sabato 4 dicembre 2021
Appalti, fisco, abusi (211)
Le
Poste, che hanno dallo Stato l’appalto del servizio postale, lo gestiscono insieme
con quello bancario, servizio privato, di Poste Spa. Fanno fare la stessa fila
fuori dall’ufficio postale, da un anno e mezzo di covid, con l’acqua e col
vento, e col sole cocente. Una fila che può restare bloccata per un quarto
d’ora, anche mezzora, anche un’ora, se ai cinque sportelli sono cinque
correntisti – evento molto probabile secondo la stocastica. È un abuso ma non
sono previsti reclami, il servizio postale non è sottoposto a vigilanza o controlli.
Un popolo di complottisti
Per
il 5,9 per cento degli italiani il covid non c’è. E forse sono gli stessi, il
5,8 per cento, che credono la terra piatta. Sembrano pochi ma sono tre milioni
e mezzo di persone – se il campione della ricerca Censis è giusto, se esprime la
massa della popolazione (il Censis, che si è basato a lungo sulle intuizioni del sociologo De Rita, non dà la metodologia delle sue ricerche). Per un numero doppio, sette milioni, il vaccino
anti-covid è inutile. E per pochi meno, sei milioni, l’uomo non è mai sbarcato
sulla Luna. Il complotto ha radici nell’ignoranza, poiché non stiano parlando
di interessi personali o politici?
Un
numero ancora più elevato, il venti per cento, dodici milioni di italiani,
crede che il 5G, la nuova tecnologia telefonica mobile, è un trucco per
controllare le persone. Questo è più vero, e gli italiani, col la più alta
densità di cellulari e di uso dei cellulari al mondo, sono i meglio piazzati
per dirlo. Ma controllati solo da ora, col 5 G? È da tempo che google sa in
quali posti entro ed esco, cosa compro,
quanto ho pagato, e forse anche cosa mi dico con le persone.
Un
numero spropositato, sempre che il campione Censis sia attendibile, due
italiani su tre, crede l’Italia governata da pochi burocrati, affaristi e
politici. D’accordo tra di loro?
La
stessa percentuale crede che il mondo sia governato dalle multinazionali – non
più in concorrenza tra di loro?. E un po’ meno, tre italiani su cinque, lo
ritengono governato da una cricca.
Può
darsi che l’idea del complotto, italiano e universale, si sia diffusa in Italia
con il covid. Se fosse invece un dato storico, spiegherebbe l’inattendibilità
della politica in Italia – il voto a caso, alla meno peggio, rituale, o
l’astensione.
Cronache dell’altro mondo (151)
È misto lo sconcerto, e non molto diffuso, nella stampa
americana per l’assassinio a freddo di Davide Giri, fuori del Morningside Park,
a Harlem – e il successivo accoltellamento di Roberto Malaspina, poco lontano.
E non per la personalità di Giri, anche se avvincente - gli assassinii sono
cronaca quotidiana, gli Stati Uniti ne registrano dopo il Messico il più alto
numero, in assoluto e in rapporto alla popolazione. Se ne parla con riserva per
la personalità dell’assassino-feritore: per essere afroamericano, non psicopatico, benché con un gran numero di precedenti penali a soli 26 anni, e per
fare parte di una banda di violenti senza scopi di lucro.
Il periodico “The Atlantic” attacca la
Warner Bros, “società di produzione creata da ebrei”, perché affida una serie a
Mel Gibson come regista. Gibson dicendo “notorio antisemita”, anzi un “Jew
Hater”, un odiatore di ebrei - “antisemita
è troppo blando”. Perché ha
diretto e co-sceneggiato il film “La passione di Cristo”.
Il presidente Biden ripristina il
controllo sull’immigrazione dal Sud, via Messico, istituto da Trump nel 2019,
in accordo col governo messicano - l’accordo cosiddetto “Remain in Mexico”.
Biden lo aveva cancellato appena assunta la presidenza, ma ha deciso di
rinnovarlo. Gli immigrati di cui non è stata ancorta accertata l’identità, fra
i 15 e i 20 mila, saranno espulsi verso il Messico.
“Remain in Mexico”, un accordo analogo a
quello sottoscritto a suo tempo dal ministro dell’Interno Minniti col governo
libico, finanziava il control locale sui flussi di immigrazione spontanea, e le
operazioni di primo accertamento delle identità.
Anche nel caso dei campi per migranti in
Messico, come della Libia, erano stati lamentati maltrattamenti – in Messico si
è calcolato che 1.500 minorenni siano stati torturati e stuprati. L’amministrazione
Biden li considera dossier politici, se non delle organizzazioni di
sfruttamento dei migranti, volti a facilitare la libera immigrazione.
Se l’Europa fosse stata cortese
Una vertiginosa storia del mondo in pochi paragrafi. “L’ispirazione
occitana”, un saggio del 1942 confluito nell’almanacco dei Cahiers du Sud del
febbraio 1943, “Le Genie d’Oc”, stabilisce una continuità tra la Grecia, unico
valore della classicità mediterranea, col Rinascimento romanico, X-XImo secolo. Che è il vero
Rinascimento, non quello che ha usurpato il nome. In altro saggio Simone Weil
dice nella crociata albigese il prodromo delle guerre mondiali del Novecento.
Che non sembra vero e non è possibile,
ma nella sua prosa è convincente: l’Europa avrebbe potuto essere diversa, sul
modello della civiltà cortese, o greca, “inclusiva”, e scelse invece la
barbarie “romana”, la conquista.
La
deriva “occitana” di Simone Weil è parte di un effetto curioso della guerra, per
la separazione della Francia in due: del Sud-Est, sotto occupazione italiana, poco
risentita, dalla Francia di Pétain, sotto occupazione tedesca. Poca la
differenza, ma abbastanza per ridare lustro alla vecchia civiltà locale
travolta dalla storia. Ma è parte anche di una personalità, quella della stessa
Weil, non univoca e anzi complessa: a vari spicchi, se non a vari strati. Con
la civiltà occitana o cortese schiera Platone, contro la “civiltà” romana,
compresa la chiesa di Roma, la “Bestia”.
Si
ripropone l’edizione messa a punto da Giancarlo Gaeta venticinque anni fa. Compresa
la “Chanson de la croisade albigeoise”, i passi della “Chanson” commentati da
Simone Weil: un poema che idealizza la terra d’Oc, “patria del linguaggio” e luogo
della civiltà cortese, nel momento in cui questa civiltà stava per sparire.
Simone
Weil, I Catari e la civiltà mediterranea,
Marietti pp.104 € 12
venerdì 3 dicembre 2021
Secondi pensieri - 464
zeulig
Compassione – Era
rivoluzionaria per Robespierre – la fraternità viene con la ghigliottina? Si
guastano anche i buoni sentimenti: Aristotele tratta la compassione insieme con
la paura. Cicerone la collega all’invidia. Arendt all’entusiasmo: il Settecento
è razionalista e sentimentale, due aspetti della stessa cosa, un bisogno
d’entusiasmo. Come andare allo stadio, per intendersi. Fabre d’Eglantine
compose “Il pleut, il pleut, bergère”, e diede i nomi floreali al
nuovo calendario, mentre ghigliottinava, prima di finire ghigliottinato.
Complotto
–
La grande congiura è l’idea, che Carl Schmitt sfiora voluttuosamente, di un
cambiamento orchestrato in segreto tra Medio Evo e Rinascimento, sostenuta con
decisione da René Guenon nella “Crisi del mondo moderno” : il più grande golpe
della storia, la secolarizzazione del mondo. O il demonio all’opera, sotto
forma di sovvertimento, che proietta l’individuo cristiano nel mondo opaco
senza Dio. Ma è vero che pensieri cupi vanno con ogni perdita, di oggetti,
persone, poteri, per quanto piccoli. Più che della salute, quando al contrario
l’organismo reagisce, perfino innaturalmente, ci so-no moribondi che ancora
sperano. Le proiezioni esterne invece condizionano febbrili.
Il
complotto nella scienza è della stupidità. Ma bisogna credere all’inesausta
capacità di male.
Il complotto è la politica, organizzata
nei dettagli, governata con le redini, i paraocchi, la frusta, annunciata,
prevista, perfino spiegata. Il segreto, ma meglio sarebbe dire la ricetta, è
quello della lettera invisibile benché in mostra, il vero complotto naviga in
superficie, ma i segnali vogliono essere letti. Come i “segreti palesi” di Goethe,
che per essere ordinari non piacciono alle menti fini. La menzogna è un’arma,
ma di difesa. Anche quando è usata per attaccare e distruggere: non porta a una
conquista, nessuno ha mai vinto nulla con la bugia costante. La società segreta
è un ossimoro. E un’allitterazione. Certo, il totalitarismo è furbizia prima
che forza, e disegno arcano. Ma il segreto, se non si fa temere, che segreto è?
“Che
bella occupazione prepararsi un segreto”, dice Kierkegaard brillo, “che
tentazione goderselo”. Il complotto si lega non al sospetto ma all’ermeneutica.
La teoria del complotto deve trovare i significati delle espressioni letterali,
o delle forme o eventi apparenti. Storicamente l’ intelligence, o arte del
complotto, si lega alle polizie, ai grandi capi delle polizie, Liborio Romano,
Arturo Bocchini, il commendator Guido Leto, che mentre riempivano le carceri di
politici s’accordavano con i loro capi, i capi dei perseguitati. L’ermeneutica
è stata a lungo scienza di giurisperiti, oltre che dei teologi lettori della
Bibbia, e ora dei materialisti storici. È la lettura dei significati impliciti.
Non necessariamente sospettosa, alla Freud: è esercizio d’intelligenza.
La polizia invece è torpida. Il nemico non è la
polizia, deviare l’ostilità su di essa sarebbe in artiglieria tirare
direttamente sul falso scopo, invece di utilizzarlo per prendere la mira col
goniometro. La polizia è neutra, la polizia non è lo Stato, noi siamo la
polizia. Ma poi lo Stato siamo noi: la politica vuole cose, e per ottenerle
deve individuare il nemico giusto. Il segreto fa
parte della storia. Della storia di tutti, la polizia arriva in questa corsa
seconda, e anche terza. I
Prefetti dell’unità hanno dalla loro Simmel – e anche la religione. Il segreto,
insomma la menzogna, eticamente cattiva, è sociologicamente utile.
L’occultamento ricercato, argomenta il sociologo, è una delle massime conquista
dell’umanità: “Tramite il segreto si ottiene un infinito ampliamento della
vita”. La protezione del segreto non dura a lungo. Ma esso “offre, per così
dire, l’opportunità di un secondo mondo accanto a quello rivelato, che ne viene
influenzato nel modo più intenso”. Il segreto è utile per proteggere un movimento
allo stato nascente: “Le società segrete costituiscono un’educazione altamente
efficace del nesso morale tra essere umani”. E comunque, “non è il segreto a
stare in connessione diretta con il male, ma il male con il segreto.
L’immoralità si nasconde”.
Il complotto è sempre materia di racconto
fantastico, ci si sente trasportati in un romanzo di av-venture. Ma non
innocuo.
Il complotto è magico. La magia ha il
senso dei rapporti tra le cose, il complotto il senso degli eventi, accomunati
dalla penetrazione del mistero. Il senso degli eventi di solito viene post
hoc ergo propter hoc, il prima spiega il dopo, logica a bassa intensità, ma
anche con lo hysteron proteron: si gioca d’anticipo. Per prevenire la
catastrofe, per provocarla? Il complotto è, era, della psicologia fascista. E
dunque? È l’eredita assurda della Rivoluzione dell’89.
Coscienza – La coscienza,
dice Kant, “è un’altra persona, in tribunale sarebbe il giudice”. Altra da sé,
“una persona ideale, che la ragione si procura da se stessa”. Ma questo giudice
ideale “dev’essere uno scrutatore dei cuori, perché si tratta di un tribunale posto
all’interno dell’uomo”. C’è allora da
stabilire cos’è il cuore, che non è il muscolo. È la coscienza? Sarebbe una
tautologia. Non sarà Dio? È così: “la delicatezza di coscienza” Kant dice “che
si chiama anche religione”.
Inferno - L’inferno è
per Platone invenzione del potere. Ma non c’era bisogno d’inventarlo, è
quotidiano: il desiderio di morire caratterizza le prime figurazioni, ebraiche,
dell’inferno.
Rivoluzione - È stata igienica con Semmelweiss, consumatrice col fordismo, una
sirenusa, e con l’automazione punta ora sul tempo libero. Ma non si può dire.
Tolleranza – Si vuole virtuosa, e anzi la virtù dell’epoca. Ma lo è solo nel
senso del Settecento, dei trattati sulla tolleranza intesa in senso religioso,
dell’accettazione di ogni fede. Individualmente e socialmente è virtù
aristocratica - uno dei meccanismi della
disuguaglianze: aristocratico (per natura, formazione, ruolo) è tipicamente chi
si sente superiore, e per questo accetta e tollera la diversità.
La
tolleranza come si configura oggi, di uno stato informe che oblitera o sottace
ogni individualità-diversità, di linguaggi, anche solo di nomi (non nomi
cristiani, islamici, buddisti, confuciani, insomma di riferimento religioso, né
nomi tribali, professionali, nobiliari), o di origine, o di stato (non più il
“capo”, né il “dirigente” e neppure il “responsabile”, ma referente, coordinatore),
è “decretale”, direbbe Rabelais:
jugulatoria, e giusta solo nella forma della giustizia carceraria. A cieli
aperti si direbbe dell’indifferenza. Ammesso che ci sia vita possibile in un
sistema relazionale dell’indifferenza, sociale o di scambio, o anche
dell’organismo semplice, individuale – una persona murata in se stessa?
zeulig@antiit.eu
Cronache dell’altro mondo (150)
Il Russiagate, sui presunti rapporti fra Trump e
Putin, che tenne l’Fbi impegnata per due anni, con molte informazioni filtrate
contro Trump, e notevole seguito di media, è ora accertato che si è basato esclusivamente
su un dossier di una ex spia britannica, Christopher Steele. Un dossier
commissionato e comprato dalla campagna elettorale di Hillary Clinton.
Il dossier Steele fu commissionato da una
società d’investigazioni, la Fusion GPS, che poi si incaricò di alimentare i media
con i contenuti del dossier. Una società creata da due ex giornalisti del “Wall
Street Journal”, Glenn Simpson e Peter Fritsch, a ridosso dell’avvio della campagna
elettorale 2016. Assunta a metà 2016 dallo studio legale Perkins Coie, in rappresentanza
della campagna Clinton..
La prova che il dossier era stato creato
senza prove viene da Igor Dancenko, un russo espatriato che lavora come
analista alla Brookings Institution. Incriminato ora per vari capi d’accusa,
che rigetta, Dancenko è però certamente all’origine di una delle “indiscrezioni”
false del dossier: che Trump comunicasse con Putin attraverso i server di Alpha
Bank, un gruppo finanziario moscovita. Alpha Bank ha ora promosso azione legale
contro Dancenko negli Stati Uniti, e l’accusa è ritenuta ammissibile.
Il “Washington Post” ha rimosso due articoli
basati sulle informazioni false ora attribuite a Dancenko, e riscritto molti
degli articoli pubblicati a suo tempo.
Etichette:
Il mondo com'è,
Informazione,
Ombre
Pavese giovane e felice - a Roma
Un’educazione sentimentale e
politica, tra Torino e Roma, in un anno che potrebbe essere il 1937, tra guerra
di Spagna e ammuìna antifascista in Italia. Con un omaggio a Roma, in ogni ora
del giorno, in ogni giorno del mese o della stagione, in ogni stagione dell’anno
- “l’estate a Roma non finisce mai”, “l’aria di Roma è proprio fatta per star
svegli”, non c’è pagina nella seconda parte, quando il giovane protagonista da
Torino sbarca a Roma, che non trasudi entusiasmo, una città dove ha vissuto a fine guerra, ma di cui apprezza perfino Regina Coeli, il carcere dove era stato rinchiuso per qualche giorno nel 1935.
Il meno letto e considerato dei
racconti di Pavese e forse il meglio scritto. Non propriamente meglio scritto,
ma costruito. Nel plot, peraltro semplice:
è il mondo visto da un ventenne, non intellettuale e nemmeno pratico, se non
con la chitarra. E di più nei caratteri, numerosi, perfino pulviscolari, ma animati.
Persiste nella tarda scrittura – “Il compagno” viene pubblicato nel 1947 - la
consueta incertezza di Pavese nei costrutti (“mangiò cena”), con l’uso
incongruo dei toscanismi (“c’era sempre degli altri sul camion”, “c’è il suo bello
a discutere”, “quando son nata si viveva in Campitelli”, detto da una romana de
Roma, che insiste, “noi si aveva le pietre”). Bizzarra per un direttore
editoriale, grande e fertile traduttore.
Il tutto è raccontato dal
protagonista, seppure incapace di tenere testa all’aneddotica della sua sempre
numerosa compagnia serale. Un personaggio insolito in Pavese, positivo e vincente: la sua ignoranza non è stoltezza, il suo dubitare, fino anche a sospettare, non è debolezza. Un bel personaggio, convincente. Con qualche traccia
probabilmente personale, basta sostituire alla chitarra la poesia. A distanza
di un anno dalla pubblicazione, l’8 ottobre 1948, Pavese lo annotava commosso –
fatto insolito, sia la rilettura, sia l’emozione - nel diario, “Il mestiere di
vivere”: “Riletto, ad apertura di pagina, pezzo
del Compagno. Effetto di toccare un filo di corrente. C'è una tensione
superiore al normale, folle, uno slancio continuamente bloccato. Un ansare.” Di un giovane quale avrebbe voluto essere, che accetta la vita come viene, anche con le amate che, in assenza, si consolano con un altro.
Cesare Pavese, Il compagno, Einaudi, pp. 162, € 9,50
giovedì 2 dicembre 2021
Il mondo com'è (435)
astolfo
Birya – Il sobborgo agricolo di Safed
in Galilea è stato colonizzato nel 1949 da un gruppo di braccianti e artigiani di
San Nicandro, nel Gargano in provincia di Foggia, convertiti all’ebraismo. Un
guaritore, mago, poi predicatore del paese, Donato Manduzio, predicatore della
Bibbia, aveva convertito una cinquantina di compaesani all’ebraismo negli anni
1930. Nel 1946, finite col fascismo le interdizioni
israelitiche, ne aveva promosso l’integrazione nel giudaismo italiano, con una
cerimonia di circoncisione collettiva. Dopodiché ne preparò l’emigrazione in
Israele. Che avvenne nel 1949. Non tutti partirono, qualcuno restò a San
Nicandro, e i loro discendenti, soprattutto le donne, continuano a perpetuare
la conversione – continuavano, almeno, fino a fine Novecento – con canti rituali.
Non partì neppure Manduzio, morto nel 1948.
I migranti
si stabilirono a Birya, dove poi rapidamente si fusero con altri coloni, collocandosi
comunitariamente tra i sefarditi. Qualcuno cercandosi anche un’eredità marrana.
Il
sito di Birya, pur dettagliato sulla storia e le attività, non li ricorda. Era
un’area desertica e disabitata quando i sannicandresi vi furono indirizzati. Elena
Cassin, storica delle religioni, addottorata alla Sapienza nel 1933, poi una
vita a Parigi, assirologa, membro della Scuola degli Annali, che ne ha fatto
trent’anni fa la storia, “San Nicandro: un paese del Gargano si converte all’ebraismo”,
aveva trovato i discendenti dei vecchi migranti dispersi in Israele. I più a
Ashkelon e a Akko.
Credo attanasiano – Detto anche
“Quicunque vult”, dalle parole iniziali. Il primo “Credo” cristiano centrato
sulla Trinità e sula Cristologia. Praticato dal sesto secolo. Differisce dal
“Credo di Nicea-Costantinopoli” e dai “Credi degli Apostoli” in quanto minaccia
anatemi contro chi non crede – come, del resto, il “Credo di Nicea” originario.
La chiesa anglicana lo fa recitare alla messa della Vigilia di Natale, la
chiesa cattolica lo riconosce ma non lo pratica - si recita, o si ricorda, solo
la domenica della Santissima Trinità, prima domenica dopo la Pentecoste (i
membri dell0’Opus Dei lo recitano la terza domenica di ogni mese).
Il
vescovo Attanasio di Alessandria lo avrebbe elaborato durante il suo esilio a
Roma nel quadro della difesa della teologia Niceana, contro l’arianesimo invadente,
presentandolo al papa Giulio I, chiamato a testimone della ortodossia. In
realtà non si sa chi e quando lo abbia elaborato. Certamente non Attanasio,
come dimostrò nel 1642 l’erudito protestante olandese Gerhard Johann Vossius: Attanasio
scriveva in greco mentre il “Credo” è in latino, e non lo menziona mai nelle
sue opere. L’attribuzione ad Attanasio si presume dovuta alla forte
connotazione trinitaria del “Credo”. La cui origine più verosimilmente viene
ora posta nella Gallia meridionale, tra il quinto e il sesto secolo. Si connette il “Credo
attanasiano” alla necessità di contrastate più fermamente l’arianesimo in presenza
delle invasioni, agli inizi del V scolo, degli Ostrogoti e dei Visigoti, di
credo ariano.
Composto in versi, 44, per i primi due terzi elabora la dottrina della Trinità,
per un terzo la Cristologia. A ognuna delle persone della Trinità dà gli
“attributi divini”: increatus, immensus,
aeterus, omnipotens.
Ebrei di San Nicandro - V.
sopra “Byria”.
Massoneria – Fu fondata da un cattolico, l’architetto di Giacomo VI Stuart, William Shaw, che da cattolico
in paese calvinista si protesse dietro gli statuti dell’arte dei muratori. Il
laicismo è solo cristiano. Era un’idea latina, il vangelo l’ha fatta propria, e
così la chiesa, alla congiunzione tra Roma e il cristianesimo. Talvolta l’ha
repressa, talaltra l’ha difesa.
La
fratellanza viene da un’epoca in cui la filosofia la pensavano i ciabattini, i
sarti, i mugnai, i muratori celti delle brughiere scozzesi, e i fabbri. Felice
epoca democratica, il Cinque-Seicento, il mattino dei maghi.
Non si saprebbe in materia andare oltre
Croce, quando da patriota scriveva: “Io me la prendo con la Massoneria non già,
come si fa d’ordinario, perché la giudichi perniciosa accolta d’intriganti e
affaristi, ma appunto perché quell’istituto, origi-nato sul cadere del
Seicento, al primo fissarsi dell’indirizzo intellettualistico, plasmato nel
Settecento, messo ora al servizio della democrazia radicale, popolato dalla piccola
borghesia, rischiarato dalla cultura dei maestri elementari, rafforzato dal
semplicismo razionalistico del giudaismo, è il più gran serbatoio della
“‘mentalità settecentesca”, uno dei maggiori impedimenti che i paesi latini
incontrino ad innalzarsi a una vera comprensione filosofica e storica della
realtà” - della complessità.
Henry de Monfreid – Autore di una
settantina di libri, la gran parte in poco più di trent’anni, da quando ne aveva
già più di sessanta, si è creato un personaggio di avventuriero in Africa
Orientale, dopo essere stato sostenitore di Mussolini alla conquista dell’Etiopia. Ruolo però che aveva esercitato effettivamente,
come fornitore (di alimentari, merci, armi) e indicatore. Dopo la sconfitta
italiana in Etiopia gli inglesi lo avevano deportato, già sessantenne, in una campo
di concentramento in Kenya. Tornato in Francia, si dedicò, oltre che ai libri
di avventure, alla coltivazione del papavero nel giardino di casa. Ma a uso personale
– perciò, denunciato più volte, non fu mai condannato (di questo, riuscire a non
farsi condannare, farà parte cospicua della sua leggenda).Visse in Francia, oltre
che dei proventi dei suoi libri, di successo, delle ipoteche multiple su una collezione
di Gauguin. Figlio di un pittore, Georges-Daniel de Montfreid, affermava di
avere conosciuto Gauguin da piccolo, e di avere ereditato i quadri. Dopo la sua
morte, nel 1974 a 95 anni, le banche scopriranno che la collezione era di
falsi.
Partì
per Gibuti, diceva, sulle orme di Rimbaud. Ma nel 1911 aveva già 32 anni, ed
era reduce da alcuni fallimenti commerciali. Sposato, dopo una lunga relazione
con una compagna da cui aveva avuto due figlie, con Armgart Freudenfeld, figlia
dell’ultimo governatore tedesco dell’Alsazia-Lorena. A Gibuti cominciò col
commercio di caffè. Si arricchirà, modestamente, come contrabbandiere, dall’Africa
Orientale verso Aden, lo Yemen, Suez, di hashish locale e di morfina che si
faceva arrivare da una ditta tedesca,
nonché di armi e di oro. Commerciava con una sua dhow, il veliero panciuto che fino a qualche decennio fa serviva al
cabotaggio nel mar Rosso. Solo il traffico di schiavi, dall’Africa alla penisola
arabica, escludeva di avere mai praticato. Fu per i suoi traffici a vari riprese
in prigione, in Egitto – ma sempre poi liberato. Col tempo era cresciuto anche
nell’entroterra, sfruttando il boom di Dire Dawa, ai piedi dello Harrar,
durante la costruzione della strada Gibuti-Addis Abeba – dove già aveva fatto
le sue prime esperienze di commerciante subito dopo il 1911. Vi acquistò un mulino,
e costruì una centrale elettrica.
Cominciò
a scrivere negli anni 1930, racconti d’invenzione e memorie di cose viste, del
genere avventuroso, incoraggiato da Joseph Kessel, che lo aveva conosciuto
durante un viaggio in Africa Orientale e ne aveva apprezzato il modo di
raccontare. Nel 1935 si schierò contro il Negus, contro il quale aveva cause
pendenti, e per l’occupazione italiana. Che celebrò nello stesso anno col romanzo
“I guerrieri dell’Ogaden”. Dove si rappresenta stretto consigliere di Graziani,
alla ricerca di un incontro con Mussolini, per potersi schierare con le truppe
italiane, e partecipe di alcuni bombardamenti aerei italiani, rischiando anche
di restare ferito in volo. Mussoliniano sfegatato in conferenze e libri, e poi
petainista, dopo la liberazione dal campo di concentramento in Kenya aspetterà un
paio d’anni per ritornare in Francia, temendo la depurazione.
Purificazione – “Churching” in
inglese, ritorno alla chiesa, è il rito di riconsacrazione della puerpera, dopo
il parto, in chiesa, con preghiere, benedizioni e ringraziamenti. Era, il rito
è ora desueto, dopo al riforma montiniana post-conciliare, e per la sensibilità
di genere, ritenendosi sessista il concetto di impurità. Il formulario, per la
verità, sia di prima che di dopo la riforma, è solo festivo, di ringraziamento
ecclesiale (comunitario) per il parto e di festeggiamento per la puerpera,
quando ancora non si sia celebrato il battesimo, o se essa per un qualche
motivo non abbia potuto parteciparvi.
astolfo@antiit.eu
Il Sessantotto della terza età
Cinquantenne,
ex bancario, pensionato baby, vive solo e rispettabile a Londra, Highgate, col
tosaerba, e con le dalie da annaffiare, ordinando di tanto in tanto qualcosa a Chicken,
il take away – dire rosticceria più non si può – del quartiere, sempre incerto
se corrispondere a una remota signorina, che vive in Sud Africa. Fino a che, al
funerale della madre, incontra la zia, sorella della defunta, che ha 75 anni ma
anche una vita tumultuosa, nella quale lo trascina, dapprima fino a Istanbul sull’Orient
Express, poi in Paraguay. Reduce da almeno tre amori assoluti, la zia ha ancora
un governante intimo, un gigante africano, e accudisce un traffichino Visconti,
ora in tardissima età.
Un
racconto allegro della terza età. In chiave sessantottina – in questo un caso
unico, non c’è altra narrazione che usi con altrettanta disinvoltura gli
ingredienti di quell’epoca: il “fumo”, il viaggio, anche a Katmandù, l’abbigliamento esagerato, l’Africa, l’America Latina dei caudillos
e delle rivoluzioni, il sesso
disinibito, la lettura delle foglie del tè e, in anticipo sui tempi, una chiesa
per i cani. La spia della Cia, altro ingrediente inevitabile in America Latina,
passa il tempo calcolando giorno per giorno l’ora e la durata delle minzioni:
“Passiamo più di una giornata l’anno a fare pipì” - di più quando, per esempio
col vento o con freddo, si beve più birra, ma la media è quella.
Con
la lettura sempre rinviata di Walter Scott, la preferita di papà, “Rob Roy”, un
po’ come in Italia si dice di Manzoni, dei “Promessi sposi”. Col tributo di
passata sempre a Stevenson, e a Wilkie Collins. La risalita del Paranà prende
anche qui molte pagine, come nel “Console onorario”. C’è la dittatura nel
Paraguay. E ci sono ci sono i criminali di guerra nazifascisti che circolano
nel triangolo, Argentina-Paraguay-Brasile. Uno di questi è il signor Visconti,
il grande ultimo amore della zia. E chi ha detto che la madre è sempre certa e
il padre no? Qui è il contrario.
Come
i numi tutelari Stevenson e Wilkie Collins, Graham Greene è scrittore
tumultuoso e veloce, e pure ripetitivo, anche se con ingredienti apparentemente
seri, messe e devozioni, guerre e guerriglie, adulteri, alcolismo, roulette russa. Il “segreto” dello scrittore liquidando
ironico in due mosse: trattare i propri personaggi senza misericordia, come Dickens
vuole, e destreggiarsi tra moglie e amante, come Dickens sapeva.
Graham
Greene, In viaggio con la zia,
Oscar, pp. 364 € 10
mercoledì 1 dicembre 2021
Ombre - 590
Pallone
d’oro a Messi, che non ha giocato bene nell’Argentina vittoriosa in Copa America,
e ha giocato poco e male nel Paris St-Germain. D’oro nel senso dei soldi. Dello
sceicco Al Khalifa, il padrone del Paris St-Germain, a “France Football”, regia
del “pallone d’oro”?
Non
fare gli auguri di Natale ma di buone feste, non chiamare una figlia Maria ma
Malika, e dire insediamento invece di
colonizzazione. Bruxelles ha qualcosa di strano, non fa soltanto le cose buffe che
Enzensberger ridicolizza. Da Prodi a von der Leyen, molti cristianissimi a
Bruxelles, ma…. Si ricorderà l’Unione Europea come un aborto agli albori del millennio?
Già
la Costituzione di Giscard d’Estaing e Amato, cancellava la storia europea:
niente cristianità. Ma una Europa laica di che tipo? I nomi cristiani sono per
lo più biblici e quindi ebraici. Sarà di un laicismo mussulmano. Di già?
La Costituzione fu peraltro bocciata subito dalla Francia, paese “repubblicano”
per eccellenza.
“Twitter,
finisce l’era Dorsey. Inizia quella del business?” Perché, finora Twitter cos’è
stato, beneficenza? In quindici ani ha cambiato la comunicazione, e guadagnato
enormità. I social non sanno quello che sono.
Della vicenda di Ilaria Capua si fa un film.
La vicenda è brutta. Un gruppo di ricerca avanzato sulla
correlazione tra salute animale e salute ambientale, che ora sarebbe stato
utilissimo, è andato distrutto. Effetto
di stupidità ma forse no. Ma della
Procura che ha promosso la distruzione non sappiamo nulla – lo
sappiamo, hanno fatto carriera, il capo Pignatone anche in Vaticano, ma non lo
diciamo. Si fa un film, e siamo tutti a posto.
“Negli
ultimi cinquant’anni”, scrive “The Economist”, “il venture capitalism ha coperto
meno del 2 per cento degli investimenti complessivi”. È bastato per fondare
motori di ricerca, iphones, macchine elettriche e vaccini mRNA. Ora ben “450
miliardi di dollari invadono la scena del venture capitalismi”, dell’investimento
in ricerca.
Ancora
l’“Economist” censisce l’urbanizzazione sempre più gigante. Un fenomeno, una
storia, epocale di cui non si parla. In Asia, in America Latina, e anche nel
Nord America, come in Europa, i problemi di gestione (tempi obbligati, anche
solo per fare la spesa, scarichi, aria, acqua, rifiuti) diventano ingestibili.
Non
c’è solo Putin o la Cina di Xi da temere. Sempre l’“Economist” fa l’elenco dei
danni delle piccole dittature. Venezuela. Bielorussia. L’Arabia Saudita che bombarda
lo Yemen. Il Pakistan che ha aiutato un gruppo di jihadisti misogini a prendersi
l’Afghanistan. L’Iran che ha “milizie che mantengono il despota siriano, soffocano
il Libano e sono accusate di avere tentato l’assassinio del primo ministro
iracheno con un drone carico di esplosivo”. La Turchia che “si è preso un pezzo
di Siria, ha aiutato l’Azerbaigian a battere l’Armenia e manda la sua marina a
sostegno di dubbie pretese nelle acque del Mediterraneo”.
Curiosa
- l’“Economist” non lo fa notare, ma è quello che viviamo - è l’insorgenza di regimi
autoritari in Europa. Nell’Est Europa ma pur sempre in Europa: in Bielorussia,
come in Russia naturalmente, e in
Ungheria, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Turchia. Dove si vota e non ci
sono formazioni paramilitari, ma si
governa con mano dura. A quasi un secolo dagli anni 1930, quando in Europa si contavano una dozzina di regimi fascisti:
Italia, Germania, Austria, Portogallo, Spagna, Grecia, Romania, Ungheria,
Bulgaria, in parte anche Belgio e
Norvegia – con movimenti fascisti attivi in altri paesi, in Francia specialmente,
e anche in Inghilterra.
Dubai
e Qatar, a giorni alterni, rubano la scena su “Repubblica” e “Corriere della sera”:
come centri del mondo, per cultura, sport, fiere, eventi, conferenze - hanno soppiantato Parigi nell’immaginario
provinciale e anche New York. Con “sceicche” di solito, addobbate da modelle. A
Dubai e nel Qatar?
Ma
gli sceicchi pagano? Oltre le agenzie di p.r., s’intende.
“Sceicche”
non sarà titolo milanese, di fantasia milanese, da “Mille e una notte”
ambrosiane, da p.r. a premio sul provincialismo? Non ci sono sceicche nel mondo
arabo.
A
dieci anni dalla guerra in Libia, voluta dalla Francia di
Sarkozy per fregare l’Italia, l’Italia firma con la Francia un trattato di
amicizia e collaborazione voluto dal presidente Macron. Che viene a Roma e
festeggia la sorellanza con Mattarella e Draghi. Macron che ha tramestato e
tramesta in Libia contro l’Italia, peggio forse di Sarkozy, col generale di
Gheddafi Haftar e il suo patrono Al Sisi.
Macron,
lo dice anche, vuole il trattato con l’Italia per avere più potere
contrattuale a Berlino. Specie ora che la Germania cambia governo. Ma chi glielo
fa fare a Draghi, e a Mattarella?
Già
dieci anni fa, governando Berlusconi, si sapeva che la Francia di Sarkozy
tramestava in Libia, fino poi alla guerra contro Gheddafi, finendo per lasciare
il paese allo sbando. Ma niente fu fatto per prevenire la guerra – che il
debole Obama finirà per patrocinare.
Tanto
ha fatto la Francia di Macron per sabotare il consolidamento politico della
Libia, in supporto di Haftar, che ora la Libia è praticamente nelle mani di
Putin e Erdogan, col loro tirapiedi regionale Al Sisi. Ai quali il “generale”
l’ha consegnata, per le mire sue dinastiche. Pensava Macron di essere più furbo
dei libici?
Etichette:
Affari,
Il mondo com'è,
Informazione,
Ombre
Il complotto di Ferragosto
Scandalo
Morisi in campagna elettorale, e poi archiviazione. La giustizia a orologeria,
la macchina giudiziaria del fango (ma c’è altra giustizia?) si è perfezionata,
non c’è che dire. Almeno ci fanno risparmiare qualcosa, in termini di
scartoffie e ore lavoro di Carabinieri e Finanza, senza più i processi
chilometrici di anni e gradi di giudizio.
È
curioso, ragionando di complottismo, trovarsene uno squadernato davanti. Ma le
cose succedono.
Molto
ben congegnato, peraltro, il plot di Ferragosto: il moralista che è un
riccastro, e un debosciato – paga le marchette cinquemila euro. Ma tanto più
preoccupante.
C’è
anche puzza di segreti nell’affare Morisi. I due prostituti rumeni che lo
accusano non erano confidenti? Sì. Non sono loro che hanno portato i
Carabinieri a casa di Morisi, in tempo reale?
Il
plot sembra anche un ceffone al
presidente del Copasir, il centro parlamentare che “sorveglia” i servizi
segreti, che è presieduto da un leghista, come Morisi, che aveva appena
rinviato ai mittenti le dimissioni, benché richieste con insistenza dai più.
Inquietante?
Da ridere, come voleva - l’Italia ha visto ben di peggio, bombe con morti,
molti morti, nemmeno tanto segreti.
La
giustizia politica però è sempre brutta.
Peggio, per dire, di Mussolini: quello si dichiarava, e anzi si esibiva, le
Procure invece si nascondono, anzi si negano, nel mentre che manipolano la vita
pubblica, e privata. Magari solo per un avanzamento, o una nota di merito
nella “cordata” – le cordate non le ha inventate Palamara.
Non
usano il manganello, né l’olio di ricino? Come no, bastano i social – è ben
passato un secolo, il progresso esiste, anche i giudici si aggiornano.
Voltaire postconciliare
(riproponiamo
la recensione su questo sito degli stessi scritti alla riedizione del 2014)
Leggendo questo Voltaire
oggi ci si sorprende a pensare che la chiesa concorderebbe con ogni sua
critica, ironica ma sempre rispettosa. Specie nei punti più controversi: le
persecuzioni e i martiri. Compresa la guerra alla faziosità: nessun dubbio che
“il nostro Creatore e Padre nostro” sta con i Confucio, Solone, Pitagora,
Zaleuco e Socrate più volentieri che con i Ravaillac, Damiens, Cartouche,
killer per mania religiosa. E la “Preghiera a Dio” finale. Voltaire non era “un
buon cristiano”, come si professava (curiosamente è questa
l’opinione, oltre che di Togliatti, più recentemente di Derrida, “Fede e
sapere”)?
Il “Trattato” è un
excursus sull’intolleranza religiosa. Innescato da uno dei tanti “affari” di
giustizia ingiusta che occuparono Voltaire per molti anni, “Lally”, “Sirven”,
“La Barre”: l’“affare Calas” a Tolosa (il titolo intero è “Trattato sulla
tolleranza, in occasione della morte di Jean Calas”). Città già negli
annali dell’intolleranza, col guinness dei primati nella caccia alle streghe.
La morte di un giovane ugonotto, Marc-Antoine Calas, forse suicida, forse
ucciso da un rivale, fu addebitata al padre Jean, che l’avrebbe strangolato per
impedirgli di abiurare – come un altro suo figlio aveva già fatto. Il padre fu
ucciso sulla ruota, un supplizio di due ore (la rottura delle ossa e lo
smembramento) e poi bruciato, la madre, le sorelle, l’altro fratello prima
carcerati e poi ostracizzati, i beni confiscati.
Era l’anno, 1761, in cui
Voltaire aderiva alla crociata contro “l’Infame” dei “fratelli” Diderot e
D’Alembert. Contro la superstizione religiosa e l’intolleranza, e in pratica
contro le chiese, i dogmi, gli ordini. Ma senza pregiudizio anticlericale, o
antiromano. Si conduole qui, in un “Proscritto”, dell’espulsione dei gesuiti
dalla Francia, intervenuta subito dopo la pubblicazione del libello. È
equanime, sempre nel “Trattato”, contro le intolleranze dei riformati in
Olanda, Francia, Inghilterra. E nel 1761 era soprattutto in guerra col
calvinismo a Ginevra.
Faticherà, per questo, a
entrare nell’“affare Calas”, come i “fratelli” gli proponevano. E anche perché
nell’“affare” non tutto era chiaro. Poi, nel 1762, ci prese gusto, anche in
funzione anticelebrativa al centenario della Sainte-Barthélémy, la strage degli
ugonotti, e per tre anni ne fece l’occupazione principale. Una sorta di
ossessione, dal 1762 al 1765, quando infine a Parigi la giustizia e il re
ridiedero i beni e l’onore alla moglie e ai figli di Jean Calas. Un successo
dovuto tutto a lui: quando si convinse della bontà della causa, Voltaire la
orchestrò al meglio in questo “Trattato”- l’affare Calas sarà la sua
requisitoria più celebre.
Ci furono
approssimazioni, come sempre, nelle prime indagini sulla morte. E le
testimonianze immediate dei presenti, i familiari, contribuirono: il corpo
avevano ritrovato, dissero in un primo momento, “steso per terra” e composto. I
segni della morte furono diagnosticati di strangolamento e non di impiccagione.
Voltaire ne fa un caso
di odio religioso, truccando a convenienza i dati. Il padre Jean ha 68 anni
invece di 62. È ricco, ma Voltaire non lo dice. È rispettato, mentre era
collerico. Dà bonariamente “una piccola pensione” al figlio cattolico, mentre
gliela dà per obbligo di legge e frappone resistenze. Ha voluto per trent’anni
una serva cattolica, mentre è la legge che la impone ai riformati. Ospita
la sera del delitto un giovane di Bordeaux a cena, che poi sarà strumentale
alla riabilitazione, “noto per il candore e la dolcezza dei costumi”.
Marc-Antoine, di cui poco o nulla si sa, è il suicida designato: letterato
fallito, impossibilitato all’avvocatura, “passava per essere uno spirito
inquieto, cupo, violento”, prese a leggere tutto ciò che si è scritto sul
suicidio, confida a un amico le sue intenzioni, e un giorno che ha perduto al
gioco si impicca.
E la tolleranza? Il
problema è semplice: “Se la religione debba essere caritatevole o barbara” –
oggi si direbbe, ma anche allora: se un giudice debba essere violento o giusto.
La morale pure: “La tolleranza (religiosa) non ha mai provocato una guerra
civile”. La rilettura della Bibbia resta inadeguata e può suonare blasfema. Ma,
poi, non c’è rilettura della Bibbia che non lasci perplessi, a meno di non
ritenere Dio blasfemo, pure lui.
“Ci fosse un
Cristo, vi assicuro che Voltaire sarebbe salvato”, dirà del “Trattato” Diderot,
che non era grande amico di Voltaire, a Sophie Volland. Anche Michelet lo vedrà
così, come “colui che ha preso su di sé tutti i dolori degli uomini”, Cristo
contemporaneo. Coma già Federico II, il gran re di Prussia, “fratello” senza
ma, che gli rimproverava di “graffiare con una mano” l’Infame, “di molcirlo
dall’altra”. Per opportunismo? No, Voltaire era così. Che il “Trattato”
conclude appellandosi a fede, speranza e carità, le tre virtù teologali, “da
buon cristiano”.
Voltaire avrebbe voluto
il libello anonimo, benché protetto dall’ironia: “Ne è autore, si dice, un buon
prete”, fa premettere: “ci sono in essa dei passi che fanno fremere e atri che
fanno scoppiare dal ridere; giacché, grazie a Dio, l’intolleranza è tanto
assurda quanto ridicola”. E più che le chiese bastona la cosiddetta opinione
pubblica: il “contagio della rabbia”, il “vile popolaccio”, e l’intreccio
perverso, anche allora, di giustizia e opinione. Infame è il secolo per
Voltaire soprattutto per la dogmatica giudiziaria. Diffusa non soltanto nelle
città sanfediste ma fino a Parigi e dentro la corte. Al punto da decapitare un
giovane, il cavaliere de la Barre, per alcune goliardate, ponendo poi il corpo
decapitato sul rogo con libri erotici da un alto, e dall’altro il “Dizionario
filosofico” di Voltaire. Tutto questo nel 1766, l’anno dopo della “verità
ristabilita” sull’affare Calas.
Famoso è stato in Italia
questo “Trattato” per essere stato tradotto e pubblicato da Togliatti nel 1949.
Con lo stesso feeling, seppure non dichiarato: la mostruosa
“psicologia della folla” – agitata in Italia, notacva di scorcio il leader del
Pci, dai “microfoni di Dio”, dai “padre Lombardi”. Con una indiretta conferma
delle due nature, opposte, del Pci, nonché di Togliatti e Berlinguer, del
partito di opposizione, all’intolleranza e alla censura, e del partito di
governo, che demonizza ogni avversario. Così oggi il “Trattato” implicitamente
si rilegge: sostituendo alla “vera fede”, cattolica o protestante, la
“questione morale”. Un feticcio altrettanto indeterminato, anzi contradditorio,
e ultimativo, agitato come una clava, fanatico – “valgono più i magistrati che
i Calas”, si diceva a Tolosa, o “meglio lasciar mettere ala ruota un vecchio
calvinista innocente che esporre otto consiglieri della Linguadoca a
riconoscere di essersi sbagliati”.
L’edizione Togliatti ha
il merito di proporre anche le note aggiunte da Voltaire, anche se non tutte.
Una, lunga, sull’anima avrebbe meritato l’inclusione. Curioso, fuori tema, ma
preciso e insistito, anche se in nota, al § 9 “Dei martiri”, c’è invece lo
sgretolamento dell’“Egitto”, che l’esoterismo aveva cominciato a crearsi - una
lettera non scritta ai “fratelli”.
Questa edizione, curata da Domenico Defelice, lo scrittore calabro-laziale (Anoia-Pomezia), si vuole “critica”. Traduce il
“Trattato sulla tolleranza” dalla edizione della Voltaire Foundation di Oxford, in qualche
punto è quindi diverso dalle traduzioni note – ma senza discordanze
significative. E si arricchisce degli scritti della vedova e dei due figli di
Calas, che criticamente ora si ritengono scritti da Voltaire, a mano a mano che
riceveva ulteriori informazioni sul caso.
Voltaire,
Il caso Calas. Con il Trattato sulla tolleranza e testi
inediti, Marietti, pp. 360 € 25
martedì 30 novembre 2021
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (475)
Giuseppe Leuzzi
Non si può fare conversazione in Calabria, anche in
Sicilia, in molti ambienti, se non brillante. Sui toni dello scherzo o della
satira – “a zannella” in dialetto calabrese. Negli stessi luoghi e nelle stesse
conversazioni che non si sottrarranno alla pratica della luttuosità: ai
malanni, di parenti, amici, conoscenti e propri, e alle morti. Il segno è più
lo scherzo o più il lutto? O entrambi, la “zannella” per esorcizzare (alleviare) la
malattia e la morte.
“Lo
scherzo”, dice Jean Paul, “non conosce altro scopo che il suo proprio
esistere”. Ma forse no, è un falso
scopo.
Uno studio di
Olga Cerrato qualche anno fa, “La Berlino degli italiani”, della “colonia” italiana
a Berlino tra le due guerre, nota curisamente che tutti, o quasi, erano
meridionali: calabresi Corrado Alvaro e Boccioni, siciliani Borgese,
Pirandello, Rosso di San Secondo, il pittore futurista Ruggero Vasari, il
pubblicista, corrispondente della “Gazzetta del popolo”, e de “L’Italia
Letteraria”, Pietro Solari – che spesso li riuniva, al Romanisches Cafè.
Sembra strano,
essendo il Sud come l’Avvocato Agnelli lo diceva ironicamente (a proposito di De
Mita) “umanista”, ma a molto Sud, anzi ovunque, manca la storia – eccetto
isolate fioriture. Non quella nozionistica, di quella ce n’è anzi in eccesso, di
ogni campanile, anzi di ogni cortile – naturalmente nobile, tutti nobili al Sud
(il genere agiografico, tipo santini). Manca la Storia, l’intelligenza del
passato. Un millennio buono di storia. Quella greco-bizantina in Sicilia, cancellata
dai Normanni, quella greco-bizantina, e albanese-epirota, in Calabria, quella
greco-bizantina, normanna e aragonese in Puglia, quella longobarda in Calabria
e Puglia, e nella Campania finitima, da Salerno a Benevento. Quella araba un
po’ dovunque, anche in Sicilia malgrado le tante pubblicazioni. Quella politica
e religiosa – anche se la religione, è vero, si esclude ovunque, non solo al Sud,
anche dalla storia Moderna.
La mafia come mito
Il mito è
autoreferente: rimbalza sulle sue origini, sugli autori, e li assedia, li
convince, li esaspera. E si autoalimenta. Così si è creato purtroppo un mito
della mafia. Che non c’era trent’anni fa, c’era la mafia ma non il mito: ancora
negli anni 1980 Riina e soci facevano solo paura, e generavano disprezzo –
assassini, e più dei propri, sodali, perfino familiari. Un mito curiosamente
politico alle origini, di Leoluca Orlando e Luciano Violante, che lo avvolsero
dell’imbattibilità . Poi editoriale, sulla linea Enzo Biagi-Roberto Saviano, e quindi
dilagante, il mito oggi più scontato – una sorta di cavalleresco Ciclo della
Mafia, come già di re Artù, dei Carolingi, di Guerrin Meschino. In parallelo con
le numerose accademiche “Storie della mafia”, altro genere fiorente. Storie naturalmente
dei giornali che parlano di mafia, e di qualche processo - non molti, i processi sono faticosi, un paio. Di
cui la punta di diamante è stato venticinque anni fa, all’inizio del ciclo, “La
regia occulta”, la summa della storia dell’Italia repubblicana “Da Enrico Mattei
a Piazza Fontana” che mette al centro la mafia, a opera di Giorgio Galli, il
professore di Storia delle Dottrine Politiche a Milano – che la “strategia della
tensione”, con le bombe e poi il terrorismo, sia opera della mafia il
professore l’ha saputo dal senatore Pisanò.
La mafia è
sempre quella: in varie accezioni a seconda del mercato della criminalità, ma
sempre sopruso, invadenza, con minacce, danneggiamenti, e anche omicidi, sterilità
sociale e politica, e organizzzazione degli affari illeciti, droga, appalti
pubblici, pizzo. Di brutti, sporchi e cattivi. Di cui sono piene le carceri. Ma
evidentemente non abbastanza – troppi processi finiscono nel nulla. Ma come idealizzata,
o nobilitata: dei “guanti bianchi”, delle “cupole” o grandi organizzazioni planetarie
(con discussioni e votazioni…), della finanza sofisticata, della vita lussuosa
o spericolata. Che è l’esatto contrario delle realtà mafiose, ma non nell’immaginario.
La mafia non è una famiglia
Un padre
amorevole che si rivela essere un trafficante di droga. Freddo e impunito. Se
non per le inevitabili denunce e vendette fra trafficanti. Nell’ultimo dei tre
film di Jonas Carpignano ambientati a Gioia Tauro, “A Chiara”, la mafia entra
di striscio nella vita normale dei ragazzi, anche figli di mafiosi, fra chiacchiere,
pettegolezzi, gelosie, motorini, canzoni, cotte, dispetti, complicità. Perché
il film, “povero”, di pochi mezzi, con attori non professionali, di marginalità,
ma non traumatiche (esterni, atmosfere, personaggi, vicenda), attrae? Perché
non c’è l’ipostatizzazione della mafia, in un mondo, un’area, un paese, nella stessa
ristretta famiglia. In cui la vita normale, avventurosa nella normalità, di una
ragazza volitiva scorre immune al malaffare. Come solitamente avviene in altri
contesti. Senza l’imponente sociologia della mafia che vi si sovrappone, dell’unità
mafiosa nella famiglia (col figlio maschio…), l’omertà, i codici d’onore, i
giuramenti. Di pubblicisti cinici, giudici in carriera, terzo settore della “legalità”
- non senza qualche sociologo di professione.
La foto che
sempre si rivede di Giuseppe Di Matteo a cavallo, alla barriera al concorso
ippico, in cap e giacca neri, cravatta bianca, cavallerizza bianca, stivali
neri, commuove certo per il destino che si sa del ragazzo, sciolto nell’acido, dopo
lunghe torture, da Giovanni Brusca, il capo-boia di Riina che è ora pensionato dello
Stato. Ma sempre anche sorprende, che si possa condurre una vita normale, quella
di tutti i ragazzi, accanto al crimine, e senza macchia. Spensierata perfino. Perché
circoscrive la mafia – la violenza, i traffici. Fa vedere – anche ai
Carabinieri se mettessero gli occhiali – che la mafia non è uno Stato
anti-Stato, non è pervasiva, non è premiante o vincente. Non è: è una banda
criminale, come ce ne sono sempre state. Con suoi linguaggi e caratteristiche,
che però è sbagliato ipostatizzare, non ne cambiano la natura – si veda l’omertà
che fine ha fatto, che adesso dobbiamo difenderci dai pentiti, troppi,
ingestibili, onerosi. E soprattutto non regola niente, certo non le società che
affligge – spesso anche la famiglia in senso proprio.
Allo sviluppo basta poco
L’Autostrada del Mediterraneo
(Salerno-Reggio Calabria ) è l’unica grande infrastruttura moderna della
Calabria post-bellica, dei quasi ottant’anni della Repubblica. Con il porto di Gioia Tauro. Con l’università infine
della Calabria. E un aeroporto internazionale nel mezzo della regione. Tutt’e quattro
le strutture sono state volute da Giacomo Mancini, di Cosenza, leader socialista
post-Nenni, e più volte ministro.
La provincia di Cosenza, collegio elettorale
di Mancini, è anche una Calabria particolare, in molte cose sembra Toscana, ordinata,
pulita. Con una agricoltura sempre innovativa e in grado di stare sul mercato,
anche internazionale. Con la messa in attività di vastissime aree semiabbandonate,
deserte o paludose: il massiccio del Pollino, rinverdito e animato, d’estate e
d’inverno, e l’Alto Ionio cosentino, o Sibaritide, una vastissima area
bonificata, e avviata a produzioni pregiate, di risi e agrumi. Con aree turistiche
montane e marine regolamentate, nell’edilizia e l’urbanistica, e
commercialmente organizzate. La criminalità vi è fra le più basse in Italia. Allo
sviluppo basta poco.
Vittorio Sgarbi è stato deputato per pochi
mesi nella circoscrizione jonica della provincia di Reggio Calabria, la Locride.
Eletto nel 1994, portato da Franco Corbelli, il milanese che combatte la
malagius7tizia, e poi nel 1996 – ma già distaccato dalla Calabria: nel 1996 optò
per il Veneto, e ha cancellato le due elezioni dal suo pur dettagliato sito.
Pochi mesi dunque da deputato calabrese e forse di malavoglia. Con presenze che
s’immaginano al suo modo fulminee e svagate, da gita nel tempo libero. Ma tanto
gli è bastato per ridisegnare alcuni paesi, partendo dalla pavimentazione
stradale e dal colore delle case, Gerace, Serra San Bruno, Mileto, Ardore. Che
hanno trovato una nuova identità e la mantengono. E questi sono i
pochi segni congruenti di ammodernamento nella ex Calabria Greca o Ulteriore –
invece delle solite immagini di plinti di calcestruzzo in vista e pareti di mattoni
forati. A volte basta un volto in televisione, sia pure simpatico.
Milano
Napoli, dice De Simone presentando la
sua “Opera buffa del Giovedì Santo”, “fin dalla seconda metà del Cinquecento
era contrassegnata da un altissimo tasso di consumo musicale, determinato dalla
politica dei viceré spagnoli, che con manifestazioni musicali e teatrali
stabilivano un rapporto rappresentativo tra il Potere e le varie classi
sociali”: città da allora musicale, con ben quattro conservatori di Musica”. E
a Milano, i governatori?
“Milano, dopo
Mani Pulite”, ricorda Enrico Pazzali a pranzo con Bricco sul “Sole 24 Ore”,
“era livida. Roma viveva il buon governo dei sindaci Francesco Rutelli e Walter
Veltroni”. Pazzali è milanese, anche se atipico (ha risanato l’Eur romano), e
può dire la verità. Mani “pulite”?
Gli atleti
ginocchioni di Black Lives Matter non hanno fatto in tempo a rialzarsi che
Milano si apriva a settembre la Fashion Week – “Black Liver Matter in Italian
Fashion”. Come se il made in Italy fosse già nero, afro-americano. E può non
essere cinismo, nemmeno opportunismo. Indubbiamente è senso degli affari –
perché non sfruttare l’onda?
Cremona “si
conferma”, scrive “L’Espresso”, cioè è da anni, la seconda area più inquinata in
Europa, “con la più alta concentrazione di PM2,5”, le polveri ultrasottili, con potenziale incidenza su morti premature e
malattie perfino superiore al PM10” (le polveri sottili). Ma “la Regione
Lombardia assolve il locale polo industriale e l’indagine epidemiologica non è
mai partita”. Ma, per dire la evrità, la cosa si sa perché “L’Espresso” ne
scrive, nessuno l’ha mai denunciata.
Se non c’è
mafia, se non c’è Sud, non c’è inquinamento.
Carlo Levi,
“Le parole sono pietre”, sui suoi viaggi in Sicilia, ha la storia di Pippinu ‘u
Lombardu, una “sorta di Pisciotta del suo tempo” – il processo a don Pippinu è
del 1860 (Levi non dice se prima o dopo Garibaldi). Un maestro milanese sceso
ad esercitare iin Sicilia, terra di analfabeti, per guadagnare qualcosa di più.
Salvo scoprire presto che facendo il capo brigante guadagnava meglio. Diventando
popolare, costrinse la polizia ad arrestarlo. Don Peppino se la prese, e al
processo rivelò i legami con la polizia e le autorità.
Ha, aveva nel
2019, prima dei lockdown, un reddito medio pro capite di 49 mila euro - al
secondo posto, Bolzano veniva con un reddito medio di 40 mila euro, il 24 per
cento in meno. Ed è la prima città in Europa per attrazione di imprese e
capitali – davanti a Monaco di Baviera. Ma Stoccolma, Londra, Parigi denunciano un
reddito molto superiore. Anche Madrid, anche Amsterdam vengono prima di Milano.
Molto reddito è nascosto?
San Siro
pieno, nei limiti delle norme anti-covid, per fischiare l’inno della Spagna e
Donnarumma. Si paga, si va allo stadio, almeno quattro ore fra traffico, parcheggio
e seduta, per fischiare. Si sottovaluta la violenza di Milano.
Il Re del
Panettone è un romano, di Fiano, Fabio Albanesi.
Premiato da una giuria composta dai dieci ultimi vincitori del premio, tutti
non milanesi, non lombardi, uno di Torre Annunziata, uno di Lecce, eccetera. Di
un prodotto milanese beneficiano in molti:
è il principio della ricchezza, la diffusione della tecnica.
Il portiere Handanovic prende
l’avversario per le gambe, per le spalle, solo al collo non gli mette le mani,
per l’arbitro Pairetto fa bene, il Sassuolo non ha “chiara occasione da gol”, e
l’Inter può così vincere. Non è un errore. L’arbitro è secondato dal Var,
Nasca. E assolto dai commenti milanesi
(“Corriere della sera”, “Gazzetta dello Sport”): un errore e basta. Tacciono perfino
i social. Tre punti che potrebbero fare la differenza quest’anno alla fine in
classifica. Milano non discute quando deve discutersi.
leuzzi@antiit.eu
Il complotto eccolo qua - 5
A conclusione di un primo decennio della
“stagione dei complotti”, avviata in Italia dall’Autunno Caldo del 1969,
Astolfo, “Vorrei andarmene, ma non so dove”, ultimo volet dalla serie narrativa
“Anamorfosi” in quattro volumi, può trarre queste considerazioni:
“Dei
golpe il repertorio è invece acclarato, con repliche: con l’eccezione dei forestali
tutto è già avvenuto. Il colpo alle spalle nel tentativo di fuga è il modello
Liebknecht. L’avvelenamento degli acquedotti è storia repubblicana, della
repubblica di Spagna. O del repertorio antigesuitico: l’acqua l’avvelenano, di
solito, i gesuiti. Dopo gli ebrei, il complotto a lungo è stato gesuitico. O si
può pensare a un complotto olandese: ancora nel Seicento l’Olanda segretamente
importava, sotto forma di zanne di narvalo, e vendeva il corno del liocorno,
per depurare le acque avvelenate.
Torneranno dunque i liocorni? Ma anche i forestali hanno tradizioni, e proprio
all’Interno, se non rifanno Robin Hood. Era della Forestale il generale
Clerici, l’ultimo capo della Polizia di Mussolini. Tutto è possibile: Hitler
non cominciò sequestrando il capo dei vigili urbani di Monaco?
“Con l’avvento di Moro e le interviste di
Andreotti ci sono complotti del resto ovunque. Il filone si dimostra
provvidenziale dopo il
Piano Solo che asservì i socialisti. Il golpe del ‘74, che a opera di cinquanta
uomini, non più ventitré, doveva prendere il Quirinale, chiudere le Camere, e
nominare Delle Chiaie capo delle Forze Armate, nella calura di Ferragosto, lo
capeggiava un odontotecnico della Spezia, che aveva segnalato alla mafia
migliaia di oppositori da assassinare. I mafiosi dunque sanno leggere, che sono
d’obbligo anch’essi. E i massoni. Ventitré sapeva di già visto: erano i
disarmati compagni con cui Bakunin voleva prendere Bologna, e da lì proclamare
la rivoluzione mondiale. Il piano alternativo della massoneria, alternativo
all’eliminazione fisica, prevedeva l’arresto del presidente della Repubblica in
costume da bagno nella tenuta di Castelporziano a Torvajanica, luogo dei
complotti nella storia breve della Repubblica avviata col caso Montesi. La
Repubblica che cade in costume da bagno non è male, anche se nelle fattezze del
presidente Leone. I massoni i marpioni Dc li mettono ovunque perché non
contano, mentre bisognerebbe chiuderli allo zoo, anche loro, dichiararli specie
protetta.
“Il
golpe Borghese nel 1970 fu organizzato da Nixon, con due agenti della Cia, due
soli. Lo rivelano Remo Orlandini, un
ragioniere che si vede nella gloria di Danton, e un notaio, Giordano Gamberini,
che voleva lavorare per la Cia e non l’hanno preso. Uno vero della Cia è un ingegnere
della Selenia, il quale più volte telefonò a Nixon in presenza del ragioniere,
che però non sa l’inglese. Claudio Vitalone, il giudice inquirente, intimo
dell’onorevole Andreotti, ha passato una notte insonne, racconta all’Espresso, nel dubbio se arrestare o no
l’ex presidente Usa. Feltrinelli naturalmente pure lui preparava un complotto,
sempre nel ‘70, in forma di controcomplotto: voleva rapire Borghese. Lo
preparava all’osteria Ho chi min, alla stazione Garibaldi, dove lo zio Ho
ragazzo fu cameriere? Piazza Fontana ha aperto le cateratte, sarà lo gliommero
del Prefetto, il groviglio che si scioglie tirando il filo giusto. Ma i morti
sono veri.
………………………………
“Il complotto è ripetitivo, è un difetto. C’erano delatori alle
calcagna dell’Aretino, il più delatore di tutti, e in carcere con Campanella e
Bruno. L’acqua avvelenata verrebbe dalla Bibbia. È dunque idea americana -
questo è un fatto, nessun prefetto italiano legge la Bibbia. La regia occulta del politologo Galli
spiega che il Maggio fu opera dell’Oas. Cominciò con la caduta dell’aereo del
generale Ailleret, che aveva combattuto l’Oas per conto di de Gaulle. Non è
escluso, il Maggio indebolì de Gaulle. La strategia della tensione, che innesca
le bombe, è invece opera della mafia. Questa idea lo scienziato politico la
deve al senatore Pisanò.
“Non valgono più le quinte colonne e i
giochi doppi e tripli. I servizi segreti, pilotati dalla Cia, stanno coi
fascisti. E con i settimanali dei complotti a numeri alterni, che hanno invece
giornalisti di sinistra e di estrema sinistra? O la Cia utilizza i settimanali
per avere la copertura dei servizi e dello Stato? Ma si può pure pensare che la
Cia utilizzi i servizi segreti e i fasci contro lo Stato. Con la collusione dei
settimanali, cioè della sinistra. Limitando il gioco a quattro soggetti si
avrebbero matematicamente sedici ipotesi. Introducendo le coppie con\contro,
collusione\ opposizione, copertura\denuncia, le possibilità diventano
centinaia. Per non parlare dei tanti Stati. L’onorevole Moro, per esempio, che
ha fregato Fanfani e i socialisti sul centrosinistra, voleva far dimettere il Nostro Padre Ingegnere perché gli Usa lo pretesero, poco prima della morte, quando cercava sbocchi in Cina, ha espresso
“comprensione” agli Usa in Vietnam, ha coperto il Piano Solo, e controlla -
controllava - i servizi attraverso un uomo di destra, è il leader della sinistra. Stocasticamente le possibilità sono
infinite.
(fine)
Napoli, in attesa della Pasqua di Resurrezione
Il
Giovedì Santo è di Napoli, in attesa di una domenica di Resurrezione. Non un
vero intreccio si svolge, ma la riproposizione di ritmi, miti, storie, tradizioni,
illusioni: una sorta di identikit della città, illusoria sullo sfondo,
sorniona. Un magazzino di robivecchi, vivificato da una lingua ora furbesca,
ora colta, anche barocca, e popolare, anche molto – un po’ come ora ci ha (non)
abituato la serie “Gomorra”, per suoni più che per parole distinte. Anche i
personaggi sono misti – come era un tempo l’uso a teatro: sono un po’ questo e un
po’ quello, si travestono, cambiano identità, trasformisti e ambigui. Come
Napoli, che attende la sua Pasqua – ma tra il giovedì dei Sepolcri e la domenica
di Resurrezione non c’è la Passione?
Non
c’è trama, non c’è una storia. Sono lacerti storici, mitici, rituali, e linguistici.
Sui toni, più che drammatici, dell’elegia, dolenti. Sullo sfondo della
tradizione, sempre comunque spessa e viva, a fronte della piattezza
contemporanea, della vita senza memoria.
Un
teatro che si vuole in musica, un melodramma. Anche se non risulta ancora mai
rappresentata – musiche di De Simone? Doppio insomma l’omaggio a Napoli, città “dai
quattro conservatori di Muisca, per la frequente committenza di composizioni
musicali per la camera, per il teatro e per la chiesa” – “La città”, spiega De
Simone nell’introduzione, “fin dalla seconda metà del Cinquecento, era
contrassegnata da un altissimo tasso di consumo musicale, determinato dalla
politica dei viceré spagnoli, che con manifestazioni musicali e teatrali
stabilivano un rapporto rappresentativo tra il Potere e le varie classi sociali”.
Roberto
De Simone, L’opera buffa del Giovedì Santo, Einaudi, pp. XIII-107 € 9,30
lunedì 29 novembre 2021
Il complotto eccolo qua - 4
Nella luna oscura storia di complotti
che da oltre mezzo secolo, dalla “strategia
della tensione”, ha attanagliato l’Italia,
l’autunno del 1974 segnò un balzo di qualità, nell’esercizio cimentandosi Andreotti
e Mori, i duellanti democristiani. La vicenda è così evocata da Astolfo, “La
morte è giovane”, un romanzo in via di pubblicazione (Pietro, il Prefetto,
Metello, Domenico sono personaggi di fantasia):
“(Ad agosto) l’Italia invece aspetta sempre il golpe. Lo ha stabilito Feltrinelli in un opuscolo che le sue librerie ancora vendono, Persiste la minaccia di un colpo di Stato in Italia!: il golpe si farà ad agosto. “L’estate sembra particolarmente adatta”, scriveva Feltrinelli: “Gli operai sono in ferie, le fabbriche semichiuse, uomini politici, giornalisti, ecc. sono pure loro al mare o in montagna, grava sul paese dalla metà di luglio un clima di «stanchezza» e di disinteresse generale: sono le condizioni ideali per portare a compimento un colpo di Stato”. Anche Cromwell fece il golpe ad agosto. Ma ad agosto a Londra piove.
................................................
“Andreotti ha fatto il golpe. Ha abbattuto
il governo Rumor, ha denunciato tre complotti, e ha arrestato Miceli, l’uomo di
Moro. Si direbbe in affanno: i suoi amici democristiani alzano barricate contro
il suo ritorno a capo del governo - propongono Fanfani, per prendere fiato, ma
puntano su Moro. Va però come un treno: ha fatto arrestare Curcio e gli altri
capi brigatisti - i carabinieri obbediscono, se il morso è teso – immemore del
pontiere Taviani e del terrorismo che è di destra, il Pci portandosi ai piedi.
“I tre golpe li ha denunciati il tre
ottobre, direttamente in Procura, come ogni cittadino visitato dai ladri. Un’iniziativa
personale e urgente, per l’ansia di salvare la libertà, senza consultarsi col
capo del suo governo, l’onorevole è un duro. E il governo si è dimesso, subito.
Sublime Dc: denuncia golpe di destra, ma dentro manda Miceli, il generale dell’onorevole
Moro. “In generale l’astinenza sessuale non giova a formare uomini d’azione
energici né pensatori originali o anche libertari o riformatori, ma deboli
dabbene”: Freud toppava anche qui, ma si può scusarlo, non poteva sapere degli
uomini d’azione democristiani, conducono essi le truppe uscendo dalla sacrestia
e non dall’alcova. L’eroe Dc è uno che vince
negandosi. Non é facile arrestare Miceli, intimo dell’ambasciatore Usa Martin, che
da Roma è andato a Saigon, e di James Angleton, specialista italiano della Cia
e uomo di fiducia del Mossad israeliano.
“Andreotti ha annunciato la denuncia il 28
settembre, mentre il presidente Leone e il ministro degli Esteri Moro erano negli
Usa. Miceli era andato all’ambasciata, prima della loro partenza, per dire al
successore di Martin, John Volpe, che non è il caso di puntare su Andreotti per
il nuovo governo. Bene, ora gli americani sanno chi comanda in Italia. L’onorevole
Andreotti nega. Ma Pietro queste cose le sa per certe. È così che Leone e Moro
non hanno convinto Ford, cioè Kissinger. L’Italia è stata prima invitata poi
esclusa dal vertice sul dollaro dei grandi dell’Occidente a Camp David. Il
presidente Ford e il segretario di Stato Kissinger ne avevano già discusso, del
problema sollevato da Miceli, riservatamente coi membri più influenti del
Congresso. “Non vorrei biasimarmi d’aver fatto troppo poco per salvare l’Italia”,
Kissinger ha detto loro. Il professore è, è stato, un intellettuale liberale,
in contatto con Alvaro, Moravia, Enriques Agnoletti. Moro ha troncato la visita,
Leone è stato fotografato a fare le corna. Volpe vuole esclusi dal governo pure
i socialisti. Che già si erano esclusi: l’1 ottobre l’onorevole Tanassi, per
conto dei socialisti di destra, aveva dichiarato il centrosinistra finito.
D’accordo l’onorevole De Martino, per i socialisti di sinistra. E insieme
chiedono elezioni subito. Per fare il compromesso? De Martino è consigliato da
una Margherita, che viene dal Pci praticando l’entrismo e collaborava col
Prefetto.
“Non c’è tempo di rifiatare. A metà mese
Kissinger lascia Delhi per Roma, per l’assemblea della Fao, premettendo non
richiesto: “Non chiedetemi della politica italiana, non la capisco”. Moro
snobba il primo incontro fra Kissinger e Leone. Al secondo evita di stringere
la mano al segretario di Stato, e fa dire: “Esistono interessi che si traducono
in pressioni, ma è compito del ministro degli Esteri opporsi alle pressioni
illecite e respingere le interferenze: un’area di libertà si conquista
puntigliosamente, vigilando”. Una dichiarazione di guerra. Moro pare un pappamolla
e invece è un incondizionale, secondo Pietro, che dei Dc sa tutto:
“-
L’onorevole Moro sempre fu fedele all’America, che nel 1964 lo salvò dal golpe
di Segni. Ma dopo il Cile ha paura. – Metello invece, come Kissinger, lo
ritiene un incapace: “Ha svilito il centro-sinistra e ora si ritrova al posto
di Segni”, ha detto in altra occasione, il presidente che contro il
centro-sinistra voleva un golpe, “senza averne la sfrontatezza”. Ma non
ha mai fatto accordi con nessuno. È guerra totale tra Moro e Andreotti, dunque.
“L’analisi
di Pietro ricalca quella di Domenico, che si occupa ancora di politica interna
nelle pause della guerra matrimoniale:
“-
Si somigliano, in realtà sono uguali. Sono per questo nemici spietati, è la
concorrenza: l’uguale è il nemico. Non per fare questo o quello, per loro è
indifferente, il governo è per loro il potere. Il potere per grazia di Dio, sì,
non un dovere. - Si può concordare. Entrambi gli onorevoli parlano breve, sono
il Tiberio che Tacito inventò, dal linguaggio
svelto benché oscuro. E Roma, diceva Anatole France, “grazie alle sue colline, si
vede da Roma”. Ma sono politici alla Henri Queuille, “non
c’è problema, per quanto urgente, che in assenza d’una decisione non si risolva”,
che de Gaulle ha spazzato con un soffio, con tutti i radicalsocialisti. Il
Vaticano dovrebbe saperlo, che il potere non è eterno, che si riproduce finché
produce. Domenico si difende: - È per questo che l’Italia si sta sbarazzando della
chiesa. Sì, il sogno dei liberali – irride – lo realizzeranno i preti, di
cancellarsi dalla storia, per la protervia. – Roma senza papa, ultima fantasia dell’Amico
Sconosciuto scrittore, è nell’aria.
“Nello
sparigliamento Moro prevale. È stata ordinata la cattura di Sindona e del suo
aiutante Bordoni per bancarotta fraudolenta alla veneranda Banca Privata
italiana, e quindi Andreotti non ce la può fare: ha incontrato più volte Sindona
per fantomatici progetti di salvataggio della lira, e il generale Miceli li ha
implacabile registrati. Bordoni è un ex della Banque pour le Commerce
Suisse-Israélien. Il governatore Carli, che si immaginava ministro del Tesoro
del compromesso storico di Andreotti, deve invece lasciare anche la Banca
d’Italia: a Sindona ha fatto prestare 124 preziosi milioni di dollari dal Banco
di Roma, un istituto pubblico gestito dal fido Ventriglia. I socialisti hanno fatto
molto, come Fanfani, in meno anni: lo Statuto dei lavoratori, il Sistema
sanitario nazionale, il divorzio, l’aborto assistito, il nuovo diritto di
famiglia con la parità fra i coniugi, dopo aver cancellato il delitto d’onore,
il divieto di propaganda anticoncezionale, e l’abitudine di sparare ai
dimostranti. Non sono riusciti a intaccare l’articolo 544, che autorizza lo
stupro delle minorenni, e questo è fantastico – il 544 è un’idiozia, prima che
una violenza legale: la mentalità è dura, la tradizione, l’antropologia. Hanno
dato però una spallata robusta, aiutati da Franca Viola, la giovane siciliana
che per prima ha rifiutato il matrimonio riparatore. Hanno perfino tentato,
inserendovi Fo e Biagi, di rivoluzionare la Rai, la lingua cioè e il linguaggio
d’Italia, una sorta di antimanzoniana. Ma il professor De Martino, illustre
antichista, si tira fuori. È l’uso napoletano: anche Enrico De Nicola, quando
volevano eleggerlo presidente della Repubblica, nel 1948, non si fece trovare.
………………………
“Esce
incognito in Italia l’Arcipelago Gulag, libro di duemila pagine. Il
Partito non gradisce, e dunque non se ne parla. Se non perché Parigi ne parla,
per sparlare dei francesi. Di mediocre romanziere e reazionario ignobile anche
per i compagni critici alla Fortini: “Una pagina di Živago distrugge tutto il bravo Solženitsin”. Il mite Cassola opina
il complotto: il Gulag è una manovra della
Cia per oscurare Pinochet.”
(continua)
Il mago di Oz era la suocera
“I
libri di Oz sono molto in anticipo sul tempo sia scientificamente che
politicamente. Sono pieni di invenzioni che non sarebbero avvenute per gran
parte del secolo, tra esse un uomo robot, un cuore e delle labbra artificiali,
un sistema di monitoraggio televisivo, dispositivi anti-gravità, e un servizio di
notizie tipo computer. Oz è anche una specie di utopia socialista, e profondamente
matriarcale e occasionalmente transsessuale”. Anticipa anche l’elicottero. L.
Frank Baum, l’autore del “Mago di Oz”, dovette molto del suo lavoro alla
suocera, Matilda Gage, una delle più famose femministe in America.
Un
po’ sul genere “l’autore è sua moglie”- o la compagna: di T.S.Eliot, Orwell, Tolstoy,
Brecht, Montale, Remarque, Fitzgerald. Ma Lurie, l’autrice di “Cuori in
trasferta” e altri romanzi, saggista reputata, morta un anno fa, ne è cosciente
e porta buoni argomenti.
Baum
sposò Maud, l’ultima dei cinque figli di Matilda, nel 1882, quindi per sedici
anni ancora si confrontò con la mitica suocera. Matilda Gage, finita teosofa e occultista,
è stata femminista per una vita, fin da ragazza, nonché indianista, al suo
tempo quasi unica (i Mohawk l’hano per questo adottata), storica a metà
Ottocento del (non) diritto di voto alle donne, con Elizabeth Cady Stanton e
Susan B. Anthony, “libera pensatrice”, cioè atea professa (polemista contro l’uso
pratiche e riferimenti religiosi nella vita pubblica: il riposo domenicale, la
Bibbia a scuola e nei tribunali), considerando il cristianesimo il maggiore
responsabile dell’asservimento femminile, è reputata una delle “scrittrici
scientifiche” più logiche e disinibite del secondo Ottocento. Esclusa da ultimo
dal movimento femminista dalle due coautrici, Stanton e Anthony, ma non dalla
memoria. Da lei prende il nome l’“Effetto Matilda”, la tendenza a trascurare il
contributo femminile alla ricerca scientifica.
Inizialmente
contraria al matrimonio di Maud, la figlia minore e la più accudita, con un
uomo d’affari, fu poi lei a incoraggiare il genero a scrivere, e a cercare le
riviste e gli editori per i racconti che
andava facendo ai bambini in famiglia e nel vicinato. Il genero trovando rispondente
“I quattordici libri di Oz rifletteranno molte delle idee più radicali di
Matilda”. Il matriarcato originario. Le streghe come perpetuazione del potere
femminile sotto il patriarcato. Il mondo – il mondo di Oz – governato da una
trinità femminile: Glinda, Ozma e Dorothy. I governanti maschi deboli o
cattivi. Il disprezzo dei lavori domestici. Le identità di genere confuse. La
passione per la scienza e la tecnica.
Alison
Lurie, The oddness of Oz, “The New
York Review of Books”, free online
domenica 28 novembre 2021
Il complotto eccolo qua - 3
L’Italia ha una storia lunga di
complotti, da oltre mezzo secolo, dalla “strategia della tensione”. Nei fatti
una strategia politica, di manovra e comunicazione. Con non fantasiose
applicazioni, alcune raccontate, con i loro meccanismi, da Astolfo, “La morte è
giovane”, un romanzo in via di pubblicazione, di cui seguono alcuni estratti. Il referendum è sul divorzio,
1974 – allo stesso anno si riferiscono gli altri eventi menzionati. Il “pollaio”
di Taviani è il suo rifugio estivo, di vacanza. L’intervista di Andreotti è quella rilasciata
a Massimo Caprara, già segretario di Togliatti, a lungo deputato Pci di Napoli,
sul “Mondo” del 20 giugno 1974. Vanni e Severo
sono personaggi di fantasia.
“La vigilia del referendum è stata,
si sa ora, un fuoco d’artificio. Il 2 maggio, giovedì, i brigatisti hanno
lasciato incustodito l’ostaggio per perquisire a Milano il Comitato di
Resistenza Democratica di Edgardo Sogno. Che dunque è anch’egli più che un
nome, “Eddy” Sogno Rata del Vallino, conte, comandante della brigata Franchi nella
Resistenza e medaglia d’oro, uno che parla come Gianni Agnelli e Giulio Einaudi,
verrà pure lui da Pinerolo, scuola di cavalleria, un liberale diplomatico in
carriera, segato da Moro dopo che da Fanfani, la Dc può essere inflessibile.
Sogno e il repubblicano di Spagna Pacciardi sono golpisti infine patentati dal
ministro dell’Interno Taviani, che è uscito dal pollaio per gettare un ponte
tra Moro e Andreotti, e uno tra la Dc e il Pci, il fronte antidivorzio,
confermando e circostanziando i golpe: “Il terrorismo è di destra”, ha annunciato
solenne a Scalfari a pranzo. Lui certo lo sa che, ministro sempre dell’Interno,
fece l’ultima retata di scioperanti nel ‘62 a piazza Statuto, fermando gli operai
Fiat scontenti del contratto, 1.200 – un centinaio li fece pure processare,
dopo le mazziate. Sogno che era socio di Taviani. Anche Fumagalli esiste e
complotta, benché sia stato ragazzo partigiano bianco, dell’organizzazione che
Taviani presiede. Dice il maggiore dei carabinieri Delfino che teneva pronti i
chiodi a quattro punte per isolare le strade, e le bombe a forma di pacchetto
di sigarette, per il giorno del divorzio. E progettava una repubblica in
Valtellina, un’altra Ridotta.
“A Sogno si affianca Cavallo, un
professionista. Già nazista, poi Pci, editorialista dell’Unità, attivista quindi Dc, di Pace e libertà, giornalista a New
York per la Gazzetta del Popolo,
collaboratore del colonnello Rocca al Sifar e di Valletta alla Fiat, braccio
destro del suo capo del per-sonale Garino, specialista in spionaggio tra ‘68 e
’69 per la stessa azienda, dove ha schedato 350 mila dipendenti, mille al
giorno, duemila con le morose. Il golpe si lega alla sezione italiana del
movimento antisovietico Paix et Liberté, creato a Parigi nel ‘47 da suore e
laici pii, che nel ‘53 aprì una sezione a Milano, affidandola a Sogno, a
iniziativa di Silone, coi soldi dei governi Pella e Scelba e della Fiat, prima della
ripresa dei traffici con Mosca. Pace e libertà s’è sciolta nel ‘57, succeduta da
Giustizia e Pace, di cui è segretario in Italia Andrea Cordero Lanza di
Montezemolo, monsignore, figlio del capo della Resistenza militare – i
badogliani restano il Nemico, più dei tedeschi, anche se combatterono i
tedeschi, almeno tremila i morti tra i soli carabinieri, più d’ogni altro
gruppo partigiano. Dal ‘71 Sogno, dalla Birmania dov’è confinato ambasciatore,
organizza Comitati di resistenza, che a Ferragosto dovevano prendere il
Quirinale.
“C’è
in scena materia per tutto, benché non tutta nuova. Sindona non manca, per il
diletto del Dottore, con un progetto di golpe esposto all’ambasciatore
americano Volpe, nomen omen. E ci sono “gli eredi del golpe
Borghese”, dice all’Espresso il
generale Maletti: anch’essi progettano un colpo di stato. Bande dunque di
odontotecnici, commercialisti, pensionati e guardie forestali. L’elenco di
Maletti è soprattutto interessante per i tanti generali in servizio, sia delle
forze armate che dei carabinieri, suoi superiori in carriera, che partecipano
ai golpe. Chi sono Maletti non lo dice, per rispetto, dice, delle gerarchie, li
lascia indovinare. C’è anche il generale Miceli, il suo capo, l’uomo
dell’onorevole Moro?
………………………
“Dice
Andreotti nell’intervista che Parigi è il centro della sovversione. Pompidou è
dunque sovversivo, e Giscard d’Estaing. Ma Vanni lo sarà stato, che non credeva
a un complotto, ma al complotto:
“-
Bisogna tornare a credere al diavolo, l’uomo non è aria. Dentro il complotto, avendo
guida appropriata al male, si può riconoscere questa o quella trama. Crederesti
tu che il tuo migliore amico, io stesso qui, possa complottare? Ma bisogna
essere malvagi, non meno degli altri.
“-
Potrebbe essere lo Stato un complottardo?
“-
No, solo l’uomo. Perché l’uomo, avendo un intelletto separabile e l’immaginazione
tanto originale da creare ciò che non sa sperimentare, può pensare una cosa ed
essere un’altra. Un uomo e non una donna. Questa è una citazione. Ci vuole
dissimulazione. Le donne simulano meglio degli uomini. Ma solo le mogli degli
scrittori che, Kierkegaard l’ha scoperto, sono gelose della scrittura. Lo Stato
può essere un guardaspalle.
………………………………
“È il Novecento. Il secolo del processo, incessante, indistinto:
Kafka. Della demoralizzazione dell’Occidente: Spengler. Se per Occidente s’intende
l’Europa. E del complotto. Per la scoperta della guerra permanente, calda e
fredda, o della libertà. Le due cose, legate, hanno effetto suicida. “La menzogna
nuoce sempre agli altri, anche se non reca pregiudizio a qualcuno nuoce
all’umanità”, è il famoso assioma di Kant nel corollario Contro Hobbes al quesito Sul luogo comune: può essere giusto in teoria,
ma in pratica non vale. Sì, ma quando Constant gli obietta: “Un filosofo
tedesco arriva a pretendere che verso degli assassini che vi domandassero se il
vostro amico che essi inseguono non si è rifugiato in casa vostra, la bugia
sarebbe un crimine”, Kant è perplesso: “Riconosco di aver effettivamente detto
questo, ma non ricordo dove”. E quando Constant insiste: “Nessun uomo ha
diritto alla verità che nuoccia ad altri”, se la cava col dovere di “essere
veridico (onesto) in tutte le proprie dichiarazioni”. Dalla verità alla
veridicità. E all’onestà? Con quei nomi di battaglia che sempre suonano falsi.
Severo sapeva che il colonnello Rocca dei servizi segreti, quello che gestiva la
cassa per portare la Dc al governo coi socialisti, ma morì “suicida” alla prima
estate del ‘68, si presentava non col suo vero nome, ma come Alberto Revelli,
Pino Renzi, Roberto Riberi, Carlo Bernini – che però esiste, è politico potente
del Veneto amico di Dario.
………………………………..
La
storia dell’abate Barruel distingue nel complotto giacobino le logge segrete ma
accessibili dalle retrologge ultrasegrete e inaccessibili. Sarà questa una
retrologia accessibile.
………………………
“Il primo complotto è gesuita, lo inventò nel 1612 un novizio
polacco espulso dall’ordine, i massoni l’hanno solo copiato. E i gesuiti come
gli ebrei sfuggono, che l’editore dei Monita
privata polacchi, o Monita segreta,
fanno disperare, il mangiapreti mangiadei Lourilot: “I gesuiti si fiutano ovunque,
non si trovano in nessun posto”, e dunque “come colpirli, sono imprendibili,
come difendersi?” Si trovavano pure in Russia, dove non c’erano. Gli
zii litigiosi di Gor’kij il nonno li ingiuria in Infanzia dicendo alla nonna: “Il tuo Miška è un gesuita, Joška un
framassone”.”
(continua)
Etichette:
Informazione,
Ombre,
Secondi pensieri
Il romanzo del Novecento, nichilista
Un
noir torbido, cattivissimo, senza limiti al peggio. Un mondo di deiezione,
nella Brighton brillante anni 1930. Tra i rifiuti umani, ancorché ragazzi
imberbi, che parlano coi coltelli, coi rasoi, per sfregiare quando non
uccidono. Un noir truce, una rappresentazione
del Male in tutte le sue forme, dall’alcolismo alle corse truccate, tra bande
mafiose, a tutte le età. Con tracce poi “scorrette” di cattivi “ebrei” ed
“ebree”, ma di forte impatto: uno “scorretto” Greene vi rappresenta nel 1938,
benché già in clima di guerra epocale, una storia di bande criminali, piccole e
truci, in una frigida Brighton di week-end lunghi e lollypops.
Uno
sforzo immenso, e forse unico, di calarsi nella malavita qual è, non romanzata.
Nella violenza senza limiti, contro nemici e sodali – la violenza non ha
limiti, non di onore né di lealtà, di
amicizia, di gruppo, di correità – una vicenda da “corleonesi”. A contrasto col
“modello borghese”, del tempo libero e della vacanza – “rocce di Brighton”, spiega
in nota la traduzione, sono “bastoncini di zucchero candito, duro come roccia, che
recano impresso il nome della cittadina”. Con un fondo filosofico forse del
tempo, se Sartre e Camus lo svilupperanno in narrazioni analoghe, qualche anno
più tardi.
Il
male più radicale è nella storia che fa da filo conduttore, benché esile: l’amore
di una ragazza sedicenne per un ragazzo diciassettenne, un capobanda senza codici
morali, benché cresciuto in parrocchia, glabro di pelo e di sentimenti, anche
nell’assassinio, ripetuto, di compagni e sodali, “la dura bocca di puritano”
incapace di baci. Applicato “alla più bella di tutte le sensazioni, quella di
infliggere il dolore”. Per “un confuso desiderio di annientamento, l’immensa
superiorità della non-esistenza”.
Il
racconto forse più “impegnato” del Greene neo catecumeno, convertito alla
chiesa, quasi un trattato di teologia morale. Ma il “significato” teologico del
racconto non guasta la lettura. Un esercizio di nichilismo, cifra del coevo
“esistenzialismo”, che i successivi tentativi di Camus e di Sartre non eguaglieranno
in intensità, anche se su propositi forse più raffinati. Sulle parole della
Messa: “Egli era nel mondo e il mondo fu fatto da Lui e il mondo non Lo
riconobbe”. Forse per quello che il confessore dice in conclusione: “Un
cattolico è più di qualsiasi altro capace di male. Forse per la ragione che crediamo
al diavolo siamo a contatto con lui”. Sul finale, la ragazza cammina “rapida
nel tenue sole di giugno verso l’orrore peggiore di tutti” – che è ambiguo, ma
sottintende la nascita di un figlio - niente di peggio?
Una
pietra miliare della narrativa Novecento, che il fumo di antisemitismo non
offusca. A lungo non si è (ri)tradotto, e non si è ripubblicato dopo il
successo all’uscita – se non nella Bompiani del F.lli Fabbri Editori, negli ani
1970-1980, con la vecchissima impacciata traduzione di Maria Luisa Giartosio De
Courten. L’introduzione di Coetzee alla riproposizione, in parallelo col remake
del primo film che ne fu tratto, nel 1947 (col giovanissimo Richard
Attenborough, poi baronetto), in parallelo con le canzoni di Morrissey, dei
Queen, e del gruppo canadese hair metal
Brighton Rock, devia l’attenzione: è un dramma della religione integrale, tutta
forma, che non aiuta a vivere. La nuova traduzione di Michele Piumini allevia le
punte velenose.
Graham
Greene, La roccia di Brighton,
Oscar, pp. 318 € 12
Iscriviti a:
Post (Atom)
