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A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (636)
Giuseppe Leuzzi
Il
buio è “nordico”, nella sfiziosa ricerca che Paolo Mauri aveva fatto quindici
anni fa, “Buio” (sul buio), e ora si ripubblica. La luce è invece meridionale,
non c’è bisogno di dirlo, si sa – anche se il Nord ha le estati col sole di
mezzanotte, pallido. E ha quindi – avrebbe, dovrebbe – caratura positiva,
rinvigorente. Anche se la “oscurità” Leopardi considera di valore poetico.
“Mio padre pensava che dopo tredici anni di Parigi mia
madre”, il regista Edoardo Winspeare confida a Natalia Aspesi sul “Venerdì di
Repubblica, “avrebbe voluto una città. Invece lei scelse il Salento. Diceva che
voleva vivere vicino a Costantinopoli. Strano, visto che stavano in Puglia. Per
lei il Sud aveva questa dimensione di confine, di Oriente, di mondo antico”.
Fa senso, curiosamente, scorrere in parallelo le due
ricerche quasi contemporanee, dopo l’unità, nel 1877 e 1878, sulla povertà a
Napoli, le “Lettere meridionali e altri scritti sulla questione sociale in
Italia” di Pasquale Villari, e “La miseria in Napoli” di Jessie White Mario. Un
cattedratico, conservatore, e una vulcanica attivista risorgimentale
“progressista” – tra Mazzini e Garibaldi. Che impietosamente, sebbene non senza
fondamento, intitola la sua ricerca “miseria” e non “povertà”. Termine
rispettoso - a cui peraltro era adusa, dalle leggi contro la povertà che il suo
Paese, l’Inghilterra, per prima aveva adottate.
L’Italia (del Sud) dei prefetti
Esisteva
un regime dei prefetti, è esistito nella storia d’Italia documentato da Giovanni
Spadolini nella veste di giovane grande storico, nei lunghi anni di Giolitti –
in grado anche di “orientare” il voto. E c’è al Sud d’Italia da qualche anno, sotto
la specie dell’antimafia, del business dell’antimafia.
Un fatto
che non ha storici, benché grave, fare un business dell’antimafia. Ma c’è, documentato recentemente da Alessandro Barbano
in un volume corposo, “L’inganno”, sempre in libreria, evidentemente ben
venduto nell’Universale Feltrinelli, e incontestato. È il potere prefettizio di
commissariare gli enti locali per sospetto di mafia. Discrezionale, e
incontestabile – non amministrativamente, ci si può solo tutelare in sede
penale, quindi nell’arco di quindici-venti anni. La discrezionalità è solo limitata,
in genere, dalla disponibilità in prefettura di funzionari e impiegati a cui
delegare i diciotto mesi di pacchia. Cioè di commissariamento, con indennità di
trasferta e autista, un giorno a settimana – gli altri quattro della settimana
lavorativa vanno a conguaglio.
Non
bastando evidentemente i Comuni mafiosi, o forse per aprire un filone di
incarichi più prestigiosi e più opimi, un anno fa a Reggio Calabria la
prefettessa Clara Vaccaro ha pensato di commissariare la Fondazione Corrado
Alvaro. Fondazione letteraria, di studi, che però ha sede nel paese natale
dello scrittore, San Luca, terra di ogni magagna. Che però è – era – gestita da
due galantuomini di forte e incontestabile spessore: Aldo Maria Morace,
professore di molti studi e molti incarichi all’università di Sassari, e Tonino
Perna, rimpianto presidente-fondatore del Parco dell’Aspromonte, professore
all’università di Messina, parlamentare Pci-Pds. Nominando al loro posto Luciano
Gerardis e Zaccaria Sica, un giudice in pensione, come ora usa (per pararsi le
terga, giudice non mordendo giudice? altra qualifica non si vede), e un vice-prefetto.
Che un paio di settimane fa alacri hanno insediato un nuovo consiglio d’amministrazione
– per escludere l’associazione di professionisti locali “Il nostro tempo e la
speranza”, dal titolo dell’ultima pubblicazione di Alvaro, che la Fondazione
aveva inventato e realizzato. Solo un paio di giorni prima, però, che il Tar
desse ragione a Morace e Perna – i due accademici, ben assistiti, sono riusciti
a perforare la non sindacabilità amministrativa delle prefetture.
E
ora, come non detto? Non si può dire, i prefetti hanno sempre ragione.
Il Regno delle scommesse
Il gioco d’azzardo è una
piaga, il gioco d’azzardo online è una piaga soprattutto al Sud. “Il libro nero
dell’azzardo”, la rilevazione (quasi) annuale che Federconsumatori e Cgil Modena
fanno dell’“investimento” nell’azzardo dà al Sud un primato imbattibile.
Campania, Sicilia e Calabria
capeggiano la classifica regionale. Con puntate complessive, online e fisiche,
di 21,6 miliardi in Campania, di 16,3 in Sicilia, di 6,17 miliardi in Calabria.
Napoli e provincia (la “città
metropolitana” di Napoli) è la capitale indiscussa dell’azzardo, con 11,65
miliardi – Roma la supera, 12,8 miliardi, ma con un cinquanta per cento di
popolazione in più, 5,3 milioni contro un po’ meno di 3. Palermo, Salerno e Caserta
esibiscono “dati annuali”, dicono gli estensori del rapporto, eccessivi: Palermo
ha “investito” 4 miliardi e mezzo, Salerno 4,2, Caserta 3,8.
In termini regionali, “nel
solo online, ogni residente in Campania, neonati compresi, ha «investito» 2.527
euro; in Sicilia 2.472 euro, in Calabria 2.436, in Molise 2.288. “L’ultima delle
province per abitanti”, Isernia, è “la prima
per quanto giocato nel solo online, nella fascia d’età 18-74anni”, 4.074 euro
– “quasi quattro volte le province venete di Vicenza, Belluno e Rovigo” messe
assieme. Subito dopo, “poco sotto i 4.000, le province siciliane di Messina, Siracusa
e Palermo. Nei primi dieci seguono Caserta, Reggio Calabria, Vibo Valentia,
Salerno, Napoli e Catania”.
Passando dalle province,
o città metropolitane, ai capoluoghi la classifica è sempre la stessa: primo il
comune di Isernia, con 6.307 euro pro capite in età maggiorenne. Seguita dai
comuni di Messina, Siracusa, Crotone, Reggio Calabria, Vibo Valentia e Catania, tutti
al di sopra dei 4.000 euro pro capite.
C’è tanto risparmio, dunque,
nel Sud? E tutto va nelle scommesse? Come una voglia di dissoluzione, il cupio
dissolvi classico. Ognuno è causa del suo male? Non se ne può essere certi.
Però.
Un risparmio di 4-5 mila euro
l’anno, in una famiglia di due-tre adulti, farebbe un cospicuo capitale. Si
vuole del Sud che sia risparmioso e cocciuto, è invece volubile, e sprecone.
Cronache della differenza: Milano
Ha del
fantastico l’assoluzione piena e pronta dei costruttori milanesi che hanno innalzato
un grattacielo di 82 metri e 24 piani al posto due casette di due piani con una
semplice Scia (Segnalazione certificazione d’inizio attività), come una ristrutturazione.
Con l’invenzione della “buona fede” tra le attenuanti dirimenti. Ma è nelle cose:
Milano non morde Milano, altro che omertà – è la grandezza di Milano, che sempre si assolve,
in buona fede.
Sempre
più al vento degli affari, sempre più volatile in Borsa: i titoli salgono e scendono
come in una qualsiasi Borsa del Terzo mondo, del 5 e 6, e perfino dell’8, per cento.
Per un fatto tecnico certamente, la scarsità di flottante a fronte della
liquidità, della disponibilità – che non è colpa di Milano, è la debolezza del
sistema Paese, fatto di piccole e micro aziende. Ma è questo che fa soprattutto
la ricchezza di Milano: in questo tipo di mercato basta un minimo di accortezza
per moltiplicare il denaro. Milano è ricca di poco?
“La Lettura” di fine maggio dedica molto spazio
alla città che “non c’è più”. E alla città come la vivono due suoi scrittori, due
“giallisti”: Gian Andrea Cerone, ligure trapiantato, e Alessandro Robecchi. Cerone,
nel libro in uscita, “L’incertezza del domani”, ha ambientato due delitti nel Bosco
Verticale: “Per capire com’è ci ho persino dormito. Sembra di stare in un ospedale
lituano”. Trovando l’ambientazione impossibile, ha riunito i personaggi “attorno
a una comunità di lavoro: a Milano si lavora sempre”. Robecchi non ci si trova
più: “Dal ponte di corso Lodi l’orizzonte non lo si vede più”.
Si
lamenta molto, nel dibattito tra i due romanzieri, l’indebolimento (impoverimento)
del ceto medio, imprenditoriale, impiegatizio, professionale. Ma nel “canone di
autori milanesi” mettono Bianciardi, Testori, Beppe Viola, naturalmente Scerbanenco,
Buzzati e anche Umberto Saba. Ma non Gadda né Arbasino, che di quel ceto individuarono
per tempo le debolezze.
Da
molti anni ormai rinuncia al Giro d’Italia, che era “meneghino”. Anche alla
Scala, a parte la finta passerella di
“celebrities” della prima Rai (condotta da Vespa…) non c’è più attenzione – progetti,
passione (alla direzione musicale trova solo Myung-Whun Chung, 73 anni, “ho poche
energie”, che a 39 anni è sbarcato in Europa come direttore musicale, ma all’Opéra
di Parigi). Si direbbe una società senz’anima.
Anche
delle squadre di calcio, la passione è extraurbana. Il leghismo non stringe
niente, dissecca.
«I tempi non aiutano, però voci importanti si stanno
affievolendo. Trenta, quarant’anni fa c’era maggiore coesione tra i ruoli
apicali della società», il sindaco Sala lamenta col settimanale “7”, che conclude
con lui una serie di reportages su Milano oggi. Dacché il malessere? Il
sindaco non lo dice ma si sa: il leghismo è un virus, che non risparmia i leghisti.
“Milano città che sale,
lo diciamo da inizio ‘900, città delle opportunità, dei grandi eventi, poi
Milano città esclusiva, dal mercato immobiliare inaccessibile, dalla sicurezza
sfilacciata”, così “7” sintetizza la sua serie di articoli su Milano. Veramente
la “sicurezza” a Milano è sempre "sfilacciata”, dai poveracci di “Miracolo a
Milano” agli hooligan, quando la città cominciò a sentirsi una piccola
Londra, ai terroristi – e prima ancora agli squadristi. Ma forse è una
percezione - è sempre “dagli all’untore”.
Le baby gang
imperversano, fanno anche morti. Con invocazioni alla polizia. Mentre è un
fenomeno sociale, di ragazzi lasciati a sé stessi. Il milanese non ha tempo e
non ha voglia di occuparsene. A difetto di polizia, la colpa è della scuola. La
realtà è un disturbo a Milano.
Sabato la milanese Bpm si compra
Mps e tutta Mediobanca-Generali. Domenica se li ricompra Intesa. Era un po’ da
ridere in effetti l’ascesa di Roma (Siena ne è da sempre succursale) al cuore di
Milano, che è monetario e finanziario. Che quando il gioco si fa duro (Mediobanca?
Generali?) è in grado di reagire con due sberle.
“La stanza proibita nella
Milano segreta” – la “Milano da bere” non si pone limiti: “Fruste, corde,
catene, manette” per incontri sadomaso, “in uno spazio di 50mq, affittato a ore
nel cuore della città. In condominio. Forse qualcuno si domanda il motivo del
viavai, ma nessuno ha mai chiesto niente”. Bocche cucite, ma non è mafia, sono
affari.
“La città è molto cambiata. Il
ceto medio del centrodestra è stato praticamente «espulso» dalla città – se scientificamente
o ideologicamente non lo so – e a dominare c’è un mondo di sinistra radical
chic”. Lo dice La Russa, il presidente leghista del Senato, ma è la verità. Un
tempo la città si governava con i socialisti perché era operaia. Poi è
diventata impiegatizia, e quindi leghista. Ora, dopo tanto leghismo celodurista,
è senz’anima, se non l’immobiliare.
Non si fanno statistiche né indagini sociologiche, ma
ha il record da qualche anno delle violenze giovanili, in rapporto agli
abitanti e in assoluto: stupri, agguati, assassinii. Non sempre di giovani
figli di sudamericani. Ma non ne fa un problema, non studia rimedi. Né c’è un
ceto dirigente cui fare capo, per critiche o iniziative – Gadda e Arbasino non saprebbero
chi irridere. Il sindaco Sala rappresenta
solo se stesso, e gli immobiliaristi.
leuzzi@antiit.eu
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