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giovedì 22 novembre 2007

Secondi pensieri (4)

zeulig

Amore – È cieco, come il massaggiatore.

L’amava tanto da levargli il respiro.

Si addice più alla vedovanza.

Nasce troppo tardi, dopo l’adolescenza. Tra adulti che si desiderano ma non si conoscono.
Ognuno è quello che è stato, ha sedimentato ambizioni, debolezze, pregiudizi, entusiasmi che egli stesso può avere dimenticato. Ma la vita anteriore è destinata, prima o poi, in varie forme, a riemergere, per la semplice fisica della memoria, ancorché segreta, e i due adulti innamorati, ammesso cioè che ancora si desiderino, saranno l’uno vittima dell’altro.
È una recita su un palcoscenico sconosciuto. O oscuro. Intensa il più spesso, e per questo sprovveduta, senza difese. È un presente contrappuntato, contraddetto, combattuto dal non detto, un passato per lo più ignoto e per questo perverso. È il fiore sul cumulo dei rifiuti. L’acqua trasparente sul fondo melmoso.

Analista – È anale, certo.

Assenze – Sono più spesso presenze. E viceversa, alcune presenze sono assenze. Non sempre mancanze.

Berlusconi - È il dio della sinistra, il suo totem.

Democrazia – È retta dall’opinione. Cioè dall’inganno.

Dio – Più che benevolente, è casuale.
C’è nel male, è ovvio, se è ovunque. Ma sempre non si capisce a che titolo. Che ci faceva ad Aushwitz?

Con Dio bisogna stare in guardia, il Dio dei cristiani è uno che li “induce” in tentazione. Per quanto, Auschwitz che tentazione è?

Giustizia - È una luce piena d’ombre.

Marx – Se c’è qualcuno che sa, ha sempre saputo, che il mercato è incontrollabile è proprio Marx. Con più cognizione di causa di A.Smith.

Ma l’economia o l’interesse non spiega l’uomo, si sa. Nemmeno l’uomo corporale, senza anima, né l’odio, non spiega l’innamoramento e le tragedie dell’amore, il sacrificio di se stessi, la procreazione, incluso della stessa impresa economica, il piacere. Marx sa più di molti altri, ma è astratto, irrealistico. E odi produce improduttivi, degli Usa, o della perfida Albione, dei padroni, di chi possiede di più. Di cui a nessuno frega nulla.

Melodramma - È l’eccellenza italiana, l’inverosimile vero, a tinte forti.

Natura – Se c’è, quella umana compresa, è opera di Dio. L’uomo, che non sa governarla, non può averla creata.

Occidente - Forse non include abbastanza, ma è il solo mondo e la sola cultura che include

Proust – Si faceva somigliante a Ivan Bunin nella maturità, che nel 1933 avrà il Nobel per la letteratura, primo russo. Era totalmente saprofita?

Santi – Hanno vite difficili, come ognuno. E anche dopo morti: Dio, che è equanime, non può privilegiare i suoi.

Scrivere – È come una storia d’amore, non c’è nulla che non sia stato detto: la novità è la cosa stessa. È come la vita, che si vive, che si scrive.

Lo scrittore è Gesù quando dice: “Il mio regno non è di questo mondo”. L’autore non è di questo mondo: della famiglia, degli affetti, della politica, del lavoro.

Si può solo come vuole Flaubert, da Dio. Uno che sta ovunque e in nessun luogo. Che sa tutto e nulla. Ed è inutile.
Scrivere non è una storia che si scrive da sé – non c’è storia che si scrive da sé. Ma non è necessario scrivere utile.

Segreto – In Italia è dell’evidenza. Non della lettera rubata di Poe, che se ne sta inavvertita, ma proprio della lettera ricevuta, aperta e letta subito. Il segreto si fa anzi coi tamburi.

Storia – Viene da Oriente, dalla Cina alla Mesopotamia – quindi alla Persia e alla Grecia – e all’Egitto. Viene anche da Sud, dalla Nubia, dagli Inca.
Va verso Occidente.

È bugiarda, per definizione. E non necessariamente simpatica.

È un campo aperto. Guardato da uomini in gabbia.
O è un correzionale, recintato da mura e filo spinato, raccontato da uomini chiusi dentro le sbarre?

È la memoria, cioè la spina dorsale. Della società e degli individui. Quanto debole allora.

È spalare sabbia. Con gusto.

Soldati – Ritorna con la nostalgia, borghese, dell’aristocrazia. Soldati è il borghese, curioso, intraprendente, educato dai gesuiti, studioso di arte, viaggiatore giovane in America. Insofferente del plebeo – meridionali (“Fuga in Italia”), emigrato, yankee. Nei racconti e nei viaggi. Con i quali muove l’ingessato borghesuccio ai piaceri del gusto, inventore del turismo intelligente. Allo stesso modo al cinema e in letteratura: tiene aperti interni, anche morali, sostenuti e di media (borghese) passione, nell’indelebile marea neo realista. Anche somaticamente: Soldati si è “fatto” una faccia da “cielo” ignaziano.

Vita – Si può leggere come una serie di suicidi – in forma di rinunce, certo. E non a partire da un certo punto, ma quasi subito alla nascita. Si nasce con la gioia e la speranza, non c’è bambino che non voglia nascere. Poi si rinasce, ma si perdono pezzi.

zeulig@gmail.com

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (8)

Giuseppe Leuzzi

L’unica rivoluzione – si fa per dire, l’unica novità – del Sud nel lungo dopoguerra sono state le polacche. Arrivate venticinque anni fa col papa, le polacche – anche qui si fa per dire, ora sono più spesso romene, ucraine, moldave, russe… – hanno introdotto nei paesi l’indipendenza di spirito e la cura del maschio.
Il maschio, padre, marito, fratello, non aveva prima rispetto: era, sotto l’ambigua figura patriarcale, bestia da soma e pezza da piedi. Era solitamente un avvinazzato, preferiva l’osteria alla casa. Le polacche hanno costretto i maschi a parlare.

Dalla criminalità ci si può difendere. Soccombere è una di cinque possibilità: ci sono i carabinieri, si può farla franca, si può fare un compromesso, e si può anche battere il nemico con le sue armi. La criminalizzazione invece toglie l’aria. All’operatore privato, che da vittima sarà sempre sospettato e accusato di correità, dal favoreggiamento all’associazione esterna e al traffico d’influenze. E all’amministratore pubblico, che per l’appalto di un gabinetto di una scuola dovrà garantire la certificazione antimafia di tutti i lavoratori dell’azienda appaltatrice – basta che un qualsiasi manovale abbia carichi pendenti per subire l’infamante accusa.

Ma si muoia per non voler pagare il pizzo. Per le forze dell’ordine non fa differenza, la mafia uccide i mafiosi. È così che si è vittime della mafia e dell’antimafia.
Si denunci un ricatto, una minaccia, una richiesta di pizzo: non verranno fatti appostamenti, controlli dei telefoni, intercettazioni ambientali, fotografie col brutto ceffo che vuole in prestito, subito, duecento euro. Dovrete prima dimostrare che siete titolare di un business, che siete sempre stato corretto, che siete un buon cittadino, se non un buon padre di famiglia (ma sono sospetti sia i figli che il celibato), e se non state tramando qualcosa in danno dell’assicurazione. Soprattutto dovete essere potente.

L’impunità è al Sud l’origine del crimine.
Molti criminali sono protetti perché sono informatori.

Sudismi/sadismi. Nel “Corriere della sera” del 20 ottobre 2004 la sentenza della Cassazione sul fallito attentato all’Addaura contro Falcone ottiene solo una breve: un “infame linciaggio”, proveniente anche da “ambienti istituzionali”, fu messo in atto contro Falcone per “delegittimarlo”. Da “imprudenti” anche e “autorevoli personaggi pubblici”, che hanno consentito ai “molteplici nemici del giudice d’inventare la tesi dell’attentato simulato”. Forse si poteva dire di più. Il processo si è fatto perché il giudice Falcone fu sospettato di essersi inventato l’attentato per farsi pubblicità. Dal Pci, dai giudici Domenico Sica, capo dell’antimafia, e Franceso Misiani, allora del Pci, e dal colonnello dei carabinieri, poi generale, Mario Mori.

Dall’Addaura Falcone emerge isolato, e questo significa che si può colpirlo. L’isolamento è confermato dai fatti reali, dalle informazioni buonissime di cui Riina dispone su Falcone, che gli consentono l’attentato logisticamente così complesso e riuscito. La reazione confusa all’assassinio Falcone conferma ulteriormente Riina: colpire Borsellino. L’attenzione è stata spostata dal grande processo di mafia alla politica. È solo dopo alcuni anni, dopo l’arresto e le prime condanne, che Riina accusa “i comunisti” – lasciato libero di farlo dai giudici di Reggio Calabria.

La prima segnalazione che un attentato si preparava contro di lui Falcone l’aveva avuta dal giudice Favi, ora procuratore generale facente funzioni a Catanzaro, quello che ha avocato l’inchiesta di De Magistris. Su indicazione di un detenuto. Allora sostituto a Siracusa, Favi aveva combinato un incontro in segreto con Falcone a Caltanissetta.

“Che l’attentato alla verità sia un ingranaggio, che ogni menzogna ne trascini con sé, quasi necessariamente, molte altre, chiamate a darsi, almeno in apparenza, scambievole appoggio, l’esperienza della vita lo insegna e quella della storia lo conferma”, Marc Bloch l’ha già scritto al cap. terzo dell’“Apologia della storia”: “Ecco perché tanti celebri falsi si presentano a grappoli… La frode, per sua natura, genera la frode”.
Non è facile, “inventare presuppone uno sforzo dal quale rifugge la pigrizia mentale comune alla maggioranza degli uomini”. E allora ecco l’invenzione opportunista: l’interpolazione, la connessione, il ricamo.

Si fanno convegni su Pintacuda a due anni dalla morte. A fin di bene? La legge dei sospetti al tempo della Convenzione distingueva i “semplici sospetti” dai “notoriamente sospetti”. Dove collocare Pintacuda? Sicuramente nella seconda categoria, per essere gesuita, e per l’abissale ignoranza della politica, che egli ha insegnato. Che cos’è la pandemocrazia? Nell’ipotesi buona è una tautologia (nell’ipotesi realistica è il casino). Ai tempi dell’adolescenza l’educazione dei gesuiti si distingueva per insegnare la scherma invece del pallone. Con la maschera.

La criminalizzazione del Sud è opera dei meridionali.
Non ci sono più nemici dei siciliani dei siciliani stessi, Sciascia compreso. Pirandello, invece, con la sua Bildung internazionale, restò intimamente legato alla Sicilia ma evitò le sudditanze politiche ed editoriali verso i “politicamente corretti” del tempo.
I napoletani sono tanto compiacenti con se stessi quanto feroci con gli altri meridionali, al Sud e al Nord.

I film americani del Sud sono un filone marginale, uno o due film l’anno, ma persistente. Fuori dalla noia, urbana e protestante, del demonio in noi, e negli altri. Con tempi lenti, personaggi buoni e cattivi, belli e brutti, e storie di vita ordinaria. Si fanno per l’aria? Per la latinità perseverante, nella religione e nelle lingue? Per la promiscuità? Sono storie, tempie luoghi, passioni, più vere.

Petrarca consiglia a un giovane corrispondente (“Lettere Familiari”, XVIII, 2): per imparare il greco non andare a Costantinopoli ma in Calabria.

Il Mediterraneo è nell’imprinting anche di chi non c’è mai stato, perché la Bibbia ci gira attorno.

martedì 20 novembre 2007

B. al centro, fiutando il Preambolo

Berlusconi non improvvisa, si sa. E qualcosa del suo nuovo Popolo della Libertà è già chiaro:
1)E’ caduta la preclusione anti-berlusconiana, che ha cementato per quindici anni la sinistra (i magistrati lo sanno già da qualche mese).
2)Il nuovo partito è la via più indolore per rompere la coalizione di centro-destra.
3)Come il Partito democratico, quello di Berlusconi si forma nella logica del proporzionale: le coalizioni preelettorali vanno dissolte.
4)Il proporzionale, per quanto con premio di maggioranza, riapre le coalizioni postelettorali.
5)Dopo le elezioni la maggioranza che farà la riforma elettorale non sarà possibile (ne fa parte Rifondazione), ma quasi: si tagliano fuori Verdi, Di Pietro, i Comunisti e gli stessi bossiani.
6)Il popolo di Berlusconi non è più a destra della Dc di Forlani.
7)Un governo dei produttori sarà possibile per l’emergenza Italia – non è il partito dei produttori di Carlo De Benedetti, il patron del gruppo L’Espresso-Repubblica ma quasi.
8)Fini protesterà molto, e anche con durezza, ma deve stare attento a non tornare al suo 7 per cento fisiologico.
9)La Lega si manifesta assorbibile, da anni è fenomeno residuale.
10)Protesteranno i vari partiti ex Dc, la ex Margherita, Casini, Mastella, il cui potere d'interdizione il governo dei produttori addomesticherebbe. Ma non più di tanto: l'intesa sulla legge elettorale era loro richiesta.
11)Senza il suo piccolo grande centro, e con Berlusconi concorrente, Casini perderebbe anche la Sicilia, di cui si fa forza.

AZ in due, Lufthansa e Toto

È più difficile del previsto la rimonta su Alitalia per Toto e i suoi amici, Bazoli e Prodi. Rimonta su Lufthansa, che ha prospettato il progetto industriale più comprensivo, sia del comparto servizi, di cui è già socia, sia della compagnia aerea, con la sua pratica di più di un hub nazionale in Germania. Bisognerebbe sborsare molti soldi per entrambi i tronconi di Alitalia, senza nessuna capacità specifica di gestione del comparto servizi, che è più della metà degli occupati del gruppo e finora ha dato utili, contrariamente al comparto volo. Passera ha avanzato molti dubbi, e anche Bazoli tentennerebbe. L’unica carta a favore di Toto resta la pregiudiziale dell’italianità della “compagnia di bandiera”.
La proposta alternativa per uscire dall’impasse che si sta mettendo a posto è la cessione di Alitalia in due tronconi, i servizi (in sostanza la manutenzione velivoli) alla Lufthansa, e le rotte coi i velivoli a Toto: l’italianità sarebbe salva e Toto pagherebbe poco per un comparto dell’azienda che non produce che disastri. Ma resta ancora da stabilire un contatto con Lufthansa, per la quale si esplora la via politica, nella cancelleria di Angela Merkel.

La malinconia dell'editore Caproni

Che si deve fare per vivere. Nell’immaginario degli scrittori, e magari dei lettori, che sono malgrado tutto milioni, quello dell’editore è nobile mestiere, si sarebbe detto quando c’era la nobiltà: possiede l’arte della grafica, fiuta i libri buoni, e cerimonioso li sa vendere. Nella realtà è invece un mestiere aziendale, frammentato in minute incombenze, e più di ogni altro soggetto a insoddisfazione –perché più alte erano le attese. L’editore è sono un redattore, un impiegato d’azienda. Accanto al quale resiste, seppure marginale, il consulente: lo specialista di quel ramo d’azienda. Come la comunità scientifica, anche quella editoriale ha un apparto di referees, tre in genere per ogni testo, gente del mestiere qualificata che esprime un giudizio di pubblicabilità. E tuttavia mai ha, come uno s’aspetterebbe, la gioia della scoperta del talento.
Vite grigie, seppellite solitamente dai manoscritti, che nessuno legge, questa è del resto la vulgata del personaggio redattore. Che l’onesto Caproni, lettore sicuramente speciale, manifesta anch’egli in questi schede di lettura redatte quarant’anni fa per la Rizzoli. Morselli è, anche per lui, impubblicabile – e pazienza, il testo in lettura non è quello che si dice un capolavoro. Ma un ottimo Maurensig, il più interessante, a parte Sgorlon, di queste 54 schede, è “non interamente privo d’interesse” – la triplice negazione con la quale i tribunali italiano sogliono accertare la verità, che non si capisce mai cosa voglia dire. Così si scoprivano i “nuovi narratori”, o i “narratori italiani”. Morselli, anzi, è approvato, ma infine scartato perché “meridionale” – meridionale è il narrante: “L’autore non manca di un certo suo humour – rivolto spesso anche contro se stesso, contro la sua natura di meridionale, p.e.”. Il capolavoro di questi anni di scouting è Nello Saito, “

lunedì 19 novembre 2007

Ecco l'Algebris degli amici

A uno a uno i soci, più o meno surrettizi, di Algebris si sono fatti nominare. E ora, come si sapeva, nel censimento che Marigia Mangano ne ha fatto sul “Sole” domenica, sono più o meno tutti quelli che contano, a Milano e a Trieste: Unicredit, Intesa, Mps, Banca Esperia (Mediobanca, Berlusconi, Doris, Preda), il Santander, socio spagnolo di Mediobanca e Generali. La giornalista conferma anche che la questione della governance a Trieste verrà risolta per i buoni uffici di Geronzi, cioè lo conferma presidente in pectore. Non può dire qual è la funzione e lo scopo di Algebris: quel misto di affari (in Borsa, con l'insider) e di potere che fa il mercato milanese: non c’è alcuna rivoluzione in campo, c’è solo da sostituire Bernheim.

Khadra e le sirene di Khomeini

L’imperialismo occidentale è agli occhi dell’islam soprattutto dinformazione, “diabolizzazione dei musulmani” (p.260). Questo è “proprio arabo”, direbbe un occidentale dell’informazione avvertito: è cioè reazione istintiva, incapacità di analisi. La caduta arriva alla fine, ma è attesa lungo tutte le trecento pagine. Yasmina Khadra, l’ex colonnello algerino Mohammed Moulessehoul, unisce solitamente suspense, scrittura (c’è tutta Beirut, città non semplice, nelle prima cinque righe di queste “Sirene”) e un’ambientazione durevole. Pur lavorando sull’attualità. Sa cioè cosa sta succedendo. A Bagdad sembra essersi smarrito: della trilogia mediorientale, “Le rondini di Kabul”, con racconti-nel-racconto terrificanti, e il riuscitissimo “L’attentato”, sulla Palestina, “Le sirene di Bagdad” vira all’apologo, di trama inconsistente e caratteri solo a tratti sbalzati, salvandosi nell’anti-bushismo. Di maniera. Di maniera francese, cioè superficiale, mentre il bushismo ha argomenti solidi e andrebbe altrimenti contestato. Detto della lettura, vale la pena d’intrattenersi con l’autore, che ha doppia cultura e non la rinnega, occidentale e islamica, sugli argomenti. Che poi è uno solo: che ce ne facciamo di questo Occidente? Ecco, l’argomento è mal posto, l’Occidente sembra sulla difensiva ma non lo è, compresi i geremianti europei. A p. 286: “L’Occidente è fuori strada. L’Occidente è sorpassato dagli eventi. La partita si gioca tra le élites musulmane”. La verità c’è tutta. Ma è una falsa impressione, il discorso si conclude con “l’Occidente non è moderno” e “l’Occidente è divenuto senile, bisogna eutanasiarlo”. Corna. Nella globalizzazione l’islam è rimasto molto più indietro di quanto già non fosse, dietro il grande resto dell’Asia e la stessa America Latina del populismo marcio, attardato dal subdolo radicalismo acceso da Khomeini. La verità di questo rabbia è che ha origini dubbie: nel nazionalismo iraniano, sebbene ammantato della sharià, e nell’uso che gli Stati Uniti e i loro alleati mediorientali ne hanno fatto in funzione anticomunista in Pakistan e in Afghanistan. L’islam radicale è mediorientale. E resta intrappolato nelle mine mediorientali: i palestinesi e l’iranismo, il disegno neo imperiale dell’Iran, che dallo scià a Khomeini non è cambiato di una virgola. Uno del Maghreb trova nel Mashrek tutto ciò che si è lasciato dietro, o almeno spera, da un paio di generazioni: la tribù, che può essere nefasta, il sospetto, la durezza (in società, in famiglia, al potere), la corruzione dello spirito, l’isolamento, il provincialismo revanscista, di chi guarda il mondo dal basso. Sulla diabolizzazione dei musulmani nessuno può competere coi musulmani, da Al Jazira in giù, anche quando non si occupano dell’Occidente. Mentre se l’Occidente sfrutta i musulmani non è certo attraverso l’informazione. Il problema dell’Occidente è che, forse non include abbastanza, ma è il solo mondo e la sola cultura che include. 
Yasmina Khadra, “Le sirene di Bagdad”, Mondadori, pp.278, € 15,50

Al macero la Resistenza a Roma

Va al macero Peter Tompkins, "Dalle carte segrete del Duce" (si può comprare al Remainders) e “Una spia a Roma” (si può compare nei supermercati a tre per uno), sulla guerra di liberazione della capitale nel 1944. Libro questo per molti motivi importante. Non ultimo perché fa “vedere” come e perché gli Stati Uniti perdano le guerre, malgrado la supremazia di mezzi e uomini, quando sono costretti a scendere dall’aereo e occupare un paese. Com’è difficile battersi contro l’occupante, e non tanto per colpa sua. E com’è (ancora) difficile stabilire che la guerra di liberazione non la fecero soltanto i comunisti: il libro di Tompkins, che più che di sé parla di Franco Malfatti e di Giuliano Vassalli, due leader socialisti della Resistenza, del montezemoliano Maurizio Giglio, e di Giustizia e Libertà, va rapidamente al macero dopo avere aspettato quarant’anni una traduzione, dal 1962 al 2002.
Tompkins fu l’uomo dei servizi americani d’informazione a Roma dopo lo sbarco ad Anzio, quando la liberazione della capitale sembrava e avrebbe potuto essere imminente. Fu inviato da Villiam Donovan, un avvocato amico di Franklin Delano Roosevelt, che poi sarà il procuratore speciale di Norimberga, allora a capo dell’Oss. Un comando militare incompetente procurò temporeggiando tanti lutti innecessari a Roma, spiega Tompkins. Servito da “colonnelli al comando dell’Oss che di spionaggio capivano poco o nulla, che non parlavano l’italiano, che non conoscevano l’Italia, e non distinguevano un fascista da un antifascista”. L’Oss diventerà poco dopo la Cia. Era impensabile, Tompkins scriverà dopo la guerra allo storico Donald Downes, “che da parte nostra si potesse fare tanto per rendere difficile la vittoria!”
Questo probabilmente è un buon segno: gli Stati Uniti, malgrado ultimamente siano sempre in guerra (sembrano ormai in un qualche episodio di “Guerre stellari”), non sono una nazione militarista. Negli Usa ci sono i militari e ci sono i politici, e non fanno piani comuni, non c’è un piano Usa per governare il mondo. Ma è anche un segno cattivo: per gli Stati Uniti forse no, altrimenti rimedierebbero, per i paesi a cui infliggono le loro guerre di liberazione sì, poiché li costringono al macello. Prendendo di preferenza a collaboratori, ora come allora, i peggiori arnesi dei regimi che combattono: a Roma informatori, confidenti e fascisti di preferenza agli uomini della Resistenza, per quanto questi fossero infinitamente meglio informati, finendo infiltrati in ogni azione, anche minima. Donovan si era intanto dimesso dall’Oss per non appoggiare la svolta di Salerno, il sostegno al re e a Badoglio. Lo storico Downes, predecessore di Donovan a capo dell’Oss, si era dimesso in aperta polemica con la politica di fiancheggiamento dei badogliani invece che delle forze democratiche della Resistenza.
“Una spia a Roma” si legge come libro della vita quotidiana nel 1944: la capitale “passeggiata” dai tedeschi, in varie fogge e con vari mezzi, da camicie nere, e da ragazze e signore magari fasciste ma non mai talebane. Come testimonianza storica è il resoconto di un lungo, lento, sanguinoso tradimento. Tompkins, un americano mezzo italiano, morto a settembre 2006 di 87 anni, era rimasto legato alla Resistenza, e presenziava ogni anno alle celebrazioni del 25 aprile a Roma.
Peter Tompkins, Una spia a Roma, pp. 384, Auchan e Remainders, tre libri Saggiatore per €9,80

A Perugia il giornalismo del già detto

Si affollano – pare – gli italiani curiosi attorno ai delitti del giorno e cosa ne leggono? Niente? La rimasticatura in cinque-sei pezzi nel loro giornale preferito di quello che hanno sentito alle radio o nei tg, che è quello che ha scritto l’Ansa. Una ricerca trovò vent’anni fa che gli spazi e le notizie dei giornali erano all’80 per cento riscritture dell’Ansa: erano rielaborazioni, tagliate al più secondo le diverse ottiche politiche, dei dispacci dell’agenzia nazionale di stampa. La quale sarà eccellente ma è istituzionale, deve uniformarsi a quello che dicono gli inquirenti, anche se in segreto (all’Ansa!). Il massimo dell’informazione è far parlare i vicini, i concittadini, il sindaco, il parroco, i quali hanno tutti imparato ormai le frasi di circostanza dietro cui cautelarsi.
Il massimo dell’informazione è in Italia la ripetizione. Nei vasti tg e nelle centinaia di notiziari radio, nei giornaloni, nei talk-show, chili e chili di ruminazioni. È un giornalismo bovino. L’unica cosa che si è potuto leggere di Perugina, dramma ben italiano, viene dal “Daily Mail”, giornale inglese, che ha ricostruito la personalità interessantissima di Amanda. Aspettiamo ora un giornale congolese. Anche in Italia qualcosa si sa, gli italiani sono chiacchieroni. Ma che Amanda abbia fatto l’amore in treno con uno sconosciuto è inciso di un rigo, e uno si ritrova a dirsi: ma sarà vero?
Pensare a quanti soldi sono profusi per riscrivere l’Ansa. Anche l’inviato in zona di guerra viene infatti tenuto con le redini strette all’Ansa, o all’agenzia Italia, che ripubblicano la Reuter, l’Ap, l’Afp, l’Ansa francese, e le altre Anse mondiali. Il poveretto più che altro sta chiuso in albergo a rispondere alla redazione, con qualche scarso notiziario tv in lingua inglese, e sperando che lo stringer, il collaboratore locale, gli porti qualche notizia golosa. C’è sempre qualcuno in redazione che obbliga il povero inviato, anche alle tre di notte, quando a Beirut o a Bagdad tutti dormono, a riscontrare quello che ha detto la Reuter, l’Ap, l’Afp.
È anche giusto che lo stringer non prevalga sulla Reuter e l’Ap, gli islamici hanno la taqiyah nella legge, la dissimulazione. Ma ci sono limiti. Il Medio Oriente è apprezzato, oltre che per il cambio nero rispetto a quello ufficiale, perché è due o tre ore in anticipo su Rima. Per cui l’inviato, combinando il fuso con l’abitudine italiana di non avviare il lavoro prima delle 13, può godersi una mezza giornata libera. In cui, quando non si fa rapire, può sentire, vedere, fiutare. Ma non mai scrivere: scrivere deve sulla traccia delle Anse.

Le correnti bloccano i congressini Pd

È presto svanito, se mai c’è mai stato, l’effetto Vetroni sul Pd. I congressi regionali del Pd registrano una durezza senza precedenti tra correnti locali, soprattutto nel Lazio, a opera dei priodiani, e in Toscana, a opera degli ex compagni. L’irenismo di Veltroni, con Auschwitz, l’Africa, le feste, non basta più: se ne comincia anzi a contestare la leadership, perfino tra i media, di cui per un quinquennio è stato l’ispiratore. Il ticket con Prodi, o duplice accoppiata, è sempre vincente: Veltroni a Palazzo Chigi, Prodi al Quirinale. Ma i prodiani – di varia natura: di Marini, della Bindi, di Parisi, di Loiero - gli stanno facendo vedere i sorci verdi. Senza perdere di vista D’Alema e Fassino, due potentati che Veltroni ha sempre più difficoltà a spiantare

sabato 17 novembre 2007

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (7)

Giuseppe Leuzzi

“A Roma ho visto per la prima volta un ascensore, non sapevo come funzionava e ci sono montato sopra”. L’aneddoto ha varie redazioni, Corrado Alvaro si divertiva a fare il calabrese, che dev’essere uno zotico. Moravia lo prediligeva in questa forma, e lo raccontava a sua volta. Alvaro si divertiva col suo stesso personaggio: raccontava serissimo le peggiori castronerie, perché questo è il modo di raccontare, di “relazionarsi”, dell’intellettuale calabrese, che come ogni altro narratore ama e odia la sua audience, ma in modo accentuato, pallonaro, alla Münchhausen – intellettuale è in Calabria ogni adulto dai due anni in su, c’è questo snobismo. Ma Moravia ci credeva, che Alvaro fosse salito sopra, non dentro, l’ascensore, anche se non è possibile montare sopra la cabina di un ascensore - Nello Ajello ne ha fatto domenica su “Repubblica” un ritratto esilarante, forse non involontariamente, un ritratto di Moravia, nelle celebrazioni del centenario che “Repubblica” ha anticipato.
Alvaro, il solo viaggiatore del Novecento italiano, con Arbasino, ancora leggibile, per i curiosi, i letterari, gli storici. Lo scrittore più cosmopolita, nel senso che parla la lingua dei paesi in cui viaggia o risiede e ne conosce la cultura, non si vanta di aver preso il tè dall’orrenda Ottoline Morrell. Che a Roma era arrivato undicenne, quando Moravia veniva concepito, al collegio dei gesuiti a Mondragone, che lo espulsero ai quindici, alla fine del ginnasio, perché leggeva opere proibite. Non bacchettone quindi ma autore a diciassette di un “Polsi”, sull’omonimo santuario mariano dell’Aspromonte, che ancora si fa leggere. Moravia, narratore e scrittore di viaggi, saggista, impegnato, non bello, non amichevole, maniacale, è icona della letteratura del Novecento di mezzo, forse per ragioni politiche, ideologiche, etniche. Alvaro, che alla rilettura non demerita, non è niente, forse per le stesse ragioni.

Salvatore Lo Piccolo, il mammasantissima, il capo dei capi, prospera(va) con gli appalti, le guardianie e le estorsioni. Tra queste “l’esazione sistematica si una quota sociale per le utenze elettriche: 15 euro per non avere problemi (con l’Enel) e tenere le lampadine accese nei cubi di cemento con i muri in cartongesso dello Zen”, quindici euro al mese. (“La Gazzetta del Sud”, 6 novembre). Ecco, il controllo del territorio.

Stendhal in Calabria nota (“Roma, Napoli e Firenze”) che “i briganti sempre si battevano fino all’ultimo sangue (contro i francesi), quasi sempre sconfitti dal tradimento di compatrioti gregari venduti, piuttosto che dall’audacia degli avversari”. La repressione della criminalità sempre ha fatto difetto.

Antimafia. È scaduta nell’antipolitica e per questo è inefficace e regressiva. Non porta voti (ha eliminato la sinistra a Sud) e magnifica i mafiosi.
Il fallimento di questa antimafia è perfino raccapricciante. Dall’assassinio di Lima a quelli di Falcone e Borsellino: appena l’antimafia ha indicato un nemico, Riina l’ha fatto fuori.
Falcone nemico dell’antimafia? Sì, al Csm, nei giornali di Partito, in troppe trasmissioni tv.
L’antimafia di Orlando e Violante anticipa l’antipolitica.
Ma Violante è il solito cache-sex – anche Caselli: condizionanti in questa antimafia sono stati vecchi arnesi confessionali, Orlando, Lo Forte, Scarpinato, Pintacuda.

Giancarlo Caselli va dall’estetista prima di venire in tv (si presume: è pettinato come la Streep nel "Diavolo veste Prada"). Fa bene, è opportuno distendere i nervi.
Ma poi viene e solennemente dice che la Repubblica è in pericolo a causa di Sgarbi. Perché è più bello di lui?

Nel 1993, o 1994, la Procura di Catanzaro indagò Vittorio Sgarbi, Tiziana Majolo e Giacomo Mancini per mafia. Mancini perché accusato da un pentito, Maiolo e Sgarbi per essere stati eletti in Calabria.

Milano. La città degli affari fatti morale. Milano deve tutto a Scalfari, che ne ha fatto “la capitale morale d’Italia”, una benedizione che è uno slogan di grande effetto pubblicitario, è un programma, ed è un’assoluzione preventiva: Milano è la città dove si ruba impunemente, e anzi facendo la morale al resto d’Italia, per ovvi motivi più che altrove, molto di più, molto di più essendoci da rubare. La città di Berlusconi, Guido Rossi e ogni altro mago e leguleio, che interesse privato, abuso d’ufficio e peculato hanno saputo nobilitare in conflitto d’interessi.
Dove la Procura della Repubblica si fa consulente di un uomo politico. Dove un giudice dice – lo scrive in una lettera pubblica – di essere corrotto, avendo accettato denaro da un inquisito, che poi avrebbe restituito in scatole da scarpe, ricordando nel contempo di avere vinto duecento cause, o duemila, per diffamazione contro chi lo ha per questo criticato. Al milanesissimo processo Sofri tutte le condanne erano scontate – solo Sofri s’illudeva di stare in un processo – e un paio di volte sono state perfino pronunciate prima e fuori del processo, a Brescia e Venezia. Berlusconi è stato processato per la Sme sapendo che non c’entrava, mentre De Benedetti, che c’entrava, no. Il processo Rcs non si è fatto, malgrado la gravità del fatti, compresi i fondi neri per tangenti politiche. Né si farà il processo per il collocamento Saras – i Moratti del resto sono ben piazzati a destra e a sinistra. O a Tronchetti Provera che spiava mezza Italia, avendo egli accettato di mollare l’osso Telecom, come richiesto da Prodi, il politico della consulenza.
La razionalità di questi fatti è quella della cosca. Gli amici e i potenti sono protetti, i nemici sono minacciati e dileggiati, la prevaricazione si vuole evidente, deve intimorire con l’umiliazione.

Lufthansa: gli hub possono essere due

Recupera Lufthansa nell’asta per Alitalia, con l’ipotesi che siano economici due hub nazionali invece di uno, salvando quindi insieme Fiumicino e Malpensa. L’interesse del vettore tedesco, che sembrava inizialmente svogliato e pro forma, si manifesta sempre più consistente a mano a mano che la trattativa entra nel vivo. Lufthansa ha maturato un’esperienza considerevole nella gestione in contemporanea del grande aeroporto di Francoforte e insieme dello scalo di Monaco, che è in grado di attirare buona parte del traffico subalpino. È un’esperienza di grosso peso per Alitalia, che altrimenti dovrebbe sia liquidare in perdita i suoi diritti su Malpensa sia, in sostanza, restringersi, centrando la sua attività internazionale su Fiumicino.

Gas dal Qatar, e voti di morte

È stato molto contento il presidente Napolitano nella sua visita in Qatar. Una delle sue poche uscite all’estero. In un paese che non è più il deserto, e non è ancora Singapore – il modello e la meta degli Emirati del Golfo. Il Presidente si è accontentato di prospettare importazioni di gas, che forse si faranno, e questo basta. Ma il Qatar è soprattutto Al Jazira, la Cnn araba le cui immagini sono negli archivi di tutti gli amanti del terrore.
È militante pure il sito italiano di Al Jazira, “il mondo arabo in Italia” – anche se non sembra dotato di molti mezzi, talvolta si oscura da solo. Queste le letture che consiglia, saldamente, da un anno:
Perché l’Occidente merita di morire
11 settembre 2001 – Inganno globale + DVD
LE AMNESIE DELLA GIORNATA DELLA MEMORIA
La nuova questione ebraica
Esiste la lobby ebraica?
Uno degli autori, Dagoberto Husain Bellocci, è autore di "Iraq 2003 - La seconda guerra giudaica contro Saddam Hussein” e di “I-Tal-Ya. Ebrei e Lobbies ebraiche in Italia”. Giancarlo Chetoni, altro autore del sito, che scrive per riviste dal risvolto tricolore, autore di uno studio sulla superiorità di Ahmadinejad nei confronti di Bush in materia di cacciabombardieri.

giovedì 8 novembre 2007

Il mondo com'è

astolfo

Cina – Lo sfruttamento organizzato dal comunismo sembra uno slogan da guerra fredda ed è il modello Cina. Ora che organizza, nella sede storica del Pc a Shangai, dove il Partito fu fondato nel 1921, incontri il sabato sera tra venti milionari, che pagano diecimila dollari l’uno, e trenta belle ragazze che a questo scopo hanno vinto uno speciale concorso. È il vero lato oscuro, minaccioso, della Cina: che un governo comunista organizzi lo sfruttamento. Più della dittatura, del carcere politico, della pena di morte facile.
Si chiama capitalismo, ma raramente in Cina lo è. Le condizioni di lavoro sono prevalentemente servili, per igiene, orari, carichi di lavoro, sicurezza nel lavoro e del posto, diritti sindacali, nell’edilizia, nel lavoro a façon e in tutto il conto terzi, nell’alimentare. Il modello Hong Kong, o della pelletteria a Firenze, governato dal Partito comunista.
Lo sfruttamento è il piede d’argilla del gigante Cina. Basta niente perché si sbricioli, il gigante e il comunismo.

Elite – Deve avere funzione pedagogica. Se la classe dirigente è specchio del paese, la teoria dell’élite è sfondata. Mastella, il “Corriere della sera”, Bazoli devono dare buoni insegnamenti e indicare buone strade: se sono il popolo bue ne facciamo a meno.
La “crisi” perdurante dell’Italia, la carie infinita della seconda Repubblica, le supplenze dei giudici, dei giornalisti, dei banchieri, dei mafiosi, tutto questo non è colpa del popolo ma della classe dirigente. Il popolo è colpevole di non liberarsene, ma che può fare? Non può ammazzarli tutti, leggere altri giornali, cambiare banca. Ci ha tentato, ma poi deve scegliere nel quadro di un’offerta che gli viene presentata sempre peggiorata.

Occidente – È, si vuole, diritti civili e diritti umani. Anche di tolleranza. In questo senso è – può essere – percepito in altre culture e in altri sistemi politici: a lungo per i paesi comunisti dell’Est, e per i latinoamericani, gli africani, gli asiatici. Da tempo, bisogna anche dire, non aggredisce più: non sono più i cristiani che ammazzano gli infedeli, o gli europei che ammazzano gli africani o gli asiatici. Anche se rimane da precisare la natura delle guerre occidentali di liberazione, alcune di significato coerente, in Europa, in Corea, altre di significato incerto, in Vietnam, in Iraq, nello stesso Afghanistan, nonché la natura e il ruolo di Israele, che è Occidente a tutti gli effetti pratici.
Il rifiuto dell’Occidente avviene sulla stessa base, dei diritti di uguaglianza, e perfino dei diritti umani. Non però per una diversa concezione dei valori. Neppure in nome del relativismo dei valori – si “giustifica” perfino il cannibalismo. Ma per un rifiuto preliminare: l’affermazione del proprio essere, anche nel confronto e con l’esclusione. Che si vuole naturalmente diritto a essere se stessi, e a combattere ogni forma d’imperialismo, sia pure sotto la forma dei diritti d’uguaglianza, ma è l’ideologia del nazionalismo, ben europea, fino all’irredentismo: realizzarsi nella guerra. Il fondamentalismo, per ogni altro verso insensato, nel bestialismo familiare, nel terrorismo, nel martirio di massa, nella repressione fine a se stessa, su questa base è diventato – sta diventando – punto di riferimento nei paesi islamici anche dell’intellettualità laica, che del fondamentalismo è il primo, e realistico, obiettivo: per una forma cioè d’intossicazione occidentale.
Il confronto può sembrare asimmetrico, tra un Occidente grande e potente e un piccolo fondamentalismo. Ma s’inscrive in una tendenza ormai consolidata che vede l’Occidente discorde e frammentato, non più il monolite del Novecento - dei conflitti mondiali, dell’anticomunismo. L’Europa non condivide e non accetta la supremazia americana. Non tanto per il vetero antiamericanismo della guerra fredda, quanto per la vaga ma persistente automutilazione che persegue, della politica ridotta a commercio, e per l’irenismo (contro gli eserciti, contro la pena di morte, contro ogni pena, per il relativismo culturale). Gli Stati Uniti, ancora più distintamente, da un trentennio, dal cosiddetto pentapolarismo di Kissinger, sempre meno prendono l’Europa in considerazione nelle loro decisioni, orientati a una politica di potenza nella globalizzazione. La globalizzazione è opera americana, e vede gli Stati Uniti interessati e coinvolti più nell’Oceano Indiano e nel Pacifico che sull’Atlantico. Le stesse guerre che gli Stati Uniti hanno portato nel Medio Oriente, in Afghanistan e Iraq, vanno viste col Crescente rivolto a Oriente, sono il segnale della potenza americana per l’Asia, dalla penisola arabica al Pakistan e all’Indonesia, e non una barriera a difesa dell’Europa. Anche il multiculturalismo soft americano, inquadrato cioè in un concetto della nazione solido, concorre alla diseuropeizzazione dell’America.

Resistenza - Entrano nella resistenza i repubblichini, a opera di studiosi e alte autorità dello Stato ex Pci, ma non i liberali: Pizzoni, Brosio, Montezemolo, Cefalonia, Porzus. La dialettica destra-sinistra è in realtà un’altalena: l’una tiene l’altra. Resistono alla libertà.

astolfo@gmail.com

Se Why Not è la loggia di Prodi

È un’ipotesi. Forse solo una simulazione. Il magistrato dell’indagine non convince, per il protagonismo partenopeo, dell’arroganza mista a superficialità. Né convince la priorità: in una regione che ha duemila attentati intimidatori l’anno, sei al giorno, incendi di macchine, bombe, tiri a vuoto, ha il record dei furti in rapporto alla popolazione, e ha il record dei morti assassinati in rapporto alla popolazione, l’apparato repressivo predilige i delitti della Pubblica Amministrazione. Dal caffè degli impiegati comunali alle raccomandazioni, i carabinieri sembra che non facciano altro. La materia penale in Why Not è la raccomandazione – il gergo politicamente corretto la nobilita in voto di scambio, ma quella è. È grave - si capisce che i magistrati vogliano che la Calabria sia la Svezia - e non lo è. Nemmeno a Cuneo – cioè anche a Cuneo si fanno le raccomandazioni.
E tuttavia la loggia potrebbe esserci. Non necessariamente massonica, e forse neanche a San Marino, ma un’organizzazione stretta, politica, degli aiuti europei alla formazione e all’avviamento al lavoro. Messa su da Prodi quando era a Bruxelles, con amici nelle varie regioni che hanno contribuito all’ossatura del suo partito-non-partito. Prodi, com’è noto, non è il capo della Margherita, che a sua volta non è a capo dell’Ulivo, e tuttavia comanda, la Margherita, l’Ulivo e il governo, indiscutibilmente è il capo. L'ipotesi, la simulazione, è che abbia chiamato non solo Saladino, l’imprenditore calabrese della Compagnia delle Opere e dell’avviamento al lavoro, ma tanti saladini in ogni regione. Da sempre la Compagnia delle Opere è specializzata nella creazione di lavoro. Il suo capolavoro fu la riconquista della Capitale trent'anni fa, al tempo di Andreotti trionfante col compromesso storico, sottratta al Pci proprio nella periferia comunista, con la creazione di posti di lavoro.

mercoledì 7 novembre 2007

Se muore un moralista, sobrietà

Enzo Biagi è figura centrale della questione morale. Sempre al centro giusto di ogni vicenda. Sempre corretto, a suo modo di vedere, ma fermo nell’apparente bonomia, che ha fatto la sua fortuna come scrittore, e quella del suo editore, se ha venduto sette milioni di suoi libri. E' anche al centro della nuova resistenza: quattro anni fa, per un figlia pre-morta, Biagi non interruppe né variò il colonnino settimanale anti-Berlusconi sul "Corriere della sera". Il moralista però si vuole sempre sobrio. E il funerale non lo è, sceneggiato dalla Rizzoli, con la rizzoliana figlia Bice, e dai giornali del gruppo, “Corriere” in testa - e meno male che Napolitano ha resistito alla tentazione del funerale nazionale.
Il funerale, un tempo specialità gesuita, diceva Gioberti, è appannaggio di chi non ha nulla da dire – a lungo il Pci. Ora si fa anche per vendere libri, bene, si può soprassedere, non è etico, ma solo per un fatto di buon gusto. Se non che il nome di Biagi compare non solo nelle fantasiose presentazioni di libri sul Mar Rosso al tempo di Angelo Rizzoli jr.. Compare anche sui taccuini in cui Angelone, che per questo perdette l’impero, per avere utilizzato fuori contabilità 29 miliardi, segnava i compensi fuori bilancio, magari di sabato o domenica, ma in contanti, e a suo dire in Svizzera, agli autori che lo facevano guadagnare, tra i quali Biagi. Che per suo conto è andato in pensione nel 1975 a 55 anni, deprivando l’Inpgi di cinque o dieci anni di contributi, e aggravandolo di cinque o dieci anni di pensione anticipata.
Tutto ciò è meschino, la grandezza ha sempre qualche ombra. Ma più squallido ancora è doversene occupare, non riuscire a liberarsi, dovendo fare i moralisti, di queste debolezze umane. Avendo di Biagi immagine amena, di quando nelle prime letture di rotocalchi si trovava il suo commentino tv su “Epoca” invariabilmente critico verso il Vaticano che imponeva i mutandoni alle ballerine della Rai. Era il Vaticano di Giovanni XXIII, ma fare il Candido forse non è un delitto. La coerenza invece è un dovere. E Biagi, portato a Roma dai socialisti, imposto anzi alla Rai di Bernabei come direttore del telegiornale, ne sarà il più acerbo nemico – dei socialisti di Craxi naturalmente, e non senza ragione, ma da antisocialista.
I moralisti ci hanno privati, in questo tornante di millennio, della politica e dell'informazione, lasciandoci soli con tro gli affari. Bisognerebbe che non ci privassero anche della questione morale.

Sempre cannibali tra (ex) Dc

Per l’omicidio Fortugno la vedova onorevole Laganà fa spesso il nome come mandante di un concorrente politico di suo marito nella Margherita, Domenico Crea. Lo ha detto alla Procura e lo ripete al processo in Tribunale. Ma Crea non è indagato: non sarebbe un atto dovuto? O i giudici non credono all’onorevole Laganà?
Il congresso provinciale (Reggio Calabria) della Margherita era stato vinto nel 2005 da Fortugno (corrente Loiero-Prodi della Margherita) contro Crea (D’Antoni) e contro Demetrio Naccari (Rutelli). Naccari aveva abbandonato il congresso urlando: “Mi è stato impedito perfino di parlare”. E alle Regionali si era presentato con una lista scissionista. Fortugno invece aveva fatto lista con Crea. Era stato eletto, ma il suo leader Loiero, politico navigato, non gli aveva dato l'agognato assessorato alla Sanità.
C’è poi sullo sfondo la relazione Basiloni, commissionata dopo l’assassinio di Fortugno al prefetto Paola Basiloni dal ministro dell’Interno (ex) Dc Pisanu, e poi fatta sparire. Per le troppe faide – dice chi l’ha letta – tra gli (ex) Dc della provincia di Reggio Calabria. Promuovendo la Basiloni a prefetto di Vibo Valentia. E subito dopo, nell’aprile 2006, commissariando la Asl di Locri, almeno questo. Uno dei primi atti del governo Prodi è stato di ri-(p)romuovere il prefetto Basiloni a Roma, a capo del servizio scorte.

A chi l'Alitalia? Prodi vuole Toto

C'è più di intesa dietro Toto, il patron di Air One, nella gara per Alitalia. è ilk presidente del cinsiglio in peprsona che patrocina Toto, e ne caldeggia l'irrobustimento finanziario attraverso le istituzioni finanziarie amiche, Intesa e Goldman Sachs. Tramite Costamagna e direttamente. L'imprenditore abruzzese è riuscito a risalire la filiera politica da Mastella a Romano Prodi. Il cui obiettivo residuo è la sistemazione dell'Alitalia. Dopo aver sistemato in pochi mesi la Banca d'Italia, le banche, Telecom, gli ex enti energetici e i Benetton.

A volte la verità è di destra

A volte la verità è di destra. La Sei, la casa editrice dei salesiani, chiede in un’antologia ai ragazzi di scuola media di organizzare l’eliminazione di un compagno, senza lasciare tracce – per imparare la tecnica del giallo (“Il Giornale”).
Roberto Genovesi scrive al “bambino romeno romano”: “Walter ha cercato di trasformare la tua città (sì, la tua) in una sorta di luna park fatto di cerchi concentrici al cui centro, dove vivono i belli e i ricchi, si faceva festa con canti, suoni e balli, mentre ai bordi si continuava a vivere sotto i ponti”. E, certo, “non può mandare Elton John o i Genesis a Tor Bella Monaca”. Altrimenti, i suv dei militanti del Pd devono fare tutto il Raccordo”, per evitare le strade intasate. (“Il Giornale”)
Giulio Sapelli, storico dell’economia italiana, vecchio Pci oggi diessino, abbandona sdegnato la presidenza dell’Autostrada Serravalle (“ho appreso molte cose e, se non mi ammazzano prima, le scriverò”). Nazionalizzata a carissimo prezzo, a favore del venditore Marcellino Gavio, dal presidente della Provincia di Milano, il diessino Alessandro Penati, quale primo atto della sua giunta dopo le elezioni del 2005, la Serravalle paga un milione al mese d’interessi a Banca Intesa, e assorbe per consiglieri e sindaci tutti intieri gli aumenti di fatturato. (“Il Giornale”)
Le Ferrovie, per i pochi treni sporchi che mandano in giro, hanno preso dallo Stato 19,3 miliardi di euro nel 2006, 22 nel 2004-2006. (“Il Giornale”)
Veltroni nel 2003 ha finanziato un corso di archeologia per i rom, 45 mila euro. (“Il Giornale”)
Raffaele Costa: “Alla metà degli anni ‘90 il Comune di Torino spese 73 milioni di lire per un corso di arti marziali per giovani nomadi” (“Il Giornale”, 6 novembre). È una persecuzione!
Nicola Porro e Mario Cervi anticipano i risultati della loro “Sprecopoli”. La commissione Antimafia, che non ha mai fatto male a nessuno, costa ogni anno tre milioni, di cui 1,7 per consulenze. Ma il primato ce l’ha la commissione Mitrokhin: spesa due milioni, 1,9 ai consulenti. C’è anche una commissione che indaga sull’occultamento dei fascicoli dei crimini nazifascisti, che spende 971 mila euro per le consulenze, e 200 mila per i viaggi dei commissari – in taxi evidentemente, poiché i fascicoli occultati si trovano a Roma. (“Il Giornale”, 6 novembre). Gli affarucci si fanno con i consulenti.
Il governo aveva annunciato tagli ai costi della politica per 1,3 miliardi. Ma la cifra si è già ridotta a un terzo.(“Il Giornale”, 6 novembre)
Il ministro Santagata ha contato 300 enti inutili, proponendo di sopprimerne subito 110. La Finanziaria ha ridotto il numero a 17, il Senato l’ha ulteriormente ridotto a 14 (“Il Giornale”, 6 novembre)
Salvatore Lo Piccolo, il mammasantissima, il capo dei capi, prospera(va) con gli appalti, le guardianie e le estorsioni. Tra queste “l’esazione sistematica si una quota sociale per le utenze elettriche: 15 euro per non avere problemi (con l’Enel) e tenere le lampadine accese nei cubi di cemento con i muri in cartongesso dello Zen”, quindici euro al mese. (“La Gazzetta del Sud”, 6 novembre). Ecco, il controllo del territorio.

martedì 6 novembre 2007

Dopo la Serbia, guerra alla Romania

Forse è perché si avvicina il decennale della trionfale guerra alla Serbia, combattuta dai prodi Scalfaro e D’Alema a fianco del compagno Clinton, che si vuole far celebrare al mite Veltroni, l’uomo del cinema, la guerra alla Romania, anzi alla Transilvania, la terra dei vampiri, di cui gli zingari sono figli, che non si sa perché si fanno chiamare rom. Le alleanze non sono così fortiu: Scalfaro e D'Alema marciavano dietro il super democratico Clinton, mentre da Bruxelles questa guerra la vogliono impedire, dal prode Barroso in giù, tuti i democristiani d’Europa, e anche i liberali e ogni destra. Ma il danno è fatto: Veltroni si è fatto mettere nel sacco da Prodi, e dal suo compagno D’Alema. Col decreto, ora senza padri, ma subito controfirmato dal presidente della Repubblica, dovrà ora fare marcia indietro dal fronte, e non è facile in guerra.
Veltroni, lui, fa l'irenico. Va a Auschwitz, va in Africa, ad Auschwitz e in Africa porta i ragazzi delle medie, e continua con le feste. Nel mentre che spazza via ogni divevrso parere nel Partito democratico, e minaccia di spazzare via tutte le stamberghe degli immigrati, che deturpano ponti e fiumi - li butterà sul bagnasciuga? La sinistra più spesso non sa che fare e perde la testa. Nella memoria di molti italiani, di Francia e ritornati, c’era fino a qualche anno fa, fino a quando sono vissuti, l’abominazione del Fronte Popolare, che per non saper che fare nel 1936 aveva emanato un precedente decreto Prodi di deportazione nazionale.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (6)

Giuseppe Leuzzi

Ci resta, a noi del Sud, quello che a Camus restava già nel 1954, nell’“Estate”, a Tipasa, la spiaggia di Algeri: “La lunga rivendicazione della giustizia consuma l’amore che pure l’ha fatta nascere. Nel clamore in cui viviamo l’amore è impossibile e la giustizia non basta. Per questo l’Europa odia il giorno e non sa che opporre l’ingiustizia a se stessa. Ma per impedire che la giustizia si racornisse, bel frutto arancio che non contiene che una polpa amara e secca, riscoprivo a Tipasa che bisogna conservare intatte in sé una freschezza, una fonte di gioia, amare il giorno che sfugge all’ingiustizia, e tornare alla lotta con questa luce riconquistata. Ritrovavo qui la vecchia bellezza, un cielo giovane, e misuravo la mia fortuna”.
Prefazio direbbe: “Qua si campa d’aria”.

È ricorrente negli scrittori meridionali, anche in Sciascia e Camilleri, di forte coscienza civile, la distinzione tra vecchia e nuova mafia. E dell’“ominità”, o altrettali, di valori forti che avrebbero pervaso i vecchi mafiosi.
Non è vero niente. È solo un segno del perdurante galantomismo. Il galantuomo non è stato distrutto da Salvemini, prospera sempre nelle forme dell’amicizia, del rispetto, dell’influenza, anche evidentemente tra i grandi letterati. Non ci sono, e non ci sono stati, mafiosi retti, timorati, La mafia è un fenomeno di anarchismo che in parte risponde a esperienze storiche, e forse a “caratteri nazionali”, ma soprattutto è alimentato dalla stessa mafia. Dalla criminalità quando non è perseguita. È una sfida contro tutti – che inevitabilmente, dopo i tanti lutti che provoca, finisce nel nulla.
Il vecchio mafioso poteva anche cercare una sponda con i notabili (possidenti, giudici, avvocati, medici, mestri) ma ai fini del suo potere mafioso. Non amministrava giustizia, faceva favori. Non era maestro di saggezza Non toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Non ricostituiva l’imene delle ragazze disonorate, al massimo imponeva matrimoni inutili. Non sparava col kalashnikov, ma col coltello dava non meno colpi. Il che, se non altro, richiede più cattiveria.

È sempre efficace dire negro al negro. Per una volta Sartre è stato geniale, che ha immaginato un razzismo anti-razzista.

L’ultimo rapito dell’Aspromonte, Alessandra Sgarella, ne è uscita combattiva, i rapitori definendo “scarsamente professionali”. Ecco, che ci voleva?

Nel 1948, o 1949, Montanelli creò il Mezzogiorno, descrivendo – trascrivendo a suo dire – il decalogo per l’uso della tazza del cesso nell’albergo di Crotone. Punto forte: evitare di sedersi sulla tazza.
C’era nei regolamenti dei lager: evitare di sedersi sulla tazza (a p. 112 di Beccaria-Rolfi-Bruzzone, “Le donne di Ravensbrück”). Ma anche stando con i piedi sulla tazza si poteva essere puniti. Le SS punivano chi volevano.
Montanelli non era un SS, era un plagiario e un pulcinella, ma ha determinato a Crotone, dove forse non era stato, il destino dei meridionali nella pubblicistica sul Sud, dall’emerito Bocca al superpoliziotto Dalla Chiesa.

Milano. “La Lega non è propriamente milanese, ma essendo Milano la capitale naturale del Nord, si è rapidamente radicata nella città”, eleggendosi un sindaco leghista. “Anche Mani pulite è nata a Milano. E non si è trattato solo di un fatto giudiziario, ma di un grande sommovimento popolare. La forza di Di Pietro non dipendeva dalla legge, ma dall’appoggio dei milanesi che scrivevano dovunque “Grazie Di Pietro”. Di Pietro non era solo un magistrato, era un eroe popolare, un giustiziere, un capo carismatico. Infine da Milano è partita Forza Italia. In pochi mesi sono sorti dodicimila club. Dopo le elezioni del 27 marzo del 1994 Berlusconi andava al governo. Tre mesi dopo nelle elezioni europee otteneva il 30 per cento dei voti e tre milioni di preferenze personali”. Perché, si chiedeva Francesco Alberoni nel 1997, dopo aver fatto l’elenco dei primati di Milano, “a due mesi dalle elezioni del sindaco di Milano, c’è in giro tanta perplessità e, in alcuni casi, tanta indifferenza?” Perché Milano è frou-frou, ama rispondersi, è volubile, si stanca presto. No, perché Milano sfrutta l’Italia, la tiene col morso stretto: li fa, e li manda a Roma. A quindici anni data, la natura dei primati milanesi fa solo paura.

Sudismi\sadismi. “Gazzetta del Sud”, 21 dicembre 2005: “Ad Africo Nuovo, nell’istituto Serena Juventus, nei giorni scorsi è stato inaugurato il museo permanente costituito in onore di don Giovanni Stilo, voluto fortemente dai fratelli Rocco, Salvatore e Grazia nel sesto anniversario della scomparsa del sacerdote, molto noto non solo nel vasto comprensorio jonico. Erano presenti all’evento numerose autorità militari, religiose e civili. Il taglio del nastro è stato effettuato dal vescovo della diocesi di Locri-Gerace, mons. Giancarlo Maria Bregantini”. Serena Juventus è la scuola che don Stilo aveva fondato. Il don è dovuto al sacerdozio. La notorietà alla condanna nel 1986 per mafia a sette anni di carcere su accusa di un pentito, a numerose pubblicazioni ostili di parte ex Pci. Una per tutte per il prestigio, quella di Corrado Stajano, “Africo”, Einaudi, un grande inviato e un grande editore.
Il museo e la natalizia inaugurazione si fanno perché nel frattempo don Stilo è stato assolto con formula piena, e riconosciuto vittima di un errore giudiziario. Cioè, per intendersi, di una persecuzione. Ma nessun (ex) Pci se ne scusa, nemmeno in piccolo, o in privato. Anzi, a leggere Internet, per gli (ex) Pci questo prete è sempre l’emblema spregevole della mafia. La mala erba, come si suole dire, non muore mai.

La Calabria, con 52 mila ricoveri e interventi sanitari fuori regione ogni anno, è in rapporto agli abitanti la regione che più spende fuori i suoi soldi della sanità – ben più della Campania (61 mila viaggi della speranza) e della Sicilia (49 mila). La Lombardia, con 120 mila ricoveri da fuori regione, spiega anche così la sua posizione leader per reddito, rispetto all’ultima della graduatoria, la Calabria. Questa specie di sottosviluppo ha un solo nome, follia.
L’emigrazione sanitaria costa, in cifra, poco: 250 milioni l’anno, su una spesa sanitaria regionale di tre miliardi e mezzo. Non è la bilancia dei pagamenti che fa la differenza, quanto l’intelligenza: non riuscire a curarsi spendendo tre miliardi e mezzo l’anno.

Secondi pensieri (3)

zeulig

Amore - È fede. Un po’ più incostante, e carnale, certo.
Succede nella fede – e nell’amore – come nell’emozione estetica, che è sentita e non spiegata. Anche se l’intelligenza vi troverà il suo più fertile nutrimento.

Dio -
Mette in soggezione, tanto è grande, uno ha difficoltà a riconoscerlo. Come un cane di un uomo, è da supporre. E a quel punto è inesistente per la ragione – non è sostanza né accidente, come don Ferrante diceva della peste. Ma poiché esiste bisogna immaginarselo.
Un po’ svagato, dunque, conforme ai suoi adempimenti. E anche, per quanto amico, un po’ antipatico: uno che promette e non mantiene, solo se costretto. Quando si mise in vacanza nel 1942, gli ebrei per un paio d’anni non riuscirono a trovarlo in nessun posto.

Mito – La mitologia è moderna, se non contemporanea. Le raccolte di Greaves, Kerènyi, etc., sono repertori storici, ma “dicono” quanto il folklore anchilosato.
Per i greci, per restare alla nostra cultura, il mitos non stava fuori né veniva prima del logos, la filosofia, e della vita pratica, la metis.

Opinione - È dura. E può essere tutto, il discorso della cosa che diventa la cosa.

Perfezione - È l’idea della vita. Non si è per essere perfetti.

Poesia - È l’unico linguaggio che non spreca parole, ogni sua parola è significante e si basta.

È evasione. Anche quando è impegnata, civile, politica: è evasione dall’impegno. Tanta poesia d’amore si fa, perché l’amore è il portale massimo all’evasione. Come la natura.

È un pensiero spuntato.

È finzione – effetti speciali, sottigliezze, insinuazioni, ipotesi. Dov’è la verità della poesia? Nella poesia.

Politica - È gioco ed economia, azzardo e calcolo. Come ogni altra attività umana, l’innamoramento, l’impresa, l’amicizia, la guarigione. Ma deve risponderne al gran numero (le masse, l’opinione pubblica), e quindi ne è sopraffatta.

Ragione - È la madre del dubbio – una madre ostile, presuntuosa.

Superteste – C’è sempre un superteste nel giustizialismo, ma a confermarne la natura perversa (illegale, golpista). Se il superteste è una persona onesta, che ha denunciato i delitti per tempo e non è stato creduto, è in realtà un testimone a carico dell’apparato repressivo, forze dell’ordine, giudici, giornalisti a cui si è rivolto. Se è un supertestimone dell’ultima ora è, nella migliore delle ipotesi un mitomane – ma di solito è un profittatore. Oppure è l’equivalente della lettera anonima: uno che apre e tiene vive alcune tracce, senza l’obbligo di certificare le sue affermazioni. E anzi tanto più può aggravarle in quanto è garantito dall’impunità.

Suspense – Fino al giallo era la scrittura stessa, la narrazione. Quella che si chiamava arte della narrazione, anche senza il morto.

zeulig@gmail.com

sabato 3 novembre 2007

Se il governo è violento

C’è ora libertà di deportazione per gli immigrati violenti, o clandestini.
Ma non ci può essere immigrazione se non clandestina.
Il governo, che non è immigrato e non è clandestino, è violento. È deportabile?
Kelsen, "L'illecito dello Stato", direbbe di sì.

Bazoli e Gerozi vanno divisi alla stessa meta

Sono entrambi riservati e entrambi uomini di potere. E si fanno gioco di sponda per la conquista di Generali, sotto la presidenza Geronzi. Non si dice ma si sa. Anche se da posizioni oggi apparentemente concorrenti, la presidenza di Intesa e quella di Mediobanca.
Anche in passato è sembrato ci fosse qualche attrito. Sulla Commerciale, che Geronzi contese per qualche tempo a Bazoli – ma era solo per fare un piacere a Cuccia. O in politica, Bazoli a sinistra (corse per un’investitura alle elezioni del 2001, che poi andò a Rutelli), Geronzi moderato – ma si trattava di due maniere della stessa politica, domare Berlusconi. Li divideva anche Fazio, il governatore della Banca d’Italia, di cui Bazoli diffidava mentre Geronzi ne era stretto amico – poi s’è visto che non era amicizia.
Lo stesso schema si riproduce oggi, per Generali e in Telco-Telecom. Intesa e Mediobanca sono concorrenti nel controllo di Telco, e i management delle due banche non fanno mistero di propositi bellicosi. Ma Bazoli e Geronzi tacciono. Allo stesso modo in Generali, dove il sommovimento in corso si presenta come una rivolta contro Mediobanca. In realtà non c’è un attacco a Generali, Algebris è solo un espediente per movimentare il titolo in Borsa. Il disegno è di portare l’ultima grande soggetto finanziario laico dentro l’area confessionale, con una presidenza Geronzi – di garanzia, naturalmente, di equilibrio, di stabilità.

Geronzi in Generali ha l'ok dei francesi

Non ci sono stati approcci diretti ma segnali da lontano sì, molti, mediati da comuni conoscenze, e tutti disponibili, se non favorevoli: Geronzi può andare al vertice di Generali con l’assenso dei francesi. Non solo Tarek ben Ammar, amico personale di Geronzi, ma anche Bolloré avrebbe dato il suo consenso. Non subito, Bernheim è appena stato festeggiato dal presidente francese Sarkozy, e bisogna dargli il tempo per un onorevole ritiro. Lo stesso tempo che servirà a Geronzi per far maturare la sua candidatura - il presidente di Mediobanca non dismette la nota prudenza, con la quale ha potuto finora attraversare, benché praticamente solo, aree infestate da grossi pescecani. I francesi non vogliono proporlo, non potrebbero, ma gradirebbero questa successione a Bernheim più di ogni altra.

venerdì 2 novembre 2007

Bologna nella morsa dell'(ex) Pci

Fu per vent’anni la vetrina del comunismo italiano, specie con i giornalisti britannici e francesi, che apprezzano il vino, e in genere l’ospitalità generosa. Da quando il Pci non c’è più, da una quindicina d’anni, è diventata la scena delle peggiori infamie. Anche il cardinale lo dice oggi, al “Corriere”: Bologna “è sempre più sporca”. Evitando di dire che era troppo ripulita prima, ed è troppo sporcata dopo.
Non lo dice per amore della verità, per che altro? Magari Bologna è una città come le altre, il cardinale forse non viaggia. Se Cofferati vuole fare, da sinistra, il sindaco di destra, che c’entra Bologna? È solo un trucco elettorale: si rimpolpano i voti obbligati del vecchio Partito con quelli dei benpensanti.

Inquirenti consulenti, il '700 a Milano

Sarebbe affascinante, in una corte del Settecento. Già la figura dell'inquirente-giudice è inquietante, roba da “Montecristo”. In Italia, nella repubblichina, una Procura che si fa consulente di un uomo politico sul falso in bilancio potrebbe essere un capitolo della “Casta”. A titolo gratuito, certo. Magari di notte, fuori orario. Per il piacere, o per l’onore.
I giudici Greco, Ielo e Davigo sono esperti di bilanci? Sì, come un qualsiasi ragioniere. Forse. Il dottor Greco. Sono esperti nell’ambito della magistratura, questo sì, che se sa qualcosa sono solo le procedure. Ma soprattutto sono esperti politici. Che sanno chi bisogna perseguire e chi no. Non i Moratti per il collocamento Saras. Non Tronchetti Provera, che spiava mezza Italia – a condizione che molli Telecom, come richiesto da Prodi, il politico della consulenza. Non la Rcs malgrado la gravità dei fatti accertati, compresi i fondi neri per tangenti. Sì Berlusconi, ma per le cose di cui non ha colpa, la Sme, Mondadori, l’Imi-Sir.
Gli inquirenti di Milano consulenti di Prodi sono parte del problema legalità. Come ogni altro giudice, certo, soprattutto i capi, in quel mercato squallido delle influenze che è il Csm che li governa. Anche se Milano è speciale, essendo la capitale morale d’Italia - solo a Milano una Procura della Repubblica che si fa consulente di un uomo di potere può dirsi incorrotta e anzi maestra di onestà.

Secondi pensieri (2)

zeulig

Mito – La mitologia è moderna, se non contemporanea. Le raccolte di Greaves, Kerènyi, etc., sono repertori storici, ma “dicono” quanto il folklore anchilosato.
Per i greci, per restare alla nostra cultura, il mitos non stava fuori né veniva prima del logos, la filosofia, e della vita pratica, la metis.

Perfezione - È l’idea della vita. Non si è per essere perfetti.

Poesia - È l’unico linguaggio che non spreca parole, ogni sua parola è significante e si basta.

È evasione. Anche quando è impegnata, civile, politica: è evasione dall’impegno. Tanta poesia d’amore si fa, perché l’amore è il portale massimo all’evasione. Come la natura.

È un pensiero spuntato.

È finzione – effetti speciali, sottigliezze, insinuazioni, ipotesi. Dov’è la verità della poesia? Nella poesia.

Politica - È gioco ed economia, azzardo e calcolo. Come ogni altra attività umana, l’innamoramento, l’impresa, l’amicizia, la guarigione. Ma deve risponderne al gran numero (le masse, l’opinione pubblica), e quindi ne è sopraffatta.

Ragione - È la madre del dubbio – una madre ostile, presuntuosa.

Religione - È più vera, malgrado le chiese e i dogmi, di qualsiasi altra scienza umana o passione.
Santi – Un solo vero miracolo fanno, soggiogare le coscienze. Anche a fin di bene.

Scrittore – Il mestiere più oneroso e meno redditizio. Senza pensione. Oneroso in termini di spesa, di salute e di tempo. Lo scrittore è vero che non ha tempo, neanche per una sveltina.

Sogno – Reca immagini e situazioni non sperimentate, benché precise, tecnicamente perfette, che si rincorrono in quadri plastici e narrativi invece sperimentati, solo il tempo vi è accelerato. Non quello della rappresentazioni, quello del sogno, che un’epica può comprimere in secondi. In questo senso il sogno potrebbe essere il déclenchement di sinapsi segrete, contorte. Di esperienze che hanno però una loro realtà, non personali, vissute o ricostituite personalmente. Di una realtà altra in noi, seppure nelle forme grammaticali normali, note. È qualcosa che ha a che fare con l’innatismo del linguaggio?

Ma è storia neuronale, o della logica random, dell’uomo non storico cioè: ripete le prima ricezioni d’immagini, non regolate dalla mente. Nella costruzione non spaziata – non prospettica – e senza un vero prima-dopo. Senza neanche la memorizzazione: il sogno è sempre fresco.
Nello stato di veglia, nella nostra mente greco-cristiana, il cervello mette tutto in ordine fabbricando sintesi – narrazioni, rappresentazioni – secondo moduli che si è imprinted con l’accumulo, di esperienze sensoriali e dati naturali (il giorno e la notte, la pioggia, il fuoco, il cielo stellato …): tempo, spazio, causalità, affettività, eccetera.

Stupidità – È imbattibile.

Tolleranza – La tolleranza dei tolleranti è intollerante.

Verità – Ha bisogno di realtà: quella non detta (non fatta valere) non è.

zeulig@gmail.com

giovedì 1 novembre 2007

I figli di Umberto restano in Fiat, ma da soli

Non aspettano l’esito della lite giudiziaria, prevedibilmente lunga, tra John Elkann e sua madre, gli eredi di Umberto Agnelli sono orientati ad accelerare la loro fuoriuscita dalla cassaforte di famiglia, la Giovanni Agnelli & Co.. Senza disimpegnarsi dalla Fiat. Dove però reinvestiranno in proprio. Il presidente di Ifil, Gabetti, cui i due giovani sono personalmente devoti, si sta adoperando per evitare traumi, ma egli stesso è in uscita da Ifil, che resterà a John Elkann, ora vice.
Non c’è polemica fra i due rami della famiglia, ma non c’è nemmeno dialogo. Se il progetto di Andrea e Anna Agnelli si realizzerà, la Fiat resterà sempre a controllo familiare, ma con una presenza distinta dei due rami. E con una diversa prospettiva di capitalizzazione in funzione della contendibilità accresciuta.

La pace bancaria si dissolve, Profumo è solo

C’è una convergenza tacita tra Geronzi e Bazoli nella questione Generali di cui il fondo Algebris è stato l’innesco. Il primo come maggiore azionista di Generali, il secondo come socio, nel capitale di Intesa e nella bancassurance. Con essi è dichiaratamente il presidente della Fondazione Cariverona Biasi, maggiore azionista di Unicredit. Il progetto è di portare Geronzi, gradualmente, al vertice di Generali. Non Biasi, che ci aveva tentato cinque anni fa e non può più rientrare in corsa. Geronzi è il presidente in pectore in quanto meno schierato politicamente di Bazoli – salvò Berlusconi dal crac nel 1994 e tuttora è in buoni rapporti col leader della destra. Non subito. Un primo passo è stato lo stesso diniego di Draghi a Geronzi di assumere cariche in una controllata di Mediobanca: il diniego è servito a mettere in pista la candidatura. Un secondo passo è stata la fibrillazione di Bernheim. Un terzo è la conferma degli ottimi rapporti di Geronzi con i francesi in Mediobanca.
È un progetto politico più che di affari, nel senso che completa la conquista del mercato da parte della finanza confessionale: Generali è l’ultimo baluardo laico. Singolarmente isolato rimane Profumo. Il superbanchiere resta incontestato in virtù dei suoi successi a Unicredit, ma, già diessino e ora veltroniano professo, è tenuto accuratamente fuori da Generali dalla triangolazione Geronzi-Bazoli-Biasi.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (5)

Giuseppe Leuzzi

“Non ci si può veramente pentire davanti alla polizia”, direbbe Kierkegaard (all’inizio, è vero, di “In vino veritas”).

È un genere. Come il giallo, il sentimentale, lo storico, il femminista. Si dice Sud, e quello è. Per questo si sta bene al Sud, malgrado le assurde deficienze, al riparo di questa scorza giornalistica.
Non è una realtà. È una rappresentazione, modesta.

I delitti di associazione, dopo avere devastato il Sud, e le cupole, minacciano l’Italia. Ma un politico colluso o favoreggiatore è un politico colluso o favoreggiatore. Lo steso un commercialista, un avvocato, un medico. Mentre l’unica vera cupola, si sa, intangibile, perfino impudente, è il Csm, camera privilegiata e tribunale dei magistrati. Incombe già al portone tra gli uscieri, in piazza dell’Indipendenza a Roma.

Sudismi\sadismi. 27 gennaio 2007. Un servizio a due firme su “Repubblica-Roma” fa la storia di due “potenti manager di ospedali e Asl”, Antonio Palumbo e Giovanni Cosimo Speziale, la cui colpa sarebbe, leggendo e rileggendo l’articolo, di essere calabresi e massoni. I calabresi massoni sono “una lobby fortissima che è riuscita spesso a condizionare nomine e a pilotare appalti nella sanità”. Quanto spesso? C’è una massoneria nella sanità? Uno, Speziale, è colpevole anche di avere cercato rapporti in Vaticano. E magari gli autori, Marino Bisso e Carlo Piccozza, sono calabresi. Sono anche massoni?

La mafia, è meglio tenersene fuori.
Anche dall’antimafia.

Sotto l’antimafia in Sicilia (1999) tutto è fermo, eccetto la mafia, estorsioni, grassazioni, furti, violenze, assassini. Prospera solo la mafia. La vita delle persone normali, i commerci, la vita industre, gli svaghi, la lettura dei giornali, è ferma.
Anche se non sembra, non sembra ci sia più la mafia in Sicilia dopo l’arresto di Riina (quello di Provenzano ne è un prolungamento). Non se ne sente più parlare. Non ha cosche, mandamenti, capi, teste di serpente? Non si fanno più estorsioni in Sicilia, traffico di droga, traffico di uomini, traffico di donne, appalti truccati?

Il mafioso, cinico, violento, inarticolato, è uno stupido. È qui la sua pericolosità

La mafia ha il potere che le danno gli studiosi e i carabinieri. Il tipico caso della realtà formata dall’anti-realtà. Nessuna mafia ha mai retto a un’azione di contrasto costante e incorrotta. Senza violenza, senza perdite, basta un giudice che condanni.
È violenza fine a se stessa: nessuna mafia è mai diventata classe dirigente. Altre forme di delittuosità si, l’usura, la guerra (i condottieri), i robber barrons, la prostituzione, il peculato, la speculazione, la mafia no. Non si potrebbe pensare a un’Australia colonizzata dai mafiosi.

Un mafioso è essenzialmente un usuraio, senza capitale. È il tipico succiasangue, il mestiere da sempre più odiato. La favola dell’uomo d’onore e dell’onorata società è il tipico abbellimento che sempre l’usuraio ricco o potente, anche soltanto per la fama di cattivo, costruisce attorno alla sua infamante attività.

La confusione. La democrazia viene sotto accusa non perché ributta merda, ma perché la ricicla. La politica (vacua, presuntuosa, corrotta), i consumi (cheap e cari, inutili, gonfi, grassi), la stampa e la tv (vaghe, futili) producono un modo d’essere finto che al Sud è l’unico. L’interruzione della cresciuta sociale, il ribaltamento dei ceti, non ha portato una nuova classe dirigente ma corruzione e confusione. L’abusivismo di necessità ha impiccato il Sud a scheletri di tre-quattro piani che le famiglie non potranno mai completare e mai nemmeno abitare decentemente: è solo distruzione, dell’orto, del paesaggio, delle poche risorse disponibili. Nulla si salva del “moderno”, che è gel, telefonini, Suv (o macchine tedesche), e l’inesauribile bagaglio degli outlet. Tutto quello che si trova ancora al Sud, soprattutto le piantagioni di ulivi e agrumi, i palazzi e perfino le strade, rimontano almeno a settant’anni fa. L’unica novità è distruggerli – distruggere gli agrumeti di Reggio Calabria, per esempio, che producevano le preziose arance di San Giuseppe, per scheletri di tondino e cemento armato, polvere e terreni di risulta. Nessuno – nessuna autorità ma anche nessun coltivatore – riesce a pensare alla valorizzazione dell’olio della Piana di Gioia Tauro, che pure sarebbe agevole: la Piana è la maggiore produttrice di olio del mondo, ma è quella che ci guadagna meno, il lago di Garda, che avrà un diecimilionesimo delle piante di Gioia Tauro, ci guadagna di più (ci guadagna per ogni pianta di ulivo dieci volte di più, il fatto è stato accertato). O dell'Ovale Calabrese, l'arancia della stessa Piana che si può avere, fresca e succulenta, a maggio, e anche a giugno. È moderno a Gioia il porto, e in forte espansione, ma è quando di meno calabrese si possa immaginare. Perfino in montagna, in Calabria si abbattono castagni di quatro e cinquecento anni, o si cancellano gli alpeggi, per piantare pini canadesi – per far guadagnare i vivai?

Napoletano si diceva nell’Ottocento, e nel primo Novecento, per meridionale.
Ma nessun meridionale, per cattiva o buona sorte, pensa a Napoli. Né Napoli fu mai capitale del Sud, se non per pochi baroni calabresi.

Napoli ha distrutto il Sud.
È un fatto.
È stata un cancro del Sud, lo è dell’Italia: l’aggiustizia è tutta napoletana, i codici alati e impraticabili, e il pagliettismo.

I Borboni vittime di Napoli e non Napoli dei Borboni? È un’ipotesi. Ma è l’unica storia possibile, la spazzatura di Napoli viene da lontano: Napoli è il Sud, ed è l’Italia. Poche aree sono sfuggite a Napoli, così geniale e superficiale, le regioni “rosse”, le Venezie, limitandone la presenza a qualche magistrato sperso e a qualche paglietta sparso. E Roma naturalmente – ma già con qualche danno. Si è napoletanizzato subito il Piemonte, coi suoi prefetti, generali e capi della polizia, brillanti e ignavi, che hanno letteralmente distrutto il Sud. Si è napoletanizzata nel dopoguerra Milano, apprendendone l’uso dell’insalata ma anche, con Borrelli e dopo Borrelli, come distruggere l’Italia, in Borsa, in politica, negli affari, e perfino nel calcio. Sorniona e sempre furba, pensando di dominare i suoi napoletani, di giocarli, e invece già inevitabilmente infetta, anzi in via di meridionalizzazione. Da Mani Pulite, con magistrati napoletani che riempivano le tasche di avvocati napoletani, a Calciopoli, le cui cronache napoletane hanno colmato la milanesissima “Gazzetta” ma svuotandola - la leggono sempre meno.

mercoledì 31 ottobre 2007

Il telefono tra Prodi e Bazoli

Telco non è un soluzione per Telecom, non nell’attuale diarchia Mediobanca-Intesa. Si spiega così l’inerzia con cui la nuova proprietà affronta la gestione del gruppo telefonico, che pure ha un bilancio a rischio e necessiterebbe cure rapide: i due soci concorrenti si applicano soprattutto a impedire che l’altro si avvantaggi. Telco è una soluzione improvvisata, giusto per impedire a Tronchetti Provera di vendere Telecom a Telefonica, e per estrometterlo. È una soluzione politica. L’iter avviato da Prodi col siluramento di Tronchetti Provera prevede che i telefoni ritornino, come l’energia, sotto il controllo degli apparati ex Dc. Mediobanca s’è intrufolata, e la sua presenza è accettata in quanto transitoria. Nessun problema politico invece col terzo socio italiano. Sintonia-Benetton.
Bazoli applica a Telecom il metodo dell’acquisizione progressiva, senza strappi, basato sulla desistenza dell’avversario per stanchezza, collaudato con tanto successo in banca, in Banca d’Italia, in Rcs. Lo scontro è tra Mediobanca e Intesa. Telefònica, declassata a partner tecnico, senza titolo alla gestione del gruppo finanziario di cui ha pagato il 42 per cento, circa due miliardi, e senza diritto a crescere fino al controllo, è la prima vittima della riconquista.

Se "L'Accademia Pessoa" è accademia

Titolo accattivante, scrittura perfetta, da scuola, promessa golosa di pastiche, quattro o cinque piste che si rincorrono. Ma c’è un seguito? O l’ “Accademia” è accademia? La scrittura della non-scrittura, un tempo detta d’avanguardia, troppa sapienza. A volte i lettori stanno peggio dei redattori, perché non sono pagati per leggere, ma pagano.
Errico Buonanno, L’accademia Pessoa, Einaudi, pp.185, euro 10

martedì 30 ottobre 2007

Gli Agnelli si mettono in proprio

Andrea Agnelli ci ha preso gusto, e si crea la propria Ifil, una finanziaria di famiglia ristretta, con la sorella Anna e la madre Allegra Caracciolo. Cacciato in malo modo dalla Juventus con Moggi e Giraudo un anno e mezzo fa, il figlio di Umberto e unico erede del nome se n’era andato a Londra, con una propria finanziaria d’investimento. Non ha fatto molto, ma ci ha preso gusto, e propone alla sorella, che non sarebbe contraria, di separare le proprie fortune da quella del resto della famiglia, per ora congelate nella Giovanni Agnelli & C Sapaz, di cui i due figli di Umberto hanno il 10 per cento ma nella quale non contano per nulla.
Dopo aver puntato in un primo tempo su Giovannino Agnelli, fratellastro di Andrea, poi morto prematuramente, quale comandante della famiglia, l’Avvocato Agnelli in seconda battuta ha destinato a quel ruolo il proprio nipote John Elkann. Il cui primo impegno è stato di non riaprire col cugino Andrea la diarchia tra i fratelli Gianni e Umberto di cui il gruppo Fiat aveva sofferto a lungo. I due cugini ripetono a larghi tratti le psicologie degli avi diretti: più dinastico, chiuso in famiglia, John Elkann, più aperto ad alleanze, nuovi soci, e agli stessi manager Andrea. Alla morte di Umberto sono succeduti due anni di difficile convivenza. Le sfortune giudiziarie della Juventus un anno e mezzo fa furono l’occasione per John di sbarazzarsi delle ultime tracce della diversa mentalità dello zio. Un assolutismo che Andrea non sembra più contestare, ma dividendo le proprie fortune da quelle del cugino.

Algebris apripista, attacco a Generali a marzo

Algebris è un fondo molto milanese, i suoi appelli a una conflagrazione planetaria su e contro Generali hanno in realtà un obiettivo non così ridicolo e anzi concreto. Nella grande questione della contendibilità di Generali che Algebris avrebbe aperto, quello che interessa è il riequilibrio dei poteri al vertice del gruppo triestino. I soggetti cui Algebris fa da battistrada sono Bazoli e Biasi, gli stessi che subito hanno fatto da eco alle critiche di Massimilla e Serra. L’obiettivo non è immediato: Algebris è la prima mossa di una tattica di sfiancamento che dovrebbe dare i suoi frutti in primavera, con l’entrata della finanza confessionale al vertice, se non al controllo, di Generali.

lunedì 29 ottobre 2007

Veltroni vittima del suo (ex) Partito

Il non detto del Partito democratico comincia a emergere. Ma le cose stanno peggio di quanto il trionfalismo perdurante lascia intravedere: la persistenza dei vecchi apparati è soffocante. In provincia le lotte non sono finite con le primarie, gli (ex) Dc sempre più diffidano del rullo compressore Ds, che ha mantenuto la compattezza e la vecchia militanza. Veltroni avrà bisogno di molta energia per smantellare gli apparati, anche se si dice certo di arrivare al 30-35 per cento del voto. Altrimenti si troverà su un fronte di retroguardia, la metà di questa quota, che è quella dei Ds, difficile peraltro da mantenere dopo gli smottamenti di Sinistra democratica e dell’astensionismo da perplessità.
Le indicazioni non sono buone. Il Candidato rischia di restare intrappolato nel trionfalismo su cui ha costruito il partito. Mentre il voto resta prevalentemente radicato, in Italia come in ogni altra democrazia. La rivoluzione giudiziaria, la cosidetta Seconda Repubblica, le gogne mediatiche e i talk show non hanno scosso le vecchie subculture dominanti, la confessionale e la comunista. Il voto di opinione, secondo tutti gli studi sui flussi, quello che cambia le maggioranze, ha un’estensione massima di cinque punti percentuali, fra i due e due milioni e mezzo di suffragi. Per arrivare al 30 per cento Veltroni avrà bisogno di catturarli tutti, e questo obiettivo è ancora lontano, soprattutto al Nord. Il sostegno entusiasta dei media, dalla Rai a Ferrara, è ingannevole, il Nord è perplesso su Veltroni. Al Sud il Candidato avrà da superare le riserve già attive di molti (ex) Dc.

Juve da copione, ma Napoli è debole

Il copione è stato rispettato, come da anticipazioni: metà difesa della Juventuts è squalificata per l’Empoli. Resta solo che l’arbitro di Juventus-Empoli ammonisca i tre marcatori residui dei torinesi, per renderli indisponibili nella partita con l’l’Inter. L’arbitro Banti con le ammonizioni e le espulsioni e l’arbitro Bergonzi con i rigori hanno fatto la parte loro assegnata. Strada quindi aperta all’Inter – e allo stesso Empoli – per lasciare la Juventus dietro a 7-8 punti per quando, tra un mese, comincerà il processo napoletano. Quando la partita sarà poi regolata dal Partito degli Onesti napolo-milanese, “Gazzetta” in testa col giudice Borrelli, e il superarbitro Collina.
A Napoli, mlgrado la storica vittoria, l’impianto accusatorio è però giudicato debole. Non c’è la corruzione, ed è difficile provare l’intimidazione, perfino nel caso di Paparesta. In un anno e mezzo dallo scandalo nessun accusatore si è fatto più vivo, a parte i non commendevoli procuratori. La condanna di Moggi, e quindi della Juventus, è ritenuta scontata, ma il Tribunale avrebbe voluto accuse più solide.

venerdì 26 ottobre 2007

Bertone diffida, cattolici in libertà

Il centralismo democratico, la marginalizzazione dei cattolici, il fondamento laicista: il Vaticano diffida del Pd di Veltroni, che domani potrebbe nascere mezzo zoppo. Sulla fiscalità e la famiglia il Vaticano è scopertamente all’attacco: il cardinale Bertone ha attaccato “Repubblica” per dare l’allarme ai cattolici. È in questo contesto che Prodi, il cattolico più veltroniano, è improvvisamente indebolito, mentre Mastella, malgrado la sovraesposizione giudiziaria, e Dini puntano a elezioni a marzo. Sicuri che il voto della Margherita è in libera uscita, sopratutto al Sud.
La platea di tremila nani e ballerine che domani incoronerà Veltroni, dopo la sfilate, i pranzi e le cene con le belle di Hollywood nella sua Festa del cinema, non è fatta per intenerire Bertone, che ci vede il coronamento di un progetto ancora togliattiano e perfino cominformista: il Candidato che la base sanziona, con entusiasmo. Il freddo del Vaticano non era ignoto a Veltroni, quale che sia il grado di centralismo democratico del suo progetto: il candidato voleva un bilanciamento 2 a 1 fra Ds e Margherita nelle regioni. Non è stato possibile, le primarie hanno visto l'afflusso soprattutto dei diessini, organizzato peraltro alla vecchia maniera. E ora sarà difficile bilanciare i due gruppi nell'esecutivo del Pd.

Salotto Santoro dei belli-e-buoni

De Magistris è figlio, nipote e bisnipote di magistrati. Ingroia e Forleo non hanno pedigree, e quindi l’ascendenza si tace. Il cattivo Saladino è invece figlio, nipote e fratello di macellai, e questo si dice. La nuova audience di Santoro, così come la base elettorale del Pd, sono i Parioli e la Balduina, quartieri molto borghesi, e questo si vede nella sua trasmissione. Con una Borromeo Agnelli-proxy improbabile giornalista d’assalto. Lusinghiere anche le inquadrature dei belli-e-buoni, a differenza del grasso e feroce Saldino, che rimane indistinto. Speciali la resa di Caterina Merante e il profilo di Tursi Prato, già in affari con Saladino e ora suoi accusatori.
Il perbenismo è la chiave del giornalismo di denuncia Rai. Per il resto impreciso - chi è Tursi Prato? e la Merante, che è comare di Saladino? - e scandalistico: Forleo, che ha denunciato la Polizia e alcuni magistrati per intimidazioni, doveva dire a proposito di che, se non chi. Debole pure la costruzione della finta sorpresa, come se Santoro reputasse i suoi ascoltatori incapaci di “leggere” la sua sceneggiatura. Per non dire dell'arcinemico di De Magistris, il suo superiore Mariano Lombardi. Su Lombardi il salottino manca perfino la sorpresa: De Magistris vuole ora Prodi massone, a San Marino, quindici anni fa Lombardi, Pm, voleva Sgarbi, la Maiolo e Giacomo Mancini mafiosi - i primi due perché, non calabresi, si erano fatti eleggere in Calabria.
Ruotolo e Santoro s’impappinano su Tursi Prato, solo ripetono qua e là che è un socialista, ma la sua storia è nota. Eccola qua. Tursi Prato è l’unico condannato di un processo partito con 160 imputati. Nel 1980 era un trentenne di grandi idee nel partito Socialista, legato a Giacomo Mancini. Divenne segretario provinciale del Psi a Cosenza, e quindi presidente dell’Usl 9 della stessa città. Accusato di concussione in un appalto della Usl, lascia il Psi e passa al Psdi. Col quale diventa consigliere regionale, e per il quale promuove nel 1993 con l’ex Pci la candidatura di Giacomo Mancini a sindaco. È il suo ultimo successo. Con Mancini sindaco Cosenza cambia pelle, e Tursi Prato riprende potere. Poi verrà il processo, e nel 2006 una candidatura senza successo sotto l’emblema del Psdi. Interviene la condanna a otto anni, e l’arresto latitante in una clinica. L’11 ottobre si dichiara pentito, invia a De Magistris un memoriale in cui fa i nomi di Saladino, Mastella e Prodi, e lo rende pubblico. Santoro ha anche le trascrizioni dell’interrogatorio di Tursi Prato.

giovedì 25 ottobre 2007

Secondi pensieri

zeulig

Anima – Si penserebbe un bene universale, visto che non costa ed è prezioso. Perché tanti ne fanno a meno?

Comunismo – Nessun comunista ha mai perso una guerra: Leinin, Stalin, Mao, Kim Il Sung, Ho Chi Min, Castro. Eccetto quella contro il comunismo.

Confessione - È una mania. Il parlare di sé a se stessi c’è da epoca antica. Con sollievo, evidentemente, come una buona seduta al gabinetto di decenza. Ma parlarne in pubblico, con voluttà, magari fustigandosi, è una novità. È l’essere borghese, l’autoaffermazione. Anche se in forme all’apparenza derisorie. San t’Ignazio cominciò parlandone con Dio, è nel suo stile – sant’Agostino, che l’ha anticipato, scriveva in lode di Dio, seppure in forma di lavacro, blando, a fini edificanti. Ma questa sega interminabile è ora invadente, a scopo terapeutico per rendersi inoppugnabile, specie tra le donne, che al solito eccedono.
L’autobiografia è autorappresentazione, un teatrino, autofinzione. Con tanti trucchi: l’invenzione della mamma, l’invenzione del bambino, l’amore a due – “il bambino è il padre dell’uomo” è Woodsworth, 1850, piena epoca borghese. La letteratura è trucco, ma quella della verità è trucco da baro, non da poeta.

L’io dev’essere una conquista, se i bambini ci arrivano dopo la terza persona. Ma è una disgrazia. È il Concilio Lateranense, 1252, la confessione obbligatoria. Da cui fuggiremmo se Freud non ce l’avesse imposta, terapeuta taumaturgo – i santi un solo vero miracolo fanno, soggiogare le coscienze, anche a fin di bene.
Prendere per buono il flusso di coscienza, come se non fosse una tecnica espressiva, e anche molto atteggiata, ma la verità, il modo di emergere della verità. Quando si sa, lo sa un bambino, chiunque ha scritto due righe lo sa, che l’associazione libera va in mille direzioni, comprese quelle in cui non va. Ogni memoria e ogni espressione essendo un sistema di equazioni a più variabili, nessuna delle quali è risolutiva, nemmeno per caso – per caso nella migliore delle ipotesi, perché più spesso la libertà d’associazione è determinata dalle situazioni, dagli interlocutori, dagli umori, dalle stesse regole del gioco. Le coscienze, per quanto libere, automatiche,m fluenti, sono c asuali e solo per se stesse significative. Come una barzelletta, un’ottava rima, un coro allo stadio. In quanto sintomo sono parziali e più volentieri fuorvianti. Ma si vede che una buona evacuazione è gratificazione grande, se Freud è santo popolare, amto.

Dio – È uno che si pone dei limiti. In quanto regolatore – il Dio dela Legge – e uomo di mondo.

Divinità – Esiste. Sia o no impersonata in un soggetto.

Filosofare - È trovare la parola giusta, una dopo l’altra. È una realtà, la realtà delle parole, si sa, che sono complicate pur facendo il pensiero. Nulla a che vedere con la verità, anche questo si sa, se non delle parole. Ma le cose sono più vere del pensiero.

Giustizia - È di gruppo: clan, tribù, nazione. E all’interno della nazione di gruppo sociale. Roma ha avuto fino a tardi giustizia separate, leggi, magistrature, tribunali, per i nobili e per la plebe.
La giustizia che libera dal peccato è petizione religiosa, soprannaturale quindi. È applicata alla politica nell’ambito dell’etica, dell’agire umano regolato. Ed è certo lo scopo della politica, che ne cura le istituzioni o presupposti (leggi, magistrati, tribunali, procedure, pene). Il giudice è un tecnico della giustizia.

Guareschi – Era detto fascista, e lo sarà stato, se ne compiaceva. Ma nessuno più di lui ha fatto per il Pci, nemmeno Togliatti. Per i comunisti violenti, quelli della Bassa. La serie dei “Don Camillo”, che si ripete immarcescibile in tv, così campanilistica, arguta, gozzaniana, piena di buoni sentimenti, è quelle che ha indelebilmente reso popolare, buon italiano, buon compagno, ogni comunista trinariciuto. Dunque, ci vuole un fascista per fare un buon comnista.

Loyola - È il santo delle superbia, violenta. Il male può fare il bene.

Manzoni – Uno che non ha amato le mogli, e neppure le figlie, e forse odiava la madre – la disprezzava. Come Tolstòj, che però era appassionato, non contava le virgole.

Nulla – Il vuoto è molto più che il vuoto: un universo senza significato è pieno di significati.
Si può irridere, ma non si sfugge al senso delle cose, Dio è grande. Si può anche credere al nulla, lo psicopatico fermamente ci crede, è nichilista felice, il nulla è la sua realtà – senza la fatica di raziocinare: questa filosofia ultimativa e risolutiva è sempre e solo Epimenide cretese.

Morte – È l’ultima a morire.

Religione - È più vera, malgrado le chiese e i dogmi, di qualsiasi altra scienza umana o passione.

Stupidità - È imbattibile.

Uguaglianza - È l’ansia della complessa varietà del mondo ad alimentare l’utopia dell’uguaglianza. A immaginarsi – Engels – che lo Stato, la politica, il potere nelle sue varie forme siano superflui ed eliminabili. Ma la varietà è il bello del mondo. Si governa e non si sradica: il livellamento è una forma durissima di disuguaglianza.

zeulig@gmail.com

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (4)

Giuseppe Leuzzi 
Milano. 
La capitale morale d’Italia ha espresso e imposto Bossi, Di Pietro e Berlusconi. Con la questione morale. Mentre si prendeva tutte le banche e tutte le industrie pubbliche, a prezzo vile. 

Milano sa vendere ma non creare. Anche la moda: è milanese per il marketing. 

Milano capitale dell’editoria non crea gli autori, Calvino, Gadda, Sciascia, Pasolini, nemmeno quelli che più vendono come Camilleri o Carofiglio. Camilleri ha dovuto farsi Camilleri, con un trentennio di fatica, e poi Milano se l’è preso, per venderlo meglio. Fino al Manzoni, altri tempi, erano violenti anche i milanesi, rozzi, arretrati. Dopo, all’incirca nel 1860, un solo cattivo subentra nelle letteratura italiana, quella meridionale compresa: il Sud. Solo il Sud è da allora rozzo, violento, avido, corrotto. Bisogna pagare a Roma, e anche in Toscana, per avere l’allaccio di tutto, l’acqua, la luce, il gas, il telefono, se se ne ha bisogno, ora, non fra un anno. Come a Reggio Calabria. Ma a Roma non si dice, figurarsi in Toscana. Le murene e le anguille migliori venivano dal mare tra Reggio e Messina. Così si legge nel “Logistoricon” e “lo dice con assoluta certezza Orchestrato di Gela”: Lia Del Corno, “A tavola con Omero”, p.48. La Sicilia è uno dei posti più gradevoli dove abitare, in Italia e quindi al mondo. Per la natura, la storia, le arti, i sapori, i colori. Per la capacità artigiana, il gusto urbanistico, lo spirito rapido. Tutta la Sicilia. Ma con qualsiasi siciliano si parli, in Sicilia e fuori, da Sciascia in giù, la Sicilia è sporca, è corrotta, è mafiosa, è ladra. Tutta la Sicilia. Magari con le assurde distinzioni che qualche bello spirito s’è inventato – sembra roba di caserma – tra mafiosi buoni vent’anni fa e cattivi oggi. Tra i grandi nobili, magari depravati, del Sei-Setecento, e anche dell’Ottocento, e quelli debosciati di oggi. Tra i democristiani onesti di dieci, venti e trent’anni fa e quelli corrotti di oggi. Il giudizio è più aspro delle persone più condannabili. Tomasi, che ha stabilito il criterio della demolizione universale, è uno che non ha saputo governare una casa, innamorare una donna, coltivare un amico, solo a suo agio coi tre cugini Piccolo, altrettanto misantropi – lo snobismo è misantropia, feroce anche. Anche Sciascia ha vissuto la Sicilia come un incubo, lui che pure aveva la grande passione della ragione. Chi ha vissuto fuori – chi ha saputo cioè costruirsi – è invece sereno: Verga, Pirandello, Brancati, Cuccia, i musicisti. Ippolito Nievo, che sarebbe stato il nostro Stendhal, scomparso anche lui come Majorana giovane sul malefico vapore per Napoli, dice tutto ben prima di Bossi, in un modesto diario che infine si pubblica come “Impressioni di Sicilia”, e nelle lettere alla cugina amata. I Mille, che erano ottocento, sarebbero stati “la seconda edizione aumentata e ingrandita di Pisacane e di Capri”, se i napoletani non se la fossero squagliata, che poi erano austriaci e bavaresi. C’erano i soliti figuranti: “un barone di Marsala a cavallo di un asino”, “un frate guerriero da Castelvetrano a cavallo, col Cristo in una mano e la spada nell’altra”, e due compagnie di picciotti, sì, ma agli ordini dei parrini, due frati di Partitico. Nessuna ribellione, in nessun posto. “I palermitani sono occupatissimi a ripararsi dalle bombe”, e i picciotti “amano la guerra, ma senza pregiudizio dell’integrità personale”. E tutti chiedono posti e pensioni, benché misere: “Principi e principesse, duchi e duchesse a palate agognano venti ducati al mese di salario”. Tomasi è massimo illusionista che fa credere al mondo, siciliani compresi, che l’isola ha fatto l’unità d’Italia, seppure al contrario. L’isola era stremata, e ancora scappa, piegandosi col cappello in mano: “I siciliani sono tutti femmine, hanno la passione del tumulto e della comparsa”, la rivoluzione è opera di “briganti emeriti che fanno la guerra al governo per poterla fare ai proprietari”. Il profittatore Depretis dava ogni sera da mangiare ai nobili a Palazzo Reale: “Il voltafaccia di tutta questa gentaglia mi stomaca, ne pronostico del male, la servilità non dà speranza di eroismo e neppure di costanza”. Al plebiscito i no all’Italia furono venti su 32 mila votanti. 

Sudismi\sadismi. 18 gennaio 2007. 
Si fa una conferenza stampa a Rossano, con gli inquirenti al completo, magistrati, poliziotti, carabinieri, per denunciare il testimone che ha fatto arrestare due assassini. Non per denunciarlo, bisogna essere precisi, ma per proteggerlo. Anzi per farne un eroe. Dandone nome, cognome e coordinate – è parroco a Longobucco, don Antonio Oliverio. Forse per farne un martire. Dell’antimafia. Don Antonio, saputo dalla sorella, testimone oculare, l’identità dei killer di un imprenditore, lo ha fatto sapere agli inquirenti. Che prontamente lo hanno portato alla ribalta. Ma perché Amato denuncia i testimoni? Don Antonio, che sa come vanno le cose, si era cautelato, la confidenza l’ha fatta anonimamente per telefono. Ma gli inquirenti hanno prontamente indagato e l’hanno scoperto. In questo non si può non fare un plauso alle forze dell’ordine: degli assassini non si sono occupati ma del prete subito e con ottimi esiti, non si può dire che non siano bravi inquirenti. Maria Rosaria Oliverio invece, la sorella, sta zitta. È incolpata di reati gravi ma ancora adesso preferisce non collaborare con gli inquirenti. Forse per dare ragione alla sociologia da caserma dell’omertà, della solidarietà del Sud con i violenti e i mafiosi. Oppure avrà pensato: meglio vittima dello Stato che della mafia. Ma in questo sicuramente sbaglia.

lunedì 22 ottobre 2007

La Roma Calcio, un affare da liquidare

Tra gli affari dubbi che ha ereditato con Capitalia-Banca di Roma e da dismettere, Profumo ha già segnalato la Roma As, la squadra di calcio della famiglia Sensi, e la stessa Italpetroli, la società dei depositi costieri con cui Franco Sensi aveva costruito la sua fortuna. Tutte le attività insomma dei Sensi, che l’ex patron di Capitalia aveva salvato quattro anni prendendone in pratica la guida. Ora le partecipazioni di Capitalia, che formalmente si fermano al 49 per cento ma nella sostanza danno alla banca la gestione, devono essere dismesse. Manifestazioni d’interesse sono state sollecitate a (e da) banche d’affari sia per la Roma calcio che per Italpetroli.

domenica 21 ottobre 2007

"Le mosche d'autunno": tutto, tardi, per Irène

Una memoria familiare, l'ennesima, mette in scena (secondo i biografi Philipponnat e Lienhardt, seppure pudicamente, l'inspiegato suicidio della governante francese, la vice mamma di Irène, nella Nevà, qui la Senna, l'evento più duro della vita della scrittrice. Sullo sfondo, ancora una volta, della superficialità e il feroce egoismo della madre Anna. Ma da eventi noti, e perfino triti, piccoli eventi familiari, Irène Némirovsky riesce a estrarre racconti densi, magnetici. Fin dall'esordio: "Come le mosche d’autunno" è la sua prima novella pubblicata, nel 1924, a ventun anni, molto abbreviata, sul “Matin”, di cui Colette dirigeva la sezione letteraria - poi ripresa, nella sua attuale redazione, prima dell’edizione commerciale, in un’edizione di lusso per i sottoscrittori dell’editore Simon Kra, le signore di Neuilly e Passy, emigrate malate di nostalgia.
Non manca la grande storia, di cui ogni fase della vita della scrittrice, compreso il suo "ripescaggio" oggi, è del resto emblematico. Vittima dell'antisemitismo russo, e del cosmpolitismo ebraico, poi di Lenin, infine di Hitler, e successivamente della guerra fredda, il destino incredibile d’Irène Némirovsky in nemmeno quarant’anni di vita resta il paradigma più calzante, nella sua assurdità, del Novecento. Il risarcimento si prolunga fino a questo “Come le mosche d’autunno”, che non racconta nulla se non se ne compartisce l’incomunicabile nostalgia, e anche questo, il “dovere della memoria”, è forse un ultimo guizzo di Novecento.
Ma è da dire che i suoi libri finiscono nel 1947 e riprendono sessant’anni dopo: il disgelo è molto più lento in Francia, e in Italia, che all’Est. Con questo racconto Feltrinelli aveva tentato il ripescaggio d’Irène subito, nel 1989, ma non era aria.
Iréne Némirovsky, Come le mosche d’autunno, Adelphi, pp.99, euro 9

Giudici pieni di sé, Mastella più furbo

Mille commenti alla sentenza di Cogne e nessuno che dica l’evidenza: che il giudice ha condannato nel dubbio: “Non è impossibile”, dice la sentenza. Tutto è possibile in effetti, ma ci sono leggi.
L’irresponsabilità e la fascistizzazione della magistratura, sempre autorevole e autoritaria, la cosiddetta autoreferenzialità, è ordinamento perché è mentalità. È il leguleismo, si dice. No, la legge assolve nel dubbio, in questo è chiara. È il protagonismo, le toghe sono e si vogliono eccellenti.
Si finisce così per congratularsi che De Magistris, così superbo, sia stato fregato da Mastella sul suo proprio terreno, dell’indiscrezione giornalistica (l’anticipazione di un avviso di reato che diventa impedimento alla prosecuzione dell’inchiesta). Si dice smart in inglese, è solo furbo in italiano, e si è qui a tifare per chi è più furbo.