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mercoledì 28 ottobre 2026

Wagner interminabilmente noioso

“Prima imparo la paura,\ poi via nel mondo”. Il proposito sembra promettente, ma poi Siegfried ci rinuncia, anzi, niente paura. Senza per questo smetterla di parlare, falso giovane, chiacchierone più che impulsivo. L’unica cosa che sta a cuore al suo creatore è di dirlo della stirpe dei Velsunghi.  
Il primo atto, un’ora e mezza, è lo svezzamento di Siegfried, giovane tarzan scampato nella natura. Di cui però non sa niente e non capisce niente – nemmeno il linguaggio degli uccelli, che gli deve venire insegnato. Impersonato da un Heldentenor, un baritono-tenore di due metri, cinquanta o sessantenne, corpulento come un vero drago e pure stempiato – è l’americano Clay Hilley, il massimo nel ruolo, da una trentina d’anni ormai.
Non è il solo. Nessuno degli interpreti è fisicamente nel ruolo. A tratti è una commedia, ma Mime, il ciarlatano che dovrebbe azionarla, è noioso - ripetitivo e divagante anche quando dovrebbe azionarla, e fin troppo serio.
Il racconto è del resto senza trama. O di una trama a spezzoni, ognuna a sé, e inconclusiva (Wagner pare ci abbia lavorato a lungo, e a tratti, lungo una ventina d’anni, tra il 1851 e il 1871). Il serpente, il mostro, l’invincibile Fafner è atterrato al primo colpo. Da una spada, è vero, forgiata in almeno un paio d’ore di vuote chiacchiere. Ma l’obiettivo, l’oro del Reno, resta inafferrabile, il tesoro dei Nibelunghi.
Obiettivo di Wagner, ricorrente due o tre volte nei vent’anni di gestazione, è di consacrare con Siegfried la tribù dei Velsunghi – impressionando Thomas Mann antifrasticamente, che nel “Sangue dei Velsunghi” ne farà la satira, doppia, impersonandola nella famiglia della moglie, che era ebraica, quindi nemmeno tedesca. Anche se della madre di Siegfried, di cui all’inizio l’eroe sembrava alla ricerca, non interessa nulla a nessuno – meno di tutti a Siegfried.
Molte chiacchiere ripetute, ripetitive, e nessun senso, la terza tappa romana della quadrilogia ha deluso ogni attesa. Più per l’opera in sé: nessuna melodia, nessun motivo. E nessuna storia, se non un po’ di fantasy – oggi ampiamente sorpassata, anche nelle versioni adolescenziali del genere. Si paragona oggi la quadrilogia con “S tar  Trek”, ma “Star Trek” ha ritmo e inventiva, non pretende di cantare, non per quattro ore e mezza di suoni assordanti, e ha personaggi credibili, nei dialoghi, nel plot, nella raffigurazione scenica (costumi, fisicità, espressioni).
 
Una rappresentazione che si vorrebbe - ci si aspetterebbe, dopo la “Valchiria” l’anno scorso – di immagini. Ma le immagini sono respingenti – se non di Brünhilde, alla fine, quando si libera del soggolo monacale e scioglie i capelli biondi. I costumi, di cui la produzione si è fatta molto pregio nelle promozioni, dell’atelier Tirelli Trappetti, sono vere e proprie armature, anch’esse sul genere kolossal come i cantanti, che finiscono per ingessare i personaggi – con poche eccezioni, due: Brünhilde, Elisabet Strid, quando scioglie i capelli, e Erda, Anna Kissjudit, in veste di dama del Quattrocento, al balcone con la treccia, e in piedi.
La regia, sempre di Huguet, e i costumi, sempre di Edoardo Russo, accentuano la fatica invece di alleviarla. La leggerezza delle scale che movimentava la  scena dando aria alla “Valchiria” si è tramutata in scaloni profondi e loggiati, su cui far muovere e cantare i personaggi, che ingombrano la scena senza illustrarla. Costringendo l’orchestra ad ammassarsi in un ristretto proscenio.
Hughet ha fatto anche di peggio. Innamoratosi di Roma, dice, ha fatto un Siegfried” mezzo romano: con balcone e chignon quattrocenteschi per Erda, e il Viandante, quello che ha custodito e fa trovare a Siegfried Brünhide “bella addormentata”, abbiglia da papa Francesco, con bastone pastorale – con la croce sopra.   
Il recitar cantando, documentato nella sua nullaggine dalla traduzione implacabile verso dopo verso, da un’installazione perfetta tutt’attorno al frontale del palcoscenico, è stato come una lettura scenica – noiosa anche per gli spettatori. Per l’orchestra quattro ore e mezza di fatica, questa l’impressione che se ne ricavava: sempre tutti insieme piegati sullo strumento, dava anche visivamente la sensazione del “mattone” – quattro ore e mezza di musica senza un filo di melodia sono una fatica per tutti.
Con poca musica, a parte l’ouverture – dal maestro Harding posticipata al terzo atto (per ravvivare l’attenzione?). Wagner, certo, non si può discuterne – nessuno ne ha i titoli. Ma faticoso lo è, e poco divertente – il diverso invito all’ascolto avviato l’anno scorso da Santa Cecilia è presto rientrato: di Wagner non si può (non si sa che) dire ma della noia si, è lecito.

R. Wagner, Siegfried, Accademia di Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma

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