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Ammazzare stanca lo spettatore
"Autobiografia di
un assassino” è il sottotitolo. L’assassino essendo un improbabile figlio di un
mafioso calabrese cresciuto urbanizzato nel varesotto, lombardizzato, nell’eloquio e nella mentalità, bravo
operaio in fabbrica, innamorato, corrisposto, di una giovane dottoressa, niente
di meno, ma killer a comando del padre, quando qualcuno non paga il pizzo. Che
disprezza il padre ma gli obbedisce, limitandosi a una vendetta autoriale, “Le
memorie di Antonio Zagari”, le sue memorie.
Una trama inconsistente
– una trama come un’altra. Per un film alla Tarantino – che fa(ceva) film all’italiana?
Gli assassinii sono figurativi, inventivi, il resto arranca. Un film dell’orrore?
Ma si vuole d’autore – è stato portato a Venezia. C’è cura filologica, sugli
attori, gli ambienti, le figurazioni dei caratteri, il parlato, la pochezza, il
selvaggiume, ma tutto accavallato, ammassato, senza carattere.
Molto la narrazione deve anche
alle trame annuali di ‘ndrangheta di Gratteri e Nicaso. Con abbondanza quindi
di “sante”, “giuramenti di sangue”, “battesimi”, “unzioni”, di un’ipotetica
Calabria di fede e di violenza. In cui i Carabinieri non ci sono, se non per qualche
ufficiale bizzarro. Solo a tratti viene fuori l’opportunismo dei mafiosi, la loro
inconsistenza, caratteriale e sociale.
Un’inconsistenza
narrativa che più risalta a fronte delle ottime prove d’attore, di Vinicio
Marchioni, gelido padre, e Gabriel Montesi, il figlio emigrato anche mentalmente
e linguisticamente ma incapace. In ruoli, però, da burattino, da maschera.
Una
megaproduzione, pare. Ma quando il padre arcimafioso diventa nonno, e al neonato
affianca un coltello, per vedere se la manina avvicinerà la lama, buon segno di
malandrinaggio, nella casa e tra i parenti e gli invitati della nuora, un ambiente buona borghesia, uno capisce che siamo in una trama di Gratteri e
Nicaso, e questo è tutto.
Daniele Vicari, Ammazzare
stanca, Sky Cinema Uno, Now
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