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venerdì 19 giugno 2026

Tutti contro tutti, al campionato populista

Al di là del ridicolo, da vajsse, pettegole di strada - sia lui, il padrone del mondo che tutti offende, Meloni dopo Starmer, dopo Merz, dopo Macron ripetutamente, perfino col suo socio in affari Netanyahu, salvo quelli che gli rompono i denti, da Pechino a Teheran, sia lei. A cui pure Trump aveva sollevato una palla per uno smash imprendibile, bastava trattarlo con sufficienza, da coatto, senza farne una causa nazionale. I nazionalismi odierni, nell’epoca del populismo social, del linguaggio semplicistico, sono diversi perché competitivi, incompatibili l’uno con l’altro.
Finito il secolo delle indipendenze, da metà Ottocento a metà Novecento, il nazionalismo ha perduto ogni carica innovativa, è solo stracca ripetizione, di ognuno contro il mondo. Non ci può essere amicizia, perché non c’è comunanza, di ideali o di semplici intenti. Difficile che ci siano, o allora ad hoc, per scopi limitati e occasionali. Il giorno in cui Marine Le Pen arrivasse al potere il camerata Salvini, se ancora ci sarà, non sarà più suo amico ma il suo potenziale avversario - a Bruxelles, alla frontiera per gli immigrati, sulle questioni industriali (le “sorelle latine” sono storicamente gelose l’una dell’altra).
Il nazionalismo ha varie forme, irredentistico, politico, resistenziale, o semplicemente misoneistico. Come usa oggi, è del tipo populista: non ha una consistenza progettuale o ideale se non il tifo calcistico, per la patria come se fosse la squadra di calcio – patria è esagerato, è termine nobile, oggi inviso, o ignoto, diciamo un qualcosa di avversativo: si fa il tifo soprattutto contro. Ogni evento è una partita decisiva, nel nobile campionato di calcio.

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