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Tutti contro tutti, al campionato populista
Al di là del ridicolo, da vajsse, pettegole di strada - sia lui,
il padrone del mondo che tutti offende, Meloni dopo Starmer, dopo Merz, dopo Macron
ripetutamente, perfino col suo socio in affari Netanyahu, salvo quelli che gli
rompono i denti, da Pechino a Teheran, sia lei. A cui pure Trump aveva sollevato
una palla per uno smash imprendibile, bastava trattarlo con sufficienza,
da coatto, senza farne una causa nazionale. I nazionalismi odierni, nell’epoca
del populismo social, del linguaggio semplicistico, sono diversi perché competitivi,
incompatibili l’uno con l’altro.
Finito il secolo delle indipendenze, da metà Ottocento a metà Novecento,
il nazionalismo ha perduto ogni carica innovativa, è solo stracca ripetizione, di
ognuno contro il mondo. Non ci può essere amicizia, perché non c’è comunanza,
di ideali o di semplici intenti. Difficile che ci siano, o allora ad hoc,
per scopi limitati e occasionali. Il giorno in cui Marine Le Pen arrivasse al potere
il camerata Salvini, se ancora ci sarà, non sarà più suo amico ma il suo
potenziale avversario - a Bruxelles, alla frontiera per gli immigrati, sulle
questioni industriali (le “sorelle latine” sono storicamente gelose l’una dell’altra).
Il nazionalismo ha varie forme, irredentistico, politico,
resistenziale, o semplicemente misoneistico. Come usa oggi, è del tipo populista:
non ha una consistenza progettuale o ideale se non il tifo calcistico, per la patria
come se fosse la squadra di calcio – patria è esagerato, è termine nobile, oggi
inviso, o ignoto, diciamo un qualcosa di avversativo: si fa il tifo soprattutto
contro. Ogni evento è una partita decisiva, nel nobile campionato
di calcio.
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