musicale, che si era ritirata dalle scene sposandosi, col barone Wolf von Stomersee
– poi zia acquisita di Giuseppe: vedova del barone von Wolff, aveva sposato
l’ex ministro degli Esteri (governo Bonomi) e ambasciatore italiano a Londra
Pietro Tomasi della Torretta, zio di Giuseppe.
Si scrivevano in francese, come la nobiltà
russa aveva usato, anche dopo “Guerra e pace” – gli Stati baltici, benché
teutonici, erano una propaggine russa. Da cosmopoliti mistilingue peraltro, con
incisi inglesi, o l’italiano colloquiale. Si scrivevano di niente, dopo le
primissime lettere, maggio 1932, di Giuseppe innamorato. Legati dal “non
detto”, “dall’implicito”, come avverte la curatrice: “Per anni riempiono
facciate di fogli parlando di niente, o meglio, parlando di tutto; della loro
salute (lei soprattutto), dell’amico Bebbuzzo e dell’altro chiamato «le
Philosophe», delle liti fra cugini, di cibo, di cani (molto), di case, di tasse
e di soldi (sempre pochi), di inquilini morosi e lamentevoli, di matrimoni e
conseguenti regali di nozze da fare, di Lila e Lolette (l’amica di sempre e la
sorella), dei pettegolezi del circolo Bellini e del caldo e del freddo,
tremendi, di Palermo e di Stomersee”. Ma il libro, singolare, è godibilissimo,
per il genio della curatrice. Che lo arricchisce di una breve nota, in cui
spiega come se ne sia occupata quasi quarant’anni fa, delle “due singolari e
bizzarre figure di Giuseppe e Licy”, collaborando con Gioacchino (erede di Tomasi)
e Nicoletta Lanza Tomasi, e con Boris e Gippi Biancheri, cugini del
“gattopardo”, per la rilevazione e valutazione delle allora poco o nulla
“attenzionate” carte di Tomasi di Lampedusa.
“Un matrinonio epistolare” aprì una valanga
di studi, ricerche, analisi, ipotesi, “romanzi, aneddoti, racconti e dicerie le
più varie”. Ma questo dietro le quinte di Cardona, per quanto conciso, resta
insuperato. Per la capacità di organare in un racconto le varie vicissitudini
della lunga corrispondenza - evidenziata anche dall’inerzia della postfazione
di Manganelli, più del solito manieristica. Di entrare nello “«stile» di un
matrimonio”, nella “forza che doveva avere il non detto”. Con confidenza,
malgrado tutto, e anche affettuosità. Lui è “Mimi” per lei, lei è “Murili”.
Non la corrispondenza insomma fra i due
coniugi, ma il racconto della corrispondenza. Pagine poche, ma densissime: non
ci sono segreti svelati, o pettegolezzi alimentati, eppure si legge. Con ampie
e pertinenti narrazioni di personaggi o eventi oggi remoti. Con molte chicche.
Tra esse la lettura argomentata del sogno premonitore che Giuseppe dettaglia a
Licy nel 1950, della sua fine e dell’opera che lo attende prima, imperiosa. E
la lettera ora famosa a Guido Lajolo, “il suo migliore amico”, il 31 marzo
1955, in cui gli comunica: “1) ho scritto un romanzo, 2) stiamo per adottare un
figlio”. E spiega: “Comincio dal primo e meno importante evento. Io non ho
cugini da parte paterna, intendo dire cugini di primo grado. Ne ho invece tre
da parte materna”. Sono i cugini Piccolo, di Capo d’Orlando, Giovanna Agata,
Casimiro e Lucio. Che con il cugino Giuseppe condividevano l’amore dei cani –
nel giardino della loro villa a Capo d’Orlando. Agata, la primogenita, ha
predisposto e lasciato un cimiterino affollato di cani, con nomi e date, una
ventina almeno. “Da un paio d’anni in questi miei tre cugini si è risvegliata
un violenta attività artsitica”, continua Tomasi - che attribuisce anche ad
Agata, che ha lasciato memoria di botanista, per la cura del giardino, anche
incisioni di acqueforti all’improvviso esposte “in mostre a Roma e a Milano,
con largo successo di pubblico e di critica”. Mentre Casimiro, “che aveva
dipinto tutta la vita da dilettante”, specialista di elfi e farfalle, “a
sessant’anni suonati ha messo su una mostra personale”, ha venduto tutto “in
una settimana ed è proclamato grande artista”. Il terzo, “il più giovane ma che
ha cinquantatré anni”, ha “fatto stampare un volumetto di versi, ne ha inviato
una copia al terribile Eugenio Mntale”, e il resto si sa – Montale folgorato,
inni, premi, onori, “un’iradiddio”. Conlusione: “Benché io voglia molto bene a
questi cugini (specie ai due ultimi) debbo confessare che mi sono sentito
pungere sul vivo: avevo la certezza matematica di non essere più fesso di
loro”. E ha scritto il romanzo.
Più di un saggio critico, più di una biografia
accurata, una curatela piena di insight fulminanti. Di Tomasi è detto
tutto a proposito dei Cugini Piccolo, “parte, con Licy, di quella specialissima
«setta segreta» che contemplava cultura ed aristocrazia come qualità
inscindibili, unita indissolubilmente da un senso di decadenza delle cose e da
un’infanzia aureolata come un Paradiso Terrestre”. Nel verso buono? Con i Piccolo
il pranzo di Pasqua del 1942, certo a guerra non ancora perduta, è a dir poco
sibaritico - p. 130 (ma tutti i racconti dei pasti in casa Piccolo, numerosi, sono straordinari). Poi c’è, sullo sfondo, la madre “Bona”, la Grande Madre
Mediterranea di Ernst Benrhard, che tenne Giuseppe al guinzaglio per cinquant’anni.
L’inverno del 1943 i bombardamenti su Palermo si intensificano, il palazzo di
famiglia, nel quale la madre vorrà poi restare a vivere, è praticamente
distrutto, “Licy” sta a Roma, e non scrive, o raramente.
Caterina Cardona, Un matrimonio
epistolare, Sellerio, pp. 197 € 14
giovedì 13 marzo 2025
Europa e Usa indivisibili
Europa e Usa simul stabunt vel simul cadent? Così sembra, contro
tutta l’agitazione in corso. Si sono inflitti dei dazi, ma ne soffrono, entrarmbi.
Si fanno la guerra sulla pace con la Russia,
ma poi decide Putin. E, poi, non sarebbero tutti contro Trump, Europa e Usa
uniti nella lotta – anche se nonèvero?
Lo stesso sulla difesa. L’Europa alza i toni contro Trump il liquidatore,
ma perché ha in mente un piano di riarmo, e vuole un nemico in casa – uno meglio
di un nemico esterno, che può mettere l’assedio. Ma, poi, anche qui, il riarmo
europeo non può che fare piacere agli Stati Uniti, e all’industria americana
degli armamenti.
Ombre - 765
E dunque
l’“Economist” può censire una crescita esponenziale dell’estrema destra in
Europa, in soli quindici anni, maggiore che nei turbolenti anni 1930: con una media
ponderata oggi del 24 per cento, superando socialdemocratici e conservatori
(popolari compresi), di qualche decimo sotto quella soglia. Ma mettendo in quello
schieramento il 34 per cento di Fdi e Lega, che invece starebbero meglio fra i
conservatori. E senza tener conto della destra “sociale”, che occupa un vuoto
delle sinistre. Ma, soprattutto,
senza dire che è una destra senza le piazze e la violenza: una destra d’opinione
– malgrado i mass media, a questa
destra avversi. Su questo sì, ci sarebbe da riflettere.
Si vota
in Groenlandia, paese di 58 mila abitanti, di cui 41 mila elettori, che vanno a
votare per il 70 per cento, quindi in 30 mila nelle elezioni affollate, su una
superficie di 2 milioni 166 mila km quadrati – la metà dell’Unione Europea. Che
pensarne? Dice che dal voto nell’isola dipende il futuro dell’Europa. È ridotta
così male?
La bilancia
commerciale Usa chiude in rosso da mezzo secolo, nel 2024 per 1.220 miliardi, più
14 per cento sul 2023. La bilancia dei pagamenti, beneficiando di un attivo negli
scambi di servizi per 293 miliardi, si assesta su un rosso di 927 miliardi. Il secondo
peggior saldo dopo quello del 2022, di 951,2 miliardi di dollari. I Paesi con
cui il deficit è maggiore sono stati la Cina (295 miliardi), la UE (235
miliardi), il Messico (172 miliardi), e il Canada (63 miliardi).
“M.
figlio del secolo” non trova distribuzione fuori d’Italia, troppo brutto. Ma si
vuole che i distributori non lo vogliono perché gli Usa, il maggior mercato, sono
fascisti - e magari anche, un po’, l’Inghilterra (della Germania si sa)? O bisogna
fare una seconda serie, e allora si tiene il ferro caldo, accusando il mondo di
fascismo.
Potenza
delle piattaforme, Sky, Netflix, HBO, Paramount+, Disney etc. O dei loro agenti
italiani, quanto più furbi dei critici, più forti dell’opinione. Che possono
vendere impuni, e anzi con successo, come cult o blockbuster, robetta
da telenovela – girata in una stanza, dieci e quindici scene al giorno,
tutta fuffa.
Si riapre
il delitto di Garlasco, l’assassinio di Chiara Poggi, perché sotto le unghie
della vittima ci sono – c’erano - tracce di Dna di un sospettabile. Tracce evidenti
dopo quindici anni ma non all’epoca del delitto? I gialli ci hanno abituati
tropo alla solerzia delle polizie.
O Garlasco
non è un problema di polizie. C’è un condannato che ha scontato sedici anni in
carcere, su decisione della Corte di Cassazione, dopo essere stato assolto in
Assise e in Appello. La Cassazione che decide, dovrebbe, su motivi procedurali,
formali e non di merito. Ma la giustizia è quella, dei giudici.
“Rimpatri
veloci. Sì a centri per le espulsioni in paesi terzi”, Bruxelles fa sua la soluzione
Meloni-Rama: una breve, dodici (mezze) righe. Fanno notizia solo le giudici bas-bleu
che decidono loro, benché non sappiano le lingue, quali paesi africani e
asiatici e latinoamericani sono democratici e quali no. Peccato che la politica
le protegga, ci sarebbero molte gag comiche in materia.
Zaynad
Dosso piange sul podio dopo aver vinto l’oro agli Europei indoor sui 60 metri.
Ma esibisce direi dita con unghie artificiali ad artiglio, artisticamente allungate.
In ginocchio ai blocchi di partenza, con le dieci dita naturali non
guadagnerebbe secondi, altro che centesimi o decimi?
Giudice Gratteri a ruota libera e titoli impegnativi: “Dalle carriere separate
rischi per i cittadini, con un pm che lavora per condannare a tutti i costi”.
Che è la funzione del Pm. Anche nell’ordinamento attuale. Anzi ora più che mai
– perché estromette la difesa, fino al processo.
“Un pm al
di fuori della giurisdizione, che non lavora più per cercare la verità”. Il
giudice Gratteri dà sempre l’impressione di non credere a quello che dice,
attore in un ruolo. Ma qui è sarcastico.
Ridono
Costa e Von der Leyen nella foto ricordo, sotto il sorriso furbo di Zelensky,
per il riarmo dell’Europa. Che l’Europa si sveni per l’eroicomico Zelensky è certo
un’avventura impensabile – un tempo si sarebbe detta da minorati.
“Sono in
tre commissioni, sanità, ambient e bilancio”, racconta Ignazio Marino, eurodeputato
Verdi-Si a Bruxelles, dopo essere stato sindaco Pd di Roma cacciato dallo
stesso Pd, di suo chirurgo dei trapianti di fegato: “I tedeschi hanno un senso
quasi proprietario del bilancio, e all’inizio ero guardato con sospetto”. Così
funziona Bruxelles.
La Cassazione
che fa pagare a Meloni i danni morali a un immigrato illegale contro tutti i tribunali
sottostanti, e contro la stessa Procura della Cassazione, ha voluto “alzare una
palla”. Ai media, tutti più o meno Pd, o a Meloni? Al Pd, certo: tre giorni di
sconfitta per il governo, facendo trapelare di otto ricorrenti invece di uno, con
una provvisionale di centinaia di migliaia di euro invece di 160 – quanto i
supremi giudici hanno devoluto per il giorno di permanenza contestato sulla
nave della Giardia Costiera al ricorrente (che ha rinunciato all’indennizzo). Sembra
ridicolo, e lo è.
Ma non si
può dire. Il capo della Cassazione tuona che la Suprema Corte va rispettata.
Gonfia, s’immagina, dei suoi ermellini – le toghe preziose che i giudici
esibiscono nelle loro cerimonie. Il giudiziario è l’unico ordinamento delle
istituzioni che si è mantenuto fascista: dagli ermellini alle toghe e
all’autoritarismo non hanno rinunciato a nulla
Però.
Però non si sa se sono più furbi o più scemi. Una condanna che non è una condanna,
ma un rinvio in corte d’Appello - una condanna solo per i media, che se la
bevono. Per 160 euro di danni morali. L’unica consolazione è che non si sono riuniti
a Ferragosto per decidere. E di questo va dato atto al capo della Suprema Corte
di Cassazione Cassano, è già un passo democratico.
Si fa grande
caso come è giusto dei dazi che Trump va minacciando. Silenzio invece sulla Brexit,
che nasce dalla stessa idea, “isolazionista”, nel senso di introdurre vincoli
al commercio e anche agli scambi di persone. L’antiamericanismo ha sostituito la
“perfida Albione”?
Quel Gattopardo è un po’ verghiano
“Il gattopardo” senza il glamour
visconteo – del regista aristocratico e delle sue star. O “Il
gattopardo” messo a nudo? Virtuosamente centrato sulla ragione borghese di
Concetta, la figlia del principe, che si
ribella all’autorità paterna in chiave “io sono mia”. Piuttosto che sul declino
della magnificenza - o nostalgia, sotto forma di coscienza critica.
Giusto, perché “Il gattopardo” non sarebbe un romanzo verghiano, di scrittura semplice,
con nobili impecuniosi invece dei cafoni arricchiti? Di autore titolato, per parentela,
frequentazioni, e cause civili, ma di vita modesta, anzi triste e scialba, specie
dopo i bombardamenti bellici.
Un “Gattopardo” in questo, filologicamente,
dunque preciso. Ma una produzione senza pretese, tipo soap opera, per un
“pubblico universale”. Affidata a un regista inglese, della scuola che le serie
inventò settant’anni fa, gli “sceneggiati”. Che il romanzo solennemente “storico”,
come fino ad ora è stato recepito, riporta al feuilleton, con uno
spruzzo verghiano.
Straordinaria la potenza di promozione e persuasione
di Netflix. Per la regia di Tinny Andreatta, ora regina delle serie americane
come lo era a Rai 1?
Richard Warlow, Il gattopardo,
Netflix
mercoledì 12 marzo 2025
L’Europa in guerra su due fronti
Una guerra su due fronti è votata alla sconfitta, è uno dei (pochi)
principi assodati dell’arte militare. È la situazione su cui l’Europa è ora
confrontata.
Con la Russia, scontro militare, non c’è accordo possibile. Con gli Stati
Uniti, fronte commerciale e anche politico, aperto oggi ufficialmente, l’accordo è possibile e va cercato - a parte i discorsi di civiltà comune.
È curioso, ma è vero, Meloni è quella, forse l’unica, che lo spiega e lo
sostiene. Con l’Inghilterra di Starmer – anche in questo, il colloquio con
Londra, Meloni aveva da tempo, anche prima dell’Ucraina, visto giusto.
Su questa linea è certo che anche la Germania di Merz si muoverà. E quindi la UE, tedesco-dipendente? Ma c’è un problema di rapporti con l’America di Trump, per come si
rappresenta nell’opinione in Europa. Non è un problema da poco, il rischio è forte
e solido che l’Europa resti confusa in allarme, cioè perdente. Tanto più che della
pace ormai inevitabile tra Russia e Ucraina si avvantaggerà l’America, la Russia
avendo l’Europa, prigioniera della sua agitazione, deciso che è e sarà il suo
Nemico. Mentre la logica, militare e politica, vorrebbe che anche la Ue apra un suo canale con Mosca - Meloni, ancora uno sforzo?
Ma la Germania non marcia
L’Europa
torna bellicosa, e lo fa naturalmente, come tutto in questa Europa, attorno alla
Germania. Che però ha organici semivuoti per l’apparato militare – il ministro
uscente della Difesa, Pistorius, aveva per questo ipotizzato il ritorno alla
leva.
Il militare
in Germania è una seconda o terza scelta: la carriera non è ambita, e anzi
disprezzata. Dopo la riunificazione il governo dovette promettere una laurea
civile a chi, ufficiale o sottufficiale, firmava per sei anni.
La
Germania, 83 milioni di abitanti, ha 180 mila effettivi, nelle tre armi - 20
mila in meno dell’organico, Tanti quanti ne ha l’Italia, che professa il pacifismo
– ma con molti più impegni operativi, su vari scacchieri - e con una popolazione
ridotta.
Il bellicismo non è nel dna della Repubblica Federale, ancora meno dopo la riunificazione. L’antibellicismo
ha pesato molto nel voto di febbraio a favore anche della destra, forse più che
della sinistra.
Se il sindaco è per bene
A giubileo
inoltrato si cammina a Roma con difficoltà, tutti gli spazi, più o meno, sono
occupati dai lavori, con cantieri che stanno aperti a tempo indeterminato. Senza
controlli da parte dell’appaltante, il Campidoglio? Tutto ok per il sindaco Gualtieri
– che tutti si affrettano a dire “una persona per bene” (un sindaco, normalmente,
non è “per bene? non a Roma?). E non finisce qui: un altro giubileo si annuncia,
ben più “pesante”, nel 2033, quando saranno due mila anni dalla morte del
Cristo, e mille dal primo giubileo della storia.
A Roma hanno
chiuso due edicole su quattro – in Centro e semi-Centro tre su quattro. E il sindaco
ne vuole chiudere venticinque. Il motivo non si sa, e lui non lo dice. I giornali
insistono, e lui niente. Qualche galoppino azzarda: è il nuovo codice della strada.
Ma il nuovo codice della strada è immutato per quanto riguarda le edicole. Il sindaco
ha bisogno di quegli spazi per altri business, evidentemente, e si vergogna a dirlo.
È una
persona per bene” dice del sindaco di Roma Gualtieri anche l’ex sindaco Marino, silurato
dal suo partito – lo stesso di Gualtieri – perché voleva “mettere le cose a
posto”: le bancarelle, lo straordinario notturno ai vigili dopo le quattro del
pomeriggio, la rotazione del personale…. E perché “l’organigramma delle società
partecipate dal comune rispecchia sempre le quote su base partitica: ce n’è per
tutti”. Anche negli appalti, bisogna aggiungere.
Sarà a Roma per i sindaco Gualtieri come a Milano per il sindaco Sala, anche lui per bene, che nulla sapeva?
Corpo alle emozioni
Fogliati e Fanelli tengono su, e fanno
divertente, questo primo appuntamento fra due delusi in amore. Pilar Fogliati protagonista
dell’invito a cena, con un restio Edoardo Leo, Emanuela Fanelli, “Roma Nord”, animatrice
del coretto di quattro amiche, che assistono da remoto Pilar all’incontro – lo stesso
avviene per Leo, quattro amici vigilano da remoto su ogni pulsione.
U’idea semplice dello stesso Genovese. Come
la messinscena, necessariamente a huit clos, quasi penitenziale per lo spettatore
– teatrale: lui e lei in una stanza, gli amici in un’altra, le amiche in un’altra
ancora.
Un’idea geniale. Ma forse più per la realizzazione,
grazie soprattutto alle due attrici comiche - l’idea è la stessa di “Inside Out”,
il fim Pixar dieci anni fa che animava le emozioni, Gioia, Tristezza eccetera. I
due coretti di rinforzo sono le sinapsi dei protagonisti, impulsi mutevoli a
ogni svolta dell’incontro. Per lei, con Fanelli (Trilli, spontaneità), Pandolfi
(Alfa, autocontrollo, con tanto di citazioni di Carla Lonzi), Puccini (Giulietta,
romanticismo) e Maria Chiara Giannetta (Scheggia, imprevedibilità). Per lui Giallini
(il Professore, psicoterapeuta), Santamaria (Eros, erotismo), Papaleo (Valium, pigrizia,
cinismo) e Lastrico (Romeo, tenerezza).
Paolo Genovese, FolleMente
martedì 11 marzo 2025
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (586)
Giuseppe Leuzzi
“Il maggiore esperto della
mafia giapponese è un’italiana”. Il nome, Martina Baradel, la dice veneto-friulana.
Ma è pur sempre italiana. L’ultima definizione di mafia potrebbe essere: fenomeno
tipicamente italiano, di cui è vittima il Sud Italia.
“Mia mamma era di
Ferrara, la dodicesima di 12 figli. Mio nonno materno era torinese. Mia nonna
materna era invece di Genova”. È Rita Pavone che parla. Rita Pavone ha quasi ottant’anni,
parla dunque di una famiglia materna negli anni 1930, tra Ferrara, Torino e Genova.
La Wada agenzia mondiale
antidoping si sbraccia a spiegare perché ha “dovuto” squalificare Sinner, e
come e quanto ha operato per ridurre la squalifica al minimo. L’agenzia antidoping
è nota per la corruzione, dapprima degli Stati Uniti, fino a ieri, Olimpiade di
Parigi, da parte della Cina. L’antidoping è come l’antimafia. Con le mazzette invece
che con le carriere, giornalistiche e giudiziarie.
Si celebra in Calabria
l’appello per il maxi-processo Rinascita-Scott che cinque anni fa portò
all’arresto di circa 500 persone del vibonese. Ma si celebra a Catania – con gran
danno naturalmente delle difese, logistico e procedurale. Perché l’apposita
aula-bunker costruita a tamburo battente per il processo si è allagata con le
piogge a Natale. Ci sarà un Rinascita-Scott per la costruzione del
maxi-tribunale?
Caporali a Milano
Rosarno non è sola,
e il caporalato non è solo di Foggia. “Il caporalato non è mai stato una piaga
soltanto delle pianure foggiane o delle campagne di Latina. Tra Piemonte,
Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia il tasso di irregolarità tra i
lavoratori nei campi oscilla tra il 20 e il 30 per cento Ad oggi, il numero dei
procedimenti giudiziari per sfruttamento del lavoro aperti nelle regioni del
Nord è pari al 28 per cento, quasi un terzo di tutta Italia. E la Lombardia non
è solo la prima regione italiana per valore della produzione agroalimentare, è
anche quella più colpita dalle indagini sul caporalato. La fotografia degli
sfruttati nei campi dal Piemonte al Friuli Venezia Giulia arriva
dall’associazione Terra!, che ha presentato ieri il suo nuovo rapporto “Gli
ingredienti del caporalato - Il caso del Nord Italia” (“Il Sole 24 ore”).
Con un po’ di
ritardo, quello che si sapeva viene infine documentato.
Senza tempo
“Mo’ vidimu”, ora vediamo, Ulderico Nicastro assume a
forma verbale che caratterizza le sue Calabrie (“Controstoria delle Calabrie”,
p.119), e di fatto tutto il Sud – la sua paginetta richiama Sciascia e la sua Sicilia
senza futuro, il tempo futuro. “Gli antichi Greci usavano un tempo verbale che
chiamarono aoristos, che vuol dire «senza determinazioni»; e
che non era il passato e nemmeno il presente, ma la pura azione o condizione.
Lo stesso i calabresi (“è questa, insieme a qualche termine dialettale e cognome,
la sola eredità che lasciano i Greci ai Calabresi”), che dicono jia e vitti, sono andato, ho visto, “non
riferendosi ad anni e neppure a giorni fa, ma ad appena un momento prima; o al presente
in atto”. Una forma di passato prossimo, o presente continuo, anche se espresso
nelle forme del passato remoto. Che conduce però Nisticò alla conclusione: “Essi
dunque non posseggono alcun sentimento del tempo, bensì vivono in un’immutata eternità
in cui da almeno tre millenni non si avverte modificazione”. Nell’immobilismo.
Qualcosa
di vero c’è. Ma non nella conclusione di Nisticò: “La prima conseguenza, più
grave in questo mondo di fatti”, nel mondo attuale, “è che, non sapendo di
passato e presente, non sanno neanche di futuro”, i calabresi, i meridionali; “e
qualunque cosa pensino e compiano, la rinviano a non si sa quando… che per
loro, del resto, è sempre il costante presente”. Nisticò non lo sa o non lo dice,
ma accosta questo presente continuo al “bukra” e “malesh” degli arabi, il loro mañana e “non importa” - spesso assortito dall’“in šāʾ Allāh”, se Dio vuole. Al cosiddetto fatalismo.
Che non è sicuramente il caso.
Le retate della madonna
Mimmo Gangemi si chiede su “l‘Altravoce”,
il giornale gioiellino di Alessandro Barbano, il perché delle “retate”: “Per esempio
dei ragazzi delle bande giovanili l’altro giorno, 73 arresti e 154 denunce in
tutta Italia. Il delitto non va punito,
la colpa non è individuale, perché aspettare?”, si chiede. Potrebbe aggiungere
che solo in Italia si fanno le retate, se avesse accesso alla stampa europea e americana.
Perché le retate, e perché solo
in Italia? Perché se non ci sono i numeri non c’è l’eco di stampa, e non si va
nemmeno in tivù. Che è l’obiettivo delle retate: creare, o mantenere vivo, l’allarme,
non rassicurare, come normalmente fanno le polizie. Un obiettivo talmente “necessario”
che si va per la via più facile, quella dell’associazione delittuosa - nessun
bisogno di provare un delitto. Giudici, carabinieri e polizia vi si esercitano
con soddisfazione evidente, anche perché con le retate si rimediano titoli in carriera,
ma che c’entra questo con la repressione dei delitti e del malaffare?
Si arriva così al tuttomafia.
Per delitto d’associazione. Compresa la Madonna. Anzi, la Madonna specialmente,
in Calabria. Da parte di giudici e colonnelli neppure massoni, anzi alcuni buoni
democristiani, se non credenti. Gli inchini delle Madonne ai mafiosi, Polsi
santuario dei mafiosi, giuramenti mariani dei mafiosi.
Usa in dialetto siculo-calabrese-campano dire “della madonna” per dire un’esagerazione. Ma non basta per dire le retate per
associazione mafiosa. In Calabria si celebra un processo “Rinascita-Scott” partito
con 479 imputati – della sola provincia di Vibo Valentia (170 mila abitanti,
meno di Belluno). Quasi tutti per associazione, politici, amministratori, funzionari,
carabinieri e poliziotti compresi, dignitari massoni. Attorno al piccolo nucleo
di “un grosso traffico internazionale di stupefacenti”. Ora all’appello sono
ridotti a 236, la maggior parte sempre per concorso esterno in associazione.
Arrestare, arrestare,
qualcuno pagherà
Si fanno sempre, come ai tempi
del confino, niente è cambiato da Mussolini, anche se in nome più spesso dell’antifascismo,
molti arresti facili. All’uzzo dei Procuratori – i gip, che gli arresti
validano, anzi autorizzano, non contano niente. Le domande di “riparazione” per
ingiusta detenzione prima del processo, e quindi della sentenza, sono state
l’anno scorso 1.293, per tre quarti ritenute valide. I distretti del carcere
facile sono Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro, secondo la disamina che ne fa
“l’Altravoce”, il giornale di Alessandro Bar8bano.
Sul “Foglio” Ermes Antonucci
documenta che dal 2018 al 2024, in sette anni, lo Stato ha pagato 220 milioni
per indennizzare le vittime di ingiusta detenzione. Ed evidenzia che “di questi
220 milioni ben 78 (cioè il 35 per cento) sono stati versati in Calabria”. Con
l’ovvia considerazione che “una regione di 1,8 milioni di abitanti ha assorbito
negli ultimi sette anni il 35 per cento dell’intera spesa” per risarcimenti. “Un
record”, prosegue Antoncci, “confermato anche nel 2024: su 26,9 milioni
complessivi, 8,8 milioni (il 33 per cento) sono stati versati per risarcire chi
è stato incarcerato ingiustamente in Calabria”.
Non in tutta la Calabria però:
la maggiore spesa è per i processi avviati dalla Procura di Catanzaro. Negli anni
in cui a capo della Procura è stato Nicola Gratteri, narratore di mafia egregio,
oltre che capo della Procura, ora, a Napoli. Antonucci fa un elenco di almeno quattro
procedimenti “storici” che hanno fatto più danni che buoni effetti. E conclude. “Nel
2024 il maggior numero di ordinanze di
indennizzo per ingiusta detenzione è stato emesso dalla Corte d’Appello di
Catanzaro: 110 sulle 552 di tutto il territorio nazionale”, il 20 per cento del
totale.
Il patrimonio del
radicamento
“Puoi togliere una ragazza dalla
provincia, ma non la provincia da una ragazza…”, propone l’intervistatrice,
Paola Piacenza, su “Io Donna”. “Io nemmeno sono di provincia, io sono paesana”,
risponde Vanessa Scalera: “Che è molto oltre. Ogni cellula di me parla quella lingua….
Torno a Latiana (Latiano? provincia di Brindisi, n.dr.) ogni volta che posso,
la mia famiglia che è lì è la mia tana”.
È il distintivo dell’Italia, in
mezzo all’Europa: il radicamento. Che può essere una trappola, ma c’è. Sicuramente
è (anche) una linfa, un radicamento generativo. Un patrimonio, si direbbe. Se non
che l’Italia, da un quindici anni, si diverte a smantellarlo.
Si investe molto nei “borghi”.
Soprattutto in pubblicità. E in sponsorizzazioni Unesco, del tipo “patrimonio
dell’umanità”. Per spendere denaro pubblico l’Italia non si tira indietro. Nel
mentre, però, che governa per smantellarli, anche con asprezza. Quando non
siano convertiti in agroturismi o centri vacanze, per lo più milionari. Con
tasse – tasse e non imposte, senza rapporto con il reddito o i consumi, o con i
servizi resi. Le cosiddette patrimonialine, Imu, Tari, elettricità.
La casa è stata scoperta come
cespite per finanziare l’allegra finanza pubblica da Mario Monti nel 2012, e da
allora è una sagra. Specie sulla seconda casa. La quale è al novanta per cento
la casa originaria, paterna, familiare, paesana. Di cui è giocoforza liberarsi,
diventando un focolaio di costi – le tasse aggiungendosi alla manutenzione – cui non si può che sottrarsi.
Poco di questo Appennino si salva. Forse quello sopra
Bologna e sopra Firenze. E l’Alto Lazio e l’Abruzzo marsicano, per il pendolarismo
possibile su Roma. Nelle aree di emigrazione, tra Piemonte e Liguria, in
Calabria e in Sicilia, le case abbandonate sono più di quelle abitate.
leuzzi@antiit.eu
Zeno contro la guerra
Era antibellicista e pacifista Italo Svevo, che così chiude “La coscienza
di Zeno”:
“Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu
su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la
selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge
del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e
ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni
ritorneremo alla salute.
“Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli
altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo
incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti
saranno considerati quali innocui giocattoli.
“Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri
un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della
terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci
sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di
nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.
Giallo della memoria
Quando la perdita
accelerata della memoria lo colpisce, il reduce della guerra del Golfo un po’
filosofo diventato killer professionale, riscopre la moglie e il figlio,
organizza per loro un’eredità in contanti, e per il figlio escogita una serie
di “tutte evidenze” che che obbligheranno alla sua discolpa invece che all’imputazione
per il delitto di cui si è macchiato. La colpa del peccatore redime il
prossimo.
Indaga un’ispettrice – ma
non si può dire, non c’è lui o lei, solo “una persona” – asiatica. Una novità totale,
anche nel tratto – risparmia allo spettatare le melensaggini che allungano il
tempo nei gialli.
Michale Keaton dirige se
stesso (una forma di scongiuro a settant’anni?) nel ruolo del pensatore- -killer.
Coadiuvato da Al Pacino, il “agente” del malaffare – sempre più nei panni di Shylock,
un ruolo, si vede, che lo ha segnato.
Michael Keaton, La memoria dell’assassino,
Sky Cinema
lunedì 10 marzo 2025
Populismo riformatore
C’è una logica in Trump, anche se le cronache ci confondono le idee, nelle
paci “imposte”, nei dazi minacciati, rimossi, riminacciati, nell’attacco tutti
azimut alla spesa pubblica, al governo federale. È quella populista, ricorrente
in America ogni paio di generazioni. Doppiata nel partito Repubblicano dalle
limitazioni alla proliferazione federale, allo Stato dei politici, lontano dal
cittadino.
La parola populismo è osteggiata in questa insorgenza come sinonimo di
fascismo, ma è altra cosa - ed è, in America, anche di sinistra (lo è stata per
esempio nel decennio di F.D. Roosevelt. In questa fase è conservativo ma non
reazionario – c’era anche il fascismo “sociale”. Sicuramente non
antidemocratico: è un’espressione democratica – una conformazione della
democrazia, una delle tante.
Molte per esempio sono le analogie dell’attuale momento dell’Occidente –
l’Europa e gli Stati Uniti – con gli anni 1980. La politica naviga da qualche
anno a destra in Occidente. Successe, forse con maggiore radicalità, negli anni
1980. In Italia furono detti anni del “riflusso” – al governo c’erano, bene o
male, i socialisti. Ma nell’autunno del 1980 la Fiat tenne fermo sul
risanamento di Mirafiori, allora una fabbrica gigantesca, dove però lavorava
un\a operaio\a su dieci, e sconfisse gli scioperi, mentre il capo del Pci
Berlinguer ai cancelli patrocinava l’occupazione, con la “marcia dei 40 mila”.
Qualche settimana dopo in America Reagan, reduce da un attentato quasi mortale a
poche settimane dall’insediamento, affrontò con asprezza lo sciopero dei
controllori di volo (per una piattaforma di richieste del tipo: aumenti di
migliaia di dollari, settimana di quattro giorni…..) – indetto da un sindacato
che lo aveva sostenuto nella campagna elettorale. Licenziò gli scioperanti, e
li bandì da ogni futuro incarico federale – il divieto fu abolito dal primo
Clinton, dieci anni più tardi. Gli scioperanti furono licenziati sulla base del
principio stabilito dal presidente Coolidge, 1923-1928: “Non c’è diritto di
sciopero nella sicurezza pubblica, per nessuno, in nessun luogo, in nessun
momento”. Al posto degli operatori licenziati furono tremila estranei al sindacato,
in aggiunta ai tremila che non avevano scioperato, più 900 militari. Nella controversia
furono cancellati settemila voli, ci vollero settimane per normalizzare i voli.
Reagan aveva esordito con un brutale, più di Elon Musk: “Il governo non è la soluzione
del nostro problema, il governo è il problema”.
Due anni dopo Margaret Thatcher annientò il sindacato dei minatori, che
fece inutilmente uno sciopero di un anno e mezzo, tra 1983 e 1984 – e liquidò
l’industria pubblica.
Regana fu anche il presidente della liberalizzazione, sui canoni
dell’economista premio Nobel Milton Friedman, con la riduzione delle tasse,
etc. … Un’operazione non violenta, ma radicale. Mentre stanava il militarismo
sovietico, avviandolo alla glasnost e alla perestrojka. E
avviava la globalizzazione: la maggiore rivoluzione (anche sociale) e la più
radicale dopo quella industriale del Settecento, che porterà in una sola
generazione tre quarti dell’umanità all’affluenza (subito dopo Reagan gli Stati
Uniti del suo vice Bush faranno pure finta di non accorgersi di Tienamen, della
lunga repressione del dissenso politico e la libertà in Cina).
Dieci anni fa lo scippo Sai - per “fare una banca” all’ex Pci
Domanda: “Gli inquirenti la sospettavano di falso in bilancio aggravato,
false comunicazioni sociali, manipolazioni del mercato”. Risposta: “Io sapevo
di essere innocente e resto convinta che lo sapessero già anche loro”. Giulia
Ligresti, abusata dalla giustizia per sei anni, dodici anni fa, ha diritto
infine a un’intervista risarcitoria sul “Corriere della sera”, il giornale di
Milano – anche perché ha deciso di scrivere la verità in un libro.
Ligresti è stata assolta nel 2018 perché “il fatto non sussiste”. Ma dopo
aver perso la salute, e l’assicurazione Sai, passata a ingrossare Unipol, quelli
dell’“abbiamo una banca” di Consorte col segretario dei Ds, ex Pci, Piero Fassino.
Sai era la seconda assicurazione dopo Generali.
Dei due giudici che hanno rovinato Giulia Ligresti uno fa lo scrittore
di gialli in provincia di Como, Vittorio Nessi. L’altro, Marco Gianoglio, ha
creato e anima Area Democratica per la Giustizia – una sua corrente sindacale,
con la quale tenta di scalare Magistratura Democratica dall’esterno.
La vicenda ha un secondo volet. Liquidati i Ligresti, grazie anche
al pronto riallineamento politico di Mediobanca post-Cuccia, erano insorti problemi
sui modi e le misure con cui Unipol aveva fagocitato Sai, e la Procura di Milano
aveva aperto un’inchiesta. Indagava il giudice Luigi Orsi, uno che non aveva
avuto timori a inquisire perfino Carlo De Benedetti, e quindi non era affidabile.
Pronti Gianoglio e Nessi avocarono l’inchiesta a Torino, aggiungendo una seconda
ipotesi di reato – per poi mandare subito assolto l’indagato Cimbri, l’ad di
UnipolSai.
L’assegnazione dell’inchiesta UnipolSai ai due di Torino fu decretata in
Cassazione da Aldo Policastro, che si definisce “colonna” di Magistratura
Democratica, la corrente sindacale dell’ex Pci.
P.s. - Curiosamente “Il Fatto Quotidiano”, una sorta di
organo allora dei giudici “democratici”, contestava nella fattispecie all’eccellenza
Policastro “un clamoroso errore”. Ma senza ravvedimento - per i giudici non è
come per gli arbitri, che vengono “puniti”. Questo “Il Fatto”:
“ L’indagine sulla fusione UnipolSai è stata strappata
alla Procura di Milano e mandata a quella di Torino sulla base di un
clamoroso errore della Procura generale della Cassazione: non ha
tenuto conto che la pena per la manipolazione di mercato, che era da 1 a 6
anni, nel 2005 è stata raddoppiata, da 2 a 12 anni. La vicenda ha origine
nel giugno 2014, quando tra i pm di Milano (Luigi Orsi) e Torino (Vittorio
Nessi e Marco Gianoglio) scoppia un conflitto per chi deve condurre l’indagine
sulla fusione tra Unipol e Fon-sai. Venerdì 12 settembre la procura generale
della Cassazione comunica che dev’essere Torino. E lo motiva in un decreto di
12 pagine firmato dal sostituto procuratore generale Aldo Policastro,
il quale spiega che entrambe le sedi giudiziarie procedono ipotizzando a carico
di alcuni indagati, tra cui l’amministratore delegato di UnipolSai Carlo
Cimbri, il reato di manipolazione di mercato (articolo 185 del Testo unico
finanziario, pene da 1 a 6 anni), ma Torino ci aggiunge anche le false comunicazioni
sociali (articolo 2622 del codice civile, pene da 2 a 6 anni)”.
Semplice, no? La “manipolazione di mercato” è punita da 2 a 12 anni, ma
Policastro può decidere di no, e l’affare è fatto.
L’articolo del “Fatto”, del 16 settembre 2014, merita una lettura, per
le tantissime “escogitazioni” di Policastro a favore di Torino invece di Milano,
cioè del duo Norri-Gianoglio.
Plauto restituito alla comicità
Il tema del doppio. Per ridere – non dissacrato,
sfruttato in tutti i suoi equivoci. Grazie a un’interpretazione magistrale di
Piero Sarpa, il giovane attore brillante del Centro Stabile del Classico, che fa
i due fratelli (gemelli) Menecmi in uno. E alla verve di Annalena Lombardi, “Erotia”,
che canta, oltre che ingolosire barbogi e gemelli. Sull’idea semplice e geniale
di Vincenzo Zingaro, il direttore artistico del teatro romano della Nomentana,
che è anche uno specialista nel recupero dei classici – di Plauto in particolare,
la sua compagnia è di casa al Plautus Festival estivo di Sarsina, il paese di
origine del commediografo: una scena da teatro dei burattini, e personaggi
molto caratterizzati, da commedia dell’arte. Con movenze marionettistiche,
ammorbidite, senza meccanicismi, e linguaggi popolari (regionali) misti, per attività
o carattere dei personaggi. Per un’allegria costante. Di equivoco in equivoco,
che è la marcia plautina.
T. M. Plauto, I Menecmi, Teatro
Arcobaleno, Roma
domenica 9 marzo 2025
Problemi di base bellicosi novies - 841
spock
In guerra
senza armi?
O molte armi
per non fare la guerra?
Ci vuole un
nemico per fare la guerra?
O ci vuole una
guerra per farsi un nemico?
Senza nemici
niente onore?
O per che
altro l’Europa vuole mettere fine a una pace durata ottant’anni?
“Macron, farai
la fine di Napoleone”, f.to Putin. Voliamo alto?
spock@antiit.eu
