Cerca nel blog

giovedì 13 novembre 2025

Che farsene dell’Iran, ferito a morte

Un film politico, con sfumature horror: cosa farsene di un boia e spia di regime a Teheran?
Un gruppo di compagni di lotta contro la dittatura religiosa, ritrovandosi casualmente l’uno dopo l’altro insieme a gestire il destino della spia-boia discute a lungo e animatamente che cosa farsene. Nel mentre aiuta la moglie del nemico a partorire e si prende cura amorevole della figlioletta rimasta sola. 
Ragioni e torto sono ben delineati, e forse per questo il film è stato premiato a Cannes. Anche, forse, in considerazione che il carcere, con annesse minacce di torture e impiccagione, è stato sofferto a lungo da Panahi – ora esule, il film è stato prodotto e girato in Europa. Ma il dramma non decolla: stiracchiato, lascia freddi.
Un merito il film ha, forse involontario, ma di senso politico. Rappresenta, senza dirla, la ragione vera della resistenza del regime degli ayatollah in Iran, inviso dopo 45 e più anni praticamente a tutti: la parte religiosa del Paese, la più numerosa, è comunque legata al regime, anche nei suoi aspetti brutti, denunce e prevaricazioni (un regime di polizia stretto, carcere senza giudizio e migliaia di condanne a morte ogni anno, assortite da torture – molto diffusa quella psicologica, della forca in cortile), a tale punto che un cambio di regime spaventa. Molti buoni credenti, specialmente quelli dei ceti produttivi, conoscendo il Paese, se ne sbarazzerebbe, gli ayatollah non hanno fatto buona prova, per nessun aspetto, né sociale né politico – il paese, estremamente civile, è isolato e impoverito. E, peggio, si sente imbarbarito. Ma, poi. i più si trattengono, hanno paura del dopo, della deislamizzazione.
Nelle lunghe discussioni su che farsene, tra i giovani resistenti al regime, del nemico che hanno in trappola questo è il senso. Ma neanche questo è detto, il film si vuole di denuncia. Arrabbiata. Un altro caso di film molto elogiato ma forse non visto.
Jafar Panahi, Un semplice incidente

mercoledì 12 novembre 2025

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (613)

Giuseppe Leuzzi
“Una banda di quattro ragazzi poveri ignoranti, che sapevano si e no scrivere il loro nome, senza la lingua, senza una famiglia, si è arricchita e ha tenuto in scacco la politica e la polizia del paese più grande del mondo”, Nicholas Pileggi fa dire al suo Frank Costello, del superfilm di Barry Levinson, “The Alto Knights - I due volti del crimine”. Con ragione – è un fatto. La mafia in America, le  mafie in America, italiana, irlandese, ebraica, si possono anche dire i “mercati” delle etnie escluse.
 
Nel gergo italo-americano di Frank Costello, nel film, l’autore della storia e sceneggiatore Pileggi gli fa dire un paio di volte “protestanti”, con disprezzo, i suoi nemici. Che è probabile “traduzione” nel doppiaggio di un wasp nell’originale, white anglo-saxon protestant, bianco, protestante e anglosassone. Ma è vero che i “non protestanti” non discriminavano fra di loro – la moglie di Costello, bella e intelligenze, è di famiglia ebraica. Un legame invece non era possibile con un\una wasp, neanche di bassa estrazione.
 
Tra due mondi, in nessun mondo
“Sono Luca o Li Wei”, scrive un giovane cinese di Milano al “Quotidiano del Sud”, “sono nato a Milano, da genitori cinesi, vivo in Calabria, sono no so che cosa” – “non sono solo cinese, non sono solo italiano”. Che può essere un vantaggio, un capitale, una ricchezza. Ma “a scuola mi hanno chiesto cento volte se so fare il sushi. «No, quello è giapponese». Che poi: «Ah già, siete quelli degli involtini primavera, del riso alla cantonese». No. Non si mangiano in Cina. Lo so, shock”.
Scrittore brillante, Luca o Li Wei: “Parlo tre lingue: mandarino, dialetto e sarcasmo. In casa c’è mia madre che urla in cinese, mia zia in calabrese e io traduco in italiano solo per insultare con precisione”. La zannella, il sarcasmo buono, è del linguaggio calabrese.
Si dice della misgenatinon che è l’impasto dell’umanità, sempre si è vissuti mescolati, famiglia, etnie, culture, “razze”.  Ma è vero che sentirsi dire a Parigi, “lei non sembra italiano”, e a Firenze  “lei non sembra calabrese”, che si vogliono complimenti, per dire che si è “dirazzati” al meglio, questo non consola, e un po’ irrita. Perché, bene o male, uscire dalla tana non è per rivalsa, è anzitutto un atto di curiosità, anche la ricerca di qualcosa che nella tana non si voleva o non si trovava.
È che nell’ipotesi migliore l’emigrazione, sia pure solo fisica e non mentale, non aiuta. Cioè sì, si beneficia di una molteplicità (duplicità) di culture, ma da estranei. D a visitatori, da ricercatori anche, professione nobile, ma in solitario e per se stessi. Senza il sostegno comunitario, di linguaggio, di mentalità – senza riconoscimento. Senza beneficio per il nostos, il ritorno, se non come vacanza – il ritorno definitivo, si vede dai pochi coetanei che lo hanno praticato alla pensione, è di un isolamento totale, una inutile frustrazione. E senza cattiveria, un disastro che è nelle cose.
 
Le tasse sulle case abbandonate
“«Nel 2022 economia in nero a quota 180 miliardi», calcola il Mef, ministero dell’Economia e delle Finanze” - “Il Sole 24 Ore”. La calcola in 182,6 miliardi per l’esattezza, ma si sa come di fanno questi conti, per approssimazione. Tra sotto dichiarazioni e lavoro irregolare, stimati.
Una valutazione in calo, ma che vale sempre il 9,1 per cento del pil. Era il 9,7 per cento nel 2019, il 10,8 nel 2011.
È in nero l’economia del Sud? Oppure: quanta parte del nero è al Sud? Il Mef non lo dice.
Tutte le occasioni e esperienze di spesa al Sud dicono di una puntigliosa “regolarità” del commercio al Sud, anche del più piccolo esercizio del più remoto paese – lo scontrino fiscale è imposto. Mentre tutte – più o meno, quasi tutte – le prestazioni d’opera son brevi manu: in contanti, esenti Iva, esentasse.
Una sola cifra il Mef dà localizzata, dove calcola il tax gap dell’Imu – lo scostamento tra quanto si dovrebbe sugli estimi catastali e quanto è stato pagato. Il tax gap nazionale è del 20,8 per cento: un euro non pagato, più o meno, ogni cinque dovuti. A Sud è di un terzo, un euro non pagato ogni tre dovuti. In quest’ordine: Basilicata 30,1 per cento, Sicilia 37,2, Campania 33,8, Calabria 39,2. Ma sono regioni di forte emigrazione, per cui la proprietà è solo teorica, per immobili abbandonati o comunque non utilizzati.
Gli uffici fiscali naturalmente non ragionane che di tasse. Ma una finestra non volendo aprono su una realtà che è una specificità dell’Italia, gli abbandoni. Dei borghi, in tutto o in larga parte. Di cui si parla, ma solo a proposito dell’Appennino – e più in particolare dell’Appennino tosco-emiliano. Mentre è un problema generale, e di più meridionale. Se non altro per lo spreco, per aggiornare la questione, o consumo del territorio.
Con problemi anche pratici, oltre che fiscali: quando un Comune rifà la rete idrica, o fognaria, deve tenere conto delle case e i quartieri abbandonati – o, peggio ancora, semi-abbandonati?  
 
Mastella e la giustizia napolitana
Sul referendum giustizia scende in campo anche Mastella. Che è stato anche ministro della Giustizia, a capo di un suo partito, uno dei suoi tanti - dopo avere fatto il segretario, geniale, di De Mita. E, curioso, uno dei primi post di questo sito è stato, nel 2007, “Mastella sfida la giustizia Napolitana”
http://www.antiit.com/2007/09/mastella-de-magistris-un-campano-contro.html
Mastella, ministro della Giustizia, il Beneventano nella onomastica del suo amico-nemico De Luca, longobardo quindi di origine, sfidava i tanti giudici napoletani che facevano la giustizia, a Napoli e in Italia. De Magistris, Woodcock, Beatrice, il pm di “Gomorra” e, con Mancuso, di Moggi, Miller, Palazzi, D’Ambrosio, Borrelli, Greco, Boccassini, Guariniello, Ormanni, eccetera, “inflessibili, fantastici, imprevedibili”, argomentava il post – E non c’era ancora stata la tempesta del 2008, con l’arresto della moglie di Mastella, presidente del consiglio regionale Campania, e l’indagine a carico dello stesso Mastella, disposti dal Procuratore di Santa Maria Capua Vetere Mariano Maffei (un’accusa poi dissoltasi nel nulla, dopo una decina di anni, e la fine della politica per Sandra Lonardo Mastella).
Forse per una questione di campanile, uno di Benevento non sopportando “la strafottenza napoletana”. Ma “si agita(va) perché, tra intercettazioni, missioni, consulenze milionarie e testimoni illustri a centinaia i suoi corregionali gli prosciuga(va)no le scarse risorse del ministero”.
 
Cronache della differenza: Calabria
Nel nome di Charlie Kirk, il giovane attivista evangelico americano assassinato subito nasce a Reggio una Associazione Charlie Kirk. Fondata da Massimo Ripepi, massimo esponente della destra politica, che, si scopre nell’occasione, ha il titolo di pastore e gestisce una comunità evangelica. Che dev’essere vero: al varo dell’Associazione partecipano due influenti personalità dell’evangelismo americano, George Roller e Frank Pesce.
 
Uno dei blocchi trumpiani più solidi, gli evangelici americani sono anche sionisti, più dei sionisti ebrei – per loro Israele è la Bibbia. La Calabria è sempre stata terreno fertile per quelle che una volta si chiamavano le sette.
.
Una biografia, infine, di Antonio Jerocades, il rivoluzionario di Parghelia (Tropea) a fine ‘700, personaggio di rilievo a Napoli, benché negletto dalle storie, e inquietante. La bio ne documenta il massimalismo, tra un viaggio e l’altro dai parenti a Marsiglia, cioè a fonti primarie della massoneria. A ogni piega delle riforme prima, di Tanucci e successori, e poi, dopo il 1789, della rivoluzione, chiede, propone e impone sempre di più. Fino alla sconfitta, rovinosa, ma non per lui.
Un personaggio, molto individuato, ma di psicologia non particolare, si direbbe anzi sociale.
 
La malfamata sanità calabrese, sottratta ai commissari pensionati di lusso, sarà la prima a offrire lo psicologo a scuola. Il “disagio psichico” connesso alla crescita è stato riconosciuto, un test di accettazione si sarebbe fatto che ha registrato 6 ragazzi su 10 interessati. I problemi non mancavano, qui come altrove: bullismo, cyberbullismo, cattiva nutrizione, dipendenza dai social. E la Regione ha creato la professione, col Fondo sociale europeo: 45 psicologi assistono 285 scuole.
 
“In questa provincia”, Reggio Calabria, cioè la Calabria che sta visitando, “che pure fa parte di un paese famoso per le sue melodie, per i suoi suoni morbidi e suadenti, per i suoi deliziosi canti popolari ma anche per le sue belle voci e i suoi eccellenti cantanti, non mi è mai capitato di sentire una bella voce o un canto popolare melodioso”. Il nobile viaggiatore austriaco Friedrich Werner van Oestéren, che annota la mancanza in fine al suo resoconto di viaggio del 1908, “Povera Calabria”, la dice “colpa della razza, del sangue arabo”.  Se non che oggi la musica pop è prevalentemente al modo arabo della melopea – van Oestéren si cautelava: “Voci profonde, rotte, e melodie orientaleggianti, monocordi, povere di suoni”.
 
Nicholas Pileggi, lo scrittore (soggettiste e sceneggiatore di Scorsese, “Quei bravi ragazzi”, “Casino”), calabrese di origine, fa fare giustizia, con l’ironia, con la beffa, della mafia americana a Frank Costello, altro calabrese di origine. Insieme fanno giustizia in particolare di Vito Genovese, napoletano, e quindi prepotente – specie con e sui calabresi.
 
Soprattutto questo Costello di “The Alto Knights - I cavalieri del crimine”, quello di Pileggi, è di instancabile humour. Quasi fosse una cifra del linguaggio, anche se parla inglese, anche davanti a una commissione d’inchiesta del Senato che lo mette in difficoltà. Anche questa è una certificazione d’origine: la zannella soprattutto. Una corazza - con l’ironia non si è mai perdenti, neanche nella sconfitta.

Il giudice Gratteri va in tv e difende la non separazione delle carriere col giudice Falcone: “Era contrario”, esordisce trionfale, agitando sul cellulare un’intervista del 25 gennaio 1992. Intervista inventata – Falcone era favorevole, l’aveva spiegato in un’intervista a “la Repubblica”, il 3 ottobre 1991 (all’indimenticato Pirani), quando ne parlava Craxi. Si può sbagliare. Ma Gratteri cita il falso con prosopopea, un giudice in Calabria è di rispetto. Per lo stesso motivo “’un sta a spacca’ ‘r capello”, come dicono a Roma.

Gratteri si giustifica poi spiegando che la falsa intervista del giudice Falcone gli era stata inoltrata da persone serie, persone autorevoli dell'informazione. Una provocazione? La mafia anche a “La 7, la sua televisione? 


leuzzi@antiit.eu

I due duellanti in mafia - De Niro con se stesso

Frank Costello, capo delle mafie italo-americane a partire dal 1937, quando il suo amico e capo Vito Genovese aveva dovuto tornarsene in patria, a Napoli, per evitare per evitare l’arresto, si confronta ora con Vito, riportato in America dalla polizia militare Usa, in attesa di un processo per omicidio, che rivuole il suo posto di capo. Per questo lo fa anche sparare, ma l’attentato riesce male. Costello non cede, e rimprovera Vito, di persona più volte e nelle riunioni della “cupola” mafiosa, perché trafficando gli stupefacenti espone la “famiglia” a rischi gravi – condanne pesanti, anche a vita.
Un filmone, attraente in ogni imagine, costruito con poco: l’ottantenne De Niro praticamente sempre in scena, che si racconta e racconta ogni altro, tanti personaggi di complemento, e molte foto d’epoca. Con ottimo dosaggio dei toni e dei generi, crudo e ironico, sanguinario e perfido, amichevole e ossessivo. Tutto sommato, uno sguardo ironico sulla mafia. Il filone è quello di “C’era una volta l’America”, ma senza il melò: niente musiche accorate, e niente cuorinfranti, giusto la stessa coppia di amici dalla prima giovinezza sfrontata alla maturità e alla vecchiaia rognose.
Una storia senza neanche storie o figure memorabili, anzi attorno a figure brutte e bruttissime, e a personaggi e vicende alla fine di poco o nessuno spessore. Sul modello dei duellanti: Vito Genovese e il suo amico, protetto, vice capo-cupola mafiosa, suo successore, Frank Costello. Attorno a un tema, le mafie italo-americane, delle loro trame di mercato e politiche, non delle saghe familiari alla “Padrino”, alla fine di poco interesse. Che un mostruoso De Niro ravviva in ogni piega: più di tutti si diverte, e diverte, l’ottantenne De Niro, che fa Costello e anche il suo rivale Genovese, una performance memorabile.
Per il soggettista e sceneggiatore Nicholas Pileggi un ritorno alle origini, al suo primo film, pensato (suo il romanzo che ispirò il regista, “Il delitto paga bene”) e sceneggiato per Scorsese, “Quei bravi ragazzi”. Un cerchio che si chiude, come per De Niro, protagonista allora e oggi. Una specie di “tempo perduto”, di malacarne.  
Il titolo originale è il nome di un club a Manhattan gestito da Costello, molto (ben) frequentato nel primo dopoguerra.
Barry Levinson, The Alto Knights - I cavalieri del crimine, Sky Cinema

martedì 11 novembre 2025

Il pil non va – tra Italia e Germania matrimonio repubblicano

Soffre l’economia in Italia perché soffre, da più tempo, quasi tre anni ormai, dall’inizio della guerra in Ucraine, febbraio 2022, l’economia tedesca. L’economia italiana è legata a filo doppio a quella tedesca, specie la meccanica. Il Lombardo-Veneto, se ci fosse contiguità territoriale con la Baviera e la Renania Westfalia farebbe l’area più industrializzata d’Europa, e forse del mondo – oltre che la più ricca. Le due economie sono ora legate come da un “matrimonio repubblicano” – l’artificio inventato dai rivoluzionari francesi contro i controrivoluzionari: per risparmiare sulle spese dell’esecuzione ne legavano due insieme prima di buttarli al mare. Ma il traino è la Germania. Se le cose non funzionano in Germania non funzionano neanche in Italia.
Pesa anche naturalmente – continua a pesare, ormai per il terzo o quarto anno consecutivo - la quasi scomparsa dell’ex Fiat, tra cassa integrazione, abbandono di modelli, chiusure di impianti, cessioni di grandi aziende poi chiuse, come Magneti Marelli (e presto Iveco). Questo incide di più – è il pil industriale (manifatturiero), in calo da un paio d’anni, che soprattutto indebolisce l’economia. E sarà più incisivo, in negativo: cambiare struttura produttiva non si fa da un giorno all’altro – non si valuta abbastanza l’abbandono della Fiat.

Cronache dell’altro mondo – campagnole (367)

Il “Farmer’s Almanac” chiude la pubblicazione, dopo oltre due secoli – uscì ne 1818. Un almanacco unisce consigli di coltura, previsioni meteorologiche, curiosità, consigli su giardinaggio, cucina, pesca, conservazione, unorismo.
Sull’almanacco americano si sono conformati quelli italiani, il “Barbanera”, “Frate Indovino”. Che tuttora escono a Natale, puntando sul cosiddetto “ritorno alla terra”.
Negli Stati Uniti è al contrario: la farm è finita da tempo. L’agricoltura è uno dei punti di forza americani, economico e politico Ma è un’economia di grandi dimensioni, di economie di scala, per di più di conglomerati per i quali l’agricoltura è solo un ramo di attività come un’altra, specialità e tecniche di coltivazione e produzione messe a punto fuori dai campi.

Vita agra e allegra di Lucia

“«È dura, questa vita in paradiso», disse Buzz”, uno degli uomini di “Maya”, l’autrice - quello col quale vive più spesso in Messico, il solo non spiantato, amorevole e giocoso, ma dominato dalla droga, al secolo Buddy Berlin. Questa la vita nella “Barca dell’illusione”, a Yelapa, in Messico, dove Lucia ha passato molte stagiomi, anche dopo la separazione. Racconto, questo e gli altri, di vita vissuta, con leggerezza, e una venatura di umorismo, ancorché malinconico, che è la cifra della narratrice.
Prima di Yelapa la felicità abitava Puerto Vallarta, il luogo del racconto del titolo, l’invasione della modesta località da parte dei grandi nomi del film “La notte dell’iguana”, prima che il film la gentrificasse. Con John Houston gran signore, Ava Gardner matura quarantenne ubriaca, per lo più, due matrone americane in cerca di ragazzi facili a eccitare, Elizabeth Taylor e Richard Burton invece adorabili, giovani, tanquilli, beneducati, simpatici. Il comico è qui del ballerino che Ava Gardner ha rimorchiato per la notte ma che, quando lei gli si presenta nuda, resta inesorabilmente moscio.
Racconti singolarmente curati. Con un vocabolario estremanente vasto. Ricercato, ma senza essere pretestuoso. Preciso – grande lavoro di bulino per Manuela Faimali, che li ha tradotti. Accolti trionfalmente all’uscita, postuma (in raccolta), e dimenticati, a torto.
Le scatole Musical Vanities Boxes sono della vita infantile di frontiera, Juarez, El Paso. Scatole vendute di soppiatto con l’amica Hope, una serie di straodinarie avventure in città – anche andare di soppiatto al cinema. L’atolforno a El Paso, presso il quale Lucia bambina vive coi nonni, è però “una bomba atomica”, tanto è pauroso e ammorbante. E tutti gli uomini, giovani, hanno due vite, mentre le ragazze, giovani di giorno, anche loro, sono di medio pelo la notte, esagerate, su di giri.
“Andado” è il racconto del week-end memorabile in una villa in campagna fuori Santiago del Cile,  dove la giovanissima Lucia subirà il suo primo amplesso, col padrone di casa amico del padre che l’ha invitata, padre a sua volta di molti coetanei, evento che le biografie registrano come stupro, ma qui raccontato come una féerie, di fiori, farfalle, zeffiri, una sorta di idillio. In una campagna “illuminata” dagli aromi. Nel racconto Laura\Lucia non è abusata, è consenziente e il primo rapporto vive estremamente romantico, sepure con un padre padrone – in rapporto con i suoi propri figli: tutto si svolge fra letture, specie di Turgenev, “Primo amore”.
“Andado” è anche il racconto dei siti minerari dove Lucia ha vissuto da bambina, in alloggi spesso primitivi, in posti remoti e desertici, freddi. Un mondo non suo, quello dei genitori, compreso l’amato padre. La prima grande miniera a cielo aperto, che le fa, anche questa, l’effetto di una bomba atomca, la vede in Cile. Il padre vi aveva trasferito la famiglia da dirigente dell’Anaconda – una multinazionale che poi si segnalerà nella caduta di Allende - e forse lavorava, Lucia si compiace di pensare, per la Cia. In “Itinerarrio” c’è pure, di sguincio, la madre: assente, ubriacona, cattiva.
Racconti di vita vissuta. I matrimoni, quattro, le case, qualche dozzina, gli amici. E le amiche del padre, presso cui è indirizzata quando si avventura sola, negli Stati Uniti, città per città, dove deve fare scalo. Con una straordinaria zia Martha, che il padre avrebbe in qualche modo mantenuto, che viene a darle il bentornato negli Stati Uniti all’aeroporto di Miami, “grottescamente grassa, con un gozzo, un immenso gozzo”, e “con tutta la snobberia di una adolescente vanesia”: la grottesca zia le spiega che il padre è stato un ragazzo orfano, che a dodici anni il pomeriggio lavorava alle raccolte nei campi, studiava la notte e la mattina andava a scuola – in contrappunto con la vita brillante di Santiago del Cile.
I due racconti di Albuquerque, “La casa di adobe col tetto di lamiera” e “Lead Street”, sono della vita di Maya-Lucia, moglie ventenne di uno scultore, con cui fa anche dei figli, che la dice  “asimmetrica” la prima volta che la vede nuda, e la fa dormire a pancia in giù, per raddirazzare il nasino che guarda all’insù - lo scultore Paul Suttman, che alla nascita del secondo figlio se la squaglia in Italia (vi vivrà per otto o nove anni con varie borse dell’Accademia Americana di Roma,  qualcosa di suo è rimasto a Pietrasanta). Un racconto fatto – meglio? – anche nel memoir “Welcome home”. “La mia vita è un libro aperto” è della sua propria relazione, quando viveva sotto alcol, con un ragazzotto, coetaneo amico dei figli, un poco di buono.
Cose viste e vissute, in racconti dettagliati, con taglio sempre unoristico, lieve. Intervallate da frammenti, della stessa natura, di persona e cose, eventi tagliati (inscenati) in un particolare momento, flash della memoria, aneddoti. Materiali che non hanno trovato posto nelle precedenti raccolte, ma non per la qualità della scrittura – forse per problemi di privacy, dell’autrice, delle persone rappresentate. Non manca il giallo – chi ha ucciso Sara? – anch’esso umoristico: quanti colpevoli!
Una narratrice, si conferma, dettaglista – minimal in questo senso. La varietà floreale è sempre precisa, i luoghi pure, e le (tante) abitazioni, in genere molto precarie. Ma tutto sempre vivo, anche se irrilevante, e ricordato con humour – anche quando i topi la passano addosso, come nella prima casa, quella di “adobe” col tetto di lamiera, e senza scarichi, allo sprofondo di Albuquerque. E della giusta misura, mai profusa. Di cose e di persone.
Lucia Berlin, Sera in paradiso, Bollati Boringhieri, pp. 280 € 18

lunedì 10 novembre 2025

Secondi pensieri - 572

zeulig


Dio
- “Noi non possiamo sbarazzarci di Dio finché crediamo ancora nella grammatica”, Nietzsche – che vorrà dire?
O: 
“La «ragione» nel linguaggio: oh, vecchia infida bagascia! Temo che non ci libereremo di Dio perché crediamo ancora nella grammatica”.


Inadeguatezza – Cresce con l’autocoscienza – la confessione ininterrotta, più o meno analitica,  una sorta di incruento seppuku, con le viscere in bella vista.  Con l’esposizione, la teatralità. L’autocoscienza usava terapeutica nell’intimo, come un riesame (la confessione era a fini pratici, l’acquisto di indulgenze).   
Si è inadeguati rispetto a quale “cento”, a quale adeguatezza?


Storia - Uscendo dalla lettura sterminata del Napoleone di Stendhal, era la sua ossessione, si vede quanto la storia sia micragnosa là dove riluce gloriosa. Di un uomo che vinse giovane per caso, per avere tirato la cannonata giusta al momento giusto, ed essersi poi trovato in mezzo alle faide della Rivoluzione, dopo avere fatto la fame. Sarà la provvidenza, ma si chiama anche caso. Napoleone non ebbe mai, in nessun momento, un disegno: l’invasione dell’Inghilterra e della Russia erano scemenze, e in Russia si dimostrò la sua avventatezza. Vinceva le battaglie, ma per l’indisciplina e la ferocia delle sue truppe, che mandava lacere e pagava col bottino, mentre veniva confrontato da schieramenti e manovre, la guerra bella del Settecento che rifuggiva dal macello. Metteva a frutto il capitale di simpatia della Rivoluzione, sia coi francesi che con i popoli europei, ai quali la rivoluzione faceva pagare con laute riparazioni. Anche di battaglie, se si fa il conto, ne perdette più di quante ne vinse. Dove trovò nemici, in Spagna i preti, in Russia il gelo, si arrese. L’esercito prussiano che lo sconfisse a Waterloo era di volontari, giovani, letterati, libertari.
La storia – la provvidenza? – ha di queste insensatezze. All’ingrosso si può dirla la realizzazione di un piano nascosto della natura per produrre una costituzione politica perfetta, come vuole Kant. O imperfetta? Il Brasile illuminato ordinò nel 1890 la distruzione degli archivi del mercato degli schiavi. A fin di bene, per abolire le tracce della schiavitù. Ma privò gli schiavi della loro storia. 

Storia filosofica, quella di Kant, e non empirica. Per cui “ogni cultura, ogni arte che fanno ornamento all’umanità, così come l’ordine sociale più bello, sono i frutti dell’insocievolezza, che, costretta a disciplinarsi, sviluppa i germi della natura”. Deve essere comunque così, la storia è comunque l’anima del popolo, checché esso sia. Montaigne trovò gli italiani gradevolmente immersi nelle storie, in rima, del Boiardo, dell’Ariosto e del Guerin Meschino. Ora s’incontrano sgradevolmente immersi nella storia, di cui sentono il bisogno come del cibo, ma confondendo nomi e date. Troppe bugie vi si dicono.


La storia vera è un serpentone pieno di nodi, ognuno dei quali è un altro serpente. O è fatta di lampi, razzi sparati nel cielo, frecce scoccate in ogni direzione. Al modo di Prometeo, di un dibattersi contro catene invisibili quanto solide. La storia delle cose è zero, e il contesto è contestabile – è la casa modulare dell’ingegner Ciocca, una pappamolla. L’umanità è un affollato battaglione in surplace, testa eretta, tendini tesi, che non si stacca da terra. Lancia messaggi, organizza tiri, apre squarci, ma sempre fermo dove e com’era, spingendo, minacciando, brontolando. La storia – il progresso - è aerea, l’umanità è terrena, di materia greve. Ma non si può dire inerte. Dei re e imperatori, che sono stati in gran numero, quando uno è intelligente trova un posto nella storia. Per il che pare che la storia sia fatta da principi, re e imperatori, e tutti intelligenti. I quali invece in più gran numero e per il maggior tempo vivono di caccia, malevolenze, tirannie.


I pochi se ne appropriano perché la scrivono, fa la storia chi la scrive. La storia è opera letteraria, per questo trae in inganno.


Verità - La verità è la condanna dello spirito laico - “è per i santi e i ciabattini”, un tempo si diceva. Chi ha il senso tragico, oppure religioso, del mondo, sa che Dio è la maschera d’ogni cosa.


La verità, se si vuole, è nella maschera. Il Figlio di Dio visse nascosto, tra un padre e dei fratelli putativi, poi mise in scena se stesso. Dio si nasconde, nella Trinità, le Dominazioni, i Profeti. E una lunga serie di suoi doppi ha ispirato, dal califfo delle Mille e una notte a Shakespeare.
Ci sono desideri e paure, buone intenzioni, fantasie, progetti, e il tutto si rimescola in casuali figurazioni all’impronta. Non c’è decoro, o rigore che tenga.


Si attribuisce al cardinale Newman, ora fatto santo, ultimo o uno degli ultimi “cercatori di verità”, la massima: “Il Signore rifiuta la simpatia”. Ma, a un riscontro, il cardinale invece l’apprezzava, che ebbe come motto “cor ad cor loquitur”, il cuore parla - e si volle sepolto nella stessa tomba di Ambrose St.John, un frate, amico di una vita fin dal collegio, la cui morte aveva pianto “più di un marito, o di una moglie”.


Avverso alla verità non è il dubbio o l’errore, è l’inganno.

La verità Gregorio Palamas differenzia dalla falsità solo per pochi tratti. E ancora, essi sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende da ciò che si vuole.

zeulig@antiit.eu

Pasolini è un po’ Foscolo

Una compilazione di carte moraviane diretta e a cura di Toni Maraini. Notevolissimo quaderno – l’ultimo della serie? Se non altro per l’appunto manoscritto su un foglietto, su Pasolini, “poeta civile” da mettere accanto a Leopardi e Foscolo – “una poesia civile di sinistra mutuata dal decadentismo. Esperienza decadente principalmente di Rimbaud”  
Il quaderno è centrato sul saggio di Moravia “L’uomo come fine” – poi ripreso a parte, in volume, sempre da Bompiani). Una riflessione sconfortata, benché opera del 1946 (così è specificato nella nota redazionale alla prima pubblicazione del saggio, su “Nuovi Argomenti”, n. 11 (novembre\dicembre) di “Nuovi Argomenti”. Una sorta di labirinto dialettico – Geno Pampaloni lo trovava lo scritto il più intimamente ebraico di Moravia”.
La nota del 1946 diceva anche: “”Questo saggio…. non vuole avere alcun valore sistematico e filosofico, bensì soltanto quello di una riaffermazione di fiducia nel destino umano”. Ma il tema, pur nel tortuoso svolgimento, è chiaro: l’uomo diventa sempre più un “mezzo”, ma non è chiaro per quale “fine”.  Oggi si direbbe per il mercato – che però è una pubblica piazza.
Una scelta di fotografie di Laura Sonnino Jannelli integra il saggio di Moravia – ma sono, vive, brillanti, di un modo fuori dall’orizzonte del saggio, di un’Africa allora (e ora?) sconosciuta. Raffaele Manica ne dà invece un’inquadratura più perspicua.
C’è anche Dacia Maraini, con una testimonianza sul “Corriere della sera” contro il pettegolismo che seguì la morte di Moravia, inteso a farne un pettegolo, e anche malevolo. Un altro testo disperso, un racconto poco “moraviano”, “Il barone normanno”, “saggio biografico” di Guglielmo il Conquistatore, pubblicato sotto pseudonimo (effetto delle leggi razziali?) nel 1939, completa il quaderno.
Con tre scelte di poesia, di Anna Cascella, Giuseppe Goffredo e Jabbar Yassin Hussin, iracheno.  
Toni Maraini (a cura di), Quaderni 2’00, Fondo Moravia, pp. 187 pp.vv.

domenica 9 novembre 2025

Letture - 595

letterautore


Bloomsbury – È Bloumbsburry nell’argotico francese di Céline, “Londra”, la pronuncia più corriva per un latino, e più condona al “parlato” dello scrittore – altrove detto correttamente Bloomsbury, ma è uno dei quartieri dove la “feccia” della narrazione si sviluppa.
 
Bovary all’opera – “Madame Bovary e l’opera italiana” è un seminario, della serie “Drama Queens”, annunciato dalla “New York Review of Books” con Daniel Mendelssohn, per una sessione di tre sedute dal 7 gennaio. Si parlerà di “Lucia di Lamermoor”, “La Traviata”, “Madame Butterfly”, e di “Madame Bovary” di Guido Pannain, 1955.
 
Carciofi fritti – In uso a Roma in alternativa a quelli “alla romana”, avevano fatto gola a Colette. Lo scopre Giuseppe Scaraffia (“Sole 24Ore Domenica” del 12 novembre) alla mostra parigina “Le mondes de Colette”. Era a Roma durante la prima guerra mondiale per scrivere corrispondenze giornalistiche, e vi aveva conosciuto D’Annunzio -  di cui poi ha tenuto “sempre sulla sua scrivania” la foto con dedica: “Una volta chiarito che non era disposta a cedere alla sua corte, lo scrittore si era trasformato in una perfetta guida della capitale, di cui Colette aveva molto apprezzato i carciofi fritti”. Il vate dei carciofi?
Sono tornati “fritti” invece che “alla giudia”, come comunemente si chiamano, dopo Gaza?
 
Graal Un residuo dell’epoca delle reliquie, di quando si credeva alle reliquie. Prima Sacro Catino. Poi Calice di Antiochia, o coppa eucaristica dell’Ultima Cena, “resa leggendaria dai romanzi cavallereschi del Medio Evo”. Ora è la coppa col sangue di Cristo che Giuseppe d’Arimatea portò con sé quando sbarcò in Inghilterra – tenuta in custodia “in un centro benessere ispirato alle filosofie New Age”. Il filologo, “specialista di materia arturiana”, Claudio Lagomarsini sintetizza così sul “Sole 24 Ore Domenica” la sua storia “Come scoprire il Graal. Storie di cavalieri, occultisti, cercatori”.
Il Sacro Catino proveniva dalla cattedrale di Genova - attesta Jacopo da Varagine (da Varazze), l’arcivescovo della città famoso autore della “Legenda aurea”, la raccolta di vite dei santi, spesso spericolata - dove era arrivato alla fine del Duecento. Come reliquia prelevata in Terrasanta, bottino di guerra intorno al 1100: “I libri degli inglesi chiamano questo vaso Santo Graal”. Il vaso si è poi scoperto essere di vetro soffiato, forse del IV secolo.
Il “calice di Antiochia”, con la figura del Cristo, emerge nel 1910: “Acquistato da un antiquario siriano a New York, il manufatto è data al I secolo da Gustav Eisen, naturalista svedese massimo esperto di fichi” (vero).
Quanta letteratura su falsi.
 
Inglesi – “Sono strane mescolanze all’interno degli inglesi”, sbotta a un certo punto Céline, giovane mutilato di guerra del 1914 inviato in vacanza - in missione - a Londra, nel racconto “Londra” che ora si pubblica: “Shakespeare è così”. Così come? “Pioggia o no, sono felici di aspettare gli inglesi. Farebbero non importa che per il loro piacere anzitutto quelle persone, ma tristemente…Guerra o pace, gli inglesi amavano la fila, il teatro, se ne abbuffavano, kaki del fronte, della caserma accanto, prendevano spesso fino a tre rappresentazioni dello stesso, in fila, e dodici tè al limone durante, sempre senza parlare. Si votavano al piacere, alla ruminazione e alla morte. Shakespeare lui è così”.
 
Marx – C’è Marx nell’opera del (giovane?) Céline, “Londra. Nella persona del suo grande amico anarchico, un vecchio Borokrom, che è stato di tutte le rivoluzioni, ora sempre battagliero ma deluso: “Vedi, Ferdinando”, Céline si fa spiegare da Borokrom, “non c’è più niente da fare con gli uomini, non hanno più umiltà,… ciò che gli piace in Marx, ora te lo dico, è il gigante d’orgoglio, qualcosa come Victor Hugo ma allora da briccone, capisci, un romantico delirante con numeri e precisazioni. Triste!”.
 
Pasolini - Recensendo la raccolta degli articoli originali di Pasolini come pubblicati ora dal “Corriere della sera”, “Pasolini e il «Corriere della sera» 1960-1975”, Emanuele Trevi rileva che rieditando buona parte di questi articoli per i due volumi  “Scritti corsari” e “Lettere luterane”, “opportunamente rivisti e spesso scorciati”, o anche solo cambiando il titolo, quello del “pezzo” più famoso (“Io so”), che sul giornale era “Che cos’è questo golpe?”, in “Il romanzo delle stragi”, “Pasolini diede un esempio luminoso della sua lealtà verso i lettori”. Perché l’“io so” è contrappuntato in finale da: “Ma non ho le prove”. E “fuori dal romanzo”, chiosa Trevi, “oggi più che mai è necessario ricordarlo, il sapere privo di prove è ripugnante”.
 
L’idea di “Petrolio” sarebbe nata quando Piero Ottone invitò Pasolini a collaborare al “Corriere della sera”. È probabile: la Montedison, cioè Cefis, era la proprietà reale del “Corriere della sera” (stante l’impecuniosità della proprietà formale, di Giulia Maria Crespi), e la cosa era indigesta a Ottone e al sindacato dei giornalisti che lo sosteneva. Ottone si professava liberale ma era soprattutto uno snob, che disprezzava gli affari, quindi Montedison, quindi Cefis (pessima prova se ne ebbe qualche ano dopo, da presidente dell’Editoriale la Repubblica, di Formenton-Mondadori). Cefis si voleva, dai rivoluzionari dell’epoca, lui come altri imprenditori, Pesenti (Italcementi) o Monti (petrolio), il Grande Burattinaio che combatteva la “rivoluzione”, naturalmente d’accordo con i servizi segreti, e anzi voleva “i colonnelli” – è su questa base che proliferò il brigatismo. Facile associare questo Cefis agli eccessi di ogni tipo che Pasolini assommava nel “romanzone” – quello che faceva, in parallelo, al cinema col progetto di “trilogia della morte”: “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, “Porno-Teo-Kolossal”, e un titolo ancora da definire.
La persona di Montedison che si occupava del “Corriere”, come di ogni altro giornale, era Gioacchino Albanese, mitissimo direttore delle relazioni esterne, socialista. Cefis era stato un capitano dell’esercito, nel 1944 nella Resistenza, distintosi nella Repubblica dell’Ossola - Mattei, che era un politico, se l’era messo a fianco all’Eni per questo suo passato nella Resistenza bianca – queste cose allora non si potevano dire o sapere.
 
Dr. Spock – Maria, Marjorie e la narratrice, tre vicine di casa nel racconto-memoir di Lucia Berlin del suo primo matrimonio da adolescente ad Albuquerque (il racconto “Lead Street Albuquerque”, nella raccolta “Sera in paradiso”), nella casa di adobe in mezzo al nulla, tutt’e tre incinte, che poi avranno il bambino a distanza di uno o due giorni l’una dall’altra, passano il tempo bevendo tè ghiacciato “mentre ci leggevano a vicenda il Dr. Spock”. Il “Dr. Spock” è stato il manuale pratico per le giovani coppie al primo figlio, negli anni 1960-1970, quado si tendeva ad allontanarsi dalla famiglia, e quindi si rinunciava all’esperienza dei genitori.     

letterautore@antiit.eu

Calvino è un po’ Galileo

Non solo “il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo”, ma anche il genio combinatorio - e uno in grado di tenere testa all’Inquisizione. Maestro di Calvino non solo per la scrittura asciutta, giusto il necessario – l’exploit Galileo si produce in un secolo verboso come il Seicento, quello calviniano in un secolo ideologizzatto come il Nvecento (miriadi di libri illeggibili).
Un saggio in forma di recensione del “Galileo eretico” di Pietro Redondi. Già pubblicato su due pagine di “la Repubblica” il 13 ottobre 1983, è ripreso nella raccolta “Mondo scritto e non scritto”).
Italo Calvino, How They Got Galileo, “The New York Review”, 8 ottobre 1986, in libera lettura (disponibile in traduzione italiana)

 

sabato 8 novembre 2025

Problemi di base amorevoli - 888

spock


“Solo chi ama conosce”, Elsa Morante?
 
“Solo l’amare, solo il conoscere\ conta”, P.P.Pasolini?
 
“Se temete la solitudine, non sposatevi”, Čechov?
 
“Il cuore consiste nel dipendere!”, Paul Valéry?
 
“Un matrimonio felice è una lunga conversazione che sembra sempre troppo breve”, A. Maurois?
 
L’amore viene e va, a capriccio?

spock@antiit.eu

L'amore è ingannevole

Amori e disamori, l’amore viene a va, eccetera. La solita commedia. In cui, a parte qualche morte e molti (dis)inganni, tutto va. Ma la storia è gestita questa volte dalle donne, tre “amiche”. Però incolpevoli: l’amore, insomma, è strano - tutte le coppie che si amano dovrebbero ricordarsi che un giorno forse non ci si amerà più, e concedersi questa libertà, è la morale della favola. 
Due ore gradevoli – e non è facile, in tema.
Emmanuel Mouret, Tre amiche, Sky Cinema

venerdì 7 novembre 2025

Ombre - 798

Muore la brigatista spietata Braghetti e l’allora capitano dei Carabinieri che nel 1980 riuscì ad arrestarla, Domenico Di Petrillo, spiega: “Decisivo fu un infiltrato che Ugo Pecchioli del Pci mise a disposizione del generale Dalla Chiesa, e che abbiamo gestito io e il capitano Bonaventura”. Che si vuole laudatorio del Pci, ma dice anche che il Pci sapeva.


Con l’elezione di Mamdani a New York, due donne indiane sono le (quasi) first lady d’America. La madre del neo sindaco, e già eletto oppositore numero uno di Trump, Mira Nair, della dinastia indiana di feudatari, guerrieri, viaggiatori, di suo regista acclamata, anche negli Stati Uniti, e la moglie di Vance, Usha Chilikuri, un’avvocatessa a cui il vice-presidente ha sempre attribuito, già col suo “Elegia americana”, il merito della propria “rigenerazione”, personale e politica, dopo gli anni bui dell’adolescenza e della prima giovinezza. Non male per un paese sprofondato nella “crisi della democrazia”.  

Un afroindiano, seppure di alto lignaggio, dopo un afroamericano: l’elettorato delle minoranze si mobilita in America, e fa la maggioranza. Con che effetto è da vedere. Il primo, il sindaco uscente Adams, anche lui plebiscitato, è stato un fallimento, da tutti i punti di vista. E si parla già di New York come di una nuova Washington – la capitale, dacché c’è il sindaco del Distretto di Columbia, 1975, è sempre stata amministrata da afroamericani, con risultati non positivi.

Mamdani, sindaco di New York, è l’anti-Trump per i media italiani. E la concorrente vittoria del partito Democratico per il governo di Virginia e New Jersey è la riscossa dello stesso partito. Senza dire che il New Jersey vota democratico da molti decenni, e che la Virginia vota alternato, una volta repubblicano, una volta democratico. Si tace anche che Mamdani divide, e non rilancia, il partito Democratico - lo scrittore Safran Foer racconta come si è recato al seggio per votare Mamdani e poi non se la è sentita, ha votato scheda bianca. Si direbbero i media italiani l’arcinemico di Trump, il ridicolo è pur sempre un’arma.    

“Bpm, il Ceo Castagna mette le cose in chiaro: «Mai pensato di acquistare Crédit Agricole Italia»”. Mentre è in corso l’acquisto di Bpm da parte del Crédit Agricole. Scade nella farsa la “resistenza” di Castagna all’ops Unicredit.Con il ministro Giorgetti che fa sapere di essere impegnato a Bruxelles a spiegare che, sì, no, che Unicredit è largamente presente in Italia – se non altro per le sette o otto banche che hanno dato vita al gruppo, che, per carità,se voleva acquisire Bpm lui non ha detto di no. Le ragioni della Lega – del potere – sono diverse da quelle della ragione.  
 
Si scopre oggi la “pornografia della povertà”, le immagini false di bambini gonfi dalla fame, o macilenti, e di un’Africa di sabbia, deserta, per commuovere piccoli e grandi donatori per le “opere di bene”. Tutto nacque nel 1968 coi i bambini della guerra del Biafra, della regione più ricca della Nigeria, che è – era – il paese meglio messo dell’Africa, auspice Susanna Agnelli, futura ministra degli Esteri. Cosa non si fa, (a spese) dell’Africa. È più il bene che fanno, la cooperazione e il terzo settore, oppure lo spreco delle risorse?
 
È come se lo Stato si ribellasse al governo, alle audizioni parlamentari sulla finanziaria 2026: Banca d’Italia, Istat, Corte dei Conti, Ufficio parlamentare per il bilancio fanno a gara a denunciare bassezze e turpitudini del governo. In controtendenza con le agenzie di rating, e con i benefici fiscali per i lavoratori, al terzo o quarto anno. Lasciano il tempo che trovano, i lavoratori non leggono i resoconti parlamentari, e queste testimonianze, esageratamente sbilanciate, valgono a futura memoria, quando al governo tornerà il Pd. Ma testimoniano, la “gente” lo capisce, a favore del governo, che non ha esagerato col sistema delle spoglie –non dove poteva intervenire, p.es. all’Istat e all’Upb. In Bankitalia no, è (abbastanza) indipendente, ma i suoi funzionari che denunciano come troppo ricco chi guadagna la metà o un terzo del loro stipendio ( senza contare i fringe benefits, esentasse) sono solo ridicoli. 
Come mai la sinistra, questa sinistra, “intellettuale”, istituzionale, burocratica, aiuta la destra?

Da Alfredo Reichlin, già ministro dell’Economia nel governo ombra del Pci, e Luciana Castellina si sono germogliati due economisti di chiara fama, Pietro, si scopre in occasione delle audizioni parlamentari sulla manovra, e Lucrezia, da tempo commentatrice principe sui grandi giornali. Buon sangue o buon partito? Pietro insegna alla Luiss, l’università dei ricchi.


465 coloni israeliani, inquadrati, protetti dalla polizia, entrano nel complesso della moschea Al Aqsa, il luogo più sacro dei mussulmani dopo la Mecca, protestando “visite turistiche guidate”, nel mentre che fanno riti purificatori. Al netto del ridicolo, è un segno di barbarie. Tanto più che è inavvertita – un diversivo come un altro. Da gente che si vuole molto devota.

È lite tra il giornalista Ranucci e il Garante della Privacy. Che però è stato nominato, nel 2020, dal governo Conte 2, il cosiddetto governo giallorosso, 5 Stelle col Pd, lo schieramento politico di Ranucci. Quattro membri su 5 di Pd e 5 Stelle. Ma questo non si dice.

Si annuncia un tennis misto a Dubai per Capodanno - tra la prosperosa campionessa Sabalenka e un Kyrios ex campione che sopravvive per insultare Sinner - come la sfida del secolo, che “libera” le donne. Mentre è il solito circo per riempire gli alberghi e le tv –l’emiro del Dubai è nato grande commerciante. Si equivoca sul Rinascimento delle petromonarchie, sulla testimonianza pagata di Matteo Renzi tre o quattro anni fa. Mentre le donne, nonché in mutandine, non vi possono andare neanche in pantaloni, se non ricoperte da gramaglie che ne nascondano le forme.

Netanyahu fa arrestare la Procuratrice Militare perché ha denunciato un caso di tortura. E punta alla Procuratrice Generale che lo ha rinviato a processo per malversazioni. Se ne fa scandalo ma non troppo. Neanyahu non è un premier eletto?

Il governo Netanyahu al completo diserta la cerimonia per i trent’anni dall’assassinio del primo ministro Itzak Rabin.Nemmeno un commento dispiaciuto. E questa è la realtà di Israele, che da Rabin in poi vota a destra, e anche all’estrema destra. Cioè coloro che armarono l’assassino, e poi lo giustificarono. Sono fatti, non riducibili all’antipatia che può suscitare Netanyahu, l’opportunismo politico.


All’improvviso, dopo trent’anni dalla morte, si celebra in Israele Itzhak Rabin. Il generale e primo ministro socialista assassinato perché aveva  fatto la pace a Oslo – aveva provato a fare la pace. Come se Israele avesse capito che non potrà vincere tutte le guerre – questa è la terza dopo l’indipendenza e il Kippur, e la più lunga e cruenta, per giunta contro una forza che si svilisce, un gruppo terrorista.


L’assassinio di Rabin è stato un fatto grave. Ma liquidato, fino ad ora, come l’opera di un esaltato. Anche se ispirato, e praticamente armato, da un influente ministro di Netanyahu, Ben Gvir, uno di quelli che la Palestina vuole ripulita dei Palestinesi. Israele si è resa conto in questa guerra, contro “una banda terrorista”, che non può vincere tutte le guerre? Anche con le armi e i soldi degli Stati Uniti?

Si celebra l’arrivo di Spalletti ad allenatore della Juventus. E si dimentica che questo grande club, il più blasonato e ricco, e quindi in teoria il meglio organizzato, ha cambiato tre allenatori in sette mesi – nemmeno il pittoresco Gaucci del Perugia. Mentre si gravava di acquisti costosi di atleti che non fa giocare – non sanno giocare.

Il giacobino che fece fallire le riforme a Napoli

Poderosa biografia, con molta ricerca archivistica (Tigani Sava lavora a una “monumentale  bibliografia calabrese”), di un personaggio che fu molto attivo nel riformismo napoletano di fine Settecento e poi , col suo giacobinismo, che qualcuno sospetta finto, lo perdette. Originario di Parghelia (Tropea), abate di malavoglia, giusto per profittare degli studi gratuiti in seminario, presto in corrispondenza col Genovesi a Napoli, dove si trasferì alla maggiore età, e fece rapida carriera nelle istituzioni – sempre protetto da Genovesi. Al protrarsi della rivoluzione francese, andò a informarsene a Marsiglia, ospite di alcuni parenti Mazzitelli, con i qiuali i suoi frataelli avevano commerci, era il suo terzo viaggio di formazione\informazione, e ne tornò giacobino repubblicano. Quanto bastò, anche per la successiva esecuzione di Luigi XVI e poi di Maria Antonietta, soprattutto di questa, sorella dela regina di Napoli Carolina, per schierare la corte contro i riformisti, specie se massoni, cioè all’“aria di Francia”, come l’abate.
Massone, libero pensatore, riformista divenne sinonimo di terrorista. Non però per Jerocades, che l’anno dopo il viaggio a Marsiglia, nel 1791, ebbe la cattedra di Filologia all’università, e nel 1795 quella di Economia – da qui la nomea che fosse un moderno “provocatore”, uno che “esponeva”, se non li “indicava”, amici e compagni (Tigani Sava non prende posizione). Quando la Repubblica Partenopea cadde  sotto l’invasione delle “masse” del cardinale Ruffo, Jerocades era già a Marsiglia, dai parenti Mazzitelli. E fu anche capace, nel 1801, di ottenere un lasciapassare per il ritorno in patria, a condizone che non risiedesse a Napoli. Tornò a Parghelia, e morì pochi mesi dopo.
Antonio Jerocades poeta, lo dice google appena richiesto di informazioni. Fu in effetti poeta prolifico. Da giovane prete fu anche creatore, al suo paesino, di una scuola per bambini che anticipava don Milani: la scuola propriamente detta, per leggere e scrivere, era assortita di un “Giardino del lieto lavoro”, nel quale i ragazzi si esercitavano secondo proprie tendenze.  Treccani lo beneficia di una amplissima laudatio.
Francesco Tigani Sava, Antonio Jerocades, Sensazioni mediterranee, pp. 363, ill. € 10

giovedì 6 novembre 2025

Problemi di base incestuosi - 887

spock


Da Wagner a T. Mann e a Musil, l’incesto è germanico?
 
Per risparmiare?
 
Per la purezza della stirpe?
 
Perché non c’è il diritto all’incesto?
 
Lgbtqia+, ancora uno sforzo?
 
Tanta letteratura, e il totem incesto è ancora lì – bisogna ricredersi sulla Germania?

spock@antiit.eu

Se Israele non minaccia ma è sotto attacco

 “Lo sfruttamento delle sofferenze degli ebrei” è il sottotitolo. Lo sfruttamento da parte di Israele - con Netanyahu ma anche prima. Si penserebbe un pamphlet politico, ma è un libro di storia. Di uno storico e politologo americano, ebreo, figlio di ebrei del ghetto di Varsavia, rinchiusi ad Auschwitz ma sopravvissuti fino alla liberazione, che  traccia la deriva dello stato d’Israele verso un nazionalismo identitario e imperialista, coloniale. Strumentalizzando l’Olocausto con cinismo politico, a scudo della sua intoccabilità. Come? Alimentando l’allarme per la sua propria scomparsa, per la scomparsa d’Israele come già dell’ebraismo al tempo di Hitler.
Finkelstein è indesiderato in Israele da una ventina d’anni. Quelli di Netanyahu e all’incirca da quando ha pubblicato questo libro. Che si impone ancora adesso per una novità prima sottostimata: l’allineamento sulle posizioni dell’Israele di Netanyahu delle associazioni sioniste della diaspora, prima benevolenti ma critiche. Passa il messaggio che ne va dell’esistenza di Israele, anche se Israele si espande e si rafforza, ed è sempre avamposto dell’Occidente, parte avanzata e protetta degli Stati Uniti e dell’Europa.                                                
Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto, Bur, pp. 384 € 13
 

mercoledì 5 novembre 2025

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (612)

Giuseppe Leuzzi


Il pianista Carlo Maria Dominici è nato a “Villa San Giovanni, praticamente un’estensione di Reggio Calabria”, ma non ne ha altra memoria, né personale né familiare – e nemmeno curiosità. “Mio padre”, spiega ad Antonio Gnoli sul “Robinson”, “figlio di emigrati, era nato negli Stati Uniti e decise di tornarci”. Dopodiché ha fatto e ha fatto fare al figlio una vita molto americana – era andato a Villa San Giovanni, il paese dei genitori, probabilmente per sposarsi. La nascita è, al limite, ininfluente, l’appartenenza, cui molti emigrati tengono, anche alla seconda e terza generazione, è un fatto culturale e personale.
 
Le riforme a Napoli bloccate dalla rivoluzione francese
Il giacobinismo uccise le riforme. È vecchia, assodata, verità, ma del Regno di Napoli successe nella stessa famiglia, in ambito massonico. Il rinnovamento, economico e politico, avviato da Bernardo Tanucci col re Carlo e con lo stesso Ferinando IV, e continuato da giurisperiti ed economisti di fede e appartenenza laica, Filangieri, Pagano, Luigi de’ Medici, Galanti, Domenico e Francescantonio Grimaldi,  il viceré di Sicilia Caramanico, che hanno rifiutato poi di aderire alla Repubblica Giacobina, fu bloccato con la decapitazione dei reali di Francia e per le intemperanze radicali, e assolutiste, di altri liberi pensatori locali. Non altrettanto versati nelle scienze politiche, ma apostoli del tutto  subito: l’abate Antonio Jerocades, Eleonora Fonseca Pimentel, e poi lo stesso Mario Pagano.
Dopo il terremoto del 1783, che aveva letteralmente raso al suolo la Calabria Ultra, la provincia di Reggio, fu istituita una Cassa Sacra – un primo caso di manomorta: sequestro e vendita di beni ecclesiastici. Per ricostruire, e per allargare il numero e la qualità dei piccoli proprietari, con la redistribuzione di terre e immobili. Qualche anno dopo, nel 1790, poiché la riforma non funzionava, Luigi de’ Medici, massone, amico di Filangieri e di Pagano, fu mandato a scoprire perché. Riferì che i beni ecclesiastici erano andati a maggiorenti e notabili, che se ne  potevano permettere l’acquisto agevolmente. E che appartenenti alla massoneria, al seguito dell’abate Jerocades, che nel 1790 se ne era andato a Marsiglia per informarsi, si organizzavano per introdurre anche nel regno di Napoli una situazione analoga a quella francese.
Per il momento nonsuccesse nulla. Jerocades ebbe l’anno dopo, nel 1791, la cattedra di Filologia a Napoli, e nel 1793 quella di Economia e Commercio. Poi, con l’esecuzione di Maria Ant
onietta a ottobre dello stesso anno, sorella della regina Maria Carolina, l’atteggiamento della corona mutò: essere massone, anche moderato, liberale, diventò essere sospetto. Gli stessi mitissimi Grimaldi, e Galanti, furono messi in disparte. Testimonieranno per le riforme non aderendo alla repubblica giacobina, ma a nessun effetto, il re Ferdinandlo IV non ci sentiva più da quell’orecchio – negli anni dell’esilio palermitano adotterà pure una costituzione all’inglese, ma giusto per compiacere i suoi protettori.

 
Sudismi\sadismi – Il paradosso nordico
Non si uccidono più donne al Sud rispetto al Nord, anzi avviene il contrario, e questo turba le coscienze. È un paradosso, si dice. Studiosi eminenti ne fanno oggetto di ricerca. E l’esito è strano, cioè non convince i ricercatori, che temono di non avere impostato bene il problema.
Il risultato, presentato mercoledì 29 ottobre al Senato, alla Commissione d’inchiesta sul femminicidio, a opera di economisti accreditati, Augusto Cerqua, Costanza Giannantoni, Marco Letta, Gabriele Pinto, trova che, se il tasso di omicidi in Italia si è dimezzato negli ultimi anni, a 0,55 omicidi ogni 100 mila abitanti, quasi alla metà della media europea, che è di 0,9, per i femminicidi questa tendenza non si avvera. Non solo, ma, questo il punto, non si uccidono più donne al Sud, “nelle zone più povere e arretrate del paese”, ma al Nord, “nelle aree dove le donne hanno raggiunto maggiori livelli di emancipazione”.
Un conclusione un po’strana per degli studiosi, per due motivi. Non si è più violenti dove si è meno ricchi – o più poveri (l’Italia, uno dei Paesi più ricchi al mondo, vuole pensarsi sempre come “la grande proletaria”, in termini pauperistici). E perché si dovrebbe? I femminicidi saranno pure legati alla persistenza di una cultura patriarcale, ma perché è questa una dannazione meridionale? Al Sud gli uomini hanno rispetto per la donna, sono meno maneschi in casa, meno alcolizzati o drogati. Un Turetta al Sud sarebbe anomalo – che poi non è solo Turetta: la prevaricazione e lo sterminio di famiglie e innamorati\e non sono “patrimonio” meridionale, anzi, al contrario.
Perché si porta sempre il Sud come termine di paragone negativo – anche quando non lo sarebbe –non è un mistero della ricerca, della scienza. Forse non è nemmeno stupidità - leghista. È la forza del pregiudizio. Che spesso è rinfocolata da volenterosi del Sud, informatori e anche studiosi -  Cerqua è nome del basso Lazio-Campania, Pingo è apulo-campano, Letta è abruzzese-laziale, Giannantoni laziale-abruzzese.
Un’indagine seria, si suppone, gli economisti hanno “ricostruito manualmente (?) tutti i casi di femminicidio in Italia dal 2006 al 2022". Sulla base dei rari annali della bolognese Casa delle Donne, integrati per ogni caso dalle notizie locali, specie per la localizzazione esatta dei luoghi, per un prima ipotesi di deduzione… Poi, dovendo ipotizzare le cause, si sono fermati alla “cultura patriarcale”, cioè, nelle vulgata, al Sud. Sotto la specie di una backlash hypothesis elaborata da  studìosi nordici, che non sapendo come “giustificare” il maggior tasso di femminicidi nei loro paesi rispetto ai paesi mediteranei (c’è anche un sudismo\sadismo internazionale, oltre che italiano), si sono appellati alla “cultura patriatrcale”, cioè al Sud, al veleno che il Sud ha iniettato al Nord – non all’alcol, non alle droghe, non alla despondency o provocazione femminile (non si dice, ma ci sono anche ominicidi). Furbi, no?
 
Il felice paese più povero d’Europa
Dice “Il  Quotidiano di Calabria” che Dinami, in provincia di Vibo Valentia, sotto le Serre, è “il paese più povero d’Italia, e quindi d’Europa”. Lo dice per inciso, trattando dell’altro paese del vibonese già più povero, Nardodipace, ora al penultimo posto?, sito paloeolitico e borgo ridente, se non altro di boschi.
Ora, Dinami. Un’eco rimbalza fragorosa: ma era il paese della “cugina Palaja”, cugina materna, con cui ogni anno si facevano le visite reciproche, ad anni alterni, ora con una visita di lei ora con una visita nostra. Sempre rallegrate da cinque figlie, lei scurissima, loro chiarissime, tutte bellissime, la più grande delle quali aveva già fatto matrimonio, ricco e felice.
I destini personali certo non fanno le storie sociali. Anche se adesso, passandoci per curiosità, molte macchine si vedono a Dinami parcheggiate, quelle tedesche forse più numerose delle panda.
Ora, non si tratta di fare andare indietro il progresso. Né di fare grande il piccolo, o il minimo, il personale. E non si può obiettare alle statistiche – specie non a quelle del reddito, che in Italia sono un arcano. Ma le statistiche hanno un valore relativo – e sono complesse,vanno interpretate. Ma la realtà, compreso il povero e il ricco, è fatta di molte cose. Anche più tagnibili delle memorie personali: la tradizione e la storia, l’istruzione, il saper vivere.
 
Ma la malavita è meridionale
Anche quest’anno, come ogni anno, le stastistiche del “Sole 24 Ore” sulla criminalità la dicono più diffusa al Nord che al Sud, anche in numeri doppi che al Sud. Non c’è una città del Sud, nemmeno Napoli, fra le prime dieci in classifica per numero di crimini commessi per 100 mila abitanti: Milano (6.952 reati per 100 mila abitanti), nell’ordine, Firenze, Roma, Bologna, Rimini, Torino, Prato, Venezia, Livorno, Genova.
Anche per regione si parte sempre dalla Lombardia, quasi 7 mila reati per 100 mila abitanti (6.952), e a seguire la Toscana, il Lazio, l’Emilia Romagna, il Piemonte, tutti sopra i 6.000 (il Piemonte poco sotto,(5.828). Per trovare una regione meridionale, la Campania, bisogna scendere di altri tre posti: Veneto, Liguria, Friuli-Venezia Giulia. Il Sud si caratterizza semmai per avere, anche qui, le ultime tre posizioni, Abruzzi, Sardegna, Basilicata.
C’è un perché. Al Nord, Roma compresa in questa particolare specialità, la delinquenza è un fenomento urbano, e in alcuni  casi metropolitano: il crimine è fatto di scippi, furti, spaccio, e violenze sessuali, oltre che di lesioni alla persona (le violenze sessuali non lo sono?) – queste peraltro in singolare incremento al Centro-Nord, per motivi anche futili. Al Sud, dove sinora, malgrado le mafie,  latitano i reati contro la persona, questo è probabilmente un fatto di urbanizzazione relativamente ridotta, e quindi alle reti familiari e sociali, di quartiere, di paese, che agiscono da ammortizzatori della violenza.

leuzzi@antiit.eu

Pasolini avanguardista

Gli atti di un convegno internazionale, in tema, “Pasolini antesignano”, per l’attitudine che gli sarebbe stata congeniale di anticipare “movimenti, tempi, problematiche della più strett aattualità”,  per la parallela, non subordinata, capacità di “coniugare ideologia e pragmatismo”. Che è possibile, ma anche lodevole? Ma, poi, in forma di genio universale, “ideologia e pragmatismo coniugando in ogni fattispecie con introspezione e magisterialità, dalla biopolitica all’ecologia”, o ai temi del tempo (post e neo colonialismo) e personali (situabili nell’ambito poi detto dei gender studies). Nelle “modalità espressive del postmoderno”, che non vuole dir nulla in genere, e negli anni di Pasolini non c’era - Pasolini non c’era nel postmodernismo, e non lo ha anticipato.
Non un profeta, dicono poi gli stessi curatori, ma uno che “pre-dice” (un predicatore? sì, questo sì) e un anticipatore.
Ferroni stesso premette: “Pier Paolo Pasolini è enigma e anche mistero”. Aggiungendo tra parentesi  una riserva fondamentale: “E qui bisognerebbe distinguere le accezioni non sempre perspicue e oscillanti con cui egli stesso fa uso di questi termini” - anche in filologia Pasolini non è un cultore o un osservante, ci andava di forza, già da ragazzo - come con Contini, suo interlocutore illustre.
Ma su questo aspetto la raccolta ha un colpo di genio. Con Monica Venturini, che introduce la seconda giornata del convegno, sotto il titolo impegnativo “I dispositivi dello sguardo nelle macchine del potere – per un rapporto tra Pasolini e Foucault”. Semplicemente spiegando la parola, “antesignano” – non un profeta ma un precursore, su questo il comitato delle celebrazioni aveva raggiunto l’intesa: antesignano è all’origine il soldato romano schierato in prima linea. L’uso estensivo nella pratica è di chi precede gli altri e un po’li guida o li incita nell’azione – in questo caso nella dottrina. Quindi un maestro, come Pasolini si voleva alle origini, nella prima vocazione, precursore in chi se ne fa discepolo. Passatista ma di avanguardia, malgré lui.
Il convegno si è tenuto a gennaio del 2023, dal 18 al 20, con tre giornate distinte per ognuno dei trte atenei romani, Sapienza,Tor Vergata e Roma Tre, promosso dal Cmitato Nazionale per il centenario della nascita di Pasolini.
Giulio Ferroni-Maura Locantore (a cura di), Pasolini antesignano, Marsilio, pp. 276 € 24

martedì 4 novembre 2025

Cronache dell’altro mondo – razziali (367)

A settembre la Corte Suprema ha autorizzato, con un decreto urgente (fascicolo ombra nel gergo, shadow docket: si emettono provvisoriamente, prima della discussione e della sentenza motivata, quando l’attore ha motivi urgenti da far valere), la polizia dell’immigrazione ad arrestare chiunque, “sulla base dei seguenti fattori o presupposti, o combinazione di presupposti: (1) presenza di luoghi particolari, come fermate dei bus, lavaggi auto, posti di raccolta di lavoratori giornalieri, siti agricoli, e altrettali; (2) il tipo di lavoro svolto; (3) lingua parlata lo spagnolo, o inglese con un accento; (4) razza apparente o etnicità”. Mettendo da parte gli emendamenti Quarto, Quinto e Quattordicesimo, che salvaguardano contro atti di polizia irragionevoli o la sottrazione del principio della legale protezione .
I giudici della Corte Suprema sono di nomina presidenziale, e le circostanze del rinnovo (malattia, inabilitazione, morte) hanno favorito le presidenze repubblicane, sei a tre. Devono la  nomina a presidenti repubblicani: Clarence Thomas (George Bush), il presidente John Roberts (George W. Bush), Samuel Alito (id.), Neil Gorsych (Trump),Brett Kavanagh (id.), Amy Coney Barrett (id.). Sono state nominate da presidenti democratici: Sonia Sotomayor (Obama), Elena Kagan (id.), Ketanji Brown Jackson (Biden).

Liberi tutti ai referendum

Si sa che al voto politico decide il 5 per cento.  Il cosiddetto “voto di opinione”, così si chiamava quando c’era ancora un’opinione pubblica, prima dei social, che si formava nella campagna elettorale. Il grosso degli elettori vota per orientamenti radicati, a destra, da moderato a estremista, come a sinistra, da moderato a estremista, e sono due schieramenti che numericamente si valgono: decide il voto sciolto, di opinione. Un volume di voti he un tempo, quando la partecipazione era al 75 per cento, si calcolava sui 2 milioni e mezzo di elettori. E oggi, col voto al 50 per cento, potrebbe essersi ridotta a un milione e mezzo.
Nei referendum il voto è invece inverso: sia in quelli che non attraggono che in quelli a partecipazione stratosferica, gli spostamenti possono essere larghi.  Il referendum sul divorzio nel 1974 ha visto una partecipazione record dell’88 per cento degli aventi diritto (si disse per la mobilitazione, autonoma, nel profondo del cuore, delle donne al Sud), 33 milioni, e si concluse con un deciso 6-4. Un 6-4 si è avuto anche contro la riforma parlamentare Renzi, a fine 2016 – ma la partecipazione fu ridotta, il 65,5 per cento. Lo scostamento maggiore, 8-2, si è avuto al referendum contro il nucleare, quando però votò solo il 65 per centro – perché, si disse, si dava il risultato per scontato. 

Vita semplice e arte complicata di Poe, scrittore meridionale

Cripte, sepolture, morbosità fisica: questi incubi sono presenti in modo prominente nei racconti di Edgar Allan Poe, un mondo immaginario in cui la parola che ricorre più spesso è orrore – questo il “catenaccio”-sintesi del saggio.
“Edgar Allan Poe fu ed è una turbolenza, un’anomalia tra i maggiori scrittori americani del suo periodo, un’anomalia ancora oggi. Stupì e allo stesso tempo inimicò i suoi contemporanei, che non riuscirono a escluderlo dal primo rango degli scrittori, sebbene molti ritenessero la sua opera moralmente discutibile, e sebbene lui li flagellasse regolarmente sulla stampa, con critiche a volte apertamente vendicative e spesso brillanti.
“Sembra che per Poe fosse vero che nessuno poteva guardarlo senza vedere più di quanto avrebbe desiderato o di quanto lui potesse tollerare. Il suo abbigliamento era sempre ordinato, signorile e curato. I suoi modi erano cortesi e raffinati, notoriamente patetici o scandalosi se gli capitava di bere. Però, era sempre troppo disperato per avere tatto nel sollecitare conoscenze, essendo l’unico sostegno di una moglie amata e tubercolotica, una cugina che aveva sposato quando lei non aveva ancora quattordici anni. Era uno scrittore popolare e un editore di grande successo, ma sempre pagato miseramente. La gentilezza, che era il suo antipasto e la sua armatura, era di tipo meridionale, e quindi non molto apprezzata dagli abitanti del New England che dominavano la vita letteraria. E la famiglia sua propria della Virginia, dalla quale aveva acquisito i modi e i gusti della raffinatezza, lo aveva rinnegato   senza un soldo.
Lo scrittore Thomas Wentworth Higginson disse che Poe subiva “l’effetto di un’ipersensibilità che, se incontrollata, può rivelarsi più degradante della volgarità”. E in effetti sembrava sopraffatto da se stesso, intollerabilmente sensibile, orgoglioso e intollerabilmente brillante, con il bere e l’amarezza che favorivano le sue sconfitte e umiliazioni. Detto questo, la sua strana piccola famiglia composta da zia/madre e cugina/moglie, in tutto ciò e finché durò, fu sempre descritta come calorosa e dolce. Era un uomo forte e atletico che, per tutta la sua carriera, sopportò le sue debolezze e le sue afflizioni abbastanza bene da essere molto produttivo, in particolare nell’inventiva unica e nella purezza bizzarra della sua narrativa”.
Marilynne Robinson, On Edgar Allan Poe, “The New York Review of Books”, 5 febbraio 2015, free online (leggibile anche in italiano, Su Edgar Allan Poe)

lunedì 3 novembre 2025

Chiese chiuse

Da qualche tempo si può indugiare al caffè a mezza mattina, anche leggersi il giornale, al Cafe Vert, il carro funebre più non staziona davanti a Regina Pacis, la chiesa di quartiere. Si vede che il quartiere si è ringiovanito. Oppure non si fanno funerali, l’incinerazione è tanto più comoda – non c’è più la vita oltre la morte.
Anche il vecchio rom che occupava la postazione ai gradini della chiesa per le elemosine non si vede più – non vecchio a guardarlo ma ingrugnito. Ci manda qualche volta il sostituto, ma è il solito giovane africano svagato, attaccato al cellulare.
Del resto, la chiesa quasi sempre è chiusa. Una volta si entrava nelle chiese, erano aperte a tutte le ore, eccetto la pennichella. Ora è chiusa spesso anche la mattina presto, venendo al caffè prima del lavoro.
Un tempo suonava la campana alle sette meno un quarto, e alle sette le gente entrava per la messa. Poi qualcuno si è lamentato, che le campane danno fastidio, alla mattina, a mezzogiorno eccetera, ha fatto causa e l’ha persa. Ma la chiesa poi si è chiusa. Forse perché ora il parroco fa t
utto da solo, Regina Pacis il parroco ce l’ha, e quando lui ha il raffreddore, o la sera ha fatto tardi, non c’è la perpetua o il sacrestano che apra.

La Cina è lontana quando invece è qui

La Cina era “vicina” con Bellocchio  quando era lontana, remota, estranea – mentre oggi, che è  prospera a casa nostra, si tende a non vederla per quello che è, presente e possente, e gentilmente minacciosa.
Non si penserebbero possibili le “dottrine “ di cinquant’anni fa, ma il repertorio che Giulio Meotti resuscita sul “Foglio” è perfino divertente tanto è balzano. Franco Basaglia: “In Cina i malati sono curati politicamente, col pensiero di Mao”. Umberto Eco, che curava “I fumetti di Mao” (ora escluso dalle sue opere): “L’uniformità del costume cinese è il segno del sacrificio che tutta una comunità fa per garantire un minimo di benessere a tutti”. Dario Fo: “Qui sa noi l’uomo è una  merce, in Cina c’è una concezione profonda della vita che determina tutto quanto”. Maria Antonieta Macciocchi, dapprima giornalista, poi europarlamentare Pci, che in “Dalla Cina “ fa parlare operai che rifiutano gli aumenti salariali.
Questo nel pieno della “rivoluzione culturale”, con la quale Mao, armando i giovani in qualità di Guardie Rosse, seminava il terrore tra i quadri del (suo stesso) partito e nelle (sue stesse) istituzioni.
Oggi che la Cina siamo noi, da Huawei e TikTok, a Temu, Shein e Uniqlo, e alle auto a metà prezzo, non se ne sa niente, se non che se la passa bene. Mentre la Cina è un regime, e un disegno politico, egemonico.

Tosca è un'altra. cantata al naturale

Il dramma è francese, 1887, opera di Vìctorien Sardou – Roma è un set privilegiato, storico-monumentale e esotico insieme di molta narrativa francese, dalle “Cronache italiane” di Stendhal, L’opera è di una dozzina d’anni dopo, tenuta a battesimo al teatro Costanzi di Roma in apertura di secolo,  ai primi di gennaio del 1900. Forse per questo si è speso tanto, a giudicare dalle scenografie monumentali e i costumi molteplici dei coristi,, che per questa rappresentazione celebrativa, per i 125 anni dell’opera, in mondovisione, si sono voluti esumare.
Una rappresentazione spettacolare. Comprese, per gli spettatori alla tv, la fine dal vivo, di Cavaradossi e di Tosca, da una delle terrazze del Castel Sant’Angelo. Ma soprattutto spettacolare il Cavaradossi di Jonathan Tetelman, della voce solida e sonora di petto delle due romanze,  “Recondita armonia”, “E lucevan le stelle”. Un gigante, anche musicale, un tenore naturale, a cui non si è più abituati.
Giacomo Puccini, Tosca, Opera di Roma, Rai 3 – Raiplay

domenica 2 novembre 2025

L’Italia gioca in difesa

 Non ci sono molti calciatori italiani in giro per l'Europa, o non sono molto apprezzati, Mente ci sono molti allenatori, nel calcio che conta, Inghilterra e Spagna, e anche  Francia, Dopo la famosa prima di Trapattoni al Bayern di Monaco, col suo fantatedesco.
Ce ne sono stati e ce ne sono anche vincenti, Capello, Ranieri, Ancelotti, lo stesso Trapattoni, ma non è questo che ne fa l’attrattiva: sanno insegnare che si vince a patto di sapersi difendere.
Pochi i calciatori per il fatto della lingua – con gli allenatori è diverso: un po’ impapocchiano, un po’ fanno full immersion, da persone adulte, e poi usano un linguaggio tecnico, limitato.

Si vince al calcio con la lingua

Si vince al calcio nel Millennio con la lingua: o squadre inglesi, che pescano nel vastissimo mondo dell’anglofonia, o squadre spagnole, che pescano in America latina. Si dice che inglesi e spagnoli vincono per i soldi, ma i soldi sono ovunque, e altrove non  vincono – vedi Commisso a Firenze, mentre il Psg ha vinto, male, dopo un quarto di secolo di spese forsennate (fallendo con enormi campioni, Neymar, Messi, Mbappé, etc,). La lingua condivisa rafforza lo spogliatoio e dà sintonia alle squadre in campo.
In Italia gli innesti stranieri sono stati a lungo limitati, del tempo in cui l’impero aglo-ispanico non si era consolidato, e hanno agito come “innesti”, fuori serie:  Platini, i tre olandesi, Cristiano Ronaldo (innesto costosissimo non riuscito), e poi gli argentini, da Sivori a Maradona, Batistuta, Higuaìn, Tevez, Dybala – ma qui per un’affinità sempre etno-linguistica.
 

 

Essere un autore non è essere un genio

È un “romanzo” per dire che l’autore “non avrebbe scritto un romanzo” – e “in fondo non voleva scriverlo”, non voleva dargli quell’importanza. In effetti svagato, molto, a parte l’antipatia, si direbbe niente – divagazioni.
Elkann vuole scrivere di Pound, poeta e antisemita, e non gli bastano le due donne, la moglie Dorothy, madre del figlio Omar, e la compagna di una vita (Elkann dice “l’amante”), madre della figlia Mary, che ne è la traduttrice in italiano e l’erede sentimentale e letteraria, gliene inventa una terza, Vera – e forse una quarta, Marcella. Vera è una cinquantenne dai capelli lunghi, ricca, avventurosa, ebrea. Dopo aver simpatizzato, il muto Pound del tardo esilio a Venezia, con un “amico siciliano”, Alfio, che si reca a Venezia a parlare lungamente col poeta, poi se ne torna in Sicilia, e si uccide. Ma anche qui senza drammi: Pound si è servito di Alfio a Venezia come “uomo dello schermo”,  per sfuggire al controllo ferreo dell’“amante” Olga, e ritrovare in albergo Vera.
Il silenzio, dunque? Ci sono anche Beckett e la moglie al ristorante, “in albergo in valle d’Aosta”, in silenzio. Ma nemmeno questo è. Il fulcro è un dialogo, anzi due dialoghi. Uno con l’“amico siciliano”: E uno con l’amante giovane “Vera”. Il primo è un dialogo tra un padre e un figlio. Il secondo tra un amante attempato e l’amante giovane - quello che uno vorrebbe sentirsi dire in tarda età, o solo si sogna.
Senza simpatia per Pound, acculato all’antisemitismo. Ma senza capo né coda. Elkann
fa i conti col proprio essere ebreo, come una rivendicazione di identità. E di Pound muto non ha timore: “Il silenzio di Pound a Venezia non voleva dire che si fosse pentito o che non avesse più niente da esprimere. Era l’ultimo capitolo di un narcisismo sfrenato”. Può darsi, ma non vediamo come.
Di fatto non è vero: Pound, semplicemente, non aveva più nulla da dire - non la lasciato nemmeno un appuntino volante. E il silenzio, perché no, potrebbe anche essere una maniera di proteggersi, dalla vergogna.
Il silenzio è del genio. Tra esseri speciali che non parlano. È il silenzio, in realtà, di Elkann, dell’autore. Dell’esilio a Londa. Al tempo del Covid. Con tre amici, lontani. Sul tema del perché (non) si è un genio. Pound non è e non è stato poeta di chiara fama: “Pound era invece l’artefice e la vittima della sua storia”.
Pound come una proiezione di sé, di quello che l’autore è, buon giocatore di tennis e di scacchi?
Alain Elkann,
Il silenzio di Pound, Bompiani, pp. 158 € 15