Se Berlusconi fosse il tipo che l'opposizione dice che sia, un imbroglione, in questa storia si sarebbe divertito un sacco, e ci avrebbe divertiti. Invece si diverte solo la D'Addario, che fa il mestiere, e le donne del mestiere che si fanno moraliste e ricattatrici impunite sono antipatiche. Berlusconi è solo un piccolo borghese lombardo, che tiene al suo decoro, e quindi è indifendibile. E tuttavia...
Berlusconi ha contro gli uomini. Faticano a credere all'ingenuità di un Berlusconi femminista e giovanilista, abbandonato dalla moglie proterva, circuito dagli Scapagnini e gli elisir di vita eterna, che scambia per una donzella una puttana di provincia, che pretende di averlo stretto. Un tasso di coglioneria che fa inorridire chi aveva puntato su di lui ruspante, scaltro, vincente. E tuttavia anche loro lo compatiscono: poveretto, con quella moglie e i suoi preti crudeli – preti e puttane non piacciono, come le mogli giustiziere, in Italia, non solo alle donne.
Le donne invece gli danno ragione, e non solo per antipatia verso la donna: se si è ridotto a scopare la D'Addario, puttana quarantenne e ricattarice, e anzi a corteggiarla, con poesiole, telefonatine e tombe false, dev'essere ridotto proprio male. Le donne in genere non amano le altre donne, sicuramente non la medea di Macherio, con le sue amiche del martedì pomeriggio ricche e sciocche. E poi, ha ragione Toni Negri, i perseguitati sono spesso simpatici, i persecutori sempre antipatici.
E tuttavia, quindi, potremmo non liberarcene, le donne sono più degli uomini. E poi, a un certo punto, bisognerà pure fare scudo contro la perfida Albione, che mai non smette le sue insidiose crociate, antieuropee, anticattoliche, antitaliane. Da sempre invidiando all'Italia il Mediterraneo, la lingua, il diritto, e le storie. A Londra dobbiamo i casini che ingombrano l'area, la Palestina, Cipro, la Jugoslavia, e bisognerà pure un giorno difendersi. Ci hanno tentato con la Grecia, e non cessano di tentarci con l'Italia, dopo aver sottomesso, questione di obbedienze, il Portogallo e la Spagna.
lunedì 27 luglio 2009
giovedì 23 luglio 2009
Santa Patrizia d'Italia
Sarà l'Italia di Patrizia. Pensavamo che fosse di Noemi, che se non altro è una ragazza, e invece è di una puttana. I giornali della moralità pubblica, il gruppo L'Espresso, il "Corriere della sera" e "La Stampa", i loro corifei Sarzanini, Ruotolo, D'Avanzo, la incoronano ogni giorno amorevolmnente e non ce ne libereremo: lo sdegno dell'opinione qualificata non dura un mese, e questo ormai si avvia ai due. La chiamano affettusoamente per nome, come un'eroina. Evitando in tutti i modi di dirne la professione, anche a costo di optare per l'irto escort. Ma non c'è dubbio che è lei, che è lo specchio dei suoi osannatori. Anche i preti, don Sciortino e gli altri, ne fanno una santa. E quindi avremo un giorno del calendario anche per santa Patrizia d'Addario, il giorno dopo il primo turno delle amministrative di giugno sarebbe il più indicato, che corona anche l'attività antimafia dello special pool di magistrati di Bari - anche la mafia ha bisogno di santi.
Nello stesso Parlamento peraltro, bisogna convenirne, è Patrizia tutti noi. Riferisce Dino Martirano sul "Corriere della sera" mercoledì che il Senato ha tenuto un "acceso" dibattito sulla natura dei rapporti tra Berlusconi e Patrizia. Se c'è stata penetrazione oppure no, e di quale organo: le intercettazioni dicono "lui ti prende", ma in che modo? - si ricorderà che Clinton, santino di Zanda Loy, Finocchiaro e altri senatori illustri, si salvò giurando di non essere entrato tutto nella bocca di Monica. E di come mai Berlusconi non abbia "corrisposto la mercede" - la moralità è ottocentesca. "In questo clima", conclude Martirano, "l'Aula si è tristemente svuotata quando si è passati a discutere dell'incidente ferroviario di Viareggio, tanto che il vicepresidente Chiti ha dovuto sospendere la seduta".
Il problema, ma è l'unico, è questo: se Belusconi, questo milanese che Milano al solito, come diceva Malaparte, "ci butta addosso con tutta la sua merda", non abbia rinnovato anche il linguaggio. Se la puttana è santa: questa è una novità assoluta. A meno che non sia il contagio della Maddalena del "Codice da Vinci", per quanto esecrato: i preti non si fanno mancare nulla. Questo non cambia: il famoso "Codice" è Berlusconi più che Dan Brown, il blockbluster che ha arricchito Mondadori. Ma a questo punto, destra e sinistra uniti nella lotta, la nuova patrona d'Italia si può proclamare: santa Patrizia.
Nello stesso Parlamento peraltro, bisogna convenirne, è Patrizia tutti noi. Riferisce Dino Martirano sul "Corriere della sera" mercoledì che il Senato ha tenuto un "acceso" dibattito sulla natura dei rapporti tra Berlusconi e Patrizia. Se c'è stata penetrazione oppure no, e di quale organo: le intercettazioni dicono "lui ti prende", ma in che modo? - si ricorderà che Clinton, santino di Zanda Loy, Finocchiaro e altri senatori illustri, si salvò giurando di non essere entrato tutto nella bocca di Monica. E di come mai Berlusconi non abbia "corrisposto la mercede" - la moralità è ottocentesca. "In questo clima", conclude Martirano, "l'Aula si è tristemente svuotata quando si è passati a discutere dell'incidente ferroviario di Viareggio, tanto che il vicepresidente Chiti ha dovuto sospendere la seduta".
Il problema, ma è l'unico, è questo: se Belusconi, questo milanese che Milano al solito, come diceva Malaparte, "ci butta addosso con tutta la sua merda", non abbia rinnovato anche il linguaggio. Se la puttana è santa: questa è una novità assoluta. A meno che non sia il contagio della Maddalena del "Codice da Vinci", per quanto esecrato: i preti non si fanno mancare nulla. Questo non cambia: il famoso "Codice" è Berlusconi più che Dan Brown, il blockbluster che ha arricchito Mondadori. Ma a questo punto, destra e sinistra uniti nella lotta, la nuova patrona d'Italia si può proclamare: santa Patrizia.
Letture - 11
letterautore
Arbasino - Dà vertigine da claustrofobia. Anche nei viaggi. Per il citazionismo? Perché ripropone le nove Troia, una archeologia affollata e mai decisiva: di ogni spettacolo o mostra rivangando le esperienze di quaranta anni prima, ma forse sono già cinquanta, e le cose - chi disse che, e cantanti, scene, costumi, orchestre, maestri, divine - che (non) ha accumulato nella sua vita. È come se fosse alla ricerca di un suo essere, che naturalmente deve avere rifiutato.
Forse per questo ha sempre avuto amicizie sbagliate – o è lo snobismo che fatalmente accende più snobismo? Non piaceva al gruppo dirigente di “Repubblica”, giornale nel quale invece si riconosce, e che i primi tempi frequentava assiduo: chi guardava in basso, chi tossicchiava, chi quando usciva faceva il gesto dell’improsare. E tuttavia non era rifiutato perché gay – il gruppo dirigente del giornale era Pci, o comunque del compromesso.
Commedia all'italiana - Mima gli eventi quotidiani. Per questo in fastidisce: non "libera". Non tracca un altro eprcorso, non alla conclusione e nemmeno in the making.
Confessione - Si dice di Goethe che le sue opere sono frammenti di una inesausta con fessione . Di che? La sua confessione è la sua opera: non si sa se l'opera confessa la vita, oppure la vita confessa l'opera, la pulisce-lima-...
Dante - La "Commedia" come intrattenmento, anche se senza musica. Dante voleva "cantare", con la metrica di cui era maestro, con il ritmo, i suoi casi, i person aggi, le dottrine. Altrimenti avrebbe scritto l'ennesimo trattato.
Goethe - Ottimo narratore, in versi e in prosa, anche scientifica o di moralità, si blocca su Faust. Al quale, avendogli dato per amico il diavolo, nientemeno, fa poi utulizzare questo enorme potenziale per adescare un a segretaria, inesperta - forse, le segretarie sono subdole.
Di questa melensaggine pretende di fare tragedia - o: la melensaggine sta nel volerne fare "tragedia". Per i greci la tragedia viene con la bellezza. La collocavano n luoghi scelti per l'indicibile bellezza, tra cielo e mare, all'ora fresca del tramonto. Non ne abbianmo una necessariamente lugubre e declamatoria.
Goethe, se non vi si fosse incaponito, avrebbe sicuramen te saputo spiegarci il perché.
Narrazione - È un fatto privato: un teatro personale. È fantasmizzare, per se stessi.
È una rammemorazione. Anche l'invenzione: è richiamo di ciò che si sarebbe - e non si sarebbe - voluto.
È interpretazione: l'ermeneutica della-le realtà.
Non può che essere veritiera: tout se tient. Se è bugiarda crolla.
Certo pone il problema di cosa sia la verità e cosa la menzogna. La narrazione non può essere bugiarda Può essere reticente, deviante, truffaldina, ma in sé è sempre veritiera, questi sono modi di essere della verità. Poiché la verità è la realtà. Bugiardo è il tentativo di travisare i fatti, sempre deliberato, consciamente o nell'inconcscio. Questo è evidente nella narrazione giornalistica, benché camuffata sotto l'opinione pubblica, grande ambiguità.,
Robinson - Impara attraverso la tecnica: conosco facendo. Mentre si sa che si conosce imparando - l'orgoglio intellettuale è tutto qui.
L'uomo della natura di Rousseau invece nasce imparato. Ma Robinson non fa male a nessuno, a differenza della pedagogia del pazzo Rousseau.
Romanticismo - La sua natura è l'anti-natura. È per questo ritornante, una volta rotta - dal Cristo - la natuiralità della esperienza umana.
Il romantico è un introverso, che riempie il mondo del suo "troppo pieno". Il verbo è quello di Rousseau: "Il mondo delle chimere è il solo degno di essere abitato". Si dice di lui che ama la natura, e invece ne ama il mito - la natura è piuttosto realusta, piena d vermi anche e di polvere.
Salieri - Un nemico che tutti vorrebbero. Che tti dice. "Tu, Mozart, sei Dio, senza saperlo".
Scrittura - Si scriveva per dire. O per non dire. Che, comunque, è una maniera di dire.
È mimo povero - standardizzato, legato dalla grtammatica e dalla sintassi. Rispetto all'abbondanza della narrazione, alla libertà del gesto e del suono, la mobilità, la polisemia - suon o e gesto conservano la com plessità dei primi linguaggi.
Sherlock Holmes - È l'Arcangelo Gabriele. È l'indizio che crea il crimine nel giallo sherlockiano. Si dice il detective un semiologo, un "induttologo", il quale da un mare e una montagna d'indizi scevera la contraddizione e quindi il crimine. Invece no. Sherlock Holmes sa già la verità. Il suo indizo è il sintomo, di cui condivide l'ambiguità - riflesso dell'esperineza di Cona Doyle medico, il medico di un tempo, che operava con l'occhio clinico, e non lo specialista. Sherlock Holmes partecipa dell'esplicitazione del sintomo-indizio, e decide la terapia-giustizia.
Stendhal - È russoviano in ritardo. Ha la stessa gioia della scoperta, e la furberia degli adolescenti eterni. Cristallin peraltrop quan do si esprimono, scrittori sempreverdi.
Stupidità - Una sua forma è lo studio della stupidità.
Jean Paul, giustamente, ne fa l'elogio, come ogni comico: il comico vi è irresistibilmente attratto, l'autore e l'attore, proprio colui che, esercitando il distacco - l'ironia, la beffa -, vi è più allergico, se non altro per paura, e dunque, la comicità ha da spartire qualcosa con la stupidità? È una barriera che si eregge, contro la demenza, e contro l'ovvio.
letterautore@antiit.eu
Arbasino - Dà vertigine da claustrofobia. Anche nei viaggi. Per il citazionismo? Perché ripropone le nove Troia, una archeologia affollata e mai decisiva: di ogni spettacolo o mostra rivangando le esperienze di quaranta anni prima, ma forse sono già cinquanta, e le cose - chi disse che, e cantanti, scene, costumi, orchestre, maestri, divine - che (non) ha accumulato nella sua vita. È come se fosse alla ricerca di un suo essere, che naturalmente deve avere rifiutato.
Forse per questo ha sempre avuto amicizie sbagliate – o è lo snobismo che fatalmente accende più snobismo? Non piaceva al gruppo dirigente di “Repubblica”, giornale nel quale invece si riconosce, e che i primi tempi frequentava assiduo: chi guardava in basso, chi tossicchiava, chi quando usciva faceva il gesto dell’improsare. E tuttavia non era rifiutato perché gay – il gruppo dirigente del giornale era Pci, o comunque del compromesso.
Commedia all'italiana - Mima gli eventi quotidiani. Per questo in fastidisce: non "libera". Non tracca un altro eprcorso, non alla conclusione e nemmeno in the making.
Confessione - Si dice di Goethe che le sue opere sono frammenti di una inesausta con fessione . Di che? La sua confessione è la sua opera: non si sa se l'opera confessa la vita, oppure la vita confessa l'opera, la pulisce-lima-...
Dante - La "Commedia" come intrattenmento, anche se senza musica. Dante voleva "cantare", con la metrica di cui era maestro, con il ritmo, i suoi casi, i person aggi, le dottrine. Altrimenti avrebbe scritto l'ennesimo trattato.
Goethe - Ottimo narratore, in versi e in prosa, anche scientifica o di moralità, si blocca su Faust. Al quale, avendogli dato per amico il diavolo, nientemeno, fa poi utulizzare questo enorme potenziale per adescare un a segretaria, inesperta - forse, le segretarie sono subdole.
Di questa melensaggine pretende di fare tragedia - o: la melensaggine sta nel volerne fare "tragedia". Per i greci la tragedia viene con la bellezza. La collocavano n luoghi scelti per l'indicibile bellezza, tra cielo e mare, all'ora fresca del tramonto. Non ne abbianmo una necessariamente lugubre e declamatoria.
Goethe, se non vi si fosse incaponito, avrebbe sicuramen te saputo spiegarci il perché.
Narrazione - È un fatto privato: un teatro personale. È fantasmizzare, per se stessi.
È una rammemorazione. Anche l'invenzione: è richiamo di ciò che si sarebbe - e non si sarebbe - voluto.
È interpretazione: l'ermeneutica della-le realtà.
Non può che essere veritiera: tout se tient. Se è bugiarda crolla.
Certo pone il problema di cosa sia la verità e cosa la menzogna. La narrazione non può essere bugiarda Può essere reticente, deviante, truffaldina, ma in sé è sempre veritiera, questi sono modi di essere della verità. Poiché la verità è la realtà. Bugiardo è il tentativo di travisare i fatti, sempre deliberato, consciamente o nell'inconcscio. Questo è evidente nella narrazione giornalistica, benché camuffata sotto l'opinione pubblica, grande ambiguità.,
Robinson - Impara attraverso la tecnica: conosco facendo. Mentre si sa che si conosce imparando - l'orgoglio intellettuale è tutto qui.
L'uomo della natura di Rousseau invece nasce imparato. Ma Robinson non fa male a nessuno, a differenza della pedagogia del pazzo Rousseau.
Romanticismo - La sua natura è l'anti-natura. È per questo ritornante, una volta rotta - dal Cristo - la natuiralità della esperienza umana.
Il romantico è un introverso, che riempie il mondo del suo "troppo pieno". Il verbo è quello di Rousseau: "Il mondo delle chimere è il solo degno di essere abitato". Si dice di lui che ama la natura, e invece ne ama il mito - la natura è piuttosto realusta, piena d vermi anche e di polvere.
Salieri - Un nemico che tutti vorrebbero. Che tti dice. "Tu, Mozart, sei Dio, senza saperlo".
Scrittura - Si scriveva per dire. O per non dire. Che, comunque, è una maniera di dire.
È mimo povero - standardizzato, legato dalla grtammatica e dalla sintassi. Rispetto all'abbondanza della narrazione, alla libertà del gesto e del suono, la mobilità, la polisemia - suon o e gesto conservano la com plessità dei primi linguaggi.
Sherlock Holmes - È l'Arcangelo Gabriele. È l'indizio che crea il crimine nel giallo sherlockiano. Si dice il detective un semiologo, un "induttologo", il quale da un mare e una montagna d'indizi scevera la contraddizione e quindi il crimine. Invece no. Sherlock Holmes sa già la verità. Il suo indizo è il sintomo, di cui condivide l'ambiguità - riflesso dell'esperineza di Cona Doyle medico, il medico di un tempo, che operava con l'occhio clinico, e non lo specialista. Sherlock Holmes partecipa dell'esplicitazione del sintomo-indizio, e decide la terapia-giustizia.
Stendhal - È russoviano in ritardo. Ha la stessa gioia della scoperta, e la furberia degli adolescenti eterni. Cristallin peraltrop quan do si esprimono, scrittori sempreverdi.
Stupidità - Una sua forma è lo studio della stupidità.
Jean Paul, giustamente, ne fa l'elogio, come ogni comico: il comico vi è irresistibilmente attratto, l'autore e l'attore, proprio colui che, esercitando il distacco - l'ironia, la beffa -, vi è più allergico, se non altro per paura, e dunque, la comicità ha da spartire qualcosa con la stupidità? È una barriera che si eregge, contro la demenza, e contro l'ovvio.
letterautore@antiit.eu
martedì 21 luglio 2009
Ma che Repubblica è questa?
Il giorno in cui Napolitano lamenta l'uso improprio delle intercettazioni, il giudice di Bari Scelsi fa avere all'"Espresso", contro ogni obbligo di riservatezza, le intercettazioni della D'Addario in casa di Berlusconi. Scelsi è D'Alema. E D'Alema è Napolitano. E allora? E' un jeu de dupes, di furbetti del quartierino?
Per il resto è tutto poco serio, e anzi inverosimile, se non succedesse. C'è la crisi, l'Italia è in paio di guerre, ma una puttana tiene banco, mette in crisi la destra, la sinistra, e il presidente della Repubblica. Si pubblicano verbali sigillati, con tanto di firme sulla busta dei presenti alla verbalizzazione, il gudice Scelsi e gli ufficiali della Guarda di Finanza. Senza che nessuno dei firmatari osi dire: non sono stato io. E' una Repubblica di ricattati? Di ricattabili? Di ricattatori? E può un giudice essere un ricattatore?
Da quello che si legge sul sito dell'"Espresso" non c'è nemmeno nulla di eccezionale (lubrico, puttanesco) nelle trascrizioni. L'eccitazione viene solo dallo schiaffo a Napolitano, dalla violleazione esibita, impunita, del codice penale esistente, art. 615 bis. Da parte di un giudice. Suo compagno di partito. Il giorno dopo Napolitano lo passa con "gli chef del G 8", una presa in giro del G 8 appena concluso. E' il muoia sansone con tutti i filistei di un partito che non ha smesso il tanto peggio tanto meglio?
Non era sembrato vero all'ex Pci di Ochetto di saltare in groppa ai golpisti di Mani Pulite e cancellare la politica dall'Italia. L'ex Pci di Napolitano e D'Alema sancirà la fine di quello che resta della Repubblica?
Per il resto è tutto poco serio, e anzi inverosimile, se non succedesse. C'è la crisi, l'Italia è in paio di guerre, ma una puttana tiene banco, mette in crisi la destra, la sinistra, e il presidente della Repubblica. Si pubblicano verbali sigillati, con tanto di firme sulla busta dei presenti alla verbalizzazione, il gudice Scelsi e gli ufficiali della Guarda di Finanza. Senza che nessuno dei firmatari osi dire: non sono stato io. E' una Repubblica di ricattati? Di ricattabili? Di ricattatori? E può un giudice essere un ricattatore?
Da quello che si legge sul sito dell'"Espresso" non c'è nemmeno nulla di eccezionale (lubrico, puttanesco) nelle trascrizioni. L'eccitazione viene solo dallo schiaffo a Napolitano, dalla violleazione esibita, impunita, del codice penale esistente, art. 615 bis. Da parte di un giudice. Suo compagno di partito. Il giorno dopo Napolitano lo passa con "gli chef del G 8", una presa in giro del G 8 appena concluso. E' il muoia sansone con tutti i filistei di un partito che non ha smesso il tanto peggio tanto meglio?
Non era sembrato vero all'ex Pci di Ochetto di saltare in groppa ai golpisti di Mani Pulite e cancellare la politica dall'Italia. L'ex Pci di Napolitano e D'Alema sancirà la fine di quello che resta della Repubblica?
Problemi di base - 15
spock
Se il cavallo non si chiamasse cavallo, sarebbe un'altra cosa?
Perché la tolleranza si perde con la tolleranza?
Profumo di donna è un titolo, di che cosa?
Cosa c’è dove non c’è il Grande Fratello? E l’Isola dei famosi?
Che differenza c’è fra il comunismo italiano e il dolorismo della chiesa? A parte il collo torto.
Arcore contro Gallipoli, chi è meglio?
Perché la felicità non esiste, né la libertà o il paradiso, che pure si desiderano? Mentre esiste la paura, che si teme.
Perché a Montecarlo non ci sono delitti conto il patrimonio? E in Svizzera?
spock@antiit.eu
Se il cavallo non si chiamasse cavallo, sarebbe un'altra cosa?
Perché la tolleranza si perde con la tolleranza?
Profumo di donna è un titolo, di che cosa?
Cosa c’è dove non c’è il Grande Fratello? E l’Isola dei famosi?
Che differenza c’è fra il comunismo italiano e il dolorismo della chiesa? A parte il collo torto.
Arcore contro Gallipoli, chi è meglio?
Perché la felicità non esiste, né la libertà o il paradiso, che pure si desiderano? Mentre esiste la paura, che si teme.
Perché a Montecarlo non ci sono delitti conto il patrimonio? E in Svizzera?
spock@antiit.eu
lunedì 20 luglio 2009
Il Sud contro "l'ossessione dello sconfinato"
Il solito Savinio, che tutto prende a pretesto. Nelle corrispondenze di un breve viaggio elettorale al seguito di Roberto Tremelloni nell'aprile 1948, spalmate stancamente lungo tutto l'anno. E tuttavia pieno di cose. La grecità impoverita. Il ricordo del padre ingegnere in Tessaglia. L'ignoranza della storia locale tra i locali, e la supponenza, La falsità del Risorgimento nel Garibaldi senza testa di piazza Garibaldi a Reggio, e nella toponomastica: il Risorgimento ha istupidito l'Italia. Reggio è "città senza età né statura". Nel 1948. E oggi? I calabresi greci? Non hanno leventia, la "valentìa". I briganti erano i kleftes greci patrioti, i partigiani...
Il suo vero Sud Savinio l'aveva del resto scritto a inizio d'anno, sul "Corriere della sera", come ricorda Valerio Cappelli, che ha collazionato il volumetto e ne scrive le parti più interessanti, "La luce viene dal Sud": la modenità è settentrionale, l'antichità è - non era, è - invece meridionale. Un "mondo aperto, mondo sconfinato" opposto al "mondo conchiuso". Che non è - non sarebbe - peggio: "Significa non vivere più nell'ossessione dello sconfinato". Anche il cattolicesimo si fa per questo apprezzare rispetto al protestantesimo, per "l'orrore della solitudine e il profondo bisogno di un mondo conchiuso", euclideo.
Alberto Savinio, Partita rimandata. Diario calabrese, Rubbettno, pp. 90, € 7,90
Il suo vero Sud Savinio l'aveva del resto scritto a inizio d'anno, sul "Corriere della sera", come ricorda Valerio Cappelli, che ha collazionato il volumetto e ne scrive le parti più interessanti, "La luce viene dal Sud": la modenità è settentrionale, l'antichità è - non era, è - invece meridionale. Un "mondo aperto, mondo sconfinato" opposto al "mondo conchiuso". Che non è - non sarebbe - peggio: "Significa non vivere più nell'ossessione dello sconfinato". Anche il cattolicesimo si fa per questo apprezzare rispetto al protestantesimo, per "l'orrore della solitudine e il profondo bisogno di un mondo conchiuso", euclideo.
Alberto Savinio, Partita rimandata. Diario calabrese, Rubbettno, pp. 90, € 7,90
Esotismo inglese in Grecia
Libro di viaggi nella Grecia del Nord (il titolo allude a una Grecia di mezzo, prospiciente il golfo di Corinto), con alcune digressioni. Una, la più brillante, Patrick Leigh Fermor fa sulle due anime del greco contemporaneo, il romios e l'elleno, con un lunga tavola di caratteristiche psicologiche appaiate per le due entità. Molte caratteristiche dei romioi sono calabresi, se non tutte: realismo, individualismo, ambizione privata, leguleismo, istinto, improvvisazione, empirismo, provincialismo, retorica classica, sfiducia nella legge, saputismo, incostanza, sensibilità eccessiva, collera improvvisa e violenta... Leigh Fermor ne elenaca 64, e tutte potrebbero essere molto meridionali. la vera categoria potrebbe essere ionica, come opposta all'attica, o egea.
La filologica digressione è insomma una caricatura, purtroppo non voluta: con 64 caratteristiche, non ce n'è una. Le generalizzazioni delle psicologie nazionali sono povera psicologia e povera scrittura, per quanto pettegola. Su una caratteristica romia Leigh Fermor si dilunga, la stenachoria, l'acedia latina, la malinconia immotivata: "Del tutto inatteso, questo sovraccarico di energia e estroversione si inietta della più delicata sensibilità, talvolta di suscettibilità, in cui uno scherzo o uno sgarbo, anche immaginario, può rendere il mondo nero e precipitare la sua vittima nella malinconia e il languore, quasi fino al mutismo. E' compito degli amici diagnosticare l'angoscia ed esorcizzarla; non sempre un compito facile. Questo demone incombente, somigliante alla tribulatio et angustia dei Salmi, i greci chiamano stenachoria". Ma per fortuna, dice Leigh Fermor, che "il loro senso della commedia è anch'esso pronunciato", cosa, aggiunge, "tanto più notevole in Grecia se pensiamo ai suoi vicini", tra i quali mette il Sud d'Italia Che invece si esprime al meglio con l'ironia e lo scherzo. Tutto quello di cui altri viaggiatori britannici si sono dilettati, per esempio in Calabria Craufurd Tait Ramage, Edward Lear, Norman Douglas - anche se è vero che l'"abito" meridionale, che si confeziona a Napoli e Palermo, si vuole tragico ( e che Ramage e Douglas erano scozzesi e non inglesi).
In un breve ripensamento sulla sua scrittura da giramondo, Leigh Fermor rileva "una morosa dilettazione a ricordare, quando tutto è finito, squallore e tribolazione". E fa questo esempio: "Il mantello calabrese di Gissing si poggia momentaneamente sulla spalla". Gissing che si ricorda solo per il suo pellegrinaggio sulle rive dello Jonio. C'è un distinto anglocentrismo tra gli scrittori inglesi di viaggi, che per questo sono tristi, non come Craufurd Tait Ramage, Edward Lear e Norman Douglas, che invece in Calabria si divertirono. Tra essi Leigh Fermor, e compresi i migliori, freya Stark, Robert Byron, Bruce Chatwin. Scrittori che nel secondo Novecento hanno saputo rinnovare il culto dell'esotico - dell'estraneo. Dell'esotico che si sapeva già essere falso: è quindi un'abilità che, se gratifica il lettore, non gli insegna nulla, che non sia una fantasia di verità, e alla fine solo la conferma di una superiorità. Quando Chatwin si applica a una realtà britannica, seppure di un Galles remoto e di un fatto "strano", la simbiosi gemellare, il risultato, "Sulla collina nera", non è gradevole.
Leigh Fermor è grecofilo, al punto che non se ne immagina altra vita che in Grecia. E tuttavia i greci sono per lui "essi". Non "si dice" ma "i greci dicono". Non questo posto si chiama" ma "i greci chiamano questo posto". Non che ci sia un altro nome, inglese, turco, chissà, per lo stesso posto, no. Semplicemente, quello non è posto di Leigh fermor. Come di un qualsiai funzionario di colonia.
Notevole in questo libro, oltre alla riconosciuta capacità di Leigh Fermor narrare la filologia, che ne fa il successo, l'assenza di Venezia, se non per quattro righe e mezza. Non ci fu Venezia nelle isole Ionie, né a Parga, Preveza o a Lepanto, oltre che a Creta e nel Peloponneso, c'è solo Bisanzio, e i turchi. E questo è sleale, oltre che impoverire il racconto: gli inglesi sono arrivati tardi nelle isole ioniche, altrove non ci sono nemmeno arrivati, e ci hanno lasciato poco, niente eccetto il cricket a Corfù. E Lord Byron, certo - che però vi morì di polmonite (se non era malaria), mentre andava a caccia. Sapendo della mancanza, però, il grecofilo riesce a gustare poco o niente di questo "Roumeli", e più che altro la buona volontà. I Sarakatzani non decollano, benché siano soggetto succulento. Di Creta non ne parliamo: la seconda patria dello scrittore: sembra un articolo di giornale, o un dépliant. Freya Stark in copertina ne loda le riconosciute abilità: "C'è qui tutto di nuovo: brillantezza, la profusione compiaciuta, l'esuberanza della cultura e dell'informaizone..." Che vuol essere malignamente diminutivo, e finisce per essere vero, perché Leigh Fermor manca, per inaspettate chiusure, la felicità della narrazione di "Mani" o di "Tempo di doni". Non ci sono italiani nemmeno nel Giardino degli eroi di Missolunghi, gli eroi dell'indipendenza ellenica, che invece ci sono.
Patrick Leigh Fermor, Roumeli. Travels in Northern Greece, New York Review of Books Classics, pp.260, Us $ 14,95
La filologica digressione è insomma una caricatura, purtroppo non voluta: con 64 caratteristiche, non ce n'è una. Le generalizzazioni delle psicologie nazionali sono povera psicologia e povera scrittura, per quanto pettegola. Su una caratteristica romia Leigh Fermor si dilunga, la stenachoria, l'acedia latina, la malinconia immotivata: "Del tutto inatteso, questo sovraccarico di energia e estroversione si inietta della più delicata sensibilità, talvolta di suscettibilità, in cui uno scherzo o uno sgarbo, anche immaginario, può rendere il mondo nero e precipitare la sua vittima nella malinconia e il languore, quasi fino al mutismo. E' compito degli amici diagnosticare l'angoscia ed esorcizzarla; non sempre un compito facile. Questo demone incombente, somigliante alla tribulatio et angustia dei Salmi, i greci chiamano stenachoria". Ma per fortuna, dice Leigh Fermor, che "il loro senso della commedia è anch'esso pronunciato", cosa, aggiunge, "tanto più notevole in Grecia se pensiamo ai suoi vicini", tra i quali mette il Sud d'Italia Che invece si esprime al meglio con l'ironia e lo scherzo. Tutto quello di cui altri viaggiatori britannici si sono dilettati, per esempio in Calabria Craufurd Tait Ramage, Edward Lear, Norman Douglas - anche se è vero che l'"abito" meridionale, che si confeziona a Napoli e Palermo, si vuole tragico ( e che Ramage e Douglas erano scozzesi e non inglesi).
In un breve ripensamento sulla sua scrittura da giramondo, Leigh Fermor rileva "una morosa dilettazione a ricordare, quando tutto è finito, squallore e tribolazione". E fa questo esempio: "Il mantello calabrese di Gissing si poggia momentaneamente sulla spalla". Gissing che si ricorda solo per il suo pellegrinaggio sulle rive dello Jonio. C'è un distinto anglocentrismo tra gli scrittori inglesi di viaggi, che per questo sono tristi, non come Craufurd Tait Ramage, Edward Lear e Norman Douglas, che invece in Calabria si divertirono. Tra essi Leigh Fermor, e compresi i migliori, freya Stark, Robert Byron, Bruce Chatwin. Scrittori che nel secondo Novecento hanno saputo rinnovare il culto dell'esotico - dell'estraneo. Dell'esotico che si sapeva già essere falso: è quindi un'abilità che, se gratifica il lettore, non gli insegna nulla, che non sia una fantasia di verità, e alla fine solo la conferma di una superiorità. Quando Chatwin si applica a una realtà britannica, seppure di un Galles remoto e di un fatto "strano", la simbiosi gemellare, il risultato, "Sulla collina nera", non è gradevole.
Leigh Fermor è grecofilo, al punto che non se ne immagina altra vita che in Grecia. E tuttavia i greci sono per lui "essi". Non "si dice" ma "i greci dicono". Non questo posto si chiama" ma "i greci chiamano questo posto". Non che ci sia un altro nome, inglese, turco, chissà, per lo stesso posto, no. Semplicemente, quello non è posto di Leigh fermor. Come di un qualsiai funzionario di colonia.
Notevole in questo libro, oltre alla riconosciuta capacità di Leigh Fermor narrare la filologia, che ne fa il successo, l'assenza di Venezia, se non per quattro righe e mezza. Non ci fu Venezia nelle isole Ionie, né a Parga, Preveza o a Lepanto, oltre che a Creta e nel Peloponneso, c'è solo Bisanzio, e i turchi. E questo è sleale, oltre che impoverire il racconto: gli inglesi sono arrivati tardi nelle isole ioniche, altrove non ci sono nemmeno arrivati, e ci hanno lasciato poco, niente eccetto il cricket a Corfù. E Lord Byron, certo - che però vi morì di polmonite (se non era malaria), mentre andava a caccia. Sapendo della mancanza, però, il grecofilo riesce a gustare poco o niente di questo "Roumeli", e più che altro la buona volontà. I Sarakatzani non decollano, benché siano soggetto succulento. Di Creta non ne parliamo: la seconda patria dello scrittore: sembra un articolo di giornale, o un dépliant. Freya Stark in copertina ne loda le riconosciute abilità: "C'è qui tutto di nuovo: brillantezza, la profusione compiaciuta, l'esuberanza della cultura e dell'informaizone..." Che vuol essere malignamente diminutivo, e finisce per essere vero, perché Leigh Fermor manca, per inaspettate chiusure, la felicità della narrazione di "Mani" o di "Tempo di doni". Non ci sono italiani nemmeno nel Giardino degli eroi di Missolunghi, gli eroi dell'indipendenza ellenica, che invece ci sono.
Patrick Leigh Fermor, Roumeli. Travels in Northern Greece, New York Review of Books Classics, pp.260, Us $ 14,95
venerdì 17 luglio 2009
Gli ayatollah a Khamenei: a rischio il regime
Non c'è spazio per una guerra civile in Iran. Ma non c'è nemmeno la possibilità per il regime di marciare disunito. Khamenei ha impegnato il regime a difesa del voto, ma non è riuscito ad avere ragione della protesta. Questo ha aperto una falla che lo travolgerà. A opera degli ayatollah, per evitare che lo faccia la piazza, travolgendo a quel punto l'intero regime islamico - degli ayatollah cosiddetti conservatori. Le elezioni presidenziali hanno divaricato e rotto la tenue dalettica interna con cui il regime è riuscito a prosperare fìno ad ora, una sorta di Democrazia Cristiana di governo e d'opposizione, solo un po' più confessionale, con i religiosi allo scoperto e anzi in primo piano. Gli stessi religiosi che ora in sempre maggior numero rimproverano a Khamenei la rottuta dell'unità che ne faceva la forza. Il khomeinismo ha solo la forza dell'unità, una pratica consolidata ormai da trent'anni, e di ardua modifica per il regime, almeno a giudizio degli ayatollah. La forzatura di Khamenei sulla rielezione di Ahmadinejad, mal condotta, dovrebbe ora riassorbirsi con un cambiamento di vertice, forse dello stesso capo religioso del Paese. Fra gli ayatollah l'opinione prevalente è questa, anche se più fra i grandi ayatollah di Qom più che fra i politicanti di Teheran.
Non è in contestazione la scelta di riconfermare Ahmadinejad, che molti riconoscono quasi dovuta per Khamenei, come il governo giusto per confrontarsi con la dura contestazione internazionale, quale che ne sia l'esito. Sotto critica è la scelta di campo di Khamenei a fronte della contestazione politica della conduzione delle elezioni, che avrebbe indebolito il regime. In predicato non è la candidatura Mussavì, quanto la capacità del vertice religioso di garantire l'unità del paese.
Tra un frazionamento dell'unità, senza precedenti nel khomeinismo, e l'ipotesi di un indebolimento irreversibile del regime, la prospettiva ha gettato gli ayatollah nell'angoscia. Non era mai successo prima. E l'unica via d'uscita sembra un rimescolamento al vertice religioso, fra i Guardiani della Rivoluzione: in pratica la sostituzione di Ali Khamenei.
Del rivolgimenento che si prospetta Ahmadinejad sarebbe la vittima minore. In sé ininfluente, non fosse che la sua sostituzione si inquadra nell'esigenza, da molti influenti religiosi sentita anche prima delle elezioni, di portare l'Iran fuori dall'isolamento internazionale. Che l'elezione di Obama e il suo messaggio all'islam hanno consolidato.
Non è in contestazione la scelta di riconfermare Ahmadinejad, che molti riconoscono quasi dovuta per Khamenei, come il governo giusto per confrontarsi con la dura contestazione internazionale, quale che ne sia l'esito. Sotto critica è la scelta di campo di Khamenei a fronte della contestazione politica della conduzione delle elezioni, che avrebbe indebolito il regime. In predicato non è la candidatura Mussavì, quanto la capacità del vertice religioso di garantire l'unità del paese.
Tra un frazionamento dell'unità, senza precedenti nel khomeinismo, e l'ipotesi di un indebolimento irreversibile del regime, la prospettiva ha gettato gli ayatollah nell'angoscia. Non era mai successo prima. E l'unica via d'uscita sembra un rimescolamento al vertice religioso, fra i Guardiani della Rivoluzione: in pratica la sostituzione di Ali Khamenei.
Del rivolgimenento che si prospetta Ahmadinejad sarebbe la vittima minore. In sé ininfluente, non fosse che la sua sostituzione si inquadra nell'esigenza, da molti influenti religiosi sentita anche prima delle elezioni, di portare l'Iran fuori dall'isolamento internazionale. Che l'elezione di Obama e il suo messaggio all'islam hanno consolidato.
Il giavazzismo che domò Gelmini
Da quasi un anno ormai l'università è ferma perché il ministro Gelmini, vergine di ferro, ha smesso la corazza e si è inginocchiata di fronte alle ingiunzioni del professor Giavazzi. Il professore le intimava di bloccare ogni concorso, per ordinario, associato, ricercatore, e di moralizzare la vita pubblica. Questo di moralizzare gli altri è una fissa del professore, che finora la applicava alla sinistra, mai abbastanza buona per lui, cioè libera e mercantile (anche la crisi, si è avventurato a dire, è dovuta alla mancata liberalizzazione). Insomma, un uomo più di ferro della Gelmini, ed è tutto dire,
Nel diktat del 28 ottobre 2008, che ha fermato la vita universitaria, Giavazzi imponeva alla Gelmini di restaurare le vetero supercommissioni nazionali di valutazione. La cosa sembrò irrituale ai fan del professore, dato che commissioni di dodici membri sono poco liberali. Senza contare che lavorano male, la sola convocazione richiede anni, e per alcuni corsi di studio è impossibile formarle, non ci sono dodici ordinari. Ma si sa come vanno queste cose, basta fermare il tutto, i baroni non chiedono di meglio, la vita resta rtranquilla, e il costo degli ingressi si accresce in misura esponenziale.
Ora il professore spiega alla sua diligente allieva cosa è necesario fare, e questo fuga i dubbi: bisogna liberalizzare le tasse universitarie. Già nel primo diktat, per la verità, il professor Giavazzi, che è vero, non l'ha inventato Fantozzi (a meno che il "Corriere della sera" non ci faccia un costante pesce d'aprile), non oblitarava l'argomento. Facendo leva su un testo Einaudi, casa editrice dell'odiato Berlsuconi, Roberto Perotti, «L'università truccata», "un libro che chiunque si occupa dell'università dovrebbe leggere", spiegava che "tasse uguali per tutti sono un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi". Non avete letto male. Non è neanche sbagliato. Ma poi Giavazzi citava i dati dell'indagine sulle famiglie della Banca d'Italia, secondo cui il 24% degli studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie, e solo l'8% proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28% contro 4%. Ellora?
E allora, intima il professore oggi, bisogna solo liberalizzare le tasse. Non nel senso che ognuno paga in base a quello che ha (il parametro reddituale), ma nel senso che ogni università mette le sue tasse, le più qualificate le più alte, e così via. E non è questo sistema piuttosto fascista? No, afferma il professore, perché i non abbienti avranno le borse di studio. Quanti non abbienti, l'1%, il 10%, del totale? No, assicura Giavazzi senza pudore, "in una delle migliori (università americane), il Massachusetts Institute of Technology, la frequenza costa 50.100 dollari l'anno (40.000 euro), ma il 64% degli studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio". Non è un bel progetto?
L'università italiana come il Massachusetts Institute of Technology, non c'è obiezione possibile, mai mettere limiti al meglio. Senza contare che il Mit è anche una banca, e per il giavazzismo questo non guasta, essendo la maggior parte delle borse pagate dai (poveri) governi (del Terzo mondo) di provenienza.
Nel diktat del 28 ottobre 2008, che ha fermato la vita universitaria, Giavazzi imponeva alla Gelmini di restaurare le vetero supercommissioni nazionali di valutazione. La cosa sembrò irrituale ai fan del professore, dato che commissioni di dodici membri sono poco liberali. Senza contare che lavorano male, la sola convocazione richiede anni, e per alcuni corsi di studio è impossibile formarle, non ci sono dodici ordinari. Ma si sa come vanno queste cose, basta fermare il tutto, i baroni non chiedono di meglio, la vita resta rtranquilla, e il costo degli ingressi si accresce in misura esponenziale.
Ora il professore spiega alla sua diligente allieva cosa è necesario fare, e questo fuga i dubbi: bisogna liberalizzare le tasse universitarie. Già nel primo diktat, per la verità, il professor Giavazzi, che è vero, non l'ha inventato Fantozzi (a meno che il "Corriere della sera" non ci faccia un costante pesce d'aprile), non oblitarava l'argomento. Facendo leva su un testo Einaudi, casa editrice dell'odiato Berlsuconi, Roberto Perotti, «L'università truccata», "un libro che chiunque si occupa dell'università dovrebbe leggere", spiegava che "tasse uguali per tutti sono un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi". Non avete letto male. Non è neanche sbagliato. Ma poi Giavazzi citava i dati dell'indagine sulle famiglie della Banca d'Italia, secondo cui il 24% degli studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie, e solo l'8% proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28% contro 4%. Ellora?
E allora, intima il professore oggi, bisogna solo liberalizzare le tasse. Non nel senso che ognuno paga in base a quello che ha (il parametro reddituale), ma nel senso che ogni università mette le sue tasse, le più qualificate le più alte, e così via. E non è questo sistema piuttosto fascista? No, afferma il professore, perché i non abbienti avranno le borse di studio. Quanti non abbienti, l'1%, il 10%, del totale? No, assicura Giavazzi senza pudore, "in una delle migliori (università americane), il Massachusetts Institute of Technology, la frequenza costa 50.100 dollari l'anno (40.000 euro), ma il 64% degli studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio". Non è un bel progetto?
L'università italiana come il Massachusetts Institute of Technology, non c'è obiezione possibile, mai mettere limiti al meglio. Senza contare che il Mit è anche una banca, e per il giavazzismo questo non guasta, essendo la maggior parte delle borse pagate dai (poveri) governi (del Terzo mondo) di provenienza.
Moralismo a Milano
Dopo a verlo alimentato, e pur continuando ad alimentarlo, Milano riscopre il pregiudizio. L'antipatia, se non la violenza, del pregiudizio. Quando si esercita contro di noi. Quello per cui un inglese di mezza tacca è sempre migliore di un duca o condottiero italiano, ora anche uno spagnolo di mezza tacca - e qualsiasi milanese è migliore di Benedetto Croce. Se ne sdegna Stella sul "Corriere della sera" ed è tutto dire: non c'è più pregiudicato di lui.
Massarenti, sul "Sole 24 Ore" trova "irritante" che Michael Jackson si sia appropriato di una canzone di Al Bano, negandogli ogni riconoscimento, come da padrone a schiavo - proprio lui, si può aggiujngere, un nero appena sbiancato. Dappertutto, in rivalsa, rinunciando al Rinascimento, che è ormai di difficile concezione anche per chi ha fatto l'università, si riafferma che la pizza è italiana.
Encomiabile. Tutto, anche la scoperta del pregiudizio, pur di non darla vinta a Berlusconi (e a quell'altro stronzo, Bossi, che però ci piace...). Il quale, bisogna però dire, ha ospitato il G 8 all'Aquila senza la pizza (nell'occasione ha riposto anche il mandolino). E, poi, la pizza non è napoletana? Bisogna anche intendersi su cosa è italiano...
Il provincialismo è grande a Milano. Con tutti quei "giornali stranieri" che ogni giorno sostituiscono i quaresimalisti, e sono anzi ancora più terrificvanti. Milano che è, bisogna ricordarlo?, la capitale vera dell'Italia, morale e no.
Massarenti, sul "Sole 24 Ore" trova "irritante" che Michael Jackson si sia appropriato di una canzone di Al Bano, negandogli ogni riconoscimento, come da padrone a schiavo - proprio lui, si può aggiujngere, un nero appena sbiancato. Dappertutto, in rivalsa, rinunciando al Rinascimento, che è ormai di difficile concezione anche per chi ha fatto l'università, si riafferma che la pizza è italiana.
Encomiabile. Tutto, anche la scoperta del pregiudizio, pur di non darla vinta a Berlusconi (e a quell'altro stronzo, Bossi, che però ci piace...). Il quale, bisogna però dire, ha ospitato il G 8 all'Aquila senza la pizza (nell'occasione ha riposto anche il mandolino). E, poi, la pizza non è napoletana? Bisogna anche intendersi su cosa è italiano...
Il provincialismo è grande a Milano. Con tutti quei "giornali stranieri" che ogni giorno sostituiscono i quaresimalisti, e sono anzi ancora più terrificvanti. Milano che è, bisogna ricordarlo?, la capitale vera dell'Italia, morale e no.
giovedì 16 luglio 2009
A Sud del Sud - il Sud di nessun Nord (39)
Giuseppe Leuzzi
Ogni sera alle 19, in Versilia o nella costa romagnola, in ogni stabilimento balneare due persone in squadra filtrano la sabbia in superficie, raccogliendo cicche, cartacce e plastiche, la rasano, ribaltano e scuotono sdraio e lettini, li ripongono in ordine squadrato attorno a ogni ombrellone, e chiudono gli ombrelloni. Trovano a volte anche le chiavi della macchina che vi sono cadute dalla tasca. In un'ora e mezza di intensa applicazione del duo, ogni bagno si ripresenta lindo per il giorno dopo. I faticatori sono locali, gente in età che ne fa una seconda attività e ragazzi acchittati con gel, tatuaggi e ipod, che magari avviano così l'attività di bagnino, remunerativa seppure stagionale. Nei 709 bagni toscani, dunque, da Capalbio alla Partaccia, e nei 1.039 romagnoli, da Cattolica al Lido di Volano, 335 e 165 chilometri, 500 in tutto, in meno di due ore si fanno un'apprezzata giornata di lavoro almeno 3.500 persone, italiani, locali.
Ogni sera alle 19, in Versilia o nella costa romagnola, in ogni stabilimento balneare due persone in squadra filtrano la sabbia in superficie, raccogliendo cicche, cartacce e plastiche, la rasano, ribaltano e scuotono sdraio e lettini, li ripongono in ordine squadrato attorno a ogni ombrellone, e chiudono gli ombrelloni. Trovano a volte anche le chiavi della macchina che vi sono cadute dalla tasca. In un'ora e mezza di intensa applicazione del duo, ogni bagno si ripresenta lindo per il giorno dopo. I faticatori sono locali, gente in età che ne fa una seconda attività e ragazzi acchittati con gel, tatuaggi e ipod, che magari avviano così l'attività di bagnino, remunerativa seppure stagionale. Nei 709 bagni toscani, dunque, da Capalbio alla Partaccia, e nei 1.039 romagnoli, da Cattolica al Lido di Volano, 335 e 165 chilometri, 500 in tutto, in meno di due ore si fanno un'apprezzata giornata di lavoro almeno 3.500 persone, italiani, locali.
In Calabria, circa 700 chilometri balneabili, non ci sono 1.700 bagni, non ci sono nemmeno 170, e questo si spiega: non c'è nessuno che faccia la pulizia e il riordino la sera. Anche durante il giorno, se non c'è un inserviente ucraino o rumeno, si può aspettare l'assegnazione dell'ombrellone a tempo indeterminato sotto il solleone, il giovane bagnino ha sempre altro da fare, e poi è un dirigente, se non è un padrone, per lui spostare o aprire un lettino non è mansione onorevole.
Il problema è questo, nell'industria del mare in Calabria come nell'entroterra: che non manca il lavoro, manca la voglia di lavorare.
Le facce della bottega di Olivero Toscani che si espongono in giro per l'Italia sembrano quelle "antropologiche" del vecchio atlante De Agostini; il caucasico, il negroide, eccetera. Sono facce lombrosiane, è inutile negarlo, che indicano cioè un carattere e anche una cultura e una razza. Ma nel confronto non sfiguriamo, non siamo al Sud razza peggiore, e anche viene da dire molto migliore. Somaticamente.
E non è tutto: è anche Lombroso contro Lombroso - com'era di suo il professore Lombroso, caucasico (il tipo è molto peloso)?
Sicilia
E' un paio di brache aperte, dice il Sarto all'ingrosso di Laurence Sterne nel "Romanzo politico", p.35 circa: "Nulla in tutto il globo terracqueo che assomiglia a un paio di brache aperte quanto l'isola di Sicilia".
C'è un cavaliere Landolina, come quello della Venere, in un racconto di Potocki.
"Lucus a non lucendo", il mondo di Heidegger, è la citazione con cui il marchese di San Giuliano, ministro del governo ammazza-operai del gen. Pelloux nel 1898, aveva aperto cinque anni prima il suo classico "Le condizioni presenti della Sicilia".
Negli anni1789 e successivi, quando in Europa si faceva la rivoluzione Palermo falsificava le carte della storia, tramite l'abate Vella, povero frate maltese.
La storia, certo, è anche un falso. Come la geografia. Per esempio, è Palermo la Sicilia? Sì, e no.
Al centro dell'isola i pistacchi, albero rigoglioso di liane feconde sulla roccia del sogno alchemico. Si può dire la Sicilia terra alchemica, nera di vulcani, bianca di sali, gialla di limoni, verde di rugiada, rossa di buon vino, che trasmuta in sangue. Fu qui che gli arabi inventarono l'alchimia.
L'Encyclopédie (1765) descrive Palermo come una Pompei, una città morta.
Scrive Georges Duby, lo storico del Medio Evo, di Federico II: "Difficilmente comprensibile per i religiosi del XIIImo secolo, del tutto privi di elasticità mentale: era siciliano".
(Non era tedesco?)
Sciascia e i siciliani in genere sono orgogliosi dell'etimo mafia, sebbene incerto, come se fosse questione nazionale. Ma una via Maffia è nel "Diario del Settimanni", manoscritto, all'Archivio di Stato fiorentino, citato in "Cortigiane del secolo XVI", Forni Editore, p. 171, a propopsito della vedova del principe Francesco Maria de' Medici, che se la faceva con uno stalliere, ne ebbe un figlio, e lo diede a balia a una donna che abitava "nel fondaccio di Santo Spirito, quasi al dirimpetto della via Maffia e della casa del marchese Rinuccini". La vedova era Eleonora Gonzaga di Guastalla.
Per cinquant'anni uno dei capisaldi della storia della Sicilia e dell'Italia è stato che gli Usa avevano liberato l'isola con la mafia e avevano alimentato il separatismo e il banditismo, di Giuliano compreso. Una storia volutamente falsa, poiché le carte, che ora si pubblicano in America, erano note per altri canali ai pubblicisti del Pci, specie ai siciliani.
La storia del Sud è anche questo, un'aggressione nel nome della verità, falsa. Come, più di recente, con i "falsi" processi di Palermo. Si capisce che nell'isola, che pure ne avrebbe più bisogno di ogni altra regione, la sinistra sia scomparsa, volatilizzata. Passata la ricostruzione (essenzialmente la sindacalizzazione), la sinistra ha solo schiacciato la Sicilia: il tutto è mafia non lascia scampo.
Calabria
Primo Levi, che ha un paio di calabresi memorabili nel racconto della lunga, lenta, liberazione da Auschwitz, "La tregua", In "La chiave a stella" aggiunge una notazione: "E poi lo sanno tutti che fra i russi e i calabresi non c'è tanta differenza..., bravi, puliti, rispettosi e di buon umore".
Ma ricorda pure che si diceva: "Battere la calabria", per "battere la fiacca".
"Aceto forte galavrese" sparge Cenne de la Chitarra parodiando i sonetti di Folgòre da San Gimignano.
Savinio, "Partita rimandata. Diario calabrese", scrittore non prevenuto e anzi benevolente, inizia il viaggio, alla stazione Termini a Roma, con questo quadro: "Spettacolo solito delle popolazioni meridionali. Spettacolo desolante,. Poverismo. Tristezza. Umiliazione della fatica, sopratttutto nelle donne - nelle povere donne. E l'infanzia brulicante e misera. Spettacolo che si ripete dovunque arrivino gruppi o lembi di queste popolazioni - sale d'aspetto dei nostri consolati, fumanti di miseria. Perché? Perché?"
Questo non è più vero, i giovani ora sono diversi. Alzando gli occhi dal libro, anzi, d’improvviso, al bagno Pierino alle Pietrenere di Palmi, nessuno ha più peli sul petto, nessuno degli uomini, dei maschi, quasi tutti giovani e molto giovani. Tutti hanno i draghi più fantasiosi tatuati ai posti più giusti. E sono tutti palestrati, eretti, proporzionati. Cioè, non è che d’improvviso i peli siano scomparsi, è che capita di notare questa mancanza. E non è che i calabresi di Palmi e della Piana siano glabri. D’improvviso si capisce che tutti fanno trattamenti estetici. Anche i mafiosi evidentemente, che tra queste foille non mancheranno, i lazzaroni, i latitanti, gli assassini: i calabresi passano il loro tempo nelle beauty farm, come ora si chiamano le estetiste. A Savinio nemmeno questo sarebbe piaciuto, perché l'estetica non è il problema.
Questi poveri d’Italia hanno soldi da spendere nelle beauty farm. Soldi di famiglia, perché la maggior parta non lavorano, non ancora, ci saranno padri che pagano per due e tre figli periodicamente nella beauty farm. Anche le sopracciglia molti hanno spaziate, depilate, corrette. Le donne pure. Ma il quesito resta: "Perché? Perché?". Perché una terra che è il paradiso, di bellezza e fertilità, è inospitale e sterile, per i molti invivibile.
E' invece sempre vero, dopo sessant'anni, che il Sud comincia alla stazione Termini. Impropriamente, poiché Roma non rientra nella ex Cassa del Mezzogiorno, ma da Termini partono i treni per il Sud. Senza nulla in comune, categoria per categoria, Intercity, Eurocity, Eurostar, con quelli che dalla stessa stazione vano a Nord: solo porcilaie al Sud, delle Ferrovie dello Stato, mica di un qualsiasi profittatore di regime.
Il problema è questo, nell'industria del mare in Calabria come nell'entroterra: che non manca il lavoro, manca la voglia di lavorare.
Le facce della bottega di Olivero Toscani che si espongono in giro per l'Italia sembrano quelle "antropologiche" del vecchio atlante De Agostini; il caucasico, il negroide, eccetera. Sono facce lombrosiane, è inutile negarlo, che indicano cioè un carattere e anche una cultura e una razza. Ma nel confronto non sfiguriamo, non siamo al Sud razza peggiore, e anche viene da dire molto migliore. Somaticamente.
E non è tutto: è anche Lombroso contro Lombroso - com'era di suo il professore Lombroso, caucasico (il tipo è molto peloso)?
Sicilia
E' un paio di brache aperte, dice il Sarto all'ingrosso di Laurence Sterne nel "Romanzo politico", p.35 circa: "Nulla in tutto il globo terracqueo che assomiglia a un paio di brache aperte quanto l'isola di Sicilia".
C'è un cavaliere Landolina, come quello della Venere, in un racconto di Potocki.
"Lucus a non lucendo", il mondo di Heidegger, è la citazione con cui il marchese di San Giuliano, ministro del governo ammazza-operai del gen. Pelloux nel 1898, aveva aperto cinque anni prima il suo classico "Le condizioni presenti della Sicilia".
Negli anni1789 e successivi, quando in Europa si faceva la rivoluzione Palermo falsificava le carte della storia, tramite l'abate Vella, povero frate maltese.
La storia, certo, è anche un falso. Come la geografia. Per esempio, è Palermo la Sicilia? Sì, e no.
Al centro dell'isola i pistacchi, albero rigoglioso di liane feconde sulla roccia del sogno alchemico. Si può dire la Sicilia terra alchemica, nera di vulcani, bianca di sali, gialla di limoni, verde di rugiada, rossa di buon vino, che trasmuta in sangue. Fu qui che gli arabi inventarono l'alchimia.
L'Encyclopédie (1765) descrive Palermo come una Pompei, una città morta.
Scrive Georges Duby, lo storico del Medio Evo, di Federico II: "Difficilmente comprensibile per i religiosi del XIIImo secolo, del tutto privi di elasticità mentale: era siciliano".
(Non era tedesco?)
Sciascia e i siciliani in genere sono orgogliosi dell'etimo mafia, sebbene incerto, come se fosse questione nazionale. Ma una via Maffia è nel "Diario del Settimanni", manoscritto, all'Archivio di Stato fiorentino, citato in "Cortigiane del secolo XVI", Forni Editore, p. 171, a propopsito della vedova del principe Francesco Maria de' Medici, che se la faceva con uno stalliere, ne ebbe un figlio, e lo diede a balia a una donna che abitava "nel fondaccio di Santo Spirito, quasi al dirimpetto della via Maffia e della casa del marchese Rinuccini". La vedova era Eleonora Gonzaga di Guastalla.
Per cinquant'anni uno dei capisaldi della storia della Sicilia e dell'Italia è stato che gli Usa avevano liberato l'isola con la mafia e avevano alimentato il separatismo e il banditismo, di Giuliano compreso. Una storia volutamente falsa, poiché le carte, che ora si pubblicano in America, erano note per altri canali ai pubblicisti del Pci, specie ai siciliani.
La storia del Sud è anche questo, un'aggressione nel nome della verità, falsa. Come, più di recente, con i "falsi" processi di Palermo. Si capisce che nell'isola, che pure ne avrebbe più bisogno di ogni altra regione, la sinistra sia scomparsa, volatilizzata. Passata la ricostruzione (essenzialmente la sindacalizzazione), la sinistra ha solo schiacciato la Sicilia: il tutto è mafia non lascia scampo.
Calabria
Primo Levi, che ha un paio di calabresi memorabili nel racconto della lunga, lenta, liberazione da Auschwitz, "La tregua", In "La chiave a stella" aggiunge una notazione: "E poi lo sanno tutti che fra i russi e i calabresi non c'è tanta differenza..., bravi, puliti, rispettosi e di buon umore".
Ma ricorda pure che si diceva: "Battere la calabria", per "battere la fiacca".
"Aceto forte galavrese" sparge Cenne de la Chitarra parodiando i sonetti di Folgòre da San Gimignano.
Savinio, "Partita rimandata. Diario calabrese", scrittore non prevenuto e anzi benevolente, inizia il viaggio, alla stazione Termini a Roma, con questo quadro: "Spettacolo solito delle popolazioni meridionali. Spettacolo desolante,. Poverismo. Tristezza. Umiliazione della fatica, sopratttutto nelle donne - nelle povere donne. E l'infanzia brulicante e misera. Spettacolo che si ripete dovunque arrivino gruppi o lembi di queste popolazioni - sale d'aspetto dei nostri consolati, fumanti di miseria. Perché? Perché?"
Questo non è più vero, i giovani ora sono diversi. Alzando gli occhi dal libro, anzi, d’improvviso, al bagno Pierino alle Pietrenere di Palmi, nessuno ha più peli sul petto, nessuno degli uomini, dei maschi, quasi tutti giovani e molto giovani. Tutti hanno i draghi più fantasiosi tatuati ai posti più giusti. E sono tutti palestrati, eretti, proporzionati. Cioè, non è che d’improvviso i peli siano scomparsi, è che capita di notare questa mancanza. E non è che i calabresi di Palmi e della Piana siano glabri. D’improvviso si capisce che tutti fanno trattamenti estetici. Anche i mafiosi evidentemente, che tra queste foille non mancheranno, i lazzaroni, i latitanti, gli assassini: i calabresi passano il loro tempo nelle beauty farm, come ora si chiamano le estetiste. A Savinio nemmeno questo sarebbe piaciuto, perché l'estetica non è il problema.
Questi poveri d’Italia hanno soldi da spendere nelle beauty farm. Soldi di famiglia, perché la maggior parta non lavorano, non ancora, ci saranno padri che pagano per due e tre figli periodicamente nella beauty farm. Anche le sopracciglia molti hanno spaziate, depilate, corrette. Le donne pure. Ma il quesito resta: "Perché? Perché?". Perché una terra che è il paradiso, di bellezza e fertilità, è inospitale e sterile, per i molti invivibile.
E' invece sempre vero, dopo sessant'anni, che il Sud comincia alla stazione Termini. Impropriamente, poiché Roma non rientra nella ex Cassa del Mezzogiorno, ma da Termini partono i treni per il Sud. Senza nulla in comune, categoria per categoria, Intercity, Eurocity, Eurostar, con quelli che dalla stessa stazione vano a Nord: solo porcilaie al Sud, delle Ferrovie dello Stato, mica di un qualsiasi profittatore di regime.
Omertà
Quando i mafiosi furono confinati in Liguria e in Lombardia, i loro affari fecero un balzo vertiginoso.
Anche in guerra, i soldati del Nord sono feriti al petto, quelli del Sud alla schiena.
Nel 1948, o nel 1949, Montanelli ridicolizzò la Calabria sul "Corriere della sera" con un decalogo del cesso inaccessibile, se non montando in piedi sulla tazza. In Grecia c'è un decalogo analogo, ma si sale sulla tazza "all'albanese".
Si può sempre ipotizzare che gli albanesi abbiano influenzato i calabresi, certo. Ma le tazze devono essere d'acciaio, per non frantumarsi?
leuzzi@antiit.eu
Ombre - 24
"Autovelox, Comuni beffati", apre il "Tirreno", il giornale della Toscana costiera. Il governo progetta di togliere ai Comuni la libera gestione di questa moderna tassa sul macinato, e il giornale conferma che i Comuni l'avevano adottata per rimpinguare le casse e non per prevenire incidenti, nscondendoli, camuffandoli, eccetera, soprattutto a danno dei forestieri di passaggio - il bandito di passo è vecchia tradizione sull'Appennino e anche in pianura. Da Altopascio agli Zoccolanti, il modello Toscana si basa su una fiscalità fertilissima, i semafori intelligenti e l'autovelox non sono gli unici responsabili.
Solo "L'Osservatore Romano" trova spazio per dire "spese folli" quelle spagnole, in deroga sul fisco, per i calciatori, in tempo di crisi. Il discrimine tra la notizia e la non-notizia è la massoneria? La Spagna in effetti non è più "figlia preduiletta" della chiesa, essendo tornata repubblicana.
Per cinquant'anni dunque ci hanno detto che gli Usa avevano alimentato il separatuismo siciliano e Giuliano, sapendo di mentire. Se le carte, che ora si pubblcano in America, erano note agli "storici" del Pci.
Che storia è questa, che non si fa, dell'abiezione comunista?
In ottantamila hanno salutato Cristiano Ronaldo allo stadio Bernabeu a Madrid. Diecimila in più di Kakà, o ventimila. No, anzi, in novantamila hanno accolto Ronaldo: un tripudio. Ma è una cosa buona? Per Kakà, intendiamo, che ci piace tanto - Ronaldo un po' meno, ha quello che si merita..
C'é un che di esagerato, in effetti, nell'antiberlusconismo che tiene banco in Europa. Sempre in giornali per qualche verso "repubblicani", di sinistra e di destra. Come se ci fosse una chiamata alle armi. Ma non c'è naturalmente nessun complotto, non ce n'è bisogno - il servilismo, diceva quello, è volontario.
C'è poco spazio sui giornali italiani per lo spionaggio di Murdoch a Londra, anche se lo ha denunciato il "Guardian", avanguardia dell'antiberlusconismo.Si sa che, a differenza di Berlusconi per gli inglesi, Murdoch non interessa agli italiani. Ma, si vede, neanche agli inglesi: Scotland Yard, cioè il governo, ritiene che non ci sia nulla da indagare sullo spionaggio di Murdoch - prima ancora di avere indagato, naturalmente, a Londra, honni soit qui mal y pense, come recita il motto dello Stato britannico.
Il caso è di spionaggio libero, retribuito, dei giornali di Murdoch a carico di mezza Londra. Un piccolo Sifar. Senza il colpo di stato, ma col ricatto giornaliero in canna. E non a opera di una puttana, con un giudice di provincia, ma del maggiore editore-avventuriero del mondo, detto lo Squalo. Eppure non interessa. Poi c'è chi pretende che la mafia non esiste.
Grande intesa all'Aquila contro le emissioni di andride carbonica. Tutto verde, tutto buono, tanti applausi, perfino per Berlusconi. Ma nessuno dice che passa per il rilancio del nucleare.
A Dresda unn russo razzista notorio e professo uccide a pugnalate una giovane donna egiziana in tribunale. Ha il tempo di colpirla diciassette volte, mentre la donna urla, si divincola, fugge. In una corte d'appello penale, quindi in qualche modo presidiata, dove il russo veniva giudicato per la seconda volta, dopo che in tribunale era stato condannato per molestie e atti di razzismo contro la stessa donna.
Un poliziotto in effetti c'era, che, acccorso alle urla della donna, ha sparato al marito, che fra tutti i partecipanti alla colluttazione gli è sembrato l'aggressore. Per nessun altro motivo che il colore: il marito egiziano era scuro, l'aggressore era bianco.
"Nessuna emozione per il fatto in Germania", registra Danilo Taino sul "orriere della sera" dieci giorni dal fatto.
La Regione Toscana vara una "Legge anti-Brunetta": Così la annuncia, e così la intende: i suoi dipendenti non perderanno quote di stipendio in dipendenza dalle lunghe malattie. Non un correttivo all'assenteismo, magari un incentivo alla produttività, a un paio di pratiche al giorno, no, solo una legge anti-Brunetta. La stessa Regione fa un aumentodi diecimila euro - l'anno si spera - ai suoi dirigenti.
Andrea Bracchi, sindacalista della Cgil, dice soddisfatto che la legge toscana per l'assenteismo "è il primo passo per eliminare il decreto del ministro per tutti". E che l'aumento ai dirigen ti è giusto: "Se vogliamo persone capaci bisogna pagarle".
Muore McNamara, che per conto dei Kennedy ha dovuto "fare" la guerra al Vietnam. Una mascalzonata e una catastrife che l'ha segnato per la vita, anche se ha vissuto a lungo. Ma non si parla dei Kennedy, McNamara è come se avesse vissuto nel vuoto.
Si parla invece di una storia d'amore tra Jacqueline Kennedy e suo cognato Robert, un tripudio di passione. Di una che se la faceva con tutti, dice da sempre e ne ha scritto suo cugino Gore Vidal. Perfino con Onassis.
"Prima vittima delle Sagre/Annullata la sagra della cozza" Non è il "Vernacoliere", il mensile un po' smargiasso di Livorno, è la locandina del serissimo "Tirreno", il quotidiano della costa toscana, da Carrara a Capalbio, che campeggia sui marciapiedi della Versilia. La prima pagina del giornale è in tono: "Questa settimana boom di zanzare a Lucca e Pistoia".
Solo "L'Osservatore Romano" trova spazio per dire "spese folli" quelle spagnole, in deroga sul fisco, per i calciatori, in tempo di crisi. Il discrimine tra la notizia e la non-notizia è la massoneria? La Spagna in effetti non è più "figlia preduiletta" della chiesa, essendo tornata repubblicana.
Per cinquant'anni dunque ci hanno detto che gli Usa avevano alimentato il separatuismo siciliano e Giuliano, sapendo di mentire. Se le carte, che ora si pubblcano in America, erano note agli "storici" del Pci.
Che storia è questa, che non si fa, dell'abiezione comunista?
In ottantamila hanno salutato Cristiano Ronaldo allo stadio Bernabeu a Madrid. Diecimila in più di Kakà, o ventimila. No, anzi, in novantamila hanno accolto Ronaldo: un tripudio. Ma è una cosa buona? Per Kakà, intendiamo, che ci piace tanto - Ronaldo un po' meno, ha quello che si merita..
C'é un che di esagerato, in effetti, nell'antiberlusconismo che tiene banco in Europa. Sempre in giornali per qualche verso "repubblicani", di sinistra e di destra. Come se ci fosse una chiamata alle armi. Ma non c'è naturalmente nessun complotto, non ce n'è bisogno - il servilismo, diceva quello, è volontario.
C'è poco spazio sui giornali italiani per lo spionaggio di Murdoch a Londra, anche se lo ha denunciato il "Guardian", avanguardia dell'antiberlusconismo.Si sa che, a differenza di Berlusconi per gli inglesi, Murdoch non interessa agli italiani. Ma, si vede, neanche agli inglesi: Scotland Yard, cioè il governo, ritiene che non ci sia nulla da indagare sullo spionaggio di Murdoch - prima ancora di avere indagato, naturalmente, a Londra, honni soit qui mal y pense, come recita il motto dello Stato britannico.
Il caso è di spionaggio libero, retribuito, dei giornali di Murdoch a carico di mezza Londra. Un piccolo Sifar. Senza il colpo di stato, ma col ricatto giornaliero in canna. E non a opera di una puttana, con un giudice di provincia, ma del maggiore editore-avventuriero del mondo, detto lo Squalo. Eppure non interessa. Poi c'è chi pretende che la mafia non esiste.
Grande intesa all'Aquila contro le emissioni di andride carbonica. Tutto verde, tutto buono, tanti applausi, perfino per Berlusconi. Ma nessuno dice che passa per il rilancio del nucleare.
A Dresda unn russo razzista notorio e professo uccide a pugnalate una giovane donna egiziana in tribunale. Ha il tempo di colpirla diciassette volte, mentre la donna urla, si divincola, fugge. In una corte d'appello penale, quindi in qualche modo presidiata, dove il russo veniva giudicato per la seconda volta, dopo che in tribunale era stato condannato per molestie e atti di razzismo contro la stessa donna.
Un poliziotto in effetti c'era, che, acccorso alle urla della donna, ha sparato al marito, che fra tutti i partecipanti alla colluttazione gli è sembrato l'aggressore. Per nessun altro motivo che il colore: il marito egiziano era scuro, l'aggressore era bianco.
"Nessuna emozione per il fatto in Germania", registra Danilo Taino sul "orriere della sera" dieci giorni dal fatto.
La Regione Toscana vara una "Legge anti-Brunetta": Così la annuncia, e così la intende: i suoi dipendenti non perderanno quote di stipendio in dipendenza dalle lunghe malattie. Non un correttivo all'assenteismo, magari un incentivo alla produttività, a un paio di pratiche al giorno, no, solo una legge anti-Brunetta. La stessa Regione fa un aumentodi diecimila euro - l'anno si spera - ai suoi dirigenti.
Andrea Bracchi, sindacalista della Cgil, dice soddisfatto che la legge toscana per l'assenteismo "è il primo passo per eliminare il decreto del ministro per tutti". E che l'aumento ai dirigen ti è giusto: "Se vogliamo persone capaci bisogna pagarle".
Muore McNamara, che per conto dei Kennedy ha dovuto "fare" la guerra al Vietnam. Una mascalzonata e una catastrife che l'ha segnato per la vita, anche se ha vissuto a lungo. Ma non si parla dei Kennedy, McNamara è come se avesse vissuto nel vuoto.
Si parla invece di una storia d'amore tra Jacqueline Kennedy e suo cognato Robert, un tripudio di passione. Di una che se la faceva con tutti, dice da sempre e ne ha scritto suo cugino Gore Vidal. Perfino con Onassis.
"Prima vittima delle Sagre/Annullata la sagra della cozza" Non è il "Vernacoliere", il mensile un po' smargiasso di Livorno, è la locandina del serissimo "Tirreno", il quotidiano della costa toscana, da Carrara a Capalbio, che campeggia sui marciapiedi della Versilia. La prima pagina del giornale è in tono: "Questa settimana boom di zanzare a Lucca e Pistoia".
martedì 14 luglio 2009
L'Eco del Muro
Duecento
delle 350 pagine sono su Berlusconi, perché (non) è quello che è. Perfino
noiose. Con i famosi “giornali stranieri”, pure Eco, che ne sa più di ogni
altro, e questa è ipocrisia. Nell'ultima delle raccolte periodiche delle sue
rubriche e degli articoli per i giornali, non manca il solito Eco, sorridente,
garbato, accurato. Ricco di idee brillanti. La Neo Guerra. La “Summa” e la
New Age, della chiesa incluso. Lo squallore del giornalismo. La scintillante
retorica della prevaricazione, che in poche pagine, per lo più occupate da
Tucidide, fa la tara di tutti i Berlusconi - compreso quello dello stesso Eco.
C'è la percezione che non c'è più Europa: senza politica
estera e di difesa è probabile la balcanizzazione, lo sbriciolamento cioè in
staterelli sudditi di questo o quel grande interesse. C'è la percezione della
islamizzazione crescente dell'Europa, che è demografica prima ancora che
politica o missionaria. Anche in tema di berlusconismo, Eco non sa tacere la
realtà: “Una delle tragedie sociali del nostro tempo è stata anzitutto la
trasformazione di quella valvola di sfogo, in gran parte benefica, che era il
pettegolezzo”. Che però non era disprezzo, come dice Eco, o superiorità
congenita, ma cattiveria, insolenza, e anche compassione certo.
In America vige ora l'uso per i candidati politici di
dichiarare le avventure extraconiugali. Si dice per la correttezza o lealtà che
impronta la politica Usa - una favola. Il motivo è che il ricatto è esteso. Il
che potrebbe voler dire, di nuovo, che è forte negli Usa il senso morale, il
rispetto della famiglia eccetera, ma non è vero, quasi sempre no. Quasi sempre
ci sono schiere di avvocati a percentuale che montano le donne extraconiugali,
segretarie, fidanzate, puttane, per i numerosi benefici legati alla “denuncia”:
memorie, interviste, passaggi in tv, servizi fotografici, e la moltiplicazione
delle tariffe per le professioniste. Sempre i più accesi moralisti sono stati
padroni dei bordelli, a New Orleans, a Chicago, erano un secolo fa i maggiori
finanziatori della politica, il moralismo fa aumentare i prezzi. Un discorso
che non meriterebbe nemmeno di essere ripreso, se non fosse che Eco sembra
avallarlo.
Dopo il compitino, Eco ha la zampata del critico: il
pettegolezzo, nobilitato in gossip,
è invasivo e ha soppiantato ogni altra forma di comunicazione. Ora “è la
vittima che spettegola di sé”, parlando delle proprie vicende in pubblico.
Una volta l'eroe era segreto, e lasciava intendere gesta spettacolari,
impossibili. Oggi fa la coda alle emittenti tv, per mostrare il culo, tutto
quello che gli lasciano mostrare, non si pone limiti. E questo, va aggiunto, è
il caso non solo delle veline, ma della stessa capitale morale d'Italia, che è,
se qualcuno lo ha dimenticano, Milano. Sparlate di me, è il motto, qualcosa resterà.
Poi, però, Eco non si esime dalla politica, e uno vorrebbe
non dover leggere. Passi per Berlusconi. Ma sguazza, tra “Repubblica” e “L'Espresso”, in quel mondo, elzevirista, irrealista, della bella
scrittura, che lui stesso ridicolizzava e i due giornali erano nati per
cancellare. E dice cose come: "Il vero elettorato di un partito che si
vuole riformista non è un fatto di masse popolari bensì di ceti
emergenti”, cioè quello che diceva, trent'anni prima, il
"cinghialone” Craxi. O: “Quella grande e benedetta pace del
primo mondo che si chiamava Guerra Fredda e che tutti rimpiangiamo”. Che
non è una battuta, è il nocciolo della questione. La rimpiangerà Eco, che
sebbene libero si vuole sempre impegnato.
Perfino Eco si era sovietizzato e non si è desovietizzato.
Lui come Bobbio, per dire, i migliori pensatori laici, o liberali, non irreggimentati.
Che però non si sono assuefatti alla caduta del Muro – Bobbio, per dire, la
cosa migliore che ha scritto dopo è “Destra e sinistra”. Che non è un
episodio in una guerra, ma un mondo diverso. In cui c'è l'Asia e non c'è più
l'Europa, per semplificare. E gli Stati Uniti sono quelli di Lucas, il regista,
dalla caduta del Muro sempre in una qualche guerra, anche due e tre insieme,
remoti gestori di un impero che non considerano e non conoscono - Obama ha
perfino la sagoma del perfetto androide, che parla come l'aquila dello stemma,
guardando da destra e da sinistra (in realtà legge i messaggi prefabbricati
dalla Forza Oscura....), figlio di un africano uscito dal bush e ivi scomparso, di una madre fattrice
bianca di cui altro non sa, educato nelle remote Hawaii da vecchi saggi, in
figura di nonni....
Riletto a distanza, c'è in questa raccolta visibile il vizio
del pensiero di sinistra in Italia dopo il Muro, che non morde: ha
interiorizzato il residuo più velenoso del Pci dopo Togliatti, il
berlinguerismo, di quelli che non sono nulla ma si dicono popolo eletto. Si
resta sbalorditi di fronte alla sicumera con cui uno studioso fra i più
accurati della comunicazione, sensibile, ironico, dissacratore, distribuisce
scemenze, e perfino falsità. Sul terrorismo, per esempio. Che colpisce
d'anticipo e d'improvviso. Sfrutta coè il fattore sorpresa della vecchia Arte
militare che si studiava ai corsi Auc, oggi forse desueta, oggi che le guerre
sono collettive, limitate, popolari, costituzionali (parlamentari). Vince
quindi sempre il primo colpo, e anche il secondo e il terzo. Se è efficace si
vede dopo i cinque e prima dei dieci anni, quanti ce ne vogliono agli apparati
istituzionali per organizzarsi e reagire, in Irlanda del nord, contro le
Brigate Rosse, in Afghanistan, contro Al Qaeda.
Più della caduta del Muro ha segnato l'epoca Tienanmen,
l'inizio della globalizzazione. Quando gli Usa decisero di non perseguire gli
antichi nemici cinesi sui diritti umani e anzi di giovarsene per una nuova
ondata di prosperità economica basata sui bassi costi. Un progetto non
contestabile e anzi buono, benché implichi l'abbandono di molte posizioni
acquisite, salariali e d'impiego della forza lavoro. Il ribaltamento delle
posizioni acquisite in America e in Europa è avvenuto all'insegna della libertà
e del progresso di miliardi di asiatici – e non è detto che l'abbattimento
delle barriere sindacali non sia stato un bene per tutti. L'America questo lo ha
subito capito, quasi di istinto – è il West a livello mondiale. L'Europa no.
L'Italia sì, ha capito che non ci sono più gli alti salari
di una volta, né la sicurezza del posto, e imbarca tutta la forza lavoro al
limite della sussistenza che le riesce, portando l'economia nera da un quinto a
un terzo del totale. Ma la sinistra italiana no, e gli intellettuali meno degli
altri: Eco, che è per molti aspetti il migliore di tutti noi, più aggiornato e
più libero, lo dimostra malinconicamente in queste pagine rilette. Facendo per
esempio l'elogio dei no global, che non rappresentano nessuno, come se fossero
la coscienza del mondo. Come se si compiacesse di fare lui il passo del
gambero.Un partito di guitti, chiamato democrazia
Ignazio Marino, medico politicante, uno che si vanta di aver stroncato il chirurgo Marcelletti, che aveva ridato la vita a miglia di bambini, vuole ora distruggere il partito Democratico? Mentre si candida a prenderne la guida, lo accusa infatti di "proteggere" lo stupratore di Roma. Beppe Grillo pure: lui è sempre stato nemico del Pd, di Prodi, D'Alema, Fassino, Rutelli, Veltroni, e ora vuole anche lui dirigerlo. Sembra una gag. Poi ci sono Serracchiani, Adinolfi, e altri personaggi, che nessun o sa chi siano, ma che autorevolemnte interloquiscono nel dibattito congressuale. Tutte prime donne, piccoli mattatori, peprsone dale verità assoloute, tutte comprese nel loro cervello, dhe per altri versi non si segnala.
Sembra poco serio, anche se è democratico, e lo è. Poi c'è Di Pietro, che Veltroni ha elevato a capo partito e ora si divide equamente contro Berlusconi e contro i Democratici, a partire dal presidente Napolitano. Questo free for all non è occasionale, e denuncia lo squagliamento della sinistra - senza altro collante che le barzellette berlusconiane.
Questa alluvione, evento nel quale come è noto tutti gl stronzi vengono a galla, è nella logica delle primarie: chiunque può candidarsi. Primarie che a loro volta mascherano e non risolvono il problema di una politica plebiscitaria, raccolta attorno a questo o quel personaggio, che dei partiti e della politica tenta di farsi scudo, ma senza necessariamente apportarvi idee e voti. E' tuttavia incredibile lo sradicamento della sinistra, che non ha altra faccia o proposta che non sia legata al piccolo protagonismo del primo venuto. Lo stesso regime plebiscitario sanziona una destra robusta, malgrado la debolezza del suo capo, e dunque il difetto non è - non tutto, non primariamente - nel regime politico. Il problema è che il partito Democratico è residuale, è una serie di resti, incollati malamente: i resti di Berlinguer, i resti dei laici, i resti dei vescovi. E anzi di una serie di fallimenti, che la protervia maschera ma non esorcizza, al Sud, al Nord, tra i pensionati e i lavoratori, in famiglia e fuori, con lo Stato, col mercato (quanti patrocini abominevoli!), con l'idea stessa di politica.
A questo punto non c'è soluzione: anche lo scioglimento del Pd nei due o tre tronconi originari, socialista e confessionale, con un terzo eventuale gruppone lasico-radicale, non risolve. Sono formazioni che non avranno peso politico se non in nun nuovo Ulivo, di cui però, a questo punto, mancano i presupposti. L'antiberusconismo ha sorretto Prodi, ma ora ci vorrà ben di più. La rifondazione della sinistra sarà lenta e difficoltosa, ripartendo non da zero, ma da una serie di conflitti, e senza personaggi nuovi, all'altezza - il divario tra Napolitano e questo Pd ne dà un'idea: il presidente sembra di un altro mondo.
Sembra poco serio, anche se è democratico, e lo è. Poi c'è Di Pietro, che Veltroni ha elevato a capo partito e ora si divide equamente contro Berlusconi e contro i Democratici, a partire dal presidente Napolitano. Questo free for all non è occasionale, e denuncia lo squagliamento della sinistra - senza altro collante che le barzellette berlusconiane.
Questa alluvione, evento nel quale come è noto tutti gl stronzi vengono a galla, è nella logica delle primarie: chiunque può candidarsi. Primarie che a loro volta mascherano e non risolvono il problema di una politica plebiscitaria, raccolta attorno a questo o quel personaggio, che dei partiti e della politica tenta di farsi scudo, ma senza necessariamente apportarvi idee e voti. E' tuttavia incredibile lo sradicamento della sinistra, che non ha altra faccia o proposta che non sia legata al piccolo protagonismo del primo venuto. Lo stesso regime plebiscitario sanziona una destra robusta, malgrado la debolezza del suo capo, e dunque il difetto non è - non tutto, non primariamente - nel regime politico. Il problema è che il partito Democratico è residuale, è una serie di resti, incollati malamente: i resti di Berlinguer, i resti dei laici, i resti dei vescovi. E anzi di una serie di fallimenti, che la protervia maschera ma non esorcizza, al Sud, al Nord, tra i pensionati e i lavoratori, in famiglia e fuori, con lo Stato, col mercato (quanti patrocini abominevoli!), con l'idea stessa di politica.
A questo punto non c'è soluzione: anche lo scioglimento del Pd nei due o tre tronconi originari, socialista e confessionale, con un terzo eventuale gruppone lasico-radicale, non risolve. Sono formazioni che non avranno peso politico se non in nun nuovo Ulivo, di cui però, a questo punto, mancano i presupposti. L'antiberusconismo ha sorretto Prodi, ma ora ci vorrà ben di più. La rifondazione della sinistra sarà lenta e difficoltosa, ripartendo non da zero, ma da una serie di conflitti, e senza personaggi nuovi, all'altezza - il divario tra Napolitano e questo Pd ne dà un'idea: il presidente sembra di un altro mondo.
Si scrive Tarantini, si legge Matarrese
C'è una sorta di nemesi, nella sfortuna barese di Berlusconi: della vecchia Dc che infine, dopo avergli teso la posta per quindici anni, è riuscita ad arpionarlo con un ariete cui non avrebbe mai pensato, una puttana non più giovane. A D'Alema non è sembrato vero di sfruttare l'insperata occasione (si scrive Scelsi ma si legge D'Alema). E ai vescovi italiani, vecchi mestatori, che il pontificato lassista del vecchio Ratzinger ha liberato dal morso severo di Giovanni Paolo II e di Ruini, e subito sono tornati alle usate pratiche, di sparigliare per meglio esercitare il potere di veto, sui rom, sui clandestini e ora sulla morale pubblica.
La D'Addario fa capo ai Tarantini. Ma i Tarantini, giovani rampanti, fanno capo politicamente all'ultima grande famiglia ex democristiana di Bari, i Matarrese. Vecchi Dc, che nella sfortuna, fuori dal calcio, impantanati negli affari con gli ecomostri di Punta Perotti, avevano cinque anni fa tentato il rilancio con D'Alema. Sostenendone il candidato sindaco, il giudice Emiliano, in cambio dell'impegno per la sanatoria dei famosi grattacieli residenziali che da Punta Perotti toglevano il mare a buon numero di baresi. D'Alema è stato di parola: l'architetto Piano sollecitamente redasse un progetto di sanatoria. Ma il suo nome non è bastato, e gli ecomostri sono stati demoliti.
Intanto Berlusconi aveva stravinto le elezioni politiche, con una maggioranza di legislatura, e i Matarrese si sono allineati, sperando in un rilancio. Che Antonio aveva già ottenuto alla Lega Calcio, col semplice patrocinio di Galliani (Berlusconi). Sembrava semplice, anche a Berlusconi, che se ne è fidato ciecamente, lui di solito circospetto, di loro e dei loro protetti Tarantini. Al punto che il nipote Matarrese delegato alla politica ha infilato le protette dei Tarantini, somma strafottenza, nella lista di famiglia a sostegno del candidato berlusconiano al Comune. Il resto è noto. Ma la scommessa è che, nel momento agognato da ogni Dc che si rispetti, di vedere l'usurpatore Berlusconi nella polvere, la dinastia dei fratelli Matarrese finisce con loro.
Chi paga Tarantini?
Non chiederemo a Berlusconi come fa ad andare a letto con una donna che ha a Bari una diecina di carichi pendenti. O ad averla in candidata in una delle sue innumerevoli liste, ora che il certificato di buona condota è richiesto anche per salire sul tram. Non si possono dare lezioni a un milanese, di furbizia poi. Resta però che il fatto che il fratello Tarantini intraprendente sperpera un paio di milioni, che non ha, tra Sardegna e Roma, solo per entrare a casa di Berlusconi. Chi gli ha dato tanti soldi? Il copione del complotto vorrebbe i servizi segreti, il giovanotto ha la soma e la lievità di spirito di altri personaggi usati in passato dalle spie, Pazienza, Carboni. Ma i servizi sono oggi Berlusconi. E dunque è Berlusconi che lo paga, magari per la droga, o per le ragazze? O sono i suoi nemici, organizzati in un servizio segreto parallelo, anche di questo c'è stata abbondanza in Italia. Potrebbe essere, i soldi non mancano, di Murdoch o di altri magnati nemici di Berlusconi. E Bari, non si sa, ma non è seconda a Palermo per “raggiramenti”, per infamia. Più di tutto però ama fare le cose in famiglia.
La D'Addario fa capo ai Tarantini. Ma i Tarantini, giovani rampanti, fanno capo politicamente all'ultima grande famiglia ex democristiana di Bari, i Matarrese. Vecchi Dc, che nella sfortuna, fuori dal calcio, impantanati negli affari con gli ecomostri di Punta Perotti, avevano cinque anni fa tentato il rilancio con D'Alema. Sostenendone il candidato sindaco, il giudice Emiliano, in cambio dell'impegno per la sanatoria dei famosi grattacieli residenziali che da Punta Perotti toglevano il mare a buon numero di baresi. D'Alema è stato di parola: l'architetto Piano sollecitamente redasse un progetto di sanatoria. Ma il suo nome non è bastato, e gli ecomostri sono stati demoliti.
Intanto Berlusconi aveva stravinto le elezioni politiche, con una maggioranza di legislatura, e i Matarrese si sono allineati, sperando in un rilancio. Che Antonio aveva già ottenuto alla Lega Calcio, col semplice patrocinio di Galliani (Berlusconi). Sembrava semplice, anche a Berlusconi, che se ne è fidato ciecamente, lui di solito circospetto, di loro e dei loro protetti Tarantini. Al punto che il nipote Matarrese delegato alla politica ha infilato le protette dei Tarantini, somma strafottenza, nella lista di famiglia a sostegno del candidato berlusconiano al Comune. Il resto è noto. Ma la scommessa è che, nel momento agognato da ogni Dc che si rispetti, di vedere l'usurpatore Berlusconi nella polvere, la dinastia dei fratelli Matarrese finisce con loro.
Chi paga Tarantini?
Non chiederemo a Berlusconi come fa ad andare a letto con una donna che ha a Bari una diecina di carichi pendenti. O ad averla in candidata in una delle sue innumerevoli liste, ora che il certificato di buona condota è richiesto anche per salire sul tram. Non si possono dare lezioni a un milanese, di furbizia poi. Resta però che il fatto che il fratello Tarantini intraprendente sperpera un paio di milioni, che non ha, tra Sardegna e Roma, solo per entrare a casa di Berlusconi. Chi gli ha dato tanti soldi? Il copione del complotto vorrebbe i servizi segreti, il giovanotto ha la soma e la lievità di spirito di altri personaggi usati in passato dalle spie, Pazienza, Carboni. Ma i servizi sono oggi Berlusconi. E dunque è Berlusconi che lo paga, magari per la droga, o per le ragazze? O sono i suoi nemici, organizzati in un servizio segreto parallelo, anche di questo c'è stata abbondanza in Italia. Potrebbe essere, i soldi non mancano, di Murdoch o di altri magnati nemici di Berlusconi. E Bari, non si sa, ma non è seconda a Palermo per “raggiramenti”, per infamia. Più di tutto però ama fare le cose in famiglia.
domenica 12 luglio 2009
Le foto promesse del "Sunday Times"
Non le ha pubblicate ieri, e aspettiamo con ansia il prossimo week-end: il "Sunday Times" non può deluderci. Aveva promesso, nelle more del vertice italiano del G 8, col furioso attacco britannico all'Italia, foto molto compromettenti di Berlusconi, e poi non ce le aveva. O ce le ha e non le pubblica. La delusione sarebbe massima. Sia perché si tratta di un giornale inglese, onesto quindi per definizione. Sia perché è un giornale di Murdoch, lo Squalo che ha deciso di azzannare Berlusconi, e per il quale tutta l'Italia bella-e-buona fa il tifo.
Può darsi naturalmente che il "Sunday Times" bluffasse. Il bluff è parte del gioco, e gli inglesi amano i giochi. Ma può anche darsi che la proprietà, come si suol dire, abbia consigliato prudenza: è sotto tiro a Londra per avere intercettato alcune migliaia di personaggi illustri, e troverà buono evitare per un periodo altri incidenti di percorso, benché protetta da Scotland Yard e i servizi britannici. La prudenza, per una volta, dello Squalo si giustifica anche per la trattativa che ha in Italia con la Rai e che è essenziale per il successo della sua rete tv a pagamento Sky: se Raisat esce dalla piattaforma Sky, Murdoch dovrà investire parecchi soldi, soldi veri, per compensare il buco (le reti Raisat sono le più viste). Ora, non è la Rai assoggettata a Berlusconi?
Resta il fatto che le foto non sono state pubblicate. Dopo che il vertice dell'Aquila ha avallato Berlusconi, su iniziativa del presidente americano Obama, e anzi ne ha voluto consolidare il governo. Che non vuol dire che c'è un complotto, o una organizzaizone dell'informazione. E tuttavia: che informazione è questa? Del "Sunday Times" non solo, ma di mezza Europa, che fa fuoco e fiamme alla vigilia di un vertice contro l'Italia, e il giorno dopo tace? Non insiste, ma non dice nemmeno "ci siamo sbagliati, scusateci"? Semplice, non è informazione. I grandi giornali europei sono piccoli giornali, che vivono al laccio di piccoli interessi, nazionalistici, affaristici, padronali. Specie quelli inglesi.
Può darsi naturalmente che il "Sunday Times" bluffasse. Il bluff è parte del gioco, e gli inglesi amano i giochi. Ma può anche darsi che la proprietà, come si suol dire, abbia consigliato prudenza: è sotto tiro a Londra per avere intercettato alcune migliaia di personaggi illustri, e troverà buono evitare per un periodo altri incidenti di percorso, benché protetta da Scotland Yard e i servizi britannici. La prudenza, per una volta, dello Squalo si giustifica anche per la trattativa che ha in Italia con la Rai e che è essenziale per il successo della sua rete tv a pagamento Sky: se Raisat esce dalla piattaforma Sky, Murdoch dovrà investire parecchi soldi, soldi veri, per compensare il buco (le reti Raisat sono le più viste). Ora, non è la Rai assoggettata a Berlusconi?
Resta il fatto che le foto non sono state pubblicate. Dopo che il vertice dell'Aquila ha avallato Berlusconi, su iniziativa del presidente americano Obama, e anzi ne ha voluto consolidare il governo. Che non vuol dire che c'è un complotto, o una organizzaizone dell'informazione. E tuttavia: che informazione è questa? Del "Sunday Times" non solo, ma di mezza Europa, che fa fuoco e fiamme alla vigilia di un vertice contro l'Italia, e il giorno dopo tace? Non insiste, ma non dice nemmeno "ci siamo sbagliati, scusateci"? Semplice, non è informazione. I grandi giornali europei sono piccoli giornali, che vivono al laccio di piccoli interessi, nazionalistici, affaristici, padronali. Specie quelli inglesi.
Contro Berlusconi - e contro la Rai?
Il consigliere Rizzo Nervo non vuole che la Rai lasci Murdoch (Sky). Non vuole nemmeno che la Rai si faccia aumentare i diritti da Murdoch. Rizzo Nervo è insomma per Sky, e vuole che si sappia. Ma è consigliere Rai. Nominato dalla sinistra, e questo passi - questa sinistra democratica ha fatto di peggio, sotto le spoglie della lotta a Berlusconi, che patrocinare i Murdoch e tanti altri avventurieri, anzi farsene patrocinare. Ma come è possibile che un consigliere Rai faccia la politica della conorrenza?
Rizzo Nervo, essendo democratico, è al di sopra di ogni sospetto. Inoltre, è cattolico, e quindi non ha colpa. Ma non c'è un giudice a Roma? E il Tesoro non ha da obiettare, che a fine anno dovrà ripianare il buco della Rai?
Succedono cose strane in questa guerra tra Sky e Mediaset, cioè tra Murdoch e Berlusconi. Con i giornali di Murdoch, in prima linea i britannici, schierati nelle turpitudini. La lotta insomma è spietata - anche se Berlusconi, stranamente, sembra non difendersi, sembra non volerlo più che non poterlo o saperlo fare. Raisat, il gruppo satellitare della Rai, ha in scadenza a fine mese il contratto settennale che la lega a Sky. Per un canone non eccelso di 50 milioni, l'anno. Abbondantemente superati dalla pubblicità che Raisat raccoglie.
A questa scadenza settennale il monopolio satellitare di Sky è sfidato da Mediaset, come i lettori di questo sito sanno - e, stranamente, solo loro. Finora Mediaset Premium s'era accontentata di fare la tv pay-per view, a gettone cioè, per evento. Ora, con la pubblicità in calo, scopre le gioie della pay-tv in abbonamento, pagato preventivamente, fidelizzabile. Anche per gli ampi margini di concorrenza che i costosi abbonamenti di Sky aprono, imposti finora in regime di monopolio.
L'entrata in campo di Mediaset aveva offerto alla Rai, quando ancora Berlusconi non era al governo, l'opportunità di allearvisi. Di diventare anzi il pezzo forte della nuova rete satellitare, con la sua enorme library di successi. E comunque di accedere alle laute entrate da abbonamento. Da abbonamento vero, commemrciale, non regolato per legge. Una concorrenza Rai-Mediaset sarabbe stata per il monopolista sicuramente disastrosa. Da qui la campagna antitaliana di Murdoch, prima contro Prodi poi contro Berlusconi. In parte coperta con la regale apertura a Milano, Italy, nella visita di poche ore che ha avuto la magnanimità di concedere due settimane fa, e con le fiorellate - tanto lacrimevoli quanto galvanizzanti per la romana sinistra pariolina.
Lo scontro si pensava in via di remissione dopo l'intervento cardinalizio del sottosegretario Letta. Che avrebbe consigliato di lasciare Raisat a Sky, solo incrementando il canone. Non una grande idea, e nemmeno una buona posizone negoziale. Non con Murdoch, uno noto per non fare prigionieri, il suo buon nemico è uno morto.
Murdoch ora non vuole dare a Raisat nemmeno l'aumento, non uno che pesi. Succede negli affari ed è anzi normale, che uno sia più abile dell'altro. Ma che Murdoch possa consentirsi di schierare Rizzo Nervo, tanto più "a gratis", è una garanzia di impunibilità. Agli Squali è consentito, ma da parte di chi?
Rizzo Nervo, essendo democratico, è al di sopra di ogni sospetto. Inoltre, è cattolico, e quindi non ha colpa. Ma non c'è un giudice a Roma? E il Tesoro non ha da obiettare, che a fine anno dovrà ripianare il buco della Rai?
Succedono cose strane in questa guerra tra Sky e Mediaset, cioè tra Murdoch e Berlusconi. Con i giornali di Murdoch, in prima linea i britannici, schierati nelle turpitudini. La lotta insomma è spietata - anche se Berlusconi, stranamente, sembra non difendersi, sembra non volerlo più che non poterlo o saperlo fare. Raisat, il gruppo satellitare della Rai, ha in scadenza a fine mese il contratto settennale che la lega a Sky. Per un canone non eccelso di 50 milioni, l'anno. Abbondantemente superati dalla pubblicità che Raisat raccoglie.
A questa scadenza settennale il monopolio satellitare di Sky è sfidato da Mediaset, come i lettori di questo sito sanno - e, stranamente, solo loro. Finora Mediaset Premium s'era accontentata di fare la tv pay-per view, a gettone cioè, per evento. Ora, con la pubblicità in calo, scopre le gioie della pay-tv in abbonamento, pagato preventivamente, fidelizzabile. Anche per gli ampi margini di concorrenza che i costosi abbonamenti di Sky aprono, imposti finora in regime di monopolio.
L'entrata in campo di Mediaset aveva offerto alla Rai, quando ancora Berlusconi non era al governo, l'opportunità di allearvisi. Di diventare anzi il pezzo forte della nuova rete satellitare, con la sua enorme library di successi. E comunque di accedere alle laute entrate da abbonamento. Da abbonamento vero, commemrciale, non regolato per legge. Una concorrenza Rai-Mediaset sarabbe stata per il monopolista sicuramente disastrosa. Da qui la campagna antitaliana di Murdoch, prima contro Prodi poi contro Berlusconi. In parte coperta con la regale apertura a Milano, Italy, nella visita di poche ore che ha avuto la magnanimità di concedere due settimane fa, e con le fiorellate - tanto lacrimevoli quanto galvanizzanti per la romana sinistra pariolina.
Lo scontro si pensava in via di remissione dopo l'intervento cardinalizio del sottosegretario Letta. Che avrebbe consigliato di lasciare Raisat a Sky, solo incrementando il canone. Non una grande idea, e nemmeno una buona posizone negoziale. Non con Murdoch, uno noto per non fare prigionieri, il suo buon nemico è uno morto.
Murdoch ora non vuole dare a Raisat nemmeno l'aumento, non uno che pesi. Succede negli affari ed è anzi normale, che uno sia più abile dell'altro. Ma che Murdoch possa consentirsi di schierare Rizzo Nervo, tanto più "a gratis", è una garanzia di impunibilità. Agli Squali è consentito, ma da parte di chi?
Secondi pensieri (28)
zeulig
Abbondanza - Cambia il senso della giustizia, che non è più uguaglianza. Né si può dire innecessaria: l'abbondanza è più sostanziale per la giustizia della uguaglianza. La stessa uguaglianza - o redistribuzione - non si può fare che nell'abbondanza.
Amore - È una forma di resistenza, anch'essa, alla perversione della natura. È una superiore forma di raziocinio, contro le derive mentali,.di un assuirdo egotismo, o degli istinti.
Non dura cinque anni, L'ottanta per cento dei prigionieri rimpatriati nelò 1945, nota Camus, erano attesi da un divorzio.
Anarchia - È dei ricchi? Alcuni bisogni sono ineliminabuili, e dunque vanno pagati.
Arte - È la forma, che altro? Dà forma a materiali inerti, a cose che in sé non ne hanno.
Anche l'esistenza è forma: prende vita - contorni, identità - con la forma, del pensiero, dell'arte, dell'etica.
Bugia - Diventa inafferrabille se il suo autore ne è anche regista (Epimenide, Amleto), non nel caso del bugiado semplice attore (Pinocchio). Per questo sono inestricabili gli intrighi montati dalla polizia.
Però sono manifesti.
Una lieve "pesa " più di una pesante: una commissione inventata per passare un'ora in chiacchiere con un amico più di una inventata per mascherare un appuntamento galante. Il fatto pesante giustifica la bugia - è una forma di difesa. Altrimenti essa è effettivamente bugiarda.
Diavolo - Diventa quanto di meglio l'uomo abbia saputo escogitare se la verità è quella dei mistici, l'abbandono in Dio. Un buon diavolo sarebbe Platone.
Dio - Se ne parla troppo ora che non se ne parla. La perdita del divino viene con le chiacchiere: Dio muore per l'incapacità di immaginarselo (crearselo), è una forma della sterilità.
Prima dell'uomo non c'era.
È la sola garanzia della libertà. Della virtù, cioè: chi ha fatto senza, non è approdato a nulla.
Non può che avere una visione astratta della vita e del mondo. Per una questione di ottica (punti di vista), dovendo abbracciare tanti miliardi di galassie.
Con i popoli del Libro deve continuamente giistificarsi: dare energia ai progetti, e pezze d'appoggio ai teologi, rabbini, mullah, e a ogni altro con le tavole del divino. Dappertutto Dio ha vita grama, appropriato dai sacerdoti, che ne fanno commercio, ma con i popoli del Libro è guerra cronica. Ora lo sfidano atei, ora agnostici, ora mistici, e sempre lo sezionano con l'esegesi. Perfino al diavolo lo apparentano, il nichilismo, l'edonismo, l'irenismo., la violencia, l'ascesi, e la teologia negativa. Gente senza pace che tuttavia accunmula. Più di chiunque altro: le origini del capitalismo sono nel Libro e nei popoli del Libro. Non in quanto cristiani (Max Weber) o ebrei (Sombart), ma in quanto contestatori di Dio.
Con gli attrbuti catechistici dev'essere uno che si annoia a morte. Sarà per questo che è un collerico. Riprovare tutte le dita nel naso dev'essere anche faticoso.
La chiave se la dà da sé, se creò l'uomo a propria immagine e somiglianza - a meno che non fosse solo per la veduta. "Nemo bonus" dirà sant'Agostino, non contradetto.
Le preghiere non l'offendono? Un Dio che si fa pregare... Si faceva con gli dei, perché la preghiera era un'offerta, comoda per i loro sacerdoti. Forse Dio ha bisogno di sentirsi meno solo?
Le prove dell'impossibilità di dimostrarne l'esistenza (Kant, Schopenhauer) sono le prove dell'inutilità della filosofia. Della filosofia post-tomista, speculare a quell'altra inutilità che è la teologia - Dio essere? delimitato, misurato, magari antropomorfo, e anzi con la barba... Che c'entra la filosofia con Dio, se non è essa stessa Dio?
Avrà pure creato il mondo, ma l’ha lasciato abbandonato a se stesso. Questo sarà blasfemo, ma è teologia. Dio non è il signore della storia, cassata è l’innocenza. Le nascite, le morti, il bene, il male, questi ghirigori non appartengono a Dio. La salvezza nella storia è l’ateismo degli ebrei, che pretendono di accrescere Dio con l’umanità, l’eternità con il tempo. E familiari di Dio lo irridono a volte, come ogni vecchio.
Dio s’è ristretto, lo diceva già Isacco Luria nella sua cabala: per lo zimzum, moto entropico, Dio si mette sempre più da parte, lasciando il posto al vuoto, al niente, e all’umanità. Lo spiega, contrito, Levinas: "I diritti dell’uomo costituiscono una congiunzione con l’idea di Dio". Consolidando l’ateismo: "È compito dell’uomo salvare l’uomo: la modalità divina di riparare la miseria consiste nel non fare intervenire Dio. La vera correlazione fra l’uomo e Dio dipende da una relazione fra l’uomo e l’uomo, in cui l’uomo assume la piena responsabilità, come se non ci fosse un Dio su cui contare".
D’altronde, qual è il rapporto di causa ed effetto nella prima guerra mondiale? E nella seconda? E in tutte le guerre? La storia non porta a Dio direttamente. Direttamente ce ne allontana. Il Regno di Dio è trascendente. La storia manterrà fino alla fine dei tempi la sua ambiguità e il mistero.
Si può anche dire che il nulla è Dio per la cabala - e non solo, tutto si annulla all’origine della vita, ma soprattutto per la cabala. Lo spiega Scholem, senza malizia: "La pienezza d’essere del Dio nascosto, trascendente rispetto a ogni conoscenza, nel-l’atto originario dell’e". manazione, diventa nulla". Cioè: "I cabalisti sarebbero riusciti meglio come fenomenologi".
Don Giovanni - Si distrae dalla morte. E' un metafisico che si tiene occupato.
Nichilismo - Non crede a Dio, ma al diavolo sì.
Se l'umanità è nichilista - l'agente del nichilismo - certo c'è un diavolo. Oppure un Dio.
E' un idealismo - ne è il rovesciamento: una proiezione immaginaria. Non tiene da nessuna parte, la nascita, la morte, l'accoppiamento, o il campo libero dell fantasia - la chimera è una realtà - e della socialità.
E' maleducato, un rutto: è ributtare sul mondo la sazietà. Non c'è povertà nichilista.
Nichilismo vero è quello della devozione, l'abbandono in Dio. Senza opere ma anche senza la fede, che è incessante. Non le bestemmiole di Nietzsche, o dei manieratissimi epigoni - rifiuto di rifiuto dei presupposti hegeliani, la ragione della rivoluzione borghese (c'è ancora passione, se non altro per la contraddizione).
Pudore - Non è più una virtù, e non fa i santi. I santi un tempo si nascondevano, nelle grotte, nel deserto, alcuni andavano perfino in letargo, per sette o settant'anni. Oggi verrebbero dimenticati, col giornale del giorno dopo.
Tempo - E' senza capo né coda, quindi non è. La stessa storia, madre-figlia del tempo, ha problemi a definirsi di un tempo preciso.
E' questo il senso della vita - o della morte: in realtà non si muore, si è dentro il tempo. Anche prosaica,ente: si è sempre affaccendati, anche nell'ozio. Ma questo annulla il tempo. Lo dilata, lo accorcia.
zeulig@antiit.eu
Abbondanza - Cambia il senso della giustizia, che non è più uguaglianza. Né si può dire innecessaria: l'abbondanza è più sostanziale per la giustizia della uguaglianza. La stessa uguaglianza - o redistribuzione - non si può fare che nell'abbondanza.
Amore - È una forma di resistenza, anch'essa, alla perversione della natura. È una superiore forma di raziocinio, contro le derive mentali,.di un assuirdo egotismo, o degli istinti.
Non dura cinque anni, L'ottanta per cento dei prigionieri rimpatriati nelò 1945, nota Camus, erano attesi da un divorzio.
Anarchia - È dei ricchi? Alcuni bisogni sono ineliminabuili, e dunque vanno pagati.
Arte - È la forma, che altro? Dà forma a materiali inerti, a cose che in sé non ne hanno.
Anche l'esistenza è forma: prende vita - contorni, identità - con la forma, del pensiero, dell'arte, dell'etica.
Bugia - Diventa inafferrabille se il suo autore ne è anche regista (Epimenide, Amleto), non nel caso del bugiado semplice attore (Pinocchio). Per questo sono inestricabili gli intrighi montati dalla polizia.
Però sono manifesti.
Una lieve "pesa " più di una pesante: una commissione inventata per passare un'ora in chiacchiere con un amico più di una inventata per mascherare un appuntamento galante. Il fatto pesante giustifica la bugia - è una forma di difesa. Altrimenti essa è effettivamente bugiarda.
Diavolo - Diventa quanto di meglio l'uomo abbia saputo escogitare se la verità è quella dei mistici, l'abbandono in Dio. Un buon diavolo sarebbe Platone.
Dio - Se ne parla troppo ora che non se ne parla. La perdita del divino viene con le chiacchiere: Dio muore per l'incapacità di immaginarselo (crearselo), è una forma della sterilità.
Prima dell'uomo non c'era.
È la sola garanzia della libertà. Della virtù, cioè: chi ha fatto senza, non è approdato a nulla.
Non può che avere una visione astratta della vita e del mondo. Per una questione di ottica (punti di vista), dovendo abbracciare tanti miliardi di galassie.
Con i popoli del Libro deve continuamente giistificarsi: dare energia ai progetti, e pezze d'appoggio ai teologi, rabbini, mullah, e a ogni altro con le tavole del divino. Dappertutto Dio ha vita grama, appropriato dai sacerdoti, che ne fanno commercio, ma con i popoli del Libro è guerra cronica. Ora lo sfidano atei, ora agnostici, ora mistici, e sempre lo sezionano con l'esegesi. Perfino al diavolo lo apparentano, il nichilismo, l'edonismo, l'irenismo., la violencia, l'ascesi, e la teologia negativa. Gente senza pace che tuttavia accunmula. Più di chiunque altro: le origini del capitalismo sono nel Libro e nei popoli del Libro. Non in quanto cristiani (Max Weber) o ebrei (Sombart), ma in quanto contestatori di Dio.
Con gli attrbuti catechistici dev'essere uno che si annoia a morte. Sarà per questo che è un collerico. Riprovare tutte le dita nel naso dev'essere anche faticoso.
La chiave se la dà da sé, se creò l'uomo a propria immagine e somiglianza - a meno che non fosse solo per la veduta. "Nemo bonus" dirà sant'Agostino, non contradetto.
Le preghiere non l'offendono? Un Dio che si fa pregare... Si faceva con gli dei, perché la preghiera era un'offerta, comoda per i loro sacerdoti. Forse Dio ha bisogno di sentirsi meno solo?
Le prove dell'impossibilità di dimostrarne l'esistenza (Kant, Schopenhauer) sono le prove dell'inutilità della filosofia. Della filosofia post-tomista, speculare a quell'altra inutilità che è la teologia - Dio essere? delimitato, misurato, magari antropomorfo, e anzi con la barba... Che c'entra la filosofia con Dio, se non è essa stessa Dio?
Avrà pure creato il mondo, ma l’ha lasciato abbandonato a se stesso. Questo sarà blasfemo, ma è teologia. Dio non è il signore della storia, cassata è l’innocenza. Le nascite, le morti, il bene, il male, questi ghirigori non appartengono a Dio. La salvezza nella storia è l’ateismo degli ebrei, che pretendono di accrescere Dio con l’umanità, l’eternità con il tempo. E familiari di Dio lo irridono a volte, come ogni vecchio.
Dio s’è ristretto, lo diceva già Isacco Luria nella sua cabala: per lo zimzum, moto entropico, Dio si mette sempre più da parte, lasciando il posto al vuoto, al niente, e all’umanità. Lo spiega, contrito, Levinas: "I diritti dell’uomo costituiscono una congiunzione con l’idea di Dio". Consolidando l’ateismo: "È compito dell’uomo salvare l’uomo: la modalità divina di riparare la miseria consiste nel non fare intervenire Dio. La vera correlazione fra l’uomo e Dio dipende da una relazione fra l’uomo e l’uomo, in cui l’uomo assume la piena responsabilità, come se non ci fosse un Dio su cui contare".
D’altronde, qual è il rapporto di causa ed effetto nella prima guerra mondiale? E nella seconda? E in tutte le guerre? La storia non porta a Dio direttamente. Direttamente ce ne allontana. Il Regno di Dio è trascendente. La storia manterrà fino alla fine dei tempi la sua ambiguità e il mistero.
Si può anche dire che il nulla è Dio per la cabala - e non solo, tutto si annulla all’origine della vita, ma soprattutto per la cabala. Lo spiega Scholem, senza malizia: "La pienezza d’essere del Dio nascosto, trascendente rispetto a ogni conoscenza, nel-l’atto originario dell’e". manazione, diventa nulla". Cioè: "I cabalisti sarebbero riusciti meglio come fenomenologi".
Don Giovanni - Si distrae dalla morte. E' un metafisico che si tiene occupato.
Nichilismo - Non crede a Dio, ma al diavolo sì.
Se l'umanità è nichilista - l'agente del nichilismo - certo c'è un diavolo. Oppure un Dio.
E' un idealismo - ne è il rovesciamento: una proiezione immaginaria. Non tiene da nessuna parte, la nascita, la morte, l'accoppiamento, o il campo libero dell fantasia - la chimera è una realtà - e della socialità.
E' maleducato, un rutto: è ributtare sul mondo la sazietà. Non c'è povertà nichilista.
Nichilismo vero è quello della devozione, l'abbandono in Dio. Senza opere ma anche senza la fede, che è incessante. Non le bestemmiole di Nietzsche, o dei manieratissimi epigoni - rifiuto di rifiuto dei presupposti hegeliani, la ragione della rivoluzione borghese (c'è ancora passione, se non altro per la contraddizione).
Pudore - Non è più una virtù, e non fa i santi. I santi un tempo si nascondevano, nelle grotte, nel deserto, alcuni andavano perfino in letargo, per sette o settant'anni. Oggi verrebbero dimenticati, col giornale del giorno dopo.
Tempo - E' senza capo né coda, quindi non è. La stessa storia, madre-figlia del tempo, ha problemi a definirsi di un tempo preciso.
E' questo il senso della vita - o della morte: in realtà non si muore, si è dentro il tempo. Anche prosaica,ente: si è sempre affaccendati, anche nell'ozio. Ma questo annulla il tempo. Lo dilata, lo accorcia.
zeulig@antiit.eu
venerdì 10 luglio 2009
La scoperta della globalizzazione
Sotto il nome di globalizzazione è criticata dai filosofi e rifiutata da molti, non solo dai no global. Ma nel fatto c'è una verita inoppugnabile: l'irrompere dei dannati della terra, i miliardi di essere umani dell'Asia, dell'Amerca Latina e dell'Africa, fuori dall'innocuo Terzo mondo, da tacitare con gli aiuti, a comprimari del mercato mondiale. Una sorta d'invasione di campo, se si vuole, del mercato ristretto fino a venti anni fa a un miliardo, al massimo, di cittadini del monodl quelli dell'Ocse, o paesi industrializzati. L'accettazione all'Aquila di questa realtà, compresi i Gheddafi e gli Zuma, sancisce un mutamento talmente radicale che sa di miracolo, se solo si ritorna indietro appunto di venti anni: non c'è economia, non c'è commercio, non c'è finanza, se non inseme con l'Asia, con l'America Latina e con l'Africa. Con alcuni di più, con altri di meno, specie in Africa, e tuttavia il mercato è per tutti. Il Brasile si può definire, che solo venti anni fa era sotto l'incubo dei militari, un paese industrializzato. O il Cile. O il Perù, che ha il più lungo periodo di crescita della storia dei cicli economici. La Cina ha il più alto tasso di sviluppo del mondo, l'India eccetera. Con un salto anch'esso molto alto nel rispetto dei diritti umanitari e sociali, senza più sfruttamento della manodopera infantile, con retribuzioni non più di fame.
Più della caduta del Muro ha segnato l'epoca Tienanmen, l'inizio della globalizzazione. Quando gli Usa decisero di non perseguire gli antichi nemici cinesi sui diritti umani e anzi di giovarsene per una nuova ondata di prosperità economica basata sui bassi costi. Un obiettivo non contestabile e anzi buono, benché implichi l'abbandono di molte posizioni acquisite, salariali e d'impiego della forza lavoro, in Europa, negli Usa e negli altri paesi industriali. Il ribaltamento delle posizioni acquisite è avvenuto all'insegna della libertà e del progresso di miliardi di asiatici – e non è detto che l'abbattimento delle barriere sindacali non sia stato un bene per tutti.
L'America questo lo ha subito capito, d'istinto – è il West a livello mondiale. L'Europa no. L'Italia sì, ha capito che non ci sono più gli alti salari di una volta, né la sicurezza del posto, e imbarca tutta la forza lavoro al limte della sussistenza che le riesce, portando l'economia nera da un quinto a un terzo del totale. Ma la sinistra italiana no, e gli intellettuali meno degli altri. Si fa l'elogio dei no global, che non rappresentano nessuno, come se fossero la coscienza del mondo
Più della caduta del Muro ha segnato l'epoca Tienanmen, l'inizio della globalizzazione. Quando gli Usa decisero di non perseguire gli antichi nemici cinesi sui diritti umani e anzi di giovarsene per una nuova ondata di prosperità economica basata sui bassi costi. Un obiettivo non contestabile e anzi buono, benché implichi l'abbandono di molte posizioni acquisite, salariali e d'impiego della forza lavoro, in Europa, negli Usa e negli altri paesi industriali. Il ribaltamento delle posizioni acquisite è avvenuto all'insegna della libertà e del progresso di miliardi di asiatici – e non è detto che l'abbattimento delle barriere sindacali non sia stato un bene per tutti.
L'America questo lo ha subito capito, d'istinto – è il West a livello mondiale. L'Europa no. L'Italia sì, ha capito che non ci sono più gli alti salari di una volta, né la sicurezza del posto, e imbarca tutta la forza lavoro al limte della sussistenza che le riesce, portando l'economia nera da un quinto a un terzo del totale. Ma la sinistra italiana no, e gli intellettuali meno degli altri. Si fa l'elogio dei no global, che non rappresentano nessuno, come se fossero la coscienza del mondo
Guerre stellari in Afghanistan
Se c'è una terra straniera conosciuta questa è l'Afghanistan, per via di "Kim" e gli altri racconti della frontierea di Kipling. Dove però si combatte, l'Italia da tempo combatte, una guerra che più remota non si potrebbe. Per effetto della remoteness della politica americana, che dal Golfo, ma già da prima, dalle guerre stellari di Reagan, ha portato la guerra negli omonim film alla Lucas, tirandola fuori dal diritto internazionale e dalle umane sofferenze. Vi si muore, e anche in grandi numeri, ma si intendono le guerre come delle lezioni, da dare a questo e a quello, sulla base di un titolo non dichiarato ma ovvio. Già nel 1969 Ballard immaginava in un racconto il suo paese desertizzato in una vaga resistenza contro gli Stati Uniti, che lo occupavano senza una ragione detta, e il suo paese era la Gran Bretagna. Era una trasposizione della "inutile" guerra al Vietnam, che Ballard come tanti avversava, ma l'ordinarietà dell'evento ora non è più una sorpresa.
Apparentemente, è questo un esito della politica dei diritti umani, che ha soppiantato il diritto di non intervento. In realtà, non c'è una guerra umanitaria, c'è un non dichiarato diritto d'intervento, per ogni fine, anche non "buono", e a nessun effetto, se non, il più spesso, peggiorativo, per gli stessi diritti umani. Solo si può dire quello che avviene, che gli americani sono da circa venti anni sempre in una qualche guerra, talvolta in due e tre insieme, remoti gestori di un impero che non considerano e non conoscono. Obama, il Grande Capo più umano di questo Impero, ha perfino la sagoma del perfetto androide, che parla come l'aquila dello stemma, guardando da destra e da sinistra (in realtà legge i messaggi prefabbricati dalla Forza Oscura....), figlio di un africano uscito dal bush e ivi scomparso, di una madre fattrice bianca di cui altro nin sa, educato nelle remote Hawai da vecchi saggi, in figura di nonni...
L'asse con la Cina
C'è una aloofness della politica americana, un unilateralismo non dichiarato ma indiscusso, piano, nei fatti. Se non dalle guerre stellari di Reagan, da Tienamen e dalla caduta del Muro, dal fatidco 1989 che ha segnato il crollo dell'impero del Male. La mancata punizione della Cina per Tienanmen - niente embarghi, e anzi una simbiosi economica pervasiva, dalla spesa minuta del povero alle riserve in dollari - è il pegno dell'asservimento di Pechino (che comunque resta un concorente formidabilmente debole, con tutta la sua miliardaria popolazione e i suoi tassi di crescita paperoniani: l'impero celeste si disgrega sempre - o anche si può fermare, dotandolo di automobili: il consumismo dev'essere contingentato in Cina). E questo è tutto "l'asse con la Cina" privilegiato. Di tutte le possibili reazioni al terrorismo di Al Qaeda, per converso, la guerra è stata la sola scelta. Con l'Europa non c'è stata la reazione raccontata da Ballard, l'Europa non esiste. E tuttavia con la Russia qualcosa del genere l'America ha tentato e tenta, con la sola dissuazione, prontamente messa sul tavolo da Putin, della guerra nucleare.
Apparentemente, è questo un esito della politica dei diritti umani, che ha soppiantato il diritto di non intervento. In realtà, non c'è una guerra umanitaria, c'è un non dichiarato diritto d'intervento, per ogni fine, anche non "buono", e a nessun effetto, se non, il più spesso, peggiorativo, per gli stessi diritti umani. Solo si può dire quello che avviene, che gli americani sono da circa venti anni sempre in una qualche guerra, talvolta in due e tre insieme, remoti gestori di un impero che non considerano e non conoscono. Obama, il Grande Capo più umano di questo Impero, ha perfino la sagoma del perfetto androide, che parla come l'aquila dello stemma, guardando da destra e da sinistra (in realtà legge i messaggi prefabbricati dalla Forza Oscura....), figlio di un africano uscito dal bush e ivi scomparso, di una madre fattrice bianca di cui altro nin sa, educato nelle remote Hawai da vecchi saggi, in figura di nonni...
L'asse con la Cina
C'è una aloofness della politica americana, un unilateralismo non dichiarato ma indiscusso, piano, nei fatti. Se non dalle guerre stellari di Reagan, da Tienamen e dalla caduta del Muro, dal fatidco 1989 che ha segnato il crollo dell'impero del Male. La mancata punizione della Cina per Tienanmen - niente embarghi, e anzi una simbiosi economica pervasiva, dalla spesa minuta del povero alle riserve in dollari - è il pegno dell'asservimento di Pechino (che comunque resta un concorente formidabilmente debole, con tutta la sua miliardaria popolazione e i suoi tassi di crescita paperoniani: l'impero celeste si disgrega sempre - o anche si può fermare, dotandolo di automobili: il consumismo dev'essere contingentato in Cina). E questo è tutto "l'asse con la Cina" privilegiato. Di tutte le possibili reazioni al terrorismo di Al Qaeda, per converso, la guerra è stata la sola scelta. Con l'Europa non c'è stata la reazione raccontata da Ballard, l'Europa non esiste. E tuttavia con la Russia qualcosa del genere l'America ha tentato e tenta, con la sola dissuazione, prontamente messa sul tavolo da Putin, della guerra nucleare.
lunedì 6 luglio 2009
Ombre - 23
Una video-intervista molto lusinghiera con D’Addario campeggia sabato e domenica sul “Paίs” online, il giornale spagnolo. La didascalia dice la D’Addario “prostituta” ma la ripresa è fissa sull’angolo ancora vantaggioso della donna. Tre takes, tredici minuti, venti-venticinque pagine di testo.
È una cosa lubrica? Forse per gli spagnoli - ma il video non è tra i più cliccati. È informazione? Gli inviati spagnoli insistono, in non buono italiano: “È preoccupata?”, “No”, “Non è preoccupata?”, “No”, “Non si sente minacciata?”, “No”.
Con l’aiuto dei volenterosi castigliani la donna mette anche il paletto decisivo: “Perché è andata alla Procura?” “Io non ci sono andata: sono venuti loro a prendermi”. Il giudice Scelsi è avvisato.
Tutto questo nel miglior giornale spagnolo. Socialista.
Obama, il presidente degli Stati Uniti, si reca in visita a Mosca, per due giorni. Non capita tutti i giorni, e non è chi non veda l’importanza della visita. Eccetto che in Italia, dove, si dice, Obama potrebbe chiedere “la mediazione di Berlusconi”.
Si dice per ridere? Per provocare, siamo tutti antiberlusconiani? Per stupidità? La stupidità esiste.
Le ronde civiche saranno anche un segno di barbarie. Sono, di certo, un ritorno indietro di due secoli, a quando la cattura dei criminali era, a Londra, a Parigi, e in molte parti d’Europa, una funzione privata. Ma sono state autorizzate da tempo e attuate localmente, in Comuni amministrati dalla sinistra, nel Veneto, nel Friuli, in Emilia, nella Romagna, in Toscana, in Piemonte, oltre un centinaio, per lo più nelle città. Si grida allo scandalo giusto per riempire il minutaggio in tv che la par condicio impone (si pensava che lo garantisse)?
A Milano la ronda esiste da tempo, pagata dal Comune. Che ora, dopo la legge, non potrà più pagarla.
Ecclestone dopo Mosley, la Formula 1 si dichiara nazista. Senza scandalo per i giornali inglesi. Che amano il pettegolezzo, ma selettivo.
Ecclestone poi è baronetto della regina. Mosley no, ma è figlio cadetto di un Lord, e di lady Cynthia Curzon, che era figlia del vicerè delle Indie.
Ecclestone e Max Mosley dichiaravano simpatie laburiste nei lunghi anni di Tony Blair. Anche Lord Mosley, Sir Oswald, fu fabiano, cioè quasi socialista, prima di fondare le Camicie Nere inglesi, nazista professo.
Che non vuol dire nulla, se non che il nazismo non era impopolare e non è morto.
Dice Bossi venerdì che le chiacchiere su Berlusconi sono roba di servizi segreti. Che non è vero, naturalmente, ma è vero: è indimostrabile cioè, ma si sa come vanno le cose.
Il fatto è che la sinistra ha dei dossier contro Berlusconi, Berlusconi non ne ha contro la sinistra. E questo è anomalo in due modi: Berlusconi è il capo dei servizi segreti, la sinistra non è fatta di spioni, la tipologia spione è tipicamente di destra. Si può pensare che tutto il male sia a destra, ma tutti sanno che non è vero. La verità è che lo spione, l’agente dei servizi di scorta, il maresciallo, il capitano, il giornalista di assalto, anche di destra, porta il suo dossier alla sinistra perché la sente consona alla sua mentalità. È tutta qui la “Seconda Repubblica”: una sinistra che convive col partito dei Procuratori della Repubblica, che sono il pantano sui cui cresce la questione morale, e questo è peccato dichiarato.
A due anni dai due milioni di “cartelle pazze” del sindaco Veltroni, che costò la rielezione al suo vicario Rutelli, non si esaurisce l’effetto deleterio per Equitalia. L’esattore del Tesoro, per quanto sempre minaccioso, annaspa a recuperare i crediti, in buona parte fasulli. Dopo avere moltiplicato i costi con gli inutili numeri verdi e “centri operativi” di Napoli.
Il bancario tourné operatore finanziario ha perso la fiducia nel cliente. Era abituato a considerarlo una persona rispettabile, essendo dotato di capitali, operoso, accorto. Ne constata ogni giorno la pusillanimità, nei giochi di Borsa di cui inevitabilmente è vittima, come delle truffe ripetute, per primo attraverso i titoli della sua stessa banca.
Per una coincidenza, il giorno del disastro di Viareggio il procuratore Scelsi annuncia a Bari che non indagherà Berlusconi, non c’è prostituzione né cocaina a casa sua. E Nichi Vendola dimette tutti i suoi assessori, la giunta della Regione Puglia, per le tangenti alla Sanità sulle quali a Bari si dovrebbe infine indagare. Le notizie sono sempre (co)incidentali.
Più del “Corriere” può a Bari “La Stampa”. Tutte le piste vengono buone nella capitale pugliese, nelle cronache del giornale di Calabresi: le martiri escort, la cocaina, le telefonate. Tutte eccetto le tangenti alla locale Sanità.
Mario Calabresi studia da successore designato di Mauro a “Repubblica”. Ma, poi, non dica che non c’era nella stanza.
Martedì, è ormai una settimana, il giudice Scelsi continua a tacere. E il “Corriere della sera”, per rianimare il fallito golpe, non trova di meglio che Formica. Rino Formica, il “commercialista di Bari”. Il quale chiama in causa il ’68…
O Formica rientra nel tentativo del “Corriere” di rifare “il Manifesto”, dopo quarant’anni?
Domenica, anche il giudice Scelsi riposa. Il “Corriere” manifestarolo in ritardo invece infaticabile riempie la pagina con Andreotti, che (non) parla di Berlusconi, e con una carrellata storica che “papi” riconduce a Mussolini, passando per quel porco (cinghialone) di Craxi.
Tutt’e tre milanesi, di nascita o elezione, come il “Corriere”.
Poi si dice che Milano non ha identità, che l’ha perduta, eccetera: ma se è un trojaio.
È una cosa lubrica? Forse per gli spagnoli - ma il video non è tra i più cliccati. È informazione? Gli inviati spagnoli insistono, in non buono italiano: “È preoccupata?”, “No”, “Non è preoccupata?”, “No”, “Non si sente minacciata?”, “No”.
Con l’aiuto dei volenterosi castigliani la donna mette anche il paletto decisivo: “Perché è andata alla Procura?” “Io non ci sono andata: sono venuti loro a prendermi”. Il giudice Scelsi è avvisato.
Tutto questo nel miglior giornale spagnolo. Socialista.
Obama, il presidente degli Stati Uniti, si reca in visita a Mosca, per due giorni. Non capita tutti i giorni, e non è chi non veda l’importanza della visita. Eccetto che in Italia, dove, si dice, Obama potrebbe chiedere “la mediazione di Berlusconi”.
Si dice per ridere? Per provocare, siamo tutti antiberlusconiani? Per stupidità? La stupidità esiste.
Le ronde civiche saranno anche un segno di barbarie. Sono, di certo, un ritorno indietro di due secoli, a quando la cattura dei criminali era, a Londra, a Parigi, e in molte parti d’Europa, una funzione privata. Ma sono state autorizzate da tempo e attuate localmente, in Comuni amministrati dalla sinistra, nel Veneto, nel Friuli, in Emilia, nella Romagna, in Toscana, in Piemonte, oltre un centinaio, per lo più nelle città. Si grida allo scandalo giusto per riempire il minutaggio in tv che la par condicio impone (si pensava che lo garantisse)?
A Milano la ronda esiste da tempo, pagata dal Comune. Che ora, dopo la legge, non potrà più pagarla.
Ecclestone dopo Mosley, la Formula 1 si dichiara nazista. Senza scandalo per i giornali inglesi. Che amano il pettegolezzo, ma selettivo.
Ecclestone poi è baronetto della regina. Mosley no, ma è figlio cadetto di un Lord, e di lady Cynthia Curzon, che era figlia del vicerè delle Indie.
Ecclestone e Max Mosley dichiaravano simpatie laburiste nei lunghi anni di Tony Blair. Anche Lord Mosley, Sir Oswald, fu fabiano, cioè quasi socialista, prima di fondare le Camicie Nere inglesi, nazista professo.
Che non vuol dire nulla, se non che il nazismo non era impopolare e non è morto.
Dice Bossi venerdì che le chiacchiere su Berlusconi sono roba di servizi segreti. Che non è vero, naturalmente, ma è vero: è indimostrabile cioè, ma si sa come vanno le cose.
Il fatto è che la sinistra ha dei dossier contro Berlusconi, Berlusconi non ne ha contro la sinistra. E questo è anomalo in due modi: Berlusconi è il capo dei servizi segreti, la sinistra non è fatta di spioni, la tipologia spione è tipicamente di destra. Si può pensare che tutto il male sia a destra, ma tutti sanno che non è vero. La verità è che lo spione, l’agente dei servizi di scorta, il maresciallo, il capitano, il giornalista di assalto, anche di destra, porta il suo dossier alla sinistra perché la sente consona alla sua mentalità. È tutta qui la “Seconda Repubblica”: una sinistra che convive col partito dei Procuratori della Repubblica, che sono il pantano sui cui cresce la questione morale, e questo è peccato dichiarato.
A due anni dai due milioni di “cartelle pazze” del sindaco Veltroni, che costò la rielezione al suo vicario Rutelli, non si esaurisce l’effetto deleterio per Equitalia. L’esattore del Tesoro, per quanto sempre minaccioso, annaspa a recuperare i crediti, in buona parte fasulli. Dopo avere moltiplicato i costi con gli inutili numeri verdi e “centri operativi” di Napoli.
Il bancario tourné operatore finanziario ha perso la fiducia nel cliente. Era abituato a considerarlo una persona rispettabile, essendo dotato di capitali, operoso, accorto. Ne constata ogni giorno la pusillanimità, nei giochi di Borsa di cui inevitabilmente è vittima, come delle truffe ripetute, per primo attraverso i titoli della sua stessa banca.
Per una coincidenza, il giorno del disastro di Viareggio il procuratore Scelsi annuncia a Bari che non indagherà Berlusconi, non c’è prostituzione né cocaina a casa sua. E Nichi Vendola dimette tutti i suoi assessori, la giunta della Regione Puglia, per le tangenti alla Sanità sulle quali a Bari si dovrebbe infine indagare. Le notizie sono sempre (co)incidentali.
Più del “Corriere” può a Bari “La Stampa”. Tutte le piste vengono buone nella capitale pugliese, nelle cronache del giornale di Calabresi: le martiri escort, la cocaina, le telefonate. Tutte eccetto le tangenti alla locale Sanità.
Mario Calabresi studia da successore designato di Mauro a “Repubblica”. Ma, poi, non dica che non c’era nella stanza.
Martedì, è ormai una settimana, il giudice Scelsi continua a tacere. E il “Corriere della sera”, per rianimare il fallito golpe, non trova di meglio che Formica. Rino Formica, il “commercialista di Bari”. Il quale chiama in causa il ’68…
O Formica rientra nel tentativo del “Corriere” di rifare “il Manifesto”, dopo quarant’anni?
Domenica, anche il giudice Scelsi riposa. Il “Corriere” manifestarolo in ritardo invece infaticabile riempie la pagina con Andreotti, che (non) parla di Berlusconi, e con una carrellata storica che “papi” riconduce a Mussolini, passando per quel porco (cinghialone) di Craxi.
Tutt’e tre milanesi, di nascita o elezione, come il “Corriere”.
Poi si dice che Milano non ha identità, che l’ha perduta, eccetera: ma se è un trojaio.
Letture - 10
letterautore
Freud – Ipernarcisista. Non amante, non buon marito, ma forte padre-padrone, iperpossessivo nell’amicizia, e non per pulsioni sessuali, non cristiano, non ebreo, non ateo, non religioso seppure mitizzante, così riduttivo della storia e dell’arte, compreso il mito.
La psicanalisi è un esercizio in narcisismo. In quanto ricostituzione dell’Io (ricostituzione dell’Io?) in ostilità agli altri – la madre, il padre, la storia familiare, i maggiori, i minori, tutti corruttori. In quanto cioè liberazione dalle pulsioni dell’Io, perfino dell’aggressività, nella vita relazionale. È scienza indiziaria, ma Sherlock Holmes ne avrebbe riso, non a torto – che poi era Arthur Conan Doyle, stolido dottore a caccia di spiriti e mondi scomparsi. Scardina le opere di misericordia spirituale sostituendole con l’autocritica, ma senza darle corpo, se non come autodistruzione. Dello scardinamento di ogni limite, ogni contorno, ogni area di sosta fa anzi il suo pregio.
La sua è una terapia volutamente distruttiva. Per una gnoseologia volutamente confusa: la logica dell’abbattere è quella di chi si addentra in territori incerti o sconosciuti senza strumenti di rilevazione (critici) e quindi senza la possibilità di scoprire (riconoscere) alcunché – di chi faccia addentrare soggetti deboli in territori sconosciuti.
Ha rotto tabù e pregiudizi, ha quindi avuto un effetto liberatorio, e ancora ne beneficia – quando qualche tabù si vorrebbe ricostituito. La rottura dei pregiudizi è sempre affascinante, ma è un fatto storico: come andare di corpo, dopo una crisi di stitichezza. Il suo fascino rinnovato sta nella semplificazione: la psicanalisi semplifica – anche nelle forme selvagge – in nome di preconcetti più grandi e via via anch’essi radicati, come i complessi, la simbologia, gli archetipi, e altre piccole-grandi costruzioni. Non può essere che così, poiché si pone un fine terapeutico. Ma questa immediata circolarità – riproduzione di pregiudizi – inficia la psicanalisi come scienza.
Manzoni – Non ha interrotto la narrazione, che non c’era – il racconto è sempre manierato in Italia, sulla traccia dei poemi cavallereschi. Ma l’ha deviata sulla declamazione e la politica. Abile retore e formidabile leader culturale, tutto ha organizzato: la storia, la lingua, la filosofia morale, la poesia civile, riducendo i personaggi a marionette, mossi con gesti goffi, parlati con frasi fatte. Ha scavato una traccia che è una trincea, che dura da centocinquant’anni. Tanto più in questo dopoguerra, pregno del moralismo verista, neorealista, comico all’italiana, drammista alla Pasolini. Sotto l’egemonia presunta dei sovietizzanti, che i cattolici invece si assoggettano senza combattere, per corrività.
Quant’è diverso il suo romanzo storico da quello di Walter Scott, per non dire di Stendhal, senza sublime, senza bellezza, senza grazia. Senza il più piccolo scarto del soprannaturale.
Mitteleuropea - È l’anti-Germania, dice Magris. E com’è possibile?
È “tedesco-magiara-slava-romanza-ebraica”. E perché non italiana (lombardo-veneta)? Perché è tedesca.
Nietzsche – Brahms, dice Wittgenstein, è kelleriano: ascoltando l’uno è come leggere l’altro. Se si misurasse quanto Nietzsche è malgrado tutto wagneriano? Iperromantico, morbido, attraente, superiore. Tutto ciò che tiene su prima dell’atto: eccitante.
Proust – È il principe dei “sublimari”, gli insaziati di sublime. Fino alle mamme d’attempati figlioli, Mme de Caillavet, Mme Straus. Piccole emozioni, visite promesse o rimandate, una sedia da vendere, a dimensioni dantesche. Ma senza asperità: Proust è un precursore buonista.
O della pittura pop? Potrebbe essere. Se non bastano cinquecento e più pagine per dare rilievo ad Albertine, mancando il guizzo, il tratto caratterizzante, la parola chiave, il taglio, l’aneddoto rivelatore, o checchessia, l’origine di tanta malia potrebbe essere il multiplo, la ripetizione. Magari nobilitata, in estenuazione, ossessione (fantasma: Albertine è un fantasma), deliquio, deragliamento.
La durata è l’incontinenza verbale (Cohen in “Belle du Seigneur” fa telegrammi di quattro pagine). Non è un altro tempo, né reale né figurato. Gli appuntamenti al Ritz alle 13.30 pile sono intercalati da centinaia di pagine di ricordi, sentimenti, filosofie e morali. È l’incontinenza razionalizzata.
La storia di Albertine, ricalcata per intero sulla storia vissuta con Alfred Agostinelli (non memorabile peraltro, se non per il pettegolezzo) è esempio atroce di mascheratura, così prolungato. Sono questi amori finti tra finti personaggi che caricano la “Recherche” di artificio, di uno snobismo incontinente. La frase più lunga delle sue lunghe frasi è, “Sodomia e Gomora”, Pléiade, III, 17-19, la classificazione degli invertiti. È anche il suo punto più drammatico.
Artificioso in secondo grado naturalmente, se la letteratura è artificio.
Si può leggere in chiave grottesca. I suoi modelli dal vero, immortalati nelle fotografie invece che nei dipinti, sono atroci. Ordinari, brutti. Le pose che usavano nei ritratti dipinti, riutilizzate nelle foto sono grottesche.
Amori idilliaci: è qui la chiave della sua popolarità? Idilliaci moderni, fantasmizzati. L’altro è indistinto, è lui\lei, ieri\oggi, vago, decorativo, normalmente inespresso, figurine di cera. E inespressivo\a, se non per derive moderniste: umori vegetali, ghirigori minerali, mutismi allusivi su cui tutto è possibile al lettore costruire.
È una parte caratteristica dell’animo piccolo-borghese, che è asociale, specie quando è artista. Ma è anche una maniera d’essere dell’uomo, del maschio, all’epoca della parità dei sessi, un ritrarsi nell’onanismo, riducendo lei\lui ad affabulazione. Normalmente di cose turpi, distrazione, superficialità, inganno, solo salvando le “vecchie” amiche, meglio se ricche e nobili, e la mamma.
È il procedimento della pornografia, così tipicamente onanistica (Sontag): fantasmizzare per estrapolazione, fuori contesto, fuori storia, fuori ogni reale.
È l’ultimo romantico in senso spiccio. L’epitome dell’adolescenza attardata: le fanciulle-fiore, il damismo, la gelosia, la diversità vissuta come diversità, la distrazione per gli eventi. Viene riportato a Kant e, in funzione di precursore, a Heidegger, l’essere come tempo, la durata, Bergson, la fisica einsteiniana, l’oblio (o la memoria?). Di un uomo e un letterato alieno dalla storia e dalla società. Incapace di vivere l’epoca, o anche soltanto di capirla: quando scrive, o riscrive, la belle époque è finita drammaticamente. Fuori dal secolo ventesimo: attardato dietro una piccola borghesia di provincia, che egli fantasmizza – quanto di più lontano, per gusti e vezzi, dall’aristocrazia del sangue e del denaro.
È vero che con la fenomenologia, comunque con Heidegger, il sentimentalismo torna centrale.
L’imborghesimento della nobiltà si vede se dalla “Recherche” si risale, oltre che a “Guerra e pace”, fino a Stendhal, la “Certosa” e “Il rosso e il nero”. Senza Stendhal sembra che Proust, borghese, ristabilisca la nobiltà che Tolstòj, nobile, ha imborghesito, tra eredità, stupidità, e romanticismo. Con Stendhal si parte dal romanticismo, o borghesia dei sentimenti, si ha un sussulto aristocratico in Tolstòj (la summa snob è all’inizio di “Guerra e pace”: “Le vicomte de Mortemart, il est allié aux Montmorency par les Rohans” – di un personaggio mediocre) e si conclude con Proust all’imborghesimento della nobiltà, tra gelosie, vecchie zie, e buggeratori con scrupoli.
Ristabilire la nobiltà? È importante per la storia, la critica letteraria, la storia della letteratura - o come valore?
Racconto - È ricordo. Anche l’invenzione: è richiamo di ciò che si – o non si – sarebbe voluto.
È interpretazione. Esegesi attorno alla (alle, a una) realtà. Che può non essere la storia – la natura, Dio.
Ogni narrazione è per se stessa.
Revisionismo – È dispositivo totalitario – Stalin ne fu maestro. La storia viene aggiustata alla “nuova necessità”.
Sherlock Holmes - È l’opposto del logico deduttore-abduttore di tanta scienza semiologica, o del divertito Umberto Eco. È un istrione e un immaginario, “me lo sento” è la sua divisa. Contro ogni prova, ogni ragionevolezza, ogni verità (condizione che condivide – da lui copiata? – con Auguste Dupin e Nero Wolfe, due per i quali l’osservazione del reale è dannosa). Che anche grazie a lui sono diventate altro da quello che erano, la prova, la ragione, la verità. Andrebbe messo con la trimurti del Dubbio che ci assedia dal secondo Ottocento: Marx, Nietzsche, Freud.
Quello delle “celluline grigie” è Poirot. E ancora: di una verità sempre avventurosa, e su base incredula - per la non-identità del personaggio, in età, grasso, lento, belga, cioè senza età, senza passione, senza carattere nazionale.
Western – Nobilita la violenza. Che invece è sempre brutta, non ci può essere il buono\bello nella violenza.
È l’autopurificazione dell’America: l’America si battezza con il sangue.
È il Medio Evo della storia americana. In questo senso, ex post, si può creare il mito della violenza buona, come esorcismo.
letterautore@antiit.eu
Freud – Ipernarcisista. Non amante, non buon marito, ma forte padre-padrone, iperpossessivo nell’amicizia, e non per pulsioni sessuali, non cristiano, non ebreo, non ateo, non religioso seppure mitizzante, così riduttivo della storia e dell’arte, compreso il mito.
La psicanalisi è un esercizio in narcisismo. In quanto ricostituzione dell’Io (ricostituzione dell’Io?) in ostilità agli altri – la madre, il padre, la storia familiare, i maggiori, i minori, tutti corruttori. In quanto cioè liberazione dalle pulsioni dell’Io, perfino dell’aggressività, nella vita relazionale. È scienza indiziaria, ma Sherlock Holmes ne avrebbe riso, non a torto – che poi era Arthur Conan Doyle, stolido dottore a caccia di spiriti e mondi scomparsi. Scardina le opere di misericordia spirituale sostituendole con l’autocritica, ma senza darle corpo, se non come autodistruzione. Dello scardinamento di ogni limite, ogni contorno, ogni area di sosta fa anzi il suo pregio.
La sua è una terapia volutamente distruttiva. Per una gnoseologia volutamente confusa: la logica dell’abbattere è quella di chi si addentra in territori incerti o sconosciuti senza strumenti di rilevazione (critici) e quindi senza la possibilità di scoprire (riconoscere) alcunché – di chi faccia addentrare soggetti deboli in territori sconosciuti.
Ha rotto tabù e pregiudizi, ha quindi avuto un effetto liberatorio, e ancora ne beneficia – quando qualche tabù si vorrebbe ricostituito. La rottura dei pregiudizi è sempre affascinante, ma è un fatto storico: come andare di corpo, dopo una crisi di stitichezza. Il suo fascino rinnovato sta nella semplificazione: la psicanalisi semplifica – anche nelle forme selvagge – in nome di preconcetti più grandi e via via anch’essi radicati, come i complessi, la simbologia, gli archetipi, e altre piccole-grandi costruzioni. Non può essere che così, poiché si pone un fine terapeutico. Ma questa immediata circolarità – riproduzione di pregiudizi – inficia la psicanalisi come scienza.
Manzoni – Non ha interrotto la narrazione, che non c’era – il racconto è sempre manierato in Italia, sulla traccia dei poemi cavallereschi. Ma l’ha deviata sulla declamazione e la politica. Abile retore e formidabile leader culturale, tutto ha organizzato: la storia, la lingua, la filosofia morale, la poesia civile, riducendo i personaggi a marionette, mossi con gesti goffi, parlati con frasi fatte. Ha scavato una traccia che è una trincea, che dura da centocinquant’anni. Tanto più in questo dopoguerra, pregno del moralismo verista, neorealista, comico all’italiana, drammista alla Pasolini. Sotto l’egemonia presunta dei sovietizzanti, che i cattolici invece si assoggettano senza combattere, per corrività.
Quant’è diverso il suo romanzo storico da quello di Walter Scott, per non dire di Stendhal, senza sublime, senza bellezza, senza grazia. Senza il più piccolo scarto del soprannaturale.
Mitteleuropea - È l’anti-Germania, dice Magris. E com’è possibile?
È “tedesco-magiara-slava-romanza-ebraica”. E perché non italiana (lombardo-veneta)? Perché è tedesca.
Nietzsche – Brahms, dice Wittgenstein, è kelleriano: ascoltando l’uno è come leggere l’altro. Se si misurasse quanto Nietzsche è malgrado tutto wagneriano? Iperromantico, morbido, attraente, superiore. Tutto ciò che tiene su prima dell’atto: eccitante.
Proust – È il principe dei “sublimari”, gli insaziati di sublime. Fino alle mamme d’attempati figlioli, Mme de Caillavet, Mme Straus. Piccole emozioni, visite promesse o rimandate, una sedia da vendere, a dimensioni dantesche. Ma senza asperità: Proust è un precursore buonista.
O della pittura pop? Potrebbe essere. Se non bastano cinquecento e più pagine per dare rilievo ad Albertine, mancando il guizzo, il tratto caratterizzante, la parola chiave, il taglio, l’aneddoto rivelatore, o checchessia, l’origine di tanta malia potrebbe essere il multiplo, la ripetizione. Magari nobilitata, in estenuazione, ossessione (fantasma: Albertine è un fantasma), deliquio, deragliamento.
La durata è l’incontinenza verbale (Cohen in “Belle du Seigneur” fa telegrammi di quattro pagine). Non è un altro tempo, né reale né figurato. Gli appuntamenti al Ritz alle 13.30 pile sono intercalati da centinaia di pagine di ricordi, sentimenti, filosofie e morali. È l’incontinenza razionalizzata.
La storia di Albertine, ricalcata per intero sulla storia vissuta con Alfred Agostinelli (non memorabile peraltro, se non per il pettegolezzo) è esempio atroce di mascheratura, così prolungato. Sono questi amori finti tra finti personaggi che caricano la “Recherche” di artificio, di uno snobismo incontinente. La frase più lunga delle sue lunghe frasi è, “Sodomia e Gomora”, Pléiade, III, 17-19, la classificazione degli invertiti. È anche il suo punto più drammatico.
Artificioso in secondo grado naturalmente, se la letteratura è artificio.
Si può leggere in chiave grottesca. I suoi modelli dal vero, immortalati nelle fotografie invece che nei dipinti, sono atroci. Ordinari, brutti. Le pose che usavano nei ritratti dipinti, riutilizzate nelle foto sono grottesche.
Amori idilliaci: è qui la chiave della sua popolarità? Idilliaci moderni, fantasmizzati. L’altro è indistinto, è lui\lei, ieri\oggi, vago, decorativo, normalmente inespresso, figurine di cera. E inespressivo\a, se non per derive moderniste: umori vegetali, ghirigori minerali, mutismi allusivi su cui tutto è possibile al lettore costruire.
È una parte caratteristica dell’animo piccolo-borghese, che è asociale, specie quando è artista. Ma è anche una maniera d’essere dell’uomo, del maschio, all’epoca della parità dei sessi, un ritrarsi nell’onanismo, riducendo lei\lui ad affabulazione. Normalmente di cose turpi, distrazione, superficialità, inganno, solo salvando le “vecchie” amiche, meglio se ricche e nobili, e la mamma.
È il procedimento della pornografia, così tipicamente onanistica (Sontag): fantasmizzare per estrapolazione, fuori contesto, fuori storia, fuori ogni reale.
È l’ultimo romantico in senso spiccio. L’epitome dell’adolescenza attardata: le fanciulle-fiore, il damismo, la gelosia, la diversità vissuta come diversità, la distrazione per gli eventi. Viene riportato a Kant e, in funzione di precursore, a Heidegger, l’essere come tempo, la durata, Bergson, la fisica einsteiniana, l’oblio (o la memoria?). Di un uomo e un letterato alieno dalla storia e dalla società. Incapace di vivere l’epoca, o anche soltanto di capirla: quando scrive, o riscrive, la belle époque è finita drammaticamente. Fuori dal secolo ventesimo: attardato dietro una piccola borghesia di provincia, che egli fantasmizza – quanto di più lontano, per gusti e vezzi, dall’aristocrazia del sangue e del denaro.
È vero che con la fenomenologia, comunque con Heidegger, il sentimentalismo torna centrale.
L’imborghesimento della nobiltà si vede se dalla “Recherche” si risale, oltre che a “Guerra e pace”, fino a Stendhal, la “Certosa” e “Il rosso e il nero”. Senza Stendhal sembra che Proust, borghese, ristabilisca la nobiltà che Tolstòj, nobile, ha imborghesito, tra eredità, stupidità, e romanticismo. Con Stendhal si parte dal romanticismo, o borghesia dei sentimenti, si ha un sussulto aristocratico in Tolstòj (la summa snob è all’inizio di “Guerra e pace”: “Le vicomte de Mortemart, il est allié aux Montmorency par les Rohans” – di un personaggio mediocre) e si conclude con Proust all’imborghesimento della nobiltà, tra gelosie, vecchie zie, e buggeratori con scrupoli.
Ristabilire la nobiltà? È importante per la storia, la critica letteraria, la storia della letteratura - o come valore?
Racconto - È ricordo. Anche l’invenzione: è richiamo di ciò che si – o non si – sarebbe voluto.
È interpretazione. Esegesi attorno alla (alle, a una) realtà. Che può non essere la storia – la natura, Dio.
Ogni narrazione è per se stessa.
Revisionismo – È dispositivo totalitario – Stalin ne fu maestro. La storia viene aggiustata alla “nuova necessità”.
Sherlock Holmes - È l’opposto del logico deduttore-abduttore di tanta scienza semiologica, o del divertito Umberto Eco. È un istrione e un immaginario, “me lo sento” è la sua divisa. Contro ogni prova, ogni ragionevolezza, ogni verità (condizione che condivide – da lui copiata? – con Auguste Dupin e Nero Wolfe, due per i quali l’osservazione del reale è dannosa). Che anche grazie a lui sono diventate altro da quello che erano, la prova, la ragione, la verità. Andrebbe messo con la trimurti del Dubbio che ci assedia dal secondo Ottocento: Marx, Nietzsche, Freud.
Quello delle “celluline grigie” è Poirot. E ancora: di una verità sempre avventurosa, e su base incredula - per la non-identità del personaggio, in età, grasso, lento, belga, cioè senza età, senza passione, senza carattere nazionale.
Western – Nobilita la violenza. Che invece è sempre brutta, non ci può essere il buono\bello nella violenza.
È l’autopurificazione dell’America: l’America si battezza con il sangue.
È il Medio Evo della storia americana. In questo senso, ex post, si può creare il mito della violenza buona, come esorcismo.
letterautore@antiit.eu
domenica 5 luglio 2009
Il tarlo dell'ironia
Sempre notevole, benché invecchiata, raccolta di saggi su Pessoa, di cui Tabucchi è stato il caronte italiano. Per primo per la differenza tra le scritture di Tabucchi e la posteriore introduzione, che non dice nulla, dello stesso Tabucchi ma alapagizzata sullo “spazio letterario” di Blanchot – chi era costui?
“Il poeta più misterioso del Novecento” è il Pessoa di Tabucchi. Per il fatto che fu quattro poeti distinti, e tanti autori diversi di racconti, critiche, polemiche, saggi storici e politici, interventi, una guida turistica di Lisbona, alcuni pseudonimi, altri come voleva eteronomi, cioè dotati di una propria “vita”, nonché più volte editore, anche di un numero rilevante di riviste. Per un grano di follia, si disse subito di lui in vita. O per la solitudine, aggiunge Tabucchi, e per i tempi, quelli della dissociazione dell’io. Ma perché? Pessoa è uno psicagogo e non un folle, fu attivissimo, socievolissimo e conosciutissimo, anche se morì, è vero, di cirrosi epatica. Mentre di dissociazione dell’io non è morto mai nessuno e in tanti semmai ci hanno prosperato, compresi Conrad, Kafka e Beckett che Tabucchi cita. Tabucchi stesso peraltro attribuisce a Pessoa “la perversione di abdicare al reale per possedere l’essenza del reale. Una radicale, quasi disgustata, rimozione”, che ne fa “il più sublime poeta del rovescio, dell’assenza e del negativo di tutto il Novecento” (p.24)
Molto viene da Kierkegaard, come sarà poi accertato. Autore dai molti pseudonimi – e perfino, cosa che stranamente non si rileva, di un intero libro di prefazioni, di libri non scritti, ai autori che il filosofo vuole altri da sé. Gli eteronomi di Pessoa, altri autori, come opposti ai pseudonimi, camuffamenti dell’autore, possono anche essere “tentativi di resistenza, e di conciliazione, col mondo” (Eduardo Lourenço). La lettura migliore è quella che Tabucchi applicherà al “Libro dell’inquietudine”: sono personaggi di una narrazione, Pessoa si voleva e fu anche romanziere. Che, in fatto di nomi (Ophelia, l’amata) e di personaggi (Sá-Carneiro, “l’amico dell’anima”, suicida a Parigi a ventisei anni, senza ragione apparente, in frac, nel mezzo di una guerra truculenta) se ne trovava di ben inverosimili nella realtà. O meglio di un teatro. Domestico. Personale. Illimitato. Pessoa può essere anche, sotto la specie di Álvaro de Campos, “un poeta metafisico che odia la metafisica” (p. 87). Ma “odia” è troppo per Pessoa. No, “non c’è altra metafisica al mondo se non cioccolate”, dice lo stesso “ingegner” de Campos: il tarlo dell’ironia non consente passioni, se non sigarette. È questo il punto: l’ironia dissecca.
Ci sono esistenze “impossibili” perché tarlate dall’ironia. Che è brillante e seducente ma, nella narrazione, più spesso faticosa, e inerte. Il contrasto anima l’ Ironia. E l’antifrasi di base è la narrazione il cui oggetto è la narrazione. Col rovesciamento, l’estraniazione poi di Brecht, l’interruzione. Che però non reggono la narrativa, sia pure poetica, solo l’aneddotica. Se non lievitata – alleviata – al modo dell’Ariosto, per una lettura multiforme, più immaginativa che critica, esagerata, che diventi patrimonio popolare. Swift, per questo, Voltaire, anche Sterne, sono un impianto - una posizione nella vita, una rigidità: l’ironia che dissecca.
In Pessoa questa riserva non c’è, poiché c’è l’ottimismo. Malgrado tutto, anzi proprio per l’esibizione di pessimismo, di dolore che si sa – si sente – non vissuto. La lettera, che Tabucchi trascrive, in cui Pessoa descrive e spiega a Casais Monteiro la sua istero-nevrastenia è un capolavoro, nemmeno tanto occultato, di sveviana simulazione. Nei testi in effetti l’eteronimia, presto divenuta un aneddoto esaurito e scontato, si ravviva: per aver ridotto l’ironia a una venatura sottile, accidentale, che attraversa la storia, più spesso girata in positivo, nel senso della lievità e bonarietà (sottolineature, a parte, macarismi, paradossi).
Pessoa vive del resto una fanciullezza e una gioventù straordinarie, nel senso delle esperienze – non c’è altro scrittore che vanti una biografia così avventurosa dei primi vent’anni. E una grande guerra che non registra in alcun modo. Che è forse il modo dei poeti di fronte alla guerra. Se Omero sintetizza in un anno, l’ultimo, una guerra durata già nove anni, che è l’ultima di nove o dieci guerre, e l’ultimo atto di una storia durata mille anni, facendone con distacco - con ironia – un’epopea di truculenza greca (achea, dorica), tipicizzata in episodi rivoltanti, e salvando per converso le donne, di ogni parte, Elena compresa, la fedifraga, e Ettore per il suo senso della famiglia. Ma è pur vero che l’ironia, seppure non cinica, è inevitabile nei fattacci. Anche il terribile Dio della Bibbia ha più di un sospetto d’ironia – litoti, esagerazioni, maledizioni.
Molto è stato detto, sia prima che dopo Tabucchi, su Pessoa, che ne chiariscono – appiattiscono - la molteplicità, la sorpresa. È inevitabile, anche per la stessa ripetizione. E per l’intervento inevitabile della biografia, che la stessa vita plurima appiattisce: una vita in famiglia, da spiritista noto, traduttore della Blavatsky, amico e complice di Crowley, e editore febbrile. Non c’è sostanza nella sorpresa, se non negli scritti. Ineguali.
Della raccolta è parte un’intervista con Zanzotto che da sola merita la rilettura. Il Pessoa quadruplicato come il diavolo del Vangelo, che si sente legione. L’io divso che “va a braccetto con un superlogico fingidor”, il marionettista. “E d’altra parte, negli innumerevoli autori che si diedero pseudonimi…, quanta falsa coscienza v’era proprio nell’accettare questo termine?”. Dal Foscolo Didimo dell’“Ipercalisse” a quella “intera società di pseudonimi” che fu l’Arcadia. Moltiplicata oggi nella rete, degli innumerevoli publisher di blog come questo, editori, autori, redattori (e forse lettori unici) di ogni minuto verbo. “E che dire dei romanzieri”, aggiunge Zanzotto, “dei «creatori di personaggi» presentati non importa se nelle prime o nelle terze persone verbali?” Con Gesù tornato bambino, in una delle poesie qui incluse da Tabucchi, Pessoa s’immagina di andare “godendo il nostro comune segreto\che è di sapere dappertutto\che non c’è mistero nel mondo”. Ma questo, si sa, non è vero – è l’antifrasi base.
Antonio Tabucchi, Un baule pieno di gente
“Il poeta più misterioso del Novecento” è il Pessoa di Tabucchi. Per il fatto che fu quattro poeti distinti, e tanti autori diversi di racconti, critiche, polemiche, saggi storici e politici, interventi, una guida turistica di Lisbona, alcuni pseudonimi, altri come voleva eteronomi, cioè dotati di una propria “vita”, nonché più volte editore, anche di un numero rilevante di riviste. Per un grano di follia, si disse subito di lui in vita. O per la solitudine, aggiunge Tabucchi, e per i tempi, quelli della dissociazione dell’io. Ma perché? Pessoa è uno psicagogo e non un folle, fu attivissimo, socievolissimo e conosciutissimo, anche se morì, è vero, di cirrosi epatica. Mentre di dissociazione dell’io non è morto mai nessuno e in tanti semmai ci hanno prosperato, compresi Conrad, Kafka e Beckett che Tabucchi cita. Tabucchi stesso peraltro attribuisce a Pessoa “la perversione di abdicare al reale per possedere l’essenza del reale. Una radicale, quasi disgustata, rimozione”, che ne fa “il più sublime poeta del rovescio, dell’assenza e del negativo di tutto il Novecento” (p.24)
Molto viene da Kierkegaard, come sarà poi accertato. Autore dai molti pseudonimi – e perfino, cosa che stranamente non si rileva, di un intero libro di prefazioni, di libri non scritti, ai autori che il filosofo vuole altri da sé. Gli eteronomi di Pessoa, altri autori, come opposti ai pseudonimi, camuffamenti dell’autore, possono anche essere “tentativi di resistenza, e di conciliazione, col mondo” (Eduardo Lourenço). La lettura migliore è quella che Tabucchi applicherà al “Libro dell’inquietudine”: sono personaggi di una narrazione, Pessoa si voleva e fu anche romanziere. Che, in fatto di nomi (Ophelia, l’amata) e di personaggi (Sá-Carneiro, “l’amico dell’anima”, suicida a Parigi a ventisei anni, senza ragione apparente, in frac, nel mezzo di una guerra truculenta) se ne trovava di ben inverosimili nella realtà. O meglio di un teatro. Domestico. Personale. Illimitato. Pessoa può essere anche, sotto la specie di Álvaro de Campos, “un poeta metafisico che odia la metafisica” (p. 87). Ma “odia” è troppo per Pessoa. No, “non c’è altra metafisica al mondo se non cioccolate”, dice lo stesso “ingegner” de Campos: il tarlo dell’ironia non consente passioni, se non sigarette. È questo il punto: l’ironia dissecca.
Ci sono esistenze “impossibili” perché tarlate dall’ironia. Che è brillante e seducente ma, nella narrazione, più spesso faticosa, e inerte. Il contrasto anima l’ Ironia. E l’antifrasi di base è la narrazione il cui oggetto è la narrazione. Col rovesciamento, l’estraniazione poi di Brecht, l’interruzione. Che però non reggono la narrativa, sia pure poetica, solo l’aneddotica. Se non lievitata – alleviata – al modo dell’Ariosto, per una lettura multiforme, più immaginativa che critica, esagerata, che diventi patrimonio popolare. Swift, per questo, Voltaire, anche Sterne, sono un impianto - una posizione nella vita, una rigidità: l’ironia che dissecca.
In Pessoa questa riserva non c’è, poiché c’è l’ottimismo. Malgrado tutto, anzi proprio per l’esibizione di pessimismo, di dolore che si sa – si sente – non vissuto. La lettera, che Tabucchi trascrive, in cui Pessoa descrive e spiega a Casais Monteiro la sua istero-nevrastenia è un capolavoro, nemmeno tanto occultato, di sveviana simulazione. Nei testi in effetti l’eteronimia, presto divenuta un aneddoto esaurito e scontato, si ravviva: per aver ridotto l’ironia a una venatura sottile, accidentale, che attraversa la storia, più spesso girata in positivo, nel senso della lievità e bonarietà (sottolineature, a parte, macarismi, paradossi).
Pessoa vive del resto una fanciullezza e una gioventù straordinarie, nel senso delle esperienze – non c’è altro scrittore che vanti una biografia così avventurosa dei primi vent’anni. E una grande guerra che non registra in alcun modo. Che è forse il modo dei poeti di fronte alla guerra. Se Omero sintetizza in un anno, l’ultimo, una guerra durata già nove anni, che è l’ultima di nove o dieci guerre, e l’ultimo atto di una storia durata mille anni, facendone con distacco - con ironia – un’epopea di truculenza greca (achea, dorica), tipicizzata in episodi rivoltanti, e salvando per converso le donne, di ogni parte, Elena compresa, la fedifraga, e Ettore per il suo senso della famiglia. Ma è pur vero che l’ironia, seppure non cinica, è inevitabile nei fattacci. Anche il terribile Dio della Bibbia ha più di un sospetto d’ironia – litoti, esagerazioni, maledizioni.
Molto è stato detto, sia prima che dopo Tabucchi, su Pessoa, che ne chiariscono – appiattiscono - la molteplicità, la sorpresa. È inevitabile, anche per la stessa ripetizione. E per l’intervento inevitabile della biografia, che la stessa vita plurima appiattisce: una vita in famiglia, da spiritista noto, traduttore della Blavatsky, amico e complice di Crowley, e editore febbrile. Non c’è sostanza nella sorpresa, se non negli scritti. Ineguali.
Della raccolta è parte un’intervista con Zanzotto che da sola merita la rilettura. Il Pessoa quadruplicato come il diavolo del Vangelo, che si sente legione. L’io divso che “va a braccetto con un superlogico fingidor”, il marionettista. “E d’altra parte, negli innumerevoli autori che si diedero pseudonimi…, quanta falsa coscienza v’era proprio nell’accettare questo termine?”. Dal Foscolo Didimo dell’“Ipercalisse” a quella “intera società di pseudonimi” che fu l’Arcadia. Moltiplicata oggi nella rete, degli innumerevoli publisher di blog come questo, editori, autori, redattori (e forse lettori unici) di ogni minuto verbo. “E che dire dei romanzieri”, aggiunge Zanzotto, “dei «creatori di personaggi» presentati non importa se nelle prime o nelle terze persone verbali?” Con Gesù tornato bambino, in una delle poesie qui incluse da Tabucchi, Pessoa s’immagina di andare “godendo il nostro comune segreto\che è di sapere dappertutto\che non c’è mistero nel mondo”. Ma questo, si sa, non è vero – è l’antifrasi base.
Antonio Tabucchi, Un baule pieno di gente
Secondi pensieri (27)
zeulig
Amore - “Gli amori infelici reggono il mondo” è una battuta di Corrado Alvaro. Ma l’idea della intelaiatura tiene: cos’altro regge il mondo? L’amore come desiderio di amore – la curiosità (la scoperta), il coraggio.
Deserto - Ha esaurito il tempo, è lo spazio senza tempo. Senza trasformazione o mutamento, benché non privo di vita: se ne può arguire una forma di vita senza tempo? Talvolta senza ricordi, che comunque ha abraso, qualsiasi traccia di costruzione o altre storie.
Alimenta la religione, coi profeti e i santi, ma non ne ha colpa: è rasserenante, malgrado la mancanza di punti di riferimento. Alla fine della giornata, nella quale non c’è nulla da fare, non c’è senso di colpa.
Filosofia – È astrazione. Astrazione dal mutamento, altrimenti è la follia. Il filosofo che ha superato – in buona fede – il pensiero anteriore, sarà presto superato da una nuova critica e avrà vissuto un solo momento di certezza – errata – in un mare d’inquietudine.
Non c’è altro approccio. Non c’è alternativa all’approccio risolutore – classicista. Anche in mezzo alle avanguardie. Se non nel deragliamento e nella fanfaronaggine. Ma la filosofia è storia della filosofia, una tela da ritessere.
Matrimonio – La comunicazione (comprensione, mutuum adiutorium) è nei fatti, la convivenza, i figli, la casa, anche soltanto dormire insieme. Non funziona come amore romantico – a meno di non fare a meno di uno degli ingredienti del romanticismo, l’immaturità.
Morte - È l’unica certezza dell’uomo, quindi una verità.
Ma non è la fine – è una fine. Quindi non c’è fine, altra certezza. C’è stato un inizio?
Psicanalisi – Gli autori che vi hanno fatto ricorso nel Novecento, Svevo, Fellini, Bernardo Bertolucci, Nanni Moretti, lo stesso Berto che l’ha raccontata, Moravia e gli altri innumerevoli clienti del dottor Bernhard, dominano meglio il mondo, compresa l’analisi. Con più strumenti e maggiore solidità – certezza d’autore. Non, evidentemente, grazie all’analisi in quanto terapia.
È liberatoria in quanto apre nuove tracce all’immaginazione. O meglio la snida e la nobilita, più che altro nella sessualità. Ma questo effetto è già al passato: le nuove frontiere sono presto retroguardia.
Roma – È senza passione, si sa. È il lato oscuro di questa città di luce.
Si può vivere senza passioni, senza nervi? Evidentemente sì, poiché Roma è la maggiore città in Italia, e l’unica che cresce. Ma forse per questo siamo tanto nervosi.
Sentimenti – Sono sempre buoni. Non ci sono in principio cattivi sentimenti – un giorno non ci saranno nemmeno per Hitler. Il male è ontologico, e soverchia l’uomo?
Sesso - È l’unico tabù che resiste, non dicibile. L’amplesso è l’unica cosa che non si può vedere al cinema, se non per simulazioni. E non da ora, in questa epoca di probizionismo etico. Anche nel 1968 pornografico era non solo l’atto ma anche l’immaginazione (S. Sontag, “L’immaginazione pornografica”). Ballard tenta in “La mostra delle atrocità” di accomunarvi nell’interdetto la guerra, gli incidenti stradali, gli attentati, le connesse fantasie, ma queste restano rappresentabili (dicibili), anche in tv, cioè per la strada.
Sogno - È il ricordo di un sogno, di una sessione di sogni. Niente di più della sua fisiologia: un ricordo abbastanza lucido ma non troppo, nella fase del risveglio, quando la mente costruisce scenari nei quali leggere le memorie che insorgono scollegate, non governate, nella notte corticale.
È allusione. Non ci sono sogni riparatori o consolatori, per questo loro linguaggio aperto, fortemente connotativo ma incerto – di persone e eventi identificati e scanditi ma senza volto, senza occhi, senza suono, senza tempo, ripetitivi, ripetuti.
Solidarietà - È fisiologica per alcune specie. Nell’uomo è istituzionale. In senso generale, come apparato di usi e di norme giuridiche, e nella pratica (in società, nel paese, in famiglia).
Nell’uomo non è fisiologico nemmeno nella maternità, che si ritiene il rapporto più diretto: la madre non “riconosce” il bambino se non per apparati di riti e di norme, e può rifiutarlo.
Max Weber – Sarebbe inorridito a essere considerato esegeta dei primati. In quanto storico e sociologo ha indagato i rapporti tra il capitalismo e alcune sette protestanti. Come Sombart aveva studiato i rapporti tra capitalismo e ebraismo in esilio. È un indirizzo di studi, quello della ricerca dello spirito (Geist) dei fenomeni, che andava a fine Ottocento. Schmoller, senza generalizzare, trovava per converso identiche forme di economia in contesti culturali (Geist) diversi. Non c’è naturalmente un Grande Sociologo Tedesco che abbia studiato con eguale clamore lo spirito del cattolicesimo, per esempio nella forma lombarda e poi borromeiana, - ci sono i Luzzatto, i Fanfani, e un impacciato Le Goff. Ma i Grandi Sociologi, siano essi Tedeschi, evitano di stabilire nessi di causalità esclusiva e tanto meno primati spirituali – tanto più per essere essi stessi, al fondo, anticapitalisti.
Tre volte errata, e ingiuriosa, l’opinione corrente in Italia: 1) non c’è un’etica del capitalismo, ma una serie di fenomeni, di modi, per far fruttare il denaro: l’etica è solo quella del codice civile, solo in Italia vi si ambisce per un deteriore snobismo; 2) il capitalismo “etico” non è esclusivo dello “spirito protestante”, e neanche caratteristico; 3) M.Weber non è studioso da piccola (massonica) polemica anti-gesuitica.
Wittgenstein – Ha un linguaggio di semplicità estrema, perfino rozzo: tutto calcolo e sistema. Bizzarramente sistematico. Non per essere coerente ma per cercare soluzioni universali, in termini di procedure, regole, grammatiche. Con l’uso casuale delle parole, talvolta indistinte (mente = spirito = anima…)
Quanto incide il personaggio avventuroso sugli esiti della sua ricerca? Quanto contribuisce, anche l’estrema povertà filosofica del Novecento, col suo grasso Heidegger e l’inutile Sartre?
Demolisce lo psicologismo, riportato a Locke, per cui significato e concetto sono immagini, rappresentazioni mentali? Beh, quanto cambia se sono rappresentazioni verbali? Se la filosofia è la narrazione delle cose siamo ancora più sprofondati nello psicologismo.
zeulig@antiit.eu
Amore - “Gli amori infelici reggono il mondo” è una battuta di Corrado Alvaro. Ma l’idea della intelaiatura tiene: cos’altro regge il mondo? L’amore come desiderio di amore – la curiosità (la scoperta), il coraggio.
Deserto - Ha esaurito il tempo, è lo spazio senza tempo. Senza trasformazione o mutamento, benché non privo di vita: se ne può arguire una forma di vita senza tempo? Talvolta senza ricordi, che comunque ha abraso, qualsiasi traccia di costruzione o altre storie.
Alimenta la religione, coi profeti e i santi, ma non ne ha colpa: è rasserenante, malgrado la mancanza di punti di riferimento. Alla fine della giornata, nella quale non c’è nulla da fare, non c’è senso di colpa.
Filosofia – È astrazione. Astrazione dal mutamento, altrimenti è la follia. Il filosofo che ha superato – in buona fede – il pensiero anteriore, sarà presto superato da una nuova critica e avrà vissuto un solo momento di certezza – errata – in un mare d’inquietudine.
Non c’è altro approccio. Non c’è alternativa all’approccio risolutore – classicista. Anche in mezzo alle avanguardie. Se non nel deragliamento e nella fanfaronaggine. Ma la filosofia è storia della filosofia, una tela da ritessere.
Matrimonio – La comunicazione (comprensione, mutuum adiutorium) è nei fatti, la convivenza, i figli, la casa, anche soltanto dormire insieme. Non funziona come amore romantico – a meno di non fare a meno di uno degli ingredienti del romanticismo, l’immaturità.
Morte - È l’unica certezza dell’uomo, quindi una verità.
Ma non è la fine – è una fine. Quindi non c’è fine, altra certezza. C’è stato un inizio?
Psicanalisi – Gli autori che vi hanno fatto ricorso nel Novecento, Svevo, Fellini, Bernardo Bertolucci, Nanni Moretti, lo stesso Berto che l’ha raccontata, Moravia e gli altri innumerevoli clienti del dottor Bernhard, dominano meglio il mondo, compresa l’analisi. Con più strumenti e maggiore solidità – certezza d’autore. Non, evidentemente, grazie all’analisi in quanto terapia.
È liberatoria in quanto apre nuove tracce all’immaginazione. O meglio la snida e la nobilita, più che altro nella sessualità. Ma questo effetto è già al passato: le nuove frontiere sono presto retroguardia.
Roma – È senza passione, si sa. È il lato oscuro di questa città di luce.
Si può vivere senza passioni, senza nervi? Evidentemente sì, poiché Roma è la maggiore città in Italia, e l’unica che cresce. Ma forse per questo siamo tanto nervosi.
Sentimenti – Sono sempre buoni. Non ci sono in principio cattivi sentimenti – un giorno non ci saranno nemmeno per Hitler. Il male è ontologico, e soverchia l’uomo?
Sesso - È l’unico tabù che resiste, non dicibile. L’amplesso è l’unica cosa che non si può vedere al cinema, se non per simulazioni. E non da ora, in questa epoca di probizionismo etico. Anche nel 1968 pornografico era non solo l’atto ma anche l’immaginazione (S. Sontag, “L’immaginazione pornografica”). Ballard tenta in “La mostra delle atrocità” di accomunarvi nell’interdetto la guerra, gli incidenti stradali, gli attentati, le connesse fantasie, ma queste restano rappresentabili (dicibili), anche in tv, cioè per la strada.
Sogno - È il ricordo di un sogno, di una sessione di sogni. Niente di più della sua fisiologia: un ricordo abbastanza lucido ma non troppo, nella fase del risveglio, quando la mente costruisce scenari nei quali leggere le memorie che insorgono scollegate, non governate, nella notte corticale.
È allusione. Non ci sono sogni riparatori o consolatori, per questo loro linguaggio aperto, fortemente connotativo ma incerto – di persone e eventi identificati e scanditi ma senza volto, senza occhi, senza suono, senza tempo, ripetitivi, ripetuti.
Solidarietà - È fisiologica per alcune specie. Nell’uomo è istituzionale. In senso generale, come apparato di usi e di norme giuridiche, e nella pratica (in società, nel paese, in famiglia).
Nell’uomo non è fisiologico nemmeno nella maternità, che si ritiene il rapporto più diretto: la madre non “riconosce” il bambino se non per apparati di riti e di norme, e può rifiutarlo.
Max Weber – Sarebbe inorridito a essere considerato esegeta dei primati. In quanto storico e sociologo ha indagato i rapporti tra il capitalismo e alcune sette protestanti. Come Sombart aveva studiato i rapporti tra capitalismo e ebraismo in esilio. È un indirizzo di studi, quello della ricerca dello spirito (Geist) dei fenomeni, che andava a fine Ottocento. Schmoller, senza generalizzare, trovava per converso identiche forme di economia in contesti culturali (Geist) diversi. Non c’è naturalmente un Grande Sociologo Tedesco che abbia studiato con eguale clamore lo spirito del cattolicesimo, per esempio nella forma lombarda e poi borromeiana, - ci sono i Luzzatto, i Fanfani, e un impacciato Le Goff. Ma i Grandi Sociologi, siano essi Tedeschi, evitano di stabilire nessi di causalità esclusiva e tanto meno primati spirituali – tanto più per essere essi stessi, al fondo, anticapitalisti.
Tre volte errata, e ingiuriosa, l’opinione corrente in Italia: 1) non c’è un’etica del capitalismo, ma una serie di fenomeni, di modi, per far fruttare il denaro: l’etica è solo quella del codice civile, solo in Italia vi si ambisce per un deteriore snobismo; 2) il capitalismo “etico” non è esclusivo dello “spirito protestante”, e neanche caratteristico; 3) M.Weber non è studioso da piccola (massonica) polemica anti-gesuitica.
Wittgenstein – Ha un linguaggio di semplicità estrema, perfino rozzo: tutto calcolo e sistema. Bizzarramente sistematico. Non per essere coerente ma per cercare soluzioni universali, in termini di procedure, regole, grammatiche. Con l’uso casuale delle parole, talvolta indistinte (mente = spirito = anima…)
Quanto incide il personaggio avventuroso sugli esiti della sua ricerca? Quanto contribuisce, anche l’estrema povertà filosofica del Novecento, col suo grasso Heidegger e l’inutile Sartre?
Demolisce lo psicologismo, riportato a Locke, per cui significato e concetto sono immagini, rappresentazioni mentali? Beh, quanto cambia se sono rappresentazioni verbali? Se la filosofia è la narrazione delle cose siamo ancora più sprofondati nello psicologismo.
zeulig@antiit.eu
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