Ma quali professori, questi sono dittatori! Scrive proprio così Piero Ostellino. Sul “Corriere della sera”. All’“amico” Monti, “cattolico-liberale”, imputa “un totale disprezzo dei diritti dei cittadini”. Il governo dice “dispotico”, senza più, “corrotto” dal potere. E i media plaudenti “una sorta di Minculpop” fascista, che solo sa muoversi al grido: “Il Duce ha sempre ragione”.
Sembrerebbero cose gravi. Ma l’ex direttore mettono in un angolo triste del giornale. È proprio vero che i liberali sono finiti allo zoo.
In due giorni 40 mila consigli antispreco al commissario straordinario Bondi. Non eravamo una nazione di commissari tecnici? Solo Monti non lo sapeva?
O questo “scrivete al governo” è un modo come un altro per il professore di dire “popolo bue”?
Al processo siciliano per la trattativa mafia-Stato due giudici che si professano “allievi” di Borsellino, Alessandra Camassa e Massimo Russo, ricordano ora che il maestro a giugno del 1992 disse in lacrime: “Non posso credere che un amico mi abbia potuto tradire”. E sostengono in Tribunale che Borsellino si riferiva alla trattativa. Seppure prima della trattativa che il suo assassinio avrebbe propiziato. Cioè non lo dicono, lo lasciano intendere.
Potenza dei testimoni: possono dire indenni in questo Stato di diritto qualsiasi cosa. Purché vada sui giornali.
Serie incredibile di errori juventini in Juventus-Lecce. Sottoporta del Lecce e, infine, nella porta propria. E forse il pareggio non era stato “giocato”.
“Il concertone a Napoli, De Magistris sfida Alemanno”. Promettendo il concerto gratis per il Primo Maggio 2013: 300 mila euro. Grandezza di Napoli? Del giudice-sindaco?
“Repubblica” plaude. Spending review?
Di De Magistris si può capire: s’è costruita la carriera politica coi soldi pubblici, con le inchieste fasulle. Ma da destra: contro Prodi, e contro la giunta di sinistra a Potenza. È “la Repubblica” di sinistra-destra?
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Il pm Mancuso di Napoli, nemico dichiarato del Procuratore Capo missino Cordova, no global imperseguibile, figli compresi, si faceva raccomandare al Csm da Gasparri. Tramite un colonnello dei carabinieri. E la cosa è stata denunciata.
Si capisce quanto la rottura tra Fini e i sui ex colonnelli è stata traumatica: tra i giustizialisti ora è difficile orientarsi.
Nel mezzo della recessione, tra licenziamenti di massa e “esodati”, la Cgil di Milano si mobilita per un “presidio antifascista”, per impedire il solito “saluto” annuale a Sergio Ramelli, assassinato nel 1975. Un diciottenne che forse fu fascista, ma non era un terrorista né un violento.
Ma se ne lamenta solo Battista. Che è romano. Nel solito angolino triste del “Corriere”.
È la stessa Cgil che ha cacciato Muti dalla Scala, l’orchestra scaligera riducendo a banda di paese, e da quasi mezzo secolo tiene in ostaggio Brera? Fermo comunque il no della Scala a Muti: i milanesi che vogliono ascoltarlo vanno a Brescia.
Sfilano nelle due pagine di Paolo Mieli sul “Corriere della sera” il Primo Maggio, “Il diffamatore di Gramsci che fu assolto dal Pci”, non solo una serie di ignominie del Partito, ma anche una serie sorprendente di storici che si censura. Sul Partito e su Gramsci.
A un vagolante segretario politico, Alfano o Bersani, che gli ha proposto la compensazione fra debiti e crediti fiscali, Monti risponde con l’inoppugnabile premessa: “Non pagare le tasse è criminale”. Dunque, è un furbo.
Il presidente dell’Eurogruppo Juncker, nominato e sostenuto da Francia e Germania, lascia l’incarico protestando contro “le ingerenze di Francia e Germania”. Senza reazioni. Né a Roma né altrove.
sabato 5 maggio 2012
venerdì 4 maggio 2012
Il milanese Craxi non voleva critiche a Milano
Il 5 maggio 1992 un collaboratore dell’«Avanti!» poteva annotare in una sorta di diario politico:
“«Milano non si tocca, le critiche a Milano vengono giudicate artefatte. E poi Milano siamo noi, i socialisti»: queste le risposte del direttore Villetti un anno e mezzo fa, alla proposta delle prime critiche al sistema milanese, passate poi sul giornale in forma ridotta e semiclandestina. Ora siamo al “Milano infetta”. E nei centri politici, non in quelli degli affari.
“Un errore doppio di Craxi: essersi fatto governare dagli affari, averli protetti nel nome del mito ambrosiano. Errore politico, che ne riduce la statura, l’intelligenza, e probabilmente la carriera. Ma è un errore di milanesità: la tracotanza milanese, più che lombarda, che non riesce nemmeno a capire di quali problemi (errori) è causa. Per un complesso di superiorità, e di vittimismo. Anche in questa crisi la colpa di tutto è di Roma, come se la politica si facesse a Roma e non a Milano.
“Ma cos’è Milano nei fatti? Beccaria, i Verri, Cattaneo, Manzoni, non saranno idealizzazioni di una società piena di sé, inaffidabile (incostante), a suo modo violenta – o si fa come mi fa comodo, oppure… Dov’è il milanese saggio, ragionativo, operoso, quadrato?
“Si dirà sicuramente che la cattiva politica lo ha dirazzato. Ma la politica è l’espressione di una società, con la quale interagisce debolmente, meno degli interessi di bottega per dire, o della presunzione etnica. Craxi, che era ipermilanese cinque anni fa, quando aveva ben governato e le cose andavano bene, è lo stesso oggi”.
“«Milano non si tocca, le critiche a Milano vengono giudicate artefatte. E poi Milano siamo noi, i socialisti»: queste le risposte del direttore Villetti un anno e mezzo fa, alla proposta delle prime critiche al sistema milanese, passate poi sul giornale in forma ridotta e semiclandestina. Ora siamo al “Milano infetta”. E nei centri politici, non in quelli degli affari.
“Un errore doppio di Craxi: essersi fatto governare dagli affari, averli protetti nel nome del mito ambrosiano. Errore politico, che ne riduce la statura, l’intelligenza, e probabilmente la carriera. Ma è un errore di milanesità: la tracotanza milanese, più che lombarda, che non riesce nemmeno a capire di quali problemi (errori) è causa. Per un complesso di superiorità, e di vittimismo. Anche in questa crisi la colpa di tutto è di Roma, come se la politica si facesse a Roma e non a Milano.
“Ma cos’è Milano nei fatti? Beccaria, i Verri, Cattaneo, Manzoni, non saranno idealizzazioni di una società piena di sé, inaffidabile (incostante), a suo modo violenta – o si fa come mi fa comodo, oppure… Dov’è il milanese saggio, ragionativo, operoso, quadrato?
“Si dirà sicuramente che la cattiva politica lo ha dirazzato. Ma la politica è l’espressione di una società, con la quale interagisce debolmente, meno degli interessi di bottega per dire, o della presunzione etnica. Craxi, che era ipermilanese cinque anni fa, quando aveva ben governato e le cose andavano bene, è lo stesso oggi”.
La Montagna Potiomkin
Per magica che la montagna sia diventata, nella nuova traduzione di Renata Colorni, è “La corazzata Potiomkin” della letteratura. Il problema non era la traduzione.
Thomas Mann, La montagna magica
Thomas Mann, La montagna magica
giovedì 3 maggio 2012
Berlusconismo di sinistra
Da Giorgio Meletti a Travaglio, Gianni Dragoni, Alessandro Robecchi, è un coro sul tema caro a Flores d’Arcais: “Il governo Napolitano-Monti-Passera e la continuità col berlusconismo”. Per il difetto d’ottica che, come sempre ormai da settant’anni, fa l’irrilevanza politica degli intelligenti, i belli-e-buoni della Repubblica. Le tasse non sono un discrimine, benché ingiuste e violente, né l’affarismo di Milano, né il neoguelfismo di Bazoli al posto del populismo di Berlusconi. Conta solo l’antipatia, l’umore, la gesticolazione, quanto basta a “bucare lo schermo”. Che una volta si chiamava superstruttura, oggi berlusconismo.
“Micromega”, 2\2012, pp. 244 € 14
Firenze e il fascismo dal vivo
Un ritratto sempre fresco della Firenze scomparsa, piena d’intelligenza e bellezza. I luoghi, Bibe al Ponte all’Asse, Omero a Pian de’ Giullari, Crispino al Poggio, tanto Colle Val d’Elsa col senese, e le persone, Maccari, Rosai per un centinaio di pagine, Vittorini per la metà, i viareggini, Bonsanti, Linder, che chiede rifugio e sporca la casa degli ospiti, il nonno gobbo di Geno Pampaloni, Montale protettore della Resistenza, Luzi in tralice, e Bruno Sanguinetti, che ucciderà Gentile (ma qui non se ne parla). C’è anche, via Montale, Ezra Pound a Rapallo, fascista irremovibile. Con Mussolini e alcuni gerarchi dal vivo, Galeazzo Ciano, Alessandro Pavolini, Berto Ricci. Meno la seconda parte, i soliti dissidi tra comunisti sono già ossidati – questi ex giovani erano più liberi (creativi) quando erano fascisti?
Romano Bilenchi, Amici, Bur, pp. LX, 261 € 13
Il romanzo di Gramsci a Roma
Gramsci deputato a Roma di ritorno da Mosca, scelse di vivere con la famiglia Passarge, seguendola anche in un trasloco. Di un anziano titolare di due famose farmacie, in piazza di Spagna e davanti al Grand Hotel, passato indenne alla prima guerra. Di sua moglie Clara Ilgner, adottata in una famiglia d’importanti dirigenti della I.G.Farben e della Basf. E del figlio Mario, spia dei servizi italiani e intimo di Carmine Senise, capo della polizia di Mussolini, lui come le sue due sorelle, poi all’NW7, il servizio di spionaggio della Farben. Fu in questa casa che Gramsci subì l’arresto, per il quale si era “preparato”.
La ricostruzione è tra quelle condannate dai gramsciani in titolo, fra quante si propongono di fare la storia del comunismo in Italia, e quindi di Gramsci. Uno di essi, D’Orsi, imputa a Biocca l’insinuazione che Gramsci si sarebbe pentito (“ravveduto”), per ottenere la libertà. Ma questo qui non c’è. C’è invece una storia fantastica di spie: normali, familiari. Un romanzo. All’urna senza nome con le ceneri di Gramsci toccò anche di convivere, nel cimitero protestante di Testaccio a Roma, con la giovane Elsbeth, la sorellastra di Mario, morta ventenne alla vigilia del matrimonio, la cui statua funebre è famosa tra i frequentatori perché “porta fortuna” - fino alla conveniente rimozione della urna nel dopoguerra.
Dario Biocca, Casa Passarge: Gramsci a Roma (1924-1926), “Nuova Storia Contemporanea”, pp.168 € 11,50
mercoledì 2 maggio 2012
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (126)
Giuseppe Leuzzi
Quando il papa incoronò Carlo Magno, a Bisanzio dissero: “Il papa dell’antica Roma è nelle mani dei barbari”. Sbagliavano? Lutero butterà la maschera.
Da un paio di decenni, da quando i giudici della Procura di Milano sono napoletani, non ci sono più delinquenti napoletani a Milano. Sono calabresi.
Emilio Fede corruttore di minorenni (Ruby), prosseneta, ricattatore (di Berlusconi), e trafugatore di capitali in Svizzera. Volano gli stracci, usa dire, e Milano si diverte così. Ma – poiché Fede non è nessuna di quelle triplici incarnazioni – sarebbe stato “Emilio Fede” se fosse stato veneto, oppure piemontese, invece che siciliano?
Breve storia del Nord – 3
Al Nord il vizio non c’è, spiega Pope nel “Saggio sull’uomo”: “Ma dove al vizio estremo mai s’è consentito?\Chiedi il Nord dov’è: a York, o sulla Tweed,\in Scozia, alle Orcadi, e lassù,\in Groenlandia, Zemlia, o Dio sa dove”.
In realtà Pope dice “Zembla” e non Zemlia, che sarebbe la terra. Zembla sarà la futura patria del protagonista di Nabokov in “Fuoco pallido”.
Poi venne il giovane Coleridge, che sfruttando la fama del padre Samuel lanciò il genere della “Biographia Borealis”, o “Vite di Settentrionali Distinti”.
Il consolidamento si farà con la scoperta dell’“arianesimo”, in Inghilterra e poi in Germania. Il Nord fu così pacificato. Carlo Cattaneo poteva nel 1840 rilevare arguto che “le magiche peregrinazioni degli Ariani” fondavano “la eccellenza e la nobiltà del Settentrione”.
Con l’Italia fu lasciata fuori la Russia, di cui a tratti si negò che fosse abitata da slavi. Marx voleva i russi ricacciati “al di là del Dniepr”, in quanto mongoli e quindi non indogermanici: i russi, diceva, “non sono slavi”. Mentre spagnoli e portoghesi furono a lungo tedeschi, dovendosi esportare l’“arianesimo” in America Latina e nelle Filippine. Nel 1865 l’Anthropological Review di Londra scoprì “una famiglia spagnola bionda e puramente gotica” nello Yucatàn. Ma durò poco, l’“arianesimo” è religione del Nord per il Nord.
Più tardi nel secolo Giuseppe Sergi, siciliano di Messina, fine folklorista, scoprì che gli europei in blocco vengono dall’Abissinia. Giunti in Europa, presero due direzioni, il Nord baltico e il Sud mediterraneo. Quelli del Sud, dice Sergi, “per parecchio tempo dovemmo difenderci dai barbari ariani”. Sembrava una conciliazione e invece manteneva, seppure sottile, la distinzione. Il suo discepolo Luigi Pigorini, pur ribadendo l’unitarietà ancestrale in Abissinia, riconobbe senza esitazioni la civiltà al Nord, tra i baltici “ariani”.
Il Nord sarà poi molto in voga nel nazismo. Suscitando reazioni e ire nel fascismo. Julius Evola si disse per questo orgoglioso “ariano mediterraneo”, contro l’“ariano nordico”. Ma inciampò nella “categoria superiore” del “romano nordico” rispetto al “romano-mediterraneo”.
Evola non aveva torto, anche Roma è nordica: i romani non sono dolicocefali biondi, ma erano legislatori, soldati, e padri di famiglia, tutte virtù settentrionali. L’ha riconosciuto nel 1924 il “New York Times”: “Nella marea nordica che affluì in Italia (dai goti in poi, n.d.C.) erano gli antenati di Raffaello, Leonardo, Galileo, Tiziano…” - non di Michelangelo, notare. Lo stesso Colombo, “a guardarne i ritratti, autentici o meno, era chiaramente di origine nordica”.
Il discorso è la realtà - 2
“L’ontologia non è quello che c’è, ma il discorso su quello che c’è” – Maurizio Ferraris, direttore del Labot a Torino, laboratorio di ontologia, in “Manifesto del nuovo realismo”, p. 46. Il “discorso” è l’epistemologia. La quale, anche se fallace, non è quello che si sa ma quello che si dice. E chi ha un altoparlante lo dice meglio, lo diffonde, si fa ascoltare e credere. È il discorso del padrone – “L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone” è una commedia di Dario Fo del 1969, su un aforisma di don Milani.
Non è vero in assoluto ma lo è nella realtà storica “L’ordine del discorso” con cui Foucault inaugurò nel 1970 le sue lezioni, ribadito nella “Microfisica del potere sei anni più tardi: “L’esercizio del potere crea perpetuamente sapere e viceversa, il sapere porta con sé effetti di potere”.
Si dice così la famiglia al Sud patriarcale, anche se nessuno ha mai saputo di un matrimonio imposto a una figlia.
“Nulla conta fuori del testo”, si può convenire nelle realtà subalterne con Derrida, “Grammatologia” – sbagliato ma vero.
Calabria
“Uno dei più straordinari paesi che si trovano in Europa”, la disse Jean-Claude Richard de Saint-Non, più noto come Abate d Saint-Non, parigino, incisore, archeologo, viaggiatore in Calabria e Sicilia dopo girato l’Inghilterra: “E, sicuramente da molto tempo, uno dei meno conosciuti”. Allora, 1778, come oggi.
Fu greca (bizantina) ma di Alessandria d’Egitto. Il rito greco calabrese non era quello di san Giovanni Crisostomo e san Basilio, in uso a Costantinopoli, in Grecia e in Asia Minore, ma quello di Alessandria d’Egitto, di provenienza siriaca e palestinese – dei monaci in fuga dagli arabi.
Reggio subì una mezza dozzina d’invasioni arabe in un secolo, dopo l’arabizzazione della Sicilia. In un paio la popolazione non fece in tempo a fuggire in montagna e venne sterminata. Sempre fu saccheggiata, e bruciata.
Nella (larga) parte sconosciuta della sua storia, la Calabria, appena così fu denominata da Bisanzio, fu per alcuni secoli un avamposto contro l’accerchiamento arabo. Spesso con le sue sole forze. Gli arabi spesso occupavano e coltivavano un paese o un’area per decenni, anche per molti decenni. I borghi costieri si trasferirono a monte: Locri a Gerace, Caulonia a Stilo, una vetus civitas a Nicastro. Niceforo Focà, il generale armeno capostipite della dinastia bizantina, dopo aver liberato nell’885-886 la Puglia e la Calabria dai Saraceni, istituì il tema di Calabria accanto a quello di Longobardia - le propaggini settentrionali della penisola calabrese fino all’attuale Puglia centrale. Un secolo dopo i due temi furono fusi nel “catepanato” per l’Italia. Capitale del catepanato fu Bari, che aveva alle sue dipendenza lo stratega di Calabria a Reggio.
Le città erano chiamate kastra perché erano fortificate. Le basi militari non urbane erano dette castelli. Servivano anche come rifugio per gli abitanti dei borghi e i monaci dei monasteri quando, frequentemente, sbarcavano i saraceni, per razzie o occupazioni. Tre secoli di guerre.
Fu anche l’epoca in cui il crogiuolo levantino caratterizzò pure il catepanato: con gli autoctoni convivevano greci, slavi, ebrei, orientali in genere, e arabi. Nasser, l’ammiraglio maronita della flotta di Bisanzio che alla fine del decimo secolo annientò la flotta araba a Reggio e poi a Palermo, lasciò nella città calabrese il figlio Leone, che con i suoi figli diverrà uno dei maggiori possidenti della zona.
Ancora sotto i Normanni la Calabria parlava quattro lingue: greco, latino, arabo, volgare.
Tra i dieci cognomi più diffusi ad Aosta otto sono di origine calabrese. Undici sui primi quindici. I primi in classifica sono Mammoliti, Fazzari, Giovinazzo. Il primo autoctono, Bionaz, viene al sesto posto. È uno dei dati più nuovi della rilettura dei cognomi d’Italia che l’Anci, l’associazione dei comuni, fa nella sua rivista.
Non è un caso singolare, la geografia dei cognomi al Nord è da un paio di decenni mutata. Ma mentre i cinesi hanno “scalato” Milano (il cognome Hu è al quarto posto, prima di Bianchi, Villa e Brambilla, Cheng al decimo), e i pakistani Brescia e l’altrettanto ricco veronese, i calabresi hanno solo cambiato montagna. Per una, anzi, più fredda.
“C’è chi avuto i gesuiti e chi i cappuccini”, celia un personaggio di Astolfo, “La gioia del giorno”, in Angola, per spiegare l’arretratezza della società civile. La presenza fa nei secoli l’ossatura dei popoli, come l’assetto politico e quello sociale. C’è in Europa chi ha avuto san Benedetto, o i cistercensi, o anche i domenicani, e chi no. La Calabria ha avuto il monachesimo basiliano. Molto diffuso, ma di monaci in realtà che non seguivano una regola né si costringevano a un’organizzazione. Alcuni erano colti, e anche molto colti, molti del tutto ignoranti. E non coltivavano né organizzavano alcunché ma vivevano di elemosina.
Lo stesso nome è tardo: i monaci sono ovunque in quantità in Calabria dall’VII secolo, a partire dalle invasioni arabe in Palestina e dalla lotta iconoclastica a Costantinopoli, dalle quali fuggivano, ma vengono denominati “basiliani” per la prima volta in un documento del 1382 – la fondazione dell’ordine quale oggi si conosce è successiva, nel 1579, a opera di papa Gregorio XIII.
leuzzi@antiit.eu
Quando il papa incoronò Carlo Magno, a Bisanzio dissero: “Il papa dell’antica Roma è nelle mani dei barbari”. Sbagliavano? Lutero butterà la maschera.
Da un paio di decenni, da quando i giudici della Procura di Milano sono napoletani, non ci sono più delinquenti napoletani a Milano. Sono calabresi.
Emilio Fede corruttore di minorenni (Ruby), prosseneta, ricattatore (di Berlusconi), e trafugatore di capitali in Svizzera. Volano gli stracci, usa dire, e Milano si diverte così. Ma – poiché Fede non è nessuna di quelle triplici incarnazioni – sarebbe stato “Emilio Fede” se fosse stato veneto, oppure piemontese, invece che siciliano?
Breve storia del Nord – 3
Al Nord il vizio non c’è, spiega Pope nel “Saggio sull’uomo”: “Ma dove al vizio estremo mai s’è consentito?\Chiedi il Nord dov’è: a York, o sulla Tweed,\in Scozia, alle Orcadi, e lassù,\in Groenlandia, Zemlia, o Dio sa dove”.
In realtà Pope dice “Zembla” e non Zemlia, che sarebbe la terra. Zembla sarà la futura patria del protagonista di Nabokov in “Fuoco pallido”.
Poi venne il giovane Coleridge, che sfruttando la fama del padre Samuel lanciò il genere della “Biographia Borealis”, o “Vite di Settentrionali Distinti”.
Il consolidamento si farà con la scoperta dell’“arianesimo”, in Inghilterra e poi in Germania. Il Nord fu così pacificato. Carlo Cattaneo poteva nel 1840 rilevare arguto che “le magiche peregrinazioni degli Ariani” fondavano “la eccellenza e la nobiltà del Settentrione”.
Con l’Italia fu lasciata fuori la Russia, di cui a tratti si negò che fosse abitata da slavi. Marx voleva i russi ricacciati “al di là del Dniepr”, in quanto mongoli e quindi non indogermanici: i russi, diceva, “non sono slavi”. Mentre spagnoli e portoghesi furono a lungo tedeschi, dovendosi esportare l’“arianesimo” in America Latina e nelle Filippine. Nel 1865 l’Anthropological Review di Londra scoprì “una famiglia spagnola bionda e puramente gotica” nello Yucatàn. Ma durò poco, l’“arianesimo” è religione del Nord per il Nord.
Più tardi nel secolo Giuseppe Sergi, siciliano di Messina, fine folklorista, scoprì che gli europei in blocco vengono dall’Abissinia. Giunti in Europa, presero due direzioni, il Nord baltico e il Sud mediterraneo. Quelli del Sud, dice Sergi, “per parecchio tempo dovemmo difenderci dai barbari ariani”. Sembrava una conciliazione e invece manteneva, seppure sottile, la distinzione. Il suo discepolo Luigi Pigorini, pur ribadendo l’unitarietà ancestrale in Abissinia, riconobbe senza esitazioni la civiltà al Nord, tra i baltici “ariani”.
Il Nord sarà poi molto in voga nel nazismo. Suscitando reazioni e ire nel fascismo. Julius Evola si disse per questo orgoglioso “ariano mediterraneo”, contro l’“ariano nordico”. Ma inciampò nella “categoria superiore” del “romano nordico” rispetto al “romano-mediterraneo”.
Evola non aveva torto, anche Roma è nordica: i romani non sono dolicocefali biondi, ma erano legislatori, soldati, e padri di famiglia, tutte virtù settentrionali. L’ha riconosciuto nel 1924 il “New York Times”: “Nella marea nordica che affluì in Italia (dai goti in poi, n.d.C.) erano gli antenati di Raffaello, Leonardo, Galileo, Tiziano…” - non di Michelangelo, notare. Lo stesso Colombo, “a guardarne i ritratti, autentici o meno, era chiaramente di origine nordica”.
Il discorso è la realtà - 2
“L’ontologia non è quello che c’è, ma il discorso su quello che c’è” – Maurizio Ferraris, direttore del Labot a Torino, laboratorio di ontologia, in “Manifesto del nuovo realismo”, p. 46. Il “discorso” è l’epistemologia. La quale, anche se fallace, non è quello che si sa ma quello che si dice. E chi ha un altoparlante lo dice meglio, lo diffonde, si fa ascoltare e credere. È il discorso del padrone – “L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone” è una commedia di Dario Fo del 1969, su un aforisma di don Milani.
Non è vero in assoluto ma lo è nella realtà storica “L’ordine del discorso” con cui Foucault inaugurò nel 1970 le sue lezioni, ribadito nella “Microfisica del potere sei anni più tardi: “L’esercizio del potere crea perpetuamente sapere e viceversa, il sapere porta con sé effetti di potere”.
Si dice così la famiglia al Sud patriarcale, anche se nessuno ha mai saputo di un matrimonio imposto a una figlia.
“Nulla conta fuori del testo”, si può convenire nelle realtà subalterne con Derrida, “Grammatologia” – sbagliato ma vero.
Calabria
“Uno dei più straordinari paesi che si trovano in Europa”, la disse Jean-Claude Richard de Saint-Non, più noto come Abate d Saint-Non, parigino, incisore, archeologo, viaggiatore in Calabria e Sicilia dopo girato l’Inghilterra: “E, sicuramente da molto tempo, uno dei meno conosciuti”. Allora, 1778, come oggi.
Fu greca (bizantina) ma di Alessandria d’Egitto. Il rito greco calabrese non era quello di san Giovanni Crisostomo e san Basilio, in uso a Costantinopoli, in Grecia e in Asia Minore, ma quello di Alessandria d’Egitto, di provenienza siriaca e palestinese – dei monaci in fuga dagli arabi.
Reggio subì una mezza dozzina d’invasioni arabe in un secolo, dopo l’arabizzazione della Sicilia. In un paio la popolazione non fece in tempo a fuggire in montagna e venne sterminata. Sempre fu saccheggiata, e bruciata.
Nella (larga) parte sconosciuta della sua storia, la Calabria, appena così fu denominata da Bisanzio, fu per alcuni secoli un avamposto contro l’accerchiamento arabo. Spesso con le sue sole forze. Gli arabi spesso occupavano e coltivavano un paese o un’area per decenni, anche per molti decenni. I borghi costieri si trasferirono a monte: Locri a Gerace, Caulonia a Stilo, una vetus civitas a Nicastro. Niceforo Focà, il generale armeno capostipite della dinastia bizantina, dopo aver liberato nell’885-886 la Puglia e la Calabria dai Saraceni, istituì il tema di Calabria accanto a quello di Longobardia - le propaggini settentrionali della penisola calabrese fino all’attuale Puglia centrale. Un secolo dopo i due temi furono fusi nel “catepanato” per l’Italia. Capitale del catepanato fu Bari, che aveva alle sue dipendenza lo stratega di Calabria a Reggio.
Le città erano chiamate kastra perché erano fortificate. Le basi militari non urbane erano dette castelli. Servivano anche come rifugio per gli abitanti dei borghi e i monaci dei monasteri quando, frequentemente, sbarcavano i saraceni, per razzie o occupazioni. Tre secoli di guerre.
Fu anche l’epoca in cui il crogiuolo levantino caratterizzò pure il catepanato: con gli autoctoni convivevano greci, slavi, ebrei, orientali in genere, e arabi. Nasser, l’ammiraglio maronita della flotta di Bisanzio che alla fine del decimo secolo annientò la flotta araba a Reggio e poi a Palermo, lasciò nella città calabrese il figlio Leone, che con i suoi figli diverrà uno dei maggiori possidenti della zona.
Ancora sotto i Normanni la Calabria parlava quattro lingue: greco, latino, arabo, volgare.
Tra i dieci cognomi più diffusi ad Aosta otto sono di origine calabrese. Undici sui primi quindici. I primi in classifica sono Mammoliti, Fazzari, Giovinazzo. Il primo autoctono, Bionaz, viene al sesto posto. È uno dei dati più nuovi della rilettura dei cognomi d’Italia che l’Anci, l’associazione dei comuni, fa nella sua rivista.
Non è un caso singolare, la geografia dei cognomi al Nord è da un paio di decenni mutata. Ma mentre i cinesi hanno “scalato” Milano (il cognome Hu è al quarto posto, prima di Bianchi, Villa e Brambilla, Cheng al decimo), e i pakistani Brescia e l’altrettanto ricco veronese, i calabresi hanno solo cambiato montagna. Per una, anzi, più fredda.
“C’è chi avuto i gesuiti e chi i cappuccini”, celia un personaggio di Astolfo, “La gioia del giorno”, in Angola, per spiegare l’arretratezza della società civile. La presenza fa nei secoli l’ossatura dei popoli, come l’assetto politico e quello sociale. C’è in Europa chi ha avuto san Benedetto, o i cistercensi, o anche i domenicani, e chi no. La Calabria ha avuto il monachesimo basiliano. Molto diffuso, ma di monaci in realtà che non seguivano una regola né si costringevano a un’organizzazione. Alcuni erano colti, e anche molto colti, molti del tutto ignoranti. E non coltivavano né organizzavano alcunché ma vivevano di elemosina.
Lo stesso nome è tardo: i monaci sono ovunque in quantità in Calabria dall’VII secolo, a partire dalle invasioni arabe in Palestina e dalla lotta iconoclastica a Costantinopoli, dalle quali fuggivano, ma vengono denominati “basiliani” per la prima volta in un documento del 1382 – la fondazione dell’ordine quale oggi si conosce è successiva, nel 1579, a opera di papa Gregorio XIII.
leuzzi@antiit.eu
Tecnici a cascata
Enrico Bondi di Arezzo, ottant’anni, che forse è entrato qualche volta in un ufficio pubblico a chiedere un certificato, risanatore della spesa. Non subito, fra un anno o due. Anche se Bondi ha già “visto”, prima di essere nominato, tagli per due miliardi. L’americano Francesco Giavazzi, che molte università inseguono col forcone, per avere imposto alla Gelmini l’impossibile riforma dei concorsi, ha un’area più piccola: risanatore della spesa a favore delle imprese. Che non c’è più da decenni ma non fa nulla: anche lui ha tempo un anno o due. Il pensiero del professor Monti, dopo il tributo alla cancelliera, è occupare la Rai.
Arrivato ai tagli, Monti nomina i “tecnici dei tecnici”: li fa esperti di tagli, come una volta si facevano i cavalieri, e si assolve. Imbrillantandosi a fronte di tanta mediocrità, che la supponenza non riesce a nascondere. Gli economisti ridono di Giavazzi, ma ormai è fatta – e poi non bisogna presumere molto dei tecnici, a volte non barano: il prof. Muraro, che per conto di Padoa Schioppa aveva fatto nel 2007 il lavoro di Bondi, aveva proposto di rivedere l’organizzazione della Motorizzazione Civile... Siamo del resto tornati al “telefonate al governo”, il ridicolo 1974 che preparò l’Italia alla catastrofe del 1975, quando l’Italia dovette dare l’oro in pegno alla Germania.
Era inevitabile. Dopo i tanti “tecnici” al governo, meglio se padroni o collaboratori del “Corriere della sera”, la seconda ondata non poteva essere migliore. Ma è anche in linea con l’assurda, provincialissima, politica del governo Napolitano-Monti: niente pensioni e più tasse per decreto, riduzione delle spese fra un anno, forse, o due. Senza beninteso toccare quelle corrottissime degli appalti, Milano vigila. Per compiacere la signora Merkel, della cui stima i due si gloriano, che forse lunedì conterà come il due di briscola.
Arrivato ai tagli, Monti nomina i “tecnici dei tecnici”: li fa esperti di tagli, come una volta si facevano i cavalieri, e si assolve. Imbrillantandosi a fronte di tanta mediocrità, che la supponenza non riesce a nascondere. Gli economisti ridono di Giavazzi, ma ormai è fatta – e poi non bisogna presumere molto dei tecnici, a volte non barano: il prof. Muraro, che per conto di Padoa Schioppa aveva fatto nel 2007 il lavoro di Bondi, aveva proposto di rivedere l’organizzazione della Motorizzazione Civile... Siamo del resto tornati al “telefonate al governo”, il ridicolo 1974 che preparò l’Italia alla catastrofe del 1975, quando l’Italia dovette dare l’oro in pegno alla Germania.
Era inevitabile. Dopo i tanti “tecnici” al governo, meglio se padroni o collaboratori del “Corriere della sera”, la seconda ondata non poteva essere migliore. Ma è anche in linea con l’assurda, provincialissima, politica del governo Napolitano-Monti: niente pensioni e più tasse per decreto, riduzione delle spese fra un anno, forse, o due. Senza beninteso toccare quelle corrottissime degli appalti, Milano vigila. Per compiacere la signora Merkel, della cui stima i due si gloriano, che forse lunedì conterà come il due di briscola.
Letture - 94
letterautore
Confessione - Non è letteratura realista – non necessariamente, non come genere. Tanto più in questo Duemila, con la proliferazione elettronica, via blog e social network. Che seguono nel Novecento ai vari centri nazionali di Memoria Popolare, o archivi orali, creati a partire dagli anni 1920 a Londra e diffusi in tutto il mondo anglosassone, fino al Sud Africa e all’Australia. In Italia mediati cartaceamente, ma anch’essi assunti come in internet senza riesame critico, nell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano nell’aretino, creato a fine anni 1970 e curato da Saverio Tutino. Nel 1961 si erano pubblicate le “Autobiografie della lggera”, testi autobiografici di contadini della Bassa lombarda, a cura di Danilo Montaldi, e l’antologia “Scrittori della realtà dall’VII al XIXmo Secolo”, a cura di Pasolini, A. Bertolucci, Siciliano e altri.
È stato genere in voga nelle dittature comuniste. Specie, da ultimo, in Cina.
“La Confessione” di Artur London è servito a Costa Gavras per un film simpatico, con Montand e la Signoret, volti umani del comunismo, e la fede che resiste alla tortura. Ma dopo che a Praga lo stesso London aveva sconfessato, con la moglie in tv, il Sessantotto. Riabilitati entrambi coi carri armati russi in città – London era un comunista a suo tempo “liquidato”.
Il comando del vecchio dispotismo era “non fare”, spiega “1984”, poi nel totalitarismo è stato “fai”, e oggi è “sii”. Praga dopo l’occupazione del 1968 si può dire al terzo stadio: “L’Umanità sia il Partito”. London fu arrestato con tutti gli altri nella “purga” del ‘51, per sionismo, ma liberato nel ‘55, mentre gli altri finivano alla forca, dopo le “defenestrazioni” di cui la città era divenuta specialista. Anche i tedeschi, che lo avevano arrestato nel ‘42, non lo uccisero.
Dante - È coprolalico? È plebeo. Piero Boitani da qualche tempo, da ultimo sul “Sole 24 Ore” di domenica 22 gennaio, come già un mese prima in una lectio brevis all’Accademia dei Lincei, si diverte a illustrare, in quest’ultimo caso via Joyce, la coprolalia in Dante.
“Dante, Dante!\ Gronda m. il paradiso”, diceva già Tommaso Landolfi in esergo a “Viola di morte”, la sua raccolta di poesie.
La materia in effetti è molta, tra merde, puttane, rogne, puzze, cloache. Nella “Commedia” come nell’anteriore poesia in volgare – non c’era ancora il petrarchismo. E più per i salti improvvisi di tono. Gli ingredienti di Dante sono molti. A margine del centenario dantesco del 1965-66 Giorgio Petrocchi, l’“editore” della “Divina Commedia” infine emendata, ambientava “la scarica realistica” nella narratività: “«Il realismo dantesco ha una base prevalentemente escatologica», ma diciamo pure che ha anche basi narrative, didascaliche, moralistiche, ovvero di opportuna variatio stilistica”, di variazioni di registro”. Le “esplosioni di espressività” Petrocchi notava sopratutto nelle serie in rima. La rima non consente di “abolire” molte parole?
È una colpa? Pasolini sembra pensarlo, nello scritto su “Paragone”, dicembre 1965, a chiusura dell’anno dantesco, intitolato “La volontà di Dante a essere poeta”, in linea cioè col “discorso libero indiretto” di cui Pasolini faceva, allora, la struttura del realismo linguistico, in quanto espressione di “coscienza sociologica”. Un linguaggio e una riduzione che Petrocchi s’impegnò a contestare alcuni mesi dopo su “La Fiera letteraria”. Ma a chi a Dante rimproverò la varietà stilistica e lessicale fu Bembo, il purista. Anche il Seicento ne dileggiò unanime la lingua. Ma queste sono patenti di nobiltà.
È l’esiliato, per tutto l’Ottocento e il Novecento, secoli di esiliati politici e civili. Dell’Ottocento resta poco, “La profezia di Dante” di Byron. Del Novecento molto: i poeti irlandesi, da Joyce a Beckett a Seamus Heaney, i russi, Manldel’stam, Brodskij, gli afroamericani, Walcott, Le Roi Jones.
Fantasia – È sbagliato, sostiene il filosofo John Searle, “Creare il mondo sociale”, 2010 (p.81), appaiare il denaro e gli strumenti finanziarti ai “fenomeni naturali”, quelli che la fisica, la chimica, la biologia studiano: “La recente crisi economica ci fa vedere che essi sono prodotti che richiedono una notevole fantasia (massive fantasy)”. Detto di un fatto possente, duro, come questa crisi, cinque anni ormai di spietata guerra civile, per la sopravvivenza, sembra una precisazione ineffettuale e un poco affettata (ridicola). Se non che fantasia era anche quella di Hitler.
Il potere dell’immaginazione è incontenibile. Si connota positivamente, tra le fate e le figure pratiche, ma è sregolata.
Italiano – Il “Don Giovanni” di Mozart è l’opera più compiutamente italiana – più “completa” (meglio costruita), riuscita, caratterizzata operaticamente. Su un personaggio non italiano. E una storia non italiana. Di musicista non italiano.
Lettere – “Le armi decorano e le lettere armano gli Stati”, Ippolito Nievo fa dire nel cap. 1 delle “Confessioni” agli Statuti Friulani del 1673, che ebbero corso di legge fino al primo Ottocento. Se non è un errore di trascrizione è un’idea originale. È vero che gli Statuti riferivano “le lettere” ai notai, sollecitatori, patrocinatori e avvocati.
Lettura – “La fame degli occhi” la dice Herta Müller, “L’applicazione delle vie sottili”, un prefazione-racconto del 2010. Una formula concettosa, ma di robusto contenuto, a specchio dell’altra “realtà” che la consente, la scrittura: “Gli ingrandimenti dettati dalla fame degli occhi appartengono solo al testo che li ha costruiti per poter funzionare. Lealtà verso il reale e smania di abbandonarsi a quello scintillio tremolante si accompagnano nella frase. L’una non si avvia senza l’altra. L’esperienza vissuta può imporsi validamente nella frase solo quando le è stato negato il rispecchiamento senza veli, quando mescolata allele mento d’invenzione assume un’intimità perfettamente artificiale, essendo costruita per mezzo di trucchi, e la rilascia poi durante la lettura”. In un’interazione costante.
La lettura dà spessore al lettore, lo rende consistente, seppure nutrendolo di parole. Herta Müller se n’è accorta nella sua giovinezza in Romania al tempo di Ceausescu: “In una comunità circoscritta, sia essa un villaggio o uno Stato fondato sul controllo, a causa della fame degli occhi di parole si cessa di esserne un membro e si diventa un nemico”. La “fame degli occhi”, com’ella chiama la lettura, ci può rendere nemici, di una Chiesa, un Partito, uno Stato.
Riletture – O della vanità del Libro, nel senso dell’“Ecclesiaste” (o di san Gerolamo). Siamo un’altra persona quando rileggiamo un libro, anche a distanza di poco tempo, e fatalmente ne estraiamo altre cose.
Anche il libro spesso è un altro, non solo perché s’è ingiallito alla luce, o inumidito.
Traduzione – Si scrive da qualche tempo per la traduzione, o come in traduzione. Leggendo molte opere inedite proposte per la pubblicazione se ne ha netta la sensazione: i linguaggi sono semplificati e omogenei, le formule d’uso sovrabbondanti, i settings e i personaggi indistinti, perfino i nomi sono tutti “inglesi”, con abbondanza di Mary e Frank. In ogni tipo di storia: giallo, fantasy, gotico - non c’è più il sentimentale, altra “congiuntura” internazionale. Un tempo gli autori italiani di gialli, e anche Boris Vian, si davano nomi “inglesi”, ora mantengono i loro nomi, provinciali, locali, ma scrivono storie “internazionali”.
È l’esito della scrittura delle scuole di scrittura? Vittorio Coletti, “Romanzo mondo”, vede avvicinarsi “il momento…in cui una storia raccontata a Berlino non sarà diversa da una collocata a Lisbona”. E attribuisce l’omogeneizzazione, che rileva nel romanzo europeo del secondo Novecento, alle “crescenti somiglianze” tra “molte nazioni”, divenute gradualmente “più forti delle loro differenze”. Ma non ce n’è riscontro nelle psicologie sociali, che restano nazionalistiche e anche localiste. C’è nel linguaggio “letterario”.
Popper distingue, ne “I tre mondi” p.63), “la conoscenza in senso soggettivo e la conoscenza in senso oggettivo. E fa, per spiegare la distinzione, l’esempio della traduzione: “La conoscenza in senso oggettivo non consiste di processi mentali, bensì di contenuti mentali. Essa concerne il contenuto delle nostre teorie formulate linguisticamente: il contenuto che può venir tradotto, almeno in maniera approssimativa, da una lingua in un’altra. Il contenuto mentale oggettivo è ciò che rimane invariato in una traduzione ragionevolmente buona. O, detto in modo più realistico: i contenuto mentale oggettivo è ciò che il traduttore tenta di mantenere invariato”. Il “contenuto mentale oggettivo”, dunque.
Poi, ribadendo la realtà dei processi mentali, che alla fine sono i linguaggi (“gli oggetti più importanti e fondamentali del Mondo 3”) conclude: “Si può dire che il contenuto è ciò che aspiriamo a preservare e a mantenere invariato quando traduciamo da una lingua a un’altra”.
letterautore@antiit.eu
Confessione - Non è letteratura realista – non necessariamente, non come genere. Tanto più in questo Duemila, con la proliferazione elettronica, via blog e social network. Che seguono nel Novecento ai vari centri nazionali di Memoria Popolare, o archivi orali, creati a partire dagli anni 1920 a Londra e diffusi in tutto il mondo anglosassone, fino al Sud Africa e all’Australia. In Italia mediati cartaceamente, ma anch’essi assunti come in internet senza riesame critico, nell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano nell’aretino, creato a fine anni 1970 e curato da Saverio Tutino. Nel 1961 si erano pubblicate le “Autobiografie della lggera”, testi autobiografici di contadini della Bassa lombarda, a cura di Danilo Montaldi, e l’antologia “Scrittori della realtà dall’VII al XIXmo Secolo”, a cura di Pasolini, A. Bertolucci, Siciliano e altri.
È stato genere in voga nelle dittature comuniste. Specie, da ultimo, in Cina.
“La Confessione” di Artur London è servito a Costa Gavras per un film simpatico, con Montand e la Signoret, volti umani del comunismo, e la fede che resiste alla tortura. Ma dopo che a Praga lo stesso London aveva sconfessato, con la moglie in tv, il Sessantotto. Riabilitati entrambi coi carri armati russi in città – London era un comunista a suo tempo “liquidato”.
Il comando del vecchio dispotismo era “non fare”, spiega “1984”, poi nel totalitarismo è stato “fai”, e oggi è “sii”. Praga dopo l’occupazione del 1968 si può dire al terzo stadio: “L’Umanità sia il Partito”. London fu arrestato con tutti gli altri nella “purga” del ‘51, per sionismo, ma liberato nel ‘55, mentre gli altri finivano alla forca, dopo le “defenestrazioni” di cui la città era divenuta specialista. Anche i tedeschi, che lo avevano arrestato nel ‘42, non lo uccisero.
Dante - È coprolalico? È plebeo. Piero Boitani da qualche tempo, da ultimo sul “Sole 24 Ore” di domenica 22 gennaio, come già un mese prima in una lectio brevis all’Accademia dei Lincei, si diverte a illustrare, in quest’ultimo caso via Joyce, la coprolalia in Dante.
“Dante, Dante!\ Gronda m. il paradiso”, diceva già Tommaso Landolfi in esergo a “Viola di morte”, la sua raccolta di poesie.
La materia in effetti è molta, tra merde, puttane, rogne, puzze, cloache. Nella “Commedia” come nell’anteriore poesia in volgare – non c’era ancora il petrarchismo. E più per i salti improvvisi di tono. Gli ingredienti di Dante sono molti. A margine del centenario dantesco del 1965-66 Giorgio Petrocchi, l’“editore” della “Divina Commedia” infine emendata, ambientava “la scarica realistica” nella narratività: “«Il realismo dantesco ha una base prevalentemente escatologica», ma diciamo pure che ha anche basi narrative, didascaliche, moralistiche, ovvero di opportuna variatio stilistica”, di variazioni di registro”. Le “esplosioni di espressività” Petrocchi notava sopratutto nelle serie in rima. La rima non consente di “abolire” molte parole?
È una colpa? Pasolini sembra pensarlo, nello scritto su “Paragone”, dicembre 1965, a chiusura dell’anno dantesco, intitolato “La volontà di Dante a essere poeta”, in linea cioè col “discorso libero indiretto” di cui Pasolini faceva, allora, la struttura del realismo linguistico, in quanto espressione di “coscienza sociologica”. Un linguaggio e una riduzione che Petrocchi s’impegnò a contestare alcuni mesi dopo su “La Fiera letteraria”. Ma a chi a Dante rimproverò la varietà stilistica e lessicale fu Bembo, il purista. Anche il Seicento ne dileggiò unanime la lingua. Ma queste sono patenti di nobiltà.
È l’esiliato, per tutto l’Ottocento e il Novecento, secoli di esiliati politici e civili. Dell’Ottocento resta poco, “La profezia di Dante” di Byron. Del Novecento molto: i poeti irlandesi, da Joyce a Beckett a Seamus Heaney, i russi, Manldel’stam, Brodskij, gli afroamericani, Walcott, Le Roi Jones.
Fantasia – È sbagliato, sostiene il filosofo John Searle, “Creare il mondo sociale”, 2010 (p.81), appaiare il denaro e gli strumenti finanziarti ai “fenomeni naturali”, quelli che la fisica, la chimica, la biologia studiano: “La recente crisi economica ci fa vedere che essi sono prodotti che richiedono una notevole fantasia (massive fantasy)”. Detto di un fatto possente, duro, come questa crisi, cinque anni ormai di spietata guerra civile, per la sopravvivenza, sembra una precisazione ineffettuale e un poco affettata (ridicola). Se non che fantasia era anche quella di Hitler.
Il potere dell’immaginazione è incontenibile. Si connota positivamente, tra le fate e le figure pratiche, ma è sregolata.
Italiano – Il “Don Giovanni” di Mozart è l’opera più compiutamente italiana – più “completa” (meglio costruita), riuscita, caratterizzata operaticamente. Su un personaggio non italiano. E una storia non italiana. Di musicista non italiano.
Lettere – “Le armi decorano e le lettere armano gli Stati”, Ippolito Nievo fa dire nel cap. 1 delle “Confessioni” agli Statuti Friulani del 1673, che ebbero corso di legge fino al primo Ottocento. Se non è un errore di trascrizione è un’idea originale. È vero che gli Statuti riferivano “le lettere” ai notai, sollecitatori, patrocinatori e avvocati.
Lettura – “La fame degli occhi” la dice Herta Müller, “L’applicazione delle vie sottili”, un prefazione-racconto del 2010. Una formula concettosa, ma di robusto contenuto, a specchio dell’altra “realtà” che la consente, la scrittura: “Gli ingrandimenti dettati dalla fame degli occhi appartengono solo al testo che li ha costruiti per poter funzionare. Lealtà verso il reale e smania di abbandonarsi a quello scintillio tremolante si accompagnano nella frase. L’una non si avvia senza l’altra. L’esperienza vissuta può imporsi validamente nella frase solo quando le è stato negato il rispecchiamento senza veli, quando mescolata allele mento d’invenzione assume un’intimità perfettamente artificiale, essendo costruita per mezzo di trucchi, e la rilascia poi durante la lettura”. In un’interazione costante.
La lettura dà spessore al lettore, lo rende consistente, seppure nutrendolo di parole. Herta Müller se n’è accorta nella sua giovinezza in Romania al tempo di Ceausescu: “In una comunità circoscritta, sia essa un villaggio o uno Stato fondato sul controllo, a causa della fame degli occhi di parole si cessa di esserne un membro e si diventa un nemico”. La “fame degli occhi”, com’ella chiama la lettura, ci può rendere nemici, di una Chiesa, un Partito, uno Stato.
Riletture – O della vanità del Libro, nel senso dell’“Ecclesiaste” (o di san Gerolamo). Siamo un’altra persona quando rileggiamo un libro, anche a distanza di poco tempo, e fatalmente ne estraiamo altre cose.
Anche il libro spesso è un altro, non solo perché s’è ingiallito alla luce, o inumidito.
Traduzione – Si scrive da qualche tempo per la traduzione, o come in traduzione. Leggendo molte opere inedite proposte per la pubblicazione se ne ha netta la sensazione: i linguaggi sono semplificati e omogenei, le formule d’uso sovrabbondanti, i settings e i personaggi indistinti, perfino i nomi sono tutti “inglesi”, con abbondanza di Mary e Frank. In ogni tipo di storia: giallo, fantasy, gotico - non c’è più il sentimentale, altra “congiuntura” internazionale. Un tempo gli autori italiani di gialli, e anche Boris Vian, si davano nomi “inglesi”, ora mantengono i loro nomi, provinciali, locali, ma scrivono storie “internazionali”.
È l’esito della scrittura delle scuole di scrittura? Vittorio Coletti, “Romanzo mondo”, vede avvicinarsi “il momento…in cui una storia raccontata a Berlino non sarà diversa da una collocata a Lisbona”. E attribuisce l’omogeneizzazione, che rileva nel romanzo europeo del secondo Novecento, alle “crescenti somiglianze” tra “molte nazioni”, divenute gradualmente “più forti delle loro differenze”. Ma non ce n’è riscontro nelle psicologie sociali, che restano nazionalistiche e anche localiste. C’è nel linguaggio “letterario”.
Popper distingue, ne “I tre mondi” p.63), “la conoscenza in senso soggettivo e la conoscenza in senso oggettivo. E fa, per spiegare la distinzione, l’esempio della traduzione: “La conoscenza in senso oggettivo non consiste di processi mentali, bensì di contenuti mentali. Essa concerne il contenuto delle nostre teorie formulate linguisticamente: il contenuto che può venir tradotto, almeno in maniera approssimativa, da una lingua in un’altra. Il contenuto mentale oggettivo è ciò che rimane invariato in una traduzione ragionevolmente buona. O, detto in modo più realistico: i contenuto mentale oggettivo è ciò che il traduttore tenta di mantenere invariato”. Il “contenuto mentale oggettivo”, dunque.
Poi, ribadendo la realtà dei processi mentali, che alla fine sono i linguaggi (“gli oggetti più importanti e fondamentali del Mondo 3”) conclude: “Si può dire che il contenuto è ciò che aspiriamo a preservare e a mantenere invariato quando traduciamo da una lingua a un’altra”.
letterautore@antiit.eu
martedì 1 maggio 2012
Problemi di base - 99
spock
Se sapere è potere, come fanno i tiranni ignoranti?
Se non ci sono fatti, solo interpretazioni, chi interpreta Nietzsche? E Ofelia?
Che cosa protegge la Guardia di Finanza: la finanza?
L’arma della Guardia di Finanza sono i blitz: non sa che i generali tedeschi hanno perso tutte le guerre, era la loro specialità?
Il “Corriere della sera” tifa per Hollande in Francia e Pisanu in Italia: saranno fratelli?
È un onorevole Pisanu jr. il rivoluzionario che vuole azzerare l’onorevole Casini?
Quando il papa dice che Galileo aveva ragione, non farà il papa?
Ma il papa non si stufa mai di fare il papa?
spock@antiit.eu
Se sapere è potere, come fanno i tiranni ignoranti?
Se non ci sono fatti, solo interpretazioni, chi interpreta Nietzsche? E Ofelia?
Che cosa protegge la Guardia di Finanza: la finanza?
L’arma della Guardia di Finanza sono i blitz: non sa che i generali tedeschi hanno perso tutte le guerre, era la loro specialità?
Il “Corriere della sera” tifa per Hollande in Francia e Pisanu in Italia: saranno fratelli?
È un onorevole Pisanu jr. il rivoluzionario che vuole azzerare l’onorevole Casini?
Quando il papa dice che Galileo aveva ragione, non farà il papa?
Ma il papa non si stufa mai di fare il papa?
spock@antiit.eu
Secondi pensieri - (98)
zeulig
Bellezza – È ciò che non siamo ma vorremmo essere. Dunque non siamo qualcosa. Ma che vorremmo essere.
È una mancanza? No, è un desiderio, di qualcosa di più
Confessione - La società confessionale, protettiva, è repressiva.
Delio Cantimori, che è stato pronazi prima e poi filosovietico, ha elaborato la categoria del nicodemismo, la scissione tra verità pubblica e privata. Il nicodemismo Cantimori ha legato a Spinoza - il quale però non era leninista e neppure hegeliano, lo Stato riducendo a dimensione esteriore. È un’elaborazione della scissione tra confessio e fides, che Carl Schmitt, altro nazi del 1933, ha enucleato.
C’è nel genere una parte nobile. “La confessione di sé”, spiega Hannah Arendt che ha studiato sant’Agostino, “ha un senso generale: è così che la grazia di Dio regna su una vita”. Diceva sant’Agostino che Dio è sopra di noi ma va cercato dentro. Confessio è del resto l’elogio di Dio. È la “forma creata che si sviluppa vivendo” di Goethe. Attraverso la memoria. Anche se la prima persona - la confessione come genere letterario - può essere artificiosa al quadrato. Dice Rousseau di Montaigne: “Si dipinge somigliante ma di profilo”, è un “falso sincero”. Questo nel primo abbozzo delle sue atteggiatissime “Confessioni”. La prima persona è doppiamente doppia quando non racconta in tempo storico ma al presente storico, per esempio. Questo flusso è nato dalla confessione in analisi, la masturbazione in due, ma il lettore non è un analista. O lo è?
Bisogna anche avere qualcosa da confessare, volendolo fare. Ma più interessante è evidentemente il non detto. Ci fu partenogenesi di memorie nel Gran Secolo in Francia. Che sono delle creazioni narrative, a base di esprit. L’ordine genera queste introspezioni critiche, dell’ordine e di sé.
Il genere è inconsistente in Italia, dove non c’e mai stato regime né ordine, se non nell’antica Roma. E non si sa che cosa è più inventivo, se l’ordine o la memoria. Ma con il “panorama indiziario” – tanti indizi fanno una prova - la scuola del sospetto porta il pettegoliamo alla ribalta, e quindi fa audience.
Si deve riconoscere che Freud ha contagiato la storia e le vere scienze. Gran lavoro di costruzione ha introdotto, mediante la confessione, a uso degli sfaticati e gli egoisti: una cura non per ridurre ma per nutrire il narcisismo. Non dal confessore che, piglio paterno, condanna, assolve, soffia, scaracchia, in quei posti bui, pieni di saliva rappresa e di polvere. No, da un signore che si paghi bene e arredi a studio una seconda casa, con un salotto dove mettere il paziente a suo agio e a frutto la colpa, possibilmente a due porte, e si sorbetti fantasie e sogni, uno che peggio ne sente raccontare più si delizia.
È la vittoria del lusso, da Mandeville a Sombart. Quelli che la vera industria, che crea capitale e produce sviluppo, dicono lo spreco: gioielli, viaggi, vestiti, pellicce, barche, Ferrari, escort - cos’è una trombata senza glamour? niente, spiega von Hayek, non c’è piacere con una donnetta. E la confessione - la rivendicazione degli eccessi, “raccontarla”. La confessione, diceva il cardinale Passionei nella causa di beatificazione del cardinale Bellarmino, che a 71 anni s’era scritta l’autobiografia, è egoismo e alterigia.
Diversa è la confessione di chi lo fa per una mercede.
L’analista è un imbalsamatore, dice Reik, modernizzato. Un tempo riempiva la pelle dell’animale di paglia o stoppa e cercava di farlo stare in piedi con bastoni di ferro. Oggi lo ricostruisce dall’interno, studiando il sistema muscolare e osseo.
Essere – È essere e non essere. È in questo fossato (tensione dialettica) che si pone il “problema dell’essere”. Dirlo un divenire è in effetti ottimista (petizione di principio).
Memoria – È ordine. I pazzi si coordinano, ragionano cioè, ma non ricordano, e quindi eccedono, o ripetitivi o vaghi. Ed è regola proustiana che solo il ricordo involontario dia all’artista materia per l’opera. Per il noto precetto di Bergson: “Ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto fin dalla prima infanzia è sempre là, chino sul presente che va ad aggiungervisi, e preme contro la porta della coscienza che vorrebbe lasciarlo fuori”. E perché la memoria sa scegliere meglio, è l’autore più rifinito. Ma resta un passato di mistero. La Verità scoperta dal Tempo, nel Seicento, è vana rincorsa – se non tema pittorico che consente d’accostare committenti vegliardi a rosse in carne.
Ora la storia si vuole ritorno, eterno ritorno. Tornava già per gli stoici. Nel labirinto circolare di sant’Agostino. Un girotondo. Nel mentre che ad essa si rinuncia: che ne sarebbe di noi se i nostri occhi dovessero assistere continuamente al film del passato, lamentano Nietzsche e i nietzscheani, noi non siamo più capaci di piangere, e non si dovrebbe dire “liberaci dal male”, ma “liberaci dal passato”. Siamo Ladri del Tempo. Così, nel gergo della polizia Usa dei parchi nazionali, sono chiamati i tombaroli e gli altri saccheggiatori di antichità, che impediscono di risalire nel tempo e ricostituirlo.
Ragione – Deve avere posto anche per il mito e per l’irrazionale. Maurizio Ferraris, “Il manifesto del nuovo realismo”, fa colpa alla modernità di essere, più che razionale, mitologica e anti-illuminista. O non di non esserlo troppo? Non abbastanza.
Il mito nacque in antico come scienza. Questo si sa da Friedrich Schlegel, che esagerava dall’altro lato, ma non è una ragione per dismetterne la verità. Uno scienziato, qualsiasi scienziato, non sarebbe d’accordo con Ferraris.
Realismo – È in forte revival: le “cose” ci sono, e dunque la verità – la realtà non soggettiva (solipsistica). Dopo tanto divagare sull’essere-che-è-non-essere. Si traduce infine “I tre mondi” di Popper. Ferraris redige un “Manifesto del nuovo realismo”. È anche una voga. In reazione al postmoderno – ma questo a opera, non da ora, degli stessi postmodernisti principe, Lyotard, Foucalt, Derrida. E al pensiero debole, che pure è buon placebo in epoca di spiriti deboli.
Soprattutto è una reazione a questo, all’epoca dello spirito debole. E a tutto ciò che lo sottende: l’omogeneità (discorso, sesso, società), l’indistinzione, la piattezza. All’insegna di una partecipazione o condivisione che è indifferenza - quindi, in fine, anche politicamente scorretta. Di una sentimentalità che è atonia. Di una ragione che è balbettamento.
Scoperta – Scompare con la realtà - si scopre o si crea.
La realtà è il principio della scienza, della “scoperta” scientifica. Di un mondo che c’è, se lo si scopre.
Social network – Le reti sociali che proliferano in rete sono un di più e un di meno: la comunicazione cambia ma la sua vera innovazione è un’offerta di compagnia, contro le solitudini, nelle età critiche, adolescenza, climaterio, e nelle situazioni difficili, di affetti o di salute, perfino politiche. Sono un segretario costante, e anche di più: sono il “vecchio” compagno d’infanzia. Lo spirito di comunità di Internet è il vecchio amico di penna. Gruppi, chat, forum, facebook, etc., e il linguaggio dei siti, soprattutto dei commenti, sono le vecchie lettere all’amico sconosciuto.
La sociologia ambisce a elevarli a comunitarismo o neo tribalism. Un feudalesimo tecnologico, strutturato come l’antico con i vari livelli d’integrazione, signori, vassalli, valvassini, valvassori. Ma sono (modesti) ghetti volontari, personali, ambientali, professionali, per classi di età.
zeulig@antiit.eu
Bellezza – È ciò che non siamo ma vorremmo essere. Dunque non siamo qualcosa. Ma che vorremmo essere.
È una mancanza? No, è un desiderio, di qualcosa di più
Confessione - La società confessionale, protettiva, è repressiva.
Delio Cantimori, che è stato pronazi prima e poi filosovietico, ha elaborato la categoria del nicodemismo, la scissione tra verità pubblica e privata. Il nicodemismo Cantimori ha legato a Spinoza - il quale però non era leninista e neppure hegeliano, lo Stato riducendo a dimensione esteriore. È un’elaborazione della scissione tra confessio e fides, che Carl Schmitt, altro nazi del 1933, ha enucleato.
C’è nel genere una parte nobile. “La confessione di sé”, spiega Hannah Arendt che ha studiato sant’Agostino, “ha un senso generale: è così che la grazia di Dio regna su una vita”. Diceva sant’Agostino che Dio è sopra di noi ma va cercato dentro. Confessio è del resto l’elogio di Dio. È la “forma creata che si sviluppa vivendo” di Goethe. Attraverso la memoria. Anche se la prima persona - la confessione come genere letterario - può essere artificiosa al quadrato. Dice Rousseau di Montaigne: “Si dipinge somigliante ma di profilo”, è un “falso sincero”. Questo nel primo abbozzo delle sue atteggiatissime “Confessioni”. La prima persona è doppiamente doppia quando non racconta in tempo storico ma al presente storico, per esempio. Questo flusso è nato dalla confessione in analisi, la masturbazione in due, ma il lettore non è un analista. O lo è?
Bisogna anche avere qualcosa da confessare, volendolo fare. Ma più interessante è evidentemente il non detto. Ci fu partenogenesi di memorie nel Gran Secolo in Francia. Che sono delle creazioni narrative, a base di esprit. L’ordine genera queste introspezioni critiche, dell’ordine e di sé.
Il genere è inconsistente in Italia, dove non c’e mai stato regime né ordine, se non nell’antica Roma. E non si sa che cosa è più inventivo, se l’ordine o la memoria. Ma con il “panorama indiziario” – tanti indizi fanno una prova - la scuola del sospetto porta il pettegoliamo alla ribalta, e quindi fa audience.
Si deve riconoscere che Freud ha contagiato la storia e le vere scienze. Gran lavoro di costruzione ha introdotto, mediante la confessione, a uso degli sfaticati e gli egoisti: una cura non per ridurre ma per nutrire il narcisismo. Non dal confessore che, piglio paterno, condanna, assolve, soffia, scaracchia, in quei posti bui, pieni di saliva rappresa e di polvere. No, da un signore che si paghi bene e arredi a studio una seconda casa, con un salotto dove mettere il paziente a suo agio e a frutto la colpa, possibilmente a due porte, e si sorbetti fantasie e sogni, uno che peggio ne sente raccontare più si delizia.
È la vittoria del lusso, da Mandeville a Sombart. Quelli che la vera industria, che crea capitale e produce sviluppo, dicono lo spreco: gioielli, viaggi, vestiti, pellicce, barche, Ferrari, escort - cos’è una trombata senza glamour? niente, spiega von Hayek, non c’è piacere con una donnetta. E la confessione - la rivendicazione degli eccessi, “raccontarla”. La confessione, diceva il cardinale Passionei nella causa di beatificazione del cardinale Bellarmino, che a 71 anni s’era scritta l’autobiografia, è egoismo e alterigia.
Diversa è la confessione di chi lo fa per una mercede.
L’analista è un imbalsamatore, dice Reik, modernizzato. Un tempo riempiva la pelle dell’animale di paglia o stoppa e cercava di farlo stare in piedi con bastoni di ferro. Oggi lo ricostruisce dall’interno, studiando il sistema muscolare e osseo.
Essere – È essere e non essere. È in questo fossato (tensione dialettica) che si pone il “problema dell’essere”. Dirlo un divenire è in effetti ottimista (petizione di principio).
Memoria – È ordine. I pazzi si coordinano, ragionano cioè, ma non ricordano, e quindi eccedono, o ripetitivi o vaghi. Ed è regola proustiana che solo il ricordo involontario dia all’artista materia per l’opera. Per il noto precetto di Bergson: “Ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto fin dalla prima infanzia è sempre là, chino sul presente che va ad aggiungervisi, e preme contro la porta della coscienza che vorrebbe lasciarlo fuori”. E perché la memoria sa scegliere meglio, è l’autore più rifinito. Ma resta un passato di mistero. La Verità scoperta dal Tempo, nel Seicento, è vana rincorsa – se non tema pittorico che consente d’accostare committenti vegliardi a rosse in carne.
Ora la storia si vuole ritorno, eterno ritorno. Tornava già per gli stoici. Nel labirinto circolare di sant’Agostino. Un girotondo. Nel mentre che ad essa si rinuncia: che ne sarebbe di noi se i nostri occhi dovessero assistere continuamente al film del passato, lamentano Nietzsche e i nietzscheani, noi non siamo più capaci di piangere, e non si dovrebbe dire “liberaci dal male”, ma “liberaci dal passato”. Siamo Ladri del Tempo. Così, nel gergo della polizia Usa dei parchi nazionali, sono chiamati i tombaroli e gli altri saccheggiatori di antichità, che impediscono di risalire nel tempo e ricostituirlo.
Ragione – Deve avere posto anche per il mito e per l’irrazionale. Maurizio Ferraris, “Il manifesto del nuovo realismo”, fa colpa alla modernità di essere, più che razionale, mitologica e anti-illuminista. O non di non esserlo troppo? Non abbastanza.
Il mito nacque in antico come scienza. Questo si sa da Friedrich Schlegel, che esagerava dall’altro lato, ma non è una ragione per dismetterne la verità. Uno scienziato, qualsiasi scienziato, non sarebbe d’accordo con Ferraris.
Realismo – È in forte revival: le “cose” ci sono, e dunque la verità – la realtà non soggettiva (solipsistica). Dopo tanto divagare sull’essere-che-è-non-essere. Si traduce infine “I tre mondi” di Popper. Ferraris redige un “Manifesto del nuovo realismo”. È anche una voga. In reazione al postmoderno – ma questo a opera, non da ora, degli stessi postmodernisti principe, Lyotard, Foucalt, Derrida. E al pensiero debole, che pure è buon placebo in epoca di spiriti deboli.
Soprattutto è una reazione a questo, all’epoca dello spirito debole. E a tutto ciò che lo sottende: l’omogeneità (discorso, sesso, società), l’indistinzione, la piattezza. All’insegna di una partecipazione o condivisione che è indifferenza - quindi, in fine, anche politicamente scorretta. Di una sentimentalità che è atonia. Di una ragione che è balbettamento.
Scoperta – Scompare con la realtà - si scopre o si crea.
La realtà è il principio della scienza, della “scoperta” scientifica. Di un mondo che c’è, se lo si scopre.
Social network – Le reti sociali che proliferano in rete sono un di più e un di meno: la comunicazione cambia ma la sua vera innovazione è un’offerta di compagnia, contro le solitudini, nelle età critiche, adolescenza, climaterio, e nelle situazioni difficili, di affetti o di salute, perfino politiche. Sono un segretario costante, e anche di più: sono il “vecchio” compagno d’infanzia. Lo spirito di comunità di Internet è il vecchio amico di penna. Gruppi, chat, forum, facebook, etc., e il linguaggio dei siti, soprattutto dei commenti, sono le vecchie lettere all’amico sconosciuto.
La sociologia ambisce a elevarli a comunitarismo o neo tribalism. Un feudalesimo tecnologico, strutturato come l’antico con i vari livelli d’integrazione, signori, vassalli, valvassini, valvassori. Ma sono (modesti) ghetti volontari, personali, ambientali, professionali, per classi di età.
zeulig@antiit.eu
Herta, che sa dirlo in due parole, si tradisce con la spia
Nei tre racconti di Herta Müller con cui “Repubblica” ha chiuso la serie “L’amore ai nostri tempi”, l’amore non c’è, se non come mancanza. Ma si mostra il segreto della scrittrice, la narrazione per frammenti: baluginii, sospensioni, incubi. In tre righe (in tre righe la conversazione in treno, p. 13: “Come accade nei treni quando i binari per un po’ cantano, la gente tace. Non esistono lunghe conversazioni viaggianti. Anche se qualcuno racconta tutta la sua vita per intero, la fa in breve” – una vita in treni lunghi una giornata non può che confermarlo). A volte due. O anche due parole: “la fame degli occhi” per esempio. Senza ricercatezza, questo è il segreto.
Dell’infinita tragedia della scrittrice – di una tedesca rumena del Banato, di una tedesca – è eco involontaria il terzo racconto della raccolta, “Granoturco giallo e non c’è tempo”, e buona parte del secondo, che dà il titolo al libro. Con parole infine esplicite sul padre nazista non pentito, “assassino” agli occhi di Herta adolescente della famiglia del poeta Celan, e dello stesso Celan suicida. E sulle deportazioni per cinque anni, della madre e di ogni altro tedesco del Banato, tutti gli uomini dai 17 ai 45 anni e tutte le donne dai 10 ai 30, dopo la guerra nei lager sovietici del Donbass, il bacino carbonifero dell’Ucraina, dove “imperversava la fame selvaggia”.
“Granoturco giallo” è una presentazione commossa, inconsueta per la scrittrice, del libro sui lager del Donbass, “L’altalena del respiro” (2010), visti con gli occhi di un ragazzo confinato. Trenta pagine alate sul poeta Oskar Pastior, che vi era stato segregato a diciassette anni, col quale il libro era stato concepito, prima che Pastior morisse. Subito dopo la pubblicazione del libro, nel settembre dello stesso 2010, è venuta la rivelazione che Pastior aveva lavorato per i servizi segreti della dittatura rumena, che di Herta Müller sono stati persecutori occhiuti e anche duri, come di ogni scintilla d’intelligenza e libertà. Quasi per dare ragione alla scrittrice, al suo tema costante: l’infamia è inarrestabile.
Herta Müller, Le vie sottili, “Repubblica”, pp. 91 € 2
Dell’infinita tragedia della scrittrice – di una tedesca rumena del Banato, di una tedesca – è eco involontaria il terzo racconto della raccolta, “Granoturco giallo e non c’è tempo”, e buona parte del secondo, che dà il titolo al libro. Con parole infine esplicite sul padre nazista non pentito, “assassino” agli occhi di Herta adolescente della famiglia del poeta Celan, e dello stesso Celan suicida. E sulle deportazioni per cinque anni, della madre e di ogni altro tedesco del Banato, tutti gli uomini dai 17 ai 45 anni e tutte le donne dai 10 ai 30, dopo la guerra nei lager sovietici del Donbass, il bacino carbonifero dell’Ucraina, dove “imperversava la fame selvaggia”.
“Granoturco giallo” è una presentazione commossa, inconsueta per la scrittrice, del libro sui lager del Donbass, “L’altalena del respiro” (2010), visti con gli occhi di un ragazzo confinato. Trenta pagine alate sul poeta Oskar Pastior, che vi era stato segregato a diciassette anni, col quale il libro era stato concepito, prima che Pastior morisse. Subito dopo la pubblicazione del libro, nel settembre dello stesso 2010, è venuta la rivelazione che Pastior aveva lavorato per i servizi segreti della dittatura rumena, che di Herta Müller sono stati persecutori occhiuti e anche duri, come di ogni scintilla d’intelligenza e libertà. Quasi per dare ragione alla scrittrice, al suo tema costante: l’infamia è inarrestabile.
Herta Müller, Le vie sottili, “Repubblica”, pp. 91 € 2
lunedì 30 aprile 2012
Da lunedì un altro euro, con consolidamento
Siano fondati i sondaggi francesi, da lunedì sarà un altro euro. Nessuno ne dubita, anche tra i politici. Rotta la sudditanza di Sarkozy a Angela Merkel, la Francia non potrà non rompere il vecchio schema della rigidezza fiscale, si dice. Verrà la ripresa in primo luogo, con un parziale consolidamento del debito a livello europeo, tale da alleviare la tensione sui mercati dei titoli pubblici, anche con gli eurobond. Ma senza sconvolgimenti nei mercati.
Sarà inevitabile un ridimensionamento della posizione tedesca, rispetto al ruolo dominante che la Germania ha assunto nella crisi. Ma sarà questa l’unica novità che gli operatori scontano. Il mutamento di rotta atteso con una presidenza socialista in Francia è invece in linea con il mainstream internazionale. Avocato da tempo da Obama e dai Bric, e invocato più volte, anche con asprezza, da Obama e dal Fmi nei confronti dell’Europa.
Sarà inevitabile un ridimensionamento della posizione tedesca, rispetto al ruolo dominante che la Germania ha assunto nella crisi. Ma sarà questa l’unica novità che gli operatori scontano. Il mutamento di rotta atteso con una presidenza socialista in Francia è invece in linea con il mainstream internazionale. Avocato da tempo da Obama e dai Bric, e invocato più volte, anche con asprezza, da Obama e dal Fmi nei confronti dell’Europa.
L’attacco all’euro, non senza motivo
Complotto o meno, l’euro è stato sotto attacco deliberatamente. Da parte delle banche e i fondi americani, col supporto britannico. Per mantenere al dollaro lo statuto privilegiato di moneta di riserva, unica. La conclusione è solo in linea con gli eventi e le dichiarazioni, anzi da essi forzata. La banca JP Morgan ha detto più volte, a partire dall’autuno 2011, che stava considerando la possibilità di ritirarsi dai cosidetti Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), dove pure aveva un’esposizione per 15 miliardi di dollari. La stessa JPMorgan che successivamente ha garantito l’aumento di capitale Unicredit - mentre Goldman Sachs e Morgan Stanley l’hanno boicottato, ufficialmente perché il coordinamento era stato affidato alla concorrente Bank of America. Citigroup ritiene “vitale che ci sia una sola moneta di riserva”. Il fondo Pimco si aspetta che l’euro crolli, o si faccia “più piccolo”, magari solo tedesco.
Si divarica invece il giudizio sull’opportunità di questa offensiva. Contro il sospetto (inevitabile) d’imperialismo, l’opinione prevalente tra i banchieri e gli operatori italiani è che l’offensiva è solo fondata. Il ripiegamento sul dollaro è dovuto, a fronte di una gestione rigida e insieme debole dell’euro – anche i gruppi industriali italiani, se non le banche, si ancorano al dollaro. La mancata crescita – ora trasformata in recessione – dell’Europa, per difetto politico, per un’errata politica monetarie ed economica cioè, è ritenuta all’origine della disaffezione, più dei presunti timori della tenuta del debito italiano o delle banche spagnole. La “minaccia all’euro” che sarebbe stata portata dalla Grecia, e poi dal Portogallo è ritenuta un’esagerazione, se non un’invenzione, della politica europea di rigidità fiscale.
Anche se al fondo c’è circospezione sui comportamenti, se non sugli obiettivi, dei grandi attori americani. Il fondo Pimco è quello che ha investito metà dei profitti 2011 nell’acquisto dei mutui Usa insoluti, confidando che la Fed inietterà più denaro fresco nel sistema mediante l’acquisto massiccio di mutui insoluti - che cresceranno quindi di prezzo, Ma si aspetta che la Fed adotti questa politica monetaria espansiva solo a seguito di un nuovo peggioramento dell’economia globale. Meglio se a seguito di una rinnovata crisi del debito europeo…
Si divarica invece il giudizio sull’opportunità di questa offensiva. Contro il sospetto (inevitabile) d’imperialismo, l’opinione prevalente tra i banchieri e gli operatori italiani è che l’offensiva è solo fondata. Il ripiegamento sul dollaro è dovuto, a fronte di una gestione rigida e insieme debole dell’euro – anche i gruppi industriali italiani, se non le banche, si ancorano al dollaro. La mancata crescita – ora trasformata in recessione – dell’Europa, per difetto politico, per un’errata politica monetarie ed economica cioè, è ritenuta all’origine della disaffezione, più dei presunti timori della tenuta del debito italiano o delle banche spagnole. La “minaccia all’euro” che sarebbe stata portata dalla Grecia, e poi dal Portogallo è ritenuta un’esagerazione, se non un’invenzione, della politica europea di rigidità fiscale.
Anche se al fondo c’è circospezione sui comportamenti, se non sugli obiettivi, dei grandi attori americani. Il fondo Pimco è quello che ha investito metà dei profitti 2011 nell’acquisto dei mutui Usa insoluti, confidando che la Fed inietterà più denaro fresco nel sistema mediante l’acquisto massiccio di mutui insoluti - che cresceranno quindi di prezzo, Ma si aspetta che la Fed adotti questa politica monetaria espansiva solo a seguito di un nuovo peggioramento dell’economia globale. Meglio se a seguito di una rinnovata crisi del debito europeo…
Il libro si scarica poco
Ibs, la maggiore libreria digitale, che ha in catalogo 29 mila titoli, ha venduto negli ultimi 365 giorni 200 mila copie. Sette a testa. Meglio fa Edigita, distributore di eBook, che ne ha in catalogo 12 mila e ne ha venduti 320 mila. Ma non di molto: 26 a testa. L’eBook fa gola agli editori, i margini sono più alti, ma non ai lettori.
Il libro digitale, calcola Alessandra Puato su “CorrierEconomia”, al di là delle mirabolanti percentuali di crescita, non supera il 5-6 per cento del mercato librario. L’aspettativa, dice Stefano Mauri, amministratore del Gruppo Gems (cui fa capo Ibs), è di arrivare nel 2015 al 10 per cento. Forse anche al 15, se l’entrata sul mercato italiano di Amazon e Apple creerà un risveglio d’interesse. È possibile. Il lettore di Amazon, Kindle, costa la metà (almeno nel prezzo Usa) dei lettori italiani, non pesa, ha una batteria che dura due mesi, e memorizza tremila libri. Un gioiello che vale la pena di possedere di per sé.
Ma è tutto l’eCommerce che non sfonda. Non risente del crollo dei consumi ma non cresce, sempre al 6 per cento della spesa delle famiglie. A fronte del 20 per cento di alcuni paesi anglosassoni, e del 15 per cento della media europea. Anche per l’eCommerce l’attesa è di arrivare al 10 per cento nel 2015. I problemi qui sono diversi che per l’eBook: la logistica insufficiente e l’incertezza della consegna. Ma il risultato non cambia.
Il libro digitale, calcola Alessandra Puato su “CorrierEconomia”, al di là delle mirabolanti percentuali di crescita, non supera il 5-6 per cento del mercato librario. L’aspettativa, dice Stefano Mauri, amministratore del Gruppo Gems (cui fa capo Ibs), è di arrivare nel 2015 al 10 per cento. Forse anche al 15, se l’entrata sul mercato italiano di Amazon e Apple creerà un risveglio d’interesse. È possibile. Il lettore di Amazon, Kindle, costa la metà (almeno nel prezzo Usa) dei lettori italiani, non pesa, ha una batteria che dura due mesi, e memorizza tremila libri. Un gioiello che vale la pena di possedere di per sé.
Ma è tutto l’eCommerce che non sfonda. Non risente del crollo dei consumi ma non cresce, sempre al 6 per cento della spesa delle famiglie. A fronte del 20 per cento di alcuni paesi anglosassoni, e del 15 per cento della media europea. Anche per l’eCommerce l’attesa è di arrivare al 10 per cento nel 2015. I problemi qui sono diversi che per l’eBook: la logistica insufficiente e l’incertezza della consegna. Ma il risultato non cambia.
Il falò dell’innocenza francese
Una storia d’amore non corrisposto, su fondo piccolo borghese, a causa di esso. Una storia d’amore ordinario, una sfida che l’autrice si pone, vincendola: c’è fascino in questa piattezza. Con la nota, balzacchiana, capacità di rendere vivo il mondo sordo degli affari – fino al reciproco ricatto cha fa oggi l’attualità.È anche il racconto di come la guerra muta gli uomini – non le donne, i maschi. Scorrevole, come negli altri romanzi di Irène Némirovsky, e no: a volte inciampa, nella riserva se non nella derisione. La domenica agli Champs-Elysées, a guardare il lusso, dividendosi la spesa di “due granatine e nove bicchieri”. L’amore come dichiarazione d’amore, o matrimonio di convenienze. La guerra remota, e il patriottismo da lontano. La trincea, di fango, fame, sangue, mutilazioni. L’affarismo, durante e dopo. Minuto, miserabile, essendosi “democratizzato il vizio e standardizzata la corruzione”. La scrittrice sa ricrearli in breve, ma non si impedisce le sottolineature cattive.
Il tema del reduce cambiato dalle trincee del 1914-18 Irène l’aveva tracciato già nel 1939, allo scoppio della guerra, in un racconto partecipato, “En raison des circonstances” (ora nella raccolta “Les vierges”). Il romanzo, pubblicato postumo nel 1957, è stato scritto nel 1941-42, a Issy-l’Évêque dove la scrittrice con la famiglia erano sfollati, e riflette la delusione, se non il risentimento, che già in lei maturava - meglio riflesso nel contemporaneo “Suite francese”. Più che giustificato dalla denuncia che ne impose poi la deportazione ai tedeschi, verso la morte per tifo a Auschwitz. L’ultimo capitolo è una giornata idilliaca in campagna, tra le durezze della guerra, tra campi e boschi che potrebbero essere quelli di Issy-l’Évêque, della protagonista con due figlie della stessa età delle figlie di Irène.
È un ritratto rattristato della piccola borghesia francese, chiusa, triste essa stessa, sordida senza saperlo, proprio nei suoi orgogli. Poiché ogni tarda narrativa l’Irène va vista alla luce della sua biografia, in conseguenza delle leggi razziali, è come se se si vedesse allo specchio delusa prima ancora che offesa. Qui non lo dice ma è come se, avendo perduto lo smalto e la fiducia, benché da cosmopolita forzata, si ritrovasse meteca là dove meno se lo aspettava, nell’amata Francia. È a una narrativa “etnica” che procede, come potrebbe fare un Giono, con lo stesso distacco, ma delusa – se l’accostamento non fosse sacrilego all’antisemita Céline, la stessa amarezza la agita, verso la retorica delle retrovie e la solitudine al fronte, verso la morte dell’anima che la guerra induce, in termini (dolorosamente) più distaccati.
Irène Némirovsky, I falò d’autunno, Adelphi, pp. 240 € 18
Il tema del reduce cambiato dalle trincee del 1914-18 Irène l’aveva tracciato già nel 1939, allo scoppio della guerra, in un racconto partecipato, “En raison des circonstances” (ora nella raccolta “Les vierges”). Il romanzo, pubblicato postumo nel 1957, è stato scritto nel 1941-42, a Issy-l’Évêque dove la scrittrice con la famiglia erano sfollati, e riflette la delusione, se non il risentimento, che già in lei maturava - meglio riflesso nel contemporaneo “Suite francese”. Più che giustificato dalla denuncia che ne impose poi la deportazione ai tedeschi, verso la morte per tifo a Auschwitz. L’ultimo capitolo è una giornata idilliaca in campagna, tra le durezze della guerra, tra campi e boschi che potrebbero essere quelli di Issy-l’Évêque, della protagonista con due figlie della stessa età delle figlie di Irène.
È un ritratto rattristato della piccola borghesia francese, chiusa, triste essa stessa, sordida senza saperlo, proprio nei suoi orgogli. Poiché ogni tarda narrativa l’Irène va vista alla luce della sua biografia, in conseguenza delle leggi razziali, è come se se si vedesse allo specchio delusa prima ancora che offesa. Qui non lo dice ma è come se, avendo perduto lo smalto e la fiducia, benché da cosmopolita forzata, si ritrovasse meteca là dove meno se lo aspettava, nell’amata Francia. È a una narrativa “etnica” che procede, come potrebbe fare un Giono, con lo stesso distacco, ma delusa – se l’accostamento non fosse sacrilego all’antisemita Céline, la stessa amarezza la agita, verso la retorica delle retrovie e la solitudine al fronte, verso la morte dell’anima che la guerra induce, in termini (dolorosamente) più distaccati.
Irène Némirovsky, I falò d’autunno, Adelphi, pp. 240 € 18
Cento versioni, tutte buone, di Saffo
Alberto Bevilacqua aveva appena finito di lamentarsi sul “Corriere della sera” del saffismo esibito in tv, argomentando che “Saffo rifuggiva da questi orrori” e “finì con l’innamorarsi di un giovane marinaio di nome Faone, che invece la disprezzava”, tutto semplice, che lo stesso giornale regalava in edicola un’edizione completa dei frammenti. Con una nota di Mario Andrea Rigoni che riconduce la poetessa al romanticismo.
Brunet invece ne sa di più. L’antologia solo apparentemente bislacca di cento versioni francesi dell’uomo che la fanciulla equipara al dio – si va da Louise Labé a Belleau (due volte), Ronsard, Amyot, Baïf (tre volte), Malherbe, Racine, Chénier, Carnot, proprio lui, Lamartine, Dumas, Brasillach, e le cultrici di genere, Renée Vivien, Yourcenar, Beaumont. Uno scherzo lo è, rispetto al libro come lo voleva Mallarmé, una sorta di “in sé”, in linea con la frammentazione irrecusabile di Valéry, o con la “macchina dei sonetti” di Queneau. Ma non beffardo: Brunet, che vi si è applicato sulla scorta di una filologia tutta italiana (Carlo Maria Mazzucchi, Salvatore Nicosia, Salvatore Costanza), lo dedica infine “agli ellenisti, ai travestiti, ai traduttori, alle traduttrici presenti e future”. La fatica di Sisifo? Una lancia spezzata per lo studio del greco.
Saffo, Poesie, Corriere della sera, pp.86 €1
Philippe Brunet, a cura di, L’égal de Dieu. Cent versions d’un poème de Sappho, Allia, pp. 143 € 6,10
Brunet invece ne sa di più. L’antologia solo apparentemente bislacca di cento versioni francesi dell’uomo che la fanciulla equipara al dio – si va da Louise Labé a Belleau (due volte), Ronsard, Amyot, Baïf (tre volte), Malherbe, Racine, Chénier, Carnot, proprio lui, Lamartine, Dumas, Brasillach, e le cultrici di genere, Renée Vivien, Yourcenar, Beaumont. Uno scherzo lo è, rispetto al libro come lo voleva Mallarmé, una sorta di “in sé”, in linea con la frammentazione irrecusabile di Valéry, o con la “macchina dei sonetti” di Queneau. Ma non beffardo: Brunet, che vi si è applicato sulla scorta di una filologia tutta italiana (Carlo Maria Mazzucchi, Salvatore Nicosia, Salvatore Costanza), lo dedica infine “agli ellenisti, ai travestiti, ai traduttori, alle traduttrici presenti e future”. La fatica di Sisifo? Una lancia spezzata per lo studio del greco.
Saffo, Poesie, Corriere della sera, pp.86 €1
Philippe Brunet, a cura di, L’égal de Dieu. Cent versions d’un poème de Sappho, Allia, pp. 143 € 6,10
domenica 29 aprile 2012
Ombre - 128
“Atene vittima, non causa della crisi”, spiegano gli economisti Kostas Simitis e Yannis Stournaras sul “Sole 24 Ore”. Con due argomenti: “Non è vero che la Grecia entrò nell’euro grazie a dati falsificati”“La Grecia ha costituito il pretesto per la crisi dell’Euro”. Forse non è vero, ma è persuasivo. Ed è possibile: la crisi peggiore, in questa crisi, è dell’informazione.
“Generali, l’assemblea della svolta”, il titolo non poteva mancare e non è mancato, presso tutti i grandi giornali. L’ennesima svolta, dopo Cuccia, dopo Fazio, dopo Bazoli, dopo Geronzi, e ora dopo Mediobanca. A Trieste non soffrono di vertigini? Non è che Generali gira in tondo?
La linea C della metro romana, che in tempi di sindaco di sinistra i romani sapevano regolarmente dai loro giornali che era già in funzione, singolare allucinazione, è effettivamente in costruzione da dieci anni. È lunga sette stazioni e avrebbe dovuto essere già completata. Ma ci vorranno altri dieci anni. Mentre il costo, dice la Corte dei Conti , è passato in dieci anni da 1,7 a 3,9 miliardi. Quando farà Monti la spending review, anche direttamente in inglese, degli appalti?
Nel 1994, quando il progetto di Metro C a Roma fu lanciato, il gruppo francese Systra si offrì di realizzarla a proprie spese, dietro concessione trentennale. Si fa così in Francia dai tempi di Standhel, o poco dopo, per evitare l’imbroglio degli appalti alla “Lucien Leuwen”. Systra presentava ottime credenziali: di proprietà della Metro parigina (Ratp), delle ferrovie francesi (Sccf) e di alcune banche, aveva realizzato in sette anni la metro dell’area metropolitana di Lilla, a grande profondità. Una tecnologia che avrebbe consentito di evitare i problemi archeologici a Roma. Ma il “partito degli Ingegneri e Architetti” della giunta Rutelli disse no.
Ricordate il Laboratorio di particelle del Gran Sasso più veloce della luce? Non è di molti mesi fa. Il governo Monti l’ha eretto a Science Institute, aprendovi una Scuola Internazionale di Dottorato. Il ministro Profumo si è svegliato per l’occasione e ha preteso il decreto istitutivo nel decreto fiscale.
Manager e politici cinguettano su twitter. A chi è più epigrammatico (salace, fulminante, anzi witty, speedy, smart). Si divertiranno, ma perché i contribuenti e le aziende li pagano?
Eugenio Scalfari lamenta sull’ “Espresso”, nella rubrica “Il vetro soffiato” che sostituisce “la bustina di Minerva” di Eco, la scomparsa dei comici: non si ride più, con Berlusconi sono scomparsi i comici. Eccettua Benigni, di cui però fa l’eroe positivo, quelo che per gli italiani incarna tutto il bello-e-buono. E conclude: “Un pinocchio formidabile, Benigni”.
Che fine ha fatto Emilio Fede trafugatore di capitali in Svizzera? La Procura di Milano tace, e ci siamo così persi una grande storia. Perché il trafugamento è solo una di quattro possibili ipotesi – il 25 per cento della vicenda: una seconda ipotesi è che ci sia comunque una denuncia anonima, svizzera o milanese, una terza che la Procura si sia inventato il trafugamento, una quarta che se lo sia inventato un giornalista, del “Corriere della sera” o della “Stampa”, che l’ha condiviso con l’altro. Davvero una bella storia.
Sessanta “partiti” in Libia, per cinque o sei milioni di abitanti, e bande armate libere. Non si può dire che la guerra a Gheddafi non fosse di liberazione.
La Scala mette in scena una “Tosca” da raccapriccio. Ma chi legge i giornali di Milano non lo sa. Si occupano del “Barbiere di Siviglia” a Roma.
Il Milan non vince da sei partite, inclusa la Champions League. Ma Galliani se la prende con i guardialinee. Milano ha sempre ragione-deve sempre vincere?
Grande clamore per il libro anti-Murdoch, “Dial M for Murdoch”. L’editore spiava i politici per influenzarli, è questo che scandalizza i giornali, Murdoch è un ricattatore. Invece le intercettazioni in Italia di cui si riempiono i giornali sono innocenti.
“Più ricca e colta, il buon partito è lei”, titola “Repubblica” una ricerca di Maria Novella De luca: “Boom delle coppie in cui il soggetto debole è l’uomo”. È una cattiva o una buona notizia? Dacché sembrava finito, eliminato, inutile, anche per fare i figli, l’uomo diventa merce rara.
Sono più i singles maschi delle donne?.
I suicidi? Ce ne sono di più in Grecia, dice Monti. Perciò sono irrilevanti.
Che personaggio, difficile inventarlo, così per bene.
“Generali, l’assemblea della svolta”, il titolo non poteva mancare e non è mancato, presso tutti i grandi giornali. L’ennesima svolta, dopo Cuccia, dopo Fazio, dopo Bazoli, dopo Geronzi, e ora dopo Mediobanca. A Trieste non soffrono di vertigini? Non è che Generali gira in tondo?
La linea C della metro romana, che in tempi di sindaco di sinistra i romani sapevano regolarmente dai loro giornali che era già in funzione, singolare allucinazione, è effettivamente in costruzione da dieci anni. È lunga sette stazioni e avrebbe dovuto essere già completata. Ma ci vorranno altri dieci anni. Mentre il costo, dice la Corte dei Conti , è passato in dieci anni da 1,7 a 3,9 miliardi. Quando farà Monti la spending review, anche direttamente in inglese, degli appalti?
Nel 1994, quando il progetto di Metro C a Roma fu lanciato, il gruppo francese Systra si offrì di realizzarla a proprie spese, dietro concessione trentennale. Si fa così in Francia dai tempi di Standhel, o poco dopo, per evitare l’imbroglio degli appalti alla “Lucien Leuwen”. Systra presentava ottime credenziali: di proprietà della Metro parigina (Ratp), delle ferrovie francesi (Sccf) e di alcune banche, aveva realizzato in sette anni la metro dell’area metropolitana di Lilla, a grande profondità. Una tecnologia che avrebbe consentito di evitare i problemi archeologici a Roma. Ma il “partito degli Ingegneri e Architetti” della giunta Rutelli disse no.
Ricordate il Laboratorio di particelle del Gran Sasso più veloce della luce? Non è di molti mesi fa. Il governo Monti l’ha eretto a Science Institute, aprendovi una Scuola Internazionale di Dottorato. Il ministro Profumo si è svegliato per l’occasione e ha preteso il decreto istitutivo nel decreto fiscale.
Manager e politici cinguettano su twitter. A chi è più epigrammatico (salace, fulminante, anzi witty, speedy, smart). Si divertiranno, ma perché i contribuenti e le aziende li pagano?
Eugenio Scalfari lamenta sull’ “Espresso”, nella rubrica “Il vetro soffiato” che sostituisce “la bustina di Minerva” di Eco, la scomparsa dei comici: non si ride più, con Berlusconi sono scomparsi i comici. Eccettua Benigni, di cui però fa l’eroe positivo, quelo che per gli italiani incarna tutto il bello-e-buono. E conclude: “Un pinocchio formidabile, Benigni”.
Che fine ha fatto Emilio Fede trafugatore di capitali in Svizzera? La Procura di Milano tace, e ci siamo così persi una grande storia. Perché il trafugamento è solo una di quattro possibili ipotesi – il 25 per cento della vicenda: una seconda ipotesi è che ci sia comunque una denuncia anonima, svizzera o milanese, una terza che la Procura si sia inventato il trafugamento, una quarta che se lo sia inventato un giornalista, del “Corriere della sera” o della “Stampa”, che l’ha condiviso con l’altro. Davvero una bella storia.
Sessanta “partiti” in Libia, per cinque o sei milioni di abitanti, e bande armate libere. Non si può dire che la guerra a Gheddafi non fosse di liberazione.
La Scala mette in scena una “Tosca” da raccapriccio. Ma chi legge i giornali di Milano non lo sa. Si occupano del “Barbiere di Siviglia” a Roma.
Il Milan non vince da sei partite, inclusa la Champions League. Ma Galliani se la prende con i guardialinee. Milano ha sempre ragione-deve sempre vincere?
Grande clamore per il libro anti-Murdoch, “Dial M for Murdoch”. L’editore spiava i politici per influenzarli, è questo che scandalizza i giornali, Murdoch è un ricattatore. Invece le intercettazioni in Italia di cui si riempiono i giornali sono innocenti.
“Più ricca e colta, il buon partito è lei”, titola “Repubblica” una ricerca di Maria Novella De luca: “Boom delle coppie in cui il soggetto debole è l’uomo”. È una cattiva o una buona notizia? Dacché sembrava finito, eliminato, inutile, anche per fare i figli, l’uomo diventa merce rara.
Sono più i singles maschi delle donne?.
I suicidi? Ce ne sono di più in Grecia, dice Monti. Perciò sono irrilevanti.
Che personaggio, difficile inventarlo, così per bene.
Il mondo com'è - 92
astolfo
Facebook – Sembra aver superato Google in fatto di democrazia. Un modo senza altra realtà che quella degli amici, dei conoscenti, dei curiosi: un mondo di eguali, liberamente parlanti, senza gerarchie. Ma allora della democrazia nel suo aspetto deteriore, di un egualitarismo delle conoscenze sempre più respinto nel vago e l’indefinito, e cioè verso l’insignificanza. Una sottile opera, mefistofelica, di demolizione morale, di esclusione politica. Una sorta di privatizzazione radicale, in nuce, all’opposto del “privato è politico” che chiuse il Sessantotto. I saperi restando inderogabili: le leggi, le tecniche, la storia stessa (cronologia, anagrafe).
È anche, come tutti i social network, una sputacchiera, dove uno butta i suoi umori senza pudore. Una “libertà” di cui si fa vanto.
Internet – È l’informazione – il Grande Fratello di Orwell. Questo è stato detto. È la mobilitazione totale. Jünger la temeva in guerra e nella lotta politica. È venuta invece col “futuro”, di fronte al quale tutti sono indifesi, con lo sviluppo ineluttabile e auspicabile della tecnica, via Web 2.0. “Lo spiccato livello di interazione tra il sito web e l’utente (blog, forum, chat, wiki, flickr, youtube,facebook, myspace, twitter, google+, linkedin, wordpress, foursquare, ecc.)”, di cui Wikipedia fa merito al Web 2.0, “ottenute tipicamente attraverso opportune tecniche di programmazione Web afferenti al paradigma del Web dinamico in contrapposizione al cosiddetto Web statico o Web 1.0”, in realtà sono forme di cattura dell’utente. E in qualche misura di assoggettamento.
Lo stesso Jünger ne aveva intravisto il potenziale trattando, al § 74 de “L’Operaio”, della “Opinione pubblica in epoca plebiscitaria”:
“La ricettività intellettuale della categoria passiva che costituisce il vero pubblico dei lettori tende con una grande rapidità verso una forma che esclude senza speranza ogni influenza dell’intelligenza liberale. Tutte le questioni culturali, psicologiche e sociali annoiano incredibilmente questa categoria, che è altrettanto incapace di percepire il raffinamento dei mezzi d’espressione. L’intelligenza di questa categoria, uscita in bella unità da tutti i ceti della vecchia società e che prolifera ogni giorno di più, ha un bell’impadronirsi dei più sottili dettagli tecnici con molta penetrazione e sicurezza, non resta meno indifferente a ogni genere di conversazione che renda la vita preziosa all’individuo. È una modifica dell’intelligenza che corrisponde a un paesaggio differente, in seno al quale l’ideale di cultura borghese non sa ormai che accrescere la sofferenza in proporzioni inaudite. Ci sarebbe quasi da provare talvolta pietà per queste intelligenze che hanno sempre più difficoltà a produrre esperienze uniche, se si pensa che, nel migliore dei casi, una tale performance sarebbe percepita come una specie di assolo di sassofono sentimentale.
“Tutti gli elementi di questa situazione emergono ancora più chiaramente nei mezzi d’informazione tipici che bisognerà considerare i mezzi del XXmo secolo, la radio e il cinema. Non c’è niente di più divertente dei tentativi di certi burattini di sottomettere ai criteri di un concetto liberale della cultura dei mezzi così univoci, concreti, e destinati a compiti radicalmente diversi – questi personaggi che si prendono per critici della cultura e non sono che i garzoni parrucchieri della civiltà. Un colpo d’occhio superficiale su questi mezzi basta già a mostrare che non può trattarsi di organi della libertà d’opinione in senso tradizionale. Tutto ciò che è semplice opinione si rivela qui al contrario inessenziale al massimo. Questi mezzi dunque sono così inadatti a giocare un ruolo come strumenti di un partito come lo sono a conferire risonanza all’individuo. L’ambiente in cui l’individuo può agire è distrutto dalla semplice esistenza della voce artificiale e del fermo immagine prodotto attraverso la luce”.
È “una volontà di un’altra natura” che “comincia a crearsi”. Da conservatore, ma non irrealista, Jünger intravedeva nel 1933 il fondo della contemporaneità: “Ci si è abituati ad accogliere ogni notizia prevedendo già la smentita che seguirà. Siamo giunti a una tale inflazione della libertà d’opinione che l’opinione è svalutata prima ancora che ci sia il tempo di pubblicarla”. In altri termini, siamo in uno “spazio totale”. In cui “non c’è centro né residenza, che sia la residenza del principe o dell’opinione pubblica. Così come ha perduto ogni importanza la differenza tra la città e la campagna. Meglio, ogni punto possiede potenzialmente il significo di un centro. Questo è qualcosa di angosciante, che richiama il lampeggiare muto delle luci d’allarme quando un settore qualsiasi di questo spazio – che sia un’area minacciata, un grande processo, un evento sportivo, una catastrofe naturale o la cabina di un aereo – diventa d’improvviso il centro della percezione e, insieme, dell’azione, e quando si forma attorno ad esso un cerchio denso di occhi e orecchie artificiali”.
Di questa aggressione sottile Jünger aveva allora un solo esempio, la guerra in Manciuria nel 1932 che la radio trasmetteva quasi in diretta. Ma ne aveva capito il senso: “Quando si guardano le attualità politiche che fanno parte dei compiti d’informazione del cinema, è chiaro che comincia a svilupparsi un altro genere di comprensione, un altro genere di lettura. Il varo di una nave, un dramma in miniera,una corsa automobilistica, una festa di bambini, l’impatto delle granate che partono e cadono su qualche punto della terra devastandolo, l’alternanza di voci entusiaste, gioiose, eccitate, disperate, tutto questo è captato e restituito da un mezzo di precisione impalcabile, e presenta un condensato che dà a vedere l’insieme dei rapporti umani sotto una luce diversa”. L’opinione pubblica è un’altra, “interamente diversa”. Essa ora “rende giustamente tabù i campi decisivi, in modo che la libera opinione non possa prenderli nel suo campo visivo”. Senza difficoltà: “Non disponiamo per osservare che di una sola finestra, di un unico dettaglio”. Il giudizio nasce formato.
Italia – Venticinque milioni di italiani “iscritti” a Facebook. È un record mondiale? È possibile, quasi la metà della popolazione. Dunque, non c’è il web divide, sappiamo tutti come fare quando ci interessa. Non, comunque, dove c’è da curiosare e chiacchierare: la socialità è indivisibile dall’italianità. Facebook ripete il telefonino, di cui sarebbero attivi più contratti che la popolazione.
Un programma scolastico dell’Opera di Roma vede l’adesione entusiasta di circa cinquemila bambini delle prime classi elementari, e dei (delle) loro insegnanti, cento classi, per la concertazione di opere non facili, “Don Giovanni” e “Il flauto magico” dopo “Lucia di Lemermoor”. L’Opera mette a disposizione un sussidio audiovisivo (libro più cd) e la collaborazione saltuaria di un cantante professionale. Le scuole provvedono a lunghe ore di concertazione, per classi singole e in gruppo. Su arie e cori che i bambini imparano diligenti e con entusiasmo. Anche il canto è indivisibile dall’italianità.
Scrivendo dell’Italia sulla “New York Review of Books” l’8 marzo, Tim Parks dice le solite cose: che in Italia conta la famiglia, che la nozione di bene comune è estranea, che è un paese per “iniziati” (raccomandati), e che i governi sono instabili e compositi. Due cose vere e due no. Ma dice anche di più: “Facendo ricerche per scrivere “Medici Money” (2006), un libro sulla banca Medici nel 15mo secolo, ho scoperto che molti schemi della società italiana contemporanea erano già presenti nella Firenze Repubblicana: governi brevi e divisi, estrema ambiguità sul centro effettivo del potere, l’ossessione dell’influenza condivisa tra differenti corporazioni e località, estrema difficoltà nella raccolta delle tasse, e così via. Più tardi, traducendo Machiavelli, mi sono imbattuto nel principio che l’unità in Italia si può realizzare solo quando il paese nell’insieme fronteggia una minaccia seria dal’esterno”.
Non è propriamente così, ma Parks e la rivista sembrano ritenere le “differenze” una colpa. L’articolo di Parks rientra, scrive la rivista, in una serie sul “fato della democrazia” in varie parti del mondo. Col sottinteso, che il titolo rende esplicito, “Can Italy change?”, che la democrazia è malfatata in Italia, a meno che non “cambi”. Non si dice in che senso, ma s’intende naturalmente nel senso dell’Inghilterra o degli Stati Uniti (e ancora qui, ci sarebbe da chiedere: in che senso?). È la vecchia-nuova pubblicistica imperiale.
Privato – Si è perduto al mercato – si vorrebbe dire che si è venduto, ma ha poco valore: denominato privacy, è un bene improprio, più del genere controlli, regolato da Autorità apposite.
Il Grande Fratello di Orwell è una trasmissione tv ma anche il paradigma della vita di ognuno, come nel film “Truman Show”. Ottima sintesi ne fa Battista, su “Sette” del 19 aprile: “Tutto ciò che riguarda l’esistenza di ciascuno è registrato, intercettato, catalogato, potenzialmente usato contro chiunque. Tessere elettroniche, carte di credito, telepass esercitano una sorveglianza continua e assillante su cittadini che oramai sono alla totale mercé di un sistema poliziesco a cui nulla sfugge”. C’erano una volta i controlli di polizia (“documenta!”), c’è ora un controllo pervasivo.
astolfo@antiit.eu
Facebook – Sembra aver superato Google in fatto di democrazia. Un modo senza altra realtà che quella degli amici, dei conoscenti, dei curiosi: un mondo di eguali, liberamente parlanti, senza gerarchie. Ma allora della democrazia nel suo aspetto deteriore, di un egualitarismo delle conoscenze sempre più respinto nel vago e l’indefinito, e cioè verso l’insignificanza. Una sottile opera, mefistofelica, di demolizione morale, di esclusione politica. Una sorta di privatizzazione radicale, in nuce, all’opposto del “privato è politico” che chiuse il Sessantotto. I saperi restando inderogabili: le leggi, le tecniche, la storia stessa (cronologia, anagrafe).
È anche, come tutti i social network, una sputacchiera, dove uno butta i suoi umori senza pudore. Una “libertà” di cui si fa vanto.
Internet – È l’informazione – il Grande Fratello di Orwell. Questo è stato detto. È la mobilitazione totale. Jünger la temeva in guerra e nella lotta politica. È venuta invece col “futuro”, di fronte al quale tutti sono indifesi, con lo sviluppo ineluttabile e auspicabile della tecnica, via Web 2.0. “Lo spiccato livello di interazione tra il sito web e l’utente (blog, forum, chat, wiki, flickr, youtube,facebook, myspace, twitter, google+, linkedin, wordpress, foursquare, ecc.)”, di cui Wikipedia fa merito al Web 2.0, “ottenute tipicamente attraverso opportune tecniche di programmazione Web afferenti al paradigma del Web dinamico in contrapposizione al cosiddetto Web statico o Web 1.0”, in realtà sono forme di cattura dell’utente. E in qualche misura di assoggettamento.
Lo stesso Jünger ne aveva intravisto il potenziale trattando, al § 74 de “L’Operaio”, della “Opinione pubblica in epoca plebiscitaria”:
“La ricettività intellettuale della categoria passiva che costituisce il vero pubblico dei lettori tende con una grande rapidità verso una forma che esclude senza speranza ogni influenza dell’intelligenza liberale. Tutte le questioni culturali, psicologiche e sociali annoiano incredibilmente questa categoria, che è altrettanto incapace di percepire il raffinamento dei mezzi d’espressione. L’intelligenza di questa categoria, uscita in bella unità da tutti i ceti della vecchia società e che prolifera ogni giorno di più, ha un bell’impadronirsi dei più sottili dettagli tecnici con molta penetrazione e sicurezza, non resta meno indifferente a ogni genere di conversazione che renda la vita preziosa all’individuo. È una modifica dell’intelligenza che corrisponde a un paesaggio differente, in seno al quale l’ideale di cultura borghese non sa ormai che accrescere la sofferenza in proporzioni inaudite. Ci sarebbe quasi da provare talvolta pietà per queste intelligenze che hanno sempre più difficoltà a produrre esperienze uniche, se si pensa che, nel migliore dei casi, una tale performance sarebbe percepita come una specie di assolo di sassofono sentimentale.
“Tutti gli elementi di questa situazione emergono ancora più chiaramente nei mezzi d’informazione tipici che bisognerà considerare i mezzi del XXmo secolo, la radio e il cinema. Non c’è niente di più divertente dei tentativi di certi burattini di sottomettere ai criteri di un concetto liberale della cultura dei mezzi così univoci, concreti, e destinati a compiti radicalmente diversi – questi personaggi che si prendono per critici della cultura e non sono che i garzoni parrucchieri della civiltà. Un colpo d’occhio superficiale su questi mezzi basta già a mostrare che non può trattarsi di organi della libertà d’opinione in senso tradizionale. Tutto ciò che è semplice opinione si rivela qui al contrario inessenziale al massimo. Questi mezzi dunque sono così inadatti a giocare un ruolo come strumenti di un partito come lo sono a conferire risonanza all’individuo. L’ambiente in cui l’individuo può agire è distrutto dalla semplice esistenza della voce artificiale e del fermo immagine prodotto attraverso la luce”.
È “una volontà di un’altra natura” che “comincia a crearsi”. Da conservatore, ma non irrealista, Jünger intravedeva nel 1933 il fondo della contemporaneità: “Ci si è abituati ad accogliere ogni notizia prevedendo già la smentita che seguirà. Siamo giunti a una tale inflazione della libertà d’opinione che l’opinione è svalutata prima ancora che ci sia il tempo di pubblicarla”. In altri termini, siamo in uno “spazio totale”. In cui “non c’è centro né residenza, che sia la residenza del principe o dell’opinione pubblica. Così come ha perduto ogni importanza la differenza tra la città e la campagna. Meglio, ogni punto possiede potenzialmente il significo di un centro. Questo è qualcosa di angosciante, che richiama il lampeggiare muto delle luci d’allarme quando un settore qualsiasi di questo spazio – che sia un’area minacciata, un grande processo, un evento sportivo, una catastrofe naturale o la cabina di un aereo – diventa d’improvviso il centro della percezione e, insieme, dell’azione, e quando si forma attorno ad esso un cerchio denso di occhi e orecchie artificiali”.
Di questa aggressione sottile Jünger aveva allora un solo esempio, la guerra in Manciuria nel 1932 che la radio trasmetteva quasi in diretta. Ma ne aveva capito il senso: “Quando si guardano le attualità politiche che fanno parte dei compiti d’informazione del cinema, è chiaro che comincia a svilupparsi un altro genere di comprensione, un altro genere di lettura. Il varo di una nave, un dramma in miniera,una corsa automobilistica, una festa di bambini, l’impatto delle granate che partono e cadono su qualche punto della terra devastandolo, l’alternanza di voci entusiaste, gioiose, eccitate, disperate, tutto questo è captato e restituito da un mezzo di precisione impalcabile, e presenta un condensato che dà a vedere l’insieme dei rapporti umani sotto una luce diversa”. L’opinione pubblica è un’altra, “interamente diversa”. Essa ora “rende giustamente tabù i campi decisivi, in modo che la libera opinione non possa prenderli nel suo campo visivo”. Senza difficoltà: “Non disponiamo per osservare che di una sola finestra, di un unico dettaglio”. Il giudizio nasce formato.
Italia – Venticinque milioni di italiani “iscritti” a Facebook. È un record mondiale? È possibile, quasi la metà della popolazione. Dunque, non c’è il web divide, sappiamo tutti come fare quando ci interessa. Non, comunque, dove c’è da curiosare e chiacchierare: la socialità è indivisibile dall’italianità. Facebook ripete il telefonino, di cui sarebbero attivi più contratti che la popolazione.
Un programma scolastico dell’Opera di Roma vede l’adesione entusiasta di circa cinquemila bambini delle prime classi elementari, e dei (delle) loro insegnanti, cento classi, per la concertazione di opere non facili, “Don Giovanni” e “Il flauto magico” dopo “Lucia di Lemermoor”. L’Opera mette a disposizione un sussidio audiovisivo (libro più cd) e la collaborazione saltuaria di un cantante professionale. Le scuole provvedono a lunghe ore di concertazione, per classi singole e in gruppo. Su arie e cori che i bambini imparano diligenti e con entusiasmo. Anche il canto è indivisibile dall’italianità.
Scrivendo dell’Italia sulla “New York Review of Books” l’8 marzo, Tim Parks dice le solite cose: che in Italia conta la famiglia, che la nozione di bene comune è estranea, che è un paese per “iniziati” (raccomandati), e che i governi sono instabili e compositi. Due cose vere e due no. Ma dice anche di più: “Facendo ricerche per scrivere “Medici Money” (2006), un libro sulla banca Medici nel 15mo secolo, ho scoperto che molti schemi della società italiana contemporanea erano già presenti nella Firenze Repubblicana: governi brevi e divisi, estrema ambiguità sul centro effettivo del potere, l’ossessione dell’influenza condivisa tra differenti corporazioni e località, estrema difficoltà nella raccolta delle tasse, e così via. Più tardi, traducendo Machiavelli, mi sono imbattuto nel principio che l’unità in Italia si può realizzare solo quando il paese nell’insieme fronteggia una minaccia seria dal’esterno”.
Non è propriamente così, ma Parks e la rivista sembrano ritenere le “differenze” una colpa. L’articolo di Parks rientra, scrive la rivista, in una serie sul “fato della democrazia” in varie parti del mondo. Col sottinteso, che il titolo rende esplicito, “Can Italy change?”, che la democrazia è malfatata in Italia, a meno che non “cambi”. Non si dice in che senso, ma s’intende naturalmente nel senso dell’Inghilterra o degli Stati Uniti (e ancora qui, ci sarebbe da chiedere: in che senso?). È la vecchia-nuova pubblicistica imperiale.
Privato – Si è perduto al mercato – si vorrebbe dire che si è venduto, ma ha poco valore: denominato privacy, è un bene improprio, più del genere controlli, regolato da Autorità apposite.
Il Grande Fratello di Orwell è una trasmissione tv ma anche il paradigma della vita di ognuno, come nel film “Truman Show”. Ottima sintesi ne fa Battista, su “Sette” del 19 aprile: “Tutto ciò che riguarda l’esistenza di ciascuno è registrato, intercettato, catalogato, potenzialmente usato contro chiunque. Tessere elettroniche, carte di credito, telepass esercitano una sorveglianza continua e assillante su cittadini che oramai sono alla totale mercé di un sistema poliziesco a cui nulla sfugge”. C’erano una volta i controlli di polizia (“documenta!”), c’è ora un controllo pervasivo.
astolfo@antiit.eu
sabato 28 aprile 2012
Banche a rischio fallimento
Un fondo europeo di garanzie per le banche, dopo il credito illimitato, remunerativo, alle banche stesse: Mario Draghi non lo dice ma sa che l’Europa rischia il fallimento. L’ipotesi è di accelerane il funzionamento con le risorse dell’Esm, il fondo europeo di garanzia ai debiti sovrani in via di costituzione Il rischio non si dice, ma si sa che viene dai banchi spagnoli, il Santander e il Bilbao, tra i più grandi del continente, minacciati dalla crisi dell’immobiliare.
La proposta di fondo anti-fallimento delle banche ha veleggiato a lungo come ipotesi. Dell’istituto Brueghel, di cui Mario Monti è uno dei fondatori. E del direttivo della stessa Bce che Draghi presiede. In particolare del rappresentante, Jörg Asmussen. Un fondo speciale di garanzia bancaria ha chiesto Asmussen in più occasioni, se necessario anche con “soluzioni separate”, in mancanza cioè di un consenso a 27. Il collega francese di Asmussen, Benoît Coeuré, ha incluso il fondo anti rischi in un “financial compact” di più vasto consolidamento del mondo bancario. Il direttore della Brueghel, Pisani-Ferry, propugna una “unione bancaria”, e cioè un “sistema europeo” di supervisione e ricapitalizzazione delle banche per garantire l’euro da ogni rischio di “crisi della bilancia dei pagamenti interna”, per la debolezza o il fallimento di una o più banche.
Si può dirla una battaglia perduta, giacché l’Europa pensa a salvarsi. Una battaglia che l’Europa non ha iniziato , e anzi non s’è nemmeno accorta di stare combattendo, ma ne accetta il verdetto: la “fortezza Europa” che “i mercati” temevano quindici anni fa è svanita.
Il problema della Spagna non è il debito, è l’immobiliare. Cioè le banche. Una crisi analoga a quella americana che è all’origine del crack, di dimensioni minori ma non tanto. Lo sgonfiamento dell’immobiliare è già costato alle banche spagnole 155 miliardi, che potrebbero raddoppiare. Sia Zapatero che Rajoy hanno aiutato le banche con iniezioni di capitali anticrisi, ma non serve. Ora si lavora a una bad bank per l’immobiliare, in modo da poter presentare le banche libere.
La proposta di fondo anti-fallimento delle banche ha veleggiato a lungo come ipotesi. Dell’istituto Brueghel, di cui Mario Monti è uno dei fondatori. E del direttivo della stessa Bce che Draghi presiede. In particolare del rappresentante, Jörg Asmussen. Un fondo speciale di garanzia bancaria ha chiesto Asmussen in più occasioni, se necessario anche con “soluzioni separate”, in mancanza cioè di un consenso a 27. Il collega francese di Asmussen, Benoît Coeuré, ha incluso il fondo anti rischi in un “financial compact” di più vasto consolidamento del mondo bancario. Il direttore della Brueghel, Pisani-Ferry, propugna una “unione bancaria”, e cioè un “sistema europeo” di supervisione e ricapitalizzazione delle banche per garantire l’euro da ogni rischio di “crisi della bilancia dei pagamenti interna”, per la debolezza o il fallimento di una o più banche.
Si può dirla una battaglia perduta, giacché l’Europa pensa a salvarsi. Una battaglia che l’Europa non ha iniziato , e anzi non s’è nemmeno accorta di stare combattendo, ma ne accetta il verdetto: la “fortezza Europa” che “i mercati” temevano quindici anni fa è svanita.
Il problema della Spagna non è il debito, è l’immobiliare. Cioè le banche. Una crisi analoga a quella americana che è all’origine del crack, di dimensioni minori ma non tanto. Lo sgonfiamento dell’immobiliare è già costato alle banche spagnole 155 miliardi, che potrebbero raddoppiare. Sia Zapatero che Rajoy hanno aiutato le banche con iniezioni di capitali anticrisi, ma non serve. Ora si lavora a una bad bank per l’immobiliare, in modo da poter presentare le banche libere.
La Germania beneficiaria della crisi dell’euro
Si fanno i bilanci di quasi due anni di “crisi europea”, e i pareri ufficialmente sono divisi. Ufficialmente la Germania sostiene, guardando ai saldi della bilancia interna della Banca centrale europea, che la Bundesbank è quella che sopporta i costi maggiori della crisi. Trovandosi per questo sovraesposta nei confronti dei paesi del Sud Europa, i paesi in crisi, e quindi a rischio contraccolpi. È la tesi, polemica e anzi irridente, sostenuta in particolare dal presidente dell’Ifo, l’istituto per la congiuntura, di Monaco di Baviera, Hans-Werner Sinn. A Londra e negli Usa si leggono gli stessi dati in senso opposto: il Sud Europa paga l’austerità, mentre la Germania accumula attivi. Senza un bilanciamento, che anzi la Germania impedisce: col no a una politica espansiva della Bce, e il no agli stimoli alla sua domanda interna, per favorire l’export dei partner europei. Ma non è una “guerra di presupposti”, è un fatto: la Germania è la beneficiaria, unica, della crisi.
La Germania di Schröder e, di più, quella di Angela Merkel, da una quindicina d’anni quindi, ha usato l’euro a suo esclusivo vantaggio. Trasgredendo le regole di bilancio quando le faceva comodo, e imponendone di severissime nella stessa ottica, del vantaggio nazionale. La stessa crisi del debito greco e ora quella dell’immobiliare spagnolo sono opera in misura rilevante delle banche tedesche – in un tribunale fallimentare internazionale sarebbero sospettate, se non imputate, di bancarotta fraudolenta. Una politica che questo sito ha definito di moderno “mercantilismo”: una sorta di guerra civile, anche se sotto l’abito della cooperazione.
La Germania di Schröder e, di più, quella di Angela Merkel, da una quindicina d’anni quindi, ha usato l’euro a suo esclusivo vantaggio. Trasgredendo le regole di bilancio quando le faceva comodo, e imponendone di severissime nella stessa ottica, del vantaggio nazionale. La stessa crisi del debito greco e ora quella dell’immobiliare spagnolo sono opera in misura rilevante delle banche tedesche – in un tribunale fallimentare internazionale sarebbero sospettate, se non imputate, di bancarotta fraudolenta. Una politica che questo sito ha definito di moderno “mercantilismo”: una sorta di guerra civile, anche se sotto l’abito della cooperazione.
A lezione dall’“Astolfo della poesia”
Si riedita il manuale di Pound nella vecchia traduzione di Quadrelli, con una introduzione di Marzio Breda, quirinalista del “Corriere della sera” – a conferma che il poeta americano, con l’esclusione di Massimo Bacigalupo e altri pochi americanisti, è sempre materia per outsider e dilettanti. È un abbecedario piuttosto della scrittura che della lettura. Della scrittura poetica, con una lezione di metrica
Pound fu anche un organizzatore culturale, uno scopritore di talenti (l’elenco è sterminato e caratterizza il Novecento: Eliot e Joyce, e Cummings, Hemingway, W.C.Williams tra i tanti, non escluso Yeats di cui fu per un periodo tuttofare e quasi segretario) e uno studioso di letteratura. Non concluse il dottorato all’università di Pennsylvania a Filadelfia per aver voluto entrare in polemica col rettore (lavorava per la tesi sul ruolo del gracioso nella commedie di Lope de Vega) ma aveva scoperto i poeti provenzali e i siciliani, appassionandosi poi per il latino di Bembo e del Cinquecento (da lui definito “raffaellita”), e mantenne costante nei quasi settant’anni di attività l’interesse filologico. Montale, che spesso ne scrive qui e lì, in testi poi raccolti nel volume “Sulla poesia”, non ne apprezzava l’estetica, o meglio diceva di non capirla. E dai saggi dello “zio Ez” si diceva più che altro confuso: “Solo la sua poesia può rivelarcelo, non quei suoi saggi che saltabeccano tra un millennio e l’atro, trucidando infinite generazioni e sopprimendo interi secoli”. Salvo convenire: “Che cosa può contare un secolo di più o di meno per un Astolfo della poesia, capace di abolire il tempo e lo spazio?” Pound riserva sempre sorprese, al lettore se non allo studioso.
Ezra Pound, L’ABC del leggere, Garzanti, pp. 212 € 12
Pound fu anche un organizzatore culturale, uno scopritore di talenti (l’elenco è sterminato e caratterizza il Novecento: Eliot e Joyce, e Cummings, Hemingway, W.C.Williams tra i tanti, non escluso Yeats di cui fu per un periodo tuttofare e quasi segretario) e uno studioso di letteratura. Non concluse il dottorato all’università di Pennsylvania a Filadelfia per aver voluto entrare in polemica col rettore (lavorava per la tesi sul ruolo del gracioso nella commedie di Lope de Vega) ma aveva scoperto i poeti provenzali e i siciliani, appassionandosi poi per il latino di Bembo e del Cinquecento (da lui definito “raffaellita”), e mantenne costante nei quasi settant’anni di attività l’interesse filologico. Montale, che spesso ne scrive qui e lì, in testi poi raccolti nel volume “Sulla poesia”, non ne apprezzava l’estetica, o meglio diceva di non capirla. E dai saggi dello “zio Ez” si diceva più che altro confuso: “Solo la sua poesia può rivelarcelo, non quei suoi saggi che saltabeccano tra un millennio e l’atro, trucidando infinite generazioni e sopprimendo interi secoli”. Salvo convenire: “Che cosa può contare un secolo di più o di meno per un Astolfo della poesia, capace di abolire il tempo e lo spazio?” Pound riserva sempre sorprese, al lettore se non allo studioso.
Ezra Pound, L’ABC del leggere, Garzanti, pp. 212 € 12
Gramsci e il socialismo mancato in Italia
Perché non c’è il socialismo in Italia, unico paese europeo, un partito e uno schieramento socialista, è problema chiave – è il problema – della storia italiana nel Novecento, ignorato tuttavia dagli storici: Bobbio, Ginsborg, Lanaro, Pavone, Salvati, la Storia Einaudi. Tutti “di Partito”, cioè del(l’ex) Pci. Orsini ci prova caparbio: il socialismo fu impossibile in Italia per il “dogmatismo”, si diceva una volta, di Gramsci. Proprio così: il bonario letterato del nazionalpopolare, carcerato di Mussolini, era feroce a sinistra. È lui che ha dato l’impronta settaria e divisiva al Pci, che ha dominato e indebolito la Resistenza al fascismo e al nazifascismo, e ha impedito nel dopoguerra l’alternativa o alternanza di governo.
Orsini si applica a rivalutare Turati, la prima vittima di Gramsci, che lo chiamava “un povero imbroglione” e “un essere ributtante”, e questa è opera difficile, il fondatore del socialismo resta sfocato, trascurato dagli stessi storici socialisti, bloccati su Nenni. Ma su Gramsci, come sul Pci, qualche spiraglio comincia ad aprirsi. Mentre se ne celebra l’ennesimo revival, che Enrico Mannucci ha registrato su “Sette” del 19 aprile (“Tutti pazzi per Gramsci”): Donzelli annuncia per l’estate una “Piccola antologia”, Guido Liguori, il presidente della International Gramscian Society, ha appena compilato con Pasquale Voza un “Dizionario gramsciano”, e in Inghilterra Peter Thomas ne tenta il rilancio, con “The Gramscian Moment”.
Non è difficile uscire dall’agiografia. Per Matteotti, fatto assassinare da Mussolini nel 1924, Gramsci non si commuove. Lo chiama anzi “pellegrino del nulla”, come venivano chiamati nella rivoluzione leninista i socialisti che “non marciavano”. Curiosamente ripetendo il “pellegrino del nulla” con cui il Gramsci tedesco, Karl Radek, aveva appena “celebrato” Schlageter, il terrorista nazionalista antipolacco e antifrancese futuro martire del nazismo, fucilato dai francesi il 13 maggio ’23, all’esecutivo dell’Internazionale comunista il 20 giugno dello stesso anno (“Durante il discorso della compagna Zetkin ero ossessionato dal nome di Schlageter e dal suo tragico destino. Egli molte cose ha da insegnarci, a noi e al popolo tedesco. Non siamo dei romantici sentimentali che dimenticano l’odio di fronte a un cadavere, e neppure dei diplomatici. Schlageter, il valoroso soldato della controrivoluzione, merita da parte nostra, soldati della rivoluzione, un omaggio sincero. Noi faremo di tutto perché uomini come Schlageter, pronti a donare la loro vita per una causa comune, non diventino dei Pellegrini del Nulla”) – Schlageter insomma “meglio” di Matteotti, la Terza Internazionale marciava all’unisono anche nei dettagli.
Ma non è l’invettiva che condanna Gramsci - mediata forse da Marx, anche se Gramsci praticava poco Marx, feroce sempre con i compagni non sudditi. Né con l’invettiva si scopre il vero Gramsci. Già nel 1952, in una delle sue ultime note, Croce protestava contro la beatificazione surrettizia di Gramsci: nella nota “De Sanctis-Gramsci”, pubblicata nel numero di settembre dello “Spettatore Italiano”, poi raccolta nel primo volume delle “Terze pagine sparse”, si scagliava con inconsulta rudezza “contro la nuova diade”, inventata da “coloro che hanno il privilegio di tali invenzioni, (i) comunisti”, senza effetto. È la svolta di Livorno e l’anno insensato che aprì le porte al fascismo che vanno riesaminati. La pubblicazione del discorso moscovita sulla rivoluzione imminente in Italia nel 1922, sull’ultimo numero di “Belfagor”, a opera di Caterina Balistreri e Alessandro Carlucci, apre su questo abisso uno spiraglio. E il terzinternazionalismo di cui Gramsci ha oberato Togliatti.
Il diverso approccio storiografico era stato tentato da Bedeschi senza fortuna una quindicina d’anni fa, con “Gentile e Gramsci: i due volti del totalitarismo” e “Il piccolo Lenin. Antonio Gramsci e «L’Ordine Nuovo»”. Orsini ha le carte in regola per uscire dalla storia giornalistica – anche se egli stesso qui sembra volerla privilegiare: professore di Sociologia politica a Tor Vergata e alla Luiss, ricercatore del Mit, già apprezzato autore di una “Anatomia delle Brigate Rosse” che fa testo (nonché denunciatore inflessibile, anche in proprio, dei concorsi truccati all’università). Sulla “Stampa” Angelo D’Orsi l’ha detto “un giovane vivace, e improvvido studioso… privo di credenziali scientifiche”. Ma non c’è partita: D’Orsi, professore titolare a Torino, soprattutto di gramscismo, sembrerebbe accreditato, ma egli stesso di preferenza pratica la collaborazione che depreca ai giornali, “La Stampa”, “Il Fatto”, “Micromega”, e la polemica onnipresente sul web – il problema Gramsci sono sempre stati i “suoi”.
Alessandro Orsini, Gramsci e Turati. Le due sinistre, Rubbettino, pp. 147 € 12
Orsini si applica a rivalutare Turati, la prima vittima di Gramsci, che lo chiamava “un povero imbroglione” e “un essere ributtante”, e questa è opera difficile, il fondatore del socialismo resta sfocato, trascurato dagli stessi storici socialisti, bloccati su Nenni. Ma su Gramsci, come sul Pci, qualche spiraglio comincia ad aprirsi. Mentre se ne celebra l’ennesimo revival, che Enrico Mannucci ha registrato su “Sette” del 19 aprile (“Tutti pazzi per Gramsci”): Donzelli annuncia per l’estate una “Piccola antologia”, Guido Liguori, il presidente della International Gramscian Society, ha appena compilato con Pasquale Voza un “Dizionario gramsciano”, e in Inghilterra Peter Thomas ne tenta il rilancio, con “The Gramscian Moment”.
Non è difficile uscire dall’agiografia. Per Matteotti, fatto assassinare da Mussolini nel 1924, Gramsci non si commuove. Lo chiama anzi “pellegrino del nulla”, come venivano chiamati nella rivoluzione leninista i socialisti che “non marciavano”. Curiosamente ripetendo il “pellegrino del nulla” con cui il Gramsci tedesco, Karl Radek, aveva appena “celebrato” Schlageter, il terrorista nazionalista antipolacco e antifrancese futuro martire del nazismo, fucilato dai francesi il 13 maggio ’23, all’esecutivo dell’Internazionale comunista il 20 giugno dello stesso anno (“Durante il discorso della compagna Zetkin ero ossessionato dal nome di Schlageter e dal suo tragico destino. Egli molte cose ha da insegnarci, a noi e al popolo tedesco. Non siamo dei romantici sentimentali che dimenticano l’odio di fronte a un cadavere, e neppure dei diplomatici. Schlageter, il valoroso soldato della controrivoluzione, merita da parte nostra, soldati della rivoluzione, un omaggio sincero. Noi faremo di tutto perché uomini come Schlageter, pronti a donare la loro vita per una causa comune, non diventino dei Pellegrini del Nulla”) – Schlageter insomma “meglio” di Matteotti, la Terza Internazionale marciava all’unisono anche nei dettagli.
Ma non è l’invettiva che condanna Gramsci - mediata forse da Marx, anche se Gramsci praticava poco Marx, feroce sempre con i compagni non sudditi. Né con l’invettiva si scopre il vero Gramsci. Già nel 1952, in una delle sue ultime note, Croce protestava contro la beatificazione surrettizia di Gramsci: nella nota “De Sanctis-Gramsci”, pubblicata nel numero di settembre dello “Spettatore Italiano”, poi raccolta nel primo volume delle “Terze pagine sparse”, si scagliava con inconsulta rudezza “contro la nuova diade”, inventata da “coloro che hanno il privilegio di tali invenzioni, (i) comunisti”, senza effetto. È la svolta di Livorno e l’anno insensato che aprì le porte al fascismo che vanno riesaminati. La pubblicazione del discorso moscovita sulla rivoluzione imminente in Italia nel 1922, sull’ultimo numero di “Belfagor”, a opera di Caterina Balistreri e Alessandro Carlucci, apre su questo abisso uno spiraglio. E il terzinternazionalismo di cui Gramsci ha oberato Togliatti.
Il diverso approccio storiografico era stato tentato da Bedeschi senza fortuna una quindicina d’anni fa, con “Gentile e Gramsci: i due volti del totalitarismo” e “Il piccolo Lenin. Antonio Gramsci e «L’Ordine Nuovo»”. Orsini ha le carte in regola per uscire dalla storia giornalistica – anche se egli stesso qui sembra volerla privilegiare: professore di Sociologia politica a Tor Vergata e alla Luiss, ricercatore del Mit, già apprezzato autore di una “Anatomia delle Brigate Rosse” che fa testo (nonché denunciatore inflessibile, anche in proprio, dei concorsi truccati all’università). Sulla “Stampa” Angelo D’Orsi l’ha detto “un giovane vivace, e improvvido studioso… privo di credenziali scientifiche”. Ma non c’è partita: D’Orsi, professore titolare a Torino, soprattutto di gramscismo, sembrerebbe accreditato, ma egli stesso di preferenza pratica la collaborazione che depreca ai giornali, “La Stampa”, “Il Fatto”, “Micromega”, e la polemica onnipresente sul web – il problema Gramsci sono sempre stati i “suoi”.
Alessandro Orsini, Gramsci e Turati. Le due sinistre, Rubbettino, pp. 147 € 12
venerdì 27 aprile 2012
Angela Merkel teme la recessione
La Germania tiene ancora, ma tiene male. Le esportazioni non vanno più bene, e i consumi, che avevano alimentato la forte crescita nel 2011, sono piatti. Anche per effetto di una contenuta massa retributiva: la quasi piena occupazione tedesca fa perno sui “mini jobs”, retribuiti fino a 400 euro mensili (con ridottissimi oneri sociali), e i “bassi salari”, tra 400 e 800 euro (idem), cui sempre più datori di lavoro fanno ricorso – la flessibilità è totale in Germania. Angela Merkel teme di arrivare tra un anno alle elezioni con alle spalle una recessione, e per questo muta tattica.
È su questo cambio di strategia che Monti è intervenuto negli incontri a Bruxelles a patrocinare una politica europea di sviluppo. Senza ridiscutere il “fiscal compact”. Su entrambi i fronti in linea, cioè, col governo tedesco.
Fra i paesi europei già in crisi ci sono tre delle maggiori economie, l’Italia, la Gran Bretagna e la Spagna. E anche la Francia non se la passa bene: la povertà vi è cresciuta fuori controllo. Tra i paesi in crisi ci sono poi cinque vassalli della Germania: Belgio, Olanda, Danimarca, Repubblica Ceca e Slovenia. Il rallentamento in atto in Germania potrebbe arrivare anche alla recessione, nel secondo e terzo trimestre dell’anno.
È su questo cambio di strategia che Monti è intervenuto negli incontri a Bruxelles a patrocinare una politica europea di sviluppo. Senza ridiscutere il “fiscal compact”. Su entrambi i fronti in linea, cioè, col governo tedesco.
Fra i paesi europei già in crisi ci sono tre delle maggiori economie, l’Italia, la Gran Bretagna e la Spagna. E anche la Francia non se la passa bene: la povertà vi è cresciuta fuori controllo. Tra i paesi in crisi ci sono poi cinque vassalli della Germania: Belgio, Olanda, Danimarca, Repubblica Ceca e Slovenia. Il rallentamento in atto in Germania potrebbe arrivare anche alla recessione, nel secondo e terzo trimestre dell’anno.
Gesù e l’islam – o l’ipotetico siciliano
Un raro esempio di psicologia del profondo degli arabi che sia stata tradotta. A un certo punto sembra di leggere Camilleri, quando il Profeta si attarda in cinque o sei ipotesi sulla morte di Giovanni Battista: la scomposizione del reale nell’ipotetico del Novecento siciliano (Pirandello, Sciascia, Camilleri) non si radicherà nel deserto? Per il resto è semplice, la presenza di Gesù nel “Corano”, e di Maria, Giuseppe suo “cugino”, Giovanni Battista, Anna, Zaccaria. Anche ingenua, specie nel gusto per le etimologie, di “Giovanni” (Yahia), “Nobile”, “Casto”, “Maria”.
Il Vecchio e il Nuovo Testamento fanno parte della tradizione islamica. Una continuità religiosa che incide nella politica e la storia: l’islam riconosce il cristianesimo, il cristianesimo non conosce l’islam, se non come il nemico della Conquista. In questo secolo non si può più dire, sono i mussulmani che perseguitano i cristiani, ma a lungo fu il contrario, almeno nell’islam arabo: i Crociati sterminavano gli arabi, mentre i cristiani poterono poi convivere e professare sotto gli arabi, a Gerusalemme, in Siria, in Iraq, in Grecia, in Egitto – perfino a Dubai e negli altri desertici Emirati del Golfo sopravvivono confessioni cristiane.
Vita di Gesù secondo le tradizioni islamiche
Il Vecchio e il Nuovo Testamento fanno parte della tradizione islamica. Una continuità religiosa che incide nella politica e la storia: l’islam riconosce il cristianesimo, il cristianesimo non conosce l’islam, se non come il nemico della Conquista. In questo secolo non si può più dire, sono i mussulmani che perseguitano i cristiani, ma a lungo fu il contrario, almeno nell’islam arabo: i Crociati sterminavano gli arabi, mentre i cristiani poterono poi convivere e professare sotto gli arabi, a Gerusalemme, in Siria, in Iraq, in Grecia, in Egitto – perfino a Dubai e negli altri desertici Emirati del Golfo sopravvivono confessioni cristiane.
Vita di Gesù secondo le tradizioni islamiche
Piazza Fontana non è un romanzo
La capacità narrativa di Giordana non ha ragione di Piazza Fontana. Il film, lanciato in sole 250 copie con la ragionevole attesa di una lunga vita nelle sale, ha lasciato gli schermi ad appena tre settimane dal lancio – a Roma per il 25 aprile era disponibile in soli quattro cinema, King, Madison, Quattro Fontane e Tibur, e ne primi tre nelle sale piccole, da cinefili. Il racconto è solido, ma lo spettatore resta a disagio. Le ferite aperte sono due, le bombe e le indagini, e non è facile addebitare tutto alla strage di Stato salvando poi questo e quello. Oppure il nodo è Pinelli, cioè Calabresi: il ruolo del commissario nell’indirizzare le indagini sulla pista (falsa) dell’anarchia.
Giordana è maestro in Italia del film politico, sulle questioni critiche (appassionanti), ma non abbastanza come il modello americano, che sa essere “imparziale”. L’onorevole Moro, per esempio, è presente a nessun effetto critico. Giordana ce lo vuole come parte buona della politica, ma è pure quello che, disinnescando il centrosinistra, ha precipitato l’Italia nell’autunno caldo, e nella terribile storia che ne seguirà. In questa prospettiva sarebbe stato un personaggio anche lui avvincente - ma non si può, la storia deve essere sempre mutila in Italia?
Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage
Giordana è maestro in Italia del film politico, sulle questioni critiche (appassionanti), ma non abbastanza come il modello americano, che sa essere “imparziale”. L’onorevole Moro, per esempio, è presente a nessun effetto critico. Giordana ce lo vuole come parte buona della politica, ma è pure quello che, disinnescando il centrosinistra, ha precipitato l’Italia nell’autunno caldo, e nella terribile storia che ne seguirà. In questa prospettiva sarebbe stato un personaggio anche lui avvincente - ma non si può, la storia deve essere sempre mutila in Italia?
Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage
La fotomodella smonta le (non) indagini
Per l’uscita del film di Giordana Adriano Sofri ha messo in rete l’ennesima ricostruzione della vicenda, che è, infine, un atto d’accusa. Unico perdente , condannato, di tutta la vicenda, Sofri è l’esempio vivente della contraddizione. Che è giudiziaria, politica, e anche storica o d’opinione – e perfino istituzionale: è l’unico escluso, nonché dalla grazia, anche dalla pacificazione per i 40 anni al Quirinale. Ma finora non aveva eccepito, legandosi anzi ai suoi carnefici, politici e mediatici. Aveva onorato la memoria di Pinelli, ma nulla più. Ora smonta – involontariamente? - l’incredibile vicenda, di polizia e giudiziaria, con un semplice ricorso alla verità delle indagini.
Il suo pamphlet Sofri dice diretto a smontare le “tesi” di un libro di divulgazione, “Il segreto di Piazza Fontana”, scritto tre anni fa dal giornalista parlamentare dell’Ansa Paolo Cucchiarelli, cui Giordana ha fatto riferimento – le cui tesi però (due borse, due bombe, due taxi, e perfino “due ferrovieri”: per poter avere la pista anarchica e quella fascista-servizi segreti Cucchiarelli imbastisce il suo romanzo sul doppio) non ci sono nel film. Ma d’acchito mostra come le indagini sono state condotte male – non per incapacità. Riporta infatti la testimonianza resa il 15 dicembre, 48 ore dopo la strage, da una cittadina norvegese, Gunhild Svenning. Ventitrenne, fotomodella, aveva incassato un assegno di 35 mila lire dall’agenzia teatrale “21” di via Cappuccio, e dalla stessa agenzia alle 15.44 aveva chiamato il radiotaxi per andare alla Banca d’Agricoltura di piazza Fontana in tempo per cambiarlo. L’aveva fatto e se n’era andata a casa a piedi, a via Belisario 1. La chiamata al radiotaxi fu segnalata, Gunhild fu subito convocata, e rese la sua testimonianza. Che il direttore dell’agenzia “21” il giorno successivo confermò. Ma Gunhild insieme con la borsetta aveva anche una “grande cartella”, afferma il tassista. “Era il mio portfolio”, dice la modella.
Le cose si potevano dire e sapere, non c’era bisogno di tante ipotesi campate sul nulla. Che però confluirono a rallentare e deviare le indagini. Inutile dire che su questo particolare dimenticato s’impiantarono per un anno o due quasi processi: la modella era un uomo truccato, la cartella era una valigia, il suo taxi incrociò quello di Cornelio Rolandi, l’accusatore di Valpreda. E non è finita: se qualcuno ritiene la “doppietà” di Cucchiarelli espediente romanzesco, o ridicolo, si ricreda, la Procura di Milano ci ha indagato per alcuni anni, e solo ora archivia, nell’anno 43.
Sofri usa l’episodio della modella per smontare la tesi del complotto. Ma con questo semplice rimando, a una semplice testimonianza, smonta invece la (non) inchiesta su piazza Fontana. Dell’Ufficio Politico della Questura, della Procura, del ministero. Dà uno spaccato di come le indagini si potevano fare e non furono fatte: le indagini su piazza Fontana si potevano fare bene, con professionalità, e furono fatte male, inescusabilmente se non di proposito – poi magari un giorno lo steso Sofri dirà la verità anche sull’assassinio di Calabresi, che non fu indagato. Il complotto non c’è, eccetto che quando c’è.
Sofri scrive “43 anni” per dire che piazza Fontana fu l’opera di gruppi fascisti. E basta. Non è vero: piazza Fontana, come poi Brescia, e altri attentati alla bomba, hanno evidenti responsabilità politiche, giudiziarie e di polizia. Si trova quel che si cerca, la scoperta suppone un progetto, ma come dimenticare? La colpa delle bombe fu così accertata: hanno confessato in due, Valpreda e Pinelli, anarchici. Pinelli si è poi ucciso. Ha confessato quando un questurino gli ha detto: “Valpreda ha confessato”. Lo schema Romeo e Giulietta. Tuttavia, Sofri toglie egli stesso il sasso portante alla costruzione, con la testimonianza di una fotomodella, ineccepibile.
Adriano Sofri, 43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film, free online
Il suo pamphlet Sofri dice diretto a smontare le “tesi” di un libro di divulgazione, “Il segreto di Piazza Fontana”, scritto tre anni fa dal giornalista parlamentare dell’Ansa Paolo Cucchiarelli, cui Giordana ha fatto riferimento – le cui tesi però (due borse, due bombe, due taxi, e perfino “due ferrovieri”: per poter avere la pista anarchica e quella fascista-servizi segreti Cucchiarelli imbastisce il suo romanzo sul doppio) non ci sono nel film. Ma d’acchito mostra come le indagini sono state condotte male – non per incapacità. Riporta infatti la testimonianza resa il 15 dicembre, 48 ore dopo la strage, da una cittadina norvegese, Gunhild Svenning. Ventitrenne, fotomodella, aveva incassato un assegno di 35 mila lire dall’agenzia teatrale “21” di via Cappuccio, e dalla stessa agenzia alle 15.44 aveva chiamato il radiotaxi per andare alla Banca d’Agricoltura di piazza Fontana in tempo per cambiarlo. L’aveva fatto e se n’era andata a casa a piedi, a via Belisario 1. La chiamata al radiotaxi fu segnalata, Gunhild fu subito convocata, e rese la sua testimonianza. Che il direttore dell’agenzia “21” il giorno successivo confermò. Ma Gunhild insieme con la borsetta aveva anche una “grande cartella”, afferma il tassista. “Era il mio portfolio”, dice la modella.
Le cose si potevano dire e sapere, non c’era bisogno di tante ipotesi campate sul nulla. Che però confluirono a rallentare e deviare le indagini. Inutile dire che su questo particolare dimenticato s’impiantarono per un anno o due quasi processi: la modella era un uomo truccato, la cartella era una valigia, il suo taxi incrociò quello di Cornelio Rolandi, l’accusatore di Valpreda. E non è finita: se qualcuno ritiene la “doppietà” di Cucchiarelli espediente romanzesco, o ridicolo, si ricreda, la Procura di Milano ci ha indagato per alcuni anni, e solo ora archivia, nell’anno 43.
Sofri usa l’episodio della modella per smontare la tesi del complotto. Ma con questo semplice rimando, a una semplice testimonianza, smonta invece la (non) inchiesta su piazza Fontana. Dell’Ufficio Politico della Questura, della Procura, del ministero. Dà uno spaccato di come le indagini si potevano fare e non furono fatte: le indagini su piazza Fontana si potevano fare bene, con professionalità, e furono fatte male, inescusabilmente se non di proposito – poi magari un giorno lo steso Sofri dirà la verità anche sull’assassinio di Calabresi, che non fu indagato. Il complotto non c’è, eccetto che quando c’è.
Sofri scrive “43 anni” per dire che piazza Fontana fu l’opera di gruppi fascisti. E basta. Non è vero: piazza Fontana, come poi Brescia, e altri attentati alla bomba, hanno evidenti responsabilità politiche, giudiziarie e di polizia. Si trova quel che si cerca, la scoperta suppone un progetto, ma come dimenticare? La colpa delle bombe fu così accertata: hanno confessato in due, Valpreda e Pinelli, anarchici. Pinelli si è poi ucciso. Ha confessato quando un questurino gli ha detto: “Valpreda ha confessato”. Lo schema Romeo e Giulietta. Tuttavia, Sofri toglie egli stesso il sasso portante alla costruzione, con la testimonianza di una fotomodella, ineccepibile.
Adriano Sofri, 43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film, free online
La paranoia del complotto è(ra) di destra
Il complesso del complotto era di destra – che dobbiamo pensare di una sinistra che se ne fa scudo? Richard Hofstadter lo spiegava nel saggio più acuto sul complottismo, “Lo stile paranoico della politica americana”, prima di Daniel Pipes, “Il lato oscuro della storia. L’ossessione del Grande Complotto”, 2005. Il saggio di Hofstadter, che dopo quasi cinquant’anni la “Rivista di politica” di Alessandro Campi traduce, è del 1963..
Lo storico della Columbia trova paranoico anche il populismo di sinistra americano di fine Ottocento, anti-finanza. E i processi di Stalin. Ma soprattutto, insiste, il complotto è la spiegazione della storia che si dà la destra. Hitler, McCarthy, la John Birch Society, razzista. Di cui trova antecedenti nell’anti-gesuitismo, nell’anti-illuminismo, nelle crociate anti-massoniche, e infine nell’antisemitismo. Con alcune costanti, che ridicolmente l’attualità ripete: il Nemico è sempre troppo potente, e lussurioso - ha captali illimitati, controlla la stampa, esercita la licenza sessuale. Salvo copiarne le attitudini. Il Ku Klux Klan imita il cattolicesimo fine nei paramenti, ne rituali, nella gerarchia. La John Birch Society si organizzò come le cellule comuniste, e professò l’intransigenza ideologica del comunismo.
Al dossier contribuiscono Roberto Valle, “Le derive del machiavellismo immaginario”, e Raoul Girardet, “Il mito politico della cospirazione universale”. Una disamina, quest’ultima, dei ricorrenti complotti dell’Ottocento, sulla spinta dell’abate Barruel, che nel 1797, nelle “Memorie per servire alla storia del giacobinismo” aveva ridotto la rivoluzione del 1789 a un complotto massonico contro la “civiltà cristiana”. Ma si potrebbe andare più indietro, allo storico savoiardo Saint-Réa, allievo dei gesuiti, l’autore della “Congiura degli Spagnoli contro Venezia”: “Fra tutte le imprese degli uomini nessuna è grande come la Congiura… (Sono) questi i luoghi della storia più morali e istruttivi”.
Campi, l’“ideologo di Fini”, che però non l’ha seguito nello spostamento a sinistra, contribuisce con la distinzione tra congiura e complotto. Leonardo Varasano, storico del fascismo in Umbria, candidato alle comunali di Perugia nel 2009 nella lista Azione Giovani (Alleanza Nazionale), critica in una nota “dietrologia e complottismo, due costanti del discorso pubblico italiano”. Presentando la rivista sul “Corriere della sera”, Giovanni Belardelli, che contribuisce alla stessa con una nota sull’idea di nazione nel Risorgimento, rileva come la paranoia dilaghi in Rete, ma ne dà una spiegazione duplice. “La necessità di trovare spiegazioni semplici per i fenomeni complessi, impersonali e opachi” è una. A cui lo storico fa seguire Durkheim: “Quando la società soffre, sente il bisogno di trovare qualcuno a cui attribuire il suo male”. E se si trattasse invece di un fallimento politico?
Congiure, complotti, Cospirazioni, “Rivista di politica”, Rubbettino, n. 1\2012 € 10
Lo storico della Columbia trova paranoico anche il populismo di sinistra americano di fine Ottocento, anti-finanza. E i processi di Stalin. Ma soprattutto, insiste, il complotto è la spiegazione della storia che si dà la destra. Hitler, McCarthy, la John Birch Society, razzista. Di cui trova antecedenti nell’anti-gesuitismo, nell’anti-illuminismo, nelle crociate anti-massoniche, e infine nell’antisemitismo. Con alcune costanti, che ridicolmente l’attualità ripete: il Nemico è sempre troppo potente, e lussurioso - ha captali illimitati, controlla la stampa, esercita la licenza sessuale. Salvo copiarne le attitudini. Il Ku Klux Klan imita il cattolicesimo fine nei paramenti, ne rituali, nella gerarchia. La John Birch Society si organizzò come le cellule comuniste, e professò l’intransigenza ideologica del comunismo.
Al dossier contribuiscono Roberto Valle, “Le derive del machiavellismo immaginario”, e Raoul Girardet, “Il mito politico della cospirazione universale”. Una disamina, quest’ultima, dei ricorrenti complotti dell’Ottocento, sulla spinta dell’abate Barruel, che nel 1797, nelle “Memorie per servire alla storia del giacobinismo” aveva ridotto la rivoluzione del 1789 a un complotto massonico contro la “civiltà cristiana”. Ma si potrebbe andare più indietro, allo storico savoiardo Saint-Réa, allievo dei gesuiti, l’autore della “Congiura degli Spagnoli contro Venezia”: “Fra tutte le imprese degli uomini nessuna è grande come la Congiura… (Sono) questi i luoghi della storia più morali e istruttivi”.
Campi, l’“ideologo di Fini”, che però non l’ha seguito nello spostamento a sinistra, contribuisce con la distinzione tra congiura e complotto. Leonardo Varasano, storico del fascismo in Umbria, candidato alle comunali di Perugia nel 2009 nella lista Azione Giovani (Alleanza Nazionale), critica in una nota “dietrologia e complottismo, due costanti del discorso pubblico italiano”. Presentando la rivista sul “Corriere della sera”, Giovanni Belardelli, che contribuisce alla stessa con una nota sull’idea di nazione nel Risorgimento, rileva come la paranoia dilaghi in Rete, ma ne dà una spiegazione duplice. “La necessità di trovare spiegazioni semplici per i fenomeni complessi, impersonali e opachi” è una. A cui lo storico fa seguire Durkheim: “Quando la società soffre, sente il bisogno di trovare qualcuno a cui attribuire il suo male”. E se si trattasse invece di un fallimento politico?
Congiure, complotti, Cospirazioni, “Rivista di politica”, Rubbettino, n. 1\2012 € 10
mercoledì 25 aprile 2012
È la destra che non c’è, o la sinistra?
Galli della Loggia ripropone nel prossimo fascicolo del “Mulino”, dandone anticipazione sul “Corriere della sera”, la sua tesi che non c’è una destra in Italia. Non sul piano delle idee o culturale. Soffocata per tutto il dopoguerra fino a Berlusconi dal conformismo di sinistra, e successivamente incapace di darsi un’idea e un tono. Berlusconi ha vinto (quasi) tutte le elezioni dal 1994 in poi (in quella del 1996 ebbe più voti, anche se meno parlamentari, di Prodi, e nel 2006 perse per i voti di Lombardo, che non può dirsi uomo di sinistra). Ma “l’obiettivo della «rivoluzione liberale» con il quale … si presentò venti anni fa è stato totalmente mancato”.
È discutibile. Berlusconi ha vinto le elezioni ma non ha saputo, potuto anche, governare. Ha ricondotto alla “ragione repubblicana” l’Msi e la Lega, ma non si è sottratto ai condizionamenti di gruppi e gruppetti, le vecchie correnti – non si spiegano altrimenti le fortune, nel suo schieramento, di gente come Scajola o Pisanu. Non è questo però che interessa lo storico, la novità di questo suo ennesimo intervento sulla “destra che non c’è”. Il fatto nuovo è, dice, che paradossalmente “l’interdetto antifascista” si è potuto imporre nuovamente “sotto le nuove spoglie di interdetto antiberlusconiano e antileghista”. Riportando la storia indietro.
O non è il contrario che è avvenuto e sta avvenendo? Nei numeri e anche nell’opinione: non c’è una sinistra, l’antiberlusconismo non l’ha ricomposta e non l’ha nemmeno rivitalizzata. Perché è morta sotto il conformismo. Coprendosi con un governicchio che ha imposto una serie incredibile di soprusi, e ha creato una serie letale di ingiustizie. È questa la causa della paralisi, italiana, prima ancora che europea: una sinistra con una sola mezza idea avrebbe aperto un qualche spazio politico invece di santificare un mediocre governo di interessi.
Il vuoto non è a sinistra più che a destra? È alla Rai, nei giornali, nel politicamente corretto. Una sinistra che oggi non si sa più nemmeno definire: ogni volta che parla sembra e vuole essere la destra. Una sinistra che già non era più quella di Bobbio, dell’uguaglianza, della solidarietà, ai tempi di Bobbio. Tutti valori medi, “moderati” direbbe Berlusconi – per non dire dei “fascisti” alla Storace: niente di più ugualitario e solidaristico. Né è quella della giustizia che impera, per la carriera di qualche giudice che opportunisticamente si dica compagno - Misiani era un sicuro compagno, Boccassini, che l’ha perseguitato, lo è? Non il fiscalismo del week-end a Portofino, per la vacanza degli agenti delle tasse. O dei contributi al 34 per cento per chi non ha nemmeno un contratto discontinuo, da sprofondare in una previdenza parallela da cui non prenderà mai nulla. La scienza delle finanza è una cosa seria, dove essa ancora si insegna le tasse si pagano, la sinistra non sa nemmeno questo. Ma dov’è la sinistra? Prime firme di questa sinistra sono fascisti e leghisti peraltro dichiarati. C’è, è vero, un predominio incontestato della sinistra nei media, nell’editoria, nella scuola. Qualsiasi giornale uno compri, in qualsiasi libreria si avventuri, in qualsiasi università studi. Ma su che valori, idee, proposte? La mobilitazione, la faziosità, l’esclusione, anche cattiva, con la politica del “gruppo” – la cordata, gli amici degli amici, o compagni. Che seppure siano (siano stati) valori di una certa sinistra (sovietica), non si può dire incarnino o propaghino alcunché di sinistra: d’innovativo, progressista, inclusivo invece che settario. C’è un’asimmetria, ecco. La sinistra si vuole militante, missionaria, resistente. La destra invece “silenziosa”, è stato detto negli anni 1970, e quindi remissiva in ogni manifestazione esteriore, escluso il voto segreto. Per viltà forse, quieto vivere. Forse anche per pudore, una diversa concezione della politica, non totalitaria. Ciò si traduce, in campo culturale, in un’asimmetria opposta rispetto al potere istituzionale ed economico. Della cui forza proterva (regressiva, reazionaria) la sinistra culturale finisce per essere aeda se non guardia, la destra vittima. Lo storico dirà che la promessa liberale non è stata mantenuta in Italia per la resistenza delle istituzioni e degli interessi costituiti: la delegificazione e la deburocratizzazione contro la corruzione, una nuova leva bismarckiana sulla previdenza che consenta contribuzioni e fiscalità in linea col mercato libero del lavoro. Niente che si possa dire di sinistra: corruzione? tasse? imprevidenza? Ciononostante la sinistra si vuole verità e ragione, se necessario col cinismo (calunnia). La destra invece osserva, in cuor uso giudica, e tace. Si veda anche alla Rai, azienda saldamente ex dc. Rai 1 e Rai 2, gestite da Saccà, Del Noce, Mazza, si permettono Santoro, Floris, Annunziata, Benigni, Fiorello, mentre la Rai 3, ex Pci, non lascia passare una virgola on in linea. Si viene rinviati cioè alla casella base: di che sinistra stiamo parlando?
È discutibile. Berlusconi ha vinto le elezioni ma non ha saputo, potuto anche, governare. Ha ricondotto alla “ragione repubblicana” l’Msi e la Lega, ma non si è sottratto ai condizionamenti di gruppi e gruppetti, le vecchie correnti – non si spiegano altrimenti le fortune, nel suo schieramento, di gente come Scajola o Pisanu. Non è questo però che interessa lo storico, la novità di questo suo ennesimo intervento sulla “destra che non c’è”. Il fatto nuovo è, dice, che paradossalmente “l’interdetto antifascista” si è potuto imporre nuovamente “sotto le nuove spoglie di interdetto antiberlusconiano e antileghista”. Riportando la storia indietro.
O non è il contrario che è avvenuto e sta avvenendo? Nei numeri e anche nell’opinione: non c’è una sinistra, l’antiberlusconismo non l’ha ricomposta e non l’ha nemmeno rivitalizzata. Perché è morta sotto il conformismo. Coprendosi con un governicchio che ha imposto una serie incredibile di soprusi, e ha creato una serie letale di ingiustizie. È questa la causa della paralisi, italiana, prima ancora che europea: una sinistra con una sola mezza idea avrebbe aperto un qualche spazio politico invece di santificare un mediocre governo di interessi.
Il vuoto non è a sinistra più che a destra? È alla Rai, nei giornali, nel politicamente corretto. Una sinistra che oggi non si sa più nemmeno definire: ogni volta che parla sembra e vuole essere la destra. Una sinistra che già non era più quella di Bobbio, dell’uguaglianza, della solidarietà, ai tempi di Bobbio. Tutti valori medi, “moderati” direbbe Berlusconi – per non dire dei “fascisti” alla Storace: niente di più ugualitario e solidaristico. Né è quella della giustizia che impera, per la carriera di qualche giudice che opportunisticamente si dica compagno - Misiani era un sicuro compagno, Boccassini, che l’ha perseguitato, lo è? Non il fiscalismo del week-end a Portofino, per la vacanza degli agenti delle tasse. O dei contributi al 34 per cento per chi non ha nemmeno un contratto discontinuo, da sprofondare in una previdenza parallela da cui non prenderà mai nulla. La scienza delle finanza è una cosa seria, dove essa ancora si insegna le tasse si pagano, la sinistra non sa nemmeno questo. Ma dov’è la sinistra? Prime firme di questa sinistra sono fascisti e leghisti peraltro dichiarati. C’è, è vero, un predominio incontestato della sinistra nei media, nell’editoria, nella scuola. Qualsiasi giornale uno compri, in qualsiasi libreria si avventuri, in qualsiasi università studi. Ma su che valori, idee, proposte? La mobilitazione, la faziosità, l’esclusione, anche cattiva, con la politica del “gruppo” – la cordata, gli amici degli amici, o compagni. Che seppure siano (siano stati) valori di una certa sinistra (sovietica), non si può dire incarnino o propaghino alcunché di sinistra: d’innovativo, progressista, inclusivo invece che settario. C’è un’asimmetria, ecco. La sinistra si vuole militante, missionaria, resistente. La destra invece “silenziosa”, è stato detto negli anni 1970, e quindi remissiva in ogni manifestazione esteriore, escluso il voto segreto. Per viltà forse, quieto vivere. Forse anche per pudore, una diversa concezione della politica, non totalitaria. Ciò si traduce, in campo culturale, in un’asimmetria opposta rispetto al potere istituzionale ed economico. Della cui forza proterva (regressiva, reazionaria) la sinistra culturale finisce per essere aeda se non guardia, la destra vittima. Lo storico dirà che la promessa liberale non è stata mantenuta in Italia per la resistenza delle istituzioni e degli interessi costituiti: la delegificazione e la deburocratizzazione contro la corruzione, una nuova leva bismarckiana sulla previdenza che consenta contribuzioni e fiscalità in linea col mercato libero del lavoro. Niente che si possa dire di sinistra: corruzione? tasse? imprevidenza? Ciononostante la sinistra si vuole verità e ragione, se necessario col cinismo (calunnia). La destra invece osserva, in cuor uso giudica, e tace. Si veda anche alla Rai, azienda saldamente ex dc. Rai 1 e Rai 2, gestite da Saccà, Del Noce, Mazza, si permettono Santoro, Floris, Annunziata, Benigni, Fiorello, mentre la Rai 3, ex Pci, non lascia passare una virgola on in linea. Si viene rinviati cioè alla casella base: di che sinistra stiamo parlando?
Com’è reale la sinfonia
“Sono realista rispetto al mondo fisico, il Mondo 1. Allo stesso modo, sono realista rispetto al Mondo 2, il mondo delle esperienze. E sono realista rispetto al Mondo 3, il mondo degli oggetti astratti”. Il problema è questo Mondo 3, cioè “il mondo dei prodotti della mente umana, come i linguaggi, i racconti, le storie e i miti religiosi; o, ancora, le congetture e le teorie scientifiche, e le costruzioni matematiche; oppure le canzoni e le sinfonie, i dipinti e le sculture”. E compresa “la serie infinita dei numeri naturali”, che per essere infinita “non può realizzarsi fisicamente o incarnarsi”.
Leggere Popper riconcilia con la ragione – lui dice col “senso comune”. Senza agudezas, né one-upmanship, né sistemi da incastrare. Per la semplicità: come per la fisica, per la filosofia un ragionamento è tanto più bello (vero) quanto più è semplice. Gli “oggetti” del Mondo 3, ad esempio la teoria della gravità di Newton e di Einstein, Popper vuole reali. E aggiunge: “E lo sono proprio nel senso in cui il fisicalista direbbe reali o realmente esistenti le forze e i campi di forza”. Che è quello che Massimo Scaligero, spiritualista, insegnava ai giovani “scampati a Evola” cinquant’anni fa. Popper naturalmente difende la “soluzione realista” sulla base di argomenti razionali. Ma il reale si oppone al niente anche senza.
Karl R. Popper, I tre mondi, Il Mulino, pp. 114 € 10
Leggere Popper riconcilia con la ragione – lui dice col “senso comune”. Senza agudezas, né one-upmanship, né sistemi da incastrare. Per la semplicità: come per la fisica, per la filosofia un ragionamento è tanto più bello (vero) quanto più è semplice. Gli “oggetti” del Mondo 3, ad esempio la teoria della gravità di Newton e di Einstein, Popper vuole reali. E aggiunge: “E lo sono proprio nel senso in cui il fisicalista direbbe reali o realmente esistenti le forze e i campi di forza”. Che è quello che Massimo Scaligero, spiritualista, insegnava ai giovani “scampati a Evola” cinquant’anni fa. Popper naturalmente difende la “soluzione realista” sulla base di argomenti razionali. Ma il reale si oppone al niente anche senza.
Karl R. Popper, I tre mondi, Il Mulino, pp. 114 € 10
Com’è dereale il giornale
Eravamo rimasti a Diego Marconi alcuni anni fa, con qualche utile. Ferraris, già storico dell’“Ermeneutica” e teorico dell’“Estetica razionale”, nonché ultimamente della necessità di “Ricostruire la decostruzione”, dopo tanto girovagare tra i telefonini, Babbo Natale, Gesù adulto, Kant, l’ipad, e la filosofia delle donne, un’oggettistica (ontologia?) non innocua, torna stanco al vecchio-nuovo realismo. Per dire che la verità esiste, etc. Tutto giusto, magari. Ferraris è anche brioso e spiritoso. La “virgolettizzazione del mondo” è qui ottimo tag anti-postmoderno. Ma il brio qui trascura, forse per essere passato da cronista a editorialista. Questa la sua “autopresentazione”: ha elaborato il “nuovo realismo” negli ultimi vent’anni, avendo abbandonato “l’ermeneutica, per proporre un’estetica come teoria della sensibilità, una ontologia naturale come teoria della in emendabilità e infine una ontologia sociale come teoria della documentalità”. Semplice, no? In linea, aggiunge, “con l’Occidente”.
E il “nuovo” realismo? Il postmoderno, per cominciare, Ferraris dice finito nel populismo – che è un’altra cosa ma, ci capiamo, intende Berlusconi, la “tv commerciale” (come se ce ne potesse essere un’altra). La modernità riduce al “prevalere degli schemi concettuali sul mondo esterno” – o non il contrario, dove mettiamo la tv? Il “pensiero debole” riconduce a Joseph de Maistre, alla “polemica cattolica contro gli esprits forts”. Folgorante, forse, ma insensato. Senza risparmiarci l’ennesima esercitazione destra-sinistra, della sinistra che diventa destra e viceversa, che non è per la verità da esprit fort e nemmeno debole – se non ha stufato pure i lettori dei giornali, in emorragia di copie. Tanto per la documentazione: il destra-sinistra è applicato allo heideggerismo, alla rivoluzione desiderante, all’ironizzazione e alla desublimazione. A cui Ferraris aggiunge di suo la deoggettivazione – questo è Bush jr. Le cinque alluvioni convergono infine nel realitysmo, ultima ontologia di Ferraris, coniata su “Repubblica” il 29 gennaio 2011. Che a sua volta si basa su tre “meccanismi fondamentali”, che risparmiamo.
Il resto è argomentato, più che spiegato o esposto, sullo schema dell’Autore in resta per il Primato. E, certo, non si può dire: Ferraris esiste. Ma con più “verità” si potrebbe sostenere che il giornalismo, pur esistendo, rovina la filosofia, Ferraris con Galli, Galimberti, De Monticelli.
E Vattimo? È a lui che Ferraris scrive, citandolo (demolendolo) e no. I duellanti “escono” insieme, scambiandosi gli editori, ma stanno ognuno nella sua parte. Vattimo, sempre elegante, resta all’antico: l’ermeneutica, o costante reinterpretazione, resta il miglior strumento conoscitivo, poiché consente di superare la “dittatura del presente” - un’ermeneutica, insomma, un po’ revisionista. Soprattutto, Vattimo s’impegna a rigettare l’accusa che il postmoderno sia stato e sia una difesa e un trionfo per il neocapitalismo – cosa che, se mai qualcuno l’ha detta, nessuno ci crede. Semmai, aggiunge, è il realismo che impone oggi l’accettazione conformista del capitalismo imperante…
Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Laterza, pp. 113 €15
Gianni Vattimo, Della realtà, Garzanti, pp.238 € 18
E il “nuovo” realismo? Il postmoderno, per cominciare, Ferraris dice finito nel populismo – che è un’altra cosa ma, ci capiamo, intende Berlusconi, la “tv commerciale” (come se ce ne potesse essere un’altra). La modernità riduce al “prevalere degli schemi concettuali sul mondo esterno” – o non il contrario, dove mettiamo la tv? Il “pensiero debole” riconduce a Joseph de Maistre, alla “polemica cattolica contro gli esprits forts”. Folgorante, forse, ma insensato. Senza risparmiarci l’ennesima esercitazione destra-sinistra, della sinistra che diventa destra e viceversa, che non è per la verità da esprit fort e nemmeno debole – se non ha stufato pure i lettori dei giornali, in emorragia di copie. Tanto per la documentazione: il destra-sinistra è applicato allo heideggerismo, alla rivoluzione desiderante, all’ironizzazione e alla desublimazione. A cui Ferraris aggiunge di suo la deoggettivazione – questo è Bush jr. Le cinque alluvioni convergono infine nel realitysmo, ultima ontologia di Ferraris, coniata su “Repubblica” il 29 gennaio 2011. Che a sua volta si basa su tre “meccanismi fondamentali”, che risparmiamo.
Il resto è argomentato, più che spiegato o esposto, sullo schema dell’Autore in resta per il Primato. E, certo, non si può dire: Ferraris esiste. Ma con più “verità” si potrebbe sostenere che il giornalismo, pur esistendo, rovina la filosofia, Ferraris con Galli, Galimberti, De Monticelli.
E Vattimo? È a lui che Ferraris scrive, citandolo (demolendolo) e no. I duellanti “escono” insieme, scambiandosi gli editori, ma stanno ognuno nella sua parte. Vattimo, sempre elegante, resta all’antico: l’ermeneutica, o costante reinterpretazione, resta il miglior strumento conoscitivo, poiché consente di superare la “dittatura del presente” - un’ermeneutica, insomma, un po’ revisionista. Soprattutto, Vattimo s’impegna a rigettare l’accusa che il postmoderno sia stato e sia una difesa e un trionfo per il neocapitalismo – cosa che, se mai qualcuno l’ha detta, nessuno ci crede. Semmai, aggiunge, è il realismo che impone oggi l’accettazione conformista del capitalismo imperante…
Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Laterza, pp. 113 €15
Gianni Vattimo, Della realtà, Garzanti, pp.238 € 18
lunedì 23 aprile 2012
Persico tradito dagli amici
Una sceneggiatura legnosa di Camilleri, e una serie inverosimile d’ipotesi dello stesso attorno alla morte di Edoardo Persico a 35 anni, escludendo la probabile tisi. Basate sulle memorie sconnesse degli amici di Persico, Alfonso Gatto e Giulia Veronesi, e sulle reticenze di Anna Maria Mazzucchelli, allora segretaria di redazione a “Casabella”, poi moglie di Argan. Eileen Romano fa di ognuno di questi volumetti Skira un’occasione sociale, schierando attorno al personaggio o alla vicenda amici e parenti, ma questa volta non funziona. Solo ipotesi, non c’è l’uomo, se non come un minus habens, né l’“architetto” che molti (tutti) onorano, sico, il geniale teorico d’arte e organizzatore culturale, condirettore di “Casabella”, che fu all’origine del design a Milano, e avrebbe costituto un soggetto molto più interessante.
Uno sberleffo, involontario, alla storia degli indizi – quando la storia semplice sarebbe stata tanto più interessante. La storia indiziaria di Persico, rilanciata nel dopoguerra da Gualtiero Peirce, un ex comunista passato al “Borghese”, era stata proposta trentacinque anni fa a Sciascia, che non ne fece nulla, e successivamente a Oreste Del Buono, che ne scrisse su “Tuttolibri”, a lungo, nel 1993. L’unico “indizio” di qualche interesse sono le raccomandazioni successive di Persico, quando studiava a Torino, da parte della contessa Soldati. Via parrocchia. Persico fu raccomandato dapprima come addetto alle pulizie alla Fiat poi come redattore alla rivista “Motor Italia”. La “contessa” è la madre di Mario Soldati.
Andrea Camilleri, Dentro il labirinto, Skira, pp. 165 € 15
Uno sberleffo, involontario, alla storia degli indizi – quando la storia semplice sarebbe stata tanto più interessante. La storia indiziaria di Persico, rilanciata nel dopoguerra da Gualtiero Peirce, un ex comunista passato al “Borghese”, era stata proposta trentacinque anni fa a Sciascia, che non ne fece nulla, e successivamente a Oreste Del Buono, che ne scrisse su “Tuttolibri”, a lungo, nel 1993. L’unico “indizio” di qualche interesse sono le raccomandazioni successive di Persico, quando studiava a Torino, da parte della contessa Soldati. Via parrocchia. Persico fu raccomandato dapprima come addetto alle pulizie alla Fiat poi come redattore alla rivista “Motor Italia”. La “contessa” è la madre di Mario Soldati.
Andrea Camilleri, Dentro il labirinto, Skira, pp. 165 € 15
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (125)
Giuseppe Leuzzi
A Milano per ogni Brambilla, secondo l’Anci, l’associazione dei comuni, ci sono più di 2 Hu. Per ogni Sala, Cattaneo, Galli, Mariani, Barbieri s'incontra almeno un Chen. Il cognome Zhou, al diciassettesimo posto per frequenza, ricorre più di Fontana, Negri, Riva, Pozzi, Grassi, Gatti, tutti cognomi ambrosiani tipici. Mohamed è il 33mo. Tra i primi 100 cognomi si contano 9 cinesi, 3 arabi e uno di Sri Lanka Fernando.
La città della Lega è la più meticcia. Non di meridionali. È una scelta, è una nemesi?
Colombe e palloncini bianchi a Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria, con applausi, ai funerali di Luigi Napoli, morto a diciannove anni. Mentre faceva una rapina a mano armata in un supermercato. Nella quale aveva ucciso il commerciante.
A Polistena il sindaco Michele Tripodi sfida il governo e abbatte l’Imu sulla prima casa allo 0,2 per mille. Se lo può permettere perché ha l’amministrazione in ordine, e perché ritiene la tassa “ingiusta e iniqua” – c’è differenza tra i due aggettivi? C’è.
Tripodi è un comunista puro e duro, di famiglia comunista. Suo zio era il senatore “Mommo”, Girolamo, Tripodi, tra i fondatori di Rifondazione e poi del PdCI, parlamentare per cinque legislature, sindaco per trentun anni. Michele è stato l’assessore più giovane d’Italia e più “delegato”, nella passata giunta provinciale di Reggio Calabria, a guida PdCI. Governa la cittadina contro il Pd e la Sel, oltre che contro il Pdl.
Il risentimento
È l’uso da qualche anno al Sud di perdonarsi a vicenda, tra le mamme o le mogli degli assassinati e le mamme degli assassini - che più spesso non hanno mogli, sono giovani e balordi. Davanti ai telegiornali, che ne sono ghiotti: il perdono è politicamente corretto, e le lacrime fanno audience. Con l’intermediazione in genere di parroci e confessori. Ma senza farsi l’esame di coscienza.
In più casi concreti la famiglia anzi si conferma, in questi perdoni superficiali, la scuola del risentimento. Peggio: dell’odio – dell’irresponsabilità (la colpa è degli altri). Familiare e sociale. Per un senso atavico della giustizia (ingiustizia). Per un senso malinteso della democrazia. Di cui soprattutto le donne – le mamme – sono portatrici. Su uno sfondo di rinunce o fallimenti personali, in una realtà tetra che il rancore consolida.
Il “discorso” è la realtà
Si può dire la Calabria la regione che ha più verde protetto. Con più parchi marini. E l’aria più pulit - certificata. I boschi più estesi. Gli ulivi più antichi - una selva interminabile nella valle delle Saline, o piana di Gioia Tauro. Oppure dirla la regione del malaffare. Della ‘ndrangheta. Dell’abusivismo.
È il “discorso” che fa la realtà. Nel senso che interagisce sulla realtà vera, la monopolizza, la domina. Quella sociale e politica, ma anche quella naturale: pochi calabresi sanno godersi l’aria, o trovano verdi i boschi e le coste, pensano che il “discorso” che se ne fa sia un trucco, il “discorso” vero è quello dominante. Dei media, dell’editoria, della sociologia di caserma.
Aggiornamenti
Di alcuni concetti sfocati e da troppo tempo convenzionali, che reggono il rapporto Nord-Sud, un aggiornamento e un minimo di chiarezza si rendono necessari - di alcuni termini deprecativi di cui si obera il mai abbastanza deprecato Sud.
Casta – La politica come casta è una dato nazionale, che Sud è sopportato, male. È l’intoccabilità (immunità) e insieme l’arroganza del potere. Un milione di persone, facendo un rapido calcolo, tra incumbent e contendenti. Circa ventimila persone tra eletti e personale di servizio (consulenti, consiglieri, segretari) nelle Camere e ai ministeri. Venti consigli regionali, cento provinciali, ottomila comunali, un migliaio circoscrizionali. I consiglieri delle tante Autorità. E gli innumerevoli comitati per reduci e falliti.
Consociativismo – L’ha inventato ufficialmente Depretis. Ma era già attivo alla morte di Cavour, Rattazzi fu il primo consociativo.
Corruzione – È ritenuta “normale” in affari, tra privati cioè. Giusto la distinzione di Formigoni. Dove gli affari sono più fiorenti, dunque, la corruzione più fiorisce. Ma dove gli affari predominano è inevitabile che la corruzione infetti la funzione pubblica: è un concetto pervasivo delle relazioni sociali.
Dualismo – S’intende tra Nord e Sud. Invece è tra produttivi e privilegiati (garantiti).
Familismo – Non è solo di Di Pietro, è anche di Bossi dunque – ma si sapeva. È radicato nei ceti professionali. Tra i giudici, i militari, i medici. Di un famoso giudice politico Santoro e la Rai celebrano le virtù dicendolo “giudice figlio di giudice, nipote di giudice” - come se il giudice figlio di contadino fosse da meno. Il compianto sociologo politico della Luiss Viktor Zaslavsky, il cui figlio è fisico, peraltro valente, negli Usa, usava commentare: “Solo in Italia il figlio del professore è professore. Nella stessa disciplina”.
Si dice: una professione richiede formazione, un po’ come nelle arti e mestieri. Ma “Dinastie d’Italia”, una ricerca dei bocconiani Jacopo Orsini e Michele Pellizzari documenta un grado di familismo tra medici, avvocati, farmacisti e giornalisti quattro volte superiore a quello degli artigiani. Anche se incomparabile con quello dei professori universitari, che sarebbe addirittura il doppio. Su tutto il territorio nazionale, a Sud come a Nord.
Questo è importante: la pubblicistica si fa con le università folkloristiche Jean Monnet di Casamassima e Parthenope di Napoli, create appositamente per sistemare i familiari, e con le dinastie baresi dei Massari e Girone (Economia) e De Santis (Amministrazione). Ma uno studio di Stefano Allesina, ecologo all’università di Chicago, sui cognomi ricorrenti, mostra il familismo radicato, nell’ordine, in Lombardia, Emilia Romagna, Sicilia, Calabria.
In certe condizioni è peraltro valore positivo. La trasmissione delle conoscenza artigianali, di maestranza. O le dinastie industriali, degli Agnelli, i Pirelli, i Benetton, di chi cioè mantiene i capitali in un certo settore industriale piuttosto che movimentarli liberamente alla ricerca del maggior guadagno.
Feudalesimo – In molte aree del Sud si segnala per non esserci stato. S’intende il feudalesimo in senso proprio, nei secoli fra il VII e il XII secolo, prima dell’affermarsi delle città, e poi delle signorie. Quel particolare rapporto tra un signore e le sue genti, di esazioni (corvées, etc.) ma anche di protezione, e di stimolo (esempio). Al coperto di un insieme di statuti obbligati in area imperiale, anche quando il vincolo di sudditanza nell’impero era sfidato o rigettato.
In molte aree del Sud il padrone-guida locale è mancato, come sono mancati gli statuti. In quei secoli “bui” molta parte del Sud era preda di lontane o imbelli monarchie e di incessanti scorrerie, con trasferimenti continui di popolazioni, dalla costa nei più impervi recessi montuosi, e la disgregazione costante, sociale e produttiva.
leuzzi@antiit.eu
A Milano per ogni Brambilla, secondo l’Anci, l’associazione dei comuni, ci sono più di 2 Hu. Per ogni Sala, Cattaneo, Galli, Mariani, Barbieri s'incontra almeno un Chen. Il cognome Zhou, al diciassettesimo posto per frequenza, ricorre più di Fontana, Negri, Riva, Pozzi, Grassi, Gatti, tutti cognomi ambrosiani tipici. Mohamed è il 33mo. Tra i primi 100 cognomi si contano 9 cinesi, 3 arabi e uno di Sri Lanka Fernando.
La città della Lega è la più meticcia. Non di meridionali. È una scelta, è una nemesi?
Colombe e palloncini bianchi a Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria, con applausi, ai funerali di Luigi Napoli, morto a diciannove anni. Mentre faceva una rapina a mano armata in un supermercato. Nella quale aveva ucciso il commerciante.
A Polistena il sindaco Michele Tripodi sfida il governo e abbatte l’Imu sulla prima casa allo 0,2 per mille. Se lo può permettere perché ha l’amministrazione in ordine, e perché ritiene la tassa “ingiusta e iniqua” – c’è differenza tra i due aggettivi? C’è.
Tripodi è un comunista puro e duro, di famiglia comunista. Suo zio era il senatore “Mommo”, Girolamo, Tripodi, tra i fondatori di Rifondazione e poi del PdCI, parlamentare per cinque legislature, sindaco per trentun anni. Michele è stato l’assessore più giovane d’Italia e più “delegato”, nella passata giunta provinciale di Reggio Calabria, a guida PdCI. Governa la cittadina contro il Pd e la Sel, oltre che contro il Pdl.
Il risentimento
È l’uso da qualche anno al Sud di perdonarsi a vicenda, tra le mamme o le mogli degli assassinati e le mamme degli assassini - che più spesso non hanno mogli, sono giovani e balordi. Davanti ai telegiornali, che ne sono ghiotti: il perdono è politicamente corretto, e le lacrime fanno audience. Con l’intermediazione in genere di parroci e confessori. Ma senza farsi l’esame di coscienza.
In più casi concreti la famiglia anzi si conferma, in questi perdoni superficiali, la scuola del risentimento. Peggio: dell’odio – dell’irresponsabilità (la colpa è degli altri). Familiare e sociale. Per un senso atavico della giustizia (ingiustizia). Per un senso malinteso della democrazia. Di cui soprattutto le donne – le mamme – sono portatrici. Su uno sfondo di rinunce o fallimenti personali, in una realtà tetra che il rancore consolida.
Il “discorso” è la realtà
Si può dire la Calabria la regione che ha più verde protetto. Con più parchi marini. E l’aria più pulit - certificata. I boschi più estesi. Gli ulivi più antichi - una selva interminabile nella valle delle Saline, o piana di Gioia Tauro. Oppure dirla la regione del malaffare. Della ‘ndrangheta. Dell’abusivismo.
È il “discorso” che fa la realtà. Nel senso che interagisce sulla realtà vera, la monopolizza, la domina. Quella sociale e politica, ma anche quella naturale: pochi calabresi sanno godersi l’aria, o trovano verdi i boschi e le coste, pensano che il “discorso” che se ne fa sia un trucco, il “discorso” vero è quello dominante. Dei media, dell’editoria, della sociologia di caserma.
Aggiornamenti
Di alcuni concetti sfocati e da troppo tempo convenzionali, che reggono il rapporto Nord-Sud, un aggiornamento e un minimo di chiarezza si rendono necessari - di alcuni termini deprecativi di cui si obera il mai abbastanza deprecato Sud.
Casta – La politica come casta è una dato nazionale, che Sud è sopportato, male. È l’intoccabilità (immunità) e insieme l’arroganza del potere. Un milione di persone, facendo un rapido calcolo, tra incumbent e contendenti. Circa ventimila persone tra eletti e personale di servizio (consulenti, consiglieri, segretari) nelle Camere e ai ministeri. Venti consigli regionali, cento provinciali, ottomila comunali, un migliaio circoscrizionali. I consiglieri delle tante Autorità. E gli innumerevoli comitati per reduci e falliti.
Consociativismo – L’ha inventato ufficialmente Depretis. Ma era già attivo alla morte di Cavour, Rattazzi fu il primo consociativo.
Corruzione – È ritenuta “normale” in affari, tra privati cioè. Giusto la distinzione di Formigoni. Dove gli affari sono più fiorenti, dunque, la corruzione più fiorisce. Ma dove gli affari predominano è inevitabile che la corruzione infetti la funzione pubblica: è un concetto pervasivo delle relazioni sociali.
Dualismo – S’intende tra Nord e Sud. Invece è tra produttivi e privilegiati (garantiti).
Familismo – Non è solo di Di Pietro, è anche di Bossi dunque – ma si sapeva. È radicato nei ceti professionali. Tra i giudici, i militari, i medici. Di un famoso giudice politico Santoro e la Rai celebrano le virtù dicendolo “giudice figlio di giudice, nipote di giudice” - come se il giudice figlio di contadino fosse da meno. Il compianto sociologo politico della Luiss Viktor Zaslavsky, il cui figlio è fisico, peraltro valente, negli Usa, usava commentare: “Solo in Italia il figlio del professore è professore. Nella stessa disciplina”.
Si dice: una professione richiede formazione, un po’ come nelle arti e mestieri. Ma “Dinastie d’Italia”, una ricerca dei bocconiani Jacopo Orsini e Michele Pellizzari documenta un grado di familismo tra medici, avvocati, farmacisti e giornalisti quattro volte superiore a quello degli artigiani. Anche se incomparabile con quello dei professori universitari, che sarebbe addirittura il doppio. Su tutto il territorio nazionale, a Sud come a Nord.
Questo è importante: la pubblicistica si fa con le università folkloristiche Jean Monnet di Casamassima e Parthenope di Napoli, create appositamente per sistemare i familiari, e con le dinastie baresi dei Massari e Girone (Economia) e De Santis (Amministrazione). Ma uno studio di Stefano Allesina, ecologo all’università di Chicago, sui cognomi ricorrenti, mostra il familismo radicato, nell’ordine, in Lombardia, Emilia Romagna, Sicilia, Calabria.
In certe condizioni è peraltro valore positivo. La trasmissione delle conoscenza artigianali, di maestranza. O le dinastie industriali, degli Agnelli, i Pirelli, i Benetton, di chi cioè mantiene i capitali in un certo settore industriale piuttosto che movimentarli liberamente alla ricerca del maggior guadagno.
Feudalesimo – In molte aree del Sud si segnala per non esserci stato. S’intende il feudalesimo in senso proprio, nei secoli fra il VII e il XII secolo, prima dell’affermarsi delle città, e poi delle signorie. Quel particolare rapporto tra un signore e le sue genti, di esazioni (corvées, etc.) ma anche di protezione, e di stimolo (esempio). Al coperto di un insieme di statuti obbligati in area imperiale, anche quando il vincolo di sudditanza nell’impero era sfidato o rigettato.
In molte aree del Sud il padrone-guida locale è mancato, come sono mancati gli statuti. In quei secoli “bui” molta parte del Sud era preda di lontane o imbelli monarchie e di incessanti scorrerie, con trasferimenti continui di popolazioni, dalla costa nei più impervi recessi montuosi, e la disgregazione costante, sociale e produttiva.
leuzzi@antiit.eu
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