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Wagner interminabilmente noioso
“Prima imparo la paura,\ poi via nel mondo”. Il proposito
sembra promettente, ma poi Siegfried ci rinuncia, anzi, niente paura. Senza per
questo smetterla di parlare, falso giovane, chiacchierone più che impulsivo. L’unica
cosa che sta a cuore al suo creatore è di dirlo della stirpe dei Velsunghi.
Il primo atto, un’ora e mezza, è lo svezzamento
di Siegfried, giovane tarzan scampato nella natura. Di cui però non sa niente e
non capisce niente – nemmeno il linguaggio degli uccelli, che gli deve venire insegnato.
Impersonato da un Heldentenor, un baritono-tenore di due metri, cinquanta
o sessantenne, corpulento come un vero drago e pure stempiato – è l’americano Clay
Hilley, il massimo nel ruolo, da una trentina d’anni ormai.
Non è il solo. Nessuno degli interpreti è fisicamente
nel ruolo. A tratti è una commedia, ma Mime, il ciarlatano che dovrebbe azionarla,
è noioso - ripetitivo e divagante anche quando dovrebbe azionarla, e fin troppo
serio.
Il racconto è del resto senza trama. O di una
trama a spezzoni, ognuna a sé, e inconclusiva (Wagner pare ci abbia lavorato a
lungo, e a tratti, lungo una ventina d’anni, tra il 1851 e il 1871). Il serpente,
il mostro, l’invincibile Fafner è atterrato al primo colpo. Da una spada, è vero,
forgiata in almeno un paio d’ore di vuote chiacchiere. Ma l’obiettivo, l’oro
del Reno, resta inafferrabile, il tesoro dei Nibelunghi.
Obiettivo di Wagner, ricorrente due o tre volte
nei vent’anni di gestazione, è di consacrare con Siegfried la tribù dei
Velsunghi – impressionando Thomas Mann antifrasticamente, che nel “Sangue dei
Velsunghi” ne farà la satira, doppia, impersonandola nella famiglia della
moglie, che era ebraica, quindi nemmeno tedesca. Anche se della madre di Siegfried,
di cui all’inizio l’eroe sembrava alla ricerca, non interessa nulla a nessuno –
meno di tutti a Siegfried.
Molte chiacchiere ripetute, ripetitive, e nessun
senso, la terza tappa romana della quadrilogia ha deluso ogni attesa. Più per l’opera in sé: nessuna melodia, nessun motivo. E nessuna storia, se non un po’ di fantasy
– oggi ampiamente sorpassata, anche nelle versioni adolescenziali del genere. Si
paragona oggi la quadrilogia con “S tar
Trek”, ma “Star Trek” ha ritmo e inventiva, non pretende di cantare, non
per quattro ore e mezza di suoni assordanti, e ha personaggi credibili, nei
dialoghi, nel plot, nella raffigurazione scenica (costumi, fisicità, espressioni).
Una rappresentazione che si vorrebbe - ci si
aspetterebbe, dopo la “Valchiria” l’anno scorso – di immagini. Ma le immagini
sono respingenti – se non di Brünhilde, alla fine, quando si libera del soggolo
monacale e scioglie i capelli biondi. I costumi, di cui la produzione si è fatta
molto pregio nelle promozioni, dell’atelier Tirelli Trappetti, sono vere
e proprie armature, anch’esse sul genere kolossal come i cantanti, che finiscono
per ingessare i personaggi – con poche eccezioni, due: Brünhilde, Elisabet Strid,
quando scioglie i capelli, e Erda, Anna Kissjudit, in veste di dama del Quattrocento,
al balcone con la treccia, e in piedi.
La regia, sempre di Huguet, e i costumi, sempre
di Edoardo Russo, accentuano la fatica invece di alleviarla. La leggerezza delle
scale che movimentava la scena dando aria alla “Valchiria” si è tramutata in scaloni profondi e loggiati,
su cui far muovere e cantare i personaggi, che ingombrano la scena senza
illustrarla. Costringendo l’orchestra ad ammassarsi in un ristretto proscenio.
Hughet ha fatto anche di peggio. Innamoratosi di
Roma, dice, ha fatto un Siegfried” mezzo romano: con balcone e chignon
quattrocenteschi per Erda, e il Viandante, quello che ha custodito e fa trovare
a Siegfried Brünhide “bella addormentata”, abbiglia da papa Francesco, con bastone
pastorale – con la croce sopra.
Il recitar cantando, documentato nella sua nullaggine dalla traduzione implacabile verso dopo verso, da un’installazione perfetta
tutt’attorno al frontale del palcoscenico, è stato come una lettura scenica – noiosa
anche per gli spettatori. Per l’orchestra quattro ore e mezza di fatica, questa
l’impressione che se ne ricavava: sempre tutti insieme piegati sullo strumento,
dava anche visivamente la sensazione del “mattone” – quattro ore e
mezza di musica senza un filo di melodia sono una fatica per tutti.
Con poca musica, a parte l’ouverture – dal
maestro Harding posticipata al terzo atto (per ravvivare l’attenzione?). Wagner,
certo, non si può discuterne – nessuno ne ha i titoli. Ma faticoso lo è, e poco
divertente – il diverso invito all’ascolto avviato l’anno scorso da Santa
Cecilia è presto rientrato: di Wagner non si può (non si sa che) dire ma della noia si, è lecito.
R. Wagner, Siegfried, Accademia di Santa Cecilia, Auditorium
Parco della Musica, Roma
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