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venerdì 30 settembre 2011

All’armi, all’unisono – Italia sovietica 4

La foto trepida sul “Corriere della sera” di Mussari e Marcegalia, (ex) Pci e (neo) Dc, uniti nella lotta, che redigono, sul proscenio, belli, giovanili, alti nello squarcio dal sottinsù, il “manifesto delle imprese”, è un ottimo esempio di realismo socialista. Non isolato: il giornale della borghesia lombarda si può dire specializzato nel genere, con taglio o colore violento per i Nemici, e immagine sempre lusinghiera dei compagnucci della parrocchietta, senza ombre, senza smorfie, senza cattiveria, iconica su sfondo rosso o azzurro, da Veltroni a Rosy Bindi. Come si vede alla mostra che si apre al palazzo delle Esposizioni a Roma sul “realismo socialista” propriamente detto - di nessun interesse, né estetico né storico, se non per i nostalgici. Delle diversità tra i compagnucci trattando come la “Pravda”, come diatribe tra primi attori.
Ma tutta l’informazione, bisogna dire, lo è, all’ombra del Grande Conformismo della Rai, la cui natura è indefettibile di pilastro del regime – Rai Tre, così ben mummificata, sarà un eccellente riserva di fonti per la storia. Sono giornali fotocopia, il “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “La Stampa”, “il Messaggero”, con i loro tanti giornali locali, e ora pure “Il Sole 24 Ore”. Dove non c’è nulla da leggere, ogni giorno è sempre più difficile trovarci qualcosa: saranno in crisi, come dicono, ma non si vede perché non dovrebbero esserlo. Il “Corriere della sera” fa ogni giorno otto-dieci pagine, ne ha fatte anche venti, contro Berlusconi. E non gli viene da ridere – forse perché a Milano è peggio, dove il Compromesso è governato dalla Curia, col promotore d’affari Bazoli e il fido Passera: in materia i vescovi ne sanno molto di più.
L’anomalia italiana è presto detta: è l’imbalsamazione. Fuori da ogni nuova prospettiva che la storia apre, e contro ogni retaggio di prima del Compromesso, da Cavour a De Gasperi. L’Italia in crisi è l’Italia del Compromesso, compresa quella berlusconiana, che sempre decide di non decidere. È cioè sovietica, in ritardo, e non lo sa. Le manifestazioni sono tante, questo sito le ha più volte segnalate: il sovietismo sindacale (un letto in un ospedale pubblico costa sempre il doppio di un letto negli eccellenti ospedali romani della chiesa, a vent’anni dalla caduta del Muro), l’eterna concussione dei pubblici poteri, a partire dal vigile urbano, i lavori pubblici interminabili, la nomenclatura intramontabile, in politica e nelle professioni, giornalismo compreso, il monopolismo, malgrado le tante costosissime Autorità, imperscrutabili, le intercettazioni, come già nei migliori alberghi di Praga, Mosca e Varsavia, la libertà di rubare allo Stato, il gas, l’elettricità, l’acqua, le tasse, le medicine buttate nella spazzatura ancora sigillate. È compromessa la giustizia, il fondamento della democrazia, e se qualcuno non riga dritto altri giudici del Partito, al Csm, alla Consulta, lo rimettono in riga: non lo mandano più al manicomio ma è come se, la berlina può essere più degradante.
Ma più di tutto sono cloroformizzati i giornali, il nano gigante Willi non avrebbe mai immaginato tanto conformismo. Dopo l’occupazione scientifica delle dirigenze e dei cdr. I giornali sono fatti ancora con le ricette di Willi Münzenberg, il genio del Comintern. È, volendolo nobilitare, il progetto di Togliatti. Il progetto di Togliatti era semplice e non celato: monopolizzare la storia contemporanea. Partendo dalla cronaca. Che sembra eccessivo e anche ridicolo, ma così è stato, e anzi è: il controllo è se si può oggi più ferreo (gerarchico, totale) sull’“opinione pubblica”. Era il progetto di Münzenberg, cioè di Stalin, che ha avuto molto successo in Europa e in Italia di più, italianizzato da Togliatti col furbo nazionalpopolare. Ma sempre quello è: “fare” la storia, degli avvenimenti, dei personaggi, riabilitando talvolta e glorificando i vecchi nemici, Tobagi, Montanelli, secondo opportunità, domani magari Berlusconi, è specialità sovietica. Tanto peggiore se – poiché - non c’è più il comunismo.
E si è arrivati al giornale che, se non ha le intercettazioni, non ha nulla. Non si chiede da chi vengono e a chi servono le intercettazioni. E lo stesso articolo fa scrivere ogni giorno a dieci, venti, professori e giornalisti. Causa prima e non effetto, e immagine convenientemente squallida, dell’Italietta. Il sovietismo è caduto per questo, per voler abbassare e non innalzare. Non creare il nuovo mondo migliore del progetto comunista, ma ridurre l’esistente alla servitù “volontaria”. In Italia evidentemente ha ancora da rosicchiare, poiché è virulento, ma quello è.

giovedì 29 settembre 2011

Il viaggio di Céline umorista comunista

Si legge come se fosse nuovo, anche quello che è stato detto e ridetto, e questo dice tutto. Nei ritagli di tempo, di getto, sulle questioni non proprio appassionanti degli anticipi e delle recensioni, Céline sa imbastire una corrispondenza d’autore, di lettura sempre in qualche modo interessante. La resa emotiva. La musica in prosa. La persecuzione e il complotto. L’antisemitismo. Il collaborazionismo. E gli ebrei. Compreso Ben Gurion. Con una facilità sorprendente. Che aderisce, si capisce infine, al carattere. Scherzoso, Sollers non manca di rilevarlo nella presentazione simpatetica, che risale a vent’anni fa, alla prima edizione della raccolta. E con una aisance da establishment, all’opposto dell’immagine dominante.
Céline è sempre quello torvo, incattivito, vendicativo della tradizione a lui ostile – e della figurazione che lui stesso ha di sé nella seconda parte della sua vita. Mentre era ben presente, e attivo: dopo il “Viaggio” il più e il meglio lo ha scritto nei dieci anni tra la (parziale) riabilitazione e la morte. E lucido, sotto le ironie. La spiegazione dell’antisemitismo che dà a Paulhan sarà di comodo, ma è anche una parte della verità – così come lo è l’antigermanesimo di fondo di un volontario della prima guerra, invalido al 75 per cento: i libelli anticomunisti e antisemiti intesi a scongiurare la guerra.
La raccolta è la stessa del 1991, con qualche lettera poco interessante in meno, e qualcuna più interessante in più, riedita da Pascal Fouché, il bibliografo dello scrittore. Si apre con la scheda del “Viaggio al termine della notte”, che Gallimard ha richiesto e di cui Céline si dice incapace: “Si tratta di una maniera di sinfonia letteraria, emotiva, piuttosto che di un vero romanzo… La storia è insieme complessa e semplice. Appartiene anche al genere opera. Una specie di affresco del populismo lirico, del comunismo con un’anima, ribaldo dunque, vivo” (cui il curatore fa seguire in nota la scheda del comitato di lettura di Gallimard: “Romanzo comunista contenente episodi di guerra molto ben raccontati”). Oggi la raccolta è anche un colpo al cuore, per l’estrema libertà che indirettamente testimonia, di Gallimard, Paulhan e poi Nimier dopo la guerra in Francia, nella “formidabile partita tra un uomo solo e praticamente tutto il mondo” (Sollers), mentre il conformismo dilaga imperturbato in Italia dopo quasi settant’anni.
Céline, Lettres à la N.R.F., Folio, pp. 251€ 6

Secondi pensieri - (77)

zeulig

Anima – Si declina preferibilmente al maschile, a dispetto del femminismo e del politicamente corretto. Al maschile va bene per tutti, animo come forza di vivere. Al femminile ha qualcosa del perturbante di Freud, che, come tutto quello che Freud tocca, sa di morboso.
Adoperata peraltro sempre più in senso veterotestamentario, come essere animato, estesa agli animali, domestici e non, ai fiori, agli alberi. Come necessaria unione di spirito e corpo – non dicotomica, di differenza cioè nell’unione, ma proprio d’identificazione, per cui viene meglio al maschile.

Cinismo - I filosofi cinici secondo Goethe possono essere solo mediterranei, al Nord morirebbero al primo inverno. Errore: si è più cinici intabarrati, nudi si è invece inermi.

Coscienza – È frazione minima e incerta della vita psichica – qualcosa Freud ha inventato - di cui non rivela l’essenza, tendendo anzi a nasconderla.
Psicologia influente e allettante è quella fisiologica di Ribot e William James, per la quale i sentimenti non sono emozioni. O meglio: le emozioni non sono idee. Darwin aveva già sistemato l’espressione delle emozioni: le emozioni sono fatti, modificazioni della memoria dei viventi, uomini o animali. Esse affondano le radici piuttosto nella carne dell’individuo, non esiste una sostanza mentale. Il principio dell’amore si situa quindi nella corteccia cerebrale?

Esistenzialismo - La filosofia dell’essere sarà stata il più solido fondamento dell’aborrita techne, la razionalità ridotta dei diritti dell’uomo, della donna, dei bambini, degli anziani e di ogni gruppo, anche nocivo, dell’uguaglianza Onu, o del marchese di Sade, un neo illuminismo che, più che negare il sacro, lo ha sradicato. Del progresso che corrode i preambula fidei, i preliminari razionali che consentono alla grazia di dispiegarsi, e a una fede di accostarsi, per cui un delitto è delitti infiniti – l’uguaglianza nell’ordine, la tecnica è questo, se ne potrebbe fare una bella democrazia.

La verità dell’Essere, anche sotto forma d’indicibile, era già nella Monarchia di Dante: “In ogni azione, ciò che è anzitutto vero per chi agisce è la rivelazione della sua propria immagine”. E: “Niente agisce se agendo non rende manifesto il suo io nascosto”. Il Chi e il Dasein sono da tempo rivelati, si dicevano haecceitas, l’eccolo qui. Se non sono l’intuitus entisdi san Buonaventura.

Filosofo - Non è più il physikus d’un tempo, il medico, quando comune era il corso degli studi a Padova, Bologna e Pavia. Non guarisce e non risolve, anzi crea virus ed è contento se il contagio dilaga. È un untore, se non un terrorista.

Neutrini – Inafferrabili li dicono i fisici, molteplici, sfuggenti. Ma somiglianti stranamente alle omeomerie di Anassagora, le parti infinitesime della materia divisibili all’infinito e qualitativamente differenziate. Sono una proprietà (fatto) fisica o filosofica?

Nulla – È il punto di partenza della filosofia, non può essere quello di arrivo. Lo diventa quando la filosofia si guarda l’ombelico. La cosa è nota dall’aritmetica di Boezio: “Se aggiungi punto a punto non fai nulla di più che aggiungere nulla a nulla”.
Per l’idiota di Cusano “delle cose impossibili o ignote non c’è volontà o desiderio”. Chi vuole o desidera, dunque, fosse pure il nulla, è al di qua del non essere, ignorato o impossibile.

Nominarsi Dio professando il nulla non è solo roba che viene col nazismo (in contemporanea col nazismo), è il cuore del nazismo. “Tutto è nulla, e anche la coscienza del nulla”, Cioran professa, voluttuoso nella deiezione, ma chi si uccide è il povero Celan. “La saggezza del filosofo”, obietterebbe Spinoza, “consiste nel conoscere i limiti del suo sapere e non prendersi per Dio credendosi investito della sua onniscienza”. Superbia non rara in chi decide che conta solo il (suo) pensiero.

Stupidità - “La stupidità è frutto di un cuore maligno”, ha detto Kant. “Ciò non è vero”, obietta Hannah Arendt, “la malvagità nasce dalla mancanza di pensiero”. Che non è stupidità, “può riscontrarsi in persone di grande intelligenza”.

Tecnica - La squalifica della tecnica, ormai è quasi un secolo, non emerge con la guerra perduta, ma ne viene sancita: la Germania, sconfitta dalla Francia, finge di rintanarsi nella metafisica, con Spengler e, di più, con Jünger. Heidegger ne è epigono. Uno come uno Rivarol già ne sapeva di più: l’uomo è l’animale che sa accendere il fuoco.

Verità - È della filosofia, la vita non ha nessuna disciplina da imporre, tranne quella di accettare l’esistenza - la vita avanza uguale, senza curarsi dei vili, o degli eroi. Ma la filosofia è altro dall’esistere, si faccia pure a letto invece che in cattedra, si nutre di quello che produce.

zeulig@antiit.eu

mercoledì 28 settembre 2011

Il Gattopardo è un chiacchierone di paese

Vuole dimostrare che Vittorini non rifiutò “Il Gattopardo”, anzi lo considerò un buon prodotto commerciale, solo consigliando che l’autore lo rivedesse. Senza scandalo, lo studioso non si scandalizza, “Il gattopardo” non rientrava – e non rientra? - nell’asfittica letteratura che ha normato il dopoguerra, con l’intervento influente di Vittorini. Ma Vittorini sarebbe sempre e comunque da giustificare se non fosse stato, come Ferretti ancora all’epoca (il saggio è del 1989), una colonna del Partito – benché ne fosse uscito? Perché ridurre il comunismo a omertà?
È un concentrato – involontario? – di banalità industrial-culturali. Cos’altro pubblicavano nel 1956-57 Vittorini, Romanò, Antonielli etc. di “più abile” e “più determinato moralmente” (?) del “Gattopardo”? Col pregiudizio antimeridionale e il complesso (odio-di-sé) meridionale: Flaccovio deve presentare Tomasi di Lampedusa come il provinciale chiacchierone, “una simpatica e coltissima persona della buona società palermitana”. Col pregiudizio antimeridionale e professionale: Andrea Vitello è “il medico”, che “insidia” con “strategia epistolari” le operose, si suppone, redazioni editoriali, e dev’essere anche furbo perché “riesce” ad “arrivare prima” con la sua biografia di Lampedusa, prima di David Gilmour (chi è?), e di Camerana, Crovi e Grasso, che ancora ci devono pensare.
Gian Carlo Ferretti, Il Gattopardo rifiutato

Il mondo com'è - 70

astolfo

Australia-Italia – Gli italiani costituiscono in Australia la maggiore comunità nazionale di lingua originariamente non inglese. Anche se grande distanza dai britannici (inglesi, scozzesi, irlandesi), che al censimento del 2006 rappresentavano quasi la metà della popolazione. Gli italiani erano il 4,7 per cento. Sono cioè circa un milione, su una popolazione totale di poco più di venti milioni. Circa un quarto risultavano nati in Italia, e una cifra pari aveva almeno uno dei genitori nato in Italia. Di tutta la popolazione australiana nata all'estero il 6 per cento.
Gli italiani erano il 10 per cento della popolazione australiana nata all’estero al censimento di vent’anni prima, nel 1986. La proporzione si era ridotta in conseguenza dell’abolizione, dieci anni prima, della White Australia Policy, la politica dell’“Australia bianca”, che escludeva l’immigrazione di “non-europei”. Ora la popolazione australiana è al 90 per cento di origine europea e all’8 per cento asiatica. La popolazione indigena, inclusi i meticci, è stimata in mezzo milione.

Complotto – L’idea del complotto può dirsi una forma di gelosia, e la gelosia una forma di delusione, verso se stessi e quindi verso gli altri. Ingenera il sospetto una certa dose di ipocondria, in due forma. L’idea costante che gli altri tradiscono e vogliono il nostro male. E l’incapacità altrettanto costante degli altri e di noi stessi di essere all’altezza delle ambizioni, del desiderio. I fatti non hanno bisogno di interpretazioni, non se si vuole uscire dalla paranoia.

Facebook – È una piazza, ma somiglia a un cimitero. L’insostenibile esibizione dei proprio parenti, amici e conoscenti, gli uni accanto agli altri, di altre persone e gruppi, ha un precedente nei cimiteri. Anche la discrezione, il far finta di nulla, che accompagna la totale mancanza di discrezione, e anzi una sorte di esibizionismo, somiglia molto alle reciproche esibite lodi sepolcrali.
Da un cimitero virtuale è stato peraltro preceduto, il Memorial Grove online di una dozzina d’anni fa, nel quale si potevano seppellire e visitare elettronicamente i propri cari. La cui funzione è cessata in contemporanea col successo dell’album dei vivi.

Lampedusa – Tomasi di Lampedusa suona bene ma l’autore del “Gattopardo” non ebbe niente a che fare cin l’isola, né la sua famiglia. Che rimonta al Cinquecento, se ai primi del Seicento fu accettata nell’Ordine spagnolo di Santiago, su questo presupposto: la fondazione e l’edificazione del centro abitativo di Palma di Montechiaro nel 1637 “per opera e a spese, volontà e merito dei santi fratelli Don Carlo e Don Giulio Tomasi-La Restia da Ragusa, a mezzo di una colonia di seguaci e concittadini ragusani, e con il massimo esborso pecuniario detratto dalle immense ricchezze ragusane della loro madre ragusana Isabella La Restìa”. Lampedusa era già allora nome remoto, legato a Palma, della remota provincia di Ragusa.

Po e Reno – A cose fatte Engels plaudì all’unità d’Italia, in sintonia con l’Europa, che l’Italia celebrò come una festa, la sola rivoluzione riuscita e condivisa (v. “L’Italia unita consolazione dell’Europa - http://www.antiit.com/2011/03/litalia-unita-consolazione-delleuropa.html ). Con Marx condivideva l’apprezzamento per la Realpolitik di Cavour, che dal niente aveva ricavato uno Stato grande e nazionale
Ma sul momento la tattica di Engels e di Marx fu germanocentrica. Nel 1848, teorizzando l’alleanza necessaria della classe operaia con le borghesie rivoluzionarie, Marx ed Engels pensavano a una guerra contro la Russia a iniziativa della Francia e dell’Inghilterra. Dieci anni dopo l’asse antirusso e il fulcro rivoluzionario vengono da loro spostati in Germania. Nel 1859 Marx ed Engels pensano che un attacco di Napoleone III sul Reno porterà, con la guerra difensiva in Germania, a una rivolta centroeuropea contro la Russia, alleato della Francia. In “Po e Reno” Engels ipotizza che la Germania, attaccata sul Reno, si allea con l’Austria asburgica contro la Francia e il Piemonte. Marx e Engels sono al fianco dell’Austria nella Seconda guerra d’indipendenza.
Il saggio fu ideato da Engels ai primi di febbraio del 1859, quando era già certa la guerra tra Francia e Austria, e un mese dopo era già scritto. “Eccezionalmente intelligente” lo giudica Marx in una lettera il 10 marzo, e consiglia di pubblicarlo anonimo in Germania per evitare la “congiura del silenzio”. Così avvenne: fu stampato un mese dopo in Germania in mille copie, ed ebbe eco diffusa. In prevalenza favorevole, specie tra i militari. Tutte le recensioni misero in rilievo la giustezza delle considerazioni militari, sul presupposto che l’autore fosse un esperto di cose militari. Con una riserva, da parte dei grandi giornali conservatori, sulla convenienza, che Engels argomentava, da abbandonare i territori italiani. A metà maggio, un mese dopo la pubblicazione, “Das Volk” comunicava che l’autore apparteneva al partito dei proletari. Tre numeri più tardi, il 4 giugno lo sesso “Das Volk” faceva il nome di Engels.
Il saggio di Engels si basava sulla certezza che la Francia di Luigi Napoleone avrebbe attaccato sul Po e anche sul Reno. E ipotizzava una difesa comune fra gli Stati tedeschi e l’impero asburgico. Al saggio, e alla sua ricezione, sottostava una sorta d’identità comune, più che una comunanza d’interessi, tra Germania e Austria. La premessa è chiara, Engels parte dicendo: “Fin dall’inizio dell’anno è divenuto uno slogan di una grande parte della stampa tedesca che il Reno dev’essere difeso sul Po”. Uno slogan che Engels dice “giustificato” dai preparativi e le minacce di Luigi Napoleone (Napoleone III): “Si presentiva in Germania, con intuito corretto, che benché il pretesto di Luigi Napoleone fosse il Po, in ogni caso il suo ultimo obiettivo non poteva essere che il Reno”. Engels argomenterà estensivamente che non è necessario “mantenere” i territori italiani, ma sul presupposto che la Germania e l’impero austriaco fossero tutt’uno.
Un aspetto troppo trascurato del non-Risorgimento tedesco, che l’unità della Germania realizzarà contro l’Austria-Ungheria, prima che contro la Francia.

Rifiuti – Sono il segno dell’epoca: crescono esponenzialmente perché sono la connotazione principale dell’epoca. Quelli inanimati e anche quelli animati. Per primi i cosiddetti rifiuti umani, vecchi, storpi, folli, che l’eugenetica vorrebbe aboliti. Ma tutta la vita urbana è organizzata all’insegna dello smaltimento: tutto è zavorra da buttare periodicamente via. Si buttano via le origini e la famiglia, poiché prevale lo sradicamento. Si buttano via i valori, sempre aggiornati – c’è una borsa o mercato dei valori in continua altalena. È zavorra anche l’eredità culturale, o morale, o spirituale, che se sono vissuti è nell’insofferenza, la conoscenza volendosi proiettata sulla progettazione o futuro.

astolfo@antiit.eu

martedì 27 settembre 2011

I vescovi escort

Berlusconi sì, Berlusconi no, il cardinale Bagnasco si è adeguato anche lui, e ha posto ai vescovi italiani alla conferenza annuale il quesito. Optando per il no, che è comprensibile, e forse tardivo. Ma dimenticando, nella requisitoria che ha pronunciato contro la corruzione, il ruolo di primo piano e sempre risolutivo, meglio del partito Democratico alla periferia di Milano e nelle regioni “rosse”, del vicariato a Roma, dell’arcivescovado a Milano e di Propaganda Fide nell’immobiliare e negli appalti. Nonché, nel grido di dolore contro l’evasione fiscale, il peso della chiesa, il più grande evasore d’Italia.
Un confessore, se ancora ce ne fossero, scoprirebbe che le lusinghe del vedettariato, come si diceva una volta, delle fanciulle in fiore poi via via chiamate attricette, veline, e infine escort, fanno contagio. Cosa non si farebbe per un titolo o una foto in evidenza, un applauso, un passaggio in televisione? Analoga anche la morale, tutta puntata sul letto. Col ridicolo che le escort sono più etiche del cardinale - il sesso non è un delitto e non è un peccato, non tra adulti consenzienti, lo è impicciarsene. Mentre è peccato la speculazione che il cardinale trascura e di cui i vescovi sono protagonisti: quanti conventi, giardini, palazzi, anche chiese non cedono “chiavi in mano”, licenze e protezioni incluse cioè per l’edificazione intensiva, in alto e in superficie? Peccato grave, contro gli altri, la società, l’ambiente, il retto vivere.
Il problema – il fatto – di questi anni è l’imbarbarimento dell’Europa, tra buoni cattivi, tra Nord e Su, e il suo declassamento, che promettono un’impensabile povertà. Siamo a un a dine di civiltà (di applicazione, di qualità, di giustizia) ma i cardinali non lo sanno, non se ne occupano. Ma anche a voler restare alla questione morale, la corruzione viene in Italia certamente al primo posto, di molti vescovi e istituzioni della chiesa.
Bagnasco ha dimenticato anche la giustizia, lo scandalo degli scandali. Che offusca ogni capacità di giudizio e tiene coatta la libertà, di opinione, di voto. E si sa che cosa questo significa: tenersi buone le Procure e i carabinieri, che sanno troppe cose.

Giudici, a noi!

A Palermo la Procura chiede dopo lunga indagine di archiviare il concorso esterno in associazione mafiosa per il ministro Romano, il giudice invece impone alla Procura di perseguirlo. A Milano la Procura chiede di archiviare l’inchiesta a carico di Berlusconi per la divulgazione della telefonata di Fassino con Consorte, la giudice impone alla Procura di perseguirlo. A Napoli il giudice scarcera Tarantini e la Moglie, accusati di ricatto a Berlusconi, e impone alla Procura di perseguire Berlusconi per falsa testimonianza, per averla imposta a Tarantini.
Tre novità che ormai fanno uno schema: i giudici giudicanti non vogliono lasciare alle Procure l’onore di andare a caccia di Berlusconi. Anche la successione temporale è un pattern molto visto: Palermo come al solito apre la strada, Milano e Napoli seguono – è a Palermo la testa del serpente?
I giudici giudicano sulle carte delle Procure, non su altri elementi che siano a queste sfuggiti. Inoltre sono monocratici, mentre le Procure lavorano in pool, oltre che insieme con la polizia giudiziaria. Non c’è da supporre che abbiano altri elementi di prova, oppure una più corretta valutazione giuridica delle indagini. La novità è la loro mobilitazione, tutti insieme, in successione rapida e quasi in contemporanea, come obbedendo allo stesso impulso.
I giudici mobilitati unanimi rievocano brutti ricordi di una brutta epoca. Per di più ora senza vergogna, anzi con l’exequatur della democrazia, vescovi inclusi.

Problemi di base - 75

spock

Montanelli avrebbe firmato la svolta democristiana del “Corriere della sera”? (sì)

Bagnasco e Bazoli si sarebbero congratulati col mangiapreti Montanelli per la sua svolta democristiana? (sì)

Avremo una Milano democristiana, dopo quella bossiana e quella berlusconiana? (sì)

E l’Italia? (pure)

Tutti gli artisti lavorano a levare, Proust ad aggiungere, e dunque?

Il mondo si restringe: era grandissimo al tempo di Omero, e ogni giorno durava anni, ora è un minuscolo frammento in rotazione - di un “interminabile oltre” direbbe Jack London. Va il progresso all’indietro come il gambero?

Contrada, Mori, Ciancimino, Ingroia ha sempre ragione: ci sono pm che sono più pm degli altri?

La “Montagna” di Thomas Mann da “incantata” diventa “magica”, ma sempre non si spiega perché uno sano passa sette anni in un sanatorio per tisici.

spock@antiit.eu

lunedì 26 settembre 2011

Il Gran Sasso l’aveva scritto Eco, nel Seicento

I temi sono tardo-settecenteschi: il naufragio, lo stato di natura, il doppio. Ma l’entrata è bruscamente secentesca, con tre ossimori di fila. E un digesto dell’enciclopedia del Seicento è la scansione, una Scoperta delle Meraviglie: il Cannocchiale Aristotelico, la Prudenza, il Tenero, i Massimi Sistemi, il Teatro di Furio Camillo… Non come fatti di storia (erudizione) o temi critici, ma a mezza strada, come a una mostra didascalica, in cui non si esibisce che la didascalia del curatore.
Dov’è l’attrattiva dei romanzi di Eco? Nell’illustrazione dei temi sotterranei della cultura occidentale: lo scientismo, la cabala, il razionalismo imberbe? Ma non c’è trattatismo enciclopedico, mancano i riferimenti e le attribuzioni, manca del tutto la messa in quadro, sono quattrocento e rotte pagine di parafrasi. La parafrasi dunque attrae e non respinge, l’esoterismo volgare, dal “Nome della rosa” al “Codice da Vinci”.
Il romanzo è sul nulla. Il meridiano, il giorno sottratto. Ideato, chissà, sul “Giro della prigione” della Yourcenar, sulla crociera nel Pacifico. Un anticipo del posteron-hysteron del tunnel del Gran Sasso, l’inversione del tempo? Perché no, Eco si diverte.
Umberto Eco, L’isola del giorno prima

La Corsica di Sebald, un fondale

La Corsica quando era popolata di alberi altri 50 metri o più e di animali di ogni sorta, benché, “come spesso nelle isole”, nani. E di cimiteri trascurati ma viventi. Nel silenzio dei turisti e delle bombe. Quattro brevi racconti di viaggio su un fondale, di vuoti e solitudine. Vivi nella scrittura, l’essenza (anche) della letteratura di viaggio.
W.G.Sebald, Le Alpi nel mare, Adelphi, pp. 73 € 6

domenica 25 settembre 2011

Euro in amministrazione controllata

Ora che gli Stati Uniti e il Fondo Monetario l’hanno detto apertamente, si può anche ragionare sul perché l’Europa lascia trascinare la crisi monetaria. Non sulla base del complotto organizzato ma del “come se”, che è criterio filosofico di buon pedigree, anzi ben tedesco, “als ob”. Per Europa nessun dubbio più che debba intendersi l’asse tedesco, della Germania e il Benelux satellite con l’Austria – non c’è più un asse franco-tedesco, Sarkozy non decide nulla.
L’asse tedesco ha deciso di non decidere per un obiettivo non tanto segreto. Che non è far fallire l’euro: l’euro trascinerebbe fatalmente con sé il fallimento del Mercato comune, e quindi del ruolo semi-imperiale della Germania. Che ha una struttura dei costi più cara, e una struttura sociale più rigida, che in altri paesi europei, e non può rischiare di vedersi assalita da prodotti di qualità a buon mercato. Si è deciso per una sorta di amministrazione controllata, che tra un mese, un anno, potrà vantare il ritorno in bonis, giusto per aver lasciato per strada alcune vittime.
La Germania è “come se” operasse su due pedali. Ridurre il costo dei titoli di Stato tedeschi, anche se per questo rincarano quelli degli altri paesi europei, ora che dovrà emetterne in quantità. Nel mentre che oscura il fatto che il debito interno è pari al pil, occultando la perdita del Kreditanstalt, la finanziaria per l’Est. Da qui la creazione di casi, la “Grecia”, caso ormai biennale, la “Spagna” (i cetrioli non sono il solo caso), l’“Italia”, che allontanino l’attenzione dei mercati dal debito tedesco.

Tutti briganti, anche i viaggiatori

È il racconto di “un’escursione a piedi nella parte più selvaggia della Calabria” nella primavera del 1841, così l’autore la rivendica l’anno successivo rammemorandola in forma di lettere alla madre, come un’esperienza unica. Ma è soprattutto il viaggio di un figurinista: un buon terzo della narrazione è preso dai problemi pratici, guide e muli, trattative infinite, osterie e pasti difficili,un altro terzo dalla descrizione minuta di costumi e acconciature, che Strutt ritraeva. Pittore vedutista, inglese ma stabilito a Roma, con la madre scrittrice, Elizabeth Strutt, e col padre Jacob George, paesaggista, col quale condivise lo studio iniziale al Babuino, il viaggiatore non ha occhi che per l’aspetto delle persone. Il terzo restante del libro è preso dai briganti, argomento obbligato di conversazione. Strutt non ne incontra, anzi sa di trovarsi in “una storia di storie byroniane”. Ma, ed è questa la parte centrale del libro, lui e i suoi amici di trekking sono presi per briganti dagli abitanti di Caraffa di Catanzaro, picchiati, e derubati della loro presunta refurtiva – gli abitanti della vicina Cortale, invece, al comando del nobile don Domenico Cefale, faranno giustizia degli assalitori e recupereranno per i viaggiatori la “refurtiva” rubata.
Di interesse iconico, il tour a piedi di Strutt ha avuto solo una traduzione, tarda, nel 1970, parziale, per ragioni accademiche. Che Rubbettino ripropone conme "Viaggio a peidi in Calabria", pp. 151 € 7,90. La British Library lo ripropone integrale tra i libri on-demand (ma è scaricabile anche su archivi.org e books.google). Con più di un motivo d’interesse. Strutt sa la forza del già detto, anche della letteratura (Byron): da Napoli fino all’ultimo paese della Basilicata tutti lo sconsigliano, “brutta lingua e brutta gente”, “non parlano italiano come noi”, “tutti ladri”. Poi la Calabria si annuncia con due ragazze, due contadine, che cantano “a levare”. Alla vista il calabrese non è inferiore alla fama, porta appesa l’accetta e a tracolla il fucile, passione dominante – “pochi non preferirebbero perdere la moglie piuttosto che il fucile”. Non inferiore solo all’aneddoto truculento, mezzo per ridere mezzo per spaventare – il vaccaro che come tutti porta l’accetta al braccio spiega che lanciandola, “giorni addietro, gli ho spaccato la faccia dalla fronte al mento”, a uno con cui era venuto a lite “in quel campo di lupini”. Le donne, giovani, madri, nonne, vestono colorato e non nero.
Il “Pedestrian Tour” è un’anticipazione del viaggio di Edward Lear, che sarà, più colto, ben più vivace: l’occhio è lo stesso, bonario, non prevenuto. A contrasto della Calabria c’è la Sicilia, dove Strutt si trattiene in due viaggi a lungo, ma non più a piedi e a cui riserva meno pagine. Prese soprattutto dalla bellezza delle città, Catania e Palermo. E Messina allora splendida, di viali, palazzi, chiese, musei, università, oltre che del proto naturale e della posizione, che ora si confronta con la manomissione e l’abbandono, a opera di una piccola borghesia affaristica, aggressiva, corrotta, la geografia economica è mutevole, la democrazia economica può essere pessima. Siracusa che appare a Strutt polverosa e abbandonata, come sarà ancora per un secolo e mezzo, fino agli anni 1990, è ora tutta nuova e fiorente.
Arthur John. Strutt, A Pedestrian tour in Calabria and Sicily, British library, pp. 380 € 20

sabato 24 settembre 2011

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (102)

Giuseppe Leuzzi

Gor’kij, nel lungo prodigioso racconto “Infanzia”, si ferma a metà libro per dire che “i russi sotto i proprietari terrieri erano migliori, era gente temperata, mentre adesso che sono tutti liberi valgono poco!” Cautelandosi, ma non molto: “Certo i signori non sono troppo generosi ma in compenso hanno più cervello; non lo si può dire di tutti, ma se un signore è buono c’è da restare incantati! Alcuni invece sono signori, sì, ma stupidi”.
È una delle verità sinuose della storia, della democrazia ben temperata. Della diversa sorte della Toscana e della Calabria, ai due estremi del “progresso morale e civile”. Due regioni agricole e non feudali, delle quali una è stata ricca di strozzini. Un grande passato, da Pitagora fino a Barlaam, è finito nella barbarie e una storia senza passato si è innescata ingloriosa.

Il popolo risponde alle rivoluzioni. Per esperienza diretta in più di un caso, in Etiopia, Angola, Iran. Con manifestazioni esteriori oppure no, non importa, ma compatto. Diventa operoso, leale, fiducioso, apprezza l’istruzione e vi si piega, tiene al decoro, a cominciare dalla pulizia, degli abiti, della casa e delle strade. Anche nei casi in cui la rivoluzione va contro l’interesse personale, i grandi proprietari e i funzionari imperiali in Iran e Etiopia, i meticci in Angola. Lo stesso accadeva al Sud dopo la guerra agli albori della Repubblica, in una col verbo socialista, che si voleva rivoluzionario e concreto: il contadino e l’operaio che vi accedeva diventava automaticamente leale, attivo, costruttivo, e sempre aperto al didattismo e all’autodidattismo. Sembra un altro mondo o un’epoca remota, confrontata alla stolida presunzione (assertiveness) di oggi, specie dei giovani - nella finta società dei diritti.

Fra gli “aneddoti” del libro di Amato e Peluffo, “Alfabeto italiano”, c’è un particolare che sempre sfugge: nel 1863, a poco più di un anno dall’unità, il governo Minghetti impiegava al Sud 120 mila uomini armati, la metà dell’esercito. Contro il “brigantaggio”. Tutti briganti al Sud?
Amato e Peluffo non dicono che l’esercito era di coscritti E che la coscrizione fu la prima molla del “brigantaggio”, la prima misura dalla nuova Italia – già avversata in Calabria dai “Massisti” nel 1806, quando fu introdotta dai napoleonidi.

Un colonnello dei carabinieri che ha comandato la compagnia di Gioia Tauro e la tenenza di Firenze dice che la differenza è questa: “Qui (in Calabria), quando arrivano i soldi (del governo, dell’Ue) se li spartiscono tutti, a Firenze solo alcuni”. Divisi in maggioranza e minoranza, ma esclusivi.

I carabinieri sanno tutto e denunciano tutto. Ma dopo un po’, dopo aver conosciuto i Procuratori della Repubblica, “si regolano”: fanno quello che ci si aspetta da loro.

Milano
Miss Italia 2011 è una ragazza di Sinopoli, nell’Apromonte, in Calabria. Forse per questo non merita una riga sul “Corriere della sera”. Che ne ha invece, con foto purtroppo irreparabile, per Franca Sozzani “ambasciatrice dell’Onu”. Chi è Sozzani? Una giornalista milanese di giornali femminili. Che ambasceria porterà? L’eleganza.

Dappertutto dove ci sono affari loschi c’è Intesa, con l’ad Corrado Passera, pupillo del Gran Capo Bazoli, l’uomo della Curia potentissima della “capitale morale”, attivissimo. C’è da pagare il tangentone a Gavio? Ecco Intesa. C’è da “consigliare” Caprotti di regalare l’Esselunga alle Coop? Ecco Intesa. Si direbbe mafia. Ma la Procura di Milano continua a inchinarsi a Passera, Bazoli, Intesa. Non sarà concorso in associazione mafiosa, seppure esterno?

Ampia, anche commossa, evocazione del partito neo guelfo sul “Corriere della sera” di martedì 20 settembre. Il messaggio della bene orchestrata partitura è: “Aspettare”. A tutte le seconde file che scalpitano, Casini, Fini, Rutelli, Marcegaglia, Montezemolo. Su ispirazione e in attesa, l’estraneo deve presumere, di Giovanni Bazoli, il patron surrettizio del giornale? Ma perché non essere chiari? Sembra una comunicazione in codice, di stampa mafioso.

Il giudice di Milano Patrizo Gattari condanna Caprotti, il padrone di Esselunga, a una grossa multa e al ritiro del libro “Falce e carrello”, eccependo “un’illecita concorrenza per denigrazione ai danni di coop Italia”. Nel libro Caprotti documenta, non smentito, una serie di vessazioni da parte delle amministrazioni locali delle regioni ex rosse ai suoi danni, del tipo codificato come mafioso. Il Tribunale di Milano è un tribunale di mafia, ancorché non sanguinaria?

La polpa senza l’osso
Si attraversa la Piana di Gioia Tauro con una sensazione di già visto. È il giardino delle Esperidi di remote letture: uliveti sterminati, rigogliosi, agrumeti a vista d’occhio, coltivazioni irrigue lungo i fiumi. Era uliveto, malgrado la malaria, già nel Settecento, i viaggiatori sbalordivano.
Remoto, già sentito, anche il “discorso” sulla Piana, di cinquanta, sessant’anni, una vita: la mosca, la lupa, la tignola, la cocciniglia, la fumaggine, non senza la lebbra, e il troppo caldo, il troppo freddo, la sovrapproduzione, la concorrenza, il prezzo, il costo del lavoro. Insomma, il noto tema avunculare “la rendita non basta più, bisogna intaccare il capitale”. E la sensazione che, se la Piana di Gioia Tauro fosse nella Pianura Padana, renderebbe cinque e dieci volte tanto.
Questo è un fatto. È la mafia? No. È il Nord? Solo in parte, in quanto patologia psicosomatica del Sud.
È un malattia che moltiplicasse la polpa, senza l’osso.

È “la Piana” per Bartels, il senatore e borgomastro di Amburgo, che l’attraversò nel 1786, “lunga 40-50 miglia italiane, profonda 18-20” – un “miglio italiano” è 1.837 metri. Antonio Genovesi, l’economista napoletano padre dell’Economia politica, la dice una miniera di superficie, “miniera sopra terra”. Bartels, che ci ha viaggiato, è al solito perspicace: “Per quel che riguarda la fertilità, questa Piana è il paradiso in terra”, annota sintetico. Ma il tutto è disorganizzato, incolto, trascurato, le olive marciscono per terra perché non si sa come raccoglierle, il “discorso” già sentito. L’altopiano da Pizzo a Mileto (oggi del Monte Poro, n.d.r.) fornisce un terzo del frumento alla Calabria Ulteriore, ma… Iatrinoli e Radicena (borghi oggi assemblati in Taurianova, n.d.r.) “da sole producono annualmente 50 mila ducati napoletani di un lino che non ha nulla da invidiare per qualità a quello alessandrino”, ma….

Carlantonio Pilati, il giurista trentino che viaggiò in Calabria nel 1775, nota che l’unico commercio della regione è possibile solo per l’intraprendenza dei liguri, che sopperiscono alla mancanza di porti con le loro piccole imbarcazioni. E un raffronto sorge, tra le Cinque Terre e la Costa Viola, il tratto di costa calabrese tra Palmi e Scilla, pieno di Ulissidi, Oreste e Répaci, nonché di anfratti e grotte marine, spiagge isolate, profumi. Le Cinque Terre sono un business turistico fiorentissimo. Lungo la Costa Viola, che chiude la Piana a Sud, nessuna escursione è possibile, a nessun prezzo: non interessa, troppa fatica.

leuzzi@antiit.eu

Sindaci di passo in bassa Maremma

Sono una cinquantina di km. scarsi, Santa Maria di Rispescia-Garavicchio, sull’Aurelia, ma sono conosciuti da mezza Italia. E non perché l’Aurelia e la N.1, come dicono le carte, delle strade italiane. I 50 km. sono conosciuti da chi ne farebbe a meno: tutti i romani che hanno casa nel grossetano, e tutti gli avventurati che debbano per esempio viaggiare spesso per lavoro tra Roma e Pisa. Per andare a Genova ormai si preferisce allungare, facendo la Roma-Firenze, e poi la Firenze-Mare: si arriva prima e si evitano le trappole. I 50 km. sono infatti insidiosissimi, per le tagliole tese dai sindaci dei comuni afferenti, a caccia di un facile tesoro. Un tempo, nella stessa regione, la bassa Maremma, spadroneggiavano i banditi di passo: i sindaci si provano a emularli.
Non c’entra la protezione della Maremma, non c’entra l’ambiente, è una sordida storia di casse comunali che impedisce la costruzione dell’autostrada Rosignano-Civitavecchia, da quarant'anni ormai impedendo il completamento della Gemova-Roma, l’Autostrada Azzurra. La Maremma per tre quarti ne sarebbe felice, quella più popolata e operosa: Piombino, Follonica, San Vincenzo, Castiglione della Pescaia, la stessa Grosseto. Nella bassa Maremma è diverso, l’opposizione è corale, cioè bipartisan, e decisa: ogni pratica deve durare decenni e l’autostrada può aspettare.
Il Comune di Orbetello è il più attivo, di cui è sindaco Matteoli. Il ministro ex An ora Pdl che nel 2001 e nel 2008 promise in pochi anni l’autostrada, che però non si vede. Non è il solo e non è il primo: i Comuni della bassa Maremma si oppongono all’autostrada, da quaranta o cinquant’anni, perché hanno trovato nella vecchia Aurelia una miniera. Meglio di Orbetello fa Magliano in Toscana, che ha soltanto un paio di km. di Aurelia, ma procaccia di estrarne la voce più consistente del suo bilancio.
Il materiale prezioso dell’Aurelia sono le multe per eccesso di velocità. Ma la velocità non c’entra, la sicurezza cioè. I comuni della fascia si sono dotati di paline che a ogni km. mutano la velocità massima, da 90 a 70, a 60, a 50, e perfino in un paio di casi a 40, per “incrocio a raso”, “serie di incroci a raso”, da cui magari non accede mai nessuno, non ci sono fattorie, nemmeno case isolate, “centri abitati”, “dossi”, “strada dissestata”, appostando dietro le paline i misuratori di velocità: chi non frena con immediatezza viene multato. Si parte da 180 euro. Si viene multati in automatico, da macchine di cui non è possibile indagare la precisione. Non tutti i giorni, bisogna dire, i comuni si alternano nell’esazione, ci sarà un cordinamento.
Il controllo della velocità è un trucco da banditi di passo, seppure sindaci e assessori. Che alimenta semmai l’insicurezza e non la riduce: dopo tanti anni gli abitudinari per evitare le sorprese marciano al limite minimo, sui 50 km. l’ora, costringendo a sorpassi azzardati a catena i novellini e gli occasionali. Ed è un controllo anche illegale, poiché non viene osservata la legge che impone di segnalare con anticipo l’autovelox o l’analogo congegno di controllo. Ma il giudice di pace di Orbetello garantisce, che da sempre e comunque dà ragione agli esattori. Raddoppiando la multa, più le spese – quindi si parte da 500 euro a botta.
Garavicchio segna il limite della provincia di Grosseto e delle competenze di Orbetello. Fino a Garavicchio, o dopo Garavicchio venendo da Nord, l’Anas ha potuto completare la strada a due corsie con spartitraffico centrale, senza ledere evidentemente le entrare e uscite delle (rare) fattorie isolate, i comuni del viterbese hanno evidentemente un’altra cultura che e si può andare in sicurezza e senza taglie a 90 km. l’ora.

venerdì 23 settembre 2011

La congiura dei banchieri

Che Stark, Mersch e Noot dichiarino da fallimento la Grecia e “incommerciabile” il debito italiano non è irrilevante, trattandosi di banchieri centrali europei, il primo appena dimesso dalla Banca centrale europea, gli altri presidenti delle banche centrali lussemburghese e olandese. Che con le loro dichiarazioni concorrano ad aggravare il debito italiano, questo lo capisce chiunque: ogni punto d’interesse in più che l’Italia deve pagare per le dichiarazioni di questi signori è uno-due miliardi in più di debito. Che questi banchieri parlino a vanvera è da escludere, dato il duro tirocinio, politico più che accademico, che hanno superato per stare dove stanno: sanno di che parlano.
Non sono d’altra parte pazzi solitari. Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, è con loro, anche se non parla, avendo rifiutato l’acquisto di Btp, che anzi ha venduto. E Weidmann è diventato presidente per essere stato consulente della cancelliera Angela Merkel. Alla stessa maniera ambigua ma fattuale, sono con gli antitaliani i presidenti delle banche centrali austriaca, Ewald Novotny, e belga, Luc Coene.
È una congiura? È possibile: sono banchieri pubblici che hanno avuto almeno un passaggio negli affari. È una serie di pronunciamenti scaglionati. Senza una causa, senza nemmeno un pretesto. Senza una ragione o finalità tecnica. Aggressivi e non difensivi: sono diretti contro, e non per - contro la Grecia, contro l’Italia, e non a difesa dell’euro. E sanno di razzista: anche le facce hanno brutte, compreso l’emolliente, volpino, Weidmann. Le banche centrali di Lussemburgo, Olanda, Belgio e Austria sono peraltro simulacri, escrescenze della Bundesbank.

Ombre - 103

Emma Marcegaglia si candida a governare bene il paese, infine, chiedendo sbracata una crisi di governo. Impudenza? Vecchia Dc, il neoguelfismo è antico.

Sabato la giudice di Bari Pontassuglia ha dato la sua versione dei fatti su Tarantini ai colleghi di Napoli e Lecce e martedì la sua testimonianza, ben riassestata redazionalmente, era a disposizione dei giornali amici della Procura napoletana. Poi dice che la giustizia non funziona.

Pontassuglia è la giudice che ha letto le 100 mila intercettazioni, dice, e le ha editate. Ma ha anche parlato di persona con gli imputati. Ecco come si esprime: “Mi pare di ricordare, ma non ne sono certa, che quest’ultimo tirò fuori dalla tasca un biglietto con degli appunti”.
Quest’ultimo è Tarantini, che la signora ha appena detto in possesso di un biglietto del Procuratore generale di Bari Laudati con le indicazioni delle cose da dire.
Che pensarne? Che la giustizia è un terreno minato – il lampo: è se Laudati la scampasse?.

Arringa di Bianconi sul “Corriere della sera” martedì contro Laudati a favore del colonnello della Finanza Paglino. Confidente privilegiato del giornale e per questo arrestato da Laudati. Ma il terminale delle confidenze di Paglino non era “una giornalista” compiacente? E Bianconi non fa Giovanni?

Il generale dei carabinieri Mori vuole andare a fondo nel processo che Palermo gli sta facendo da un quindicennio per associazione mafiosa, rinunciando alla prescrizione. La notizia non merita una riga nei giornali della Procura di Palermo. La Procura sarebbe andata volentieri incontro alla prescrizione? C’è una Spectre tra i giornali e i giudici del Compromesso?

“Sollievo Gila: fuori sei settimane”, titola “La Nazione” dell’infortunato Gilardino. Sono sollevati i tifosi? La squadra?

A Firenze, alla scuola “Baracca”, un’educatrice della materna ha avuto una crisi da overdose nel bagno. Nessuno se n’era accorto, della dirigenza, dei colleghi, delle famiglie. Omertà?
Per “La nazione” e “Repubblica” conta solo il pronto allontanamento dell’educatrice, per il “Corriere della sera” il fatto non fa notizia. Se non c’entra la Gelmini, non è scuola?

L’1 per cento di aumento dell’Iva è stato la battaglia del fine settimana, Si sono fatti calcoli su calcoli di quanto questa misura così vessatoria costerà, c’è chi è arrivato a 33 miliardi. Di lire?

La società Autostrade spiega con un cartello a tutti i caselli che è costretta ad applicare l’aumento dell’Iva, e si scusa quindi se il pedaggio aumenterà. Anche i Benetton dunque nel fronte della resistenza – dopo avere incassato da Tremonti un piano pluriennale di aumenti senza (praticamente) impegni di spesa.
Ma il pedaggio non aumenta dello 0,20 per cento, come vorrebbe l’1 per cento di aumento sull’Iva al 20 per cento. Che farebbe venti centesimi per ogni dieci euro. Sui pochi chilometri Versilia-Rosignano i resistenti Benetton lo fanno passare da 7,60 a 8,20 euro. Chi è il ladro?

“ll Sole 24 Ore” fa di più, il giornale di Emma Marcegaglia: commissiona un servizio in prima pagine per dire che l’1 per cento farà aumentare il cappuccino. E questo è Emma for president – i democristiani non deludono mai, sempre sono mediocri.

Il giudice milanese Patrizio Gattari ha condannato l’industriale Caprotti a 300 mila euro di multa, una cifra colossale in Italia, per concorrenza sleale alle Coop col suo libro “Falce e carrello”, e ha ordinato la confisca del libro. “Repubblica” e “La Stampa” tacciono il fatto. Il “Corriere della sera” ci arriva quattro giorni dopo, quando il caso è stato assunto dai berlusconiani, che protestano. “Il Sole 24 Ore” ne fa un’agenzia. Per “Il Fatto” la sentenza è mite.
Caprotti aveva descritto in dettaglio le vessazioni delle amministrazioni comunali in Emilia Romagna. E il crescendo di pressioni della Lega delle cooperative, di Banca Intesa e di Romano Prodi perché cedesse alle Coop i suoi supermercati.

Il “Corriere della sera” costringe Stefano Montefiori a trascrivere e tradurre, e i suoi lettori a trangugiare, un elogio di Bernard-Henry Lévy su Sarkozy a Bengasi che è inverosimile per piaggeria e stupidità. Chi l’avesse mancato lo trova qui, da non perdere:

Assange assicura a “Repubblica” che cercherà i segreti del Vaticano e quelli degli anni di piombo. È già si capisce il tipo. Poi dice che l’Italia ha un’informazione solo “parzialmente libera”. Al livello della Bulgaria e della Romania, specifica, al di sotto della Serbia e del Benin.
Wikileaks e “Repubblica” esclusi, si suppone.
Ma è vero che l’Italia è l’unico paese dove Assange è ancora profeta.

“Così la scuola scoppia”, titola “Repubblica” un ampio servizio di Vera Schiavazzi sullo sfascio delle scuole pubbliche: “classi pollaio”, “emergenza affollamento”, “sicurezza a rischio”. Meglio le private.
Corrado Zunino concorre dibattendo il numero massimo per classe: 25? 30? Venticinque l’avrebbe stabilito il Consiglio di Stato. Lasciando ai presidi la deroga. In Francia le classi alle superiori sono anche di 50, per una pedagogia che vuole i ragazzi personalmente impegnati.
Ma, poi, un grafico spiega che le classi con più di 30 alunni sono 2.108 su 350 mila, lo 0,6 per cento. Sono troppe, o troppo poche?

giovedì 22 settembre 2011

L’Oriente in Svizzera, diseducativo

Le Guide della Lega sono in marcia, nella geografia e nel tempo, “al servizio degli Svevi, e a preparare la conquista della Sicilia” – che agli Hohenstaufen arrivò in dote con Costanza d’Altavilla. Il resto è della stessa sostanza. La Lega si vuole di “Zoroastro, Lao-Tse, Platone, Senofonte, Pitagora, Alberto Magno, Don Chisciotte, Tristram Shandy, Novalis, Baudelaire” – perché di Senofonte? La crociata finisce, dopo il “temerario attraversamento della Svevia superiore”, e un “trionfo al Bremgarten”, nel Canton Ticino, tra Montagnola e Morbio Inferiore. Hesse è famoso per essere stato il primo Nobel della letteratura, un Nobel tedesco, nel 1946, dopo la guerra, ma preferiva la Svizzera.
Il “Pellegrinaggio” è stato opera di formazione per molte generazioni, fino all’età dell’Acquario – non purtroppo, quando è uscito, nel 1932. Ma oggi questo Oriente che, Hesse pretende , “era il Dappertutto e l’In-Nessun Luogo, era l’unificazione di tutti i tempi”, si può leggere solo come uno scherzo - un giorno si scoprirà che il Bildunsroman ha rovinato l’Occidente, la masturbazione (in due secoli certo, l’Occidente è coriaceo).
Herman Hesse, Il pellegrinaggio in Oriente, Il Sole 24 ORE, pp. 76 €0,50

Letture - 72

letterautore

Gor’kij – La trilogia autobiografica, specie “Infanzia”, le sofferenze di un bambino, è materia deprimentissima vivificata dalla scrittura – o dalla traduzione Bur, di EmanuelaGuercetti? Questo primo Gor’kij sarà la radice del neo realismo. Meglio di Verga e il verismo, che è parte della “questione del Mezzogiorno”, o del picaresco metropolitano di Dickens. Una radice doppia, per essere storia russa oltre che di deiezione, ma quanto più viva del suo epigono. La politica non è di beneficio alla letteratura – non lo è mai stata?

Nietzsche - Nietzsche contro Nietzsche è il suo vero libro, scritto con la vita: se la filosofia di Aristotele è la meraviglia del mondo, quella di Nietzsche è la meraviglia di se stesso, che anche nell’amata Italia visse come in un teatro, occupato a rappresentarsi.
Giustamente Nietzsche è Cristo in croce, come da ultimo pretendeva, per essersi autocrocefisso.

Pessoa – Gli eteronimi sono genere comune nella letteratura del Novecento, molto autoriale. In Pirandello, indirettamente, in Proust, tanto e scopertamente (un po’ Bergotte, tanto Charlus, specie nel rapporto sadico coi Morel, o Saint-Loup, che ama i bordelli, un po’ anche il malinconico Swann). Pessoa in realtà ne fa dei personaggi, distinti da se stesso. Ben costruiti, con carattere proprio, non rifiuti o escrescenze..

Proust – “Non che io fossi del tutto indifferente alla permanenza di Albertine in casa mia”. L’approccio a quella che potrebbe essere la prima redazione delle varie “Albertine”, che La Biblioteca di Repubblica intitola “Precauzione inutile”, conferma l’inaffettività di Proust. Scoperta com’è della patinatura, del testo rivisto e levigato: le 150 pagine sono un canovaccio dell’umbratile personaggio di cui Proust più si è fatto schermo. L’inaffettività si era supposta effetto dell’amore esaustivo della madre, che però non convince neanch’esso: la madre e l’adorata nonna ricorrono qui in molti spunti in necessari, se non alla derisione.
L’indifferenza è detta alla pagina quattro (p.18 della Biblioteca di Repubblica) di un racconto che si vuole d’amore. Dopo aver raccontato, come niente: “Ogni sera, sul tardi, prima di lasciarmi, infilava nella mia bocca la sua lingua”. Poco prima di assolversi:“Lo snobismo è una malattia grave dell’anima, ma localizzata e che non la guasta nella sua interezza”.
L’inaffettività l’autore limita alle sole donne: “Le doti intellettuali di una donna mi hanno interessato sempre poco, e se le ho fatte notare ora all’una ora all’altra, è stato per pura cortesia”. Ma Albertine è una che tiene in casa e a cui ha proposto il matrimonio “senza sentirmi”, dice, “minimamente innamorato”. La storia non funzione nemmeno a supporre Albertine un uomo: irridente, superficiale, ininteressante all’autore, se non come esercitazione di bravura – “certo, per natura il mondo dei possibili è stato per me più aperto di quello della contingenza reale”.
L’unica storia d’amore in cui Proust si sia cimentato, quale che sia il sesso di Albertine, è qui esposta onestamente nella natura stessa dell’innamorata-o, un manichino – una gruccia. La parte centrale del racconto, l’innamoramento, è centrata su Albertine “in tutto simile a me”. E l’innamoramento avviene quando Albertine dorme: “Ci sono esseri il cui volto assume una bellezza e una maestà insolite se soltanto non hanno più lo sguardo”. Il narratore la sta allora a guardare “per ore”. Un esercizio di onanismo. Che si conclude così: “Guardare dormire senza muoversi finisce per diventare stancante”. Il tutto alla vigilia, o per il sospetto, di una visita di Albertine in casa Verdurin, il posto più noioso delle “Recherche”.
L’amore? “L’amore è un male inguaribile come quelle diatesi in cui i reumatismi danno un po’ di tregua solo per fare posto a emicranie epilettiformi”.

Lo scrittore ha idee vaghe su come si organizza un rapporto d’amore (in mille forme certo, ma non in quella vaga e pretestuosa che lui predilige), e su questo aspetto non si documenta, non con le mamme e le zie, non con le corrispondenti, la vasta memorialisica su Proust non ce ne dice nulla. Albertine lo scrittore ci mostra in giro per la sua casa come una mantenuta, seppure giovane, il tipo di donna più diffuso nelle letteratura di svago fin-de-siècle.

letterautore@antiit.eu

mercoledì 21 settembre 2011

Affari a Milano, con Intesa

La Milano-Serravalle? Se ne occupa Intesa. La Esselunga alle Coop? Se ne occupa Intesa. In ogni affare che emerge, casualmente, alle cronache di Milano la banca di Bazoli e Passera è protagonista. A conferma di una nozione comune in città, che il vero broker d’affari è il presidente di Banca Intesa, col suo amministratore delegato. Per i mezzi che può movimentare – il migliore mezzo di persuasione. E per l’impunità che è in grado di assicurare sul versante della Procura della Repubblica.
Nel caso delle Esselunga, Bernardo Caprotti ha scritto oggi una lettere illuminante sugli “inviti” pressanti subiti da Banca Intesa per cedere la sua catena di supermarket alla Coop. Nel quadro di un sistema di pressioni quasi coercitivo, che vide schierato a favore pure Prodi.
Più dichiaratamente criminoso il ruolo di Banca Intesa nell’affare Milano-Serravalle. Nel quale la banca ha finanziato l’affare con un debito irriducibile, che si sta mangiando tutte le risorse dell’azienda pubblica. Ma secondo ogni apparenza ha smistato il pagamento anche a soggetti politici che non erano parte dell’affare.

Affari a Firenze, col Partito

Utilizzando i fondi del Centocinquantenario Firenze si costruisce un nuovo Teatro Comunale, denominandolo Parco della musica. Il vecchio, in centro, destina alla Lega delle cooperative: 20 mila mq. riutilizzabili per residenze, negozi, alberghi. Altri gruppi si erano interessati ma poi si sono ritirati. La Lega sta tirando sul prezzo, ma è acquirente unica.
La chiusura del teatro Comunale significherà lo stato di crisi per il Maggio musicale fiorentino e la sua struttura organizzativa. Un paio di centinaia di posti di lavoro. Ma il sindacato non ha contestato l’abbandono del Comunale e non obietta alla crisi del Maggio. Anzi, fa sapere che una cinquantina di dipendenti volentieri si prepensioneranno.
La Coop ha anche in appalto la costruzione e in concessione la gestione della metropolitana fiorentina di superficie. Due linee di tram che attraverseranno piazza del Duomo.
I mq. del Parco sono quattro volte quelli del vecchio Comunale, circa otto ettari. Non centrali ma non periferici: attorno all’ex stazione Leopolda e al Parco reale delle Cascine. Comprenderanno l’auditorium naturalmente, e poi residenze e negozi.
L’appalto qui è andato a società “amiche”, si diceva una volta quando esisteva la Dc - l'altra anima del Partito he governa la città e gli affari. È un appalto fuori gara, a licitazione diretta, la cui gestione è toccata al sindaco Renzi. Il costo è lievitato in un anno da 82,5 a 153 milioni. Le società prescelte sono le romane Sac e Igit, legate al vicariato, parte del sistema di tangenti di cui era gestore Diego Anemone, in parte destinate allo stesso vicariato. Una società che pretendeva una gara pubblica, la fiorentina Baldassini Tognozzi Pontello, e che aveva protestato, è stata mandata sotto processo dalla Procura di Firenze, che le ha creato attorno una Loggia P 3.
Quanto ai Della Valle, potranno ora costruire. Non più a Castello ma nell’area Mercafir. Non un ripiegio: Mercafir è meno periferica e abbastanza consistente, 36 ettari. Mediati dal sindaco Renzi. Il progetto Castello invece era stato emdiato dal sindaco precedente, Domenici. Entrambi i sindaci sono del Pd, ma Renzi è antidiessino.

martedì 20 settembre 2011

Il mercato vuole Eni, Enel e Finmeccanica

L’oro della Banca d’Italia? La patrimoniale? Le pensioni di anzianità? Nulla di tutto questo, il mercato vuole l’Eni, l’Enel e la Finmccanica, le quote che sono ancora in mano pubblica. Subito, cioè a prezzi di favore. Il debito italiano è un “falso scopo”, si dice in artiglieria, l’obiettivo è un altro. Standard and Poor’s lo dice anche, e dà un termine per la vendita, dodici mesi.
Le tre privatizzazioni non potrebbero fruttare, nelle migliori condizioni, più di 25 miliardi, la metà della manovra appena varata. Ma questo non importa: qui non si tratta della solvibilità del debito italiano, che nessuno mette in dubbio (le Borse hanno ignorato il declassamento di Standard and Poor’s), ma della svendita obbligata delle tre partecipazioni pubbliche. Tre ottime aziende, che fruttano ogni anno alcuni miliardi di dividendi.
Si può leggere così anche la sequenza degli eventi, senza danno per la verità sostanziale. Ieri mattina il “Wall Street Journal”, il giornale degli affari, dettagliava le richieste del mercato con le privatizzazioni, la notte Standard and Poor’s facilitava la strada ai compratori, con l’improvviso declassamento del debito italiano. A nemmeno una settimana dalla manovra tagliadebito, giudicata positivamente dall’Unione e dalla Banca europea, e dal Fmi. E con l’avvertimento senza precedenti a procedere entro dodici mesi. Senza scandalo perché così vanno le cose nel mercato.
L’agenzia americana ha peggiorato la valutazione del debito italiano all’indomani del suo indubbio miglioramento. Non l’ha fatto perché chiede misure di diversa affidabilità o consistenza: l’ha fatto per costringere il Tesoro a vendere le sue quote nei tre gruppi pubblici, subito, a qualsiasi condizione.

Problemi di base - 74

spock

Eco boccia il papa in teologia: diavolo di un semiologo?

È la fede libertina, come la teologia?

Se ama le solitudini, perché Dio s’impelagò nella creazione?

O non sarà Dio anche farlocco?

Perché La 7 manda Mentana con l’elicottero a ritirare il premio Boccaccio?
Perché dobbiamo pagare il canone a La 7-Telecom?
Perché il canone La 7-Telecom è così caro, 204 euro, e poi l’elicottero da Roma a Certaldo fa due ore di ritardo?

Se la verità trionfa sempre, perché questo non è vero?

Perché nessun giudice arresta gli affaristi, per esempio, di Standard and Poor’s?

Il concorso esterno resta solo per Dell’Utri?

spock@antiit.eu

La quadreria dell’amore in Proust

Storia d’amore rivelatrice. In questa prima redazione non levigata, quasi un canovaccio: Proust non ama, che lei sia un lui o una lei immaginaria, non sa amare e non se ne occupa. Si è dato un soggetto e su quello costruisce una storia – che del resto non c’è. Il tema è il suo più profuso, in una con l’amore omosessuale, ed è la gelosia. Ma non in forma di passione, in forma analitica. E anche qui senza incidere: il sentore è ineliminabile di una prosa fin-de-siècle, e di seconda fila, sbarazzina: da Lorrain e Rachilde a Willy-Colette. Nel tocco di superficie, come la scrittura, leggera, mai drammatica, volutamente non incisiva, “seicentesca” (divagatoria, irrelata), e nelle moralità inoffensive, i falsi lei-lui, le composizioni casuali, la stessa disposizione dei quadri, la quadreria..
Marcel Proust, Precauzione inutile, Biblioteca di Repubblica, pp. 128 € 1

lunedì 19 settembre 2011

Dopo Berlusconi niente

Nominando Alfano capo (nominale) del suo partito, Berlusconi prepara, con Napolitano (e con la Procura di Milano?), il governo tecnico o di transizione, di Tremonti o Monti. Berlusconi ha fatto il cosiddetto passo indietro, Milano ora gioca pesante. Alfano invece, giovane-vecchio democristiano, potrà parlare con Casini, e forse anche con Bersani.
In questo senso si può dire la fine di un regime. Alfano assicura che dopo Berlusconi ci sarà Berlusconi, ma si sa che non ci crede, che lo stesso Berlusconi non ci crede – non ci sarà giudizio e non c’è difesa possibile da centomila intercettazioni. Nell’altra legislatura di governo, l’euroscettico Berlusconi era stato salvato dal “vincolo europeo”, alcune volte, nel semestre di presidenza, e nelle (poche) riforme, della previdenza, del lavoro. Ora lui stesso mostra di non credere al miracolo. Ma non c’è un candidato possibile al posto suo.
Non c’è però nemmeno opposizione. Che è frammentata e concorrente al suo interno. Meno che meno c’è un candidato credibile dell’opposizione. Un candidato sarà necessario con qualsiasi legge elettorale si voti. Di Pietro? Vendola? Marcegaglia? Casini? Montezemolo? Monti? Tremonti? L’elenco delle autocandidature è impressionante, ma nel senso della futilità. E così lo stesso Bersani. In precedenza Prodi aveva superato questo vuoto dell’opposizione, ma adesso si vuole fuori gara, e non c’è nessuno che ne approssimi la credibilità.

Non è il 1992, è peggio

C’è la corruzione, inalterata, inalterabile. E c’è il perbenismo autoassolutorio. A chi va cercando un nuovo 1992 nel ventennale molti indizi si presentano uguali, ma in una sommatoria ben peggiore. La prima e dirimente essendo che non c’è un Di Pietro che, con un’imputazione semplice, una sola, scardina montagne di malaffare, mentre abbiamo montagne di pettegolezzi che scardineranno, forse, una sola persona. Ma allarghiamo l’obiettivo.
Oggi come allora abbiamo i giudici. Senza un Di Pietro, appunto, ma più filibustieri. E c’è la spartizione del business pubblico, oggi più larga di allora ma solo marginalmente perseguita - quando proprio non se ne può fare a meno. I grandi affari politici (appalti, varianti, varianti al piano regolatore, permessi, concessioni) non sono di Bisignani (P 4) né di Verdini (P 3). C’è immutata la strafottenza dell’ex partito russo, detto anche delle toghe e dei capi redattori: Bersani, Enrico Letta, che sempre si appellano all’“Economist”, che evidentemente non leggono - e portano a esempi di statemanship Sarkozy e Merkel... Coi suoi soliti compagni di strada che consigliano il peggio, primo tra essi il solito Scalfari (“Abbiamo un governo che deve eseguire gli ordini che gli vengono dati da Berlino e da Parigi tramite Barroso da una parte e Trichet dall’altra”…).
C’è Napolitano, che oggi come allora (dalla presidenza della Camera) tiene il timone con saldezza.
Ma non c’è Ruini, c’è un cento mons. Crociata, che fa il martire. E non c’è Topo Gigio Amato, c’è il maestrino Tremonti.
C’è naturalmente Berlusconi, che troppo distrae. C’è Prodi, che sa di che si tratta (“È prima di tutto necessario ribadire che l’obiettivo di giungere al pareggio di bilancio entro due anni deve essere solennemente confermato”, altro che ordini). E c’è la Banca centrale europea, o almeno l’edizione Trichet della stessa, che nella confusione europea degli “statisti” Sarkozy e Merkel ha fatto argine. Mentre allora c’era l’insostenibile sopravvalutazione della lira sul marco, il grave errore di Ciampi e Draghi. E tuttavia può finire male: il vincolo europeo è nel caso un cappio, imperscrutabile e irresoluto. Mentre la corruzione parte dagli stessi giudici – ogni carabinieri lo sa.

La cura tedesca non funziona

Si parla molto in termini critici della manovra appena adottata, perché inadeguata e presto insufficiente, e non funzionale alla ripresa dell’economia. Ma senza dire che è una manovra europea, e anzi tedesca. Non è anzi la prima, e nemmeno la più dura.
Prima della manovra appena votata, da 50 miliardi, ce n’è stata una da 60 mila miliardi di lire del governo Prodi quindici anni fa, per consentire l’ingresso dell’Italia nell’euro alla partenza della moneta unica. E una da 93 mila miliardi di lire poco meno di vent’anni fa, nel 1992, varata dal governo Amato dopo la svalutazione della lira e la sua fuoriuscita dallo Sme-euro.
L’ultima manovra è, in rapporto al pil, appena un terzo, o poco più, rispetto a quella del 1992: prevede infatti una correzione dei conti pubblici del 3 per cento in due anni, contro l’8 per cento dei quindici mesi 1992-93. Resta da vedere se, come le altre due, anche l’ultima manovra non sarà risolutiva e quindi propriamente ultima.
A condizioni immutate non lo sarà: è nelle cose. Non si pagano i debiti con nuovi debiti. O riducendo il reddito disponibile – il rapporto debito-pil comunque si aggrava, al più resta inalterato rendendo vani i sacrifici. La ricetta tedesca non funziona.
Questo sito ha sempre spiegato che, in assenza di un parziale consolidamento del debito, l’Europa dell’euro non può funzionare. Non può crescere cioè, creare lavoro e reddito. Il consolidamento andava fatto prima, e questo è stato l’errore di chi l’euro l’ha voluto senza un previo risanamento-abbattimento del debito. Ora il consolidamento, seppure ridotto, andrebbe fatto con gli eurobond, le emissioni europee, se non altro per ridurre i costi dei rinnovi e delle nuove emissioni di obbligazioni pubbliche.

Vincolo europeo per tutti

Dopo il varo della manovra-bis, o ter, Jean-Claude Trichet ha voluto dichiarare alla radio francese Europe 1 di avere personalmente e preventivamente “chiesto al governo italiano, in modo estremamente chiaro, un certo numero di decisioni, che sono state prese”. In precedenza lo stesso Trichet aveva fatto sapere alla stampa che la richiesta era stata avanzata. Il presidente della Banca centrale ha dovuto contravvenire alla riservatezza connessa alla sua carica, e al suo stile sobrio, per giustificare l’acquisto di Btp. Per fugare i timori tedeschi. Sempre la Germania, dunque. Ma con una novità.
Trichet ha voluto dare pubblicità al suo intervento. E a Europe 1 ha mostrato di farsene vanto. Più che giustificarsi, il presidente della Banca centrale europea ha voluto dare argomenti al partito tedesco pro euro. Il “vincolo europeo”, da un cinquantennio il “decisore” per conto degli inetti governi italiani, lo diventa adesso per la Germania e ogni altro paese dell’Unione Europea: non ci sono postiglioni, tutti cavalli al carro dell’euro.

domenica 18 settembre 2011

Il mondo com'è - 69

astolfo  

Evasione fiscale - Il capitalista, che Constant voleva privare, al pari del lavoratore, dei diritti politici, si conferma razza padrona d’ogni virtù ogni giorno con la ritenuta alla fonte, l’arma che da quarant’anni, dalla riforma Visentini, fiacca gli antipatrioti e crea il debito. Metà dei cittadini, i salariati, paga l’imposta sul reddito prima ancora di percepire lo stesso reddito, l’altra metà può pagare quando e quanto vuole. Oppure può non pagare: per splitting e altre norme di surroga, per compensare perdite fittizie, ancorché regolamentari, per non voler pagare. L’evasione fiscale nasce con le due categorie di cittadini, prima non c’era - era marginale, come ogni fatto delittuoso, non un quarto dell’economia. Quindi nasce dalle due categorie.   
Germania – Thomas Mann non la voleva occidentale, europea, anche se per polemica contro l’Intesa nella prima guerra mondale. Assolutamente non voleva una Germania anglo-francese, democratica cioè. Ma non la voleva da occidentale, da europeo, e perfino un po’ da francese. Periodicamente ha dei soprassalti di virtuismo, che la Germania è bella-e-buona e gli altri cattivi. È questo che ne ha fatto la storia in più punti innominabile. Specie quando ha elaborato piani di supremazia o imperiali, con gli ultimi due kaiser dopo Sadowa, con Hitler, e ora sotto traccia con la Repubblica federale di Berlino: non sa accettare le diversità, vuole tutto tedesco, e non sa come. La confusione è infatti l’altro tratto caratteristico della Germania. Storica, filosofica, politica, ideale. mentre Raramente la Germania ha fatto quello che voleva, sapeva, e riusciva a fare: con Federico il Grande la “creazione” della Prussia, con Bismarck quella del Reich tedesco, con la Repubblica di Bonn l’asse europeo. Da qui, spesso contro le intenzioni (il “buon cuore” dei tedeschi), il senso di esclusione che ogni nuovo suddito risente contro la Germania, nell’Europa orientale un secolo fa, ora nell’Unione Europea. Mentre molti si sono gloriati dell’occupazione francese, napoleonica, e la buona memoria persiste, o nel dopoguerra di quella americana. Avviene così che gli Usa difendano l’euro, la Germania invece lo bombarda – non la Germania tutta, i suoi uomini “migliori”: Jürgen Stark, Axel Weber, Jens Weidmann, questi ultimi ex presidente e presidente della Bundesbank.
 
Occidente – È la chiesa, la cristianità. Per gli assetti e la tradizione politica, per gli assetti e i fondamenti sociali, per tutti i termini di ogni questione, dalla famiglia alla psicanalisi. È della chiesa lo strumentario politico del’Occidente, a partire dalla democrazia, il governo dal basso, di cui ha ideato e sperimentato le varie forme, con una mobilità sociale senza precedenti e senza limiti. Più l’idea del progresso, della ricerca, della scoperta. Del miglioramento costante da perseguire pena la colpa. Dell’accumulo, o investimento. Nonché la situazione antropologica: della donna, dei figli, dell’istruzione, del matrimonio, dell’eredità. Allo stesso modo, tutti i comunismi sono cristiani e, all’origine, occidentali. Comprese le loro deformazioni nella versione sovietica. Quelli giuridici: il comitato centrale, il politburo, la guida suprema. E quelli reali: la curia, i potentati, le correnti. Si può dire la chiesa all’origine di tutte le democrazia, liberali e popolari, che fanno l’Occidente. La logica, la metafisica e la stessa ontologia, ammesso che non sia metafisica, sono passate non indenni dalla scolastica. Il nostro strumentario politico, sia i concetti che le istituzioni, il corpo dei funzionari dello Stato e lo Stato stesso, la rappresentanza, la maggioranza, il diritto registrato nei codici, è maturato dentro la chiesa. Come la stessa democrazia: la “volontà del popolo” è ecclesiastica, di preti, vescovi, sinodi, conclavi. E il partito: per il partito come per la chiesa “la fede nell’unità del fine risulta più forte della realtà”, riconosce Spengler, “e, come sempre in Occidente, si fonda su un libro”. Non c’è altro Occidente.

Patriottismo – La Germania, senza confini naturali, se non fiumi che vengono regolarmente spostati, il patriottismo ha reciso, ragionato, indelebile. L’Italia invece, protetta da monti e mari, non è patria a nessuno. Il patriottismo è un fatto politico. 
 
Terrorismo - È Nietzsche? È Stirner? È D’Annunzio? E poi Jünger? Sì, ma prima? È Gobineau. È il culmine della teoria dei primati, del corso unico della storia e della sua fine, che vuole invece boschi dalle cime scavezze, e dei paralogismi del neo illuminismo, della ragione povera. Buona, vera, perché povera. Che inevitabile porta a “Dio è nulla”, “les dieux s’en vont” e simili, il nichilismo di chi si castra per vendicarsi dell’amata. Bolscevismo, fascismo e nazismo, che si dicono figli di Hegel e parricidi, sono il distillato povero, per ubriaconi, dei primati. L’uomo è un Cristo che, messo sul pinnacolo del tempio e invitato a buttarsi giù, “poiché di Lui sta scritto che gli angeli lo afferreranno e lo sorreggeranno e non cadrà e non si farà alcun male”, essendo il figlio di Dio, spavaldo si butta. Oppure guarda gli altri buttarsi, da lui incitati? Perché, dicevano bene l’Inquisitore e Ivan Karamazov, “gli uomini sono schiavi, con la costituzione del ribelle”. Nella storia invece il terrorismo è orientale, dai ninja e gli hashishin ai salafiti e qaedisti. È parte cioè di una storia non provvidenziale, anarcoide. L’Occidente l’ha adottato negli ultimi due secoli. astolfo@antiit.eu

Secondi pensieri - 76

zeulig

Angoscia - In Aristotele si chiama agonia: è la sterilità.

Anima – È l’incorporeo dell’uomo: l’angelo la cui parola, interna al corpo, è portata dal flusso del sangue. Gilgul, o Tiltel, da cui Toledo prese il nome, via Tuletula, l’equivalente ebraico dell’anima, è andare vagando.
Secondo Sophie de Grouchy “l’anima è un fuoco da alimentare, che si spegne se non s’attizza”. Che Simone Weil vuole sia amore: “L’anima che si trasferisce fuori del corpo in una altra cosa, questo è l’amore, il desiderio”. Sant’Agostino, che a volte è duro, anche antipatico, l’aveva decretato: “Nutre la mente solo ciò che la rallegra”. Si può dire la depressione un corpo senz’anima?

Dio – È la fantasia nel mondo fisico. La cancellazione della metafisica si è fatta in perdita, in favore di una ragione a scartamento ridotto.

Dio è morto? Come pensare che un artista lo creda? Quello di Nietzsche era quello della sedia gestatoria, della polemica luterana.
Nietzsche ci vedeva anche poco. L’Italia era piena di divinità, ma Nietzsche non ha visto neanche quelle.

Una consistente tradizione lo vuole un Grande Solitario che parla ai solitari.

Non è immutabile, anche se si dice il contrario. Gesù per esempio è figlio di Dio solo dal concilio di Nicea del 325, così lo volle l’imperatore Costantino, giusto per domiciliare il cristianesimo a Roma.

È uno che non sta né di qua né di là, per definizione. Però, sarà pure in ogni luogo ma non può venire dall’inferno.

Padre – Scompare con l’uomo: l’uomo è tipicamente padre. Il padre mitico, primordiale, di prima dell’incesto, del divieto d’incesto, di prima della Legge, il capo dell’orda, era un animale. Un totem, dice Freud, un legno marcio: identifica l’uomo in quanto ultimo venuto alla creazione, e per di più fatto col fango.
Anche come riproduttore non è mai stato granché: il padre è accidentale, è solo uno strumento, “l’orgasmo in se stesso è angoscia”, attesta Lacan, l’oblatività viene dall’atto anale non da quello genitale, la generosità gratuita che fa il meglio dell’uomo, il coraggio.
E non c’è solo Freud. Del padre, com’è noto, sant’Agostino non aveva idea. Nelle “Confessioni” e perfino nel “De Trinitate”: parla molto del Figlio, moltissimo dello Spirito Santo, e in modo sfuggente del Padre. Al quale nega l’attributo di causa sui.
La figura svanisce per effetto della cancellazione che l’epoca fa dell’uomo, nella figura propria del padre.

Sogno - Popola l’immaginario ebraico, che sempre sogna, l’amante l’amata, il figlio il padre, il padre il suo proprio padre, o una nascita, una morte, un affare, un pranzo. È un altro modo di non dire il fato, l’innominabile Dio. Di dire velando.
Un modo di cui Simone Weil diffida: “Il sogno è menzogna, esclude l’amore. L’amore è reale”.

Solitudine - È sport estremo, lenta caduta senza paracadute, parete a picco da scalare senza appigli.

zeulig@antiit.eu

sabato 17 settembre 2011

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (101)

Giuseppe Leuzzi

Bisogna leggere i grandi giornali, ma lo scandalo periodico vi è: 1) la Salerno-Reggio Calabria, 2) il porto di Gioia Tauro, 3) il ponte sullo Stretto. A caso, anche senza motivo, ma immancabilmente. Mai che si parli di Malpensa, lo scandalo vero - l’opera è inutile - e più grosso. O della fantomatica Variante di valico – che cos’è?
Fra i tanti che lamentano la superstrada Salerno-Reggio Calabria possibile che nessuno abbia fatto mai la Firenze-Pisa-Livorno, un'altra superstrada, più toruosa ancora e piena di buche, da decenni, come crateri?

Mafia e Antimafia
Andrea Camilleri dà al primo giudice unitario a Montelusa-Agrigento (nel racconto “Il giudice Surra” della breve raccolta “Giudici”, appena pubblicata da Einaudi) la facoltà di annientare la mafia ignorandola. Tutti gliene parlano, ma il giudice va per la sua strada, facendo le cose che deve fare. E Camilleri conclude: “Crediamo che il giudice, nel suo intimo, ne volle ignorare l’esistenza. Agì come se non ci fosse e, così facendo, inconsapevolmente l’annullò”.

Sabato il calciatore Miccoli, “bravo ragazzo”, batte per il Palermo l’Inter. Martedì è indagato per mafia. C’è collegamento?

Il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, accusato di mafia, lascia il centro destra che lo ha eletto e fa un governo col partito Democratico. Il Procuratore di Catania Patané avoca l’indagine e lo assolve. Non c’è collegamento?

Il concorso esterno resta solo per Contrada? Per la gloria del suo accusatore Ingroia, ci sono pm che sono più pm degli altri.

L’odio-di-sé meridionale
“Il Giornale di Calabria” celebra i quarant’anni dell’Unical, l’università della Calabria a Cosenza-Rende. Otto pagine e molte foto, ma mai il nome di Giacomo Mancini, che quella università volle e creò. Il suo nome ricorre nelle celebrazione in due righe: “Il Giornale” gli fa colpa di aver criticato nel 1998, da sindaco di Cosenza, un finanziamento di 600 miliardi per la costruzione di una città universitaria che avrebbe preso tre paesi. Un finanziamento naturalmente fatto balenare ma mai disposto. Per un progetto semplicemente mostruoso.
Il ritorno è uno dei punti critici della diaspora meridionale. Sia degli emigrati in terre lontane, in cerca di una qualsiasi occupazione, sia di chi, per la mobilità dell’impiego pubblico o per esigenze professionali, è emigrato in altre città. E magari ha mantenuto una continuità d’interessi, se non di presenza. Quelli sono anche attesi e festeggiati, ma per pochi giorni – diciamo una settimana. Questi vengono guardati con sospetto, anche dagli amici. E se prolungano il soggiorno, o si fanno vedere troppo spesso, diciamo due tre volte l’anno invece che per lo scappa e fuggi della “festa”, del santo patrono, con disprezzo: come se fossero rubastipendio, oppure, se pensionati, dei falliti, senza altra vacanza migliore, in crociera, ai Caraibi, nel mar Rosso. I residenti si ergono di fronte a chi ritorna come usava la chioccia, anche rumorosamente. E si può capirli: vantano una sorta di abnegazione a essere rimasti, mentre chi è partito è come se avesse disertato.
La prima preoccupazione di chi ritorna è quindi di evitare ogni critica, anche la più fondata. Ma non riuscirà a evitare il disprezzo, se non il risentimento, poiché inevitabilmente dovrà spendere, anche se è solo in vacanza, e solo per pochi giorni. Oppure, escluso da ogni altro possibile contributo, è magari felice di fare il consumatore locale. È inevitabile spendere per i consumi quotidiani, in drogheria, dal fruttivendolo, dal macellaio, in pescheria, in pasticceria, in pizzeria, e per le diverse esigenze domestiche, elettricista, pittore, idraulico, falegname, aiuto. Un contributo da non disprezzare in altra economia, che finisce sempre per ammontare a migliaia di euro. Che talora si estende, per nostalgia o convenienza, alla provvista di beni locali, olio, vino, formaggio, dolciumi, miele, carni conservate, pesci conservati, vegetali conservati.
Ma questa spesa, altrettanto inevitabilmente, si trascina delle critiche: il latte ha la melitenza, o maltese (la brucellosi), il maiale la scrofola, l’afta, la peste, la trichinellosi (se così si dice, il vocabolario non la registra), il vitello è agli estrogeni, quando non ha l’afta, anche lui, il miele è importato (dalla Romania, dalla Cina, un tempo dall’Albania, ma l’Albania fa tanto miele?), l’olio variamente mescolato (semi, Tunisia, sansa, “murga”, “pastazzo” sono le parole spregiative più in uso), il vino è fatto col “bastone”, l’igiene dei prodotti conservati come minimo è da tifo, le paste dolci e i gelati hanno dato la diarrea, il vomito, un caso di avvelenamento, dieci casi, cento, mille. Con implicito un giudizio di dabbenaggine, o stupidità, come se uno pensasse di fare l’affare. Il pizzaiolo tratterà chi ritorna con degnazione, anzi con dispetto, mentre è affabile con i locali. Perfino il barbiere e la parrucchiera trattano il ritornante con sospetto, anche se va da loro per lusingarli, uno che avrebbe potuto farsi fare i capelli in città.
Chi è rimasto, è attivo, e sa come va il mondo la spesa la fa nei supermercati, e più nelle catene distributive, Auchan, Carrefour, dove la qualità e la convenienza sarebbero assicurati. Mentre nelle famiglie, dove amici e parenti non possono esimersi dall’invitavi una volta, i figli, più spesso i ragazzi, si fanno un panino di tutto, che imbottiscono di maionese, ma sembra margarina, ketchup e senape, con abbondanza di patatine a contorno. Capita spesso nei ristoranti di trovare olio di Olgiate Olona, o Lumezzane, e vino sfuso, frizzantino o fermo, dell’ormai insopportabile chardonnay di qualche Tavernello che lo fornisce alla spina - questi, si spera, perché costano meno. Mentre i prezzi locali sono mediamente dimezzati, il calcolo non è difficile. E la qualità non è mortale, per esperienza ormai di troppi decenni: non è malato il latte, non lo è la carne, l’olio è sempre il migliore (per ogni categoria di prezzo), e per l’igiene delle conserve si spera in Dio, come per ogni conserva industriale. Sono prodotti peraltro di gusto. Perché tanto astio, allora?
È l’antipatia per il ritornante? È il gioco degli odi sottili nelle piccole comunità? È l’odio-di-sé.
Mettendoli insieme, il rifiuto-disprezzo di chi ritorna e il rifiuto del prodotto locale, il quadro non è più quello della stabilità contro l’abbandono, ancorché sbagliato, ma dei rifiuto di sé. Il sospetto e la critica di chi ritorna è, al fondo, di dispetto per un giudizio di Dio che avrebbe dovuto essere radicale e invece è compiacente: il ritorno è risentito come una debolezza.

Aspromonte
La “mangiata” vi è la suprema delizia, e la massima aspirazione, d’estate e d’inverno: strafogarsi di cibo. Talvolta in forma di schiticchiu, un banchetto tra soli uomini, che si cucinano alla brace del fuoco il maiale, l’agnello, o mettono a bollire la capra – cacciatori,camminatori, tagliaboschi, semplici amici.

La Montagna sorprende i (rari) visitatori. Perché è molto verde, con pinete e faggete estese e elevate, e sempre aperta - anche dove non vede il mare l’orizzonte è aperto. Mentre per i molti, ammesso che ne abbiano un’idea, l’Aspromonte è arido e anzi roccioso. Forse in ragione del nome. O il Sud è legato all’aridità.

Sulla “Gazzetta del sud” una gentile corrispondente fa l’elenco degli interventi antidroga in Aspromonte, due, dello squadrone eliportato dei carabinieri “Cacciatori di Calabria”. E l’Aspromonte dice uguale alla Colombia. Triplice ignoranza: dell’Aspromonte, della Colombia, e dello Squadrone Cacciatori. Ma la voglia di flagellarsi fa aggio.
Le piantagioni di canapa indiana scoperte in Aspromonte sono una di 95 piante e una di 133. A prezzo di quante ore di volo, e d’indennità di volo?
Si sa che la canapa è di coltivazione corrente, non solo nell’Aspromonte: a Perugia per esempio, a Siena, a Roma, dove i giovani in teoria studiano. Nell’Aspromonte, fino a una dozzina d’anni fa, tra San Luca e Delianuova, capitali dei sequestri di persona, passava liberamente per i paesi in fascioni sulle “Ape” scoppiettanti. I due business andavano insieme?
Nell’Aspromonte qualsiasi viaggiatore a piedi, specie se torrentista, sa dove sono le piantagioni vere di canapa indiana, chi le coltiva, quanto sono grandi, e quanti raccolti si fanno. Sa anche dove va il ricavato (in genere palazzi). Si fanno ogni agosto operazioni eliportate per altri motivi. Altri che non la distruzione della canapa indiana, o degli interessi che ci sono dietro: l’operatività che l’Arma misura, i telegiornali vuoti dell’estate, e le indennità di volo.

La tarantella è diventata un business, l’industria musicale probabilmente più fiorente in Italia. E un brand: non è idea da buttare eleggerla a soul del Sud, benché con qualche approssimazione. Solo resta fuori dal revival l’Aspromonte, anche se la sua tarantella, la tarantella aspromontana, è la più originale: tradizionale, antica, d’impatto emotivo. Un po’ perché dovrebbero studiarla e rilanciarla a Reggio Calabria, e Reggio sa poco dell’Aspromonte – ma di che sa Reggio? Di più perché il revival viene dalla coda, dal successo della pizzica salentina, non dalla tradizione.
È del resto nel Salento che invidiano e studiano la tarantella aspromontana.
In Calabria la tarantella aspromontana è lasciata alla ‘ndrangheta. È impossibile, di un ballo dalle tradizioni così remote, ma si scrivono libri per dirlo, anche di cultori della materia.

“Parla piano,\ mentre dorme l’Aspromonte,\ una lancia nel costato,\ cento spine sulla fronte”, canta Mujura in un suo rap sostenuto. Per finire: “Fuciliamo il padreterno,\ se rinasce non fa niente!”.

leuzzi@antiit.eu

Alla patria ingrata, da Mary e Pound

Straordinaria contemporaneità di questa silloge, che accompagnò all’uscita la caduta del Muro e delle ideologie. “Un ponte fra due «sconfitte»” Mary dice il suo lavoro, cioè fra due culture elette che la rifiutavano, l’Italia e l’America. Ma avrebbe potuto dire tre “sconfitte”, poiché vi è molto delle non felix Austria, nelle specie del Tirolo – al cui antico, saggio, primitivismo però i soli versi stupefatti sono dedicati. Un lamento alla PATRIA INGRATA, l’Italia dell’ennesima eco dantesca, che nella sua prolungata fase di ottuso galleggiamento, nel dopoguerra che non finisce, ha dimenticato chi l’aveva eletta, Pound, e ignora chi vi è nato devoto, Mary nella fattispecie, figlia di Pound.
Non è un monumento, all’ingratitudine, perché al declino della curva della vita un rapporto diventa necessario, un ambiente, una tradizione. Sommesso è anche il persistente quesito della colpa e della discriminazione. Per chi, Pound, non fu che “un refuso del fascismo”, e in genere per gli “esiliati d’altra sponda”, chi non arde alle fiamme dell’ideologia. Che non è l’unica maniera di stare al mondo, non in America ma neanche in Europa – solo questo paese, sempre molto confessionale, non sa capirlo.
Mary de Rachewiltz, Polittico

venerdì 16 settembre 2011

100 mila intercettazioni, uno scandalo

Centomila intercettazioni sono state dunque raccolte dal giudice Scelsi e dalla Guardia di Finanza di Bari contro Berlusconi: è una cifra paperoniana ma è un fatto. Dai risvolti tutti negativi, per la giustizia e la democrazia.
È una rete troppo larga e conferma che Berlusconi è sentito ovunque e con chiunque. Le intercettazioni si concentrano in un secondo momento, dove un fumo di scandalo emerge.
Centomila intercettazioni non rendono possibile la difesa, e non rendono possibile quindi un processo.
Centomila intercettazioni sono disposte solo a fini scandalistici – al tempo della controinformazione si sarebbe detto “provocatori”.
Il giudice Scelsi è dalemiano autoconclamato. E così il giudice Emiliano, sindaco dalemiano di Bari. Alla cui rielezione al ballottaggio tre anni fa Scelsi ha dato il contributo decisivo con le prime di queste intercettazioni, insieme con Fiorenza Sarzanini del “Corriere della sera”.
D’Alema è il presidente del Copasir, il comitato di controllo dei servizi segreti.
Si dichiarano 100 mila intercettazioni nel silenzio dei sindacati dei giudici, del Csm, del presidente della Repubblica che presiede il Csm.
La stampa celebra le 100 mila intercettazioni senza distinzioni come un fatto di libertà, e questo è il segnale vero dell’imbarbarimento dell’Italia. Non Berlusconi che va a puttane.

Malpensa, sperpero record

Potrebbe essere il più grosso spreco dell’Italia repubblicana, ma nessuno può saperne il costo. La Grande Malpensa è costata dal 1979, da quando il progetto è partito, a valori attualizzati, fra 4 e 5 miliardi, ma nessuno in realtà ha accesso ai costi. Che potrebbero anche essere stati il doppio, considerando le tante infrastrutture di servizio, autostrade, ferrovie, metanodotti, depositi petroliferi, etc, che il progetto contemplava. Nessuno studio ne è stato fatto. E forse non sarebbe possibile: i ministeri delle Infrastrutture e delle Attività Produttive, e la Regione Lombardia, non sanno quanto hanno speso. Di certo è che è stata una grande spesa per un grande, impensabile, fallimento: dopo aver portato al fallimento l’Alitalia, infatti, lo scalo è a tutti gli effetti irrecuperabile.
Malpensa vanta ancora due milioni di passeggeri l’anno, ma giusto perché ci fa scalo Easyjet, una low cost con pochi servizi a terra, che copre un terzo del traffico. Un traffico che non è comunque maggiore di quello di un aeroporto provinciale. Lufhansa e Air France, che ci avevano provato, tagliano i voli. Air France torna a Linate, Lufthasa sposterà altrove la piccola flotta che aveva stazionato a Malpensa. La Sea, la società di gestione, ha chiuso il 2010 in utile di ben 124 milioni, ma per trucchi contabili evidenti: il Comune di Milano, socio di maggioranza, non riesce a incassare la cedola, la quotazione della società è sempre rinviata. Ora si aspettano gli arabi, Emirates, Gulf, Etihad, ma con poche speranze – Malpensa non è una squadra di calcio inglese, è un buco nero.

L’aeroporto di Milano pagato da Pantalone

Il 13 giugno 1988, alla vigilia della liberalizzazione del trasporto aereo, l’allora ammin istratore delegato di Alitalia Umberto Nordio lanciava l’allarme Malpensa in questi termini:
“Milano oggi è un dramma: la grande area industriale italiana, il maggior bacino di utenza per merci e per passeggeri, non ha un aeroporto internazionale di livello e non si vede quando ce l’avrà. “Fiumicino non è una soluzione. Il viaggiatore di Verona o di Bergamo preferirà spostarsi su Zurigo o Parigi, che per lui distano tanto quanto Roma, ma consentono un’ora di volo in meno verso il Nord Europa e gli Usa. Senza contare che il disservizio di Milano si riflette negativamente su tutta la nostra attività, con ritardi e disguidi.
“Un disastro. All’inizio probabilmente per errori di calcolo, sia sulla crescita del trasporto aereo sia sullo sviluppo di Linate, che invece oggi è in piena città, sia sulle tecnologie. Oggi le strumentazioni di Linate e i vincoli antirumore ne riducono il potenziale di tre quarti. A questo punto, deciso di fare la grande Malpensa, s’è aggiunto il problema dei soldi. La responsabilità in parte è dello Stato, che non ha capito che Milano era un problema per tutta l’Italia e ha dato al progetto Malpensa una dotazione iniziale insufficiente, poco più di 400 miliardi. Ma bisogna anche dire che Milano, a differenza di quanto noi abbiamo fatto a Fiumicino, ritiene che tutto debba essere a carico di Pantalone. Noi Fiumicino l’abbiamo rilanciato con investimenti d’impresa, perché è un business, che rende. Milano non s’è data una struttura e un’immagine d’impresa”.

giovedì 15 settembre 2011

Ombre - 102

“Accompagnamento coatto” per una parte lesa? Perché Lepore non restituisce lo stipendio?
Va bene Napoli, va bene Berlusconi, un eccesso si può anche tollerare. Vanno bene anche i procuratori invadenti: sono una mafia e c’è solo da dissimulare e “scapolarla”, come si dice a Roma, in attesa di tempi migliori. Ma un Procuratore dello Stato ignorante della legge?

Un certo Paragone, che lavorava alla “Padania” e grazie a Berlusconi ha avuto una rubrica alla Rai, si merita mezza pagina sul “Corriere della sera”. Per dire che il ministro Brunetta è un arrogante. Giornalismo?

È vero che i beneficati di Berlusconi diventano i suoi peggiori nemici. Mario Orfeo, che con Berlusconi ha fatto il salto dal “Mattino” al Tg 2, ora fa al “Messaggero” il giornale più antiberlusconiano. Lo fa per Casini.

La procura di Parma spinge per le dimissioni del sindaco. Che invece resiste, benché gli stiano arrestando tutti gli assessori. E il motivo è semplice: tutto il “marcio” è partito con la denuncia e l’arresto del capo dei vigili urbani da parte della procuratrice Paola Dal Monte. Il cui marito briga da mesi per diventare lui il capo dei vigili urbani a Parma. Tutto questo è noto ma non si scrive – a parte qualche giornale locale. Dov’è lo scandalo?

“Primo giorno di protesta. «Ed è solo l’inizio»”, titola a tutta pagina il “Corriere della sera Roma” per l’inizio dell’anno scolastico. Mentre è stato una festa. Il “Corriere” fa terrorismo? Il “Corriere”?
Questa Gelmini fa anche fare lezione tutto il giorno fin dal primo giorno, otto, sei e cinque ore come da orario, non si salta un giorno, un turno, un’ora. Non è troppo stress per i ragazzi? Coraggio, “Corriere”, ancora uno sforzo.

Il giornalista Mentana arriva a Certaldo con l’elicottero per ritirare il premio Boccaccio. Con due ore di ritardo. Arbasino, che c’è arrivato in macchina il giorno prima, se ne va senza ritirarlo. Questa è l’Italia che si pretende di sinistra: arrogante.
Ne fa parte la stampa. Che di Arbasino ha scritto abbondante, di Mentana niente.

“La crisi è una cosa seria. Il governo italiano no”. La Cgil occupa piazza del Pantheon a Roma per ribadirlo, posto d’elezione dei turisti. Che rivendicazione è, far sapere all’estero che il governo italiano non è serio? È il provincialismo dell’ex Pci, che si assolve dell’incapacità mettendosi in linea con l’“Economist” e il “Financial Times”, gli araldi del mercato – della speculazione.
I turisti non si fermano, non guardano, evitano di gaurdare: penseranno, con Berlusconi, che dietro tante bandiere rosse l’Italia è piena di comunisti?

Si stracelebra l’11 settembre, Osama come un altro Hitler. Mentre si è taciuto il ventennale dell’unificazione tedesca – come, due anni fa, quello della caduta del Muro, il fatto fondante del Duemila. La buona coscienza ha sempre bisogno di un “Nemico”, Carl Schmitt non ha inventato nulla.

Un Luca Valdisserri, del “Corriere della sera Roma”, ha condotto per anni una battaglia diuturma contro i Sensi e la Roma, anche quando la squadra giocava bene e vinceva. Erano gli anni di Franco Baldini fuori dalla Roma, il grande accusatore del calcio italiano che finalmente s’è comprata una sua squadra, tramite l’“imprenditore” Usa DiBenedetto, senza pagarla. Luca Valdisserri esiste, non è uno pseudonimo. Ora non scrive più, che la Roma perde sempre, e male: s’è scoraggiato?

Ciampi fa al “Corriere della sera” un ritratto all’apparenza inverosimile di Jürgen Stark, rozzo, tracotante, razzista. Ma è vero: avrebbe potuto aggiungere che Stark è stato, al governo federale e nella Bce, l’uomo del mercato, cioè del”Financial Times”, insomma della speculazione.
In più, l’uomo è la Germania di Berlino, un banchiere popolare più di un attore, tanto confusa quanto violenta.

“Il terzo Polo: caso Stark campana a morto per palazzo Chigi”, annuncia trionfante “il Messaggero”, che del Polo è diventato l’araldo. Poi si dice che Casini, Fini e Rutelli prendono pochi voti.

Spiega Citati la Mondadori a Paolo Di Stefano: “Era un luogo infernale, dove la massima attività era litigare: Arnoldo litigava con Alberto, Alberto con Giorgio, le donne con gli uomini, tutti col padre. Si stava malissimo”. Poi arrivò Berlusconi, e “si respirò un’aria di grande libertà, perché non c’erano litigi interni e non c’era il padrone”. Non tutto il male viene per nuocere?

Kate, una pusher nigeriana in carcere a Castrovillari, ne esce eroina, della Calabria e dell’Italia. Commuove i giornali, evita l’estradizione, e avrà soggiorno, assistenza, lavoro, quello che si dice un futuro assicurato. Da un’idea di Franco Corbelli per una giustizia giusta: “In Nigeria mi lapideranno”. Un trucco inoffensivo, per riflessi positivi. Che però smuove insieme l’ignoranza, il pietismo e, chissà, la stupidità.

C’era, c’è, una Dc anche degli arbitri – come è sempre Dc la Federazione gioco calcio. Che al solito si autocelebra: Rosario Lo Bello celebra il padre Concetto, quello che inventò l’arbitro che “fa” le partite, fino a Collina, Farina etc. Concetto della Dc fu anche deputato, e a Montecitorio passava il tempo con l’interminabile aneddoto di come si era “fatto” la moglie di Agnelli – i Lo Bello sono siciliani.
Rosario si ricorda in un Roma-Juventus di coppa Italia, a fine stagione, di nessun interesse. Nel quale fece sbellicare dalle risate Platini e Boniek: appena il francese lanciava il polacco Rosario fischiava il fuorigioco. Diede alla Roma pure un rigore, affrettandosi a giustificarlo al democristiano della Juventus (Cabrini) – che Rampulla però parò. E la Roma perse tre a uno: sempre le dinastie finiscono male.

L’onorevole La Russa, capogruppo di un partito e ministro di un governo che i giudici combattono con ogni mezzo, anche illegale (“irrituale”), afferma ogni paio di giorni che la colpevolezza è stata “accertata dal sistema giudiziario tutto”. La colpevolezza di Battisti, l’ex terrorista che si proclama innocente dei quattro delitti per i quali è stato condannato all’ergastolo, in contumacia. Ultimamente La Russa aggiunge: “Credo che il solo fatto che Battisti apostrofi il sistema giudiziario con parolacce sia addirittura un reato”. Insomma, se non per omicidio condanniamolo per vilipendio.
La Russa è un ex, ma la giustizia (non) è ancora fascista? Però è vero che la mancata estradizione di Battisti è stata un atto politico, benché sancito dalla corte Costituzionale brasiliana. Di una sinistra che, avendo fallito la rivoluzione anche in Brasile, si rifà col potere.

False notizie di guerra, sinistre

L’argomento fu materia di riflessione fra gli storici, da Marc Bloch in poi, le false notizie di guerra. Ma quelle diffuse dagli agenti inglesi contro Gheddafi - oggi abbiamo il colonnello in fuga sulla jeep invisibile, niente di meno, di marca fracese - seppure bevute dai grandi inviati italiani (solo da loro), non sono niente rispetto a quelle diffuse da Woodcock e Lepore, e ora dai media, la Rai berlusconiana compresa. Ieri la Rai ha certificato una sorta di guerriglia in centro a Roma davanti a Montecitorio. Mentre si è trattato del solito presidio di protesta allestito in un angolo della piazza da una quindicina d’anni, occupato a turno, con singolare disciplina, dai vari gruppi di protesta, dai Coldiretti agli Intrattabili. Essendo stati ieri negli stessi luoghi nelle stesse ore si può certificare ocularmente che non ci fu guerriglia – è troppo facile per gli operatori “restringere l’obiettivo” su quello che si vuole far vedere.
Nello stesso giorno il governo ha fatto un decreto contro le intercettazioni, Berlusconi l’ha portato da Napolitano e Napolitano l’ha bocciato. Chi ancora legge i giornali ha trovato oggi questa notizia, “Napolitano boccia il decreto intercettazioni”, in grosso in prima pagina. Mentre il governo non ha fatto il decreto, non poteva farlo, e forse non vuole neppure farlo – una corrente di pensiero sostiene che le intercettazioni giovano a Berlusconi, le illegalità.
Non da ieri, già da qualche giorno invece la Rete è invasa dai commenti sull’ultima probabile uscita di Berlusconi: “La Merkel è una culona inchiavabile”. Senza dire come e dove la cosa nasce. Ecco dove e come:
“Secondo alcune voci, che tuttavia non hanno trovato conferma, il premier avrebbe detto: 'La Merkel culona inchiavabile'.
“A quanto pare in Transatlantico due deputati…
“La voce ha cominciato a circolare ieri su Facebook…
“In Transatlantico due onorevoli si danno di gomito. "Ma la sai l'ultima? Berlusconi ha detto che la Merkel è una culona...”
La storia è nata sulla Rete. La Rete è piena di blogger di partito, retribuiti, eh sì, che si danno di gomito – erano quelli che telefonavano indignati la mattina alla rassegna stampa di Radio Tre, ora dirottati sui nuovi media. Poi Crozza da Mentana o Gruber, in attesa di Santoro e Litizzetto, ci fa l’imitazione, ElleKappa la vignetta, etc. Nelle radio di partito si pone l’angoscioso quesito: come l’avrà presa la Germania? Con risposte: l’ambasciatore ha protestato, la Merkel ha rifiutato d’incontrare Berlusconi, la “Bild” ha proposto di boicottare la pasta… Come la rivoluzione” del Cairo, o quella di Bengasi: c’è in questa sinistra italiana, europea, lasciata allo sbando una voglia di vendetta telefonica, che si accontenta di voci e immagini telefonate. Solo che l’Italia non è a fine regime.
È la fine del giornalismo? I grandi giornali annunciano oggi l’aumento dei lettori, mentre registrano sempre più tagli alle tirature e agli organici. E può essere un effetto della crisi, che si preferisce leggere i giornale degli altri, senza pagarlo. Ma può essere un’illusione - come ci calcolano i lettori? Mentre è un fatto che non si comprano più giornali. E un perché è chiaro: eccetto le fantanotizie non c’è nulla da leggere. Ma su quelle la Rete è imbattibile, a beneficio dei telefonici.