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mercoledì 19 marzo 2025

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (587)

Giuseppe Leuzzi


“Gli italiani con origini nel Sud venuti qui ai primi del Novecento”, spiega a New York Gay Talese a Viviana Mazza (“La Lettura”), “o negli anni Quaranta dopo la guerra, vedono più lati della stessa questione. È questa una parte della nostra natura, che a volte ci porta al successo, a volte al fallimento”. È la disposizione – “comprensiva” - del “sia….sia”, invece che dell’“o….o”.
 
Bendicò, l’alano di casa Salina nel “Gattopardo”, “è un cane meridionale”, spiega Caterina Cardona analizzando la corrispondenza di Tomasi di Lampedusa con la moglie Alessandra, nella quale molto posto il principe fa al cane che gli tiene compagnia: “Appartiene, anche lui (anche lui come il suo padrone, n.d.r.), ad una civiltà «materna», non «paterna», come quella, tedesca, di Bauschan (il cane di Thomas Mann nella “Montagna incantata!”, n.d.r.)".
Che fa giustizia anche della “donna del Sud” e del “patriarcato”.
 
Scettico sulla Magna Grecia, “invenzione” recenziore del tardo Settecento illuminista, il grecista Ulderico Nisticò, “Controstoria delle Calabrie”, 170, dice “il pianto greco unica vera eredità che ci è giunta dalla cultura greco-arcaica, notoriamente e immotivatamente lamentosa”.
 
È “notevole”, nota ancora Nisticò, p. 90, "che Napoleone, buon conoscitore della storia e della natura delle cose, non pensasse di annettere il Meridione alla Francia, come aveva fatto o farà di Torino, Firenze e persino di Roma; ma ne riconoscesse in qualche modo la millenaria identità e autonomia”.
 
Le due Sicilie
Acculata ora anch’essa nel mercato librario, se non letterario, ai “gialli”, al malaffare e alla mafia, la Sicilia delle lettere ha avuto tra fine Ottocento e fine Novecento due vite distinte. Una fortemente realistica  (storica, sociale, satirica): Capuana, Verga, De Roberto, Brancati, Sapienza, e in buona misura Bonaviri e Bufalino. E una pirandelliana: Pirandello naturalmente, e Sciascia, Camilleri, Consolo, lo stesso Tomasi di Lampedusa, attorcigliata anch’essa sui tempi e sulla politica ma medusacea, di convulsioni e contorsioni, distruttiva. Tra due poli geografici: Catania (borghese, fattiva, la – ex? – “Milano del Sud”) e Agrigento (elucubrativa, sul niente di fatto).
Anche la Sicilia orientale ha avuto la sua borghesia, sebbene di immigrazione, i Whitaker, Ingham, Woodhouse, Florio. Ma l’isola li ha vissuti e li rivive da “Leoni di  Sicilia” – decadenti: una tessitura di nostalgie, che sono di fatto (in un modo riccamente letterario, certo) creazioni di una mancanza, elucubrazioni, escogitazioni. Proiezioni di un desiderio, i sogni a occhi aperti. Che quando si avvicinano alla realtà se ne fanno vittime – da mezzo secolo della mafia, delle mafie, criminali, politiche, storiche, eccetera.
Proiezioni anche di un compiacimento decadente, di un modo di essere moribondo, nella parte occidentale. Accentuato in Tomasi. Che nel principe di Salina fa un autoritratto, rovesciando le colpe, sull’isola, sulla storia, sulla stirpe. Incapacitato per cinquant’anni, vittima volente della madre anche nei confronti della pur amata Alessandra “Licy” Wolff von Stomersee, nullafacente a suo stesso dire. che invecchia solitario in una grama routine quotidiana, di chiacchiere al circolo, che all’improvviso, per tenere testa ai cugini Piccolo che a sessanta e più anni si sono improvvisati artisti di successo “scrive un romanzo”, in forma di autoritratto, di come è e di come avrebbe immaginato di essere ma non era, in nessuna misura. Del suo essere e dei suoi mondi – e di quelli del suo circolo – accasciando l’isola (per grandi generi “Il Gattopardo” va ascritto al filone “verista”, catanese e non palermitano – Proust non c’entra, che c’entra Proust?).
 
La luna di Napoli
“La luna di Napoli è più grande di quella di qua”, andava sostenendo qualche generazione fa il coscritto in licenza o in congedo, tornato in paese nella Calabria ultra per vie traverse (itinerari sbagliati, treni accelerati, treni perduti), e questa sicurezza gli aveva valso il soprannome Luna ‘e Napoli.
“Per via di Foggia” è – era - invece modo di dire, ma legato anch’esso a qualche coscritto. Rientrato da Napoli dopo alcuni giorni “per via di Foggia”, avendo sbagliato treno. È una storia postunitaria, dato che la coscrizione fu il primo provvedimento sociale dell’unità.
Si va da Napoli a Reggio Calabria direttamente solo da fine Ottocento. Prima bisognava passare però non per “via di Foggia” ma di Metaponto. Si raddoppiava comunque il percorso. Su treni locali, quindi cambiando spesso. Era facile perdersi. Tanto più per gli analfabeti. Molti, con la “bassa” di passaggio in mano, che non sapevano leggere o non si orientavano sugli itinerari, prendevano i treni più diversi. Dopodiché i capotreni dovevano farli avanzare e mai tornare indietro.
Lo stesso “errore” fa Lampedusa nel “Gattopardo”, p. 237 della riedizione di Lanza Tomasi: nel 1883 il principe Salina decide di tornare a Palermo da Napoli, dove è andato con la nave a farsi visitare da un illustre clinico, via terra. E ha una brutta sorpresa: “La linea ferroviaria non era ancora compiuta: nel suo ultimo tratto vicino a Reggio faceva una larga svolta per Metaponto attraverso paesaggi lunari che per scherzo portavano i nomi atletici e voluttuosi di Crotone e di Sibari”.
Nel 1883 la linea ferroviaria Napoli-Reggio non era effettivamente compiuta, ne mancavano lunghi tratti. Anche la “larga svolta” teoricamente c’era, poiché triplica il percorso. Ma Metaponto non sta “vicino a Reggio”, dista da Reggio come Napoli. Anche l’itinerario è sbagliato, Sibari è tra Metaponto e Crotone, non dopo.
 
Calabria-Sicilia
Non c’è confronto possibile tra le due regioni limitrofe, e in qualche modo sorelle, linguisticamente e per vari accidenti storici, terremoti compresi. L’isola teatro sempre di grande storia, dai fenici ai greci, alla stessa Roma e poi agli arabi, ai normanni, agli angioini, aragonesi, castigliani, napoletani, e talvolta in proprio, reami (emirati) e vicereami. L’altra sempre una provincia trascurata di poteri remoti, Roma, Bisanzio, Napoli nelle sue varie forme, e poi dell’Italia unita. Ma parlano allo stesso modo, e si ritengono uguali e concorrenti, i siciliani per generosità, i calabresi per testardaggine. Ancora negli anni 1950 i calabresi, che non avevano una università e dovevano andare a Messina e a Palermo, si ritenevano superiori perchè i loro treni erano elettrificati mentre in Sicilia erano ancora ciuff-ciuff, andavano a carbone. Poi per l’autostrada, che la Calabria ebbe negli anni 1960 – la Messina-Palermo è stata completata da Berlusconi, nel 2004.
Non c’è paragone possibile neppure per il diverso peso economico fra le due regioni: agricoltura, agroindustria, industria (farmaceutica, chimica, meccanica), oltre che per il peso demografico, cuturale, storico. Ma è calabrese, di origine, la famiglia siciliana più illustre della storia unitaria, i  Florio. Senza dimenticare, dei Florio, il possibile Shakespeare “alternativo” Giovanni “John” Florio, “il più importante umanista del Rinascimento inglese”, figlio di Michelangelo, un altro che da Bagnara era emigrato qualche secolo prima, invece che in Sicilia (dove i Florio commercianti cresceranno insieme con gli inglesi locali, Whitaker, Ingham, Woodhouse), direttamente a Londra, per salvarsi dal rogo, essendo un calvinista. Più la più grande collezione d’arte del Seicento, in Italia e probabilmente in Europa, creata a Messina da un Ruffo della Scaletta, Antonio, figlio di Carlo Ruffo, duca di Bagnara, che nella città dello Stretto aveva sposato una ricca borghese locale, Antonia Spatafora.
 
Cronache della differenza: Calabria
Ha vissuto una sola stagione, nell’antichità, tra Locri, Sibari, Crotone, Medma, Tauriana, Reggio e altri toponimi della cosiddetta Magna Grecia. Poi più nulla – non ci ha nemmeno provato: sempre subordnata.
 
Non ne aveva buona immagine Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”. Dove sovraccarica don Fabrizio Salina nell’ultimo viaggio da Napoli nel 1883 di vedute micidiali: “Si attraversano paesaggi malefici, giogaie maledette, pianure malariche e torpide; quei panorami calabresi e basilischi che a lui sembravano barbarici”.
 
Reggio vara la costruzione del Museo del Mare, un’opera commissionata a Zaha Hadid e poi accantonata, perché intanto un nuovo sindaco, Pd, era succeduto al vecchio Fdi, quindici anni fa. Politica, affari, futuro, sono solo beghe, di paese, di famiglie – la vecchia faida senza più i morti.


Il sindaco Pd di Reggio riprende il Museo del Mare perché inserito nei “progetti bandiera voluti dal ministro Franceschini”. Che è stato ministro dal 2014 al 2022. Un’opera che chissà se verrà completata, ma la bandiera è piantata, e tanto basta.

 
Clarissa Burt è stata modella e attrice, in voga negli anni a cavaliere del 1990, per qualche tempo fidanzata con Francesco Nuti. Che ora così ricoda, con Giovanna Cavalli, sul “Corriere della sera”: “Ogni due settimane mi portava a Prato da sua madre, che stava sempere in cucina e parlava calabrese stretto, non capivo una parola”. Non è vero (Nuti aveva 32 anni nel 1987, il fidanzamento durò un anno e mezzo, tra 1987 e 1988, e non viveva a Prato da una decina d’anni), ma rende l’idea, di un rapporto madre-figlio che esclude.
 
“Il Sole 24 Ore” rimedia alla classifica della vivibilità con cui ha condannato Reggio Calabria all’ultimo posto e pubblica una corrispdnenza in cui tutto funziona. Perfino l’aeroporto, da sempre disastrato. A chi credere – terra incognita?
 
Però, non passa giorno che non si celebri un nuovo record dei tre aeroporti calabresi. Da quando sono passati, praticamente, a Ryanair (la Regione finanzia molte tratte). Con Ryanair naturalmente è cambiata la qualità del messaggio pubblicitario (Ryanair sa vendere) e così pure l’immagine.
Poi magari a terra la ricezione (alberghi, ristoranti, trasporti) è quela che era, ma la pubbicità non è l’anima del commercio?
 
Cordoglio enorme per Giovanni Scambia, il ginecologo di Catanzaro a Roma che ne ha formati millecinque. Sui Tg, e sui giornali nazionali. Poche righe sui giornali calabresi. Del prof si avverte l’importanza il giorno dopo, avendo letto i giornali nazionali.
L’appartenenza è dei fatti – Scambia a Catanzaro non c’era, né in Calabria?
 
Può capitare di leggere, lo stesso giorno, in due pagine di seguito del “Quotidiano Reggio Calabria”, una commemorazione di Walter Pedullà, di Siderno, decano degli studi di letteratura contemporanea alla Sapienza, morto due mesi prima, un’intervista al professor Pierpaolo D’Urso, di Trebisacce, che celebra i 100 anni di Scienze Politiche alla Sapienza, di cui è preside. Alla presenza della rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, di Reggio Calabria. E l’elezione al Bundestag, il Parlamento tedesco, dell’architetto Luigi Pantisano, di Cariati, professore di Urbanistica all’università di Stoccarda. Mentre Pietro Gaeta, di Reggio, diventa Procuratore generale della Cassazione. Fuori è meglio – è possibile?
 
Gioia Tauro, nelle cronache solo per mafia, col record forse mondiale delle consiliature sciolte per mafia, esibisce più o meno, a naso, la ricchezza media di Milano, e ora vince con la scuola di ballo Armada Nueva il campionato mondiale categoria Adult 1 Latin Show. Procure e Carabinieri dovrebbero aggiornare le informative.
 
Singolare la noncuranza per la “Chanson d’Aspremont”, XII secolo, e  per la volgarizzazione “Aspramonte” due secoli dopo, benché celebrino la Montagna, ne inventino il nome, e anticipino Boiardo e Ariosto di due secoli, che hanno certo capacità narrative e di versificazione più attraenti, ma sono pur semrpe epigoni. Di un genere che, seppure in adattamento dai cicli carolingi francesi, era una novità in Italia. Con Ruggero a Reggio, etc..
 
“Alla Calabria non manca proprio nulla”, risponde il mangiaterroni Vittorio Feltri a un lettore nella rubrica “la Stanza”, che fu di Montanelli, sul “Giornale”: “È terra ricca di risorse, forse la più ricca che abbiamo in Italia, tuttavia la meno valorizzata e sfruttata. La ricchezza viene sprecata. La bellezza mortificata. La natura maltrattata. Spiagge e monti trascurati”. Obiezioni?
 
“Quando, negli anni ’90, vennero inventati i telefoni cellulari a uso privato, e costavano moltissimo per acquistarli e ancora più per usarli, la Calabria vantò il primato europeo di possesso di questi aggeggi…. Quei cellulari costosissimi altro uso non avevano che far vedere agli amici di esserne dotati” – Nisticò, “Controstoria delle Calabrie”, p. 198.
 
“Nato nelle Serre calabresi”, può notare Nisticò, p. 200, il nome di Italia finì a Milano, per poi tornare anche da noi, ma ufficialmente solo dopo il 1860”. Era successo che “nel Medioevo e fino a Napoleone il Regno d’Italia”, benché “sempre nominale, ebbe per confini le Marche….Confini verso sud”.

Della grecità di recente riscoperta fanno parte un numero esorbitante di personaggi del mito passati in Calabria a combattere o morire (Edipo, per esempio, Oreste, etc.), e di sbarchi di Ulisse nella sua odissea – sia nello Jonio che nel Tirreno, e anche sui monti fra i due mari – a Tiriolo per esempio. A  Catanzaro Lido Ulisse si imbarcò, attestava fino a qualche anno fa un cartellone del Comune – due cartelloni, uno sul lato nord del Lido e uno su quello Sud.


leuzzi@antiit.eu

Lilit marziana

Due superstar, Kate Blanchett e Jamie Lee Crtis, che è pure attrice comica, rara avis, spese per un fanta-western. Su Andorra, “pianeta selvaggio”, una cacciatrice di taglie (Kate Blanchett) dal babilonese-ebraico nome di Lilit, demone della tempesta, è impegnata in una difficile opera di salvataggio di una donzella. Per farlo arruola una squadra molto speciale: un mercenario, una scienziata eccentrica (Jamie Lee Curtis), l’adolescente capicciosissima Tiny Tina (Ariana Greenblatt), una specie di gigante, e il robot Claptrap – anticipazione, certo, di un personaggio che dovremo sopportare sempre più spesso. Ma non si ride e non si trema.
Il film sarebbe un adattamento di una “saga videoludica” di successo.
Eli Roth, Borderlands, Sky Cinema

martedì 18 marzo 2025

Problemi di base europeisti - 846

spock


L’Europa farà da sé, senza la Nato?
 
Con la Germania?
 
E con la Francia?
 
Troppo antiamericanismo, camuffato da anti-Trump: forse che non vogliamo le paci che minaccia?
 
Si ragiona o si sragiona?
 
Così tanto - non è che c’è lo zampino di Putin, che manovra come in Romania, e ci manda alla guerra contro gli Usa?

spock@antiit.eu

Niente figli, meno risparmio (meno immobiliare)

Fondi, polizze vita, fondazione fiduciaria, trust: le assicurazioni e il “private banking”, i gestori di patrimoni, li muovono verso la filantropia. Anche loro nell’ottica del “fine vita”, ma al fine di valorizzare i patrimoni: consigliano lasciti per opere di bene. Perché la demografia in calo riduce fortemente le successioni ereditarie. E allora, piuttosto che lasciare patrimoni inerti, contesi da parentele dubbie e Stati inerti, consgliano di promuovere la filantropia – di beneficiare enti di tutela sociale. È la novità che l’Aipb, l’associazione del “private banking” dettaglia nel rapporto 2024.
Entro il 2040, calcola la F ondazione Cariplo, patrimoni per 88 miliardi non avranno eredi, a causa della demografia carente, tra bassa natalità e prolungamento della vita media. Fra cinque anni, al 2030, saranno senza eredi patrimoni per 21 miliardi. Un Fondo Filantropico Italiano è già nato per canalizzare le nuove vie ereditarie.
La mutata demografia dovrebbe a breve influire sulle abitudini-attitudini al risparmio, privilegiando la spesa per consumi. Per un’economia come quella italiana, caratterizzata da una forte capacità\attitudine al risparmio privato, di cui detiene il record mondiale (fino a qualche anno fa alla pari con le famiglie giapponesi), è un cambiamento di ottica radicale.
Le ripercussioni si potrebbero avere già a breve, sull’immobiliare – le seconde case, le case da investimento.

La Cina terzo incomodo guarda all’Europa

La Cina non vuole restare fuori della pace, che si annuncia sull’Ucraina, fra Trump e Putin. In questi anni di guerra ha potuto avere al suo fianco la Russia di Putin, grande potenza nucleare, e non intenderebbe perderla. La “triplice alleanza” che si sarebbe prospettata ancora qualche mese fa, tra Usa, Cina e Russia (secondo uno schema proposto su “Le Monde” dal gesuita francese Benoît Vermander, direttore dell’Accademia Matteo Ricci all’università Furlan di Shanhgai) rischiando di diventare “duplice”, Pechino mostra di guardare con interesse al riarmo dell’Europa.
Di fatto, l’approccio di Trump alla Russia di Putin muove dall’obiettivo, principalmente, di isolare la Cina. Gli effetti sono già visibili sulle automobili: le auto cinesi, che hanno soppiantato in questi tre anni in Russia le auto europee, ora sono oberate di dazi.

Vigilare sui vigili

Al Pantheon “continuano i bivacchi sugli scalini” della fontana, appena oggetto di un un lunghissimo (un anno? due?) restauro. Lo stesso a Trinità dei Monti, la scalinata, anch’essa  restaurata, lungamente, una decina d’anni fa. Non basterebbe un vigile, col fischietto? I vigili non lavorano alle ore dei pasti, 12-15 (cioè, come vuole la vulgata, in queste ore non ci sono, è nelle altre che non lavorano).
Succede a Roma perché i vigili vi hanno uno statuto speciale? L’ex sindaco Marino fu fatto rimuovere dai vigili, per mezzo del suo stesso intemerato partito, il Pd, perché pretendeva di non pagargli lo straordinario notturno dopo le quattro del pomeriggio. Mentre si vedono nel quartiere , invece che nelle strade commerciali, dove si parcheggia liberamente in doppia fila da entrambi i lati, agli incroci, sui marciapiedi, aggirarsi la mattina, dalle 8.30 alle 10, ora del caffè, per le stradine residenziali, a contare i centimetri con cui un copertone fa ombra alle strisce pedonali, per in due, anche in tre, redigere la salatissima multa.
Ma poi si legge che un comandante dei vigili di Anzola ha ucciso con un colpo di pistola alla tempia, nella sede del comando, una vigilessa sua amante perché legata a lui da un “contratto di sottomissione sessuale” – questa la sua tesi difensiva. E ciò succede ad Anzola, cioè a Bologna.
Vigili di quale urbanità? Se i Comuni hanno bisogno delle multe, non bastano i multatori, a percentuale? Perché dobbiamo pure pagarli?

Ma il popolo è vivo, e combatte insieme a noi

“L’esistenza nell’epoca della post-politica” è il sottotitolo della riflessione. Un saggio di un fenomenologo, e cioè non di un osservatore della realtà, dei linguaggi, dei costumi o modi di essere, ma del modo di essere della lettura di questi “fatti”. Per concludere con la tesi: “C’è populismo perché non non c’è più Popolo”.
Sul “Popolo” molto si è riflettuto, un paio di secoli fa, quando la parola si è imposta dopo la rivoluzione del 1789, specialmente in Francia, da Fourier, Porudhon, Michelet, Victor Hugo e altri. Ancora recentemente, nel 1990 a Barcellona, si è anche arrivati a una Dichiarazione universale dei Diritti Collettivi dei Popoli (in chiave secessione catalana?): “Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un territorio geograficamente determinato (...) costituisce un popolo. Ogni popolo ha il diritto di identificarsi in quanto tale. Ogni popolo ha il diritto ad affermarsi come nazione”. Molte guerre, del resto, anche recentemente, sono state fatte, e anche molto sanguinose, nel nome del diritto dei popoli. Qual è il popolo che interessa il fenomenologo? Quello del “populismo”, il popolo politico, elettore: il populismo l’ha ucciso, è il tema di Costa, si esercita in corpore vili. Gravi conseguenze ne discendono per il “processo democratico”.   
Ma c’era più democaazia con i partiti-partiti – quando l’Italia era affetta, sempre secondo i teorici liberaldemocratici, dal partitismo? Il populismo che si lamenta è una risultanza. È trafficare – farne incetta, farla prigioniera – sull’opinione pubblica senza filtri critici, a chi la spara “meglio”, o più grossa. Senza più mediazione politica, né d’informazione. È un corto circuito dell’informazione – discussione, analisi.

Costa, fenomenologo, la prende forse un po’ da troppo lontano. La barbarie che percepisce non è l’assenza del popolo, che al contrario è più vivo che mai – più di quando andava a votare perché “portato dal partito”. Ma non ha più opinione pubblica, che è sempre una mediazione (un foro di dibattito, di consultazione, di aggregazione), diretta o indiretta. Ha solo il voto per esprimersi, che è poco efficace e quindi poco usato. Si va a naso. Se Costa fosse stato uno storico, avrebbe saputo che c’è molto popolo sotto il populismo. Che si dimena, stanco della sinistra come della destra, che sempre lo deludono – raccogliticce, affariste, incostanti - ma non si arrende.
Vincenzo Costa, Populismo senza Popolo, Armando, pp. 90 € 10

lunedì 17 marzo 2025

Problemi di base undecies - 845

spock


Dobbiamo finalmente sfidarli, questi porci americani?
 
Che ci hanno pure dato da mangiare, ma erano scatolette?
 
O viva l’America, abbasso Trump, si può fare?
 
Quale altra America?
 
Il nemico era Xi, poi Putin, ora Trump: l’Europa non ha amici?
 
O è come le vecchie zie, dispettosa invece che autorevole?

spock@antiit.eu

La Corte costituzionale de noantri

Il governo ci riprova, questo come gli altri, a non pagare le pensioni, a pagare meno del dovuto, e la Corte costituzionale infine dice che sì, le pensioni di chi se le è pagate, se superano una certa cifra, non si rivalutano per l’inflazione. È giustizia? Sì, plebea – “rivoluzionaria” ma “de noantri”, i…. furbi.
Una previdenza privata pagherebbe l’inflazione, in qualche misura, l’Inps e le casse di categoria possono non farlo. Le Corti precedenti avevano l’accortezza, patrocinando le esigenze di cassa dei governi, che in Italia sono tanto incompetenti quanto insaziabili, di dire che la misura era temporanea, una tantum, un contributo, etc. La corte dell’eccellenza Amoroso, che è un tributarista e quindi sa quello che ha fatto, statuisce che ha diritto alla rivalutazione solo chi prende meno di una certa soglia – ha maturato un vitalizio minore di una certa soglia. Al di sotto della quale la metà delle pensioni pagate dall’Inps va a chi non ha mai “lavorato”, cioè non ha mai pagato tasse né contributi. Chi cioè ha avuto licenza di accumulare senza oneri, e alla fine di prendersi, “gratuitamente, la pensione Inps, con l’indicizzazione.
Una sentenza violenta, questa della Corte. Ma la giustizia è questa.  

Gli artigli del governo che non mette le mani in tasca

S’illustra il governo Meloni per un decreto che non fa pagare il caro-energia a chi ha un Isee basso, cioè a chi non denuncia il reddito per non pagare le tasse. Mentre autorizza bollette con cui i fornitori si fanno pagare venti e trenta ero, a bimestre, per zero consumi. Altrettanto per voci di spesa assurde, come il trasporto dell’energia e la lettura del contatore. Il tutto assortito da “imposte di scopo” a nessuno scopo, solo impinguare l’erario, i famosi, lucrosissimi, “oneri di sistema”. Su questa montagna di latrocini facendo pagare l’Iva.
Una patrimonialina da centina di euro sui consumi energetici. Più gli innumerevoli bolli che fa gravare sui conti bancari, dopo averli resi obbligatori – qui senza l’ipocrisia dell’Isee. Più accise e bolli su carburanti e tabacchi. Con, naturalmente, la battaglia infine vinta alla Corte Costituzionale  Amoroso contro il reintegro, seppure parziale, dell’inflazione sulle pensioni.
Il tutto a opera di un governo che si vanta di “non mettere le mani in tasca agli italiani”. Parla di mani perché usa gli artiglia. A carco di chi “si dichiara”, o “risulta”, paga cioè le tasse.

L’occupazione della Cisgiordania

In una pietraia in Cisgiordania gli abitanti palestinesi delle grotte vengono sloggiati con le ruspe dall’esercito israeliano. Per un paio volte, in un paio d’anni. Dopo una causa durata ventisei o ventotto anni alla Corte Suprema israeliana, che ha dato torto ai ricorrenti palestinesi.
Un documentario che si vuole coraggioso, perché mostra le ruspe israeliane in azione. E anche il pestaggio di un dimostrante, che ne resta storpio, e l’assassinio a bruciapelo e a freddo di un altro, da parte di un colono israeliano. Opera di due giovani palestinesi e due israeliani. Pieno di riflessioni notturne, tra i fumi del narghilé, e buoni propositi. Anche un po’ disperati, ma il giusto. Per questo premiato, a Berlino e agli Oscar, come un progetto di speranza.          
Un documentario girato prima del 7 ottobre. Ma già disperante, di fatto, contro le evidenti buone intenzioni. In azione, affardellati come marziani, non sono militari di carriera o professione, ma reclute e riservisti (richiamati) – tra essi due giovani donne, una ride, una sbraita. L’area viene sgomberata perché è destinata a riserva militare. Ma ai residenti non viene offerta una ricollocazione. E all’orizzonte, nella stessa area ma fuori dalla pietraia, nel verde dell’oasi, si vedono le villette dei coloni israeliani – ordinate, programmate. E poi si sa: l’esercito israeliano aveva lasciato sguarnita la frontiera sud, verso Gaza, perché impegnato come polizia in Cisgiordania. Non c’è compassione possibile nella violenza.  
Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham, Rachel Szor,
No other Land

domenica 16 marzo 2025

E adesso povero Elkann 7 – al fallimento

La Fiat-Stellantis che a gennaio ha fabbricato in Italia – fabbricato, non venduto – la miseria di 10.800 macchine, quando ne fabbricava e vendeva 108 mila e 180 mila. La Ferrari del pluripagato Hamilton che è prima delle ultime. La plurititolata squadra di calcio Juventus che becca tre e quattro gol da chi capita - pagando il maggiore monte ingaggi, e dopo la più costosa campagna acquisti, 250-300 milioni.
Si dice: il mercato è difficile. Per Elkann. Si vede dalla squadra di calcio; nessuna idea di management, di gestione.  
E ora? Pazienza per Juventus, sono pur sempre partite di calcio. E anche per Ferrari – il lusso ci sta anche a perdere. Ma la Fiat, che non trova uno straccio di amministratore delegato, uno con qualche idea di automobile? Non è nazionalizzabile. E non è riproducibile. E quindi Elkann ha messo in ginocchio l’industria italiana, che ne è dipendente.  

Letture - 572

letterautore


Anna Karenina – Le eroine dei film che fanno la stagione, “Emilia Pérez”, “The Substance”, “Anora”, onusti di premi, hanno “il finale ottocentesco in cui, comunque, alla fine, la ragazza soccombe”, s’indigna Annalena Benini sul “Foglio” domenica scorsa, “la vita precedente le presenta il conto”. Non è un fatto, “è la maledizione dei romanzi dell’Ottocento, in cui fuori dalle regole, ragazza, non ti puoi salvare” – “ancor a non le abbiam perdonate, queste ragazze, ancora dobbiamo assistere al salto nel precipizio di Thelma e Louise”.
 
Batiouschkismo
- Resta menzionato, in due secoli, da Alessandra “Licy” Wolff von Stomersee a Tomasi di Lampedusa, suo marito, in una lettera come lenitivo nel “caso S.”, un caso di scuola di psicoanalisi condotto dalla stessa Licy. Il riferimento è a Konstantin Batjuškov, poeta russo del primo Ottocento, che molto influenzò Puškin con la sua predicazione di una lingua russa con sonorità “italiane”, dolci, aperte.
 
Dante
– È gioachimita. Questa non è una novità, ma Ulderico Nisticò, “Controstorie delle Calabrie”, p.59, ci trova ragioni precise: per il pensiero, per la “disposizione triadica che domina il poema”, e per “l’influenza dei simboli gioachimiti in quegli aspetti per noi in parte oscuri che sono le immagini, i colori, le allegorie”.
 
Anche machiavellico? Ci pensa Cacciari, “Le sette parole di Cristo”, p. 6: “Dante è poeta dell’umanesimo, sia nel timbro armonizzante, neoplatonico, che in quello tragico, machiavellico, che caratterizza il pensiero italiano tra Petrarca e l’inizio del XVI secolo.
 
Sicuramente è musicologo. Ci pensa il maestro Muti, a dialogo con Cacciari, pp.24-25: “Dante nel XIV canto del Paradiso ci dona in questi versi - una dele poche cose che so a memoria – la spiegazione, la più precisa, perfetta, di che cos’è la musica:
E come giga e arpa, in tempra tesa
di molte corde, fa dolce tintinno
a tal da cui la nota non è intesa,
 
così da’ lumi che lì m’apparinno
s’accogliea per la croce una melode
che mi rapiva, senza intender l’inno.
Qui Dante non si riferisce soltanto a coloro che non sanno «tecnicamente» distinguere le note  prodotte dagli strumenti musicali, ma intende esprimere l’emozione che ogni comprensione che rapisce chiunque ascolta la melodia, pur essendo questa perfettamente composta sulla base della propria sintassi. La musica è un mondo finto e infinito insieme”.
 
Dioniso
– “Non è ‘uno’ ma ‘molti’”, Giampiero Moretti, “il Foglio” domenica scorsa: “I suoi miti raccontano vicende differenti a seconda delle zone della Grecia, dell’A sia Minore, e fino in India”.
 
Gattopardo
– Non un romanzo, ma tre novelle? Cosi Tomasi di Lampedusa ne annunciava la scrittura al miglior amico Guido Lajolo, che si era trasferito in Brasile: “Mi sono seduto a tavolino ed ho scritto un romanzo: per meglio dire tre lunghe novelle collegate tra loro” – “l’Espresso”, 8 gennaio 1984, ora in C. Cardona, “Un matrimonio epistolare”, p.3.
 
Italo-americani
– Sono un’altra etnia – hanno altra identità. In cucina per esempio, “come nel caso degli spaghetti con le polpette o della cotoletta con pomodoro e parmigiano”, e nelle “pasta con sugo di finocchi” di Lady Gaga: “Negli Stati Uniti si sta formando una nuova identità culinaria…. La cucina italo-americana parla una lingua diversa da quella dele sue origini ed è giusto così: pur vantando radici italiane ha ormai acquisito una propria autonomia”, Luca Cesari, “Il Sole 24 Ore Domenica”.
Anche perché gli ingredienti in vario modo sono diversi – anche quando sono gli stessi.  
 
Liala
– Il genere è sempre prospero – “le donne leggono molto più degli uomini, in prevalenza romanzi” – ma modificato: non si basa più “sulla tradizionale figura del principe azzurro”, o non soltanto, deve “offrire anche la realizzazione professionale”, spiega Lucetta Scaraffia sul “Foglio” dopo vasta lunga disamina. Con un handicap: dopo la lettura, “la frustrazione al moment del ritorno alla realtà sarà ancora più forte”.
 
Omertà – Il dizionario Treccani (e la Crusca?) la dice una “variante napol. di umiltà, dalla «società dell’umiltà», nome con cui fu anche indicata la camorra per il fatto che i suoi affiliati dovevano sottostare a un capo e a determinate leggi”. Ulderico Nisticò, “Controstoria delle Calabrie”, ne ha una più persuasiva: “Dal latino homo, che nel linguaggio medievale indica il vassallo armato di un signore”. Un etimo che la lega a ‘ndrangheta, “in origine «atteggiamento di andreia, valore guerriero». E anche di condizione servile,  bisogna aggiungere.
 
Pet – Il cane domina la corrispondenza di Tomasi di Lampedusa, da Palermo, con la moglie Alessandra “Licy” Wolff von Stomersee: Crab soprattutto (Craboutzko, Craboutkinsky), cocker nero “dalle “pattes comme du velours”, Poppy, un bracchetto, e altri. Lui vive a Palermo col cane (con Crab passerà il capodanno del 1942) – di cui racconta alla moglie in dettaglio i pasti (“pasta e broccoli”), gli appetiti, le moine, le emozioni. Delle non molte fotografie dell’autore del “Gattopardo”, e di lui con la moglie, molte sono col cane. L’alano Bendicò, fedele alleato del Principe di Salina nel romanzo, è detto da Tomasi, in una lettera del 30 maggio del 1957 all’amico barone Enrico Merlo di Tagliavia, la chiave di lettura del romanzo stesso: la sfiducia negli uomini, la pace con l’animale, fedele.
I cani erano l’occupazione anche dei cugini Piccolo - l’occupazione pratica, le giornate passavano tra spiritismo, snobismo, e ingegnosità artistiche e poetiche. In particolare della sorella, Agata Giovanna, che era anche la primogenita, vedova di guerra, studiosa di botanica, esperta di cucina, e lo spirito dominante sui fratelli Casimiro e Lucio. Per loro resta un cimitero da lei allestito sotto il villino di Capo d’Orando, un quadrato recintato, con lapidi in pietra grigia, ognuno con la sua targa, con nome e date.  
 
Poesia - Ce n’è tanta – si fa (scrive), si pubblica – e non ce n’è più. Il paradosso è di Berardinelli, recente autore dell’antologia critica “L’ultimo secolo di poesia italiana”. Che se lo spiega con la scomparsa della critica: “La nuova poesia, dagli anni Settanta in poi, è stata una poesia senza critica e senza vera continuità culturale con le varie tradizioni precedenti”. Dagli anni, cioè, “a partire dalla mia generazione, quella che esordì intorno al 1975-1980: i poeti si sono riprodotti e moltiplicati senza freno per ubbidire a un malinteso diritto a una creatività indifferenziata e senza confini” Tutti poeti – un “diritto alla creatività”?
 
Proust – Il tono “lento e svogliato” della “Ricerca” che li aveva “rapiti” nella lettura congiunta che ne avevano fatto per la Pasqua del 1932, nella vacanza che Alessandra Wolff von Stomersee aveva passato a Palermo, innamorando perdutamente Tomasi di Lampedusa, è da questi ricordato nelle lettere appassionate che le scrisse quando fu ritornata nella sua residenza in Lettonia.
 
Società civile – O dei “belli-e-buoni”, erede cioè della καλοκαγαθία greca, si può dire ritratta da Voltare in “Jannot et Coline” come “persone di qualità (che) tutto sanno senza avere imparato nulla”? Comunque, ne scrivono ai giornali – ai tempi di Voltaire non si poteva, non c’era la rubrica dei lettori.

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Problemi di base bellicosi decies - 844

spock


Si ama la pace preparando la guerra, R. Prodi?
 
A Trump?
 
Armarsi, a caro prezzo, per che cosa?
 
Per fare la guerra alla Russia?
 
Per farla all’America – a Trump, certo, perché no?
 
Al comando di generali anglo-francesi, il vecchio ciclo normanno – bilingui?

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Dante mitico

I volti fisici di Dante, come lo si rappresenta, “da Botticelli alla grafica 3D”. La conclusione è nel seguito del titolo: “Ma i software non battono la fantasia”. Perché Dante è mito, il volto, la fisionomia, anche la statura sono soggettive, di ogni lettore, anche se esso stesso autore.
“Tutte le ricostruzioni”, spiega Palmieri, hanno un solo riferimento, il cranio e lo scheletro di Dante “ritrovati fortunosamente in una cassetta lignea a Ravenna il 27 maggio 1865 nei pressi dell’urna marmorea”, da cui le ossa erano state “segretamente sottratte e occultate per secoli dai frati francescani, timorosi che i fiorentini se le riprendessero, cosa che stavano per fare nel 1519 quando ottennero il consenso di papa Leone X” Medici. Ma si dovette aspettare fino al 1921, ai “rilievi attendibili” di “due luminari dell’antropologia, Fabio Frassetto e Giuseppe Sergi”, per ottenerne un’immagine attendibile.
Prima, naturalmente, ma anche dopo, molti si sono sbizzarriti nelle ipotesi più strane. Non hanno giovato le celebrazioni, con r elativi elevati bilanci di spesa, dei centenari. Né i “dantedì” che si celebrano, il 25 marzo, da alcuni anni. “Ci sono studi”, conclude Palmieri, “e a non citare il nome degli autori si fa loro un favore, che deducono persino patologie neurologiche”, di Dante epilettico e\o narcolettico.
Francesco Palmieri, I cento volti di Dante, “Il Foglio”, sabato-domenica

sabato 15 marzo 2025

Problemi di base slavonici - 843

spock


A Mosca, a Mosca, Cechov è da riscrivere?
 
È aperta la cacia all’orso russo, di primavera?
 
L’Europa è passata dal Reno agli slavi, che si odiano?
 
L’Europa all’ora slava vuole abolire la Russia, che è tanto più grande?
 
E vanno abolite la cattedre di russo?
 
E che ce ne facciamo di tutti gli slavisti?

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La città dei 15 minuti siamo noi

“Tutto a portata di sette minuti: primato di Milano, la città più «camminabile”. Lo dice l’“Economist” e i milanesi sono d’accordo”. Anche gli imprenditori. Cioè no: “È una città a misura d’uomo”, commenta il presidente di Assolombarda, “grazie alle dimensioni ridotte e ai servizi ben dislocati”. Ma aggiungendo: “È prioritario allargare i confini della città”, dei suoi servizi  accessibilissimi si residenti, “almeno alla dimensione metropolitana” - della provincia e oltre, al pavese magari, alla bergamasca, anche solo a Malpensa.
Lo studio originale, su cui si basa l’“Economist”, sulla nozione della “città dei 15 minuti” dell’urbanista franco-colombiano Carlos Moreno, è stato messo a punto da un gruppo di ricercatori della Sapienza di Roma, dei Sony Computer Science Laboratories presso il Centro Ricerche Enrico Fermi (Cref), pubblicato due anni fa sulle pagine di “Nature Cities”, che di fatto dice altro (in sintesi lo studio è tradotto su wired.it, “Servizi a portata di camminata o di bicicletta, esistono davvero le città dei 15 minuti?”
https://www.wired.it/article/citta-15-minuti-servizi-accessibili-esistono-davvero/)
I ricercatori premettono che non intendono sbilanciarsi sulla desiderabilità del modello 15 minuiti. Hanno solo analizzato come funzionano i servzi in molte città. Geolocalizzando, attraverso Open street map, supermercati, scuole, banche, ospedali, farmacie, uffici postali, uffici municipali, e luoghi dove fosse possibile fare attività fisica e partecipare ad attività culturali. E hanno scoperto  che ci sono molte città da 15 minuti, anche molto grandi.
Al centro città l’accessibilità è più elevata e i tempi più corti. Man mano che si va verso le periferie i tempi si allungano. Con quest’ottica, centro-periferie, poche città possono dirsi policentriche, cioè avere localmente servizi per tutti. E fanno il caso di Parigi e Barcellona, per esempio. Eliminando la differenza centro-periferie, e cioè i pendolarismi, molte città, compatte, risultano accessibili al modello “15 minuti”. Tra esse Milano, Berlino, Dublino, Monaco, che totalizzano più del 90 per cento di popolazione con servizi a portata di mano. Una città “diffusa”come Roma lo sarebbe al 70 per cento, percentuale rispettabile. Altre città europee con un buon equilibrio tra accessibilità ai servizi e densità residenziale sono Torino e Madrid.  
Ma, poi, conta molto l’integrazione territoriale, l’attività, il lavoro, il sistema produttivo. Col pendolarismo. E conta molto anche l’urbanistica. La ricerca fa l’esempio di molte città americane, cresciute con i criteri urbanistici dominanti nel dopoguerra, dove le zone periferiche, residenziali, più ricche, e molto più ricche, hanno una bassa densità di servizi. È nelle città tradizionali del modello europeo, compatte, che si ha un una buona e anche ottima accessibilità ai servizi. Anche se il modello urbanistico non è, o non lo è più, ottimale per altri versi – verde pubblico, mobilità, accessibilità dall’esterno.
Matteo Bruno-Hygor Plaget Monteiro Melo-Bruno Campanelli-Vittorio Loreto, A universal framework for inclusive 15-minute cities, “Nature Cities"

venerdì 14 marzo 2025

Problemi di base circostanziali - 842

spock


Se due senza patria, uno domiciliato in Svizzera e uno in Olanda per non pagare le tasse, possano fare i maestri di democrazia in Italia.
 
O Trump o morte?
 
Se l’Europa può permettersi una guerra su due fronti.
 
Se l’Europa è da “Promessi sposi”, “un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”.
 
Se l’Europa è quella, ancora, dei “Promessi sposi”, delle grida – in senso proprio, a chi le spara più grosse.
 
Se i giudici sono senza colpa, ancorché delinquenti.

spock@antiit.eu

Un fesso non sono, e ho scritto “Il gattopardo”

Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Alessandra “Licy” Wolff von Stomersee si sposarono tardi, nel 1932, lei di 38 anni, appena divorziata (da un marito omosessuale, n.d.r.), lui di 36, e per undici anni, fino al 1943, passarono la lunga calda estate siciliana separati, lui nel palazzo avito a Palermo, lei nel castello di famiglia in Lettonia. A Palermo dominava la madre amatissima del futuro scrittore, Beatrice Tasca di Cutò, “Bona” nella corrispondenza del figlio, madre che si sa tirannica (fino a imporre nomignoli femminili al figlio - già amante di Ignazio Florio) alla quale la nuora era e resterà invisa. In alternativa a Stomersee, al castello grande e freddo, e a Palermo, Licy passava anche lunghe stagioni a Roma, dove viveva la sorella “Lolette” (Olga), sposa del diplomatico Augusto Biancheri, e la loro madre, Alice Barbi, “la prima cantante italiana da concerto”. Grande personaggio questo, sia detto in aggiunta, specialista di lieder, famosissimo contralto di Fine Secolo, pregiata da Brahms, Clara Schumann e tutto l’ambiente musicale, che si era ritirata dalle scene sposandosi, col barone Wolf von Stomersee – poi zia acquisita di Giuseppe: vedova del barone von Wolff, aveva sposato l’ex ministro degli Esteri (governo Bonomi) e ambasciatore italiano a Londra Pietro Tomasi della Torretta, zio di Giuseppe.  
Si scrivevano in francese, come la nobiltà russa aveva usato, anche dopo “Guerra e pace” – gli Stati baltici, benché teutonici, erano una propaggine russa. Da cosmopoliti mistilingue peraltro, con incisi inglesi, o l’italiano colloquiale. Si scrivevano di niente, dopo le primissime lettere, maggio 1932, di Giuseppe innamorato. Legati dal “non detto”, “dall’implicito”, come avverte la curatrice: “Per anni riempiono facciate di fogli parlando di niente, o meglio, parlando di tutto; della loro salute (lei soprattutto), dell’amico Bebbuzzo e dell’altro chiamato «le Philosophe», delle liti fra cugini, di cibo, di cani (molto), di case, di tasse e di soldi (sempre pochi), di inquilini morosi e lamentevoli, di matrimoni e conseguenti regali di nozze da fare, di Lila e Lolette (l’amica di sempre e la sorella), dei pettegolezi del circolo Bellini e del caldo e del freddo, tremendi, di Palermo e di Stomersee”. Ma il libro, singolare, è godibilissimo, per il genio della curatrice. Che lo arricchisce di una breve nota, in cui spiega come se ne sia occupata quasi quarant’anni fa, delle “due singolari e bizzarre figure di Giuseppe e Licy”, collaborando con Gioacchino (erede di Tomasi) e Nicoletta Lanza Tomasi, e con Boris e Gippi Biancheri, cugini del “gattopardo”, per la rilevazione e valutazione delle allora poco o nulla “attenzionate” carte di Tomasi di Lampedusa.
“Un matrinonio epistolare” aprì una valanga di studi, ricerche, analisi, ipotesi, “romanzi, aneddoti, racconti e dicerie le più varie”. Ma questo dietro le quinte di Cardona, per quanto conciso, resta insuperato. Per la capacità di organare in un racconto le varie vicissitudini della lunga corrispondenza - evidenziata anche dall’inerzia della postfazione di Manganelli, più del solito manieristica. Di entrare nello “«stile» di un matrimonio”, nella “forza che doveva avere il non detto”. Con confidenza, malgrado tutto, e anche affettuosità. Lui è “Mimi” per lei, lei è “Murili”.  
Non la corrispondenza insomma fra i due coniugi, ma il racconto della corrispondenza. Pagine poche, ma densissime: non ci sono segreti svelati, o pettegolezzi alimentati, eppure si legge. Con ampie e pertinenti narrazioni di personaggi o eventi oggi remoti. Con molte chicche. Tra esse la lettura argomentata del sogno premonitore che Giuseppe dettaglia a Licy nel 1950, della sua fine e dell’opera che lo attende prima, imperiosa. E la lettera ora famosa a Guido Lajolo, “il suo migliore amico”, il 31 marzo 1955, in cui gli comunica: “1) ho scritto un romanzo, 2) stiamo per adottare un figlio”. E spiega: “Comincio dal primo e meno importante evento. Io non ho cugini da parte paterna, intendo dire cugini di primo grado. Ne ho invece tre da parte materna”. Sono i cugini Piccolo, di Capo d’Orlando, Giovanna Agata, Casimiro e Lucio. Che con il cugino Giuseppe condividevano l’amore dei cani – nel giardino della loro villa a Capo d’Orlando. Agata, la primogenita, ha predisposto e lasciato un cimiterino affollato di cani, con nomi e date, una ventina almeno. “Da un paio d’anni in questi miei tre cugini si è risvegliata un violenta attività artsitica”, continua Tomasi - che attribuisce anche ad Agata, che ha lasciato memoria di botanista, per la cura del giardino, anche incisioni di acqueforti all’improvviso esposte “in mostre a Roma e a Milano, con largo successo di pubblico e di critica”. Mentre Casimiro, “che aveva dipinto tutta la vita da dilettante”, specialista di elfi e farfalle, “a sessant’anni suonati ha messo su una mostra personale”, ha venduto tutto “in una settimana ed è proclamato grande artista”. Il terzo, “il più giovane ma che ha cinquantatré anni”, ha “fatto stampare un volumetto di versi, ne ha inviato una copia al terribile Eugenio Mntale”, e il resto si sa – Montale folgorato, inni, premi, onori, “un’iradiddio”. Conlusione: “Benché io voglia molto bene a questi cugini (specie ai due ultimi) debbo confessare che mi sono sentito pungere sul vivo: avevo la certezza matematica di non essere più fesso di loro”. E ha scritto il romanzo.  
Più di un saggio critico, più di una biografia accurata, una curatela piena di insight fulminanti. Di Tomasi è detto tutto a proposito dei Cugini Piccolo, “parte, con Licy, di quella specialissima «setta segreta» che contemplava cultura ed aristocrazia come qualità inscindibili, unita indissolubilmente da un senso di decadenza delle cose e da un’infanzia aureolata come un Paradiso Terrestre”. Nel verso buono? Con i Piccolo il pranzo di Pasqua del 1942, certo a guerra non ancora perduta, è a dir poco sibaritico - p. 130 (ma tutti i racconti dei pasti in casa Piccolo, numerosi, sono straordinari). Poi c’è, sullo sfondo, la madre “Bona”, la Grande Madre Mediterranea di Ernst Benrhard, che tenne Giuseppe al guinzaglio per cinquant’anni. L’inverno del 1943 i bombardamenti su Palermo si intensificano, il palazzo di famiglia, nel quale la madre vorrà poi restare a vivere, è praticamente distrutto, “Licy” sta a Roma, e non scrive, o raramente.
Caterina Cardona, Un matrimonio epistolare, Sellerio, pp. 197 € 14

giovedì 13 marzo 2025

Europa e Usa indivisibili

Europa e Usa simul stabunt vel simul cadent? Così sembra, contro tutta l’agitazione in corso. Si sono inflitti dei dazi, ma ne soffrono, entrarmbi.  Si fanno la guerra sulla pace con la Russia, ma poi decide Putin. E, poi, non sarebbero tutti contro Trump, Europa e Usa uniti nella lotta – anche se nonèvero?
Lo stesso sulla difesa. L’Europa alza i toni contro Trump il liquidatore, ma perché ha in mente un piano di riarmo, e vuole un nemico in casa – uno meglio di un nemico esterno, che può mettere l’assedio. Ma, poi, anche qui, il riarmo europeo non può che fare piacere agli Stati Uniti, e all’industria americana degli armamenti.

Ombre - 765

E dunque l’“Economist” può censire una crescita esponenziale dell’estrema destra in Europa, in soli quindici anni, maggiore che nei turbolenti anni 1930: con una media ponderata oggi del 24 per cento, superando socialdemocratici e conservatori (popolari compresi), di qualche decimo sotto quella soglia. Ma mettendo in quello schieramento il 34 per cento di Fdi e Lega, che invece starebbero meglio fra i conservatori. E senza tener conto della destra “sociale”, che occupa un vuoto delle sinistre. Ma, soprattutto, senza dire che è una destra senza le piazze e la violenza: una destra d’opinione – malgrado i  mass media, a questa destra avversi. Su questo sì, ci sarebbe da riflettere. 


Si vota in Groenlandia, paese di 58 mila abitanti, di cui 41 mila elettori, che vanno a votare per il 70 per cento, quindi in 30 mila nelle elezioni affollate, su una superficie di 2 milioni 166 mila km quadrati – la metà dell’Unione Europea. Che pensarne? Dice che dal voto nell’isola dipende il futuro dell’Europa. È ridotta così male?
 
La bilancia commerciale Usa chiude in rosso da mezzo secolo, nel 2024 per 1.220 miliardi, più 14 per cento sul 2023. La bilancia dei pagamenti, beneficiando di un attivo negli scambi di servizi per 293 miliardi, si assesta su un rosso di 927 miliardi. Il secondo peggior saldo dopo quello del 2022, di 951,2 miliardi di dollari. I Paesi con cui il deficit è maggiore sono stati la Cina (295 miliardi), la UE (235 miliardi), il Messico (172 miliardi), e il Canada (63 miliardi).
 
“M. figlio del secolo” non trova distribuzione fuori d’Italia, troppo brutto. Ma si vuole che i distributori non lo vogliono perché gli Usa, il maggior mercato, sono fascisti - e magari anche, un po’, l’Inghilterra (della Germania si sa)? O bisogna fare una seconda serie, e allora si tiene il ferro caldo, accusando il mondo di fascismo.
 
Potenza delle piattaforme, Sky, Netflix, HBO, Paramount+, Disney etc. O dei loro agenti italiani, quanto più furbi dei critici, più forti dell’opinione. Che possono vendere impuni, e anzi con successo, come cult o blockbuster, robetta da telenovela – girata in una stanza, dieci e quindici scene al giorno, tutta fuffa.
 
Si riapre il delitto di Garlasco, l’assassinio di Chiara Poggi, perché sotto le unghie della vittima ci sono – c’erano - tracce di Dna di un sospettabile. Tracce evidenti dopo quindici anni ma non all’epoca del delitto? I gialli ci hanno abituati tropo alla solerzia delle polizie.
 
O Garlasco non è un problema di polizie. C’è un condannato che ha scontato sedici anni in carcere, su decisione della Corte di Cassazione, dopo essere stato assolto in Assise e in Appello. La Cassazione che decide, dovrebbe, su motivi procedurali, formali e non di merito. Ma la giustizia è quella, dei giudici.
 
“Rimpatri veloci. Sì a centri per le espulsioni in paesi terzi”, Bruxelles fa sua la soluzione Meloni-Rama: una breve, dodici (mezze) righe. Fanno notizia solo le giudici bas-bleu che decidono loro, benché non sappiano le lingue, quali paesi africani e asiatici e latinoamericani sono democratici e quali no. Peccato che la politica le protegga, ci sarebbero molte gag comiche in materia.
 
Zaynad Dosso piange sul podio dopo aver vinto l’oro agli Europei indoor sui 60 metri. Ma esibisce direi dita con unghie artificiali ad artiglio, artisticamente allungate. In ginocchio ai blocchi di partenza, con le dieci dita naturali non guadagnerebbe secondi, altro che centesimi o decimi?
 
Giudice Gratteri a ruota libera e titoli impegnativi: “Dalle carriere separate rischi per i cittadini, con un pm che lavora per condannare a tutti i costi”. Che è la funzione del Pm. Anche nell’ordinamento attuale. Anzi ora più che mai – perché estromette la difesa, fino al processo.
“Un pm al di fuori della giurisdizione, che non lavora più per cercare la verità”. Il giudice Gratteri dà sempre l’impressione di non credere a quello che dice, attore in un ruolo. Ma qui è sarcastico.
 
Ridono Costa e Von der Leyen nella foto ricordo, sotto il sorriso furbo di Zelensky, per il riarmo dell’Europa. Che l’Europa si sveni per l’eroicomico Zelensky è certo un’avventura impensabile – un tempo si sarebbe detta da minorati.
 
“Sono in tre commissioni, sanità, ambient e bilancio”, racconta Ignazio Marino, eurodeputato Verdi-Si a Bruxelles, dopo essere stato sindaco Pd di Roma cacciato dallo stesso Pd, di suo chirurgo dei trapianti di fegato: “I tedeschi hanno un senso quasi proprietario del bilancio, e all’inizio ero guardato con sospetto”. Così funziona Bruxelles.
 
La Cassazione che fa pagare a Meloni i danni morali a un immigrato illegale contro tutti i tribunali sottostanti, e contro la stessa Procura della Cassazione, ha voluto “alzare una palla”. Ai media, tutti più o meno Pd, o a Meloni? Al Pd, certo: tre giorni di sconfitta per il governo, facendo trapelare di otto ricorrenti invece di uno, con una provvisionale di centinaia di migliaia di euro invece di 160 – quanto i supremi giudici hanno devoluto per il giorno di permanenza contestato sulla nave della Giardia Costiera al ricorrente (che ha rinunciato all’indennizzo). Sembra ridicolo, e lo è.
 
Ma non si può dire. Il capo della Cassazione tuona che la Suprema Corte va rispettata. Gonfia, s’immagina, dei suoi ermellini – le toghe preziose che i giudici esibiscono nelle loro cerimonie. Il giudiziario è l’unico ordinamento delle istituzioni che si è mantenuto fascista: dagli ermellini alle toghe e all’autoritarismo non hanno rinunciato a nulla
 
Però. Però non si sa se sono più furbi o più scemi. Una condanna che non è una condanna, ma un rinvio in corte d’Appello - una condanna solo per i media, che se la bevono. Per 160 euro di danni morali. L’unica consolazione è che non si sono riuniti a Ferragosto per decidere. E di questo va dato atto al capo della Suprema Corte di Cassazione Cassano, è già un passo democratico.
 
Si fa grande caso come è giusto dei dazi che Trump va minacciando. Silenzio invece sulla Brexit, che nasce dalla stessa idea, “isolazionista”, nel senso di introdurre vincoli al commercio e anche agli scambi di persone. L’antiamericanismo ha sostituito la “perfida Albione”?

Quel Gattopardo è un po’ verghiano

“Il gattopardo” senza il glamour visconteo – del regista aristocratico e delle sue star. O “Il gattopardo” messo a nudo? Virtuosamente centrato sulla ragione borghese di Concetta, la figlia del  principe, che si ribella all’autorità paterna in chiave “io sono mia”. Piuttosto che sul declino della magnificenza - o nostalgia, sotto forma di coscienza critica.
Giusto, perché “Il gattopardo” non sarebbe un romanzo verghiano, di scrittura semplice, con nobili impecuniosi invece dei cafoni arricchiti? Di autore titolato, per parentela, frequentazioni, e cause civili, ma di vita modesta, anzi triste e scialba, specie dopo i bombardamenti bellici.
Un “Gattopardo” in questo, filologicamente, dunque preciso. Ma una produzione senza pretese, tipo soap opera, per un “pubblico universale”. Affidata a un regista inglese, della scuola che le serie inventò settant’anni fa, gli “sceneggiati”. Che il romanzo solennemente “storico”, come fino ad ora è stato recepito, riporta al feuilleton, con uno spruzzo verghiano.  
Straordinaria la potenza di promozione e persuasione di Netflix. Per la regia di Tinny Andreatta, ora regina delle serie americane come lo era a Rai 1?
Richard Warlow, Il gattopardo, Netflix

mercoledì 12 marzo 2025

L’Europa in guerra su due fronti

Una guerra su due fronti è votata alla sconfitta, è uno dei (pochi) principi assodati dell’arte militare. È la situazione su cui l’Europa è ora confrontata.
Con la Russia, scontro militare, non c’è accordo possibile. Con gli Stati Uniti, fronte commerciale e anche politico, aperto oggi ufficialmente, l’accordo è possibile e va cercato - a parte i discorsi di civiltà comune.
È curioso, ma è vero, Meloni è quella, forse l’unica, che lo spiega e lo sostiene. Con l’Inghilterra di Starmer – anche in questo, il colloquio con Londra, Meloni aveva da tempo, anche prima dell’Ucraina, visto giusto.
Su questa linea è certo che anche la Germania di Merz si muoverà. E quindi la UE, tedesco-dipendente? Ma c’è un problema di rapporti con l’America di Trump, per come si rappresenta nell’opinione in Europa. Non è un problema da poco, il rischio è forte e solido che l’Europa resti confusa in allarme, cioè perdente. Tanto più che della pace ormai inevitabile tra Russia e Ucraina si avvantaggerà l’America, la Russia avendo l’Europa, prigioniera della sua agitazione, deciso che è e sarà il suo Nemico. Mentre la logica, militare e politica, vorrebbe che anche la Ue apra un suo canale con Mosca - Meloni, ancora uno sforzo?

Ma la Germania non marcia

L’Europa torna bellicosa, e lo fa naturalmente, come tutto in questa Europa, attorno alla Germania. Che però ha organici semivuoti per l’apparato militare – il ministro uscente della Difesa, Pistorius, aveva per questo ipotizzato il ritorno alla leva.
Il militare in Germania è una seconda o terza scelta: la carriera non è ambita, e anzi disprezzata. Dopo la riunificazione il governo dovette promettere una laurea civile a chi, ufficiale o sottufficiale, firmava per sei anni.
La Germania, 83 milioni di abitanti, ha 180 mila effettivi, nelle tre armi - 20 mila in meno dell’organico, Tanti quanti ne ha l’Italia, che professa il pacifismo – ma con molti più impegni operativi, su vari scacchieri - e con una popolazione ridotta.
Il bellicismo non è nel dna della Repubblica Federale, ancora meno dopo la riunificazione. L’antibellicismo ha pesato molto nel voto di febbraio a favore anche della destra, forse più che della sinistra.    

Se il sindaco è per bene

A giubileo inoltrato si cammina a Roma con difficoltà, tutti gli spazi, più o meno, sono occupati dai lavori, con cantieri che stanno aperti a tempo indeterminato. Senza controlli da parte dell’appaltante, il Campidoglio? Tutto ok per il sindaco Gualtieri – che tutti si affrettano a dire “una persona per bene” (un sindaco, normalmente, non è “per bene? non a Roma?). E non finisce qui: un altro giubileo si annuncia, ben più “pesante”, nel 2033, quando saranno due mila anni dalla morte del Cristo, e mille dal primo giubileo della storia.
A Roma hanno chiuso due edicole su quattro – in Centro e semi-Centro tre su quattro. E il sindaco ne vuole chiudere venticinque. Il motivo non si sa, e lui non lo dice. I giornali insistono, e lui niente. Qualche galoppino azzarda: è il nuovo codice della strada. Ma il nuovo codice della strada è immutato per quanto riguarda le edicole. Il sindaco ha bisogno di quegli spazi per altri business, evidentemente, e si vergogna a dirlo.
È una persona per bene” dice del sindaco di Roma Gualtieri anche l’ex sindaco Marino, silurato dal suo partito – lo stesso di Gualtieri – perché voleva “mettere le cose a posto”: le bancarelle, lo straordinario notturno ai vigili dopo le quattro del pomeriggio, la rotazione del personale…. E perché “l’organigramma delle società partecipate dal comune rispecchia sempre le quote su base partitica: ce n’è per tutti”. Anche negli appalti, bisogna aggiungere.
Sarà a Roma per i sindaco Gualtieri come a Milano per il sindaco Sala, anche lui per bene, che nulla sapeva?

Corpo alle emozioni

Fogliati e Fanelli tengono su, e fanno divertente, questo primo appuntamento fra due delusi in amore. Pilar Fogliati protagonista dell’invito a cena, con un restio Edoardo Leo, Emanuela Fanelli, “Roma Nord”, animatrice del coretto di quattro amiche, che assistono da remoto Pilar all’incontro – lo stesso avviene per Leo, quattro amici vigilano da remoto su ogni pulsione.
U’idea semplice dello stesso Genovese. Come la messinscena, necessariamente a huit clos, quasi penitenziale per lo spettatore – teatrale: lui e lei in una stanza, gli amici in un’altra, le amiche in un’altra ancora.  
Un’idea geniale. Ma forse più per la realizzazione, grazie soprattutto alle due attrici comiche - l’idea è la stessa di “Inside Out”, il fim Pixar dieci anni fa che animava le emozioni, Gioia, Tristezza eccetera. I due coretti di rinforzo sono le sinapsi dei protagonisti, impulsi mutevoli a ogni svolta dell’incontro. Per lei, con Fanelli (Trilli, spontaneità), Pandolfi (Alfa, autocontrollo, con tanto di citazioni di Carla Lonzi), Puccini (Giulietta, romanticismo) e Maria Chiara Giannetta (Scheggia, imprevedibilità). Per lui Giallini (il Professore, psicoterapeuta), Santamaria (Eros, erotismo), Papaleo (Valium, pigrizia, cinismo) e Lastrico (Romeo, tenerezza).
Paolo Genovese, FolleMente

martedì 11 marzo 2025

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (586)

 Giuseppe Leuzzi


“Il maggiore esperto della mafia giapponese è un’italiana”. Il nome, Martina Baradel, la dice veneto-friulana. Ma è pur sempre italiana. 
L’ultima definizione di mafia potrebbe essere: fenomeno tipicamente italiano, di cui è vittima il Sud Italia.

 
“Mia mamma era di Ferrara, la dodicesima di 12 figli. Mio nonno materno era torinese. Mia nonna materna era invece di Genova”. È Rita Pavone che parla. Rita Pavone ha quasi ottant’anni, parla dunque di una famiglia materna negli anni 1930, tra Ferrara, Torino e Genova.
 
La Wada agenzia mondiale antidoping si sbraccia a spiegare perché ha “dovuto” squalificare Sinner, e come e quanto ha operato per ridurre la squalifica al minimo. L’agenzia antidoping è nota per la corruzione, dapprima degli Stati Uniti, fino a ieri, Olimpiade di Parigi, da parte della Cina. L’antidoping è come l’antimafia. Con le mazzette invece che con le carriere, giornalistiche e giudiziarie.
 
Si celebra in Calabria l’appello per il maxi-processo Rinascita-Scott che cinque anni fa portò all’arresto di circa 500 persone del vibonese. Ma si celebra a Catania – con gran danno naturalmente delle difese, logistico e procedurale. Perché l’apposita aula-bunker costruita a tamburo battente per il processo si è allagata con le piogge a Natale. Ci sarà un Rinascita-Scott per la costruzione del maxi-tribunale?
 
Caporali a Milano
Rosarno non è sola, e il caporalato non è solo di Foggia. “Il caporalato non è mai stato una piaga soltanto delle pianure foggiane o delle campagne di Latina. Tra Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia il tasso di irregolarità tra i lavoratori nei campi oscilla tra il 20 e il 30 per cento Ad oggi, il numero dei procedimenti giudiziari per sfruttamento del lavoro aperti nelle regioni del Nord è pari al 28 per cento, quasi un terzo di tutta Italia. E la Lombardia non è solo la prima regione italiana per valore della produzione agroalimentare, è anche quella più colpita dalle indagini sul caporalato. La fotografia degli sfruttati nei campi dal Piemonte al Friuli Venezia Giulia arriva dall’associazione Terra!, che ha presentato ieri il suo nuovo rapporto “Gli ingredienti del caporalato - Il caso del Nord Italia” (“Il Sole 24 ore”).
Con un po’ di ritardo, quello che si sapeva viene infine documentato.
 
Senza tempo
“Mo’ vidimu”, ora vediamo, Ulderico Nicastro assume a forma verbale che caratterizza le sue Calabrie (“Controstoria delle Calabrie”, p.119), e di fatto tutto il Sud – la sua paginetta richiama Sciascia e la sua Sicilia senza futuro, il tempo futuro. “Gli antichi Greci usavano un tempo verbale che chiamarono aoristos, che vuol dire «senza determinazioni»; e che non era il passato e nemmeno il presente, ma la pura azione o condizione. Lo stesso i calabresi (“è questa, insieme a qualche termine dialettale e cognome, la sola eredità che lasciano i Greci ai Calabresi”), che dicono jia e vitti, sono andato, ho visto, “non riferendosi ad anni e neppure a giorni fa, ma ad appena un momento prima; o al presente in atto”. Una forma di passato prossimo, o presente continuo, anche se espresso nelle forme del passato remoto. Che conduce però Nisticò alla conclusione: “Essi dunque non posseggono alcun sentimento del tempo, bensì vivono in un’immutata eternità in cui da almeno tre millenni non si avverte modificazione”. Nell’immobilismo.
Qualcosa di vero c’è. Ma non nella conclusione di Nisticò: “La prima conseguenza, più grave in questo mondo di fatti”, nel mondo attuale, “è che, non sapendo di passato e presente, non sanno neanche di futuro”, i calabresi, i meridionali; “e qualunque cosa pensino e compiano, la rinviano a non si sa quando… che per loro, del resto, è sempre il costante presente”. Nisticò non lo sa o non lo dice, ma accosta questo presente continuo al “bukra” e “malesh” degli arabi, il loro mañana e “non importa” - spesso assortito dall’“in šāʾ Allāh”, se Dio vuole. Al cosiddetto fatalismo. Che non è sicuramente il caso.
 
Le retate della madonna
Mimmo Gangemi si chiede su “l‘Altravoce”, il giornale gioiellino di Alessandro Barbano, il perché delle “retate”: “Per esempio dei ragazzi delle bande giovanili l’altro giorno, 73 arresti e 154 denunce in tutta Italia.  Il delitto non va punito, la colpa non è individuale, perché aspettare?”, si chiede. Potrebbe aggiungere che solo in Italia si fanno le retate, se avesse accesso alla stampa europea e americana.
Perché le retate, e perché solo in Italia? Perché se non ci sono i numeri non c’è l’eco di stampa, e non si va nemmeno in tivù. Che è l’obiettivo delle retate: creare, o mantenere vivo, l’allarme, non rassicurare, come normalmente fanno le polizie. Un obiettivo talmente “necessario” che si va per la via più facile, quella dell’associazione delittuosa - nessun bisogno di provare un delitto. Giudici, carabinieri e polizia vi si esercitano con soddisfazione evidente, anche perché con le retate si rimediano titoli in carriera, ma che c’entra questo con la repressione dei delitti e del malaffare?
Si arriva così al tuttomafia. Per delitto d’associazione. Compresa la Madonna. Anzi, la Madonna specialmente, in Calabria. Da parte di giudici e colonnelli neppure massoni, anzi alcuni buoni democristiani, se non credenti. Gli inchini delle Madonne ai mafiosi, Polsi santuario dei mafiosi, giuramenti mariani dei mafiosi.
Usa in dialetto siculo-calabrese-campano dire “della madonna” per dire un’esagerazione. Ma non basta per dire le retate per associazione mafiosa. In Calabria si celebra un processo “Rinascita-Scott” partito con 479 imputati – della sola provincia di Vibo Valentia (170 mila abitanti, meno di Belluno). Quasi tutti per associazione, politici, amministratori, funzionari, carabinieri e poliziotti compresi, dignitari massoni. Attorno al piccolo nucleo di “un grosso traffico internazionale di stupefacenti”. Ora all’appello sono ridotti a 236, la maggior parte sempre per concorso esterno in associazione.
 
Arrestare, arrestare, qualcuno pagherà
Si fanno sempre, come ai tempi del confino, niente è cambiato da Mussolini, anche se in nome più spesso dell’antifascismo, molti arresti facili. All’uzzo dei Procuratori – i gip, che gli arresti validano, anzi autorizzano, non contano niente. Le domande di “riparazione” per ingiusta detenzione prima del processo, e quindi della sentenza, sono state l’anno scorso 1.293, per tre quarti ritenute valide. I distretti del carcere facile sono Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro, secondo la disamina che ne fa “l’Altravoce”, il giornale di Alessandro Bar8bano.
Sul “Foglio” Ermes Antonucci documenta che dal 2018 al 2024, in sette anni, lo Stato ha pagato 220 milioni per indennizzare le vittime di ingiusta detenzione. Ed evidenzia che “di questi 220 milioni ben 78 (cioè il 35 per cento) sono stati versati in Calabria”. Con l’ovvia considerazione che “una regione di 1,8 milioni di abitanti ha assorbito negli ultimi sette anni il 35 per cento dell’intera spesa” per risarcimenti. “Un record”, prosegue Antoncci, “confermato anche nel 2024: su 26,9 milioni complessivi, 8,8 milioni (il 33 per cento) sono stati versati per risarcire chi è stato incarcerato ingiustamente in Calabria”.
Non in tutta la Calabria però: la maggiore spesa è per i processi avviati dalla Procura di Catanzaro. Negli anni in cui a capo della Procura è stato Nicola Gratteri, narratore di mafia egregio, oltre che capo della Procura, ora, a Napoli. Antonucci fa un elenco di almeno quattro procedimenti “storici” che hanno fatto più danni che buoni effetti. E conclude. “Nel 2024 il maggior numero di ordinanze  di indennizzo per ingiusta detenzione è stato emesso dalla Corte d’Appello di Catanzaro: 110 sulle 552 di tutto il territorio nazionale”, il 20 per cento del totale.
 
Il patrimonio del radicamento
“Puoi togliere una ragazza dalla provincia, ma non la provincia da una ragazza…”, propone l’intervistatrice, Paola Piacenza, su “Io Donna”. “Io nemmeno sono di provincia, io sono paesana”, risponde Vanessa Scalera: “Che è molto oltre. Ogni cellula di me parla quella lingua…. Torno a Latiana (Latiano? provincia di Brindisi, n.dr.) ogni volta che posso, la mia famiglia che è lì è la mia tana”. 
È il distintivo dell’Italia, in mezzo all’Europa: il radicamento. Che può essere una trappola, ma c’è. Sicuramente è (anche) una linfa, un radicamento generativo. Un patrimonio, si direbbe. Se non che l’Italia, da un quindici anni, si diverte a smantellarlo.
Si investe molto nei “borghi”. Soprattutto in pubblicità. E in sponsorizzazioni Unesco, del tipo “patrimonio dell’umanità”. Per spendere denaro pubblico l’Italia non si tira indietro. Nel mentre, però, che governa per smantellarli, anche con asprezza. Quando non siano convertiti in agroturismi o centri vacanze, per lo più milionari. Con tasse – tasse e non imposte, senza rapporto con il reddito o i consumi, o con i servizi resi. Le cosiddette patrimonialine, Imu, Tari, elettricità.
La casa è stata scoperta come cespite per finanziare l’allegra finanza pubblica da Mario Monti nel 2012, e da allora è una sagra. Specie sulla seconda casa. La quale è al novanta per cento la casa originaria, paterna, familiare, paesana. Di cui è giocoforza liberarsi, diventando un focolaio di costi – le tasse aggiungendosi alla manutenzione – cui non si può che sottrarsi.
Poco di questo Appennino si salva. Forse quello sopra Bologna e sopra Firenze. E l’Alto Lazio e l’Abruzzo marsicano, per il pendolarismo possibile su Roma. Nelle aree di emigrazione, tra Piemonte e Liguria, in Calabria e in Sicilia, le case abbandonate sono più di quelle abitate.


leuzzi@antiit.eu

Zeno contro la guerra

Era antibellicista e pacifista Italo Svevo, che così chiude “La coscienza di Zeno”:
“Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute.
“Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli.
“Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.

Giallo della memoria

Quando la perdita accelerata della memoria lo colpisce, il reduce della guerra del Golfo un po’ filosofo diventato killer professionale, riscopre la moglie e il figlio, organizza per loro un’eredità in contanti, e per il figlio escogita una serie di “tutte evidenze” che che obbligheranno alla sua discolpa invece che all’imputazione per il delitto di cui si è macchiato. La colpa del peccatore redime il prossimo.
Indaga un’ispettrice – ma non si può dire, non c’è lui o lei, solo “una persona” – asiatica. Una novità totale, anche nel tratto – risparmia allo spettatare le melensaggini che allungano il tempo nei gialli.
Michale Keaton dirige se stesso (una forma di scongiuro a settant’anni?) nel ruolo del pensatore- -killer. Coadiuvato da Al Pacino, il “agente” del malaffare – sempre più nei panni di Shylock, un ruolo, si vede, che lo ha segnato.
Michael Keaton, La memoria dell’assassino, Sky Cinema

lunedì 10 marzo 2025

Populismo riformatore

C’è una logica in Trump, anche se le cronache ci confondono le idee, nelle paci “imposte”, nei dazi minacciati, rimossi, riminacciati, nell’attacco tutti azimut alla spesa pubblica, al governo federale. È quella populista, ricorrente in America ogni paio di generazioni. Doppiata nel partito Repubblicano dalle limitazioni alla proliferazione federale, allo Stato dei politici, lontano dal cittadino.

La parola populismo è osteggiata in questa insorgenza come sinonimo di fascismo, ma è altra cosa - ed è, in America, anche di sinistra (lo è stata per esempio nel decennio di F.D. Roosevelt. In questa fase è conservativo ma non reazionario – c’era anche il fascismo “sociale”. Sicuramente non antidemocratico: è un’espressione democratica – una conformazione della democrazia, una delle tante.

Molte per esempio sono le analogie dell’attuale momento dell’Occidente – l’Europa e gli Stati Uniti – con gli anni 1980. La politica naviga da qualche anno a destra in Occidente. Successe, forse con maggiore radicalità, negli anni 1980. In Italia furono detti anni del “riflusso” – al governo c’erano, bene o male, i socialisti. Ma nell’autunno del 1980 la Fiat tenne fermo sul risanamento di Mirafiori, allora una fabbrica gigantesca, dove però lavorava un\a operaio\a su dieci, e sconfisse gli scioperi, mentre il capo del Pci Berlinguer ai cancelli patrocinava l’occupazione, con la “marcia dei 40 mila”. Qualche settimana dopo in America Reagan, reduce da un attentato quasi mortale a poche settimane dall’insediamento, affrontò con asprezza lo sciopero dei controllori di volo (per una piattaforma di richieste del tipo: aumenti di migliaia di dollari, settimana di quattro giorni…..) – indetto da un sindacato che lo aveva sostenuto nella campagna elettorale. Licenziò gli scioperanti, e li bandì da ogni futuro incarico federale – il divieto fu abolito dal primo Clinton, dieci anni più tardi. Gli scioperanti furono licenziati sulla base del principio stabilito dal presidente Coolidge, 1923-1928: “Non c’è diritto di sciopero nella sicurezza pubblica, per nessuno, in nessun luogo, in nessun momento”. Al posto degli operatori licenziati furono tremila estranei al sindacato, in aggiunta ai tremila che non avevano scioperato, più 900 militari. Nella controversia furono cancellati settemila voli, ci vollero settimane per normalizzare i voli. Reagan aveva esordito con un brutale, più di Elon Musk: “Il governo non è la soluzione del nostro problema, il governo è il problema”.

Due anni dopo Margaret Thatcher annientò il sindacato dei minatori, che fece inutilmente uno sciopero di un anno e mezzo, tra 1983 e 1984 – e liquidò l’industria pubblica.

Regana fu anche il presidente della liberalizzazione, sui canoni dell’economista premio Nobel Milton Friedman, con la riduzione delle tasse, etc. … Un’operazione non violenta, ma radicale. Mentre stanava il militarismo sovietico, avviandolo alla glasnost e alla perestrojka. E avviava la globalizzazione: la maggiore rivoluzione (anche sociale) e la più radicale dopo quella industriale del Settecento, che porterà in una sola generazione tre quarti dell’umanità all’affluenza (subito dopo Reagan gli Stati Uniti del suo vice Bush faranno pure finta di non accorgersi di Tienamen, della lunga repressione del dissenso politico e la libertà in Cina).

Dieci anni fa lo scippo Sai - per “fare una banca” all’ex Pci

Domanda: “Gli inquirenti la sospettavano di falso in bilancio aggravato, false comunicazioni sociali, manipolazioni del mercato”. Risposta: “Io sapevo di essere innocente e resto convinta che lo sapessero già anche loro”. Giulia Ligresti, abusata dalla giustizia per sei anni, dodici anni fa, ha diritto infine a un’intervista risarcitoria sul “Corriere della sera”, il giornale di Milano – anche perché ha deciso di scrivere la verità in un libro.
Ligresti è stata assolta nel 2018 perché “il fatto non sussiste”. Ma dopo aver perso la salute, e l’assicurazione Sai, passata a ingrossare Unipol, quelli dell’“abbiamo una banca” di Consorte col segretario dei Ds, ex Pci, Piero Fassino. Sai era la seconda assicurazione dopo Generali.  
Dei due giudici che hanno rovinato Giulia Ligresti uno fa lo scrittore di gialli in provincia di Como, Vittorio Nessi. L’altro, Marco Gianoglio, ha creato e anima Area Democratica per la Giustizia – una sua corrente sindacale, con la quale tenta di scalare Magistratura Democratica dall’esterno.
La vicenda ha un secondo volet. Liquidati i Ligresti, grazie anche al pronto riallineamento politico di Mediobanca post-Cuccia, erano insorti problemi sui modi e le misure con cui Unipol aveva fagocitato Sai, e la Procura di Milano aveva aperto un’inchiesta. Indagava il giudice Luigi Orsi, uno che non aveva avuto timori a inquisire perfino Carlo De Benedetti, e quindi non era affidabile. Pronti Gianoglio e Nessi avocarono l’inchiesta a Torino, aggiungendo una seconda ipotesi di reato – per poi mandare subito assolto l’indagato Cimbri, l’ad di UnipolSai.
L’assegnazione dell’inchiesta UnipolSai ai due di Torino fu decretata in Cassazione da Aldo Policastro, che si definisce “colonna” di Magistratura Democratica, la corrente sindacale dell’ex Pci.
P.s. - Curiosamente “Il Fatto Quotidiano”, una sorta di organo allora dei giudici “democratici”, contestava nella fattispecie all’eccellenza Policastro “un clamoroso errore”. Ma senza ravvedimento - per i giudici non è come per gli arbitri, che vengono “puniti”. Questo “Il Fatto”:
“ L’indagine sulla fusione UnipolSai è stata strappata alla Procura di Milano e mandata a quella di Torino sulla base di un clamoroso errore della Procura generale della Cassazione: non ha tenuto conto che la pena per la manipolazione di mercato, che era da 1 a 6 anni, nel 2005 è stata raddoppiata, da 2 a 12 anni. La vicenda ha origine nel giugno 2014, quando tra i pm di Milano (Luigi Orsi) e Torino (Vittorio Nessi e Marco Gianoglio) scoppia un conflitto per chi deve condurre l’indagine sulla fusione tra Unipol e Fon-sai. Venerdì 12 settembre la procura generale della Cassazione comunica che dev’essere Torino. E lo motiva in un decreto di 12 pagine firmato dal sostituto procuratore generale Aldo Policastro, il quale spiega che entrambe le sedi giudiziarie procedono ipotizzando a carico di alcuni indagati, tra cui l’amministratore delegato di UnipolSai Carlo Cimbri, il reato di manipolazione di mercato (articolo 185 del Testo unico finanziario, pene da 1 a 6 anni), ma Torino ci aggiunge anche le false comunicazioni sociali (articolo 2622 del codice civile, pene da 2 a 6 anni)”.
Semplice, no? La “manipolazione di mercato” è punita da 2 a 12 anni, ma Policastro può decidere di no, e l’affare è fatto.
L’articolo del “Fatto”, del 16 settembre 2014, merita una lettura, per le tantissime “escogitazioni” di Policastro a favore di Torino invece di Milano, cioè del duo Norri-Gianoglio.

Ps 2 - Durante la detenzione di Giulia Ligresti ci fu anche un intermezzo semi-istituzionale. Poiché da ragazza aveva sofferto di anoressia, la matrigna Gabriella Fragni consigliò di cointeressare alla sua detenzione il ministro degli Interni, amico di famiglia, in quanto responsabile del Dap, per assicurarle un trattamento adeguato. Norri e Gianoglio lo seppero e si agitarono molto. Fecero anche sapere che un figlio del ministro era o era stato dirigente della FondiariaSai, la compagnia assicurativa dei Ligresti. Ministro era un prefetto, Annamaria Cancellieri. Un ministro tecnico. Ma era il governo di  Mario Monti. E la cosa finì lì - Norri e Gianoglio si spinsero poi a chiedere la scarcerazione di Giulia Ligresti, per la detenzione ai domiciliari, ma il gip inflessibile disse no (Silvia Salvadori, oggi alla Procura Generale in Cassazione).       

Plauto restituito alla comicità

Il tema del doppio. Per ridere – non dissacrato, sfruttato in tutti i suoi equivoci. Grazie a un’interpretazione magistrale di Piero Sarpa, il giovane attore brillante del Centro Stabile del Classico, che fa i due fratelli (gemelli) Menecmi in uno. E alla verve di Annalena Lombardi, “Erotia”, che canta, oltre che ingolosire barbogi e gemelli. Sull’idea semplice e geniale di Vincenzo Zingaro, il direttore artistico del teatro romano della Nomentana, che è anche uno specialista nel recupero dei classici – di Plauto in particolare, la sua compagnia è di casa al Plautus Festival estivo di Sarsina, il paese di origine del commediografo: una scena da teatro dei burattini, e personaggi molto caratterizzati, da commedia dell’arte. Con movenze marionettistiche, ammorbidite, senza meccanicismi, e linguaggi popolari (regionali) misti, per attività o carattere dei personaggi. Per un’allegria costante. Di equivoco in equivoco, che è la marcia plautina.  
T. M. Plauto, I Menecmi, Teatro Arcobaleno, Roma

domenica 9 marzo 2025

Problemi di base bellicosi novies - 841

spock
 
In guerra senza armi?
 
O molte armi per non fare la guerra?
 
Ci vuole un nemico per fare la guerra?
 
O ci vuole una guerra per farsi un nemico?
 
Senza nemici niente onore?
 
O per che altro l’Europa vuole mettere fine a una pace durata ottant’anni?
 
“Macron, farai la fine di Napoleone”, f.to Putin. Voliamo alto?


spock@antiit.eu


Vecchia Francia, di fango e galline

Fantastica Francia di provincia, canali, strade sterrate, oche, galline, conigli, pure qualche asino, senza telefono, o solo alla Posta, una osteria, una drogheria, villici in quantità, infidi, per lo più ubriaconi. Non remota, nei dintorni di Parigi, a una corsa breve in automobile dal quai des Orfèvres, al più nel Nord-Pas-de-Calais. Negli anni 1950, non nell’Ottocento.
La lunga serie di Maigret con Bruno Cremer, di 50-60 episodi di un’ora e mezza, girata negli anni 1990, transpose l’ambientazione anni 1920-1930 negli anni 1950. Ma con le caratterizzazioni e le ambientazioni originarie ritenute sempre attendibili. E sembrano vere. Le psicologie – i linguaggi -  più ancora delle ambientazioni.
Molti episodi sono girati, per economia, al chiuso di un bi-trilocale al quai des Orfèvres. Ma gli esterni, perfino in qualche caso nella stessa Parigi, sono “caratterizzati”, di mentalità e modi ristretti, lenti e dissimulatori, di economie povere e poverissime. Una sorta di “Francia  eterna” fatta di provincia chiusa.
Questi anni 1950 richiamano Tati e il suo immortale “Giorno di festa”. Ma quella era una “vecchia Francia”, rurale, per ridere.
AaVv., Maigret e…. . Top Crime