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mercoledì 17 dicembre 2014

Secondi pensieri - 199

zeulig

Aristotele – Michel Serres, lui stesso “divenuto ora piuttosto aristotelico” (intervista con François L’Yonnet, in “Simone Weil”, Cahiers de l’Herne), dopo essere “stato a lungo, in ragione del mio interesse per le matematiche, pienamente platonico”, vi lega la filosofia tedesca: “Basta leggere i Tedeschi per rendersi conto che sono essi stessi aristotelici, per la buona e semplice ragione che non hanno avuto il nostro Illuminismo né la Rivoluzione, che ha soppresso da noi la tradizione aristotelica per non conservare che la tradizione platonica. La tradizione aristotelica era associata al medio Evo, alla scolastica, al cristianesimo… In certo modo, Heidegger è un po’ Aristotele. Un Aristotele tradotto in tedesco”.
Aristotele ancien régime? Platone rivoluzionario?

Ateismo – Simone Weil lo voleva “purificatore”: purifica il religioso di tutti i sedimenti estranei e contrari, idoli, o creazioni dell’immaginario, del bisogno, della fantasticheria.
 “Kant conduce alla grazia”, dice anche: la filosofia porta alla religione. E: “Tra due uomini che non hanno l’esperienza di Dio, quello che lo nega ne è forse il più prissimo”.

Freud - Il Dottore fu un caso freudiano, si sa. Marie Bonaparte, principessa di Grecia, lo riconosce: il freudismo è “determinazione assoluta”. Non per il paziente, l’insicurezza è cresciuta con Freud. È stato Nietzsche del resto, precursore della psicologia, a fare lo scavo: penetrare il piano delle cose per estrarne il segreto, il mistero, il rimosso, il non detto. Freud ha appreso da Nietzsche, forse in modo indiretto, tramite Schopenhauer, il precursore dei precursori.

Si può dire una vittima, adottato dalla disprezzata Dollaria, col corredo di finte divinità antiche, per riempire col sesso una cultura satanica del nulla.

Ripete la riproduzione delle vipere secondo Prudenzio. L’ovovivipara, quando si eccita, oscenamente provoca il maschio. Il maschio infoiato lancia baci, “eiaculando nel coito boccale il veleno della generazione”. La femmina allora, “nella violenza della voluttà”, gli stacca la testa, ingoiandone mentre muore “il seme infuso nella saliva”. Un seme che le costerà la vita: “Quando (gli spermatozoi) saranno adulti, e cominceranno, minuti corpuscoli, ad agitarsi nella loro tiepida caverna, a scuotere con le loro vibrazioni l’utero, e non essendoci sbocco per il parto il ventre della madre si strazia…”. I minirettili scivolano via da una madre che essi uccidono. “Non diverso”, conclude Prudenzio, “il parto della nostra mente”.

L’indicibile è una copula. Il sesso che diventa Sade, ripetitivo, compulsivo. Col senso di colpa che è la sbirro della fobia sessuale, o dell’uomo di merda. Da qui l’idea di sulfureo invece che di ridicolo: col cielo largo saremmo a sganasciarci. Il sesso è una brutta bestia – specie se non c’è. Ma se il mistero è il sesso, con i bambini che spiano e invidiano, già in embrione, la vita galante dei genitori, l’orizzonte è basso.

Il mistero dei sogni si ricostituisce con l’interpretazione, modificato forse nei segni ma intangibile. Freud voleva essere un mago – un sacerdote di Plutarco, la sua scienza è l’oniromanzia - e questo lo fa simpatico, rifare la Smorfia. Della principessa Bonaparte tradusse in vecchiaia in tedesco, mentre lasciava Vienna a Hitler, il libello su Topsy, che era il chow-chow della signora defunto. Anch’egli amava il leonino cagnetto cinese, che anima trepido il palmo d’una mano, ne ebbe almeno due, e alla Bonaparte ne magnificò “la simpatia aliena da ogni ambivalenza, il senso di una vita semplice esente dai conflitti difficilmente accettabili con la civiltà, la bellezza di un’esistenza compiuta in sé”. La misantropia c’è, aliena. E tuttavia la sua è passione e non scienza, per la foia che si esalta nella pratica dominante, il tennis: l’amore è una partita di tennis.

Col “panorama indiziario”, degli indizi che fanno prova, la scuola del sospetto si apre al pubblico, e il dottor Freud è leader della storia e la vera scienza. Che il mondo, il suo mondo, l’Occidente, vuole orizzontale, come aveva sentito dire a Parigi all’epoca bella di alcune belle dame, e pure di uomini, di corpi supini, oppure proni, chissà, bocconi, da stupratore alacre, seppure con la vaselina. Con la confidenza, la confessione. Non da confessore che paterno assolve, condanna, sbuffa, oppure rimprovera. Ma da signor dottore, in salotto, per uso di mondo e confidenza di amiche. La chiacchiera incontinente che non riduce ma nutre il narcisismo, a uso degli sfaticati e gli egoisti.

Non c’è latenza nelle campagne, non c’era quando c’erano le campagne, dove si dorme in una lettiera comune e si defeca collettivamente, né nel Terzo mondo: nudi nel bush in Africa, dove loa, juju e tabù variano a umore dei capetti, sono segni di autorità, e sono monetizzabili, o nelle case chicas, seconde e terze case, dei mostacchiuti mariti latini, dove si fabbricano figli devotamente senza preservativo, e neppure probabilmente nei formicai-fornicai asiatici. E va sparendo nello stesso piccolo orto della privacy: uno guarda i teen-ager e dove sono, si chiede, i complessi?
La civiltà dei consumi è una tremenda sfida all’industria della colpa. L’Edipo si legava, nel romanzo di famiglia, alle gonne dell’Ottocento, le gonne delle donne, multiple, e ai corsetti chiusi. Ora, col no bra e la minigonna, mostra la sua vera, superflua, natura.

Marx - I cattivi di Dostoevskij non sono “cattivi”. Il rischio è sempre quello, in questo e in ogni cosa, di finire grandi masturbatori, alla D.H.Lawrence, non altrettanto innocui. Marx, il Prometeo intellettuale, è finito moderno uomo di pensiero, specialmente orfano di Dio e quindi piegato sull’angoscia, che si rappresenta le proprie paure senza sfidarle e forse ne gode – è  uno che immagina di godere nella disperazione. Oppure è figlio d’una classe perdente, la borghesia, che non è più collettiva e produttiva, come lo era prima di sedersi in salotto, orgogliosa della libertà sociale, e non è tory come ambisce, non realizza l’ordine dello spirito e la bellezza, non può, non sa. E finisce per amare la sconfitta, compiacendosi del ruolo di Tiresia inetto, cioè della sua inutilità – il male non ha bisogno d’indovini.
Questo vale anche per i programmatori, il loro riformismo è sterile: le strade e i ponti nascono perché i lavoratori li fanno, quelli che sanno far-li, uno dopo l’altro, per una loro intima necessità, intima alla strada e al  ponte, senza chiedersi il piano generale dei ponti e la loro finalità ultima.


Simone Weil, che l’ha letto – il “Capitale già nell’adolescenza – fiduciosa, se ne allontana con tre  uppercut.
1934, “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale”: “Hegel credeva in uno spirito nascosto all’opera nell’universo, e che la storia del mondo è semplicemente la storia di questo spirito del mondo, il quale, come tutto ciò che è spirituale, tende indefinitamente alla perfezione”. Marx “ha sostituito la materia allo spirito…. Ma per un paradosso straordinario, ha concepito la storia, a partire da questa rettifica, come se attribuisse alla materia ciò che è l’essenza stessa dello spirito, una perpetua aspirazione al meglio”.
1937, “Sulle contraddizioni del marxismo”: “Non sono gli avvenimenti che impongono una revisione del marxismo, è la dottrina di Marx che, a causa delle lacune e delle incoerenze che racchiude, è ed è sempre stata molto al di sotto del ruolo che si è voluto farle recitare”.

1943, “C’è una dottrina marxista?”: della filosofia del lavoro, “forse più particolarmente un bisogno della nostra epoca”, il “giovane Marx non ha neppure avviato l’abbozzo di un abbozzo… Una filosofia del lavoro non è materialista. Essa dispone tutti i problemi relativi all’uomo attorno a un atto che, costituendo una presa diretta e reale sulla materia, racchiude la relazione dell’uomo col termine antagonista. Il termine antagonista è la materia. L’uomo non vi è ricondotto, vi è opposto”.. 

Sospetto – Il numero tredici è la forma logica del sospetto secondo Lacan.

“Non si parla senza tacere” è un’agudeza, ma l’ha detta Nietzsche e ci fondiamo il profondo –

La “trimurti del sospetto” Massimo Scaligero riconduceva all’odio di sé ebraico. Così argomentando: Nietzsche l’avrebbe mediato da Rée, Freud da sé e Nietzsche, Marx da sé.
Ma è vero che Freud giovane s’indentificava con Cipiòn, uno dei cani di Cervantes, che nel Coloquio de los perros richiama l’altro cane sapiente sempre all’ordine. Adulto, avrebbe fatto rivivere le streghe nelle isteriche. Rispolverando il metodo degli inquisitori: confessate, cioè ditevi colpevoli, distruggetevi.

Deve andare contro “ciò che ogni periodo dice di sé e immagina di essere”, partendo da Hegel e Descartes: “De omnibus dubitandum est”. Tutte persone che non dubitano: Descartes, Hegel e lo stesso Marx, mentre, spiega Kierkegaard, il dubbio stesso è soggetto a dubbio. Per la verità delle cose invece che per la verità del discorso, che è sempre zoppa. La verità del discorso darà più piacere – le zoppe provano e danno più piacere, secondo Montaigne – ma è inutile: non c’è dubbio che “la violenza è la levatrice di ogni vecchia società”, e la violenza in effetti non è ideologica, è di tutte le ideologie.

zeulig@antiit.eu 

martedì 16 dicembre 2014

Togliatti è un funerale

Feltrinelli ripubblica come nuovo per i cinquant’anni della morte il lungo ritratto che Bocca dedicò a Togliatti nel 1974 per il decennale, sempre della morte. Un ritratto cauto - chiaroscurale, cerchiobottista - che Luciano Canfora, togliattiano postero, rispolvera per il meglio. Togliatti figura in questa ritratto politico come l’uomo che ha preservato l’Italia dal peggio della guerra fredda, i poveri dall’avidità dei padroni, e la libertà dalla censura. Un uomo generoso – per esempio con Gramsci? E un intellettuale specchiato – a cui nulla quindi si può chiedere dell’hotel Lux a Mosca, dove i compagni sparivano di notte, né della Spagna o del Comintern, e naturalmente non dell’oro di Mosca?
Del resto la meraviglia di Togliatti parte dal funerale: “Un milione di persone…”. In effetti si ricorda strabiliati: il Pci sempre mobilitava mezzo milione e un milione di persone - fino a Cofferati, tre milioni nel 2004, per niente. E ha imparato al meglio l’arte dei funerali, a partire da Malaparte nel 1957. Che però era un’arte gesuitica, Gioberti lo denunciava un secolo prima di Malaparte, e perfino controriformistica.
È così che gli ex comunisti non hanno ancora finito di celebrare Berlinguer, sempre in morte, con la sua equivoca “questione morale” e delle “mani nette”, da cui escludeva il suo partito, che riprendono a celebrare Togliatti, con la stessa sicumera. I due “impostori” della politica (della sinistra) in Italia, quelli che l’hanno disidratata e dispersa. Le scelte che hanno contato per l’Italia prospera, quinta e a un certo punto anche quarta, potenza economica mondiale, lasciando alla Democrazia Cristiana: l’Occidente, l’economia sociale di mercato, l’Europa - e per la Dc non al loro santino Moro, che li portò al governo per stritolarli, ma a De Gasperi e Fanfani.
Del resto il ritratto si ripubblica come nuovo perché evidentemente c’è domanda. C’è voglia di revanscismo, si vede anche dal dibattito politico nel Pd, in quello che resta del Pci. A nessun fine, ma molto reducistico. E questa è l’eredità di Togliatti, non altra.
Bocca attribuisce al togliattismo la buona amministrazione nelle regioni rosse, ma molte pentole sono state da allora scoperchiate, in Emilia, in Umbria, in Toscana, lottizzazioni qui comprese e Monte dei Paschi. Senza contare che queste regioni si amministravano meglio anche prima, anche prima anzi dell’unità, Bologna e Ancona addirittura sotto il papa.
Qualcosa ci sarebbe da dire anche su Bocca testimone del tempo, spregiudicato come si voleva, ma un po' troppo. Del funerale si ricorda neglio sul “Giorno”, il giornale per cui entrambi lavoravano, la cronaca di Bernardo Valli, “Un km. di corone (1.500) in corteo”.
Giorgio Bocca, Togliatti, Feltrinelli, pp. 640 € 22

La scoperta dell'antipolitica - 2

È il populismo, è l’antiberlusconismo
Oppure l’antipolitica si contrabbanda col populismo. Che però non si sa cos’è e comunque merita una trattazione a parte – si fa troppo spesso confusione: l’opinione pubblica è confusa, viene confusa. Se ne può dare uno schema in relazione al fenomeno Berlusconi.
Sia il “popolare” la “cultura di massa”. Non ce n’è altro: la campagna? la magia? la taranta? i dannati della terra? Retorica, neppure più bene intenzionata. E le masse (della cultura, della comunicazione) sono sempre quell’agglomerato amorfo e contraddittorio che le forze egemoni informano. Questo è scuola di Francoforte, invecchiata quanto si voglia e altezzosa, ma è la verità. Tutto è già del resto nelle “Mitologie” di Barthes, che sono vecchie di quasi sessant’anni. O nella “Società dello spettacolo”, dieci anni dopo. Gramsci, che nella subalternità prefigurava, o forse solo auspicava, forme di resistenza alle culture (interessi) dominanti, non avrebbe difficoltà a riconoscerlo. Come chiunque viva nel mondo nel suo tempo.
L’antiberlusconismo questo è: un adattamento volgare della stessa scuola, gli occhi chiusi davanti alla realtà. Creandosi un paese deluso, o confuso, o narcotizzato, o farfallone, o corrotto. Una professione di aristocraticismo che avrebbe fatto inorridire Horkheimer e Adorno, plebeo ritenendo anche il “che fare?”, un po’ d’impegno politico. Mentre volgare è l’inarcare le ciglia, da zia offesa. Il paese restando la sola cosa solida di questo interminabile post-sovietismo-cum-Dc, arguto, rapido, agile, anche se non lo facciamo parlare, giusto il piagnisteo, o linguaggio Rai, e quindi si concentra sul voto. Quanta vitalità non deve avere il paese per sopravvivere in tanta dolente ipocrisia?
Ancora prima, volendo essere troppo seri, l’urbanità unificava. Nel senso proprio, della città. Che si fa risalire, in questo senso, alla città di Haussmann, uniformemente borghese, e cioè Secondo Impero francese. Ma la storia è nata prima della Francia, e della città già Quintiliano lamenta che la scelta delle parole, la loro pronuncia, e i linguaggi fossero quelli derivati a cascata dai maggiorenti e le persone colte, “tutto il contrario della rusticità”, che ancora si portava a segno di autenticità – non detta, Quintiliano non si avventurava come Heidegger in parole vuote di senso e di senno come l’autenticità.
Al tempo di Marx, senza scuole, senza giornali e senza altri mezzi di comunicazione di massa, c’era una certa spontaneità popolare, comunque non borghese, o piccolo borghese. Ora “il linguaggio «popolare» non è altro che il linguaggio borghese imbastardito, generalizzato volgarizzato, imbalsamato in una specie di «senso comune»”, come scriveva Barthes quarant’anni fa, “un purgatorio”, che sarebbe “rivoluzionario” evitare. Ora comunque - la semiologa Kristeva l’ha accertato, “la comunicazione è una merce” - fatta apposta insomma per Berlusconi, il Grande Venditore. Che, scacciato dalla porta, rientra dalla finestra, ma è così che dovrebbe.
Di questa cultura di massa Berlusconi è il sintomo e non la causa. Non ha creato un linguaggio, lo ha sfruttato. Non ha creato il circo mediatico, ci si è inserito. Non ha creato il teatrino politico, ci si è inserito al meglio. È il segno (questa gli piacerebbe…) non la malattia. Ha saputo sfruttare la sovversione perché meglio degli altri ha letto il senso dell’antipolitica, della rivolta contro i partiti. Con la “discesa in campo”, “forza Italia”, il “partito della libertà”, a tratti perfino dell’“amore”- sa anche che il messaggio dev’essere semplice. Da sempre ci se ne attende la fine, prima con la Boccassini, la paladina di De Benedetti nell’affare Sme, poi con Bossi, col cancro, con l’incapacità di governo, con la moglie, con Fini, ora di nuovo con la Boccassini. Ha resistito perché ha interpretato meglio degli avversari il senso delle cose: il successo di Berlusconi non è stato quello del tiranno, o del moghul dei media. È – è stato - lo specchio dell’opposizione, una lettura della realtà molto più efficace di quella dei suoi supponenti nemici.
Qui si può innescare il discorso del paese confuso, o narcotizzato, ma dopo aver capito la propria pochezza, si nobiliti pure con Proust o le zie, e il naso arricciato per lo sdegno. “La doxa, l’opinione pubblica, costitutiva delle nostre società democratiche, potentemente aiutata dalle comunicazioni di massa, non è definita dai suoi limiti, dalla sua energia di esclusione, dalla sua censura”? Questo sapeva Barthes già quarant'anni fa - ma è meglio non esagerare.
La politica della giustizia
È la politica del più forte. La politica è la leva della giustizia, naturalmente democratica, l’antipolitica è la giustizia della forza.
Coltivata in Italia per decenni in ambito liberale e radicale come critica della partitocrazia (Maranini, Scalfari, Ronchey), è diventata negli anni Ottanta scudo e punta di lancia dei “padroni”. Cefis ha aperto la strada solitario negli anni Settanta, Romiti (Agnelli), De Benedetti e poi Berlusconi hanno fatto la corsa e infine l’hanno vinta. Con i media, e il sottile controllo degli apparati della legalità. All’insegna della semplificazione della politica (bipolarismo) e della governabilità. In realtà al solo fine di “occupare la politica”, non di renderla efficiente – e anzi sempre contrastando ogni autonomia della politica.
Successivamente, dissolvendosi la critica laica nel compromesso storico, vi ha inoculato il veleno dell’antipolitica. Per cui il partito Comunista, che aveva un terzo degli amministratori pubblici in Italia, li ha abbandonati al discredito preconcetto, lieto come un qualsiasi partito d’opinione di fare la lezione di morale alla storia. Gli amministratori pubblici comunisti, un esercito, si trovarono esposti al discredito non per colpe specifiche ma in quanto professionisti della politica – a opera del loro stesso partito, dei compiaciuti “salotti (?) romani (?)” del loro partito.
Rapidamente ha poi elaborato un’antipolitica di secondo grado, quella delle caste, non dipendenti dalla politica ma ad essa non estranee. che denuncia nel mentre che le pratica, in una sorta di gioco dell
’oca.
E la faziosità
Antipolitica è anche la faziosità, che connota tutta la storia della Repubblica. Renzo De Felice la addebitava all’antifascismo. Non in quanto fenomeno storico, della Resistenza al fascismo e in guerra, ma in quanto categoria costituzionale, della Costituzione materiale del dopoguerra: la demonizzazione dell’avversario politico, la conflittualità sociale esasperata, sempre e comunque, l’assemblearismo inconcludente, che si soddisfa nel rendere impossibile il governo (il “governo attraverso la crisi”). Ma essa è comune, si può aggiungere, oltre che alla galassia ex comunista, anche a quella ex confessionale. Di cui sono espressione i gestori dell’opinione pubblica, la Rai e i grandi giornali. Che in Italia sono tutti padronali, e quindi estendono la faziosità - l’impossibilità di governare - a un fronte non più antifascista ma di interessi costituiti. Interessi economici e – chiudendo il cerchio con De Felice – anche politici, i cosiddetti feudi confessionali e postcomunisti.
Al coperto del linguaggio rituale, e assolutamente vuoto. Come l’intransigenza. Ora anche del politicamente corretto, l’eloquio dell’indistinzione, di generi, culture, confessioni, che s’impose alla fine del secondo millennio nel quadrante nord-occidentale del mondo, Usa-Europa. In contemporanea con la globalizzazione, che è l’assetto ben più solido e conseguente dell’economia, imposto invece dal quadrante nord-orientale, Usa-Cina. Ma per un riflesso interno allo stesso Occidente: come difesa, debole, della politica nell’età dell’antipolitica. Segnandone il disfacimento, dopo la delegittimazione dell’Auctoritas al tempo del Vietnam e di Praga, per poi tentarne il recupero limitatamente alle forme esteriori. In linea con la parallela falsificazione del sapere e della storia – ora nelle forme del relativismo e del revisionismo. È un surplace della politica, uno standstill, un segnare il passo, non ininfluente: la difende nel mentre che ne persegue e sancisce l’irrilevanza, è cioè la politica dell’antipolitica - indecisione, indistinzione, e quindi la forza invece dell’equilibrio (giustizia). Ma torniamo all’Italia.
È l’antitaliano, borghese
È la politica dell’antitaliano. Tema antico. Soprattutto toscano ma non solo. A partire da Dante, che nel quadro dell’antipolitica molti vogliono tedesco – lui che pure era distintamente italiano, cultore di ogni memoria anche locale e remota, da Pozzallo al Grossklochner. Dallo steso Petrarca. Fino naturalmente ai toscani del Novecento, da Papini a Montanelli. Ma escluso Malaparte, toscano antipatizzante come nessun altro e tuttavia uomo di mondo.
È un tema che ha debuttato presto come genere letterario: “Roma” è corrotta e spregiudicata già nel 1883, anno di uscita di “L’eredità Ferramonti”, di Gaetano Chelli. Due anni dopo Matilde Serao recidivava, con “La conquista di Roma”. Presto imitati da molti, compreso il siculo-napoletano De Roberto, “I viceré”, 1891-4, forse il più cattivo. Fino a “I vecchi e i giovani” di Pirandello, una sorta di anteprima del “Gattopardo”. Questo si può dire dunque genere meridionale.
Il Risorgimento letterario finì presto. Con non molte opere. Anzi, solo con una: le “Confessioni di un ottuagenario”, pubblicato tardi, come un residuato, e tuttavia a ogni rilettura vivo. Preceduto – non granché - dalle “Mie prigioni”. E seguito da qualche – non granché – epopea garibaldina.
Ma anche l’antipolitica è genere letterario povero, non granché. È esercitazione borghese – le imputazioni a Dante comprese – e provinciale, di chi s’immagina un mondo meraviglioso là fuori. E il cerchio si chiude: l’antipolitica, l’antitaliano e il borghese si sovrappongono e anzi coincidono.
È un laboratorio
Se ne può dire anche bene, fino a un certo punto. Grillo dopo Berlusconi, e ora Renzi: si può dire l’Italia il laboratorio della nuova politica, la politica del millennio. Dopo il parlamentarismo del Novecento, e la politica borghese, delle borghesie nazionali, con gli irredentismi e i risorgimenti, nell’Ottocento.
O anche no, l’Italia è il battistrada europeo di una forma politica già avviata negli Usa. Obama è egli stesso un antipartito. Come già, a suo modo, Clinton. E prima di lui Reagan. Personalità neppure eccelse che tuttavia si sono imposte al partito.
L’elettore vuole un volto, un nome, e un linguaggio cui dare fiducia, non un’assemblea. La riforma elettorale in Italia in senso plebiscitario, per tutti gli organi elettivi (sindaco, presidente della provincia, presidente della regione) eccetto che per il capo del governo, è stata fatta volutamente sulla traccia americana. A lungo predicata e predisposta dalla scienza giuridica e politica sull’orma del decisionismo di Gaetano Mosca e Pareto, o di Carl Schmitt mediato da Gianfranco Miglio, che avevano trovato un varco politico in Craxi.
La funzione di governo è il problema centrale dalla Grande Riforma - il progetto di Craxi - in poi, quindi da venticinque anni (http://www.antiit.com/2009/04/democrazia-plebiscitaria.html). Avversata dai partiti minori, perché ne riduce il peso. E a suo tempo dal Pci, che pure ne condivideva  l’impianto (chi vince le elezioni governa) e il principio democratico ispiratore (l’alternanza delle maggioranze, la sostituibilità). Il Pci l’ha avversata perché la patrocinava Craxi, suo primario avversario politico, anche post-mortem, e l’ha demonizzata coi suoi potenti mezzi di comunicazione, come progetto Gelli o della Rinascita nazionale, un progetto eversivo. Quando non l’ha acculata al fascismo, benché vecchio ormai di settant’anni e sconfitto dalla guerra e dalla Resistenza.
Analogamente hanno agito gli interessi costituiti, dei potentati economici, industriali e finanziari, che non vogliono un governo che governi. Che potrebbe disboscare il sottogoverno, il mercato degli appalti e degli interessi finanziari legati alle opere pubbliche, alla rendita urbana e ai servizi pubblici (telefoni, energia, assicurazioni) , cioè ai profitti facili e ai superprofitti, e della corruzione, grande e piccola, quotidiana.
Si può considerare il plebiscitarismo la risposta anche all’antipolitica, degli interessi costituiti attraverso i media, della cosiddetta opinione pubblica. Una reazione a un’opinione pubblica sempre più privata, anche oltraggiosamente. Ma è una forma politica debole, limitata al voto. La politica stessa peraltro si riorganizza in forme allentate e deboli, attraverso i partiti del capo. Si veda il flop del tesseramento del partito più tradizionale, il Pd, e l’adesione fluttuante alle sue primarie, che al contrario del voto sono rituali e poco decisive – i ripensamenti sono ormai numerosi sui vincitori delle primarie, Marino, De Magistris, Crocetta, lo stesso Vendola.
In un certo senso si ripete a un secolo di distanza, con le ambiguità della questione morale, l’insorgenza della classe politica che Mosca aveva studiato e classificato. Della politica delle élites, in un quadro di riferimento frammentato e fragile, se non confuso. Per la crisi economica e per l’invadenza dell’apparato repressivo, sotto la maschera della giustizia.
La comunicazione deviata
Dovendo tirare le somme, si può dire l’antipolitica in Italia un fatto di comunicazione deviata. D’incultura della comunicazione e di disinformazione – sì, proprio: la disinformacija della guerra fredda. Di interessi sovversivi e\o d’incapacità o ignoranza. Della comunicazione allargata: estesa alla formazione accademica - dei tanti guru che occhieggiano poi illustri dai fondi dei giornali, telegiornali e spettacolini “d’informazione” - e alla storia politica, talmente indigente da superare il ridicolo.
Un impoverimento a cui la politica volentieri si piega, anche se si disarticola e si deprime: chiacchierare è comunque meglio che lavorare. E con un profilo lusinghiero e un paio di twitter si fa a meno di applicarsi e produrre idee, o fare politica. Si veda la commediola impressionante ogni giorno, ripetitiva, inesauribile, della politica agitata per metà dei giornali e dei telegiornali, diecine di pagine e eterni quarti dì’ora sul nulla. E settimanalmente di una dozzina di “approfondimenti” o salotti televisivi. A nessun fine se non la ricerca di un effetto deformante, dello “scandalo”. Succede per la politica come per le ogni altra espressione associativa, che la comunicazione – l’opinione pubblica – deve comunque sempre esporre in forme deviate, grottesche, corrotte, eccetera.  
Un Grande Censore ci vorrebbe, che naturalmente non è un rimedio. E quindi la dissoluzione è inarrestabile? I giornali hanno dimezzato (dimezzato!) le vendite. I politici non hanno un filo di credibilità, nemmeno i più belli sullo schermo. Ma non si vedono segni di ravvedimento.  Ma se antipolitica è la politica, il personale politico cioè e l’opinione pubblica, non c’è rimedio possibile se non una rivolta. Che non si vede: l’antipolitica è la grande bonaccia della comunicazione deviata. 
(fine)  

lunedì 15 dicembre 2014

La scoperta dell’antipolitica

astolfo

È tema invernale, verrebbe da dire risalendo alla periodicità dell’antipolitica su questo sito. Ma è ben reale, non una metereopatia. “La politica di questi tempi non c’è”, dice Benigni sbarcando a Roma per “I dieci comandamenti”, ma anche questo non è vero.
Il presidente Napolitano la fa risalire a “Mani Pulite”, l’aggressione dei giudici alla politica: scrivendo al “Corriere della sera” oggi, in risposta ai rilievi di Galli della Loggia ieri, richiama – come già in precedenti suoi scritti – la lettera a lui indirizzata dal deputato socialista Moroni , che con essa prendeva congedo dalla vita. Con l’insofferenza all’aggressione, senza peraltro difesa possibile.
“Mani Pulite” certamente c’entra, la campagna del duo Borrelli-Di Pietro, con la complicità di molti  giudici milanesi, Tarantola in testa. Ma c’entra anche la presidenza della Repubblica, di Scalfaro e dello stesso Napolitano, coi loro governi del presidente, più spesso di origine extraparlamentare, i ministri graditi – tutti più o meno fallimentari - e quelli sgraditi, gli scioglimenti a piacere delle Camere, i moniti a ripetizione, i gradimenti, i veti, le consultazioni chilometriche, i preincarichi, gli incarichi esplorativi. L’apice di questa connivenza se ne può dire il falso avviso di reato fatto recapitare nel 1994 a Berlusconi da Borrelli e Scalfaro, sul giornale di Milano, il “Corriere della sera”, per bloccare la riforma delle pensioni - che sarà fatta vent’anni, quasi, più tardi, a costi ormai proibitivi, su impulso e per volontà di un altro presidente, Napolitano.
Dopodiché, l’antipolitica non si può restringere alla lettera del povero Moroni. È anzi pratica costante e diversificata. A opera dei corpi politici elitistici, non elettivi: i media e i loro padroni, gli interessi costituiti, le istituzioni non elettive. Tra esse il Quirinale settennale, un’anomalia nel panorama costituzionale mondiale - che nessuna riforma si propone di correggere. Una buona legge dev’essere buona politica, prima che proceduralmente corretta. Il Quirinale e la Corte Costituzionale, la cui composizione peraltro – e quindi il suo orientamento – è quirinalizia, si surrogano un potere che la Costituzione non dà loro, se si sovrappongono al legislatore.
Come l’antimafia
Come l’antimafia, l’antipolitica è specchio del suo oggetto. Deformante, anche se sembra impossibile: è la passione eccessiva, invadente, opportunistica, violenta, applicata alla politica. È una politica, deteriore.
S’intende per antipolitica l’insoddisfazione verso la politica, la disaffezione, e perfino la lotta contro. Ma in questa chiave è una forma della politica. Questo è in Italia evidente nei movimenti più antipolitici, quello di Di Pietro, del comico Grillo, e della giustizia politica – il “partito” dei giudici. È invece, propriamente, un aspetto della più generale concezione della politica come guerra civile, di tutti contro tutti. Che fu delle ideologie escatologiche e permane come arma politica.
Moralmente – psicologicamente – è una forma di misantropia, di narcisismo deviato: tutto è marcio non per un criterio di legge ma all’“infuori di me”. Politicamente è antidemocratica. La politica, per quanto corrotta, per quanto totalitaria, passione esclusiva, è sempre democratica  – purché non tirannica. Ma  sempre è anche un aggiustamento, la scelta del male minore, al meglio una riparazione. Sia essa la guerra, che può essere necessaria, come dice Orwell, “ma non può essere né buona né sensata”, o l’appalto delle fognature. Per questo l’antipolitica è sospetta. La politica è debole e arrendevole all’antipolitica per effetto della democrazia. Forse malintesa, ma è la democrazia che ha indebolito la funzione principale della politica, di coagulo rispetto al dissenso – la capacità di scelta e di leadership. Sia perché la politica è ideologica (massimalista, assolutista), e sia perché è riduttiva (minimalista), sfiancandosi nell’assorbimento di ogni forma di dissenso. Che naturalmente è sempre di massa, anche se marginale: in democrazia ogni fenomeno è di massa.
Ma antidemocratica è sempre l’antipolitica: intellettuale, elitaria o professionale - il governo dei tecnici. È sempre stata la leva dell’assolutismo in politica: è giudice insindacabile. Emerge tra Cinque e Seicento con l’uso di Tacito (moralista si spera sincero e ineccepibile) contro Machiavelli, da parte di gesuiti e protestanti insieme, risolvendo la politica nel potere e stroncando per lungo tempo l’autonomia del politico (diritti di libertà, diritti di possesso, patti).
Con la Repubblica, l’antipolitica è diventata una specialità italiana. Dapprima in ceti ristretti, liberalradicali, poi come protesta di massa. L’Italia liberale non ha mai amato i partiti politici, ma più nella Repubblica. Sempre a opera degli stessi, i liberali, che al fondo sono anarchici – talvolta “repubblicani”, cioè del Pri, un partito, a volte radicali, e da ultimo, come sembra, Democratici. I liberali “non esistono” in Italia, ma per questo si pretendono “assolutisti”: non si è mai abbastanza liberali né liberi. Da qui l’invocazione del “tecnico” della politica. Un equivoco, che si trasforma in fucina dell’antipartito, dell’antipolitica, dell’antidemocrazia.
Il tecnico platonico
È lo stesso equivoco della “società civile”, quella dell’“Italia paese di merda”. Che non ha alcun titolo per dirlo, volendosi essa ammanicata e superiore. Avida. In piccolo certo, ma diffusamente. L’inchiesta romana individua solo un rivolo in un mare. E caratteristicamente si vuole restringere a due imprenditori ex carcerati, mentre ne è pregna la società civile, del partito degli appalti, gravido di architetti e ingegneri, dei dottori, commercialisti e medici, delle segreterie degli stessi censori pontifica tori, delle loro fondazioni, delle loro onlus.
Il tecnico è la personificazione del governo platonico degli intellettuali. E dell’insofferenza di una storia senza stacchi. Senza cambiamento. Senza nemmeno processi o tagli netti nella guerra civile che pure c’è stata, solo vendette. Del trasformismo fin dall’inizio con Rattazzi. Di una liberazione che fu solo militare, opera degli Alleati. Di una Resistenza che fu politica e non militare, un adattamento alla sconfitta e all’8 settembre, e anzi accentuò i caratteri perversi, la vendetta, la faida, la violenza sregolata.
L’antipolitica è una politica. La politica dell’antipolitica è già in Salvemini, in “Cocò all’università di Napoli o la scuola della mala vita”, il saggio satirico col quale inaugurò la collaborazione a “La Voce “di Papini e Prezzolini il 31 dicembre 1908 (ma i temi della satira sono già tutti nelle “Lettere meridionali” di Pasquale Villari del 1862). “L’azione politica degli spostati ha una grandissima importanza nella società moderne, perché, non avendo nulla da fare, fanno per tutto il giorno della politica: sono giornalisti, libellisti, galoppini  elettorali, conferenzieri, propagandisti”. E, sempre non avendo nulla da fare, fanno subito carriera, ci tentano, atteggiandosi a “capipopolo” e “guardiani dei segreti”. Gli “spostati”, termine che avrebbe fatto fortuna nella redazione americana, “misfits”, Salvemini dice “il cosiddetto proletariato dell’intelligenza”, e intende quelli che vogliono tutto subito ma non sanno che.
Quando Napolitano reagì infastidito a Della Valle, che faceva una campagna pubblicitaria contro i politici, disse una cosa giusta: “Si impreca contro la politica ma la politica siamo tutti noi”. L’antipolitica è una politica, estremamente insidiosa. La più brutta perché perversa: si finge infatti perseguitata mentre è la politica dei padroni: imprenditori, mercanti, professori, vescovi.
La decadenza, l'ignoranza
Guardando oltralpe, è anche il segno dell’epoca, perlomeno in Europa. È il segno dell’Europa, in Germania, in Olanda, in Gran Bretagna, Francia, della sua “decadenza”. È una deriva anzi di un dibattito ormai vecchio di quarant’anni, nel seno della Trilaterale del capitale. Della democrazia ingovernabile e della ricostituzione del potere – questione peraltro inafferrabile: la politica non è il potere, il potere è una sua espressione, sempre labile.
Anche la storia si fa nel segno dell’antipolitica. Quella dell’Italia nel centocinquantenario, per esempio, tre anni fa. O del Sud da due o tre decenni. O della Libia, per dire, e degli altri paesi confinanti. L’antipolitica è anche l’esito di un’incultura, e di un analfabetismo di ritorno, specie nei media. Non sappiamo più cosa succede nemmeno a Chiasso o a Capodistria – e a Passariano del Friuli non sanno più nulla di Roma. Non siamo interessati, una forma d’ignoranza caratteristica delle fasi depressive: la chiusura in se stessi, una chiusura confusa in un se stesso confuso. Neppure alle guerre di sterminio dei nostri vicini arabi. Nulla sappiamo di come sono arrivati dalla Libia 50 mila clandestini quest’anno, e nula naturalmente dei 3.600 morti sui gommoni (i morti noti). Niente sembra interessre a nessuno, se non dosi sempre più massicce di indiscrezioni, scandali, intercettazioni r buchi della serratura. Succede alla “Domenica Sportiva” come alle cronache giudiziarie, alla cronaca nera, alla cronaca rosa, mentre altre cronache, gli esteri, la cultura, sono cancellate. Analogamente con la cronaca politica, che un solo modulo ha: abbattere Craxi, abbattere Berlsuconi, abbattere Prodi, ora abbattere Renzi - e anche Grillo, a favore di Salvini…
All’ignoranza conduce anche la prova del nove: il rifiuto impolitico della politica non è “intelligente”, nemmeno nella forma dell’opportunismo. Neppure nel nome dell’umanitarismo, della giustizia, e delle tante innovazioni che si vorrebbero beneauguranti (eu-) e sono assassine: eugenetica, eutanasia, eunomia, e l’eucrasia chimica. È l’incapacità d’immedesimarsi, di suscitare identità, legami. E l’inutilità intellettuale – dell’opinione comune (pubblica) e dei maîtres-à-penser. La sterilità: del saperne di più, della perfezione, dell’albagia.
È la trovata migliore – più vasta, più furba – del disusato totalitarismo. I capi sono capetti, e tuttavia ancora maestri, guide, padroni. E fuori del potere nulla, solo buoni sentimenti e buona coscienza.
La politica di scorta
Ma più propriamente parliamo dell’Italia. L’antipolitica è la politica dell’Italia da circa vent’anni: gestita da interessi più o meno dichiarati contro la politica classica dei partiti che fa riferimento alle elezioni periodiche. Gestita da molti magistrati e dai grandi giornali, padronali. E da una sinistra confusa (autolesionista): “organizzare” cinque o sei cortei a Roma attorno al Parlamento attorno ai voti di fiducia, portandovi come massa d’urto i disoccupati napoletani, o i veterosindacalisti in gita premio a Roma, è un disegno, anche se controproducente.
In nessun paese al mondo, Afghanistan  escluso, e forse l’Iraq, la politica necessita di tante scorte al suo personale, anche minore, anche non più attivo. Qualunque ministro o ex ministro, o sottosegretario, o parlamentare, e molti ex parlamentari, i presidenti di Regione e delle Province, i sindaci, gli assessori, molte spesso anche solo ex, si aggirano tra guardie pubbliche e private. Senza nessuna minaccia terroristica organizzata, giusto per la diffusa ostilità alla politica che la Rai, l’Ansa, i giornali, i telegiornali e i talk show diffondono a dosi ogni giorno massicce, costanti.
Fuori tempo
E se l’antipolitica avesse fatto il suo tempo? Tutto lo indica, dopo vent’anni inconcludenti. E del resto, se molte politiche sono deboli, altre sono forti, dei cristiano-democratici merkeliani per esempio, o della Russia di Putin. Se era il segno di un’epoca, del mercato (il consumismo, la disattenzione, il marketing) ha fallito. O allora l’epoca non è del mercato. Ma lo è, il consumismo è ben vivo e durevole, è l’antipolitica italiana che non è niente.
Fa ancora senso rivedere nella memoria gli streaming di Bersani, segretario e leader del Pd, vittorioso alle elezioni, che contratta il governo con una Lombardi per conto di Grillo. Non con Grillo, che si rifiutava. Con una che rideva, il cui unico precedente in carriera era il neo fascismo - il genere fasciocomunista che tanto piace agli (ex) Pci, ma questo è un altro argomento. Fa senso per Bersani, onest’uomo, ma più per Grillo. Che poteva fare il Reagan della situazione, il centromediano e il centravanti, e forse anche l’arbitro: un comico che in un’elezione diventa il secondo partito e a cui subito la presidenza della Repubblica e il presidente del consiglio incaricato offrono il governo. E si rifiuta – destinandosi allo sgonfiamento. Un’antipolitica che, se non ha fatto il suo tempo, è solo un pernacchio.
La vecchia politica si era anchilosata al morso stretto di giganteschi apparati di partito, nazionali e locali (i federali…). I segretari di partito contavano più dei capi di governo, e i segretari di federazione ben più dei parlamentari e dei ministri espressi localmente. L’ha sostituita la politica dei talk show. Un teatrino sorridente, ghignante, beato di sé, sempre dal lato giusto della faccia, ma ripetitivo, inconcludente, e anche insulso, di attori di terz’ordine. Agli ordini di piccoli mattatori di cui il prototipo e il principe è Santoro, che non è il mignolo di un Gassmann o di un Sordi. Tutti peraltro fatti con lo stampino, Fazio, Floris, Santoro, Lerner – mentre Vespa è relegato verso la mezzanotte, e gli altri all’alba. Per non dire dei loro comici, stupefacenti: tutti da centralismo democratico, ma di tipo brezneviano, se la Rai li mandasse al mercato andrebbero a ruba, come il berretto verde con la stella rossa del presidente Mao. Il loro pubblico è lo stesso, che ogni sera trasmigra da un condottiero all’altro: erano quattro-cinque milioni, quanto bastavano a far pesare l’auditel, ora sono dimezzati, e questo è tutto. Sono fra il 5 e il 10 per cento degli elettori, ma non spostano, cioè sono sempre gli stessi – buona parte sono peraltro di destra, stanno lì per indignarsi. E da qualche tempo forse nemmeno votano, giocano agli indignados.
I segni di stanchezza, se non di un rovesciamento, sono numerosi. La legge elettorale che si tenta rimette al centro i partiti. Che però non sanno essere altro che centralismo democratico, malgrado le primarie. Come correttivo si ripropone la preferenza, per salvare qualcosa dell’uninominale, della scelta diretta del rappresentante parlamentare col voto. Ma più potrebbe pesare la rivolta generazionale. Mentre si “vede” sempre più il bluff dell’informazione, in questi anni al di sotto di ogni minima deontologia: si vede nel calo persistente delle vendite prima che della credibilità.    
L’opinione pubblica finita a Milano
L’antipolitica contrabbanda la fine (l’abbattimento) dell’opinione pubblica. È il segno della rivoluzione italiana in corso dal 1992, che è in realtà una controrivoluzione e per molti aspetti (le carcerazioni di massa, la dissoluzione dei Parlamenti) un vero e proprio golpe, in senso tecnico: l’aggiramento, la negazione di ogni spazio alla sfera pubblica della politica. Quello che l’inglese sinteticamente chiama l’opinione pubblica perché sommariamente s’identifica con la libertà di stampa. La libertà di stampa in Italia si applica a circonvenire l’opinione. A deviarla, a comprimerla, a svuotarla quando si fosse formata, nel nome di niente – una falsa questione morale, una agitata cioè da uomini di potere oscuri, editori, giudici, sbirri. Che si attegiano a destra pura, e a sinistra altrettanto pura - il fasciocomunismo non è una invenzione.
Senza reazione, bisogna dire: né di massa né d’élite. La classe dirigente c’è, è anzi troppo solida in italia, ma non si agita per non avere voce – ce l’ha a suo modo, prescindendo dall’opinione. Oppure si può dire l’opinione all’ora di Milano. Dove l’antipolitica è nata e si radica. Nacque con la Lega, col patrocinio di Milano 1, la crema della nazione, ed è forse il proprio della borghesia, la sua inclinazione naturale. L’opinione pubblica è nata ed è borghese, ma non in Italia, dove presto ha tralignato. Sotto le vesti dell’antipartitismo: l’antipolitica viene dalla cultura liberale, laica (azionista, repubblicana), degli anni Cinquanta e Sessanta, man mano che, restando fortemente minoritaria, fu esclusa dalla politica nazionale. Un rifiuto di cui già il “Corriere” di Panfilo Gentile e Libero Lenti era il veicolo, fino alla direzione dello stesso appassionato politico Spadolini a fine anni Sessanta: l’esecrazione della politica è comune alla borghesia lombarda.
Il potere politico (democratico) è un nucleo impermeabile alla cultura europea del Novecento, alla cultura liberale. Non alla migliore cultura liberale: a Einaudi, andando a ritroso, Tocqueville, Montesquieu, Grozio, Hobbes, Machiavelli. Ma sì, totalmente impervio, ai laici italiani, da Salvemini a Scalfari, e al “Corriere della sera”. Che è quanto di più estraneo al liberalismo.
(continua)

Letture - 196

letterautore

Dante – Ritorna islamico con l’attualità? Carlo Ossola lo ripropone – ripropone Asín Palacios, “Dante e l’islam” - con una nuova prefazione che non aggiunge nulla, e non chiarisce i problemi posti dalla precedente (http://www.antiit.com/2012/02/linferno-di-maometto-per-dante.html)
“Ogni volta che il Macedone è alle porte risorge la domanda sulla giustificazione dell’otium filosofico e letterario, e ogni volta Diogene cade nella tentazione di lasciarsi andare all’attivismo”, spiegava Ranuccio Bianchi Bandinelli, antichista, compagno, e interprete di Hitler nella trionfale visita in Italia, tra Roma e Firenze, del maggio 1938.

È diventato un “fatto” popolare, di divismo, con i recital di Benigni, in tv e sulle piazze. E nuove edizioni, oltre che studi e simposi, anche in fumetti, in docufilm e in film, si preparano l’anno venturo per i 750 anni della nascita. Ma già dieci anni fa, il 2005, era stato un anno incongruamente dantesco. Senza alcuna ricorrenza, cioè. Anzi, doppiamente incongruo: il revival venne sull’onda del patriottismo che il presidente Ciampi aveva riproposto con largo consenso – la via migliore per superare gli odi politici. La “Divina Commedia” divenne un gadget per le vendite di “Repubblica” e “Panorama”, giornali peraltro tra i più diffusi. Si serializzò perfino l’“Enciclopedia Dantesca”, molto erudita e perfino illeggibile. L’Agenda Letteraria Scheiwiller fu proposta su Dante. Si misero in cantiere, per le prossime celebrazioni della nascita, nuove edizioni critiche della “Commedia” e delle “Rime”. Si può dire il “paese profondo”, che resiste alla dissoluzione. Certamente il revival risponde a un bisogno di identità.

Gelosia – È l’unica forma di passione in Prosut, nella “Ricerca”, nella lunga storia di Albertine. Non ritracciabile nella biografia, ma come e come biblica sì, sia pure senza rimandi testuali: è il Dio di Mosè che si vuole “geloso”.

Leopardi – Paesano e cittadino, lo  rappresenta C.Alvaro, “Itienrario italiano”, p. 289. Cittadino per essere paesano, marchigiano. Da qui “uel fuggire la propria terra” e il “rimpiangerla di continuo, e tornarvi, e ripartire”. All’ombra urbana, cosmopolita, del papato, evidentemente, Nei suoi luoghi Alvaro non ci trova “un solo accento popolaresco”, a differenza dal contiguo Abruzzo – d della Romagna? “Ci si sente la Marca papale, le fortune maturate discretamente all’ombra della Chiesa, che hanno radunato nelle vecchie case i vecchi libri, i vecchi mobili, i vecchi orgogli, e le vecchie tirannie familiari”. È ui il mistero del “ragazzo solitario”, che, “chiuso nella sua stanza, nella biblioteca sotto gli occhi dl padre severo che lo sorvegliava dal suo tavolo”, venne a capo di “molti segreti del mondo grande che non aveva ancora visitato, e del mondo avvenire”. Il suo “pittoresco” è “la sua intimità, il suo rapporto stretto con la sua terra”. È per questo che la sua poesia – come la sua filosofia – ha il rilievo fermo di un mondo fermo”.

Libertinismo – Come libido di libri? È l’ipotesi di Abnousse Shalmani, al centro (p. 174) del suo “Khomeini, Sade e io”, sulla vita a Teheran e Parigi oppressa dai “barbuti” e dall’esilio e liberata dalle letture, fino a Sade: “Mi sembra evidente che la lettura assidua della letteratura libertina abbia creato, tra l’oggetto libro e me, una relazione carnale che mi ha profondamente segnata, abbastaza perché divenissi incapace di vivere senza libri, senza la presenza fisica dei libri”..
E ancora: “Il libro è divenuto indispensabile alla mia sopravvivenza solo quando si è fatto carne”. E viceversa: “Vivere circondata di libri è essenziale al mio equilibrio. Di nuovo, non ridete: non avete letto la letteratura libertina, non sapete ancora di cosa sono capaci i rivoluzionari del secolo dei Lumi quando si tratta di trasformare le parole in carne e la carne in parole”.

Oriente – Ha origini letterarie. Nella storia voluta da Augusto per battere Marc’Antonio nel suo bunker orientale, tra Siria e Egitto. E nella sua riscoperta nel Cinquecento, da Postel in poi.

È creazione occidentale, Said, “Orientalismo”, sfondava una porta aperta. Lo diceva già E.M.Forster circa nel 1935, che “l’Oriente è tornato a Oriente passando per i sobborghi londinesi, e durante quella deviazione è diventato ridicolo”. Sobborghi di Londra e di Parigi, le capitali della letteratura. Nerval un secolo prima si lasciava snervare dal Ramadan, “sarebbe impossibile dare un’idea dei piaceri di Costantinopoli durante il Ramadan”, al punto da uccidersi. Per un decennio aveva elaborato le ventotto notti insonni, fra cibo, fumo e donne, del mese del digiuno, con “Le donne del Cairo”, “Le donne del Libano” e “Il viaggio in Oriente”. Ma chi ha vissuto il Ramadan sa che fuoco d’immaginazione ci vuole per bearsene. Pure Loti aveva celebrato questi piaceri, ma onesto parlava di Stambul e non di Costantinopoli, dopo essersi corazzato di solitudine e silenzi. L’Oriente non esiste, la dolcezza di vivere, l’informalità, la passione segreta. L’Oriente è polvere, sporcizia e povertà. Non migliore dell’Occidente - e perché dovrebbe? Invenzione del turismo, per il bisogno di svago dell’uomo bianco affardellato. Dopo aver creato se stesso, l’Occidente non ne poté più, e guardò a Oriente. Più si definisce – si restringe – più l’Occidente s’inventa mondi diversi.

In base alla teoria delle lingue russoviana l’occidentale è sceso dall’albero più tardi, e per questo parla ancora gesticolando, mentre l’Oriente è invece grave e breve. E ha linguaggi ricchi di tropi: figure, metafore, parabole, similitudini e comparazioni. “Giudicare gli orientali dai loro libri”, assicura Rousseau, “è come dipingere un uomo dal suo cadavere”.
Loti, scrittore “squisito” per lo squisito Mallarmé, precursore pure in questo (è lo scrittore che insegnò a scrivere a Gide e a Proust), per fumare s’inventò l’Oriente.

Potere – Si può dire che connoti le lettere italiane, ne è il segno. Rispetto al mondo anglosassone per esempio. O alla stessa Francia, su cui da alcuni secoli l’intelligenza italiana si conforma. Che ha lunga e rispettabilissima linea di letterati e pensatori immuni al potere, e anzi ostili: Simone Weil e Camus, o Flaubert e Maupassant, perfino Zola, e lo stesso politicante Victor Hugo. Come la grande letteratura russa, Puškin compreso – con l’eccezione di Gogol’. Simone Weil (“Écrits historiques”, 54) ne fa un segno distintivo della tradizione francese: “La Francia ha avuto molti spiriti di prim’ordine che non sono stati né i servitori né gli adoratori della forza. Dal XIV al XVII secolo, Vilon, Rabelais, La Boétie, Montaigne, Maurice Scève, Agrippa d’Aubigné, Théophile (de Viau), Retz, Descartes, Pascal, così diversi e di reputazione disuguale, hanno avuto questo in comune oltre il genio”.
Da noi invece “tutti quanti” vi si conformano: Leopardi, Manzoni, Carducci, Moravia, Ungaretti, Quasimodo, Montale, lo stesso Gadda. Il futurismo, Bontempelli, Sciascia. Più in là Dante, Petrarca, l’Aretino, Tasso, lo stesso Belli. E i tanti scrittori contemporanei, obbligati a vivere della Rai, cioè dei partiti, e dei giornali, cioè delle banche e dei partiti, nonché dei premi, le congreghe, le cordate, cioè di nuovo fei partiti, i grandi collettori dei fondi pubblici.
Ne sono fuori Palazzeschi, Luzi, chi altro? Pasolini naturalmente, Calvino. Ai loro tempi Berni forse, benché servitore di prelati, e l’Ariosto, benché funzionario pubblico, un prefetto dei tempi.

Croce, Gramsci, Gentile ne hanno fatto professione. Col Marx lenitivo del dopoguerra campo di macerie, il pensiero debole, il realismo. Fa eccezione Vico.

Roma – S’inabissa in Germania a fine Settecento. Sradicata dalla filosofia e la filologia da letterati e pensatori pastori o figli di pastori, o allievi di teologia, in facoltà di teologia che divennero definitivamente antiromane nel momento in cui abbandonarono il latino. Roma è stata rifiutata più che condannata, e senza esame. L’antiromanità e il fantomatico grecismo saranno presto il verbo dell’università, fino a Heidegger – che però era cattolico di formazione, figlio di sacrestano e chierichetto – e Sloterdijk.

Vendite – Si vende molto Craxi, “Io parlo, e continuerò a parlare”, la sua contesa con Berlinguer e l’infido Borrelli, anche nelle librerie Feltrinelli. Ma non se ne parla. Mentre si parla e si scrive molto di Togliatti, risuscitato per il cinquantenario della morte dall’operoso Canfora tra i classici del Pensiero Occidentale, e dall’editore Feltrinelli nella vecchia biografia politica di Bocca, 1973, che invece non si vendono. È vero che i Togliatti costano – e la summa filosofica ha 2.400 pagine.

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In macerie l’America di Ginsberg

Dunque si ripubblica, forse perché è il monumento che Ginsberg voleva eretto a se stesso. Ma niente si salva – la rilettura della rilettura, un anno e mezzo fa su questo sito, non aiuta: i cinquemila versi scorrono come acqua.
È un bel libro, impreziosito dall’originale. È anche una memoria grata, degli anni roventi, come bisogna dire, che preparavano il 1968 – che negli Usa fu il 1967: vagabondaggi mitici, sul mitico Volkswagen, tra mitiche sbronze, mitiche fumate, parlando al mitico registratore Uher, regalato dal  mitico Bob Dylan. Un rifacimento in versi di Kerouac, “Sulla strada”, 1957, e un anticipo di “Easy Rider, di Peter Fonda e Dennis Hopper, 1969, .ma stinto.
La caduta in oggetto è quella cronica dell’America. Tornata all’ordine del giorno, ma stantia di un secolo, quasi. Di caduta, fine, fallimento, scoppio inducono a parlare forse i sensi di colpa puritani. Forse un furbo (diplomatico) essere-non essere. Ma è genere che non emoziona. A parte il fatto che non si vede dove, né come. Inerti pure il sesso e il Budda, temi più propriamente ginsberghiani, altrove vivi.
Si stenta a fare l’estratto di Ginsberg, chi è stato e cosa ha fatto. Per lui in senso inverso a Pasolini, che ne fu presto la copia, di vita e di programma: di Pasolini si presume troppo, di Ginsberg niente. Senza peraltro “stringere” niente, neppure nel caso di Pasolini dietro il culto. Mentre entrambi ci guadagnerebbero a essere riportati fuori dall’eloquenza, alla vena esistenziale, un po’ ribelle un po’ decadente, psicologicamente più confacente. Per la poesia civile andrebbero misurati su Pound, cui entrambi si rifanno. Giusto per capire perché. Perché non funziona – quella di Pound, per dirne una, è “lavorata” enormemente.
Allen Ginsberg, La caduta dell’America, con orig. a fronte, Il Saggiatore, pp. 544 € 29

domenica 14 dicembre 2014

L'affare del gas russo rubato

L’Eni, che dopo aver guadagnato l’inguadagnabile in quarant’anni di maggior importatore del gas russo, si proponeva a suo distributore in Europa, con Gazprom naturalmente, è accantonato. A vantaggio di altri operatori, tedeschi, olandesi e francesi. È tutto qui l’abbandono del South Stream, il gasdotto via Mar Nero, in tutti i suoi riflessi, e  suoi protagonisti palesi: Bruxelles, cioè la Germania, la Bulgaria (la Bulgaria!), gli Usa, e da ultimo Putin, cioè Gazprom, che ha cancellato l’opera. L’Eni, cioè, l’Italia, ha fallito l’occasione, e Gazprom gioca da sola, con la galassia germanica.
Come sempre avviene quando il gioco in campo internazionale si fa duro, l’Italia viene accantonata. Gioca di minuetto, in una rete di pace o negli interstizi dei conflitti, quando questi dormono. Quando si acuiscono, ai primi scossoni della bestia viene disarcionata. In questo caso si vede perché ci ha provato a lungo e con insistenza.
Lo dice Medvedev, l’ex presidente russo ora primo ministro, controfigura di Putin, ma non per questo non è vero: l’abbandono di South Stream, il gasdotto dalla Russia all’Italia via Mar Nero, è causato dal fatto che la Bulgaria, sotto pressione da parte degli Usa e della Ue, ne ha bloccato la costruzione. È vero tutto, e si sa anche il perché.
La Bulgaria. Due anni fa ci aveva provato Napolitano. Che ricevette a Roma al suo primo viaggio all’estero il neo presidente Rosen Plevneliev, e subito poi ricambiò la visita. Renzi ci ha provato sei mesi fa subito dopo la vittoria alle Europee. Al primo vertice Ue a Bruxelles, due giorni dopo il successo elettorale, aveva incontrato chi fra tutti? Il primo ministro bulgaro Plamen Oresharski. Per sottolineare “l’importanza dei temi energetici e la valenza del progetto South Stream nella prospettiva della sicurezza e dell’indipendenza energetica del Continente europeo”. Ma niente da fare, Plevneliev e Oresharski si presero l’appoggio dell’Italia per l’ingresso della Bulgaria nel perimetro di Schengen (libertà di emigrazione), e non diedero il gas. Dieci giorni dopo l’incontro di Bruxelles, Oreschalski bloccò la costruzione del South Stream nelle acque e sul territorio della Bulgaria. Putin, dichiarando il progetto morto, ha solo preso atto del no della Bulgaria.
Molto pretestuosa la ragione del no: Bruxelles accusava la Bulgaria di aver dato gli appalti a ditte esclusivamente bulgare, senza bandi aperti a tutti come prevedono le normative europee. In realtà Sofia è d’accordo con Bruxelles – che è quanto dire la Germania. Che possono dare così ragione a metà agli Usa.
Gli Usa sono infatti apertamente contro gli accordi europei per il gas russo. In alternativa hanno elaborato un progetto di importazione dall’Azerbaigian, il “Nabucco”, che però è solo una fantasia della Cia – il gas dell’Azerbaigian e il progetto.  La Germania, che si era anch’essa incuneata nei nuovi progetti di esportazione del gas russo, in un Nord Stream dapprima e poi anche nel South Stream, ha realizzato il primo e si messa a spingere contro il secondo. Il Nord Stream, che porta il gas dalla Russia allo smistamento via Germania attraverso il Baltico, è stata firmato nel 2005, due anni prima del South Stream, e subito realizzato, nel silenzio degli Usa: già nel 2011 era in attività, benché abbia comportato il più lungo tratto sottomarino del mondo per condotte di grosso diametro 1.220 km.
Sotto la sicurezza degli approvvigionamenti, che vuol dire tutto e niente, c’è di mezzo chi fa affari con la Russia. Qual è il partner che dà più garanzie. Qual è il partner che si arricchisce di più. Il primo accordo occidentale per il gas russo fu voluto e sottoscritto dall’Eni. E fu concluso nel 1968, prima e dopo – malgrado – l’invasione di Praga. 

Il malocchio di Khomeini

L’autrice è una che si denudava da bambina a scuola per indispettire le maestre bacchettone di Khomeini. Perché lei è nata a Teheran, sotto Khomeini, e questo l’ha segnata. Anzi, è nata prima dell’avvento di Khomeini, nel 1977: due anni appena, ma bastanti ad acquisirla a un altro Iran, e questo è il problema.
Non è il solo, altri problemi sono qui posti, con l’esilio essendo Abnousse finita a otto anni in ristrettezze materiali, e in una mezza periferia parigina di gente da poco, razzista comunque, anche quando si vuole antirazzista, e di chiusi orizzonti. Da cui lo snobismo di un’antica cultura e di una famiglia intellettuale non la protegge. Ma soprattutto si espone, in filigrana sul fondo limaccioso dell’ira, la rabbia e la forza dell’esilio. Della mutilazione che per nessuna colpa i “barbuti” e le “cornacchie” di Khomeini impongono alle iraniane. Impongono grazie a un fondamentalismo anche femminile – per una volta qui si attesta la verità: a opera di insegnanti, bidelle, guardiane, e mogli, madri, figlie, con gli uomini assenti.
Una resa dei conti col khomeinismo, principalmente. E con la famiglia, con gli amici, con se stessa. Anche con la famiglia propria, disadattata più che avventurosa, e con le zie, con lo zio, col nonno materno manolesta – respinto da Abnousse dodicenne con una ginocchiata. Con una tradizione culturale che è una gabbia più che una protezione. È questo, in controluce, il dramma dell’Iran, più che la colpa dei “barbuti”: la remissività di una cultura antica e vigorosa, di tremila anni di filosofia, poesia, urbanità, che si cancella. Sotto “un regime politico”, aggiunge l’autrice, “che non è parte della nostra cultura”. Questo non è vero. E non è un male. Ma il khomeinismo lo è: oscurantista e violento.
Cancellare Dio per cancellare i “barbuti”
Non è Montesquieu rovesciato: è il racconto di una persiana a Parigi, ma non di una saggia. È uno sfogo più che un racconto, in forma di selfie, come usa. Debordante. Disinibito ma incontinente e volentieri becero, un pamphlet interminabile alla Fallaci. E tuttavia non si può non essere con lei: la cancellazione della donna a opera del falso imam è abominio. I lunghi insistiti capitoli iniziali sono un diario beffardo dell’ottusità, e dell’amorfo conformismo nel quale una nazione antica e ottanta milioni di persone sono state precitate e si tengono, ormai da quasi mezzo secolo – “l’infagottamento di Teheran”, più stridente nella nevrotica capitale. Di fulminea perspicacia dove la rabbia è sbollita: bastano otto righe per spiegare le “sciocchezze” scritte da Foucault a favore di Khomeini (mette l’Iran tra i paesi coloniali…).
Il problema è la libertà, che l’Iran cercava sotto lo scià inetto. Un bisogno di cui Khomeini si è fatto scudo per imporre al paese la sua barbarie. Già allora, andrebbe aggiunto, con l’aiuto decisivo -  come per tutte le avventure successive e fino ad oggi dei “barbuti” nel Medio Oriente e Nord Africa - della Cia e gli altri servizi segreti occidentali.
E Sade, in questo Iran? Viene in coda, scoperto in progressione erotica: dopo la “cattiva” madame Merteuil dei “Legami pericolosi”, dopo Pierre Louÿs, e dopo “Teresa filosofa” e gli altri libertini del Settecento. Al culmine di un percorso di liberazione mentale più che corporea. Una scrittura “sinistra, equivoca e maculata”, in cui però la giovanissima Abnousse si tuffa senza paura per una luce che v’intravvede. Di cui fa subito tesoro in esergo: francesi ancora uno sforzo, la religione che vi propongono è empietà, artificio di preti.
Il marchese va in argomento per una volta dritto al punto, e Abnousse cresciuta, cultrice della materia, non se lo lascia sfuggire, così riassumendolo: “Tutte le religioni limitano la donna nel nome di Dio e per rispetto verso di Lui”. Essendo arrivata con Sade alla scoperta di sé con la scoperta della donna. Del corpo della donna come bastione della libertà, del proprio corpo. Si vuole atea per aver rovesciato la sessuofobia della chiesa, ma più per avere scoperta questa prima irrinunciabile difesa. Con Sade viene ricordata Laura. Ma non Petrarca: Abnousse è troppo arrabbiata.
I conti vengono qui fatti con tutti, in realtà, non solo coi “barbuti” di Khomeini: la guerra, le donne, in Persia e in Francia, le zie, il razzismo, l’antirazzismo, Liane de Pougy, meglio la Belle Otéro, Zidane e i Bleus (la Nazionale di Francia), Le Pen padre, con rispetto, Le Pen figlia, Dio naturalmente, gli immigrati retrogradi, sfrontati, violenti, i piccoli francesi rosiconi - dopo avere accolto e naturalizzato per secoli mezzo mondo, questo Abnousse se l’è perduto. Dalla parte volentieri del torto forse per dare più richiamo all’argomento, alla materia dell’argomento. Che è l’occhio: la malia, la fobia dell’occhio.
L’occhio malocchio
L’awra, l’atto di cavare l’occhio”, è tutto ciò che è osceno e va coperto: dalla parte alta del petto alle ginocchia per l’uomo e tutto il corpo per la donna. Ma è poi l’occhio-malocchio: “L’occhio diviene il nemico numero uno. Il malocchio è in tutti gli occhi”. Un libertinismo femminile avocando come arma di liberazione.
Il lungo sfogo Shalmani tesse come una filosofia del velo - la parola non è eccessiva: complicata. Tragicomica. Troppi casi ha visto di ritorno al velo, perfino in Francia, perfino a Parigi, tra i suoi amici e nella stessa università. Non c’è un cammino della redenzione, si salva chi vuole.
Nell’edizione originale l’autrice campeggia in copertina per la bellezza – imponente nella capigliatura, che la “teologia” islamica, anche quella laica di Bani Sadr purtroppo, vuole celata. Ma ha argomenti, e con questi soprattutto si batte. L’editore Grasset definisce il libro “gioioso pamphlet”, o giocoso, e tale è al fondo. Ma scaglia frecce acuminate.
Quella di cui resta di dare conto è l’Iran, di cui l’autrice non vuole avere memoria – troppe sofferenze. Per chi di quel paese ha una propria memoria, la personalità di Abnousse se non il suo libro sono ancora una consolazione, nel deserto indotto dal khomeinismo. Le sofferenze dell’essere persiana sono sociali, il razzismo a Parigi non escluso, psicologiche, personali e familiari. Ma “Khomeini, Sade e io” le vuole anche storiche, la storia facendo svanire sotto il khomeinismo. E come è possibile?
Di questa cancellazione peraltro Abnousse è vittima e artefice, tre millenni di una delle culture più ricche del pianeta riducendo al “Ta’zieh” sciita, il poema del sacrificio, e al “Ta’zieh” di Kiarostami a Parigi. Forse perché lei stessa è Nuovo Cinema Iraniano, alla Kiarostami, nelle sue due prove di regia, gli episodi di “Paris, la métisse”, 2005, e “La Dictionnaire”, 2009, in cui privilegia la bambina, che col padre impara il francese e la vita leggendo “I Miserabili” e i grandi libri delle parole. Ma assurdo: una come lei non è nata nel nulla, e non per caso.
Abnousse Shalmani, Khomeini, de Sade e io, Rizzoli, pp. 318 € 18